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Luciano Brancaccio, Repubblica Napoli del 15 marzo 2017

Con il diniego della Mostra d’Oltremare per la manifestazione di un parlamentare della Repubblica il sindaco de Magistris ha dato prova ancora una volta della sua personale concezione della politica. Della sovrapposizione, visibile fin dai primi mesi del suo mandato, tra la propria sfera egotica, il mandato amministrativo ricevuto dagli elettori e le velleità di capo politico. Della combinazione strumentale e della confusione temporale tra il magistrato, il politico e l’amministratore. E infine della primazia della vocazione di capopopolo sul governo della città, sulla tutela degli interessi concreti dei cittadini, sulla cura delle sue funzioni di base: i trasporti – incredibilmente azzerati in questi giorni di tafferugli urbani e verbali – i servizi sociali, le politiche per la casa, i vincoli della burocrazia, le inefficienze e le zone oscure del corpo di polizia municipale e altro ancora.

Il capo politico che vediamo schierarsi a parole con gli ultimi della società è lo stesso amministratore al vertice della macchina che dovrebbe erogare servizi essenziali, sul piano materiale, per i cittadini più svantaggiati. Quella macchina che nel suo ordinario funzionare allarga le disuguaglianze piuttosto che ridurle. Ma questa elementare identità (capopopolo e amministratore) è offuscata dallo sproloquio mediatico, dal tweet guevarista. Una sorta di “falsa coscienza di classe” a danno dei più indifesi, per dirla con una terminologia che, se non lui direttamente, i suoi consiglieri certamente frequentano.

Il dibattito che è scaturito da queste vicende ci costringe ad andare al di là di questa rappresentazione a tratti macchiettistica. Interrogandoci con più contezza sul come si sia arrivati a questa situazione e quali vie si possano percorrere.

A tal proposito Biagio De Giovanni sulle colonne de Il Mattino si chiede correttamente dove sia il “noi”. Dove sia l’argine, il bastione della civiltà, la radice illuminista del nostro convivere per cui le opinioni politiche (nobili o volgari che siano) restano elementi relativi, e non assoluti sui quali fondare la ragione della propria stessa identità. Dove sia la matrice culturale per cui le posizioni politiche (soprattutto quelle dei parlamentari, le sole in questa vicenda a potersi avvalere di un superiore sigillo di garanzia costituzionale) vengano tutelate dal diritto “sacrosanto” di esprimerle – sacrosanto non perché rivelato da un qualche messia, ma perché scolpito nel sangue dei molti che hanno combattuto per affermarlo, compresi i nostri ascendenti diretti nell’ultima guerra. Dove sia il “noi” che limita le pulsioni personali, i deliri di onnipotenza, i vaneggiamenti rivoluzionari e contiene il comportamento istituzionale e politico entro il limite di una minima sobrietà, che a un certo punto del degrado che ci tocca in sorte diventa semplicemente la soglia del rispetto per la comunità che si governa e per le intelligenze che la costituiscono.

Il problema è proprio che quel “noi” è morto, e non da oggi. È stato ripetutamente calpestato proprio dalle amministrazioni di centrosinistra della città. Delle stagioni di Iervolino e Bassolino, soprattutto quest’ultima nata con ben altre prospettive, questo resta: uno spirito civico avvizzito e mortificato. Quel “noi” è stato lacerato, disperso in mille rivoli e infine sovrastato da un’onda montante fatta di apprendisti stregoni e furbizia mediatica che si poteva ben prevedere. E se non si è prevista, se non si è curato quell’argine è perché quel “noi”, quando ancora sopravviveva, seppur in forme caricaturali, conteneva già i germi dell’attuale condizione politica della città. Li conteneva non nel suo pensare astratto e di facciata, nelle parole ostentate, nei riferimenti solo dichiarati ai valori fondanti e alla costituzione, ma nel suo realizzarsi, nella pratica della gestione di un potere fatto di soli ventri, di autoaffermazione cieca, di narcisismi, di doppia morale, di circuiti chiusi, di sottili e meno sottili intimidazioni nei confronti di chi non sta dalla parte giusta. E quando le competenze, i tecnici illuminati, i consiglieri di corte hanno cercato di porre rimedio a una immagine pubblica ormai palesemente deteriorata, quando hanno cercato di puntellare una facciata che mostrava crepe da tutte le parti, il risultato è stato qualche pannicello caldo che aggiungeva al danno lo sberleffo del potere. Alcuni ricorderanno il rituale dei tavoli partecipati promossi dalla Iervolino durante la campagna elettorale del 2006 che la vedrà riconfermata alla guida della città: un vuoto simulacro di pratiche trasferite asetticamente dai libri di sociologia politica.

Dalle amministrazioni Iervolino e Bassolino abbiamo ereditato la pulsione all’amministrazione corporativa, all’azione politica autoreferenziale, alla divisione del corpo della città secondo grumi di potere. Al distacco dalle esperienze virtuose che non hanno mai trovano un punto di coagulo, una sponda istituzionale: classi dirigenti abortite prima di dare prova di sé. L’elenco potrebbe essere lungo.

Ma è un problema solo della politica? Non credo. Nel 2006, quando i segnali erano già chiari, l’offerta politica presentatasi alle elezioni comunali conteneva l’alternativa. La lista di Marco Rossi- Doria, che oggi lavora in perfetta solitudine ventre a terra nel cuore della città su progetti di emancipazione degli ultimi, ottenne un numero di voti neanche sufficiente a eleggere un consigliere comunale.

Da dove ripartire allora? Dalla società reale, dagli ordini professionali, dalle associazioni di categoria, dai gruppi accademici. Laddove c’è potere in questa città c’è intolleranza verso il nuovo, verso il pensiero indipendente, il solo che può aprire nuove prospettive, ma che in questa città viene sistematicamente affossato, percepito, probabilmente con qualche ragione, come il cuneo che fa franare la terra sotto i piedi di qualche grand commis. Ben oltre la compagine di de Magistris, le responsabilità si estendono.

 

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 2 marzo 2017

E’ veramente difficile non cedere allo sconforto, leggendo le anticipazioni di stampa sulla super perizia commissionata dal Tribunale di Napoli, che doveva dire una parola definitiva sulla conduzione della bonifica di Bagnoli. Le conclusioni cui i periti giungono sono raggelanti: le operazioni di bonifica, anziché migliorare lo stato ambientale dei luoghi, ne avrebbero addirittura compromesso la possibilità d’uso futura, rendendo comunque necessaria una nuova attività di caratterizzazione, di messa in sicurezza, bonifica.

“L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”, avrebbe sbrigativamente concluso Bartali. Considerato che le prime attività di caratterizzazione risalgono al  1997, il senso della perizia è che abbiamo perso un ventennio, oltre a una barca di soldi, e la prospettiva è ora quella di ricominciare da capo, rituffandoci in un brutto sogno che non vuole finire mai.

Un incubo che non riguarda solo noi, perché il fallimento di Bagnoli è solo un capitolo di una storia più vasta, se in Italia in un quarto di secolo siamo riusciti a portare a termine meno dell’un per cento delle bonifiche previste nei Siti di Interesse Nazionale. Insomma, le bonifiche sono una pagina nera della storia della Repubblica, e questo fatto merita una riflessione seria, lasciando da parte le fumisterie specialistiche, l’atmosfera esoterica, da iniziati più che da addetti ai lavori, che ammanta solitamente queste cose.

C’è, innanzitutto, una difficoltà di governance, perché le competenze alla fine sono distribuite lungo tutta la filiera istituzionale, dallo Stato centrale al Comune, e la cooperazione tra i diversi organi dell’Amministrazione non è mai stato il nostro forte, con una inclinazione piuttosto al rimbalzo di responsabilità. In più c’è l’instabilità istituzionale: nella pluridecennale vicenda di Bagnoli si sono succeduti quattordici governi centrali, cinque amministrazioni regionali, e quattro diversi sindaci, con momenti di stallo e incomunicabilità che si sono pure verificati, soprattutto quando ai diversi livelli sedevano amministrazioni di differente segno politico.

A complicare ulteriormente le cose, c’è stata poi l’evoluzione legislativa, nel caso di Bagnoli le leggi di riferimento sono cambiate ben due volte, con la difficoltà, che si è puntualmente verificata, di dover decidere se e come adeguare i piani di bonifica, faticosamente approvati in conferenza dei servizi, alle nuove regole e ai nuovi standard.

Esiste poi senz’altro un problema di comunicazione e partecipazione pubblica, che alla fine conta, e fa la differenza. Nei paesi che queste cose le sanno fare, con approccio sobrio e in tempi rapidi, proprio la consapevolezza della delicatezza di questo tipo di operazioni, che toccano nel vivo interessi economici rilevanti, ma anche la vita dei cittadini, il diritto alla salute, la qualità degli ambienti di vita, spinge le amministrazioni a sollecitare la partecipazione pubblica, con la produzione di rapporti periodici sullo stato di avanzamento dei lavori, la possibilità di visitare i cantieri, tutte cose che rafforzano la credibilità e la fiducia nelle istituzioni, e che aiutano gli stessi attuatori a non smarrire la rotta. A Bagnoli tutto questo è mancato, l’area è stata di fatto negata alla città per un lungo ventennio, il muro di cinta ha funzionato da limite invalicabile, e nessun racconto, nessun rendiconto è stato fatto alle comunità, con l’effetto di alimentare il disamore, la diffidenza, il distacco.

Ora, con la super perizia, sembra giunto il momento della verità, della resa dei conti. Come altre volte è successo in Italia, la risposta di ultima istanza ad un fallimento politico-amministrativo è di tipo giudiziario, ma anche qui bisogna mantenere i nervi saldi, e intendersi. Perché dopo una lettura attenta della perizia, e della minuziosa ricostruzione tecnico-amministrativa che essa contiene, è possibile e doveroso sottoporre le conclusioni cui giungono gli esperti ad un vaglio critico, con tutto il rispetto dovuto al poderoso lavoro svolto.

Tra le diverse cose che i periti hanno fatto, c’è stato lo scavo e il campionamento di quindici trincee nelle aree funzionali del Parco dello Sport e del Parco urbano, con il prelievo di una quarantina di campioni di suolo. Ebbene, il 90% dei campioni prelevati nel Parco urbano, e il 45% dei campioni prelevati nel Parco dello Sport, hanno evidenziato un contenuto di inquinanti organici (IPA e idrocarburi nel Parco urbano, IPA e PCB nel Parco dello Sport), superiori agli obiettivi di bonifica che erano stati previsti. Questo sia nello strato profondo, di riempimento con materiali più grossolani, sia nello strato superiore, a granulometria più fine, servito a ricostruire il suolo superficiale.

Sulla base di questi dati, gli esperti giungono alla conclusione che “… gli interventi di bonifica certificati, così come realizzati abbiano compromesso la futura fruibilità dei luoghi, perlomeno quelli a destinazione d’uso residenziale, arrivando talora a incrementare le concentrazioni esistenti prima della bonifica. Tale compromissione determina la necessità di una nuova attività di caratterizzazione e di bonifica/messa in sicurezza, finalizzata a rendere tali luoghi a tutti gli effetti conformi ai sensi di legge, nei termini di un’analisi di rischio”.

Ora, se è senza dubbio deprecabile il fatto che una bonifica costosa e complessa non abbia condotto, foss’anche solo nei punti di campionamento interessati dalla perizia, alla risoluzione dei problemi iniziali di contaminazione,  è sul giudizio netto di “compromissione dei luoghi” che non è possibile essere d’accordo, proprio perché, alla luce della procedura prevista dalla legge, esso può essere legittimamente espresso solo dopo aver realizzato ad un’analisi di rischio sito-specifica, la stessa chiamata in causa dai periti, i quali però, nell’ansia di giungere comunque a un verdetto netto e definitivo, sembrano incorrere in un curioso loop logico.

Quello che si vuole affermare è che “compromissione dei luoghi” significa una cosa ben precisa, e cioè che quei luoghi non possono essere utilizzati dalle persone in condizioni di sicurezza, senza che ci siano ragionevoli rischi per la salute, dovuti all’esposizione concreta a sostanze pericolose, per  contatto, inalazione o ingestione. Per sapere questo occorre l’analisi di rischio.

Resta il fatto, che i dati epidemiologici di scala comunale, pure citati dalla perizia, dicono che la mortalità per tumore è più bassa a Bagnoli che nel resto della città, mentre le analisi effettuate dall’ABC hanno evidenziato come le acque di falda risultino pulite anche a monte della barriera idraulica, e questa è la migliore conferma che i potenziali contaminanti presenti nei suoli hanno una bassissima mobilità, e non se ne vanno in giro per l’ambiente.

Alla fine, anche la perizia deve riconoscere, seppur con formula involuta, che “non sono emersi elementi che ci permettano di concludere con certezza che esiste un rapporto fra inquinamento ed eventuale danno alla salute nel caso specifico, poiché mancano dati epidemiologici e dati di monitoraggio biologico, che esprimono la reale dose assorbita.”

Insomma, se sono stati fatti errori devono essere perseguiti, ma l’insieme delle cose che oggi sappiamo su Bagnoli ci dice che, per grazia di Dio, la catastrofe ecologica e il disastro ambientale, non abitano qui. E’ un pezzo di città da mettere a posto, ed è a questo punto assolutamente necessario che le attività di caratterizzazione e analisi del rischio, recentemente decise nel tavolo istituzionale tra Governo, Regione e Comune, procedano il più velocemente possibile, per dare risposta ai dubbi e alle inquietudini che la perizia ha lasciato in sospeso.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 7 febbraio 2017

La voglia di essere qualcun altro: più ci penso e più mi convinco che la spiegazione del groviglio istituzionale che è diventata la questione di Bagnoli (ma la cosa riguarda altri dossier importanti per la città, dalla sicurezza ai rifiuti), alla fine è tutta qui.

Da un lato, avevamo un capo di governo che, non pago della responsabilità, già di per sé onerosa, di formare le politiche nazionali e pure quella estera, si era candidato invece ad essere il “sindaco d’Italia”, nell’ansia di comunicare ad un paese fermo sulle ginocchia l’idea di una politica superman, in grado di intervenire su ogni cosa, finalmente capace di produrre risultati rapidi, concreti e visibili.

Se dopo un ventennio di indagini, bonifiche e programmazione Bagnoli s’è trasformata in palude stagnante, nel simbolo dell’amministrazione impotente, ci pensa il sindaco della nazione, con il decreto sblocca-Italia e il commissario, a mettere tutto a posto, dal completamento della bonifica, alla decisione dove mettere gli alberghi e le casette.

La cosa buffa è che, dall’altro lato, c’è un sindaco, quello vero, che non è arrivato ieri, anzi è al secondo mandato, che dovrebbe per l’appunto occuparsi di politiche urbane, di manutenzione e rinnovamento della città, e che preferisce invece dedicarsi ad altre cose, dal diritto alla felicità, alla fondazione di nuovi movimenti ideali e politici. Manifestando in tal modo una insoddisfazione per il suo ruolo, perfettamente speculare a quella che attanagliava il sindaco-premier: l’irrefrenabile desiderio, per l’appunto, di essere qualcun altro, come se l’amministrazione della terza città d’Italia non fosse di per sé un compito bastante a riempire la vita di una persona.

Sia come sia, il risultato è che, a distanza di quasi tre anni dal commissariamento governativo, la palude è ancora lì, e la situazione si è anzi ulteriormente complicata, perché nel frattempo c’è un altro potere dello stato, la magistratura, che vuole ancora capire cosa sia stato realmente fatto nel corso di una bonifica ventennale, costata al contribuente più di cinquecento milioni, e che per questo ha pensato bene di mettere sotto sequestro le aree.

La buona notizia, è che è ripreso ieri il dialogo istituzionale, con una riunione in prefettura del tavolo tra governo, regione e comune. De Vincenti, che di queste cose si era interessato da sottosegretario, è nel frattempo diventato ministro. Il nuovo presidente del consiglio, a differenza del precedente, sembra propenso a deporre mantello e superpoteri,  desideroso semplicemente di fare il suo mestiere.

Insomma, sembrerebbero esserci le condizioni per ripartire, il clima è cambiato, e si registrerebbe finalmente una convergenza operativa, nonostante il diniego perdurante del sindaco a prender parte alla “cabina di regia”.

Affinché tutto questo si trasformi in azione, sarebbe a questo punto necessario che ciascuno dei poteri rientrasse finalmente nei propri confini, e facesse semplicemente le cose che deve fare: il governo il completamento della bonifica (che riguarda meno di un terzo dell’area complessiva di trasformazione urbana); il comune l’urbanistica; la regione una gestione efficace dei fondi europei, e magari le grandi infrastrutture di trasporto (dove sono finite le due linee di metropolitana con le quali si immaginava di raggiungere la nuova Bagnoli?); la magistratura l’accertamento dei reati, che non necessariamente significa tenere le aree in ostaggio a tempo indeterminato.

Soprattutto il governo deve capire che Bagnoli non è l’EXPO, non è una grande opera o un grande evento, ma un pezzo di città da rigenerare, e per queste cose i commissariamenti romani non danno buoni frutti. Per quanto riguarda l’urbanistica, sono passati tredici anni dall’approvazione del PRG, che è il tempo nel quale nei paesi europei un piano viene attuato e se ne fa un altro. In quelle terre, la pianificazione è un processo, più che un documento scritto: è il mestiere di far incontrare le persone coi luoghi, creando opportunità di vita e di lavoro, nell’idea che il territorio è il bene pubblico più importante, e che le scelte devono essere condivise e sostenibili, per tutti.

Questa amministrazione comunale ha assistito inerte nei suoi primi cinque anni alla dissoluzione della società di trasformazione urbana, nonostante il cambio di management e i conferimenti simbolici di cespiti per sanare in extremis il bilancio. Per convincer tutti di aver cambiato marcia, il comune deve ora mostrare una reale capacità amministrativa, che significa soprattutto riattivare, intorno al ristretto manipolo di funzionari, un vero ufficio di piano, e una strategia di promozione territoriale credibile per cittadini e investitori. Più in generale, per i diversi poteri, è il tempo di lavorare insieme, ciascuno per le rispettive competenze, smettendola con il gioco a perdere di far finta d’essere qualcun altro.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 7 febbraio 2017 con il titolo “E’ giunto il tempo di lavorare insieme”

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 1 febbraio 2017

La terra sta ferma, le persone invece, se possono, si spostano incontro alle opportunità, ed allora nei giorni scorsi si è discusso su questo giornale dei dati demografici preoccupanti che riguardano la città di Napoli, che ha perso duemilatrecento abitanti nell’ultimo anno, ventiseimila nell’ultimo decennio, come se fosse andata via tutta insieme una città come Pompei. Il ridimensionamento demografico di Napoli non è cosa nuova, come ha raccontato Pasquale Coppola va avanti dalla metà del ‘900: all’inizio degli anni ’60, a Napoli abitava più della metà della popolazione della provincia, era il socio di maggioranza; ora il capoluogo conta meno di un terzo degli abitanti della neonata città metropolitana, il baricentro si è spostato decisamente verso l’hinterland.

D’altro canto, non occorrono i bollettini statistici per rendersi conto dell’esodo, basta la storia delle nostre famiglie: ieri sera a cena da amici i discorsi sui figli vertevano su scelte e traiettorie inesorabilmente lontane di qui, i rapporti Svimez confermano che ad andare via sono i più giovani e i più preparati.

Nel dibattito sullo stato della città e sulla sua immagine, se si debba dar retta alle classifiche deprimenti sulla qualità di vita, o a quelle più lusinghiere sul gradimento del sindaco, a Gomorra o ai Bastardi, il declino demografico appare come un momento di verità, perché una città in salute non perde i suoi abitanti, e la conclusione amara è che i diversi cicli politici dell’ultimo cinquantennio non sono stati in grado di arrestare la deriva.

Potrebbe essere anche una questione di punti di vista: in risposta alle lamentazioni, Manlio Rossi Doria provocatoriamente sosteneva che l’emigrazione, per quanto dolorosa, alla fine può essere salutare, perché consente di equilibrare il carico di persone con le reali opportunità che il territorio offre, ma lui parlava delle campagne, la città allora era il mondo nuovo della speranza. La realtà odierna è più mesta, perché il sistema urbano disarmonico del Mezzogiorno d’Italia sembra aver perso anche questa capacità attrattiva per uomini e aziende, ed è difficile capire da che parte debba iniziare una fase nuova di sviluppo.

Se questa è la realtà, conviene guardarle dritto in faccia, e il motivo vero di demoralizzazione per il cittadino meridionale viene allora dall’incapacità attuale della Repubblica di dare una risposta convincente, che non può che essere unitaria: per invertire la china è necessario che lo Stato centrale, la Regione e il Comune  la Città metropolitana giochino di squadra, perché nessun livello di governo ha in mano la chiave risolutiva, e la speranza non può essere riposta in un sindaco, un governatore o un capo di governo, ma nel funzionamento complessivo della macchina istituzionale repubblicana.

Nel frattempo però il clima s’è fatto brutto, con Brexit e Trump sembra passato il tempo delle politiche cooperative a somma positiva, quelle dove i benefici delle decisioni toccano, magari in misura diversa, tutti i contraenti; è questo il momento delle politiche a somma zero, dove c’è uno che vince e uno che perde, generalmente il più debole, e ogni decisione somiglia a una partita a poker al tavolo del saloon.

A questo clima, certamente non propizio per le ragioni del Mezzogiorno, sembra volersi ispirare, obbedendo al proprio spirito animale, l’intero schieramento populista italiano, che potrebbe valere nel nuovo parlamento anche la metà dei seggi totali.

E’ evidente che il meridionalismo è geneticamente lontano da qui: da Fortunato a Marotta, era tutta gente che sprezzava ogni localismo e protezionismo, che ostinatamente pensava il Mezzogiorno come a un pezzo importante d’Italia, d’Europa, di mondo.

 

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Conchita Sannino, Repubblica Napoli 27 gennaio 2017

Gli alberi in lontananza, silenzio, e l’umido che assale insieme alla mestizia. Oggi qui fuori, non c’è la città che lo onorerà oggi e domani. Ma il suo mondo. Sono gli orfani di Pizzofalcone. La segretaria o lo storico braccio destro di una vita, l’ex ricercatore e il giovane docente che ha imparato tanto da lui. Arrivano l’assessore Nino Daniele, il sindaco de Magistris che abbraccia Massimiliano, le figlie Barbara e Valeria. «Gerardo era uno storico, un maestro di immensa cultura. Un faro, un punto di riferimento per tutte le generazioni. Rivoluzionario fino alla fine, sempre dalla parte della libertà e della giustizia – ha scritto il primo cittadino nella notte – In prima linea nella lotta per i diritti». A Gerardo, racconta poi, «mi legavano sentimenti di enorme ammirazione ma anche di affetto, lo seguivo da quando ero magistrato, l’ho sentito sempre vicino, per tanti di noi, quelli della mia generazione è stato un simbolo, una mente illuminata e anche un volto della Napoli più internazionale e prestigiosa». Le figlie intanto sono già andate via, qualcuno si è incaricato di far assorbire loro, nella notte, l’atroce notizia che «a nessuno di noi sembrava possibile, nonostante l’età», spiega ancora Massimiliano. Lo conferma Giuseppe, il fisioterapista che fino a poche ore prima della fine lo spingeva tra una battuta, un’occhiataccia e un lieve rimprovero a continuare gli esercizi e ora scende giù in camice a salutare i parenti. «Mi aveva chiesto la disponibilità di un angolino della palestra: doveva parlare con sua nipote, una docente, e preparare alcuni discorsi – si commuove Giuseppe – Ovviamente gli ho detto che eravamo onorati e ne abbiamo sorriso, e lui è rimasto lì alcune ore, con i suoi libri e i suoi appunti, a studiare e a parlare».

Il cordoglio diventa internazionale. Prima il presidenete Mattarella, che ne ricorda «la passione meridionalista e l’impegno generoso per la diffusione del sapere e la preservazione del patrimonio culturale del Paese». Poi è la volta del presidente emerito Giorgio Napolitano: «straordinario per passione e vigore», lo definisce. E poi non ha timore di mettere il dito nella piaga dei fondi che erano finiti. «La sua generosità, scontratasi con sordità e ristrettezze che hanno caratterizzato nel tempo le risposte ai suoi appelli – sottolinea Napolitano – ha toccato profondamente anche la sua vita famigliare, oltre a indurlo a delusioni e proteste incessanti ». Il governatore De Luca lo ricorda come «uomo di grande tenacia e ostinazione, grande umanista che si è scontrato con tante difficoltà, tanti elementi di resistenza burocratica e problemi oggettivi di finanziamento per il mantenimento della biblioteca che costituisce un patrimonio immenso ». Ritorna la forza intellettuale e la tenacia caratteriale nascosta dietro l’apparente gracilità. L’immancabile borsalino sembra ancora lì, sopra quegli abiti messi su a strati e a cui non faceva troppo caso. L'”avvocato” è ormai un piccolo corpo sotto un velo, è un viso antico e disteso in quella camera mortuaria semplice e piccola proprio come lui, mentre di ora in ora si fanno più forti, vitali e presenti le parole di Gerardo Marotta. Morto com’era vissuto.

«Abbiamo parlato tanto, avevamo messo in cantiere la riunione del Consiglio direttivo del 21. Quando dovevo andare dal sindaco per organizzare le celebrazioni di aprile per i suoi 90anni mi diceva: chiedi le borse di studio per i ragazzi, se i giovani studiano, il paese è salvo», continua ancora Massimiliano, stesso fisico sottile, stessa impronta di napoletano silenzioso, stessa ironia che come nel padre sbuca fuori sottile e amara. Dentro, una donna sulla cinquantina lo fissa salla panca della camera, come se gli parlasse. È Silvana Aprile, impiegata amministrativa dell’Istituto, «solo una delle tante che ha imparato tante cose grazie a lui, che è cresciuta con lui, sapeva essere più di un padre». Ma forse ciò che ricorre di più nel racconto di chi gli è stato vicino non è solo il valore del pensiero, il suo genio culturale, ma un’attitudine spinta fino agli eccessi: la generosità. Silvana te lo restituisce in un frammento: «Mi aiutava quando prendeva la pensione». E te lo ricorda anche Francesco Blasi, psichiatra del Forum Sergio Piro, guidato da Antonio Mancini: «Non solo Gerardo ha sostenuto tutte le battaglie civili di Piro per la civiltà della salute mentale, ma ha accolto materialmente tra le mura dell’Istituto i nostri gruppi terapeutici e i malati psichiatrici quando non avevamo più dove andare». Arriva in lacrime anche l’ex assessore comunale Antonella Di Nocera: «Ricordo la sua enorme passione culturale e civile, lo ricorderemo all’Astra (oggi, ndr), con le sue stesse parole estratte dal film “La seconda natura” di Marcello Sannino ». Arriva un altro vecchio amico, il docente Antonio Di Gennaro: «Provo una tristezza immensa. Senza l’avvocato la città è più povera e più fragile. Lui l’ha difesa e arricchita di prestigio, donandole tutte le sue energie, la sua passione, la sua autorevolezza, e i suoi averi. Questo piccolo uomo è stato un gigante. Stamattina mi ha colpito il suo volto sereno, pieno di pace, aveva dato tutto, aveva fatto tutto quello che poteva. Ora dobbiamo essere vicini a Massimiliano a, Sergio a i familiari e gli amici dell’Istituto, il lavoro deve essere continuato, l’eredità di Gerardo è una risorsa immensa per la città, una riserva di speranza».

Foto di Augusto De Lucahttp://www.flickr.com/photos/57005853@N07/9124143012/sizes/o/in/photostream/

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Francesco Erbani, Repubblica del 27 gennaio 2017

L’ultima battaglia racconta molto di Gerardo Marotta. L’avvocato Marotta, che si è spento a Napoli alla vigilia dei novant’anni, l’ha condotta senza stancarsi, contro il trascorrere del tempo che rendeva ordinaria, trascurabile, una storia che restava pazzesca: la dispersione dei suoi trecentomila volumi raccolti con pazienza e ardore, rincorsi negli anfratti

dell’ultimo rigattiere e che un groviglio burocratico lasciava marcire. Trecentomila volumi: non sono tante le cose culturalmente più rilevanti. E dire che Marotta, il cappello a larghe tese indossato anche in casa, calcato sui capelli candidi, ne ha sostenute di battaglie per una cultura che rompesse i diaframmi elitari, diventando lievito civile.

«Dobbiamo chiedergli perdono », diceva ieri l’assessore alla Cultura del Comune di Napoli, Nino Daniele. Mentre Massimiliano, figlio di Gerardo, ricordava «i libri sparpagliati in diversi depositi, da Arzano a Casoria, che attendono la ristrutturazione dei locali che dovrebbero ospitarli, acquistati dalla Regione nel 2008, ma per i quali manca il progetto esecutivo». I ritardi, accumulati durante la precedente amministrazione, impediscono l’uso della biblioteca. Più il tempo passava, più i capelli dell’avvocato si appoggiavano sulle spalle e il viso smagriva al pensiero che con i libri si disperdesse il patrimonio che aveva condiviso non solo con la sua città. Nel 1975 Marotta diede vita all’Istituto italiano per gli studi filosofici. Fondamentale era il “per”. Gli studi filosofici come obiettivo, un complemento di scopo o di vantaggio e non un genitivo. Per tanto tempo l’Istituto ha avuto sede a casa Marotta, all’estremità di Monte di Dio. Nel salotto affacciato su Capri ci si ammassava per ascoltare Hans Georg Gadamer, Paul Ricoeur, Norberto Bobbio, Paul Oskar Kristeller, Paul Dibon, Eugenio Garin e il meglio del pensiero filosofico europeo.

Marotta era un principe del diritto amministrativo, il suo studio discuteva cause miliardarie. Ma lui lo lasciò, vendette proprietà. I soldi servivano per l’Istituto e per i libri. All’inizio degli anni Ottanta gli fu assegnata la seicentesca Biblioteca dei Girolamini. Ma prima del trasloco, subito dopo il sisma del 1980, quelle stanze furono aperte ai terremotati. Nel bel film La seconda natura di Marcello Sannino si vede Marotta che racconta ai senzatetto il divario che a Napoli ha separato l’alta cultura e il popolo e aggiunge che una casa andava loro assicurata, ma non la sala con i volumi appartenuti a Giambattista Vico. Al che un uomo gli si avvicina: «Te do ‘nu vaso ‘nfronte» (ti do un bacio in fronte).

Nel salotto-istituto si respirava il lascito crociano, degli hegeliani napoletani e del meridionalismo liberale (Giustino Fortunato più che Gaetano Salvemini). Su tutto aleggiava la Repubblica giacobina del 1799 e quando parlava dei giovani impiccati dal re Borbone, Marotta era colto da commozione vera. Avvicinandosi Tangentopoli, Marotta istituì le Assise di Palazzo Marigliano, laboratorio sulla storia e la società meridionale. Per i duecento anni dalla Repubblica del 1799, sindaco Bassolino, Marotta fece aprire il portone principale del Palazzo Serra di Cassano, dove si era trasferito l’Istituto, chiuso da due secoli. Si affacciava su Palazzo Reale e i Serra di Cassano lo avevano sbarrato per disprezzo verso i Borbone che avevano ucciso il figlio Gennaro, fra i protagonisti della rivoluzione giacobina. Il portone era il simbolo della separatezza fra un potere nutrito di umori plebei e una cultura mortificata. Fu riaperto, poi di nuovo chiuso. Napoli sembrava la capitale di una rinata Repubblica delle Lettere, dell’Istituto scrivevano riviste internazionali.

Gli ultimi anni sono più tristi: i libri dispersi, i finanziamenti risicati che non consentivano più le borse di studio né i convegni internazionali. Un crepuscolo ha avvolto la spettacolare scalinata di Ferdinando Sanfelice e tutto Palazzo Serra di Cassano, dove Marotta sempre più piccolo, si aggirava intabarrato in un cappotto nero. Mai domo, però. «Martedì mattina sembrava riprendersi », racconta Massimiliano, «per i suoi novant’anni voleva una lezione su Bertrando Spaventa e su Luigi Einaudi».

Foto da internazionale.it

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 1 dicembre 2016

La classifica 2016 della qualità della vita pubblicata da “ItaliaOggi” certifica il momento assai difficile per le città del centro-sud: Napoli perde ancora tre posizioni ed ora è al terzultimo posto nella graduatoria delle centodieci città, e anche Roma è in caduta libera, perde diciannove posizioni in un solo anno, piazzandosi all’ottantottesimo posto.

Prima di giudicare se questo tipo di studi abbia senso, se i risultati coincidano con l’esperienza e la percezione di chi le città le vive ogni giorno, è importante comprendere cosa veramente la ricerca si propone di misurare, che è la qualità della vita non delle singole città, ma delle province, cioè di sistemi urbani più ampi.

Detto questo, il primo messaggio che viene dalla lettura della graduatoria 2016 è una difficoltà complessiva che riguarda tutte le grandi città metropolitane del paese, rispetto ai centri di minori dimensioni, la cosiddetta “provincia”.

Milano, Torino, Roma e Napoli si trovano tutte sulla parte destra della classifica, lontane dalle posizioni di vertice, e tutte, con l’eccezione di Torino, perdono colpi, peggiorando visibilmente rispetto all’anno prima.

Anche la Milano scintillante dell’Expo, alla quale molti guardano come la città italiana più dinamica, maggiormente in grado di rinnovarsi, di reggere la sfida con il resto d’Europa. Queste quattro città metropolitane inglobano 663 comuni, nei quali vive il 20 per cento della popolazione italiana, sul 5 per cento appena del territorio nazionale. Si tratta dunque delle aree del paese di massima densità e complessità urbana. All’opposto, per capirci, la città di Mantova, che quest’anno è in vetta alla graduatoria, ha quarantanovemila abitanti, meno del quartiere dove vivo, e tutta la sua provincia ha quattrocentomila abitanti, collocati in modo piuttosto ordinato e distribuito, su un territorio che è il doppio di quello della provincia di Napoli, che ne ospita più di tre milioni.

Insomma, questa classifica della qualità della vita somiglia a un Gran Premio dove accanto alle macchine da corsa gareggiano i caterpillar, ma sarebbe sbagliato dare un giudizio riduttivo e liquidare tutto così, perché è vero che l’Italia da troppo tempo ha smesso di fare politiche nazionali per migliorare la qualità dei suoi sistemi urbani.

Le vecchie province sono state mandate in soffitta, e le nuove Città metropolitane stentano ancora ad assumere un ruolo di guida e coordinamento. Ma la storia non finisce qui, perché c’è il lato più doloroso per noi, ed è la cesura tra il Mezzogiorno del paese, dove secondo la classifica si concentra larga parte del disagio urbano, e il resto d’Italia, dove i sistemi urbani sono comunque in grado di offrire ai cittadini un paniere di servizi ed opportunità almeno sufficiente, se non soddisfacente.

Insomma, Milano e Torino non brillano, ma rimangono pur sempre nel quadrante positivo della qualità urbana, quello dove l’offerta di lavoro, servizi, istruzione, salute, tempo libero è più vicina all’Europa. Roma e Napoli arrancano invece nel quadrante grigio, quello dove prevale la fatica quotidiana del vivere.

Ad ogni modo, il messaggio per Napoli è particolarmente amaro perché la classifica di “ItaliaOggi” è lì a ricordare che il capoluogo non si salva da solo, che il giudizio su di esso non dipende dai luna park sul lungomare, ma dalla qualità delle sue periferie, e di quell’hinterland dimenticato, che comprende il novanta per cento del territorio, e nel quale vivono come possono i due terzi degli abitanti della città metropolitana. Di fronte a questa realtà particolarmente dura Napoli ha due strade, come sempre: rinchiudersi nei suoi confini fisici ed oleografici, o stringere una nuova alleanza con il territorio, con le altre novanta città, dai Lattari al lago Patria, passando per il Vesuvio, costruendolo davvero un governo metropolitano capace di invertire la rotta.


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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 25 novembre 2016

Secondo l’Oxford Dictionary la parola dell’anno per il 2016 è “post verità” (post truth), dove “post” sta proprio per “dopo, oltre”. Secondo il prestigioso dizionario si parla di  “post verità” in tutte le “circostanze nelle quali i fatti oggettivi risultano meno influenti nel modellare la pubblica opinione rispetto all’istanza delle emozioni e delle credenze personali”.

Dietro l’affermazione del termine “post verità” ci sono evidentemente avvenimenti precisi che hanno contraddistinto l’anno che volge al termine, che sono innanzitutto le due campagne elettorali per la Brexit e le presidenziali americane, ambedue vinte, a dispetto dei pronostici, sulla base di affermazioni e slogan che per oltre il 60% dei casi non hanno poi retto il fact checking, la verifica dei fatti, ma questo importa poco, perché quello che conta è l’affermazione di uno stato d’animo diffuso, incontenibile, che come un fiume carsico riemerge e travolge tutto, infischiandosene altamente del principio di realtà e del senso critico.

Naturalmente, c’è anche chi dice che c’è poco di nuovo in quello che sta succedendo, che di post verità, se proprio si vuole proprio chiamarla così, la politica e la comunicazione pubblica si sono sempre nutrite, dai tempi del discorso di Pericle agli ateniesi, fino alla propaganda e alla pubblicità commerciale dei nostri giorni. Se proprio vogliamo cogliere elementi importanti di novità, è al potere straordinario conferito alla post verità dai social e dal web che dobbiamo allora guardare, e alla capacità che questi strumenti hanno di diffondere viralmente questa comunicazione emozionale, plasmando atteggiamenti e comportamenti in modo evidentemente non controllabile e prevedibile dai politici e sondaggisti vecchia maniera.

Sia quel che sia, i redattori dell’Oxford Dictionary sono incorsi in un errore non da poco, perché non sono stati Nigel Farage e Donald Trump i primi a cavalcare strumentalmente la post verità, ma noi poveri abitanti della Piana campana, con la nostra “Terra dei fuochi”, che pure è stata, a pensarci bene, una tempesta socio-emozionale che si è affermata globalmente grazie anche al web, in grado di mobilitare le coscienze, al di là di ogni ragionevole verifica dei fatti.

Sulla dimensione internazionale del fenomeno, discutevo proprio ieri con un giovane leader dei comitati, che mi raccontava con un certo compiacimento di come siano ormai numerosi i dipartimenti di scienze sociali europei che studiano con interesse il movimento di liberazione ambientale che è nato intorno alla terra dei fuochi, proponendolo come riferimento a scala mondiale.

Lasciando perdere i sociologi scozzesi, continuo a ritenere che la  generosità e l’impegno di questi ragazzi rappresentino un’energia positiva, un motore di cambiamento. Solo, ho provato a far osservare al mio entusiasta interlocutore come questo potenziale vada incanalato, facendo poi le domande giuste, nel senso che il governo di Roma sarà sempre ben contento di erogare qualche decina di milioni per bonifiche placebo, se questo gli consente di non impegnarsi per risolvere, con politiche serie, il  surplus di povertà, e il drammatico deficit di servizi essenziali, che rappresentano la vera emergenza dell’area metropolitana, e la causa principale, secondo tutti gli esperti in materia di salute pubblica, dei due anni e mezzo di aspettativa di vita che ci mancano rispetto alla media nazionale.

Insomma, la post verità è una nostra vecchia conoscenza, e su questa strada stiamo pure sperimentando cose nuove. A inizio novembre, infatti, la magistratura aveva dissequestrato i suoli agricoli di Caivano, riconoscendo finalmente che lo sforamento di alcuni valori era dovuto al fondo naturale, alla loro costituzione intrinseca. Ora, l’ASL2, non evidentemente appagata da tali conclusioni, ha intimato l’amministrazione comunale di interdire nuovamente quei suoli, per la presenza di alcuni inquinanti organici, appellandosi al principio di precauzione.

Ai tecnici dell’ASL bisognerebbe a questo punto ricordare che i rifiuti non c’entrano niente, si tratta di sostanze che nei suoli di un’area metropolitana possono esserci finiti per tutta una serie di motivi, e che comunque non sono assolutamente presenti nei prodotti che finiscono sulle nostre tavole. Insomma, di rischi concreti per la salute non c’è nemmeno l’ombra, ma il combinato disposto di una post verità (la frutta e la verdura avvelenate dai rifiuti), e del principio di precauzione (al quale sarebbe meglio ricorrere con un po’ più di precauzione, appunto), ci respinge nel medioevo più buio, in una dimensione dove non sono i dati, i fatti, il confronto critico ad avere la meglio, ma la forza irrefrenabile di uno slogan, di un’emozione.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli dell’11 novembre 2016

Con un decreto dello scorso due novembre la magistratura ha disposto in via definitiva il dissequestro dei suoli agricoli di Caivano. I motivi del provvedimento sono proprio quelli descritti nell’articolo con il quale questo giornale commentò, giusto tre anni fa, la notizia del sequestro (“Ma i rischi sono dubbi”): gli elementi chimici presenti nei suoli agricoli e nelle acque dei pozzi irrigui sono parte del “fondo naturale”, sono tipici degli ambienti vulcanici della piana campana, ed anzi rappresentano un aspetto della particolare fertilità di questi ecosistemi agricoli. Non bisognava essere Sherlock Holmes per dire queste cose, bastavano le cognizioni di base di scienza del suolo e di agronomia. Eppure, i tecnici che ragionavano in questo modo furono tacciati di negazionismo, e sono stati necessari tre anni, e l’iniziativa di pochi agricoltori coraggiosi, perché una verità ovvia acquisisse finalmente rilievo giudiziario.

Ma erano i giorni della caccia alle streghe, c’era uno schema preciso e convincente, ripreso incessantemente dai media, che non poteva essere messo in discussione: i rifiuti hanno inquinato i suoli, i suoli hanno contaminato le colture alimentari, il consumo di quei prodotti ha fatto ammalare le persone. In questa catena gli agricoltori erano dalla parte del nemico, l’agricoltura un’attività gravida di rischi. Così, i pomodori finirono sull’altare, come simbolo della disfatta di una terra.

Il provvedimento della magistratura del 2 novembre dice ora che quell’interpretazione era priva di fondamento, mentre anche i monitoraggi rigorosi, con migliaia di analisi sui prodotti, hanno confermato che gli ortaggi e la frutta della piana campana continuano ad avere qualità eccellente, e ad essere assolutamente sicuri.

L’impatto economico della crisi mediatico-giudiziaria è stato destabilizzante, non solo per gli agricoltori interessati dai sequestri, ma per l’intero settore agricolo. Uno studio condotto dall’Istituto Nazionale di Economia Agraria per conto del governo ha evidenziato come il danno economico sia ricaduto, nell’area di crisi, soprattutto sulle piccole aziende, non in grado di autocertificare i propri prodotti, con un calo dei prezzi di vendita dal 25 fino al 75%. Per i piccoli agricoltori della piana campana questo svilimento assolutamente immotivato del loro lavoro ha rappresentato l’umiliazione estrema, nonché una minaccia per la loro stessa esistenza.

Il dissequestro dei suoli di Caivano rappresenta uno spartiacque in questa dolorosa vicenda. E’ venuto il momento di riconsiderare le attività agricole delle pianure campane per quello che sono veramente: gli unici presidi di cura e gestione della terra e delle acque, nonché di buona economia, in uno sconquasso urbanistico e territoriale senza fine. Di questo disordine gli agricoltori sono vittime piuttosto che soggetti attivi.

Ricordando sempre una cosa: nella grande area metropolitana il sessanta per cento del territorio è spazio rurale, è cioè fatto non da strade e palazzi, ma da coltivi, boschi e aree naturali. E’ la maglia capillare di ventottomila aziende agricole che ancora resistono a prendersi cura di questa immensa cintura verde, che noi ci ostiniamo a non considerare. L’umiliazione degli agricoltori, la chiusura delle aziende agricole, è la strada più breve e sicura per lo sconquasso finale del nostro ecosistema e della nostra economia.

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Antonio di Gennaro, Eticaeconomia 2 novembre 2016

Sarebbe un’occasione formidabile, quella della “Terra dei fuochi”, per una riflessione sulle politiche ambientali in Italia, e sulla capacità del nostro apparato legislativo  e amministrativo di progettarle e implementarle. Ora che il clamore sembra essersi placato (in realtà abbiamo imparato che è solo un alternarsi ciclico di fasi ad alta e bassa attenzione dei media, periodicamente riattivato da nuovi ritrovamenti e denunce), dovrebbe essere finalmente possibile ragionare, a mente fredda,  sugli eventi di questi ultimi tre anni.

Perché, se di “Terra dei fuochi” si parla almeno dal 2003 – anno di pubblicazione del rapporto Legambiente sulle ecomafie, nel quale l’espressione è impiegata per la prima volta – è dall’estate del 2013 che tutto si è amplificato e accelerato, con l’intervista del pentito Carmine Schiavone al telegiornale Sky, nella quale si racconta come il clan Bidognetti si sia arricchito per un ventennio, seppellendo nei suoli fertili della piana campana rifiuti di ogni tipo, provenienti in prevalenza da industrie del nord.

L’impatto è enorme, e senza fine è la serie di servizi e reportage sul tema, la cui tesi implicita è la seguente: i clan hanno seppellito nella piana campana ingenti quantità di rifiuti speciali e pericolosi, sovente miscelati al flusso disordinato di rifiuti urbani; i suoli e le falde della piana campana – quella che una volta chiamavamo Campania felix, l’ecosistema agricolo più fertile del globo terracqueo – ne sono stati diffusamente contaminati; le produzioni ortofrutticole coltivate su quei suoli sono anch’esse irrimediabilmente avvelenate; il consumo alimentare di quei prodotti agricoli è la causa del picco di malattie tumorali che affligge le popolazioni della Piana campana.

Questo schema viene proposto come un ragionamento scontato, auto-evidente, che non ha bisogno di prove e conferme. Sin dal primo momento, quanti non appaiono immediatamente persuasi dalla ferrea concatenazione di cause ed effetti, vengono tutti identificati come “negazionisti”.

E’ comunque questo stesso schema di ragionamento a guidare il governo nella scrittura del decreto sulla Terra dei fuochi, emanato nel dicembre 2014. L’obiettivo urgente, per rassicurare opinione pubblica e consumatori, è quello di individuare e mappare le aree agricole contaminate, e interdire l’ulteriore coltivazione. Nel frattempo la diffidenza nei confronti dei prodotti agricoli provenienti non solo dall’area interessata, ma dall’intera regione, attanaglia i mercati, e si moltiplicano in giro per l’Italia i casi di esercizi commerciali che espongono avvisi del tipo “Qui non si vendono prodotti provenienti dalla Campania”.

Ad ogni modo, con il decreto viene attivato un gruppo di lavoro per il monitoraggio e la mappatura delle aree agricole contaminate. Entrano in gioco l’Istituto superiore di sanità, l’Istituto zooprofilattico per il Mezzogiorno, le Università, i servizi di prevenzione del Sistema sanitario nazionale, i servizi tecnici regionali. La piana campana diventa il territorio più monitorato d’Europa. I risultati di questa indagine capillare sono convergenti: lo stato di salute dei suoli e delle acque della piana campana è simile a quello della altre pianure agricole europee a comparabile grado di antropizzazione. Migliaia di controlli sulle produzioni agricole (allo stato siamo a circa quattromilacinquecento determinazioni) ha consentito l’individuazione di soli due campioni di ortaggi contaminati da piombo, che non deriva dai rifiuti ma dalla benzina super che impiegavamo una ventina di anni fa. Ad uguali conclusioni giungono i dati del RASFF, il sistema di allerta rapido dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare, e i controlli sistematici effettuati dalla grande distribuzione organizzata, che rimane il principale acquirente del prodotto campano, in prevalenza destinato ai mercati del centro-nord ed europei.

Nel frattempo, le indagini del gruppo di lavoro ministeriale identificano una trentina di ettari (sui cinquantamila interessati dal monitoraggio) da interdire alla coltivazione a causa della concentrazione anomala di potenziali contaminanti. Sul piano epidemiologico, la serie storica di dati dei registri tumori, a partire da quello dell’ASL Napoli 3, attivo da un ventennio, evidenzia come l’incidenza delle principali malattie tumorali (il numero di nuovi casi ogni centomila abitanti), sia in linea con il resto d’Italia, e comunque caratterizzata da un trend decrescente, mentre la mortalità per le stesse patologie (sarebbe a dire il numero delle persone affette che non supera la malattia) è significativamente più elevata nella piana campana rispetto alle altre parti del paese. Detto in altri termini, nella Terra dei fuochi ci si ammala allo stesso modo, ma si muore di più, ed allora il discorso riguarda aspetti completamente differenti, che investono le  performances del servizio sanitario nazionale, la diffusione delle pratiche di prevenzione e screening precoce, la tempestività ed efficacia delle cure.

La mole di dati dei quali disponiamo per questi territori martoriati è imponente, probabilmente senza eguali per nessun’altra regione d’Europa. Alla luce di queste conoscenze, lo schema implicito, che dai rifiuti conduce ai tumori, passando per le attività agricole, ha mostrato tutta la sua debolezza.

Sul piano operativo, l’accertamento dei fatti ecologici ed epidemiologici – basato sulle indagini di campo, piuttosto che su inferenze e narrazioni a tavolino – è importante, perché consente di definire i problemi reali che siamo chiamati ad affrontare. Se vogliamo apprendere qualcosa dalla lezione della Terra dei fuochi, è proprio dal territorio della piana campana – nella sua attuale configurazione, territoriale, demografica e sociale –  che è indispensabile ripartire.

Un territorio che durante l’ultimo trentennio ha visto i casali della piana, intorno al capoluogo, tumultuosamente raddoppiare la superficie urbanizzata, e fondersi in un’unica conurbazione che abbraccia un centinaio di comuni: una periferia indistinta nella quale si concentra il massimo del disagio abitativo, economico e sociale, della domanda inevasa di servizi essenziali, il più elevato deficit di cittadinanza, per usare l’espressione di Fabrizio Barca. Anche il rapporto tra Napoli e le città dell’hinterland, per la prima volta nella storia, si ribalta: il capoluogo adesso è minoritario, dei tre milioni di abitanti della città metropolitana, meno di uno risiede ormai all’interno di esso.

Pure, nella grande conurbazione, il sessanta per cento del territorio rimane rurale, con un tessuto di ventitremila aziende agricole che producono, su una superficie ridotta, il trentacinque per cento del valore della produzione agricola della Campania. Si tratta di produzioni intensive, pregiate, che la grande distribuzione organizzata compera ed esporta, e che rappresentano un’importante voce attiva della disastrata economia metropolitana. Il motore dell’agricoltura regionale è ancora qui, ma si tratta di una realtà semiclandestina, che il censimento ISTAT non è più nemmeno in grado di rilevare interamente, a causa degli aspetti di frammentazione e commistione con lo spazio urbano. Quello che abbiamo scoperto in questi tre anni, è che nel disordine metropolitano, la rete di aziende agricole professionali, snobbato dalla programmazione pubblica e dalle politiche comunitarie, ed anzi identificato come centro di rischio, alla fine, è l’unica cosa che funziona.

Lo spazio rurale metropolitano, che pure è dominante dal punto di vista dell’estensione territoriale, è trasparente alle politiche pubbliche, assieme ai suoi abitanti, e finisce per trasformarsi in uno “spazio vuoto”, un’area di risulta priva di valori specifici, nella quale un sistema urbano fuori controllo può vomitare tutti i suoi problemi ed esternalità, a partire dalle grandi discariche, come la famigerata RESIT di Giugliano,  che per un trentennio hanno funzionato come recapito dei rifiuti – sia autoctoni che d’importazione – e che ancora attendono i necessari interventi di messa in sicurezza e riqualificazione. Per inciso, tutte cose che sapevamo già, senza bisogno di rivelazioni di pentiti o di sofisticati monitoraggi, perché scritte da più di un decennio nel Piano regionale di bonifica dei siti inquinati.

Il dramma della Terra dei fuochi è tutto qui, in un’area metropolitana, la terza del paese, ancora priva di un sistema minimo di governo del territorio, di una strategia pubblica in grado di restituire senso e coerenza ad un mosaico scombinato di realtà urbane sofferenti e di poveri pezzi di countryside. La protesta degli abitanti della Terra dei fuochi – i due milioni di cittadini che popolano l’hinterland metropolitano di Napoli –  parte da qua, da un ambiente di vita avaro di opportunità e vissuto come incerto e ostile, nel cui disordine anche gli scampoli di ruralità finiscono per essere percepiti, anziché come risorsa, come fonte di rischio.

Se tutto questo è vero, ciò di cui ha disperatamente bisogno la cosiddetta Terra dei fuochi,  non sono le bonifiche, pure necessarie, e reclamate a gran voce dell’arcipelago di comitati, che della crisi ambientale hanno fatto un questione identitaria, quanto le politiche. A questo punto, la missione della nascente città metropolitana dovrebbe essere quella di mettere ordine in un mosaico territoriale fuori controllo; di dotare questo sistema congestionato degli standard minimi di civiltà, di ricreare un ambiente sicuro e attrattivo per i cittadini come per le aziende. In tutte queste cose, si è visto, lo spazio rurale non rappresenta il problema, quanto piuttosto la risorsa dalla quale partire per ricostruire un paesaggio di vita credibile.

Sono cose che riguardano per intero la dissestata filiera dei poteri, da quelli locali fino al governo centrale, maledettamente più impegnative degli interventi placebo messi in campo per arginare la tempesta mediatica degli ultimi tre anni. Nel frattempo, in attesa che le politiche ripartano, continuare a fronteggiarsi sul piano dei simboli e delle narrazioni fantastiche, rimane senza alcun dubbio la cosa più comoda da fare.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 30 ottobre 2016

La firma del patto per Napoli è stata una specie di fusione fredda, nonostante l’importanza dei temi in gioco gli animi non si sono entusiasmati, ed è utile capire perché. Probabilmente conta il rapporto difficile tra i contraenti, se il premier ha tirato in ballo la stretta di mano tra Rabin e Arafat il problema evidentemente c’è, ma non è questo l’aspetto centrale della vicenda.

In altri tempi, il finanziamento di un piano infrastrutturale e di ammodernamento urbano sarebbe stato considerato come un fisiologico trasferimento dallo stato centrale verso la terza città d’Italia: la modalità normale con la quale il paese tiene in ordine e in sicurezza il suo sistema urbano, insomma un atto dovuto. Adesso, questa modalità ordinaria di funzionamento della Repubblica viene spettacolarizzata, si trasforma in un evento da celebrare, e questo nelle persone sensate finisce per destare preoccupazione anziché euforia, perché l’erogazione delle risorse necessarie alla vita di una metropoli diventa quasi un atto discrezionale, che risente delle contingenze, del momento politico, dei rapporti di forza, delle esigenze comunicazione, addirittura della qualità dei rapporti personali.

Poi, c’è la vertigine della lista, nel senso che per ovvie esigenze di sintesi il messaggio che passa è un elenco di progetti eterogenei, dei quali riesci certo a cogliere l’importanza, ma la cui somma non configura immediatamente una strategia, un racconto coerente di come si intenda cambiare la città. Prendiamo l’abbattimento delle Vele, un’idea non nuova, se ne parla da un quarto di secolo, ma che da sola, se non dici cosa viene dopo, evidentemente non basta a mutare le sorti di un quartiere, a favorire quella benefica miscela di ceti, funzioni, culture, opportunità che è alla base della qualità urbana.

Quindi il fattore tempo: nella lista dei progetti alcuni evidentemente esplicheranno benefici nel medio-lungo termine, vedi il completamento della metropolitana fino all’aeroporto; altri, come l’acquisto dei nuovi treni, la messa in sicurezza delle scuole, la ripresa del progetto Sirena (perché si è aspettato così tanto?), produrranno effetti in un orizzonte via via più ravvicinato, ma anche qui, non è facile per il cittadino immaginare, nel dedalo di difficoltà e malfunzionamenti che è chiamato in solitudine a fronteggiare, quale possa essere il concreto margine di miglioramento nella sua vita di ogni giorno.

Per tutti questi motivi probabilmente il patto per Napoli fatica a suscitare entusiasmi, a mutare realmente il clima che si respira, e qui comune e regione possono fare molto. Perché alla fine, a pensarci bene, i progetti presentati sono solo un segmento di un’agenda più vasta, che comprende la zona est, il centro storico, le periferie, il porto, il parco delle colline, la costruzione della città metropolitana, gli impianti per i rifiuti, oltre naturalmente a Bagnoli. Se mettiamo insieme le risorse in gioco si arriva ad una cifra da capogiro, probabilmente superiore ai tre miliardi, dieci volte quindi l’investimento del quale si è parlato in questi giorni, una cosa da far tremare le vene e i polsi. In quest’impresa, il fattore limitante non sono i soldi, ma la capacità amministrativa, la macchina per attuare – integrandole in un progetto coerente – tutte queste cose, ed è la vera infrastruttura che ci manca.

(L’articolo è stato pubblicato con il titolo:”Quello che manca al Patto per Napoli”)

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 6 ottobre 2016

Le leggi ci sono, nell’ultimo quarto del ‘900 l’Italia si è dotata di una moderna strumentazione giuridica in materia di tutela delle acque, paesaggio, aree protette, difesa del suolo. Con il terzo millennio sono pure arrivati il nuovo Codice del paesaggio e il Testo unico in materia ambientale. Si tratta degli attrezzi indispensabili per affrontare le conseguenze della modernità, di uno sviluppo urbano ed industriale che non ha confronti con nessun momento della storia precedente, e che ha cambiato per sempre, in pochi decenni, il volto del Mezzogiorno e del paese intero. Insomma, le regole le abbiamo, eppure dal ciclo dei rifiuti al rischio idrogeologico, da Bagnoli a Taranto, il governo del territorio e dell’ambiente in Italia arranca, fatica a tenere il passo, a proporre e attuare soluzioni credibili. Le regole scritte stentano a trasformarsi in politiche efficaci.

Da questo punto di vista, la crisi della piana campana – la cosiddetta Terra dei fuochi – rappresenta un caso esemplare, nel quale queste difficoltà di sistema, di governance, si sono manifestate tutte insieme, in modo parossistico.

In questi tre anni, nel sofferente territorio dell’hinterland, abbiamo sperimentato come la Repubblica abbia serie difficoltà ad agire, soprattutto perché i diversi settori dell’amministrazione, che quelle stesse regole dovrebbero applicare, lavorano separatamente. Ambiente, sanità, agricoltura, paesaggio, governo del territorio, funzionano come recinti separati, comparti stagni, che non comunicano e collaborano tra di loro.

A questa frattura “orizzontale”, che impedisce ai diversi specialismi di dialogare e fare squadra, in vista della risoluzione degli stessi identici problemi, si unisce poi la faglia “verticale”, figlia dell’infelice riforma del Titolo V, che ha completamente disarticolato la catena di governo, dallo stato centrale alle regioni ai comuni, ingarbugliando responsabilità e competenze, alimentando contenziosi, giustificando alla fine ogni tipo di irresponsabilità e debolezza d’azione.

Di fronte a queste difficoltà si rafforza la consapevolezza che sia questo il momento di una indispensabile riflessione, per restituire finalmente senso e organicità alle politiche pubbliche per l’ambiente e il territorio, che appaiono in troppi frangenti scoordinate, prive di visione e strategia.

Di tutte queste cose si discute nel convegno “Le politiche per l’ambiente in Italia” (il sottotitolo è eloquente: “Sviluppo sostenibile, rischi ambientali, adeguatezza della pubblica amministrazione”), che si svolgerà domani presso la sede storica della Camera di commercio in Piazza Bovio, a partire dalle ore 10, alla presenza del ministro all’ambiente Gianluca Galletti, del sottosegretario alla pubblica amministrazione Angelo Rughetti, del presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, del vicepresidente della giunta regionale campana, Fulvio Bonavitacola, che nel governo regionale detiene le deleghe strategiche all’ambiente e al governo del territorio.

Il convegno è stato organizzato dalla Scuola di governo del territorio e dall’istituto di studi sulle società del Mediterraneo del CNR di Napoli, nelle persone del direttore della scuola Riccardo Realfonzo, e della storica dell’ambiente Gabriella Corona.

Il programma si presenta promettente: dopo le relazioni introduttive di Maurizio Franzini e dei due organizzatori, sul quadro attuale e le prospettive delle politiche ambientali in Europa e in Italia, gli esponenti dei governi nazionale e regionale, insieme al presidente Cantone, si confronteranno in una tavola rotonda sul tema “Ambiente e pubblica amministrazione: controlli, sanzioni, difficoltà di governance”. Insomma, ci troviamo proprio al centro dei problemi dei quali abbiamo parlato, ed è lecito, considerato il profilo dei partecipanti, attendersi spunti e proposte di rilievo.

Nel pomeriggio, una nutrita serie di interventi su temi specifici, sempre con un occhio al problema dei problemi, che è la governance, la capacità dei poteri pubblici di agire in modo coordinato, con l’indispensabile partecipazione delle aziende, delle famiglie, dei privati cittadini. Si parlerà quindi di bonifiche, con Benedetto De Vivo, Antonio di Gennaro, Salvatore Capasso; del ciclo dei rifiuti con Daniele Fortini e Raphael Rossi; di attività produttive, rischio ambientale e sviluppo sostenibile, con Carlo Iannello, Leonardo Cascini, Giuseppe Marotta, Walter Palmieri, Salvatore Romeo, Salvo Adorno, Francesco Vona.

Insomma, un dibattito che ci riguarda da vicino, e che interessa la riforma più importante di tutte, che è quella del nostro modo – come singoli e come comunità – di abitare sostenibilmente questo nostro povero, meraviglioso paese.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli  22 luglio 2016

C’è arrivata in ritardo l’Italia rispetto alle altre democrazie europee, ma ora anche da noi qualcosa finalmente si muove, il tema del “consumo di suolo” è entrato nel dibattito pubblico e, con maggiore lentezza, nell’agenda politica. Il fatto è che uno stato moderno è obbligato a tenere una contabilità della risorsa suolo, del modo con il quale viene impiegato, e a renderne conto ai cittadini. Ogni anno, ad esempio, il governo inglese pubblica in rete un bollettino nel quale è illustrato, con l’aiuto di tabelle semplici e chiare, come è cambiato l’uso di ogni ettaro di territorio nel regno, e quanto è cresciuta la città a detrimento dei boschi e delle campagne. Questo perché in quelle democrazie si crede ancora che il suolo, il territorio e il paesaggio siano la prima risorsa di un paese, e che dal modo come vengono impiegati e gestiti dipenda grandemente il benessere, la sicurezza nazionale la sostenibilità stessa dei percorsi di sviluppo.

Dicevamo che anche da noi qualcosa si muove. Da due anni l’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la sicurezza ambientale, pubblica un rapporto sul consumo di suolo in Italia, quello relativo al 2016 è stato presentato nei giorni scorsi a Roma, ed è reperibile in rete. Diciamo subito che la chiarezza e la facilità di lettura sono per ora assai distanti dai limpidi bollettini anglosassoni, ma c’è sempre modo di migliorare. Per il resto, il rapporto propone alcuni punti di interesse. In primo luogo, a causa della crisi economica, il consumo di suolo per urbanizzazione si è sostanzialmente dimezzato nell’ultimo biennio, rispetto ai valori degli anni 2000, passando da 8 a 4 metri quadrati al secondo. Questo significa che ogni anno, secondo il rapporto, il nostro paese mette sotto asfalto o cemento dodicimilacinquecento ettari di campagna, prima erano venticinquemila. Nonostante il rallentamento, è come se ogni anno in Italia ci fossero un paio di città in più, grandi più o meno come Napoli.

La novità del rapporto, è il calcolo del costo economico che questa perdita di suolo comporta, in termini di diminuzione dei servizi ecologici essenziali (produzione di cibo, acqua, depurazione, biodiversità ecc.). Ebbene, si tratta di ottocento milioni l’anno, una sorta di finanziaria occulta, che comporta una crescita del debito pubblico territoriale (le spese che dobbiamo affrontare per supplire alla diminuzione dei servizi della natura) che è probabilmente superiore al debito finanziario.

In assenza di una politica pubblica nazionale di contenimento dei consumi, è quindi la crisi economica a proteggere i nostri suoli, e questa cosa non deve rassicurarci, perché è evidente che qualora, come è auspicabile, le cose dovessero riprendere a camminare, anche il consumo di suolo risalirà, a meno che non si riesca a “disaccoppiare” la crescita economica dallo spreco di capitale naturale, e a ripensare l’edilizia in termini di recupero, anziché di ulteriore distruzione di spazio rurale.

C’è poi il fatto che il suolo non si perde solo per urbanizzazione, ma anche per inquinamento, e noi in Campania ne sappiamo qualcosa. La crisi ambientale, sociale e mediatica degli ultimi anni ci ha costretto ad una mappatura dettagliata dei suoli agricoli contaminati, ora sappiamo che sono solo alcune decine di ettari, ma il problema del degrado e dello sciupio del nostro territorio agricolo rimane.

Su questi due argomenti – il consumo di suolo, e il recupero dei suoli inquinati con tecnologie “verdi” – l’Università Federico II con il supporto dell’Assessorato regionale all’Agricoltura, ha condotto negli ultimi anni due importanti progetti – Soil Monitor ed Ecoremed – che hanno impegnato un centinaio di studiosi e il cui contribuito alla definizione delle politiche e delle azioni a scala nazionale è stato rilevante.

I risultati di questi due progetti, sullo sfondo del rapporto nazionale 2016 dell’ISPRA, sono l’argomento del dibattito che si terrà venerdì 22 luglio, presso la sala Pessina in Corso Umberto I n. 40, alla presenza dei curatori del rapporto, e del gruppo di ricercatori che stanno lavorando ai due progetti, con la partecipazione di politici e amministratori. L’intenzione è quella di affrontare gli aspetti scientifici del problema, insieme a quelli sociali, politici e amministrativi, perché anche una buona conoscenza alla fine servirà a poco, se non si tradurrà rapidamente in buone politiche, per la nostra Campania e per l’Italia.

 

 

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Social batte tank nella notte tragica

Lucio Caracciolo, la Repubblica 17 luglio 2016

C’era una volta l’esercito turco, campione mondiale di golpe. Venerdì sera gli epigoni di quella tradizione si sono cimentati in un farsesco remake che, non fosse per la scia di sangue e per le imprevedibili conseguenze geopolitiche, parrebbe una riuscita imitazione di Vogliamo i colonnelli, il non troppo fantapolitico film diretto nel 1973 da Mario Monicelli. Nelle scuole di intelligence, dove i colpi di Stato veri si studiano e si preparano, questi ufficiali turchi sarebbero finiti dietro la lavagna. Probabilmente serviranno da caso di studio: il contromodello perfetto, l’esempio di come non si deve azzardare un golpe.

Gli aspiranti tirannicidi di Ankara hanno sbagliato secolo. Sono rimasti alla belle époque del secondo Novecento, quando per “riportare l’ordine” bastava prendere possesso dei pochi, visibili gangli vitali del regime vigente, arrestarne i capi e spaventarne i sostenitori, se necessario (ma non sempre) sparando. Oggi, pensare di prendere il potere schierando qualche carro armato in alcuni crocevia strategici di Istanbul, bombardando il parlamento e costringendo una terrea speaker della tv di Stato a leggere un vago proclama, significa votarsi alla più disonorevole delle sconfitte.

Il catalogo degli errori (quello degli orrori è appena abbozzato, in attesa della vendetta di Erdogan, che si annuncia sanguinosa) è il seguente.

Primo: in un paese moderno, vivace e interconnesso o riesci a mobilitare subito il popolo, oppure il tuo golpe è abortito. Valga il caso egiziano del generale al-Sisi, il quale prima di rovesciare il legittimo presidente Morsi si era assicurato il supporto di una vasta e assai mediatizzata piazza. Nell’era delle tv private e dei social network, un’annunciatrice che parla dal canale pubblico suona come l’arpa in una banda di ottoni. Il parziale blocco di Facebook, Twitter e YouTube è durato appena un paio d’ore. Per tutta la notte le tv private hanno trasmesso in diretta i video postati sui social network dai cittadini che filmavano le violenze e i bombardamenti dei golpisti.

Secondo: il capo nemico va subito preso e neutralizzato. Il pensiero corre ancora al 1973, quando gli uomini di Pinochet puntarono sulla Moneda e liquidarono (o spinsero al suicidio) il presidente Allende. Evidentemente i pianificatori della sollevazione turca non erano bene informati sul rifugio di Erdogan. O non hanno avuto la forza di prenderlo. Sicché il presidente ha potuto rivolgersi al paese in videochiamata FaceTime, banalissima app collegata a Internet. È bastato l’appello del leader per mobilitare masse di manifestanti, specie nella sua roccaforte di Ankara. Il fatto che tutti i partiti, anche i più ostili al sultano, si siano più o meno sinceramente schierati contro i golpisti ha contribuito a isolarli.

Terzo: un capo si sostituisce con un altro capo. Non pare che i molti colonnelli e i pochi generali disponessero di un leader, forse nemmeno di un improvvisato direttore d’orchestra. Oppure costui era talmente impresentabile da non osare mostrarsi. Errore già commesso dai golpisti tardobolscevichi dell’agosto 1991, quando vollero imporre il triste, sconosciuto Janaev sulla sedia di Gorbaciov. In ogni caso, un colpo di Stato turco senza nemmeno una testa di turco è pretendere troppo.

Quarto: se fai un golpe militare devi poter contare sui militari. Almeno su alcuni reparti decisivi. La parte sostanziale delle Forze Armate non ha partecipato alla ribellione, restando in attesa degli eventi o schierandosi con il presidente. All’interno delle diverse armi sono emerse linee di frattura ed esitazioni. Di qui l’umiliazione di militari superarmati e addestrati che si fanno disarmare e arrestare dalla polizia. Quinto: sembra che i golpisti turchi si siano fidati della malcelata simpatia dei colleghi occidentali, alleati Nato. I quali si sono guardati dal mettere un dito nell’ingranaggio, ma certo non hanno scoraggiato gli insorti. È difficile immaginare che gli americani non abbiano visto muoversi le colonne corazzate turche qualche ora prima del golpe. Nessun alleato si è sognato di avvertire Erdogan del pericolo. Le prime reazioni delle capitali atlantiche, Roma compresa, ad “iniziativa militare” in corso, sono state tiepide se non gelide nei confronti del presidente turco. Senza curarsi di troppo mascherare la speranza di sbarazzarsi dell’inaffidabile sultano, fresco dell’ennesima “svolta” che lo ha riavvicinato a Putin. Torna ancora alla mente il golpe contro Gorbaciov, con i leader di mezzo Occidente a tifare privatamente per i «salvatori dell’Unione Sovietica ». Sommando questi e altri errori — di norma i golpe riescono meglio all’alba, non all’ora del dessert, quando la gente è sveglia e i media crepitano — i dietrologi sentenziano che non fu vero colpo di Stato, ma finto autogolpe. Erdogan si è inventato tutto per eliminare i suoi nemici? Se così fosse meriterebbe di correre per l’Oscar, vista la sua espressione mentre si affannava a mobilitare via iPhone masse di adoratori. Meglio stare ai fatti palesi, che svelano la disperata incompetenza di un pugno di militari. Come avrebbe fatto dire Monicelli a un aspirante golpista del venerdì sera: «Anche i colonnelli turchi ogni tanto arronzano ».

 

Il dolore di Elif Shafak “Dopo il golpe meno diritti ora l’Europa è più lontana”

Marco Ansaldo, la Repubblica 19 luglio 2016

«Ogni colpo di Stato ha frantumato la democrazia e creato enormi violazioni dei diritti umani. E questo orribile, sanguinoso golpe, con la reazione successiva del governo, pone la Turchia non in Europa, ma in Medio Oriente ».

Elif Shafak, la scrittrice più venduta nel Paese, appare davvero abbattuta: «Sono tempi molto, molto turbolenti per la mia patria», dice in questa intervista a Repubblica.

«Ma voglio essere chiara — aggiunge — sono totalmente contro a questo golpe, ha solo peggiorato tutto».

C’è però chi ha molti dubbi proprio sulla sua dinamica: in tanti si chiedono se sia stato per caso un golpe autoprodotto. Possibile?

«No, non penso che il governo lo abbia organizzato. E non dobbiamo cercare di vedere gli eventi attraverso teorie cospirative. Il golpe è stato reale e, secondo me, una cosa terribile: in una sola notte sono morte centinaia di persone, il Parlamento bombardato. Ma il Parlamento è il cuore della democrazia di un Paese, come può essere bombardato? Questo è inaccettabile ».

Per le strade ora si vedono i lealisti islamici sventolare la bandiera nazionale con la mezzaluna e la stella. Quella stessa che, per decenni, è sempre stato il simbolo brandito da laici e nazionalisti. La bandiera appartiene a tutti, d’accordo. Ma non è significativo questo passaggio di mano?

«Ora tutti reagiscono in modo emotivo. Il tentativo di golpe è stato uno shock. E la gente è scossa nel profondo. Da una parte è ammirevole che i cittadini si siano riversati nelle strade per fermare i carri armati. Dall’altra, a me preoccupa la cosiddetta ‘psicologia delle masse’».

Che cosa intende?

«Che vedo una crescita di nazionalismo, mascolinità, religiosità, intolleranza… E la “psicologia delle masse” può essere un effetto molto pericoloso ».

Ma allora i laici qui dove devono guardare, a chi devono credere?

«Come cittadini democratici la nostra posizione qui è la più solitaria, la più triste. Tutti quelli che credono nei valori della democrazia hanno criticato il tentato colpo di Stato. Nessuno lo ha sostenuto. Siamo contrari sia ai golpe militari sia all’autoritarismo. E sono molto preoccupata che il governo del partito al potere possa ora diventare ancora più dominante. Tutto sarà peggio. L’unica alternativa è tornare alla democrazia: sostenere il pluralismo, la libertà di parola. E i diritti umani, appunto».

Ma non pensa che l’esperienza della rivolta di Gezi Park, nel 2013, poi repressa nel sangue, possa tornare in qualche modo?

«In queste circostanze non mi aspetto una ribellione simile. I democratici e i liberali sono troppo soli, sono troppo pochi. Siamo la minoranza più triste, in questo Paese».

A lei che è molto attenta agli aspetti della comunicazione, non le è parso interessante vedere come il Presidente che odia e si oppone ai social media, abbia poi usato Facetime per lanciare l’appello alla resistenza popolare, e salvarsi mentre pareva spacciato?

«È molto ironico. Il governo del Partito della Giustizia e dello Sviluppo e il Capo dello Stato hanno colpito, controllato e soppresso i social media così tante volte in passato. Hanno portato in tribunale la gente per commenti fatti su Facebook o Twitter. Hanno monitorato i social media, lasciando davvero poco spazio alla libertà di parola. Però, nella notte del tentato golpe, lo stesso governo ha dovuto usare i social media. Ripeto, lo trovo davvero molto ironico».

Perché?

«Perché è stata una lezione di democrazia liberale. Persino i politici autoritari in Turchia, e nel mondo, possono un giorno avere bisogno delle libertà fondamentali che sistematicamente soffocano. Dopo tutto, ognuno ha bisogno delle libertà democratiche. Ma temo che la Turchia non abbia imparato questa lezione ».