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Ugo Leone, Repubblica Napoli 11 gennaio 2019

Come si dice? Chi vivrà vedrà. Io ormai mi sono messo l’animo in pace e credo che non la vedrò Coroglio-Bagnoli risanata, “ricostruita” e restituita alla città. Coroglio secondo l’interpretazione di Gino Doria (“Le strade di Napoli: saggio di toponomastica storica”, Napoli, R.

Ricciardi, 1943) deve il nome a “quel cercine o torciglione di panno, che si adatta sul capo a comodo trasporto di oggetti pesanti”. Quel cercine in dialetto napoletano si chiamava curuoglio e veniva utilizzato prevalentemente dalle donne che vi poggiavano cose da trasportare e ad osservare bene e magari anche con un po’ di fantasia, il costone di tufo che ai piedi del Capo di Posillipo si adagia sulla spiaggia ne ha un po’ la forma. Col passare dei decenni fu costruita la strada di collegamento del “Capo” con il mare. E l’area divenne luogo di villeggiatura per molti napoletani prima di diventare la sede di un grande impianto siderurgico “a ciclo integrale”: importava carbone e minerali di ferro, li trasformava in ghisa e acciaio e li vendeva come importante materia prima per usi industriali e per l’industria delle costruzioni. Tutto questo – non anche la strada in costruzione nel 1840- io l’ho visto. Ancora cronologicamente più da vicino ho visto la dismissione delle industrie che ne avevano progressivamente occupato lo spazio.

Ho visto la nascita di Città della Scienza (e il suo incendio) e con grande interesse e partecipazione ho seguito lo sviluppo del Piano regolatore generale e le trasformazioni che prevedeva in questa area ormai diventata “ solo” spazio. Da questa ultima visione sono passati quasi trent’anni e sto sempre aspettando di vedere. E sto aspettando con decrescente speranza che ciò accada. Qualche lettore più fedele ricorderà che quando ne ho scritto in passate occasioni mi sono presuntuosamente paragonato a Mosè il quale per quaranta anni aveva guidato gli Ebrei dall’Egitto verso la “terra promessa” dove scorreva latte e miele. Ne passò di tutti i colori e cominciò a disperare di arrivarci. Tanto che per questa mancanza di fede fu punito e nella terra al di là del Giordano non entrò. Ma gli fu dato di vederla: dall’alto del monte Nebo.

A me, si parva licet, sta toccando da anni la stessa sorte per Bagnoli- Coroglio. Soprattutto dopo aver letto con attenzione il 5 gennaio l’articolo di Antonio Di Gennaro (“ Bagnoli. Il piano Invitalia non funziona”); la risposta di Invitalia del giorno dopo in un’intervista di Roberto Fuccillo (“ Invitalia: Bagnoli, fatta l’analisi del rischio“); l’articolo di Sandro Dal Piaz del giorno 7 (“ Ma quel programma di risanamento ambientale è poco credibile, sia la parola agli enti elettivi”); la replica di Di Gennaro (“Bagnoli e Invitalia. Perché l’analisi di rischio resta segreta?”).

Voglio dire che soprattutto dopo aver letto tutto questo insieme con i documenti di Invitalia citati il mio dubbio diventa una certezza: io Bagnoli risanata e trasformata non la vedrò.

D’altra parte devo anche onestamente riconoscere che non sempre capisco tutto e bene dalla lettura di argomenti come quelli contenuti nelle documentazioni cui fanno riferimento gli articoli su “ Repubblica” che ho citato. Però, conoscendo discretamente l’italiano, qualche cosa mi induce anche riflettere e a farmi e fare domande. La prima è quella che pone anche Antonio Di Gennaro: perché Invitalia sostiene che i risultati dell’analisi di rischio debbano restare segreti? L’altra è ancora più angosciante e riguarda i costi della bonifica. Perché nella intervista a Fuccillo Invitalia dice a chiare lettere: “ I soldi spesi in precedenza, diverse centinaia di milioni, non solo non sono serviti a nulla, ma hanno addirittura aumentato i costi per la nuova bonifica, in quanto il terreno contaminato è stato distribuito su aree dove in precedenza non c’erano sostanze inquinanti”. È come se la bonifica effettuata sino ad ora l’avessero fatta bambini con paletta e secchiello togliendo la sabbia da una parte e spargendola sul resto del terreno. Tanto, appunto, da costringere a fare tutto da capo.

L’idea di dover fare tutto da capo non solo mi terrorizza, ma induce anche a chiedere chi e perché ha buttato soldi per una bonifica che non sarebbe servita a niente, a vantaggio di chi?

Poi, tanto per completare il discorso, caso mai arrivassi a vivere sino a cento anni e “ vecchierel canuto e stanco” me ne volessi andare al Parco Virgiliano per affacciarmi a vedere che cosa sta succedendo di sotto, mi chiedo: quando la bonifica sarà completata che cosa si farà sui territori bonificati? C’è ancora un Prg che dà indicazioni o si ricomincia da capo? E le cose già fatte, non consegnate e in via di progressivo degrado che fine fanno? Esiste sempre una Corte dei conti? Chi vivrà…

Alessandro Dal Piaz, Repubblica Napoli del 6 gennaio 2019

L’intervista al commissario Francesco Floro Flores e l’intervento di Antonio Di Gennaro sulle pagine di Repubblica hanno riacceso finalmente i riflettori sull’area dismessa di Bagnoli-Coroglio. Quel che viene in evidenza non è confortante.

Il commissario giudica il Programma di risanamento ambientale e di rigenerazione urbana (Praru) elaborato da Invitalia un «preziosissimo strumento di programmazione» dal quale ripartire. Giustamente Di Gennaro ne ha argomentato invece la carenza tecnica (manca l’analisi di rischio!) e la conseguente scarsa credibilità. E ha ricordato che nel processo di valutazione ambientale strategica in corso, il Wwf, il Fai e la Cgil metropolitana hanno presentato al ministero dell’ambiente, all’inizio dell’agosto scorso, articolate osservazioni che documentano sotto diversi profili l’inconsistenza del Praru. Nei mesi successivi, va aggiunto, i tre soggetti sociali hanno deciso di intraprendere un’azione comune (cui hanno aderito anche la Cisl e l’Uil napoletane) per stimolare il confronto pubblico con le istituzioni allo scopo di conferire concretezza e operatività al recupero di quella parte di città.

Il Praru è l’elaborazione tecnica conseguente all’accordo interistituzionale governo-Regione-Comune, risalente al luglio 2017, che ha chiuso la fase delle contrapposizioni pregiudiziali. La sua impostazione, però, in tutto coerente con la schematica logica emergenziale dello SbloccaItalia, continua a ignorare la complessità dell’operazione concependo la bonifica ed il riuso urbano del Sito di interesse nazionale (Sin) ex industriale come il progetto di un grande manufatto unitario a bilancio in pareggio, nel quale nuove redditizie destinazioni immobiliari servano soprattutto a riequilibrare i costi del risanamento e dell’infrastrutturazione.

Una impostazione astratta, anzi fittizia, che stima la spesa nel modo infondato che Di Gennaro denuncia e fideisticamente stabilisce la relativa copertura con i ricavi attribuiti fin d’ora alle riutilizzazioni, ad esempio commerciali o ricreative, ipotizzate per un futuro prossimo, che invece deve ritenersi ben più lontano – e incerto – anche a causa dell’attuale carenza di finanziamenti e delle persistenti difficoltà gestionali ed attuative (a cominciare dal sequestro giudiziario di gran parte dei suoli).

Un’impostazione per un verso autoconclusa (rifiuta di considerare gravi criticità al contorno quale, ad esempio, quella che la ferrovia Cumana in superficie determina per l’abitato di Bagnoli) e per un altro verso trasbordante (localizza il porto turistico a Nisida, isola plurivincolata esterna al perimetro del Sin su cui hanno competenza commissario e Invitalia). In entrambi i casi è legittimo sospettare che ciò avvenga soprattutto a causa della logica artificiale del “grande progetto in blocco” con bilancio in pareggio (sulla carta).

Qual è l’alternativa da riproporre? Antonio Di Gennaro, e il documento delle associazioni ambientaliste e dei sindacati, lo dicono con chiarezza. I lineamenti generali, il “piano strutturale” per usare una terminologia aggiornata, sono ormai definiti e irrinunciabili: il grande parco verde, la spiaggia pubblica, il riuso culturale dei manufatti di archeologia industriale, il pontile. Sono invece tutte ancora da ridiscutere le quantità commerciali (specie quelle enormi ipotizzate nell’acciaieria), il porto turistico (perché non ubicarlo davanti all’abitato di Bagnoli, che può fornire tutti i servizi opportuni?), le soluzioni per mobilità e trasporti. Ma occorre in primo luogo completare al più presto le analisi di rischio. Sarà così possibile individuare gli ambiti nei quali non sono necessarie attività di bonifica e sui quali possono partire immediatamente interventi di riuso urbano. E si potrà elaborare sul resto del Sito una vera programmazione attuativa degli interventi, secondo fasi pluriennali in ciascuna delle quali – in ragione delle risorse finanziarie effettivamente disponibili e delle attendibili esplorazioni delle convenienze imprenditive concretamente praticabili nel breve termine – realizzare in modo integrato, su parti gestibili del Sito, le quote di bonifica necessarie lle gli interventi fattibili di riassetto e riqualificazione urbana.

Non è secondario sottolineare che, in questa nuova impostazione, ridimensionando l’artificiosità tecnocratica del mandato aziendale a Invitalia, potrà essere preminente il ruolo delle istituzioni elettive e potrà conseguirsi una vera partecipazione democratica che coinvolga i cittadini e tutti i soggetti sociali nel processo di valutazione e decisione.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 5 gennaio 2019

Il 2019 doveva essere l’anno della svolta, speriamo sia almeno quello della ripartenza, il processo per restituire finalmente l’area ex Italsider di Bagnoli alla città aveva subito una battuta d’arresto nell’ultimo anno e mezzo, e non è solo una questione di soldi. Certo colpisce il fatto che, a fronte della richiesta di Invitalia di quasi 400 milioni per rifare la bonifica sull’intera area, con un fabbisogno stimato di circa 150 milioni l’anno, nella legge di bilancio 2019 non si rinvenga traccia esplicita di uno stanziamento corrispondente e così si debba fare affidamento, come ci dice il commissario Floro Flores nell’intervista di ieri, sul residuo dei fondi 2018 (71 milioni) e su uno stanziamento promesso del Ministero dell’ambiente di altri 50 milioni.

Invitalia, giova ripeterlo, è il soggetto attuatore individuato dal decreto Sblocca Italia per condurre finalmente in porto il risanamento ambientale e la rigenerazione urbana dell’area di Bagnoli. A fronte delle critiche, quel decreto del settembre 2014 aveva indubbi aspetti positivi: l’aver messo in sicurezza la proprietà pubblica dei suoli, dopo il fallimento di Bagnolifutura; e aver mobilitato su Bagnoli una filiera istituzionale completa, dal governo nazionale al comune, passando per la regione, costringendo quindi alla cooperazione e al dialogo i diversi livelli di governo, e restituendo alla fine a Bagnoli il profilo di grande questione nazionale.

A distanza di più di quattro anni dal decreto quel meccanismo sembra essersi inceppato di nuovo, e c’è da capire perché sia rimasto ancora senza gambe il faticoso accordo raggiunto in cabina di regia nel luglio 2017 tra governo regione e comune, che pure aveva il merito di non sconfessare le scelte del Piano regolatore del 2004, per certi aspetti anzi migliorandole.

Una risposta è anche nel documento ufficiale nel quale Invitalia ha sintetizzato la sua strategia. Si chiama PRARU (Programma di Risanamento Ambientale e di Rigenerazione Urbana), è scaricabile dal sito istituzionale, ed è stato predisposto in vista della consultazione pubblica per la valutazione ambientale strategica (VAS) del programma, una procedura obbligatoria prevista dalla legislazione comunitaria e nazionale, che è tuttora in corso.

La lettura del documento evidenzia alcuni aspetti singolari, a partire da quelli relativi al completamento della bonifica. Per capire qual è lo stato di contaminazione dei suoli e delle acque, Invitalia ha condotto una capillare campagna di caratterizzazione delle matrici ambientali, i cui risultati sono anche scaricabili dal sito della società. Sin qui tutto bene, i problemi sorgono dopo, perché a partire dai dati analitici di base Invitalia giunge tout court, senza aver effettuato alcuna analisi di rischio sito-specifica – che pure è il passaggio decisivo che la legge prevede – alla conclusione francamente immotivata che la bonifica debba essere ripetuta per l’intera area, con un costo stimato per l’appunto in 388 milioni di euro.

Per intenderci, l’analisi di rischio è la fase nella quale si valuta, attraverso l’uso di idonei modelli, in che misura il contenuto di potenziali contaminanti presenti nei suoli e nelle acque (metalli pesanti, idrocarburi policlici aromatici, ecc.) sia realmente in grado, attraverso i diversi meccanismi di esposizione (inalazione, contatto, ingestione) di costituire un pericolo concreto per le persone che utilizzano l’area per fini residenziali, produttivi, ricreativi. E’ solo con questo tipo di analisi che è possibile per ogni contaminante determinare la soglia di rischio al di sopra della quale diventa necessaria la bonifica.

Senza questo passaggio, sulla base dei soli dati di caratterizzazione, semplicemente non è possibile elaborare un progetto di bonifica, definire cioè la portata, i costi, i tempi dell’insieme di interventi che è necessario attuare. Soprattutto, non è praticabile la scomposizione dell’area complessiva di intervento in porzioni caratterizzate da una diversa intensità dei problemi, fino all’identificazione di sotto-aree nelle quelli l’eventuale contaminazione è al di sotto delle soglie di rischio, che non necessitano pertanto di bonifica, e potrebbero da subito essere riavviate alla trasformazione e alla fruizione pubblica.

Questo passaggio, assolutamente decisivo, nel documento di Invitalia semplicemente manca. Al momento della stesura del PRARU l’analisi di rischio non è stata ancora effettuata, e non si capisce allora da cosa scaturisca la previsione di ripetere la bonifica sull’intera area, con una spesa paragonabile a quella sostenuta nel quindicennio precedente, portando così il costo complessivo della bonifica di Bagnoli a sfiorare i mille milioni, quanto Milano ha speso per l’Expo, solo che lì un contributo decisivo al rilancio della città almeno c’è stato.

Dicevamo che la procedura di valutazione ambientale è in corso, e una novità è la pluralità di organizzazioni, dal WWF Italia al FAI Campania, alle rappresentanze napoletane dei sindacati confederali CGIL CISL UIL, che hanno osservato come la strategia proposta da Invitalia manchi ancora della necessaria concretezza, proprio sulla base di considerazioni del tipo di quelle esposte in precedenza.

E’ una critica niente affatto ideologica, ma pragmatica e costruttiva, dove il timore non è che le cose si facciano, ma all’opposto che si continui a perdere tempo, rincorrendo inutilmente una bonifica senza fine, con il risultato di sacrificare aspetti essenziali. A cominciare dalla rete pubblica dei trasporti, necessaria per  collegare Bagnoli alla città metropolitana, che resta il suo bacino naturale di riferimento, e qui il PRARU punta tutto sulla gomma, con un nuovo svincolo della tangenziale (sforacchiando un altro versante collinare), un parcheggio da 5.000 auto (una roba da 10 ettari, manco fosse un centro commerciale), ed il trasporto su ferro che si limita al prolungamento della linea 6 (tenuto conto delle esigenze, poco più che la navetta di un parco a tema).

In definitiva, mancano per ora i soldi, ma ancor di più manca una strategia attuativa credibile. C’è ancora tempo per recuperare. Il documento che WWF Italia, FAI Campania, CGIL, CISL e UIL di Napoli hanno sottoscritto insieme può essere un contributo serio, e se il tono delle osservazioni è questo, ben venga la partecipazione, come confronto e arricchimento, e ben venga un nuovo protagonismo del commissario e dei livelli di governo locali: le tecnostrutture restano strumenti utili per superare le emergenze, poi è bene che parlino le istituzioni.

 

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 29 dicembre 2018

Resta ancora Barra da raccontare in questo viaggio nella Napoli orientale, anzi ‘A Barra, come la chiamano qui, con l’articolo, e in quella particella c’è tutta la rivendicazione di una storia e del prestigio perduti:  l’idea che non di un quartiere si tratti – completamente invisibile e fuori dai giochi – ma della prima città vesuviana, la porta del Miglio d’Oro. “Il dieci per cento delle ville vesuviane si trova a Barra, ce ne sono addirittura undici” mi dice Pompeo Centanni, lo storico che mi accompagna nel tour, l’appuntamento è a piazza De Franchis, con i lecci e il monumento ai caduti della Grande Guerra. C’è la lapide coi 160 nomi dei cittadini barresi morti nel conflitto, l’ultimo libro Pompeo l’ha presentato venerdì scorso alla biblioteca comunale, scavando con ostinazione negli archivi ha restituito un volto e una storia a ciascuno di essi, in una struggente Spoon River all’ombra del Vesuvio. Intanto, non sai se aprire o chiudere l’ombrello, è il lunedì della grande tempesta di vento, il vulcano è un gigante nero tra le nuvole, sulla città color sabbia s’illumina ogni tanto una cupola, o una scaglia di luce in mezzo al mare.

Da piazza De Franchis, in parallelo, si dipartono i due corsi, la struttura di Barra è particolarissima, ha una doppia anima, c’è il tracciato settecentesco, popolare, di Corso Sirena, con gli antichi edifici a corte; e quello novecentesco, borghese, di corso Bruno Buozzi; le due strade corrono fianco a fianco, parallele. Anche a Barra, come a San Giovanni e Ponticelli, è merito della pianificazione pubblica, dal Piano delle periferie al PRG, aver salvato questi che sono luoghi chiave della memoria, riconoscendo loro la dignità di centro storico.

Subito, su corso Buozzi, troviamo la sede della Società Operaia di Mutuo Soccorso, sulla facciata c’è un bassorilievo con due mani che si stringono, perché qui il welfare era già nato nel 1899, prima che ci pensasse lo Stato, come rete spontanea di solidarietà, con la Società che finanziava agli agricoltori l’acquisto degli attrezzi, indennizzava i giorni di malattia o infortunio, soccorreva i familiari in caso di morte improvvisa del lavoratore. “E’ espressione del movimento cattolico, dopo la Rerum Novarum” mi spiega Pompeo “con le organizzazioni della sinistra c’era un’intesa, una specie di divisione dei compiti, la Società di Mutuo Soccorso pensava all’assistenza, queste ultime alla difesa dei diritti e all’attività nelle fabbriche.” Nella sede troviamo una decina di soci, attraverso le tempeste del Novecento e le crisi di inizio millennio, la Società è ancora attiva: del resto, la disoccupazione nel quartiere è al 40%, la protezione sociale è tornata ad essere un tema caldo, anche se le chiome dei soci sono tutte d’argento, e la difficoltà è piuttosto quella di coinvolgere i trentenni e i quarantenni, con la credibilità di un nuovo progetto.

“I fili che attraversano la storia di Barra” mi dice ancora Pompeo “che è rimasta comune autonomo sino al ’25, sono gli stessi delle altre due città orientali di San Giovanni e Ponticelli: l’agricoltura e la fabbrica. Erano i luoghi della produzione materiale, gli abitanti erano coltivatori e operai, ma la parabola della crisi è stata diversa per i tre centri, e a Barra probabilmente più dura, perché qui non c’è mai stata la densità industriale di San Giovanni, mentre l’agricoltura, che era assai fiorente di produzioni frutticole, ortive e viti, è stata completamente distrutta dall’urbanizzazione degli anni ’60 e ’70, con le lottizzazioni che non hanno risparmiato proprio niente, nemmeno i giardini storici delle ville vesuviane, trasformati in agglomerati edilizi senza qualità. E’ finita l’industria, ed è finita anche l’agricoltura, un quartiere di quarantamila abitanti si è trovato senza più alcuna base produttiva”.

L’altra faccia della desertificazione urbana la raccontano gli esponenti del “Comitato di cittadinanza attiva per la Barra”, con loro ripariamo dal vento e la pioggia in un negozio su corso Sirena. “Barra è il quartiere invisibile” esordisce Rino Amato, presidente del comitato. “Schiacciato tra Ponticelli e San Giovanni, è rimasto come separato dal resto della città. Le autostrade e superstrade per collegare Napoli ci hanno chiuso da ogni parte, siamo diventati un’enclave: il trasporto pubblico non esiste più, l’unica linea di autobus che serviva le diverse parti del quartiere, che ha un territorio assai vasto, è stata abolita; non è rimasta una banca, un cinema, un teatro. Trentasettemila abitanti sopravvivono così, senza servizi, e non c’è nemmeno un motivo per venire qui: a San Giovanni ora hanno il campus di Ingegneria, a Ponticelli l’Ospedale del Mare; a Barra invece non c’è nessuna funzione di ordine superiore, prima almeno c’era la Pretura, magistrati importanti hanno iniziato qui la loro carriera, s’era creato un indotto, ora niente.”

“Poi c’è la crisi di rappresentanza” interviene Luigi Valentino, altro membro del comitato civico. “Il quartiere non ha più voce. Nella Municipalità 6, che comprende anche Ponticelli e San Giovanni, Barra, che pure ha un terzo degli abitanti, ha eletto solo 3 consiglieri su 30, in consiglio comunale il quartiere può contare su 1 consigliere su 40. Per un’area come questa, dove la partecipazione alla vita politica è sempre stata una cosa importante, è il segno della resa.”

Eppure, ci sono reti sociali che resistono. Percorriamo i basoli scuri di pioggia di corso Sirena fino alla chiesa madre di S. Anna, ci aspetta il vicario, don Fulvio Stanco, è un ragazzo di trent’anni, ha un fisico da rugbista e lo sguardo sicuro, è lunedì mattina ma l’antica navata, con gli affreschi di Solimena, è piena, ci sono molte donne del quartiere, dopo la funzione è tutto un via vai, c’è un atmosfera attiva, ognuno ha un ruolo, un compito da portare a termine. “In un territorio così particolare, stiamo sperimentando una nuova organizzazione per la parrocchia, un modello diffuso. Gli incontri li facciamo a turno nei rioni di edilizia pubblica, nelle corti del centro storico. In ognuno di questi luoghi c’è un responsabile, un gruppo che tiene le fila, per molte attività ci appoggiamo alle scuole. In questo modo cerchiamo di costruire una riflessione comunitaria, un percorso per migliorare, anche attraverso piccole cose, le condizioni di vita del quartiere. La difficoltà più grande” continua don Fulvio “è la desertificazione: di fronte al vuoto di prospettive i giovani vanno via: delle trenta coppie del corso prematrimoniale, solo due o tre rimarranno a vivere qui. Se non invertiamo questa emorragia il quartiere non ha futuro, ogni sforzo è inutile.”

In effetti, la demografia indica un declino inarrestabile: dopo la crescita nei decenni di edilizia pubblica, il quartiere perde ora regolarmente 2-300 abitanti l’anno, la popolazione che nell’80 aveva toccato i 45mila abitanti, è adesso intorno ai 36mila, siamo tornati ai livelli del 1955.

Lasciamo corso Sirena e risaliamo via Giambattista Vela, c’è un cancello serrato, e dietro un parco rigoglioso, palme e lecci che crescono da soli, è il bosco di Villa Salvetti, una delle undici ville vesuviane sei-settecentesche di Barra, è proprietà comunale, come le altre è prigioniera di una storia infinita di restauri sciatti mai completati, desolanti abbandoni, nuove distruzioni. Il risultato è che nemmeno una delle ville, coi loro parchi, è attualmente visitabile, aperta al pubblico, ed è questa la principale battaglia del comitato civico: fare di questo straordinario patrimonio l’attrattore turistico-culturale che manca. Poco oltre, troviamo sbarrato anche il cancello del grande parco di Villa Letizia, nella luce gialla dello scirocco le palme oscillano, sembra un bosco tropicale in disfacimento, l’autunno del patriarca, e fa veramente male osservare da fuori questi quattro ettari di verde recluso, in abbandono, in un quartiere che ha bisogno proprio di tutto.

L’avanzata del nulla stava a un certo punto cancellando un altro pezzo di storia, il centro Ester, che è proprio di fronte, nella stessa strada, con le palestre e i campi sportivi nel verde, un movimento sportivo capace di portare la squadra femminile di un quartiere operaio a giocare la seria A di pallavolo, la bacheca scintillante di trofei è la prima cosa che ti accoglie entrando nella bella palazzina centrale. Negli ultimi anni, una gestione malaccorta aveva condotto al dissesto finanziario e alla chiusura, e la buona notizia, che pure Repubblica ha dato, è stata la riapertura del centro lo scorso settembre, grazie all’intervento di un giovane imprenditore di Barra. Si chiama Pasquale Corvino, ha quarantadue anni, dopo essersi fatto le ossa fuori è tornato qui, ha trasformato il negozio di famiglia nella più importante piattaforma e-commerce al mondo di di abbigliamento per l’infanzia, utilizzata da 16.000 aziende in 25 diverse nazioni del mondo, fino all’Arabia Saudita e al Katar. Nella BabyDream, l’azienda che Pasquale ha fondato, lavorano 35 persone, sono ragazzi e ragazze come lui, molti sono compagni di scuola e di quartiere, che ha portato con sé nell’avventura. “Quando ho iniziato a pensare alla possibilità di fare qualcosa per il centro Ester, m’è preso un sentimento fatto per tre quarti di entusiasmo, per un quarto di paura. Tutti, a partire dalla famiglia, mi scoraggiavano, mi dicevano che non era il caso di correre rischi inutili, e io mi chiedevo il rischio dove fosse, allora ho chiesto a un’importante società di consulenza di preparare un business plan, alla fine il mio progetto ha vinto, in quaranta giorni abbiamo restaurato e rimesso in funzione tutto, ora ci lavorano 45 persone, che seguono l’attività sportiva di 1.100 ragazzi. Un’altra cosa che il centro Ester sta facendo” prosegue Pasquale “è aiutare le scuole pubbliche del quartiere a riattivare e attrezzare le palestre, vorremmo che i giovani di Barra possano studiare qui, a casa loro, in strutture di qualità. Poi stiamo cercando di dare la possibilità a ragazzini disagiati di fare sport da noi, iniziamo con un gruppo di 50 bambini della scuola media Rodino'”.

Già, la Rodinò: è la scuola di frontiera di Barra, ci lavora un manipolo di docenti di valore, sulla facciata ci sono gli striscioni delle onlus – Save the Children, Il tappeto di Iqbal -,  la platea dell’istituto comprende le aree più disagiate del quartiere, il rione delle Case Gialle, poco più in là, oltre la boscaglia e i binari, c’è il campo nomadi. Il modello con il quale il centro Ester si è salvato ricorda molto quello vincente della periferia “interna” della Sanità, con il capitale territoriale che viene riportato in vita dai ragazzi, le onlus, uomini di Chiesa e imprenditori illuminati, in attesa che politiche pubbliche decenti si rimettano in moto.

“Mi raccomando” dice Pompeo mentre ci salutiamo, con il tifone che incalza “ditelo che questa non è solo la terra delle stese, il triangolo della morte, che c’è gente che cerca di resistere, pare che i media siano in grado di raccontare solo questo.” Torna l’immagine del quartiere invisibile, ma il guaio vero è l’isolamento. Barra non è più città, ma non è mai entrata nella vita del capoluogo, per questi luoghi Napoli non è riuscita ancora, a distanza di un secolo, a costruire un destino comune, un progetto amministrativo decente, e la verità è che non esiste solo un muro tra il centro e l’area orientale, ma tanti muri, che separano le tre città dell’est, chiuse nel risentimento di una storia che non c’è più, nell’assenza di un futuro insieme, che nessuno ha pensato mai di costruire.

panorama piccola

Il 6 maggio sono usciti due articoli, due riflessioni sulla città, che ho trovato molto stimolanti. Il primo, di Luciano Stella, su Repubblica Napoli, è titolato “Energia vitale e dannazione”. Il secondo di Eduardo Cicelyn, sul Corriere del Mezzogiorno, ha un titolo alla Wertmuller (“L’appello a Saviano, una mossa propagandistica che per Valeria si è trasformata in autogol. E con un Lettieri fumoso, il sindaco del «non governo» diventa il più rassicurante”).  Da leggere.

 

Energia vitale e dannazione

Luciano Stella, Repubblica  Napoli 6 maggio 2016

CHE sta succedendo a Napoli? Come tutti noi mi interrogo. Guardo, discuto con gli amici, vivo la nostra città. Passeggio sul lungomare e nei vicoli del centro storico. Vado al lavoro camminando per via Toledo. Scopro nuovi posti che si aprono e offrono cibo e situazioni nuove e propositive. I turisti si “toccano” con mano. Tantissimi, tantissimi. Devo andar indietro di anni oramai davvero lontanissimi per ricordare una situazione simile. I musei nostri meravigliosi e unici annunciano novità e praticano un rinnovato attivismo.

Che sta succedendo? Le notizie di cronaca sociale e criminale sono “da brivido”. Degrado umano, materiale e sociale che produce orrori inenarrabili. Morti sul selciato di quartieri storici nella faida tra le nuove feroci leve camorristiche senza pietà e senza legge.

E poi ancora un fiorire di intelligenza creativa e comunicativa che si inventa pasticcini “neotipici” e buonissimi e li lancia con una sapienza di marketing e di uso dei social che è da manuale anglosassone. Un fiorire di numerosissimi set di produzioni cinematografiche che sbarcano qui senza alcun contributo regionale e fanno sembrare la nostra città un distretto organizzato come il Piemonte, la Puglia e l’Alto Adige.

Che sta succedendo? Ci sono le buche incredibili, c’è la Villa Comunale ancora largamente “inagibile”, c’è traffico, l’imbuto soffocante della Galleria della Vittoria, lavori in corso di lunghissima durata ancora non conclusi, trasporti caotici. E ci sono anche le solite insopportabili beghe di notabili ancor più vecchi di me che pur son vecchio, che si crogiolano in polemiche, in capacità di veto, in poterini da poltrone pubbliche con stipendio. E praticano il “No” come forma di profitto e potere.

Che sta succedendo? C’è jazz in una chiesa sconsacrata in un vicolo di Foria, c’è teatro nel sottosuolo fascinoso ed unico della città, ci sono manifestazioni intelligenti e coinvolgenti organizzate senza soldi pubblici, presentazione di libri, anteprime, circoli che discutono, teatro nelle case, bed and breakfast accoglienti e di charme. Ci sono tour nella più bella metropolitana del mondo. Addirittura ho notizia di una signora che ha chiamato a raccolta tutti i suoi amici romani ed italiani ed ha festeggiato il suo compleanno con un tour di circa 100 persone nella metropolitana dell’arte, stazione per stazione. Con i commenti entusiastici dei partecipanti che potete immaginare.

E poi c’è una polemica infinita e di basso profilo nei partiti che dovrebbero governare la città, c’è corruzione evidente nei ranghi della politica, ci sono “campagne di comunicazione” di alcuni candidati sindaci che sono(involontariamente immagino) al confine della goliardia liceale (che pur è eccelsa cosa ovviamente, ma forse non utile in ambito elettorale).

Che sta succedendo? Ci sono giovani aziende d’eccellenza fatte da giovani imprenditori che crescono e danno lavoro come Optima e Fan Page?e che “danno lezione” a chiunque sul territorio nazionale e non solo. Aziende contemporanee, innovative e piene anche di energia creativa. C’è l’Unione industriali che – dimostrando una modernità assai superiore alla politica che ci governa – oltre ai suoi fondamentali e sempreverdi convegni ha organizzato più di un incontro sull’audiovisivo, sull’industria culturale, sul cinema, sulla rivoluzione di Netflix e sui nuovi panorami dell’editoria e della televisione.

Tutte occasioni fondamentali di impresa e di lavoro. Tutti settori “nuovi”ed in espansione, dove Napoli può giocare un ruolo fondamentale perché la periferia è centro in questi comparti “immateriali”. Ci sono Festival di portata internazionale che ce la fanno grazie ad una grinta incredibile dei loro leader,?che creano simpatie e rete con pochissimi mezzi e fondi, ben sapendo che il “brand Napoli” ha una evocazione ed un fascino potentissimo. Che sta succedendo? Dobbiamo essere lucidi e leggeri. Seri e capaci d’azione.

Sì, perché questo fiorire generale che si miscela con il volto nero e criminale della nostra città e delle nostre vite, questo fiorire culturale e turistico che si mischia con la crisi economica e con la storica mancanza di lavoro,?questoflusso di simpatia internazionale verso Napoli e le sue bellezze e le sue contraddizioni, questo ribollire positivo che può trasformarsi in economia ed industria culturale diffusa che oscilla tra turismo e produzione di narrazioni audiovisive: ebbene, tutto questo rappresenta una occasione storica per la città e per la nostra comunità e soprattutto per le leve giovani di Napoli.

C’è in ballo molto. Bisogna saperlo leggere. Bisogna avere consapevolezza del campo e delle sue contraddizioni forti. Bisogna sapere che Napoli è davvero unica nel suo genere, per Dna storico. E quest’unicità è forza e dannazione. Ma è su questa unicità che bisogna lavorare, attivarsi, coordinare, facilitare, impegnarsi. La città è viva e vivace nonostante gli orrori criminali che albergano dentro di lei. È “di nuovo”un momento unico e fecondo. Dobbiamo saperlo vedere e la politica deve saperlo “curare” e rafforzare. Sono gli anticorpi spontanei che reagiscono, mischiati a virus virulenti e terribili. Come sempre nella vita.

 

L’appello a Saviano, una mossa propagandistica che per Valeria si è trasformata in autogol. E con un Lettieri fumoso, il sindaco del «non governo» diventa il più rassicurante

Eduardo Cicelyn, Corriere del Mezzogiorno 6 maggio 2016

Chi e dove sono i candidati perbene? Non chiedetelo a Valeria Valente, aspirante sindaco del centrosinistra con l’ala destra che s’incrocia con quella sinistra, un po’ come succedeva a Insigne e Mertens quando Benitez non ci capiva più niente. Lei si è rivolta a Saviano, noto esperto di gente permale. Saviano si è visto costretto a svicolare dato che nelle Procure con cui è impegnato da molti anni in un assiduo passaparola fanno fatica a intercettare qualcosa che non sia in odore di malaffare. Quelli del Pd durante le primarie hanno raschiato il fondo del barile, smuovendo tutta la melma che vi si era accumulata da decenni di politica professionale: e ora vedono scorie dappertutto, come se la cosa riguardasse altri, un’altra storia, mica la loro.

La verità mediatica è che il Partito democratico è il luogo geometrico in cui si dimostra il teorema savianeo della politica in quanto continuazione del male con altri mezzi. Per questo la mossa propagandistica della Valente, come certi dribbling di Albiol o di Koulibaly sulla trequarti azzurra, è stata così avventata da risultare stupida. Com’era prevedibile, Saviano ha risposto picche, auspicando che siano i politici ad assumersi la responsabilità delle scelte una volta per tutte e ironizzando sul campo elettorale del centrosinistra in salsa renziana, troppo largo perché arbitri e guardalinee possano vedere i falli e fischiare e sbandierare.

L’appello al guardiano di Gomorra serviva a conquistarsi titoli di stampa e qualche consenso nei salotti cittadini, ma com’è destino per questi politici giovani e rampanti, furbetti del partitino, le loro trovatine non dicono nulla alle persone in carne ed ossa, cioè al popolo che tra un mese sarà chiamato alle urne. Medesimo problema dall’altra parte della barricata. Sul fronte del centrodestra fantasmatico, il discorso di Lettieri ammicca all’anima popolare della città con un repertorio di slogan al limite tra un dialetto maltrattato e il puro nonsense. Insomma, al netto delle afasie pentastellate, sembra che centrosinistra e centrodestra abbiano smarrito ogni connessione culturale, antropologica e linguistica con la città, cercando improbabili sponde di significato in un’intellettualità astratta, anzi metafisica, o in napoletanismi di maniera nella speranza di suscitare acquiescenza e simpatia. Mentre — e questo è ciò che non si dice — la banda de Magistris una relazione autentica, sentimentale e ideologica con Napoli e i napoletani se l’è saputa costruire: e non perché abbia realizzato cose nuove o utili, ma proprio perché (dopo gli iniziali scivoloni) ha sostituito alla retorica del buon governo e dei grandi progetti la pratica tenace ed effettuale del non governo, del lasciar fare, dell’autogestione e delle regole a targhe alterne.

Noi napoletani sappiamo che se la polizia municipale presidia un crocevia, quello sarà il luogo del caos e del malanimo. Se non c’è nessuna divisa in agguato, qualcuno rispetta i semafori e altri no, ma il traffico scorre. Ebbene, de Magistris è stato inaspettatamente quel vigile che non si fa vedere o che guarda altrove. Giggino è diventato un sindaco popolare perché nel suo delirio autoreferenziale, zapatista, pseudo-antagonista, ha separato il Municipio dal resto della città, dai suoi modi di fare più tenaci, dai suoi traffici quotidiani e dai retroscena più oscuri.

Nel bene e nel male, de Magistris incarna oggi un potere aleatorio che non vuole e non può governare la realtà vera della città, che non vede e non comprende. In compenso, la sua figura baldanzosa si erge sulla scena nazionale come una specie di bastione immaginario dell’anti-renzismo e di una sinistra meteoritica. Il contro-discorso degli imprenditori e dei suoi competitori elettorali, ragionevole e ben giustificato, non coglie e neanche sfiora l’essenza della questione. Se de Magistris abita da cinque anni Palazzo San Giacomo con grandi probabilità di raddoppiare è perché Napoli non ne può più di una nuova classe dirigente che non sa dirigere un bel niente ma promette investimenti che mai arrivano, illustrando megaprogetti chissà se mai realizzabili. Perciò la città, almeno per il momento, si accontenta e gode del turismo riscoperto, dei suoi beni culturali sgangherati ma pieni di fascino, del suo disordine ordinato. Paradossalmente il sindaco del rinnovamento arancione ha prodotto una nuova rassicurante cartolina partenopea. L’antipolitica diventata impolitica, come volevasi dimostrare, è solo spettacolo e qui, come spesso succede, folklore.

Ma una cosa è certa. La politica non tornerà con le liste benedette da Saviano, con i vezzi da scugnizzo di Lettieri o con i software taroccati dei grillini. Men che mai con le invettive degli industriali. Ci sarà politica solo quando una nuova classe dirigente saprà confrontarsi in modo anche duro, per poi allearsi, con l’anima popolare della città, fondando un discorso moderno e finalmente condiviso sul futuro. Non si governa con i fantamilioni di Renzi. Né con l’appoggio di Saviano o con l’abbraccio di Peppe Lanzetta, fan di Lettieri e scrittore più originale dell’autore di Gomorra. Si governa sollecitando la passione, l’intelligenza e la speranza del cambiamento di molte persone, di tantissime persone, della maggioranza delle persone. È un modo antico? Finora non se n’è visto un altro in democrazia.

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