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Antonio Di Gennaro, Repubblica Napoli del 12 dicembre 2017

Avevo chiesto a Pietro Spirito di raccontarmi qualcosa del lavoro che sta facendo come presidente dell’Autorità portuale del Tirreno centrale, che comprende i porti di Napoli, Salerno e Castellammare di Stabia. Non ci ha pensato su. «Domenica mattina facciamo una visita guidata», mi ha risposto, «l’appuntamento è alle dieci al varco dell’Immacolatella, ti aspetto».

Nel frattempo mi procuro gli ultimi libri di Parag Khanna, il giovane studioso indiano di strategie globali, so che per Pietro sono fonte di ispirazione, così arrivo preparato. Appena ci incontriamo gli dico subito che Connectography potrebbe essere un bel saggio di 150 pagine, 600 sono decisamente troppe, neanche Ken Follet… Lui sorride. Resta il fatto che le idee dell’indiano sono intriganti. Secondo lui, in tempi di globalizzazione, gli stati nazionali coi loro territori e confini complicati da difendere fanno acqua, mentre sono le città i soggetti vitali, i cuori pulsanti della rete di supply chain, le filiere globali lungo le quali scorrono i flussi di beni, persone, informazioni, energia.

Nel frattempo le persone arrivano, sono un centinaio, è una mattina fredda di sole, nuvole scure e pioggia, gli ombrelli colorati si aprono e si chiudono di continuo sulla banchina lucida, mentre tutt’intorno la vita del porto vibra, coi pullman turistici, le cabine degli autoarticolati, una nave da crociera tutta bianca fa da sfondo, imponente, alta come un palazzo di quindici piani.

La prima tappa è al palazzo settecentesco dell’Immacolatella, la costruzione roccocò con le statue volteggianti: come la casina vanvitelliana sul Fusaro, era tutta circondata dall’acqua, collegata alla terra da un istmo sottile, poi la colmata del porto l’ha assorbita, ed ora sta lì incastrata nella modernità, una presenza fascinosa e incongrua. Nell’Ottocento di qui partivano i migranti (quelli nostri), a breve iniziano i lavori di restauro, poi diventerà un centro di ricerca delle università campane sull’economia del mare.

Una cosa mi è subito chiara, la comitiva che si va raccogliendo non è occasionale. Ci sono ricercatori del Cnr, dell’università, rappresentanze di associazioni ( Propeller club, Friends del Molo San Vincenzo, Lega navale, Aniai), insomma, una piccola appassionata comunità di scopo, che da anni lavora per restituire alla città il porto assieme alla sua storia. Nel frattempo arriviamo al parallelepipedo immenso dei Magazzini generali, progettato negli anni ‘40 da Marcello Canino, doveva andar giù, poi la Soprintendenza ha posto il vincolo storico. L’immenso edificio sarà restaurato, diventerà sede del Museo del mare e dell’emigrazione.

Siamo al Molo Angioino, la Stazione fascista di Bazzani è una macchia elegante di luce bianca, mentre di fronte il castello antico, fradicio di pioggia, è tutto nero. Ora è Pietro a parlare, si aiuta con un piccolo megafono. Il progetto per il nuovo terminal del Beverello, un’elegante costruzione bassa, rivestita in pietra lavica, per le partenze verso le isole del golfo, al posto delle baracche provvisorie che stanno lì dall’80, è stato finalmente approvato, grazie al lavoro fatto con la Soprintendenza. Alla fine, per rimettere a posto il tratto di waterfront che abbiamo percorso, serviranno una ventina di milioni, poi sarà tutto un continuo, dalla nuova piazza Municipio, con la Metropolitana e l’archeologia, fino alla Stazione marittima sul mare, in quello che sarà uno dei luoghi più belli d’Europa.

Il porto che si re- integra con la città e con la sua area metropolitana, è questa l’idea fissa di Pietro. Le connessioni lunghe delle reti globali, di cui parla Parag Khanna, sono importanti, ma è anche cruciale la ricucitura coi luoghi, quello che succede al passeggero o alla merce non appena mette piede a terra, il taxi che trovi subito per l’aeroporto, senza dispute e battibecchi, ma anche il bus che ti conduce, senza mai scendere, ai luoghi storici, le Regge di Capodimonte e Caserta; o il nuovo binario a Vigliena che ti collega direttamente all’alta capacità, e alle piattaforme logistiche dell’area metropolitana. Più semplicemente, per gli abitanti della città, poter passeggiare tranquillamente sul mare, come in un nuovo quartiere guadagnato alla quotidianità.

I numeri sono importanti: 143 ettari a terra, 266 ettari di specchi d’acqua, 12 chilometri di banchine; con 8 milioni di passeggeri l’anno, il Porto di Napoli è il secondo scalo in Italia dopo Messina, mentre per il traffico merci è in nona posizione (23mila tonnellate). Con il dragaggio dei fondali, la realizzazione della nuova Darsena di levante, il rafforzamento dei collegamenti con Capodichino e l’Alta velocità, la sinergia con il retroterra dell’area orientale, il porto può guadagnare ulteriori posizioni nel Mediterraneo e in Europa. La creazione della Zona economica speciale prevista dal Decreto per il Mezzogiorno, con particolari agevolazioni fiscali per chi investe, aprirebbe nuove prospettive per la città e per l’intera area metropolitana. C’è una legittima aspettativa intorno alle Zes, in tutta Italia.

Tornando a Khanna, secondo lui un ruolo importante nell’ascesa delle città è svolto dai tecnici, i civil servant, i soli in grado di assicurare quella continuità d’azione che la politica non sembra più in grado di offrire. Lo dico a Pietro, gli dico che è difficile riscontrare, in ambiti politici elettivi, un livello di cooperazione ed intesa con pezzi vitali della società, come quello che ho riscontrato stamattina, passeggiando con lui sulle banchine umide di pioggia.

« Non sono d’accordo, qui Khanna sbaglia alla grande. I tecnici da soli non bastano. Magari ti curano uno spread, ma le ferite e i costi sociali che lasciano sono forse più gravi. Sono la politica e le istituzioni che devono indicare direzione e compatibilità. Il mio lavoro è quello di farle lavorare insieme, ed è per questo che quotidianamente collaboro assai positivamente con il sindaco, il presidente della Regione, il ministro delle Infrastrutture. A regole invariate, senza aspettare le riforme, usando con intelligenza le leggi che già abbiamo. Per fare questo – continua il presidente dell’Autorità portuale – occorre certo competenza, ma ancora di più pazienza, costanza, e un po’ di tempo. In Italia le cose procedono con lentezza, ma è già un risultato, restassero ferme sarebbe assai peggio ».

La passeggiata si chiude al Molosiglio, sbuca il sole ed illumina la selva di alberi e vele nella Darsena. Mancherebbe da percorrere il Molo San Vincenzo, la possente infrastruttura borbonica che procede per due chilometri nel mare, fino al faro, e alla statua benedicente del Santo, offrendo della città la visione più straordinaria e struggente. Per riaprirlo al pubblico occorrono novecentomila euro, bisogna rendere sicuro il primo tratto che attraversa il quartiere della Marina militare. Poi c’è da mettere a posto il resto, le mura nere di pietra del Vesuvio, e i cannoni arrugginiti. Pietro ha ancora tre anni davanti. Si può fare.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 29 novembre 2017

Nel suo bell’articolo pubblicato ieri sulle pagine di “Repubblica Napoli”, (“La metropoli salvata dagli alberi”) Maurizio Fraissinet spiega molto bene l’importanza degli alberi in città, che non sono solo un elemento decorativo del paesaggio urbano, ma un infrastruttura verde che depura l’aria, trattiene gli inquinanti, mitiga la cosiddetta “bolla di calore”, proteggendo in questo modo la salute delle persone.

Non un lusso quindi, ma in tempi di global change, una impellente necessità. Il problema è che per ottenere questo, noi chiediamo ai frondosi ospiti verdi di vivere in condizioni particolari, in un ecosistema che non è il loro, dove lo spazio per le radici, i rami e le foglie spesso non c’è, e i poverini devono adattarsi come possono. Interferendo per di più con le pavimentazioni, i sottoservizi, gli edifici e l’arredo urbano.

La risposta, è evidente, sta nella cura e nella manutenzione: gli alberi sono esseri viventi, con le loro particolari esigenze che devono essere tenute di conto e, nei limiti del possibile, assecondate. Invece, quella cui abbiamo assistito nei giorni scorsi, con le scriteriate capitozzature dei filari storici nelle vie più belle del Vomero – i platani sotto i quali giocava mio padre piccolino – è una specie di resa dei conti, di ridimensionamento brutale, con il quale sembra che la città voglia in una volta riprendersi lo spazio che queste silenziose creature hanno nei decenni faticosamente conquistato.

Questo modo di intervenire sbrigativo sugli alberi vetusti non solo è tecnicamente sbagliato, ma anche rischioso, perché è causa di squilibri ed instabilità futura. È un rinviare al futuro i problemi, aggravandoli. La cosa sorprendente poi, è che queste operazioni a quanto pare non sono state svolte da tecnici comunali, ma da ditte edilizie private, su incarico di soggetti privati, che hanno così inteso beneficiare l’amministrazione di un servizio di manutenzione al quale il Comune non riesce a far fronte per scarsità di uomini, mezzi e risorse finanziarie.

Questo grazioso scambio di servigi è il caso che cessi immediatamente, e bene ha fatto il sindaco a intervenire, seppur a cose mezzo fatte, con una moratoria. Perché gli alberi di Napoli sono un patrimonio pubblico, sul quale è abilitato a intervenire esclusivamente personale specializzato, sotto il controllo di funzionari comunali, nel quadro di un regolamento del verde (che attualmente manca) che detti regole, modi e finalità delle attività manutentive. Nelle città europee normali succede così.

Quella che serve poi, come al solito, è la programmazione, perché gli studi dicono che la vita media di un albero in città è intorno ai quarant’anni, e questo significa che è necessario prevedere un turn-over, per sostituire gli esemplari in condizioni critiche, mantenendo così nel tempo un patrimonio verde stabile nella sua composizione, di elevata qualità e funzionalità.

Tutte queste cose chiede ora a gran voce la rete di cittadini e comitati che su questi temi si è aggregata, proponendo all’amministrazione un manifesto sulla gestione del verde urbano. Bene ha fatto quindi Maurizio Fraissinet con il suo articolo di ieri a ricordarci che gli alberi non sono un ornamento, o un fastidio necessario, ma il più efficiente depuratore urbano.

Se l’infrastruttura verde c’è, manca evidentemente quella amministrativa e tecnica, e la sua ricostruzione e riorganizzazione dovrebbero essere nell’immediato i principali obiettivi del governo della città.

Maurizio Fraissinet, Repubblica Napoli del 28 novembre 2017

 Le polemiche dei giorni scorsi sull’ennesima capitozzatura degli alberi al Vomero costituiscono una diatriba, quella tra ambientalisti e Ufficio Giardini del Comune di Napoli, che si trascina da decenni. Quest’anno si sono svolte proprio in occasione della festa degli alberi. Un evento di portata internazionale che negli ultimi anni ha ripreso vigore, arricchendosi di nuovi significati. Ed è proprio questo il punto: i nuovi significati. In un’epoca in cui il cambiamento climatico si è reso evidente a tutti noi, con le sue inevitabili conseguenze nefaste, e nella quale muoiono ogni anno, solo in Italia, 90.000 persone di malattie derivanti dall’inquinamento atmosferico, va necessariamente rivisto l’approccio al verde urbano.

Si impone a tutti noi la necessità di cambiare atteggiamento culturale nei confronti del verde urbano. Non deve essere più considerato un ornamento, un arredo urbano, e come tale uno “ sfizio” o un “ lusso” che in questi tempi di ristrettezze economiche non ci possiamo permettere. Deve rappresentare invece una fondamentale ed insostituibile infrastruttura di prevenzione sanitaria per le popolazioni urbane. Popolazioni che, quando non muoiono di tumori alle vie respiratorie, sono comunque soggette a subire malattie dell’apparato respiratorio e frequenti manifestazioni allergiche.

Chi amministra politicamente una metropoli, chi deve prendere le decisioni tecniche inerenti la gestione del verde urbano, non può più prescindere da alcuni dati scientifici da tempo ormai accertati. Le foglie degli alberi hanno una grande capacità di assorbimento di alcune sostanze inquinanti presenti nell’aria delle grandi città. In particolare sia studi condotti già da tempo dai botanici e dagli ecologi dell’Università Federico II di Napoli, sia ricerche più recenti condotte negli Stati Uniti dimostrano che sulla superficie fogliare si deposita il cosiddetto “ particolato di origine antropica”, quelle polveri sottili, cioè, derivanti dal traffico automobilistico, le attività industriali e il riscaldamento dei palazzi. A Napoli si aggiungono anche i fumi inquinanti delle navi nel porto. Sono le famigerate MP 10 e MP 2,5, dove i numeri stanno ad indicare la dimensioni e si riferiscono al micron, la millesima parte del millimetro. Queste dimensioni così piccole le rendono invisibili ma, nel contempo, anche letali perché penetrano nel nostro corpo attraverso la respirazione e vanno a infiammare le cellule, se non, addirittura, indurre il cancro. Un’altra importante scoperta è stata quella sugli Ipa ( Idrocarburi policiclici aromatici), anch’essi prodotti dagli scarichi automobilistici. Sono molecole che da tempo ormai sappiano essere in grado di indurre il tumore. Ebbene è stato dimostrato che i tessuti cellulari delle foglie sono in grado di assorbirli e di metabolizzarli nel metabolismo dei grassi, riducendo in tal modo la loro concentrazione nell’aria. È stato anche messo a punto un modello per cui si può calcolare la capacità assorbente a secondodella specie arborea e si può quindi calcolare quanti alberi servono per purificare l’aria di una strada o di un quartiere. Non è fantascienza, è già realtà.

Sono tante le metropoli nordamericane ed europee che stanno adottando piani del verde con questo fine e anche in Italia, e qui c’è anche il lavoro di scienziati napoletani, lo si è fatto quando si è progettato il passante di Mestre: si è calcolato quanti alberi dover piantare lungo la strada e nelle aree libere per abbattere l’inquinamento. Se a questo aggiungiamo anche l’effetto mitigatore del clima degli alberi urbani, si capisce che questi forniscono servizi ecosistemici fondamentali per la nostra vita in città. C’è chi ha calcolato il valore economico di questi servizi forniti dagli alberi e si sono ottenute cifre elevate in euro per ogni albero. Cifre per le quali, fortunatamente, gli alberi non ci chiedono il conto.

Alla luce di queste informazioni si comprende che oggi la questione del verde urbano deve diventare prioritaria nelle preoccupazioni di un amministratore, pertanto devono cambiare i bilanci comunali che oggi destinano al verde pubblico risorse residuali.

Deve cambiare l’approccio dei tecnici comunali, pervasi solo dalla smania di liberasi degli alberi perché costituiscono un problema, dei cittadini che chiedono di tagliarli e/ o di potarli perché danno fastidio. Deve cambiare l’approccio culturale, si deve parlare degli alberi urbani come di una infrastruttura di prevenzione sanitaria.

Antonio Di Gennaro, Repubblica Napoli del 23 novembre 2017

Camminando per le strade del centro il divario è stridente. Tra la fascinazione che i cento ettari di centro storico rivitalizzati riescono ad esercitare sui turisti di mezzo mondo, che non la smettono proprio di fotografare, in una babele dolce di lingue, e il livello dei servizi pubblici, i trasporti da paese del terzo mondo.

Nell’espressione dei poverini in attesa alle fermate del bus, c’è l’avvilimento, lo smarrimento di chi è costretto a vivere senza più orario, certezza del servizio, uno straccio di programma per la giornata. Quanto tutto questo possa reggere, nessuno lo sa. La riscoperta di Napoli è avvenuta dal basso, senza politiche pubbliche, grazie al passaparola globale, ma gli effetti sul mercato dei fitti e sugli equilibri sociali nei quartieri più sensibili della città si fanno già sentire.

C’è poi il divario tra il centro e le periferie, ne parla Ottavio Ragone nell’editoriale di martedì scorso, ma è un fatto che non riguarda solo i quartieri popolari, perché l’abbandono e l’assenza di manutenzione in città inizia prima, dall’arco dei quartieri borghesi sulle colline. Secondo uno studio Svimez a Napoli mancano sei miliardi per mettere a posto le infrastrutture e le reti che vengono giù a pezzi. È il debito pubblico territoriale, i soldi che mancano per rimettere a posto il paese. Il risultato è che i turisti vengono, ma i napoletani se ne vanno. Sempre secondo Svimez ventimila persone hanno lasciato la città nel triennio 2014-2016, che è proprio un brutto segno, sono i più giovani e preparati a scegliere di andar via.

L’amministrazione della città, nata nel segno della discontinuità, ha optato alla fine per il laissez faire, preferendo non intervenire sugli squilibri strutturali della macchina comunale, troppo rischioso, così che in dissesto eravamo all’inizio, in dissesto ci troviamo ora, e due consiliature sono andate in questo modo sprecate.

È evidente che non si chiedeva la luna, bastava molto meno, ad esempio dichiarare un obiettivo di servizio minimo – trasporti, decoro urbano, assistenza sociale – che ci si proponeva di raggiungere, per migliorare un po’ la qualità di vita non tanto dei turisti, ma quella nostra, rendendo produttivo almeno qualche rivolo del fiume di spesa pubblica clientelare, che si traduce nella fiscalità locale più esosa d’Italia. Si è preferito governare a vista, spostando l’attenzione sui temi comodi dell’antagonismo, dell’identità, una forma scaltra di populismo, che butta ogni volta il pallone fuori dal campo di gioco, e non deve mai render conto a nessuno.

La cosa è più complicata, perché diciamo Napoli, ma i problemi travalicano il confine urbano. Tra le periferie sofferenti, dopo i quartieri a nord e a oriente, ci sono i casali, la corona dei comuni dell’hinterland stravolti dall’abusivismo, i luoghi d’Italia dove il deficit di cittadinanza e di speranza è più acuto. Territori ai quali il capoluogo non riesce proprio a dare rappresentanza, la città metropolitana è nata già morta, e si continua a stare insieme nel segno nella diffidenza e del rancore.

Così, il divario ci accompagna, diventa una dimensione di vita, viviamo alla giornata. Tutti orfani di un progetto, una visione, la capacità di dare alla terza città d’Italia orizzonti più larghi di spazio e di tempo.

(A proposito, ho il ricordo preciso di quella mattina di gennaio del 1976, comprai il primo numero del giornale all’edicola sotto il vecchio platano, nella curva alta di via Domenico Fontana, il cielo era azzurro, si vedeva tutto uno spicchio di golfo e di Vesuvio. Ero un ragazzo di quattordici anni, quel piccolo giornale mi ha accompagnato, è stato un pezzo importante della vita del paese, Col vestito nuovo la storia continua, auguri).

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Gennaro Matino, Repubblica Napoli del 23 luglio 2017

Morire di rumore si può, a Napoli di più: cronaca di un’ordinaria notte afosa di mezza estate. Ricordate quando le “signorine buonasera” suggerivano all’inizio dei programmi televisivi serali di tenere il volume dei televisori moderatamente silenziosi per non disturbare la quiete dei vicini, considerato che il caldo imponeva le finestre aperte? Altro tempo, altra civiltà. Le proteste dei residenti di Chiaia per i baretti e quelle di Aniello Falcone di questi giorni nient’altro sono che esasperazione di cittadini, voce particolare di diffuso malessere che riguarda la città nel suo insieme e che consente a quelli che “pure anna campa’” di “sotterrare” quelli che vorrebbero campare civilmente. Vomero, settimo piano, ed è quanto dire fa caldo come mai, le finestre aperte per non fare la fine delle “zoccole”, e la strada, i locali, le voci diventano il palcoscenico indesiderato che ti costringe alla veglia. Inizia il clochard neo melodico, sono le dieci di sera, canta alla luna e lo fa a squarciagola. Non ci sono applausi. Vabbè fa colore, un sorriso ci può stare. Alle undici l’appuntamento “strategico” dei portatori di cani, lo scontro per il territorio è rituale. Si abbaia a “voce alta” tra padroni e cani, si litiga, si spiega, si raccontano le virtù di Fido e tu al settimo piano “giustamente” ne devi essere informato. A mezzanotte il primo turno dei “rinfreschi” prima delle danze e siccome è bene arrivare in forma, volume e musica a palla e prova di passi sotto le stelle. All’una monnezza indifferenziata e indifferenziato clacson a chiedere il passo, casomai la vecchina del piano di sotto avesse dimenticato l’apparecchio acustico potrà anche lei godersi lo spettacolo. Dalle due alle tre è tempo di panini, granite, gelati e cocktail ovviamente innaffiate dal rombo di moto sfreccianti e da doverose storie da raccontarsi che è giusto non tenere riservate e che siano a conoscenza dell’intero quartiere. Alle quattro è il turno della differenziata, pesante di valore e di rumore, applauso indecente al sonno rubato. Alle cinque è il turno del cicchetto a danze ormai spente altrove, non sotto il balcone ed ora è tempo di nostalgia e di rimpianti. I racconti si fanno crepuscolari e al settimo piano arrivano i pianti degli abbandonati, il grido dei traditi, il lamento dei delusi. Alle sei potresti finalmente dormire un’ora ma c’è chi ancora celebra il rito della staffa e il buonanotte del vampiro coincide con il mio buongiorno e il rumore assordante del primo aereo in fase di atterraggio. Forse la cronaca di una notte insonne potrebbe perfino trasformarsi in una gag da teatro che il mio amico Gino Rivieccio reciterebbe alla grande e si sa che a Napoli il modo più efficace di raccontare la politica parolaia è la sua comicità anche se c’è da piangere più che ridere considerato che l’inquinamento acustico è capace di provocare danni irreparabili e può causare nel tempo problemi psicologici, di pressione e di stress alle persone che ne sono continuamente sottoposte. C’è una legge, ce ne è sempre una, che dovrebbe ricordare all’amministratore le sue responsabilità, che fornisce la definizione di inquinamento acustico: “L’introduzione di rumore nell’ambiente abitativo o nell’ambiente esterno tale da provocare fastidio o disturbo al riposo e alle attività umane, pericolo per la salute umana, deterioramento degli ecosistemi, dei beni materiali, dei monumenti, dell’ambiente abitativo o dell’ambiente esterno o tale da interferire con le normali funzioni degli ambienti stessi”. Pericolo per la salute umana, già. E allora la domanda: vivere in città significa necessariamente essere costretti a vivere sotto un macigno di decibel insopportabili? Quando è stata l’ultima volta che a Napoli qualcuno è stato multato o censurato “veramente” per inquinamento acustico? Capisco il tempo dello svago ma il tempo del riposo non resta un diritto insopprimibile? L’economia deve muoversi ma non a discapito della salute dei cittadini che sono la maggioranza dei vessati, sacrificati sull’altare del bordello quotidiano. Una politica visionaria di una città che si dice di pace, di accoglienza, di amore forse dovrebbe ripensare se stessa partendo dalla sua vivibilità e ridefinirne l’uso, attribuire spazi e funzioni in ragione di un benessere nel rispetto della libertà e della decenza e di quelli che oggi sappiamo essere condizioni essenziali di vita. La politica è cura della città nel suo insieme, è garanzia della libertà che mai può essere venduta per una manciata di consensi elettorali. Napoli è città della movida e nessuno vuole privarla di tale primato ma il limite della volgarità è stato superato di gran lunga. Se è su queste basi che si vuole lanciare da Napoli una sfida democratica per il Paese è bene che si sappia che le premesse sono sbagliate.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 9 luglio 2017

Questa storia si svolge sulla Collina Miradois, ai Miracoli, nel centro storico di Napoli, ma ha inizio sulle coste del Congo-Brazzaville, su una piattaforma offshore dell’ENI, al largo di Pointe-Noire, dove Mirko lavora come topografo, il suo compito è guidare col computer i sub e i macchinari sul fondo del mare per le trivellazioni petrolifere: la notte è stata serena, sta svanendo, lui è rimasto sul ponte a respirare il vento di terra, a guardare le costellazioni esplodere nel cielo nero, gli spruzzi delle megattere che tornano coi loro cuccioli dal Polo; ora la terra è una striscia grigia all’orizzonte, dai villaggi arrivano le prime barche, vengono a pescare nel brulicare di vita attorno ai piloni metallici. Questa notte è l’ultima, domani Mirko torna a Napoli, cambia vita e lavoro, si laurea in scienze forestali.

Anche sulle piattaforme dei mari d’Africa Mirko non ha smesso di inseguire la particolarissima passione che l’ha preso,  aveva iniziato con le Scienze ambientali, poi s’è messo in testa di trasferire le sue competenze di cartografo dai fondali oceanici, alle foreste urbane della sua città. Ha preso casa con moglie e figlioletta sulla Collina Miradois, e qui è rimasto affascinato dal sistema segreto di aree verdi che da Capodimonte s’incunea fin nel cuore del centro storico, lingue verdi spettacolari, residuo dello straordinario paesaggio cinquecentesco delle campagne fuori le mura, e ha deciso di studiarne e raccontarne la storia.

L’appuntamento con Mirko Petitto è di mattina presto, in una domenica azzurra di maggio, di fronte al Duomo, al Palazzo Miradois, gioiello cinquecentesco, dimora del Reggente della Vicaria, alto magistrato del viceré spagnolo. Dobbiamo risalire insieme a piedi la collina verso Capodimonte, fino alla “Riccia”, la villa di campagna che il signore di Miradois aveva edificato a monte, che costituirà un primordio del sistema di ville patrizie che presidierà la collina di Capodimonte, un secolo e mezzo dopo, tutt’attorno la Reggia e il Bosco di caccia di Carlo III.

Passiamo Piazza Miracoli, lo slargo è in lieve pendenza, coi giardini centrali recuperati grazie a un intervento una volta tanto sobrio e appropriato, e scopri una volta di più che è la piazza più aggraziata di Napoli, forse la più bella, con un’atmosfera tutta particolare, che sembra di stare a Montmartre, o in un angolo di Lisbona. Risaliamo i vicoli a monte della piazza, la salita Miradois fino al muro di cinta dell’Osservatorio Astronomico, ripieghiamo per salita Moiariello, poi i tornanti di via Morisani, e all’improvviso ci appare il bosco verde che ha stregato Mirko, un luogo imprevisto, per dirla come Roberto Pane, che brilla nel sole del mattino come un gioiello incastonato nella città storica. Se ti volti, scopri di trovarti in uno dei punti più panoramici del golfo, con lo sguardo che corre dal Vesuvio alla Penisola Sorrentina al Capo di Posillipo, Capri ti è davanti, puoi toccarla con la mano. Capisci allora perché questa collina, ora ai margini, fosse diventata già nel ‘500, in buon anticipo quindi su Posillipo, la prima passeggiata nobiliare fuori le mura, il primo paesaggio rurale “aristocratico” della città.

Con Mirko accediamo all’area verde da un piccolo cancello, e scopri che il bosco urbano è in realtà un antico frutteto abbandonato: sui terrazzamenti, nascosti dalla vegetazione selvatica di olmi, robinie e ailanti, incontri olivi annosi, e mandarini, nespoli, piante di alloro, melograni, e fichi dai rami contorti. Attraverso le antiche vedute e cartografie, Mirko ha ricostruito la storia di questi poderi fino al ‘600, quando sulle colline la città non c’era, e Miradois era tutto un vigneto. Poi la conversione a frutteto, ma c’erano anche i gelsi per l’allevamento del baco da seta, e ai piedi della collina le stalle coi bovini.

La novità del lavoro di Mirko, col suo prof Gaetano di Pasquale, botanico della Federico II, è stata quella di studiare l’ecosistema verde come fosse un reperto archeologico, rilevando e cartografando in dettaglio, ad uno ad uno, i terrazzi e gli alberi, raccogliendo i resti degli antichi attrezzi e manufatti agricoli; analizzando gli atti giudiziari e i registri parrocchiali, per studiare frazionamenti e passaggi di proprietà; registrando le testimonianze degli ultimi testimoni viventi, i discendenti dei coloni storici, e dal loro racconto scopri che la fine dell’agricoltura a Miradois non è poi così remota, la filiera corta di agricoltura urbana era ancora viva nel 1970, poi l’abbandono definitivo, con gli antichi frutteti che prendono rapidamente sembianza di bosco.

Ora siamo in casa di Mirko sul fianco della collina, mi mostra le riprese aeree fatte col drone, che sono mozzafiato: capisci come questi frammenti dell’antico paesaggio rurale sono una parte importante, cospicua del centro storico, che non è fatta di pietra, ma di terrazzi verdi e vestigia di antiche colture: dall’alto poi (ma basta anche Google earth), appare evidente come queste aree libere formino un reticolo vegetale nel tessuto urbano, una rete ecologica residuale e imprevista, che si dirama dalla grande foresta borbonica della Reggia giù per le colline. Una rete verde, mi dice Danilo Russo, zoologo della Federico II, che è in grado di sostenere, se adeguatamente curata e gestita, una biodiversità inaspettata, giusto nel cuore della città,  fatta di pipistrelli e rapaci, piccoli mammiferi, rettili, volpi, un’infinità di specie di uccelli.

Per di più, questa trama verde, oltre che elemento di bellezza, è l’unico grande “condizionatore naturale” del quale la città dispone, la sola parte del sistema urbano dove l’acqua e l’anidride carbonica si assorbono, le polveri si depositano, l’aria si depura e si raffresca, i cicli naturali ancora si compiono: le sole poste attive, insomma, di un bilancio ambientale altrimenti assai deficitario.

Dell’importanza del lavoro di Mirko ragiono alla fine con Massimo Visone, docente di storia dell’architettura e del paesaggio, che l’evoluzione di questi luoghi ha raccontato nel suo ” Napoli un gran teatro di natura”. Alla fine, un dieci per cento del territorio comunale di Napoli – l’equivalente quindi di un grande quartiere dimenticato – è fatto di aree come Miradois, ecosistemi imprevisti che nonostante tutto continuano a sopravvivere nella città distratta, vicino alle nostre case, dei quali ci accorgiamo solo quando franano, o d’estate magari prendono fuoco.

Aree verdi la cui storia, come Massimo mostra nel suo libro, non è meno complessa e affascinante di quella di un monumento romanico o gotico, ma che vengono trattate alla stregua di spazi vuoti, privi di qualità, per i quali non si impone una responsabilità, un progetto, un’idea di manutenzione, se non quella di farne parcheggi interrati. Il piano regolatore del 2004 aveva previsto di proteggere gran parte di questo mosaico verde (ben duemiladuecento ettari comprendendo, oltre le aree in abbandono colturale, le aree agricole attive e i boschi) all’interno del Parco delle colline di Napoli, poi effettivamente istituito con legge regionale, ma che è al momento un ente in disarmo, residuale come le aree che dovrebbe governare e difendere.

In attesa che le istituzioni diano segni di vita, Mirko ha costituito, insieme a un gruppo di abitanti, un’associazione civica che porta il nome della collina, la presiede Antonello Pisanti, pediatra generoso e visionario, uno dei primi a riscoprire questi luoghi, e che è venuto a viverci. Oltre a corsi di fotografia, recitazione e letteratura per i bambini dei Miracoli, l’associazione Miradois gestisce un campetto di calcio, e intende ora intraprendere un progetto, a partire dal lavoro di Mirko, per recuperare le aree verdi dimenticate, e riattivare l’agricoltura urbana. E’ una cosa complicata, perché si tratta di suoli la cui proprietà è comunque privata, per di più estremamente frammentata. Nel frattempo, un’attività di cura e di conoscenza è già iniziata, a favore dei viventi più fragili e promettenti del quartiere: i bambini innanzitutto, quindi gli alberi, l’ecosistema e il paesaggio, sarebbe a dire i pezzi più importanti di futuro, ed è un lavoro che Mirko deve fare qui, il Congo per ora può attendere.

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Da Eddyburg, la piccola grande storia del PRG di Napoli, scritta da Vezio De Lucia.

Il link all’articolo.

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Antonella Di Nocera, Repubblica Napoli 15 giugno 2017

Martedì 13 giugno. Roghi al Parco De Filippo. Come ieri a via Esopo e a via Bartolo Longo. Ancora una volta, roghi e fumi che entrano nelle nostre case, nelle nostre vite, nelle nostre teste di periferia est. Ci sono passata in macchina poco dopo le 20, i pompieri stavano con fatica terminando di placare le fiamme. L’aria acida, irrespirabile, cattiva, mentre un tramonto rosso invadeva il cielo ad ovest, inducendo a immaginare giorni migliori. Quanto tutto questo interessi poco alla città e a chi la sta governando è cosa ormai acclarata, così normale che nessuno ci fa più caso. E nessuno neanche più pretende il sacrosanto diritto che le cose vadano diversamente. Un paradosso, enorme, che mi fa zittire, proprio come quello messo in scena stasera, dagli sportivi che, nonostante il fumo e l’aria irrespirabile, facevano jogging intorno al Parco. Provo una ammirazione sincera verso chi si riesce ad adeguarsi. Corrono intorno al “cadavere” del Parco Fratelli De Filippo, uno dei tanti aperti negli anni ‘90, poi più volte “inaugurato”, ma da oltre un decennio, come gli altri parchi della zona orientale, chiuso al pubblico. Ora, il fatto che un parco verde comunale vada a fuoco, che in pochi giorni il territorio di Ponticelli sia stato colpito da vari incendi dolosi è grave, ma che tutto questo non riesca neppure a essere portato all’attenzione dell’opinione pubblica è assai più grave. Direi di più: è l’orrore, il segno di una disperata assuefazione al peggio.

Tornando a casa, poco dopo, ho scoperto che era martedì e che alla stessa ora degli incendi il sindaco di Napoli era in diretta Facebook nella redazione di Repubblica. Il fatto che il sindaco non venisse a sapere in diretta che in quel momento stava andando a fuoco uno dei principali parchi urbani della città confermava il mio sentimento. Per curiosità ho ascoltato tutto l’intervento per vedere se in qualche momento ci fosse un riferimento non dico all’episodio, ma almeno allo stato di abbandono del territorio di cui la sequela di roghi di questi giorni rappresenta la classica pistola fumante.

E allora, mi sono detta: basta. Da quando sono ridiventata una libera cittadina, all’incirca quattro anni, non ho preso quasi mai la parola nel dibattito pubblico sulla città. Ho aspettato ancora un anno, dopo l’inizio della nuova consiliatura, consacrata, nelle promesse elettorali, a un impegno per le “nuove centralità”, in attesa di ascoltare qualcosa di sensato che riguardasse le periferie, una idea minima, uno straccio di strategia, o almeno una parola di umiltà, che potrebbe dire molto più di tanti discorsi e trionfi millantati: qualcosa insomma che somigliasse a un discorso di verità. Insomma, accanto ai forum andati, alla cultura delle kermesse, ai famosi turisti, alle feste (degli altri) nei vicoli e sulle spiagge, un poco di quella sensazionale “realtà” che riguarda i cittadini comuni, qualcosa che possa farli sentire meno esclusi e distanti, come se quella città in vetrina non gli appartenesse più. Qualcosa che dovrebbe suonare un po’ così, e che a recitarla, tipo mantra, farebbe bene pure a te, caro sindaco: “Mi dispiace, cara periferia, non ce la facciamo”.

Non ce la facciamo a raccogliere i rifiuti a Ponticelli come facciamo in altri quartieri, così via Mastellone, via Esopo, via Pietri resteranno magnifici sversatoi a cielo aperto sullo sfondo della bellissima sagoma del Vesuvio.

Non ce la facciamo a mandarvi un vigile urbano nella Municipalità più vasta della città. Non se ne vede uno da almeno dieci anni per le strade di Ponticelli, Barra e San Giovanni, e ormai si fa a gara a chi è più incivile ed irrispettoso di qualsiasi regola. Perché i blitz in cui si fiondano decine di autovetture di polizia e carabinieri non hanno alcun effetto sull’ordinario vivere di una comunità. È il poliziotto municipale, a piedi, a contatto con le persone che ha un senso in questi nostri quartieri. Non ci vuole molto a capirlo. Perché alle sparatorie si può rimediare con qualche mese di tregua, ma per costruire umanità si lavora tutti i giorni, con costanza, con cura.

Non ce la facciamo a tenere aperte le strutture sportive come il Palavesuvio. Quest’anno perfino le palestre scolastiche sono state negate alle storiche società che si occupano di sport per i giovanissimi, perché la politica ha lasciato vincere l’inerzia e l’inettitudine dei burocrati sul valore sociale ed il benessere dell’attività fisica che deve riempire le giornate dei ragazzi.

Non ce la facciamo a tenere aperte le biblioteche e i parchi, a riaprire il cinema Maestoso di Barra o il Supercinema di San Giovanni, a pulire le aiuole e a non far morire gli alberi di quella che era la terra più fertile della città.

Non ce la facciamo a ridare vita alle aree destinate ai progetti di riqualificazione urbana falliti, diventate qualche volta oggetto di speculazione, ma più spesso di degrado e incuria.

Non ce la facciamo a farvi vivere come cittadini normali perché a voi è negata quella “democrazia della mobilità” che da sola renderebbe la nostra città più giusta e rispettosa dei diritti: per un anziano di andare al cimitero, o all’Asl, per uno studente di recarsi a scuola nel quartiere limitrofo con i mezzi pubblici.

Non ce la facciamo, neanche se possedete un’automobile, a garantirvi la normalità di poter raggiungere il centro per lavorare o per andare sul lungomare. Da due anni, con modalità a dir poco umilianti, i lavori di via Marina vengono interrotti, e quando sono in corso, con quattro sparuti anziani operai, non sai se farti prendere dal riso o dal pianto amaro. Mentre via Marina è un budello infernale di macchine, si è riusciti a chiudere al traffico verso Est anche via Ferraris, unica alternativa esistente.

E quando poi si aggiunge il famigerato ingorgo della rotatoria di Corso Lucci (perché siamo l’unico posto al mondo dove i mega- bus alunga percorrenza si immettono nella strettoia del traffico verso la stazione) allora puoi anche dire addio alle tue prossime due ore di vita.

Non ce la facciamo sarebbe il pensiero umile e consapevole con cui il sindaco potrebbe presentarsi e orientare le sue scelte per il futuro della città, perché a volte l’ottimismo non basta.

Real Bosco di Capodimonte, prateria presso la Fabbrica di porcellana - Foto di Alessio Cuccaro (1)

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 18 maggio 201

Capodimonte è per Napoli tante cose insieme, è il bosco più esteso della città (134 ettari); il giardino storico tra i più importanti al mondo; secondo gli ecologi del Dipartimento di Agraria che hanno lavorato al piano regolatore, è anche l’ecosistema urbano con i più alti livelli di naturalità, anche se la lecceta non è spontanea ma l’hanno piantata gli agronomi del Re nella prima metà del ‘700, che poi è una bella lezione, significa che l’uomo quando vuole può ricostruire la natura, oltre che distruggerla.

Capodimonte è indubbiamente il luogo di Napoli che meglio esprime la magnificenza e la regalità, cose che i napoletani hanno raramente potuto condividere, da sudditi come da cittadini, cogliendone solo clandestinamente i riflessi, come quando da ragazzi salivamo al bosco in autobus dall’Arenella, già in tenuta, ed entravamo di nascosto col pallone da una breccia nel muro di cinta, per conquistare il diritto a correre su un prato polveroso attorno la Fabbrica delle Porcellane.

Il cinque di maggio il Museo ha compiuto sessant’anni, ed è l’occasione per parlarne col direttore Sylvain Bellenger, una lunga esperienza di direzione di musei e istituzioni culturali in Francia e negli Stati Uniti, il ministro Franceschini l’ha chiamato quattordici mesi fa dall’Art Institute of Chicago. Bellenger mi riceve nel suo studio nel Palazzotto, subito accanto a Porta Grande, dove ha concentrato tutti gli uffici. “In questo modo è più facile lavorare, il parco ha 202 dipendenti, l’età media è di sessant’anni, come il Museo. Quando sono arrivato non c’era una sala riunioni, i computer roba da modernariato, con pochi dipendenti in grado di usarli. Il Museo non aveva un logo, una carta intestata, un biglietto da visita. La scelta decisiva fatta dal ministro è stata senza dubbio quella di riunificare finalmente il Museo e il Bosco sotto un’unica direzione generale, prima il Museo dipendeva dai beni artistici, il Bosco da quelli ambientali, era impossibile immaginare un progetto unico di gestione, nell’incomunicabilità degli uffici tutto si impantanava in un tran tran burocratico senza futuro.”

In effetti, che l’aria è cambiata te ne accorgi da subito, all’ingresso di Porta Piccola c’è ora un’enorme striscione a disegni colorati che indica ai ragazzi la localizzazione dei campi di calcio, Bellenger ne ha realizzati due, proprio accanto alla Fabbrica di Porcellane. “Il parco ha tante funzioni, ma una delle più importanti è di migliorare la vita delle persone del quartiere. A Parigi ci sono 34 piscine pubbliche, il costo è di un euro al giorno. Al Centro Pompidou sono disponibili cinquecento computer per l’uso libero dei giovani e dei visitatori, dalla mattina alle dieci e trenta di sera. Il nostro compito è anche quello di offrire agli abitanti di questa città i servizi essenziali dei quali hanno bisogno, a partire dai giovani, che in Italia sono troppo spesso sacrificati e maltrattati. Quando ho accompagnato il primo gruppo di ragazzi ai nuovi campi erano stupiti, prima mi hanno domandato se dovevano pagare, quando gli ho risposto che era gratis mi hanno chiesto perché lo facevo.”

Naturalmente, destinato al calcio un suo spazio legittimo, i prati nel bosco hanno ripreso colore e bellezza, c’è finalmente un senso complessivo di cura e di manutenzione. “La Pinacoteca di Capodimonte – mi dice ancora Bellenger – è probabilmente la più completa d’Italia, nel senso che è l’unica che consente un viaggio significativo nelle diverse epoche e scuole, italiane ed europee, fino all’arte contemporanea. Sono particolarmente orgoglioso del fatto che sia custodito proprio qui a Capodimonte uno dei quadri universalmente celebri, a cui sono più legato, la “Parabola dei ciechi” di Bruegel, ogni ragazzo francese lo conosce, perché è immancabilmente riprodotto sui libri di scuola, accanto alla poesia “Les Aveugles”, I ciechi, di Baudelaire.”

Oltre ai prati, anche il Museo rinasce e si rianima: a Pasqua 2017, rispetto all’anno precedente, i visitatori sono aumentati del 120%, gli incassi raddoppiati, e a molto sono servite le mostre visitatissime dei capolavori ritrovati di Van Gogh, la “Donna col liuto” di Vermeer, fino all’ultima “Picasso Parade”, visitabile fino al 10 luglio, oltre naturalmente al sito web (più di un milione di visite da quando è online), la presenza sui social, la convenzione con la navetta turistica che conduce qui in collina i turisti dal centro della città.

Ma Bellenger insiste sul legame tra la Reggia e il Bosco, che per lui è un museo vivente a cielo aperto, con la presenza di 400 diverse specie vegetali, e la collezione di alberi esotici provenienti, a gloria del sovrano, dalle diverse terre dell’Impero dove non tramontava il sole: il cipresso calvo di Montezuma, alla cui ombra si materializzavano le tremende divinità atzeche, o gli splendidi Cinnamomum, l’albero della canfora, ce n’è uno gigantesco che ha tre secoli, “E’ uno dei monumenti più importanti che abbiamo” si compiace Bellenger, secondo il quale “l’insieme del Museo e del Bosco configura uno dei siti storici e naturalistici più importanti d’Europa e del mondo, dove è possibile godere e comprendere insieme le bellezze dell’arte, della terra, della natura.”

Una collaboratrice giunge con una copia del masterplan preparato per il ministro, contiene mappe, cartine, progetti, disegni, la visione proiettata nel prossimo ventennio, che Bellenger e il suo gruppo di lavoro hanno immaginato per il sito di Capodimonte. C’è il recupero dei diciassette fabbricati storici presenti nel parco, con una funzione precisa per ciascuno: oltre a spazi per mostre e concerti, il masterplan prevede la creazione di una scuola internazionale di giardinaggio; una fondazione presieduta da Riccardo Muti per la musica classica napoletana, in collaborazione con il Conservatorio di San Pietro a Maiella; un’altra fondazione, affidata a Mimmo Iodice, per l’archivio storico della fotografia a Napoli e in Campania; un centro di studi internazionali sull’identità delle città portuali. Ancora, al Giardino Torre, il ripristino di un arboreto con le varietà antiche di piante da frutto, assieme a un sito di degustazione e ristorazione, proprio dove c’è il forno originale del 1800, in cui fu cotta la pizza per la regina Margherita di Savoia.

Quindi gli infopoint, l’illuminazione e il wifi nei viali, la videosorveglianza; gli spogliatoi e le docce per chi viene a fare footing, spazi dedicati ai cani, e anche aree per gli sport minori, le bocce ed il cricket. “Vorrei che Capodimonte si affermi, oltre che come museo di rilievo mondiale, quale è già, come il bosco civico della città, un luogo di vita e di cultura, il Central Park di Napoli. Per il Museo, poi, immagino una integrazione profonda con le altre istituzioni culturali, il MAN, il MADRE, il Conservatorio. Dobbiamo riunire le energie, per raccontare al mondo questo posto straordinario che sono Napoli e la Campania, uno dei pochi al mondo dove il viaggio dall’antichità greco-romana, al medioevo, al moderno, alla contemporaneità sia ancora concretamente possibile, con una continuità ininterrotta che non esiste altrove”. Nel frattempo, il direttore mi racconta di come con il nuovo flusso di turisti che salgono al museo e al bosco, l’intero quartiere si stia rivitalizzando, se vuoi mangiare nelle osterie intorno al parco ora devi prenotare, altrimenti non trovi posto.

Alla fine del viaggio, il bosco civico di Bellenger può diventare in prospettiva il luogo della città dove la storia, l’arte e la natura si raccontano insieme; e dove la magnificenza e la regalità si ricongiungono finalmente, con un’idea moderna di cittadinanza. Ortega y Gasset sosteneva che lo Stato è innanzitutto un progetto condiviso di futuro, e qui un promettente progetto pubblico, al servizio di cittadini e abitanti, c’è e si vede. In questi giorni il direttore non ha fatto mistero di aver votato alle presidenziali francesi per Emmanuel Macron, e ha già invitato pubblicamente il nuovo presidente a visitare il museo e il parco: potrà sembrare una cosa fuori luogo, ma in questa storia nuova di Capodimonte, alla fine, anche la politica, quella seria, c’entra, eccome.

Pubblicato col titolo “Capodimonte, il bosco ritrovato: “Ecco il nostro Central Park”

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/05/18/news/capodimonte_il_bosco_ritrovato_ecco_il_nostro_central_park_-165696411/

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Ottavio Ragone, Repubblica Napoli del 13 maggio 2017

C’è una Napoli che resta fuori alla porta, come il bus dei campioni dello scudetto 1987 fermo davanti ai cancelli sbarrati dello stadio San Paolo, mentre capitan Bruscolotti si arrabbia digrignando la celebre mascella che metteva paura agli avversari. E c’è una Napoli che agisce in silenzio e strappa risultati impensabili, come quelli della “Paranza”, la cooperativa messa in piedi da un gruppo di giovani del quartiere guidati da padre Antonio Loffredo e da un manager illuminato, Ernesto Albanese. Due città una accanto all’altra, una dentro l’altra, eppure diverse nelle azioni, nella mentalità, nello spirito. Il Napoli dello scudetto fabbricava sogni e si è scontrato con la realtà. Qui, ora, si fanno pochi gol e molti sgambetti. Nessuno esulta per gli altri, non c’è desiderio di vittoria oltre ogni legittima divisione. Tanti solisti in giro e nessun vero regista. Il momento cruciale non arriva mai, la palla non va in rete. Chi prende iniziative viene guardato con sospetto e ostacolato. Le istituzioni non si parlano, il sindaco e il presidente della Regione nemmeno si salutano. Il Comune e il presidente del Calcio Napoli se ne dicono di tutti i colori e non c’è interesse collettivo che tenga, non esiste un obiettivo che metta finalmente d’accordo la città. Nemmeno il ricordo dello scudetto, che certo è venato di nostalgia e la nostalgia non sempre è una buona compagna. Induce a contemplare il passato e può dar vita, come l’altro giorno, a una mesta passerella cittadina guidata da un vecchio capo ultrà,

Palummella. Due titoli italiani in trent’anni sono pochi e certo sarebbe meglio celebrarne altri, guardando avanti con fattivo entusiasmo. E avanti cercava di andare l’autobus dei vecchi campioni, nel surreale viaggio verso lo stadio chiuso. Racconta, quel pullman, una storia amara, beffarda, a tratti malinconica. Dispiega, nel faticoso avanzare, la metafora di una città che davanti alla meta agognata, sul più bello, proprio quando deve percorrere la pista nel giro trionfale, resta esclusa, ai margini, muta. La corsa si interrompe prima di iniziare. All’improvviso non c’è più nulla da festeggiare, non si può esultare, sparisce perfino il pubblico. Lo spettacolo non comincia, le luci sono spente. Alla Sanità invece i riflettori sono forti e ben puntati sui basoli dove sfrecciano i motorini della camorra. I riflettori dell’opinione pubblica, s’intende, perché le telecamere di sicurezza non funzionano ancora. Giorno dopo giorno, mattone su mattone, Loffredo, padre Alex Zanotelli, il regista di teatro Mario Gelardi, la fondazione L’Altra Napoli di Albanese e la gente di buona volontà del quartiere provano a sottrarre spazio ai criminali con l’impegno, la fatica, il lavoro, la cultura.

Quel patrimonio che il recente festival di Sky Arte ha premiato e valorizzato, facendo del Rione Sanità il cuore di una kermesse con migliaia di visitatori.

Bisognava vederlo, in quei giorni, padre Loffredo. Camminava nei vicoli tra la folla. Stringeva mani amiche. Ogni tanto si fermava a parlare con i cosiddetti “ragazzi difficili”, ladri, spacciatori, piccoli delinquenti tentati da criminali incalliti. Un buffetto sulla guancia, un ammonimento, “Guagliò fai il bravo”, un parola sincera, un consiglio affettuoso a chi affetto non ha. Camminava, padre Loffredo, mentre nelle catacombe di San Gennaro le giovani guide della “Paranza” spiegavano ai turisti quale tesoro d’arte e storia è custodito nelle viscere della terra. Si pagano lo stipendio da soli, quei ragazzi, attingendo all’oro della Sanità. Il quartiere è oggi un laboratorio, lo spazio di una Napoli possibile. Qui prende forma la religione civile della strada, dei contatti semplici e diretti con il popolo, della Chiesa che sta tra la gente perché i partiti non ci sono più. E, voce sola nel deserto, spinge a rimboccarsi le maniche, prova a indicare una prospettiva ai giovani facendo leva su talento e laboriosità. Maradona è una specie di santo anche qui, alla Sanità, ma dentro un sentimento diverso che si sta facendo largo tra plurisecolari arcaismi.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 19 aprile 2017

Il boom di presenze nel fine settimana pasquale ha confermato, semmai ci fosse ancora qualche dubbio, il momento straordinario del turismo in città, con l’assalto al centro storico, ai musei e ai siti d’arte, ed è indubbiamente un bel vedere dopo gli anni mesti, quando eravamo ridotti a semplice strapuntino per le visite a Pompei, in Penisola e alle Isole del Golfo.

Per tutta una serie di motivi (l’impraticabilità per ragioni di sicurezza delle mete mediorientali e del Nord Africa, ma anche delle città europee colpite dal terrorismo; le performance assai potenziate dell’aeroporto), i flussi turistici nazionali e internazionali hanno riscoperto Napoli. Gli investitori privati hanno fiutato il vento, incrementando spontaneamente l’offerta turistica capillare dei mille B&B, ma anche dei fitti di breve periodo per i turisti.

Una miriade di bar, trattorie, friggitorie, macellerie e pescherie riconvertite allo street food, offrono vitto e ristoro senza soluzione di continuità, dalla prima mattina fino a notte inoltrata. Il passa parola sul web ha contribuito ad amplificare e diffondere la tendenza; il patrimonio, la bellezza e la personalità unica della città hanno fatto il resto.

Marcello Anselmo ha ben raccontato nei suoi reportage per Napoli Monitor come tutto questo abbia condotto, in una porzione definita del centro storico – il centinaio scarso di ettari tra i decumani, dai Quartieri sino a via Duomo, passando per la trasversale di via Toledo – ad una vera e propria riconversione urbanistica “dal basso”, con la ristrutturazione degli alloggi e dei servizi, sulla base delle specifiche esigenze di questo nuovo tipo di turismo, in una versione riveduta e corretta dell’antica economia del vicolo. Il tutto in assenza, anzi a  prescindere, di specifiche politiche pubbliche, dove il motore è costituito invece dalla miriade di investimenti di piccoli e medi attori privati, piuttosto che di grandi gruppi o catene specializzate.

Il risultato, comunque sia, è che le attività legate al turismo crescono nell’area napoletana al ritmo del dieci per cento l’anno, non c’è indubbiamente un altro settore economico che possa vantare prestazioni e prospettive simili, e sono molte le domande che a questo punto si pongono, sull’impatto reale di questo nuovo turismo sull’economia della città; sulla sua natura di fenomeno strutturale ovvero contingente; sul destino della miriade di trasformazioni immobiliari ed iniziative imprenditoriali, nel caso in cui la bolla turistica dovesse a un certo punto scoppiare.

E’ questo anche il momento per interrogarsi sul ruolo che le politiche pubbliche, sino a questo momento assai labili, possono avere per governare e consolidare il processo, coinvolgendo altre prestigiose risorse della città, i quartieri storici rimasti al margine dei flussi, risalendo dal porto e dal lungomare fino alla cintura verde dei grandi parchi collinari, da Astroni, ai Camaldoli, a Capodimonte. Una qualche regia è necessaria, per mitigare le esternalità che il turismo, come tutte le attività economiche, può comunque generare, in termini di usura e stress del capitale territoriale e sociale, al di là dei benefici economici e occupazionali diretti. Soprattutto, per evitare di dover prender atto a cose fatte, come successo a Firenze o a Venezia, della mutazione di pezzi importanti di centro storico, in parchi a tema svuotati, ad uso e consumo dell’Homo Turisticus teorizzato dall’antropologo Duccio Canestrini.

Sono tutte domande alle quali è difficile dare una risposta. Un aspetto rilevante, è certamente costituito dall’effetto positivo che la riscoperta turistica di Napoli ai tempi dei social ha già avuto sulla reputazione globale della città, che è comunque una risorsa  dalla quale ripartire. Per il resto l’importante è restare coi piedi per terra, e restituire ad ogni cosa la giusta dimensione e rilevanza.

La porzione di città maggiormente interessata dal nuovo turismo è grande meno di un centinaio di ettari, sarebbe a dire meno di un centesimo del territorio urbano complessivo. E’ evidente che la terza città d’Italia non può ridursi a vivere di questo, rimanendo comunque qualcosa di più grande, diversificato e complesso di un pezzetto grazie a Dio rivivificato di centro storico. Tenuto conto che nel frattempo, la dotazione di servizi essenziali per il cittadino normale, che con l’Homo Turisticus alla fine ha poco a che fare, parliamo di trasporti, istruzione, tempo libero, assistenza alla persona, si è ridotta al lumicino, in presenza del livello di tassazione locale più elevato d’Italia.

La rivitalizzazione economica delle periferie, tutt’intorno alla piccola area beneficiata dai nuovi flussi, segna il passo, e la città continua a perdere abitanti, sono andati via in duemilatrecento nell’ultimo anno, ventiseimila nell’ultimo decennio, come fosse stato evacuato per intero un quartiere come Bagnoli o Posillipo.

Questi indicatori di declino vanno messi sul tavolo, insieme a quelli certamente più esaltanti sul turismo, in una valutazione complessiva, più realistica dello stato della città. La web reputation e le politiche simboliche vanno senz’altro bene, sono un passo avanti dal quale tutti ci sentiamo confortati, ma è ora indispensabile accompagnarle ad una robusta iniezione di politiche strutturali, rivolte questa volta all’intero territorio, all’intera comunità di cittadini e abitanti.

(Pubblicato con il titolo “Flussi benefici solo sul centro”)

 

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 29 marzo 2017

Avranno anche ragione i commentatori più pacati e riflessivi a dirci che non bisogna fare troppo gli schizzinosi, che dietro il populismo ci sono istanze e problemi reali, e che anche da Trump potrà venire qualcosa di buono, ma c’è pure un limite alle fanfaronate: il patto sociale può accettare smagliature e rattoppi, ma se si lacera definitivamente sono guai seri per tutti. Ora, con le dichiarazioni del Sindaco sui debiti del comune, questo limite rischia di essere veramente superato.

La democrazia e la convivenza si basano alla fine, al di là dei codici e delle leggi, su un semplice, banale criterio per giudicare l’accettabilità di un’azione, che è quello di domandarsi come sarebbe il mondo se anche gli altri si comportassero allo stesso modo. Immaginate ora cosa accadrebbe al Paese se davvero passasse l’idea stravagante del Sindaco, di affidare ad una commissione di inchiesta, da lui nominata, il compito di decidere unilateralmente sulla liceità dei debiti e degli impegni economici ereditati dal passato, con buona pace dei tribunali e della magistratura contabile.

Se tutti facessero così, si aprirebbe una gara tra le migliaia di enti territoriali di ogni ordine e grado a ripudiare i fardelli sgradevoli del passato, alla fine lo stesso debito pubblico nazionale resterebbe orfano, senza garanti, e ci troveremmo di colpo dalle parti dello stato libero di Bananas, o sulla nave dei folli di Bosch, ben al di là comunque dei più arditi sogni di Salvini. E’ evidente che non stiamo parlando di soldi ma di istituzioni democratiche: se le parole del Sindaco fossero vere, e non una boutade, il patto repubblicano ne uscirebbe annichilito, per sempre.

Il problema della pesante eredità del passato c’è, eccome, e il Sindaco fa senz’altro bene a dialogare col Governo su queste cose, a pretendere per i cittadini dell’area napoletana una spesa pubblica pro-capite comparabile con quella del centro-nord. Resta il fatto che tutto risulterebbe più credibile se un lavoro di risanamento in casa propria fosse stato intrapreso, se la macchina micidiale che continua a produrre debito fosse stata messa finalmente sotto controllo, ma poco o nulla di questo è stato fatto. Gli organici delle partecipate, che consumano metà del budget della città senza fornire ai cittadini uno straccio decente di servizio, hanno continuato a gonfiarsi, proprio con gli stessi sistemi di ieri. L’ingentissimo patrimonio immobiliare del Comune continua a non dar frutto, anzi a produrre esso stesso ulteriore debito, e così è per le altre voci del bilancio comunale, devastato da decenni di clientelismo.

Al di là delle stravaganze e dei colpi di genio, continuiamo ad avere disperatamente bisogno di una capacità di amministrazione e di governo. Il compito di ciascuno di noi resta quello di prendere sulle spalle la responsabilità di un Paese e di una città, così come ci vengono consegnati, e di mettercela tutta per cercare di invertire la rotta. In questa brutta storia la continuità amministrativa e il rispetto delle regole non sono un optional, ma un impegno irrinunciabile, la condizione per ogni nuova idea di giustizia sociale. Se invece di lavorare iniziamo a rompere i vetri della casa, stiamo magari facendo una campagna elettorale frizzante e piena di spirito, ma il nostro destino è mestamente segnato.

Pubblicato con il titolo: “Il populismo e il buongoverno”

 

Giovanni Laino, Repubblica Napoli del 18 marzo 217

 Il governo darà al Comune per Scampia quasi 18 milioni per abbattere tre vele e riqualificare la vela B trasformata prima in case parcheggio e poi in nuova sede della Città metropolitana. Gli interventi sulle vele godranno anche di 9 milioni dei fondi del Pon Metro mentre con un terzo finanziamento statale di altri 40 milioni, assegnato alla Città metropolitana, saranno possibili altri interventi per Scampia e i Comuni vicini. Eliminando una grave condizione di degrado abitativo (le Vele così come sono oggi), migliorando lo stato di edifici scolastici e delle strade dei dintorni, si promette una rigenerazione urbana di un’area che potrebbe essere una delle zone omogenee della città metropolitana.

 Si sa che a Scampia sono ancora da completare altri cantieri edilizi: per la stazione della metropolitana, l’asse di via Gobetti, la sede di un corso di laurea dell’università (prima destinata alla Protezione civile), dopo che per circa quindici anni sono stati costruiti alloggi con tipologie più idonee per realizzare un effetto città, edifici più bassi con negozi sul fronte strada, migliori connessioni fra le parti del rione. Gli investimenti statali puntano a riqualificare le periferie delle città confidando più in generale su di una vecchia convinzione: quando lavorano le imprese edilizie a cascata si smuove un’ampia parte dell’economia. In alcuni casi i programmi finanziati in altre città prevedono qualche piccolo intervento immateriale, per i servizi alla popolazione, la dinamizzazione di attività culturali ma la grande mole degli investimenti (il totale a Napoli) è tutta concentrata sugli interventi fisici.

 Viene così riproposta una concezione che è sempre stata egemonica: la qualità della vita dei quartieri è determinabile dalle trasformazioni dello spazio fisico e dalla sola messa a disposizione di contenitori per servizi come scuole, attività sportive, poli artigianali, piazze telematiche. In diversi casi i contenitori costruiti sono stati vandalizzati senza mai diventare sedi di servizi oppure sono stati riconvertiti avendo constatato l’impossibilità di avviare le azioni previste dai programmi.

 È evidente una scarsissima propensione a riflettere dalle esperienze già fatte, anche a Napoli. Certamente il miglioramento del patrimonio edilizio come dell’assetto urbanistico dei quartieri può essere una buona cosa, come quella di dare ossigeno all’economia finanziando lavori edilizi. Si deve constatare però che, quando questi investimenti sono isolati e non affiancati da rilevanti investimenti che puntano sulla riqualificazione del capitale umano, l’efficacia è poca e in alcuni casi gli esiti sono rovinosi.

 In una prospettiva di europeizzazione delle politiche, dopo le pionieristiche esperienze francesi, in Italia con i contratti di quartiere e i Pic Urban, si provò a immaginare e realizzare interventi più integrati. Con pregi e difetti alcuni risultati sono stati molto positivi, per esempio a Torino. Il Mibac e alcune fondazioni da qualche anno provano a selezionare e sostenere progetti che nelle periferie mettono al centro iniziative culturali come lievito per sostenere e dinamizzare le comunità locali.

 Evitando posizione ideologiche va detto che è facile profezia dire che con l’impostazione centrata sulle pietre, gli investimenti saranno ben poco efficaci, fra venti anni avremo ancora le stesse periferie in cui sarà concentrata la sofferenza urbana e di molti contenitori dismessi o recuperati non si saprà bene cosa fare. Molti esperti delle amministrazioni pubbliche hanno imparato a costruire o restaurare contenitori ma non riescono a pensare e attivare in modo efficace i contenuti. Non riescono ad assumere in alcun modo un approccio place-people- based.

 La destinazione di una quota significativa di investimenti per le attività economico sociali, l’implicazione della popolazione locale, fatta anche attraverso il coinvolgimento delle associazioni meglio radicate, l’attivazione in ruoli apicali di esperti di social e cultural planning, la costituzione da subito di dispositivi sul modello delle missioni locali di quartiere, sono condizioni necessarie per sperare in una qualche efficacia degli investimenti. Così sarà possibile fare molto meglio con meno.

In foto, i ragazzi dell’Orchestra di Scampia

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 12 marzo 2017

Evidentemente anche gli equilibri spontanei del “grado zero” di governo, il lasciar andare la città un po’ come gli pare, a volte pure saltano, e così è stato venerdì mattina, per motivi ignoti in tangenziale la coda per uscire a corso Malta era un serpente sonnolento di più di dieci chilometri, che iniziava a srotolarsi dalla conca di Agnano.

Dopo quaranta minuti incolonnato in fila mi viene l’impulso di uscire a Fuorigrotta, di cercare  fortuna sul lungomare, e in effetti le cose sembrano migliorare, a piazzale Tecchio la circolazione è più fluida, mi torna il pensiero che questo è il quartiere più europeo della città, quello che per tutta una serie di motivi, alla fine, funziona meglio.

Esco dal tunnel, a via Caracciolo inondata di luce si cammina ancora, è una mattinata stupenda di primavera anticipata, ma l’entusiasmo si raffredda a viale Dohrn, dove la coda si riforma. Ho tutto il tempo di ammirare la statua equestre di Armando Diaz stagliarsi contro il cielo azzurro, di ricordare nonno Gennaro, che con lui combatté a Vittorio Veneto, soldato semplice ventottenne, nel reggimento dei Bersaglieri.

In lontananza, Castel dell’Ovo è solo una sagoma grigia in un mare di schegge scintillanti, davanti al generale c’è un traliccio incongruo di tubi innocenti, con una baracca pensile da stabilimento balneare, è il famigerato albero metallico delle feste di Natale, mi dicono che lo stanno smontando, ma non c’è persona viva, evidentemente non c’è fretta, c’è tutto il tempo.

Si procede a passo d’uomo fino a piazza Vittoria, via Chiatamone, la grotta, via Acton, fino all’Immacolatella, e qui i motivi dell’imbottigliamento si svelano finalmente, tre operai stanno lavorando a un tombino in mezzo alla carreggiata, ma ora stanno fumando, proprio accanto s’è fermato un suv nero, il proprietario parla animatamente al telefono, guai a dirgli che sta bloccando tutto, desolatamente scopri che dopo il restringimento improvvisato via Marina è assolutamente libera, e ti viene da piangere.

Profitto per buttare un occhio al cantiere infinito per il rifacimento della strada, anche qui, come sull’albero metallico, non c’è anima viva, la cabina del bagno chimico ha un che di metafisico, niente operai né persone, c’è un trionfo assoluto dell’elemento minerale, solo una geologia primordiale di cumuli di detriti, grosse schegge di roccia lavica, scatolari di cemento precompresso, in attesa.

Di vivente, alla fine ci sono solo le povere palme, le stesse dello Starbucks in piazza Duomo, forse meno famose, ma le vedo sofferenti, le foglie già stropicciate e ingiallite, la terra dove le hanno messe a dimora non mi sembra un gran che, e provo pena per loro, spero veramente ce la facciano a resistere in mezzo a questo deserto, a questo tempo senza uomini e senza cura, senza una regola minima per vivere insieme.

La foto di Castel dell’Ovo è tratta da http://www.cosavisitare.com

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 21 febbraio 2017

Certo anch’io, come Massimo Troisi, vorrei “stare più dentro la situazione, essere un giocatore della squadra, per sapere i retroscena”: lui pensava a Bruscolotti, ma gli sarebbe bastato anche essere la moglie di Renica. Comunque, in assenza di notizie di prima mano, mi piace pensare che la sfuriata del presidente De Laurentiis dopo la notte di Madrid sia passata via, come un acquazzone estivo, molto rumore e solo qualche ramo rotto.

Mio fratello che vive a Rio mi ha raccontato, prima dell’incontro di Champions, che in Brasile il Napoli è ora molto seguito. Quel popolo, perennemente alla ricerca della gioia, apprezza il gioco corale della squadra, proprio perché ci vede un’espressione di gioia, e di intelligenza.

Contrariamente a molti, io non penso che sia per forza necessario vincere qualcosa. Sono convinto che il Napoli di Sarri abbia già ora il suo posto nella storia del calcio. Certo, è il risultato di un progetto partito da lontano, sui campi della terza serie, in giro per la provincia italiana, e in questo lungo percorso De Laurentiis ha avuto il merito di affidarsi a persone di qualità – Marino, Reja, Donadoni, Mazzarri, Benitez – ciascuna delle quali ha lasciato un segno, che è possibile cogliere ancora oggi.

In questi anni il Napoli ne ha fatta di strada, ora è sedicesimo nel ranking UEFA, su quattrocentocinquantatre squadre di club, l’unica italiana davanti è la Juventus, e nel frattempo ha lanciato molti campioni, che non sempre erano top players quando sono arrivati.

Ad ogni modo, le sensazioni che provo vedendo giocare la squadra sono strane, è come ascoltare i ragazzi di Sanitansable, o l’orchestra della scuola media pubblica vicino casa, dove io e mia moglie abbiamo studiato, e poi i figli: un’espressione di gruppo che trasmette gioventù, bellezza, armonia, disciplina, e mi chiedo se tutto questo non possa essere d’ispirazione per la città, al di là del calcio e dello sport.

Perché la cosa della quale ci sentiamo particolarmente orfani, da tempo, è proprio la condivisione di un progetto collettivo, da giocare come squadra, dove ognuno abbia il suo ruolo, e possa fare la sua parte, sapendo che ci vuole del tempo per migliorare sè stessi e il mondo, e c’è un cammino da percorrere.

Certo, occorrono anche i leader, e noi abbiamo Marekiaro Hamsik, che è un giocatore unico, avrebbe potuto giocare nei più importanti club del mondo, ed invece ha scelto di rimanere qui, a vivere dove e come voleva, con pacatezza, equilibrio, serietà, conquistando senza tante chiacchiere il rispetto di tutti.

Sono questi i motivi per i quali – anche senza essere Bruscolotti o la signora Renica – sono convinto che lo sfogo di mercoledì non avrà seguito. Il presidente e l’allenatore hanno dimostrato di essere persone di valore, è dal fortunato incontro delle loro capacità e visioni che è nato il Napoli di oggi. Che non ha bisogno di arrivare primo per essere una grande squadra: come nella vita il risultato certo conta, ma ancor di più l’esperienza irripetibile del percorso, la volontà e l’umanità che ci hai messo.