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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 24 maggio 2020

Sylvain Bellenger è costretto a chiudere l’accesso al parco di Capodimonte a causa di attriti con i sindacati e subito arriva il rimprovero di Luigi de Magistris, che lo invita a riaprire per motivi di salute pubblica, lamentando una mancanza di coraggio che “sta corrodendo il Paese”. Si ripropone dunque con forza il problema degli spazi verdi in città, al quale “Repubblica” ha dedicato una approfondita serie di reportage, articoli, interviste. A questo punto una riflessione è necessaria, anche alla luce dell’ultima polemica tra sindaco e direttore del Parco.

Dall’inchiesta di “Repubblica” sul verde urbano a Napoli emerge un quadro di luci (poche) e ombre (troppe). Lo scenario d’insieme è quello di un patrimonio a pezzi, allo stremo. Dei parchi storici della città uno solo, proprio quello di Capodimonte, si propone come modello gestionale di riferimento, assicurando nonostante tutte le difficoltà (e l’ultimo incidente di percorso) uno standard di fruibilità da grande città europea. Per il resto, il racconto dei giornalisti di “Repubblica” è quello di un itinerario dolente attraverso luoghi di decadenza fisica e funzionale, dalla Floridiana alla Villa Comunale fino al Virgiliano, nel verde perduto di Posillipo.

La situazione è critica anche per i parchi contemporanei, quelli del Piano delle Periferie e della ricostruzione dopo il terremoto dell’80 – Troisi, Fratelli De Filippo, Scampia – giustamente presentati dalla Guida Rossa del Touring come le prime grandi attrezzature verdi realizzate in città dai tempi dei Borbone. I progetti di queste aree, è bene ricordarlo, sono a firma dei migliori nomi della progettazione dei giardini in Italia, da Ippolito Pizzetti a Vittoria Calzolari.

Esemplare il caso del Parco Fratelli De Filippo, a Ponticelli, un’area verde di dodici ettari al centro di un quartiere importante, che pure ha fame assoluta di socialità, dove la manutenzione da anni si arresta inspiegabilmente al primo ettaro, il solo fruibile, grazie anche agli stupendi orti urbani curati dalla rete di associazioni, comitati, scuole. Nei restanti undici, uno sterminato deserto urbano, con le strutture in completo disfacimento e una giungla vegetale impenetrabile, carica di illegalità e insidie.

Ma il monumento all’incuria e all’incapacità gestionale è il Parco dei Camaldoli, cento ettari di castagneto, un vero bosco in città, una risorsa incomparabile di biodiversità: un ecosistema prezioso che sarebbe il vanto di ogni comunità urbana in qualunque altro posto del mondo, chiuso ormai alla cittadinanza e abbandonato a un degrado fisico e vegetazionale che ha assunto aspetti di rischio assolutamente drammatici e inaccettabili.

La sofferenza è sistemica, riguarda purtroppo a vario grado l’insieme dei 52 parchi e giardini raffigurati nella cartografia ufficiale scaricabile dal sito del Comune di Napoli: 340 ettari in teoria disponibili per la cittadinanza, la cui reale fruibilità appare, come testimoniato dall’inchiesta di “Repubblica” problematica, frammentaria, incerta. Per non parlare del Parco metropolitano delle colline di Napoli, l’intuizione coraggiosa del piano regolatore per mettere in sicurezza buona parte delle aree agricole della città, 2.200 ettari di masserie vigneti e frutteti da rilanciare in chiave multifunzionale, in stand by da più di un decennio.

Insomma, il verde urbano a Napoli è all’attualità un bene nominale: c’è sulla carta ma non è fruibile con certezza dai cittadini per carenza cronica di governo e manutenzione. Come è nominale a questo punto – doloroso constatarlo – il rispetto degli standard urbanistici di legge, i metri quadri di verde pubblico che la Repubblica italiana deve garantire ai cittadini come parte del diritto costituzionale alla salute e alla qualità di vita, con buona pace delle narrazioni rituali sui beni comuni.

Siamo all’anno zero, e dice bene Francesco Erbani nella sua riflessione su queste pagine del 22 maggio  (“Ascoltiamo le parole di Bellenger”): la lezione di Capodimonte resta valida nonostante le difficoltà di questi ultimi giorni, e sta tutta nell’idea cocciuta del direttore francese che il Parco sia importante alla pari del Museo; nella responsabilità di curarlo, gestirlo e metterlo in gioco per offrire alla cittadinanza un servizio essenziale, elaborando una strategia di respiro europeo. Una strategia appunto, la città ha bisogno in primo luogo di questo.

Pio Russo Krauss, Associazione “Marco Mascagna”

Pio Russo Krauss è un medico, si occupa di medicina pubblica e educazione alla salute. L’intervento che segue è apparso sul notiziario dell’Associazione “Marco Mascagna”. E’ uno dei migliori interventi che mi è capitato di leggere sui giornali o in rete sul tema delicato delle regolarizzazioni in agricoltura, Come per altre cose la pandemia ci sollecita ad affrontare problemi lasciati a marcire da tempo. La regolarizzazione è evidentemente il primo passo, c’è poi da dare a chi è in regola abitazione, servizi, assistenza sanitaria, fosse solo per i mesi che trascorrono da noi, riprendere le buone cose che erano state avviate, a partire dagli SPRAR.

La campagna ha i suoi tempi a cui l’uomo deve adeguarsi. Se le ciliege sono mature sugli alberi non si può attendere nemmeno una settimana perché si rischia di trovarle tutte marce. Lo stesso vale per la potatura delle viti o la piantumazione delle piantine di pomodoro. Se si posticipa appena un poco si rischia di vanificare tutto il lavoro fatto (zappare, concimare, seminare ecc.). Ovviamente quando ciliege, fragole, albicocche sono mature c’è bisogno di mani per raccoglierle che invece non servono quando gli alberi sono nel riposo invernale; lo stesso vale per la vite che ha bisogno di molte mani durante il periodo di potatura e di vendemmia e di pochissime durante il riposo invernale. Per questo motivo in agricoltura hanno un’enorme importanza i lavoratori “temporanei”.

In Italia 220.000 aziende agricole si sono servite di lavoratori con contratti a termine e 600.000 stranieri con regolare permesso hanno lavorato con contratti a termine [1, 2]. I lavoratori rumeni, polacchi, bulgari, essendo cittadini UE, possono entrare liberamente in Italia, lavorare e poi, se vogliono, ritornare nel loro Paese. Gli extracomunitari in grandissima maggioranza sono già presenti sul nostro territorio oppure entrano con un permesso temporaneo per lavoro, finito il quale devono ritornare nel loro Paese.

Ogni anno nel periodo fine primavera-estate entrano in Italia 370.000 stranieri regolari (in maggioranza di Paesi UE) per lavorare nel settore agricolo [3].

Oltre a questi stranieri “regolari”, in Italia si stima vi siano almeno altri 200.000 stranieri senza permesso di soggiorno che lavorano in agricoltura, la stragrande maggioranza in lavori temporanei [4].

Un lavoratore temporaneo non significa che lavora un mese e altri 11 mesi non fa niente, ma che un mese lavora a raccogliere pesche, il mese dopo pomodori, il successivo uva, poi noci e dopo ancora mele. Per fare questo si sposta da una regione a un’altra (mele in Trentino, pomodori in Campania, pesche in Emilia).

Con l’epidemia di covid è stato bloccato l’ingresso degli stranieri e, quindi, c’è una gravissima carenza di lavoratori stagionali. Inoltre le misure anti epidemia non permettono i trasferimenti da una regione a un’altra, l’ammassare i braccianti su un pulmann, l’alloggiarli stipati in uno stanzone ecc. Quindi anche una parte delle aziende che utilizzavano a nero stranieri senza permesso di soggiorno ora sono restie a farlo perché temono maggiori controlli e d’incorrere in ulteriori reati.

Una parte delle aziende agricole, per potere avere la manodopera indispensabile per raccogliere, potare, piantumare, sarchiare, chiede quindi che sia dato un regolare permesso di soggiorno a chi già è sul suolo italiano e ha lavorato nei campi e ha le competenze e le condizioni fisiche per farlo. Senza lavoratori stagionali decine di migliaia di aziende agricole fallirebbero e ci troveremmo con una grave carenza di frutta, verdura, legumi, olio, vino, con un danno economico ingente per la nostra economia. Inoltre la carenza di prodotti porterebbe a un forte aumento dei prezzi mettendo in difficoltà poveri, meno abbienti e ceto medio.

Alcuni dicono “Perché prendere gli stranieri? Facciamo lavorare gli italiani che hanno il reddito di cittadinanza o il personale del settore turistico (ristoranti, cinema, hotel ecc.) in cassa integrazione.” Questa è la classica uscita di chi non conosce la realtà e lancia proposte che sembrano intelligenti ma che sono inattuabili e demagogiche.

Le aziende agricole vogliono lavoratori con competenza nel campo, esperienza e una prestanza fisica adeguata a svolgere compiti faticosi. Se si leggono gli annunci presenti sulle piattaforme per incrociare offerta e domanda di lavoro si trovano richieste quali: cercasi potatori vigne con esperienza certificata, cercasi sarchiatori specializzati in barbabietola da zucchero, trattorista, addetto al diserbo barbabietole ecc [5]. Le aziende agricole non sono disposte ad assumere camerieri, cuochi, impiegati, commercianti, bigliettai, o persone disabili, con problemi psicologici, tossicodipendenti, sociopatici ecc. Vogliono persone che sanno quello che devono fare e lo facciano bene, velocemente e per 8 ore al giorno e per tutti i giorni necessari.

Certo anche tra i poveri che percepiscono il reddito di cittadinanza o tra chi è in cassa integrazione possono esserci persone adatte ai lavori agricoli richiesti, ma pensare di trovarne 370.000 è da idioti o da demagoghi.

Per trovare la manodopera disponibile e sottrarla all’ignobile pratica del caporalato la Coldiretti a livello nazionale e varie Regioni a livello locale hanno attivato piattaforme online nelle quali le aziende possono iscriversi e indicare quanti lavoratori cercano e per quali mansioni. Il Lazio, per esempio, ha organizzato una tale piattaforma per la provincia di Latina, inoltre dà anche un bonus alle aziende che si iscrivono e paga le spese del trasporto dei lavoratori nei campi [6]. Purtroppo molte aziende non si iscrivono perché, malgrado tutto, preferiscono avere stranieri irregolari che pagano meno della metà della paga prevista dai contratti nazionali, facendoli lavorare anche 12 ore al giorno. Questi imprenditori non solo sfruttano in maniera ignobile i lavoratori, ma fanno anche concorrenza sleale alle aziende rispettose della legge, evadono tasse e contributi (si stima che tale evasione ammonti tra 1,2-1,8 miliardi l’anno) e mettono a rischio la salute di tutti noi non rispettando le norme anti contagio.

Gli stranieri “irregolari” nella stragrande maggioranza dei casi sono entrati in Italia in maniera del tutto legale e sono diventati “irregolari” per via di leggi assurde e demagogiche (i soli decreti sicurezza di Salvini hanno creato 70.000 irregolari in più e si stima che ne determineranno altri 70.000 nel corso del 2020 [8]).

Dire no alla loro regolarizzazione significa non solo non avere nessun rispetto per i diritti umani di queste persone, perché chi è irregolare non ha diritto a un tetto (è vietato affittare agli irregolari), a un lavoro (è proibito assumere irregolari), a circolare liberamente, ecc., ma significa anche essere disposti a far fallire decine di migliaia di aziende agricole rispettose della legge per favorire altre che operano nell’illegalità, a danneggiare l’economia italiana, a favorire l’evasione fiscale, il caporalato e la criminalità organizzata e, ora, anche a far rinfocolare e diffondere l’epidemia di covid.

Significa anche danneggiare i lavoratori italiani perché i datori di lavoro, tra un italiano e uno straniero irregolare, spesso preferiscono il secondo perché, non avendo diritti, possono non far risultare che lavora alle proprie dipendenze, pagarlo meno, farlo lavorare di più e non pagare tasse e contributi.

Come per l’agricoltura discorsi abbastanza simili possono essere fatti per l’edilizia, il terziario e l’assistenza a persone anziane o invalide. Anche in questi settori la mancata regolarizzazione degli stranieri determina evasione fiscale, lavoro nero, interessi della malavita e, ora, anche il rischio di favorire l’epidemia,

Insomma, regolarizzare gli stranieri avvantaggia tutti tranne chi ci specula.

 

Note: 1) Fonte Coldiretti si veda www.ilpost.it/2020/04/21/agricoltura-braccianti-coronavirus; 2) fonte Ministero del Lavoro si veda https://agronotizie.imagelinenetwork.com/agricoltura-economia-politica/2020/04/14/manodopera-straniera-diamo-i-numeri/66515; 3) fonte Coldiretti si veda https://www.agrifoodtoday.it/attualita/braccianti-stranieri-lega-salvini.html; 4)  ISTAT 2019; 5) si veda per esempio la piattaforma della Coldiretti Job in country https://lavoro.coldiretti.it/Pagine/cerco-lavoro.aspx; 6) Fair labor www.regione.lazio.it/rl/stopalcaporalato; 7) la Cia-Agricoltori Italiani stima 1,2 miliardi, l’Osservatorio Placido Rizzotto 1,8 miliardi si vedano https://www.ilsole24ore.com/art/regolarizzazione-braccianti-e-colf-governo-lavoro-sindacati-associazioni-proposte-campo-ADRD0NO e Quarto rapporto agromafie e caporalato, Osservatorio Placido Rizzotto, luglio 2018; 8) www.ispionline.it/it/pubblicazione/i-nuovi-irregolari-italia-21812.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 4 maggio 2020

In molti nel mondo si interrogano ora se tra le grandi vittime del virus non ci sia proprio la città, l’idea che sia meglio vivere densi, in quel concentrato di esperienze, stimoli, connessioni, condivisioni che solo l’habitat urbano è in grado di offrire. Di queste cose parla il reportage di Anais Ginori e Federico Rampini su “Repubblica” del 30 aprile scorso (“Da New York a Parigi, così la distanza sociale ridisegna le città”), e quello di Sabrina Tavernise e Sarah Mervosh, apparso pochi giorni prima sul New York Times (“Le più grandi città americane stavano già perdendo il loro fascino”).

La domanda è fino a che punto il distanziamento porti anche con sé una rivincita del sobborgo, la periferia dispersa, il piccolo centro: la possibilità di godere di spazi di vita ampi e riservati che la grande città non è strutturalmente in grado di offrire; assieme all’attitudine a spostarsi individualmente, col mezzo privato – auto motorino bici e monopattino che sia – oggi più sicuro rispetto all’affollamento carico di insidie del trasporto pubblico.

L’architetto Stefano Boeri l’ha detto chiaramente, per lui il tempo della grande città è finito, tra le conseguenze buone della pandemia potrebbe esserci un ritorno ai piccoli centri, a una dimensione di maggiore sostenibilità e armonia con la natura e i paesaggi. Della stessa idea lo scrittore Franco Arminio, secondo il quale è questo il momento di varare politiche serie di ripopolamento delle aree interne, dotando di mezzi e finanziamenti adeguati la strategia pensata da Fabrizio Barca alcuni anni fa.

In attesa che questi scenari epocali si chiariscano, resta a noi cittadini il compito di riorganizzare al meglio la nostra quotidianità in una città come Napoli, scoprendone magari aspetti e risorse insospettate. Perché il capoluogo è meno denso di quel che appare, ha al suo interno i suoi boschi e le sue campagne, tremila ettari di verde (un quarto del territorio cittadino) che saggiamente il piano regolatore ha tutelato, con le cinquecento aziende agricole che esso contiene.

Le campagne urbane formano una cintura verde, se stiamo attenti possiamo ripercorrerla dagli orti di Ponticelli ai frutteti di Pianura, passando per le masserie di Posillipo e le selve di castagno dei Camaldoli. Gran parte di queste aree verdi sono dentro il Parco Metropolitano delle Colline di Napoli, una creatura in sonno che sarebbe il caso di risvegliare.

Stiamo parlando di un patrimonio di aree agricole e forestali in città che vanno ora ripensate come spazi sociali, per i nostri piccoli, i ragazzi e i nonni, luoghi più salubri e sicuri per l’educazione e la vita all’aria aperta, da utilizzare come è ovvio con tutte le precauzioni e l’autodisciplina che il momento di transizione richiede.

Un esempio clamoroso sono i cento ettari di castagneto pubblico del bosco dei Camaldoli, del quale questo giornale si è più volte interessato, inspiegabilmente chiuso alla cittadinanza da anni. E’ un perfetto bosco appenninico in città, con tutto il profumo le macchie di luce i fruscii e la biodiversità. Sarebbe bello poterlo percorrere quest’estate, certo con cautela, in attesa di tornare, speriamo presto, sui sentieri d’Appennino.