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Si inizia domani mattina, lunedì 30 gennaio, al Dipartimento di Agraria di Portici, con la presentazione del libro di Alessandro Santini “La bonifica e lo sviluppo dell’agricoltura nell’Italia meridionale“, edito da Doppiavoce. Un’opera destinata a durare, ampia, documentata, corredata da un’iconografia fantastica. Il racconto del lavoro secolare di trasformazione del territorio attraverso la bonifica e l’irrigazione, nel quale istituzioni, politica, scienza, tecnica e cultura per una volta si sono messe insieme, in un filone che parte da Antonio Genovesi e arriva a Manlio Rossi-Doria, passando per gente Giuseppe Maria Galanti, Giustino Fortunato, Francesco Saverio Nitti, Eugenio Azimonti, Arrigo Serpieri, Emilio Sereni. Un filone culturale che è tutt’uno col migliore meridionalismo, caratterizzato da un’attenzione unica, ante litteram, alla gestione sostenibile delle risorse come premessa per il benessere sociale.

Quindi venerdì pomeriggio, 3 febbraio, a Pianura, per iniziativa del “Corriere di Pianura” si ragione di suolo, campagne urbane e periferie a partire da due libri: “Sette pezzi facili” (Clean ed.) del quale abbiamo già parlato sul blog, e il libricino prezioso di Paolo Pileri “L’intelligenza del suolo” (Altreconomia ed.). Con Paolo ci saremo io e Giuseppe Guida, il vicesindaco e assessore all’urbanistica Laura Lieto, il direttore del Corriere di Pianura Antonio di Maio. Sarà un bel pomeriggio, l’occasione per dialogare e ragionare con i cittadini di Pianura.

Ecco le locandine dei due incontri.

Era rimasto un po’ fermo Horatiopost, ora si riprende. Una raccolta di articoli scritti negli ultimi tempi per Repubblica Napoli.

Posillipo ovvero come ti ricostruisco la città

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 18 gennaio 2023

Questo giornale ha seguito passo passo la vicenda della ricostruzione dei viali distrutti di Posillipo, dando  conto di tutti i diversi aspetti, dei punti di vista, dei problemi aperti da risolvere, resta ora da ricomporre il quadro, stabilire finalmente il da farsi.

Alcune cose appaiono piuttosto chiare, a partire dal fatto che il punto critico non è la scelta della specie da impiegare. L’ha spiegato bene il soprintendente Buonomo: prima di pensare agli alberi occorre progettare il suolo destinato ad accoglierli.

Per fare questo è necessario ripensare la sezione stradale, il sopra e il sotto, e ricostruire preliminarmente lo spazio sufficiente di vita, l’habitat idoneo per i nuovi organismi viventi che intendiamo mettere a dimora per i prossimi 150 anni, assieme alla rete intricata dei sottoservizi.

Evitando in questo modo di ripetere gli errori e le forzature dei progettisti del Duce, che per ottenere viali imperiali di pronto effetto piantarono i pini alla metà della distanza necessaria per una loro crescita equilibrata, che è come pretendere di allevare un delfino nella vasca da bagno.

Una volta ricostruito un suolo fertile, è possibile riflettere su quali specie arboree impiegare per i nuovi paesaggi di Posillipo, che è un esercizio di saggezza e responsabilità, si tratta di capire il tempo che viviamo, perché l’ecosistema urbano della Napoli del terzo millennio non è quello (purtroppo) di inizio ‘900, c’è un clima fatto di eccessi e difetti d’acqua e temperatura, di eventi estremi, la vita dei grandi alberi in città è diventata una cosa assai complicata, in più ci sono i nuovi nemici, a cominciare dalla cocciniglia venuta da lontano che i pini del Duce li ha uccisi quasi tutti.

In un contesto ambientale così problematico la proposta dell’assessore Santagada di pensare a un gruppo di specie, in funzione della situazione specifica, piuttosto che a una specie sola, appare assolutamente ragionevole. D’altro canto il piano paesistico vigente è stato scritto quando il cambiamento climatico non era nella nostra mente, e una riflessione serena da parte delle istituzioni competenti, con le necessarie modifiche, sarebbe un atto di ragionevolezza, più che un cedimento.

Rimane il fatto che la ricostruzione di Posillipo potrebbe rappresentare un momento di svolta nella vita della città: la presa di coscienza che il lavoro che abbiamo davanti è quello di mettere in sicurezza e rigenerare il capitale urbano e vegtazionale nella sua interezza, da San Giovanni a Bagnoli.

Per fare questo occorre ricomporre daccapo una macchina comunale svuotata di energie e competenze: per manutenere il verde di Napoli occorrono almeno 20 agronomi in pianta stabile, non i valorosi quattro che lavorano a contratto. Occorrono gli ingegneri e gli architetti, e il flop del concorso con il quale dovevamo assumerne cento e ne abbiamo trovati una decina – l’ha raccontato bene Giuseppe Pulli su queste pagine – riempie la nostra mente di pensieri.

Lotta all’abusivismo e cura del bosco, le due facce della (in)sicurezza territoriale

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 28 novembre 2022

Quando irrompe dal limitare del bosco, sopra via Celario, il fiume di fango e massi ha percorso dal crinale dell’Epomeo un dislivello di 400 metri, dispone già di tutta la sua forza distruttiva, pure l’ago del sismografo impazzisce.

Prima di giungere al mare, gli resta da dilaniare un chilometro di terrazzamenti agricoli, case, persone e automobili e ha ragione Mimmo Calcaterra nella sua intervista al Corriere, siamo di fronte a un evento complesso: non una sola frana, ma una molteplicità di distacchi e liquefazioni, una dinamica che si auto-alimenta, dopo la pioggia anomala di una notte, e la mente va al maggio ‘98, ai giorni tragici delle cento frane simultanee di Sarno e Bracigliano.

Tutte cose che sapevamo già. I suoli vulcanici, sui quali cresce la foresta sopra Casamicciola, sono tra i più fertili al mondo, ma anche i più fragili, per certe loro proprietà chimico-fisiche, che in determinate condizioni di shock e umidità li trasformano in un istante da terra solida in fango.

Abitare queste terre significa perciò da sempre convivere con molteplici rischi: quello vulcanico (l’Epomeo è parte del complesso vulcanico dell’isola di Ischia, tuttora attivo); quello sismico, come la sequela tragica di terremoti, sino a quello recente del 2017, ci ricorda; e infine quello idrogeologico, e qui siamo alle frane di sabato mattina, anche se la prova generale c’era stata nel 2006, sempre a Casamicciola, quando una colata venuta giù dal Monte Vezzi cancellò la vita di quattro persone, insieme alla loro abitazione.

Nonostante i rischi, nella mente degli abitanti ha prevalso lungo quasi tre millenni un legame forte di vita con queste terre, con pratiche collettive virtuose, come  quella che ha portato alla costruzione nei secoli dei terrazzamenti storici, coi vigneti e gli orti arborati dell’isola d’Ischia, un ecosistema e un paesaggio rurale di bellezza e valore conservativo inestimabili.

Alle pratiche sociali virtuose sono seguite quelle distruttive, parliamo della sciagurata proliferazione nell’ultimo sessantennio, proprio nelle aree più a rischio, ai piedi della montagna fragile, di un tessuto disordinato e continuo di edilizia fai-da-te, che ha moltiplicato per sette la superficie urbanizzata: un mosaico scombinato di infima qualità, insicuro, che consuma il suolo e mortifica il paesaggio.

Ad ogni modo, nelle drammatiche foto di sabato, subito dietro le casupole disordinate di via Celario, si vede il mare verde della foresta, la fascia di boschi lussureggianti che ricopre con continuità i versanti alti dell’Epomeo, ed è anche intorno al bosco che i fatti di sabato ci portano a ragionare, perché è lì che il fenomeno è iniziato.

Come questo giornale ha più volte raccontato, dentro l’area metropolitana di Napoli, coi suoi tre milioni di abitanti, la più congestionata d’Europa, è pure presente, contro ogni aspettativa, una superficie forestale di 20.000 ettari, una città verde grande due volte il capoluogo, fittamente compenetrata con quella grigia di cemento,.

Si tratta di una ricchezza enorme, ma anche di un patrimonio di ecosistemi assai fragile, esposto com’è alle sollecitazioni del cambiamento climatico, con la temperatura media che sale, la siccità che morde, e il vento e le precipitazioni che tendono a concentrarsi in eventi a elevata intensità e energia, sempre più frequenti, i cui impatti sulle terre non sono più controllabili.

Se questo è il territorio nel quale ci tocca vivere, la prevenzione di eventi tragici come quello di sabato richiede di lavorare su molteplici fronti, cominciando da un cambio di marcia nella lotta all’abusivismo, un fenomeno che in queste terre tocca record continentali, ipotecando per il beneficio effimero di pochi, grazie alla storica assenza di controlli, il futuro di intere comunità.

A seguire, ciò di cui pure abbiamo disperatamente bisogno, è una nuova politica di cura e utilizzo programmato dei 20.000 ettari di foreste metropolitane, dai Monti Lattari al Vesuvio alle colline flegree a Ischia, attraverso un lavoro capillare, quotidiano, tenace di governo e messa in sicurezza dei suoli e dei soprassuoli, e di contenimento dei rischi di frana e incendio, il più delle volte conseguenze dei processi opposti, ugualmente nefasti, del sovra-sfruttamento e dell’abbandono.

Come sempre, è un problema di governo, cura e programmazione della casa comune, si tratti della città verde, fatta di foglie e tronchi, come di quella grigia, di pietra. L’alternativa, è la condanna dei nostri paesaggi più preziosi, delle economie locali, delle prospettive di vita delle nuove generazioni di abitanti, a un futuro incerto, un limbo perpetuo di approssimazione, dolore, precarietà, insicurezza.

Gli alberi di Ponticelli, un impegno per il futuro

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 22 novembre 2022

Una mattina a Ponticelli, dopo i giorni difficili della violenza, le istituzioni si sono ritrovate, il Comando forestale dell’Arma dei Carabinieri ha voluto celebrare qui, ieri, in questo quartiere di Napoli grande quanto una città, la Giornata nazionale dell’albero, mettendo a dimora nuovi alberi nel parco pubblico “Fratelli De Filippo”, ed è stato un bel momento di festa, sotto un cielo azzurro e terso, con una presenza folta di bambini, educatori, cittadini, neo-agricoltori degli orti sociali, e i tanti volti della rete di volontariato che è la risorsa inesauribile del quartiere.

Dicevamo le istituzioni, a tutti i livelli di rappresentanza, perché il progetto dei Carabinieri Forestali ha un respiro nazionale, coinvolge insieme a Napoli tutti i capoluoghi di regione d’Italia, è stato pensato in collaborazione con il Ministero per l’Ambiente e l’Unesco, anche questa giornata di Ponticelli è stata organizzata assieme a Regione Campania e Comune di Napoli.

Il progetto si chiama “Un albero per il futuro”, l’idea è quella di partire dagli alberi per ragionare insieme di cura e manutenzione della città, del diritto di ciascuno, si tratti di centro o di periferie, ad abitare un ambiente salubre, gradevole, stimolante; del rispetto della vita e della legalità.

Per tutti questi aspetti, il parco “Fratelli De Filippo” è veramente un luogo-simbolo. L’area verde è enorme, dodici ettari, più grande della Floridiana, è una delle opere della Ricostruzione, realizzato negli anni ’80 restò inaccessibile un decennio, poi finalmente inaugurato all’inizio degli anni ’90, con la prima amministrazione Bassolino. Il resto è una storia triste di declino: dopo decenni di gestione inesistente, la parte fruibile del Parco si arresta ormai al primo ettaro, con il grande piazzale: per i restanti undici, la vegetazione arborea di pini palme oleandri e magnolie è abbandonata a sé stessa, e va evolvendosi in boscaglia, un muro inaccessibile di rovi, con i viali e gli arredi che si sbriciolano e finiscono in malora.

La riconquista palmo a palmo di questo paradiso perduto è opera della comunità locale, della rete di associazioni, scuole, parrocchie fiorita nel tempo attorno al centro diurno “Lilliput” del servizio dipendenze dell’Asl Napoli 1, che ha strappato ai rovi terrazza dopo terrazza, grazie al lavoro di cittadini appassionati e cocciuti, dando vita al giardino di orti sociali  tra i più belli d’Italia, stamattina nell’aria fresca e pulita è tutto un ricamo preciso di filari di finocchi verze, cavoli e broccoli di ogni foggia, piante aromatiche, e il verde tenero delle fave.

L’elenco di sigle, organizzazioni enti che tiene in vita questa esperienza unica di riappropriazione dei luoghi è lungo, oltre il centro Lilliput per la cura delle dipendenze c’è il Nucleo Operativo di Neuropsichiatria Infantile dell’Asl Napoli1, le cooperative sociali “L’Albero della Vita” e “ERA”, ed ancora “ReMida”, “Renato Caccioppoli”, “Terra di Confine”, “Ve.Spe”, “ANMIL”, “La Roccia”, il “Comitato cittadino” di Ponticelli; le scuole pubbliche, con gli istituti superiori “Ugo Tognazzi”, “Archimede”, “Calamandrei”, poi certamente la Chiesa di San Pietro e Paolo, con la facciata ocra che dà proprio sul parco e stamattina brilla luminosa nel sole.

Alla fine anche l’amministrazione comunale ha dovuto riconoscere il valore di questa esperienza “dal basso” per molti versi unica nel panorama cittadino, stipulando con il Centro dipendenze dell’ASL Napoli 1 un accordo di collaborazione per la gestione degli orti sociali e degli spazi verdi riconquistati. All’interno dell’accordo, ciascun gruppo, ente, associazione, prende in affido una terrazza, impegnandosi a curarla e coltivarla rispettando un programma di gestione collettivo, costruito attraverso una serie paziente di incontri ed assemblee periodiche per risolvere i piccoli e grandi problemi, e decidere insieme gli sviluppi futuri.

Per le persone che prendono parte all’esperienza, gli orti sociali funzionano di volta in volta come spazi terapeutici, aule all’aperto per imparare la natura, luogo di incontro, di esplorazione, di gioco, di produzione artistica, di cura della persona, con l’agricoltura che rimane nonostante tutto, ancora in questo terzo millennio, il fulcro identitario di questo antico casale, il linguaggio comune, l’elemento di riconoscimento e aggregazione.

I piccoli delle scuole medie ed elementari sono arrivati stamattina con gli educatori delle cooperative sociali, molti di loro vengono da famiglie Rom, ridono e giocano con gli altri, ora tutti assieme aiutano gli operai forestali a mettere a dimora nella grande aiuola sul piazzale i giovani alberi, sono ontani, frassini, farnie, pioppi, olmi, le specie della foresta planiziale che c’era qui nella pianura del Sebeto, prima che i Sanniti fondassero il primo di villaggio, prima che il bosco fosse sostituito poco a poco dal sistema capillare di campi, porche, cavedagne e canali di scolo, il mosaico di orti che ha nutrito la città per duemilacinquecento anni. Tutto è descritto raccontato in una bella bacheca anch’essa dono dell’Arma

In una terrazza degli orti sociali le specie arboree messe a dimora sono invece quelle della tradizione agricola, il ciliegio, il melo, il gelso, il melograno. I bambini guardano gli operai al lavoro, i loro gesti lenti e pensati, capiscono che piantar alberi è un’arte, quella di saper scegliere l’albero giusto, al posto giusto, per la giusta funzione.

Assieme agli alberi, sono parte del dono un grande tavolo, con le panche, tutto in legno massiccio, ricavato da alberi morti per cause naturali all’interno delle riserve naturali dello Stato gestite dell’Arma dei Carabinieri, i bambini non perdono tempo, hanno fame, se ne appropriano subito, accalcandosi tutt’attorno per uno spuntino.

La mattinata volge al termine, l’azzurro si appanna appena un po’, nel grande parco, in mezzo alla piccola folla di cittadini, amministratori, lo stormo variopinto di bambini, le uniformi precise dei carabinieri, cogli come un senso di serenità, di unità, il piacere d’esserci stati, la soddisfazione per il lavoro fatto, per l’attenzione e l’apprezzamento finalmente ricevuto.  Ponticelli stamattina è Napoli, è Italia, ha una storia da raccontare, come gli altri trenta quartieri della città, i piccoli alberi cresceranno, se ne avremo cura, assieme a questi bambini, ogni giorno, in un lavoro che non finisce mai.  

Sovranità alimentare, istruzioni per l’uso

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 31 ottobre 2022

C’è grande attenzione al linguaggio in questa fase d’avvio del governo Meloni: il maschile o il femminile delle cariche, ma anche la nuova denominazione di alcuni ministeri importanti. Visitando il Centro Agroalimentare di Roma nei giorni scorsi il neoministro Lollobrigida ha precisato che l’acronimo del suo dicastero sarà “Masaf”, che sta per Ministero delle Politiche agricole, della Sovranità alimentare e forestale.

Dunque, la sovranità alimentare al centro, anche se non è semplice capire di cosa stiamo parlando. Il ministro ricorda opportunamente che non è questa maggioranza di governo ad aver coniato l’espressione, la cui nascita anzi avviene in un’area politico-culturale del tutto diversa, la Conferenza internazionale del movimento “Via Campesina” che si è svolta in Messico nel 1996, e poi il Forum per la sovranità alimentare del 2007 in Mali, nella cui dichiarazione finale è scritto che “la sovranità alimentare è il diritto dei popoli a un cibo sano e culturalmente appropriato, prodotto con metodi ecologicamente corretti e sostenibili, e il loro diritto a definire i propri sistemi alimentari e agricoli”. Insomma, il concetto di sovranità alimentare nasce in risposta a quello di “sicurezza alimentare”, ponendo l’attenzione sulla difesa dei piccoli agricoltori, allevatori e pescatori locali dagli arbitrii del mercato globale.

L’espressione ha avuto successo, anche grazie al lavoro illuminato e tenace di persone come Carlo Petrini e dell’organizzazione Slow Food da lui fondata, ed è stata adottata a scala mondiale da governi e organizzazioni internazionali. Ciò detto, è evidente che il suo impiego ne ha inevitabilmente modificato il senso se, nelle parole del ministro Lollobrigida, la priorità per l’Italia è quella di “difendere la propria cultura, i propri prodotti, e in questo contesto la sovranità alimentare è contraria all’autarchia. C’è bisogno che la nostra nazione esporti all’estero e per farlo bisogna difendere la qualità perché è la qualità che distingue i prodotti italiani dagli altri che cercano di copiarci in malo modo”.

E’ evidente che qui il discorso si fa lungo, difendere il nostro export è una cosa senz’alcun dubbio fondamentale, ma lo è altrettanto decidere qual è il posto dell’agricoltura nell’economia e nella società italiana all’inizio del terzo millennio e quali siano realmente i margini di sovranità da conquistare.

Il settore agricolo non ha mai occupato nel nostro paese un ruolo tanto marginale. Il cibo e le materie prime che produce valgono solo il 2% del Pil, ma poi attraverso la trasformazione e commercializzazione il loro valore aumenta, l’agroalimentare italiano con tutte le attività correlate vale il 20% del prodotto interno lordo, anche se nella catena del valore agli agricoltori rimangono le briciole.

Resta il fatto che i 900.000 agricoltori italiani, con il loro lavoro quotidiano oltre a produrre cibo e risorse, curano e tengono a posto il paesaggio, sarebbe a dire il nostro brand più famoso, quello che nessuno al mondo è in grado di riprodurre, e stiamo parlando proprio di quell’85% di territorio rurale del paese fatto di coltivi, pascoli, boschi, biodiversità, bellezza.

Tutto questo si chiama “multifunzionalità”, ma la realtà, per ora, è che nelle politiche del territorio, a tutti i livelli di governo, il suolo agricolo continua a essere considerato non una risorsa essenziale, un capitale non riproducibile della nazione, quanto piuttosto spazio libero di conquista per un’urbanizzazione senza logica, pensiero, qualità. In troppi casi l’agricoltore non è garanzia di presidio civile del territorio, nell’interesse generale, ma un ospite indesiderato.

L’unica strategia efficace che rimane al mondo agricolo per difendersi e affermarsi, soprattutto nel Mezzogiorno, rimane quello di serrare le fila, organizzarsi, aggregarsi, aumentare attraverso la cooperazione il proprio peso nella contrattazione e nel dibattito pubblico. Per fare questo sono necessarie politiche nuove, è questo il pezzo di sovranità del quale si avverte maggiormente il bisogno.

Salto nel buio

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 8 novembre 2022

All’editoriale di Ottavio Ragone pubblicato su queste pagine domenica scorsa (“Autonomia, destra e sinistra unite nel “no”) ha in qualche modo risposto ieri, nell’intervista a Dario Del Porto sempre su questo giornale, l’on. Edmondo Cirielli, parlamentare di Fratelli d’Italia e viceministro agli affari esteri del governo Meloni.

Tirando le fila del lungo e approfondito dibattito sull’argomento che Repubblica ha ospitato in questi mesi, Ragone auspicava l’unico atto politico ragionevole: una presa di posizione bipartisan delle forze politiche di ogni ispirazione per scongiurare i rischi di un progetto sgangherato di autonomia in grado solo di spaccare il paese e divaricare ancora le diseguaglianze.

La risposta di Cirielli è netta: “Considero l’Autonomia un fatto positivo per le Regioni più virtuose come Emilia Romagna e Lombardia. Per quelle che invece restano al di sotto dei livelli minimi di assistenza, si possono centralizzare le funzioni, affidando allo Stato il compito di intervenire attraverso un fondo centrale”.

Veramente non avevamo ascoltato sino ad ora nulla del genere. Scopriamo in queste frasi un percorso verso l’autonomia addirittura a doppio senso: in avanti, verso la sempre maggiore emancipazione dallo stato centrale per le regioni “virtuose”; all’indietro, verso uno status di protettorato a sovranità limitata per quelle inefficienti, a cominciare dal Mezzogiorno. E’ evidente a tutti quanto questa prospettiva sia lontana dalla Costituzione, ed equivalga a una bomba a orologeria, dritta al cuore dello stato unitario.

Quanta ideologia poi si celi dietro simili posizioni, solo all’apparenza pragmatiche e fattuali, è evidente a tutti. Se vogliamo parlare di fatti, sono proprio i sistemi sanitari delle aree del paese presentate come “virtuose” – quelli che più avevano puntato sulla privatizzazione e lo smantellamento della sanità territoriale – ad aver mostrato maggiori difficoltà nel contrastare la pandemia.

Qui al Mezzogiorno abbiamo affrontato la bufera con le risorse delle quali disponevamo, che sono di gran lunga inferiori in termini di spesa pro-capite a quelle delle regioni “virtuose”, a causa di un sistema di riparto che premia la spesa storica, che qui da noi è più bassa, ed è basato per il resto su indicatori che penalizzano le regioni demograficamente più giovani. Si tratta evidentemente solo di un esempio, perché lo stesso andazzo si registra per tutti gli altri settori cruciali, si tratti di scuola, assistenza, servizi.

I fatti sono questi, e impongono un ragionamento in direzione ostinata a contraria: per salvare l’unità e il futuro del paese, per avvicinare le distanze territoriali, la strada non è quella di istituire per le aree in difficoltà un nuovo, offensivo status di cittadinanza limitata, ma all’opposto, attuando l’articolo 3 della Costituzione, continuando a rimuovere le cause che queste distanze creano e riproducono.

L’autonomia differenziata fa male al paese. Parole chiare dai vescovi italiani

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 5 settembre 2022

Le corrispondenze di Conchita Sannino dal convegno di Benevento dei vescovi italiani sulle aree interne, pubblicate su questo giornale, hanno dato conto di quello che senza dubbio è il fatto politico più rilevante di questa campagna elettorale: la presa di posizione chiara, netta della chiesa cattolica italiana sull’autonomia differenziata e sui migranti. Nella dichiarazione finale dell’incontro ci sono parole che pesano come pietre: “… qualora entrasse in vigore l’autonomia differenziata, ciò non farebbe altro che accrescere le diseguaglianze nel Paese.”

La cosa importante è che non sono i vescovi del Mezzogiorno a parlare così, ma quelli “…  provenienti da tutto il Paese, riuniti a Benevento per riflettere sui criteri di discernimento con l’obiettivo di elaborare una pastorale per le Aree interne”.

E’ all’Italia intera che i vescovi guardano, un paese che si sta spaccando in due non solo trasversalmente ma anche longitudinalmente, tra una galassia di aree metropolitane dove si addensano i due terzi della popolazione, e il restante 80% del territorio, quello dei piccoli centri che gestiscono una ruralità straordinaria e immensa, che continuano a perdere uomini, servizi, risorse, rappresentanza, capacità amministrativa e di presidio.

La cosa inaccettabile, a giudizio dei vescovi, è il divario civile che si è creato e si va sempre più accentuando: la ripartizione ineguale delle risorse tra le due Italie nega sempre più a una quota importante di popolazione l’accesso ai diritti costituzionali fondamentali, a partire da salute, istruzione, assistenza ai più deboli.

La perennizzazione di questo divario, che è poi il fulcro del progetto di autonomia differenziata attualmente in circolazione, sulla base di una spesa storica che già premia i territori che stanno meglio, significa di fatto dire addio, per sempre, all’unità del Paese.

E’ in questa lettura complessiva che si colloca l’affondo sul Mezzogiorno, e l’intervento al convegno di monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e vice-presidente della CEI, con tutti i numeri precisi e inoppugnabili del divario, andrebbe studiato nelle scuole.

C’è poi l’aspetto ecologico, dietro quello civile ed economico. Nel suo saluto al convegno di Benevento papa Francesco ha sottolineato l’importanza del lavoro che le aree interne svolgono per il sostentamento della vita: è solo grazie al flusso di servizi ecosistemici di base – acqua e area pulita, alimenti, assorbimento della CO2, difesa del suolo, biodiversità, paesaggio – che le aree metropolitane riescono a vivere. Ciò nonostante, l’opera impegnativa di cura del capitale naturale che le popolazioni delle aree interne svolgono a beneficio del paese intero non trova riconoscimento civile ed economico nelle politiche pubbliche.

I vescovi comunque non si fermano qui. Passando alle soluzioni possibili, nel documento finale del convegno si legge ancora che “i flussi migratori possono costituire un’opportunità per ravvivare molte realtà soggette a un decremento progressivo della popolazione, ma è necessario affinare sempre più la disponibilità all’ascolto, ad assumere, nel rispetto della legge, logiche inclusive, non di esclusione.”

Più chiaro di così. Nel flusso stanco di messaggi incolori che ci giungono in questi giorni, viene da Benevento il progetto di un paese diverso, consapevole di sé, delle differenze e delle difficoltà, e dei modi ragionevoli per provare a superarle. Partendo dalle persone, senza paura, con un sentimento di apertura al futuro e alle cose nuove che verranno. Tutto chiaro, c’è solo da decidere da quale parte andare.

Il mare metropolitano che manca

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 21 agosto 2022

La Campania ha 480 km di coste, per metà sabbiose, l’altra metà rocciose: dalla foce del Garigliano a Sapri, passando per le isole del Golfo, si tratta di un patrimonio notevolissimo e diversificato, con alcuni dei paesaggi marini più belli del mondo. Un patrimonio pubblico, è bene ricordarlo: secondo il Codice civile il lido, la spiaggia e le loro pertinenze sono un bene di proprietà pubblica, fanno parte del demanio, in quanto tale destinato, leggo al volo sulla Treccani, “…all’uso gratuito e diretto della generalità dei cittadini, o comunque a una funzione pubblica”.

Nulla di più lontano dalla realtà, come l’editoriale di Ottavio Ragone ha dovuto ancora ieri crudamente sottolineare: il diritto al mare taglia la popolazione in due,  una barriera di filo spinato, non solo metaforica, la divide, vedi l’articolo sempre di ieri di Tiziana Cozzi sui lidi di Posillipo. Certo il fenomeno ha livelli di gravità diversi. Se in Penisola, in Costiera, o nel Golfo di Napoli, l’accesso al mare per un comune cittadino è cosa quasi impossibile, la situazione migliora appena un po’ se ti allontani dall’epicentro metropolitano, a nord lungo le spiagge domizie, oppure a sud verso quelle della piana del Sele, e poi giù sino al Cilento.

Il problema riguarda dunque soprattutto i tre milioni di abitanti della città metropolitana, la parte del territorio regionale maggiormente urbanizzata, che vale il quindici per cento dello spazio, ma dove vive come può il 75 per cento della popolazione campana. Per inciso, una delle aree in Europa nella quale il disagio sociale è più forte, e l’accesso al mare è solo un punto in più nell’elenco lungo dei diritti negati.

Qui, il combinato disposto dell’edificazione della costa (in molti casi abusiva o illegittima), con la privatizzazione di fatto di tratti significativi; di problemi ambientali mal intesi e comunque mai risolti nei litorali post-industriali a est e ovest del capoluogo; della presenza di importanti aree portuali; infine, nei tratti di costa potenzialmente fruibili, delle concessioni balneari; tutto questo riduce pressoché a zero le possibilità di accesso libero per il comune cittadino, a meno che non abbia possibilità e voglia di spendere, per una giornata al mare con la famiglia, almeno un centinaio di euro.

Con questa situazione la direttiva Bolkenstein c’entra poco. La concorrenza è una buona cosa quando si tratta di beni di mercato, le coste non rientrano tra questi, qui il problema è quello di garantire il diritto di accesso a una risorsa comune, che è una cosa che non si risolve aprendo al mercato, ma con il controllo effettivo del patrimonio, sui suoi usi e trasformazioni fisiche, non tollerando l’esistenza di “enclosures” di fatto, assicurando e salvaguardando l’esistenza di tratti ad accesso libero e, soprattutto, per quelli in concessione, stabilendo obblighi di esercizio chiari, che salvaguardino i diritti di base di accesso dei cittadini al lido, alla spiaggia, al mare, come da codice civile.

Come sempre, per l’autorità pubblica il compito è quello di stabilire regole, poi di essere presente e vigilare. Qualche piccolo segnale c’è. Qualche sera fa sulla spiaggia davanti la Rotonda Diaz c’erano ragazze e ragazzi a giocare a pallavolo sulla spiaggia pulita al riparo della scogliera, sembrava d’essere a Barcellona. Le spiagge sobriamente recuperate a San Giovanni a Teduccio sono un altro caso. Certo, rispetto al fabbisogno sterminato di un popolo metropolitano all’asciutto, in attesa dietro il filo spinato, si tratta ancora di frammenti, ma la strada è quella.

Antonio di Gennaro e Giuseppe Guida

Un viaggio nei luoghi simbolo della città, lungo un itinerario in sette tappe, dai grattacieli fantasma del Centro direzionale svuotato, ai paesaggi mondiali di Posillipo distrutti dalla cocciniglia e dall’incuria, al limbo delle aree industriali estinte, a est e a ovest della città, ai quartieri informali ed abusivi. Un racconto pieno di sorprese e imprevisti, pubblicato a tappe sull’edizione napoletana del quotidiano “La Repubblica” con le foto straordinarie di Riccardo Siano, nell’anno secondo di pandemia. Il libro è pubblicato da Clean edizioni ed è fatto di sette pezzi solo in apparenza facili, che riguardano argomenti complicati: il destino di luoghi urbani importanti, lasciati in sospeso, dimenticati, interrotti, insieme alle proposte per rimetterli in gioco, restituirli ai cittadini, ripartendo dal quotidiano, dal temporaneo, dalle cose che possiamo fare oggi, in attesa del meglio.

Ecco la premessa degli autori.

Un urbanista e un agronomo in giro per Napoli. L’intenzione era quella di raccogliere idee, per contribuire al dibattito pubblico su come rimettere in cammino una città sospesa, interrotta, dopo un ventennio di governo stentato, a bassa intensità. È iniziato così il viaggio nei luoghi simbolo della città, nel secondo anno di pandemia, raccontato in sette reportage pubblicati sull’edizione napoletana de la Repubblica, ma anche sul sito web del quotidiano nazionale, a testimonianza di un’attenzione particolare del giornale per i fatti della terza città d’Italia.

Un itinerario in sette tappe, dai grattacieli fantasma del Centro direzionale svuotato dal Covid, ai paesaggi mondiali di Posillipo distrutti dalla cocciniglia e dall’incuria; al limbo senza prospettive delle aree industriali estinte, a est e a ovest della città. Su molte di queste cose avevamo già scritto nel corso degli anni, ciascuno per proprio conto, sempre su Repubblica, ma questa volta occorreva qualcosa di diverso: nel nuovo mondo, del quale anche Napoli evidentemente è parte, scosso dal crack del clima e dal virus globale, dall’irruzione della rete, dalla corrosione della fiducia e della democrazia, almeno come l’avevamo sperimentata nel ‘900; in questo mondo nuovo, per non ripetere inutilmente le stesse parole di prima, bisognava mescolare saperi e punti di vista: muoversi in territorio incognito, per leggere con occhi quanto più possibile sgombri, quel che accade nelle realtà diverse che confluiscono in quella cosa complicata che sbrigativamente chiamiamo “Napoli”.

Il linguaggio e gli strumenti sono naturalmente quelli del giornalismo. I pezzi raccolti in questo volume non sono saggi, ma articoli per i lettori del giornale; ciò che abbiamo fatto semplicemente è scendere in strada, zaino in spalla, per osservare ed esplorare i luoghi, parlare con le persone, respirare i paesaggi, e raccontare tutto in modo diretto, cercando il più possibile di mettere da parte gerghi, specialismi, messaggi rituali per addetti ai lavori. Le foto che Riccardo Siano ha scattato per il giornale, percorrendo assieme a noi i luoghi, sono un elemento essenziale della storia, che spesso comunica più e oltre le parole.

Al ritorno dal viaggio, due o tre cose avevamo soprattutto compreso. La prima riguarda il potenziale umano, l’attaccamento ai luoghi, la capacità delle persone e dei contesti di riorganizzarsi e adattarsi, di costruire pezzi di futuro, anche in assenza di un governo urbano e di un progetto comune. Questo è vero nella città abusiva di Pianura, come nella periferia industriale rarefatta di San Giovanni Barra Ponticelli, o in quella interna, incredibilmente densa, del centro storico: nel deserto della rete istituzionale, si muove tutto un mosaico di iniziative e storie collettive, si tratti di far rivivere la vigna antica dei Certosini sui terrazzamenti medievali di San Martino; di aprire una scuola di frontiera nei Quartieri spagnoli; di costruire orti sociali a Ponticelli, in mezzo al grade parco pubblico in rovina, per combattere marginalità e dipendenze; o di produrre cocciutamente un giornale di quartiere per perpetuare nonostante tutto una storia locale, una prospettiva.

Assieme a questo, la constatazione di quanto sia ancora fragile l’imbastitura che tiene insieme le molteplici tessere che formano il grande mosaico della città. A un secolo di distanza dall’accorpamento alla Grande Napoli della cintura dei casali – da San Giovanni a Pianura, fino agli anni ‘20 del secolo scorso comuni autonomi, con la loro storia, cultura, economia – un progetto unitario di città, ancora stenta ad affermarsi. Nel frattempo i borghi si sono tumultuosamente trasformati in centri urbani di 40, 50, 60mila abitanti, vere e proprie città nella città, ma un’agenda di governo, una strategia amministrativa che tenga conto delle necessità basilari di ciascuno di questi mondi, così diversi tra loro, per associarli finalmente in un’unica comunità di destino, ancora non c’è: la cosiddetta “città dei quindici minuti”, come si dice ora, resta una chimera, e Napoli continua a presentarsi come un’aggregazione provvisoria di villaggi. Alla fine, girando la città, risulta evidente come senza una strategia pubblica che tenga insieme tutto, la resilienza e l’impegno ammirevole di individui e comunità locali da soli non bastano, mentre rimane insopportabilmente largo lo scarto tra l’incredibile capitale umano, territoriale, culturale e simbolico del quale la città continua nonostante tutto a disporre, e le condizioni di vita reali dei cittadini.                                                                            17

Un esempio per tutti, l’accessibilità delle aree verdi. Come raccontato nei reportages raccolti nel libro, durante l’epidemia, nelle città del mondo l’uso di parchi e giardini urbani è raddoppiato, a volte triplicato, in risposta alla nuova domanda di spazi aperti di salute e socialità per i cittadini, soprattutto i più piccoli, i giovani, gli anziani.

A Napoli è successo il contrario, l’azzeramento della macchina gestionale e manutentiva del Comune ha portato alla decisione opposta, la chiusura pressocché totale degli spazi verdi, che è suonata come la dichiarazione di resa dei poteri pubblici, condannando la cittadinanza a vivere la forma più desolante di povertà: quella di chi non possiede più nemmeno la forza e la capacità di accedere al patrimonio di risorse che pure gli appartiene, che gli è vicino, ma resta lì, chiuso dietro un cancello, come il bosco appenninico di cento ettari dei Camaldoli, una foresta urbana straordinaria che entra dentro la città, e marcisce silenziosamente nell’incuria.

A Napoli il metabolismo urbano s’è bloccato. Il riciclo delle vastissime aree dismesse 90, 50, 30 anni fa dall’industria novecentesca, che in tutte le città un minimo governate si sarebbe fatto laicamente, senza tanta retorica, con una sobria e rapida messa in sicurezza, qui si è trasformato in un’opera pubblica a perdere, che non finisce mai, che non deve dar conto di sé, bruciando laidamente soldi pubblici, speranze e prospettive. Le eccezioni non sono molte, come il recupero a San Giovanni a Teduccio dell’ex area Cirio, che ora ospita il campus di Ingegneria. Eppure, i reportages nel libro raccontano come, se solo lo volessimo, il sortilegio potrebbe svanire in un attimo, semplicemente aprendo il cancello del parco provvisorio nell’ex area siderurgica di Bagnoli, che la natura con i suoi alberi ed erbe ha già costruito e messo in sicurezza per noi. Poter calpestare nuovamente queste terre è un buon esercizio di democrazia, e un’esperienza urgente, tenuto conto che la vita è breve – nel lungo termine Keynes ci ha ricordato cosa succede – e in ogni caso è bene che l’aria torni a circolare, il resto verrà.

Rileggendo a distanza di tempo gli articoli, ci siamo resi conto di quanto abbia pesato la pandemia. Abbiamo iniziato il viaggio che un vaccino e una cura non c’erano, e un senso di fragilità traspare in tutte le parole che abbiamo scritto. La malattia globale non è un ospite di passaggio, ma un protagonista nel nuovo mondo che ci attende: la vita delle persone e dei luoghi che abbiamo raccontato dovrà ancora fare a lungo i conti con essa. Così come è parte del viaggio il sentimento di gratitudine e riconoscenza provato al momento della vaccinazione, segno tangibile, esemplare del potere dell’azione pubblica, della conoscenza e della democrazia, quando sono chiamate a proteggere la vita delle persone.

Quanto al titolo, riecheggia evidentemente i “Sei pezzi facili” del fisico Richard P. Feynman, il libricino di Adelphi con il testo delle lezioni tenute dall’autore nei primi anni ‘60, su concetti di base come l’energia o la realtà quantistica, con parole e ragionamenti semplici e piani. Insomma i pezzi sono facili, ma gli argomenti difficili. Con le debite proporzioni, anche il libretto che proponiamo è minuto, e tratta di cose importanti – il destino di parti fondamentali della città – cercando di raccontare in modo semplice storie piuttosto complicate, o che sarebbero anche semplici, se avessimo la capacità di affrontarle con più coerenza e costanza. La parola “pezzi” poi, allude sia agli articoli di stampa raccolti nel volume, sia ai pezzi della città che vengono raccontati, ognuno abbandonato a una sua particolare deriva, spezzato dal contesto, in attesa.

Resta da dire qualcosa sulla scrittura del libro. I sette racconti tutto sommato scorrono, il lavoro a quattro mani non si avverte troppo, senza che ci sia stato bisogno, ripensandoci, di un’opera di raccordo particolare. Certo di ragionamenti ne abbiamo fatti, nella scelta dei luoghi, e poi sul campo, mentre l’esplorazione si svolgeva, con tutte le sorprese e gli imprevisti del caso. Ma poi ognuno tornava a casa, e scriveva le cose che credeva. Il fatto sorprendente è come poi i testi si combinassero con facilità, senza bisogno di chissà quali tagli o ritocchi. Comunque, se pure in queste diverse parti una differenza di vedute veniva fuori, non siamo stati lì troppo a smussarla, il lettore forse se ne accorgerà: in fondo, come proponeva Calvino nelle sue lezioni per il prossimo millennio, anche la molteplicità di sguardo può essere uno strumento utile, in questo mondo nuovo e incerto che ci tocca vivere.

Antonio di Gennaro e Fabrizio Cembalo Sambiase

Nel febbraio del 2020 con Fabrizio intervenimmo a Treviso al convegno della Fondazione Benetton dal titolo promettente: il suolo come paesaggio. Eravamo in piena tempesta e non lo sapevamo, al rientro a Napoli l’emergenza Covid è esplosa. Ora gli atti del convegno sono stati pubblicati a cura di Luigi Latini e Simonetta Zanon da Antiga edizioni. Ecco il testo del nostro intervento.

Se provi a digitare su Google la parola “terra”, è l’algoritmo a completare la frase, e tra le primissime opzioni compare proprio “terra dei fuochi”. È una conferma della risonanza mondiale delle vicende della piana campana massacrata dall’abusivismo e dai rifiuti, tanto da fare della locuzione un simbolo, un luogo comune, uno stereotipo. Qualcosa che viaggia nel discorso pubblico globale, spogliata alla fine di ogni aspetto misurabile, tecnico, territoriale. La cosa singolare è il fatto che sia stata alla fine l’agricoltura il principale imputato, anche se dopo sei anni neanche uno delle migliaia di campioni di prodotti agricoli analizzati ha rivelato problemi. Circoscrivere il problema è essenziale per definire le possibili soluzioni. Il modo generico ed emotivo con il quale questa questione è circolata sui social network è proprio quello giusto per allevare paure, guardandosi bene dall’indicare possibili strade d’uscita. Quello che abbiamo capito, alla fine, è che la Terra dei fuochi è una malattia del paesaggio. Malattia generata dall’assenza di pianificazione pubblica. Le 140 città intorno al capoluogo partenopeo si sono saldate in un’unica, informe periferia lunga 90 chilometri. In questa città malcresciuta sono rimasti intrappolati i lacerti di Campania felix, i suoli agricoli più fertili della galassia, con 20.000 aziende agricole che, su meno del 10% della SAU (Superficie Agricola Utilizzata) producono il 40% del valore della produzione agricola regionale. Terra dei fuochi è la tragedia dei due milioni di italiani che vivono faticosamente questo spazio che sfida l’umana comprensione. In questa situazione complessa, abbiamo lavorato a numerosi progetti di paesaggio per curare le ferite: gli spazi agricoli mortificati, le cave, le discariche. Alcuni di questi luoghi simbolo, come l’ex Resit di Giugliano, la “madre di tutte le discariche”, ora sono spazi verdi pubblici, abbelliti dai murales di Jorit e dalle istallazioni di land art degli studenti del Liceo artistico di Napoli. Lì vicino, nel podere di San Giuseppiello, dove i camorristi sversavano i fanghi delle concerie toscane, un bosco di 20.000 pioppi lavora per tenere in sicurezza i suoli e le terre. È un laboratorio verde all’aperto in continuo progresso, dove migliaia di studenti delle scuole pubbliche della Campania vengono a studiare e comprendere come si ricostruiscono i suoli e gli ecosistemi, restituendo dignità ai luoghi, e un futuro diverso alle comunità che li abitano.

Il territorio rurale metropolitano come “spazio vuoto”

L’agricoltura e gli agricoltori dell’area napoletana sono presenze invisibili, vittime di un mutamento epocale. Nell’ultimo sessantennio, l’esplosione della città sulle terre fertili della piana ha mutato per sempre un assetto territoriale che resisteva ancora a metà Novecento, e che costituiva il risultato di tre millenni di civiltà. A scala metropolitana, le aree urbanizzate, in assenza di una qualunque pianificazione pubblica, passano dai 20.000 ettari del 1960, ai 120.000 ettari attuali. Nel 1960, i centri urbani erano ancora isole compatte, a confini netti, all’interno di un mare di ruralità, con gli stessi paesaggi che aveva visto Goethe arrivando in carrozza da Roma, in un inverno di due secoli fa. Dopo la deflagrazione, le aree agricole si frammentano, diventano isole verdi incastrate nella maglia delle infrastrutture e dello spazio costruito. Il loro statuto diventa quello indefinito di spazi vuoti, per usare l’espressione di Bauman: “Gli spazi vuoti sono innanzitutto e soprattutto vuoti di significato. Non sono insignificanti perché vuoti: sono piuttosto visti come vuoti (o più precisamente non vengono visti affatto) perché non presentano alcun significato e non sono ritenuti in grado di presentarne uno… …Gli spazi vuoti…sono luoghi non colonizzati e luoghi che nessuno desidera o sente la necessità di destinare alla colonizzazione. Sono, potremmo dire, i posti “restanti” una volta completata l’opera di strutturazione degli spazi più appetibili … La vacuità del luogo è negli occhi di chi guarda e nelle gambe o nelle ruote di chi procede. Vuoti sono i luoghi in cui non ci si addentra e in cui la vista di un altro essere umano ci farebbe sentire vulnerabili, a disagio e un po’ spaventati.”

Questa agricoltura che è intorno alla città, spesso dentro la città, è invisibile all’opinione pubblica, ma anche alle istituzioni. A causa della sua estrema frammentazione, non viene nemmeno più rilevata dall’istat. Nel censimento dell’agricoltura 2010, meno della metà delle aree agricole effettivamente presenti viene censito. Il resto sfugge alla contabilità territoriale dello stato, è territorio invisibile, in attesa di destinazione.

La realtà, al di là delle statistiche stanche dell’istat, è sorprendente. Nonostante gli scempi del passato, il 60% dell’area metropolitana è ancora campagna, con coltivazioni agricole, frutteti, boschi, aree seminaturali, dal lago Patria a Punta Campanella, passando per le colline flegree e il Vesuvio. Un patrimonio rurale straordinario, che costituisce la parte pregiata del tessuto metropolitano.

Ancora, a dispetto di questo clamoroso difetto percettivo, i numeri veri raccontano invece di un’agricoltura della piana campana che, seppur incastrata nei vuoti del disordinato sistema metropolitano, è ancora viva, con un sistema di 38.000 aziende attive, che producono il 40% del valore aggiunto dell’agricoltura regionale, con valori di produzione unitari che sono tre volte la media regionale. Il motore dell’agricoltura regionale, nonostante tutto, è ancora qui.

La salubrità delle produzioni di questa agricoltura degli spazi vuoti – pregiatissime fragole, meloni, insalate, asparagi, pesche mele, cavoli, patate – che pure continuano ad essere acquistate in prevalenza dalla grande distribuzione, e viaggiano lungo le filiere lunghe di mezzo mondo, è stata recentemente messa in dubbio, a causa di possibili contaminazioni dovute ai rifiuti. L’assoluta diffidenza dei consumatori ha imposto per le produzioni della piana campana, una commercializzazione in forma anonima, con quotazioni ricattatorie, inferiori anche del 75% rispetto a quelle correnti, perché lo slogan imperante negli esercizi commerciali è “qui non si vendono prodotti campani”. Prese nella morsa del ricatto le aziende agricole chiudono, e lo spazio agricolo periurbano, in assenza di presidio e manutenzione, rischia di trasformarsi rapidamente in un deserto economico e sociale, una terra di nessuno, disponibile per ogni tipo di speculazione e manomissione.

Eppure, i rigorosi controlli effettuati dicono il contrario: i suoli agricoli contaminati identificati dal gruppo di esperti ministeriale assommano ad una trentina di ettari, mentre gli oltre 5.000 controlli effettuati sulle produzioni, ne hanno evidenziato la completa sicurezza e conformità alle leggi.

In definitiva, le conoscenze delle quali disponiamo consentono di affermare che la piana campana deve sì considerarsi un pezzo di territorio scombinato e sconquassato da un cinquantennale saccheggio, ma soffre alla fine degli stessi mali delle altre pianure italiane ed europee a comparabile grado di antropizzazione e urbanizzazione. Si tratta certo di un contesto nel quale le attività agricole devono faticosamente convivere con un sistema urbano fuori controllo, ma almeno sotto il profilo della sicurezza alimentare l’inferno non abita qui, i prodotti agricoli si sono rivelati sicuri: gli spazi rurali continuano a funzionare come elemento di ordine e riserva di futuro, piuttosto che come centri di rischio. I risultati del monitoraggio capillare dei suoli e delle produzioni agricole condotto in questi ultimi due anni dicono questo.

In realtà, le aree da mettere in sicurezza sono perfettamente note da un decennio, sono le poche centinaia di ettari (su 140.000 ettari della piana) di pertinenza delle grandi discariche che per un trentennio hanno ingoiato flussi ingenti, legali e non, di rifiuti urbani e speciali. L’unica cosa da fare è quella di mettere in sicurezza una volta per tutte queste ferite, con approccio sobrio e tempi rapidi, restaurando un paesaggio leggibile, di qualità, e affrontando di petto la causa dei problemi, invece di inseguirne i malintesi sintomi. In assenza di ciò, il risultato, per ora, è l’assegnazione per legge all’area napoletana, da parte della comunità nazionale, di un marchio di inaffidabilità a tempo indeterminato.

Resta il fatto che il mosaico rurubano, fatto di spazi vuoti e poveri pezzi città, il paesaggio senza capo né coda, che si coglie dai viadotti che frettolosamente lo attraversano e scavalcano, è l’ambiente nel quale vivono i due terzi della popolazione provinciale, che ha oramai identificato proprio in questo disordine, nella fatica del vivere quotidiano che esso comporta, la principale minaccia alla propria esistenza e al futuro. La crisi della Terra dei fuochi sta tutta qui, nell’atteggiamento di complessivo rifiuto di un habitat percepito come ostile, a partire proprio dalle sue componenti rurali, considerate in un simile contesto alla stregua di vere e proprie fonti di rischio. Una prospettiva da ribaltare completamente, restituendo alle componenti rurali dell’area metropolitana, il ruolo prezioso di green belt multifunzionali, aree preziose di compensazione ecologica e di conservazione del paesaggio.

Curare le ferite

A partire dal 2012 abbiamo partecipato a ecoremed, il progetto LIFE sulla bonifica ecocompatibile dei suoli agricoli contaminati della piana campana, assieme a un’ottantina di ricercatori dell’Università Federico II di Napoli, un gruppo interdisciplinare di agronomi, biologi, chimici, geologi, medici, urbanisti, ingegneri, economisti coordinati da Massimo Fagnano, docente di agronomia presso il Dipartimento di Agraria.

Per cinque anni lo stato di salute degli ecosistemi agricoli della piana campana è stato studiato a fondo, con un check-up approfondito dei suoli, delle acque, della biodiversità vegetale e animale, del paesaggio, ma anche dell’economia, per capire le ferite che la tempesta mediatica della Terra dei fuochi ha lasciato sulla pelle delle aziende e degli agricoltori.

Le ricadute del progetto sono state molteplici. Innanzitutto, il contributo che il progetto ha fornito al governo italiano per l’identificazione delle aree potenzialmente contaminate, e la messa a punto di tecniche di recupero ecocompatibili, basate sull’impiego di piante, microrganismi e compost, che rappresentano un’alternativa concreta a quelle ingegneristiche. In questo modo, con un costo che è un ventesimo delle bonifiche tradizionali, è possibile salvare il suolo, evitandone l’asportazione o la sigillatura, con l’impianto invece di una vegetazione forestale che aiuta anche a ricostruire il paesaggio.

Un’altra ricaduta importante è stata l’applicazione pilota di queste tecniche, già nel corso del progetto, ad aree problematiche della piana campana, con l’impianto di boschi inerbiti dove trentamila pioppi, come instancabili fabbriche verdi, lavorano ora per estrarre i contaminanti e tenere in sicurezza i suoli e l’ambiente di lavoro.

Il terzo aspetto di rilievo è il lavoro di divulgazione svolto nel corso del progetto, con il coinvolgimento di migliaia di studenti, professori, amministratori, agricoltori: una capillare opera di informazione, per chiarire i reali aspetti della crisi della Terra dei fuochi, e le vie di uscita possibili. Le aree pilota del progetto si sono trasformate in un laboratorio, un’aula all’aperto dove gli studenti delle scuole pubbliche della Campania, con i loro docenti, vengono ad imparare come si cura e si recupera un paesaggio malato.

La storia del progetto ECOREMED è singolare, perché per una volta la ricerca scientifica è riuscita ad operare “in tempo reale”, nel pieno della crisi, con i risultati delle attività di studio che sono stati tempestivamente trasmessi ai ministeri competenti via via che venivano prodotti e validati, ed impiegati nella redazione dei due rapporti governativi sulla Terra dei fuochi, quello sulla mappatura dei suoli agricoli, e quello sugli aspetti socio-economici della crisi. Un’altra notazione positiva riguarda la cooperazione istituzionale, perché in tutta questa vicenda i ricercatori hanno lavorato in stretto contatto con le istituzioni, a partire dall’Assessorato regionale all’Agricoltura, che ha affiancato l’università come partner del progetto europeo.

I risultati di cinque anni di lavoro consentono di raccontare una storia molto diversa da quella mainstream di un’agricoltura inaffidabile e senza futuro, produttrice di rischio e malattia. Se c’è una cosa che funziona nella pianura campana, spezzettata da un cinquantennio di crescita urbana senza regole, sono propri gli spazi agricoli residui, che non sono pochi, rappresentando ancora il 65% del territorio complessivo. In queste aree, dei circa diecimila campioni di prodotti ortofrutticoli esaminati, quelli difformi dalla severa normativa europea si contano sulle dita di una mano, per colpa soprattutto del piombo, che non viene dal ciclo dei rifiuti, ma è quello tetraetile delle benzine super di quindici anni fa, che si è depositato, come accaduto in mezz’Europa, nelle fasce agricole più prossime agli assi stradali.

Anche i suoli agricoli potenzialmente contaminati alla fine sono solo una trentina di ettari, sui cinquantamila presi in esame, e per questi ecoremed ha messo a punto tecniche a basso costo per pulirli e metterli in sicurezza utilizzando boschi inerbiti, la cui azione di bio-fitorisanamento è opportunamente stimolata dall’apporto di compost e microrganismi autoctoni. Questi boschi verdi di fitorisanamento funzionano come sentinelle, consentendo il monitoraggio nel tempo del destino dei potenziali inquinanti nei diversi comparti dell’agroecosistema, ma sono soprattutto presidi di civiltà, il segno che lo Stato è ritornato, e che il paesaggio rinasce.

Il bosco più grande, sei ettari, è stato realizzato a San Giuseppiello, a Giugliano, vicino la discarica Resit, in collaborazione con l’ex Commissariato di governo. Qui, al posto della terra di nessuno, è nato un grande parco pubblico con ventimila pioppi. In questo arboreto magnifico la camorra, come accertato dalle indagini della Magistratura, ha scelleratamente interrato per anni fanghi industriali.

Come detto in precedenza, al posto delle tecniche ingegneristiche tradizionali, estremamente costose, e che per di più non consentono di proseguire con l’agricoltura, nel fondo di San Giuseppiello è stata invece completata l’operazione di messa a dimora di ventimila pioppi: un bosco inerbito che lavorerà negli anni, sotto attento monitoraggio, per ridurre la frazione biodisponibile dei metalli ora presenti nel suolo. Negli hot-spot a più elevata concentrazione di inquinanti sono state seminate specie iper-accumulatrici come la Senape indiana (Brassica juncea) che è tra le specie erbacee più efficaci nell’asportare i metalli.

Il costo dell’intervento è stato circa ottocentomila euro, contro venti milioni che sarebbero serviti con le tecniche tradizionali. Con il vantaggio di conservare queste aree all’uso agricolo, di non consumare il suolo, di ricostruire il paesaggio rurale.

L’impianto del bosco è stato preceduto da un monitoraggio capillare, con campionamenti tradizionali e con tecniche radiometriche innovative, delle effettive condizioni di contaminazione dei suoli. Sono state così prodotte mappe dettagliate, che descrivono lo stato di salute dei suoli sia in superficie che in profondità. In questo modo è possibile intervenire adeguatamente punto per punto, in funzione delle effettive condizioni di contaminazione.

Queste indagini hanno consentito di accertare una cosa importantissima: le particolari proprietà dei suoli vulcanici di San Giuseppiello hanno impedito la migrazione verso il basso dei contaminanti somministrati con i fanghi industriali, evitando che arrivino alle falde. Ad ogni modo, il grande bosco verde che si è finito di impiantare verrà scrupolosamente monitorato dai ricercatori dell’Università Federico II, per seguire l’evoluzione di tutti i parametri chimici e biologici.

Si tratta di un approccio estremamente interessante, perché potrà essere esteso agli altri siti della piana campana che hanno gli stessi problemi, con costi compatibili, ricostruendo e mettendo in sicurezza il paesaggio della piana campana. E’ questo un punto molto importante: a San Giuseppiello non si sta solo recuperando la fertilità dei suoli. Si sta anche ricostruendo il paesaggio. Al posto di un sito degradato, c’è ora un bosco verde che rappresenta anche un presidio visibile di legalità: un luogo nel quale grazie all’azione dei poteri pubblici si sta lavorando per rimediare ai crimini e agli errori del passato.

L’obiettivo è quello di curare i suoli agricoli senza distruggerli ed evitando anche di rimuoverli come se si trattasse di un rifiuto speciale da smaltire in discarica. Si tratta quindi di un approccio ben diverso da quello, per riferirsi a un caso molto noto, messo in campo in occasione di Expo 2015, dove cento ettari di suolo contaminato sono stati sepolti sotto una piattaforma di cemento, sulla quale è stata poi allestita l’area espositiva.

Come detto in precedenza, il bosco di San Giuseppiello è un laboratorio verde all’aperto, ma è diventato anche un’aula, un luogo di informazione e divulgazione, per mostrare e raccontare agli studenti delle scuole pubbliche campane, e ai cittadini, cosa si può fare concretamente per curare gli ecosistemi agricoli feriti, per ricreare condizioni di sicurezza e salubrità, per conservare e curare i suoli feriti di Campania felix.

Conclusioni

La “Terra dei fuochi”, con tutte le sue difficoltà, è stata alla fine anche l’occasione per una riflessione laica, senza slogan e infingimenti, sulle politiche ambientali in Italia, e sulla capacità del nostro apparato legislativo e amministrativo di progettarle e implementarle. È necessario riflettere seriamente sul perché, uno spazio rurale metropolitano, pure dominante dal punto di vista dell’estensione territoriale, alla fine sia diventato trasparente alle politiche pubbliche, assieme ai suoi abitanti, finendo per trasformarsi in uno “spazio vuoto”, un’area di risulta priva di valori specifici, nella quale un sistema urbano fuori controllo può vomitare tutti i suoi problemi ed esternalità.

Il dramma della Terra dei fuochi è tutto qui: la sua collocazione in un’area metropolitana, la terza del paese, ancora priva di un sistema minimo di governo del territorio, di una strategia pubblica in grado di restituire senso e coerenza ad un mosaico scombinato di realtà urbane sofferenti e di poveri pezzi di campagna.

La protesta degli abitanti della Terra dei fuochi – i due milioni di cittadini che popolano l’hinterland metropolitano di Napoli – parte da qua, da un ambiente di vita avaro di opportunità, vissuto come incerto e ostile, nel cui disordine anche gli scampoli di ruralità finiscono per essere percepiti, anziché come risorsa, come fonte di rischio. Se tutto questo è vero, ciò di cui ha disperatamente bisogno la cosiddetta Terra dei fuochi, non sono le bonifiche, anche necessarie, e reclamate a gran voce dell’arcipelago di comitati, che della crisi ambientale hanno fatto una questione identitaria, quanto le politiche.

A questo punto, la missione è piuttosto quella di ristorare i paesaggi, mettere finalmente ordine in un mosaico territoriale fuori controllo; dotare questo sistema congestionato di standard minimi di civiltà, ricreando un ambiente sicuro e attrattivo per i cittadini come per le aziende. In tutte queste cose, si è visto, lo spazio rurale non rappresenta il problema, quanto piuttosto la risorsa dalla quale partire per ricostruire un paesaggio di vita credibile. Sono cose che riguardano la dissestata filiera dei poteri, da quelli locali fino al governo centrale, maledettamente più impegnative degli interventi placebo messi in campo per arginare la tempesta mediatica degli ultimi anni.