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Giovanni Laino, Repubblica Napoli del 18 marzo 217

 Il governo darà al Comune per Scampia quasi 18 milioni per abbattere tre vele e riqualificare la vela B trasformata prima in case parcheggio e poi in nuova sede della Città metropolitana. Gli interventi sulle vele godranno anche di 9 milioni dei fondi del Pon Metro mentre con un terzo finanziamento statale di altri 40 milioni, assegnato alla Città metropolitana, saranno possibili altri interventi per Scampia e i Comuni vicini. Eliminando una grave condizione di degrado abitativo (le Vele così come sono oggi), migliorando lo stato di edifici scolastici e delle strade dei dintorni, si promette una rigenerazione urbana di un’area che potrebbe essere una delle zone omogenee della città metropolitana.

 Si sa che a Scampia sono ancora da completare altri cantieri edilizi: per la stazione della metropolitana, l’asse di via Gobetti, la sede di un corso di laurea dell’università (prima destinata alla Protezione civile), dopo che per circa quindici anni sono stati costruiti alloggi con tipologie più idonee per realizzare un effetto città, edifici più bassi con negozi sul fronte strada, migliori connessioni fra le parti del rione. Gli investimenti statali puntano a riqualificare le periferie delle città confidando più in generale su di una vecchia convinzione: quando lavorano le imprese edilizie a cascata si smuove un’ampia parte dell’economia. In alcuni casi i programmi finanziati in altre città prevedono qualche piccolo intervento immateriale, per i servizi alla popolazione, la dinamizzazione di attività culturali ma la grande mole degli investimenti (il totale a Napoli) è tutta concentrata sugli interventi fisici.

 Viene così riproposta una concezione che è sempre stata egemonica: la qualità della vita dei quartieri è determinabile dalle trasformazioni dello spazio fisico e dalla sola messa a disposizione di contenitori per servizi come scuole, attività sportive, poli artigianali, piazze telematiche. In diversi casi i contenitori costruiti sono stati vandalizzati senza mai diventare sedi di servizi oppure sono stati riconvertiti avendo constatato l’impossibilità di avviare le azioni previste dai programmi.

 È evidente una scarsissima propensione a riflettere dalle esperienze già fatte, anche a Napoli. Certamente il miglioramento del patrimonio edilizio come dell’assetto urbanistico dei quartieri può essere una buona cosa, come quella di dare ossigeno all’economia finanziando lavori edilizi. Si deve constatare però che, quando questi investimenti sono isolati e non affiancati da rilevanti investimenti che puntano sulla riqualificazione del capitale umano, l’efficacia è poca e in alcuni casi gli esiti sono rovinosi.

 In una prospettiva di europeizzazione delle politiche, dopo le pionieristiche esperienze francesi, in Italia con i contratti di quartiere e i Pic Urban, si provò a immaginare e realizzare interventi più integrati. Con pregi e difetti alcuni risultati sono stati molto positivi, per esempio a Torino. Il Mibac e alcune fondazioni da qualche anno provano a selezionare e sostenere progetti che nelle periferie mettono al centro iniziative culturali come lievito per sostenere e dinamizzare le comunità locali.

 Evitando posizione ideologiche va detto che è facile profezia dire che con l’impostazione centrata sulle pietre, gli investimenti saranno ben poco efficaci, fra venti anni avremo ancora le stesse periferie in cui sarà concentrata la sofferenza urbana e di molti contenitori dismessi o recuperati non si saprà bene cosa fare. Molti esperti delle amministrazioni pubbliche hanno imparato a costruire o restaurare contenitori ma non riescono a pensare e attivare in modo efficace i contenuti. Non riescono ad assumere in alcun modo un approccio place-people- based.

 La destinazione di una quota significativa di investimenti per le attività economico sociali, l’implicazione della popolazione locale, fatta anche attraverso il coinvolgimento delle associazioni meglio radicate, l’attivazione in ruoli apicali di esperti di social e cultural planning, la costituzione da subito di dispositivi sul modello delle missioni locali di quartiere, sono condizioni necessarie per sperare in una qualche efficacia degli investimenti. Così sarà possibile fare molto meglio con meno.

In foto, i ragazzi dell’Orchestra di Scampia

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 12 marzo 2017

Evidentemente anche gli equilibri spontanei del “grado zero” di governo, il lasciar andare la città un po’ come gli pare, a volte pure saltano, e così è stato venerdì mattina, per motivi ignoti in tangenziale la coda per uscire a corso Malta era un serpente sonnolento di più di dieci chilometri, che iniziava a srotolarsi dalla conca di Agnano.

Dopo quaranta minuti incolonnato in fila mi viene l’impulso di uscire a Fuorigrotta, di cercare  fortuna sul lungomare, e in effetti le cose sembrano migliorare, a piazzale Tecchio la circolazione è più fluida, mi torna il pensiero che questo è il quartiere più europeo della città, quello che per tutta una serie di motivi, alla fine, funziona meglio.

Esco dal tunnel, a via Caracciolo inondata di luce si cammina ancora, è una mattinata stupenda di primavera anticipata, ma l’entusiasmo si raffredda a viale Dohrn, dove la coda si riforma. Ho tutto il tempo di ammirare la statua equestre di Armando Diaz stagliarsi contro il cielo azzurro, di ricordare nonno Gennaro, che con lui combatté a Vittorio Veneto, soldato semplice ventottenne, nel reggimento dei Bersaglieri.

In lontananza, Castel dell’Ovo è solo una sagoma grigia in un mare di schegge scintillanti, davanti al generale c’è un traliccio incongruo di tubi innocenti, con una baracca pensile da stabilimento balneare, è il famigerato albero metallico delle feste di Natale, mi dicono che lo stanno smontando, ma non c’è persona viva, evidentemente non c’è fretta, c’è tutto il tempo.

Si procede a passo d’uomo fino a piazza Vittoria, via Chiatamone, la grotta, via Acton, fino all’Immacolatella, e qui i motivi dell’imbottigliamento si svelano finalmente, tre operai stanno lavorando a un tombino in mezzo alla carreggiata, ma ora stanno fumando, proprio accanto s’è fermato un suv nero, il proprietario parla animatamente al telefono, guai a dirgli che sta bloccando tutto, desolatamente scopri che dopo il restringimento improvvisato via Marina è assolutamente libera, e ti viene da piangere.

Profitto per buttare un occhio al cantiere infinito per il rifacimento della strada, anche qui, come sull’albero metallico, non c’è anima viva, la cabina del bagno chimico ha un che di metafisico, niente operai né persone, c’è un trionfo assoluto dell’elemento minerale, solo una geologia primordiale di cumuli di detriti, grosse schegge di roccia lavica, scatolari di cemento precompresso, in attesa.

Di vivente, alla fine ci sono solo le povere palme, le stesse dello Starbucks in piazza Duomo, forse meno famose, ma le vedo sofferenti, le foglie già stropicciate e ingiallite, la terra dove le hanno messe a dimora non mi sembra un gran che, e provo pena per loro, spero veramente ce la facciano a resistere in mezzo a questo deserto, a questo tempo senza uomini e senza cura, senza una regola minima per vivere insieme.

La foto di Castel dell’Ovo è tratta da http://www.cosavisitare.com

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 21 febbraio 2017

Certo anch’io, come Massimo Troisi, vorrei “stare più dentro la situazione, essere un giocatore della squadra, per sapere i retroscena”: lui pensava a Bruscolotti, ma gli sarebbe bastato anche essere la moglie di Renica. Comunque, in assenza di notizie di prima mano, mi piace pensare che la sfuriata del presidente De Laurentiis dopo la notte di Madrid sia passata via, come un acquazzone estivo, molto rumore e solo qualche ramo rotto.

Mio fratello che vive a Rio mi ha raccontato, prima dell’incontro di Champions, che in Brasile il Napoli è ora molto seguito. Quel popolo, perennemente alla ricerca della gioia, apprezza il gioco corale della squadra, proprio perché ci vede un’espressione di gioia, e di intelligenza.

Contrariamente a molti, io non penso che sia per forza necessario vincere qualcosa. Sono convinto che il Napoli di Sarri abbia già ora il suo posto nella storia del calcio. Certo, è il risultato di un progetto partito da lontano, sui campi della terza serie, in giro per la provincia italiana, e in questo lungo percorso De Laurentiis ha avuto il merito di affidarsi a persone di qualità – Marino, Reja, Donadoni, Mazzarri, Benitez – ciascuna delle quali ha lasciato un segno, che è possibile cogliere ancora oggi.

In questi anni il Napoli ne ha fatta di strada, ora è sedicesimo nel ranking UEFA, su quattrocentocinquantatre squadre di club, l’unica italiana davanti è la Juventus, e nel frattempo ha lanciato molti campioni, che non sempre erano top players quando sono arrivati.

Ad ogni modo, le sensazioni che provo vedendo giocare la squadra sono strane, è come ascoltare i ragazzi di Sanitansable, o l’orchestra della scuola media pubblica vicino casa, dove io e mia moglie abbiamo studiato, e poi i figli: un’espressione di gruppo che trasmette gioventù, bellezza, armonia, disciplina, e mi chiedo se tutto questo non possa essere d’ispirazione per la città, al di là del calcio e dello sport.

Perché la cosa della quale ci sentiamo particolarmente orfani, da tempo, è proprio la condivisione di un progetto collettivo, da giocare come squadra, dove ognuno abbia il suo ruolo, e possa fare la sua parte, sapendo che ci vuole del tempo per migliorare sè stessi e il mondo, e c’è un cammino da percorrere.

Certo, occorrono anche i leader, e noi abbiamo Marekiaro Hamsik, che è un giocatore unico, avrebbe potuto giocare nei più importanti club del mondo, ed invece ha scelto di rimanere qui, a vivere dove e come voleva, con pacatezza, equilibrio, serietà, conquistando senza tante chiacchiere il rispetto di tutti.

Sono questi i motivi per i quali – anche senza essere Bruscolotti o la signora Renica – sono convinto che lo sfogo di mercoledì non avrà seguito. Il presidente e l’allenatore hanno dimostrato di essere persone di valore, è dal fortunato incontro delle loro capacità e visioni che è nato il Napoli di oggi. Che non ha bisogno di arrivare primo per essere una grande squadra: come nella vita il risultato certo conta, ma ancor di più l’esperienza irripetibile del percorso, la volontà e l’umanità che ci hai messo.

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Ernesto Albanese. Repubblica Napoli del 3 gennaio 2017

Mai come nei giorni di festa le strade napoletane della movida si riempiono di gioventù. Il tradizionale affollamento è rafforzato dai tanti coetanei che in questo periodo tornano a casa dalle città in cui studiano o lavorano. Piazza Bellini è uno di questi luoghi di aggregazione. La sera si trasforma in un suk chiassoso, sporco, riempito all’inverosimile da migliaia di giovani che bevono birra e fumano, spesso stupefacenti. Tra di loro non mancano purtroppo “paranzini” e spacciatori nordafricani.

La vigilia di Natale è stata l’occasione per anticipare alla mattina questo appuntamento collettivo, con musica assordante che rendeva irresistibile un richiamo di massa, che ha completamente paralizzato il traffico. Mentre passeggiavo tra turisti stralunati da tanta confusione, mi sono soffermato ad osservare questa gioventù, i loro volti, l’abbigliamento, gli atteggiamenti. In realtà, dietro l’apparente euforia delle festività, mi era difficile intuire cosa pensassero, quali sensazioni avessero per il presente e quali prospettive per il futuro.

A dispetto delle statistiche che inchiodano i giovani di Napoli che non studiano né lavorano al doppio della media nazionale (40% contro 22%), mi piace immaginare che essi abbiano ancora dei sogni, sappiano dove stanno andando e cosa vorrebbero fare nei prossimi anni per dare un futuro dignitoso a se stessi ed ai propri figli. Ma è davvero così? In realtà, temo che gran parte di quei ragazzi, come tanti coetanei di altre città del mezzogiorno, si trascini in un’esistenza sfiduciata e piena di incertezze sul proprio futuro. Nell’epoca del populismo alla massima potenza, la politica ha avuto gioco facile nel raccogliere ampi consensi in questa generazione confusa, come dimostrato dallo schiacciante successo del No al recente referendum.

Chi votava No, esprimeva la volontà di non cambiare. Mi domando: ma non sono i giovani di Napoli i primi ad aver bisogno che il Paese cambi? Sono contenti così? Quanti di loro hanno votato consapevolmente sui contenuti delle riforme e non sull’onda di un rifiuto di tutto e contro tutto? Trovo inaccettabile che la politica approfitti di questo atteggiamento distruttivo, coinvolgendo i giovani in una fantasiosa lotta di religione contro un governo tiranno che priverebbe Napoli delle risorse a cui ha diritto.

In questo modo si finisce solo per alimentare il tradizionale convincimento che il proprio futuro dipende sempre dagli altri e non dalle proprie capacità e dal proprio impegno.Allo stesso modo, c’è chi di frequente critica la descrizione troppo negativa che Roberto Saviano fa della realtà di Napoli. È senza dubbio vero che Napoli non è per fortuna solo Gomorra, ma è altrettanto miope aggrapparsi al momento magico del turismo – dovuto in buona parte alle disgrazie di destinazioni vicine come Egitto e Tunisia – come prova del rilancio della città.

Siamo tutti felici che molti ragazzi lavorino oggi nei B&B e nei ristoranti che stanno nascendo nel centro storico, ma è ancora troppo poco per ritenersi fuori dalla zona retrocessione. Il turismo non basta per sfamare tutti. La città ha bisogno disperato di infrastrutture e servizi essenziali, per consolidare ciò che è nato spontaneamente in questi ultimi mesi ma soprattutto per creare i presupposti per attrarre investimenti e far crescere nuove imprese nel commercio, nei servizi, nelle nuove tecnologie.
Napoli ha bisogno di una riqualificazione urbana che renda vivi molti dei luoghi oggi abbandonati e con elevato potenziale economico. Ma la città ha innanzitutto bisogno di istituzioni che mandino ai giovani messaggi di incoraggiamento a darsi da fare per indirizzare il proprio talento verso la creazione di lavoro e di ricchezza.

Solo allora quelli che spesso vengono considerati elementi distintivi positivi della gioventù napoletana potranno diventare fattore di sviluppo e non solo di autoreferenziale e fatua autostima, come quella di chi autografa orgoglioso i murales che imbrattano tutti i palazzi del centro storico. Altrimenti, i nostri ragazzi continueranno a ritrovarsi in strada per condividere l’euforia delle festività, che però assomiglia molto ad un’euforia dell’incoscienza, in attesa della prima occasione per fuggire altrove.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 6 settembre 2016

La nuova via Marina è trash? Alla domanda ho tentato di trovare risposta nel paio d’ore che ho trascorso per superare le chicane dei cantieri, con la possibilità di osservare con attenzione l’avanzamento dei lavori, e soprattutto gli svettanti filari di palma americana, che costituiscono l’elemento arboreo che caratterizza la nuova sistemazione. Soprattutto pensavo a Tommaso Labranca, lo studioso di costume che se n’è andato pochi giorni fa, e al suo illuminante librino “Andy Warhol era un coatto”, dal quale era poi nata la trasmissione “Anima mia” di Fazio. La definizione precisa di “trash” di Labranca, che prescinde da qualsiasi spocchia e giudizio di valore, è quella di  “emulazione fallita di un modello alto”, ed è facile impiegarla, nel senso che Little Tony è trash, mentre evidentemente Elvis non lo è, e questo non ti impedisce comunque di apprezzare ed amare, per motivi evidentemente diversi, sia l’uno che l’altro.

Ora, le alte washingtonie trapiantate lungo la nuova via Marina, rappresentano nel nostro immaginario una citazione precisa, rimandano ai fasti di Beverly Hills, ai waterfront e alle promenade di Cannes, Nizza, Acapulco. L’intenzione sembra quella di attrezzare un asse prestigioso di accesso al centro cittadino, con la differenza che via Marina non è un lungomare, è il prodotto dello sventramento postbellico, ed attraversa piuttosto paesaggi che richiamano le periferie industriali dei quadri di Sironi, che io ritengo ugualmente suggestivi, costeggiando da un lato il retro del grande porto commerciale, e dall’altro le propaggini del vasto quartiere industriale orientale della città. In questo contesto, i filari alti di palma americana, che per di più non offrono ombra al povero viandante, rischiano di produrre un effetto incongruo, straniante, di essere percepiti come un’emulazione fallita, e così finire dritti nell’area tracciata da Labranca.

Si dirà che le palme hanno adornato i viali di Fuorigrotta e la Mostra d’Oltremare, ma lì è diverso, c’è una storia, un esotismo profondamente originale, nato dal rapporto con le colonie, in un contesto ridente che è quello dell’eterna primavera della colline e delle conche flegree. Questo patrimonio storico è stato tristemente decimato dal punteruolo rosso, il vorace coleottero venuto dall’Asia, che a questo punto ci auguriamo non si trovi mai a svolazzare dalle parti della nuova via Marina.

Ad ogni modo, la decisione dei nuovi palmizi appare fortemente simbolica: alla stregua della demolizione delle vele, si tratta di interventi che intendono comunicare un cambio di direzione, di stile, un voltar pagina. Nel caso di via Marina, diventata nel tempo una specie di Bassora-Bagdad, l’intervento di restyling è sacrosanto, giunge con decenni di ritardo, ma resta qualcosa di incongruo, come uno scarto tra le fastose dichiarazioni verbali o fattuali, e la realtà, che rimane molto impegnativa, e che richiede oltre agli annunci e ai palmizi emulativi, un impegno amministrativo di fondo prolungato, sistematico, coerente.

La strada per riconquistare una qualità urbana decente è lunga, e non può limitarsi agli interventi di restyling e agli itinerari turistici selezionati del centro storico, che attraversano alla fine meno di un decimo della città. Le inchieste di Repubblica evidenziano una sofferenza, una cronica mancanza di cura e manutenzione, che riguarda gli altri nove decimi del territorio comunale, da Posillipo a Soccavo a Ponticelli.

Quindi, bene le Beverly Hills post-industriali, ma sarebbe questo il momento buono, ad inizio della nuova consiliatura, di presentare alla città un serio e sistematico piano di manutenzione, che ci dica come riconquistare un livello di qualità urbana appena decente, quartiere per quartiere, perché i turisti e le cartoline sono importanti, ma la qualità di vita quotidiana dei residenti, in quei poveri nove decimi dimenticati di territorio, viene molto prima.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 12 luglio 2016

E’ possibile, anzi augurabile che ci stiano già lavorando, perché è chiaro che una soluzione al duello istituzionale su Bagnoli non può essere ulteriormente rinviata, ne va della credibilità residua delle istituzioni, e di chi in questo momento le rappresenta. E’ necessario partire da una constatazione: quello che non ha funzionato a Bagnoli è l’intreccio tra la bonifica e la trasformazione urbana. Queste due attività nel nostro ordinamento fanno capo a due diversi livelli di responsabilità, con lo Stato che ha competenza in materia di bonifica (tanto più a Bagnoli, che è un sito di interesse nazionale), e i comuni e le regioni cui competono le scelte urbanistiche. Non si scappa, è la costituzione che lo dice.

A ripercorrere la storia di quest’ultimo ventennio, è evidente che i ritardi di Bagnoli sono in stati in larga misura causati dalla dilatazione spropositata, anche in termini di costi, delle operazioni di bonifica, sotto la regia del Ministero dell’Ambiente. L’urbanistica in realtà non è mai partita, ha finito per svolgere un ruolo subordinato. E’ come se si fossero ribaltati i ruoli: la bonifica ha smesso di essere un’attività strumentale, propedeutica alla trasformazione urbana, ed è diventata una grande opera pubblica autoreferenziale, fine a se stessa.

Dall’altro lato però, si è pure assistito a un affievolimento della capacità locale di governare efficacemente il procedimento urbanistico. Dopo il lungo lavoro per redigere e approvare il piano regolatore, durato quasi un decennio, il comune non si è mai dotato di una strategia e di una macchina amministrativa all’altezza, come se il piano si attuasse per forza propria, manco fossero le tavole di Mosè. In questo modo un altro decennio è trascorso. Nel frattempo la società di trasformazione urbana è fallita, nonostante le operazioni scaramantiche, come gli inutili conferimenti di beni in articulo mortis, o le ripetute inaugurazioni della Porta del parco.

Nella vicenda di Bagnoli nessuna delle due parti ha di che gloriarsi, mentre c’è molto da imparare, e la cosa sensata sarebbe che ciascuno facesse quello che la costituzione e le leggi gli richiedono di fare. Il compito del commissario governativo dovrebbe essere quello di mettere finalmente ordine in questa storia complicata della bonifica, indicando un termine certo e ragionevole di completamento. E cercando magari di applicarla veramente la legge quadro sull’ambiente, la 152, non limitandosi all’applicazione notarile di tabelle, ma conducendo una seria analisi di rischio, in considerazione dei valori di fondo particolari che caratterizzano l’area. Questo è il lavoro che è chiamato a fare lo Stato.

Per gli aspetti urbanistici, la cosa sensata, per non arenarsi nelle secche dell’incostituzionalità, è quella di riconoscere al sindaco della città poteri commissariali, tanto più che anche il presidente del consiglio ha recentemente ribadito l’intenzione di muoversi all’interno delle previsioni del piano regolatore. Per l’amministrazione appena confermata sarebbe il momento della verità, dopo il primo inconcludente quinquennio, con l’impegno innanzitutto a ricostituire una robusta capacità amministrativa, per governare le trasformazioni epocali che abbiamo in mente per Bagnoli.

Messe così, le cose potrebbero funzionare. A condizione, naturalmente, che governo, regione e comune facciano finalmente gioco di squadra. Perché se è vero che la Costituzione dice che sono le istituzioni urbane a pianificare il proprio territorio, Bagnoli rimane pur sempre una questione di interesse nazionale, per il cui esito le politiche e le sinergie governative e regionali hanno un ruolo assolutamente decisivo.

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Il bambino afghano gioca nel campo sassoso fuori casa, nell’inverno di montagna. Indossa la maglia di Messi sopra il maglione di lana grossa, se l’è fabbricata con una busta di plastica. E’ un oggetto magico, portentoso, così lui diventa il piccolo eroe che trasforma il calcio in gesti invincibili di intelligenza e bellezza, in un’arte. In Venezuela da quarant’anni l’economista-musicista  José Antonio Abreu strappa migliaia di ragazzi alla morte violenta di strada con la musica classica, fondando orchestre giovanili. A Napoli, alla Sanità, i ragazzi si fabbricano il lavoro studiando l’arte, raccontando mirabilmente ai visitatori i tesori delle catacombe, la memoria antica nascosta nel sottosuolo del quartiere sofferente. Succede quindi che l’arte,  la cultura, la bellezza, lo sport  (quello praticato, non quello ciarlato) nelle terre difficili  del mezzogiorno del mondo, diventino l’energia positiva per innamorare per sempre i cuccioli alla vita, senza lagne, credendo ancora cocciutamente che il futuro c’è. Una cosa tremendamente seria.

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Antonio di Gennaro, 28 dicembre 2015

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La sera non vado più a via Toledo. L’illuminazione, come gli altri servizi pubblici,  è inesistente, le macchie buie prevalgono, e non mi va di essere sballottato dal flusso inarrestabile di concittadini impazienti, senza volto. L’atmosfera è quella dolente della città senza padroni del “Resto di niente” di Striano. In fondo, verso il mare, c’è il deserto oscuro di piazza Plebiscito. Un po’ di luce la trovi a piazza Dante, ma non è luce di città, è quella paesana delle bancarelle. L’aria è satura di musiche incongrue, implacabili percussioni, o melodie nostrane cantate a voce piena, mentre tu cercheresti magari una nota discreta di jazz. Alla fine, trovo un po’ di rifugio nell’atmosfera silenziosa e composta di piazzetta Salazar.

Per questo la sera non vado più a via Toledo, e non c’entrano i turisti. E’ evidente, la riscoperta di Napoli da parte del passa-parola internazionale non è frutto di chissà quali politiche di miglioramento urbano, ma di congiunture favorevoli, e di una miriade di sforzi e investimenti privati, dei mille bed & breakfast fioriti in città, insieme ai piccoli locali e gastronomie, mentre le librerie chiudono. Il resto, per fortuna,  lo fa la città, da sola, che resta un posto straordinario, generoso di storia e di atmosfere, nonostante l’incuria e la carenza cronica di governo e manutenzione.

Ad ogni modo, le cose cambiano, e l’atmosfera europea che non trovi più nel capoluogo, puoi coglierla inaspettatamente nel centro storico di Pozzuoli, ma lì è veramente il frutto di una visione e di un  investimento deliberato sulla città. Il paesaggio urbano di Napoli, invece, attende di essere ricostruito strada per strada, piazza per piazza, e basterebbe poco, la luce giusta, una panchina, il marciapiede in ordine, una macchia di verde curato e il cestino dei rifiuti dove serve. Al di là degli sforzi encomiabili degli investitori privati, quello che manca è uno sguardo pubblico partecipe e responsabile sui diversi luoghi della città.

Certo, tra le emergenze che ci angustiano – a partire dalle strade che sprofondano e i palazzi che si sbriciolano, o il trasporto pubblico che non c’è più – quella dei paesaggi, della qualità delle atmosfere urbane, non costituisce probabilmente priorità. Io penso invece che sia un elemento importante, in grado di conferire senso e valore ai diversi momenti della vita in città, per noi che l’abitiamo ogni giorno, prima ancora che per i turisti internazionali, al centro come in periferia. Alla fine, ciò di cui si avverte la mancanza, è quel minimo di dimensione urbana, europea, che la città certamente merita, al posto della malinconica, inarrestabile deriva strapaesana di questi scombinati ultimi anni.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 30 dicembre 2015 con il titolo “La sera non vado più in via Toledo e i turisti non c’entrano”

La fotografia è ripresa da ilmattino.it

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Marco Rossi-Doria, Repubblica Napoli 20 dicembre 2015 

tramonto leggero

E’ anno elettorale. E ognuno di noi vorrebbe una città che finalmente esca dal declino e ritrovi il suo posto nel Paese. Una città guidata da una squadra che sappia realizzare quello scatto d’orgoglio che Napoli chiede e spesso sa suggerire, da moltissimo tempo. Sì, una squadra – di giovani e non giovani – scelta per merito nell’affrontare i nodi del mancato sviluppo locale, della povertà, della crisi educativa, della ripresa dei cantieri urbanistici, culturali e sociali fermi, per la capacità di ascolto metodico, per la decisiva competenza di sapere mettere insieme guida politica e funzionalità amministrativa; un governo cittadino finalmente più leale che fedele a un sindaco che, a sua volta, sia sufficientemente liberale, sicuro di sé e munito di cultura organizzativa moderna da saper evitare le ossessioni del controllo e la demagogia e da saper rendere conto delle cose fatte e da fare. Chiamando anche noi cittadini a essere più adulti e a smetterla di credere nell’ennesimo “salvatore della patria” che ci de-responsabilizza dalla fatica dei miglioramenti graduali, complessi, misurabili. Forse finalmente saremmo capaci di maturità, di più piena cittadinanza. E sapremmo affiancare e incalzare il governo cittadino ciascuno per le cose che conosce e che sa fare, anche da posizioni di opposizione, accolti a nostra volta per le nostre competenze e realistiche proposte.

CHE in tanti abbiamo nutrito e messo alla prova ovunque in città negli anni. E forse potremmo anche disintossicarci da un rivendicazionismo localistico, un po’ straccione e inconcludente e sostenere un’amministrazione capace di ripensare il rapporto della terza città d’Italia con il governo nazionale favorendo così l’arrivo di risorse anche straordinarie, indispensabili per affrontare una situazione di straordinaria gravità, qual è la nostra, dal punto di vista della legalità, della vivibilità, del lavoro, dello sviluppo locale, della coesione sociale. Nello spirito che fu di Nitti, all’inizio del secolo scorso.

È sano e anche possibile aspirare a tutto questo. Ma per tradurre tale aspirazione in politica andrebbe impressa, già subito, una svolta al dibattito pubblico da parte di chi fa politica. Che proponga di affiancare ai candidati le squadre di qualità che la situazione richiede, che metta l’accento sulle questioni da risolvere, nutrendo il dibattito con le analisi puntuali e i dati, che non dica solo cosa fare ma come fare, in quali tempi, con quali risorse.

Sarebbe, insomma, ora di avere una campagna elettorale magari dura ma che entri nel merito delle cose superando l’ossessione personalistica.

La crisi strutturale di Napoli, che non ha pari per dimensione multi-fattoriale – in nessuna altra metropoli europea, dovrebbe consigliare ai protagonisti della politica una simile svolta nei modi di condurre questa campagna elettorale.

Ma purtroppo fino ad oggi così non è. Il Partito Democratico – la forza che ha maggiori responsabilità pubbliche perché più a lungo ha guidato Regione, Provincia, Comune e segnato la vita politica – si avviluppa quasi unicamente sul vetusto dilemma: Bassolino sì o no. Come se vent’anni non fossero passati o la “città dei bambini” si fosse davvero realizzata. La destra è quasi afona su cosa e come fare. Il sindaco uscente è più attento alla difesa d’ufficio che all’esame, magari anche auto-critico, sul da fare. Il Movimento Cinque Stelle è ancora al di qua del proporre soluzioni di merito.

E, per ora, proprio nessuno chiama a raccolta le esperienze diffuse e le energie competenti in modo non strumentale ma davvero aperto, fondando così una promessa di nuovo patto tra politica e città.

Il fatto è che la politica – a Napoli, ancor più che altrove – è così centrata su se stessa e sulla difesa delle posizioni di rendita da non riuscire neanche a registrare la gigantesca voragine, da tempo aperta, tra la città e la politica stessa.

«Ogni volta si dice così» – qualcuno obietta, quando si fanno questi ragionamenti.

Ma è la progressione spaventosa nei dati dell’astensione che mostra come stanno le cose.

Eccola: confrontiamo i dati delle elezioni politiche (Camera dei Deputati), in Italia e, nello specifico, a Napoli, dal 1992 a oggi.

In Italia alla Camera votarono il 93,19% nel 1992, l’82,88% nel 1996, l’81,38% nel 2001, l’83,62% nel 2006, l’80,51% nel 2008, il 75,20% nel 2013.

A Napoli votarono, alla Camera, il 90,95% nel 1992, il 75,56% nel 1996, il 76,16% nel 2001, il 73,47% nel 2006, il 67,68% nel 2008, il 60,10% nel 2013. Con un aumento dell’astensione molto più forte rispetto allo scenario nazionale, come si evince dal confronto.

Veniamo adesso al dato delle elezioni comunali a Napoli (primo turno): nel 1993 votarono il 67,03%, nel 1997 il 68,17%, nel 2001 il 68,16%, nel 2006 il 66,64%, nel 2011 il 50,58%: un vero e proprio crollo.

Purtroppo il peggioramento nella partecipazione alla politica c’è, eccome: i cittadini che non traducono in scelta politica il proprio vivere, pensare, operare in città sono 4 o 5 su 10.

Ci vuole un’altra politica. E sarebbe auspicabile che almeno uno dei quattro schieramenti contendenti aprisse una nuova danza, avviando un confronto autentico sulle priorità e sul come realizzarle.

Vedremo se avverrà.

Ma una cosa è purtroppo certa: se non avverrà, l’astensione rimarrà alta, ci saranno minori possibilità di avere un’amministrazione che favorisca il riscatto di Napoli e la vita e la politica si allontaneranno ancora.

Antonio di Gennaro, 20 novembre 2015

 

Expo2015

 

Il premier Renzi, al termine del Consiglio dei ministri che ha stanziato i fondi per Bagnoli, ha detto che l’obiettivo è “chiudere il pacchetto bonifiche da qui ai prossimi 24 mesi e poi lanciare un progetto strategico simile all’Expo”. L’applicazione all’area di Bagnoli del cosiddetto “modello Expo” deve essere considerato un fatto positivo, se questo significa restituire finalmente al recupero dell’ex acciaieria il rango di questione nazionale, la cui importanza travalica i confini metropolitani e regionali, e interessa il destino di un intero paese. Insomma, il riferimento all’Expo è una buona cosa, se con esso si identifica la cooperazione fattiva e responsabile, sempre mancata in questi anni, tra i diversi livelli istituzionali, dal comune allo stato centrale, passando per la regione (senza dimenticare Bruxelles).

Considerati gli aspetti positivi dell’annuncio del primo ministro, restano quelli un po’ più evanescenti, a cominciare dalla priorità che il decreto indica, che è quella del completamento della bonifica, che impegnerà l’azione del commissario e dell’ente attuatore per i prossimi due anni, assorbendo ancora una quantità significativa di risorse, dopo le centinaia di milioni spesi nel decennio precedente. Insomma, si riparte da capo, con una nuova caratterizzazione dell’area,  senza che alla città sia stato mai presentato un consuntivo decente del lavoro già fatto, con un’operazione un po’ surreale di rimozione del passato, che è la maniera migliore per fare gli stessi errori e impantanarsi di nuovo.

Per rimettere in moto Bagnoli è assolutamente necessario invertire l’ordine delle priorità, con gli obiettivi di riuso dell’area che devono prevalere su quelli di una bonifica autoreferenziale, ragionando finalmente in termini di “messa in sicurezza” e di “analisi di rischio” calibrate sulle destinazioni future, piuttosto che sugli standard ambigui delle tabelle di legge, buoni a giustificare, come si è visto in questi anni, ogni costosissima tergiversazione.

E’ questo il punto centrale della questione, perché l’orizzonte temporale del “modello Expo” invocato dal presidente del consiglio, era quello serrato del grande evento, e le difficoltà non a caso vengono ora, quando bisogna immaginare un futuro “lungo” per l’area espositiva, e le ipotesi messe in campo non sembrano pienamente convincenti. Anche l’idea del grande centro di ricerca sulla genomica non ha persuaso del tutto gli addetti ai lavori, alcuni dei quali hanno osservato come la ricerca avanzata necessiti di investimenti per il rafforzamento e la  messa a sistema delle eccellenze esistenti, piuttosto che la creazione di nuovi, sfavillanti contenitori.

La stessa difficoltà si presenta per Bagnoli, che non è un grande evento che dura alcuni mesi, come l’Expo e il Giubileo, ma il nuovo grande quartiere della terza città d’Italia, qualcosa che per definizione è destinato a durare nel tempo, un’operazione probabilmente mai affrontata prima nel nostro paese, su un’area che è grande tre volte quella dell’esposizione universale di Milano. L’augurio che dobbiamo farci allora è che da una responsabile cooperazione istituzionale nasca, superando gli errori dell’ultimo decennio, un “modello Bagnoli”, qualcosa di buono finalmente per Napoli e per l’Italia.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 21 novembre 2015 con il titolo “Ma Bagnoli non è l’EXPO”

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Nell’articolo di Stefano Bartezzaghi pubblicato da Repubblica il 6 novembre scorso considerazioni niente affatto scontate sul governo delle grandi città in Italia. Condivido.

Antonio di Gennaro, 24 ottobre 2015

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Ce l’hanno fatta vedere solo dall’alto in questi vent’anni l’area industriale, dalla curva di Posillipo, liberarsi progressivamente degli impianti, i sedimi ormai vuoti rinverdirsi d’erba e di cespugli, trasformati in campi aperti verso chissà quale futuro. Solo dall’alto l’abbiamo abitata, come una terra espropriata, cinta tutt’intorno da un muro invalicabile. Se dovessi indicare un’immagine che riassume per intero la vicenda di Bagnoli, sceglierei proprio quel muro che la racchiude ancora, coi murales che scolorano, ed è l’unica cosa che non cambia.

Prima il muro serviva a proteggere il lavoro, a separare la città dalla fabbrica, le case degli uomini dalla fucina tremenda dell’acciaio. Poi quel muro divenne il guardiano della bonifica, attività misteriosa e complessa, che doveva liberare terre e acque dai veleni dell’industria, preparandole ad una nuova vita. Alla fine, quello stesso muro, si è trasformato in custode giudiziario dell’area, nel frattempo sequestrata dalla magistratura, che in quella bonifica vuole vederci chiaro. Per la città il risultato non cambia, c’è sempre un muro tra noi e Bagnoli, è impossibile vedere, impossibile sapere, è una faccenda che non ci riguarda.

Negli altri posti del mondo dove queste cose sono state fatte con successo, a partire dall’abusato esempio della Ruhr, il recupero delle aree minerarie e industriali è sempre stato una grande attività sociale, dove la conoscenza, la trasparenza, il coinvolgimento delle persone non erano perdite di tempo, ma garanzia di risultato. Per Bagnoli, invece, un rapporto periodico alla città sul recupero dell’area non è mai stato fatto, ed allora il muro che impedisce l’accesso simboleggia anche questo, l’impossibilità per i cittadini di conoscere, di essere informati sui lavori in corso, sull’avanzamento delle operazioni.

Quello che si è capito mettendo insieme le informazioni che pure trapelano, è che l’area della fabbrica non è quel crogiuolo di veleni che ci hanno raccontato. Anche la costosa barriera idraulica che è stata realizzata, serve alla fine per l’inutile depurazione di una falda tendenzialmente pulita, che rientra già nei limiti di legge, se si considera che Bagnoli è un’area termale, che qui le tabelle del decreto 152 valgono fino a un certo punto, e bisogna invece guardare ai valori di fondo naturali. In un gioco a perdere, invece, l’acqua già pulita viene inutilmente depurata, finendo poi nel circuito fognario, anziché a mare, con il risultato di affaticare ancor di più la rete e il mal messo impianto di Cuma.

E’ questo solo un aspetto di un’attività di bonifica, a ferrea regia ministeriale, che è poco definire opaca e farraginosa. Un’attività costata all’erario alcune centinaia di milioni, tutta basata su astratte tabelle, anziché su serie analisi di rischio, e il cui completamento è ancora posto come precondizione per il recupero urbanistico, che la città sfiduciata aspetta, e che in realtà non è mai iniziato, mentre continuano le indagini, le analisi, gli approfondimenti, e il muro scrostato rimane a presidio dell’oscurità e del mistero.

Vallo allora a raccontare che una parte consistente delle nuove cubature previste dal piano, circa la metà, è su suoli di proprietà pubblica, che non hanno bisogno di bonifica, e si potrebbe finalmente passare alla trasformazione, accompagnando le previsioni urbanistiche astratte con quella strategia di attuazione che non c’è stata mai, magari articolando in segmenti più maneggevoli il grande progetto di recupero, definendo per ciascuno di essi tempi e priorità.

Prima di questo, però, è venuto il momento di abbatterlo una volta per tutte quel benedetto muro, di riconoscere finalmente alla città diritto di accesso ai luoghi, alle conoscenze, alle scelte. Altri muri simbolo del ‘900, ben più famosi, sono caduti, sarebbe ora che questo succedesse anche a Bagnoli. Dobbiamo poter calpestare quelle terre, respirarne l’aria, un’esperienza che già cosi è da mozzare il fiato, ti arricchisce di idee, di fiducia, ti da il senso che quella terra è tua, e che possiamo farcela.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 1 novembre 2015

Antonio di Gennaro, 12 settembre 2015

 

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Per favore, visitatelo una volta il Parco dei Camaldoli, una mattina o un pomeriggio, e portateci i bambini. E’ il parco più strabiliante che abbiamo in città, il meno conosciuto. Lasci la macchina all’ingresso dei Camaldolilli e ti inoltri, in pochi minuti un miracolo avviene, la città scompare, ti avvolge il verde e l’odore silenzioso del bosco. Improvvisamente è come trovarsi in Appennino, in quel grande castagneto che si estende per un centinaio di ettari – poco meno di Capodimonte – dalla sommità della collina, giù per i versanti e i valloni freschi, densi d’ombra e mistero.

Il Parco dei Camaldoli è la natura in città, ma anche la storia, perché il bosco ceduo di castagno è allevato così da un paio di millenni, e ha fornito fino alla metà del Novecento e all’affermazione del cemento armato, i pali per l’edilizia e le protezioni agricole. Questi boschi erano floridi e curati come un salotto, venivano ceduati ogni decennio, sulla base di una meticolosa rotazione. In questo modo il bosco si teneva leggero sul versante, esercitando al meglio la sua funzione protettiva, contro erosioni e frane. Un sistema di gestione estremamente razionale, iniziato coi Romani o forse prima, e dobbiamo allora pensare a questi ecosistemi come a un centro storico verde, fatto di rami e foglie anziché di mattoni.

La storia del Parco è singolare, perché è stato realizzato negli anni ’80, con uno scampolo di fondi per il disinquinamento del Golfo di Napoli: fu un valoroso funzionario comunale, Giovanni Dispoto – uno degli urbanisti poi frettolosamente e anzitempo congedati – a suggerire all’Amministrazione (l’assessore era Giulio Di Donato) di usare i soldi rimasti per acquisire al patrimonio pubblico quel pezzo intatto di castagneto, salvandolo dalla speculazione, e facendone un parco pubblico.

Certo, non vi aspettate l’ordine dei giardini reali del ‘700. Qui c’è la selva, con la sua architettura ariostesca,  l’intrico dei fusti, le antiche ceppaie che sembrano sculture, il ricamo verde del brachipodio e del pungitopo, le fioriture stagionali di pervinche, ginestre, ciclamini e rare orchidee.

Per tutte queste cose, allora, visitatelo una volta il Parco dei Camaldoli, perché l’antico bosco millenario sta morendo. In assenza di gestione, le ceppaie si affollano e deperiscono, l’una dopo l’altra. I fusti non ceduati muoiono e cadono, avvinti dall’edera, l’erosione inizia il suo lavoro, e l’atmosfera è quella suggestiva e tremenda di un bosco tropicale, con la vita che nasce dalla morte e dalla dissoluzione.

napolimonitor bosco

disegno di cyop&kaf, da http://www.napolimonitor.it

Lo spettacolo è grandioso, perché qui nulla finisce ma tutto si trasforma, ed allora questo bosco ci parla del resto della città, che in  fondo, anche nella sua parte costruita, quella che abitiamo tutti i giorni, è lasciata, in mancanza di cura, alla mercé delle stesse dinamiche dissolutive. Quello che questo bosco racconta, è che comunque la natura non sta ferma, nel centro storico di pietra come in quello vegetale; che la nostra inazione non comporta immobilità, ma comunque dinamica ed evoluzione, che lo vogliamo oppure no. In assenza di governo e manutenzione, Napoli diventa un grande esperimento ecologico e sociale, del quale noi abbiamo scelto di subire, inerti, le inesorabili risultanze.

Per questo, alla fine, quello che questo bosco ci dice – visitatelo per favore – è che prima di piantare alberi e realizzare nuove aree verdi, sarebbe bene ricordarsi di curare quelle che già ci sono (più di tremila ettari tra campagne, selve ed aree ricreative, come meticolosamente contabilizzato nel Piano regolatore del 2004). Partendo magari dal Parco dei Camaldoli, che in silenzio vive il suo struggente declino, e che continua, nonostante tutto, a raccontare alcune cose importanti su di noi.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 23 settembre 2015 con il titolo “Per favore visitate il parco dei Camaldoli”