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Non era successo nemmeno nei giorni più bui della crisi del 2008, quando i giornali di mezzo mondo rimandavano le immagini della città e del suo hinterland sommersi dai rifiuti. Non era mai avvenuto che si scatenasse su così ampia scala una vera e propria psicosi contro i prodotti agricoli della Campania, che sta mettendo in ginocchio il comparto agricolo regionale. Una diffidenza del tutto immotivata, perché i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, come quelli in possesso delle principali catene di grande distribuzione, non evidenziano alcun particolare problema di sicurezza per i prodotti della piana campana.

Ma tant’è. Una martellante campagna mediatica ha già decretato, al di là di ogni evidenza tecnica e scientifica, una relazione implacabile tra crisi dei rifiuti e sanità delle nostre produzioni, che i consumatori italiani in questo momento rifiutano, finendo per altro per estendere quest’aura negativa a un’intera regione.

Il fatto è che nella pianura ai confini della città, in ciò che rimane dopo il sacco edilizio che ha moltiplicato per sei nel corso di un cinquantennio le aree urbanizzate, da 20.000 a 112.000 ettari, a spese dei suoli più fertili del globo terraqueo, operano nonostante tutto 30.000 aziende, che producono il 40% del valore delle produzioni agricole della Campania. Si tratta di un pezzo assolutamente vitale dell’economia regionale, un’industria verde, diffusa, silenziosa, nella quale lavorano,  in assenza di ogni riconoscimento sociale, politico, istituzionale, quei cittadini invisibili che sono gli agricoltori, custodi temporanei di un suolo e di una memoria già persi, ineluttabilmente destinati alla trasformazione edilizia.

In tutto il mondo si riscopre l’importanza della “filiera corta”, del valore strategico delle attività agricole prossime alla città, e noi che questa cintura agricola l’abbiamo veramente, ritagli preziosi di ecosistemi e paesaggi agricoli con tremila anni di storia, al di là delle brutture, delle infrastrutture invadenti di tangentopoli, del disordine urbanistico, stiamo inesorabilmente decretandone la fine, l’inutilità, anzi la pericolosità.

Tutto questo perché non riusciamo a operare una distinzione, necessaria e impellente, tra il territorio ferito, un migliaio di ettari scempiati dalle discariche, che è necessario immediatamente sottrarre alla produzione alimentare, e il restante 99%, che non sarà più il giardino descritto da Aldo Sestini mezzo secolo fa nel suo volume sui paesaggi italiani, ma è una campagna periurbana che soffre tutto sommato gli stessi acciacchi della pianura veneta o di quella padana, in una nazione che ha purtroppo scelto di localizzare i tre quarti del suo sistema urbano e industriale nell’angusto venti per cento di territorio pianeggiante, su quei suoli fertili che si doveva conservare come riserva alimentare strategica del paese. Così come era ad esempio previsto nel piano territoriale regionale Travaglini della fine degli anni ’60, rimasto purtroppo lettera morta assieme a tanti altri atti di programmazione, nel quale Manlio Rossi-Doria pensava alla piana campana come a una estesa  green belt, sul modello della Grande Londra, da preservare per le future generazioni.

Così non è andata, la Repubblica non ha dato buona prova di sé, ma è questo il momento della consapevolezza e di una ragionevole reazione. Non è possibile che l’economia e la società di un’intera regione muoiano per effetto di una notte comunicativa nella quale tutte le vacche sono nere. E’ urgente avviare una campagna di corretta informazione, insieme ad una strategia credibile di riordino di questi importanti territori nei quali, il vecchio Rossi Doria ha ancora ragione, le attività agricole non sono il problema ma la soluzione.

Antonio di Gennaro

Pubblicato su Repubblica Napoli del 13 ottobre 2013.

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