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Veduta_di_Napoli light

Da Eddyburg, la piccola grande storia del PRG di Napoli, scritta da Vezio De Lucia.

Il link all’articolo.

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Antonella Di Nocera, Repubblica Napoli 15 giugno 2017

Martedì 13 giugno. Roghi al Parco De Filippo. Come ieri a via Esopo e a via Bartolo Longo. Ancora una volta, roghi e fumi che entrano nelle nostre case, nelle nostre vite, nelle nostre teste di periferia est. Ci sono passata in macchina poco dopo le 20, i pompieri stavano con fatica terminando di placare le fiamme. L’aria acida, irrespirabile, cattiva, mentre un tramonto rosso invadeva il cielo ad ovest, inducendo a immaginare giorni migliori. Quanto tutto questo interessi poco alla città e a chi la sta governando è cosa ormai acclarata, così normale che nessuno ci fa più caso. E nessuno neanche più pretende il sacrosanto diritto che le cose vadano diversamente. Un paradosso, enorme, che mi fa zittire, proprio come quello messo in scena stasera, dagli sportivi che, nonostante il fumo e l’aria irrespirabile, facevano jogging intorno al Parco. Provo una ammirazione sincera verso chi si riesce ad adeguarsi. Corrono intorno al “cadavere” del Parco Fratelli De Filippo, uno dei tanti aperti negli anni ‘90, poi più volte “inaugurato”, ma da oltre un decennio, come gli altri parchi della zona orientale, chiuso al pubblico. Ora, il fatto che un parco verde comunale vada a fuoco, che in pochi giorni il territorio di Ponticelli sia stato colpito da vari incendi dolosi è grave, ma che tutto questo non riesca neppure a essere portato all’attenzione dell’opinione pubblica è assai più grave. Direi di più: è l’orrore, il segno di una disperata assuefazione al peggio.

Tornando a casa, poco dopo, ho scoperto che era martedì e che alla stessa ora degli incendi il sindaco di Napoli era in diretta Facebook nella redazione di Repubblica. Il fatto che il sindaco non venisse a sapere in diretta che in quel momento stava andando a fuoco uno dei principali parchi urbani della città confermava il mio sentimento. Per curiosità ho ascoltato tutto l’intervento per vedere se in qualche momento ci fosse un riferimento non dico all’episodio, ma almeno allo stato di abbandono del territorio di cui la sequela di roghi di questi giorni rappresenta la classica pistola fumante.

E allora, mi sono detta: basta. Da quando sono ridiventata una libera cittadina, all’incirca quattro anni, non ho preso quasi mai la parola nel dibattito pubblico sulla città. Ho aspettato ancora un anno, dopo l’inizio della nuova consiliatura, consacrata, nelle promesse elettorali, a un impegno per le “nuove centralità”, in attesa di ascoltare qualcosa di sensato che riguardasse le periferie, una idea minima, uno straccio di strategia, o almeno una parola di umiltà, che potrebbe dire molto più di tanti discorsi e trionfi millantati: qualcosa insomma che somigliasse a un discorso di verità. Insomma, accanto ai forum andati, alla cultura delle kermesse, ai famosi turisti, alle feste (degli altri) nei vicoli e sulle spiagge, un poco di quella sensazionale “realtà” che riguarda i cittadini comuni, qualcosa che possa farli sentire meno esclusi e distanti, come se quella città in vetrina non gli appartenesse più. Qualcosa che dovrebbe suonare un po’ così, e che a recitarla, tipo mantra, farebbe bene pure a te, caro sindaco: “Mi dispiace, cara periferia, non ce la facciamo”.

Non ce la facciamo a raccogliere i rifiuti a Ponticelli come facciamo in altri quartieri, così via Mastellone, via Esopo, via Pietri resteranno magnifici sversatoi a cielo aperto sullo sfondo della bellissima sagoma del Vesuvio.

Non ce la facciamo a mandarvi un vigile urbano nella Municipalità più vasta della città. Non se ne vede uno da almeno dieci anni per le strade di Ponticelli, Barra e San Giovanni, e ormai si fa a gara a chi è più incivile ed irrispettoso di qualsiasi regola. Perché i blitz in cui si fiondano decine di autovetture di polizia e carabinieri non hanno alcun effetto sull’ordinario vivere di una comunità. È il poliziotto municipale, a piedi, a contatto con le persone che ha un senso in questi nostri quartieri. Non ci vuole molto a capirlo. Perché alle sparatorie si può rimediare con qualche mese di tregua, ma per costruire umanità si lavora tutti i giorni, con costanza, con cura.

Non ce la facciamo a tenere aperte le strutture sportive come il Palavesuvio. Quest’anno perfino le palestre scolastiche sono state negate alle storiche società che si occupano di sport per i giovanissimi, perché la politica ha lasciato vincere l’inerzia e l’inettitudine dei burocrati sul valore sociale ed il benessere dell’attività fisica che deve riempire le giornate dei ragazzi.

Non ce la facciamo a tenere aperte le biblioteche e i parchi, a riaprire il cinema Maestoso di Barra o il Supercinema di San Giovanni, a pulire le aiuole e a non far morire gli alberi di quella che era la terra più fertile della città.

Non ce la facciamo a ridare vita alle aree destinate ai progetti di riqualificazione urbana falliti, diventate qualche volta oggetto di speculazione, ma più spesso di degrado e incuria.

Non ce la facciamo a farvi vivere come cittadini normali perché a voi è negata quella “democrazia della mobilità” che da sola renderebbe la nostra città più giusta e rispettosa dei diritti: per un anziano di andare al cimitero, o all’Asl, per uno studente di recarsi a scuola nel quartiere limitrofo con i mezzi pubblici.

Non ce la facciamo, neanche se possedete un’automobile, a garantirvi la normalità di poter raggiungere il centro per lavorare o per andare sul lungomare. Da due anni, con modalità a dir poco umilianti, i lavori di via Marina vengono interrotti, e quando sono in corso, con quattro sparuti anziani operai, non sai se farti prendere dal riso o dal pianto amaro. Mentre via Marina è un budello infernale di macchine, si è riusciti a chiudere al traffico verso Est anche via Ferraris, unica alternativa esistente.

E quando poi si aggiunge il famigerato ingorgo della rotatoria di Corso Lucci (perché siamo l’unico posto al mondo dove i mega- bus alunga percorrenza si immettono nella strettoia del traffico verso la stazione) allora puoi anche dire addio alle tue prossime due ore di vita.

Non ce la facciamo sarebbe il pensiero umile e consapevole con cui il sindaco potrebbe presentarsi e orientare le sue scelte per il futuro della città, perché a volte l’ottimismo non basta.

Real Bosco di Capodimonte, prateria presso la Fabbrica di porcellana - Foto di Alessio Cuccaro (1)

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 18 maggio 201

Capodimonte è per Napoli tante cose insieme, è il bosco più esteso della città (134 ettari); il giardino storico tra i più importanti al mondo; secondo gli ecologi del Dipartimento di Agraria che hanno lavorato al piano regolatore, è anche l’ecosistema urbano con i più alti livelli di naturalità, anche se la lecceta non è spontanea ma l’hanno piantata gli agronomi del Re nella prima metà del ‘700, che poi è una bella lezione, significa che l’uomo quando vuole può ricostruire la natura, oltre che distruggerla.

Capodimonte è indubbiamente il luogo di Napoli che meglio esprime la magnificenza e la regalità, cose che i napoletani hanno raramente potuto condividere, da sudditi come da cittadini, cogliendone solo clandestinamente i riflessi, come quando da ragazzi salivamo al bosco in autobus dall’Arenella, già in tenuta, ed entravamo di nascosto col pallone da una breccia nel muro di cinta, per conquistare il diritto a correre su un prato polveroso attorno la Fabbrica delle Porcellane.

Il cinque di maggio il Museo ha compiuto sessant’anni, ed è l’occasione per parlarne col direttore Sylvain Bellenger, una lunga esperienza di direzione di musei e istituzioni culturali in Francia e negli Stati Uniti, il ministro Franceschini l’ha chiamato quattordici mesi fa dall’Art Institute of Chicago. Bellenger mi riceve nel suo studio nel Palazzotto, subito accanto a Porta Grande, dove ha concentrato tutti gli uffici. “In questo modo è più facile lavorare, il parco ha 202 dipendenti, l’età media è di sessant’anni, come il Museo. Quando sono arrivato non c’era una sala riunioni, i computer roba da modernariato, con pochi dipendenti in grado di usarli. Il Museo non aveva un logo, una carta intestata, un biglietto da visita. La scelta decisiva fatta dal ministro è stata senza dubbio quella di riunificare finalmente il Museo e il Bosco sotto un’unica direzione generale, prima il Museo dipendeva dai beni artistici, il Bosco da quelli ambientali, era impossibile immaginare un progetto unico di gestione, nell’incomunicabilità degli uffici tutto si impantanava in un tran tran burocratico senza futuro.”

In effetti, che l’aria è cambiata te ne accorgi da subito, all’ingresso di Porta Piccola c’è ora un’enorme striscione a disegni colorati che indica ai ragazzi la localizzazione dei campi di calcio, Bellenger ne ha realizzati due, proprio accanto alla Fabbrica di Porcellane. “Il parco ha tante funzioni, ma una delle più importanti è di migliorare la vita delle persone del quartiere. A Parigi ci sono 34 piscine pubbliche, il costo è di un euro al giorno. Al Centro Pompidou sono disponibili cinquecento computer per l’uso libero dei giovani e dei visitatori, dalla mattina alle dieci e trenta di sera. Il nostro compito è anche quello di offrire agli abitanti di questa città i servizi essenziali dei quali hanno bisogno, a partire dai giovani, che in Italia sono troppo spesso sacrificati e maltrattati. Quando ho accompagnato il primo gruppo di ragazzi ai nuovi campi erano stupiti, prima mi hanno domandato se dovevano pagare, quando gli ho risposto che era gratis mi hanno chiesto perché lo facevo.”

Naturalmente, destinato al calcio un suo spazio legittimo, i prati nel bosco hanno ripreso colore e bellezza, c’è finalmente un senso complessivo di cura e di manutenzione. “La Pinacoteca di Capodimonte – mi dice ancora Bellenger – è probabilmente la più completa d’Italia, nel senso che è l’unica che consente un viaggio significativo nelle diverse epoche e scuole, italiane ed europee, fino all’arte contemporanea. Sono particolarmente orgoglioso del fatto che sia custodito proprio qui a Capodimonte uno dei quadri universalmente celebri, a cui sono più legato, la “Parabola dei ciechi” di Bruegel, ogni ragazzo francese lo conosce, perché è immancabilmente riprodotto sui libri di scuola, accanto alla poesia “Les Aveugles”, I ciechi, di Baudelaire.”

Oltre ai prati, anche il Museo rinasce e si rianima: a Pasqua 2017, rispetto all’anno precedente, i visitatori sono aumentati del 120%, gli incassi raddoppiati, e a molto sono servite le mostre visitatissime dei capolavori ritrovati di Van Gogh, la “Donna col liuto” di Vermeer, fino all’ultima “Picasso Parade”, visitabile fino al 10 luglio, oltre naturalmente al sito web (più di un milione di visite da quando è online), la presenza sui social, la convenzione con la navetta turistica che conduce qui in collina i turisti dal centro della città.

Ma Bellenger insiste sul legame tra la Reggia e il Bosco, che per lui è un museo vivente a cielo aperto, con la presenza di 400 diverse specie vegetali, e la collezione di alberi esotici provenienti, a gloria del sovrano, dalle diverse terre dell’Impero dove non tramontava il sole: il cipresso calvo di Montezuma, alla cui ombra si materializzavano le tremende divinità atzeche, o gli splendidi Cinnamomum, l’albero della canfora, ce n’è uno gigantesco che ha tre secoli, “E’ uno dei monumenti più importanti che abbiamo” si compiace Bellenger, secondo il quale “l’insieme del Museo e del Bosco configura uno dei siti storici e naturalistici più importanti d’Europa e del mondo, dove è possibile godere e comprendere insieme le bellezze dell’arte, della terra, della natura.”

Una collaboratrice giunge con una copia del masterplan preparato per il ministro, contiene mappe, cartine, progetti, disegni, la visione proiettata nel prossimo ventennio, che Bellenger e il suo gruppo di lavoro hanno immaginato per il sito di Capodimonte. C’è il recupero dei diciassette fabbricati storici presenti nel parco, con una funzione precisa per ciascuno: oltre a spazi per mostre e concerti, il masterplan prevede la creazione di una scuola internazionale di giardinaggio; una fondazione presieduta da Riccardo Muti per la musica classica napoletana, in collaborazione con il Conservatorio di San Pietro a Maiella; un’altra fondazione, affidata a Mimmo Iodice, per l’archivio storico della fotografia a Napoli e in Campania; un centro di studi internazionali sull’identità delle città portuali. Ancora, al Giardino Torre, il ripristino di un arboreto con le varietà antiche di piante da frutto, assieme a un sito di degustazione e ristorazione, proprio dove c’è il forno originale del 1800, in cui fu cotta la pizza per la regina Margherita di Savoia.

Quindi gli infopoint, l’illuminazione e il wifi nei viali, la videosorveglianza; gli spogliatoi e le docce per chi viene a fare footing, spazi dedicati ai cani, e anche aree per gli sport minori, le bocce ed il cricket. “Vorrei che Capodimonte si affermi, oltre che come museo di rilievo mondiale, quale è già, come il bosco civico della città, un luogo di vita e di cultura, il Central Park di Napoli. Per il Museo, poi, immagino una integrazione profonda con le altre istituzioni culturali, il MAN, il MADRE, il Conservatorio. Dobbiamo riunire le energie, per raccontare al mondo questo posto straordinario che sono Napoli e la Campania, uno dei pochi al mondo dove il viaggio dall’antichità greco-romana, al medioevo, al moderno, alla contemporaneità sia ancora concretamente possibile, con una continuità ininterrotta che non esiste altrove”. Nel frattempo, il direttore mi racconta di come con il nuovo flusso di turisti che salgono al museo e al bosco, l’intero quartiere si stia rivitalizzando, se vuoi mangiare nelle osterie intorno al parco ora devi prenotare, altrimenti non trovi posto.

Alla fine del viaggio, il bosco civico di Bellenger può diventare in prospettiva il luogo della città dove la storia, l’arte e la natura si raccontano insieme; e dove la magnificenza e la regalità si ricongiungono finalmente, con un’idea moderna di cittadinanza. Ortega y Gasset sosteneva che lo Stato è innanzitutto un progetto condiviso di futuro, e qui un promettente progetto pubblico, al servizio di cittadini e abitanti, c’è e si vede. In questi giorni il direttore non ha fatto mistero di aver votato alle presidenziali francesi per Emmanuel Macron, e ha già invitato pubblicamente il nuovo presidente a visitare il museo e il parco: potrà sembrare una cosa fuori luogo, ma in questa storia nuova di Capodimonte, alla fine, anche la politica, quella seria, c’entra, eccome.

Pubblicato col titolo “Capodimonte, il bosco ritrovato: “Ecco il nostro Central Park”

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/05/18/news/capodimonte_il_bosco_ritrovato_ecco_il_nostro_central_park_-165696411/

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Ottavio Ragone, Repubblica Napoli del 13 maggio 2017

C’è una Napoli che resta fuori alla porta, come il bus dei campioni dello scudetto 1987 fermo davanti ai cancelli sbarrati dello stadio San Paolo, mentre capitan Bruscolotti si arrabbia digrignando la celebre mascella che metteva paura agli avversari. E c’è una Napoli che agisce in silenzio e strappa risultati impensabili, come quelli della “Paranza”, la cooperativa messa in piedi da un gruppo di giovani del quartiere guidati da padre Antonio Loffredo e da un manager illuminato, Ernesto Albanese. Due città una accanto all’altra, una dentro l’altra, eppure diverse nelle azioni, nella mentalità, nello spirito. Il Napoli dello scudetto fabbricava sogni e si è scontrato con la realtà. Qui, ora, si fanno pochi gol e molti sgambetti. Nessuno esulta per gli altri, non c’è desiderio di vittoria oltre ogni legittima divisione. Tanti solisti in giro e nessun vero regista. Il momento cruciale non arriva mai, la palla non va in rete. Chi prende iniziative viene guardato con sospetto e ostacolato. Le istituzioni non si parlano, il sindaco e il presidente della Regione nemmeno si salutano. Il Comune e il presidente del Calcio Napoli se ne dicono di tutti i colori e non c’è interesse collettivo che tenga, non esiste un obiettivo che metta finalmente d’accordo la città. Nemmeno il ricordo dello scudetto, che certo è venato di nostalgia e la nostalgia non sempre è una buona compagna. Induce a contemplare il passato e può dar vita, come l’altro giorno, a una mesta passerella cittadina guidata da un vecchio capo ultrà,

Palummella. Due titoli italiani in trent’anni sono pochi e certo sarebbe meglio celebrarne altri, guardando avanti con fattivo entusiasmo. E avanti cercava di andare l’autobus dei vecchi campioni, nel surreale viaggio verso lo stadio chiuso. Racconta, quel pullman, una storia amara, beffarda, a tratti malinconica. Dispiega, nel faticoso avanzare, la metafora di una città che davanti alla meta agognata, sul più bello, proprio quando deve percorrere la pista nel giro trionfale, resta esclusa, ai margini, muta. La corsa si interrompe prima di iniziare. All’improvviso non c’è più nulla da festeggiare, non si può esultare, sparisce perfino il pubblico. Lo spettacolo non comincia, le luci sono spente. Alla Sanità invece i riflettori sono forti e ben puntati sui basoli dove sfrecciano i motorini della camorra. I riflettori dell’opinione pubblica, s’intende, perché le telecamere di sicurezza non funzionano ancora. Giorno dopo giorno, mattone su mattone, Loffredo, padre Alex Zanotelli, il regista di teatro Mario Gelardi, la fondazione L’Altra Napoli di Albanese e la gente di buona volontà del quartiere provano a sottrarre spazio ai criminali con l’impegno, la fatica, il lavoro, la cultura.

Quel patrimonio che il recente festival di Sky Arte ha premiato e valorizzato, facendo del Rione Sanità il cuore di una kermesse con migliaia di visitatori.

Bisognava vederlo, in quei giorni, padre Loffredo. Camminava nei vicoli tra la folla. Stringeva mani amiche. Ogni tanto si fermava a parlare con i cosiddetti “ragazzi difficili”, ladri, spacciatori, piccoli delinquenti tentati da criminali incalliti. Un buffetto sulla guancia, un ammonimento, “Guagliò fai il bravo”, un parola sincera, un consiglio affettuoso a chi affetto non ha. Camminava, padre Loffredo, mentre nelle catacombe di San Gennaro le giovani guide della “Paranza” spiegavano ai turisti quale tesoro d’arte e storia è custodito nelle viscere della terra. Si pagano lo stipendio da soli, quei ragazzi, attingendo all’oro della Sanità. Il quartiere è oggi un laboratorio, lo spazio di una Napoli possibile. Qui prende forma la religione civile della strada, dei contatti semplici e diretti con il popolo, della Chiesa che sta tra la gente perché i partiti non ci sono più. E, voce sola nel deserto, spinge a rimboccarsi le maniche, prova a indicare una prospettiva ai giovani facendo leva su talento e laboriosità. Maradona è una specie di santo anche qui, alla Sanità, ma dentro un sentimento diverso che si sta facendo largo tra plurisecolari arcaismi.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 19 aprile 2017

Il boom di presenze nel fine settimana pasquale ha confermato, semmai ci fosse ancora qualche dubbio, il momento straordinario del turismo in città, con l’assalto al centro storico, ai musei e ai siti d’arte, ed è indubbiamente un bel vedere dopo gli anni mesti, quando eravamo ridotti a semplice strapuntino per le visite a Pompei, in Penisola e alle Isole del Golfo.

Per tutta una serie di motivi (l’impraticabilità per ragioni di sicurezza delle mete mediorientali e del Nord Africa, ma anche delle città europee colpite dal terrorismo; le performance assai potenziate dell’aeroporto), i flussi turistici nazionali e internazionali hanno riscoperto Napoli. Gli investitori privati hanno fiutato il vento, incrementando spontaneamente l’offerta turistica capillare dei mille B&B, ma anche dei fitti di breve periodo per i turisti.

Una miriade di bar, trattorie, friggitorie, macellerie e pescherie riconvertite allo street food, offrono vitto e ristoro senza soluzione di continuità, dalla prima mattina fino a notte inoltrata. Il passa parola sul web ha contribuito ad amplificare e diffondere la tendenza; il patrimonio, la bellezza e la personalità unica della città hanno fatto il resto.

Marcello Anselmo ha ben raccontato nei suoi reportage per Napoli Monitor come tutto questo abbia condotto, in una porzione definita del centro storico – il centinaio scarso di ettari tra i decumani, dai Quartieri sino a via Duomo, passando per la trasversale di via Toledo – ad una vera e propria riconversione urbanistica “dal basso”, con la ristrutturazione degli alloggi e dei servizi, sulla base delle specifiche esigenze di questo nuovo tipo di turismo, in una versione riveduta e corretta dell’antica economia del vicolo. Il tutto in assenza, anzi a  prescindere, di specifiche politiche pubbliche, dove il motore è costituito invece dalla miriade di investimenti di piccoli e medi attori privati, piuttosto che di grandi gruppi o catene specializzate.

Il risultato, comunque sia, è che le attività legate al turismo crescono nell’area napoletana al ritmo del dieci per cento l’anno, non c’è indubbiamente un altro settore economico che possa vantare prestazioni e prospettive simili, e sono molte le domande che a questo punto si pongono, sull’impatto reale di questo nuovo turismo sull’economia della città; sulla sua natura di fenomeno strutturale ovvero contingente; sul destino della miriade di trasformazioni immobiliari ed iniziative imprenditoriali, nel caso in cui la bolla turistica dovesse a un certo punto scoppiare.

E’ questo anche il momento per interrogarsi sul ruolo che le politiche pubbliche, sino a questo momento assai labili, possono avere per governare e consolidare il processo, coinvolgendo altre prestigiose risorse della città, i quartieri storici rimasti al margine dei flussi, risalendo dal porto e dal lungomare fino alla cintura verde dei grandi parchi collinari, da Astroni, ai Camaldoli, a Capodimonte. Una qualche regia è necessaria, per mitigare le esternalità che il turismo, come tutte le attività economiche, può comunque generare, in termini di usura e stress del capitale territoriale e sociale, al di là dei benefici economici e occupazionali diretti. Soprattutto, per evitare di dover prender atto a cose fatte, come successo a Firenze o a Venezia, della mutazione di pezzi importanti di centro storico, in parchi a tema svuotati, ad uso e consumo dell’Homo Turisticus teorizzato dall’antropologo Duccio Canestrini.

Sono tutte domande alle quali è difficile dare una risposta. Un aspetto rilevante, è certamente costituito dall’effetto positivo che la riscoperta turistica di Napoli ai tempi dei social ha già avuto sulla reputazione globale della città, che è comunque una risorsa  dalla quale ripartire. Per il resto l’importante è restare coi piedi per terra, e restituire ad ogni cosa la giusta dimensione e rilevanza.

La porzione di città maggiormente interessata dal nuovo turismo è grande meno di un centinaio di ettari, sarebbe a dire meno di un centesimo del territorio urbano complessivo. E’ evidente che la terza città d’Italia non può ridursi a vivere di questo, rimanendo comunque qualcosa di più grande, diversificato e complesso di un pezzetto grazie a Dio rivivificato di centro storico. Tenuto conto che nel frattempo, la dotazione di servizi essenziali per il cittadino normale, che con l’Homo Turisticus alla fine ha poco a che fare, parliamo di trasporti, istruzione, tempo libero, assistenza alla persona, si è ridotta al lumicino, in presenza del livello di tassazione locale più elevato d’Italia.

La rivitalizzazione economica delle periferie, tutt’intorno alla piccola area beneficiata dai nuovi flussi, segna il passo, e la città continua a perdere abitanti, sono andati via in duemilatrecento nell’ultimo anno, ventiseimila nell’ultimo decennio, come fosse stato evacuato per intero un quartiere come Bagnoli o Posillipo.

Questi indicatori di declino vanno messi sul tavolo, insieme a quelli certamente più esaltanti sul turismo, in una valutazione complessiva, più realistica dello stato della città. La web reputation e le politiche simboliche vanno senz’altro bene, sono un passo avanti dal quale tutti ci sentiamo confortati, ma è ora indispensabile accompagnarle ad una robusta iniezione di politiche strutturali, rivolte questa volta all’intero territorio, all’intera comunità di cittadini e abitanti.

(Pubblicato con il titolo “Flussi benefici solo sul centro”)

 

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 29 marzo 2017

Avranno anche ragione i commentatori più pacati e riflessivi a dirci che non bisogna fare troppo gli schizzinosi, che dietro il populismo ci sono istanze e problemi reali, e che anche da Trump potrà venire qualcosa di buono, ma c’è pure un limite alle fanfaronate: il patto sociale può accettare smagliature e rattoppi, ma se si lacera definitivamente sono guai seri per tutti. Ora, con le dichiarazioni del Sindaco sui debiti del comune, questo limite rischia di essere veramente superato.

La democrazia e la convivenza si basano alla fine, al di là dei codici e delle leggi, su un semplice, banale criterio per giudicare l’accettabilità di un’azione, che è quello di domandarsi come sarebbe il mondo se anche gli altri si comportassero allo stesso modo. Immaginate ora cosa accadrebbe al Paese se davvero passasse l’idea stravagante del Sindaco, di affidare ad una commissione di inchiesta, da lui nominata, il compito di decidere unilateralmente sulla liceità dei debiti e degli impegni economici ereditati dal passato, con buona pace dei tribunali e della magistratura contabile.

Se tutti facessero così, si aprirebbe una gara tra le migliaia di enti territoriali di ogni ordine e grado a ripudiare i fardelli sgradevoli del passato, alla fine lo stesso debito pubblico nazionale resterebbe orfano, senza garanti, e ci troveremmo di colpo dalle parti dello stato libero di Bananas, o sulla nave dei folli di Bosch, ben al di là comunque dei più arditi sogni di Salvini. E’ evidente che non stiamo parlando di soldi ma di istituzioni democratiche: se le parole del Sindaco fossero vere, e non una boutade, il patto repubblicano ne uscirebbe annichilito, per sempre.

Il problema della pesante eredità del passato c’è, eccome, e il Sindaco fa senz’altro bene a dialogare col Governo su queste cose, a pretendere per i cittadini dell’area napoletana una spesa pubblica pro-capite comparabile con quella del centro-nord. Resta il fatto che tutto risulterebbe più credibile se un lavoro di risanamento in casa propria fosse stato intrapreso, se la macchina micidiale che continua a produrre debito fosse stata messa finalmente sotto controllo, ma poco o nulla di questo è stato fatto. Gli organici delle partecipate, che consumano metà del budget della città senza fornire ai cittadini uno straccio decente di servizio, hanno continuato a gonfiarsi, proprio con gli stessi sistemi di ieri. L’ingentissimo patrimonio immobiliare del Comune continua a non dar frutto, anzi a produrre esso stesso ulteriore debito, e così è per le altre voci del bilancio comunale, devastato da decenni di clientelismo.

Al di là delle stravaganze e dei colpi di genio, continuiamo ad avere disperatamente bisogno di una capacità di amministrazione e di governo. Il compito di ciascuno di noi resta quello di prendere sulle spalle la responsabilità di un Paese e di una città, così come ci vengono consegnati, e di mettercela tutta per cercare di invertire la rotta. In questa brutta storia la continuità amministrativa e il rispetto delle regole non sono un optional, ma un impegno irrinunciabile, la condizione per ogni nuova idea di giustizia sociale. Se invece di lavorare iniziamo a rompere i vetri della casa, stiamo magari facendo una campagna elettorale frizzante e piena di spirito, ma il nostro destino è mestamente segnato.

Pubblicato con il titolo: “Il populismo e il buongoverno”

 

Giovanni Laino, Repubblica Napoli del 18 marzo 217

 Il governo darà al Comune per Scampia quasi 18 milioni per abbattere tre vele e riqualificare la vela B trasformata prima in case parcheggio e poi in nuova sede della Città metropolitana. Gli interventi sulle vele godranno anche di 9 milioni dei fondi del Pon Metro mentre con un terzo finanziamento statale di altri 40 milioni, assegnato alla Città metropolitana, saranno possibili altri interventi per Scampia e i Comuni vicini. Eliminando una grave condizione di degrado abitativo (le Vele così come sono oggi), migliorando lo stato di edifici scolastici e delle strade dei dintorni, si promette una rigenerazione urbana di un’area che potrebbe essere una delle zone omogenee della città metropolitana.

 Si sa che a Scampia sono ancora da completare altri cantieri edilizi: per la stazione della metropolitana, l’asse di via Gobetti, la sede di un corso di laurea dell’università (prima destinata alla Protezione civile), dopo che per circa quindici anni sono stati costruiti alloggi con tipologie più idonee per realizzare un effetto città, edifici più bassi con negozi sul fronte strada, migliori connessioni fra le parti del rione. Gli investimenti statali puntano a riqualificare le periferie delle città confidando più in generale su di una vecchia convinzione: quando lavorano le imprese edilizie a cascata si smuove un’ampia parte dell’economia. In alcuni casi i programmi finanziati in altre città prevedono qualche piccolo intervento immateriale, per i servizi alla popolazione, la dinamizzazione di attività culturali ma la grande mole degli investimenti (il totale a Napoli) è tutta concentrata sugli interventi fisici.

 Viene così riproposta una concezione che è sempre stata egemonica: la qualità della vita dei quartieri è determinabile dalle trasformazioni dello spazio fisico e dalla sola messa a disposizione di contenitori per servizi come scuole, attività sportive, poli artigianali, piazze telematiche. In diversi casi i contenitori costruiti sono stati vandalizzati senza mai diventare sedi di servizi oppure sono stati riconvertiti avendo constatato l’impossibilità di avviare le azioni previste dai programmi.

 È evidente una scarsissima propensione a riflettere dalle esperienze già fatte, anche a Napoli. Certamente il miglioramento del patrimonio edilizio come dell’assetto urbanistico dei quartieri può essere una buona cosa, come quella di dare ossigeno all’economia finanziando lavori edilizi. Si deve constatare però che, quando questi investimenti sono isolati e non affiancati da rilevanti investimenti che puntano sulla riqualificazione del capitale umano, l’efficacia è poca e in alcuni casi gli esiti sono rovinosi.

 In una prospettiva di europeizzazione delle politiche, dopo le pionieristiche esperienze francesi, in Italia con i contratti di quartiere e i Pic Urban, si provò a immaginare e realizzare interventi più integrati. Con pregi e difetti alcuni risultati sono stati molto positivi, per esempio a Torino. Il Mibac e alcune fondazioni da qualche anno provano a selezionare e sostenere progetti che nelle periferie mettono al centro iniziative culturali come lievito per sostenere e dinamizzare le comunità locali.

 Evitando posizione ideologiche va detto che è facile profezia dire che con l’impostazione centrata sulle pietre, gli investimenti saranno ben poco efficaci, fra venti anni avremo ancora le stesse periferie in cui sarà concentrata la sofferenza urbana e di molti contenitori dismessi o recuperati non si saprà bene cosa fare. Molti esperti delle amministrazioni pubbliche hanno imparato a costruire o restaurare contenitori ma non riescono a pensare e attivare in modo efficace i contenuti. Non riescono ad assumere in alcun modo un approccio place-people- based.

 La destinazione di una quota significativa di investimenti per le attività economico sociali, l’implicazione della popolazione locale, fatta anche attraverso il coinvolgimento delle associazioni meglio radicate, l’attivazione in ruoli apicali di esperti di social e cultural planning, la costituzione da subito di dispositivi sul modello delle missioni locali di quartiere, sono condizioni necessarie per sperare in una qualche efficacia degli investimenti. Così sarà possibile fare molto meglio con meno.

In foto, i ragazzi dell’Orchestra di Scampia

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 12 marzo 2017

Evidentemente anche gli equilibri spontanei del “grado zero” di governo, il lasciar andare la città un po’ come gli pare, a volte pure saltano, e così è stato venerdì mattina, per motivi ignoti in tangenziale la coda per uscire a corso Malta era un serpente sonnolento di più di dieci chilometri, che iniziava a srotolarsi dalla conca di Agnano.

Dopo quaranta minuti incolonnato in fila mi viene l’impulso di uscire a Fuorigrotta, di cercare  fortuna sul lungomare, e in effetti le cose sembrano migliorare, a piazzale Tecchio la circolazione è più fluida, mi torna il pensiero che questo è il quartiere più europeo della città, quello che per tutta una serie di motivi, alla fine, funziona meglio.

Esco dal tunnel, a via Caracciolo inondata di luce si cammina ancora, è una mattinata stupenda di primavera anticipata, ma l’entusiasmo si raffredda a viale Dohrn, dove la coda si riforma. Ho tutto il tempo di ammirare la statua equestre di Armando Diaz stagliarsi contro il cielo azzurro, di ricordare nonno Gennaro, che con lui combatté a Vittorio Veneto, soldato semplice ventottenne, nel reggimento dei Bersaglieri.

In lontananza, Castel dell’Ovo è solo una sagoma grigia in un mare di schegge scintillanti, davanti al generale c’è un traliccio incongruo di tubi innocenti, con una baracca pensile da stabilimento balneare, è il famigerato albero metallico delle feste di Natale, mi dicono che lo stanno smontando, ma non c’è persona viva, evidentemente non c’è fretta, c’è tutto il tempo.

Si procede a passo d’uomo fino a piazza Vittoria, via Chiatamone, la grotta, via Acton, fino all’Immacolatella, e qui i motivi dell’imbottigliamento si svelano finalmente, tre operai stanno lavorando a un tombino in mezzo alla carreggiata, ma ora stanno fumando, proprio accanto s’è fermato un suv nero, il proprietario parla animatamente al telefono, guai a dirgli che sta bloccando tutto, desolatamente scopri che dopo il restringimento improvvisato via Marina è assolutamente libera, e ti viene da piangere.

Profitto per buttare un occhio al cantiere infinito per il rifacimento della strada, anche qui, come sull’albero metallico, non c’è anima viva, la cabina del bagno chimico ha un che di metafisico, niente operai né persone, c’è un trionfo assoluto dell’elemento minerale, solo una geologia primordiale di cumuli di detriti, grosse schegge di roccia lavica, scatolari di cemento precompresso, in attesa.

Di vivente, alla fine ci sono solo le povere palme, le stesse dello Starbucks in piazza Duomo, forse meno famose, ma le vedo sofferenti, le foglie già stropicciate e ingiallite, la terra dove le hanno messe a dimora non mi sembra un gran che, e provo pena per loro, spero veramente ce la facciano a resistere in mezzo a questo deserto, a questo tempo senza uomini e senza cura, senza una regola minima per vivere insieme.

La foto di Castel dell’Ovo è tratta da http://www.cosavisitare.com

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 21 febbraio 2017

Certo anch’io, come Massimo Troisi, vorrei “stare più dentro la situazione, essere un giocatore della squadra, per sapere i retroscena”: lui pensava a Bruscolotti, ma gli sarebbe bastato anche essere la moglie di Renica. Comunque, in assenza di notizie di prima mano, mi piace pensare che la sfuriata del presidente De Laurentiis dopo la notte di Madrid sia passata via, come un acquazzone estivo, molto rumore e solo qualche ramo rotto.

Mio fratello che vive a Rio mi ha raccontato, prima dell’incontro di Champions, che in Brasile il Napoli è ora molto seguito. Quel popolo, perennemente alla ricerca della gioia, apprezza il gioco corale della squadra, proprio perché ci vede un’espressione di gioia, e di intelligenza.

Contrariamente a molti, io non penso che sia per forza necessario vincere qualcosa. Sono convinto che il Napoli di Sarri abbia già ora il suo posto nella storia del calcio. Certo, è il risultato di un progetto partito da lontano, sui campi della terza serie, in giro per la provincia italiana, e in questo lungo percorso De Laurentiis ha avuto il merito di affidarsi a persone di qualità – Marino, Reja, Donadoni, Mazzarri, Benitez – ciascuna delle quali ha lasciato un segno, che è possibile cogliere ancora oggi.

In questi anni il Napoli ne ha fatta di strada, ora è sedicesimo nel ranking UEFA, su quattrocentocinquantatre squadre di club, l’unica italiana davanti è la Juventus, e nel frattempo ha lanciato molti campioni, che non sempre erano top players quando sono arrivati.

Ad ogni modo, le sensazioni che provo vedendo giocare la squadra sono strane, è come ascoltare i ragazzi di Sanitansable, o l’orchestra della scuola media pubblica vicino casa, dove io e mia moglie abbiamo studiato, e poi i figli: un’espressione di gruppo che trasmette gioventù, bellezza, armonia, disciplina, e mi chiedo se tutto questo non possa essere d’ispirazione per la città, al di là del calcio e dello sport.

Perché la cosa della quale ci sentiamo particolarmente orfani, da tempo, è proprio la condivisione di un progetto collettivo, da giocare come squadra, dove ognuno abbia il suo ruolo, e possa fare la sua parte, sapendo che ci vuole del tempo per migliorare sè stessi e il mondo, e c’è un cammino da percorrere.

Certo, occorrono anche i leader, e noi abbiamo Marekiaro Hamsik, che è un giocatore unico, avrebbe potuto giocare nei più importanti club del mondo, ed invece ha scelto di rimanere qui, a vivere dove e come voleva, con pacatezza, equilibrio, serietà, conquistando senza tante chiacchiere il rispetto di tutti.

Sono questi i motivi per i quali – anche senza essere Bruscolotti o la signora Renica – sono convinto che lo sfogo di mercoledì non avrà seguito. Il presidente e l’allenatore hanno dimostrato di essere persone di valore, è dal fortunato incontro delle loro capacità e visioni che è nato il Napoli di oggi. Che non ha bisogno di arrivare primo per essere una grande squadra: come nella vita il risultato certo conta, ma ancor di più l’esperienza irripetibile del percorso, la volontà e l’umanità che ci hai messo.

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Ernesto Albanese. Repubblica Napoli del 3 gennaio 2017

Mai come nei giorni di festa le strade napoletane della movida si riempiono di gioventù. Il tradizionale affollamento è rafforzato dai tanti coetanei che in questo periodo tornano a casa dalle città in cui studiano o lavorano. Piazza Bellini è uno di questi luoghi di aggregazione. La sera si trasforma in un suk chiassoso, sporco, riempito all’inverosimile da migliaia di giovani che bevono birra e fumano, spesso stupefacenti. Tra di loro non mancano purtroppo “paranzini” e spacciatori nordafricani.

La vigilia di Natale è stata l’occasione per anticipare alla mattina questo appuntamento collettivo, con musica assordante che rendeva irresistibile un richiamo di massa, che ha completamente paralizzato il traffico. Mentre passeggiavo tra turisti stralunati da tanta confusione, mi sono soffermato ad osservare questa gioventù, i loro volti, l’abbigliamento, gli atteggiamenti. In realtà, dietro l’apparente euforia delle festività, mi era difficile intuire cosa pensassero, quali sensazioni avessero per il presente e quali prospettive per il futuro.

A dispetto delle statistiche che inchiodano i giovani di Napoli che non studiano né lavorano al doppio della media nazionale (40% contro 22%), mi piace immaginare che essi abbiano ancora dei sogni, sappiano dove stanno andando e cosa vorrebbero fare nei prossimi anni per dare un futuro dignitoso a se stessi ed ai propri figli. Ma è davvero così? In realtà, temo che gran parte di quei ragazzi, come tanti coetanei di altre città del mezzogiorno, si trascini in un’esistenza sfiduciata e piena di incertezze sul proprio futuro. Nell’epoca del populismo alla massima potenza, la politica ha avuto gioco facile nel raccogliere ampi consensi in questa generazione confusa, come dimostrato dallo schiacciante successo del No al recente referendum.

Chi votava No, esprimeva la volontà di non cambiare. Mi domando: ma non sono i giovani di Napoli i primi ad aver bisogno che il Paese cambi? Sono contenti così? Quanti di loro hanno votato consapevolmente sui contenuti delle riforme e non sull’onda di un rifiuto di tutto e contro tutto? Trovo inaccettabile che la politica approfitti di questo atteggiamento distruttivo, coinvolgendo i giovani in una fantasiosa lotta di religione contro un governo tiranno che priverebbe Napoli delle risorse a cui ha diritto.

In questo modo si finisce solo per alimentare il tradizionale convincimento che il proprio futuro dipende sempre dagli altri e non dalle proprie capacità e dal proprio impegno.Allo stesso modo, c’è chi di frequente critica la descrizione troppo negativa che Roberto Saviano fa della realtà di Napoli. È senza dubbio vero che Napoli non è per fortuna solo Gomorra, ma è altrettanto miope aggrapparsi al momento magico del turismo – dovuto in buona parte alle disgrazie di destinazioni vicine come Egitto e Tunisia – come prova del rilancio della città.

Siamo tutti felici che molti ragazzi lavorino oggi nei B&B e nei ristoranti che stanno nascendo nel centro storico, ma è ancora troppo poco per ritenersi fuori dalla zona retrocessione. Il turismo non basta per sfamare tutti. La città ha bisogno disperato di infrastrutture e servizi essenziali, per consolidare ciò che è nato spontaneamente in questi ultimi mesi ma soprattutto per creare i presupposti per attrarre investimenti e far crescere nuove imprese nel commercio, nei servizi, nelle nuove tecnologie.
Napoli ha bisogno di una riqualificazione urbana che renda vivi molti dei luoghi oggi abbandonati e con elevato potenziale economico. Ma la città ha innanzitutto bisogno di istituzioni che mandino ai giovani messaggi di incoraggiamento a darsi da fare per indirizzare il proprio talento verso la creazione di lavoro e di ricchezza.

Solo allora quelli che spesso vengono considerati elementi distintivi positivi della gioventù napoletana potranno diventare fattore di sviluppo e non solo di autoreferenziale e fatua autostima, come quella di chi autografa orgoglioso i murales che imbrattano tutti i palazzi del centro storico. Altrimenti, i nostri ragazzi continueranno a ritrovarsi in strada per condividere l’euforia delle festività, che però assomiglia molto ad un’euforia dell’incoscienza, in attesa della prima occasione per fuggire altrove.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 6 settembre 2016

La nuova via Marina è trash? Alla domanda ho tentato di trovare risposta nel paio d’ore che ho trascorso per superare le chicane dei cantieri, con la possibilità di osservare con attenzione l’avanzamento dei lavori, e soprattutto gli svettanti filari di palma americana, che costituiscono l’elemento arboreo che caratterizza la nuova sistemazione. Soprattutto pensavo a Tommaso Labranca, lo studioso di costume che se n’è andato pochi giorni fa, e al suo illuminante librino “Andy Warhol era un coatto”, dal quale era poi nata la trasmissione “Anima mia” di Fazio. La definizione precisa di “trash” di Labranca, che prescinde da qualsiasi spocchia e giudizio di valore, è quella di  “emulazione fallita di un modello alto”, ed è facile impiegarla, nel senso che Little Tony è trash, mentre evidentemente Elvis non lo è, e questo non ti impedisce comunque di apprezzare ed amare, per motivi evidentemente diversi, sia l’uno che l’altro.

Ora, le alte washingtonie trapiantate lungo la nuova via Marina, rappresentano nel nostro immaginario una citazione precisa, rimandano ai fasti di Beverly Hills, ai waterfront e alle promenade di Cannes, Nizza, Acapulco. L’intenzione sembra quella di attrezzare un asse prestigioso di accesso al centro cittadino, con la differenza che via Marina non è un lungomare, è il prodotto dello sventramento postbellico, ed attraversa piuttosto paesaggi che richiamano le periferie industriali dei quadri di Sironi, che io ritengo ugualmente suggestivi, costeggiando da un lato il retro del grande porto commerciale, e dall’altro le propaggini del vasto quartiere industriale orientale della città. In questo contesto, i filari alti di palma americana, che per di più non offrono ombra al povero viandante, rischiano di produrre un effetto incongruo, straniante, di essere percepiti come un’emulazione fallita, e così finire dritti nell’area tracciata da Labranca.

Si dirà che le palme hanno adornato i viali di Fuorigrotta e la Mostra d’Oltremare, ma lì è diverso, c’è una storia, un esotismo profondamente originale, nato dal rapporto con le colonie, in un contesto ridente che è quello dell’eterna primavera della colline e delle conche flegree. Questo patrimonio storico è stato tristemente decimato dal punteruolo rosso, il vorace coleottero venuto dall’Asia, che a questo punto ci auguriamo non si trovi mai a svolazzare dalle parti della nuova via Marina.

Ad ogni modo, la decisione dei nuovi palmizi appare fortemente simbolica: alla stregua della demolizione delle vele, si tratta di interventi che intendono comunicare un cambio di direzione, di stile, un voltar pagina. Nel caso di via Marina, diventata nel tempo una specie di Bassora-Bagdad, l’intervento di restyling è sacrosanto, giunge con decenni di ritardo, ma resta qualcosa di incongruo, come uno scarto tra le fastose dichiarazioni verbali o fattuali, e la realtà, che rimane molto impegnativa, e che richiede oltre agli annunci e ai palmizi emulativi, un impegno amministrativo di fondo prolungato, sistematico, coerente.

La strada per riconquistare una qualità urbana decente è lunga, e non può limitarsi agli interventi di restyling e agli itinerari turistici selezionati del centro storico, che attraversano alla fine meno di un decimo della città. Le inchieste di Repubblica evidenziano una sofferenza, una cronica mancanza di cura e manutenzione, che riguarda gli altri nove decimi del territorio comunale, da Posillipo a Soccavo a Ponticelli.

Quindi, bene le Beverly Hills post-industriali, ma sarebbe questo il momento buono, ad inizio della nuova consiliatura, di presentare alla città un serio e sistematico piano di manutenzione, che ci dica come riconquistare un livello di qualità urbana appena decente, quartiere per quartiere, perché i turisti e le cartoline sono importanti, ma la qualità di vita quotidiana dei residenti, in quei poveri nove decimi dimenticati di territorio, viene molto prima.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 12 luglio 2016

E’ possibile, anzi augurabile che ci stiano già lavorando, perché è chiaro che una soluzione al duello istituzionale su Bagnoli non può essere ulteriormente rinviata, ne va della credibilità residua delle istituzioni, e di chi in questo momento le rappresenta. E’ necessario partire da una constatazione: quello che non ha funzionato a Bagnoli è l’intreccio tra la bonifica e la trasformazione urbana. Queste due attività nel nostro ordinamento fanno capo a due diversi livelli di responsabilità, con lo Stato che ha competenza in materia di bonifica (tanto più a Bagnoli, che è un sito di interesse nazionale), e i comuni e le regioni cui competono le scelte urbanistiche. Non si scappa, è la costituzione che lo dice.

A ripercorrere la storia di quest’ultimo ventennio, è evidente che i ritardi di Bagnoli sono in stati in larga misura causati dalla dilatazione spropositata, anche in termini di costi, delle operazioni di bonifica, sotto la regia del Ministero dell’Ambiente. L’urbanistica in realtà non è mai partita, ha finito per svolgere un ruolo subordinato. E’ come se si fossero ribaltati i ruoli: la bonifica ha smesso di essere un’attività strumentale, propedeutica alla trasformazione urbana, ed è diventata una grande opera pubblica autoreferenziale, fine a se stessa.

Dall’altro lato però, si è pure assistito a un affievolimento della capacità locale di governare efficacemente il procedimento urbanistico. Dopo il lungo lavoro per redigere e approvare il piano regolatore, durato quasi un decennio, il comune non si è mai dotato di una strategia e di una macchina amministrativa all’altezza, come se il piano si attuasse per forza propria, manco fossero le tavole di Mosè. In questo modo un altro decennio è trascorso. Nel frattempo la società di trasformazione urbana è fallita, nonostante le operazioni scaramantiche, come gli inutili conferimenti di beni in articulo mortis, o le ripetute inaugurazioni della Porta del parco.

Nella vicenda di Bagnoli nessuna delle due parti ha di che gloriarsi, mentre c’è molto da imparare, e la cosa sensata sarebbe che ciascuno facesse quello che la costituzione e le leggi gli richiedono di fare. Il compito del commissario governativo dovrebbe essere quello di mettere finalmente ordine in questa storia complicata della bonifica, indicando un termine certo e ragionevole di completamento. E cercando magari di applicarla veramente la legge quadro sull’ambiente, la 152, non limitandosi all’applicazione notarile di tabelle, ma conducendo una seria analisi di rischio, in considerazione dei valori di fondo particolari che caratterizzano l’area. Questo è il lavoro che è chiamato a fare lo Stato.

Per gli aspetti urbanistici, la cosa sensata, per non arenarsi nelle secche dell’incostituzionalità, è quella di riconoscere al sindaco della città poteri commissariali, tanto più che anche il presidente del consiglio ha recentemente ribadito l’intenzione di muoversi all’interno delle previsioni del piano regolatore. Per l’amministrazione appena confermata sarebbe il momento della verità, dopo il primo inconcludente quinquennio, con l’impegno innanzitutto a ricostituire una robusta capacità amministrativa, per governare le trasformazioni epocali che abbiamo in mente per Bagnoli.

Messe così, le cose potrebbero funzionare. A condizione, naturalmente, che governo, regione e comune facciano finalmente gioco di squadra. Perché se è vero che la Costituzione dice che sono le istituzioni urbane a pianificare il proprio territorio, Bagnoli rimane pur sempre una questione di interesse nazionale, per il cui esito le politiche e le sinergie governative e regionali hanno un ruolo assolutamente decisivo.

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Il bambino afghano gioca nel campo sassoso fuori casa, nell’inverno di montagna. Indossa la maglia di Messi sopra il maglione di lana grossa, se l’è fabbricata con una busta di plastica. E’ un oggetto magico, portentoso, così lui diventa il piccolo eroe che trasforma il calcio in gesti invincibili di intelligenza e bellezza, in un’arte. In Venezuela da quarant’anni l’economista-musicista  José Antonio Abreu strappa migliaia di ragazzi alla morte violenta di strada con la musica classica, fondando orchestre giovanili. A Napoli, alla Sanità, i ragazzi si fabbricano il lavoro studiando l’arte, raccontando mirabilmente ai visitatori i tesori delle catacombe, la memoria antica nascosta nel sottosuolo del quartiere sofferente. Succede quindi che l’arte,  la cultura, la bellezza, lo sport  (quello praticato, non quello ciarlato) nelle terre difficili  del mezzogiorno del mondo, diventino l’energia positiva per innamorare per sempre i cuccioli alla vita, senza lagne, credendo ancora cocciutamente che il futuro c’è. Una cosa tremendamente seria.

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Antonio di Gennaro, 28 dicembre 2015

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La sera non vado più a via Toledo. L’illuminazione, come gli altri servizi pubblici,  è inesistente, le macchie buie prevalgono, e non mi va di essere sballottato dal flusso inarrestabile di concittadini impazienti, senza volto. L’atmosfera è quella dolente della città senza padroni del “Resto di niente” di Striano. In fondo, verso il mare, c’è il deserto oscuro di piazza Plebiscito. Un po’ di luce la trovi a piazza Dante, ma non è luce di città, è quella paesana delle bancarelle. L’aria è satura di musiche incongrue, implacabili percussioni, o melodie nostrane cantate a voce piena, mentre tu cercheresti magari una nota discreta di jazz. Alla fine, trovo un po’ di rifugio nell’atmosfera silenziosa e composta di piazzetta Salazar.

Per questo la sera non vado più a via Toledo, e non c’entrano i turisti. E’ evidente, la riscoperta di Napoli da parte del passa-parola internazionale non è frutto di chissà quali politiche di miglioramento urbano, ma di congiunture favorevoli, e di una miriade di sforzi e investimenti privati, dei mille bed & breakfast fioriti in città, insieme ai piccoli locali e gastronomie, mentre le librerie chiudono. Il resto, per fortuna,  lo fa la città, da sola, che resta un posto straordinario, generoso di storia e di atmosfere, nonostante l’incuria e la carenza cronica di governo e manutenzione.

Ad ogni modo, le cose cambiano, e l’atmosfera europea che non trovi più nel capoluogo, puoi coglierla inaspettatamente nel centro storico di Pozzuoli, ma lì è veramente il frutto di una visione e di un  investimento deliberato sulla città. Il paesaggio urbano di Napoli, invece, attende di essere ricostruito strada per strada, piazza per piazza, e basterebbe poco, la luce giusta, una panchina, il marciapiede in ordine, una macchia di verde curato e il cestino dei rifiuti dove serve. Al di là degli sforzi encomiabili degli investitori privati, quello che manca è uno sguardo pubblico partecipe e responsabile sui diversi luoghi della città.

Certo, tra le emergenze che ci angustiano – a partire dalle strade che sprofondano e i palazzi che si sbriciolano, o il trasporto pubblico che non c’è più – quella dei paesaggi, della qualità delle atmosfere urbane, non costituisce probabilmente priorità. Io penso invece che sia un elemento importante, in grado di conferire senso e valore ai diversi momenti della vita in città, per noi che l’abitiamo ogni giorno, prima ancora che per i turisti internazionali, al centro come in periferia. Alla fine, ciò di cui si avverte la mancanza, è quel minimo di dimensione urbana, europea, che la città certamente merita, al posto della malinconica, inarrestabile deriva strapaesana di questi scombinati ultimi anni.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 30 dicembre 2015 con il titolo “La sera non vado più in via Toledo e i turisti non c’entrano”

La fotografia è ripresa da ilmattino.it