You are currently browsing the category archive for the ‘Politica e istituzioni’ category.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 31 gennaio 2018

Come sta l’agricoltura della Campania dopo la tempesta perfetta della Terra dei fuochi? L’economia della regione cresce più che nel resto d’Italia (+3,2% nel 2017), e la domanda allora è quanto le produzioni della terra contribuiscano a questo risultato, se il motore di Campania felix ha ripreso finalmente a girare. “Repubblica” lo ha chiesto a Vincenzo Sequino, che dirige da anni la sezione campana dell’Istituto nazionale di economia agraria, e di queste cose è autorevole e attento osservatore.

Il ritratto dell’agricoltura regionale fatto da Sequino è per molti aspetti inatteso, lontano dagli stereotipi della comunicazione strillata degli ultimi anni. Nel suo racconto, la crisi della Terra dei fuochi non ha colpito tutti i produttori indistintamente, ma i più piccoli e i più deboli, minacciando l’integrità sociale e territoriale della nostra agricoltura, prima che quella economica. Per quanto riguarda il futuro poi, la Campania, se vuole lasciarsi veramente alle spalle gli anni difficili, ha bisogno di politiche agricole molto diverse da quelle sperimentate sinora.

La prima domanda, naturalmente, è quanto ci è costata Terra dei fuochi, quanto ha pesato sull’economia della Campania.

«Il rapporto che l’Inea (che da poco ha un nuovo nome, ora si chiama Crea) ha redatto per il governo lo dice con chiarezza: a pagare sono stati i piccoli produttori, che sono una componente non secondaria del nostro sistema agricolo. Le aziende più grandi, quelle che hanno potuto permettersi le certificazioni, non hanno sofferto cali di fatturato. Anzi, l’export è addirittura un po’ aumentato. Il piccolo produttore invece ha dovuto svendere verdura e frutta di alta qualità con ribassi fino al 75%, e in forma anonima, con i nostri prodotti che sono stati etichettati con provenienze diverse dalla Campania. Molti agricoltori, anche giovani da poco entrati in attività, sono falliti, le terre sono in abbandono, in mano alla speculazione fondiaria. Il disastro territoriale e sociale si unisce a quello economico e per certi versi preoccupa di più».

E adesso?

«Le statistiche vanno lette con attenzione, perché l’agricoltura è un settore strutturalmente “anticiclico”, funziona un po’ come un ammortizzatore: va meglio quando il resto dell’economia va male, ed ha invece risultati meno esaltanti quando le cose vanno bene. È quello che è successo negli anni scorsi e sta succedendo ora. Quando c’era recessione l’agricoltura era l’unico settore non in rosso. Ora che l’economia è ripartita i dati, ad esempio quelli Svimez, dicono invece che l’agricoltura è l’unico settore in flessione, mentre tutti gli altri crescono. Ma qui ha ancora ragione Manlio Rossi-Doria, le cose dell’agricoltura vanno valutate su tempi diversi, mantenendo il passo “dei cavalli dal fiato lungo”».

Se i dati congiunturali non ci indicano la direzione, a cosa dobbiamo guardare allora?

«Bisogna capire innanzitutto qual è il ruolo dell’agricoltura in un’economia moderna, post-industriale. In apparenza, il contributo del settore primario al Pil, il prodotto interno lordo, è molto piccolo, intorno al 2,6%. L’agricoltura sembrerebbe una voce assolutamente marginale » .

Ed invece?

«Il Pil agroalimentare è come un missile a più stadi. Se a questo valore aggiungiamo quello dell’industria di trasformazione raddoppiamo, e arriviamo al 5%. Dobbiamo poi considerare la distribuzione commerciale, ed allora triplichiamo, e siamo al 16%. Manca ancora una quota, quella legata alla ristorazione, al turismo eno-gastronomico e culturale e al paesaggio. In questo modo possiamo arrivare intorno al 20%, vale a dire un quinto del Pil, che non è poco».

Perché il Pil agroalimentare è così importante?

«Perché è la parte del prodotto interno lordo che è più legata al territorio, quella che in tempi di globalizzazione è più difficile copiare e replicare altrove. Insomma, si tratta del pezzo di economia – pensiamo alla mozzarella di bufala, ai grandi vini campani, al San Marzano e agli agrumi della Penisola e della Costiera – che, se sei bravo, nessuno può portarti via. È una parte importante del tuo brand, della tua capacità di imporre la tua cultura, il tuo stile di vita, di quello che il politologo americano Nye ha chiamato “soft power”. Per una regione come la Campania, seconda solo alla Toscana per numero di visitatori dei musei, si tratta di una risorsa importante. Nella piana del Sele noi già assistiamo a questa integrazione tra agroalimentare, cultura e turismo, per merito di imprenditori e amministratori che hanno intuito queste possibilità e ci hanno creduto. È un modello da comprendere, e da riproporre. Certo poi, a mettere insieme il restante 80% del Pil della regione devono pensare l’industria, le manifatture e i servizi. Chi propone un futuro per il Mezzogiorno fatto solo di agricoltura e turismo, sta raccontando fesserie. Ma c’è dell’altro…».

A cosa si riferisce?

«Gli agricoltori sono relativamente pochi, solo il 6% circa degli occupati, ma fanno un lavoro importante: tengono in ordine il 90% del territorio regionale, che non è fatto di città ma di coltivi, pascoli e boschi. Sono loro che provvedono ogni giorno alla cura del paesaggio, e alla prima difesa dei suoli. Tutto questo ha un nome, si chiama “multifunzionalità”, ma nessuno paga gli agricoltori per il loro lavoro, gli aiuti comunitari servono anche a questo».

Quale politica occorre allora per realizzare queste cose?

«La domanda va declinata al plurale, perché non esiste un’agricoltura della Campania: abbiamo ormai una molteplicità di territori – pensiamo alla piana del Sele, al Cilento, la pianura Campana, la valle Telesina, le terre del Garigliano e del Roccamofina, gli altopiani del Fortore – ciascuno dei quali ha un suo sistema produttivo, le sue filiere, i suoi prodotti di qualità. Ciascuno ha le sue esigenze, e non basta una politica sola. Anche qui dobbiamo tornare a Rossi-Doria e al suo slogan “a realtà diverse politiche diverse”. Anche il nostro modo di usare i fondi comunitari deve cambiare profondamente».

In che senso?

«Ci è mancata una strategia. Abbiamo pensato che i regolamenti comunitari ci fornissero loro una strategia, e invece sono solo la cassetta degli attrezzi per fabbricarcene una, che sia solo nostra. Li abbiamo recepiti troppo passivamente, in maniera poco selettiva. È venuto il momento di capire prima chi siamo e di cosa abbiamo bisogno, e poi usare gli attrezzi che veramente servono, nel posto giusto. Ci serve un po’ più di consapevolezza, e di personalità».

È un programma estremamente impegnativo.

«L’importante è iniziare, decidere quale agricoltura immaginiamo tra vent’anni: se veramente desideriamo un tessuto di aziende più grandi e solide, accostandoci alla media europea; agricoltori più giovani e preparati; un sistema di ricerca e assistenza tecnica che promuova innovazione e renda i nostri prodotti più competitivi sul mercato globale. Un territorio e un paesaggio finalmente più curato e ordinato. Su tutte queste cose dobbiamo assegnarci un programma, e lavorarci con pazienza, senza cambiare direzione ogni volta. I cavalli dal fiato lungo di Rossi-Doria servono ancora», conclude Vincenzo Sequino.

Il sindaco di Orta di Atella condannato a 8 anni di carcere. L’urbanistica e il territorio di un paese erano in mano ai clan. Una situazione descritta analiticamente da Agostino Di Lorenzo sul numero 73/74 della rivista di scienze sociali “Meridiana” “ECOCAMORRE “. L’articolo di Agostino era titolato: L’anticittà della camorra: la condizione disurbana della provincia di Napoli. Conviene andare a rileggerselo. Ancora prima, Antonio D’Agostino aveva denunciato proprio il malaffare di Orta d’Atella, organizzando un incontro di denuncia con le Assise di Palazzo Marigliano. Adesso, le notizie sul processo al sindaco di Orta di Atella riportate da Repubblica Napoli l’11 gennaio scorso confermano che non si trattava di elucubrazioni: secondo i giudici è andata proprio così.

 

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli, 20  dicembre 2017

L’annuncio di Invitalia che bisognerà ripetere la bonifica sull’intera area ex- Ilva, anche quella sulla quale si è già lavorato, è stato accolto con una certa freddezza da un’opinione pubblica già provata da vent’anni di opacità e inconcludenza, e viene da chiedersi cosa augurarsi ora dalla cabina di regia di domani, e in che modo sia possibile ridare smalto e credibilità al progetto istituzionale per Bagnoli. Certo, il comunicato di Invitalia pone alcuni interrogativi. Con lodevole trasparenza, l’Agenzia aveva tempestivamente pubblicato sul proprio sito i risultati dell’attività di caratterizzazione dei suoli e delle falde. Il passo successivo, stando alla legge, era quello dell’analisi di rischio, ma a questo punto c’è stata un’improvvisa accelerazione, dai dati di base si è passati direttamente all’annuncio che le gare per i lavori di bonifica sarebbero state avviate già a partire dal 22 dicembre prossimo, sull’intera area.

Il percorso delineato dal decreto legislativo 152/06 è diverso, lo ha spiegato bene Carlo Iannello nel suo articolo del 17 novembre scorso, proprio su queste pagine. Come scrive Iannello: « Le bonifiche dei suoli inquinati vanno eseguite solo dopo un’analisi di rischio che attesti la pericolosità sanitaria e ambientale di un sito: non è sufficiente il superamento delle soglie di contaminazione » . Il discorso di Carlo non fa una piega: con l’analisi di rischio noi passiamo da un rischio solo ipotizzato, ad un rischio concreto, specificatamente riferito a quell’ecosistema, all’uso che intendiamo farne, al contesto nel quale ci troviamo. Da una bonifica astratta, tabellare, ad una bonifica pragmatica, che misura gli sforzi in funzione degli obiettivi concreti da raggiungere. Nel dettagliato rapporto 2016 di Confindustria sulle bonifiche, una delle cause di inefficienza del sistema a scala nazionale ( sino ad oggi in Italia si è riusciti a bonificare poco meno di un quinto delle aree contaminate presenti nei Siti di interesse nazionale) è identificata proprio in questo aspetto: nell’incapacità di applicare la legge per intero.

A Bagnoli questo ragionamento non è stato ancora fatto, e ci si chiede allora come sia possibile definire i capitolati d’appalto, non avendo determinato le soglie di rischio; come siano state individuate le aree da bonificare e i relativi obiettivi, e cosa in definitiva chiederemo di fare alle ditte che eseguiranno i lavori.

Tanto più che i dati di caratterizzazione dei suoli evidenziano, specie nel primo metro di profondità, criticità piuttosto localizzate, che andrebbero ad ogni modo confrontate, se si intende ancora una volta applicare bene il decreto 152, con i valori di fondo, non solo quelli naturali ma anche quelli antropici, derivanti cioè dalle nostre molteplici attività. Abitiamo un’area densamente antropizzata, motorizzata e (nel bene e nel male) industrializzata, nella quale molte delle sostanze rilevate a Bagnoli dalle attività di caratterizzazione sono ubiquitarie, e la prospettiva, se si ragiona così sbrigativamente, sarebbe quello di dover sbaraccare mezza città metropolitana.

Resta il fatto che la formula istituzionale che il ministro De Vincenti è riuscito a costruire è quella giusta: la cabina di regia nella quale cooperano e dialogano i diversi livelli di governo, dallo Stato al Comune, passando per Regione e Città metropolitana, è la materializzazione dell’idea sacrosanta che il recupero di Bagnoli è una questione nazionale, che richiede il contributo di tutti. Alla cabina è dunque lecito chiedere una serie di cose.

La prima è che si faccia la bonifica giusta, quella prevista dalla legge – tutta la legge – senza forzature. Quello che i cittadini chiedono in questo momento non è un’azione esemplare, simbolica, riparatoria, ma buone decisioni e buona amministrazione. Bisogna usare bene i 270 milioni stanziati, che sommati ai 600 già spesi fanno quasi 900 milioni, poco meno di quanto è costato Expo, con la differenza che noi abbiamo investito questa considerevole cifra non per generare conoscenza, turismo, immagine, ma piuttosto per fare movimento terra.

La seconda cosa indispensabile per dare credibilità al processo è il cronoprogramma, con valore di patto inderogabile con la collettività, e con le unità di misura che non devono essere espresse in anni ma in mesi. Sarebbe bene poi relazionare periodicamente alla città e all’Italia su quanto si sta facendo, i risultati ottenuti, le difficoltà incontrate, i soldi spesi.

E, soprattutto, aprire finalmente l’area ai cittadini, c’è da abbattere un muro fisico oltre che di diffidenza, e tutto un rapporto tra la gente e i luoghi da ricostruire. Infine, se davvero si vuole dare il segno che si sta facendo sul serio, bisogna privilegiare la sostanza, i funzionamenti basilari del nuovo quartiere che sta nascendo. In Europa i nuovi insediamenti partono dal ferro, Copenaghen fa scuola, il principio è: prima il treno quindi le case. La linea 6 non basta, è una navetta da parco tematico.

Bisogna ridare priorità nei piani di investimento alle due linee previste dal piano regolatore, mettendo veramente la nuova Bagnoli, fin dall’inizio, in rete col resto della città e dell’area metropolitana. Dobbiamo liberare il quartiere storico dalla mortificante stretta dei binari della Cumana e della Metropolitana. Pensare al trasporto sostenibile, prima che ai porti turistici e agli alberghi. L’uso sobrio dei fondi deve servire anche a questo.

 

Mario Deaglio, La Stampa del 13 dicembre 2017

Secondo una convinzione largamente diffusa, gli italiani sono «brava gente»: sono pacifici, sensibili e civili e un pezzo di pane al vicino in difficoltà non si nega mai. Naturalmente non mancano importanti esempi in questo senso, ma nel suo complesso il paese sta andando in una direzione diversa.

L’Italia non è diventata solo «rancorosa», come l’ha definita il Censis nel suo 51° Rapporto, ma anche sempre più spaccata tra «ricchi» e «poveri», tra «chi è dentro» e «chi è fuori» come la descrive l’Eurostat in uno studio reso noto ieri. L’Istituto di Statistica dell’Unione Europea analizza la «deprivazione materiale e sociale», una definizione allargata di povertà che tiene conto non solo dei redditi ma anche della capacità della gente di soddisfare bisogni «normali» come quello di abitare in una casa sufficientemente calda, di essere in grado di sostituire un capo di vestiario consunto, di possedere almeno due paia di scarpe.

In base a questi criteri, l’Italia, con il 17,2 per cento della popolazione è sopra la media europea dei «deprivati» e quindi degli esclusi, e, in particolare, sopra i valori di quasi tutti i grandi Paesi del Continente (tra questi, la sola Spagna fa marginalmente peggio di noi).

Con valori più alti dei nostri troviamo soprattutto i Paesi del Sud e molti Paesi dell’Est (ma non la Polonia, la Slovenia e l’Estonia). Il tasso di «deprivazione materiale e sociale» della Germania è pari a poco più della metà di quello italiano, in Austria è ancora inferiore. Tutto ciò fa sì che, passando dalle percentuali ai numeri, l’Italia abbia la poco invidiabile caratteristica di essere in testa alla classifica del numero delle persone in difficoltà con quasi dieci milioni e mezzo di abitanti, contro i 7-8 milioni di Francia e Regno Unito – che hanno una popolazione sostanzialmente pari alla nostra – e della Germania che ha un terzo di abitanti in più dell’Italia.

Se poi si adottano i criteri dell’Istat sugli «italiani a rischio povertà o esclusione sociale» si raggiunge il 30 per cento della popolazione con un fortissimo divario tra il Nord, i cui valori sono abbastanza vicini alle medie europee e il Mezzogiorno dove si è prossimi alla metà della popolazione. E quasi ovunque la tendenza è all’aumento.

L’allargarsi dell’area di esclusione-povertà è un fenomeno mondiale. È però più sopportabile là dove i redditi aumentano con un buon ritmo e i livelli di reddito pre-crisi sono già stati superati, il che fornisce a tutti almeno qualche speranza di inclusione. È anche per questo che centinaia di migliaia di giovani italiani, spesso dotati di livelli medi ed elevati di istruzione, si sono trasferiti e si stanno ancora trasferendo all’estero.

In Italia la crisi economica ha tagliato i redditi più che altrove, ma forse il suo danno peggiore è quello di aver ridotto (per moltissimi giovani, quasi annullato) una speciale porzione del «capitale umano» fatta di fiducia, entusiasmo, programmi, piani di vita. E questo è il succo di cui si nutrono le «vere» riprese, che non possono essere solo economiche ma devono avere alla base qualche obiettivo ideale.

Possiamo certo congratularci di aver fatto ripartire, sia pure, per il momento, a velocità medio-bassa, la «macchina dell’economia» ma dobbiamo riconoscere di non essere finora riusciti a far ripartire la «macchina della società». Ci concentriamo sui sondaggi pre-elettorali ma dimentichiamo che tali indagini – come quella di La 7 resa nota lunedì sera – mostrano che, se si votasse oggi, la somma dei non votanti, di coloro voterebbero scheda bianca o non saprebbero a quale lista dare il loro appoggio, supera di un soffio la metà degli intervistati (e quindi la metà degli italiani).

Può una metà del Paese far finta che l’altra metà non esista? A considerare questo fine legislatura e inizio di fatto della campagna elettorale, si direbbe di sì. È sufficiente gettare un piccolo sguardo alle migliaia di emendamenti alla legge di bilancio 1918, in discussione alla Camera: rappresentano il trionfo del particolarismo, degli interessi di piccoli gruppi. O quando si affrontano i «grandi problemi», lo si fa solo a livello di principi, senza preoccuparsi di dove possano provenire le risorse per realizzarli. Possiamo solo augurarci che il modo degli italiani – e delle forze politiche italiane – di guardare alla loro società e alla loro economia migliori nel corso delle settimane che ci separano dalle urne; e che l’Italia trovi il coraggio di guardarsi nello specchio.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 7 dicembre 2017

C’è un punto sul quale SVIMEZ ritorna ormai con insistenza in ogni rapporto annuale, e non riguarda i soldi ma gli uomini: a separare il Mezzogiorno dal resto del paese c’è un nuovo dualismo, quello demografico, nell’ultimo quindicennio il saldo migratorio negativo supera le 700mila unità, per i tre quarti sono giovani tra i 15 e i 34 anni, un terzo di questi è laureato. SVIMEZ chiama tutto questo “depauperamento del capitale umano”, la piramide demografica perde in basso il suo basamento di gioventù, il risultato è che anche i conti futuri sono a rischio, assieme a quel po’ di welfare che è rimasto.

Il decreto De Vincenti (” Disposizioni urgenti per la crescita economica nel Mezzogiorno”), che diventerà operativo con l’inizio del nuovo anno, è una risposta allo scenario drammatico che il Sud d’Italia ha davanti. In particolare, due provvedimenti – le misure per l’imprenditoria giovanile (“Resto al sud”), e quelle per l’affidamento ai giovani delle terre inutilizzate (la “Banca delle terre incolte”) – sono stati presentati dal ministro nel corso di un recente convegno a Napoli, ed oggetto di riflessione sulle pagine di questo giornale, con un approfondito articolo di Mariano D’Antonio.

Sulla banca delle terre è però il caso di ritornare. Con il suo decreto, il ministro De Vincenti rivede in qualche modo l’approccio della legge 154 del luglio 2016, che non ha dato finora grandi risultati, per evidenti errori di impostazione. Essa prevede infatti la vendita ai giovani, attraberso l’ISMEA, di circa ottomila ettari di terre incolte, di cui solo 150 circa in Campania, a prezzi sostanzialmente di mercato, con mutui agevolati.

Pensare di avviare i ragazzi all’attività agricola, indebitandoli a lungo termine, non è una buona idea: nelle agricolture più avanzate della nostra, quella francese o tedesca ad esempio, la proprietà della terra è un’eccezione, i tre quarti delle terre coltivate sono in fitto, mentre da noi è l’esatto contrario, ed è per questo che le nostre aziende sono più piccole e meno competitive, e il mercato fondiario è tendenzialmente rigido.

De Vincenti ha cambiato il meccanismo, puntando sul fitto delle terre di proprietà pubblica, anziché sulla vendita, con contratti di nove anni, rinnovabili per altri nove. E’ prevista anche la possibilità di prendere in fitto immobili in abbandono da almeno quindici anni, e terreni privati, non coltivati da più di dieci anni, previo naturalmente l’assenso dei proprietari. Il decreto prevede che siano i comuni a censire le terre pubbliche incolte, pubblicando l’elenco sul proprio sito, e predisponendo bandi per il loro affidamento a giovani tra i 18 e i 40 anni, che abbiano presentato un progetto di valorizzazione e reimpiego agricolo dei beni.

Funzionerà tutto questo? Ho provato a chiederlo a un amministratore che questo percorso già l’ha avviato. Antonio Montone dal 2005 è sindaco di Castello del Matese, un piccolo comune di mille e quattrocento abitanti, sul fianco del grande massiccio. Ha censito meticolosamente i 700 ettari di pascoli e coltivi di proprietà pubblica presenti nel suo territorio, che dai 500 metri di quota si arrampica fino all’altopiano di Campitello, al confine col Molise, attraverso valli di bellezza spettacolare, dove vola l’aquila reale. I suoli pubblici sono affidati a pastori e agricoltori, con regolari contratti, così da poter beneficiare degli aiuti europei. In particolare trenta ettari, in vetta, il comune li ha affidati ad una cooperativa di giovani (tre architetti, 2 psicologi, un laureato in scienze ambientali), che li gestisce assieme al rifugio e alla pista da sci.

“La cosa importante da capire è che rimettere in produzione le terre incolte è un’opera impegnativa e costosa. Un vero e proprio miglioramento fondiario. Questo significa che non basta dare in fitto le terre ai ragazzi, occorre anche un minimo di capitale finanziario, insieme all’assistenza tecnica. Insomma, si tratta a tutti gli effetti di una start-up”. Antonio ha ragione, ed infatti il decreto De Vincenti prevede che i giovani affidatari possano presentare richiesta di finanziamento sull’altro dei due strumenti, “Resto a Sud”, con la possibilità di ricevere 40mila euro (fino a 200 mila euro nel caso di società), il 35% a fondo perduto, il resto con un prestito a tasso zero.

Un punto debole del provvedimento potrebbe essere la dotazione finanziaria, perché per le attività agricole il decreto mette a disposizione, da qui al 2020, solo 50 milioni, rispetto ai 1.250 milioni stanziati fino al 2024 per le attività extra-agricole. Si tratta di un budget assai limitato, se si pensa che il decreto riguarda ben otto regioni (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia), e da noi potrebbe bastare, se va bene, a finanziare nel prossimo triennio un centinaio di progetti.

“Un’altra difficoltà per i comuni chiamati a gestire il decreto” mi dice Nicola De Leonardis, leader della cooperativa “S. Giorgio”, che associa gli allevatori di Marchigiana, sugli altopiani del Fortore, “è stabilire quali sono le proprietà pubbliche realmente disponibili, perché molte sono gravate da usi civici, e la loro liberazione richiede uno specifico provvedimento regionale. Insomma, è necessaria una stretta collaborazione tra le istituzioni. Magari guardando all’immenso patrimonio ecclesiastico, anche la Chiesa potrebbe avere un ruolo nella promozione di una nuova imprenditorialità agricola nel Mezzogiorno”.

Secondo Pietro Ciardiello, direttore della Cooperativa Sole di Parete, leader italiano nella produzione di fragole, “la cosa determinante è integrare le diverse iniziative. La Banca delle terre incolte è un passo in avanti, se si aggiunge agli altri strumenti esistenti, come ad esempio gli aiuti europei per il primo insediamento dei giovani agricoltori, già previsti dal Programma di sviluppo rurale; o l’affidamento dei beni sequestrati alla camorra. Serve una politica unitaria, di lungo respiro. E’ importante che i progetti vengano seguiti nel tempo, capire cosa succede dopo, quante aziende vitali veramente nascono e sono poi in grado di camminare con le loro gambe”.

Peppino Pagano è uno che all’agricoltura c’è tornato, faceva l’albergatore, ora la sua “San Salvatore 1988” produce in Cilento, con tecniche biologiche, vini pluripremiati, insieme a olio e grano. “La terra da sola non basta, per avviare nuove aziende occorrono i capitali, i mezzi tecnici, le competenze. E soprattutto un tutor, una persona preparata e d’esperienza, che accompagni e consigli i giovani imprenditori nelle fasi iniziali”.

“Il decreto De Vincenti è un segnale, una piccola luce che si accende nel buio delle politiche per il Mezzogiorno” è il pensiero di Nicola Ciarleglio, coordinatore dell’Agenzia di sviluppo locale “GAL-Titerno”, che segue l’attuazione delle politiche comunitarie nelle colline del Sannio. “C’è da augurarsi che la macchina amministrativa sia in grado di gestire con celerità le nuove misure, la lentezza delle decisioni è attualmente il nostro principale handicap. L’altra cosa è l’attenzione per le donne: molte delle nuove aziende agricole, quelle che funzionano meglio, sono gestite da loro”.

Veduta_di_Napoli light

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 30 agosto 2017

Negli altri paesi europei l’abusivismo edilizio semplicemente non esiste, e non ci sono neanche le parole per dirlo. In Inghilterra l’ufficio del Primo ministro dirama ogni anno un bollettino con una contabilità dettagliata, ettaro per ettaro, dell’uso dei suoli e delle nuove urbanizzazioni. Il fatto è che lì si ostinano a pensare che il suolo sia la base fisica della democrazia, che il territorio lo abitiamo socialmente, che non sia un tavolo da gioco dove vince chi è più lesto o ha meno scrupoli, scaricando sulla collettività i costi delle sue scelte private.

Qui da noi, nell’area metropolitana di Napoli, le cose sono andate diversamente. Dal secondo dopoguerra le aree urbanizzate si sono moltiplicate per quattro, in due ondate successive: la prima che va dalla metà degli anni ’50 alla fine degli anni ’70; la seconda, non meno rilevante della prima, dal terremoto del 1980 ad oggi. Nel frattempo la popolazione è aumentata solo del 20%, ed ora la demografia sarebbe piatta, se non fosse per gli immigrati.

Tutto questo è avvenuto senza regole: ancora nel 1990, in provincia di Napoli, solo 18 comuni su 100 disponevano di uno strumento urbanistico ai sensi di legge. Il risultato è stato il caos, la fusione di fatto di 140 comuni, da Capua e Caserta, giù fino a Eboli, in una disordinata città continua, che occupa solo il 15% del territorio regionale, nella quale vive come può il 72% dei cittadini campani.

In questo sistema congestionato, per le ragioni che dicevamo, il 40% delle aree edificate non ha alle spalle una decisione pubblica, una previsione, un atto di pianificazione. E’ in questo contesto che, come ha raccontato Raffaele Cantone nel suo intervento su Repubblica, il comune Giugliano, senza che nessuno l’avesse deciso, è cresciuto nell’ultimo quarto di secolo da quarantaquattromila a centodiecimila abitanti, diventando così a sorpresa la terza città della regione, una delle prime cinquanta d’Italia, la più giovane in assoluto, come ha evidenziato Save the Children nel suo rapporto sull’infanzia a rischio.

A Casal di Principe invece, stando al desolato racconto del sindaco Natale, un edificio su tre è abusivo, per un totale di millecinquecento abitazioni, dove vivono seimila persone, sui ventunomila abitanti del comune. Ma l’assenza di piani urbanistici non spiega tutto, perché c’è anche l’abusivismo di ultima generazione, quello a norma di legge, come nel caso di Orta di Atella, passata in un decennio appena (2001-2011) da tredicimila a ventiquattromila abitanti. In quel comune, come accertato dalla magistratura, l’amministrazione ha autorizzato la costruzione di vasti rioni pasoliniani, in barba alle destinazioni d’uso, in posti dove questo non poteva e doveva avvenire, coi palazzi di sette piani sorti in mezzo alle terre, senza le adeguate urbanizzazioni, infrastrutture e servizi.

Insomma, l’abusivismo nell’area metropolitana di Napoli è un fenomeno di scala territoriale. Affrontare questa situazione richiederebbe, proprio come avvenuto a Bagnoli, vista la dimensione e la portata dei problemi, uno sforzo coordinato delle istituzioni – il governo, la regione, la città metropolitana – in un patto comune per superare la babele di competenze, anche figlia della cattiva riforma costituzionale del 2001. E’ solo da un patto inter-istituzionale che può venire un programma complessivo, assolutamente necessario per mettere finalmente in ordine, sicurezza e legalità la terza area metropolitana del paese.

Dovremmo completare in tempi brevi – le professionalità, le tecnologie e i satelliti non ci mancano – una radiografia dettagliata dell’intera area metropolitana, con una contabilità definitiva degli abusi. In parallelo, si dovrebbe attivare una task force di supporto all’amministrazione, reclutando un esercito di giovani tecnici, con l’aiuto magari degli Ordini e dell’Università, con il compito di istruire in tempi rapidi, sei-otto mesi, le centocinquantamila mila richieste di condono pendenti, discriminando i casi, perché una veranda è evidentemente cosa diversa da una villetta sulla duna, o da un condominio di sette piani, e accertando una volta per tutte cosa può essere condonato e cosa no.

Poi, è necessario ripartire con il governo del territorio. Non è possibile che per l’approvazione di un piano occorrano anni, a volte anche dieci, che è il tempo nel quale uno strumento urbanistico dovrebbe produrre i suoi effetti, e se ne fa un altro. Ma fare i piani non è tutto. La cosa determinante è il lavoro amministrativo che c’è dopo, giorno per giorno, di cura e controllo del territorio, per fare in modo che le cose poi succedano davvero, nel modo giusto, secondo legge, dando per tempo le risposte, e non pensando ancora di poter delegare alla magistratura il ruolo di cerbero.

Perché tutto questo accada occorrono nuove politiche, una rinforzata capacità amministrativa, una buona cooperazione tra i diversi livelli di governo. Se la filiera istituzionale della Repubblica si mette in gioco per intero, dando al recupero della conurbazione campana il valore di questione nazionale, una strada giusta per voltare definitivamente pagina, alla fine potrà essere trovata.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 13 luglio 2017

Martedì abbiamo vissuto una giornata storica, l’11 luglio rimarrà probabilmente negli annali come la data nella quale la Campania ha acquisito consapevolezza di cosa veramente significhi il cambiamento climatico, assieme alla certezza di esservi dentro fino al collo. Dalle campagne di Giugliano dove mi trovavo, a più di trenta chilometri di distanza, la colonna di fumo e cenere che saliva dal vulcano era immensa nel cielo, come una grande eruzione, poi è collassata sulla pianura, la guardavamo in silenzio, convinti di assistere a qualcosa di mai visto prima.

Ho chiamato gli amici in sala radio, erano alle prese con una situazione drammatica, oltre al Vesuvio gli incendi bruciavano tutti insieme in un’ampia fascia tra le province di Napoli, Avellino e Salerno, nella valle dell’Irno, sui Lattari, e giù fino al Vallo di Diano. Se in quello che è successo evidentemente c’è dolo, ci sono i comportamenti criminali – il fronte degli inneschi sul Vesuvio seguiva per chilometri un arco troppo continuo, assolutamente predeterminato e perfetto – nella nuova situazione climatica le conseguenze di questi gesti sono straordinariamente più rilevanti che in passato, ed è un andamento di scala europea, i dati sugli incendi boschivi dicono che tutto il continente è entrato in una fase completamente nuova.

Anche per questo tipo di faccende, come in quelle sociali, la criminalità è brava a cogliere le occasioni, profittando degli squilibri, non a determinarle, e qui non piove sul serio da sei mesi, le temperature elevate non lasciano tregua, negli incolti abbandonati e nei boschi ai bordi della città, privi di manutenzione, si è accumulata una quantità elevatissima di combustile vegetale ad altissima infiammabilità. In queste condizioni lo stesso innesco che gli anni scorsi avrebbe bruciato 10, oggi brucia 100 o 1000. In un paesaggio curato e ben gestito, gli stessi abominevoli gesti avrebbero conseguenze limitate, sopportabili.

In una bella intervista a Radio Rai sugli incendi in Portogallo dello scorso giugno Davide Ascoli, ricercatore in scienze forestali della Federico II e grande esperto di incendi boschivi ha detto una cosa sacrosanta: gli incendi si combattono venti anni prima, con una corretta gestione forestale, aiutando i nostri boschi a diventare più resistenti, e soprattutto più resilienti, maggiormente in grado cioè di adattarsi alle nuove condizioni climatiche, e di recuperare dopo il fuoco.

Quando in una campagna inerme per l’incuria e l’arsura si scatenano eventi ad elevatissima energia, come quelli di martedì, anche la tecnologia può poco, poco possono i 15 Canadair dello Stato e i 7 elicotteri regionali, considerato che in quella drammatica giornata tutto il meridione bruciava, e la flotta aerea nazionale ha dovuto dividersi tra Campania, Sicilia, Puglia, dovendo per di più operare scelte dolorose di priorità, in base al numero delle vite a rischio. In situazioni simili poi, aerei ed elicotteri possono davvero poco, senza un massiccio lavoro di controfuoco delle squadre a terra, e costano molto, tredicimila euro l’ora per un Canadair, duemila per un elicottero.

Se gli incendi si combattono vent’anni prima, è veramente stupido considerarli ancora un’emergenza, che ci coglie ogni volta impreparati, e induce immancabilmente a scelte dettate dall’emozione, che non sono mai quelle più giuste  e appropriate. Se il clima e l’ecosistema stanno cambiando, è necessario cambiare la nostra cultura e i nostri comportamenti. Occorrono politiche nuove, la prevenzione e la cura del territorio devono diventare la nostra occupazione più importante. Come nei fatti sociali, il controllo e la repressione dei comportamenti criminali sono assolutamente necessari, ma non bastano, occorre curare ed educare gli uomini, assieme agli alberi.

La Campania si è dotata da poco, prima ed unica al momento tra le regioni italiane, di una legge sul fuoco prescritto. Ci hanno lavorato i tecnici regionali, assistiti da Davide Ascoli e Stefano Mazzoleni della Federico II. A tarda sera raggiungo Stefano al telefono, è in Slovacchia, gli racconto della giornata orribile, mi spiega che è una tecnica preventiva molto efficace, che prevede incendi controllati d’inverno, della lettiera e delle parti infiammabili di sottobosco, per ridurre il combustibile vegetale che può bruciare d’estate, mitigando così la pericolosità e il rischio. Insomma, il fuoco usato tecnologicamente, a fin di bene. Dopo la giornata drammatica di ieri, è venuto il momento di impiegare sul campo diffusamente anche questo tipo di strumenti. L’amnesia territoriale del paese è durata un paio di generazioni, dobbiamo tornare a curare i nostri boschi, c’è un clima diverso, maledettamente difficile, e non abbiamo più tempo.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 11 luglio 2017

“Padroni in casa nostra” è stato lo slogan guida degli ultimi trent’anni, e questo vale dal livello condominiale, fino ad arrivare alle conclusioni politiche dell’ultimo G20 ad Amburgo. In un sistema mondiale che crolla da tutti i lati, l’unico conforto che ci rimane, in quanto piccoli uomini smarriti, è la promessa di un controllo individuale, totale ed esclusivo, almeno del nostro spazio privato di vita, quale esso sia: la casa, il rione, la città, la nazione. Soprattutto all’interno dei nostri poveri sistemi metropolitani – privi oramai di ogni leggibilità, dismessa da tempo ogni velleità di governo e controllo – l’unica sovranità e sicurezza che ci vengono concesse sono quelle delimitate dalle mura domestiche.

Si tratta evidentemente – le otto vittime di Torre Annunziata sono lì a gridarlo – di una promessa fasulla, di una semplificazione malsana, perché il destino e la qualità delle nostre vite e delle nostre abitazioni rimane purtroppo legato a una dimensione collettiva, il mondo lo abitiamo e lo modifichiamo insieme agli altri, le nostre azioni (ed errori) individuali hanno conseguenze pubbliche, e un governo del territorio, sia che parliamo del fabbricato che abitiamo, sia del paesaggio e del bacino idrografico intero che accoglie le nostre esistenze, è ancora indispensabile, al di là della propaganda, per garantire alle nostre vite un minimo di ordine, umanità, sicurezza.

L’area metropolitana che abitiamo, da Capua a Battipaglia, è raddoppiata due volte nell’ultimo sessantennio. La prima ondata edificatoria è quella che va dal dopoguerra al 1980; la seconda, spesso sottovalutata dagli storici, è quella legata alla ricostruzione, e va dal terremoto ad oggi. Il passaggio dal sistema settecentesco che vedeva Napoli, con  suoi cento casali, immersi nella campagna, a quello attuale, di mosaico illeggibile fatto di pezzi di città in mezzo a spazi rurali sbriciolati, è avvenuto in larga misura al di fuori delle leggi repubblicane che regolano le modificazioni del territorio. Metà della città metropolitana non ha alle spalle nessun piano, nessuna previsione. E’ una città nata spontaneamente, sotto la spinta disordinata di visioni e convenienze strettamente individuali. Ma il fatto è che il mondo non lo abitiamo da soli, e prima o poi paghiamo il conto.

Soprattutto la qualità ingegneristica ed edilizia di molti dei manufatti urbani della prima ondata edificatoria, quella fino agli anni ’70, è modesta, da terzo mondo, insicura. E’ un fatto che Aldo Loris Rossi denuncia inascoltato da più di vent’anni. Per di più, questi fabbricati scadenti sono stati a più riprese sopraelevati e modificati in libertà, ancora una volta sotto la spinta di insindacabili pulsioni individuali, neanche più verificabili da amministrazioni comunali in dissesto, costrette progressivamente a dismettere uffici, servizi tecnici e competenze deputate alla sorveglianza e al controllo della città.

Lo stesso disinteresse riguarda le campagne rimaste intrappolate nel reticolo urbano, si tratti del Vesuvio, delle Colline flegree, della Penisola o dei poveri lembi di pianura fertile, o anche i gioielli delle isole del Golfo. Ho provato queste cose a raccontarle all’ultimo convengo INU che si è svolto il 7 luglio in ACEN, sulla città metropolitana. Questi ecosistemi verdi sono ormai parte della città, dobbiamo prendercene cura se vogliamo che le nostre case siano sicure, altrimenti la natura si incendia, esonda, frana, erutta, ci casca addosso. All’interno del caos metropolitano che abbiamo creato, è necessario manutenere il vulcano e il versante boscato come fossero il fabbricato nel quale abitiamo. Il fatto è che non facciamo nessuna delle due cose. L’ideologia individualista che ci acceca ha cancellato la terra come base comune della nostra vita.

Anche le buone leggi che abbiamo scritto alla fine del ‘900 sulla difesa del suolo, le aree protette, le acque e il paesaggio, si sono trasformate in burocrazia, in un caleidoscopio di competenze impotenti, che non si sono mai integrate in un moderno sistema di governo del territorio, che non può che essere unitario, come accade nelle più mature democrazie europee.

Al termine del convegno INU parlavamo sconsolati di queste cose con Marco Grassi, direttore dell’unità di missione della Presidenza del consiglio “Italia sicura”. “Sono stato criticato per aver stanziato quattrocento milioni per salvare Genova, si tratta di interventi per mettere in sicurezza le montagne alle spalle della città. Chi protesta perché vorrebbe che quei soldi fossero spesi in altro modo, non capisce che quelle montagne ormai, per come è fatto il paese, si identificano con la città stessa, sono il suo quartiere più importante”. Le montagne, il fabbricato e la città in cui viviamo, il vulcano e la pianura, il suolo minacciato dai veleni, hanno bisogno di manutenzione e di governo. L’alternativa folle è tutti padroni in casa nostra. Benissimo, il fatto è che poi moriamo.

Bosco Camaldoli

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 24 giugno 2017

Due grandi foreste ha la città, a oriente e occidente, ecosistemi e mondi completamente diversi, dove puoi veramente ancora perderti nel verde, e ognuna ha una storia, e un futuro possibile da raccontare. Se Capodimonte è il bosco del Re, restituito ora alla città nella sua magnificenza, il Parco urbano dei Camaldoli è il bosco repubblicano, un lembo di selve appenniniche che miracolosamente si incunea tra i vulcani, figlio di storie e conflitti più recenti.

Il Parco dei Camaldoli è esteso quasi quanto Capodimonte, circa cento ettari, ma pochi napoletani ancora lo conoscono, e infatti non incontriamo nessuno, in questo sabato di primavera, camminando i sentieri tra le grandi ceppaie di castagno con Riccardo Motti, il direttore del Real Orto Botanico di Portici, solo pochi cani ansimanti e felici, a spasso coi padroni. Riccardo è alto, pacato nella voce e nei gesti, ha la figura di un moschettiere del Re, accarezza con gli occhi il groviglio vegetale, si china su un’Ajuga, una pianticina elegante del sottobosco, dai fiori blu, sta crescendo all’ombra di un cespo giallo di ginestre, tra gli steli verdi e freschi di festuca. “E’ la bordura perfetta di un giardino, solo che il progettista è la natura, hanno iniziato gli inglesi a imitare nei loro giardini queste combinazioni spontanee, assolutamente perfette. A queste specie e a queste composizioni mi sono ispirato ora per realizzare i giardini del Museo di Pietrarsa”.

Il bosco dei Camaldoli è questo, una miniera di continue, piccole sorprese di biodiversità, negli anni Riccardo le ha censite e studiate proprio tutte, ed è qui che devi venire allora, se davvero vuoi capire il senso delle primavere e degli autunni sulle colline di Napoli, coi gruppi di violette e ciclamini, e il tappeto color cielo della pervinca, le orchidee spontanee maculate di sanguigno, e la chioma del bosco che vira con la stagione dal verde tenero al giallo oro all’arancio. Nel silenzio del bosco, davanti a noi s’alza all’improvviso in volo una poiana, da vicino appare enorme, mi sembra un segno miracoloso, come in una poesia di Montale, e tutto questo accade a meno di dieci minuti dal frastuono e dal caos brulicante del sabato di città.

Si, il Parco dei Camaldoli è un miracolo, ma è anche il frutto delle battaglie di un ventennio, dalla metà degli anni ’70, di un pugno testardo e coraggioso di cittadini e associazioni, che vedeva questo tesoro erodersi giorno dopo giorno per le lottizzazioni abusive, le frane, le antenne selvagge, le discariche, le cave, gli incendi, e lottò per l’acquisizione pubblica, per conservare alla collettività ciò che restava, dopo le mani sulla città, delle millenarie  e gloriose selve flegree.

Ed allora sono venuto al Vomero, nella bella casa di Pio Russo Krauss, pediatra, il nostro maggiore esperto di medicina pubblica, gli ho chiesto di raccontarmi ancora una volta come andarono le cose, e lui pazientemente ha recuperato i dossier, le denunce, insieme a fasci di vecchie, bellissime foto. Tutta la vicenda è riassunta in un dattiloscritto ingiallito (“Camaldoli: una collina indifesa”), la prefazione è di Ugo Leone, le foto oramai sono macchie sbadite, ma è una delle testimonianze più importanti dell’ambientalismo napoletano, leggo i nomi degli autori, con Pio c’erano Giovanni Lubrano Di Ricco, Hermes Ferraro, Nicola Gaglione, Corrado Garbi, Gigliola Golia, Roberto Langella, Enzo Miano, Casimiro Monti, Roberto Radice, il grande Francesco Luccio.

Sull’onda della pressione pubblica il parco viene istituito nel 1981, è Giovanni Dispoto, giovane urbanista del Comune, a suggerire al vicesindaco Di Donato di impiegare un residuo di fondi della Cassa del Mezzogiorno per espropriare i suoli e realizzare recinzioni e attrezzature, ma ci vorranno comunque più di quindici anni per il faticoso completamento dei lavori.

Ad ogni modo ora il parco c’è, ma non sappiamo che farne, ed è proprio in quell’opuscolo ingiallito del 1986 che è lucidamente descritta la principale difficoltà, che è poi quella ” …della gestione dell’area, col rischio quanto mai probabile che, una volta ultimati i lavori, il parco resti chiuso a degradarsi, poiché non si sa chi e come deve gestirlo”. Si tratta di parole che a distanza di trent’anni suonano profetiche perché, da allora, un sistema di gestione dell’antico bosco non è mai stato definito, il ceduo non è stato curato e tagliato, ed ora sta morendo, con le ceppaie che si spengono ad una ad una, in un intrico selvaggio di pali avvinti dall’edera, che franano e smottano giù tristemente, assieme a lingue di terra, in uno sfacelo grandioso, da giungla tropicale.

“In realtà gli ecosistemi non si fermano mai” mi dice Stefano Mazzoleni, ecologo vegetale della Federico II, che allo studio di queste dinamiche lavora da un trentennio. “Se la cura del ceduo, dopo duemila anni si interrompe, il bosco abbandonato troverà un suo nuovo equilibrio, il castagno muore e arriva la roverella, o magari specie aliene come l’ailanto, ma la fase di transizione dura decenni, nel frattempo anche la geomorfologia e i suoli si mettono in moto, con le frane e le erosioni, prima che un nuovo equilibrio si instauri”. E’ evidente che una cosa simile può andar bene forse per l’Appennino rimasto senz’uomini, non nel cuore della terza città d’Italia, visto poi che il dissesto della collina, col fuoco, le acque selvagge e le frane, minaccia la sicurezza dei nostri quartieri più popolosi, Pianura e Soccavo, assieme agli agglomerati di Marano e Quarto, malamente cresciuti senza regole, giusto al piede dei versanti.

Come poi spesso accade in Italia, a complicare le cose ci si mette anche la selva delle leggi, più intricata di quella vegetale, perché i castagneti dei Camaldoli, essendo un parco pubblico, non rientrano nella definizione giuridica di “bosco” secondo le leggi forestali, “e questo crea un equivoco colossale”, mi spiega Fabrizio Cembalo Sambiase, agronomo paesaggista, “perché ci si illude di poter gestire l’area come fosse un giardino pubblico qualsiasi, dimenticando che si tratta pur sempre di un bosco, che come tale va trattato e curato.”

Fabrizio di queste cose ha lunga esperienza, gestisce i vasti castagneti di famiglia, sui versanti del Monte Stella, in Cilento. Per il Comune di Napoli ha redatto nel 2005 un piano di gestione del Parco dei Camaldoli, mi mostra le cartografie dettagliate, l’idea era quella di fare del bosco una grande azienda forestale multifunzionale, per la produzione di pali e assortimenti legnosi, assai richiesti per l’ingegneria naturalistica e i pergolati agricoli tradizionali, e di energia rinnovabile, con gli scarti forestali che diventano prezioso combustibile, in grado di riscaldare un polo ospedaliero, o un grande plesso scolastico. Si creerebbe così lavoro per una cooperativa giovanile, sul modello della “Paranza”, alla Sanità, con il risultato di tenere in ordine, perfettamente fruibile il bosco, accompagnare i visitatori, governare le acque, fare la manutenzione dei versanti e dei suoli, prevenire gli incendi, proteggere la fauna e la biodiversità.

Il piano di Fabrizio è finito in un cassetto, e invece sarebbe il caso di recuperarlo in fretta, perché proprio mentre sto scrivendo, il Comune ha provveduto a interdire a tempo indeterminato il grande Parco al pubblico, i cancelli di Camaldolilli, Ignazio di Loyola e dell’Eremo li trovi mestamente chiusi, con la motivazione del rischio di schianto degli alberi e della mancanza di personale, che poi è il gatto che si morde la coda, perché è evidente  che senza manutenzione la città ti si ritorce contro, nelle sue parti in pietra come in quelle verdi: diventa impraticabile, ostile, e la soluzione non può essere ogni volta quella di dismettere progressivamente i luoghi dei quali non riusciamo più ad aver cura, abdicando sistematicamente all’incapacità e all’impotenza.

Così, le due grandi foreste urbane continuano a parlarci della città e di come siamo, e dei futuri possibili, con il bosco di Capodimonte a mostrarci che c’è ancora forse occasione di riscatto, di migliorare la vita delle persone, offrendo loro nuove opportunità e servizi, e diritti concreti di cittadinanza; ed il Parco dei Camaldoli che è invece la pagina scura, quella del declino della città pubblica e del suo governo; di un’amministrazione che chiude uno alla volta ai cittadini i paesaggi e gli ecosistemi più fragili e belli, che è poi, al netto di chiacchiere e slogan, la forma più desolante e intollerabile di povertà.

flegrei

Ugo Leone, Repubblica Napoli 26 maggio 2017

Attenzione agli “stronzilli” di polvere. Innanzitutto: che sono? Ce lo spiega Ferdinando Galiani in un volumetto dal titolo “Spaventosissima descrizione dello spaventoso spavento che ci spaventò tutti coll’eruzione del Vesuvio la sera delli otto d’agosto del corrente anno (1779). Ma (per grazia di Dio) durò poco”. In questo librettino l’abate descriveva l’eruzione del 1779 e concludeva: “Per non restare con scrupolo alla coscienza devo nel concludere confessare il mio peccato e colle lagrime agli occhi cercarne perdono alli miei cari benefattori e lettori. Io ho messo nel titolo dell’opera che questa eruzione fu spaventosissima, e non è vero niente affatto… Ma io l’ho fatto per dar concetto al mio libro, movere la curiosità, e così venderne più; e non sono stato solo a far così, perché gli altri pure hanno detto mirabilia di questa eruzione, ma in coscienza da sacerdote indegno che sono, per la verità l’eruzione fu poca cosa, e chi si ricorda quella del 1737 dirà che c’è la differenza, che c’è tra una cannonata e uno stronzillo di polvere sparato incoppa a un astrico.”

Non è la prima volta che di questi “stronzilli” si fa uso con riguardo al Vesuvio e ai Campi Flegrei e al rischio di un’eruzione nell’uno e negli altri col catastrofico pericolo per la popolazione che vi risiede. L’ultima riguarda un articolo su “Nature communications” dal titolo “Progressive approach to eruption at Campi Flegrei caldera in southern Italy” i cui contenuti, o quelli che si riteneva fossero i suoi contenuti, hanno alimentato dibattito e allarme. In sostanza si tratta della notizia di un modello, elaborato da ricercatori dell’Osservatorio vesuviano dell’Istituto nazionale di Geofisica e vulcanologia e dell’University college di Londra, che consentirebbe di ritenere non lontana un’eruzione.

Sappiamo bene che negli ultimi cinquant’anni il bradisismo flegreo ha registrato due picchi nel 1970-72 (con l’evacuazione del Rione Terra) e nell’1983-84 (con la costruzione di Monteruscello). E sappiamo che il bradisismo, lo dice la parola stessa, è un lento movimento del suolo e che i Campi Flegrei sono sede di un vulcanesimo attivo (secondario, si definisce) del quale abbiamo due manifestazioni esplosive: quella che circa 4000 anni fa diede origine al Monte Spina ad Agnano e quella che nel 1538 diede origine al Monte Nuovo nella zona di Lucrino.

Secondo il nuovo modello al quale si fa ora riferimento i più recenti sollevamenti del suolo flegreo sono il risultato di un “accumulo di sforzi in profondità” in seguito al quale si potrebbero verificare le condizioni per un’eruzione.

Come, quando, perché? La risposta di Christopher Kilbum, firmatario dell’articolo insieme con Giuseppe De Natale è che “non sappiamo se o quando questo periodo di deformazione a lungo termine porterà a un’eruzione, ma intanto il nostro modello spiega bene quel che accadde in un’area molto simile ai Campi Flegrei, quella di Rabaul in Papua Nuova Guinea, che eruttò nel 1994 dopo un modesto episodio deformativo (una decina di centimetri), in un’area che aveva però già accumulato, nei decenni precedenti, alcuni metri di sollevamento”. Personalmente non sono un vulcanologo, ma un umanista legato alla importanza della correttezza dell’informazione. Quindi non mi permetto di entrare nel merito di questa affermazione pur permettendomi qualche perplessità sull’accostamento di Rabaul in Papua Nuova Guinea ai Campi Flegrei.

Mi sento, perciò più “rassicurato” da quanto ha scritto l’altro firmatario De Natale. Cioè che “quanto l’attuale condizione dei Campi Flegrei sia vicina al punto critico dipende molto dallo stato fisico attuale del sottosuolo flegreo. Calcolare, quindi, con precisione il reale stato fisico delle rocce profonde ai Campi Flegrei è una priorità per la ricerca futura”.

Insomma “questo nuovo modello interpretativo rappresenta un’importante evoluzione rispetto ai metodi di previsione delle eruzioni, essenzialmente empirici, utilizzati finora”. Significa che si è fatto un passo avanti importante sulla prevedibilità dei terremoti? È bene che sia così. E bene ha fatto De Natale a chiarire la cosa e a farlo a Pozzuoli che è la città la cui popolazione (81.000 residenti) è quella maggiormente esposta. È qui, infatti che, in un affollato incontro col sindaco e con i cittadini, De Natale ha detto che “non è vero che un’eruzione sia imminente, mai detto che il magma sia risalito”. L’allarme è derivato dal fatto che si è parlato di allarme vulcano a causa di “un titolo infelice e inappropriato del comunicato diramato a Londra” dagli autori dell’articolo. Stronzilli di polvere, appunto.

 

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 24 maggio 2017

La pubblicizzazione martedì scorso dei dati del Registro Tumori Infantili della Campania per il quinquennio 2008-2012 rappresenta un momento importante, decisivo nella vicenda della cosiddetta terra dei fuochi. Al di là del merito delle conclusioni cui è giunta l’equipe guidata da Mario Fusco e Francesco Vetrano, per la prima volta disponiamo di una base di dati ufficiali, elaborati e validati secondo le procedure definite dall’Organizzazione mondiale della Sanità, dall’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro, e dalle principali reti ed associazioni europee ed italiane dei registri tumori.

L’elaborazione, con procedure sottoposte a severi controlli di qualità, e debitamente certificate, di circa tre milioni di dati, tra schede ospedaliere, referti di anatomia patologica, certificati di decesso ed altre fonti accessorie, evidenzia che in Campania, nel periodo 2008-2012, l’incidenza dei tumori maligni nei bambini e negli adolescenti è in linea con quella osservata in Italia, e che non emergono differenze significative, rispetto alla media regionale, tra le cinque province, sia nella fascia di età 0-14 che in quella 15-19 anni.

Ancora, la mortalità per tumore maligno, nei bambini e negli adolescenti in Campania è di poco inferiore, di fatto sovrapponibile, a quella registrata in Italia. In ultimo, nei 90 comuni della cosiddetta Terra dei fuochi, dove vive il 60% dei bambini e dei ragazzi campani, l’incidenza e la mortalità per l’insieme dei tumori infantili maligni è in linea con quella osservata in Italia e in Campania, sia nei bambini che negli adolescenti.

Una delle difficoltà che i medici e i tecnici del Registro Tumori Infantili ha dovuto affrontare è legata alla bassa numerosità dei casi: i tumori dell’infanzia e dell’adolescenza sono un evento raro e rappresentano circa il 2% di tutti i tumori maligni che insorgono nell’arco della vita di un uomo. Questo significa che i numeri assoluti su cui si lavora sono piccoli, e questo richiede l’impiego di strumenti analitici rafforzati, sofisticati, mirati.

Ad ogni modo, i dati resi noti martedì dicono che non è possibile sostenere l’esistenza di picchi di incidenza e di mortalità per i tumori infantili, in Campania rispetto al resto d’Italia, e tantomeno nei comuni della Terra dei fuochi rispetto al resto della Campania. E’ questo un secondo importante elemento di verità, in tutta questa dolorosa vicenda, dopo i monitoraggi e le analisi che hanno completamente scagionato la filiera agro-alimentare della piana campana. Uno alla volta quindi, gli elementi dello schema ferreo che ci è stato raccontato in questi anni, fatto di suoli e acque contaminati, di prodotti agricoli insani, di salute pubblica minacciata, vengono progressivamente smontati, non sulla base di suggestioni letterarie, ma di un flusso imponente di dati scientifici.

Questo significa che è arrivato il momento di smetterla. Le centinaia di ricercatori che hanno contribuito a questa immane opera di studio ed analisi, non sono più sbrigativamente qualificabili come una banda di negazionisti, ma piuttosto come cittadini che hanno responsabilmente messo a disposizione le proprie competenze per fornire alla comunità intera e ai suoi amministratori elementi di comprensione e strade di uscita, piuttosto che scenari  indeterminati e inconcludenti di apocalisse, di compromissione definitiva dei paesaggi e degli ecosistemi di Campania felix.

Per il resto, c’è poco da rallegrarsi. L’area metropolitana di Napoli, la seconda del paese dopo quella milanese, resta a scala europea ed italiana una grande area di sofferenza economica, sociale, territoriale. Nei centoventi comuni che si sono saldati, da Caserta alla piana del Sarno, si vive male, con i due terzi della popolazione regionale stipata sul 12% scarso del territorio, tra vulcani che incombono e versanti che franano, con la metà delle famiglie a rischio di povertà relativa, in una conurbazione desertificata di lavoro, servizi e manutenzione, dove la spesa pubblica pro-capite è comunque inferiore di un terzo a quella media nazionale.

I dati che i tecnici valorosi del Registro tumori ci hanno fornito servono anche a questo, a mettere da parte le narrazioni mitologiche, a guardare alla nostra terra e ai suoi veri problemi con occhi asciutti, a darci gli obiettivi giusti, a non perderci per strada, lavorando tutti insieme ad una politica, a un progetto realistico di riscatto.

 

pianura

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 16 maggio 2017

Si svolge stamattina, a partire dalle 9.00 presso il complesso dei SS. Marcellino e Festo, la conferenza conclusiva di ECOREMED, il progetto di ricerca europeo LIFE sull’agricoltura nella piana campana, che ha coinvolto una sessantina di ricercatori della Federico II, un gruppo interdisciplinare di agronomi, biologi, chimici, geologi, medici, urbanisti, ingegneri, economisti. Per cinque anni lo stato di salute dei nostri ecosistemi agricoli è stato studiato a fondo, con un check-up approfondito dei suoli, delle acque, della biodiversità vegetale e animale, del paesaggio, ma anche dell’economia, per capire le ferite che la tempesta mediatica della terra dei fuochi ha lasciato sulla pelle delle aziende e degli agricoltori.

La storia del progetto e’ singolare, perché per una volta la ricerca scientifica è riuscita ad operare “in tempo reale”, nel pieno della crisi, con i risultati delle attività di studio che sono stati tempestivamente trasmessi ai ministeri competenti via via che venivano prodotti e validati, ed impiegati nella redazione dei due rapporti governativi sulla terra dei fuochi, quello sulla mappatura dei suoli agricoli, e quello sugli aspetti socio-economici della crisi. Un’altra notazione positiva riguarda la cooperazione istituzionale, perché in tutta questa vicenda i ricercatori hanno lavorato in stretto contatto con le istituzioni, a partire dall’Assessorato regionale all’Agricoltura, che ha affiancato l’università come partner del progetto europeo.

I risultati di cinque anni di lavoro consentono di raccontare una storia molto diversa da quella mainstream di un’agricoltura inaffidabile e senza futuro, produttrice di rischio e malattia. Se c’è una cosa che funziona nella nostra pianura scombinata, spezzettata da un cinquantennio di crescita urbana senza regole, sono propri gli spazi agricoli residui, che non sono pochi, rappresentando ancora il 65% del territorio complessivo. In queste aree, dei circa quattromila campioni di prodotti ortofrutticoli esaminati, quelli difformi dalla normativa si contano davvero sulle dita di una mano, per colpa soprattutto del piombo, che non viene dai rifiuti, ma è quello tetraetile delle benzine super di quindici anni fa, che si è depositato, come accaduto in mezz’Europa, nelle fasce agricole più prossime agli assi stradali.

Anche i suoli agricoli “sporchi” alla fine sono solo una trentina di ettari, sui centoquarantamila della grande pianura, e per questi ECOREMED ha messo a punto tecniche a basso costo per pulirli e metterli in sicurezza utilizzando le piante, prati e boschi di pioppo. Questi boschi verdi di fitorisanamento funzionano come sentinelle, consentendoci di monitorare nel tempo la concentrazione degli inquinanti, ma sono soprattutto presidi di civiltà, il segno che lo Stato è ritornato, e che il paesaggio rinasce. Il bosco più grande, sei ettari, è stato realizzato a San Giuseppiello, a Giugliano, vicino la discarica Resit, in collaborazione con l’ex Commissariato di governo. Qui, al posto della terra di nessuno, nascerà un grande parco pubblico con ventimila alberi.

In questo modo, è possibile curare i suoli agricoli senza distruggerli, senza cioè fare come è avvenuto per l’Expo, dove cento ettari di suolo contaminato sono stati sepolti sotto una piattaforma di cemento, sulla quale è stata poi allestita l’area espositiva; oppure  evitando di rimuovere il suolo, trattandolo come un rifiuto speciale da smaltire in discarica.

I metodi messi a punto da ECOREMED serviranno ora per controllare nel tempo, con accuratezza, lo stato di salute delle nostre aree agricole metropolitane. Le cose che abbiamo capito saranno anche utili per integrare la legislazione nazionale in materia di bonifica, che indica i criteri per l’idoneità delle aree all’uso residenziale, produttivo, ricreativo, ma non per quello agricolo. Insomma, la crisi che abbiamo attraversato, e che ha intaccato in modo drammatico la credibilità della nostra agricoltura, un aspetto positivo almeno lo ha avuto: quello di renderci finalmente consapevoli del valore del nostro spazio agricolo; dell’assoluta necessità, oggi più di ieri, di conoscerlo, apprezzarlo, difenderlo.

Castel-dell-ovo3

Luciano Brancaccio, Repubblica Napoli del 15 marzo 2017

Con il diniego della Mostra d’Oltremare per la manifestazione di un parlamentare della Repubblica il sindaco de Magistris ha dato prova ancora una volta della sua personale concezione della politica. Della sovrapposizione, visibile fin dai primi mesi del suo mandato, tra la propria sfera egotica, il mandato amministrativo ricevuto dagli elettori e le velleità di capo politico. Della combinazione strumentale e della confusione temporale tra il magistrato, il politico e l’amministratore. E infine della primazia della vocazione di capopopolo sul governo della città, sulla tutela degli interessi concreti dei cittadini, sulla cura delle sue funzioni di base: i trasporti – incredibilmente azzerati in questi giorni di tafferugli urbani e verbali – i servizi sociali, le politiche per la casa, i vincoli della burocrazia, le inefficienze e le zone oscure del corpo di polizia municipale e altro ancora.

Il capo politico che vediamo schierarsi a parole con gli ultimi della società è lo stesso amministratore al vertice della macchina che dovrebbe erogare servizi essenziali, sul piano materiale, per i cittadini più svantaggiati. Quella macchina che nel suo ordinario funzionare allarga le disuguaglianze piuttosto che ridurle. Ma questa elementare identità (capopopolo e amministratore) è offuscata dallo sproloquio mediatico, dal tweet guevarista. Una sorta di “falsa coscienza di classe” a danno dei più indifesi, per dirla con una terminologia che, se non lui direttamente, i suoi consiglieri certamente frequentano.

Il dibattito che è scaturito da queste vicende ci costringe ad andare al di là di questa rappresentazione a tratti macchiettistica. Interrogandoci con più contezza sul come si sia arrivati a questa situazione e quali vie si possano percorrere.

A tal proposito Biagio De Giovanni sulle colonne de Il Mattino si chiede correttamente dove sia il “noi”. Dove sia l’argine, il bastione della civiltà, la radice illuminista del nostro convivere per cui le opinioni politiche (nobili o volgari che siano) restano elementi relativi, e non assoluti sui quali fondare la ragione della propria stessa identità. Dove sia la matrice culturale per cui le posizioni politiche (soprattutto quelle dei parlamentari, le sole in questa vicenda a potersi avvalere di un superiore sigillo di garanzia costituzionale) vengano tutelate dal diritto “sacrosanto” di esprimerle – sacrosanto non perché rivelato da un qualche messia, ma perché scolpito nel sangue dei molti che hanno combattuto per affermarlo, compresi i nostri ascendenti diretti nell’ultima guerra. Dove sia il “noi” che limita le pulsioni personali, i deliri di onnipotenza, i vaneggiamenti rivoluzionari e contiene il comportamento istituzionale e politico entro il limite di una minima sobrietà, che a un certo punto del degrado che ci tocca in sorte diventa semplicemente la soglia del rispetto per la comunità che si governa e per le intelligenze che la costituiscono.

Il problema è proprio che quel “noi” è morto, e non da oggi. È stato ripetutamente calpestato proprio dalle amministrazioni di centrosinistra della città. Delle stagioni di Iervolino e Bassolino, soprattutto quest’ultima nata con ben altre prospettive, questo resta: uno spirito civico avvizzito e mortificato. Quel “noi” è stato lacerato, disperso in mille rivoli e infine sovrastato da un’onda montante fatta di apprendisti stregoni e furbizia mediatica che si poteva ben prevedere. E se non si è prevista, se non si è curato quell’argine è perché quel “noi”, quando ancora sopravviveva, seppur in forme caricaturali, conteneva già i germi dell’attuale condizione politica della città. Li conteneva non nel suo pensare astratto e di facciata, nelle parole ostentate, nei riferimenti solo dichiarati ai valori fondanti e alla costituzione, ma nel suo realizzarsi, nella pratica della gestione di un potere fatto di soli ventri, di autoaffermazione cieca, di narcisismi, di doppia morale, di circuiti chiusi, di sottili e meno sottili intimidazioni nei confronti di chi non sta dalla parte giusta. E quando le competenze, i tecnici illuminati, i consiglieri di corte hanno cercato di porre rimedio a una immagine pubblica ormai palesemente deteriorata, quando hanno cercato di puntellare una facciata che mostrava crepe da tutte le parti, il risultato è stato qualche pannicello caldo che aggiungeva al danno lo sberleffo del potere. Alcuni ricorderanno il rituale dei tavoli partecipati promossi dalla Iervolino durante la campagna elettorale del 2006 che la vedrà riconfermata alla guida della città: un vuoto simulacro di pratiche trasferite asetticamente dai libri di sociologia politica.

Dalle amministrazioni Iervolino e Bassolino abbiamo ereditato la pulsione all’amministrazione corporativa, all’azione politica autoreferenziale, alla divisione del corpo della città secondo grumi di potere. Al distacco dalle esperienze virtuose che non hanno mai trovano un punto di coagulo, una sponda istituzionale: classi dirigenti abortite prima di dare prova di sé. L’elenco potrebbe essere lungo.

Ma è un problema solo della politica? Non credo. Nel 2006, quando i segnali erano già chiari, l’offerta politica presentatasi alle elezioni comunali conteneva l’alternativa. La lista di Marco Rossi- Doria, che oggi lavora in perfetta solitudine ventre a terra nel cuore della città su progetti di emancipazione degli ultimi, ottenne un numero di voti neanche sufficiente a eleggere un consigliere comunale.

Da dove ripartire allora? Dalla società reale, dagli ordini professionali, dalle associazioni di categoria, dai gruppi accademici. Laddove c’è potere in questa città c’è intolleranza verso il nuovo, verso il pensiero indipendente, il solo che può aprire nuove prospettive, ma che in questa città viene sistematicamente affossato, percepito, probabilmente con qualche ragione, come il cuneo che fa franare la terra sotto i piedi di qualche grand commis. Ben oltre la compagine di de Magistris, le responsabilità si estendono.

 

bagnoli2-piccola

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 2 marzo 2017

E’ veramente difficile non cedere allo sconforto, leggendo le anticipazioni di stampa sulla super perizia commissionata dal Tribunale di Napoli, che doveva dire una parola definitiva sulla conduzione della bonifica di Bagnoli. Le conclusioni cui i periti giungono sono raggelanti: le operazioni di bonifica, anziché migliorare lo stato ambientale dei luoghi, ne avrebbero addirittura compromesso la possibilità d’uso futura, rendendo comunque necessaria una nuova attività di caratterizzazione, di messa in sicurezza, bonifica.

“L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”, avrebbe sbrigativamente concluso Bartali. Considerato che le prime attività di caratterizzazione risalgono al  1997, il senso della perizia è che abbiamo perso un ventennio, oltre a una barca di soldi, e la prospettiva è ora quella di ricominciare da capo, rituffandoci in un brutto sogno che non vuole finire mai.

Un incubo che non riguarda solo noi, perché il fallimento di Bagnoli è solo un capitolo di una storia più vasta, se in Italia in un quarto di secolo siamo riusciti a portare a termine meno dell’un per cento delle bonifiche previste nei Siti di Interesse Nazionale. Insomma, le bonifiche sono una pagina nera della storia della Repubblica, e questo fatto merita una riflessione seria, lasciando da parte le fumisterie specialistiche, l’atmosfera esoterica, da iniziati più che da addetti ai lavori, che ammanta solitamente queste cose.

C’è, innanzitutto, una difficoltà di governance, perché le competenze alla fine sono distribuite lungo tutta la filiera istituzionale, dallo Stato centrale al Comune, e la cooperazione tra i diversi organi dell’Amministrazione non è mai stato il nostro forte, con una inclinazione piuttosto al rimbalzo di responsabilità. In più c’è l’instabilità istituzionale: nella pluridecennale vicenda di Bagnoli si sono succeduti quattordici governi centrali, cinque amministrazioni regionali, e quattro diversi sindaci, con momenti di stallo e incomunicabilità che si sono pure verificati, soprattutto quando ai diversi livelli sedevano amministrazioni di differente segno politico.

A complicare ulteriormente le cose, c’è stata poi l’evoluzione legislativa, nel caso di Bagnoli le leggi di riferimento sono cambiate ben due volte, con la difficoltà, che si è puntualmente verificata, di dover decidere se e come adeguare i piani di bonifica, faticosamente approvati in conferenza dei servizi, alle nuove regole e ai nuovi standard.

Esiste poi senz’altro un problema di comunicazione e partecipazione pubblica, che alla fine conta, e fa la differenza. Nei paesi che queste cose le sanno fare, con approccio sobrio e in tempi rapidi, proprio la consapevolezza della delicatezza di questo tipo di operazioni, che toccano nel vivo interessi economici rilevanti, ma anche la vita dei cittadini, il diritto alla salute, la qualità degli ambienti di vita, spinge le amministrazioni a sollecitare la partecipazione pubblica, con la produzione di rapporti periodici sullo stato di avanzamento dei lavori, la possibilità di visitare i cantieri, tutte cose che rafforzano la credibilità e la fiducia nelle istituzioni, e che aiutano gli stessi attuatori a non smarrire la rotta. A Bagnoli tutto questo è mancato, l’area è stata di fatto negata alla città per un lungo ventennio, il muro di cinta ha funzionato da limite invalicabile, e nessun racconto, nessun rendiconto è stato fatto alle comunità, con l’effetto di alimentare il disamore, la diffidenza, il distacco.

Ora, con la super perizia, sembra giunto il momento della verità, della resa dei conti. Come altre volte è successo in Italia, la risposta di ultima istanza ad un fallimento politico-amministrativo è di tipo giudiziario, ma anche qui bisogna mantenere i nervi saldi, e intendersi. Perché dopo una lettura attenta della perizia, e della minuziosa ricostruzione tecnico-amministrativa che essa contiene, è possibile e doveroso sottoporre le conclusioni cui giungono gli esperti ad un vaglio critico, con tutto il rispetto dovuto al poderoso lavoro svolto.

Tra le diverse cose che i periti hanno fatto, c’è stato lo scavo e il campionamento di quindici trincee nelle aree funzionali del Parco dello Sport e del Parco urbano, con il prelievo di una quarantina di campioni di suolo. Ebbene, il 90% dei campioni prelevati nel Parco urbano, e il 45% dei campioni prelevati nel Parco dello Sport, hanno evidenziato un contenuto di inquinanti organici (IPA e idrocarburi nel Parco urbano, IPA e PCB nel Parco dello Sport), superiori agli obiettivi di bonifica che erano stati previsti. Questo sia nello strato profondo, di riempimento con materiali più grossolani, sia nello strato superiore, a granulometria più fine, servito a ricostruire il suolo superficiale.

Sulla base di questi dati, gli esperti giungono alla conclusione che “… gli interventi di bonifica certificati, così come realizzati abbiano compromesso la futura fruibilità dei luoghi, perlomeno quelli a destinazione d’uso residenziale, arrivando talora a incrementare le concentrazioni esistenti prima della bonifica. Tale compromissione determina la necessità di una nuova attività di caratterizzazione e di bonifica/messa in sicurezza, finalizzata a rendere tali luoghi a tutti gli effetti conformi ai sensi di legge, nei termini di un’analisi di rischio”.

Ora, se è senza dubbio deprecabile il fatto che una bonifica costosa e complessa non abbia condotto, foss’anche solo nei punti di campionamento interessati dalla perizia, alla risoluzione dei problemi iniziali di contaminazione,  è sul giudizio netto di “compromissione dei luoghi” che non è possibile essere d’accordo, proprio perché, alla luce della procedura prevista dalla legge, esso può essere legittimamente espresso solo dopo aver realizzato ad un’analisi di rischio sito-specifica, la stessa chiamata in causa dai periti, i quali però, nell’ansia di giungere comunque a un verdetto netto e definitivo, sembrano incorrere in un curioso loop logico.

Quello che si vuole affermare è che “compromissione dei luoghi” significa una cosa ben precisa, e cioè che quei luoghi non possono essere utilizzati dalle persone in condizioni di sicurezza, senza che ci siano ragionevoli rischi per la salute, dovuti all’esposizione concreta a sostanze pericolose, per  contatto, inalazione o ingestione. Per sapere questo occorre l’analisi di rischio.

Resta il fatto, che i dati epidemiologici di scala comunale, pure citati dalla perizia, dicono che la mortalità per tumore è più bassa a Bagnoli che nel resto della città, mentre le analisi effettuate dall’ABC hanno evidenziato come le acque di falda risultino pulite anche a monte della barriera idraulica, e questa è la migliore conferma che i potenziali contaminanti presenti nei suoli hanno una bassissima mobilità, e non se ne vanno in giro per l’ambiente.

Alla fine, anche la perizia deve riconoscere, seppur con formula involuta, che “non sono emersi elementi che ci permettano di concludere con certezza che esiste un rapporto fra inquinamento ed eventuale danno alla salute nel caso specifico, poiché mancano dati epidemiologici e dati di monitoraggio biologico, che esprimono la reale dose assorbita.”

Insomma, se sono stati fatti errori devono essere perseguiti, ma l’insieme delle cose che oggi sappiamo su Bagnoli ci dice che, per grazia di Dio, la catastrofe ecologica e il disastro ambientale, non abitano qui. E’ un pezzo di città da mettere a posto, ed è a questo punto assolutamente necessario che le attività di caratterizzazione e analisi del rischio, recentemente decise nel tavolo istituzionale tra Governo, Regione e Comune, procedano il più velocemente possibile, per dare risposta ai dubbi e alle inquietudini che la perizia ha lasciato in sospeso.

bagnoli2-piccola

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 7 febbraio 2017

La voglia di essere qualcun altro: più ci penso e più mi convinco che la spiegazione del groviglio istituzionale che è diventata la questione di Bagnoli (ma la cosa riguarda altri dossier importanti per la città, dalla sicurezza ai rifiuti), alla fine è tutta qui.

Da un lato, avevamo un capo di governo che, non pago della responsabilità, già di per sé onerosa, di formare le politiche nazionali e pure quella estera, si era candidato invece ad essere il “sindaco d’Italia”, nell’ansia di comunicare ad un paese fermo sulle ginocchia l’idea di una politica superman, in grado di intervenire su ogni cosa, finalmente capace di produrre risultati rapidi, concreti e visibili.

Se dopo un ventennio di indagini, bonifiche e programmazione Bagnoli s’è trasformata in palude stagnante, nel simbolo dell’amministrazione impotente, ci pensa il sindaco della nazione, con il decreto sblocca-Italia e il commissario, a mettere tutto a posto, dal completamento della bonifica, alla decisione dove mettere gli alberghi e le casette.

La cosa buffa è che, dall’altro lato, c’è un sindaco, quello vero, che non è arrivato ieri, anzi è al secondo mandato, che dovrebbe per l’appunto occuparsi di politiche urbane, di manutenzione e rinnovamento della città, e che preferisce invece dedicarsi ad altre cose, dal diritto alla felicità, alla fondazione di nuovi movimenti ideali e politici. Manifestando in tal modo una insoddisfazione per il suo ruolo, perfettamente speculare a quella che attanagliava il sindaco-premier: l’irrefrenabile desiderio, per l’appunto, di essere qualcun altro, come se l’amministrazione della terza città d’Italia non fosse di per sé un compito bastante a riempire la vita di una persona.

Sia come sia, il risultato è che, a distanza di quasi tre anni dal commissariamento governativo, la palude è ancora lì, e la situazione si è anzi ulteriormente complicata, perché nel frattempo c’è un altro potere dello stato, la magistratura, che vuole ancora capire cosa sia stato realmente fatto nel corso di una bonifica ventennale, costata al contribuente più di cinquecento milioni, e che per questo ha pensato bene di mettere sotto sequestro le aree.

La buona notizia, è che è ripreso ieri il dialogo istituzionale, con una riunione in prefettura del tavolo tra governo, regione e comune. De Vincenti, che di queste cose si era interessato da sottosegretario, è nel frattempo diventato ministro. Il nuovo presidente del consiglio, a differenza del precedente, sembra propenso a deporre mantello e superpoteri,  desideroso semplicemente di fare il suo mestiere.

Insomma, sembrerebbero esserci le condizioni per ripartire, il clima è cambiato, e si registrerebbe finalmente una convergenza operativa, nonostante il diniego perdurante del sindaco a prender parte alla “cabina di regia”.

Affinché tutto questo si trasformi in azione, sarebbe a questo punto necessario che ciascuno dei poteri rientrasse finalmente nei propri confini, e facesse semplicemente le cose che deve fare: il governo il completamento della bonifica (che riguarda meno di un terzo dell’area complessiva di trasformazione urbana); il comune l’urbanistica; la regione una gestione efficace dei fondi europei, e magari le grandi infrastrutture di trasporto (dove sono finite le due linee di metropolitana con le quali si immaginava di raggiungere la nuova Bagnoli?); la magistratura l’accertamento dei reati, che non necessariamente significa tenere le aree in ostaggio a tempo indeterminato.

Soprattutto il governo deve capire che Bagnoli non è l’EXPO, non è una grande opera o un grande evento, ma un pezzo di città da rigenerare, e per queste cose i commissariamenti romani non danno buoni frutti. Per quanto riguarda l’urbanistica, sono passati tredici anni dall’approvazione del PRG, che è il tempo nel quale nei paesi europei un piano viene attuato e se ne fa un altro. In quelle terre, la pianificazione è un processo, più che un documento scritto: è il mestiere di far incontrare le persone coi luoghi, creando opportunità di vita e di lavoro, nell’idea che il territorio è il bene pubblico più importante, e che le scelte devono essere condivise e sostenibili, per tutti.

Questa amministrazione comunale ha assistito inerte nei suoi primi cinque anni alla dissoluzione della società di trasformazione urbana, nonostante il cambio di management e i conferimenti simbolici di cespiti per sanare in extremis il bilancio. Per convincer tutti di aver cambiato marcia, il comune deve ora mostrare una reale capacità amministrativa, che significa soprattutto riattivare, intorno al ristretto manipolo di funzionari, un vero ufficio di piano, e una strategia di promozione territoriale credibile per cittadini e investitori. Più in generale, per i diversi poteri, è il tempo di lavorare insieme, ciascuno per le rispettive competenze, smettendola con il gioco a perdere di far finta d’essere qualcun altro.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 7 febbraio 2017 con il titolo “E’ giunto il tempo di lavorare insieme”