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Ennio_Flaiano

Chi distrugge di là, chi copre di qua: sono diventate l’arte e la bellezza i nostri nemici? Ad ogni modo, con le povere Veneri inscatolate, arrivano bei segnali di Italietta anni ’50, battiam le mani al direttore, e non c’è nemmeno Flaiano.

Immagine da wikipedia.it

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Un incontro inaspettato a S. Giuseppiello. nel frutteto della camorra dove i suoli vengono puliti utilizzando piante e microrganismi. Una creatura gentile, un segno di speranza.

(dedicato a Michele)

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli il 29 gennaio 2016

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Dovete immaginare la formazione del sistema metropolitano caotico nel quale abitiamo come un missile a più stadi, che attraversa tutte le fasi della storia repubblicana. La prima ondata è quella del trentennio dopo la guerra, nel corso del quale le superfici delle aree edificate febbrilmente raddoppiano. La crescita urbana si concentra soprattutto nel capoluogo, assieme ai comuni costieri a est e ovest, da Pozzuoli a Torre del Greco, dando così vita a una brutta copia, congestionata, della “Grande Napoli” immaginata da Nitti negli scritti di inizio ‘900.

La seconda fase inizia con il terremoto del 1980, e dura un altro trentennio. La città raddoppia di nuovo, ma questa volta la colata edilizia tracima oltre le colline di Napoli, riversandosi nella grande pianura, sui suoli più fertili del creato. Borghi rurali come Giugliano si trasformano d’improvviso in città con più di centomila abitanti. Non c’è un piano, la città esplode nella campagna, dando vita ad un caos di elementi rurali e urbani che si incastrano disordinatamente, senza più un ordine leggibile.

E siamo alla fase attuale, che penseremmo caratterizzata da un rallentamento dell’urbanizzazione,  ma nulla è più lontano dal vero. A scala metropolitana, nonostante lo scempio, la città occupa ancora “solo” il quaranta per cento della superficie territoriale, l’altro sessanta sono ancora boschi e campagne. Questo significa che c’è ancora da consumare, e infatti le superfici urbanizzate continuano a crescere al ritmo di duemila ettari l’anno, in barba al rischio ambientale, al paesaggio, al consumo del suolo.

Metà di questa nuova città è illegale, non ha dietro una previsione, un piano, un controllo, come vorrebbe la Costituzione, e soprattutto è difficile farla funzionare, averne cura. E’ impossibile infatti inseguire questa dispersione urbana dotandola delle reti, dei servizi essenziali, dei sistemi per la depurazione e i rifiuti. Lo scandalo della terra dei fuochi, alla fine, è soprattutto qui, nella insostenibilità ambientale, sociale ed economica di un sistema fondato sul disordine, sullo sperpero del territorio e delle sue risorse.

Nel frattempo, l’area metropolitana è diventata “città metropolitana”, con dentro i 92 comuni della vecchia provincia, ciascuno dei quali, come un bancomat impazzito, vorrebbe  continuare a disporre a piacimento della propria quota di capitale territoriale, nell’idea ancora di convertirla in consenso, controllo elettorale  e sociale.

In questa situazione drammatica, inspiegabilmente, lo statuto metropolitano di recente approvazione, non fa l’unica cosa veramente necessaria, quella di costruire un governo unitario di scala metropolitana delle trasformazioni territoriali. Un centro di potere sufficientemente lontano dagli interessi, in grado di perseguire, a beneficio di tutti, quegli obiettivi minimi di sostenibilità, che a scala comunale non riusciamo più a vedere.

Se non facciamo rapidamente questo, la democrazia locale è a rischio, il caso di Quarto insegna.  Lo ha scritto bene Paolo Frascani nel suo articolo su Repubblica  del 17 gennaio scorso (“Il destino sociale e civile dei comuni sotto tiro”): le amministrazioni comunali, di qualsivoglia segno e colore, non ce la fanno proprio a reggere la forza d’urto di un apparato di interessi consolidato, a forte controllo malavitoso. L’unica prospettiva è quella di promuovere una nuova capacità di governo, politica e amministrativa, di scala metropolitana.

In questa complessa partita è necessario assolutamente comprendere che Quarto siamo noi, che c’è una inscindibile comunità di destino, ma anche che il ruolo di Napoli è decisivo. Il capoluogo rappresenta solo un decimo del territorio metropolitano, ma comprende un quinto delle aree urbanizzate, un terzo della popolazione. Dalla credibilità del suo gruppo dirigente, delle proposte che esprimerà, delle responsabilità generali che sarà in grado ad assumere, dipenderà il suo ruolo. Che potrà essere quello di socio di riferimento dell’alleanza, oppure di giocatore scomodo, contro il quale tutti gli altri, alla fine, scelgono di coalizzarsi. Per questo, anche scelte felici e improvvise come quella della Apple, sarebbe meglio viverle come un gol di Higuain, un risultato di squadra, un buon segnale per l’intero sistema metropolitano, piuttosto che come affermazione solitaria di un comune capoluogo che non riesce più a parlare con il suo territorio.

L’immagine stupenda è di Simonluca da flickr (link)

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Mattina gelida, asciutta, che taglia, ma c’è un minuto di luce in più. L’inverno è la fucina della vita.

Paolo Frascani, Repubblica Napoli del 17 gennaio 2016

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Non sparate sul pianista. I comuni della provincia (ex), di Napoli, sono sotto tiro. Il fantasma mortifero dell’inquinamento nella Terra dei fuochi aleggia nuovamente. È una minaccia che grava su molte comunità del territorio metropolitano: il marchio di una condizione ambientale irredimibile. Si torna a parlare anche di Pomigliano d’Arco, e non per ricordare il primato, riconosciuto al gruppo Fiat/Chrysler, di leader nazionale delle vendite, (più 21 per cento, su base annua),né per la buona prova data dalla coabitazione tra sindacati e dirigenza. Il centro è salito agli onori della cronaca per la polemica sui festeggiamenti per il santo patrono: chiudere per un giorno lo stabilimento o continuare la produzione. Soluzione, questa, che, alla fine, è prevalsa, ma senza impedire che “il caso” mettesse in mostra la difficoltà di armonizzare la sensibilità religiosa con la competizione globale. E, infine, Quarto, divenuta emblema della crisi politica delle periferie meridionali.

I fatti sono noti. Confuso è, invece, il profilo dei loro protagonisti, dedotto dalla cronaca: Rosa Capuozzo, il sindaco sull’orlo di una crisi di nervi, ferma nell’anteporre le ragioni del territorio alla “ragion di stato” del direttorio grillino, ma anche vulnerabile, perché sotto l’osservazione della magistratura, e, quindi, il gruppo consiliare che, pur con significative defezioni, continua a sostenerla. Sono “politici per caso”, spinti dagli stessi dirigenti che oggi li scomunicano, a scendere in campo per scompaginare i giochi della politica locale. Impreparati di fronte a un compito di tal genere, sono stati scacciati dal paradiso terrestre dei puri e immarcescibili seguaci del grillismo, per l’appoggio dato al sindaco. Una scelta che suscita le critiche di un Pd scatenato contro le incongruenti ipocrisie del direttorio 5stelle, ma offre anche lo spunto per una riflessione sulla politica locale. Quarto ha bisogno di essere governata. Ha sperimentato la presenza di interessi malavitosi che, dopo averla cementificata, cercano di assicurarsene il controllo politico, mediante connivenze e appalti pilotati. L’amministrazione Capuozzo ha ricevuto un mandato dalle urne e intende onorarlo. Il suo portavoce ha annunciato con voce esitante, ma con autentica determinazione, l’intenzione di appoggiare il sindaco; poi il fronte si è incrinato, ma i giudizi raccolti dalla telecamera, (Sky Tg 24) per le strade del piccolo centro, sono unanimi: invitano la giunta a non dimettersi. Non aggiungono che il problema politico locale, il destino sociale e civile della loro comunità, è stato completamente ignorato, e ciò non è irrilevante. La vicenda di Quarto non si esaurisce in ambito municipale perché chiama in causa la formazione di un nuovo ceto politico, nell’intera area metropolitana. Riguarda i cittadini che qui , come in altri comuni, durante la crisi dei rifiuti, e domani, magari, a Napoli, scendono in campo contro i vuoti e le omissioni della politica “ufficiale”. Una scelta che non può essere demonizzata dai partiti politici, né strumentalizzata dalle pratiche spregiudicate dei giovani leader pentastellati. Sono immemori del tempo della propria formazione politica, speso a “contrastare” in altre Quarto della “provincia abbandonata” e pensano, ormai, “in grande”, chiudendo rapidamente i conti con questo territorio. Non è la strada da seguire.

I criteri di selezione del ceto politico municipale vanno concordati su una più ampia scala istituzionale. La Terra dei fuochi in attesa di redenzione, Pomigliano costretta tra il vecchio retaggio comunitario e un nuovo futuro economico, sono parte integrante, con Quarto, della città metropolitana di Napoli, e, come tali, vanno aiutate ad affrontare le proprie difficoltà. Conviene ricordarlo a tutti, per guardare da vicino l’evoluzione di un territorio che non si lascia interpretare dalla ristretta prospettiva del Centro Storico di Napoli né, tanto meno, dalle stanze della politica romana.

L’immagine è tratta da vesuviolive.it

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Pio Russo Krauss, responsabile per l’educazione sanitaria dell’ASL Napoli 1, ha studiato il rapporto SENTIERI, il documento che ha riattivato negli ultimi giorni le polemiche sulla Terra dei fuochi. Le sue riflessioni in proposito, pubblicate sulla pagina facebook dell’Associazione Marco Mascagna, sono un documento importante e prezioso, da leggere, meditare, tenere a mente, diffondere. Grazie Pio!

Vai alla pagina facebook dell’associazione Marco Mascagna

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Antonio di Gennaro, 15 gennaio 2016

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Una recente sentenza del tribunale di Velletri ha sancito la correttezza dell’informazione fornita da l’Espresso nel suo numero, quello con la copertina tutta nera, e la scritta “Vedi Napoli e poi muori”.  Il servizio era basato sullo studio US Navy che analizzava il rischio per il personale delle basi dell’area napoletana. (Vale la pena di rileggerli quell’articolo e quello studio, alla luce delle conoscenze che nel frattempo sono state acquisite.)

Questa notizia, associata a quella sul recente aggiornamento del rapporto “SENTIERI” dell’Istituto Superiore di Sanità, viene ora interpretata dai leader dei movimenti Terra dei fuochi come ulteriore conferma delle tesi sull’eco-disastro totale.

Cosa dire? Le finalità dello studio americano, costato molti milioni di dollari, erano quelle di valutare a scala geografica le condizioni di rischio cui era esposto il proprio personale, adottando nel far questo standard di riferimento di gran lunga inferiori a quelli di legge, sia di quella italiana, europea, che di quella americana.

Nel riprendere le conclusioni dello studio, l’Espresso confonde i limiti di rischio, con quelli di legge.  Accomunando per di più in un solo fascio l’approvvigionamento idrico da reti pubbliche, che nella città di Napoli, non scherziamo proprio, fornisce un servizio di assoluta sicurezza ed eccellenza (più di centomila controlli annui, in parallelo con quelli ulteriori fatti dal servizio sanitario nazionale), con quelli della città illegale o abusiva, che si approvvigiona non da quella formidabile, instancabile  fabbrica di acqua buona che è il nostro appennino calcareo, ma alla prima falda della grande pianura antropizzata, notoriamente caratterizzata da bassa qualità (lo dice già il nostro Piano di tutela dell’autorità di bacino), commettendo così un errore grossolano.

Il magistrato dice che tutto questo non infrange la correttezza deontologica. Che dire? E’ un povero paese quello dove la gestione dei problemi ambientali e sanitari  (si parli di terra dei fuochi, qualità dell’acqua, casi Stamina e Di Bella, fino all’infezione da Xylella)  è sistematicamente affidata a una sentenza giudiziaria.

La sensazione è che comunque, al di là delle isterie, si stia lentamente formando un giudizio pubblico più equilibrato, aderente alla realtà e orientato alla risoluzione dei problemi, piuttosto che alla loro eterna riproposizione mitica. E’ un gioco faticoso e lungo. Del resto, l’ha scritto un po’ di tempo fa Toqueville: peggio di un regime politico che consente la libertà di stampa, ci sono solo quelli che non la ammettono. E’ la stampa, bellezza.

Immagine tratta da http://www.ecologiae.com

Giuseppiello

Antonio di Gennaro, 12 gennaio 2016

L’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità sulle malattie tumorali nella Terra dei fuochi ha agito a scoppio ritardato. Pubblicato in sordina lo scorso mese di settembre, il documento è finito solo da pochi giorni al centro del dibattito pubblico, per vie traverse, dopo la sua pubblicazione sul sito dell’Agenzia ambientale toscana, riattivando d’improvviso polemiche e accuse che parevano provvisoriamente sopite.

In particolare, le conclusioni cui giunge lo studio, con l’evidenziazione di eccessi di mortalità, incidenza e ospedalizzazione per malattie tumorali nei 55 comuni delle province di Napoli e Caserta interessati dal decreto Terra dei fuochi, con particolare riferimento al primo anno di vita e all’infanzia, sono stati impiegati dagli esponenti più in vista del movimento Terra dei fuochi per criticare aspramente quanti avevano a loro dire sottovalutato o negato l’entità dei problemi.

E’ opportuno a questo punto fare un po’ di ordine. Il rapporto dell’Istituto Superiore è un adempimento istituzionale, previsto della legge sulla “Terra dei fuochi”, e costituisce un aggiornamento dello studio SENTIERI, che fotografa la situazione al maggio 2014. Non si tratta dunque di dati nuovi, ma di un’ulteriore elaborazione di quanto si sapeva già, con alcune novità rappresentate dall’attenzione che lo studio rivolge alla popolazione infantile e adolescenziale, e al fatto di prevedere, tra i fattori di normalizzazione dei dati, oltre a quello dell’età, anche la deprivazione sociale.

Per il resto, la metodologia è la stessa impiegata nelle precedenti versioni dello studio SENTIERI: un approccio che, a quanto scrivono gli autori dello studio “… non consente in linea generale, la formulazione di valutazioni di nessi causali”, che non è in altri termini in grado di determinare le cause delle patologie indagate, e ciò vale tanto più, è scritto espressamente nel rapporto, per malattie come i tumori, “ad eziologia multifattoriale”, che possono cioè dipendere da cause molteplici.

Viene allora da chiedersi perché, tra le diverse sorgenti di contaminazione (traffico veicolare, industrie, ecc.) presenti in un’area a forte urbanizzazione, quale quella della Terra dei fuochi, l’attenzione debba aprioristicamente cadere sul fattore “rifiuti”, caratterizzato per di più al suo interno da enorme eterogeneità (rifiuti urbani, speciali, pericolosi…),  e da modalità molteplici di interazione con le diverse matrici ambientali (aria, acqua, suolo).

Ancora, gli eccessi di mortalità, incidenza e ospedalizzazione rilevati dallo studio SENTIERI emergono dal confronto dei dati relativi ai 55 comuni compresi nel decreto Terra dei fuochi, con quelli relativi al resto della Campania, ed è questo un punto dello studio che appare francamente debole, perché in tal modo un segmento importante dell’area metropolitana Napoli-Caserta, uno dei territori più antropizzati d’Europa, con densità abitativa superiore ai duemila abitanti per chilometro quadro, viene raffrontato con realtà rurali, che presentano densità demografiche anche venti volte inferiori.

Di qui la proposta, pure avanzata, che il confronto venisse effettuato tra i 55 comuni identificati dal decreto Terra dei fuochi, e realtà urbane adiacenti, a comparabile grado di urbanizzazione. Se il raffronto viene fatto in questi termini, le cose cambiano notevolmente, perché le tendenze evidenziate nel rapporto SENTIERI per il territorio dei 55 comuni, si riscontrano anche in comuni esterni al perimetro considerato, come evidenziato dall’epidemiologo Mario Fusco, direttore del Registro Tumori dell’ASL Napoli3, ed allora francamente non si comprende più l’utilità dello studio, se l’obiettivo era quello di dimensionare e localizzare i problemi, orientando la progettazione delle politiche e degli interventi di risanamento e recupero.

Tornando alle polemiche di questi ultimi giorni, nessuno intende negare sofferenze e criticità dell’area metropolitana Napoli-Caserta. Il disordine territoriale, il degrado dei paesaggi, la desolante qualità di vita, fedelmente registrata del resto dalle recenti classifiche nazionali, necessitano di risposte indifferibili, adeguate. La bonifica è una priorità, ma meglio sarebbe partire da una sobria e capillare messa in sicurezza, per suturare le ferite e interrompere le contaminazioni.

Come si stava facendo a Giugliano, nei luoghi simbolo del disastro, con la discarica Resit, e il podere di S. Giuseppiello, sei ettari incantati di ciliegi, peschi e pruni di proprietà dei fratelli Vassallo, intossicati dal cromo dei fanghi di conceria, che il Commissariato di governo per le discariche, con i ricercatori della Federico II, stanno recuperando con l’impianto di boschi verdi di fitodepurazione, nuovi capisaldi ecologici e di civiltà. Un progetto pilota a basso costo, applicabile in tempi brevi alle tante ferite della piana massacrata, inspiegabilmente bloccato perché il Commissariato è in attesa di proroga governativa. Un messaggio concreto di speranza, da riattivare con urgenza.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 13 gennaio 2016 con il titolo “Metodo e dati” ecco i punti neri della ricerca”

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M’era sfuggito il reportage sulla Xylella di Daniele Rielli  (qui il link), pubblicato su Internazionale.it il 24 dicembre 2015, non a Francesca Santagata, Massimo Fagnano e Silvestro Gallipoli, che lo hanno opportunamente ripreso sulla loro pagina facebook.

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