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ciliegi leggeri

Traguardando struffoli e panettoni, lunedì primo febbraio alle 18.00 presso la libreria Iocisto a Via Cimarosa al Vomero (eroica iniziativa in un quartiere desertificato, da sostenere con ogni mezzo)  c’è la prima presentazione pubblica del librino “La terra ferita“, in uscita presso Clean edizioni. Discuteranno del libro Ottavio Ragone e Francesca Santagata.

“La terra ferita” per ora è reperibile presso la libreria Clean, in via Diodato Lioy. Sarà in distribuzione nazionale, e quindi in tutte le librerie, dal 10 gennaio (anche la casa editrice Clean è un piccolo miracolo, una fabbrica di cultura che Gianni e Annamaria Cosenza tengono viva con intelligenza e passione).

Il 19 febbraio al Museo del Mare a Bagnoli, grazie all’ospitalità del professor Mussari, altro incontro. Si presentano insieme “la Terra ferita” e un libro importante, scritto da Gabriella Corona, “Breve storia dell’ambiente in Italia” (Universale paperbacks Il Mulino). Ne parleranno Marco Demarco e Vezio De Lucia, con il coordinamento di Luca Ciardiello. Il Museo del Mare è un altro presidio, una creatura preziosa. Anch’essa vive del lavoro di un gruppo di valorosi. Una di quelle iniziative che rende questa città un posto un po’ migliore per vivere.

E’ tutto per il momento, auguri carissimi a tutti.

 

Gigi Di Fiore – Il Mattino 20 dicembre 2015

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Una bara bianca. Nella narrazione sul dramma della Terra dei fuochi è un’immagine diventata tòpos di una storia che, oltre alle sofferenze personali, è somma di contraddizioni, pareri in libertà, confronti tra tesi e convinzioni diverse. Le bare bianche simbolo dei bambini morti di cancro, nell’area tra le province di Caserta e Napoli che, in 88 Comuni, concentra un immaginario di degrado, devastazioni territoriali, incuria.

I rifiuti e i loro veleni, gli antri malefici di tonnellate di ecoballe, luoghi dai nomi evocatori come Taverna del Re, ex Resit, Masseria del Pozzo. È ancora possibile, dopo il tutto e il contrario di tutto ascoltati in almeno due anni, raccontare questa realtà, andando oltre il luogo comune e, senza nascondere o omettere nulla, offrire ventagli di ipotesi, su cui intervenire? È possibile non farsi schiacciare dall’emozione impotente dei nomi dei piccoli morti di tumore? Tonia, Miriam, Antonio, Giusy, Alessandra: la loro dolente ”Spoon River” cerca risposte scientificamente certe.

L’Istituto superiore di sanità ha diffuso nel luglio 2014 il suo studio sull’incidenza e le statistiche dei tumori nella terra dei fuochi. È il famoso rapporto «Sentieri», dallo scorso settembre diventato una pubblicazione stampata. C’è anche lo studio sui bambini, il «Sentieri kids», ultimo (per ora) approfondimento nazionale. Sostengono i quattro ricercatori dell’Istituto superiore di sanità (Ivano Iavarone, Roberta Pirastu, Giada Minelli, Pietro Comba): «Due pubblicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità sui rischi per la salute dei bambini concludono che l’esposizione a cancerogeni nel periodo del preconcepimento, durante la vita intrauterina, o nella prima infanzia, possono causare lo sviluppo di tumori durante l’infanzia o durante la vita adulta».

E aggiungono: «I bambini sono più suscettibili degli adulti ad almeno alcuni cancerogeni, incluse alcune sostanze chimiche e varie forme di radiazioni». Fatte le premesse, da mesi e mesi siamo sommersi da dati e statistiche non sempre concordanti. E non è un caso che, su questo dramma campano, lavori una commissione parlamentare permanente come quella sul ciclo dei rifiuti, ma anche la commissione parlamentare sanità. Alle prime due si è aggiunta la terza commissione speciale della Regione Campania, presieduta dal casertano Gianpiero Zinzi. Ma tutte hanno bisogno di acquisire dati su cui ragionare, per fare affidamento su elementi concreti. I registri dei tumori. I registri dovrebbero fornire i dati principali, da cui partire per elaborare statistiche. Il registro più antico in Campania, nato addirittura nel 1996, è quello della Asl Napoli 3 sud. Ne è direttore responsabile il dottore Mario Fusco, che ha accumulato tanta esperienza da essere nominato tutor per i registri in divenire alle Asl di Caserta (per i dati sui tumori infantili), Avellino, Benevento, Napoli uno. Spiega proprio il direttore Fusco: «Il nostro registro è il primo, insieme con quello della Asl di Salerno.

Ora, per legge, tutte le Asl campane hanno avviato la raccolta dei dati per elaborare i registri tumori sui loro singoli territori. Ce ne saranno otto, quindi, e avremo anche un registro regionale di tumori infantili, come il Piemonte e le Marche». Ma ogni registro, ogni dato che possa essere utilizzabile, deve raccogliere tracce su un periodo di tempo di almeno tre anni. Spiega Bruno Daniele, direttore del Dipartimento di Oncologia all’azienda ospedaliera Rummo di Benevento: «Sui tumori si ragiona scientificamente analizzando diversi indici e concause. Bisogna esaminare le abitudini alimentari, gli stili di vita, l’ereditarietà, l’esposizione a determinate situazioni ambientali, le recidive. Non bastano le statistiche dei morti, hanno importanza anche i controlli, i ricoveri ospedalieri, la diagnosi precoce di un singolo tumore». Insomma, sull’equazione cancro-terra dei fuochi, spia di un dramma che travolge tante esistenze, le certezze sembrano ancora fragili. Dice il direttore Fusco: «Gli ultimi dati triennali arrivano al 2012, presto li pubblicheremo sul nostro sito. Il nostro registro riguarda un’utenza di 57 comuni e comprende aree calde della terra dei fuochi, come Acerra e Casalnuovo. Lo dico con chiarezza, in questa materia, una cosa è l’emozione un’altra la scienza. Non ha senso dire che chiunque viva in uno degli 88 comuni della terra dei fuochi sia a rischio. Non ha senso metodologico». E allora il registro parte dai dati Istat delle morti, poi raccoglie le statistiche ospedaliere. Eppure ragionare di algoritmi, numeri, indici non è discorso proponibile a una mamma che ha perso un bambino di sei anni per leucemia. Lo scorso anno, l’Istituto per tumori Pascale, dove lavora anche il dottore Antonio Marfella tra i fondatori del movimento Medici per l’ambiente e sempre presente nelle battaglie al fianco del parroco don Maurizio Patriciello, diffuse uno studio sulla terra dei fuochi.

Vi si leggeva: «Negli ultimi decenni la mortalità per tumori in Campania è divenuta superiore alla mortalità nazionale. Si evidenzia da alcuni studi un aumento nelle province di Napoli e Caserta». In questa analisi, gli aumenti più rilevanti sono segnalati ad Afragola, Arzano, Caivano, Giugliano, Quarto, Orta di Atella, Santa Maria Capua Vetere per il tumore al polmone. Il record ad Afragola (49 per cento). Ma avverte il dottore Maurizio Montella, che ha contribuito ad elaborare lo studio: «I dati disponibili non permettono di trarre considerazioni conclusive sulla possibile correlazione tra aumento di tumori e potenziali inquinanti». Diverso il parere di Antonio Marfella, che sostiene: «Il cancro è uno dei problemi, tra le patologie diffuse tra chi vive nella terra dei fuochi. Da 20 anni, nelle province di Napoli e Caserta si sono persi due anni di vita a testa per ogni bambino che nasce».

I dati raccolti dal registro dei tumori della Asl Napoli 3 sud vanno in direzione diversa e puntano su un elemento che oggi è considerato dai ricercatori il più importante: l’incidenza tumorale, che poi è il dato sui nuovi casi diagnosticati da un anno all’altro. Insomma, sintetizza cosa influisce di più, quali fattori accrescono il rischio di tumori su gente di uno stesso territorio. Il registro coordinato da Mario Fusco esamina il periodo che va dal 1997 al 2012. E ne spiega le conclusioni proprio Fusco: «I dati sulla terra dei fuochi non si discostano dalle tendenze di altre aree nazionali. C’è un aumento dei tumori al colon e al retto, una diminuzione dei tumori al polmone negli uomini per un aumento tra le donne. Va detto con chiarezza, attraverso dati scientifici, che non esiste una univoca correlazione tra esposizione ambientale e tumore, tranne nel caso dell’Eternit. I nostri dati rilevano aumenti di tumori alla mammella, stazionari alla prostata. L’ambiente è uno dei fattori, non l’unico».

Alle parole si aggiungono i numeri. Eccoli, dal registro dei tumori certificato della Asl Napoli 3 sud: 5500 casi annui di tumore, 600 solo alla mammella. I casi di tumore ai bambini sono 40. L’Associazione italiana registri tumori ha diffuso invece cifre di previsione nazionale sul periodo 2011-2015, ipotizzando 6943 nuovi casi di tumore maligno nella fascia di età tra 0 e 14 anni, di cui 770 in Campania. Ma spiega il dottore Fusco: «Oltre il 50 per cento di questi casi sono in provincia di Napoli, a prescindere dalla residenza nella terra dei fuochi. Il problema dell’inquinamento di quell’area va risolto indipendentemente dall’incidenza e mortalità oncologica». Nello studio dell’Istituto superiore della sanità, su cui hanno lavorato otto ricercatori, si dice: «Si osservano eccessi di bambini ricoverati nel primo anno di vita per tutti i tumori e eccessi di tumori del sistema nervoso centrale, anche nella fascia 0-14 anni. Sono necessari, però, ulteriori approfondimenti». Altri dati. Il gruppo di studio dei Medici per l’ambiente della Campania ha lavorato sulle schede di dimissione ospedaliera nelle cinque province della regione.

Tra il 2009 e il 2011 sono stati esaminati i dati ministeriali delle cartelle cliniche di chi ha ricevuto una diagnosi di tumore per la prima volta. Il numero, secco, è di 88499 persone, di cui 1840 sotto i 20 anni. In provincia di Caserta, viene registrata una percentuale maggiore di tumori infantili dal 2007 al 2011 nell’arco di età da 0 a 19 anni: 67 casi di leucemie, 50 linfomi, 7 istiocitosi, 4 di altro tipo. Tra il 1996 e il 2006, il numero dei ricoveri di bambini fino a 14 anni con una prima diagnosi di tumore è in Campania di 1147. Il famoso studio «Sentieri» dell’Istituto superiore di sanità, però, precisa: «Nella terra dei fuochi, non si osservano eccessi di mortalità nella salute infantile. Va tenuto sotto osservazione il dato di ospedalizzazione che segnala un eccesso di bambini ricoverati nel primo anno di vita per tutti i tumori, 151 in provincia di Napoli e 168 in quella di Caserta». La sintesi Che conclusioni trarre? Loredana Musmeci, che all’Istituto superiore di sanità ha coordinato i quattro ricercatori del Dipartimento ambiente, spiega: «In parallelo al risanamento ambientale, sono necessarie misure di prevenzione materno-infantili, con percorsi di diagnosi e terapie».

Ma a che punto è la ulteriore raccolta dati dei registri tumori delle Asl campane? Due sono accreditati da tempo dall’Agenzia internazionale ricerca sul cancro e dall’Associazione italiana registri tumori e coprono il 38,8 per cento della popolazione (Salerno e Asl Napoli 3 sud). Gli altri (Avellino, Benevento, Napoli 1 centro, Napoli 2 nord), attivati nel 2013, sono alla loro prima raccolta statistica per il triennio 2010-2012. Così, mancano veri dati certificati sulle incidenze dei tumori nell’intero territorio campano, da poter mettere a confronto. E dice il professore Maurizio Guida, aggregato all’Università di Salerno alla cattedra di ginecologia e ostetricia: «Studiamo l’incidenza sui feti in zone inquinate, come la terra dei fuochi. Un lavoro basato sull’analisi delle malformazioni, verificando poi l’accumulo nel sangue materno di sostanze derivate dall’inquinamento ambientale».

Lo studio cerca presenze di policlorobifenili, derivati della diossina, furani e metalli pesanti. Un approfondimento in corso, che esaminerà anche l’accumulo di metalli nei capelli materni partendo dai dati sulle malformazioni diagnosticate in aborti spontanei e prematuri. I primi numeri parlano di 23 casi di malformazione ogni 1000 nati vivi nelle province della terra dei fuochi. Dice il professore Guida: «Senza allarmismo, ci sono punti deboli nella pianificazione socio-sanitaria sulla gestione dell’impatto dell’inquinamento ambientale sulla salute. Occorre un monitoraggio sugli effetti certi addebitabili all’esposizione inquinante, sia a carico dei nati, sia dei non nati e un controllo su tutti i tipi di malformazioni riscontrabili sui feti». Alla fine, l’unica certezza è la non certezza scientifica. Allarmi, dati in contrasto, letture diverse, ma nessuno che dia una risposta sicura a chi non si accontenta di piangere su una bara bianca, o di ascoltare le roventi omelie di don Patriciello.

(1. continua)

Aspettiamo i prossimi reportage di Gigi Di Fiore. Buon giornalismo, buona informazione, finalmente (AdG)

Antonio di Gennaro, 15 ottobre 2015

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Li trovi tutti scorrendo sulla carta la linea azzurra del fiume i comuni sconvolti dall’acqua e dal fango la scorsa notte, dalla collina interna del Sannio giù fino al litorale domizio: Reino, Pesco Sannita, S. Giorgio La Molara, Pago Veiano, lungo il Tammaro; poi Benevento e Vitulano sulle sponde del Calore, fino a Guardia Sanframondi e Solopaca in quel giardino di viti e olivi che è la Valle Telesina. Dopo la confluenza col Volturno c’è Dugenta, e poi ancora le città della piana: S, Maria Capua Vetere, S. Maria a Vico, S, Felice a Cancello, Casal di Principe, Gricignano; infine a Castelvolturno l’onda distruttiva è giunta esausta alla foce. E’ un bollettino di guerra, in una tragica nottata mezza regione è andata sott’acqua e Benevento è la città più colpita.

Il capoluogo sannita sorge in posizione delicata: la città è al centro di una ragnatela di corsi d’acqua che innerva tutto il Sannio, scorrendo giù dai monti Picentini, dall’Alta Irpinia e dal Fortore, raccogliendosi infine nel Calore, il fiume antico che cinge Benevento come in un abbraccio, e che raccoglie tutta l’acqua di questo sconfinato paesaggio. Con i 160 millimetri piovuti nella notte in poche ore (una quantità di pioggia che supera di gran lunga quella che dovrebbe cadere in un mese) l’intero bacino del Calore e dei suoi affluenti – l’Ufita, il Tammaro, il Sabato – è andato irrimediabilmente in crisi: il livello del corso d’acqua principale è salito in breve tempo di due metri; i fondovalle, le golene, le aree di pertinenza del fiume sono state inondate, e con esse interi quartieri, con le case, le fabbriche, le infrastrutture che queste aree hanno incautamente occupato. Insomma, il fiume si è ripreso in un attimo lo spazio che la città gli aveva sottratto, ma sott’acqua sono finite anche estensioni rilevanti di territorio agricolo, con le stalle, i vigneti, le colture di pregio. I danni sono immani, c’è anche purtroppo un tributo di vite umane, e la memoria storica deve tornare all’alluvione dimenticata dell’ottobre  1949, che causò a Benevento una ventina di morti e l’inondazione di quasi mezza città.

Occorrono notti tragiche come quella del 14 ottobre per ricordarci quanto sia fragile la Campania, e quanto sia a rischio il suo sistema insediativo: quasi 20.000 ettari di aree urbanizzate, sarebbe a dire due volte la città di Napoli, si trovano in aree a rischio idrogeologico elevato o molto elevato, per non parlare di quello vulcanico. Dal 1949, l’anno dell’alluvione di Benevento, la superficie urbanizzata regionale è aumentata di sei volte, da 20.000 a 120.000 ettari, e i tre quarti di questa nuova urbanizzazione sono in pianura e intorno ai vulcani attivi, sarebbe a dire le aree più fertili e quelle più pericolose. Inutile dire che questa deflagrazione urbana, che continua al ritmo di 2.000 ettari l’anno, è avvenuta in assenza di programmazione, il territorio è stato occupato prescindendo da ogni corretta analisi di vulnerabilità, e questo ha comportato un aumento del livello di rischio, con costi ricorrenti altissimi per la nostra sicurezza e per l’economia. Certo il problema è di scala nazionale, il costo dei disastri naturali in Italia (ma qui di naturale c’è veramente ben poco) è stato stimato dai ricercatori del CLES in 1200 milioni di euro l’anno a scala nazionale, una sorta di ipoteca ambientale permanente che grava sulle spalle del paese, ma i fatti dell’altra notte confermano quanto la Campania debba certamente considerarsi tra le regioni più esposte.

Ad aggravare ulteriormente il rischio c’è il cambiamento climatico: la frequenza degli eventi meteorici eccezionali, come quelli del 14 notte, è aumentata, i tempi di ritorno si sono drammaticamente accorciati, mentre la nostra capacità di prevedere per tempo con esattezza in quale punto del bacino si schianterà la bomba d’acqua appare ancora limitata. Tutte queste cose dovrebbero condurre verso un’unica direzione, che è quella di un’attenzione vigile e costante per il territorio, in termini di previsione, manutenzione, cura, prevenzione, capacità di gestire le emergenze, ma siamo evidentemente ancora lontani da ciò, se oggi in Campania, secondo i dati ufficiali della Protezione civile, meno di del 40% dei comuni della regione è in possesso di un piano di emergenza, contro una media nazionale del 77%.

Questi dati preoccupanti dicono che, tra le priorità della nuova amministrazione regionale, deve trovare posto, in posizione di vertice, quella di costruire una volta per tutte in Campania le condizioni per un governo responsabile del territorio. La precedente amministrazione aveva finito con l’espungere completamente questo tema dall’agenda politica e amministrativa, quasi che la cura della casa comune rappresentasse un vezzo o una vanità. Occorre ora una drastica correzione di rotta, un’assunzione piena di responsabilità. Il governo del territorio è un tema centrale per la sopravvivenza della Campania, che necessita di una delega politica e amministrativa piena, dedicata, non compatibile con altri gravosi impegni. I fatti tragici della notte scorsa ci ricordano che non abbiamo molto tempo davanti, bisogna agire subito.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 16 ottobre con il titolo “Il territorio saccheggiato”

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