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Francesco Erbani, Repubblica Napoli 8 maggio 2018

Per i bambini napoletani la Mostra d’Oltremare era un insieme di oggetti bianchi, geometrici e misteriosi osservati da uno scivolo di Edenlandia. Poi era il luogo in cui all’inizio dell’estate si allestiva una fiera della casa e la mattina, ormai chiuse le scuole, mentre in altre regioni la tv trasmetteva servizi su quella fiera, a Napoli programmavano un film. In seguito, alcuni, forse molti, di quei bambini diventati più grandi andarono nel grande piazzale della Mostra a sentire Enrico Berlinguer che chiudeva il Festival dell’Unità. Era il settembre del 1975. Da qualche mese Napoli aveva un sindaco comunista, Maurizio Valenzi, e sentiva nell’aria mite di quel pomeriggio che era finita con le mani sulla città, con il colera e con i Gava.

Più tardi ancora, chi di quei bambini, ormai adulti, si sarebbe appassionato di storia del Novecento, di architettura del Novecento, di arte del Novecento, e chiunque altro avesse avuto curiosità di sapere qualcosa di quei misteriosi e geometrici oggetti bianchi, avrebbe letto che lì, alla Mostra d’Oltremare, si era fatto esercizio di razionalismo, ci si era messi in linea con esperienze europee. E mentre a Roma, all’Eur e, in parte, nella Città universitaria, erano prevalse la magniloquenza fascista, la retorica imperiale e monumentale di Marcello Piacentini e Arnaldo Foschini, qui, negli edifici avvolti nel verde di un parco, negli spazi teatrali e nelle fontane, si era messa in pratica un certo “orgoglio della modestia”, sia nelle parti costruite sia nel tracciato urbanistico (artefici, fra gli altri, Marcello Canino, Carlo Cocchia, Giulio De Luca, Luigi Piccinato).

Poi nelle rappresentazioni dei napoletani e di quei bambini divenuti maturi, la Mostra ha iniziato a declinare. Uno slittamento simbolico verso il basso. Il terremoto del 1980, la sciagurata decisione di allestirvi un villaggio d’accoglienza, il deperimento avevano collocato quei 70 e più ettari di verde e di fantasiose ma lineari architetture fra i luoghi dell’abbandono. A nulla valeva la memoria che persino dopo la guerra e i distruttivi bombardamenti si era innescato un sussulto rigenerativo e molti degli stessi architetti che avevano visto in pezzi i loro edifici si erano dedicati a rimetterli in sesto. L’abbandono nutriva in sé il senso dell’irrimediabile, nonostante quel grande spazio non fosse popolato di ruderi e non appartenesse a un epoca remota, ma a una stagione che molti napoletani, i genitori e i nonni di quei bambini, sentivano come propria. E di cui raccontavano i tratti, mescolando quei bianchi edifici con la vaga, giovanile, illusoria impressione di una Napoli benedetta dalla fortuna prima del grande saccheggio che avrebbe investito le sue forme. È stato quindi necessario attendere la fine del Novecento per vedere risistemata la Mostra d’Oltremare nello spazio simbolico che le spettava.

Rinasceva un contenitore fieristico e con esso un parco urbano che si metteva a disposizione di una città la quale di parchi urbani non era dotata a sufficienza (con consueta cura Antonio Di Gennaro ne ha tracciato su queste pagine il profilo). Veniva restituito un paesaggio culturale, un bene culturale i cui elementi naturali e i cui manufatti erano espressione di tanti saperi, e si ridava vita a un “parco d’autore”, come l’ha definito Pasquale Belfiore, che tornava a caricarsi di valori incorporati nei linguaggi architettonici, nello svago e nelle relazioni con la città. Un “parco d’autore” novecentesco che meritava la stessa accorta tutela di un “parco d’autore” settecentesco, appartenente a un Novecento diverso da quello che aveva violentato la città. Arte, architettura, patrimonio vegetale, memorie novecentesche, senso della comunità: questo insieme di aspetti rischia di essere appiattito se la Mostra d’Oltremare viene ridotta a una neutra piattaforma destinata a supportare le casette per gli atleti delle Universiadi, conficcate o meno che siano, se si snatura il suo statuto adattandola a risolvere in condizioni d’emergenza un problema che in tanti mesi non si è stati in grado di affrontare. Un rischio crescente al solo pensiero che dopo le Universiadi anche altri decideranno di usare la Mostra d’Oltremare come se fosse un non-luogo.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 6 aprile 2018

Non so davvero da che parte iniziare. Solo pochi giorni fa questo giornale ha pubblicato un mio reportage sulla Mostra d’Oltremare (“Mostra d’Oltremare, il parco d’autore. Alberi e vita dove c’era abbandono”). Era il racconto veloce di una grande area verde finalmente ritrovata, grazie anche alla decisione dell’Ente Mostra di riaprirla stabilmente al pubblico. In quell’articolo Pasquale Belfiore mi spiegava come la Mostra fosse il più grande “parco d’autore” novecentesco del quale la città disponga: un luogo magico di architettura e natura, dove le alberature storiche – un milione di esemplari di palme ed eucalipti provenienti in gran parte direttamente dalle colonie – danno vita a un ecosistema unico, una sintesi particolare di esotismo e lussureggiante fertilità flegrea.

La Mostra, come tutti i giardini storici italiani, è anche un ecosistema assai fragile, sottoposto a tutela monumentale, ed è per questo che davvero si fatica a comprendere i motivi per i quali l’Ente Mostra intenda ora realizzare proprio qui, su una trentina di ettari, il villaggio per i settemila atleti delle Universiadi che si terranno a Napoli e in Campania nel luglio 2019.

La planimetria di progetto è impressionante: le oltre 2.300 casette sono disposte in una logica di occupazione intensiva dello spazio. Lo schema, straordinariamente fitto, è quello di un accampamento militare, o piuttosto un campo di sfollati o senzatetto, quasi si dovesse far fronte a chissà quale emergenza o disastro, ospitando all’interno del parco l’equivalente degli abitanti di una città come Telese.

Tutto questo, proprio nella parte del parco più delicata, quella occidentale, la più ricca di verde e di alberi, occupando oltre a piazzali e parcheggi, anche larghe porzioni di suoli non impermeabilizzati,  invadendo così pesantemente le fragili aree vegetate. Hai voglia a dire che l’accampamento è temporaneo: la realizzazione delle piazzole e degli allacciamenti per le 2.300 casette, il calpestamento intensivo di mezzi e uomini, comporterà il danneggiamento non reversibile di suoli e apparati radicali, a partire proprio dello strato di superficie biologicamente più attivo e fertile, che negli equilibri vulnerabili di un giardino storico costituisce la base vera della vita. Per di più, la planimetria di progetto sottostima clamorosamente l’ingombro reale della vegetazione arborea del parco, così che risulterà materialmente impossibile fare spazio a questa sorta di megacampeggio provvisorio senza rimaneggiare anche la porzione aerea delle alberature che, giova ancora ripeterlo, sono parte integrante del bene monumentale sottoposto a vincolo c controllo da parte della Soprintendenza.

Il progetto presentato sembra dimenticare all’improvviso la peculiarità e la rilevanza dei luoghi: il parco della Mostra, con i suoi equilibri di architettura monumentale e verde storico, viene trattato, come già in momenti poco gloriosi del passato, alla stregua di uno spazio vuoto, un’area di risulta, priva di valore intrinseco: un piazzale di periferia da occupare in fretta, e da liberare chissà quando, una volta consumato l’evento.

Certo dispiace, nell’arco di pochi giorni, dover passare dal racconto del parco ritrovato, allo stupore di fronte a scelte che mettono a rischio un bene pubblico così importante per la città, che appaiono del tutto arrischiate e incongrue.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 27aprile 2018

Settantadue ettari di verde e architettura, dopo Capodimonte e i Camaldoli è il terzo grande parco della città, certamente quello con la storia più travagliata. Sono tornato per caso alla Mostra d’Oltremare, un sabato mattina che dovevo partecipare a un convegno, e ho trovato un luogo pieno di grazia e bellezza: i lunghi viali luminosi affollati di studenti, mamme nonni e bambini, il footing degli sportivi, un via vai di cani e padroni, e subito un cinematografo di emozioni e ricordi è partito nella testa, perché questo è un luogo magico della nostra infanzia. Il parco è aperto al pubblico tutti i giorni, per lunghi decenni questo è stato uno spazio vuoto, un’amnesia nel tessuto urbano, una rimozione collettiva.

Tornato a casa sono andato sul sito della Mostra, ho cercato il numero, e un paio di giorni dopo sono tornato, per parlare con Donatella Chiodo, presidente dell’Ente Mostra. Volevo chiederle i motivi della sua scelta: la Mostra in fondo resta un ente di diritto privato, il suo compito è quello di organizzare fiere, e allora perché l’apertura al pubblico, assumendo un impegno così gravoso, carico di rischi e responsabilità.

Un’apertura intrapresa la prima volta dal predecessore di Chiodo, Andrea Rea, progetto rafforzato negli anni successivi.

Donatella Chiodo non si scompone, è una ragazza di quarant’anni col sorriso aperto e le idee chiare: «Potrei risponderle che è tutta colpa di mia figlia Alice. La prima volta che l’ho portata ha sgranato gli occhi, subito ha esclamato “Che meraviglia!”.

Potrei dirle che non potevo deludere quello stupore di bambina. La verità è che ce lo chiede la legge: la riforma Madia dice che gli enti come il nostro devono perseguire, accanto a obiettivi economici, finalità sociali, di interesse generale.

L’apertura del parco alla città è il nostro modo di attuare quella legge. Per lunghi anni i napoletani hanno considerato la Mostra come uno spazio negato, il luogo della precarietà e dell’abbandono. Ora non è più così, e la risposta della gente è positiva, a Pasquetta abbiamo avuto diecimila visitatori».

Certo, la Mostra è un parco diverso dagli altri, la sua suggestione e atmosfera sono legate all’unione veramente unica di verde e architettura. «La Mostra d’Oltremare è un parco d’autore», mi spiega Pasquale Belfiore, ordinario al dipartimento di Architettura dell’Università Luigi Vanvitelli, che a questo luogo ha dedicato studi e pubblicazioni importanti. «È nato alla fine degli anni ‘30 insieme all’Eur, pensato e progettato da un gruppo di giovani, brillanti esponenti del razionalismo, nomi divenuti celebri come Piccinato, De Luca, Cocchia. Fu realizzata in sedici mesi, e inaugurata dal Re l’8 maggio del 1940. Restò aperto appena un mese, poi fu subito chiuso, perché nel frattempo eravamo entrati in guerra».

«Se l’Eur era stata pensata come la “città di pietra” – mi dice ancora il professore – la Mostra doveva essere la “città verde”: per la grande esposizione delle Terre d’Oltremare furono piantati un milione di alberi, molti trasportati direttamente dalle colonie, tutte le specie e varietà possibili di palme, ficus, eucalipti. Alla fine, più dei bombardamenti, fu l’accampamento degli Alleati a danneggiare il parco e gli edifici, che furono ricostruiti e riaperti all’inizio degli ‘50. Con il terremoto del 1980 ancora danneggiamenti: per far posto ai container dei senzatetto un funzionario sbrigativo e solerte ordinò la demolizione delle serre tropicali del Cocchia, un vero gioiello d’architettura moderna.

Negli anni ‘90, grazie ai finanziamenti dell’amministrazione Bassolino, iniziò il recupero definitivo dei padiglioni storici: il Cubo d’Oro, il Teatro Mediterraneo, l’Arena Flegrea, la Fontana dell’Esedra, mentre altri, come il bellissimo Padiglione Rodi, sono ancora in attesa di restauro». In un panorama di istituzioni in affanno, costrette da limiti di bilancio e organico a restringere progressivamente l’uso degli spazi pubblici in città, chiedo ancora a Donatella Chiodo quali sono le principali difficoltà che ha dovuto superare. «Il primo ostacolo è stato quello di dimostrare che l’apertura al pubblico non confligge con l’uso fieristico della Mostra, che le due cose possono coesistere. Ci sono poi gli obblighi legati al vincolo monumentale: ogni intervento di manutenzione, anche ordinario, come la potatura di un albero, deve essere autorizzato dalla soprintendenza.Per fortuna col soprintendente Garella l’intesa è ottima, penso che condivida la nostra stessa visione.”

“Certo – continua Donatella – c’è bisogno di rafforzare l’educazione del pubblico, succede che i servizi igienici siano vandalizzati, che non siano rispettati i divieti nelle aree dove abbiamo lavori in corso o problemi di sicurezza, ma il bilancio rimane estremamente positivo». E i costi? «Qui è necessaria anche un po’ di creatività. Grazie alla sponsorizzazione di un’impresa privata, che ha realizzato l’impianto di illuminazione, siamo riusciti a prolungare di due ore l’orario di apertura del parco. Ai visitatori poi chiediamo un contributo all’ingresso di un euro, l’abbonamento mensile costa dieci euro, ma la fascia di esenzione per bambini, anziani e scuole è davvero molto ampia».

Adesso passeggiamo nel Viale maestoso delle Palme, con gli alberi giunti direttamente dalla Libia; a fianco il Cubo d’Oro sembra un oggetto fiabesco, extraterrestre. Un ficus monumentale emerge da un intrico di radici, in una scena da giungla tropicale. Alla fine del viale, il profilo inconfondibile degli archi di Edenlandia, disegnati da Luigi Piccinato. Il parco dei divertimenti e il giardino zoologico sono nati con la mostra, ora c’è un muro che li separa, ma Donatella vorrebbe abbatterlo, per ricreare l’unità originaria. Dopo la crisi, lo zoo ha ripreso il suo cammino, anche per Edenlandia sembra sia la volta buona, con un progetto imprenditoriale più credibile. Intanto, sui prati verdi attorno la Fontana dell’Esedra gruppi di ragazzi prendono il sole sull’erba. Lo scenario è di suggestione totale. Alle spalle del grande arco maiolicato della fontana, lo sfondo dei terrazzamenti agricoli di Monte Sant’Angelo. La sensazione è quella di una monumentalità vissuta, ben curata, e spira una certa aria d’Europa.

Chiedo a Belfiore cosa pensi di questo lavoro. «Questo luogo ha un suo valore architettonico, una funzione economica, ma è anche una attrezzatura pubblica essenziale per la città. Anzi, se proprio si dovesse scegliere, penso che sia quest’ultimo aspetto ad essere privilegiato, assieme naturalmente alla tutela di un monumento storico di eccezionale valore».

Quello che Donatella sta cercando di fare è di tenerli insieme questi diversi aspetti: la storia, l’economia, i bisogni delle persone. Quando ha chiesto consiglio alla sua Alice, la piccola ha risposto che in fondo la Mostra, come si legge sulla homepage ufficiale, «… è un posto magico, colorato e profumato dai fiori, pieno di vegetazione, dove si può giocare, andare in bici, trascorrere giornate in allegria con la famiglia, ascoltare la musica ma anche partecipare alle fiere». Sembra un buon programma, sta funzionando, è il caso di andare avanti.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 3 aprile 2018

Mariachiara De Luca mi fa strada tra gli ulivi, sotto il Casale medievale di Posillipo, le scarpe si inzuppano nel prato freddo di rugiada, è un tappeto di fiori gialli di acetosella, Capri ci è davanti, tra schegge infinite di luce. Traversando il borgo, fuori un uscio a pianterreno, ci sono le reti di Totonno ad asciugare, tra il mare e la campagna che ti avvolgono, proprio non capisci se è un villaggio agricolo, o di pescatori.

La chiesa è del ‘200, la leggenda dice fu costruita coi soldi di tre greci, se li erano guadagnati facendo i saltimbanchi in città, e la dedicarono a Santo Strato, arrivato assieme a loro da lontano. Tutt’intorno al Casale la campagna c’è ancora.

A Posillipo il verde è tanto, ed è verde agricolo più che di giardini. Mariachiara, il suo, se l’è dovuto riconquistare, dopo che gli equilibri e le regole che per dieci secoli avevano retto la campagna, erano saltati d’improvviso, una ventina di anni fa, con la riforma dei patti agrari, e la decadenza dei contratti storici di colonìa, basati sulla divisione dei prodotti tra il coltivatore e la proprietà.

«Vincenzo era il nostro colono da sempre», racconta Mariachiara. «La sua famiglia era con i De Luca da generazioni. Alla scadenza della colonìa, gli è rimasta la casa, ha continuato a curare la terra, fin quasi ai novant’anni, fino a che le forze lo hanno sostenuto. Dopo, inesorabile è iniziato il declino.

L’oliveto dove ci troviamo, proprio sotto Santo Strato, prima era un frutteto, in pochi anni s’è trasformato in una boscaglia inaccessibile. Non potevo pensarci, ci stavo male. Facevo la commercialista, e mi sembrava assieme ai luoghi di perdere la memoria di una vita, di me bambina, le giornate infinite che seguivo Vincenzo nei lavori, a raccogliere il fascio di fiori per la casa».

Mariachiara non ci sta. Lascia il lavoro, dice alla famiglia che si dedicherà al recupero della campagna, e non rimane certo a guardare, perché è lei alla fine a salire sul trattore. «La mattina che abbiamo iniziato a ripulire, togliere i rovi, disboscare, i vicini hanno chiamato la polizia municipale, pensavano fosse l’inizio di un abuso. Sotto i rovi abbiamo trovato i telai di una quindicina di motorini, addirittura era sorta una specie di casupola».

Quindi, con Fabrizio Cembalo, l’agronomo che l’assiste nell’impresa, e il cugino Alberto, la decisione più impegnativa, il disegno della nuova azienda, la scelta delle colture da reimpiantare. Gli antichi albicocchi non è il caso, c’è l’Aromia bungii, un coleottero venuto da poco dal Giappone, che li sta attaccando tutti, la grossa larva scava l’interno del tronco e porta a consunzione la pianta. Per la vite – Posillipo è stata per secoli terra di vino – occorre troppa manodopera, e una tecnica agricola difficile da attuare nel mezzo della città. La scelta cade sull’olivo, da tre millenni l’albero mediterraneo per eccellenza, ma che nel paesaggio rurale del promontorio rappresenta una novità.

«È una decisione molto interessante», mi dice Raffaele Sacchi, docente della Federico II, tra i più grandi esperti internazionali d’olio extravergine. «L’olivo è un albero adatto alle nostre città, è possibile coltivarlo con metodi biologici, le querce e le siepi di Posillipo sono l’habitat ideale per gli insetti utili, nemici della mosca che rovina le olive. Il terroir di Posillipo, la combinazione unica di suolo e clima, è senza dubbio la premessa per un olio di elevata qualità, e la coltivazione dell’olivo è comunque in espansione in tutta l’area metropolitana, quindi non solo la Penisola – luogo elettivo di produzione – ma il Vesuvio, i Campi Flegrei, e persino l’isola azzurra, dove Gianfranco D’Amato è riuscito a lanciare la produzione del suo “Oro di Capri”.

Insomma, secondo Raffaele, l’olivo è albero multifunzionale per eccellenza, produce un alimento nobile, che è alla base della dieta mediterranea, ma oltre a questo protegge il suolo, aiuta la biodiversità, e crea tutto un paesaggio, insomma è un grande alleato per migliorare l’ambiente urbano e tenere vivo il territorio rurale, a cominciare da Posillipo.

Le previsioni di Raffaele Sacchi si stanno avverando, l’Olio di Posillipo che Mariachiara ha iniziato a produrre, ha avuto giudizi eccellenti nelle prove di degustazione, insomma, l’inizio è incoraggiante. Certo, le difficoltà non mancano, per molire le olive Mariachiara deve rivolgersi a frantoi lontani, addirittura fuori provincia, lei personalmente segue il carico delle olive sui camion, non le abbandona fino a che il fiotto verde e profumato cola nelle lattine, poi le riporta a casa. Occorrerebbe un frantoio vicino, ma per realizzarne uno serio bisogna mettere insieme almeno 50-60 ettari di oliveto, ed è per questo che Mariachiara sta ora lavorando per creare una rete, mettere insieme i fondi rurali di Posillipo, convincere le famiglie ad assicurare a questi preziosi paesaggi una prospettiva di cura e di gestione certa, e un nuovo futuro.

«Da piccola pensavo che la campagna si mantenesse bella da sola, solo dopo ho capito che il paesaggio è un lavoro e una responsabilità». D’accordo con Mariachiara è Massimo Visone, studioso di storia del paesaggio del Dipartimento di Architettura.

«Quello che non riusciamo a capire è che il paesaggio di Posillipo è una macchina sofisticatissima, dove i monumenti non sono solo i borghi, le ville storiche e le chiese, ma ogni terrazzo agricolo, ogni muro di contenimento, ogni percorso storico, ogni fosso di scolo, che sono così da quando li ha dipinti Giovan Battista Lusieri, da quando appaiono meticolosamente cartografati nella mappa del Duca di Noja di fine Settecento, che ora è consultabile on line sul sito della Biblioteca nazionale, e il Casale e l’arboreto di Mariachiara li riconosci meglio che su Google Earth».

Certo Massimo ha qualche perplessità sull’olivo a Posillipo, in città l’oliveto era una prerogativa dei monaci, come intorno alla Certosa di San Martino, mentre il paesaggio del promontorio è storicamente legato ai frutteti e alle vigne.

È anche vero che gli agrumi in Penisola si sono affermati solo nell’800, e i paesaggi storici vivono anche di fratture che poi diventano tradizione, ma la questione che pone Massimo è stimolante, su quale equilibrio si debba trovare tra innovazione e mantenimento dei caratteri identitari, assicurando comunque ai paesaggi una possibilità di gestione attiva, e un aggancio con nuove economie.

Ora Mariachiara, Alberto e Fabrizio stanno lavorando per un nuovo patto, una nuova agricoltura di qualità a Posillipo, a partire dall’olio extravergine.
Certo, perché questo avvenga è necessario che le famiglie e gli abitanti del promontorio si rimettano in gioco, facciano squadra, per garantire la vita di un paesaggio di rilievo mondiale, che altrimenti non ha futuro, mettendo da parte un istinto che pure c’è all’isolamento, la riluttanza a connettersi col resto della città, l’idea che la campagna si mantenga bella da sola, senza investimenti.

«All’origine di tutto», conclude Mariachiara, «c’è un dovere nei confronti dei miei figli e dei miei concittadini. Se non mi fossi decisa avrei assistito allo sgretolamento di quanto ho di più caro. Certo, la mia vita è cambiata. Ora la fatica è convincere anche altri, che l’agricoltura e la coltivazione della bellezza sono un lavoro che può dare nuove soddisfazioni, anche economiche, che vale proprio la pena di affrontare».

L’articolo sul sito di Repubblica Napoli

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 11 gennaio 2018

Città sull’orlo di una crisi di nervi: a Napoli l’amministratore unico di ASIA Iacotucci prende a parolacce sui social i cittadini che fanno male la differenziata, definendoli senza mezzi termini “bastardi”, in un’accezione evidentemente assai diversa da quella degli eroi sporchi dei romanzi di De Giovanni. A Bari invece il sindaco espone i riottosi alla gogna mediatica, sempre su facebook. Ha senso tutto questo? Repubblica lo ha chiesto a Daniele Fortini, che dopo aver governato i rifiuti di Napoli e di Roma, se ne è tornato in Toscana, dove presiede l’azienda provinciale dei rifiuti di Pisa.

Nel colloquio con Repubblica Fortini ribadisce la sua convinzione: senza impianti propri per il recupero e il trattamento dei rifiuti, la raccolta differenziata non decollerà mai nelle grandi città come Roma o Napoli. Il sistema è virtuoso se la filiera è corta, e il processo di svolge “a chilometro zero”. Altrimenti, “tutto si riduce a una ginnastica, un darsi da fare a vuoto, buttando per di più un sacco di soldi, a vantaggio degli impianti delle regioni del Nord. E’ per questo che il piano regionale da 150 milioni, per la realizzazione in Campania degli impianti di compostaggio che mancano, deve essere attuato in tempi rapidi, senza perdere nemmeno un minuto.”

Dall’esperienza napoletana di Fortini all’ASIA è nato un libro (“Rifiuti”), scritto con Gabriella Corona nel 2013, che resta senza alcun dubbio il testo da leggere per capire le cause profonde della crisi della monnezza in Campania. Il suo ultimo lavoro “La raccolta differenziata” semplicemente andrebbe studiato nelle scuole.

“C’è un aspetto che pochi colgono” dice Fortini: “Non è possibile prendere a modello, estendere acriticamente alla grande città, come Roma o Napoli, modelli che funzionano bene in piccole cittadine di poche decine di migliaia di abitanti, dove esistono i presupposti indispensabili, che sono innanzitutto il comportamento civico, la coesione sociale. Lì se un commerciante o una massaia deposita il sacchetto fuori tempo, c’è subito qualcuno che lo redarguisce. E’ inutile girarci intorno, i buoni comportamenti nascono anche dal controllo sociale. A Roma o Napoli è quasi l’opposto, nel senso che i comportamenti fuori norma rischiano di essere emulati, con l’idea che è meno faticoso, e si risparmia tempo. Bastano due famiglie in un condominio che non rispettano le regole, e tutto il processo è vanificato”.

Ed allora come se ne esce? “Bisogna accettare il fatto che fare la differenziata nella grande città necessita di più fatica, più soldi, e un maggior dispendio di energia. L’efficacia non può essere la stessa. Una squadra di tre operai a Pisa raccoglie nella giornata di lavoro tre tonnellate di rifiuti. A Roma e Napoli questo valore è la metà, perché ci sono le strade congestionate, le automobili in doppia fila, le buche. Quindi, servono più manodopera, più automezzi, più attrezzature. Poi ci sono gli ingombranti. In provincia di Pisa, per 370mila abitanti, abbiamo 14 punti di raccolta, uno ogni quarantamila abitanti. Roma, con tre milioni di abitanti, ha meno punti di raccolta della provincia di Pisa, e a Napoli la situazione non è molto migliore.”

A questo punto chiedo a Fortini se le contumelie o la gogna su Facebook possano essere d’aiuto. “Non credo servano a molto. Non si può scaricare sui cittadini, anche su quelli inadempienti, difficoltà che sono di sistema, e che devono trovare risposte ad un altro livello, quello degli investimenti e dell’organizzazione. Le istituzioni non possono alimentare un clima sociale già avvelenato, all’insegna dell’insulto gratuito sui social. Certo a volte la frustrazione ti prende, ma serve comunque molta saggezza, e prudenza. Bisogna perseverare in una visione strategica, e convincere le persone che la strada è quella giusta. Per incoraggiare l’osservanza delle regole però è necessario essere credibili, sforzarsi di mantenere, nonostante tutte le difficoltà, un elevato livello di servizio”.

In conclusione: se fare la differenziata spinta nei grandi centri costa di più, come la mettiamo con la crisi finanziaria che attanaglia gli enti? Fortini non ha dubbi: “La raccolta differenziata diventa virtuosa se disponi in proprio degli impianti di trattamento e valorizzazione. Ma devono essere impianti di prossimità, a chilometro zero. In queste condizioni, il sistema è in grado di ripagarsi per il 70%. Se invece la tonnellata di organico che raccogli la devi trasportare a grande distanza, verso gli impianti degli altri, in Veneto, Friuli o Lombardia, ti costa un occhio della testa, e entri nel paradosso che più differenzi più paghi. Convincere il cittadino della convenienza economica ed ambientale di tutto questo è veramente difficile”.

Eppure qui da noi c’è chi teorizza che l’esportazione di monnezza alla fine sia addirittura conveniente. “E’ un tragico errore, per almeno quattro ordini di ragioni. Innanzitutto c’è un vulnus democratico. Se non sei autosufficiente, significa che dipendi da un altro, che decide al posto tuo costi, tempi, quantità, in funzione delle sue convenienze. Non sei autonomo, e in più sei ricattabile. Stai declinando il mandato di rappresentanza che hai ricevuto dalla tua comunità. Poi c’è una questione di responsabilità. Le direttive europee dicono che ogni territorio deve prendersi carico e trattare i rifiuti che produce, non scaricare, a causa della propria incapacità, il problema su qualcun altro. Il terzo aspetto riguarda lo sviluppo. Il rifiuto aprioristico di un’impiantistica moderna, all’interno di un ciclo ordinato dei rifiuti, significa rinunciare a un’occasione importante di sviluppo industriale, innovazione tecnologica, creazione di occupazione qualificata, messa a punto di know-how, formazione, tutte cose che costituiscono un capitale tecnico-economico importante per la collettività. Infine c’è una questione di soldi. Affidarsi agli altri significa sottomettersi a un’esportazione perpetua di ricchezza. Il Nord Italia ha ristrutturato e modernizzato i suoi impianti di trattamento con i soldi pagati dalle regioni del Sud.”

A questo punto, resta da affrontare l’opposizione ostinata delle comunità locali alla localizzazione degli impianti. “E’ l’aspetto più doloroso. Negli ultimi venti anni è cresciuta la sfiducia e la diffidenza: se prima non andava bene la discarica o il termovalorizzatore, ora il rifiuto scatta anche per l’impianto di compostaggio, o il centro per il recupero della carta o delle plastiche. A volte abbiamo difficoltà a posizionare anche un semplice cassonetto. Il rifiuto si è trasformato in una minaccia indistinta. Certo, ci sono stati casi di cattiva gestione, il nostro resta sempre il Paese di Seveso e dell’Ilva; anche il ripetersi di incendi di piattaforme di riciclaggio (sette negli ultimi mesi), come quello ultimo dei giorni scorsi a Savona, pone preoccupanti interrogativi. E’ necessario recuperare fiducia. La Campania si è dotata di un piano ambizioso per la realizzazione degli impianti di compostaggio, con un finanziamento importante di 150 di milioni. E’ necessario fare in fretta tutte queste cose. Sarà il segno che finalmente si è svoltato, l’assicurazione, per tutti, che le crisi del passato non torneranno più.”

 

Antonio Di Gennaro, Repubblica Napoli del 12 dicembre 2017

Avevo chiesto a Pietro Spirito di raccontarmi qualcosa del lavoro che sta facendo come presidente dell’Autorità portuale del Tirreno centrale, che comprende i porti di Napoli, Salerno e Castellammare di Stabia. Non ci ha pensato su. «Domenica mattina facciamo una visita guidata», mi ha risposto, «l’appuntamento è alle dieci al varco dell’Immacolatella, ti aspetto».

Nel frattempo mi procuro gli ultimi libri di Parag Khanna, il giovane studioso indiano di strategie globali, so che per Pietro sono fonte di ispirazione, così arrivo preparato. Appena ci incontriamo gli dico subito che Connectography potrebbe essere un bel saggio di 150 pagine, 600 sono decisamente troppe, neanche Ken Follet… Lui sorride. Resta il fatto che le idee dell’indiano sono intriganti. Secondo lui, in tempi di globalizzazione, gli stati nazionali coi loro territori e confini complicati da difendere fanno acqua, mentre sono le città i soggetti vitali, i cuori pulsanti della rete di supply chain, le filiere globali lungo le quali scorrono i flussi di beni, persone, informazioni, energia.

Nel frattempo le persone arrivano, sono un centinaio, è una mattina fredda di sole, nuvole scure e pioggia, gli ombrelli colorati si aprono e si chiudono di continuo sulla banchina lucida, mentre tutt’intorno la vita del porto vibra, coi pullman turistici, le cabine degli autoarticolati, una nave da crociera tutta bianca fa da sfondo, imponente, alta come un palazzo di quindici piani.

La prima tappa è al palazzo settecentesco dell’Immacolatella, la costruzione roccocò con le statue volteggianti: come la casina vanvitelliana sul Fusaro, era tutta circondata dall’acqua, collegata alla terra da un istmo sottile, poi la colmata del porto l’ha assorbita, ed ora sta lì incastrata nella modernità, una presenza fascinosa e incongrua. Nell’Ottocento di qui partivano i migranti (quelli nostri), a breve iniziano i lavori di restauro, poi diventerà un centro di ricerca delle università campane sull’economia del mare.

Una cosa mi è subito chiara, la comitiva che si va raccogliendo non è occasionale. Ci sono ricercatori del Cnr, dell’università, rappresentanze di associazioni ( Propeller club, Friends del Molo San Vincenzo, Lega navale, Aniai), insomma, una piccola appassionata comunità di scopo, che da anni lavora per restituire alla città il porto assieme alla sua storia. Nel frattempo arriviamo al parallelepipedo immenso dei Magazzini generali, progettato negli anni ‘40 da Marcello Canino, doveva andar giù, poi la Soprintendenza ha posto il vincolo storico. L’immenso edificio sarà restaurato, diventerà sede del Museo del mare e dell’emigrazione.

Siamo al Molo Angioino, la Stazione fascista di Bazzani è una macchia elegante di luce bianca, mentre di fronte il castello antico, fradicio di pioggia, è tutto nero. Ora è Pietro a parlare, si aiuta con un piccolo megafono. Il progetto per il nuovo terminal del Beverello, un’elegante costruzione bassa, rivestita in pietra lavica, per le partenze verso le isole del golfo, al posto delle baracche provvisorie che stanno lì dall’80, è stato finalmente approvato, grazie al lavoro fatto con la Soprintendenza. Alla fine, per rimettere a posto il tratto di waterfront che abbiamo percorso, serviranno una ventina di milioni, poi sarà tutto un continuo, dalla nuova piazza Municipio, con la Metropolitana e l’archeologia, fino alla Stazione marittima sul mare, in quello che sarà uno dei luoghi più belli d’Europa.

Il porto che si re- integra con la città e con la sua area metropolitana, è questa l’idea fissa di Pietro. Le connessioni lunghe delle reti globali, di cui parla Parag Khanna, sono importanti, ma è anche cruciale la ricucitura coi luoghi, quello che succede al passeggero o alla merce non appena mette piede a terra, il taxi che trovi subito per l’aeroporto, senza dispute e battibecchi, ma anche il bus che ti conduce, senza mai scendere, ai luoghi storici, le Regge di Capodimonte e Caserta; o il nuovo binario a Vigliena che ti collega direttamente all’alta capacità, e alle piattaforme logistiche dell’area metropolitana. Più semplicemente, per gli abitanti della città, poter passeggiare tranquillamente sul mare, come in un nuovo quartiere guadagnato alla quotidianità.

I numeri sono importanti: 143 ettari a terra, 266 ettari di specchi d’acqua, 12 chilometri di banchine; con 8 milioni di passeggeri l’anno, il Porto di Napoli è il secondo scalo in Italia dopo Messina, mentre per il traffico merci è in nona posizione (23mila tonnellate). Con il dragaggio dei fondali, la realizzazione della nuova Darsena di levante, il rafforzamento dei collegamenti con Capodichino e l’Alta velocità, la sinergia con il retroterra dell’area orientale, il porto può guadagnare ulteriori posizioni nel Mediterraneo e in Europa. La creazione della Zona economica speciale prevista dal Decreto per il Mezzogiorno, con particolari agevolazioni fiscali per chi investe, aprirebbe nuove prospettive per la città e per l’intera area metropolitana. C’è una legittima aspettativa intorno alle Zes, in tutta Italia.

Tornando a Khanna, secondo lui un ruolo importante nell’ascesa delle città è svolto dai tecnici, i civil servant, i soli in grado di assicurare quella continuità d’azione che la politica non sembra più in grado di offrire. Lo dico a Pietro, gli dico che è difficile riscontrare, in ambiti politici elettivi, un livello di cooperazione ed intesa con pezzi vitali della società, come quello che ho riscontrato stamattina, passeggiando con lui sulle banchine umide di pioggia.

« Non sono d’accordo, qui Khanna sbaglia alla grande. I tecnici da soli non bastano. Magari ti curano uno spread, ma le ferite e i costi sociali che lasciano sono forse più gravi. Sono la politica e le istituzioni che devono indicare direzione e compatibilità. Il mio lavoro è quello di farle lavorare insieme, ed è per questo che quotidianamente collaboro assai positivamente con il sindaco, il presidente della Regione, il ministro delle Infrastrutture. A regole invariate, senza aspettare le riforme, usando con intelligenza le leggi che già abbiamo. Per fare questo – continua il presidente dell’Autorità portuale – occorre certo competenza, ma ancora di più pazienza, costanza, e un po’ di tempo. In Italia le cose procedono con lentezza, ma è già un risultato, restassero ferme sarebbe assai peggio ».

La passeggiata si chiude al Molosiglio, sbuca il sole ed illumina la selva di alberi e vele nella Darsena. Mancherebbe da percorrere il Molo San Vincenzo, la possente infrastruttura borbonica che procede per due chilometri nel mare, fino al faro, e alla statua benedicente del Santo, offrendo della città la visione più straordinaria e struggente. Per riaprirlo al pubblico occorrono novecentomila euro, bisogna rendere sicuro il primo tratto che attraversa il quartiere della Marina militare. Poi c’è da mettere a posto il resto, le mura nere di pietra del Vesuvio, e i cannoni arrugginiti. Pietro ha ancora tre anni davanti. Si può fare.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 29 novembre 2017

Nel suo bell’articolo pubblicato ieri sulle pagine di “Repubblica Napoli”, (“La metropoli salvata dagli alberi”) Maurizio Fraissinet spiega molto bene l’importanza degli alberi in città, che non sono solo un elemento decorativo del paesaggio urbano, ma un infrastruttura verde che depura l’aria, trattiene gli inquinanti, mitiga la cosiddetta “bolla di calore”, proteggendo in questo modo la salute delle persone.

Non un lusso quindi, ma in tempi di global change, una impellente necessità. Il problema è che per ottenere questo, noi chiediamo ai frondosi ospiti verdi di vivere in condizioni particolari, in un ecosistema che non è il loro, dove lo spazio per le radici, i rami e le foglie spesso non c’è, e i poverini devono adattarsi come possono. Interferendo per di più con le pavimentazioni, i sottoservizi, gli edifici e l’arredo urbano.

La risposta, è evidente, sta nella cura e nella manutenzione: gli alberi sono esseri viventi, con le loro particolari esigenze che devono essere tenute di conto e, nei limiti del possibile, assecondate. Invece, quella cui abbiamo assistito nei giorni scorsi, con le scriteriate capitozzature dei filari storici nelle vie più belle del Vomero – i platani sotto i quali giocava mio padre piccolino – è una specie di resa dei conti, di ridimensionamento brutale, con il quale sembra che la città voglia in una volta riprendersi lo spazio che queste silenziose creature hanno nei decenni faticosamente conquistato.

Questo modo di intervenire sbrigativo sugli alberi vetusti non solo è tecnicamente sbagliato, ma anche rischioso, perché è causa di squilibri ed instabilità futura. È un rinviare al futuro i problemi, aggravandoli. La cosa sorprendente poi, è che queste operazioni a quanto pare non sono state svolte da tecnici comunali, ma da ditte edilizie private, su incarico di soggetti privati, che hanno così inteso beneficiare l’amministrazione di un servizio di manutenzione al quale il Comune non riesce a far fronte per scarsità di uomini, mezzi e risorse finanziarie.

Questo grazioso scambio di servigi è il caso che cessi immediatamente, e bene ha fatto il sindaco a intervenire, seppur a cose mezzo fatte, con una moratoria. Perché gli alberi di Napoli sono un patrimonio pubblico, sul quale è abilitato a intervenire esclusivamente personale specializzato, sotto il controllo di funzionari comunali, nel quadro di un regolamento del verde (che attualmente manca) che detti regole, modi e finalità delle attività manutentive. Nelle città europee normali succede così.

Quella che serve poi, come al solito, è la programmazione, perché gli studi dicono che la vita media di un albero in città è intorno ai quarant’anni, e questo significa che è necessario prevedere un turn-over, per sostituire gli esemplari in condizioni critiche, mantenendo così nel tempo un patrimonio verde stabile nella sua composizione, di elevata qualità e funzionalità.

Tutte queste cose chiede ora a gran voce la rete di cittadini e comitati che su questi temi si è aggregata, proponendo all’amministrazione un manifesto sulla gestione del verde urbano. Bene ha fatto quindi Maurizio Fraissinet con il suo articolo di ieri a ricordarci che gli alberi non sono un ornamento, o un fastidio necessario, ma il più efficiente depuratore urbano.

Se l’infrastruttura verde c’è, manca evidentemente quella amministrativa e tecnica, e la sua ricostruzione e riorganizzazione dovrebbero essere nell’immediato i principali obiettivi del governo della città.

Maurizio Fraissinet, Repubblica Napoli del 28 novembre 2017

 Le polemiche dei giorni scorsi sull’ennesima capitozzatura degli alberi al Vomero costituiscono una diatriba, quella tra ambientalisti e Ufficio Giardini del Comune di Napoli, che si trascina da decenni. Quest’anno si sono svolte proprio in occasione della festa degli alberi. Un evento di portata internazionale che negli ultimi anni ha ripreso vigore, arricchendosi di nuovi significati. Ed è proprio questo il punto: i nuovi significati. In un’epoca in cui il cambiamento climatico si è reso evidente a tutti noi, con le sue inevitabili conseguenze nefaste, e nella quale muoiono ogni anno, solo in Italia, 90.000 persone di malattie derivanti dall’inquinamento atmosferico, va necessariamente rivisto l’approccio al verde urbano.

Si impone a tutti noi la necessità di cambiare atteggiamento culturale nei confronti del verde urbano. Non deve essere più considerato un ornamento, un arredo urbano, e come tale uno “ sfizio” o un “ lusso” che in questi tempi di ristrettezze economiche non ci possiamo permettere. Deve rappresentare invece una fondamentale ed insostituibile infrastruttura di prevenzione sanitaria per le popolazioni urbane. Popolazioni che, quando non muoiono di tumori alle vie respiratorie, sono comunque soggette a subire malattie dell’apparato respiratorio e frequenti manifestazioni allergiche.

Chi amministra politicamente una metropoli, chi deve prendere le decisioni tecniche inerenti la gestione del verde urbano, non può più prescindere da alcuni dati scientifici da tempo ormai accertati. Le foglie degli alberi hanno una grande capacità di assorbimento di alcune sostanze inquinanti presenti nell’aria delle grandi città. In particolare sia studi condotti già da tempo dai botanici e dagli ecologi dell’Università Federico II di Napoli, sia ricerche più recenti condotte negli Stati Uniti dimostrano che sulla superficie fogliare si deposita il cosiddetto “ particolato di origine antropica”, quelle polveri sottili, cioè, derivanti dal traffico automobilistico, le attività industriali e il riscaldamento dei palazzi. A Napoli si aggiungono anche i fumi inquinanti delle navi nel porto. Sono le famigerate MP 10 e MP 2,5, dove i numeri stanno ad indicare la dimensioni e si riferiscono al micron, la millesima parte del millimetro. Queste dimensioni così piccole le rendono invisibili ma, nel contempo, anche letali perché penetrano nel nostro corpo attraverso la respirazione e vanno a infiammare le cellule, se non, addirittura, indurre il cancro. Un’altra importante scoperta è stata quella sugli Ipa ( Idrocarburi policiclici aromatici), anch’essi prodotti dagli scarichi automobilistici. Sono molecole che da tempo ormai sappiano essere in grado di indurre il tumore. Ebbene è stato dimostrato che i tessuti cellulari delle foglie sono in grado di assorbirli e di metabolizzarli nel metabolismo dei grassi, riducendo in tal modo la loro concentrazione nell’aria. È stato anche messo a punto un modello per cui si può calcolare la capacità assorbente a secondodella specie arborea e si può quindi calcolare quanti alberi servono per purificare l’aria di una strada o di un quartiere. Non è fantascienza, è già realtà.

Sono tante le metropoli nordamericane ed europee che stanno adottando piani del verde con questo fine e anche in Italia, e qui c’è anche il lavoro di scienziati napoletani, lo si è fatto quando si è progettato il passante di Mestre: si è calcolato quanti alberi dover piantare lungo la strada e nelle aree libere per abbattere l’inquinamento. Se a questo aggiungiamo anche l’effetto mitigatore del clima degli alberi urbani, si capisce che questi forniscono servizi ecosistemici fondamentali per la nostra vita in città. C’è chi ha calcolato il valore economico di questi servizi forniti dagli alberi e si sono ottenute cifre elevate in euro per ogni albero. Cifre per le quali, fortunatamente, gli alberi non ci chiedono il conto.

Alla luce di queste informazioni si comprende che oggi la questione del verde urbano deve diventare prioritaria nelle preoccupazioni di un amministratore, pertanto devono cambiare i bilanci comunali che oggi destinano al verde pubblico risorse residuali.

Deve cambiare l’approccio dei tecnici comunali, pervasi solo dalla smania di liberasi degli alberi perché costituiscono un problema, dei cittadini che chiedono di tagliarli e/ o di potarli perché danno fastidio. Deve cambiare l’approccio culturale, si deve parlare degli alberi urbani come di una infrastruttura di prevenzione sanitaria.

Antonio Di Gennaro, Repubblica Napoli del 23 novembre 2017

Camminando per le strade del centro il divario è stridente. Tra la fascinazione che i cento ettari di centro storico rivitalizzati riescono ad esercitare sui turisti di mezzo mondo, che non la smettono proprio di fotografare, in una babele dolce di lingue, e il livello dei servizi pubblici, i trasporti da paese del terzo mondo.

Nell’espressione dei poverini in attesa alle fermate del bus, c’è l’avvilimento, lo smarrimento di chi è costretto a vivere senza più orario, certezza del servizio, uno straccio di programma per la giornata. Quanto tutto questo possa reggere, nessuno lo sa. La riscoperta di Napoli è avvenuta dal basso, senza politiche pubbliche, grazie al passaparola globale, ma gli effetti sul mercato dei fitti e sugli equilibri sociali nei quartieri più sensibili della città si fanno già sentire.

C’è poi il divario tra il centro e le periferie, ne parla Ottavio Ragone nell’editoriale di martedì scorso, ma è un fatto che non riguarda solo i quartieri popolari, perché l’abbandono e l’assenza di manutenzione in città inizia prima, dall’arco dei quartieri borghesi sulle colline. Secondo uno studio Svimez a Napoli mancano sei miliardi per mettere a posto le infrastrutture e le reti che vengono giù a pezzi. È il debito pubblico territoriale, i soldi che mancano per rimettere a posto il paese. Il risultato è che i turisti vengono, ma i napoletani se ne vanno. Sempre secondo Svimez ventimila persone hanno lasciato la città nel triennio 2014-2016, che è proprio un brutto segno, sono i più giovani e preparati a scegliere di andar via.

L’amministrazione della città, nata nel segno della discontinuità, ha optato alla fine per il laissez faire, preferendo non intervenire sugli squilibri strutturali della macchina comunale, troppo rischioso, così che in dissesto eravamo all’inizio, in dissesto ci troviamo ora, e due consiliature sono andate in questo modo sprecate.

È evidente che non si chiedeva la luna, bastava molto meno, ad esempio dichiarare un obiettivo di servizio minimo – trasporti, decoro urbano, assistenza sociale – che ci si proponeva di raggiungere, per migliorare un po’ la qualità di vita non tanto dei turisti, ma quella nostra, rendendo produttivo almeno qualche rivolo del fiume di spesa pubblica clientelare, che si traduce nella fiscalità locale più esosa d’Italia. Si è preferito governare a vista, spostando l’attenzione sui temi comodi dell’antagonismo, dell’identità, una forma scaltra di populismo, che butta ogni volta il pallone fuori dal campo di gioco, e non deve mai render conto a nessuno.

La cosa è più complicata, perché diciamo Napoli, ma i problemi travalicano il confine urbano. Tra le periferie sofferenti, dopo i quartieri a nord e a oriente, ci sono i casali, la corona dei comuni dell’hinterland stravolti dall’abusivismo, i luoghi d’Italia dove il deficit di cittadinanza e di speranza è più acuto. Territori ai quali il capoluogo non riesce proprio a dare rappresentanza, la città metropolitana è nata già morta, e si continua a stare insieme nel segno nella diffidenza e del rancore.

Così, il divario ci accompagna, diventa una dimensione di vita, viviamo alla giornata. Tutti orfani di un progetto, una visione, la capacità di dare alla terza città d’Italia orizzonti più larghi di spazio e di tempo.

(A proposito, ho il ricordo preciso di quella mattina di gennaio del 1976, comprai il primo numero del giornale all’edicola sotto il vecchio platano, nella curva alta di via Domenico Fontana, il cielo era azzurro, si vedeva tutto uno spicchio di golfo e di Vesuvio. Ero un ragazzo di quattordici anni, quel piccolo giornale mi ha accompagnato, è stato un pezzo importante della vita del paese, Col vestito nuovo la storia continua, auguri).

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Gennaro Matino, Repubblica Napoli del 23 luglio 2017

Morire di rumore si può, a Napoli di più: cronaca di un’ordinaria notte afosa di mezza estate. Ricordate quando le “signorine buonasera” suggerivano all’inizio dei programmi televisivi serali di tenere il volume dei televisori moderatamente silenziosi per non disturbare la quiete dei vicini, considerato che il caldo imponeva le finestre aperte? Altro tempo, altra civiltà. Le proteste dei residenti di Chiaia per i baretti e quelle di Aniello Falcone di questi giorni nient’altro sono che esasperazione di cittadini, voce particolare di diffuso malessere che riguarda la città nel suo insieme e che consente a quelli che “pure anna campa’” di “sotterrare” quelli che vorrebbero campare civilmente. Vomero, settimo piano, ed è quanto dire fa caldo come mai, le finestre aperte per non fare la fine delle “zoccole”, e la strada, i locali, le voci diventano il palcoscenico indesiderato che ti costringe alla veglia. Inizia il clochard neo melodico, sono le dieci di sera, canta alla luna e lo fa a squarciagola. Non ci sono applausi. Vabbè fa colore, un sorriso ci può stare. Alle undici l’appuntamento “strategico” dei portatori di cani, lo scontro per il territorio è rituale. Si abbaia a “voce alta” tra padroni e cani, si litiga, si spiega, si raccontano le virtù di Fido e tu al settimo piano “giustamente” ne devi essere informato. A mezzanotte il primo turno dei “rinfreschi” prima delle danze e siccome è bene arrivare in forma, volume e musica a palla e prova di passi sotto le stelle. All’una monnezza indifferenziata e indifferenziato clacson a chiedere il passo, casomai la vecchina del piano di sotto avesse dimenticato l’apparecchio acustico potrà anche lei godersi lo spettacolo. Dalle due alle tre è tempo di panini, granite, gelati e cocktail ovviamente innaffiate dal rombo di moto sfreccianti e da doverose storie da raccontarsi che è giusto non tenere riservate e che siano a conoscenza dell’intero quartiere. Alle quattro è il turno della differenziata, pesante di valore e di rumore, applauso indecente al sonno rubato. Alle cinque è il turno del cicchetto a danze ormai spente altrove, non sotto il balcone ed ora è tempo di nostalgia e di rimpianti. I racconti si fanno crepuscolari e al settimo piano arrivano i pianti degli abbandonati, il grido dei traditi, il lamento dei delusi. Alle sei potresti finalmente dormire un’ora ma c’è chi ancora celebra il rito della staffa e il buonanotte del vampiro coincide con il mio buongiorno e il rumore assordante del primo aereo in fase di atterraggio. Forse la cronaca di una notte insonne potrebbe perfino trasformarsi in una gag da teatro che il mio amico Gino Rivieccio reciterebbe alla grande e si sa che a Napoli il modo più efficace di raccontare la politica parolaia è la sua comicità anche se c’è da piangere più che ridere considerato che l’inquinamento acustico è capace di provocare danni irreparabili e può causare nel tempo problemi psicologici, di pressione e di stress alle persone che ne sono continuamente sottoposte. C’è una legge, ce ne è sempre una, che dovrebbe ricordare all’amministratore le sue responsabilità, che fornisce la definizione di inquinamento acustico: “L’introduzione di rumore nell’ambiente abitativo o nell’ambiente esterno tale da provocare fastidio o disturbo al riposo e alle attività umane, pericolo per la salute umana, deterioramento degli ecosistemi, dei beni materiali, dei monumenti, dell’ambiente abitativo o dell’ambiente esterno o tale da interferire con le normali funzioni degli ambienti stessi”. Pericolo per la salute umana, già. E allora la domanda: vivere in città significa necessariamente essere costretti a vivere sotto un macigno di decibel insopportabili? Quando è stata l’ultima volta che a Napoli qualcuno è stato multato o censurato “veramente” per inquinamento acustico? Capisco il tempo dello svago ma il tempo del riposo non resta un diritto insopprimibile? L’economia deve muoversi ma non a discapito della salute dei cittadini che sono la maggioranza dei vessati, sacrificati sull’altare del bordello quotidiano. Una politica visionaria di una città che si dice di pace, di accoglienza, di amore forse dovrebbe ripensare se stessa partendo dalla sua vivibilità e ridefinirne l’uso, attribuire spazi e funzioni in ragione di un benessere nel rispetto della libertà e della decenza e di quelli che oggi sappiamo essere condizioni essenziali di vita. La politica è cura della città nel suo insieme, è garanzia della libertà che mai può essere venduta per una manciata di consensi elettorali. Napoli è città della movida e nessuno vuole privarla di tale primato ma il limite della volgarità è stato superato di gran lunga. Se è su queste basi che si vuole lanciare da Napoli una sfida democratica per il Paese è bene che si sappia che le premesse sono sbagliate.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 9 luglio 2017

Questa storia si svolge sulla Collina Miradois, ai Miracoli, nel centro storico di Napoli, ma ha inizio sulle coste del Congo-Brazzaville, su una piattaforma offshore dell’ENI, al largo di Pointe-Noire, dove Mirko lavora come topografo, il suo compito è guidare col computer i sub e i macchinari sul fondo del mare per le trivellazioni petrolifere: la notte è stata serena, sta svanendo, lui è rimasto sul ponte a respirare il vento di terra, a guardare le costellazioni esplodere nel cielo nero, gli spruzzi delle megattere che tornano coi loro cuccioli dal Polo; ora la terra è una striscia grigia all’orizzonte, dai villaggi arrivano le prime barche, vengono a pescare nel brulicare di vita attorno ai piloni metallici. Questa notte è l’ultima, domani Mirko torna a Napoli, cambia vita e lavoro, si laurea in scienze forestali.

Anche sulle piattaforme dei mari d’Africa Mirko non ha smesso di inseguire la particolarissima passione che l’ha preso,  aveva iniziato con le Scienze ambientali, poi s’è messo in testa di trasferire le sue competenze di cartografo dai fondali oceanici, alle foreste urbane della sua città. Ha preso casa con moglie e figlioletta sulla Collina Miradois, e qui è rimasto affascinato dal sistema segreto di aree verdi che da Capodimonte s’incunea fin nel cuore del centro storico, lingue verdi spettacolari, residuo dello straordinario paesaggio cinquecentesco delle campagne fuori le mura, e ha deciso di studiarne e raccontarne la storia.

L’appuntamento con Mirko Petitto è di mattina presto, in una domenica azzurra di maggio, di fronte al Duomo, al Palazzo Miradois, gioiello cinquecentesco, dimora del Reggente della Vicaria, alto magistrato del viceré spagnolo. Dobbiamo risalire insieme a piedi la collina verso Capodimonte, fino alla “Riccia”, la villa di campagna che il signore di Miradois aveva edificato a monte, che costituirà un primordio del sistema di ville patrizie che presidierà la collina di Capodimonte, un secolo e mezzo dopo, tutt’attorno la Reggia e il Bosco di caccia di Carlo III.

Passiamo Piazza Miracoli, lo slargo è in lieve pendenza, coi giardini centrali recuperati grazie a un intervento una volta tanto sobrio e appropriato, e scopri una volta di più che è la piazza più aggraziata di Napoli, forse la più bella, con un’atmosfera tutta particolare, che sembra di stare a Montmartre, o in un angolo di Lisbona. Risaliamo i vicoli a monte della piazza, la salita Miradois fino al muro di cinta dell’Osservatorio Astronomico, ripieghiamo per salita Moiariello, poi i tornanti di via Morisani, e all’improvviso ci appare il bosco verde che ha stregato Mirko, un luogo imprevisto, per dirla come Roberto Pane, che brilla nel sole del mattino come un gioiello incastonato nella città storica. Se ti volti, scopri di trovarti in uno dei punti più panoramici del golfo, con lo sguardo che corre dal Vesuvio alla Penisola Sorrentina al Capo di Posillipo, Capri ti è davanti, puoi toccarla con la mano. Capisci allora perché questa collina, ora ai margini, fosse diventata già nel ‘500, in buon anticipo quindi su Posillipo, la prima passeggiata nobiliare fuori le mura, il primo paesaggio rurale “aristocratico” della città.

Con Mirko accediamo all’area verde da un piccolo cancello, e scopri che il bosco urbano è in realtà un antico frutteto abbandonato: sui terrazzamenti, nascosti dalla vegetazione selvatica di olmi, robinie e ailanti, incontri olivi annosi, e mandarini, nespoli, piante di alloro, melograni, e fichi dai rami contorti. Attraverso le antiche vedute e cartografie, Mirko ha ricostruito la storia di questi poderi fino al ‘600, quando sulle colline la città non c’era, e Miradois era tutto un vigneto. Poi la conversione a frutteto, ma c’erano anche i gelsi per l’allevamento del baco da seta, e ai piedi della collina le stalle coi bovini.

La novità del lavoro di Mirko, col suo prof Gaetano di Pasquale, botanico della Federico II, è stata quella di studiare l’ecosistema verde come fosse un reperto archeologico, rilevando e cartografando in dettaglio, ad uno ad uno, i terrazzi e gli alberi, raccogliendo i resti degli antichi attrezzi e manufatti agricoli; analizzando gli atti giudiziari e i registri parrocchiali, per studiare frazionamenti e passaggi di proprietà; registrando le testimonianze degli ultimi testimoni viventi, i discendenti dei coloni storici, e dal loro racconto scopri che la fine dell’agricoltura a Miradois non è poi così remota, la filiera corta di agricoltura urbana era ancora viva nel 1970, poi l’abbandono definitivo, con gli antichi frutteti che prendono rapidamente sembianza di bosco.

Ora siamo in casa di Mirko sul fianco della collina, mi mostra le riprese aeree fatte col drone, che sono mozzafiato: capisci come questi frammenti dell’antico paesaggio rurale sono una parte importante, cospicua del centro storico, che non è fatta di pietra, ma di terrazzi verdi e vestigia di antiche colture: dall’alto poi (ma basta anche Google earth), appare evidente come queste aree libere formino un reticolo vegetale nel tessuto urbano, una rete ecologica residuale e imprevista, che si dirama dalla grande foresta borbonica della Reggia giù per le colline. Una rete verde, mi dice Danilo Russo, zoologo della Federico II, che è in grado di sostenere, se adeguatamente curata e gestita, una biodiversità inaspettata, giusto nel cuore della città,  fatta di pipistrelli e rapaci, piccoli mammiferi, rettili, volpi, un’infinità di specie di uccelli.

Per di più, questa trama verde, oltre che elemento di bellezza, è l’unico grande “condizionatore naturale” del quale la città dispone, la sola parte del sistema urbano dove l’acqua e l’anidride carbonica si assorbono, le polveri si depositano, l’aria si depura e si raffresca, i cicli naturali ancora si compiono: le sole poste attive, insomma, di un bilancio ambientale altrimenti assai deficitario.

Dell’importanza del lavoro di Mirko ragiono alla fine con Massimo Visone, docente di storia dell’architettura e del paesaggio, che l’evoluzione di questi luoghi ha raccontato nel suo ” Napoli un gran teatro di natura”. Alla fine, un dieci per cento del territorio comunale di Napoli – l’equivalente quindi di un grande quartiere dimenticato – è fatto di aree come Miradois, ecosistemi imprevisti che nonostante tutto continuano a sopravvivere nella città distratta, vicino alle nostre case, dei quali ci accorgiamo solo quando franano, o d’estate magari prendono fuoco.

Aree verdi la cui storia, come Massimo mostra nel suo libro, non è meno complessa e affascinante di quella di un monumento romanico o gotico, ma che vengono trattate alla stregua di spazi vuoti, privi di qualità, per i quali non si impone una responsabilità, un progetto, un’idea di manutenzione, se non quella di farne parcheggi interrati. Il piano regolatore del 2004 aveva previsto di proteggere gran parte di questo mosaico verde (ben duemiladuecento ettari comprendendo, oltre le aree in abbandono colturale, le aree agricole attive e i boschi) all’interno del Parco delle colline di Napoli, poi effettivamente istituito con legge regionale, ma che è al momento un ente in disarmo, residuale come le aree che dovrebbe governare e difendere.

In attesa che le istituzioni diano segni di vita, Mirko ha costituito, insieme a un gruppo di abitanti, un’associazione civica che porta il nome della collina, la presiede Antonello Pisanti, pediatra generoso e visionario, uno dei primi a riscoprire questi luoghi, e che è venuto a viverci. Oltre a corsi di fotografia, recitazione e letteratura per i bambini dei Miracoli, l’associazione Miradois gestisce un campetto di calcio, e intende ora intraprendere un progetto, a partire dal lavoro di Mirko, per recuperare le aree verdi dimenticate, e riattivare l’agricoltura urbana. E’ una cosa complicata, perché si tratta di suoli la cui proprietà è comunque privata, per di più estremamente frammentata. Nel frattempo, un’attività di cura e di conoscenza è già iniziata, a favore dei viventi più fragili e promettenti del quartiere: i bambini innanzitutto, quindi gli alberi, l’ecosistema e il paesaggio, sarebbe a dire i pezzi più importanti di futuro, ed è un lavoro che Mirko deve fare qui, il Congo per ora può attendere.

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Da Eddyburg, la piccola grande storia del PRG di Napoli, scritta da Vezio De Lucia.

Il link all’articolo.

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Antonella Di Nocera, Repubblica Napoli 15 giugno 2017

Martedì 13 giugno. Roghi al Parco De Filippo. Come ieri a via Esopo e a via Bartolo Longo. Ancora una volta, roghi e fumi che entrano nelle nostre case, nelle nostre vite, nelle nostre teste di periferia est. Ci sono passata in macchina poco dopo le 20, i pompieri stavano con fatica terminando di placare le fiamme. L’aria acida, irrespirabile, cattiva, mentre un tramonto rosso invadeva il cielo ad ovest, inducendo a immaginare giorni migliori. Quanto tutto questo interessi poco alla città e a chi la sta governando è cosa ormai acclarata, così normale che nessuno ci fa più caso. E nessuno neanche più pretende il sacrosanto diritto che le cose vadano diversamente. Un paradosso, enorme, che mi fa zittire, proprio come quello messo in scena stasera, dagli sportivi che, nonostante il fumo e l’aria irrespirabile, facevano jogging intorno al Parco. Provo una ammirazione sincera verso chi si riesce ad adeguarsi. Corrono intorno al “cadavere” del Parco Fratelli De Filippo, uno dei tanti aperti negli anni ‘90, poi più volte “inaugurato”, ma da oltre un decennio, come gli altri parchi della zona orientale, chiuso al pubblico. Ora, il fatto che un parco verde comunale vada a fuoco, che in pochi giorni il territorio di Ponticelli sia stato colpito da vari incendi dolosi è grave, ma che tutto questo non riesca neppure a essere portato all’attenzione dell’opinione pubblica è assai più grave. Direi di più: è l’orrore, il segno di una disperata assuefazione al peggio.

Tornando a casa, poco dopo, ho scoperto che era martedì e che alla stessa ora degli incendi il sindaco di Napoli era in diretta Facebook nella redazione di Repubblica. Il fatto che il sindaco non venisse a sapere in diretta che in quel momento stava andando a fuoco uno dei principali parchi urbani della città confermava il mio sentimento. Per curiosità ho ascoltato tutto l’intervento per vedere se in qualche momento ci fosse un riferimento non dico all’episodio, ma almeno allo stato di abbandono del territorio di cui la sequela di roghi di questi giorni rappresenta la classica pistola fumante.

E allora, mi sono detta: basta. Da quando sono ridiventata una libera cittadina, all’incirca quattro anni, non ho preso quasi mai la parola nel dibattito pubblico sulla città. Ho aspettato ancora un anno, dopo l’inizio della nuova consiliatura, consacrata, nelle promesse elettorali, a un impegno per le “nuove centralità”, in attesa di ascoltare qualcosa di sensato che riguardasse le periferie, una idea minima, uno straccio di strategia, o almeno una parola di umiltà, che potrebbe dire molto più di tanti discorsi e trionfi millantati: qualcosa insomma che somigliasse a un discorso di verità. Insomma, accanto ai forum andati, alla cultura delle kermesse, ai famosi turisti, alle feste (degli altri) nei vicoli e sulle spiagge, un poco di quella sensazionale “realtà” che riguarda i cittadini comuni, qualcosa che possa farli sentire meno esclusi e distanti, come se quella città in vetrina non gli appartenesse più. Qualcosa che dovrebbe suonare un po’ così, e che a recitarla, tipo mantra, farebbe bene pure a te, caro sindaco: “Mi dispiace, cara periferia, non ce la facciamo”.

Non ce la facciamo a raccogliere i rifiuti a Ponticelli come facciamo in altri quartieri, così via Mastellone, via Esopo, via Pietri resteranno magnifici sversatoi a cielo aperto sullo sfondo della bellissima sagoma del Vesuvio.

Non ce la facciamo a mandarvi un vigile urbano nella Municipalità più vasta della città. Non se ne vede uno da almeno dieci anni per le strade di Ponticelli, Barra e San Giovanni, e ormai si fa a gara a chi è più incivile ed irrispettoso di qualsiasi regola. Perché i blitz in cui si fiondano decine di autovetture di polizia e carabinieri non hanno alcun effetto sull’ordinario vivere di una comunità. È il poliziotto municipale, a piedi, a contatto con le persone che ha un senso in questi nostri quartieri. Non ci vuole molto a capirlo. Perché alle sparatorie si può rimediare con qualche mese di tregua, ma per costruire umanità si lavora tutti i giorni, con costanza, con cura.

Non ce la facciamo a tenere aperte le strutture sportive come il Palavesuvio. Quest’anno perfino le palestre scolastiche sono state negate alle storiche società che si occupano di sport per i giovanissimi, perché la politica ha lasciato vincere l’inerzia e l’inettitudine dei burocrati sul valore sociale ed il benessere dell’attività fisica che deve riempire le giornate dei ragazzi.

Non ce la facciamo a tenere aperte le biblioteche e i parchi, a riaprire il cinema Maestoso di Barra o il Supercinema di San Giovanni, a pulire le aiuole e a non far morire gli alberi di quella che era la terra più fertile della città.

Non ce la facciamo a ridare vita alle aree destinate ai progetti di riqualificazione urbana falliti, diventate qualche volta oggetto di speculazione, ma più spesso di degrado e incuria.

Non ce la facciamo a farvi vivere come cittadini normali perché a voi è negata quella “democrazia della mobilità” che da sola renderebbe la nostra città più giusta e rispettosa dei diritti: per un anziano di andare al cimitero, o all’Asl, per uno studente di recarsi a scuola nel quartiere limitrofo con i mezzi pubblici.

Non ce la facciamo, neanche se possedete un’automobile, a garantirvi la normalità di poter raggiungere il centro per lavorare o per andare sul lungomare. Da due anni, con modalità a dir poco umilianti, i lavori di via Marina vengono interrotti, e quando sono in corso, con quattro sparuti anziani operai, non sai se farti prendere dal riso o dal pianto amaro. Mentre via Marina è un budello infernale di macchine, si è riusciti a chiudere al traffico verso Est anche via Ferraris, unica alternativa esistente.

E quando poi si aggiunge il famigerato ingorgo della rotatoria di Corso Lucci (perché siamo l’unico posto al mondo dove i mega- bus alunga percorrenza si immettono nella strettoia del traffico verso la stazione) allora puoi anche dire addio alle tue prossime due ore di vita.

Non ce la facciamo sarebbe il pensiero umile e consapevole con cui il sindaco potrebbe presentarsi e orientare le sue scelte per il futuro della città, perché a volte l’ottimismo non basta.

Real Bosco di Capodimonte, prateria presso la Fabbrica di porcellana - Foto di Alessio Cuccaro (1)

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 18 maggio 201

Capodimonte è per Napoli tante cose insieme, è il bosco più esteso della città (134 ettari); il giardino storico tra i più importanti al mondo; secondo gli ecologi del Dipartimento di Agraria che hanno lavorato al piano regolatore, è anche l’ecosistema urbano con i più alti livelli di naturalità, anche se la lecceta non è spontanea ma l’hanno piantata gli agronomi del Re nella prima metà del ‘700, che poi è una bella lezione, significa che l’uomo quando vuole può ricostruire la natura, oltre che distruggerla.

Capodimonte è indubbiamente il luogo di Napoli che meglio esprime la magnificenza e la regalità, cose che i napoletani hanno raramente potuto condividere, da sudditi come da cittadini, cogliendone solo clandestinamente i riflessi, come quando da ragazzi salivamo al bosco in autobus dall’Arenella, già in tenuta, ed entravamo di nascosto col pallone da una breccia nel muro di cinta, per conquistare il diritto a correre su un prato polveroso attorno la Fabbrica delle Porcellane.

Il cinque di maggio il Museo ha compiuto sessant’anni, ed è l’occasione per parlarne col direttore Sylvain Bellenger, una lunga esperienza di direzione di musei e istituzioni culturali in Francia e negli Stati Uniti, il ministro Franceschini l’ha chiamato quattordici mesi fa dall’Art Institute of Chicago. Bellenger mi riceve nel suo studio nel Palazzotto, subito accanto a Porta Grande, dove ha concentrato tutti gli uffici. “In questo modo è più facile lavorare, il parco ha 202 dipendenti, l’età media è di sessant’anni, come il Museo. Quando sono arrivato non c’era una sala riunioni, i computer roba da modernariato, con pochi dipendenti in grado di usarli. Il Museo non aveva un logo, una carta intestata, un biglietto da visita. La scelta decisiva fatta dal ministro è stata senza dubbio quella di riunificare finalmente il Museo e il Bosco sotto un’unica direzione generale, prima il Museo dipendeva dai beni artistici, il Bosco da quelli ambientali, era impossibile immaginare un progetto unico di gestione, nell’incomunicabilità degli uffici tutto si impantanava in un tran tran burocratico senza futuro.”

In effetti, che l’aria è cambiata te ne accorgi da subito, all’ingresso di Porta Piccola c’è ora un’enorme striscione a disegni colorati che indica ai ragazzi la localizzazione dei campi di calcio, Bellenger ne ha realizzati due, proprio accanto alla Fabbrica di Porcellane. “Il parco ha tante funzioni, ma una delle più importanti è di migliorare la vita delle persone del quartiere. A Parigi ci sono 34 piscine pubbliche, il costo è di un euro al giorno. Al Centro Pompidou sono disponibili cinquecento computer per l’uso libero dei giovani e dei visitatori, dalla mattina alle dieci e trenta di sera. Il nostro compito è anche quello di offrire agli abitanti di questa città i servizi essenziali dei quali hanno bisogno, a partire dai giovani, che in Italia sono troppo spesso sacrificati e maltrattati. Quando ho accompagnato il primo gruppo di ragazzi ai nuovi campi erano stupiti, prima mi hanno domandato se dovevano pagare, quando gli ho risposto che era gratis mi hanno chiesto perché lo facevo.”

Naturalmente, destinato al calcio un suo spazio legittimo, i prati nel bosco hanno ripreso colore e bellezza, c’è finalmente un senso complessivo di cura e di manutenzione. “La Pinacoteca di Capodimonte – mi dice ancora Bellenger – è probabilmente la più completa d’Italia, nel senso che è l’unica che consente un viaggio significativo nelle diverse epoche e scuole, italiane ed europee, fino all’arte contemporanea. Sono particolarmente orgoglioso del fatto che sia custodito proprio qui a Capodimonte uno dei quadri universalmente celebri, a cui sono più legato, la “Parabola dei ciechi” di Bruegel, ogni ragazzo francese lo conosce, perché è immancabilmente riprodotto sui libri di scuola, accanto alla poesia “Les Aveugles”, I ciechi, di Baudelaire.”

Oltre ai prati, anche il Museo rinasce e si rianima: a Pasqua 2017, rispetto all’anno precedente, i visitatori sono aumentati del 120%, gli incassi raddoppiati, e a molto sono servite le mostre visitatissime dei capolavori ritrovati di Van Gogh, la “Donna col liuto” di Vermeer, fino all’ultima “Picasso Parade”, visitabile fino al 10 luglio, oltre naturalmente al sito web (più di un milione di visite da quando è online), la presenza sui social, la convenzione con la navetta turistica che conduce qui in collina i turisti dal centro della città.

Ma Bellenger insiste sul legame tra la Reggia e il Bosco, che per lui è un museo vivente a cielo aperto, con la presenza di 400 diverse specie vegetali, e la collezione di alberi esotici provenienti, a gloria del sovrano, dalle diverse terre dell’Impero dove non tramontava il sole: il cipresso calvo di Montezuma, alla cui ombra si materializzavano le tremende divinità atzeche, o gli splendidi Cinnamomum, l’albero della canfora, ce n’è uno gigantesco che ha tre secoli, “E’ uno dei monumenti più importanti che abbiamo” si compiace Bellenger, secondo il quale “l’insieme del Museo e del Bosco configura uno dei siti storici e naturalistici più importanti d’Europa e del mondo, dove è possibile godere e comprendere insieme le bellezze dell’arte, della terra, della natura.”

Una collaboratrice giunge con una copia del masterplan preparato per il ministro, contiene mappe, cartine, progetti, disegni, la visione proiettata nel prossimo ventennio, che Bellenger e il suo gruppo di lavoro hanno immaginato per il sito di Capodimonte. C’è il recupero dei diciassette fabbricati storici presenti nel parco, con una funzione precisa per ciascuno: oltre a spazi per mostre e concerti, il masterplan prevede la creazione di una scuola internazionale di giardinaggio; una fondazione presieduta da Riccardo Muti per la musica classica napoletana, in collaborazione con il Conservatorio di San Pietro a Maiella; un’altra fondazione, affidata a Mimmo Iodice, per l’archivio storico della fotografia a Napoli e in Campania; un centro di studi internazionali sull’identità delle città portuali. Ancora, al Giardino Torre, il ripristino di un arboreto con le varietà antiche di piante da frutto, assieme a un sito di degustazione e ristorazione, proprio dove c’è il forno originale del 1800, in cui fu cotta la pizza per la regina Margherita di Savoia.

Quindi gli infopoint, l’illuminazione e il wifi nei viali, la videosorveglianza; gli spogliatoi e le docce per chi viene a fare footing, spazi dedicati ai cani, e anche aree per gli sport minori, le bocce ed il cricket. “Vorrei che Capodimonte si affermi, oltre che come museo di rilievo mondiale, quale è già, come il bosco civico della città, un luogo di vita e di cultura, il Central Park di Napoli. Per il Museo, poi, immagino una integrazione profonda con le altre istituzioni culturali, il MAN, il MADRE, il Conservatorio. Dobbiamo riunire le energie, per raccontare al mondo questo posto straordinario che sono Napoli e la Campania, uno dei pochi al mondo dove il viaggio dall’antichità greco-romana, al medioevo, al moderno, alla contemporaneità sia ancora concretamente possibile, con una continuità ininterrotta che non esiste altrove”. Nel frattempo, il direttore mi racconta di come con il nuovo flusso di turisti che salgono al museo e al bosco, l’intero quartiere si stia rivitalizzando, se vuoi mangiare nelle osterie intorno al parco ora devi prenotare, altrimenti non trovi posto.

Alla fine del viaggio, il bosco civico di Bellenger può diventare in prospettiva il luogo della città dove la storia, l’arte e la natura si raccontano insieme; e dove la magnificenza e la regalità si ricongiungono finalmente, con un’idea moderna di cittadinanza. Ortega y Gasset sosteneva che lo Stato è innanzitutto un progetto condiviso di futuro, e qui un promettente progetto pubblico, al servizio di cittadini e abitanti, c’è e si vede. In questi giorni il direttore non ha fatto mistero di aver votato alle presidenziali francesi per Emmanuel Macron, e ha già invitato pubblicamente il nuovo presidente a visitare il museo e il parco: potrà sembrare una cosa fuori luogo, ma in questa storia nuova di Capodimonte, alla fine, anche la politica, quella seria, c’entra, eccome.

Pubblicato col titolo “Capodimonte, il bosco ritrovato: “Ecco il nostro Central Park”

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/05/18/news/capodimonte_il_bosco_ritrovato_ecco_il_nostro_central_park_-165696411/

sanità4

Ottavio Ragone, Repubblica Napoli del 13 maggio 2017

C’è una Napoli che resta fuori alla porta, come il bus dei campioni dello scudetto 1987 fermo davanti ai cancelli sbarrati dello stadio San Paolo, mentre capitan Bruscolotti si arrabbia digrignando la celebre mascella che metteva paura agli avversari. E c’è una Napoli che agisce in silenzio e strappa risultati impensabili, come quelli della “Paranza”, la cooperativa messa in piedi da un gruppo di giovani del quartiere guidati da padre Antonio Loffredo e da un manager illuminato, Ernesto Albanese. Due città una accanto all’altra, una dentro l’altra, eppure diverse nelle azioni, nella mentalità, nello spirito. Il Napoli dello scudetto fabbricava sogni e si è scontrato con la realtà. Qui, ora, si fanno pochi gol e molti sgambetti. Nessuno esulta per gli altri, non c’è desiderio di vittoria oltre ogni legittima divisione. Tanti solisti in giro e nessun vero regista. Il momento cruciale non arriva mai, la palla non va in rete. Chi prende iniziative viene guardato con sospetto e ostacolato. Le istituzioni non si parlano, il sindaco e il presidente della Regione nemmeno si salutano. Il Comune e il presidente del Calcio Napoli se ne dicono di tutti i colori e non c’è interesse collettivo che tenga, non esiste un obiettivo che metta finalmente d’accordo la città. Nemmeno il ricordo dello scudetto, che certo è venato di nostalgia e la nostalgia non sempre è una buona compagna. Induce a contemplare il passato e può dar vita, come l’altro giorno, a una mesta passerella cittadina guidata da un vecchio capo ultrà,

Palummella. Due titoli italiani in trent’anni sono pochi e certo sarebbe meglio celebrarne altri, guardando avanti con fattivo entusiasmo. E avanti cercava di andare l’autobus dei vecchi campioni, nel surreale viaggio verso lo stadio chiuso. Racconta, quel pullman, una storia amara, beffarda, a tratti malinconica. Dispiega, nel faticoso avanzare, la metafora di una città che davanti alla meta agognata, sul più bello, proprio quando deve percorrere la pista nel giro trionfale, resta esclusa, ai margini, muta. La corsa si interrompe prima di iniziare. All’improvviso non c’è più nulla da festeggiare, non si può esultare, sparisce perfino il pubblico. Lo spettacolo non comincia, le luci sono spente. Alla Sanità invece i riflettori sono forti e ben puntati sui basoli dove sfrecciano i motorini della camorra. I riflettori dell’opinione pubblica, s’intende, perché le telecamere di sicurezza non funzionano ancora. Giorno dopo giorno, mattone su mattone, Loffredo, padre Alex Zanotelli, il regista di teatro Mario Gelardi, la fondazione L’Altra Napoli di Albanese e la gente di buona volontà del quartiere provano a sottrarre spazio ai criminali con l’impegno, la fatica, il lavoro, la cultura.

Quel patrimonio che il recente festival di Sky Arte ha premiato e valorizzato, facendo del Rione Sanità il cuore di una kermesse con migliaia di visitatori.

Bisognava vederlo, in quei giorni, padre Loffredo. Camminava nei vicoli tra la folla. Stringeva mani amiche. Ogni tanto si fermava a parlare con i cosiddetti “ragazzi difficili”, ladri, spacciatori, piccoli delinquenti tentati da criminali incalliti. Un buffetto sulla guancia, un ammonimento, “Guagliò fai il bravo”, un parola sincera, un consiglio affettuoso a chi affetto non ha. Camminava, padre Loffredo, mentre nelle catacombe di San Gennaro le giovani guide della “Paranza” spiegavano ai turisti quale tesoro d’arte e storia è custodito nelle viscere della terra. Si pagano lo stipendio da soli, quei ragazzi, attingendo all’oro della Sanità. Il quartiere è oggi un laboratorio, lo spazio di una Napoli possibile. Qui prende forma la religione civile della strada, dei contatti semplici e diretti con il popolo, della Chiesa che sta tra la gente perché i partiti non ci sono più. E, voce sola nel deserto, spinge a rimboccarsi le maniche, prova a indicare una prospettiva ai giovani facendo leva su talento e laboriosità. Maradona è una specie di santo anche qui, alla Sanità, ma dentro un sentimento diverso che si sta facendo largo tra plurisecolari arcaismi.