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Antonio di Gennaro e Giuseppe Guida,
Repubblica Napoli del 2 gennaio 2020

Fioriscono sui giornali italiani e esteri i reportage sul destino dei grattaceli, da quelli della City di Londra a quelli di Manhattan, dalla Défence di Parigi, fino a quelli da poco completati di Citylife a Milano, tutti per adesso svuotati dalla pandemia, a causa dei confinamenti, ma soprattutto del lavoro a distanza.

Così George Hammond sul Finantial Time, una testata non certo facile alle suggestioni, si chiede se gli ultimi grattacieli che Londra ha da poco inaugurato rappresentino già il monumento a un modo di lavorare che non c’è più, e la stessa domanda se la pone Julia Kollewe su un giornale liberal come il Guardian, mentre sul New York Times Julie Creswell e Peter Eavis prendono atto del fatto che “anche se la pandemia di coronavirus sembra diminuire a New York, le aziende sono riluttanti a richiamare i loro lavoratori ai loro grattacieli e mostrano ancora più esitazione a impegnarsi a lungo termine per la città”. Insomma, è chiaro che la cosa non finisce qui, non si esaurirà nemmeno con la disponibilità del vaccino e l’immunizzazione di massa, ci stiamo tutti muovendo verso un altro mondo, un altro modo di lavorare e produrre.

È partendo da tutte queste cose che è nato il desiderio di capire cosa sta succedendo ai nostri grattaceli, quelli del Centro Direzionale di Napoli. Ci arriviamo ciascuno con la sua auto, la rampa che scende nel sottosuolo verso i garage ora semivuoti, è bordata da un filare di palme nane lasciate a un loro selvatico sviluppo, da una cascata anarchica di vite americana, e l’atmosfera è quella di una foresta tropicale  che va richiudendosi sul cemento sgretolato di una civiltà passata.

Dall’atmosfera cupa del livello “meno due” torniamo in superficie. La prima visita è alla fontana circolare ormai secca che doveva un tempo fastosamente accogliere il pedone che arriva in superficie dalla città vecchia, ora è un ricovero malinconico di lattine. Ai fianchi, le due gigantesche torri dell’Enel, svuotate da tempo, senza bisogno della pandemia. La sorpresa è trovarne una aperta, qualcuno ha rimosso le grosse catene che bloccavano le maniglie delle porte a vetro opacizzate dall’abbandono, come fosse un garage qualunque di periferia, c’è gente dentro, ci avventuriamo.

E’ una delegazione di funzionari e tecnici dell’azienda, devono effettuare un sopralluogo, si muovono con circospezione nell’atrio abbandonato, c’è acqua per terra, un armadio sventrato mostra all’aria fasci scomposti e impolverati di carte, e una scalinata un tempo sontuosa, con decori lignei da country club, ora più che mai incongrui, l’atmosfera è un po’ tesa, come archeologi che si inoltrino in un tempio sigillato da millenni. Comunque, quando scoprono che siamo lì solo per capire cosa sta succedendo al più grande pezzo della Napoli contemporanea, un po’ seccamente ci chiedono di andar via, per ragioni di sicurezza, s’intende.

Lunghe aiuole verdi bordano i viali, era un elemento di eccellenza del progetto, uno degli ultimi lavori di Pietro Porcinai, il più grande paesaggista italiano, si tratta quindi a tutti gli effetti di giardini d’autore. Porcinai scelse oculatamente specie sempreverdi della macchia mediterranea, ed è tutta una teoria quindi di lentischi, mirti, corbezzoli, filliree, oleandri, assieme a cugini esotici come la plumbago con le sue delicate infiorescenze celesti, viene dal Sud Africa ma s’è trovata assai bene, e infatti la trovi spudorata dappertutto, nei bordi strada, come un’infestante.

Il problema è che si tratta di un verde sofisticato, tecnologico, posto sul tetto di un oggetto di cemento che si sviluppa per due piani sotto, che deve quindi vivere e svilupparsi in un ambiente artificiale e confinato. Il mantenimento di questo ecosistema tecnico richiede la massima cura: irrigazione sapiente, controllo delle infestanti, potature accorte; come il “bosco verticale” delle due torri residenziali di Milano, sono in realtà cose fragilissime, che richiedono un dispendio energetico e idrico elevato.

Dopo un paio di decenni in cui le cose sono andate bene, il giardino di Porcinai è ora in piena crisi, ci sono aiuole a partire dall’ingresso in evidente abbandono, le infestanti ingoiano gli arbusti, mentre cespugli interi seccano e restano in piedi, stecchiti, su un sottobosco di bottiglie e cartacce. Assieme al rovinio della pavimentazione, con le mattonelle rotte o traballanti, frettolosamente sostituite da poveri rappezzi in cemento, il declino del verde è un ulteriore aspetto di quello più generale dello spazio pubblico, di quel tessuto connettivo che alla fine rendeva un minimo vivibile e presentabile questo luogo, che la città vecchia non ha mai voluto o potuto assimilare.

Perché alla fine il centro direzionale appare oggi esito di una modernizzazione fraintesa, arrivata in ritardo, quando i modelli post-industriali annunciavano, nel medio periodo, scenari diversi e legati ad innovazioni di cui già si aveva sentore: la digitalizzazione, le tecnologie informatiche e di comunicazione, il calo demografico delle grandi città, i mutamenti del mercato del lavoro.

E invece con un ritardo colpevole e dopo aver operato una finta riflessione tra piani attuativi concettualmente diversi durata quasi venti anni, con il contributo determinante dell’impostazione iniziale di Giulio De Luca – a sua volta basata sullo schema di Luigi Piccinato – alla fine, quasi per sfinimento, il disegno definitivo fu firmato dal giapponese Kenzo Tange. Decenni di gestazione non potevano che determinare un progetto urbano già obsoleto, concepito negli anni ’70 e privo di proiezioni al futuro e di analisi serie. Sarebbe bastato anche solo guardare all’altro lato dell’Atlantico, dove in genere le mutazioni urbane avvengono con decenni di anticipo.

Anche dal punto di vista ambientale, se c’è un’idea di progettazione urbana da portare a esempio di assoluta insostenibilità, è proprio quella che ha partorito questo enorme accrocco – per buona parte interrato nella palude dove ancora scorre sotterraneo il Sebeto – che fin dalla nascita è condannato a sfuggire alla sommersione grazie a un esercito di instancabili pompe sommerse, legando così la sua esistenza a un fabbisogno energetico perpetuo, come quello che occorre per refrigerare e riscaldare i suoi inospitali edifici in vetro-metallo.

A soffrire la crisi che li ha definitivamente chiusi sono alcuni degli edifici più rappresentativi. La coppia di torri cosiddette Wind, oggi Enel, all’ingresso dell’asse centrale, progettate da Giulio De Luca, Massimo Pica Ciamarra e  Renato Avolio De Martino, sono oggi vuote e in attesa di un difficile riuso. Eccessivamente sottili, secondo la sagoma del planovolumetrico, per recuperare un minimo di spazio all’interno i progettisti espulsero gli ascensori all’esterno ed eliminarono i pilastri: i solai di quelle torri sono appesi con dei tiranti alla grande trave visibile sulla sommità dell’edificio. Stesso destino per le due grandi torri marmoree dell’allora Banco di Napoli, progettate da Nicola Pagliara. L’abbandono sta causando il distacco di molte delle lastre e dei blocchi di marmo pregiato sagomate secondo i minuti dettagli esecutivi del progettista per il basamento e in facciata. Soltanto questi due complessi edilizi raggiungono una volumetria di poco inferiore ai 300mila metri cubi

Nonostante tutto, nel tempo questo tessuto urbano è riuscito comunque ad essere parte del quartiere. C’è riuscito, in particolare, sui bordi. Quello lungo il carcere di Poggioreale, ad esempio, si caratterizza per una connessione diretta e a livello con la via Otranto del quartiere Vasto, costeggia l’edificio più basso e a scala urbana (ex Olivetti) realizzato da Renzo Piano, sino all’istituto comprensivo “Gennaro Capuozzo”, una delle poche attrezzature pubbliche che il bulimico piano del Centro Direzionale è riuscito a produrre e sottrarre all’ingordigia dei privati che hanno gestito la realizzazione. A seguire, passando per il curioso Complesso Esedra, il percorso conduce alla nuova copertura lignea tutta a onde della stazione della linea 1 della metropolitana progettata dall’architetto italo-spagnola Benedetta Tagliabue.

Anche le torri residenziali, sul bordo opposto, restano alla fine una delle parti migliori, sicuramente più vitali di questo luogo. Certo i residenti hanno dovuto asserragliarsi dietro cancellate robuste, ma all’interno del recinto percepisci una cura, gli ingressi, le facciate, i balconi, e chiudi un occhio pure sulle verande che in molti hanno realizzato, in questo mare di spaesamento sono un segno di radicamento, finalmente, ai luoghi.

«Le città contemporanee dei servizi di Kenzo Tange» ci dice Francesca Castanò, professore di Storia dell’Architettura all’Università della Campania Vanvitelli «in Italia stanno andando incontro a destini diversi. Se a Bologna il Fiera District pare votato alla completa rivitalizzazione attraverso interventi che portano nuovi abitanti e nuove attività, qui a Napoli il Centro Direzionale, un autentico palinsesto architettonico con qualità assenti in analoghi progetti, lentamente muore, nel generale svuotamento di funzioni e di senso. Come pure la città satellite del Librino di Catania dove l’utopia di Tange è del tutto svanita»..

Ma la maggiore sofferenza di questo brano urbano è l’apparente assenza di prospettive, l’essere stato dimenticato dalla pianificazione urbanistica e da buona parte del discorso pubblico sulla città. In una logica rigenerativa, l’intervento non può prescindere dal fatto che le condizioni attorno alle quali è stato pensato non ci sono più, a maggior ragione alla luce della tragedia epocale che stiamo vivendo. Sarà necessario ristrutturare, smontare, integrare, reinventando la pelle e il contenuto degli edifici. Ma forse sarà necessario anche demolire e ricostruire (e forse nemmeno, in qualche caso) secondo modelli contemporanei di intervento e tecnologie adeguate.

Quello che è certo è che bisogna soprattutto restituire questo pezzo di città alla città, allontanando parte del terziario e mettendoci abitanti, migliaia di abitanti. E servizi, attrezzature pubbliche, per l’istruzione, la cultura, lo sport, le cose che servono alle persone per vivere. Una grande azione pubblico/privata, che conservi la traccia di questo luogo oramai stratificatosi nella città, mutandone però l’identità e l’abitabilità. Integrandolo finalmente con quello che c’è intorno, i quartieri vecchi del Vasto, di Poggioreale, con la vita certo piena di problemi e contraddizioni, i pensieri e i drammi indistruttibili di una città vera.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 24 maggio 2020

Sylvain Bellenger è costretto a chiudere l’accesso al parco di Capodimonte a causa di attriti con i sindacati e subito arriva il rimprovero di Luigi de Magistris, che lo invita a riaprire per motivi di salute pubblica, lamentando una mancanza di coraggio che “sta corrodendo il Paese”. Si ripropone dunque con forza il problema degli spazi verdi in città, al quale “Repubblica” ha dedicato una approfondita serie di reportage, articoli, interviste. A questo punto una riflessione è necessaria, anche alla luce dell’ultima polemica tra sindaco e direttore del Parco.

Dall’inchiesta di “Repubblica” sul verde urbano a Napoli emerge un quadro di luci (poche) e ombre (troppe). Lo scenario d’insieme è quello di un patrimonio a pezzi, allo stremo. Dei parchi storici della città uno solo, proprio quello di Capodimonte, si propone come modello gestionale di riferimento, assicurando nonostante tutte le difficoltà (e l’ultimo incidente di percorso) uno standard di fruibilità da grande città europea. Per il resto, il racconto dei giornalisti di “Repubblica” è quello di un itinerario dolente attraverso luoghi di decadenza fisica e funzionale, dalla Floridiana alla Villa Comunale fino al Virgiliano, nel verde perduto di Posillipo.

La situazione è critica anche per i parchi contemporanei, quelli del Piano delle Periferie e della ricostruzione dopo il terremoto dell’80 – Troisi, Fratelli De Filippo, Scampia – giustamente presentati dalla Guida Rossa del Touring come le prime grandi attrezzature verdi realizzate in città dai tempi dei Borbone. I progetti di queste aree, è bene ricordarlo, sono a firma dei migliori nomi della progettazione dei giardini in Italia, da Ippolito Pizzetti a Vittoria Calzolari.

Esemplare il caso del Parco Fratelli De Filippo, a Ponticelli, un’area verde di dodici ettari al centro di un quartiere importante, che pure ha fame assoluta di socialità, dove la manutenzione da anni si arresta inspiegabilmente al primo ettaro, il solo fruibile, grazie anche agli stupendi orti urbani curati dalla rete di associazioni, comitati, scuole. Nei restanti undici, uno sterminato deserto urbano, con le strutture in completo disfacimento e una giungla vegetale impenetrabile, carica di illegalità e insidie.

Ma il monumento all’incuria e all’incapacità gestionale è il Parco dei Camaldoli, cento ettari di castagneto, un vero bosco in città, una risorsa incomparabile di biodiversità: un ecosistema prezioso che sarebbe il vanto di ogni comunità urbana in qualunque altro posto del mondo, chiuso ormai alla cittadinanza e abbandonato a un degrado fisico e vegetazionale che ha assunto aspetti di rischio assolutamente drammatici e inaccettabili.

La sofferenza è sistemica, riguarda purtroppo a vario grado l’insieme dei 52 parchi e giardini raffigurati nella cartografia ufficiale scaricabile dal sito del Comune di Napoli: 340 ettari in teoria disponibili per la cittadinanza, la cui reale fruibilità appare, come testimoniato dall’inchiesta di “Repubblica” problematica, frammentaria, incerta. Per non parlare del Parco metropolitano delle colline di Napoli, l’intuizione coraggiosa del piano regolatore per mettere in sicurezza buona parte delle aree agricole della città, 2.200 ettari di masserie vigneti e frutteti da rilanciare in chiave multifunzionale, in stand by da più di un decennio.

Insomma, il verde urbano a Napoli è all’attualità un bene nominale: c’è sulla carta ma non è fruibile con certezza dai cittadini per carenza cronica di governo e manutenzione. Come è nominale a questo punto – doloroso constatarlo – il rispetto degli standard urbanistici di legge, i metri quadri di verde pubblico che la Repubblica italiana deve garantire ai cittadini come parte del diritto costituzionale alla salute e alla qualità di vita, con buona pace delle narrazioni rituali sui beni comuni.

Siamo all’anno zero, e dice bene Francesco Erbani nella sua riflessione su queste pagine del 22 maggio  (“Ascoltiamo le parole di Bellenger”): la lezione di Capodimonte resta valida nonostante le difficoltà di questi ultimi giorni, e sta tutta nell’idea cocciuta del direttore francese che il Parco sia importante alla pari del Museo; nella responsabilità di curarlo, gestirlo e metterlo in gioco per offrire alla cittadinanza un servizio essenziale, elaborando una strategia di respiro europeo. Una strategia appunto, la città ha bisogno in primo luogo di questo.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 4 maggio 2020

In molti nel mondo si interrogano ora se tra le grandi vittime del virus non ci sia proprio la città, l’idea che sia meglio vivere densi, in quel concentrato di esperienze, stimoli, connessioni, condivisioni che solo l’habitat urbano è in grado di offrire. Di queste cose parla il reportage di Anais Ginori e Federico Rampini su “Repubblica” del 30 aprile scorso (“Da New York a Parigi, così la distanza sociale ridisegna le città”), e quello di Sabrina Tavernise e Sarah Mervosh, apparso pochi giorni prima sul New York Times (“Le più grandi città americane stavano già perdendo il loro fascino”).

La domanda è fino a che punto il distanziamento porti anche con sé una rivincita del sobborgo, la periferia dispersa, il piccolo centro: la possibilità di godere di spazi di vita ampi e riservati che la grande città non è strutturalmente in grado di offrire; assieme all’attitudine a spostarsi individualmente, col mezzo privato – auto motorino bici e monopattino che sia – oggi più sicuro rispetto all’affollamento carico di insidie del trasporto pubblico.

L’architetto Stefano Boeri l’ha detto chiaramente, per lui il tempo della grande città è finito, tra le conseguenze buone della pandemia potrebbe esserci un ritorno ai piccoli centri, a una dimensione di maggiore sostenibilità e armonia con la natura e i paesaggi. Della stessa idea lo scrittore Franco Arminio, secondo il quale è questo il momento di varare politiche serie di ripopolamento delle aree interne, dotando di mezzi e finanziamenti adeguati la strategia pensata da Fabrizio Barca alcuni anni fa.

In attesa che questi scenari epocali si chiariscano, resta a noi cittadini il compito di riorganizzare al meglio la nostra quotidianità in una città come Napoli, scoprendone magari aspetti e risorse insospettate. Perché il capoluogo è meno denso di quel che appare, ha al suo interno i suoi boschi e le sue campagne, tremila ettari di verde (un quarto del territorio cittadino) che saggiamente il piano regolatore ha tutelato, con le cinquecento aziende agricole che esso contiene.

Le campagne urbane formano una cintura verde, se stiamo attenti possiamo ripercorrerla dagli orti di Ponticelli ai frutteti di Pianura, passando per le masserie di Posillipo e le selve di castagno dei Camaldoli. Gran parte di queste aree verdi sono dentro il Parco Metropolitano delle Colline di Napoli, una creatura in sonno che sarebbe il caso di risvegliare.

Stiamo parlando di un patrimonio di aree agricole e forestali in città che vanno ora ripensate come spazi sociali, per i nostri piccoli, i ragazzi e i nonni, luoghi più salubri e sicuri per l’educazione e la vita all’aria aperta, da utilizzare come è ovvio con tutte le precauzioni e l’autodisciplina che il momento di transizione richiede.

Un esempio clamoroso sono i cento ettari di castagneto pubblico del bosco dei Camaldoli, del quale questo giornale si è più volte interessato, inspiegabilmente chiuso alla cittadinanza da anni. E’ un perfetto bosco appenninico in città, con tutto il profumo le macchie di luce i fruscii e la biodiversità. Sarebbe bello poterlo percorrere quest’estate, certo con cautela, in attesa di tornare, speriamo presto, sui sentieri d’Appennino.

Antonio di Gennaro, 18 aprile 2020

E’ il mio contributo al libro sui trent’anni di Repubblica a Napoli. La pubblicazione è andata a ruba. Chi è rimasto senza può leggerlo ora su horatiopost.

E’ vero, l’agricoltura, o meglio le agricolture sono un pezzo importante del futuro della Campania, ma diffidate di chi dice che è il solo destino che c’è rimasto, che l’economia regionale debba puntare tutto su agricoltura e turismo. Sono sciocchezze, se va bene queste due voci, con i loro indotti, fanno un terzo del prodotto interno lordo, il resto sono manifattura, industria, servizi: è lì che si produce il lavoro e il reddito per buona parte della popolazione attiva. Pure, una regione europea moderna ha un disperato bisogno di buona agricoltura, per tanti motivi.

Uno di questi è la sicurezza. L’ottantacinque per cento del territorio della Campania non è fatto di città ma di campagna: campi coltivati, pascoli, boschi, aree naturali. E’ la straordinaria matrice rurale che tiene insieme i grandi paesaggi regionali, dal Matese al Cilento, lungo tutta la green belt d’Appennino, passando per le pianure, i vulcani, le isole. Dietro questo mosaico di agricolture, con tremila anni di storia, c’è una comunità reticolare di agricoltori che lavora ogni giorno per tenere in ordine i suoli,  le acque, la sintassi unica dei paesaggi.

Di tutta questa macchina ecologica l’area metropolitana regionale – la caotica città continua da Capua a Battipaglia, che vale il quindici per cento del territorio, ma ospita il settantacinque per cento della popolazione – è debitrice netta. E’ il territorio rurale con i suoi fantastici suoli che produce l’acqua da bere, pulisce l’aria, condiziona il clima, assorbe la CO2, mantiene la biodiversità e la sicurezza idrogeologica. Ora li chiamano “servizi ecosistemici”, sono quei processi invisibili che rendono possibile la nostra vita quotidiana, tutta roba che si fabbrica in campagna, e la parola chiave in questo caso è “multifunzionalità”: la capacità dello spazio rurale di produrre simultaneamente cibo e servizi ecosistemici, a vantaggio dell’intera società.

Il problema è che mentre il cibo si vende e si compra al mercato, un mercato per i servizi ecosistemici non c’è, o almeno non c’è ancora. Uno degli obiettivi della politica agricola comunitaria è proprio questo: ricompensare gli agricoltori di almeno una parte dell’opera ambientale che svolgono, altro che assistenzialismo.

In più, l’agricoltura, e quella campana in particolar modo, per motivi che vedremo, è stretta nella morsa ferrea di costi di produzione crescenti e prezzi bassi dei prodotti, che il mercato globale mantiene al di sotto di una soglia decente di remuneratività. Un’umiliazione insostenibile, ed allora chiudono le stalle in Appennino, è una frana economica, demografica e sociale. Le montagne della Campania hanno avuto la loro popolazione dimezzata nell’arco di un cinquantennio, i giovani vanno via, la rete dei trecento piccoli comuni di presidio si spegne.

Una delle conseguenze, in questi tempi difficili di cambiamento climatico, è che senza più gli agricoltori a curare il pascolo e l’animale, senza manutenzione, l’Appennino diventa una macchina pericolosa: la boscaglia si riprende il paesaggio, il suolo frana e l’acqua inonda il fondovalle assieme alle città, le infrastrutture, le fabbriche. La catena del rischio in questo modo si chiude, e il costo per l’intera collettività è drammatico.

In pianura i problemi sono diversi, anche se è qui che ci sono i suoli più fertili dell’universo conosciuto. E’ il motore vulcanico di Campania felix, una produttività che è il quadruplo della media nazionale: è grazie a questo capitale prodigioso di fertilità che la Campania, con metà della superficie agricola, si colloca nel gruppo di testa delle regioni agricole italiane.

Se in Appennino è il bosco che avanza a spese dei coltivi, in un desolato paesaggio medioevale di ritorno, in pianura è la città a mangiare i suoli e cancellare aree agricole. Nel 1960 c’erano ventimila ettari di città, ora sono centoquattordicimila, la città si è moltiplicata per sei, anche se la popolazione è aumentata solo del venti per cento. Ora Campania felix è fatta di pezzi di campagna inframmezzati alla città, in un mosaico rur-urbano disordinato, privo di coordinate.

Eppure, questa agricoltura metropolitana, fatta di trentamila aziende, è in grado ancora di produrre, sul dieci per cento circa della superficie agricola regionale, quasi un terzo del valore della produzione agricola della Campania. Si tratta di ortaggi, fragole e mozzarelle di qualità assoluta, che le filiere lunghe della grande distribuzione organizzata portano sulle mense di mezza Europa. Molteplici livelli di controlli hanno confermato come questi cibi, diversamente dalle grida manzoniane di pochi sconsiderati, siano assolutamente sani, più sicuri addirittura delle produzioni provenienti da altri territori italiani.

Una sola regione per tanti territori e tante agricolture diverse, anche se per progettare il futuro il problema alla fine è sempre lo stesso, la gracilità del tessuto aziendale, la dimensione media delle unità produttive, intorno ai quattro ettari, la metà della media nazionale (per inciso, in Francia l’azienda media è di cinquanta ettari). Un fenomeno che giunge proprio nei paesaggi rurali più fertili  – la piana flegrea, il Vesuvio, la Penisola sorrentina-amalfitana, l’Agro nocerino-sarnese – alla polverizzazione estrema, con dimensioni aziendali medie di uno-due ettari.

Lasciando decisamente da parte le cose che non sappiamo fare, come la ricomposizione fondiaria, la soluzione praticabile è antica e nuova insieme, ed è quella della cooperazione: mettere insieme le forze, ricucire in progetti solidali, finalmente competitivi, le persone, le produzioni, le terre. I buoni esempi non mancano, anche in Campania: i produttori di fragole di Parete, i viticoltori del Sannio, gli allevatori di marchigiana del Fortore, gli olivicoltori del Cilento hanno saputo costruire negli anni organizzazioni cooperative in grado di stare credibilmente sui mercati globali, pur conservando una maglia produttiva fatta di piccoli produttori.

E’ questa l’unica chance per la Campania, quella della costruzione di paesaggi cooperativi, pensati e gestiti come un’unica azienda. Tornando a considerare l’economia regionale nel suo insieme, questi paesaggi rurali di qualità, adeguatamente connessi e infrastrutturati, possono diventare il brand distintivo, il vantaggio competitivo non riproducibile altrove, del quale finiscono per tener conto anche le attività extragricole nelle loro scelte localizzative. In conclusione, la strada è una sola: mettere insieme progetti e destini, pensando di vivere questa terra come fossimo foresta, piuttosto che alberi isolati.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 21 gennaio 2020

Vorremmo veramente poter credere che non sia stata solo una passeggiata a favore di telecamere quella di ieri, sotto un cielo grigio e incattivito che ha stretto la città in una morsa di gelo dopo tante giornate azzurre di quasi primavera. Sono passati trent’anni dalla chiusura della fabbrica, una generazione intera ha conosciuto Bagnoli come un enorme, desolante vuoto urbano. Imponenti risorse pubbliche sono andate disperse, il quartiere ha conosciuto un inesorabile declino, ed è evidente che la mortificazione di una città intera non è risarcibile con le frasi a effetto, anche lo “scusate il ritardo” del ministro funziona poco, l’ironia e l’intelligenza di Troisi non riescono a sciogliere il gelo.

Accenti di verità Provenzano li trova invece nella rappresentazione dello squallore: “Quando sono venuto a Bagnoli per la prima volta mi sembrava un carcere ambientale. Abbattiamo questo muro che ha sottratto questo luogo alla città”. Sono proprio le parole, le cose che i reportage di “Repubblica” hanno raccontato in questi anni, nel silenzio generale. “Vogliamo aprire questo luogo alla cittadinanza” ha detto ancora il ministro “apriamo oggi i recinti e proviamo a restituire alla città quello che negli anni è stato sottratto”. Anche questa istanza “Repubblica” l’aveva cocciutamente ribadita. Nel silenzio.

Vorremmo poterci credere che non era una passerella. Per la verità, anche la metafora delle ruspe, cui i diversi partecipanti fanno immancabilmente ricorso, ha poco senso, suona falsa. L’analisi di rischio, la cui sorprendente mancanza “Repubblica” aveva a più riprese segnalato, è stata approvata in conferenza dei servizi solo 4 giorni fa. Quindi era vero che non c’era quando è stato fatto il PRARU, il programma di rigenerazione approvato con decreto del presidente della Repubblica, ma è una magra soddisfazione. L’analisi di rischio è la base della progettazione esecutiva di ogni intervento di bonifica, almeno se si intende rispettare il percorso di legge. La conseguenza è che un progetto degno di tal nome non c’è, non può esserci, e la prospettiva è che quelle ruspe tra poco non sapranno che fare.

Per dare esecutività e concretezza al recupero di Bagnoli è necessario smetterla di pensarlo come un intervento monolitico, della tipologia “tutto o niente”. Come i dossier delle associazioni ambientaliste e dei sindacati hanno più volte sottolineato, sempre nel silenzio istituzionale, la sterminata area dell’ex acciaieria è fatta di tanti pezzi, a differente grado di problematicità. In molte aree un rischio significativo non c’è, si potrebbe partire subito con la ricostruzione della città. Ma l’ideologia della bonifica come palingenesi globale, la vera, grande opera pubblica da avviare con un investimento da brividi, 400 milioni (che si sommano ai 600 già spesi), prevale ancora una volta. L’urbanistica, quella vera, a Bagnoli non è ancora entrata. Di concorsi d’idee, senza alcun seguito, ne abbiamo già fatti tanti. La nuova città resta un orizzonte indefinito, cui qualcuno un giorno penserà.

La cappa di gelo non dà tregua, il vento taglia forte, mentre il ministro prefigura scenari di sviluppo, all’insegna del green new deal rilanciato in gran pompa dall’Unione europea, ma il percorso è ancora lungo. In tutte le parti del mondo il rinnovamento delle città parte dai trasporti: la sostenibilità, la qualità di vita, la competitività delle imprese inizia lì, peccato sia proprio questa la parte che nel PRARU manca. In questa giornata rabbuiata d’inverno, quello che continuiamo ad ascoltare è il racconto di una pianificazione al contrario, ma si sa, siamo il paese dell’immaginazione e della creatività.

La conclusione è dell’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri: “Finalmente possiamo dire che le nostre parole qui vengono coperte dalle ruspe che possono operare a Bagnoli”. La sensazione è che non siano solo le parole ad essere coperte dal rumore, ma i pensieri.


Fabrizio Cembalo Sambiase e Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 23 dicembre 2019

Un fortunale con raffiche da sud-ovest di vento oltre i 100 km/h ha spazzato il litorale tirrenico, dalla Liguria alla Sicilia, ed è ancora un bollettino di guerra di allagamenti, crolli d’alberi e di terre, vite umane perdute. Napoli paga un prezzo altissimo. Lo schianto di una branca di cipresso, trascinata come un fuscello dalla tempesta, di primo mattino spezza una vita ad Agnano; la tragedia è solo sfiorata al Vomero, in via Belvedere nella notte un cedro imponente si ribalta, schiaccia un’auto, cade sul palazzo difronte, quasi demolendo un balcone, gli inquilini hanno pensato a un terremoto. Alberi caduti in quasi tutti i quartieri della città da via Crispi a viale Traiano, alle strade attorno la Ferrovia, da Posillipo all’Arenella, fino a Napoli Nord, da via Miano alla Toscanella.
Domenica mattina presto ci trovavamo per motivi personali in via Belvedere. Il grande cedro era lì, sdraiato, le radici all’aria, a occhio una pianta di una quarantina-cinquantina d’anni. Un rapido esame, dalla chioma al tronco al sistema radicale, e un’angoscia sottile ci ha preso. Siamo agronomi, è il nostro lavoro, inutile girarci attorno. L’albero che si è schiantato non mostrava segni di consunzione, malattia, squilibrio statico, radicamento debole. Era una pianta sostanzialmente sana.
Nella scala di velocità del vento di Beaufort, che come la Mercalli per i terremoti classifica la magnitudo dell’evento in base alla rilevanza degli effetti, il vento di sabato notte è classificato tra la “tempesta” e il “fortunale”, il decimo e l’undicesimo grado della scala, dopo c’è solo l’uragano. Una delle peculiarità distintive di tempeste e fortunali è la capacità di sradicare grossi alberi.
La scala di Beaufort è stata pensata all’inizio dell’800, e tempeste e fortunali c’erano già. Quello che caratterizza il nostro tempo è il fatto che la frequenza, la probabilità che questi eventi ad alta energia si verifichino, è considerevolmente aumentata. La comunità scientifica lo va ripetendo in tutti i modi: il global change non è una cosa che verrà, ci siamo dentro fino al collo.
A rendere più difficile le condizioni di stabilità dei grandi alberi urbani, è il fatto che i venti si incanalano nei canyon tra i fabbricati con modalità imprevedibili, crescendo ulteriormente di forza e turbolenza, scaricando sovente la propria energia su suoli già imbibiti dalla pioggia, che hanno quindi perso tenacità e coesione.
La maggior parte dei grandi alberi urbani li abbiamo piantati 50, 60, 70 anni fa, quando le condizioni ambientali erano diverse. Molti di questi esemplari hanno pressoché esaurito la propria parabola di vita, che per un albero di città, costretto a vivere in condizioni difficili di suolo, spazio vitale e inquinamento, è su per giù un quarantennio.
Nel frattempo l’ecosistema globale e quello urbano sono mutati, di fronte a questi fenomeni il patrimonio vegetazionale della città va in crisi. Nella tempesta di sabato notte sono venuti giù come birilli anche alberi che risultano alla vista in buono stato di salute e con apparati radicali ben formati. Certo lo spazio non è mai adeguato. Per il cedro caduto a via Belvedere. servono almeno 100 mq di area libera e lui sopravviveva da decenni in uno spazio ben più piccolo.
La vegetazione presente nella nostra città soffre di un male che viene da lontano, la crescita veloce della città, con alberi messi a dimora in situazioni paradossali, troppo vicino alle abitazioni, in spazi residuali e piccoli, su suoli urbani non sempre idonei.
In questo contesto mutato, serve a poco puntare l’indice, alla spasmodica ricerca di un colpevole, continuando a considerare il verde un problema degli altri. Dobbiamo renderci conto che ormai la città ha bisogno di una vegetazione in continuo rinnovamento, un turn-over fisiologico, un ricambio generazionale. La convivenza con l’albero è qualcosa da ripensare, progettare, curare consapevolmente nel tempo.


Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 18 novembre 2019

“Non esiste buono o cattivo tempo ma buono o cattivo equipaggiamento”. La frase di sir Robert Baden Powell, il fondatore a inizio secolo dello scautismo, vale per le persone, ma torna utile anche per le città, bisogna solo vedere in che misura e con quali modalità. Si è insistito giustamente in questi giorni sulla prevenzione. Da questo punto di vista una città equipaggiata è innanzitutto una città manutenuta, nella quale alberi, sottoservizi, terrapieni e cornicioni sono attenzionati e curati nel tempo, affinché non sprofondino a cadano in testa alla gente. Se tutto questo manca, perché non ci sono i soldi, e i servizi tecnici comunali sono a pezzi, l’ultimo rifugio per le autorità competenti è la sospensione delle attività a rischio, che significa chiudere ad ogni allerta meteo scuole, giardini, cimiteri, linee ferroviarie, spazi pubblici, in una frustrante precarietà, una vita civica impoverita, a singhiozzo.
Dopo la voragine, quando poi arrivano le troupe televisive, li vedi gli amministratori locali trasformarsi in severi e accorati avvocati del popolo, con dichiarazioni vibranti di vicinanza ai cittadini colpiti, di richiesta allo Stato di intervento e immediato ristoro, come se non c’entrassero niente, non fossero un pezzo di Repubblica pure loro, detentori di competenze o responsabilità precise, e a quel punto davvero lo straniamento è totale, non capisci più perché rimangono lì, e che li voti a fare.
La questione è seria. Città come Napoli e Roma hanno accumulato nei decenni un debito pubblico gigantesco che ha una componente finanziaria, e una componente ben più rilevante, che è quella fisica, territoriale, corrispondente al costo complessivo delle manutenzioni non fatte, e dei danni ricorrenti al patrimonio che si sgretola, a cose, persone, attività. Infine, c’è un debito strutturale, organizzativo. Le macchine comunali sono allo stremo, le competenze interne e i servizi tecnici, la cui faticosa costruzione aveva richiesto decenni, sono in avanzata fase di dismissione, la capacità amministrativa è ai minimi termini.
In questa situazione, il ricorso alla public advocacy, il sindaco difensore, imbonitore o avvocato del popolo serve a poco. Una nuova leadership dovrebbe partire da un’operazione-verità, dal riconoscimento delle carenze e dei bisogni trascurati, piuttosto che dei primati fantastici. Da un progetto misurabile e verificabile di ricostruzione della rete dei servizi, a partire dalla cura dell’ecosistema urbano, del suolo, dell’acqua, delle reti, degli alberi, degli edifici pubblici e delle scuole; quelli in definitiva ai quali è affidata la nostra sicurezza, il nostro equipaggiamento, per dirla come Baden-Powell.
Su tutte queste cose siamo fermi almeno da vent’anni. Da dove ricominciare, come riconvertire a questa missione l’intera macchina pubblica, tutte le risorse umane e finanziarie disponibili, a partire da quella scatola misteriosa/buco nero che restano le aziende partecipate, è la vera sfida, la piattaforma per una nuova alleanza di rinascita civica, e su queste cose non esiste buono o cattivo sindaco, ma solo una buona o cattiva strategia.

Degli interventi su Repubblica Napoli di agosto restava solo questo, sul parco della Floridiana.

Floridiana, i perché della rovina

Antonio di Gennaro, 25 agosto 2019

Il parco della Floridiana è in rovina, Repubblica si è più volte occupata del caso nelle ultime settimane, un interesse doveroso, perché stiamo parlando del giardino all’inglese per alcuni versi più importante della città, uno dei più belli d’Italia. Oltre che dell’unico parco verde del Vomero, uno spazio di importanza vitale per le famiglie, gli anziani, i piccoli del quartiere. Ora gli spazi ombrosi di lecci dove ci inseguivamo da bambini è sigillato dalle reti metalliche dei cantieri, i luoghi magici dell’infanzia irriconoscibili, regrediti alla provvisorietà delle aree degradate, polverose, dismesse.

Alla domanda sul come sia potuto succedere, la risposta è piuttosto semplice: la Floridiana è il contrario di Capodimonte. Tutti e due i parchi sono sotto gestione ministeriale, ma a Capodimonte la differenza l’ha fatta la strategia che il direttore Bellenger ha messo in campo sin dall’inizio del suo insediamento, dopo la riforma Franceschini.

In una lunga intervista del 2017 a Repubblica (“Capodimonte, il bosco ritrovato: ecco il nostro Central Park”) Sylvain Bellenger ha raccontato come la sua priorità fosse quella di mettere il grande parco di 120 ettari al servizio del quartiere e della città, farne una grande infrastruttura ecologica e sociale, e lui pensava soprattutto alla gioventù trascurata dalle politiche pubbliche e dalle istituzioni. Per fare questo ha redatto progetti, cercato risorse, riorganizzato la macchina amministrativa. Il lavoro naturalmente è all’inizio, ma i risultati sono promettenti.

Nel caso della Floridiana tutto questo non è successo. Il Ministero dei beni e delle attività culturali ha mostrato il volto peggiore, distante dai bisogni del territorio, prigioniero di un’organizzazione burocratica, datata, priva per di più delle competenze e dei saperi specifici necessari a gestire quella cosa particolare che è un giardino storico, un bosco urbano, un ecosistema vivente della cui cura ed evoluzione gli architetti, gli storici e gli archeologi del ministero sanno ovviamente assai poco.

Così il problema è stato sottovalutato, e bene ha fatto l’amministrazione comunale a proporsi per la gestione del parco. Ci sarebbero anche risorse finanziarie per intraprendere il restauro, due milioni di euro, ma è evidente che non è possibile dormire sonni tranquilli, perché anche la macchina comunale per parte sua non gode di buona salute, falcidiata dai pensionamenti di “quota 100” e dal blocco del turnover; una struttura oramai quasi priva di agronomi, mentre la squadra di giardinieri è ai minimi termini, senza nemmeno l’attrezzatura minima per operare.

Basta passeggiare in Villa comunale, o percorrere i lacerti del grande bosco dei Camaldoli avventurosamente aperti al pubblico, per constatare quale sia al momento la capacità dell’amministrazione cittadina di curare e gestire il patrimonio di aree verdi.

La lezione è che non conta tanto il livello istituzionale (stato centrale, comune, meglio comunque la collaborazione dei due), quanto la capacità di dotarsi di una strategia, pensare alle aree verdi non come a una fastidiosa appendice del costruito, ma piuttosto il motore clorofilliano, sociale ed ecologico, necessario per assicurare ai cittadini una decente qualità di vita.

E’ evidente che se le istituzioni hanno le idee chiare, anche i privati possono dare una mano. Resta il fatto, come in tutte le politiche pubbliche, che le parole non bastano, servono mezzi, risorse, organizzazione, capacità amministrativa.

Con la Floridiana abbiamo toccato il fondo, speriamo davvero che l’antico giardino affacciato sull’azzurro torni presto a ospitare le avventure dei nostri piccoli, in tutta la sua bellezza e mistero, che l’incanto possa ancora ripetersi.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 6 giugno 2019

Dopo i quartieri orientali di San Giovanni, Ponticelli e Barra, continua a occidente, tra le colline flegree, il viaggio nei casali di Napoli, ripercorrendo la “corona di spine” di Francesco Saverio Nitti. Fino al 1926 erano comuni autonomi, coi loro santi patroni, cultura ed economia, l’unione col capoluogo ne ha stravolto per sempre il destino, declassandoli a periferia. Per tutti loro, a est come a ovest, a distanza di novant’anni, l’integrazione vera con Napoli, qualunque cosa questo significhi, è una questione ancora aperta.

All’estremo ovest c’è Pianura: nelle foto aeree scattate dagli Alleati nei primi anni ’50 per il piano Marshall, queste terre sono ancora un giardino, la conca è tutta un ricamo di filari di vite e piante da frutto, le selve di castagno sui versanti dei Camaldoli sono curate come un salotto, e il casale  – novemila anime in tutto – è un borgo a forma di croce, attorno alla chiesa madre di S. Giorgio.

“Eravamo felici” mi dice Vittorio Balestrieri, il decano degli agricoltori di Pianura. “In contrada Torciolano si viveva insieme, una quarantina di famiglie, tutt’intorno a Masseria Grande, il forno e il torchio erano in comune,  c’erano le stalle, papà coltivava patate, ortaggi, frutta, e pure il grano. Lo accompagnavo col cavallo e il carretto al mercato ortofrutticolo, traversavamo tutta la città, tra un quartiere e l’altro di Napoli c’era solo campagna. Le nostre patate soprattutto erano assai richieste, il suolo vulcanico fertilissimo le rende particolarmente profumate e sapide”. Don Vittorio non lo sa, ma il suo è il racconto di una villaggio rurale (il vicus)  col suo territorio agricolo (il pagus),  un modello di vita comunitario che risale a duemilacinquecento anni fa.

“Poi comprammo la macchina, in tutta Pianura ce n’erano solo tre, intanto il mondo stava cambiando, andammo tutti a vedere Kennedy, il presidente in visita a Napoli percorse il viale da Bagnoli tra due ali di folla.  Erano i primi anni ’60, la famiglia era cresciuta, facemmo domanda al Comune per ristrutturare l’antica casa colonica, ma non arrivò mai risposta. Passarono i vigili, e ci dissero che era inutile aspettare, che potevamo regolarci da soli, della licenza non c’era bisogno… Fu il rompete le righe, la campagna intorno diventò un enorme cantiere, la nostra azienda agricola si è salvata solo perché sta dentro il vincolo cimiteriale”. Così l’antico casale, senza regole, è deflagrato: nel ’51 le aree urbanizzate erano 14 ettari, oggi sono 480, la città è cresciuta di quasi quaranta volte.

Mentre il casale tutt’attorno diventava città, Don Vittorio ha resistito con la sua masseria, come un samurai, ha conservato i suoi quattro ettari di frutteto, e le stalle con 20 vacche marchigiane allevate come si deve, fare zootecnia in città è difficile a causa dei vincoli e delle norme, è un paradosso che debba considerarsi intruso proprio chi il territorio agricolo l’ha difeso. Vittorio vende i suoi prodotti in azienda, è la dimostrazione che l’agricoltura in città è una cosa seria, ma il gioiello ora è il ristorante, con il Dipartimento di Veterinaria ha installato un sistema innovativo di frollatura delle carni, i sensori del computer controllano in continuo il processo, la bistecca di marchigiana frollata quaranta giorni è da svenimento, e le ricerche hanno dimostrato che il trattamento arricchisce la carne di molecole protettive, benefiche.

“Nel discorso pubblico la responsabilità del sacco edilizio” mi dice Pasquale Belfiore, docente di architettura dell’Università Luigi Vanvitelli, assessore all’Edilizia nella giunta Iervolino “è attribuita in massima parte ad Achille Lauro, che però finì di amministrare nel 1961. Certo, se era stato il Comandante a dare il via alla deregulation, negli anni ’60 furono le amministrazioni democristiane e i commissari governativi a mettere in pratica il disegno, almeno fino al piano regolatore del ’72. Con questo il governo centrale cercò di correre ai ripari, fu l’ultimo intervento dello Stato prima che le competenze passassero alle Regioni, ma lo strumento era tutto basato sulla redazione di piani particolareggiati, che nessuno fece mai, e così l’attività amministrativa in materia urbanistica si bloccò di nuovo.”

Un altro aspetto chiave lo sottolinea Vezio De Lucia, una vita da urbanista pubblico, dalla direzione del Ministero a quella del PRG di Napoli con la prima giunta Bassolino: “Con Lauro almeno un timbro sotto la domanda l’amministrazione ancora lo metteva, si trattava in altri termini di un abuso a norma di legge, e gli interlocutori erano ancora i costruttori privati. Dopo, è venuta meno anche l’ipocrisia di mettere le carte a posto, mentre l’imprenditoria privata è sparita, e sono entrate in campo le società e i prestanome del malaffare e della criminalità.”

Se l’amministrazione non risponde, il territorio non rimane certo a guardare. Così a Pianura la costruzione della città abusiva si intensifica, come un missile a più stadi: ai 7.000 vani abusivi realizzati negli anni ’60, se ne aggiungono 20.000 nel decennio successivo, e altri 32.000 tra il 1981 e il 1991. Nel frattempo, in trent’anni, la popolazione del quartiere aumenta di 40.000 unità, come effetto di due trasferimenti di massa: quello seguito al bradisismo dei primi anni ’70, e quello successivo al terremoto del 1980. L’antico borgo rurale che nel 1951 faceva 9.500 abitanti, ora è una città, completamente abusiva, di 58.000 abitanti, il primo quartiere di Napoli per superficie, il quinto per popolazione.

Nel viaggio mi fa da guida Augusto Santojanni, che a Pianura è nato e ha lavorato come medico e come dirigente politico, ora a settant’anni è in pensione, la drammatica trasformazione del casale l’ha vissuta e combattuta per intero, ma non ha smesso di lavorare per il quartiere: il suo giornale, “Il corriere di Pianura”, è il diario civile del casale, va in edicola ogni mese in 1.500 copie, in redazione collaborano una quindicina di giovani, tra cui Rosa che ci accompagna.

Percorriamo a piedi la strada vicinale al bordo della città, dove comincia il bosco di castagno, in località Masseria del Monte, le foglie crepitano sotto i piedi; nascosti tra gli alberi sono gli imbocchi delle cave sotterranee di tufo, solenni e misteriose come cripte, con le volte e i pilastri in roccia, da qui è venuto il piperno dei rivestimenti del Maschio Angioino e del Gesù Nuovo.

Ora lo sguardo abbraccia tutta la conca, al fondo c’è una selva infinita di palazzi di 7, 8 e 9 piani, separati da una scacchiera di strade anguste, col marciapiede che c’è e non c’è, portano i nomi di artisti e filosofi:  Botticelli, Dalì, Empedocle, Talete, Socrate. “Quello che vedi, tranne il minuscolo centro storico che s’è salvato, è tutto abusivo”, mi dice Augusto indicando col gesto la veduta intera.  “All’inizio la criminalità organizzata c’entrava poco, era un’economia locale che partiva dal colono, coi suoi mille metri di terra, e comprendeva il piccolo imprenditore edile, il ruspista per gli sbancamenti, manovali, fabbri, falegnami, e poi certamente i colletti bianchi – progettisti, geometri, notai… Il meccanismo non richiedeva capitali iniziali, la liquidità arrivava alla fine con la vendita delle case, all’agricoltore che aveva conferito la terra restavano un paio d’appartamenti.”

Poi il sistema si è evoluto, industrializzato, un meccanismo descritto nei dettagli da Aldo De Chiara nel suo libro fondamentale sull’abusivismo a Napoli. Aldo queste cose le ha affrontate sul campo, da magistrato in prima linea: “L’assenza delle istituzioni nelle attività di governo e controllo del territorio” mi dice “ha dato campo libero a gruppi organizzati che, sostituendosi di fatto allo Stato, in un momento in cui il Paese cresceva, e l’edilizia legale era di fatto bloccata, hanno fornito abitazioni a fasce sociali meno abbienti. E’ stato un affare per tutti, per la criminalità organizzata certamente, ma anche per i proprietari borghesi che hanno messo a disposizione la terra per le lottizzazioni; e per il mondo delle professioni, perché qualcuno i calcoli del cemento armato deve pure averli fatti.”

La conclusione è che l’abusivismo, che ha rappresentato per un trentennio la base economica del quartiere, è un reato collettivo: parafrasando l’avvocato cocciuto del film Spotlight, si potrebbe dire che “…se serve una comunità per abitare un territorio, serve una comunità per abusarne”. Oltre,  naturalmente, alle insufficienze e alle connivenze della politica – di tutta la politica –  degli apparati legislativi, amministrativi, e anche giudiziari.

Con Augusto ora percorriamo il centinaio di metri pedonalizzati del corso Duca d’Aosta, a Pianura una piazza vera e propria non c’è, questo breve tratto ha un suo decoro, è diventato lo spazio prediletto dei cittadini, anche se un parco pubblico ci sarebbe, un ettaro di verde intitolato ai giudici Falcone e Borsellino,  è uno dei bei parchi della Ricostruzione, ma è inaccessibile, chiuso da anni dopo ripetuti vandalismi.

A poche centinaia di metri, in via Grottole, lo scheletro in rovina di un centro polifunzionale mai completato marcisce da anni, gli alberi lo divorano; di fronte, uno spazio pubblico che funziona lo troviamo, è la “Casa della cultura e dei giovani”, inaugurata nel 2014, l’edificio è bello, riprende nel disegno l’arco catalano delle masserie seicentesche, è un luogo vivo di musica, incontri, laboratori, una risorsa preziosa, in un quartiere-città di 60.000 abitanti dove non c’è il cinema e nemmeno il liceo.

“La Casa della cultura” mi dice Santojanni “è un’eccezione: qui, dopo la Ricostruzione, sono più di venti anni che non succede niente. Nessuna politica pubblica, nessuna economia ha sostituito i  redditi che l’edilizia, nel bene e nel male, ha assicurato per quasi un trentennio. C’è una fascia larga di famiglie che vive in una situazione drammatica, per la quale misure di protezione e assistenza come il reddito di inclusione e quello di cittadinanza hanno una loro logica, con tutte le difficoltà che si sono di gestire bene poi questi strumenti, che comunque evidentemente non bastano.”

Come ci sarebbe da dare una risposta all’abusivismo, mettere a norma questo quartiere-città, dove lo Stato ha scelto ancora una volta di non scegliere, migliaia di domande di sanatoria giacciono in attesa, quelle del primo condono addirittura dal 1985, un’ipocrisia che corrode alla base la credibilità delle istituzioni.

Ora nella grande città abusiva la disillusione regna sovrana, e gli umori cambiano in fretta: alle ultime elezioni europee del 26 maggio, quasi sette elettori su dieci sono rimasti a casa, il tasso di astensione più alto registrato in città. Il riflusso di sfiducia sembra aver colpito duramente anche i vincitori delle politiche 2018, i 5Stelle, passati dal 60 al 43%, più di 8.000 voti persi nel giro di un solo anno, mentre la Lega quadruplica le adesioni, e in percentuale passa dal 2 al 13%. Il PD guadagna 250 voti, non sono molti, ma bastano, grazie al crollo dell’affluenza, a salire dal 9 al 16%, in un gioco ottico all’apparenza confortante.

Torniamo con Augusto e Rosa alla macchina, sotto la grande chiesa di San Giorgio, nel vento umido di questa strana primavera travestita d’autunno. Resta l’idea che Napoli, quando vorrà davvero rimettersi in cammino, è dalle sue periferie che dovrà iniziare, e il compito è immane: dall’est post-industriale, all’ovest post-rurale, bisognerà riabbracciare questi luoghi irrisolti, coi cittadini invisibili che li abitano, rispettarli, pensarli finalmente come una città sola.

 

Antonio Di Gennaro, Repubblica Napoli del 15 marzo 2019

Al di là delle dichiarazioni di rito dopo la Cabina di regia di alcuni giorni fa, è evidente che a Bagnoli siamo tornati in alto mare. I pareri dei ministeri dell’Ambiente e dei Beni culturali, sviluppati in 120 pagine dense dense, dietro la freddezza del linguaggio tecnico-burocratico, suonano come una bocciatura inequivocabile del lavoro svolto sinora. In estrema sintesi, secondo il ministero dell’Ambiente, il Praru (l’acronimo sta per Programma di risanamento ambientale e di rigenerazione urbana) è assolutamente carente dei contenuti necessari per una sua valutazione: “… Il Programma stesso e il relativo rapporto ambientale assumono carattere virtuale in quanto tutte le azioni del Praru hanno indefinita collocazione nell’ambito del territorio di competenza… Le importanti azioni infrastrutturali ( tra cui un nuovo tunnel della Tangenziale ndr) oltre ad essere suscettibili di modifica in dipendenza delle future scelte, forniscono scarse informazioni, talvolta limitate alla loro semplice elencazione e solo indicativamente delineate negli allegati al Piano anche attraverso ipotesi di soluzioni alternative… manca in sostanza la specifica localizzazione delle relative opere stradali, idrauliche e ferroviarie e mancano, altresì, esaurienti informazioni circa lo loro consistenza e modalità di realizzazione.”

Il punto d’arrivo è desolante: “… per i presupposti motivi si ritiene necessario che l’aggiornamento del Praru, con la previsione dell’uso del suolo, venga sottoposto a nuova istruttoria di Valutazione ambientale strategica (Vas), integrato del progetto di bonifica in base agli obiettivi definiti dallo stato di contaminazione del sito coerenti con la destinazione d’uso dei suoli.”

Seguono altre prescrizioni, 18 in tutto, tutte dello stesso tenore, con la richiesta tra l’altro di approfondimenti riguardanti l’infrastrutturazione di base; la qualità dell’aria; gli effetti del nuovo quartiere sui cicli dell’acqua, dei rifiuti, dell’energia; i dettagli del piano di bonifica. Assieme all’invito esplicito a integrare nel Praru le osservazioni pervenute nel corso della procedura, ove pertinenti, molte delle quali, come quelle prodotte dai sindacati e dalle associazioni ( Wwf, Fai, Cgil, Cisl. Uil), dicevano proprio le stesse cose che troviamo ora scritte nei pareri ministeriali. Insomma, il Praru non dovrà essere integrato ma rifatto, ed è evidente che non può esserci nessun tipo di compiacimento nel prendere atto di ciò: il punto per i cittadini italiani, per gli abitanti della città metropolitana, è che le cose si facciano e la città rinasca, ma è evidente che quattro anni sono andati persi. Le tecnostrutture alle quali avevamo chiesto aiuto ci hanno condotto allo stallo. Come se non bastasse, su questo mare di incertezza continua anche a incombere il blocco giudiziario delle aree. Per il resto, stranamente, l’unica cosa sulla quale non si registrano contrasti ma solo certezze, è l’ulteriore fabbisogno di 400 milioni per la bonifica. Stando così le cose, e volendo condividere il lessico inusuale ma efficace impiegato dagli stessi tecnici ministeriali, si tratta evidentemente di affermazioni alle quali va assegnato al momento un puro “carattere virtuale”.

Antonio di Gennaro, 27 febbraio 2019

Un fine settimana di grecale, il vento gelido dei Balcani, con raffiche a oltre cento chilometri l’ora e fiocchi di nevischio impazzito, e in città è di nuovo emergenza. Il senso della gravità lo dà l’appello di protezione civile diramato dall’Amministrazione comunale, non era mai successo, con la richiesta di aiuto volontario rivolta ad agronomi, periti agrari ed agrotecnici, per effettuare le verifiche sulla stabilità degli alberi, in risposta alle centinaia di segnalazioni e richieste di intervento ricevute. In più, tredici scuole chiuse, assieme alla Villa Comunale, e chiusa pure un’arteria importante come viale Antonio Gramsci, dove cinque alti pini si sono pericolosamente inclinati.

E’ bene dire con chiarezza che quei giganti verdi lì non ci stanno bene: furono piantati a metà del ‘900 al posto dei lecci che c’erano prima, quando viale Principessa Elena, come allora si chiamava, fu realizzato alla fine dell’800; opportunamente l’amministrazione aveva iniziato negli ultimi anni la loro sostituzione, con il ritorno del leccio. Del resto, basta guardarli: molti dei pini residui sono cresciuti obliqui, verso la carreggiata, nel tentativo di guadagnare lo spazio vitale per il vasto ombrello della chioma, con la distanza dalle facciate storiche ridotta al minimo.

Dimentichiamo a volte che alberi come questi non sono oggetti d’arredo, ma esseri viventi con le loro precise esigenze, in termini di suolo e spazio aereo: quando li si mette a dimora bisogna immaginarseli cinquant’anni dopo, ma questo basilare esercizio di razionalità non sempre è stato praticato, ed ora ne paghiamo le conseguenze. Poi c’è il fatto che anche il clima è cambiato, su questo non ci sono più dubbi: la frequenza degli eventi estremi, portatori di rischio – pioggia, vento, siccità – è drasticamente mutata, e il fatto grave è che non disponiamo nemmeno più di modelli previsionali adeguati, ogni volta veniamo colti di sprovvista.

Nella vita degli uomini l’unico antidoto all’incertezza è la programmazione, dotarsi di una strategia. Bisogna lavorare in anticipo, giorno per giorno, aver cura e manutenere il proprio ambiente di vita, per prevenire le possibili criticità. Ma proprio questa possibilità ci è di fatto negata. L’inusuale appello ai tecnici, i più esperti dei quali hanno opportunamente risposto (del resto in queste cose occorrono competenze specifiche, e le responsabilità sono gravi), mostra che il re è nudo. Il comune non dispone più della macchina, dei servizi tecnici per curare e tenere in sicurezza il verde urbano. Con la finestra dei prepensionamenti offerta da “quota cento”, l’amministrazione resterà di fatto, di qui a breve, senza agronomi, e con pochissimi giardinieri, la grave crisi finanziaria dell’ente fa il resto, negando i mezzi e le risorse necessarie per le attività di manutenzione, ordinarie o straordinarie che siano.

Una boccata d’aria potrebbe venire dal finanziamento di cinque milioni di recente erogato dalla Città metropolitana, ma bisogna fare i conti con i tempi burocratici, e anche capire a cosa serve il carburante, se la macchina non ce l’hai più. Perché dovremmo averlo compreso, qui non si tratta di piantar alberi, ma di aver cura di quelli che si sono già, un patrimonio ingentissimo di spazi verdi, come l’immenso castagneto urbano dei Camaldoli, e alcuni grandi parchi della Ricostruzione, di fatto chiusi, inaccessibili, ed è la forma di povertà più amara, quella di possedere le cose, ma non aver nemmeno più la forza di goderne.

(Una sintesi dell’articolo è nell’editoriale “L’ambiente senza cura muore”, pubblicato su Repubblica Napoli il 27 febbraio 2019)

Ugo Leone, Repubblica Napoli 11 gennaio 2019

Come si dice? Chi vivrà vedrà. Io ormai mi sono messo l’animo in pace e credo che non la vedrò Coroglio-Bagnoli risanata, “ricostruita” e restituita alla città. Coroglio secondo l’interpretazione di Gino Doria (“Le strade di Napoli: saggio di toponomastica storica”, Napoli, R.

Ricciardi, 1943) deve il nome a “quel cercine o torciglione di panno, che si adatta sul capo a comodo trasporto di oggetti pesanti”. Quel cercine in dialetto napoletano si chiamava curuoglio e veniva utilizzato prevalentemente dalle donne che vi poggiavano cose da trasportare e ad osservare bene e magari anche con un po’ di fantasia, il costone di tufo che ai piedi del Capo di Posillipo si adagia sulla spiaggia ne ha un po’ la forma. Col passare dei decenni fu costruita la strada di collegamento del “Capo” con il mare. E l’area divenne luogo di villeggiatura per molti napoletani prima di diventare la sede di un grande impianto siderurgico “a ciclo integrale”: importava carbone e minerali di ferro, li trasformava in ghisa e acciaio e li vendeva come importante materia prima per usi industriali e per l’industria delle costruzioni. Tutto questo – non anche la strada in costruzione nel 1840- io l’ho visto. Ancora cronologicamente più da vicino ho visto la dismissione delle industrie che ne avevano progressivamente occupato lo spazio.

Ho visto la nascita di Città della Scienza (e il suo incendio) e con grande interesse e partecipazione ho seguito lo sviluppo del Piano regolatore generale e le trasformazioni che prevedeva in questa area ormai diventata “ solo” spazio. Da questa ultima visione sono passati quasi trent’anni e sto sempre aspettando di vedere. E sto aspettando con decrescente speranza che ciò accada. Qualche lettore più fedele ricorderà che quando ne ho scritto in passate occasioni mi sono presuntuosamente paragonato a Mosè il quale per quaranta anni aveva guidato gli Ebrei dall’Egitto verso la “terra promessa” dove scorreva latte e miele. Ne passò di tutti i colori e cominciò a disperare di arrivarci. Tanto che per questa mancanza di fede fu punito e nella terra al di là del Giordano non entrò. Ma gli fu dato di vederla: dall’alto del monte Nebo.

A me, si parva licet, sta toccando da anni la stessa sorte per Bagnoli- Coroglio. Soprattutto dopo aver letto con attenzione il 5 gennaio l’articolo di Antonio Di Gennaro (“ Bagnoli. Il piano Invitalia non funziona”); la risposta di Invitalia del giorno dopo in un’intervista di Roberto Fuccillo (“ Invitalia: Bagnoli, fatta l’analisi del rischio“); l’articolo di Sandro Dal Piaz del giorno 7 (“ Ma quel programma di risanamento ambientale è poco credibile, sia la parola agli enti elettivi”); la replica di Di Gennaro (“Bagnoli e Invitalia. Perché l’analisi di rischio resta segreta?”).

Voglio dire che soprattutto dopo aver letto tutto questo insieme con i documenti di Invitalia citati il mio dubbio diventa una certezza: io Bagnoli risanata e trasformata non la vedrò.

D’altra parte devo anche onestamente riconoscere che non sempre capisco tutto e bene dalla lettura di argomenti come quelli contenuti nelle documentazioni cui fanno riferimento gli articoli su “ Repubblica” che ho citato. Però, conoscendo discretamente l’italiano, qualche cosa mi induce anche riflettere e a farmi e fare domande. La prima è quella che pone anche Antonio Di Gennaro: perché Invitalia sostiene che i risultati dell’analisi di rischio debbano restare segreti? L’altra è ancora più angosciante e riguarda i costi della bonifica. Perché nella intervista a Fuccillo Invitalia dice a chiare lettere: “ I soldi spesi in precedenza, diverse centinaia di milioni, non solo non sono serviti a nulla, ma hanno addirittura aumentato i costi per la nuova bonifica, in quanto il terreno contaminato è stato distribuito su aree dove in precedenza non c’erano sostanze inquinanti”. È come se la bonifica effettuata sino ad ora l’avessero fatta bambini con paletta e secchiello togliendo la sabbia da una parte e spargendola sul resto del terreno. Tanto, appunto, da costringere a fare tutto da capo.

L’idea di dover fare tutto da capo non solo mi terrorizza, ma induce anche a chiedere chi e perché ha buttato soldi per una bonifica che non sarebbe servita a niente, a vantaggio di chi?

Poi, tanto per completare il discorso, caso mai arrivassi a vivere sino a cento anni e “ vecchierel canuto e stanco” me ne volessi andare al Parco Virgiliano per affacciarmi a vedere che cosa sta succedendo di sotto, mi chiedo: quando la bonifica sarà completata che cosa si farà sui territori bonificati? C’è ancora un Prg che dà indicazioni o si ricomincia da capo? E le cose già fatte, non consegnate e in via di progressivo degrado che fine fanno? Esiste sempre una Corte dei conti? Chi vivrà…

Alessandro Dal Piaz, Repubblica Napoli del 6 gennaio 2019

L’intervista al commissario Francesco Floro Flores e l’intervento di Antonio Di Gennaro sulle pagine di Repubblica hanno riacceso finalmente i riflettori sull’area dismessa di Bagnoli-Coroglio. Quel che viene in evidenza non è confortante.

Il commissario giudica il Programma di risanamento ambientale e di rigenerazione urbana (Praru) elaborato da Invitalia un «preziosissimo strumento di programmazione» dal quale ripartire. Giustamente Di Gennaro ne ha argomentato invece la carenza tecnica (manca l’analisi di rischio!) e la conseguente scarsa credibilità. E ha ricordato che nel processo di valutazione ambientale strategica in corso, il Wwf, il Fai e la Cgil metropolitana hanno presentato al ministero dell’ambiente, all’inizio dell’agosto scorso, articolate osservazioni che documentano sotto diversi profili l’inconsistenza del Praru. Nei mesi successivi, va aggiunto, i tre soggetti sociali hanno deciso di intraprendere un’azione comune (cui hanno aderito anche la Cisl e l’Uil napoletane) per stimolare il confronto pubblico con le istituzioni allo scopo di conferire concretezza e operatività al recupero di quella parte di città.

Il Praru è l’elaborazione tecnica conseguente all’accordo interistituzionale governo-Regione-Comune, risalente al luglio 2017, che ha chiuso la fase delle contrapposizioni pregiudiziali. La sua impostazione, però, in tutto coerente con la schematica logica emergenziale dello SbloccaItalia, continua a ignorare la complessità dell’operazione concependo la bonifica ed il riuso urbano del Sito di interesse nazionale (Sin) ex industriale come il progetto di un grande manufatto unitario a bilancio in pareggio, nel quale nuove redditizie destinazioni immobiliari servano soprattutto a riequilibrare i costi del risanamento e dell’infrastrutturazione.

Una impostazione astratta, anzi fittizia, che stima la spesa nel modo infondato che Di Gennaro denuncia e fideisticamente stabilisce la relativa copertura con i ricavi attribuiti fin d’ora alle riutilizzazioni, ad esempio commerciali o ricreative, ipotizzate per un futuro prossimo, che invece deve ritenersi ben più lontano – e incerto – anche a causa dell’attuale carenza di finanziamenti e delle persistenti difficoltà gestionali ed attuative (a cominciare dal sequestro giudiziario di gran parte dei suoli).

Un’impostazione per un verso autoconclusa (rifiuta di considerare gravi criticità al contorno quale, ad esempio, quella che la ferrovia Cumana in superficie determina per l’abitato di Bagnoli) e per un altro verso trasbordante (localizza il porto turistico a Nisida, isola plurivincolata esterna al perimetro del Sin su cui hanno competenza commissario e Invitalia). In entrambi i casi è legittimo sospettare che ciò avvenga soprattutto a causa della logica artificiale del “grande progetto in blocco” con bilancio in pareggio (sulla carta).

Qual è l’alternativa da riproporre? Antonio Di Gennaro, e il documento delle associazioni ambientaliste e dei sindacati, lo dicono con chiarezza. I lineamenti generali, il “piano strutturale” per usare una terminologia aggiornata, sono ormai definiti e irrinunciabili: il grande parco verde, la spiaggia pubblica, il riuso culturale dei manufatti di archeologia industriale, il pontile. Sono invece tutte ancora da ridiscutere le quantità commerciali (specie quelle enormi ipotizzate nell’acciaieria), il porto turistico (perché non ubicarlo davanti all’abitato di Bagnoli, che può fornire tutti i servizi opportuni?), le soluzioni per mobilità e trasporti. Ma occorre in primo luogo completare al più presto le analisi di rischio. Sarà così possibile individuare gli ambiti nei quali non sono necessarie attività di bonifica e sui quali possono partire immediatamente interventi di riuso urbano. E si potrà elaborare sul resto del Sito una vera programmazione attuativa degli interventi, secondo fasi pluriennali in ciascuna delle quali – in ragione delle risorse finanziarie effettivamente disponibili e delle attendibili esplorazioni delle convenienze imprenditive concretamente praticabili nel breve termine – realizzare in modo integrato, su parti gestibili del Sito, le quote di bonifica necessarie lle gli interventi fattibili di riassetto e riqualificazione urbana.

Non è secondario sottolineare che, in questa nuova impostazione, ridimensionando l’artificiosità tecnocratica del mandato aziendale a Invitalia, potrà essere preminente il ruolo delle istituzioni elettive e potrà conseguirsi una vera partecipazione democratica che coinvolga i cittadini e tutti i soggetti sociali nel processo di valutazione e decisione.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 5 gennaio 2019

Il 2019 doveva essere l’anno della svolta, speriamo sia almeno quello della ripartenza, il processo per restituire finalmente l’area ex Italsider di Bagnoli alla città aveva subito una battuta d’arresto nell’ultimo anno e mezzo, e non è solo una questione di soldi. Certo colpisce il fatto che, a fronte della richiesta di Invitalia di quasi 400 milioni per rifare la bonifica sull’intera area, con un fabbisogno stimato di circa 150 milioni l’anno, nella legge di bilancio 2019 non si rinvenga traccia esplicita di uno stanziamento corrispondente e così si debba fare affidamento, come ci dice il commissario Floro Flores nell’intervista di ieri, sul residuo dei fondi 2018 (71 milioni) e su uno stanziamento promesso del Ministero dell’ambiente di altri 50 milioni.

Invitalia, giova ripeterlo, è il soggetto attuatore individuato dal decreto Sblocca Italia per condurre finalmente in porto il risanamento ambientale e la rigenerazione urbana dell’area di Bagnoli. A fronte delle critiche, quel decreto del settembre 2014 aveva indubbi aspetti positivi: l’aver messo in sicurezza la proprietà pubblica dei suoli, dopo il fallimento di Bagnolifutura; e aver mobilitato su Bagnoli una filiera istituzionale completa, dal governo nazionale al comune, passando per la regione, costringendo quindi alla cooperazione e al dialogo i diversi livelli di governo, e restituendo alla fine a Bagnoli il profilo di grande questione nazionale.

A distanza di più di quattro anni dal decreto quel meccanismo sembra essersi inceppato di nuovo, e c’è da capire perché sia rimasto ancora senza gambe il faticoso accordo raggiunto in cabina di regia nel luglio 2017 tra governo regione e comune, che pure aveva il merito di non sconfessare le scelte del Piano regolatore del 2004, per certi aspetti anzi migliorandole.

Una risposta è anche nel documento ufficiale nel quale Invitalia ha sintetizzato la sua strategia. Si chiama PRARU (Programma di Risanamento Ambientale e di Rigenerazione Urbana), è scaricabile dal sito istituzionale, ed è stato predisposto in vista della consultazione pubblica per la valutazione ambientale strategica (VAS) del programma, una procedura obbligatoria prevista dalla legislazione comunitaria e nazionale, che è tuttora in corso.

La lettura del documento evidenzia alcuni aspetti singolari, a partire da quelli relativi al completamento della bonifica. Per capire qual è lo stato di contaminazione dei suoli e delle acque, Invitalia ha condotto una capillare campagna di caratterizzazione delle matrici ambientali, i cui risultati sono anche scaricabili dal sito della società. Sin qui tutto bene, i problemi sorgono dopo, perché a partire dai dati analitici di base Invitalia giunge tout court, senza aver effettuato alcuna analisi di rischio sito-specifica – che pure è il passaggio decisivo che la legge prevede – alla conclusione francamente immotivata che la bonifica debba essere ripetuta per l’intera area, con un costo stimato per l’appunto in 388 milioni di euro.

Per intenderci, l’analisi di rischio è la fase nella quale si valuta, attraverso l’uso di idonei modelli, in che misura il contenuto di potenziali contaminanti presenti nei suoli e nelle acque (metalli pesanti, idrocarburi policlici aromatici, ecc.) sia realmente in grado, attraverso i diversi meccanismi di esposizione (inalazione, contatto, ingestione) di costituire un pericolo concreto per le persone che utilizzano l’area per fini residenziali, produttivi, ricreativi. E’ solo con questo tipo di analisi che è possibile per ogni contaminante determinare la soglia di rischio al di sopra della quale diventa necessaria la bonifica.

Senza questo passaggio, sulla base dei soli dati di caratterizzazione, semplicemente non è possibile elaborare un progetto di bonifica, definire cioè la portata, i costi, i tempi dell’insieme di interventi che è necessario attuare. Soprattutto, non è praticabile la scomposizione dell’area complessiva di intervento in porzioni caratterizzate da una diversa intensità dei problemi, fino all’identificazione di sotto-aree nelle quelli l’eventuale contaminazione è al di sotto delle soglie di rischio, che non necessitano pertanto di bonifica, e potrebbero da subito essere riavviate alla trasformazione e alla fruizione pubblica.

Questo passaggio, assolutamente decisivo, nel documento di Invitalia semplicemente manca. Al momento della stesura del PRARU l’analisi di rischio non è stata ancora effettuata, e non si capisce allora da cosa scaturisca la previsione di ripetere la bonifica sull’intera area, con una spesa paragonabile a quella sostenuta nel quindicennio precedente, portando così il costo complessivo della bonifica di Bagnoli a sfiorare i mille milioni, quanto Milano ha speso per l’Expo, solo che lì un contributo decisivo al rilancio della città almeno c’è stato.

Dicevamo che la procedura di valutazione ambientale è in corso, e una novità è la pluralità di organizzazioni, dal WWF Italia al FAI Campania, alle rappresentanze napoletane dei sindacati confederali CGIL CISL UIL, che hanno osservato come la strategia proposta da Invitalia manchi ancora della necessaria concretezza, proprio sulla base di considerazioni del tipo di quelle esposte in precedenza.

E’ una critica niente affatto ideologica, ma pragmatica e costruttiva, dove il timore non è che le cose si facciano, ma all’opposto che si continui a perdere tempo, rincorrendo inutilmente una bonifica senza fine, con il risultato di sacrificare aspetti essenziali. A cominciare dalla rete pubblica dei trasporti, necessaria per  collegare Bagnoli alla città metropolitana, che resta il suo bacino naturale di riferimento, e qui il PRARU punta tutto sulla gomma, con un nuovo svincolo della tangenziale (sforacchiando un altro versante collinare), un parcheggio da 5.000 auto (una roba da 10 ettari, manco fosse un centro commerciale), ed il trasporto su ferro che si limita al prolungamento della linea 6 (tenuto conto delle esigenze, poco più che la navetta di un parco a tema).

In definitiva, mancano per ora i soldi, ma ancor di più manca una strategia attuativa credibile. C’è ancora tempo per recuperare. Il documento che WWF Italia, FAI Campania, CGIL, CISL e UIL di Napoli hanno sottoscritto insieme può essere un contributo serio, e se il tono delle osservazioni è questo, ben venga la partecipazione, come confronto e arricchimento, e ben venga un nuovo protagonismo del commissario e dei livelli di governo locali: le tecnostrutture restano strumenti utili per superare le emergenze, poi è bene che parlino le istituzioni.

 

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 29 dicembre 2018

Resta ancora Barra da raccontare in questo viaggio nella Napoli orientale, anzi ‘A Barra, come la chiamano qui, con l’articolo, e in quella particella c’è tutta la rivendicazione di una storia e del prestigio perduti:  l’idea che non di un quartiere si tratti – completamente invisibile e fuori dai giochi – ma della prima città vesuviana, la porta del Miglio d’Oro. “Il dieci per cento delle ville vesuviane si trova a Barra, ce ne sono addirittura undici” mi dice Pompeo Centanni, lo storico che mi accompagna nel tour, l’appuntamento è a piazza De Franchis, con i lecci e il monumento ai caduti della Grande Guerra. C’è la lapide coi 160 nomi dei cittadini barresi morti nel conflitto, l’ultimo libro Pompeo l’ha presentato venerdì scorso alla biblioteca comunale, scavando con ostinazione negli archivi ha restituito un volto e una storia a ciascuno di essi, in una struggente Spoon River all’ombra del Vesuvio. Intanto, non sai se aprire o chiudere l’ombrello, è il lunedì della grande tempesta di vento, il vulcano è un gigante nero tra le nuvole, sulla città color sabbia s’illumina ogni tanto una cupola, o una scaglia di luce in mezzo al mare.

Da piazza De Franchis, in parallelo, si dipartono i due corsi, la struttura di Barra è particolarissima, ha una doppia anima, c’è il tracciato settecentesco, popolare, di Corso Sirena, con gli antichi edifici a corte; e quello novecentesco, borghese, di corso Bruno Buozzi; le due strade corrono fianco a fianco, parallele. Anche a Barra, come a San Giovanni e Ponticelli, è merito della pianificazione pubblica, dal Piano delle periferie al PRG, aver salvato questi che sono luoghi chiave della memoria, riconoscendo loro la dignità di centro storico.

Subito, su corso Buozzi, troviamo la sede della Società Operaia di Mutuo Soccorso, sulla facciata c’è un bassorilievo con due mani che si stringono, perché qui il welfare era già nato nel 1899, prima che ci pensasse lo Stato, come rete spontanea di solidarietà, con la Società che finanziava agli agricoltori l’acquisto degli attrezzi, indennizzava i giorni di malattia o infortunio, soccorreva i familiari in caso di morte improvvisa del lavoratore. “E’ espressione del movimento cattolico, dopo la Rerum Novarum” mi spiega Pompeo “con le organizzazioni della sinistra c’era un’intesa, una specie di divisione dei compiti, la Società di Mutuo Soccorso pensava all’assistenza, queste ultime alla difesa dei diritti e all’attività nelle fabbriche.” Nella sede troviamo una decina di soci, attraverso le tempeste del Novecento e le crisi di inizio millennio, la Società è ancora attiva: del resto, la disoccupazione nel quartiere è al 40%, la protezione sociale è tornata ad essere un tema caldo, anche se le chiome dei soci sono tutte d’argento, e la difficoltà è piuttosto quella di coinvolgere i trentenni e i quarantenni, con la credibilità di un nuovo progetto.

“I fili che attraversano la storia di Barra” mi dice ancora Pompeo “che è rimasta comune autonomo sino al ’25, sono gli stessi delle altre due città orientali di San Giovanni e Ponticelli: l’agricoltura e la fabbrica. Erano i luoghi della produzione materiale, gli abitanti erano coltivatori e operai, ma la parabola della crisi è stata diversa per i tre centri, e a Barra probabilmente più dura, perché qui non c’è mai stata la densità industriale di San Giovanni, mentre l’agricoltura, che era assai fiorente di produzioni frutticole, ortive e viti, è stata completamente distrutta dall’urbanizzazione degli anni ’60 e ’70, con le lottizzazioni che non hanno risparmiato proprio niente, nemmeno i giardini storici delle ville vesuviane, trasformati in agglomerati edilizi senza qualità. E’ finita l’industria, ed è finita anche l’agricoltura, un quartiere di quarantamila abitanti si è trovato senza più alcuna base produttiva”.

L’altra faccia della desertificazione urbana la raccontano gli esponenti del “Comitato di cittadinanza attiva per la Barra”, con loro ripariamo dal vento e la pioggia in un negozio su corso Sirena. “Barra è il quartiere invisibile” esordisce Rino Amato, presidente del comitato. “Schiacciato tra Ponticelli e San Giovanni, è rimasto come separato dal resto della città. Le autostrade e superstrade per collegare Napoli ci hanno chiuso da ogni parte, siamo diventati un’enclave: il trasporto pubblico non esiste più, l’unica linea di autobus che serviva le diverse parti del quartiere, che ha un territorio assai vasto, è stata abolita; non è rimasta una banca, un cinema, un teatro. Trentasettemila abitanti sopravvivono così, senza servizi, e non c’è nemmeno un motivo per venire qui: a San Giovanni ora hanno il campus di Ingegneria, a Ponticelli l’Ospedale del Mare; a Barra invece non c’è nessuna funzione di ordine superiore, prima almeno c’era la Pretura, magistrati importanti hanno iniziato qui la loro carriera, s’era creato un indotto, ora niente.”

“Poi c’è la crisi di rappresentanza” interviene Luigi Valentino, altro membro del comitato civico. “Il quartiere non ha più voce. Nella Municipalità 6, che comprende anche Ponticelli e San Giovanni, Barra, che pure ha un terzo degli abitanti, ha eletto solo 3 consiglieri su 30, in consiglio comunale il quartiere può contare su 1 consigliere su 40. Per un’area come questa, dove la partecipazione alla vita politica è sempre stata una cosa importante, è il segno della resa.”

Eppure, ci sono reti sociali che resistono. Percorriamo i basoli scuri di pioggia di corso Sirena fino alla chiesa madre di S. Anna, ci aspetta il vicario, don Fulvio Stanco, è un ragazzo di trent’anni, ha un fisico da rugbista e lo sguardo sicuro, è lunedì mattina ma l’antica navata, con gli affreschi di Solimena, è piena, ci sono molte donne del quartiere, dopo la funzione è tutto un via vai, c’è un atmosfera attiva, ognuno ha un ruolo, un compito da portare a termine. “In un territorio così particolare, stiamo sperimentando una nuova organizzazione per la parrocchia, un modello diffuso. Gli incontri li facciamo a turno nei rioni di edilizia pubblica, nelle corti del centro storico. In ognuno di questi luoghi c’è un responsabile, un gruppo che tiene le fila, per molte attività ci appoggiamo alle scuole. In questo modo cerchiamo di costruire una riflessione comunitaria, un percorso per migliorare, anche attraverso piccole cose, le condizioni di vita del quartiere. La difficoltà più grande” continua don Fulvio “è la desertificazione: di fronte al vuoto di prospettive i giovani vanno via: delle trenta coppie del corso prematrimoniale, solo due o tre rimarranno a vivere qui. Se non invertiamo questa emorragia il quartiere non ha futuro, ogni sforzo è inutile.”

In effetti, la demografia indica un declino inarrestabile: dopo la crescita nei decenni di edilizia pubblica, il quartiere perde ora regolarmente 2-300 abitanti l’anno, la popolazione che nell’80 aveva toccato i 45mila abitanti, è adesso intorno ai 36mila, siamo tornati ai livelli del 1955.

Lasciamo corso Sirena e risaliamo via Giambattista Vela, c’è un cancello serrato, e dietro un parco rigoglioso, palme e lecci che crescono da soli, è il bosco di Villa Salvetti, una delle undici ville vesuviane sei-settecentesche di Barra, è proprietà comunale, come le altre è prigioniera di una storia infinita di restauri sciatti mai completati, desolanti abbandoni, nuove distruzioni. Il risultato è che nemmeno una delle ville, coi loro parchi, è attualmente visitabile, aperta al pubblico, ed è questa la principale battaglia del comitato civico: fare di questo straordinario patrimonio l’attrattore turistico-culturale che manca. Poco oltre, troviamo sbarrato anche il cancello del grande parco di Villa Letizia, nella luce gialla dello scirocco le palme oscillano, sembra un bosco tropicale in disfacimento, l’autunno del patriarca, e fa veramente male osservare da fuori questi quattro ettari di verde recluso, in abbandono, in un quartiere che ha bisogno proprio di tutto.

L’avanzata del nulla stava a un certo punto cancellando un altro pezzo di storia, il centro Ester, che è proprio di fronte, nella stessa strada, con le palestre e i campi sportivi nel verde, un movimento sportivo capace di portare la squadra femminile di un quartiere operaio a giocare la seria A di pallavolo, la bacheca scintillante di trofei è la prima cosa che ti accoglie entrando nella bella palazzina centrale. Negli ultimi anni, una gestione malaccorta aveva condotto al dissesto finanziario e alla chiusura, e la buona notizia, che pure Repubblica ha dato, è stata la riapertura del centro lo scorso settembre, grazie all’intervento di un giovane imprenditore di Barra. Si chiama Pasquale Corvino, ha quarantadue anni, dopo essersi fatto le ossa fuori è tornato qui, ha trasformato il negozio di famiglia nella più importante piattaforma e-commerce al mondo di di abbigliamento per l’infanzia, utilizzata da 16.000 aziende in 25 diverse nazioni del mondo, fino all’Arabia Saudita e al Katar. Nella BabyDream, l’azienda che Pasquale ha fondato, lavorano 35 persone, sono ragazzi e ragazze come lui, molti sono compagni di scuola e di quartiere, che ha portato con sé nell’avventura. “Quando ho iniziato a pensare alla possibilità di fare qualcosa per il centro Ester, m’è preso un sentimento fatto per tre quarti di entusiasmo, per un quarto di paura. Tutti, a partire dalla famiglia, mi scoraggiavano, mi dicevano che non era il caso di correre rischi inutili, e io mi chiedevo il rischio dove fosse, allora ho chiesto a un’importante società di consulenza di preparare un business plan, alla fine il mio progetto ha vinto, in quaranta giorni abbiamo restaurato e rimesso in funzione tutto, ora ci lavorano 45 persone, che seguono l’attività sportiva di 1.100 ragazzi. Un’altra cosa che il centro Ester sta facendo” prosegue Pasquale “è aiutare le scuole pubbliche del quartiere a riattivare e attrezzare le palestre, vorremmo che i giovani di Barra possano studiare qui, a casa loro, in strutture di qualità. Poi stiamo cercando di dare la possibilità a ragazzini disagiati di fare sport da noi, iniziamo con un gruppo di 50 bambini della scuola media Rodino'”.

Già, la Rodinò: è la scuola di frontiera di Barra, ci lavora un manipolo di docenti di valore, sulla facciata ci sono gli striscioni delle onlus – Save the Children, Il tappeto di Iqbal -,  la platea dell’istituto comprende le aree più disagiate del quartiere, il rione delle Case Gialle, poco più in là, oltre la boscaglia e i binari, c’è il campo nomadi. Il modello con il quale il centro Ester si è salvato ricorda molto quello vincente della periferia “interna” della Sanità, con il capitale territoriale che viene riportato in vita dai ragazzi, le onlus, uomini di Chiesa e imprenditori illuminati, in attesa che politiche pubbliche decenti si rimettano in moto.

“Mi raccomando” dice Pompeo mentre ci salutiamo, con il tifone che incalza “ditelo che questa non è solo la terra delle stese, il triangolo della morte, che c’è gente che cerca di resistere, pare che i media siano in grado di raccontare solo questo.” Torna l’immagine del quartiere invisibile, ma il guaio vero è l’isolamento. Barra non è più città, ma non è mai entrata nella vita del capoluogo, per questi luoghi Napoli non è riuscita ancora, a distanza di un secolo, a costruire un destino comune, un progetto amministrativo decente, e la verità è che non esiste solo un muro tra il centro e l’area orientale, ma tanti muri, che separano le tre città dell’est, chiuse nel risentimento di una storia che non c’è più, nell’assenza di un futuro insieme, che nessuno ha pensato mai di costruire.