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Via-Marina

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 6 settembre 2016

La nuova via Marina è trash? Alla domanda ho tentato di trovare risposta nel paio d’ore che ho trascorso per superare le chicane dei cantieri, con la possibilità di osservare con attenzione l’avanzamento dei lavori, e soprattutto gli svettanti filari di palma americana, che costituiscono l’elemento arboreo che caratterizza la nuova sistemazione. Soprattutto pensavo a Tommaso Labranca, lo studioso di costume che se n’è andato pochi giorni fa, e al suo illuminante librino “Andy Warhol era un coatto”, dal quale era poi nata la trasmissione “Anima mia” di Fazio. La definizione precisa di “trash” di Labranca, che prescinde da qualsiasi spocchia e giudizio di valore, è quella di  “emulazione fallita di un modello alto”, ed è facile impiegarla, nel senso che Little Tony è trash, mentre evidentemente Elvis non lo è, e questo non ti impedisce comunque di apprezzare ed amare, per motivi evidentemente diversi, sia l’uno che l’altro.

Ora, le alte washingtonie trapiantate lungo la nuova via Marina, rappresentano nel nostro immaginario una citazione precisa, rimandano ai fasti di Beverly Hills, ai waterfront e alle promenade di Cannes, Nizza, Acapulco. L’intenzione sembra quella di attrezzare un asse prestigioso di accesso al centro cittadino, con la differenza che via Marina non è un lungomare, è il prodotto dello sventramento postbellico, ed attraversa piuttosto paesaggi che richiamano le periferie industriali dei quadri di Sironi, che io ritengo ugualmente suggestivi, costeggiando da un lato il retro del grande porto commerciale, e dall’altro le propaggini del vasto quartiere industriale orientale della città. In questo contesto, i filari alti di palma americana, che per di più non offrono ombra al povero viandante, rischiano di produrre un effetto incongruo, straniante, di essere percepiti come un’emulazione fallita, e così finire dritti nell’area tracciata da Labranca.

Si dirà che le palme hanno adornato i viali di Fuorigrotta e la Mostra d’Oltremare, ma lì è diverso, c’è una storia, un esotismo profondamente originale, nato dal rapporto con le colonie, in un contesto ridente che è quello dell’eterna primavera della colline e delle conche flegree. Questo patrimonio storico è stato tristemente decimato dal punteruolo rosso, il vorace coleottero venuto dall’Asia, che a questo punto ci auguriamo non si trovi mai a svolazzare dalle parti della nuova via Marina.

Ad ogni modo, la decisione dei nuovi palmizi appare fortemente simbolica: alla stregua della demolizione delle vele, si tratta di interventi che intendono comunicare un cambio di direzione, di stile, un voltar pagina. Nel caso di via Marina, diventata nel tempo una specie di Bassora-Bagdad, l’intervento di restyling è sacrosanto, giunge con decenni di ritardo, ma resta qualcosa di incongruo, come uno scarto tra le fastose dichiarazioni verbali o fattuali, e la realtà, che rimane molto impegnativa, e che richiede oltre agli annunci e ai palmizi emulativi, un impegno amministrativo di fondo prolungato, sistematico, coerente.

La strada per riconquistare una qualità urbana decente è lunga, e non può limitarsi agli interventi di restyling e agli itinerari turistici selezionati del centro storico, che attraversano alla fine meno di un decimo della città. Le inchieste di Repubblica evidenziano una sofferenza, una cronica mancanza di cura e manutenzione, che riguarda gli altri nove decimi del territorio comunale, da Posillipo a Soccavo a Ponticelli.

Quindi, bene le Beverly Hills post-industriali, ma sarebbe questo il momento buono, ad inizio della nuova consiliatura, di presentare alla città un serio e sistematico piano di manutenzione, che ci dica come riconquistare un livello di qualità urbana appena decente, quartiere per quartiere, perché i turisti e le cartoline sono importanti, ma la qualità di vita quotidiana dei residenti, in quei poveri nove decimi dimenticati di territorio, viene molto prima.

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