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Luca Rossomando

Come altri luoghi della metropoli napoletana, il vasto territorio di Castel Volturno sale agli onori delle cronache ogni volta che la tensione tra le sue componenti si coagula in violenti cortocircuiti. L’episodio più eclatante in anni recenti fu la strage dei ghanesi nel 2008, a opera della banda del camorrista Setola; l’ultimo in ordine di tempo è l’aggressione armata da parte di padre e figlio italiani a due africani, con l’assalto per rappresaglia alla famiglia degli aggressori e due blocchi contrapposti sulla Domitiana il giorno seguente.

Eventi del genere non sempre diventano di pubblico dominio, eppure si susseguono con una certa frequenza, permeando la vita quotidiana in quelle zone di incertezza e diffidenza reciproca. Lo scenario non è quello da guerra civile che appare in ogni “day after” mediatico, ma si tratta comunque di un’area in cui le tante questioni irrisolte non essendo governate come meritano finiscono per incancrenirsi e ogni volta che riemergono in superficie si presentano ancora più ingarbugliate.

La numerosa e variegata comunità africana che si è stabilita da tempo negli ex insediamenti turistici lungo il litorale domitio, vi ha trovato affitti bassi e spazi per le attività commerciali. Sono case che risalgono alla fine degli anni Cinquanta, quando il boom economico spinse in molti, da Napoli e Caserta, verso la macchia mediterranea e la spiaggia incontaminata lungo la costa. Sorsero ovunque abitazioni per le vacanze. All’inizio attraverso lottizzazioni, poi con iniziative sempre più sregolate. Gli abitanti del posto vendevano quei terreni improduttivi per l’agricoltura. Le villette spuntavano a un ritmo febbrile, senza preoccuparsi di servizi e infrastrutture. I lotti producevano ricchezza immediata, nessuno voleva sentir parlare di piano regolatore. Negli anni Ottanta molte di queste case, già in declino, vennero requisite per dare ospitalità agli sfollati del terremoto. A distanza di anni parecchi napoletani finirono per rimanere. Nel frattempo arrivavano sul litorale gli immigrati di origine africana. La città di oggi è stata costruita anche da loro. Quando l’edilizia abusiva si fermò, gli africani si misero a cercare lavoro verso l’interno – Villa Literno, Giugliano, Quarto – ma per dormire tornavano nelle villette di Castel Volturno, ormai inutilizzate dai vacanzieri. Lo spaccio di droga con manovalanza immigrata fu un’ulteriore risposta alla crisi dell’edilizia. Dagli anni Ottanta, in località come Pescopagano o Destra Volturno, gli ex villaggi turistici si sono popolati anche di famiglie italiane in difficoltà, gente che vive alla giornata e non appena riesce a migliorare le proprie sorti si trasferisce altrove. Sono insediamenti formati solo da strade e case: strade senza fogne, tante case abbandonate, senza finestre, senza porte: piccole città fantasma.

Per il modo in cui si è formato questo tessuto sociale, e per la sua odierna complessità, l’area di cui parliamo meriterebbe, in modo parallelo ai provvedimenti di governo – prontamente annunciati, non si sa bene con quanta chiarezza d’idee né d’intenti – un serio monitoraggio, una ricognizione particolareggiata di luoghi e persone, di esigenze concrete e punti critici, per mettere a disposizione di chi deve intervenire dati certi, consentendo politiche più efficaci e tempestive. In effetti, la coabitazione di persone provenienti da tanti luoghi diversi, e spesso di passaggio, l’informalità di molte attività economiche, le molteplici forme di criminalità, un contesto urbanistico plasmato al di fuori delle norme; in generale, lo stato di clandestinità in cui molti vivono e agiscono, non solo gli immigrati, fanno di quest’area un microcosmo ancora in gran parte sconosciuto.

L’esercito ora non serve, non si tratta di dare la caccia a una banda sanguinaria come negli anni di Setola. Uno degli effetti di quella strage, e del clima che si creò in quel periodo, fu di indurre gli africani a rinchiudersi negli spazi privati delle villette, creando una città nella città, chiusa agli italiani – anche alle associazioni del terzo settore –, dove si fanno piccoli commerci, si guarda la tv africana, si parla inglese e si coltiva un disprezzo crescente per tutto quel che sta intorno. La prima cosa da fare dovrebbe essere riportare nello spazio pubblico, con le dovute garanzie, chi per proteggersi ha deciso di separarsi. Una politica che agisca innanzitutto sui permessi di soggiorno, e poi sulla legalizzazione delle piccole imprese artigiane e commerciali, attualmente del tutto informali. Un piano di assistenza sanitaria, che accerti e ponga rimedio alle molte situazioni in cui la miseria e l’isolamento stanno producendo effetti devastanti e del tutto sommersi. Infine, a cominciare dalla pianificazione urbanistica regionale, aprire finalmente gli occhi sulla realtà: smettere di pensare questi territori come luoghi di villeggiatura ma considerarli per quello che sono, nuovi quartieri dell’area metropolitana di Napoli. E quindi cambiare le destinazioni urbanistiche, migliorare i collegamenti con il centro, far nascere spazi favorevoli all’incontro e allo scambio. Insomma, riconoscere con i fatti l’esistenza di una comunità eterogenea e problematica che ha di fatto cambiato l’identità di quei luoghi.

Da: Repubblica Napoli del 20 luglio.

Pubblicato anche su http://www.napolimonitor.it

 

Fonte: Archivio Napolimonitor

Fonte: Archivio Napolimonitor

Il reportage di Francesco Erbani sull’agricoltura della piana campana, pubblicato su Repubblica.it

Il link:   inchieste.repubblica.it

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Antonio di Gennaro, 12 novembre 2013

La notizia del sequestro di 43 ettari di coltivazioni agricole e di 13 pozzi per irrigazione nel cuore della piana campana, a Caivano, è dolorosa in sé, ma lo è ancor di più in prospettiva, per le possibili conseguenze che essa potrebbe avere per l’agricoltura regionale e nazionale.
Per capire cosa è successo è utile ricapitolare alcuni aspetti della vicenda. Il primo dato è che la magistratura napoletana ha disposto il sequestro delle aree agricole sulla base di analisi di acque irrigue provenienti da pozzi legalmente autorizzati, effettuate volontariamente dagli agricoltori, nell’ambito di un monitoraggio promosso dall’amministrazione comunale di Caivano. A fronte di un comportamento all’insegna della responsabilità, per gli agricoltori è paradossalmente scattata una denuncia penale per inquinamento della falda idrica.
Molti dei pozzi sono stati sequestrati per elevati contenuti di fluoruri, manganese, arsenico. Si tratta di composti naturalmente presenti nella falda di una pianura vulcanica. Questo significa che si tratta di “valori di fondo” dell’ecosistema, che quelle sostanze nell’acqua ce le ha messe la natura, non l’uomo, proprio come nel caso del viterbese.
In alcuni pozzi è stata rilevata la presenza di triclorometano, un composto organico volatile che si disperde in atmosfera con un semplice gorgogliamento delle acque. In ogni caso, come dimostrato dall’Istituto Superiore di Sanità per l’area ex-Resit di Giugliano, questi inquinanti organici non si rinvengono nei prodotti agricoli irrigati con acque che pure ne contengono. La conclusione è che non esiste nessun rischio per la salute umana. D’altro canto la legge prevede che eventuali provvedimenti interdettivi delle attività agricole si basino su una rigorosa analisi del rischio, proprio quello che non si è fatto a Caivano, dove si è proceduto al sequestro delle coltivazioni senza effettuare analisi della sanità dei prodotti. Se passasse il ragionamento della Procura di Napoli dovremmo dismettere mezza agricoltura regionale, proseguendo a stretto a giro con le altre pianure italiane, che da questo punto di vista hanno problemi a volte ben superiori ai nostri.
C’è poi il fatto, in questo scombinato paese, che una normativa specifica per i suoli e le acque ad uso agricolo ancora non esiste: nel vuoto legislativo si procede quindi per analogie, per inferenze che, come nel caso di Caivano, non stanno proprio in piedi. Anche perché il Piano di tutela delle acque dell’Autorità di Bacino Nord-Occidentale dimostra come la situazione riscontrata a Caivano, sia per i valori di fondo che per i contaminanti antropici, caratterizzi ad ampio raggio l’intera falda della piana campana, e non si capisce quindi quali sarebbero le responsabilità penali del singolo agricoltore.
Il faro che la magistratura ha acceso sulla piana campana è doveroso, ma la caccia alle streghe non serve a nessuno. Dovremmo con calma comprendere come le attività agricole in Terra di lavoro non costituiscono una fonte di rischio, più di altre attività umane con le quali pacificamente conviviamo, ma piuttosto una forma di presidio economico, culturale, civile del quale abbiamo bisogno ora e in futuro.
Nell’ultimo quarantennio il territorio della piana campana è stato maltrattato, ora ha bisogno di un grande intervento di cura, messa in ordine, ripristino di civili condizioni di vita. In questa immane opera gli agricoltori sono i nostri principali alleati, non il capro espiatorio da gettare in pasto a un’opinione pubblica suggestionata.

Articolo pubblicato su Repubblica Napoli del 13 novembre 2013.

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Antonio di Gennaro, 1 novembre 2013

E’ possibile che si debba guardare alla manifestazione del 26 ottobre scorso a Napoli come a una data in qualche modo storica: quella nella quale l’hinterland di Napoli si è per la prima volta proposto  come soggetto politico autonomo. La pianura vulcanica fertile attorno al capoluogo troppo a lungo ha funzionato come riserva silente, urbanistica ed elettorale. La tragedia collettiva della terra dei fuochi, l’improvvisa, dolorosa consapevolezza del saccheggio territoriale, dei crimini che sono stati commessi contro l’ecosistema e il paesaggio, la non tollerabile incertezza circa gli effetti sulla salute delle persone; tutto questo ha finito per funzionare come crogiuolo di nuove esperienza sociali e politiche.

“Grumo Nevano non deve morire” si leggeva sui cartelli, con lo slogan declinato per le decine di toponimi di comuni e città disseminate per la piana: i casali che ancora 60 anni fa conservavano loro fisionomia urbanistica, sociale e culturale, le loro agricolture, manifatture, opifici; tutti risucchiati nella selvaggia espansione urbanistica dell’ultimo quarantennio, che li ha fusi insieme in una disordinata, sterminata periferia con quattro milioni e mezzo di abitanti, della quale ciascuno di essi rappresenta ormai solo un indistinto, congestionato, povero segmento. Anche se, come nel caso di Giugliano, si tratta della terza città della Campania, entrata oramai nella lista delle prime 50 città d’Italia.

Eppure la manifestazione del 26 ottobre ha dimostrato come le identità locali non siano estinte, anzi. I comuni dell’hinterland reclamano ciascuno e collettivamente un proprio diritto al futuro, e tutti guardano con preoccupazione alla costituzione prossima della città metropolitana, vista come momento di definitiva dissoluzione, di subordinazione ad un capoluogo che li ha sino a questo momento disconosciuti e traditi.

Naturalmente tutto questo è anche frutto della drammatica incapacità di Napoli di costruire una leadership credibile, un proprio ruolo di rappresentanza e servizio, di lavorare ad un progetto di scala territoriale, in nome e per conto anche dei partner minori dell’alleanza: quei comuni e casali che hanno sfilato il 26 ottobre, per le strade gonfie di storia del capoluogo, contro il capoluogo. Un’incapacità, un atteggiamento angusto delle classi dirigenti napoletane, esercitato nei riguardi dell’hinterland, ma in fondo anche in casa propria, se la città vive ancora, come nel racconto di Leopardi, sulla convivenza di quartieri e municipalità che disperatamente vivono di vita propria, privi di un progetto e di un destino comuni.

Le modalità con le quali il nuovo soggetto territoriale e politico nasce non sono naturalmente quelle del passato, più comodamente gestibili dalle forze politiche tradizionali, ma piuttosto quelle poliformi e liquide del web, delle reti di comitati, con un ruolo importante svolto dall’infrastruttura capillare delle parrocchie e delle diocesi. Tutti i giochi risultano così scompaginati. Se sino a pochi mesi fa lo schema era quello di un centrosinistra egemone nel capoluogo e un centrodestra più competitivo nell’hinterland, tutto questo potrebbe all’improvviso non valere più, con il riproporsi a scala metropolitana di un nuovo campo di forze, simile piuttosto a quello assai più imprevedibile dell’attuale parlamento nazionale.

Quello che è certo è che in questa complicata situazione non è possibile salvarsi da soli. Quell’integrazione, quell’immagine unitaria che i territori campani non riescono autonomamente a costruire sul terreno dei progetti e dei valori territoriali, paesaggistici e culturali specifici, è l’opinione pubblica globale ad affibbiarcele rudemente, questa volta all’insegna dei veleni e di un insensato terrore.

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Non era successo nemmeno nei giorni più bui della crisi del 2008, quando i giornali di mezzo mondo rimandavano le immagini della città e del suo hinterland sommersi dai rifiuti. Non era mai avvenuto che si scatenasse su così ampia scala una vera e propria psicosi contro i prodotti agricoli della Campania, che sta mettendo in ginocchio il comparto agricolo regionale. Una diffidenza del tutto immotivata, perché i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, come quelli in possesso delle principali catene di grande distribuzione, non evidenziano alcun particolare problema di sicurezza per i prodotti della piana campana.

Ma tant’è. Una martellante campagna mediatica ha già decretato, al di là di ogni evidenza tecnica e scientifica, una relazione implacabile tra crisi dei rifiuti e sanità delle nostre produzioni, che i consumatori italiani in questo momento rifiutano, finendo per altro per estendere quest’aura negativa a un’intera regione.

Il fatto è che nella pianura ai confini della città, in ciò che rimane dopo il sacco edilizio che ha moltiplicato per sei nel corso di un cinquantennio le aree urbanizzate, da 20.000 a 112.000 ettari, a spese dei suoli più fertili del globo terraqueo, operano nonostante tutto 30.000 aziende, che producono il 40% del valore delle produzioni agricole della Campania. Si tratta di un pezzo assolutamente vitale dell’economia regionale, un’industria verde, diffusa, silenziosa, nella quale lavorano,  in assenza di ogni riconoscimento sociale, politico, istituzionale, quei cittadini invisibili che sono gli agricoltori, custodi temporanei di un suolo e di una memoria già persi, ineluttabilmente destinati alla trasformazione edilizia.

In tutto il mondo si riscopre l’importanza della “filiera corta”, del valore strategico delle attività agricole prossime alla città, e noi che questa cintura agricola l’abbiamo veramente, ritagli preziosi di ecosistemi e paesaggi agricoli con tremila anni di storia, al di là delle brutture, delle infrastrutture invadenti di tangentopoli, del disordine urbanistico, stiamo inesorabilmente decretandone la fine, l’inutilità, anzi la pericolosità.

Tutto questo perché non riusciamo a operare una distinzione, necessaria e impellente, tra il territorio ferito, un migliaio di ettari scempiati dalle discariche, che è necessario immediatamente sottrarre alla produzione alimentare, e il restante 99%, che non sarà più il giardino descritto da Aldo Sestini mezzo secolo fa nel suo volume sui paesaggi italiani, ma è una campagna periurbana che soffre tutto sommato gli stessi acciacchi della pianura veneta o di quella padana, in una nazione che ha purtroppo scelto di localizzare i tre quarti del suo sistema urbano e industriale nell’angusto venti per cento di territorio pianeggiante, su quei suoli fertili che si doveva conservare come riserva alimentare strategica del paese. Così come era ad esempio previsto nel piano territoriale regionale Travaglini della fine degli anni ’60, rimasto purtroppo lettera morta assieme a tanti altri atti di programmazione, nel quale Manlio Rossi-Doria pensava alla piana campana come a una estesa  green belt, sul modello della Grande Londra, da preservare per le future generazioni.

Così non è andata, la Repubblica non ha dato buona prova di sé, ma è questo il momento della consapevolezza e di una ragionevole reazione. Non è possibile che l’economia e la società di un’intera regione muoiano per effetto di una notte comunicativa nella quale tutte le vacche sono nere. E’ urgente avviare una campagna di corretta informazione, insieme ad una strategia credibile di riordino di questi importanti territori nei quali, il vecchio Rossi Doria ha ancora ragione, le attività agricole non sono il problema ma la soluzione.

Antonio di Gennaro

Pubblicato su Repubblica Napoli del 13 ottobre 2013.

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Roberto è giovane, e si reinventato la vita. Lui, ragazzo di città, con la compagna Daniela ha riattivato l’azienda agricola di famiglia, sul litorale flegreo, e sbarca egregiamente il lunario vendendo direttamente i prodotti che coltiva ai Mercatini della terra, nelle piazze della città. Consegna i suoi ortaggi anche a domicilio, puoi ordinarli su internet, mia moglie è sua fedele cliente. Roberto è un esempio di quanto silenziosamente è successo in Campania in questi ultimi anni. Proprio mentre la crisi mordeva, l’agricoltura ha riconquistato spazi e importanza, ed è l’unico settore che ha creato nuova occupazione, giovanile ed anche femminile.

Questa rinascita del settore agricolo incontra un grande ostacolo, non legato all’economia ma alla comunicazione, ed è l’immagine della Campania come terra maledetta, infetta, che emerge dal racconto pubblico sui rifiuti. E’ un argomento carico di sofferenza e dolore, rispetto al quale corre l’obbligo di avvicinarsi con responsabilità, prudenza, rispetto.

A prescindere da tutto, è evidente come intorno alla crisi campana i media abbiano elaborato alcuni schemi convenzionali di narrazione. E’ avvenuto pure nel recente, drammatico reportage di SkyTG24, costruito intorno all’intervista a Carmine Schiavone, l’amministratore del clan del Casalesi, che si è pentito all’inizio degli anni ’90, e sulle cui rivelazioni si è basato il processo Spartacus. Il terribile racconto di Schiavone è stato reso se possibile più agghiacciante dalla sequenza di immagini di sfondo: un fiotto di percolato, colture in abbandono, una pecora moribonda, una nuvola di fumo nero, un’interminabile teoria di monnezza abbandonata al bordo delle strade di nessuno.

Il problema nasce quando lo schema convenzionale sostituisce il ragionamento. L’ha spiegato bene Antonio Pascale nel suo intervento su “Il Mattino” del 9 settembre, quando ha rimarcato la necessità di basare le decisioni pubbliche su fatti misurabili piuttosto che su opinioni. Ed allora, la Piana campana si estende per quasi centocinquantamila ettari, mentre i suoli interessati da forme gravi di inquinamento – le ferite inferte dall’importazione criminale di rifiuti – assommano probabilmente a un migliaio di ettari, meno dell’1% del totale. Il messaggio che passa è pero quello di una pianura, di una regione (grande un milione e trecentocinquantamila ettari) complessivamente compromessa.

Ci sono indubbiamente le statistiche sanitarie drammatiche, le probabilità di ammalarsi di patologie gravi sono più elevate nella piana tra Napoli e Caserta, con un’incidenza che risulterebbe maggiore nelle aree rurali rispetto a quelle urbanizzate. Molto poco sappiamo ancora circa i fattori causali, ed è di questi giorni la notizia dell’indagine conoscitiva che sarà svolta dalla Commissione Sanità del Senato. Eppure il colpevole dei malanni sembra già essere stato individuato proprio nel settore agricolo, anche se i risultati delle indagini effettuate dall’Istituto Superiore di Sanità sembrerebbero scagionare la catena alimentare,  indirizzando l’attenzione verso altri fattori di esposizione.

In ordine alla possibile prognosi, finalmente anche le Autorità iniziano ad abbozzare strategie operative. L’Assessorato regionale all’Agricoltura e la Facoltà di Agraria, con il Commissariato alle bonifiche, hanno messo a punto le tecniche di riconversione a colture non alimentari delle aree inquinate, con l’impianto intorno ai siti problematici di fasce di bosco con funzione di filtro ecologico, e la depurazione o sostituzione delle acque di irrigazione non idonee. L’obiettivo è quello di curare e suturare le ferite, per tenere in sicurezza il resto dell’organismo, che è larga parte del tutto.

Al punto in cui siamo, recuperare credibilità e fiducia è un’impresa ai limiti del possibile, e richiede l’attivazione di un qualcosa paragonabile solo al percorso “Verità e Riconciliazione” (nel nostro caso con la legalità e il territorio) intrapreso in Sud Africa per uscire dell’apartheid.

E’ urgente che le Autorità competenti identifichino con precisione i siti inquinati e intraprendano senza indugi gli interventi di bonifica, monitoraggio e messa in sicurezza. I fattori di rischio ed esposizione devono essere identificati, con le relative misure di prevenzione a tutela della salute. E’ necessario un impegno di sorveglianza delle forze dell’ordine e delle comunità locali affinché i comportamenti criminali non si riproducano. Gli approcci di riconversione no-food messi a punto dalla regione e dall’Università vanno rapidamente applicati a tutte le aree problematiche.

Nelle aree non inquinate è di fondamentale importanza che gli operatori agricoli possano continuare ad operare con serenità, per il benessere del paesaggio e dell’economia della Campania, recuperando su basi motivate la fiducia dei consumatori. Altrimenti, al posto della piana sarà un grande deserto economico e sociale, che qualcuno si preoccuperà prima o poi di riempire.

Infine, è necessario un maggiore sforzo da parte dei media affinché il fenomeno campano venga raccontato nella sua complessità, senza infingimenti, ma anche senza schematismi e semplificazioni.

Il ministro dell’Istruzione Carrozza si accinge provvidamente ad inaugurare il nuovo anno scolastico a Casal di Principe. Dobbiamo poter dire a quei ragazzi – e anche a Roberto magari, con la sua giovane azienda -, se la loro terra è perduta, o se piuttosto abitano un pezzo d’Italia che soffre di problemi che la Repubblica è finalmente in grado di affrontare.

Antonio di Gennaro

Pubblicato su Repubblica Napoli dell’11 settembre 2013

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Terra

Bernalda

Di seguito, così com’erano, gli appunti veloci per l’intervento “Salviamo la piana”, tenuto il 5 di aprile 2013, al convegno promosso a l’Aquila dal Comitatus Aquilanus, dal titolo “Se quattro anni vi sembrano pochi”.

La cartografia di Pieter Mortier  dei primi del ‘700 mostra con evidenza come di centri storici l’Aquila ne avesse due: uno di pietra, con le chiese, le strade. le fontane e le case nobiliari dentro le mura; il secondo, tutt’intorno la città, nella piana dell’Aterno: un secondo centro storico fatto d’orti arborati: un ricamo fitto di assolcature, filari, vie campestri, linee d’acqua, con una trama non meno precisa e bella di quella che struttura e innerva il primo.

Nonostante l’impetuosa crescita post bellica, la piana dell’Aterno attorno al capoluogo conserva tutt’oggi ampi brani dell’arazzo verde raffigurato da Mortier, con il disegno fine degli appezzamenti, la rete vivida delle vie d’acqua, l’apertura della conca entro i confini maestosi delle cortine montane.

(L’Aquila, come le altre città abruzzesi, è quadruplicata nell’ultimo cinquantennio, le superfici urbane regionali sono passate da 8.000 a 30.000 ettari, invadendo prima  le conche intramontane, i fondovalle, l’ecosistema prezioso della stretta  lingua di piana costiera; poi aggredendo in forma dispersa e insidiosa il mosaico incantato della collina, quello raffigurato negli strepitosi disegni di Pericoli).

Ora, con i nuovi rioni del Piano CASE, al posto di praterie che resistevano dal tempo dei Sanniti, e le scellerate abitazioni “provvisorie” in mezzo agli orti, nei quali si coltivano ancora ortaggi e legumi d’antica tipicità, il paesaggio solenne e raccolto della conca va trasformandosi in una sguaiata Casoria di montagna.

(E’ una cosa mai vista: l’autorizzazione – basta un lotto da 3.000 mq -  di centinaia di alloggi ipocritamente definiti “temporanei”, si tratta di multiformi casupole che nessuno mai dismetterà),

Tutto questo consumando un suolo prezioso, irriproducibile, perché le terre brune della piana dell’Aterno derivano dalla re-sedimentazione dei materiali già pedogenizzati che le acque erodono dai versanti montani boscati:  suoli fertilissimi, nei quali è come se si concentrasse tutta la fertilità del più vasto ecosistema montano; terre dal regime idrologico fragilissimo, con una falda superficiale completamente indifesa.

Insomma una doppia tragedia: la storia che marcisce entro le mura e, tutt’intorno, un ecosistema ed un paesaggio storico, summa di tremila anni di civiltà appenninica, completamente devastato dai nuovi quartieri, i capannoni industriali che vuoti resteranno, le casupole provvisorie, ma qui di provvisorio ci sono solo le vite delle persone.

P.s. Il duplice sacco del l’Aquila come paradigma dei destino di un intero paese. Come Bush con l’Iraq, Berlusconi ha utilizzato scaltramente il terremoto per la definitiva soppressione del  governo pubblico del territorio. Ad aprile 2009 il dramma del sisma; nel maggio seguente, il doppio annuncio del progetto CASE e del piano CASA. Sono i due provvedimenti con i quali si chiude la storia della pianificazione pubblica in Italia.

Non che prima le cose andassero bene, ma era diverso. Gli strumenti derogatori della programmazione negoziata agivano entro uno schema che era ancora quello dettato dalla costituzione e dalla legge fondamentale del ’42: insomma, erano sbreghi dentro una tela che faticosamente ancora teneva. Dopo il maggio 2009 è tutto diverso: i brandelli di pianificazione che resistono sono per l’appunto scampoli, residui, ostinati velleitarismi, in un contesto generale nel quale la deroga, l’eccezione, il mercimonio sono diventati regola.

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Fig. 1. La cartografia di P. Mortier:  l’Aquila e la sua piana nei primi anni del ‘700.

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Fig. 2. La piana dell’Aterno, oggi
.

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Fig. 3. La piana dell’Aterno, oggi
.

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Fig. 4. I suoli della piana, un capitale di fertilità di valore assoluto.

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Fig. 5. I rioni del progetto CASE, sulle antiche praterie sannitiche
.

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Fig. 6. Gli alloggi “provvisori”, tutt’in giro per la piana.

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Tu non ricordi la casa dei doganieri
Sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.


Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. E io non so chi va e chi resta.

Eugenio Montale, La casa dei doganieri, 1930.

La grande cava sotto il nuovo Policlinico; il caseggiato di Masseria Vittoria la sovrasta. Le cave di tufo furono aperte a partire dai primi anni ’60, per soddisfare la fame di pietra della città che tracimava sulle colline. Sono enormi anfiteatri, di bellezza e silenzio solenne, come bacini relitti di mari interni, ora prosciugati, con falesie, istmi, rientranze…

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Prima, il tufo si cavava in grotte sotterranee: la città cresceva lasciando sotto i suoi piedi un labirinto di vuoti, sui quali ora miracolosamente regge.

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Le foto di Pio Russo Krauss mostrano l’errore clamoroso fatto dai Monti Lattari che, anziché allinearsi in senso appenninico, sbagliano strada, incuneandosi profondamente nel mare. Di qui l’assoluta particolarità di ecosistemi e paesaggi perché, come ha scritto Riccardo Motti, solo qui trovi compressa in meno di due chilometri tutta la sequenza di ambienti mediterranei, dalla vegetazione marittima alle faggete montane. E’ in posti come questi che capisci che bisogna andarci piano a dire “Mediterraneo”: nelle neviere del Faito, sotto le foglie di faggio, la neve resisteva fino ad agosto, ed il ghiaccio veniva venduto in città per i sorbetti.

Con l’associazione “Marco Mascagna” Pio organizza tutto l’anno passeggiate alla scoperta dei paesaggi e della natura in Campania, luoghi incredibili, più o meno noti, a un tiro di schioppo dalla città, con andata e ritorno nell’arco della giornata.

Le foto sono di un’escursione di fine inverno lungo il Sentiero degli Dei, da Nocelle a Bomerano.

Di questi itinerari Pio conosce ogni particolarità, la storia, gli aspetti naturalistici, gli scorci, le difficoltà. I tragitti che propone sono alla portata di tutti, possono essere affrontati senza particolare preparazione.

Pio è pediatra nel servizio sanitario nazionale, organizza programmi di educazione sanitaria e ambientale cui hanno partecipato in questi anni migliaia di insegnanti e studenti delle scuole pubbliche napoletane. E’ una delle figure più importanti dell’ambientalismo democratico a Napoli.  Il suo modo di fare è particolare: niente retorica né proclami, ma una seria documentazione, l’analisi fredda dei dati, il ragionamento, il confronto, la tenacia, la fedeltà a un’idea di servizio pubblico.

Uno strano tedesco a Napoli. Per molti di noi, un riferimento.

 

Il sito dell’Associazione Marco Mascagna: http://www.giardinodimarco.it/

La pagina facebbok dell’Associazione: https://www.facebook.com/pages/Associazione-Marco-Mascagna/204873329551070

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Per comprendere “Campagna flegrea”, l’opera di Barbara Yulak Roos, bisogna far ricorso a un termine anglosassone – land, magica parolina – che non ha un suo preciso corrispondente nella lingua italiana, e che serve a designare una certa porzione della superficie terrestre con tutti i suoi attributi fisici ed ecologici: morfologia, suolo, idrologia, clima, vegetazione.

Barbara esprime il legame con il land della sua vita, le terre struggenti e martoriate dell’area napoletana, rappresentandole con il suo sguardo, che è profondamente artistico e profondamente scientifico allo stesso tempo, cogliendone l’identità e l’essenza ecologica, al di là del doloroso caos che le trasformazioni dell’ultimo cinquantennio hanno creato.

Se il nostro agire scomposto ha comportato frammentazione, disgregazione del paesaggio, perdita di identità e di senso, il recupero di un giudizio di valore sui luoghi della nostra vita richiede secondo Barbara l’adozione di un punto di osservazione lontano nel tempo e nello spazio, che si ricongiunga alla lunga durata, al flusso della storia naturale, e che ci aiuti a cogliere la continuità, l’unitarietà, l’integrazione dei paesaggi e degli ecosistemi, il pulsare dell’acqua, della terra e della vita, anche sotto la sottile crosta, negli interstizi dei disordinati habitat urbani che costituiscono l’ambiente della nostra povera quotidianità.

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Barbara Yulak Roos espone le sue opere, tra le quali “Campagna flegrea”, presso la Fonoteca in via Morghen, al Vomero.

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Diresti che è inverno, e invece sono fioriti i mandorli sul colle della Madonna delle Grazie, tutt’intorno la chiesa medievale ferita, a Coppito, dove i fiumi de l’Aquila si incontrano, il Raio e l’Aterno.

Che mistero il mandorlo. E’ la pianta che offre di più, chiedendo meno. Cresce senz’acqua, quasi senza terra, sui calcari denudati per l’uso secolare. Albero di sobrietà assoluta, figlia di necessità. Eppure c’è un momento, pochi giorni, al termine della stagione morta, che tocca a lui, lui solo, di esprimere quanta bellezza ed eleganza c’è ancora in giro, gratuitamente, nel cosmo.

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