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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 26 aprile 2019

Secondo i giudici del Vinitaly 2019 il bianco più buono d’Italia si produce proprio qui, sui vigneti di scogliera di Punta del Lume, in faccia al mare, con davanti il più straordinario allineamento di vulcani, la cupola magmatica del Castello Aragonese, poi Vivara, Capo Miseno, Trentaremi, e a chiudere lo skyline azzurro del Somma-Vesuvio.

Le colline a oriente dell’Epomeo, attorno al borgo di Campagnano, restano tra le parti meno frequentate dell’isola. Le strade sono asfaltate da non molto, una rete di sterrate strette, mozzafiato, da un terrazzamento all’altro, lungo la serie di forre, promontori, case rurali che da Ischia Ponte arriva fino a San Pancrazio. E’ come il Sentiero degli Dei, una balconata sul cielo, solo che invece dei calcari attraversi terre arse di sabbie vulcaniche, pomici, vetri scuri di ossidiana, e tutto è verde e fiorito sull’isola, in questo giorno fresco e sereno di metà aprile. Mentre procediamo, incrociamo un gruppo di escursionisti inglesi, felici e stremati da questa overdose di paesaggio.

Camminiamo, e vorresti parlare con Nicola Mazzella dei suoi vini, del massimo riconoscimento che da due anni ormai viene attribuito al suo “Vigna del Lume”, con in più, quest’anno addirittura il titolo di “miglior cantina d’Italia”, che è davvero come se il Chievo vincesse la Coppa dei Campioni. Nicola è un ragazzo di quarantatré anni, buono e ostinato, quando passiamo gli agricoltori lo salutano, mentre rincalzano le barbatelle, con sorrisi pieni di affetto e riconoscenza, sentono dentro di loro che la sua affermazione, sotto tutti gli aspetti, è anche la loro, assieme a questo angolo dimenticato di terra.

Vorresti parlare dei suoi vini, e invece lui ti racconta dell’isola e del paesaggio. L’agricoltura di Ischia sta sparendo. C’erano mille ettari di vigneto nel 1980, con 3.400 aziende. Nell’arco di soli trent’anni gli ettari si sono ridotti a 240, mentre le aziende sono oramai poco più di 500. E si tratta oramai di frammenti: lo spezzettamento ereditario ha ridotto le aziende, che furono riscattate 70 anni fa dai coloni, in unità produttive troppo piccole e precarie. Il destino inevitabile è l’abbandono: sugli antichi terrazzamenti medioevali, a picco sul mare, la boscaglia avanza inesorabile, cancellando nel suo indifferente oblio vegetale la civiltà agricola secolare che è alla fine, assai più del mare la pesca e la navigazione, la matrice vera dell’isola.

Nicola è un sognatore, ma con molto senso pratico. “Se vogliamo dare futuro a tutta questa bellezza” mi dice “dobbiamo renderla remunerativa. Non è possibile che queste uve straordinarie siano pagate dai commercianti cinquanta centesimi il chilo. Io le pago un euro e sessanta, ma il mio obiettivo è di arrivare a tre euro. Dobbiamo dare ai vignaiuoli eroici dei terrazzamenti, la possibilità di remunerare degnamente il proprio lavoro. Altrimenti l’abbandono proseguirà. Poi certo” conclude il suo ragionamento “dobbiamo essere bravi, per rientrare nei conti, a spuntare un euro in più su ogni bottiglia, ma non c’è alternativa.”

A poco a poco, mentre percorriamo l’isola, scopro che Nicola Mazzella, prima che giovane grande imprenditore del vino, è un leader silenzioso, un restauratore di paesaggi. Per reperire le uve ha iniziato dal clan familiare, raccogliendo da zii e parenti tutta la produzione che eccedeva le esigenze di auto-approvvigionamento. Poi è andato oltre, coinvolgendo nella sua rete i piccoli produttori superstiti di questo lembo d’isola, incoraggiandoli, consigliandoli, ma soprattutto impegnandosi a rilevare le loro produzioni a prezzi congrui, rispettosi delle fatiche spese. In questo modo Nicola, oltre a vincere il  primo premio al Vinitaly, tiene vivo ancora il paesaggio, lavora per frenare il declino dell’agricoltura tradizionale dell’isola.

All’inizio non doveva andare così. La passione di Nicola da ragazzo era la pesca subacquea, a livello agonistico, era una promessa nel panorama nazionale. Con l’età della ragione, invece, la scelta di continuare l’azienda di famiglia, fondata dal nonno Nicola nel 1940, col commercio di vino sfuso. Poi era stato il papà Antonio, un piccolo grande uomo che forse non ha studiato ma ragiona con la lucidità di uno statista, a fare l’indispensabile passo avanti, con l’imbottigliamento. “Lavoravamo per ottenere un buon prodotto” mi racconta Antonio “ma i grandi commercianti ci umiliavano, pretendevano di acquistare lo sfuso per quattro soldi, per noi l’unica speranza di sopravvivenza rimaneva imbottigliare e commercializzare in prima persona”.

Infine, con Nicola, il salto verso l’eccellenza nazionale e mondiale. Consigliato all’inizio dai migliori enologi del Sannio, Nicola inizia a investire per le attrezzature, adotta processi innovativi. Per produrre il bianco che ha spopolato al Vinitaly, il “Vigna del Lume”, le uve biancolella sono sottoposte a crio-macerazione: col freddo gli aromi contenuti nella buccia si solubilizzano, poi tutto il processo procede in assenza di ossigeno, per evitare ogni minima ossidazione che possa minacciare la sopravvivenza delle preziose molecole.

Si ripete con Nicola un qualcosa che accomuna  molti grandi imprenditori agricoli che stanno tenendo a galla la reputazione della Campania: per tutti loro la tradizione non è un qualcosa di statico, che sta là ferma, ma va reinventata, reinterpretata e fatta vivere attraverso un’innovazione continua. Gli imprenditori come Nicola sono innanzitutto grandi innovatori, nel campo agronomico, tecnologico, sociale; è gente che ha una visione, e che rischia i suoi soldi e il suo lavoro per concretizzarla, metterla in pratica.

“La grandezza, il valore di queste uve deriva dalla fertilità di questo suolo vulcanico” mentre racconta Nicola prende una manciata di pomici, che luccicano al sole. “Per ottenere un vino di qualità il mio lavoro è innanzitutto quello di difendere questo suolo, questo paesaggio. E’ lo sforzo principale. Salvato il paesaggio, il vino è solo una conseguenza.” Così, col lavoro di Nicola, la viti-vinicoltura finisce per essere una delle strategie più concrete di promozione dei territori e delle comunità.

“Il prossimo passo è quello di restaurare la nostra cantina, è del ‘600, con gli archi e la volta a botte. Ci metteremo le barrique – le piccole botti di legno pregiato per l’affinamento dei vini – e un locale per la degustazione, in collaborazione con i migliori chef dell’isola. Vino, gastronomia, turismo, cultura: è la strada che con la mia cantina intendo percorrere. Penso sia il solo futuro possibile per Ischia. In questo momento abbiamo un eccesso di ricettività, che si tenta di salvare inseguendo il turismo mordi e fuggi. Sono cose che non aiutano l’isola, che finiscono col consumare il paesaggio e il capitale naturale.”

Nicola si ferma solo un attimo “Per questo, vorrei realizzare un itinerario, un percorso che collega tutti i nostri piccoli vigneti, dal Castello Aragonese a San Pancrazio. Ai nostri ospiti vorremmo offrire, assieme al vino, un’esperienza di vita impossibile da dimenticare”.

Torniamo in cantina, un sorso di “Vigna del Lume”, e capisco finalmente perché ha vinto: una freschezza, un’eleganza, una sinfonia di aromi inarrivabile. Gianni e Paola Mura quando l’hanno assaggiato hanno subito contattato Nicola, sono corsi a trovarlo, qui a Campagnano, per capire da dove provenisse tanta bontà. Lui mi racconta tutte queste cose, senza un’ombra di compiacimento, sta già pensando oltre, all’isola che non c’è ancora, che comunque arriverà.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 5 aprile 2019

Torna da Milano a Napoli e nell’area vesuviana Maria Pace Ottieri, per ragionare e discutere ancora del suo libro “Il Vesuvio universale”, pubblicato da Einaudi nella collana “Frontiere”, che è semplicemente il più importante reportage sull’area metropolitana realizzato in questi anni, scegliendo come baricentro il vulcano più famoso al mondo.

Il libro è un reportage impeccabile, di grande scrittura, ma è anche un romanzo che ti prende, anzi, un agglomerato incredibile di storie che crescono e germogliano l’una sull’altra, perché Maria Pace ha letto e studiato tutto, e d’ogni cosa ti racconta con precisione e leggerezza genesi ed evoluzione, si tratti di Maiuri e degli Scavi di Ercolano, del baccalà di Somma Vesuviana, o dell’ascesa e declino industriale di Torre Annunziata. La Ottieri cammina, viaggia in metro e Circumvesuviana, incontra persone e le interroga, ne registra i racconti, si immerge nelle atmosfere. Il suo metodo è simile alla “osservazione partecipante” degli antropologi, e ciò che vien fuori, ha ragione Giovanni Gugg, è anche un raffinato saggio di etnografia.

Quello che colpisce, e convince, è il fatto che lo stesso metodo Maria Pace lo applichi con ammirato stupore agli aspetti irriducibili di bellezza dei contesti storici e naturali, per quanto affaticati e sciupati dal tempo; come a quelli desolati dell’abbandono e dell’anomia, si tratti del disordine della crescita edilizia sgovernata, che è poi la madre di tutti i rischi; delle cave nel Parco del Vesuvio trasformate in discariche, dei tessuti urbani che marciscono, o delle povere aree agricole mortificate dal caos. Pure in queste situazioni, la Ottieri rifugge i giudizi sommari, studia, si documenta, continua a discutere, a farsi spiegare e raccontare, si sforza di capire la vita dei luoghi e delle persone, anche quando si vede che non ne avrebbe forse la voglia.

Certo il protagonista rimane lui, il Vesuvio, e il libro è una miniera di informazioni sulla storia e l’attività del vulcano misterioso, del quale pensiamo di saper tutto, ma la cui natura profonda ancora ci sfugge, come il suo profilo, che si rinnova e muta appena cambi punto d’osservazione. C’è una vulcanologia minuziosa che fa da sfondo a tutta la narrazione, oltre a costituire la motivazione genetica della precarietà che da duemila anni segna la vita delle persone e delle città. “Il vulcano” scrive la Ottieri “allena i suoi abitanti a vivere in una vacillante realtà sempre sull’orlo della dissolvenza, della metamorfosi, a riempire il vuoto al centro, il cratere della vita di ognuno, con l’immaginazione, trovando nell’invisibile il senso più vero dell’essere al mondo.”

E’ venuta una scrittrice da Milano a metterci davanti agli occhi con acutezza e sincerità la sostanza del nostro intricato vivere metropolitano, per quello che è, senza infingimenti, cogliendone le dimensioni e stratificazioni nascoste, ma una spiegazione forse c’è. All’inizio del libro Maria Pace racconta come il Vesuvio e l’idea di scriverlo le siano apparsi “… una mattina all’alba nel dormiveglia, quello stato anfibio in cui i pensieri sommersi si affacciano alla coscienza”. E’ un ricordo affiorante d’infanzia del 1955, lei era nata da poco e il papà, lo scrittore Ottiero Ottieri, lavorò per un anno nello stabilimento appena inaugurato dell’Olivetti a Pozzuoli, all’altra estremità del Golfo. Nell’universo complesso e profondo di Maria Pace evidentemente una traccia è rimasta dell’umanesimo riformatore di quell’esperienza all’inizio della vita, il guardare al mondo come alla casa degli uomini, un posto da comprendere, mai maledire, se possibile migliorare.

Le presentazioni de “Il Vesuvio universale” con Maria Pace Ottieri si terranno il 5 aprile a Castellammare di Stabia al Salone Viviani (Cappella sant’Anna, Vico Sant’Anna); il  6 aprile a Napoli, presso Eccellenze Campane; l’8 aprile ancora a Napoli, alla libreria del Teatro Bellini; il 9 e il 10 aprile a Ercolano, presso le Scuderie della Villa Favorita; l’11 aprile a Vico Equense, Libreria Ubik.

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