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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 27 luglio 2019

L’appuntamento coi ragazzi è alle diciassette alla Resit, la discarica simbolo sperduta nella campagna immensa di Giugliano; lungo il vialone la striscia di monnezza t’ammorba l’anima, poi finalmente s’arresta e inizia l’erba, e anche il muro è diverso, Jorit l’ha tutto dipinto coi colori dell’iride; dietro, giovani pioppi tremano nel vento, e la collina è verde.

I ragazzi sono già dentro ad aspettarci coi loro decenti, è un gruppo di studenti dell’istituto superiore di cinematografia “Roberto Rossellini” di Roma, la sede della scuola è negli ex stabilimenti Ponti-De Laurentiis, un pezzo di storia del cinema italiano.

L’istituto, nato nel 1961, fino a pochi anni fa è stato l’unico liceo in Italia interamente dedicato alle arti visive, ora la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha commissionato un corto sulla Terra dei fuochi, loro l’hanno immaginato come il viaggio di due ragazzi alla scoperta della piana campana, e la cosa che mi ha sorpreso, leggendo la sceneggiatura, è la scelta coraggiosa: quella di parlare di soluzioni, oltre che dei problemi.

Per questo sono venuti nella discarica più famosa, finalmente messa in sicurezza, ora è un parco pubblico col prato e gli alberi, ed è una bella storia di riscatto, lunedì prossimo verranno a inaugurarla il ministro dell’Ambiente Sergio Costa e il presidente della Campania, Vincenzo De Luca.

In pochi minuti la troupe è pronta, sotto lo sguardo vigile di Massimo Franchi, il docente-regista. Alle macchine da presa sono Gabriele, un tipo riflessivo, e Benedetta sicura di sé, in jeans corti e top; Jacopo il fonico è alto e magro, porta la cuffia attorno al collo; il microfonista è Alessio, Joy il fotografo di scena; Alice la brunetta piccolina tiene a bada tutti, è la segretaria di produzione.

I ragazzi hanno tra i sedici e i diciott’anni, le attrezzature sono proprio quelle professionali, si fa sul serio. Alessio e Simona, 16 e 17 anni, sono gli attori  protagonisti, due scriccioli tutt’ossa, occhi grandi, spauriti e spavaldi; lei riordina distrattamente un ciuffo ribelle, la camicetta leggera di cotone, ciak, si gira.

Nella scena i ragazzi sono al cancello della discarica, dentro c’è Jorit incappucciato su un’impalcatura, con la bomboletta sta completando un murales, i due gli chiedono cosa stia facendo, lui va loro incontro, si scopre il capo, dietro ha il grande volto sorridente di Giancarlo Siani.

L’artista-ragazzo chiede ai due cuccioli se sanno chi era, racconta la storia del cronista coraggioso, impegnato a svelare gli affari di criminalità e malapolitica, a danno delle persone e del territorio. “Ma non è l’unico aspetto” continua Jorit “Rileggendo gli scritti di Giancarlo la parola più frequente è proprio ‘lavoro’. Lui è morto anche per questo, per rivendicare la dignità del suo lavoro precario, ed è il lavoro ciò di cui abbiamo più bisogno per riscattare questi luoghi. Per questo abbiamo scelto il suo volto per il nuovo parco”

Ora i ragazzi incontrano l’artefice del miracolo, Mario De Biase, per otto anni è stato prima commissario governativo, poi funzionario delegato alle discariche di Giugliano. Alessio gli chiede con sfrontatezza innocente cosa ne è stato dei rifiuti della discarica, Mario sorride, gli risponde che sono ancora sotto i loro piedi, i ragazzi sono perplessi, se è così il problema c’è ancora, non è cambiato niente.

“I rifiuti vanno giù per 27 metri” risponde paziente De Biase “un milione di tonnellate, il costo della rimozione vale una finanziaria, e poi dove li porti? Invece noi abbiamo impermeabilizzato tutto: il biogas prodotto – l’equivalente ogni giorno degli scarichi di quattromila autovetture col motore sempre acceso – è captato e bruciato dalle torce. Anche il percolato è raccolto, ma la sua produzione, grazie alla copertura s’è arrestata. La discarica certo rimane qui, ma ha smesso di fare del male, la profezia del super-perito Balestri, che aveva previsto per il 2067 il disastro ecologico e l’inquinamento definitivo della falda, se l’avanzata dei liquami non fosse stata arrestata, è stata scongiurata. Al di sopra della complessa serie di strati tecnici che garantiscono l’isolamento dei rifiuti, alla fine abbiamo riportato suolo buono, per lo spessore di un metro, ed abbiamo piantato sei ettari di prato, con cinquecento alberi e ottomila arbusti.”

A progettare il parco ci ha pensato il paesaggista Fabrizio Cembalo Sambiase, s’è fatto dire dagli scienziati le specie che meglio riuscivano a tenere a bada gli inquinanti, che poi sono quelle dei nostri boschi, i pioppi, gli aceri, gli olmi, i frassini, e ha trasformato la discarica in una verde collina arborata, una morfologia nuova, che prima non c’era: un monumento perenne all’umana inadeguatezza, che però consente di spaziare a perdita d’occhio sulla piana agricola millenaria, un paesaggio ancora emozionante.

Proseguendo il loro viaggio, accanto alla Resit i due ragazzi s’inoltrano in un bosco fitto di pioppi. Ad aspettarli c’è un Virgilio robusto, è Massimo Fagnano, docente di agronomia della Federico II, li accompagna tra i filari ombrosi, l’intera troupe del “Rossellini” si dispone tra gli alberi.  “Qui nel podere di San Giuseppiello, i Vassallo non hanno interrato rifiuti, ma i fanghi industriali delle concerie toscane. E’ un crimine orrendo, sulla terra più fertile della galassia, un tesoro che ha quindicimila anni di storia. Questo suolo straordinario ci ha salvato” racconta ancora Fagnano ai ragazzi “Ha bloccato i contaminanti  – cromo soprattutto – in forme insolubili, che i microrganismi e le piante non possono assorbire, salvando così anche la falda. Un discorso a parte riguarda il cadmio, che è più pericoloso, è presente in un’area di tremila metri quadri, e può essere assorbito dalle piante. Il compito di questi ventimila pioppi è proprio quello di portar via la frazione solubile degli elementi tossici, pulendo poco alla volta il suolo. Così, piantando un bosco, abbiamo salvato la terra, l’alternativa era sbancarla e portarla a discarica, come fosse un rifiuto, lasciando qui un cratere. Oppure, come hanno fatto per l’area dell’EXPO, isolarla con una lastra di cemento. In questo modo, invece” conclude il professore mentre esce coi ragazzi dal bosco “dov’era il degrado abbiamo ricostruito un paesaggio ordinato: un laboratorio verde, dove migliaia di studenti delle scuole pubbliche della Campania sono già venuti a imparare come si cura e si ricostruisce un ecosistema ferito”.

I ragazzi dall’alto della collina della Resit filmano il tramonto sul mare, oltre la piana; la sfera rossa si nasconde in un canneto, anche Jorit è rapito, posta la foto sulla pagina facebook. La giornata è stata torrida, s’alza finalmente la brezza, scattano gli irrigatori automatici del nuovo parco, l’aria si raffresca, il frinire delle cicale è assordante, anche Hulk, il meticcio pelliccioso enorme e mite che vegliava sulla discarica avverte l’atmosfera, s’accosta timoroso per una carezza.

La luce del tramonto illumina l’altro grande murales del parco: di fronte a quello sorridente di Giancarlo, c’è il volto di Peppino Impastato, l’espressione dolente si fa viva nell’ombra tremante dei pioppi. “Giancarlo e Peppino erano ragazzi come voi”. Mario De Biase è ancora con Simona e Alessio, sulla collina verde “Due ragazzi che hanno dato la vita per la libertà, la bellezza, la giustizia. Hanno continuato a ispirarci e darci forza quando questo lavoro sembrava impossibile. Perché le leggi italiane sembrano fatte apposta per impedire di risolvere i problemi. Soprattutto quando interpretate da una burocrazia che pensa solo a tutelare se stessa, mantenendo tutto com’è. Per la Resit ci sono voluti anni, alla fine ce l’abbiamo fatta, e agli inquinatori abbiamo pure presentato il conto. Proprio in questi giorni la Guardia di Finanza ha notificato ai Vassallo la parcella per la messa in sicurezza di San Giuseppiello: un milione di euro, che loro dovranno risarcire allo Stato. ‘Chi inquina paga’ non è uno slogan astratto, ma un principio di legge.”.

Hanno ragione i ragazzi del “Rossellini”, quella del recupero della Resit e di San Giuseppiello è una pagina chiara nella storia della Terra dei Fuochi, ma i problemi non sono finiti. L’incarico che la Protezione civile nazionale ha assegnato a De Biase scade il 30 luglio. Dopo, rischia di esserci il vuoto, di andare dispersa la piccola efficiente struttura, con Aniello Sansone, Giampiero Matarazzo, Mario Mancuso, un pugno di funzionari competenti e appassionati che ha coadiuvato De Biase nell’impresa. Per l’area di San Giuseppiello, il custode giudiziario è coraggiosamente riuscito ad affidare alla Federico II il compito di continuare a curare il grande bosco di pioppi. Per il parco della Resit invece, sei ettari di nuovo verde pubblico, in un’area metropolitana dove queste cose mancano, nessuna istituzione si è ancora fatta avanti, e De Biase semplicemente non sa ancora a chi consegnare le chiavi, i contratti, gli archivi. Negli ultimi istanti utili si sta lavorando a una proroga del suo incarico, ma è un’impresa complicata.

C’è anche Paola Adamo, la presidente della Società italiana di scienza del suolo, ed è preoccupata. E’ lei che ha studiato i suoli dell’area per capire l’effettiva mobilità dei contaminanti. Tutte cose che sono finite nel nuovo decreto nazionale sulla bonifica dei suoli agricoli, insieme alle tecniche di fitorisanamento messe a punto dal gruppo di Massimo Fagnano. “La cosa assolutamente decisiva” mi dice Paola “è prendersi ora cura di questi nuovi spazi restaurati. Basta davvero poco per tornare indietro, vanificare il lavoro fatto, riconsegnando queste aree alla desolazione e al degrado.”

Stasera, sulla collina delle Resit, si aggira una singolare comunità, fatta di artisti, scienziati, fotografi, pubblici funzionari. A pensarci, è grazie alla cooperazione di scienza, arti pittoriche, progettazione del paesaggio, cinema, buona amministrazione, che questi luoghi perduti stanno riacquistando una dignità, un senso.

Ne discuto con Giuseppe Leone, è il presidente della “Street Art Jorit”, la fondazione con finalità sociali che supporta l’attività del giovane artista, del quale è stato professore e maestro al tempo dell’Accademia.  “Scienza e arte, per vie diverse, hanno lo stesso obiettivo, quello di esprimere l’uomo per quello che è, attraverso una ricerca e un’innovazione continua. Il paesaggio poi è la nostra pelle, la sua bellezza richiede una cura costante. Arte, scienza e cultura possono aiutarci a curare le ferite del mondo”. E’ l’idea che Mario De Biase ha inseguito per quasi un decennio, i ragazzi del “Rossellini” l’hanno capita, la battuta finale del corto è “Ma allora si può fare!”, buona la prima, alla prossima.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 22 luglio 2019

Devi venire tra queste colline serene, una miniatura rinascimentale di filari di viti, boschi e oliveti ai piedi del Taburno, dove sembra che mai nulla possa mutare, per capire davvero cosa significa vivere al tempo del cambiamento climatico globale. Cammino nel vigneto con Marco Giulioli, l’enologo che segue i mille viticoltori della Guardiense, sono gli uomini che coltivano e accudiscono tutta questa bellezza: sotto i tralci verdi i nuovi grappoli si vanno riempendo di succhi, lui li scruta con attenzione, nel percorso verso la qualità siamo a un momento cruciale.

“Il cambiamento climatico ci ha cambiato la vita” mi spiega Marco “Dobbiamo lavorare in condizioni di rischio e incertezza sconosciute in passato: la frequenza degli eventi climatici estremi è aumentata. Prima da una calamità all’altra passava del tempo, ora non è più così. In questa stessa valle abbiamo avuto l’alluvione dell’ottobre 2015, poi nel 2016 la gelata forte di fine aprile; Nel 2017 ancora la gelata, seguita dalla grande siccità e dagli incendi nei boschi. Nel 2018 la grandinata di fine maggio che ha martoriato tralci e grappoli in formazione, nel 2019… incrociamo le dita” dice pensieroso, e continua a carezzare i tralci.

“Il problema” continua Marco “è che non sai più da quale nemico difenderti: grandine, gelo, siccità. Per i nostri viticoltori stiamo pensando a nuovi strumenti mutualistici per proteggerli dai rischi, perché altrimenti sul risultato economico di ogni annata incombe un’incertezza insostenibile per queste famiglie.”

Oltre l’imprevedibilità di pioggia grandine e tempeste, c’è un altro aspetto, che è l’innalzamento delle temperature. Antonello Bonfante del Consiglio Nazionale delle Ricerche è uno degli scienziati che studia queste cose. Usa modelli sofisticati per capire come il clima sta cambiando, e come stanno reagendo i suoli, le piante, i paesaggi. “La falanghina del Sannio sino ad oggi per maturare ha avuto bisogno di 1.800 gradi Winkler, che è l’indice della quantità cumulata di calore necessaria per portare l’uva a maturazione. I modelli climatici ci dicono che in Valle Telesina questo indice toccherà valori intorno a 3.000 nel giro di pochi decenni. Come reagiranno le piante noi non lo sappiamo. Di certo, ci sarà  bisogno di irrigazioni di soccorso, non per produrre di più, ma per mantenere la qualità. E’ una pratica che in California è già d’obbligo, per l’Italia è una novità, e comunque bisognerà anche capire, in uno scenario di scarsità idrica, quest’acqua dove e come andremo a prenderla.”

Giulioli annuisce. “E’ proprio così, la nostra falanghina è già cambiata. Rispetto a quindici anni fa la vendemmia è anticipata di due settimane, un’eternità. E i grappoli arrivano a raccolta con un grado zuccherino più alto, e un profilo acidico più basso. Più alcool e aromi, meno acidi, questo significa un gusto più moderno e vicino alle preferenze del consumatore.”

Il cambiamento climatico è portatore quindi di rischi, ma anche di opportunità inattese. Resta il fatto che garantire la qualità delle uve e del vino, in questa roulette che è diventata il clima, è un obiettivo che richiede un’attenzione quotidiana. “La viticoltura di precisione è una necessità” mi dice ancora Giulioli. Mentre camminiamo ci raggiungono Alessio e Gianfilippo, sono due giovani tecnici della cooperativa. Monitorano il vigneto, tablet alla mano, contano e misurano i grappoli pianta per pianta, i dati sono memorizzati sulla cartografia satellitare che appare sul display. Se il clima è imprevedibile, l’unica è sopperire con la conoscenza e l’adattamento continuo. Lo sviluppo di ogni vite, nei millecinquecento ettari della cooperativa, è quindi seguito giorno per giorno – stato vegetativo, stress, avversità, grado di maturazione – in modo da poter intervenire con tempestività, con le cure agronomiche necessarie. L’idea è ora quella di dotare ognuno dei mille soci di questi strumenti.

“Una cosa nella quale l’Italia e l’Europa rischiano di restare indietro” prosegue ancora Giulioli “rispetto agli altri grandi produttori a scala mondiale, è la ricerca genetica. Per produrre grandi vini in questo clima che cambia abbiamo bisogno di viti più resistenti agli stress e alle malattie. Negli Stati Uniti sta nascendo, con un importante investimento pubblico, un grande centro federale di ricerca sulla genetica della vite, con il compito di produrre super-varietà resistenti alla siccità, all’oidio, alla peronospora. La tecnica impiegata è il “genome editing”, in pratica si trapianta, con una specie di taglia-incolla, il gene della resistenza da una varietà di vite all’altra, senza snaturare l’identità di ogni vitigno. Qui in Europa non è possibile, perché questi organismi sono considerati OGM, organismi geneticamente modificati, quando non è così, perché si opera in seno alla stessa specie, proprio come faceva Nazareno Strampelli col grano novant’anni fa.”

“La genetica è importante, ma da sola non basta” è l’opinione di Bonfante “perché bisogna fare i conti con la variabilità dei terroir. Quindi, abbiamo certo bisogno di vitigni resistenti, ma anche di conoscere come queste varietà si comportano nei diversi tipi di suolo, intervenendo con una gestione del vigneto intelligente, diversa caso per caso.”

E’ proprio quello che stanno facendo Marco Giulioli e i mille viticoltori della cooperativa. “La diversità dei paesaggi e dei terroir del Sannio” osserva Marco “sino ad oggi ci ha salvati: nella valle ci sono una quarantina di tipi di suolo diversi, e ogni annata c’è sempre per fortuna una parte dei terroir che reagisce bene a quel particolare andamento climatico, ed è in grado di assicurare una produzione di qualità.” Con l’innalzamento delle temperature però questa resilienza, questa capacità di adattamento potrebbe non bastare più.

Con Marco torniamo in cantina, la giornata è stata afosa, due dita di spumante fresco di falanghina aiutano a inquadrare meglio le cose. La prima è che il cambiamento climatico non è un accidente che verrà, ma ci siamo già dentro fino al collo. La gente del vino, con quelle antenne sensibili che sono i vigneti, sta già affrontando le conseguenze, e la parola d’ordine è “adattamento”.

Vivere in tempo di global change richiede intelligenza, un’attenzione smisurata alle cose che succedono, la capacità di reagire tempestivamente, compiendo le azioni giuste. Il cambiamento climatico ci mette bruscamente di fronte ai limiti e alla sostenibilità dei nostri stili di vita, dei modi di consumare e produrre, alla nostra vulnerabilità.

Occorre una grande capacità di innovazione, se non ne sei capace sei fuori. Il popolo del vino, con testardaggine e umiltà, queste cose le sta già facendo, ne va della sua sopravvivenza, ed è una lezione anche per noi, povera gente di città, che di antenne per ascoltare la natura e i cicli che cambiano ne abbiamo assai meno, viaggiamo a fari spenti nei nostri gusci tecnologici, pronti solo a lagnarci delle conseguenze, quando il mondo vero alla fine si ribella.

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