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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 1 ottobre 2021

Sono passati sette anni dalla legge “Sblocca-Italia” e qualcuno finalmente si è accorto che a Bagnoli non si è sbloccato proprio niente. Ieri il presidente Draghi ha annunciato la decisione del consiglio dei ministri di assegnare al prossimo sindaco di Napoli la carica di commissario di governo per la bonifica e la rigenerazione dell’ex area siderurgica, al posto dell’imprenditore Francesco Floro Flores, il cui incarico scade nei prossimi giorni. Dietro la svolta, il lavoro efficace del ministro per il Sud e la coesione territoriale Mara Carfagna.

Draghi ha dichiarato che per il recupero di quest’area, atteso da 30 anni dai napoletani, è necessario “migliorare la governance”, e il ministro Carfagna ha precisato che sarà adottato il “modello Genova”, quello cioè che ha consentito la ricostruzione del ponte Morandi in un tempo assai breve, rispetto a quelli ultradecennali necessari per il completamento di un’opera pubblica in Italia.

In molti commenti di stampa l’accento è stato posto sul bilancio fallimentare del commissario straordinario uscente, il povero Floro Flores, ma si tratta di un errore di prospettiva: dal 2014 il dominus assoluto dell’intera vicenda è stato il soggetto attuatore, Invitalia. Se il cambiamento di governance sarà effettivo o no, potremo quindi stabilirlo solo verificando la concreta e reale redistribuzione di poteri tra il prossimo commissario di governo, cioè il sindaco della città, e Invitalia, la società guidata da Dominico Arcuri, che è opportuno torni al ruolo strumentale che gli compete.

Questo giornale ha in tutti questi anni raccontato con chiarezza il dramma della perdita di tempo e di speranza, all’inseguimento di una costosissima bonifica senza fine, sempre ideologicamente anteposta a una sobria messa in sicurezza, come si fa in tutti i paesi civili. Nel recente reportage su Bagnoli su queste stesse pagine, realizzato con Giuseppe Guida, si racconta come nel frattempo la natura ha lavorato per noi, la vegetazione spontanea ha già migliorato le cose, e il parco c’è già, certo provvisorio, temporaneo, ma di una bellezze struggente, senza rischi per i visitatori, solo che è chiuso, e per entrarci, per scattare anche solo una foto devi sottoporti a una procedura di sicurezza che neanche a Guantanamo.

Quanto al “modello Genova”, se la politica per farsi intendere ha bisogno di semplificazioni, bisogna pure riconoscere il fatto che si tratta di operazioni molto diverse, che ricostruire un pezzo di città è cosa estremamente più complessa del progetto di un viadotto. Tanto più che anche su questo versante si è perso tempo. Il PRARU, il piano urbanistico per Bagnoli licenziato dalla cabina di regia, è un oggetto nebuloso, privo di basi e concretezza, come dichiarato nero su bianco dal Ministero dell’Ambiente nel suo parere ufficiale. La riprova è che nessuno ha provato a metterne nemmeno qualche frammento nel Piano nazionale di recupero e resilienza, nel quale alla fine è entrato di tutto, a causa della totale mancanza di sostanza e credibilità.

Nell’attesa di conoscere contenuti e  profilo della nuova governance, il provvedimento del governo Draghi, piovuto d’improvviso come una meteora proprio nelle ultime ore di campagna elettorale, appare comunque come l’ultima grande occasione, per il nuovo sindaco, la città, la sua classe dirigente, di dimostrare una capacità di governo, il coraggio di riprendere il futuro nelle proprie mani.

di Aurelio Musi, Repubblica Napoli del 29 agosto 2021

Questo giornale sta offrendo una straordinaria opportunità a tutti i soggetti della campagna elettorale: partiti, candidati sindaci, aspiranti consiglieri comunali e di municipalità, opinione pubblica. “Repubblica” ha messo in campo un libero confronto di proposte e suggerimenti offerti al solo fine disinteressato di non sprecare un’altra occasione per il bene della città.

Un modo per tradurre, all’altezza dei bisogni attuali di Napoli, l’efficace formula dell’illuminista Gaetano Filangieri, “la filosofia in soccorso dei governi”: l’aspirazione, cioè, che cultura ed esperienza rechino il loro contributo ad un’efficace pratica di governo del territorio. Il contributo di idee sta arricchendo sensibilmente l’agenda delle cose da fare e i candidati risponderanno alle tante sollecitazioni per entrare finalmente nel vivo di programmi, che oggi appaiono ancora alquanto carenti.

È necessario che il rapporto fra cultura e politica non resti a livello dell’utopia illuministica, ma realizzi un proficuo scambio capace di determinare un salto di qualità nella pratica amministrativa dei prossimi anni. Bisogna allora rilanciare alcune delle idee che, con straordinaria generosità e ricchezza di argomentazione, sono state presentate nei giorni scorsi da autori provenienti da mondi diversi.

Sottolineare, altresì, alcuni tratti comuni che con insistenza emergono dagli interventi. Concretezza, progettualità, innovazione: il trinomio ricorre nei contributi del prefetto Marco Valentini e dello scienziato Luigi Nicolais. Si tratta di un legame strettissimo fra i tre livelli, unica via, come è stato notato da più parti, per recuperare gli anni perduti. L’imprenditore Ambrogio Prezioso usa poi il più efficace termine “metodo” al posto di “modello”.

Occorre applicare a Napoli, in campo urbanistico, le procedure artigianali del sarto – il “metodo sartoriale” appunto – fatto di disegni originali, ma anche di sapienti rammendi, cuciture, aggiustamenti in corso d’opera. I “modelli” sono spesso solo chiacchiere controproducenti. E, per continuare con la metafora sartoriale, i quartieri, oggetto dell’intervento di Antonio Di Gennaro e Giuseppe Guida, sono il disegno e il nervo di Napoli, che deve essere non “un’aggregazione di villaggi”, ma “una città bellissima e plurale”: e allora occorrono manutenzione ordinaria, rigenerazione urbana, quelle condizioni di base richiamate da Prezioso, come le scuole per l’infanzia e i presidi sanitari sul territorio, un efficiente sistema dei trasporti metropolitano come lucidamente suggerito da Ennio Cascetta.

Marco Rossi-Doria riprende il tema delle “due città”, fornendo i dati materiali delle diseguaglianze e insistendo sulla produttività della spesa sociale. La sua riflessione si integra con quella di Enrica Morlicchio e Andrea Morniroli, che rilevano l’assenza dei poveri e dei soggetti fragili dalla campagna elettorale.

Fare rete, sistema, coordinamento: è la richiesta pressante che proviene soprattutto dal mondo della cultura e dell’arte, da chi ha promosso esperienze ormai note in tutto il mondo come quelle del quartiere Sanità, ma che restano un “modello”, cioè un unicum, e non “metodo” diffuso. Il procuratore generale Luigi Riello chiama alla loro responsabilità i candidati sindaci, induce a riflettere su legalità, economia e camorra, ma soprattutto segnala un dato di straordinaria importanza. Il contrasto alla criminalità organizzata si fa sempre più arduo perché essa ha ormai acquisito il know-how non solo per concorrere con le istituzioni legali alla gestione dei fondi del Pnrr, ma addirittura per anticiparne le mosse.

L’agenda è dunque ricca di stimoli. E nei giorni a venire si arricchirà ulteriormente. Essa non vuole sostituirsi alla politica, svolgere la funzione di supplenza. Ma indicare una strada, un “metodo” che dovrà avere un riscontro anche nella ormai imminente composizione delle liste.

Antonio di Gennaro e Giuseppe Guida, Repubblica Napoli del 21 agosto 20121

Una cosa pensiamo di averla capita girando la città per preparare i reportage, pubblicati sulle pagine di “Repubblica Napoli”, su stato e prospettive di alcuni luoghi emblematici – dal Centro direzionale ai Quartieri Spagnoli, passando per Napoli est, Posillipo, Bagnoli, Pianura – ed è l’importanza che ancora hanno i quartieri. Non parliamo delle 10 municipalità, che sono rimaste contenitori artificiali, vuoti di poteri e funzioni, meri luoghi di intermediazione spicciola.

È banale dirlo, ma i 31 quartieri rimangono ancora realtà vere, con una loro storia, cultura, radicamento. Sono città nella città. Molti di essi, pensiamo a Ponticelli, Secondigliano, Pianura, se non fossero Napoli, sarebbero, almeno per rango demografico, cittadine di rilievo, a scala regionale e non solo.
All’inglobamento degli antichi casali nella Grande Napoli, cento anni fa, non è seguito un reale progetto di integrazione all’interno di un’agenda cittadina unitaria, in cui tutti potessero riconoscersi, e così Napoli rimane una città incompiuta, un’aggregazione di villaggi.

In molte di queste “città nella città” la desertificazione dei servizi, delle attrezzature comuni, degli spazi pubblici vivibili, ha raggiunto nell’ultimo ventennio, come ha scritto Ottavio Ragone nel suo recente editoriale, livelli critici per la tenuta sociale, economica, democratica.
Per inaugurare ora (si spera) una fase nuova, è da una contabilità, un bilancio scrupoloso di questo deficit di cittadinanza che bisogna partire, quartiere per quartiere, perché problemi e priorità sono diversi. Se le uniche reti rimaste a fare presidio e coesione sono la scuola pubblica, la Chiesa e il terzo settore, è la maglia istituzionale che è invece assente e va capillarmente ricostruita: un sistema nervoso per ricevere e immettere quotidianamente stimoli, segnali, progetti concreti e urgenti.

Su questi temi i programmi e le idee sulla città non possono più essere generici, immaginari o immaginifici. Devono invece fare i conti con la Napoli reale e con i vent’anni di inerzia trascorsi, ma anche con vent’anni (almeno) di azioni e progettualità incompiute. Quartiere per quartiere, Napoli deve recuperare una capacità di governo all’interno dei suoi confini, per poter credibilmente recitare un ruolo guida a scala metropolitana, regionale e anche, in una prospettiva più lunga, in quella macro-regione meridionale che inevitabilmente tenderà a formarsi, se con il Recovery plan si riuscirà a completare davvero il sistema di connessioni, a cominciare dall’Alta Velocità (quella vera) verso Bari e verso Reggio Calabria.
Per aspirare ad essere riconosciuta ad un qualsiasi livello sovralocale, Napoli deve fare prima i conti con il suo quotidiano e con chi con questo quotidiano ha a che fare. Con una programmazione di breve termine, ordinaria, fatta dei mille fatti urbani che, messi tutti assieme, sono diventati un’emergenza.

È necessario, in questo senso, un inedito Piano di manutenzione urbana del corpo della città attraverso il quale il tema negletto della “manutenzione ordinaria” e del decoro diventi investimento strutturale e azione continua e duratura. Un piano che agisca sul lato fisico, ma anche sugli assetti organizzativi e funzionali della macchina comunale.

Una programmazione che consenta di attivare finalmente, per fare solo alcuni esempi, un servizio (in house, o anche esternalizzato, ma con regole chiare) di manutenzioni capillari e tempestive lungo le arterie cittadine (carreggiate, marciapiedi, aree pedonali), di pulizia e cura di arredi, fontane, piccoli monumenti. Delle piste ciclabili frettolosamente istituite dalla precedente amministrazione, salvarne alcune, riqualificandole e riammagliandole, garantendo a chi usa bicicletta e monopattino una rete sicura e certa. Assicurare una decente illuminazione pubblica. Regolamentare insegne dei negozi e cartelloni pubblicitari, soprattutto nelle aree di pregio e di valore storico.

Ricostruire e rendere rapidamente operativo un servizio comunale di cura e manutenzione del patrimonio di aree verdi, ormai in larga misura indisponibile per i cittadini, per i bambini soprattutto, cui la città offre veramente troppo poco rispetto agli standard delle normali città europee.
Gestione ordinaria è anche il portare a compimento i progetti e piani attuativi già in corso da anni e mai conclusi, senza inventarsene di nuovi.

Su questo sfondo, può apparire meno urgente, se non meno utile, elaborare nuove strategie attraverso la redazione di un nuovo strumento urbanistico, il Puc. Queste cose richiedono tempo, impegno e condizioni di contesto che, allo stato, la città non è in grado di garantire ed è forse opportuno dislocarne la redazione al medio-lungo periodo, una volta definita, quartiere per quartiere, l’agenda di qualità e rigenerazione urbana che la città attende. Una città bellissima e plurale che si aspetta di essere riparata per poter ripartire. E cinque anni sono il tempo giusto.

Antonio di Gennaro e Giuseppe Guida, 18 agosto 2021

Comincia qui il centro storico di Napoli, nel mare di ulivi e viti di Vigna S. Martino, sui terrazzamenti quattrocenteschi che attorniano la Certosa: tutto un sistema che i monaci costruirono di muri in pietra di tufo, rafforzati con archi, archi rampanti e contrafforti, e poi cisterne e acquidocci per regimare l’acqua e proteggere i suoli; una macchina paesaggistica strepitosa, che ci appare ancora stamattina com’è raffigurata nella Tavola Strozzi, la foto della città scattata cinquecento anni fa, un ricamo di migliaia di viti e ulivi, tra la Certosa e i Quartieri Spagnoli, che è insieme ecosistema, monumento, e opera d’arte. E un po’ metafora della città che pullula là sotto, immediata, dopo il cancello di accesso dal Corso Vittorio Emanuele.

L’appuntamento con Peppe Morra è di primo mattino, proprio lì, al cancello anonimo sul corso, percorriamo una rampa ripida tra i palazzi, poche decine di metri, poi miracolosamente si spalanca il grande anfiteatro verde, l’esperimento di agricoltura urbana tra i più importanti al mondo.

Lungo il sentiero in terra perfettamente curato che ci porta in alto, le cime degli alberi tremano nel vento; sotto di noi il reticolo immenso della città storica, fino al porto, il Maschio Angioino, il colonnato della piazza grande, poi si spalanca il golfo, con il Vesuvio e la Penisola sospesi nell’azzurro.

Quando trent’anni fa Morra ha scoperto questi luoghi, la vigna era un roveto immenso, in rovina. Con i suoi collaboratori è iniziato il lavoro – certosino è il caso di dire – di restauro, giorno dopo giorno, per riprendere e riparare i muri, le percorrenze, le vie d’acqua, ricostruire la morfologia originaria dove s’era perduta. Sino al reimpianto delle colture storiche, i vigneti e gli oliveti, sulla base di una lettura filologica dei luoghi. La risistemazione delle antiche morfologie ha fatto anche emergere il sentiero pedonale che i viandanti percorrevano quotidianamente per arrivare alla Certosa: segue le curve di livello del promontorio per poi terminare sopraelevato su archi di tufo verso l’ingresso, ora murato.

Peppe ci accompagna tra i filari rigogliosi delle viti, camminando accarezza le piante, si ferma a sfogliare un grappolo perché prenda luce. Ora siamo sulla terrazza più alta, proprio ai piedi della Certosa: nel buio fresco della cantina scavata nelle ceneri del vulcano, il bicchiere di falanghina coi riflessi d’oro che ci viene offerto è la sintesi di tutto. Per salvare e restaurare la Vigna, per quasi un decennio Morra ha dovuto mettere in secondo piano la sua attività principale di promotore e creatore d’arte e cultura, ma ora che la scommessa è vinta, questo paradiso verde si aggiunge alle altre due creature cui ha dedicato la vita, il “Museo Nitsch” e “Casa Morra”.

Al ritorno, sulla terrazza larga di un oliveto, un gruppo di bambini gioca e impara all’aria aperta sotto lo sguardo di giovani animatori. “In questo anno e mezzo di lockdown” racconta Morra “la Vigna è stata uno spazio importante per i bambini di un quartiere dove il verde non c’è. Inspiegabilmente gli spazi verdi della città invece di essere potenziati sono stati chiusi. Noi possiamo essere d’esempio, offrire un modello, ma il problema rimane, la domanda sociale di aree verdi è enorme, ci sono in città altri 2.300 ettari di agricoltura storica da recuperare e far vivere, da Pianura a Poggioreale, nel Parco delle Colline di Napoli, un’istituzione nata col piano regolatore, della quale non si sa più niente, come dissolta nel nulla”.

Molti dei bambini che abbiamo incontrato sono allievi della Fondazione Focus, la cittadella dell’educazione sorta nel grande convento che s’era svuotato, proprio al centro dei Quartieri Spagnoli. Per capire anche questa storia ripassiamo il Corso, ci reimmergiamo nella città di pietra, il quartiere pensato quasi cinquecento anni fa da don Pietro da Toledo per dare alloggio ai soldati e agli inurbati nella capitale che scoppiava d’uomini, un caso unico di edilizia residenziale d’iniziativa pubblica che ha resistito mezzo millennio, insieme ai suoi abitanti,

La densità abitativa è altissima, oltre 17mila abitanti per chilometro quadro, più del doppio della media comunale; il 10% dei bambini di Napoli vive qui, in questa città senza prati e alberi (il solo polmone di verde pubblico del vecchio Ospedale militare è fruibile a mezzo servizio, nonostante i tanti milioni spesi); e qui si registra il tasso di evasione scolastica più alto d’Italia.

Rachele Furfaro e Alberto Caronte ci accolgono nel chiostro pieno di vita, arte e colori della Fondazione Quartieri Spagnoli: con Renato Quaglia sono le persone che hanno immaginato questa realtà e la fanno vivere ogni giorno. A loro, chiediamo innanzitutto cosa ha significato per il quartiere questo anno e mezzo di pandemia. “L’impatto è stato devastante, le statistiche ci dicono che 6 bambini su 10 non ce l’hanno fatta, hanno lasciato, e il problema non è tecnologico, il computer o la connessione, quanto l’interruzione della relazione educativa diretta, in contesti domestici precari, dove la DAD per il bambino o il ragazzo significa solitudine e isolamento.”

È questa relazione che Foqus ha dovuto costruire, nel quartiere con il deficit educativo più alto d’Europa, e l’idea è stata innanzitutto quella di rivoluzionare i rapporti, qui in ogni classe lavorano sei maestri, contro i tre del metodo istituzionale. “Questi bambini non vedono un futuro: in assenza di una risposta adeguata da parte delle istituzioni, l’unica cosa che possiamo fare è prenderci carico di queste esistenze. Ma non basta, è necessario lavorare con le loro famiglie, perché non abbiamo risolto niente, se un briciolo di speranza non si riaccende anche nei genitori e nei fratelli maggiori.”

Per non spezzare questo filo, i maestri di Foqus nel lungo lockdown hanno dovuto lavorare d’intelligenza, sfruttando tutte le occasioni per dare continuità al rapporto personale coi piccoli, facendo lezione all’aperto, dai balconi, nei chiostri, o sotto gli alberi della Vigna. Anche se la legge non è stata violata, innumerevoli sono stati i controlli dei vigili, in un’applicazione di pignoleria burocratica difficilmente comprensibile.

Insomma, in queste situazioni una delle cose più importanti da fare è restituire senso e significato ai luoghi, riscoprirli come spazio pubblico, proprio come ha fatto Peppe Morra duecento metri più alto nella Vigna, ed è con evidente orgoglio che la Furfaro ci racconta dell’ultimo lavoro di Foqus, presentato pochi giorni or sono: la realizzazione di una toponomastica interattiva dei Quartieri Spagnoli, con una mappa e una segnaletica che oltre ad aiutarti nell’orientamento in mezzo al dedalo incredibile di vicoli, ti racconta sul tuo smartphone la storia lunga, la cultura e il significato degli spazi che stai percorrendo.

Progetti reali, fattibili, in linea con i tempi, indirizzati ad un obiettivo, forse parziale, ma connessi con quello che accade. Il contrario, insomma, dei disegni vaghi e pretenziosi dei progetti urbani e architettonici proposti negli ultimi decenni per il centro storico. Guardando con gli occhi attuali sembra quasi impossibile che si siano persi decenni a discutere di menate urbanoidi come “Il regno del possibile”. Una visione redatta comodamente poggiati su un tavolo da disegno e a chiacchiere, che alterava in senso “moderno” l’intero centro storico, con sventramenti per strade e grandi attrezzature urbane. Una visione in ritardo non solo sui grand travaux di fine ottocento, ma anche sulle utopie corbusierane, fraintese e fuori tempo massimo, come nei casi del Centro Direzionale e delle macrostrutture residenziali pubbliche piazzate attorno agli antichi casali (Secondigliano, Ponticelli, Miano, Barra).

Dalla prospettiva verso la Stazione Marittima, si percepisce dalla Vigna il brandello di un’ennesima visione urbana forse un po’ più calibrata sui luoghi: quella di Carlo Aymonino di più di trent’anni fa, che prometteva un taglio in diagonale dei Quartieri Spagnoli, dalla Certosa fino al porto. Un richiamo, quasi il fossile di quella visione immaginifica, è rappresentato dal taglio centrale oggi già realizzato al centro di Piazza Municipio, pensato da Alvaro Siza per la stazione della metropolitana, una sorta di segno urbano attraverso il quale guardare l’invaso sottostante.

Se si escludono le desolate ricostruzioni “in stile” di alcune insulae urbane, uno dei pochi episodi potenzialmente in grado di catalizzare lo spazio pubblico portando un segno di attualità nelle incrostazioni edilizie dei Quartieri Spagnoli, è il Mercatino e Centro Sociale progettato da Salvatore Bisogni e Anna Bonaiuto in via Sant’Anna di Palazzo, un luogo oggi mortificato dall’incapacità gestionale di Comune e Municipalità, e forse anche di una città che non l’ha capito del tutto.

Per quanto riguarda poi i restauri promessi con i 100 milioni di euro (oggi 80, domani forse ancora di meno) del programma Unesco, i pochi cantieri partiti sono tutti in corso, i tempi di chiusura dei lavori tutti sforati: se articolare un giudizio sull’operazione sulle singole operazioni sarà possibile forse tra qualche anno, quello che si può dire oggi è che l’obiettivo principale è già stato mancato: prevedere una serie di interventi integrati, diffusi e articolati, appunto, in un “grande progetto” capace i generare tutela e rilancio.

Per lasciarci definitivamente alle spalle i progetti di manomissione del centro storico, meglio ripartire da cose più semplici e alla portata, cominciando ad esempio dal progetto di pedonalizzazioni mirate (ora più credibili con il completamento delle nuove stazioni della metropolitana), e riqualificando le antiche pedamentine, evitando magari che siano impunemente invase dalle superfetazioni abusive,  come nel caso della Salita del Petraio.

Nonostante le tante parole spese sul centro storico, ciò che preoccupa è che nessuno, pensando a cosa saranno queste zone tra 20 o 30 anni, riesca a prefigurare un cambiamento reale, uno scarto di lato improvviso, qualcosa di programmato e attuabile con la speranza di mutare lo stato delle cose e la vita degli abitanti. Una mancanza di prospettiva preoccupante, che affida il futuro alle visioni dei privati che si avventurano, alle occasioni estemporanee, all’informale, alla fortuna.

E allora un credibile programma politico sarebbe, proprio come per le periferie esterne della città, quello di recuperare una capacità di gestione ordinaria e quotidiana dei luoghi, un impegno di cura e attenzione che è alla base di esperienze rigenerative, come la Vigna, e come Focus, o come l’Associazione Quartieri Spagnoli Onlus, animata da Giovanni Laino e Annamaria Stanco, che da quarant’anni si occupa di progetti di protezione sociale dei più deboli.

Comprendendo che “rigenerazione urbana” qui significa soprattutto lavorare con le persone, produrre spazio pubblico, riconoscendo e interpretando il mix e gli episodi di annidamento sociale che contraddistinguono questi densi ambiti urbani. Consentendo a chi vuole agire, di agire di concerto e con il sostegno delle istituzioni, senza impedimenti vuoti e con poche regole irrinunciabili. Un augurio, più che un programma.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 24 luglio 2021

L’appuntamento del G20 ha trovato la città nuda, priva di leadership istituzionale, incapace di raccontare un’esperienza, un progetto, una visione. In una sorta di stridente contrappasso i ministri dell’ambiente hanno approvato tra gli applausi un primo importante documento su decarbonizzazione, smart cities, acqua, suolo e lotta alla povertà, in una Napoli che su tutte queste cose è all’anno zero, con le reti dei servizi, trasporti, verde e manutenzione urbana in stato di avanzata dismissione; e i rifiuti che se non fosse per l’impianto di Acerra e le navi e i treni che li portano via a caro prezzo, assedierebbero ancora le nostre strade. In più, ed è la cosa più preoccupante, l’azzeramento oramai della macchina amministrativa della città, senza la quale nessuna politica di sostenibilità può essere quotidianamente praticata.

Nello squallore del silenzio un ruolo di supplenza l’ha avuto l’arcivescovo di Napoli monsignor Mimmo Battaglia: nella sua lettera alla diocesi ha espresso tutta la sua preoccupazione per un Piano nazionale di ripresa e resilienza nel quale semplicemente “…manca il Sud. Manca il Sud nella sua specificità di questione morale e politica e, quindi, democratica. E se manca il Sud in quanto tale, mancano anche i poveri nella loro drammatica peculiarità”.

Si dirà che sono questioni interne, che col G20 non c’entrano, ma è evidente invece che si tratta proprio dello stesso discorso: il piano “nazional-europeo” come lo definisce l’arcivescovo si colloca pienamente nella famiglia di politiche per la transizione green a scala globale intorno alle quali i 20 ministri a Palazzo Reale stanno discutendo.

Quello che monsignor Battaglia constata è la mancanza nel Pnrr di un cambio di passo, l’interruzione una volta per tutte delle politiche nazionali dell’ultimo quarto di secolo, che hanno finito per premiare i più forti, si tratti della sanità, dell’università o delle infrastrutture, con i fondi europei a fare da debole inefficace correttivo.

Eppure, a leggere i discorsi di Draghi in questi ultimi mesi, risulta evidente come il tema sul quale il presidente del consiglio più stia ritornando è quello della lotta alle diseguaglianze: il fondato timore che l’approfondirsi del solco tra garantiti e precari; l’indebolimento del ceto medio; la marginalizzazione di chi proprio non ce la fa; la rottura definitiva dell’ascensore sociale; l’assenza di prospettive e speranza per una quota ormai maggioritaria di popolazione; lo svilimento del lavoro, tutte queste cose rappresentano ormai la minaccia più grave per le istituzioni democratiche.

Tornando al Pnrr, Draghi ha lavorato per mettere ordine in un documento che appare ancora come il conglomerato di tante (troppe) cose, affidando tutte le speranze, come traspare dalle ultime frasi del suo discorso di presentazione in Senato, ad una fase di implementazione ispirata a onestà, spirito repubblicano, senso del dovere e delle istituzioni.

E’ evidente come le persone di buona volontà siano costrette a condividere queste speranze, ma i problemi posti da monsignor Battaglia rimangono. Tanto più che alle diseguaglianze del passato, acuite dalla pandemia, si aggiunge ora il problema della equa ripartizione dei costi della cosiddetta “transizione ecologica” che, in assenza di politiche redistributive esplicite, colpiranno proprio i gruppi sociali già in difficoltà.

Meridionalismo e gestione sostenibile delle risorse continuano a essere, da Antonio Genovesi in poi, questioni strettamente intrecciate. La costruzione di un ambientalismo indissolubilmente legato alla questione sociale è il lavoro più importante che abbiamo davanti.


Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 6 luglio 2021


E’ successo che dopo un intervento del sottoscritto alla sessione del “Sabato delle idee” dedicata allo stato della città e alle proposte per rimetterla in sesto, altri organi di stampa cittadini abbiano ripreso le cose dette su Bagnoli, come fossero novità, i lettori di questo giornale sanno invece che si tratta di riflessioni che “Repubblica” porta avanti coerentemente da molti anni, l’ultimo ampio reportage scritto con Giuseppe Guida è di un paio di settimane fa.
Nel fine settimana amici premurosi hanno anche telefonato raccontandomi del grande trambusto che ne è seguito sui social, chiedendomi in che modo intendessi replicare, difendermi, contrattaccare, ma non è questo che serve ora, quanto continuare a ragionare.
Il punto è come restituire alla città il vasto territorio dell’ex acciaieria murato, interdetto, sequestrato da un trentennio. Tutte le evidenze sostengono la possibilità in condizioni di sicurezza di aprire al pubblico il parco che già c’è, un parco temporaneo certo, di bellezza e suggestione immensa, dove i processi naturali di ricolonizzazione vegetale hanno creato un nuovo struggente scenario per i monumenti della grande industria che fu.
E’ bene ripeterlo, non si tratta di idee originali, ma della prassi che le democrazie serie seguono per il recupero dei grandi santuari dismessi dell’industria novecentesca, sulla base di una trasparente analisi di rischio, e di una rigorosa e sobria messa in sicurezza dei luoghi.
La strada italiana è diversa (perché il problema non è solo Bagnoli), basata invece sul rispetto di astratti valori tabellari, così che la bonifica – una bonifica cartacea, ideologica, slegata dalla realtà – diventa l’obiettivo dell’azione pubblica, anziché l’effettiva restituzione dei luoghi alla collettività. Un meccanismo estremamente costoso, che non porta a nulla, strutturalmente inceppato, se ancora il report di Confindustria sulle bonifiche in Italia evidenzia come le operazioni portate a termine a scala nazionale rappresentino una percentuale irrisoria, del tutto frizionale rispetto al totale.
A Bagnoli tutte queste cose assumono dimensione parossistica. Ancora di recente, L’Istituto superiore di protezione ambientale ha dovuto bocciare tout court in conferenza dei servizi uno strampalato piano di bonifica redatto da Invitalia, per il lotto adiacente via Bagnoli, che prevedeva lo sbancamento del suolo fino alla falda, quasi sei metri di profondità, senza validi motivi e spiegazioni, al posto di un più sobrio e razionale confinamento degli strati superficiali, una cosa nella quale le strutture vegetali, già all’opera, danno un grosso contributo.
Stesso discorso per i fondali marini, dove si vorrebbe procedere a un vasto, costoso, irragionevole dragaggio dei sedimenti di fondo, un’operazione di enorme impatto per l’ecosistema, col problema totalmente irrisolto poi di come smaltire le immani quantità di fanghi. Inutile dire che pratiche più sobrie e ragionevoli ci sono, come raccontato nel reportage di “Repubblica”, basate sulla stabilizzazione in loco dei sedimenti, anche qui con l’aiuto di piante idonee, prima tra tutte la Posidonia con le sue spettacolari praterie sommerse.
Insomma, è necessario per Bagnoli un cambio di impostazione realistico, rapido, per ricostruire da subito un rapporto con i luoghi che ha semplicemente saltato una generazione. Si tratta di ragionamenti che “Repubblica” da anni offre al dibattito pubblico, continuerà a farlo, capiremo nelle prossime settimane se il vento è finalmente cambiato.

Antonio di Gennaro e Giuseppe Guida, Repubblica Napoli del 12 luglio 2021, foto di Riccardo Siano

Devi vederla dall’alto, dalla strada vicinale che borda la selva antica ai piedi dei Camaldoli, per capire che Pianura non è più un casale, e nemmeno un quartiere, ma una città, che in quarant’anni s’è costruita da sola, riempendo di palazzi la conca verde e le terre scure fertilissime.
Nel passato di questi luoghi non c’è l’industria, come a Bagnoli o a Napoli est, qui l’economia era agricola, e dava da vivere a tutti, con i grandi proprietari e i coloni che ancora in pieno ‘900, regolavano l’uso e il possesso della terra sulla base di consuetudini e usi risalenti a un passato medievale, di sei o sette secoli prima.
Con l’ingresso nella modernità scombinata, il posto dell’agricoltura viene occupato dall’edilizia “fai da te”, la contabilità dell’abusivismo è impressionante: 7.000 vani abusivi vengono realizzati negli anni ’60, 20.000 nel decennio successivo, e altri 32.000, tra il 1981 e il 1991. Così l’antico casale è deflagrato, la superficie edificata è aumentata di quasi 40 volte, dai 14 ettari del 1950, ai 500 circa di oggi, riducendo il paesaggio agrario storico a uno spezzatino desolato di poderi superstiti tra un agglomerato e l’altro.
Nel frattempo, la popolazione di Pianura aumenta di 50.000 unità, sulla spinta di due emergenze epocali: il bradisismo dei primi anni ’70, e il terremoto del 1980. Dai 9.500 abitanti del 1951, si passa ai 60.000 attuali, ma è una stima per difetto, al posto del casale ora c’è una città, completamente abusiva, quella che vediamo stamattina dal bordo della selva, il più vasto quartiere di Napoli per superficie territoriale, il quinto per popolazione.
L’occasione per tornare è una ricorrenza, si festeggia in questi giorni il ventennale della fondazione del Corriere di Pianura, una presenza importante nel quartiere, la tiratura mensile è di 1.500 copie, la comunità di redazione comprende una ventina di persone, insieme condividono la missione ostinata di raccontare e riammagliare le storie e i fatti di questo pezzo di città, per immaginare nonostante tutto percorsi di miglioramento e riscatto.
L’appuntamento è con Augusto Santojanni, uno dei fondatori del giornale, che a Pianura è nato, ha lavorato una vita come medico di famiglia, è stato anche segretario della sezione locale del PCI, proprio negli anni difficili del far west edilizio; dell’evoluzione drammatica di questi luoghi e di queste comunità è uno dei massimi testimoni.
Per il numero del ventennale ha scritto un editoriale bello e sincero, l’incipit è diretto: “A Pianura non è facile vivere. Non lo era quando eravamo un borgo di 10.000 abitanti, ancora di più oggi che ne siamo circa 60.000. Non ci sono teatri, né cinema, né spazi o strutture pubbliche in cui sia agevole svolgere qualsiasi attività sportiva-ricreativa, culturale o del tempo libero. Non c’è neanche una scuola superiore.”
“Eppure” osserva Augusto “a Pianura l’associazionismo ferve: qui è nata la prima associazione anti-racket in Campania, ed è nutrito l’arcipelago di associazioni sportive, compagnie teatrali amatoriali, comitati civici e di carattere religioso, radio libere. Qualche nome: Pianura libera, Sei di Pianura se…, Pianura verde, 80126, Radio onda web, gli Amici di Don Giustino…”.
Insomma, la comunità è viva, anche nella problematicità dei luoghi. Con Augusto percorriamo la scacchiera ortogonale di strade anguste tra i palazzi abusivi di 6, 7, 8 piani, portano il nome di filosofi antichi e scrittori contemporanei, rimani indeciso se si tratta di una versione più congestionata e ammaccata del Vomero, o una replica contemporanea dei Quartieri spagnoli, anche qui c’è un’economia del vicolo vitale fatta di micro-esercizi e piccoli commerci.
La vita ferve, anche se manca lo spazio, quello pubblico innanzitutto, ed allora una delle battaglie dei comitati è stata quella per la realizzazione del marciapiede, assunto a simbolo imprescindibile di convivenza civile minima. Campagne vinte in alcuni casi, come in via Empedocle o in via S. Donato, sembrano dettagli, e invece è a partire da interventi come questi che i luoghi iniziano a cambiare faccia.
Certo non mancano le pulsioni di segno opposto, come nei Quartieri anche qui le forze dell’ordine sono dovute intervenire lo scorso anno, con grande spiegamento di mezzi, e con tanto di comunicato del Viminale, per riaprire alla libera circolazione importanti strade che erano state arbitrariamente privatizzate con sbarre e muretti.
Se il marciapiede è il punto d’inizio, ad una scala più ampia non manca a Pianura un patrimonio territoriale dal quale partire per un possibile riscatto. I poderi agricoli e le masserie superstiti messi insieme fanno più di 200 ettari, e sono orti arborati coi noci, i ciliegi d’alto fusto e i vigneti ancora assai belli: messi in ordine, d’intesa con gli agricoltori, con le risorse del programma di sviluppo rurale, potrebbero dar vita a un grande parco dell’agricoltura storica, monumento vivente di una civiltà rurale lunga duemilacinquecento anni.
Altri 250 ettari di verde sono le selve di castagno e i boschi misti della corona di versanti che cinge tutt’intorno la conca, sono in prevalenza aree demaniali da curare e manutenere, anche per la prevenzione del rischio idrogeologico e degli incendi: una grande foresta urbana, con una rete di sentieri che consentirebbe benefiche esperienze di fruizione collettiva.
Dei cinque parchi della ricostruzione, spazi importanti di salute e socialità soprattutto in tempo di pandemia, quattro sono in disarmo, vandalizzati e non fruibili, a partire dal gioiello del Parco “Falcone Borsellino”, il solo spazio verde in condizioni decenti è il Parco “Attianese”, la riconquista integrale di questo patrimonio pubblico è uno dei primi obiettivi di riscatto di questo immenso quartiere. Come è da valorizzare il grande anello di viali che, a partire dalla stazione della Circumflegrea e da via Pallucci, cinge quasi per intero abitato, strade di impianto razionale, con alberature notevoli di tigli e pini, in buono stato di manutenzione, elementi di una qualità pubblica della quale questo pezzo di città ha disperatamente bisogno.
Fuori dalle cronache, dai simposi degli intellettuali, dalle strategie urbanistiche di grande respiro (nulla di strategico si dice infatti su questo quartiere nemmeno nel preliminare di PUC approntato qualche mese fa dall’amministrazione comunale di Napoli), lontano dalle crisi della movida, apparentemente senza eccellenze architettoniche e storiche, il cratere di Pianura è da sempre derubricato a quartiere abusivo, metterci le mani equivale a smuovere pericolosamente pile di scartiloffi polverosi relativi a condoni edilizi ingialliti e spesso fasulli, sanatorie, ordinanze di demolizioni sopite. Nessuno nell’attuale macchina comunale si prenderebbe mai la briga di mettere ordine in questo sconquasso burocratico.
Eppure, per chi lo attraversa, emerge subito il senso di una comunità attiva, di iniziative in corso, di ambiti urbani ricchi di decoro e di abitabilità. Gli stessi enti pubblici hanno messo in moto, negli ultimi anni, iniziative di rigenerazione e rinnovamento urbano. Come la sostituzione in corso di alcuni manufatti di prefabbricazione pesante, realizzati nel dopo-terremoto, con più dignitosi edifici residenziali e il recupero di nuovi suoli per lo spazio pubblico. Ma anche episodi architettonici meritevoli come la stazione delle Circumflegrea “La Trencia” ristrutturata e riconfigurata da Nicola Pagliara nel 2005 o l’ampliamento del cimitero, su progetto di Guendalina Salimei, Paolo De Stefano e Ebsg, vincitori di un concorso di progettazione del 2008. O la palazzina aggraziata della Casa della cultura, con gli archi catalani, inaugurata nel 2014 a via Grottole. Meno in sintonia con i luoghi appare l’edificio della Municipalità di Corso Duca D’Aosta, progettato negli anni ’80 da Costantino Dardi e Carlo Carreras. Un manufatto che ha insinuato nel centro storico un episodio di fraintesa modernità, un’invasione incongrua tipica di quegli anni, che per di più a rappresenta l’istituzione pubblica. La modernità, e una migliore adeguatezza al contesto urbanistico, sono invece meglio rappresentati dal Villaggio dei lavoratori Italsider di via Campanile, a ridosso di uno dei pochi ambiti urbani costruiti con regolare licenza nel periodo del caos urbanistico napoletano degli anni ’60. Simbolicamente, il lento adeguamento pubblico di questo quartiere si ferma sullo scheletro incompiuto del poliambulatorio, la cui realizzazione, cominciata nel 2002, si blocca poco dopo, generando, in pieno centro, un rudere urbano in cemento armato, immobile da circa 20 anni, divorato dalla boscaglia.
Sulle carte geografiche, Pianura appare, in linea d’aria, distante dai principali poli di servizi, commerciali e per lo svago di Napoli, ma in realtà la linea Circumflegrea, gestita da EAV, garantisce ancora una connessione affidabile e rapida direttamente nel cuore della città, a Montesanto, a partire proprio dalle stazioni “La Trencia” e Pianura. Mentre nell’altra direzione portano fino al mare, con la stazione di Torregaveta. Anche la mobilità su gomma garantisce una certa rapidità negli spostamenti, in particolare verso il Vomero e la Tangenziale, con il raccordo Pigna-Soccavo-Pianura inaugurato nel 1997. In termini infrastrutturali non è poco.
Il racconto di questo quartiere contiene in nuce le cose da fare: un grande programma di riammaglio, riordino, messa a sistema, demolizione (dove necessario), ricostruzione (dove le regole lo consentiranno), di sistematica manutenzione ordinaria, cura urbana, di tutela dei residui agricoli che resistono alla pressione urbana.
Nonostante i collegamenti rapidi, pero, Napoli appare effettivamente lontana e Piazza Municipio ancora di più. Eppure sono proprio le grandi strategie o qualche idea innovativa infilata in un nuovo piano urbanistico a non servire. O a non servire più. Pianura attende una normale efficienza amministrativa che concluda le cose incompiute, riqualifichi quelle da riqualificare e controlli quando c’è da controllare, invertendo il senso di anomia di questi luoghi. La sfida urbana di Pianura può essere ancora vinta.

Antonio di Gennaro e Giuseppe Guida, Repubblica Napoli del 25.05.2021

Il mare è dietro le sbarre, in fondo allo Sbarcatoio tra le palazzine del piccolo borgo ai piedi della montagna solenne di Coroglio. Come per tutti i luoghi in attesa di questo quartiere in attesa, c’è sempre un muro, una cancellata, una paratoia di qualche tipo a sbarrare la percezione e l’accesso. Ma il sistema misterioso di enclosure ha i suoi varchi, uno sbrego nel muro o nella recinzione, un paio di sbarre segate, ed allora ci incamminiamo verso la spiaggia, tra i cespi di ammofila e di eringio che hanno resistito allo spianamento, sulla prateria spelacchiata ci sono bagni chimici abbandonati, grandi mucchi di inerti, ma superata la scogliera sepolta la sabbia è pulita, come rastrellata da poco, due mamme coi bambini in costume giocano sul bagnasciuga, il mare è una tavola, l’acqua trasparente, Nisida è verde e rigogliosa sullo sfondo.

Subito ci raggiunge un tizio robusto in maglietta, ha un pass al collo, chiede dove andiamo, stanno montando il set per “Gomorra 5”, ci sono i camion con gli attrezzi, la troupe al completo festeggia in un vicino privè su via Coroglio, ci dice di non fare fotografie. Questa sintesi di degrado, precarietà e grazia invincibile è perfetta per loro, sullo sfondo le grandi strutture fantasma della Cementir sono inquietanti quanto basta, gli scenografi non avrebbero saputo inventare di meglio.

Risalendo via Leonardi Cattolica non è accessibile neanche  la ventina di ettari del Parco dello Sport, un muro verde di rovi e di clematide sta seppellendo e rovinando tutto, ingoia la pista, coi pali dell’illuminazione e gli altoparlanti, i campi di tennis; dopo le indagini e il sequestro giudiziario per la storia della bonifica, il collaudo delle opere lo stanno facendo i ragazzi che si intrufolano per giocare a pallone, corrono e respirano inebriati ai piedi della foresta verticale che viene giù da Posillipo, unici provvisori abitanti di questo pezzo di città caduto in rovina prima d’essere stato mai vissuto dagli uomini.

Il Parco dello Sport è una delle poche cose fatte, assieme alla Porta del Parco, da “Bagnolifutura”, la società di trasformazione urbana cui la città aveva affidato, senza molta fortuna e con infinite traversie, l’attuazione del piano.  Visibile risalendo via Coroglio, il Parco, nelle intenzioni del progettista Massimo Pica Ciamarra, doveva riprodurre i metameri di questa terra vulcanica: i gruppi di campi sono posizionati in “crateri” che servono anche a delimitarli e a posizionare gli spalti, gli accessi. i servizi. Dello stesso architetto anche l’intervento di “Città della Scienza”, una realtà positiva che oggi si contende il territorio con l’abbandono e l’inedia delle istituzioni.

Risalendo a nord, percorriamo la teoria di spazi chiusi lungo via Campegna. Alcuni episodi architettonici di pregio ci ricordano che le politiche dei primi decenni del ‘900 avevano un’altra idea di questi luoghi, soprattutto per quanto riguarda la residenza pubblica di un certo pregio, come le case a torre Ina Casa progettate da Mario Ridolfi e Wolfang Frankl o gli edifici cosiddetti “ultrapopolari” dell’immediato dopoguerra, sempre in via Campegna, progettati da Sbriziolo.

Proseguendo, dietro i muri di questa strada rurale ai bordi della Shangai popolosa di Cavalleggeri, ci sono il Centro Universitario Sportivo, con persino un piccolo campo di golf, il poligono di tiro, e poi ancora le aree militari e ferroviarie dismesse ai piedi della montagna che vanno diventando bosco. Un capitale straordinario, ettari e ettari di spazi pregiati da riconquistare e restituire alla città, anche qui tutto inesplicatamente serrato, inaccessibile.

Giriamo su via Nassirya, c’è la Caserma Battisti, le palazzine anni ’30 in rovina stanno in mezzo a un parco arboreo di acacie ed eucalipti grande come la Floridiana, nell’attesa basterebbe solo pulire e mettere qua e là una panchina per regalare un po’ di verde e nuovo spazio pubblico al quartiere. C’è il muro alto coi cartelli gialli che dicono “Zona militare”, su Google Map la sagoma è immediatamente riconoscibile perché i muri disegnano un enorme quadrato perfetto. Seguiamo il perimetro sino a un varco nel tufo, dentro c’è un canto di uccelli nel silenzio tra i rami, l’erba tenacemente cancella l’asfalto, la suggestione è totale: questo grande quadrato verde è uno dei gioielli di Bagnoli, in posizione centrale, strategica per il nuovo assetto dell’intera area, ma un paio di ministeri e il Demanio hanno deciso che proprio qui sorgerà il nuovo carcere, non si capisce se è un modo per liberare Nisida, ma è proprio vero comunque che ogni tentativo di strategia esplicita per questo quartiere che vuole rinascere è definitivamente saltato.

Ora siamo su via Bagnoli, l’area sterminata dell’ex acciaieria in attesa da trent’anni è dietro il muro: al di là, nella grande fascia di una quindicina di ettari lungo l’asse stradale, la trasformazione urbana rimane una chimera. Proprio nelle ultime settimane, l’Istituto Superiore di Protezione Ambientale (Ispra), in conferenza dei servizi, ha bocciato un incomprensibile progetto di bonifica redatto da Invitalia: volevano sbancare tutto e pulire il suolo fino a sei metri profondità, non si sa bene perché, visto che l’analisi di rischio non spiega niente.

Sono cose che non si vedono in nessuna parte del mondo, le democrazie occidentali queste aree non le bonificano, le mettono sobriamente in sicurezza, in tempi ragionevoli, senza spreco di soldi. A Bagnoli abbiamo speso 600 milioni nella gestione precedente, ora ce ne sarebbero altri 400, ma sembra non bastino, il commissario straordinario ne chiede altri 700, francamente un po’ troppo per continuare col movimento terra.

Stesso discorso, per i fondali marini, per i quali è previsto un costosissimo e arrischiato piano di dragaggio che oltre a sconvolgerlo per davvero l’ecosistema, pone un problema insolubile di destinazione dei sedimenti. Al contrario, come ci spiega Carlo Donadio, geomorfologo costiero e subacqueo del Dipartimento di Scienze della Terra della Federico II, che la chimica di questi fondali e degli organismi che ci vivono la studia da anni palmo a palmo, la strategia dovrebbe essere quella di stabilizzare i sedimenti contaminati, come è stato fatto in progetti importanti di recupero in giro per il mondo, reimpiantando le praterie di Posidonia (che non è un’alga, ma una straordinaria pianta superiore che si è riadattata alla vita subacquea),  che da millenni hanno sempre popolato questi ecosistemi.

Insomma, dovrebbe essere venuto finalmente il momento di lasciare per sempre alle spalle questa bonifica Stranamore, che da strumento si trasforma in opera interminabile, fine a sé stessa, mettendo in secondo piano tutto il resto. La parola d’ordine è “messa in sicurezza”, come richiesto da Ispra, puntando a un confinamento appropriato dei suoli, anche valorizzando, come ci dice Massimo Fagnano, docente di agronomia del Dipartimento di Agraria che ha coordinato il progetto europeo su terra dei fuochi, un’appropriata copertura verde: prati cespugli e alberi come quelli che già crescono, anche spontaneamente, nel parco che c’è già, tra i grandi monumenti di archeologia industriale.

Ma evidentemente gli interessi concreti vanno in un’altra direzione, e anche la pianificazione urbanistica per questi luoghi si è oramai trasformata in un dedalo complicato, difficile da raccontare. Si è cominciato nel 1998 con l’approvazione della Variante Occidentale al Piano Regolatore – impostata da Vezio De Lucia, che un anno prima aveva già lasciato la carica di assessore -, e confluita poi nel PRG del 2004; quindi il Piano Urbanistico Attuativo per Bagnoli, passando per  i concorsi internazionali di architettura i cui progetti vincitori sono stati prima pagati e poi mandati al macero; giungendo infine nel 2014, con il finto redde rationem dello Sblocca Italia, al commissariamento, quindi alla redazione, da parte del soggetto attuatore Invitalia, di un documento strampalato chiamato (Praru) Programma di Risanamento Ambientale e di Rigenerazione Urbana, di cui non è dato conoscere l’efficacia e la cogenza.

Uno strumento qualitativamente non all’altezza e lontano da progetti simili già conclusi in tutta Europa, privo di indicazioni chiare sulle urbanizzazioni, le infrastrutturazioni, i trasporti – come rilevato anche dalla Corte dei Conti, e dal Ministero dell’Ambiente, che l’ha definito nel suo parere un esercizio “puramente virtuale” – senza i quali neanche il più sprovveduto degli immobiliaristi ci metterebbe un euro.

Intanto, l’ultimo dei tanti concorsi fatti si è chiuso poche settimane fa, con l’ennesimo vincitore e con l’ennesimo rendering di cartapesta, per ora l’unico elaborato progettuale diffuso da Invitalia. Nulla da obiettare sui progettisti, poco noti, che la giuria ha ritenuto migliori di tanti altri studi di architettura di caratura internazionale che hanno partecipato, ma è difficile pensare che quel disegno immaginifico si realizzi senza un programma serio che lo sostenga. Quando l’impalcato di questo programma di interventi, ancora del tutto assente, sarà finalmente definito, ci si accorgerà che il rendering sarà in buona parte inadeguato e inattuabile. Insomma, siamo ancora alle trovate di urbanistica creativa: invenzioni prive di prospettive concrete, che solo negli annunci e sul sito di Invitalia possono essere pensate come attuabili.

La verità è che oggi, per citare Bernardo Secchi, uno dei maggiori urbanisti italiani, “le condizioni sono cambiate” e, al di là dell’inefficacia di quanto programmato finora e dell’insipienza di una governance sistematicamente non all’altezza, è arrivata probabilmente l’ora di ribaltare completamente lo sguardo su questo ambito fantastico della città di Napoli.

Innanzitutto bisogna separare e discretizzare le questioni, quando si nomina Bagnoli si fa riferimento, il più delle volte, all’area di sedime del sito industriale. E invece è alla Bagnoli oltre Bagnoli che bisogna guardare: i grandi parchi già pronti per l’uso: quello dello sport, quello della caserma Battisti, quello del CUS, l’Auditorium (progettato dal napoletano Silvio D’Ascia e Amanda Levete) e le sue aree di pertinenza su via Diocleziano, la passeggiata a mare del pontile Nord, monca alle estremità, il quartiere ottocentesco e il bellissimo viale Campi Flegrei, fino al Collegio Ciano e la collina verde di San Laise.  Basterebbe ricucire e mettere a sistema. Anche solamente ripulire.

Sulla grande area industriale, da bonificare, da rivalutare, in alcuni casi ancora da smontare (come nel farsesco tira e molla sulla colmata a mare) è invece giunta l’ora non di ri-finanziare, non di ri-bonificare, non di rilanciare, ma di rallentare, attendere, mettere i fondi da parte e capire. Approcci di grande respiro e trasformazioni elefantiache non sono oggi alla portata della città nel suo complesso, né di chi si trova, a volte per caso, nei gangli decisionali. Rallentare ma non fermarsi.

Al contrario, l’intera area, compresa la spiaggia, può diventare da subito, cadute le barriere, spazio di vita per gli abitanti del quartiere e della città metropolitana in questi tempi complicati di pandemia: un’arena per usi temporanei, set cinematografici, concerti, luogo per passeggiate urbane à la Jane Jacobs, alla scoperta di quello che il paesaggista francese Gilles Clement chiama “terzo paesaggio”: la natura che riconquista il terreno e ricostruisce se stessa, magari accompagnata da object trouvé funzionali a fruire di questi spazi. Natura che ridisegna il suolo, lentamente depura, simboleggia speranza e insegna a fare a chi, finora, non è stato capace di fare.

Antonio di Gennaro e Giuseppe Guida, Repubblica Napoli del 14 aprile 2021 – Foto di Riccardo SIano

Metti una camminata in quello che era il salotto verde della città, distrutto da una cocciniglia venuta da lontano e dall’incuria, alla ricerca del bel paesaggio che non c’è più. Cammini per i viali monumentali e hai davanti uno scenario di distruzione post-bellica, ai diversi tipi di periferia dobbiamo aggiungere anche questo, e allora ha senso, dopo Napoli orientale, e il progetto incompiuto e oggi in crisi del Centro Direzionale, parlare del declino di Posillipo, per alcuni aspetti ancora più desolante e disperato di quello dei bordi proletari della città.

Ci accompagnano nel viaggio Massimo Visone, ricercatore del Dipartimento di Architettura della Federico II, autorevole esperto della storia e iconografia dei grandi paesaggi di Napoli, e Fabrizio Cembalo, un agronomo che da trent’anni paesaggi come questi li cura, li rammenda, li disegna.

Ci incamminiamo per via Manzoni, dopo Torre Ranieri iniziano le macerie, coi monconi di pini monumentali e le strade divelte; dall’alto, nella curva, la visione ugualmente malinconica dell’area sospesa nel nulla, dov’era l’acciaieria, mentre ai piedi di Coroglio, i campi e le attrezzature del Parco dello Sport finanziate coi fondi europei continuano a marcire, in una città dove giovani e piccoli non sanno dove andare.

Quando chiediamo a Massimo come nasce questa catastrofe di paesaggio, lui subito ci spiazza, chiedendoci di quale paesaggio vogliamo parlare, nel suo racconto la storia di Posillipo è un missile a più stadi, e un paesaggio unico non c’è, piuttosto un assemblaggio di mondi e storie assai diverse.

C’è il paesaggio marino delle ville patrizie, giù sulla costa, che inizia dopo la battaglia di Lepanto, a fine ‘500, quando i pirati barbareschi non sono più una minaccia. Sul promontorio invece, il paesaggio attorno al Casale è quello rurale, millenario, delle masserie e del giardino mediterraneo a vigneto e arboreto promiscuo, l’ecosistema millenario descritto da Emilio Sereni proprio all’inizio della sua Storia del paesaggio agrario italiano. Come al solito, però, ad “inventare” la Posillipo come luogo dell’uomo, da antropizzare per goderne, erano stati i romani, con la fantastica area del parco archeologico di Pausilyon.

Poi lungo il corso dell’800, c’è il paesaggio che nasce e si sviluppa a partire dal decennio francese, con la costruzione di via Posillipo, progettata dagli ingegneri di “ponts et chaussées” Romualdo de Tommaso e Giuseppe Giordano, il prolungamento nuovo della città che prima finiva a Mergellina. Ma la storia va avanti: nei primi decenni del ‘900, il nuovo paesaggio di Posillipo è quello del Parco della Rimembranza, del Virgiliano e dei viali monumentali, pensati a celebrazione e propaganda del Regime, coi filari di pini a ombrello a riprendere proprio qui, nella città greca più restia alla romanità, i fasti dell’antico Impero e delle consolari. Quella a cavallo tra ‘800 e ‘900 è anche la Posillipo dell’architettura floreale, come villa Pappone di Gregorio Botta e di Palazzo Tropeano. O fatti apparentemente incongrui e misteriosi, come il Mausoleo Schilizzi di Alfonso e Camillo Guerra, completato nel 1920 proprio su via Posillipo. Di epoca fascista è l’incursione di “città pubblica” (Istituto Case Popolari) che, tra il 1932 e il 1935, ha forgiato la cavea di piazza San Luigi con gli edifici poggiati sul costone tufaceo.

Infine, a partire dall’ultimo dopoguerra – ed è la storia della nostra vita – la Posillipo dei cosiddetti “parchi” (Antonio Cederna non riusciva proprio a capacitarsi di un uso così incongruo del termine) e dei condomini alto-borghesi, in una bulimia che nella conquista rapace dell’ultimo scampolo di panorama, ha finito quasi per distruggerlo del tutto, il paesaggio. La Posillipo del secondo novecento è anche un piccolo scrigno di architetture d’autore che hanno tracciato le linee guida della mediterraneità moderna. Come la villa progettata da Massimo Nunziata alla Gaiola o l’articolato artificio “organico” di Villa Bianca di Massimo Pica Ciamarra, o ancora Villa Crespi, affacciata su Mergellina, di Davide Pacanowski e Adriano Galli o villa Savarese di Luigi Cosenza.

Di pochi anni prima (1937), la villa più iconica di tutte, perfetta simbiosi tra architettura e contesto: villa Oro, in via Orazio, di Luigi Cosenza.

Si tratta di sforzi progettuali, sperimentazioni architettoniche e paesaggistiche ed impegni economici che la distratta borghesia di oggi si guarderebbe bene dal mettere in campo. L’attenzione al contesto è implosa ed è oggi rivolta agli interni, quelli dei parchi residenziali e quelli meramente domestici, quelli che hanno catturato il panorama quando ancora si poteva fare. Anche questo è il segno della crisi di un quartiere, per molti versi inspiegabile.

Alla fine, quello messo spietatamente in crisi dalla Toumeyella, la “cocciniglia tartaruga” che uccide ad uno ad uno i pini monumentali di Posillipo (un piccolo insetto arrivato una decina di anni fa dal Nord America) è quindi il paesaggio novecentesco del Ventennio, e la parola a questo punto passa all’agronomo Fabrizio Cembalo, cui chiediamo dove nasce un simile disastro.

“Certo, la cocciniglia ha dato il colpo di grazia alle alberature storiche di Posillipo, ma non è lei l’unico colpevole. All’inizio degli anni ’30, quando questi viali vennero costruiti, i pini vennero piantati a distanza di 4-5 metri, che è esattamente la metà dello spazio di cui hanno bisogno. Questo fu fatto per avere un effetto scenico immediato. Nei decenni successivi, in un’ottica di gestione consapevole del verde urbano, i filari andavano periodicamente diradati, garantendo ad ogni esemplare lo spazio vitale di cui ha bisogno, proprio come si fa per una foresta. Questi pini monumentali hanno dovuto così crescere troppo vicini tra loro. In più, sono stati massacrati negli anni da potature erronee, con l’intento di contenerne la mole.”

A fare il resto, i ripetuti lavori stradali per l’asfaltatura e i sottoservizi, che hanno scempiato gli apparati radicali, e impermeabilizzato definitivamente il suolo, impedendo alle radici di respirare. Il sollevamento dell’asfalto e la deformità della sede stradale non è altro che la richiesta di aiuto degli alberi, esseri viventi che ancora chiedono di esistere e respirare. “Così” conclude Fabrizio “la cocciniglia quando è arrivata ha trovato alberi già stremati da una gestione malaccorta.”

La fase critica, l’agonia del paesaggio è iniziata una ventina di anni fa, quando il tempo di agire c’era ancora, ma poi il disfacimento dei servizi tecnici comunali e la disattenzione amministrativa hanno prevalso. Il risultato ora, assieme alla morte degli alberi, è la crisi completa dello spazio pubblico, con l’intero sistema viario di questo quartiere-parco che dovrebbe essere integralmente ripensato e ricostruito, in un progetto urbano unitario, nel quale gli aspetti agronomici, ingegneristici, trasportistici, e sociali dovrebbero essere affrontati finalmente in maniera integrata.

Si tratta di cose che una città europea dovrebbe essere in grado di fare. Nel 1999 anche le alberature storiche di Versailles furono distrutte tutte insieme da un uragano, con più di ventimila alberi abbattuti. Eppure dopo vent’anni con un progetto lungimirante di ricostruzione i giardini sono tornati a vivere, gli alberi sostituiti, lo stato di salute e la biodiversità del glorioso ecosistema sono addirittura aumentate.

In un recente webinar dell’IUCN, l’autorevole organizzazione mondiale sulla conservazione della natura, si è parlato di come le grandi città del mondo hanno usato le loro aree verdi per mitigare gli effetti della pandemia sulla popolazione. Nel racconto degli esperti, è emerso come a Oslo, Berlino, New York, Barcellona la cittadinanza abbia riscoperto le aree verdi durante il lockdown, la loro fruizione è duplicata, a volte triplicata, alla ricerca di ristoro, protezione, di una socialità sicura.

A Napoli è successo il contrario, con la crisi di Posillipo che è diventata il simbolo di un verde urbano oramai negato ai cittadini proprio nel momento del maggior drammatico bisogno, dal Bosco dei Camaldoli alla Floridiana ai grandi parchi della Ricostruzione. Spazio pubblico pregiato ormai ridotto a terra di nessuno, sempre meno connessa e fruibile, insidiosa, oltre che più brutta.

Oggi Posillipo è un territorio in attesa. Su questa inedita enclave urbana non ci sono grandi progetti in corso di sviluppo, cantieri operativi, ricerche universitarie, e non è nemmeno un territorio dove la risoluzione di contrasti sociali o circoscritti interventi di manutenzione modificano il consenso elettorale come nelle periferie ribollenti, dove c’è ancora una pretesa di cambiamento, nuove prospettive, futuri migliori.

Oggi Posillipo è un sorta di “bordo”, in attesa che attorno ad esso succeda qualcosa, per poi ripensarsi: a valle a nord la stasi delle rigenerazione industriale, a sud l’indifferenza delle grandi ville sul mare, ad est la confusione del Vomero cui è legato da via Manzoni e Corso Europa, ad ovest il limite verso l’infinito del Parco del Virgiliano, luogo di mitologie fantastiche ma anche di incredibile disprezzo e di un abbandono, come quello del viale di accesso che in qualsiasi città d’Italia non sarebbe mai stato consentito, nemmeno per una settimana.

Oggi per Posillipo appare necessaria una strategia unitaria che delinei un grande progetto di landscape urbanism, fatta di strategie e di visioni di futuro, che con i soli i vincoli paesaggistici e le norme di un piano regolatore non è possibile conseguire. Un progetto che utilizzi il cesello e non la ruspa e che abbia l’attenzione al conservare, ma anche al modificare, alterando in parte un paesaggio che, per forza di cose, come si è visto, non è immobile, a partire dalle essenze arboree, i materiali, le tecniche e le tecnologie di base.

L’impressione è che oggi questo grande progetto debba prevedere, più che altrove, la partecipazione e l’intervento diretto di cittadini, attori sociali, imprenditori, in una grande operazione che la città fa per sé stessa e per riprendersi con tenacia un bene collettivo ed un topos che, improvvidamente, gli stanno sfuggendo di mano.

Antonio di Gennaro e Giuseppe Guida, Repubblica Napoli del 30 marzo 2021

Un viaggio nella crisi urbana sotto i colpi del Covid l’ha fatto il quotidiano Le Monde, con un ciclo di interviste ai sindaci di 14 “ville-monde”, le città globali, ed è una storia avvincente dei drammi vissuti, misure prese, visioni e strategie per il dopo, che il coronavirus ha spietatamente sollecitato.

Perché l’abbiamo visto col racconto del Centro direzionale pubblicato su queste pagine lo scorso 2 gennaio: la pandemia ha gettato ombre lunghe sul destino dei grattacieli e dei quartieri d’affari in giro per il mondo, ma è inutile girarci intorno, le difficoltà riguardano la sicurezza della città in quanto tale, a cominciare dalle città-mondo, che sembravano destinate a guidare i destini del globo, al posto dei ferrivecchi obsoleti degli stati nazionali, e all’improvviso si riscoprono luoghi affollati pericolosi e fragili.

Così la signora Yuriko Koike, sindaco di Tokyo racconta come, dosando telelavoro e didattica a distanza, sia riuscita a decongestionare il trasporto pubblico, mentre la sua collega di Barcellona, Ada Colau, in un’area metropolitana simile a quella di Napoli, parla del suo lavoro per arginare il turismo di massa, limitare la speculazione dei fitti turistici, rivitalizzare i quartieri perché  ora “…la cosa più importante è coprire i bisogni primari, avere un sistema sanitario pubblico forte e servizi pubblici ben dotati.” In Canada un’altra donna, Valérie Plante, sindaco di Montreal, sottolinea come il Covid “… costringa a ripensare il ruolo dello spazio pubblico, delle aree verdi, per mantenere le attività nel cuore dei centri urbani rispettando le distanze fisiche”, mentre Andy Burnham, sindaco della Greater Manchester, la seconda area metropolitana del Regno Unito, ha puntato sulla riorganizzazione della macchina amministrativa, per costringere i responsabili dei diversi servizi pubblici a lavorare insieme, dando priorità alla protezione dei soggetti deboli, il supporto alle case di riposo, il reperimento di alloggi singoli per i 1.850 senzatetto della città.

E Napoli? Nella tragedia epocale in atto, la nostra città come sta messa, come lavora per superare l’emergenza? Con queste domande in testa ci siamo rimessi in auto, convinti ancora che sia la suola delle scarpe il principale strumento per pensare. Nessun dubbio sulla direzione: se il coronavirus ha cambiato il significato degli spazi, lo spazio di Napoli, il suo futuro, è a est, nella città orizzontale, la pianura immensa di terra e acqua, come ti appare dal viadotto della 162, sfumata nella foschia dorata di questo anticipo di primavera.

In questo palinsesto scombinato e rarefatto di industrie dismesse, frammenti agricoli in abbandono, container, serbatoi petroliferi, mulini, viadotti a scavalco verso il nulla, c’erano tre città importanti, cariche di storia. San Giovanni, a inizio ‘900 era uno dei poli industriali più importanti del Mezzogiorno e d’Italia; Ponticelli, con la sua storia di agricoltura prospera e libertà, per quattro volte capace nei secoli di riscattarsi dai signori, e di lanciare l’insurrezione al nazifascismo; l’operosa Barra, con le sue società di mutuo soccorso, il sindacalismo bianco e quello rosso a lavorare insieme, per difendere la cultura e la dignità del lavoro.

Queste tre città, assorbite negli anni ’20 nel buco nero della Grande Napoli, ospitano il 15% dei napoletani, sono circa 140.000 i residenti, su 2.000 ettari che fanno il 16% del territorio comunale. Insieme dovrebbero essere uno dei soci di maggioranza del capoluogo, la verità è che non contano un bel niente.

E da un buco nero inizia il nostro viaggio, lo sprofondo improvviso tra boati e vapori che s’è aperto d’improvviso una mattina di inizio gennaio nell’area di parcheggio dell’Ospedale del Mare, in mezzo a questo scombino, tra i binari della circumvesuviana, la rampa d’atterro della 162, le torri del Lotto Zero sullo sfondo. Sembra il cratere scuro d’un ordigno bellico, le automobili inghiottite, le tubature e i sottoservizi esposti all’aria come budella, e invece è solo il cedimento di questa terra fragile e fertile di pianura, zuppa d’acqua e di torba, che un congegno di canalizzazione capillare ha mantenuto nei secoli, ma se non la rispetti non può finire che così.

Lamiere, recinzioni eterne di cantiere ed erbacce sono anche il paesaggio intorno al Parco pubblico “Fratelli de Filippo”, 100 ettari di terra fertile, un’area grande come Capodimonte, espropriata più di trent’anni fa per gli standard, anch’essa inspiegabilmente terra di nessuno, come il Parco del resto, in tempi di Covid dovrebbe essere un presidio di salute per i piccoli e le famiglie, 140mila cittadini, e invece è abbandonato per nove decimi a un degrado fisico e vegetazionale irreversibile.

A San Giovanni ci aspetta Enzo Morreale, testimone fedele della storia sociale e operaia della città. Con lui torniamo a quel mare nascosto e negato oltre i binari, il quartiere industriale della Corradini, quasi un secolo di manifattura, chimica, arti meccaniche e vetreria, gli edifici scoperchiati sono sommersi dalla boscaglia, in una Pompei industriale struggente, sulla riva di un mare dimenticato. Attorno a noi tutto è deserto e abbandono, le plastiche e i rifiuti portati dalla tempesta. Qui doveva sorgere il porto turistico per restituire a San Giovanni il suo mare, non se n’è fatto niente, nel frattempo l’Autorità portuale continua a tombare il mare davanti, tra poco la penisola della darsena est scaccerà del tutto l’elemento liquido, cambierà ancora la geografia di San Giovanni, da città sul mare a retroporto, con l’orizzonte davanti a noi minacciosamente chiuso da una nave da crociera alta come un palazzo di 12 piani.

Eppure l’est di Napoli non è un luogo dimenticato, in attesa, privo di progettualità. È, al contrario, un’area che ribolle, di flussi, di attrezzature, di narrazioni e di speranze. La vera immagine di questi luoghi è quella dell’interruzione, un continuo paesaggio interrotto. A Ponticelli, il Piano Particolareggiato del dopo terremoto, progettato da Marcello Vittorini, fu realizzato per tre quarti. Il rimasuglio di quel progetto interrotto è ancora lì che attende. Un terrain vague sul quale dal 1997 il Comune cerca di attuare, con accordi pubblico-privati, un Programma di Recupero Urbano, pensato da Carlo Gasparrini ma che ogni lustro viene rimaneggiato e di cui oggi non si sa più nulla.  Interrotta è la fruibilità del già citato vicino parco Fratelli De Filippo, per anni rimasto chiuso anche se ultimato. Oggi è soltanto in parte praticabile e tenuto vivo da alcune associazioni che curano un orto urbano e dalla presenza del presidio di Emergency. Interrotti sono tutti i progetti lungo l’interfaccia terra-mare, paesaggio privilegiato, a poche centinaia di metri dal centro città, ma negletto come un qualsiasi luogo dello scarto (drosscape, in inglese), da nascondere. Qui si è fermato il progetto per il nuovo porto turistico di Vigliena, con gli imprenditori che sono andati via chiedendo persino i danni al Comune. Interrotto, come detto, è il processo di rigenerazione urbana del complesso di fabbriche di archeologia industriale dell’ex Corradini, alle spalle della spiaggia di Vigliena. Interrotti sono i percorsi ciclabili della nuova via Marina che si dissolvono sul Ponte dei Francesi e finiscono nel caos urbano del Corso San Giovanni. Interrotto è il processo di rigenerazione della ex Cirio, cominciato con i nuovi edifici che ospitano la Apple Accademy (progettati da Francesco Scardaccione e dai giapponesi di Ishimoto Architectural & Engineering), ma che si è fermato, ancora una volta, sulla fascia a mare, dove è presente quella sorta di cattedrale industriale che è l’edificio principale del complesso, progettato nel 1925 da Angelo Trevisan, quasi simbolicamente posto all’ingresso di questo grande quartiere ad est.  Interrotta è l’integrazione dei quartieri di edilizia residenziale pubblica con il tessuto storico: il Rione Pazzigno, Taverna del Ferro, i complessi Incis, Iacp, Pser. Gli edifici di Taverna del Ferro stanno tentando la riscoperta di una nuova dimensione identitaria con i grandi murales di Maradona e di “Essere Umani” di Jorit, ma quelle residenze, progettate da Pietro Barucci negli anni ’80 secondo modelli post razionalisti già all’epoca superati, compresa la tecnica costruttiva della prefabbricazione pesante, sono ancora degli elementi incongrui e socialmente critici nel tessuto storico di San Giovanni.

Per ricomporre questa dimensione di un continuo paesaggio interrotto sarebbero necessarie strategie chiare, che stabiliscano le priorità, indirizzino i fondi e consentano ai processi di essere portati a compimento. Ricucire, riammagliare, creare continuità nella fruibilità degli spazi pubblici e delle attrezzature. Portare a compimento il mosaico di cose cominciate. Creare poi innesti dentro le enclaves e lavorare, come sempre, sui bordi: verso il mare, verso la città centrale, verso l’area dei depositi petroliferi ed infine verso i paesi vesuviani, ancora più ad est, nella zona rossa del rischio vulcanico, nella quale anche gran parte di quest’area ricade.

Finora i progetti del Comune si sono dimostrati insufficienti ed inefficaci. Il piano regolatore aveva promesso un’altra storia, questa spiaggia e questo mare come spazio pubblico per la salute e la vita delle persone, un’esigenza basilare pienamente in linea con le strategie urbane dopo il Covid, ma nel frattempo il governo della città s’è dissolto, vent’anni di nulla, 140.000 vite in ostaggio di una storia interrotta e troppi “fatti urbani” ancora da concludere.


Antonio di Gennaro e Giuseppe Guida,
Repubblica Napoli del 2 gennaio 2020

Fioriscono sui giornali italiani e esteri i reportage sul destino dei grattaceli, da quelli della City di Londra a quelli di Manhattan, dalla Défence di Parigi, fino a quelli da poco completati di Citylife a Milano, tutti per adesso svuotati dalla pandemia, a causa dei confinamenti, ma soprattutto del lavoro a distanza.

Così George Hammond sul Finantial Time, una testata non certo facile alle suggestioni, si chiede se gli ultimi grattacieli che Londra ha da poco inaugurato rappresentino già il monumento a un modo di lavorare che non c’è più, e la stessa domanda se la pone Julia Kollewe su un giornale liberal come il Guardian, mentre sul New York Times Julie Creswell e Peter Eavis prendono atto del fatto che “anche se la pandemia di coronavirus sembra diminuire a New York, le aziende sono riluttanti a richiamare i loro lavoratori ai loro grattacieli e mostrano ancora più esitazione a impegnarsi a lungo termine per la città”. Insomma, è chiaro che la cosa non finisce qui, non si esaurirà nemmeno con la disponibilità del vaccino e l’immunizzazione di massa, ci stiamo tutti muovendo verso un altro mondo, un altro modo di lavorare e produrre.

È partendo da tutte queste cose che è nato il desiderio di capire cosa sta succedendo ai nostri grattaceli, quelli del Centro Direzionale di Napoli. Ci arriviamo ciascuno con la sua auto, la rampa che scende nel sottosuolo verso i garage ora semivuoti, è bordata da un filare di palme nane lasciate a un loro selvatico sviluppo, da una cascata anarchica di vite americana, e l’atmosfera è quella di una foresta tropicale  che va richiudendosi sul cemento sgretolato di una civiltà passata.

Dall’atmosfera cupa del livello “meno due” torniamo in superficie. La prima visita è alla fontana circolare ormai secca che doveva un tempo fastosamente accogliere il pedone che arriva in superficie dalla città vecchia, ora è un ricovero malinconico di lattine. Ai fianchi, le due gigantesche torri dell’Enel, svuotate da tempo, senza bisogno della pandemia. La sorpresa è trovarne una aperta, qualcuno ha rimosso le grosse catene che bloccavano le maniglie delle porte a vetro opacizzate dall’abbandono, come fosse un garage qualunque di periferia, c’è gente dentro, ci avventuriamo.

E’ una delegazione di funzionari e tecnici dell’azienda, devono effettuare un sopralluogo, si muovono con circospezione nell’atrio abbandonato, c’è acqua per terra, un armadio sventrato mostra all’aria fasci scomposti e impolverati di carte, e una scalinata un tempo sontuosa, con decori lignei da country club, ora più che mai incongrui, l’atmosfera è un po’ tesa, come archeologi che si inoltrino in un tempio sigillato da millenni. Comunque, quando scoprono che siamo lì solo per capire cosa sta succedendo al più grande pezzo della Napoli contemporanea, un po’ seccamente ci chiedono di andar via, per ragioni di sicurezza, s’intende.

Lunghe aiuole verdi bordano i viali, era un elemento di eccellenza del progetto, uno degli ultimi lavori di Pietro Porcinai, il più grande paesaggista italiano, si tratta quindi a tutti gli effetti di giardini d’autore. Porcinai scelse oculatamente specie sempreverdi della macchia mediterranea, ed è tutta una teoria quindi di lentischi, mirti, corbezzoli, filliree, oleandri, assieme a cugini esotici come la plumbago con le sue delicate infiorescenze celesti, viene dal Sud Africa ma s’è trovata assai bene, e infatti la trovi spudorata dappertutto, nei bordi strada, come un’infestante.

Il problema è che si tratta di un verde sofisticato, tecnologico, posto sul tetto di un oggetto di cemento che si sviluppa per due piani sotto, che deve quindi vivere e svilupparsi in un ambiente artificiale e confinato. Il mantenimento di questo ecosistema tecnico richiede la massima cura: irrigazione sapiente, controllo delle infestanti, potature accorte; come il “bosco verticale” delle due torri residenziali di Milano, sono in realtà cose fragilissime, che richiedono un dispendio energetico e idrico elevato.

Dopo un paio di decenni in cui le cose sono andate bene, il giardino di Porcinai è ora in piena crisi, ci sono aiuole a partire dall’ingresso in evidente abbandono, le infestanti ingoiano gli arbusti, mentre cespugli interi seccano e restano in piedi, stecchiti, su un sottobosco di bottiglie e cartacce. Assieme al rovinio della pavimentazione, con le mattonelle rotte o traballanti, frettolosamente sostituite da poveri rappezzi in cemento, il declino del verde è un ulteriore aspetto di quello più generale dello spazio pubblico, di quel tessuto connettivo che alla fine rendeva un minimo vivibile e presentabile questo luogo, che la città vecchia non ha mai voluto o potuto assimilare.

Perché alla fine il centro direzionale appare oggi esito di una modernizzazione fraintesa, arrivata in ritardo, quando i modelli post-industriali annunciavano, nel medio periodo, scenari diversi e legati ad innovazioni di cui già si aveva sentore: la digitalizzazione, le tecnologie informatiche e di comunicazione, il calo demografico delle grandi città, i mutamenti del mercato del lavoro.

E invece con un ritardo colpevole e dopo aver operato una finta riflessione tra piani attuativi concettualmente diversi durata quasi venti anni, con il contributo determinante dell’impostazione iniziale di Giulio De Luca – a sua volta basata sullo schema di Luigi Piccinato – alla fine, quasi per sfinimento, il disegno definitivo fu firmato dal giapponese Kenzo Tange. Decenni di gestazione non potevano che determinare un progetto urbano già obsoleto, concepito negli anni ’70 e privo di proiezioni al futuro e di analisi serie. Sarebbe bastato anche solo guardare all’altro lato dell’Atlantico, dove in genere le mutazioni urbane avvengono con decenni di anticipo.

Anche dal punto di vista ambientale, se c’è un’idea di progettazione urbana da portare a esempio di assoluta insostenibilità, è proprio quella che ha partorito questo enorme accrocco – per buona parte interrato nella palude dove ancora scorre sotterraneo il Sebeto – che fin dalla nascita è condannato a sfuggire alla sommersione grazie a un esercito di instancabili pompe sommerse, legando così la sua esistenza a un fabbisogno energetico perpetuo, come quello che occorre per refrigerare e riscaldare i suoi inospitali edifici in vetro-metallo.

A soffrire la crisi che li ha definitivamente chiusi sono alcuni degli edifici più rappresentativi. La coppia di torri cosiddette Wind, oggi Enel, all’ingresso dell’asse centrale, progettate da Giulio De Luca, Massimo Pica Ciamarra e  Renato Avolio De Martino, sono oggi vuote e in attesa di un difficile riuso. Eccessivamente sottili, secondo la sagoma del planovolumetrico, per recuperare un minimo di spazio all’interno i progettisti espulsero gli ascensori all’esterno ed eliminarono i pilastri: i solai di quelle torri sono appesi con dei tiranti alla grande trave visibile sulla sommità dell’edificio. Stesso destino per le due grandi torri marmoree dell’allora Banco di Napoli, progettate da Nicola Pagliara. L’abbandono sta causando il distacco di molte delle lastre e dei blocchi di marmo pregiato sagomate secondo i minuti dettagli esecutivi del progettista per il basamento e in facciata. Soltanto questi due complessi edilizi raggiungono una volumetria di poco inferiore ai 300mila metri cubi

Nonostante tutto, nel tempo questo tessuto urbano è riuscito comunque ad essere parte del quartiere. C’è riuscito, in particolare, sui bordi. Quello lungo il carcere di Poggioreale, ad esempio, si caratterizza per una connessione diretta e a livello con la via Otranto del quartiere Vasto, costeggia l’edificio più basso e a scala urbana (ex Olivetti) realizzato da Renzo Piano, sino all’istituto comprensivo “Gennaro Capuozzo”, una delle poche attrezzature pubbliche che il bulimico piano del Centro Direzionale è riuscito a produrre e sottrarre all’ingordigia dei privati che hanno gestito la realizzazione. A seguire, passando per il curioso Complesso Esedra, il percorso conduce alla nuova copertura lignea tutta a onde della stazione della linea 1 della metropolitana progettata dall’architetto italo-spagnola Benedetta Tagliabue.

Anche le torri residenziali, sul bordo opposto, restano alla fine una delle parti migliori, sicuramente più vitali di questo luogo. Certo i residenti hanno dovuto asserragliarsi dietro cancellate robuste, ma all’interno del recinto percepisci una cura, gli ingressi, le facciate, i balconi, e chiudi un occhio pure sulle verande che in molti hanno realizzato, in questo mare di spaesamento sono un segno di radicamento, finalmente, ai luoghi.

«Le città contemporanee dei servizi di Kenzo Tange» ci dice Francesca Castanò, professore di Storia dell’Architettura all’Università della Campania Vanvitelli «in Italia stanno andando incontro a destini diversi. Se a Bologna il Fiera District pare votato alla completa rivitalizzazione attraverso interventi che portano nuovi abitanti e nuove attività, qui a Napoli il Centro Direzionale, un autentico palinsesto architettonico con qualità assenti in analoghi progetti, lentamente muore, nel generale svuotamento di funzioni e di senso. Come pure la città satellite del Librino di Catania dove l’utopia di Tange è del tutto svanita»..

Ma la maggiore sofferenza di questo brano urbano è l’apparente assenza di prospettive, l’essere stato dimenticato dalla pianificazione urbanistica e da buona parte del discorso pubblico sulla città. In una logica rigenerativa, l’intervento non può prescindere dal fatto che le condizioni attorno alle quali è stato pensato non ci sono più, a maggior ragione alla luce della tragedia epocale che stiamo vivendo. Sarà necessario ristrutturare, smontare, integrare, reinventando la pelle e il contenuto degli edifici. Ma forse sarà necessario anche demolire e ricostruire (e forse nemmeno, in qualche caso) secondo modelli contemporanei di intervento e tecnologie adeguate.

Quello che è certo è che bisogna soprattutto restituire questo pezzo di città alla città, allontanando parte del terziario e mettendoci abitanti, migliaia di abitanti. E servizi, attrezzature pubbliche, per l’istruzione, la cultura, lo sport, le cose che servono alle persone per vivere. Una grande azione pubblico/privata, che conservi la traccia di questo luogo oramai stratificatosi nella città, mutandone però l’identità e l’abitabilità. Integrandolo finalmente con quello che c’è intorno, i quartieri vecchi del Vasto, di Poggioreale, con la vita certo piena di problemi e contraddizioni, i pensieri e i drammi indistruttibili di una città vera.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 24 maggio 2020

Sylvain Bellenger è costretto a chiudere l’accesso al parco di Capodimonte a causa di attriti con i sindacati e subito arriva il rimprovero di Luigi de Magistris, che lo invita a riaprire per motivi di salute pubblica, lamentando una mancanza di coraggio che “sta corrodendo il Paese”. Si ripropone dunque con forza il problema degli spazi verdi in città, al quale “Repubblica” ha dedicato una approfondita serie di reportage, articoli, interviste. A questo punto una riflessione è necessaria, anche alla luce dell’ultima polemica tra sindaco e direttore del Parco.

Dall’inchiesta di “Repubblica” sul verde urbano a Napoli emerge un quadro di luci (poche) e ombre (troppe). Lo scenario d’insieme è quello di un patrimonio a pezzi, allo stremo. Dei parchi storici della città uno solo, proprio quello di Capodimonte, si propone come modello gestionale di riferimento, assicurando nonostante tutte le difficoltà (e l’ultimo incidente di percorso) uno standard di fruibilità da grande città europea. Per il resto, il racconto dei giornalisti di “Repubblica” è quello di un itinerario dolente attraverso luoghi di decadenza fisica e funzionale, dalla Floridiana alla Villa Comunale fino al Virgiliano, nel verde perduto di Posillipo.

La situazione è critica anche per i parchi contemporanei, quelli del Piano delle Periferie e della ricostruzione dopo il terremoto dell’80 – Troisi, Fratelli De Filippo, Scampia – giustamente presentati dalla Guida Rossa del Touring come le prime grandi attrezzature verdi realizzate in città dai tempi dei Borbone. I progetti di queste aree, è bene ricordarlo, sono a firma dei migliori nomi della progettazione dei giardini in Italia, da Ippolito Pizzetti a Vittoria Calzolari.

Esemplare il caso del Parco Fratelli De Filippo, a Ponticelli, un’area verde di dodici ettari al centro di un quartiere importante, che pure ha fame assoluta di socialità, dove la manutenzione da anni si arresta inspiegabilmente al primo ettaro, il solo fruibile, grazie anche agli stupendi orti urbani curati dalla rete di associazioni, comitati, scuole. Nei restanti undici, uno sterminato deserto urbano, con le strutture in completo disfacimento e una giungla vegetale impenetrabile, carica di illegalità e insidie.

Ma il monumento all’incuria e all’incapacità gestionale è il Parco dei Camaldoli, cento ettari di castagneto, un vero bosco in città, una risorsa incomparabile di biodiversità: un ecosistema prezioso che sarebbe il vanto di ogni comunità urbana in qualunque altro posto del mondo, chiuso ormai alla cittadinanza e abbandonato a un degrado fisico e vegetazionale che ha assunto aspetti di rischio assolutamente drammatici e inaccettabili.

La sofferenza è sistemica, riguarda purtroppo a vario grado l’insieme dei 52 parchi e giardini raffigurati nella cartografia ufficiale scaricabile dal sito del Comune di Napoli: 340 ettari in teoria disponibili per la cittadinanza, la cui reale fruibilità appare, come testimoniato dall’inchiesta di “Repubblica” problematica, frammentaria, incerta. Per non parlare del Parco metropolitano delle colline di Napoli, l’intuizione coraggiosa del piano regolatore per mettere in sicurezza buona parte delle aree agricole della città, 2.200 ettari di masserie vigneti e frutteti da rilanciare in chiave multifunzionale, in stand by da più di un decennio.

Insomma, il verde urbano a Napoli è all’attualità un bene nominale: c’è sulla carta ma non è fruibile con certezza dai cittadini per carenza cronica di governo e manutenzione. Come è nominale a questo punto – doloroso constatarlo – il rispetto degli standard urbanistici di legge, i metri quadri di verde pubblico che la Repubblica italiana deve garantire ai cittadini come parte del diritto costituzionale alla salute e alla qualità di vita, con buona pace delle narrazioni rituali sui beni comuni.

Siamo all’anno zero, e dice bene Francesco Erbani nella sua riflessione su queste pagine del 22 maggio  (“Ascoltiamo le parole di Bellenger”): la lezione di Capodimonte resta valida nonostante le difficoltà di questi ultimi giorni, e sta tutta nell’idea cocciuta del direttore francese che il Parco sia importante alla pari del Museo; nella responsabilità di curarlo, gestirlo e metterlo in gioco per offrire alla cittadinanza un servizio essenziale, elaborando una strategia di respiro europeo. Una strategia appunto, la città ha bisogno in primo luogo di questo.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 4 maggio 2020

In molti nel mondo si interrogano ora se tra le grandi vittime del virus non ci sia proprio la città, l’idea che sia meglio vivere densi, in quel concentrato di esperienze, stimoli, connessioni, condivisioni che solo l’habitat urbano è in grado di offrire. Di queste cose parla il reportage di Anais Ginori e Federico Rampini su “Repubblica” del 30 aprile scorso (“Da New York a Parigi, così la distanza sociale ridisegna le città”), e quello di Sabrina Tavernise e Sarah Mervosh, apparso pochi giorni prima sul New York Times (“Le più grandi città americane stavano già perdendo il loro fascino”).

La domanda è fino a che punto il distanziamento porti anche con sé una rivincita del sobborgo, la periferia dispersa, il piccolo centro: la possibilità di godere di spazi di vita ampi e riservati che la grande città non è strutturalmente in grado di offrire; assieme all’attitudine a spostarsi individualmente, col mezzo privato – auto motorino bici e monopattino che sia – oggi più sicuro rispetto all’affollamento carico di insidie del trasporto pubblico.

L’architetto Stefano Boeri l’ha detto chiaramente, per lui il tempo della grande città è finito, tra le conseguenze buone della pandemia potrebbe esserci un ritorno ai piccoli centri, a una dimensione di maggiore sostenibilità e armonia con la natura e i paesaggi. Della stessa idea lo scrittore Franco Arminio, secondo il quale è questo il momento di varare politiche serie di ripopolamento delle aree interne, dotando di mezzi e finanziamenti adeguati la strategia pensata da Fabrizio Barca alcuni anni fa.

In attesa che questi scenari epocali si chiariscano, resta a noi cittadini il compito di riorganizzare al meglio la nostra quotidianità in una città come Napoli, scoprendone magari aspetti e risorse insospettate. Perché il capoluogo è meno denso di quel che appare, ha al suo interno i suoi boschi e le sue campagne, tremila ettari di verde (un quarto del territorio cittadino) che saggiamente il piano regolatore ha tutelato, con le cinquecento aziende agricole che esso contiene.

Le campagne urbane formano una cintura verde, se stiamo attenti possiamo ripercorrerla dagli orti di Ponticelli ai frutteti di Pianura, passando per le masserie di Posillipo e le selve di castagno dei Camaldoli. Gran parte di queste aree verdi sono dentro il Parco Metropolitano delle Colline di Napoli, una creatura in sonno che sarebbe il caso di risvegliare.

Stiamo parlando di un patrimonio di aree agricole e forestali in città che vanno ora ripensate come spazi sociali, per i nostri piccoli, i ragazzi e i nonni, luoghi più salubri e sicuri per l’educazione e la vita all’aria aperta, da utilizzare come è ovvio con tutte le precauzioni e l’autodisciplina che il momento di transizione richiede.

Un esempio clamoroso sono i cento ettari di castagneto pubblico del bosco dei Camaldoli, del quale questo giornale si è più volte interessato, inspiegabilmente chiuso alla cittadinanza da anni. E’ un perfetto bosco appenninico in città, con tutto il profumo le macchie di luce i fruscii e la biodiversità. Sarebbe bello poterlo percorrere quest’estate, certo con cautela, in attesa di tornare, speriamo presto, sui sentieri d’Appennino.

Antonio di Gennaro, 18 aprile 2020

E’ il mio contributo al libro sui trent’anni di Repubblica a Napoli. La pubblicazione è andata a ruba. Chi è rimasto senza può leggerlo ora su horatiopost.

E’ vero, l’agricoltura, o meglio le agricolture sono un pezzo importante del futuro della Campania, ma diffidate di chi dice che è il solo destino che c’è rimasto, che l’economia regionale debba puntare tutto su agricoltura e turismo. Sono sciocchezze, se va bene queste due voci, con i loro indotti, fanno un terzo del prodotto interno lordo, il resto sono manifattura, industria, servizi: è lì che si produce il lavoro e il reddito per buona parte della popolazione attiva. Pure, una regione europea moderna ha un disperato bisogno di buona agricoltura, per tanti motivi.

Uno di questi è la sicurezza. L’ottantacinque per cento del territorio della Campania non è fatto di città ma di campagna: campi coltivati, pascoli, boschi, aree naturali. E’ la straordinaria matrice rurale che tiene insieme i grandi paesaggi regionali, dal Matese al Cilento, lungo tutta la green belt d’Appennino, passando per le pianure, i vulcani, le isole. Dietro questo mosaico di agricolture, con tremila anni di storia, c’è una comunità reticolare di agricoltori che lavora ogni giorno per tenere in ordine i suoli,  le acque, la sintassi unica dei paesaggi.

Di tutta questa macchina ecologica l’area metropolitana regionale – la caotica città continua da Capua a Battipaglia, che vale il quindici per cento del territorio, ma ospita il settantacinque per cento della popolazione – è debitrice netta. E’ il territorio rurale con i suoi fantastici suoli che produce l’acqua da bere, pulisce l’aria, condiziona il clima, assorbe la CO2, mantiene la biodiversità e la sicurezza idrogeologica. Ora li chiamano “servizi ecosistemici”, sono quei processi invisibili che rendono possibile la nostra vita quotidiana, tutta roba che si fabbrica in campagna, e la parola chiave in questo caso è “multifunzionalità”: la capacità dello spazio rurale di produrre simultaneamente cibo e servizi ecosistemici, a vantaggio dell’intera società.

Il problema è che mentre il cibo si vende e si compra al mercato, un mercato per i servizi ecosistemici non c’è, o almeno non c’è ancora. Uno degli obiettivi della politica agricola comunitaria è proprio questo: ricompensare gli agricoltori di almeno una parte dell’opera ambientale che svolgono, altro che assistenzialismo.

In più, l’agricoltura, e quella campana in particolar modo, per motivi che vedremo, è stretta nella morsa ferrea di costi di produzione crescenti e prezzi bassi dei prodotti, che il mercato globale mantiene al di sotto di una soglia decente di remuneratività. Un’umiliazione insostenibile, ed allora chiudono le stalle in Appennino, è una frana economica, demografica e sociale. Le montagne della Campania hanno avuto la loro popolazione dimezzata nell’arco di un cinquantennio, i giovani vanno via, la rete dei trecento piccoli comuni di presidio si spegne.

Una delle conseguenze, in questi tempi difficili di cambiamento climatico, è che senza più gli agricoltori a curare il pascolo e l’animale, senza manutenzione, l’Appennino diventa una macchina pericolosa: la boscaglia si riprende il paesaggio, il suolo frana e l’acqua inonda il fondovalle assieme alle città, le infrastrutture, le fabbriche. La catena del rischio in questo modo si chiude, e il costo per l’intera collettività è drammatico.

In pianura i problemi sono diversi, anche se è qui che ci sono i suoli più fertili dell’universo conosciuto. E’ il motore vulcanico di Campania felix, una produttività che è il quadruplo della media nazionale: è grazie a questo capitale prodigioso di fertilità che la Campania, con metà della superficie agricola, si colloca nel gruppo di testa delle regioni agricole italiane.

Se in Appennino è il bosco che avanza a spese dei coltivi, in un desolato paesaggio medioevale di ritorno, in pianura è la città a mangiare i suoli e cancellare aree agricole. Nel 1960 c’erano ventimila ettari di città, ora sono centoquattordicimila, la città si è moltiplicata per sei, anche se la popolazione è aumentata solo del venti per cento. Ora Campania felix è fatta di pezzi di campagna inframmezzati alla città, in un mosaico rur-urbano disordinato, privo di coordinate.

Eppure, questa agricoltura metropolitana, fatta di trentamila aziende, è in grado ancora di produrre, sul dieci per cento circa della superficie agricola regionale, quasi un terzo del valore della produzione agricola della Campania. Si tratta di ortaggi, fragole e mozzarelle di qualità assoluta, che le filiere lunghe della grande distribuzione organizzata portano sulle mense di mezza Europa. Molteplici livelli di controlli hanno confermato come questi cibi, diversamente dalle grida manzoniane di pochi sconsiderati, siano assolutamente sani, più sicuri addirittura delle produzioni provenienti da altri territori italiani.

Una sola regione per tanti territori e tante agricolture diverse, anche se per progettare il futuro il problema alla fine è sempre lo stesso, la gracilità del tessuto aziendale, la dimensione media delle unità produttive, intorno ai quattro ettari, la metà della media nazionale (per inciso, in Francia l’azienda media è di cinquanta ettari). Un fenomeno che giunge proprio nei paesaggi rurali più fertili  – la piana flegrea, il Vesuvio, la Penisola sorrentina-amalfitana, l’Agro nocerino-sarnese – alla polverizzazione estrema, con dimensioni aziendali medie di uno-due ettari.

Lasciando decisamente da parte le cose che non sappiamo fare, come la ricomposizione fondiaria, la soluzione praticabile è antica e nuova insieme, ed è quella della cooperazione: mettere insieme le forze, ricucire in progetti solidali, finalmente competitivi, le persone, le produzioni, le terre. I buoni esempi non mancano, anche in Campania: i produttori di fragole di Parete, i viticoltori del Sannio, gli allevatori di marchigiana del Fortore, gli olivicoltori del Cilento hanno saputo costruire negli anni organizzazioni cooperative in grado di stare credibilmente sui mercati globali, pur conservando una maglia produttiva fatta di piccoli produttori.

E’ questa l’unica chance per la Campania, quella della costruzione di paesaggi cooperativi, pensati e gestiti come un’unica azienda. Tornando a considerare l’economia regionale nel suo insieme, questi paesaggi rurali di qualità, adeguatamente connessi e infrastrutturati, possono diventare il brand distintivo, il vantaggio competitivo non riproducibile altrove, del quale finiscono per tener conto anche le attività extragricole nelle loro scelte localizzative. In conclusione, la strada è una sola: mettere insieme progetti e destini, pensando di vivere questa terra come fossimo foresta, piuttosto che alberi isolati.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 21 gennaio 2020

Vorremmo veramente poter credere che non sia stata solo una passeggiata a favore di telecamere quella di ieri, sotto un cielo grigio e incattivito che ha stretto la città in una morsa di gelo dopo tante giornate azzurre di quasi primavera. Sono passati trent’anni dalla chiusura della fabbrica, una generazione intera ha conosciuto Bagnoli come un enorme, desolante vuoto urbano. Imponenti risorse pubbliche sono andate disperse, il quartiere ha conosciuto un inesorabile declino, ed è evidente che la mortificazione di una città intera non è risarcibile con le frasi a effetto, anche lo “scusate il ritardo” del ministro funziona poco, l’ironia e l’intelligenza di Troisi non riescono a sciogliere il gelo.

Accenti di verità Provenzano li trova invece nella rappresentazione dello squallore: “Quando sono venuto a Bagnoli per la prima volta mi sembrava un carcere ambientale. Abbattiamo questo muro che ha sottratto questo luogo alla città”. Sono proprio le parole, le cose che i reportage di “Repubblica” hanno raccontato in questi anni, nel silenzio generale. “Vogliamo aprire questo luogo alla cittadinanza” ha detto ancora il ministro “apriamo oggi i recinti e proviamo a restituire alla città quello che negli anni è stato sottratto”. Anche questa istanza “Repubblica” l’aveva cocciutamente ribadita. Nel silenzio.

Vorremmo poterci credere che non era una passerella. Per la verità, anche la metafora delle ruspe, cui i diversi partecipanti fanno immancabilmente ricorso, ha poco senso, suona falsa. L’analisi di rischio, la cui sorprendente mancanza “Repubblica” aveva a più riprese segnalato, è stata approvata in conferenza dei servizi solo 4 giorni fa. Quindi era vero che non c’era quando è stato fatto il PRARU, il programma di rigenerazione approvato con decreto del presidente della Repubblica, ma è una magra soddisfazione. L’analisi di rischio è la base della progettazione esecutiva di ogni intervento di bonifica, almeno se si intende rispettare il percorso di legge. La conseguenza è che un progetto degno di tal nome non c’è, non può esserci, e la prospettiva è che quelle ruspe tra poco non sapranno che fare.

Per dare esecutività e concretezza al recupero di Bagnoli è necessario smetterla di pensarlo come un intervento monolitico, della tipologia “tutto o niente”. Come i dossier delle associazioni ambientaliste e dei sindacati hanno più volte sottolineato, sempre nel silenzio istituzionale, la sterminata area dell’ex acciaieria è fatta di tanti pezzi, a differente grado di problematicità. In molte aree un rischio significativo non c’è, si potrebbe partire subito con la ricostruzione della città. Ma l’ideologia della bonifica come palingenesi globale, la vera, grande opera pubblica da avviare con un investimento da brividi, 400 milioni (che si sommano ai 600 già spesi), prevale ancora una volta. L’urbanistica, quella vera, a Bagnoli non è ancora entrata. Di concorsi d’idee, senza alcun seguito, ne abbiamo già fatti tanti. La nuova città resta un orizzonte indefinito, cui qualcuno un giorno penserà.

La cappa di gelo non dà tregua, il vento taglia forte, mentre il ministro prefigura scenari di sviluppo, all’insegna del green new deal rilanciato in gran pompa dall’Unione europea, ma il percorso è ancora lungo. In tutte le parti del mondo il rinnovamento delle città parte dai trasporti: la sostenibilità, la qualità di vita, la competitività delle imprese inizia lì, peccato sia proprio questa la parte che nel PRARU manca. In questa giornata rabbuiata d’inverno, quello che continuiamo ad ascoltare è il racconto di una pianificazione al contrario, ma si sa, siamo il paese dell’immaginazione e della creatività.

La conclusione è dell’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri: “Finalmente possiamo dire che le nostre parole qui vengono coperte dalle ruspe che possono operare a Bagnoli”. La sensazione è che non siano solo le parole ad essere coperte dal rumore, ma i pensieri.