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Antonio di Gennaro e Giuseppe Guida, Repubblica Napoli del 14 aprile 2021 – Foto di Riccardo SIano

Metti una camminata in quello che era il salotto verde della città, distrutto da una cocciniglia venuta da lontano e dall’incuria, alla ricerca del bel paesaggio che non c’è più. Cammini per i viali monumentali e hai davanti uno scenario di distruzione post-bellica, ai diversi tipi di periferia dobbiamo aggiungere anche questo, e allora ha senso, dopo Napoli orientale, e il progetto incompiuto e oggi in crisi del Centro Direzionale, parlare del declino di Posillipo, per alcuni aspetti ancora più desolante e disperato di quello dei bordi proletari della città.

Ci accompagnano nel viaggio Massimo Visone, ricercatore del Dipartimento di Architettura della Federico II, autorevole esperto della storia e iconografia dei grandi paesaggi di Napoli, e Fabrizio Cembalo, un agronomo che da trent’anni paesaggi come questi li cura, li rammenda, li disegna.

Ci incamminiamo per via Manzoni, dopo Torre Ranieri iniziano le macerie, coi monconi di pini monumentali e le strade divelte; dall’alto, nella curva, la visione ugualmente malinconica dell’area sospesa nel nulla, dov’era l’acciaieria, mentre ai piedi di Coroglio, i campi e le attrezzature del Parco dello Sport finanziate coi fondi europei continuano a marcire, in una città dove giovani e piccoli non sanno dove andare.

Quando chiediamo a Massimo come nasce questa catastrofe di paesaggio, lui subito ci spiazza, chiedendoci di quale paesaggio vogliamo parlare, nel suo racconto la storia di Posillipo è un missile a più stadi, e un paesaggio unico non c’è, piuttosto un assemblaggio di mondi e storie assai diverse.

C’è il paesaggio marino delle ville patrizie, giù sulla costa, che inizia dopo la battaglia di Lepanto, a fine ‘500, quando i pirati barbareschi non sono più una minaccia. Sul promontorio invece, il paesaggio attorno al Casale è quello rurale, millenario, delle masserie e del giardino mediterraneo a vigneto e arboreto promiscuo, l’ecosistema millenario descritto da Emilio Sereni proprio all’inizio della sua Storia del paesaggio agrario italiano. Come al solito, però, ad “inventare” la Posillipo come luogo dell’uomo, da antropizzare per goderne, erano stati i romani, con la fantastica area del parco archeologico di Pausilyon.

Poi lungo il corso dell’800, c’è il paesaggio che nasce e si sviluppa a partire dal decennio francese, con la costruzione di via Posillipo, progettata dagli ingegneri di “ponts et chaussées” Romualdo de Tommaso e Giuseppe Giordano, il prolungamento nuovo della città che prima finiva a Mergellina. Ma la storia va avanti: nei primi decenni del ‘900, il nuovo paesaggio di Posillipo è quello del Parco della Rimembranza, del Virgiliano e dei viali monumentali, pensati a celebrazione e propaganda del Regime, coi filari di pini a ombrello a riprendere proprio qui, nella città greca più restia alla romanità, i fasti dell’antico Impero e delle consolari. Quella a cavallo tra ‘800 e ‘900 è anche la Posillipo dell’architettura floreale, come villa Pappone di Gregorio Botta e di Palazzo Tropeano. O fatti apparentemente incongrui e misteriosi, come il Mausoleo Schilizzi di Alfonso e Camillo Guerra, completato nel 1920 proprio su via Posillipo. Di epoca fascista è l’incursione di “città pubblica” (Istituto Case Popolari) che, tra il 1932 e il 1935, ha forgiato la cavea di piazza San Luigi con gli edifici poggiati sul costone tufaceo.

Infine, a partire dall’ultimo dopoguerra – ed è la storia della nostra vita – la Posillipo dei cosiddetti “parchi” (Antonio Cederna non riusciva proprio a capacitarsi di un uso così incongruo del termine) e dei condomini alto-borghesi, in una bulimia che nella conquista rapace dell’ultimo scampolo di panorama, ha finito quasi per distruggerlo del tutto, il paesaggio. La Posillipo del secondo novecento è anche un piccolo scrigno di architetture d’autore che hanno tracciato le linee guida della mediterraneità moderna. Come la villa progettata da Massimo Nunziata alla Gaiola o l’articolato artificio “organico” di Villa Bianca di Massimo Pica Ciamarra, o ancora Villa Crespi, affacciata su Mergellina, di Davide Pacanowski e Adriano Galli o villa Savarese di Luigi Cosenza.

Di pochi anni prima (1937), la villa più iconica di tutte, perfetta simbiosi tra architettura e contesto: villa Oro, in via Orazio, di Luigi Cosenza.

Si tratta di sforzi progettuali, sperimentazioni architettoniche e paesaggistiche ed impegni economici che la distratta borghesia di oggi si guarderebbe bene dal mettere in campo. L’attenzione al contesto è implosa ed è oggi rivolta agli interni, quelli dei parchi residenziali e quelli meramente domestici, quelli che hanno catturato il panorama quando ancora si poteva fare. Anche questo è il segno della crisi di un quartiere, per molti versi inspiegabile.

Alla fine, quello messo spietatamente in crisi dalla Toumeyella, la “cocciniglia tartaruga” che uccide ad uno ad uno i pini monumentali di Posillipo (un piccolo insetto arrivato una decina di anni fa dal Nord America) è quindi il paesaggio novecentesco del Ventennio, e la parola a questo punto passa all’agronomo Fabrizio Cembalo, cui chiediamo dove nasce un simile disastro.

“Certo, la cocciniglia ha dato il colpo di grazia alle alberature storiche di Posillipo, ma non è lei l’unico colpevole. All’inizio degli anni ’30, quando questi viali vennero costruiti, i pini vennero piantati a distanza di 4-5 metri, che è esattamente la metà dello spazio di cui hanno bisogno. Questo fu fatto per avere un effetto scenico immediato. Nei decenni successivi, in un’ottica di gestione consapevole del verde urbano, i filari andavano periodicamente diradati, garantendo ad ogni esemplare lo spazio vitale di cui ha bisogno, proprio come si fa per una foresta. Questi pini monumentali hanno dovuto così crescere troppo vicini tra loro. In più, sono stati massacrati negli anni da potature erronee, con l’intento di contenerne la mole.”

A fare il resto, i ripetuti lavori stradali per l’asfaltatura e i sottoservizi, che hanno scempiato gli apparati radicali, e impermeabilizzato definitivamente il suolo, impedendo alle radici di respirare. Il sollevamento dell’asfalto e la deformità della sede stradale non è altro che la richiesta di aiuto degli alberi, esseri viventi che ancora chiedono di esistere e respirare. “Così” conclude Fabrizio “la cocciniglia quando è arrivata ha trovato alberi già stremati da una gestione malaccorta.”

La fase critica, l’agonia del paesaggio è iniziata una ventina di anni fa, quando il tempo di agire c’era ancora, ma poi il disfacimento dei servizi tecnici comunali e la disattenzione amministrativa hanno prevalso. Il risultato ora, assieme alla morte degli alberi, è la crisi completa dello spazio pubblico, con l’intero sistema viario di questo quartiere-parco che dovrebbe essere integralmente ripensato e ricostruito, in un progetto urbano unitario, nel quale gli aspetti agronomici, ingegneristici, trasportistici, e sociali dovrebbero essere affrontati finalmente in maniera integrata.

Si tratta di cose che una città europea dovrebbe essere in grado di fare. Nel 1999 anche le alberature storiche di Versailles furono distrutte tutte insieme da un uragano, con più di ventimila alberi abbattuti. Eppure dopo vent’anni con un progetto lungimirante di ricostruzione i giardini sono tornati a vivere, gli alberi sostituiti, lo stato di salute e la biodiversità del glorioso ecosistema sono addirittura aumentate.

In un recente webinar dell’IUCN, l’autorevole organizzazione mondiale sulla conservazione della natura, si è parlato di come le grandi città del mondo hanno usato le loro aree verdi per mitigare gli effetti della pandemia sulla popolazione. Nel racconto degli esperti, è emerso come a Oslo, Berlino, New York, Barcellona la cittadinanza abbia riscoperto le aree verdi durante il lockdown, la loro fruizione è duplicata, a volte triplicata, alla ricerca di ristoro, protezione, di una socialità sicura.

A Napoli è successo il contrario, con la crisi di Posillipo che è diventata il simbolo di un verde urbano oramai negato ai cittadini proprio nel momento del maggior drammatico bisogno, dal Bosco dei Camaldoli alla Floridiana ai grandi parchi della Ricostruzione. Spazio pubblico pregiato ormai ridotto a terra di nessuno, sempre meno connessa e fruibile, insidiosa, oltre che più brutta.

Oggi Posillipo è un territorio in attesa. Su questa inedita enclave urbana non ci sono grandi progetti in corso di sviluppo, cantieri operativi, ricerche universitarie, e non è nemmeno un territorio dove la risoluzione di contrasti sociali o circoscritti interventi di manutenzione modificano il consenso elettorale come nelle periferie ribollenti, dove c’è ancora una pretesa di cambiamento, nuove prospettive, futuri migliori.

Oggi Posillipo è un sorta di “bordo”, in attesa che attorno ad esso succeda qualcosa, per poi ripensarsi: a valle a nord la stasi delle rigenerazione industriale, a sud l’indifferenza delle grandi ville sul mare, ad est la confusione del Vomero cui è legato da via Manzoni e Corso Europa, ad ovest il limite verso l’infinito del Parco del Virgiliano, luogo di mitologie fantastiche ma anche di incredibile disprezzo e di un abbandono, come quello del viale di accesso che in qualsiasi città d’Italia non sarebbe mai stato consentito, nemmeno per una settimana.

Oggi per Posillipo appare necessaria una strategia unitaria che delinei un grande progetto di landscape urbanism, fatta di strategie e di visioni di futuro, che con i soli i vincoli paesaggistici e le norme di un piano regolatore non è possibile conseguire. Un progetto che utilizzi il cesello e non la ruspa e che abbia l’attenzione al conservare, ma anche al modificare, alterando in parte un paesaggio che, per forza di cose, come si è visto, non è immobile, a partire dalle essenze arboree, i materiali, le tecniche e le tecnologie di base.

L’impressione è che oggi questo grande progetto debba prevedere, più che altrove, la partecipazione e l’intervento diretto di cittadini, attori sociali, imprenditori, in una grande operazione che la città fa per sé stessa e per riprendersi con tenacia un bene collettivo ed un topos che, improvvidamente, gli stanno sfuggendo di mano.

Antonio di Gennaro e Giuseppe Guida, Repubblica Napoli del 30 marzo 2021

Un viaggio nella crisi urbana sotto i colpi del Covid l’ha fatto il quotidiano Le Monde, con un ciclo di interviste ai sindaci di 14 “ville-monde”, le città globali, ed è una storia avvincente dei drammi vissuti, misure prese, visioni e strategie per il dopo, che il coronavirus ha spietatamente sollecitato.

Perché l’abbiamo visto col racconto del Centro direzionale pubblicato su queste pagine lo scorso 2 gennaio: la pandemia ha gettato ombre lunghe sul destino dei grattacieli e dei quartieri d’affari in giro per il mondo, ma è inutile girarci intorno, le difficoltà riguardano la sicurezza della città in quanto tale, a cominciare dalle città-mondo, che sembravano destinate a guidare i destini del globo, al posto dei ferrivecchi obsoleti degli stati nazionali, e all’improvviso si riscoprono luoghi affollati pericolosi e fragili.

Così la signora Yuriko Koike, sindaco di Tokyo racconta come, dosando telelavoro e didattica a distanza, sia riuscita a decongestionare il trasporto pubblico, mentre la sua collega di Barcellona, Ada Colau, in un’area metropolitana simile a quella di Napoli, parla del suo lavoro per arginare il turismo di massa, limitare la speculazione dei fitti turistici, rivitalizzare i quartieri perché  ora “…la cosa più importante è coprire i bisogni primari, avere un sistema sanitario pubblico forte e servizi pubblici ben dotati.” In Canada un’altra donna, Valérie Plante, sindaco di Montreal, sottolinea come il Covid “… costringa a ripensare il ruolo dello spazio pubblico, delle aree verdi, per mantenere le attività nel cuore dei centri urbani rispettando le distanze fisiche”, mentre Andy Burnham, sindaco della Greater Manchester, la seconda area metropolitana del Regno Unito, ha puntato sulla riorganizzazione della macchina amministrativa, per costringere i responsabili dei diversi servizi pubblici a lavorare insieme, dando priorità alla protezione dei soggetti deboli, il supporto alle case di riposo, il reperimento di alloggi singoli per i 1.850 senzatetto della città.

E Napoli? Nella tragedia epocale in atto, la nostra città come sta messa, come lavora per superare l’emergenza? Con queste domande in testa ci siamo rimessi in auto, convinti ancora che sia la suola delle scarpe il principale strumento per pensare. Nessun dubbio sulla direzione: se il coronavirus ha cambiato il significato degli spazi, lo spazio di Napoli, il suo futuro, è a est, nella città orizzontale, la pianura immensa di terra e acqua, come ti appare dal viadotto della 162, sfumata nella foschia dorata di questo anticipo di primavera.

In questo palinsesto scombinato e rarefatto di industrie dismesse, frammenti agricoli in abbandono, container, serbatoi petroliferi, mulini, viadotti a scavalco verso il nulla, c’erano tre città importanti, cariche di storia. San Giovanni, a inizio ‘900 era uno dei poli industriali più importanti del Mezzogiorno e d’Italia; Ponticelli, con la sua storia di agricoltura prospera e libertà, per quattro volte capace nei secoli di riscattarsi dai signori, e di lanciare l’insurrezione al nazifascismo; l’operosa Barra, con le sue società di mutuo soccorso, il sindacalismo bianco e quello rosso a lavorare insieme, per difendere la cultura e la dignità del lavoro.

Queste tre città, assorbite negli anni ’20 nel buco nero della Grande Napoli, ospitano il 15% dei napoletani, sono circa 140.000 i residenti, su 2.000 ettari che fanno il 16% del territorio comunale. Insieme dovrebbero essere uno dei soci di maggioranza del capoluogo, la verità è che non contano un bel niente.

E da un buco nero inizia il nostro viaggio, lo sprofondo improvviso tra boati e vapori che s’è aperto d’improvviso una mattina di inizio gennaio nell’area di parcheggio dell’Ospedale del Mare, in mezzo a questo scombino, tra i binari della circumvesuviana, la rampa d’atterro della 162, le torri del Lotto Zero sullo sfondo. Sembra il cratere scuro d’un ordigno bellico, le automobili inghiottite, le tubature e i sottoservizi esposti all’aria come budella, e invece è solo il cedimento di questa terra fragile e fertile di pianura, zuppa d’acqua e di torba, che un congegno di canalizzazione capillare ha mantenuto nei secoli, ma se non la rispetti non può finire che così.

Lamiere, recinzioni eterne di cantiere ed erbacce sono anche il paesaggio intorno al Parco pubblico “Fratelli de Filippo”, 100 ettari di terra fertile, un’area grande come Capodimonte, espropriata più di trent’anni fa per gli standard, anch’essa inspiegabilmente terra di nessuno, come il Parco del resto, in tempi di Covid dovrebbe essere un presidio di salute per i piccoli e le famiglie, 140mila cittadini, e invece è abbandonato per nove decimi a un degrado fisico e vegetazionale irreversibile.

A San Giovanni ci aspetta Enzo Morreale, testimone fedele della storia sociale e operaia della città. Con lui torniamo a quel mare nascosto e negato oltre i binari, il quartiere industriale della Corradini, quasi un secolo di manifattura, chimica, arti meccaniche e vetreria, gli edifici scoperchiati sono sommersi dalla boscaglia, in una Pompei industriale struggente, sulla riva di un mare dimenticato. Attorno a noi tutto è deserto e abbandono, le plastiche e i rifiuti portati dalla tempesta. Qui doveva sorgere il porto turistico per restituire a San Giovanni il suo mare, non se n’è fatto niente, nel frattempo l’Autorità portuale continua a tombare il mare davanti, tra poco la penisola della darsena est scaccerà del tutto l’elemento liquido, cambierà ancora la geografia di San Giovanni, da città sul mare a retroporto, con l’orizzonte davanti a noi minacciosamente chiuso da una nave da crociera alta come un palazzo di 12 piani.

Eppure l’est di Napoli non è un luogo dimenticato, in attesa, privo di progettualità. È, al contrario, un’area che ribolle, di flussi, di attrezzature, di narrazioni e di speranze. La vera immagine di questi luoghi è quella dell’interruzione, un continuo paesaggio interrotto. A Ponticelli, il Piano Particolareggiato del dopo terremoto, progettato da Marcello Vittorini, fu realizzato per tre quarti. Il rimasuglio di quel progetto interrotto è ancora lì che attende. Un terrain vague sul quale dal 1997 il Comune cerca di attuare, con accordi pubblico-privati, un Programma di Recupero Urbano, pensato da Carlo Gasparrini ma che ogni lustro viene rimaneggiato e di cui oggi non si sa più nulla.  Interrotta è la fruibilità del già citato vicino parco Fratelli De Filippo, per anni rimasto chiuso anche se ultimato. Oggi è soltanto in parte praticabile e tenuto vivo da alcune associazioni che curano un orto urbano e dalla presenza del presidio di Emergency. Interrotti sono tutti i progetti lungo l’interfaccia terra-mare, paesaggio privilegiato, a poche centinaia di metri dal centro città, ma negletto come un qualsiasi luogo dello scarto (drosscape, in inglese), da nascondere. Qui si è fermato il progetto per il nuovo porto turistico di Vigliena, con gli imprenditori che sono andati via chiedendo persino i danni al Comune. Interrotto, come detto, è il processo di rigenerazione urbana del complesso di fabbriche di archeologia industriale dell’ex Corradini, alle spalle della spiaggia di Vigliena. Interrotti sono i percorsi ciclabili della nuova via Marina che si dissolvono sul Ponte dei Francesi e finiscono nel caos urbano del Corso San Giovanni. Interrotto è il processo di rigenerazione della ex Cirio, cominciato con i nuovi edifici che ospitano la Apple Accademy (progettati da Francesco Scardaccione e dai giapponesi di Ishimoto Architectural & Engineering), ma che si è fermato, ancora una volta, sulla fascia a mare, dove è presente quella sorta di cattedrale industriale che è l’edificio principale del complesso, progettato nel 1925 da Angelo Trevisan, quasi simbolicamente posto all’ingresso di questo grande quartiere ad est.  Interrotta è l’integrazione dei quartieri di edilizia residenziale pubblica con il tessuto storico: il Rione Pazzigno, Taverna del Ferro, i complessi Incis, Iacp, Pser. Gli edifici di Taverna del Ferro stanno tentando la riscoperta di una nuova dimensione identitaria con i grandi murales di Maradona e di “Essere Umani” di Jorit, ma quelle residenze, progettate da Pietro Barucci negli anni ’80 secondo modelli post razionalisti già all’epoca superati, compresa la tecnica costruttiva della prefabbricazione pesante, sono ancora degli elementi incongrui e socialmente critici nel tessuto storico di San Giovanni.

Per ricomporre questa dimensione di un continuo paesaggio interrotto sarebbero necessarie strategie chiare, che stabiliscano le priorità, indirizzino i fondi e consentano ai processi di essere portati a compimento. Ricucire, riammagliare, creare continuità nella fruibilità degli spazi pubblici e delle attrezzature. Portare a compimento il mosaico di cose cominciate. Creare poi innesti dentro le enclaves e lavorare, come sempre, sui bordi: verso il mare, verso la città centrale, verso l’area dei depositi petroliferi ed infine verso i paesi vesuviani, ancora più ad est, nella zona rossa del rischio vulcanico, nella quale anche gran parte di quest’area ricade.

Finora i progetti del Comune si sono dimostrati insufficienti ed inefficaci. Il piano regolatore aveva promesso un’altra storia, questa spiaggia e questo mare come spazio pubblico per la salute e la vita delle persone, un’esigenza basilare pienamente in linea con le strategie urbane dopo il Covid, ma nel frattempo il governo della città s’è dissolto, vent’anni di nulla, 140.000 vite in ostaggio di una storia interrotta e troppi “fatti urbani” ancora da concludere.


Antonio di Gennaro e Giuseppe Guida,
Repubblica Napoli del 2 gennaio 2020

Fioriscono sui giornali italiani e esteri i reportage sul destino dei grattaceli, da quelli della City di Londra a quelli di Manhattan, dalla Défence di Parigi, fino a quelli da poco completati di Citylife a Milano, tutti per adesso svuotati dalla pandemia, a causa dei confinamenti, ma soprattutto del lavoro a distanza.

Così George Hammond sul Finantial Time, una testata non certo facile alle suggestioni, si chiede se gli ultimi grattacieli che Londra ha da poco inaugurato rappresentino già il monumento a un modo di lavorare che non c’è più, e la stessa domanda se la pone Julia Kollewe su un giornale liberal come il Guardian, mentre sul New York Times Julie Creswell e Peter Eavis prendono atto del fatto che “anche se la pandemia di coronavirus sembra diminuire a New York, le aziende sono riluttanti a richiamare i loro lavoratori ai loro grattacieli e mostrano ancora più esitazione a impegnarsi a lungo termine per la città”. Insomma, è chiaro che la cosa non finisce qui, non si esaurirà nemmeno con la disponibilità del vaccino e l’immunizzazione di massa, ci stiamo tutti muovendo verso un altro mondo, un altro modo di lavorare e produrre.

È partendo da tutte queste cose che è nato il desiderio di capire cosa sta succedendo ai nostri grattaceli, quelli del Centro Direzionale di Napoli. Ci arriviamo ciascuno con la sua auto, la rampa che scende nel sottosuolo verso i garage ora semivuoti, è bordata da un filare di palme nane lasciate a un loro selvatico sviluppo, da una cascata anarchica di vite americana, e l’atmosfera è quella di una foresta tropicale  che va richiudendosi sul cemento sgretolato di una civiltà passata.

Dall’atmosfera cupa del livello “meno due” torniamo in superficie. La prima visita è alla fontana circolare ormai secca che doveva un tempo fastosamente accogliere il pedone che arriva in superficie dalla città vecchia, ora è un ricovero malinconico di lattine. Ai fianchi, le due gigantesche torri dell’Enel, svuotate da tempo, senza bisogno della pandemia. La sorpresa è trovarne una aperta, qualcuno ha rimosso le grosse catene che bloccavano le maniglie delle porte a vetro opacizzate dall’abbandono, come fosse un garage qualunque di periferia, c’è gente dentro, ci avventuriamo.

E’ una delegazione di funzionari e tecnici dell’azienda, devono effettuare un sopralluogo, si muovono con circospezione nell’atrio abbandonato, c’è acqua per terra, un armadio sventrato mostra all’aria fasci scomposti e impolverati di carte, e una scalinata un tempo sontuosa, con decori lignei da country club, ora più che mai incongrui, l’atmosfera è un po’ tesa, come archeologi che si inoltrino in un tempio sigillato da millenni. Comunque, quando scoprono che siamo lì solo per capire cosa sta succedendo al più grande pezzo della Napoli contemporanea, un po’ seccamente ci chiedono di andar via, per ragioni di sicurezza, s’intende.

Lunghe aiuole verdi bordano i viali, era un elemento di eccellenza del progetto, uno degli ultimi lavori di Pietro Porcinai, il più grande paesaggista italiano, si tratta quindi a tutti gli effetti di giardini d’autore. Porcinai scelse oculatamente specie sempreverdi della macchia mediterranea, ed è tutta una teoria quindi di lentischi, mirti, corbezzoli, filliree, oleandri, assieme a cugini esotici come la plumbago con le sue delicate infiorescenze celesti, viene dal Sud Africa ma s’è trovata assai bene, e infatti la trovi spudorata dappertutto, nei bordi strada, come un’infestante.

Il problema è che si tratta di un verde sofisticato, tecnologico, posto sul tetto di un oggetto di cemento che si sviluppa per due piani sotto, che deve quindi vivere e svilupparsi in un ambiente artificiale e confinato. Il mantenimento di questo ecosistema tecnico richiede la massima cura: irrigazione sapiente, controllo delle infestanti, potature accorte; come il “bosco verticale” delle due torri residenziali di Milano, sono in realtà cose fragilissime, che richiedono un dispendio energetico e idrico elevato.

Dopo un paio di decenni in cui le cose sono andate bene, il giardino di Porcinai è ora in piena crisi, ci sono aiuole a partire dall’ingresso in evidente abbandono, le infestanti ingoiano gli arbusti, mentre cespugli interi seccano e restano in piedi, stecchiti, su un sottobosco di bottiglie e cartacce. Assieme al rovinio della pavimentazione, con le mattonelle rotte o traballanti, frettolosamente sostituite da poveri rappezzi in cemento, il declino del verde è un ulteriore aspetto di quello più generale dello spazio pubblico, di quel tessuto connettivo che alla fine rendeva un minimo vivibile e presentabile questo luogo, che la città vecchia non ha mai voluto o potuto assimilare.

Perché alla fine il centro direzionale appare oggi esito di una modernizzazione fraintesa, arrivata in ritardo, quando i modelli post-industriali annunciavano, nel medio periodo, scenari diversi e legati ad innovazioni di cui già si aveva sentore: la digitalizzazione, le tecnologie informatiche e di comunicazione, il calo demografico delle grandi città, i mutamenti del mercato del lavoro.

E invece con un ritardo colpevole e dopo aver operato una finta riflessione tra piani attuativi concettualmente diversi durata quasi venti anni, con il contributo determinante dell’impostazione iniziale di Giulio De Luca – a sua volta basata sullo schema di Luigi Piccinato – alla fine, quasi per sfinimento, il disegno definitivo fu firmato dal giapponese Kenzo Tange. Decenni di gestazione non potevano che determinare un progetto urbano già obsoleto, concepito negli anni ’70 e privo di proiezioni al futuro e di analisi serie. Sarebbe bastato anche solo guardare all’altro lato dell’Atlantico, dove in genere le mutazioni urbane avvengono con decenni di anticipo.

Anche dal punto di vista ambientale, se c’è un’idea di progettazione urbana da portare a esempio di assoluta insostenibilità, è proprio quella che ha partorito questo enorme accrocco – per buona parte interrato nella palude dove ancora scorre sotterraneo il Sebeto – che fin dalla nascita è condannato a sfuggire alla sommersione grazie a un esercito di instancabili pompe sommerse, legando così la sua esistenza a un fabbisogno energetico perpetuo, come quello che occorre per refrigerare e riscaldare i suoi inospitali edifici in vetro-metallo.

A soffrire la crisi che li ha definitivamente chiusi sono alcuni degli edifici più rappresentativi. La coppia di torri cosiddette Wind, oggi Enel, all’ingresso dell’asse centrale, progettate da Giulio De Luca, Massimo Pica Ciamarra e  Renato Avolio De Martino, sono oggi vuote e in attesa di un difficile riuso. Eccessivamente sottili, secondo la sagoma del planovolumetrico, per recuperare un minimo di spazio all’interno i progettisti espulsero gli ascensori all’esterno ed eliminarono i pilastri: i solai di quelle torri sono appesi con dei tiranti alla grande trave visibile sulla sommità dell’edificio. Stesso destino per le due grandi torri marmoree dell’allora Banco di Napoli, progettate da Nicola Pagliara. L’abbandono sta causando il distacco di molte delle lastre e dei blocchi di marmo pregiato sagomate secondo i minuti dettagli esecutivi del progettista per il basamento e in facciata. Soltanto questi due complessi edilizi raggiungono una volumetria di poco inferiore ai 300mila metri cubi

Nonostante tutto, nel tempo questo tessuto urbano è riuscito comunque ad essere parte del quartiere. C’è riuscito, in particolare, sui bordi. Quello lungo il carcere di Poggioreale, ad esempio, si caratterizza per una connessione diretta e a livello con la via Otranto del quartiere Vasto, costeggia l’edificio più basso e a scala urbana (ex Olivetti) realizzato da Renzo Piano, sino all’istituto comprensivo “Gennaro Capuozzo”, una delle poche attrezzature pubbliche che il bulimico piano del Centro Direzionale è riuscito a produrre e sottrarre all’ingordigia dei privati che hanno gestito la realizzazione. A seguire, passando per il curioso Complesso Esedra, il percorso conduce alla nuova copertura lignea tutta a onde della stazione della linea 1 della metropolitana progettata dall’architetto italo-spagnola Benedetta Tagliabue.

Anche le torri residenziali, sul bordo opposto, restano alla fine una delle parti migliori, sicuramente più vitali di questo luogo. Certo i residenti hanno dovuto asserragliarsi dietro cancellate robuste, ma all’interno del recinto percepisci una cura, gli ingressi, le facciate, i balconi, e chiudi un occhio pure sulle verande che in molti hanno realizzato, in questo mare di spaesamento sono un segno di radicamento, finalmente, ai luoghi.

«Le città contemporanee dei servizi di Kenzo Tange» ci dice Francesca Castanò, professore di Storia dell’Architettura all’Università della Campania Vanvitelli «in Italia stanno andando incontro a destini diversi. Se a Bologna il Fiera District pare votato alla completa rivitalizzazione attraverso interventi che portano nuovi abitanti e nuove attività, qui a Napoli il Centro Direzionale, un autentico palinsesto architettonico con qualità assenti in analoghi progetti, lentamente muore, nel generale svuotamento di funzioni e di senso. Come pure la città satellite del Librino di Catania dove l’utopia di Tange è del tutto svanita»..

Ma la maggiore sofferenza di questo brano urbano è l’apparente assenza di prospettive, l’essere stato dimenticato dalla pianificazione urbanistica e da buona parte del discorso pubblico sulla città. In una logica rigenerativa, l’intervento non può prescindere dal fatto che le condizioni attorno alle quali è stato pensato non ci sono più, a maggior ragione alla luce della tragedia epocale che stiamo vivendo. Sarà necessario ristrutturare, smontare, integrare, reinventando la pelle e il contenuto degli edifici. Ma forse sarà necessario anche demolire e ricostruire (e forse nemmeno, in qualche caso) secondo modelli contemporanei di intervento e tecnologie adeguate.

Quello che è certo è che bisogna soprattutto restituire questo pezzo di città alla città, allontanando parte del terziario e mettendoci abitanti, migliaia di abitanti. E servizi, attrezzature pubbliche, per l’istruzione, la cultura, lo sport, le cose che servono alle persone per vivere. Una grande azione pubblico/privata, che conservi la traccia di questo luogo oramai stratificatosi nella città, mutandone però l’identità e l’abitabilità. Integrandolo finalmente con quello che c’è intorno, i quartieri vecchi del Vasto, di Poggioreale, con la vita certo piena di problemi e contraddizioni, i pensieri e i drammi indistruttibili di una città vera.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 24 maggio 2020

Sylvain Bellenger è costretto a chiudere l’accesso al parco di Capodimonte a causa di attriti con i sindacati e subito arriva il rimprovero di Luigi de Magistris, che lo invita a riaprire per motivi di salute pubblica, lamentando una mancanza di coraggio che “sta corrodendo il Paese”. Si ripropone dunque con forza il problema degli spazi verdi in città, al quale “Repubblica” ha dedicato una approfondita serie di reportage, articoli, interviste. A questo punto una riflessione è necessaria, anche alla luce dell’ultima polemica tra sindaco e direttore del Parco.

Dall’inchiesta di “Repubblica” sul verde urbano a Napoli emerge un quadro di luci (poche) e ombre (troppe). Lo scenario d’insieme è quello di un patrimonio a pezzi, allo stremo. Dei parchi storici della città uno solo, proprio quello di Capodimonte, si propone come modello gestionale di riferimento, assicurando nonostante tutte le difficoltà (e l’ultimo incidente di percorso) uno standard di fruibilità da grande città europea. Per il resto, il racconto dei giornalisti di “Repubblica” è quello di un itinerario dolente attraverso luoghi di decadenza fisica e funzionale, dalla Floridiana alla Villa Comunale fino al Virgiliano, nel verde perduto di Posillipo.

La situazione è critica anche per i parchi contemporanei, quelli del Piano delle Periferie e della ricostruzione dopo il terremoto dell’80 – Troisi, Fratelli De Filippo, Scampia – giustamente presentati dalla Guida Rossa del Touring come le prime grandi attrezzature verdi realizzate in città dai tempi dei Borbone. I progetti di queste aree, è bene ricordarlo, sono a firma dei migliori nomi della progettazione dei giardini in Italia, da Ippolito Pizzetti a Vittoria Calzolari.

Esemplare il caso del Parco Fratelli De Filippo, a Ponticelli, un’area verde di dodici ettari al centro di un quartiere importante, che pure ha fame assoluta di socialità, dove la manutenzione da anni si arresta inspiegabilmente al primo ettaro, il solo fruibile, grazie anche agli stupendi orti urbani curati dalla rete di associazioni, comitati, scuole. Nei restanti undici, uno sterminato deserto urbano, con le strutture in completo disfacimento e una giungla vegetale impenetrabile, carica di illegalità e insidie.

Ma il monumento all’incuria e all’incapacità gestionale è il Parco dei Camaldoli, cento ettari di castagneto, un vero bosco in città, una risorsa incomparabile di biodiversità: un ecosistema prezioso che sarebbe il vanto di ogni comunità urbana in qualunque altro posto del mondo, chiuso ormai alla cittadinanza e abbandonato a un degrado fisico e vegetazionale che ha assunto aspetti di rischio assolutamente drammatici e inaccettabili.

La sofferenza è sistemica, riguarda purtroppo a vario grado l’insieme dei 52 parchi e giardini raffigurati nella cartografia ufficiale scaricabile dal sito del Comune di Napoli: 340 ettari in teoria disponibili per la cittadinanza, la cui reale fruibilità appare, come testimoniato dall’inchiesta di “Repubblica” problematica, frammentaria, incerta. Per non parlare del Parco metropolitano delle colline di Napoli, l’intuizione coraggiosa del piano regolatore per mettere in sicurezza buona parte delle aree agricole della città, 2.200 ettari di masserie vigneti e frutteti da rilanciare in chiave multifunzionale, in stand by da più di un decennio.

Insomma, il verde urbano a Napoli è all’attualità un bene nominale: c’è sulla carta ma non è fruibile con certezza dai cittadini per carenza cronica di governo e manutenzione. Come è nominale a questo punto – doloroso constatarlo – il rispetto degli standard urbanistici di legge, i metri quadri di verde pubblico che la Repubblica italiana deve garantire ai cittadini come parte del diritto costituzionale alla salute e alla qualità di vita, con buona pace delle narrazioni rituali sui beni comuni.

Siamo all’anno zero, e dice bene Francesco Erbani nella sua riflessione su queste pagine del 22 maggio  (“Ascoltiamo le parole di Bellenger”): la lezione di Capodimonte resta valida nonostante le difficoltà di questi ultimi giorni, e sta tutta nell’idea cocciuta del direttore francese che il Parco sia importante alla pari del Museo; nella responsabilità di curarlo, gestirlo e metterlo in gioco per offrire alla cittadinanza un servizio essenziale, elaborando una strategia di respiro europeo. Una strategia appunto, la città ha bisogno in primo luogo di questo.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 4 maggio 2020

In molti nel mondo si interrogano ora se tra le grandi vittime del virus non ci sia proprio la città, l’idea che sia meglio vivere densi, in quel concentrato di esperienze, stimoli, connessioni, condivisioni che solo l’habitat urbano è in grado di offrire. Di queste cose parla il reportage di Anais Ginori e Federico Rampini su “Repubblica” del 30 aprile scorso (“Da New York a Parigi, così la distanza sociale ridisegna le città”), e quello di Sabrina Tavernise e Sarah Mervosh, apparso pochi giorni prima sul New York Times (“Le più grandi città americane stavano già perdendo il loro fascino”).

La domanda è fino a che punto il distanziamento porti anche con sé una rivincita del sobborgo, la periferia dispersa, il piccolo centro: la possibilità di godere di spazi di vita ampi e riservati che la grande città non è strutturalmente in grado di offrire; assieme all’attitudine a spostarsi individualmente, col mezzo privato – auto motorino bici e monopattino che sia – oggi più sicuro rispetto all’affollamento carico di insidie del trasporto pubblico.

L’architetto Stefano Boeri l’ha detto chiaramente, per lui il tempo della grande città è finito, tra le conseguenze buone della pandemia potrebbe esserci un ritorno ai piccoli centri, a una dimensione di maggiore sostenibilità e armonia con la natura e i paesaggi. Della stessa idea lo scrittore Franco Arminio, secondo il quale è questo il momento di varare politiche serie di ripopolamento delle aree interne, dotando di mezzi e finanziamenti adeguati la strategia pensata da Fabrizio Barca alcuni anni fa.

In attesa che questi scenari epocali si chiariscano, resta a noi cittadini il compito di riorganizzare al meglio la nostra quotidianità in una città come Napoli, scoprendone magari aspetti e risorse insospettate. Perché il capoluogo è meno denso di quel che appare, ha al suo interno i suoi boschi e le sue campagne, tremila ettari di verde (un quarto del territorio cittadino) che saggiamente il piano regolatore ha tutelato, con le cinquecento aziende agricole che esso contiene.

Le campagne urbane formano una cintura verde, se stiamo attenti possiamo ripercorrerla dagli orti di Ponticelli ai frutteti di Pianura, passando per le masserie di Posillipo e le selve di castagno dei Camaldoli. Gran parte di queste aree verdi sono dentro il Parco Metropolitano delle Colline di Napoli, una creatura in sonno che sarebbe il caso di risvegliare.

Stiamo parlando di un patrimonio di aree agricole e forestali in città che vanno ora ripensate come spazi sociali, per i nostri piccoli, i ragazzi e i nonni, luoghi più salubri e sicuri per l’educazione e la vita all’aria aperta, da utilizzare come è ovvio con tutte le precauzioni e l’autodisciplina che il momento di transizione richiede.

Un esempio clamoroso sono i cento ettari di castagneto pubblico del bosco dei Camaldoli, del quale questo giornale si è più volte interessato, inspiegabilmente chiuso alla cittadinanza da anni. E’ un perfetto bosco appenninico in città, con tutto il profumo le macchie di luce i fruscii e la biodiversità. Sarebbe bello poterlo percorrere quest’estate, certo con cautela, in attesa di tornare, speriamo presto, sui sentieri d’Appennino.

Antonio di Gennaro, 18 aprile 2020

E’ il mio contributo al libro sui trent’anni di Repubblica a Napoli. La pubblicazione è andata a ruba. Chi è rimasto senza può leggerlo ora su horatiopost.

E’ vero, l’agricoltura, o meglio le agricolture sono un pezzo importante del futuro della Campania, ma diffidate di chi dice che è il solo destino che c’è rimasto, che l’economia regionale debba puntare tutto su agricoltura e turismo. Sono sciocchezze, se va bene queste due voci, con i loro indotti, fanno un terzo del prodotto interno lordo, il resto sono manifattura, industria, servizi: è lì che si produce il lavoro e il reddito per buona parte della popolazione attiva. Pure, una regione europea moderna ha un disperato bisogno di buona agricoltura, per tanti motivi.

Uno di questi è la sicurezza. L’ottantacinque per cento del territorio della Campania non è fatto di città ma di campagna: campi coltivati, pascoli, boschi, aree naturali. E’ la straordinaria matrice rurale che tiene insieme i grandi paesaggi regionali, dal Matese al Cilento, lungo tutta la green belt d’Appennino, passando per le pianure, i vulcani, le isole. Dietro questo mosaico di agricolture, con tremila anni di storia, c’è una comunità reticolare di agricoltori che lavora ogni giorno per tenere in ordine i suoli,  le acque, la sintassi unica dei paesaggi.

Di tutta questa macchina ecologica l’area metropolitana regionale – la caotica città continua da Capua a Battipaglia, che vale il quindici per cento del territorio, ma ospita il settantacinque per cento della popolazione – è debitrice netta. E’ il territorio rurale con i suoi fantastici suoli che produce l’acqua da bere, pulisce l’aria, condiziona il clima, assorbe la CO2, mantiene la biodiversità e la sicurezza idrogeologica. Ora li chiamano “servizi ecosistemici”, sono quei processi invisibili che rendono possibile la nostra vita quotidiana, tutta roba che si fabbrica in campagna, e la parola chiave in questo caso è “multifunzionalità”: la capacità dello spazio rurale di produrre simultaneamente cibo e servizi ecosistemici, a vantaggio dell’intera società.

Il problema è che mentre il cibo si vende e si compra al mercato, un mercato per i servizi ecosistemici non c’è, o almeno non c’è ancora. Uno degli obiettivi della politica agricola comunitaria è proprio questo: ricompensare gli agricoltori di almeno una parte dell’opera ambientale che svolgono, altro che assistenzialismo.

In più, l’agricoltura, e quella campana in particolar modo, per motivi che vedremo, è stretta nella morsa ferrea di costi di produzione crescenti e prezzi bassi dei prodotti, che il mercato globale mantiene al di sotto di una soglia decente di remuneratività. Un’umiliazione insostenibile, ed allora chiudono le stalle in Appennino, è una frana economica, demografica e sociale. Le montagne della Campania hanno avuto la loro popolazione dimezzata nell’arco di un cinquantennio, i giovani vanno via, la rete dei trecento piccoli comuni di presidio si spegne.

Una delle conseguenze, in questi tempi difficili di cambiamento climatico, è che senza più gli agricoltori a curare il pascolo e l’animale, senza manutenzione, l’Appennino diventa una macchina pericolosa: la boscaglia si riprende il paesaggio, il suolo frana e l’acqua inonda il fondovalle assieme alle città, le infrastrutture, le fabbriche. La catena del rischio in questo modo si chiude, e il costo per l’intera collettività è drammatico.

In pianura i problemi sono diversi, anche se è qui che ci sono i suoli più fertili dell’universo conosciuto. E’ il motore vulcanico di Campania felix, una produttività che è il quadruplo della media nazionale: è grazie a questo capitale prodigioso di fertilità che la Campania, con metà della superficie agricola, si colloca nel gruppo di testa delle regioni agricole italiane.

Se in Appennino è il bosco che avanza a spese dei coltivi, in un desolato paesaggio medioevale di ritorno, in pianura è la città a mangiare i suoli e cancellare aree agricole. Nel 1960 c’erano ventimila ettari di città, ora sono centoquattordicimila, la città si è moltiplicata per sei, anche se la popolazione è aumentata solo del venti per cento. Ora Campania felix è fatta di pezzi di campagna inframmezzati alla città, in un mosaico rur-urbano disordinato, privo di coordinate.

Eppure, questa agricoltura metropolitana, fatta di trentamila aziende, è in grado ancora di produrre, sul dieci per cento circa della superficie agricola regionale, quasi un terzo del valore della produzione agricola della Campania. Si tratta di ortaggi, fragole e mozzarelle di qualità assoluta, che le filiere lunghe della grande distribuzione organizzata portano sulle mense di mezza Europa. Molteplici livelli di controlli hanno confermato come questi cibi, diversamente dalle grida manzoniane di pochi sconsiderati, siano assolutamente sani, più sicuri addirittura delle produzioni provenienti da altri territori italiani.

Una sola regione per tanti territori e tante agricolture diverse, anche se per progettare il futuro il problema alla fine è sempre lo stesso, la gracilità del tessuto aziendale, la dimensione media delle unità produttive, intorno ai quattro ettari, la metà della media nazionale (per inciso, in Francia l’azienda media è di cinquanta ettari). Un fenomeno che giunge proprio nei paesaggi rurali più fertili  – la piana flegrea, il Vesuvio, la Penisola sorrentina-amalfitana, l’Agro nocerino-sarnese – alla polverizzazione estrema, con dimensioni aziendali medie di uno-due ettari.

Lasciando decisamente da parte le cose che non sappiamo fare, come la ricomposizione fondiaria, la soluzione praticabile è antica e nuova insieme, ed è quella della cooperazione: mettere insieme le forze, ricucire in progetti solidali, finalmente competitivi, le persone, le produzioni, le terre. I buoni esempi non mancano, anche in Campania: i produttori di fragole di Parete, i viticoltori del Sannio, gli allevatori di marchigiana del Fortore, gli olivicoltori del Cilento hanno saputo costruire negli anni organizzazioni cooperative in grado di stare credibilmente sui mercati globali, pur conservando una maglia produttiva fatta di piccoli produttori.

E’ questa l’unica chance per la Campania, quella della costruzione di paesaggi cooperativi, pensati e gestiti come un’unica azienda. Tornando a considerare l’economia regionale nel suo insieme, questi paesaggi rurali di qualità, adeguatamente connessi e infrastrutturati, possono diventare il brand distintivo, il vantaggio competitivo non riproducibile altrove, del quale finiscono per tener conto anche le attività extragricole nelle loro scelte localizzative. In conclusione, la strada è una sola: mettere insieme progetti e destini, pensando di vivere questa terra come fossimo foresta, piuttosto che alberi isolati.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 21 gennaio 2020

Vorremmo veramente poter credere che non sia stata solo una passeggiata a favore di telecamere quella di ieri, sotto un cielo grigio e incattivito che ha stretto la città in una morsa di gelo dopo tante giornate azzurre di quasi primavera. Sono passati trent’anni dalla chiusura della fabbrica, una generazione intera ha conosciuto Bagnoli come un enorme, desolante vuoto urbano. Imponenti risorse pubbliche sono andate disperse, il quartiere ha conosciuto un inesorabile declino, ed è evidente che la mortificazione di una città intera non è risarcibile con le frasi a effetto, anche lo “scusate il ritardo” del ministro funziona poco, l’ironia e l’intelligenza di Troisi non riescono a sciogliere il gelo.

Accenti di verità Provenzano li trova invece nella rappresentazione dello squallore: “Quando sono venuto a Bagnoli per la prima volta mi sembrava un carcere ambientale. Abbattiamo questo muro che ha sottratto questo luogo alla città”. Sono proprio le parole, le cose che i reportage di “Repubblica” hanno raccontato in questi anni, nel silenzio generale. “Vogliamo aprire questo luogo alla cittadinanza” ha detto ancora il ministro “apriamo oggi i recinti e proviamo a restituire alla città quello che negli anni è stato sottratto”. Anche questa istanza “Repubblica” l’aveva cocciutamente ribadita. Nel silenzio.

Vorremmo poterci credere che non era una passerella. Per la verità, anche la metafora delle ruspe, cui i diversi partecipanti fanno immancabilmente ricorso, ha poco senso, suona falsa. L’analisi di rischio, la cui sorprendente mancanza “Repubblica” aveva a più riprese segnalato, è stata approvata in conferenza dei servizi solo 4 giorni fa. Quindi era vero che non c’era quando è stato fatto il PRARU, il programma di rigenerazione approvato con decreto del presidente della Repubblica, ma è una magra soddisfazione. L’analisi di rischio è la base della progettazione esecutiva di ogni intervento di bonifica, almeno se si intende rispettare il percorso di legge. La conseguenza è che un progetto degno di tal nome non c’è, non può esserci, e la prospettiva è che quelle ruspe tra poco non sapranno che fare.

Per dare esecutività e concretezza al recupero di Bagnoli è necessario smetterla di pensarlo come un intervento monolitico, della tipologia “tutto o niente”. Come i dossier delle associazioni ambientaliste e dei sindacati hanno più volte sottolineato, sempre nel silenzio istituzionale, la sterminata area dell’ex acciaieria è fatta di tanti pezzi, a differente grado di problematicità. In molte aree un rischio significativo non c’è, si potrebbe partire subito con la ricostruzione della città. Ma l’ideologia della bonifica come palingenesi globale, la vera, grande opera pubblica da avviare con un investimento da brividi, 400 milioni (che si sommano ai 600 già spesi), prevale ancora una volta. L’urbanistica, quella vera, a Bagnoli non è ancora entrata. Di concorsi d’idee, senza alcun seguito, ne abbiamo già fatti tanti. La nuova città resta un orizzonte indefinito, cui qualcuno un giorno penserà.

La cappa di gelo non dà tregua, il vento taglia forte, mentre il ministro prefigura scenari di sviluppo, all’insegna del green new deal rilanciato in gran pompa dall’Unione europea, ma il percorso è ancora lungo. In tutte le parti del mondo il rinnovamento delle città parte dai trasporti: la sostenibilità, la qualità di vita, la competitività delle imprese inizia lì, peccato sia proprio questa la parte che nel PRARU manca. In questa giornata rabbuiata d’inverno, quello che continuiamo ad ascoltare è il racconto di una pianificazione al contrario, ma si sa, siamo il paese dell’immaginazione e della creatività.

La conclusione è dell’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri: “Finalmente possiamo dire che le nostre parole qui vengono coperte dalle ruspe che possono operare a Bagnoli”. La sensazione è che non siano solo le parole ad essere coperte dal rumore, ma i pensieri.


Fabrizio Cembalo Sambiase e Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 23 dicembre 2019

Un fortunale con raffiche da sud-ovest di vento oltre i 100 km/h ha spazzato il litorale tirrenico, dalla Liguria alla Sicilia, ed è ancora un bollettino di guerra di allagamenti, crolli d’alberi e di terre, vite umane perdute. Napoli paga un prezzo altissimo. Lo schianto di una branca di cipresso, trascinata come un fuscello dalla tempesta, di primo mattino spezza una vita ad Agnano; la tragedia è solo sfiorata al Vomero, in via Belvedere nella notte un cedro imponente si ribalta, schiaccia un’auto, cade sul palazzo difronte, quasi demolendo un balcone, gli inquilini hanno pensato a un terremoto. Alberi caduti in quasi tutti i quartieri della città da via Crispi a viale Traiano, alle strade attorno la Ferrovia, da Posillipo all’Arenella, fino a Napoli Nord, da via Miano alla Toscanella.
Domenica mattina presto ci trovavamo per motivi personali in via Belvedere. Il grande cedro era lì, sdraiato, le radici all’aria, a occhio una pianta di una quarantina-cinquantina d’anni. Un rapido esame, dalla chioma al tronco al sistema radicale, e un’angoscia sottile ci ha preso. Siamo agronomi, è il nostro lavoro, inutile girarci attorno. L’albero che si è schiantato non mostrava segni di consunzione, malattia, squilibrio statico, radicamento debole. Era una pianta sostanzialmente sana.
Nella scala di velocità del vento di Beaufort, che come la Mercalli per i terremoti classifica la magnitudo dell’evento in base alla rilevanza degli effetti, il vento di sabato notte è classificato tra la “tempesta” e il “fortunale”, il decimo e l’undicesimo grado della scala, dopo c’è solo l’uragano. Una delle peculiarità distintive di tempeste e fortunali è la capacità di sradicare grossi alberi.
La scala di Beaufort è stata pensata all’inizio dell’800, e tempeste e fortunali c’erano già. Quello che caratterizza il nostro tempo è il fatto che la frequenza, la probabilità che questi eventi ad alta energia si verifichino, è considerevolmente aumentata. La comunità scientifica lo va ripetendo in tutti i modi: il global change non è una cosa che verrà, ci siamo dentro fino al collo.
A rendere più difficile le condizioni di stabilità dei grandi alberi urbani, è il fatto che i venti si incanalano nei canyon tra i fabbricati con modalità imprevedibili, crescendo ulteriormente di forza e turbolenza, scaricando sovente la propria energia su suoli già imbibiti dalla pioggia, che hanno quindi perso tenacità e coesione.
La maggior parte dei grandi alberi urbani li abbiamo piantati 50, 60, 70 anni fa, quando le condizioni ambientali erano diverse. Molti di questi esemplari hanno pressoché esaurito la propria parabola di vita, che per un albero di città, costretto a vivere in condizioni difficili di suolo, spazio vitale e inquinamento, è su per giù un quarantennio.
Nel frattempo l’ecosistema globale e quello urbano sono mutati, di fronte a questi fenomeni il patrimonio vegetazionale della città va in crisi. Nella tempesta di sabato notte sono venuti giù come birilli anche alberi che risultano alla vista in buono stato di salute e con apparati radicali ben formati. Certo lo spazio non è mai adeguato. Per il cedro caduto a via Belvedere. servono almeno 100 mq di area libera e lui sopravviveva da decenni in uno spazio ben più piccolo.
La vegetazione presente nella nostra città soffre di un male che viene da lontano, la crescita veloce della città, con alberi messi a dimora in situazioni paradossali, troppo vicino alle abitazioni, in spazi residuali e piccoli, su suoli urbani non sempre idonei.
In questo contesto mutato, serve a poco puntare l’indice, alla spasmodica ricerca di un colpevole, continuando a considerare il verde un problema degli altri. Dobbiamo renderci conto che ormai la città ha bisogno di una vegetazione in continuo rinnovamento, un turn-over fisiologico, un ricambio generazionale. La convivenza con l’albero è qualcosa da ripensare, progettare, curare consapevolmente nel tempo.


Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 18 novembre 2019

“Non esiste buono o cattivo tempo ma buono o cattivo equipaggiamento”. La frase di sir Robert Baden Powell, il fondatore a inizio secolo dello scautismo, vale per le persone, ma torna utile anche per le città, bisogna solo vedere in che misura e con quali modalità. Si è insistito giustamente in questi giorni sulla prevenzione. Da questo punto di vista una città equipaggiata è innanzitutto una città manutenuta, nella quale alberi, sottoservizi, terrapieni e cornicioni sono attenzionati e curati nel tempo, affinché non sprofondino a cadano in testa alla gente. Se tutto questo manca, perché non ci sono i soldi, e i servizi tecnici comunali sono a pezzi, l’ultimo rifugio per le autorità competenti è la sospensione delle attività a rischio, che significa chiudere ad ogni allerta meteo scuole, giardini, cimiteri, linee ferroviarie, spazi pubblici, in una frustrante precarietà, una vita civica impoverita, a singhiozzo.
Dopo la voragine, quando poi arrivano le troupe televisive, li vedi gli amministratori locali trasformarsi in severi e accorati avvocati del popolo, con dichiarazioni vibranti di vicinanza ai cittadini colpiti, di richiesta allo Stato di intervento e immediato ristoro, come se non c’entrassero niente, non fossero un pezzo di Repubblica pure loro, detentori di competenze o responsabilità precise, e a quel punto davvero lo straniamento è totale, non capisci più perché rimangono lì, e che li voti a fare.
La questione è seria. Città come Napoli e Roma hanno accumulato nei decenni un debito pubblico gigantesco che ha una componente finanziaria, e una componente ben più rilevante, che è quella fisica, territoriale, corrispondente al costo complessivo delle manutenzioni non fatte, e dei danni ricorrenti al patrimonio che si sgretola, a cose, persone, attività. Infine, c’è un debito strutturale, organizzativo. Le macchine comunali sono allo stremo, le competenze interne e i servizi tecnici, la cui faticosa costruzione aveva richiesto decenni, sono in avanzata fase di dismissione, la capacità amministrativa è ai minimi termini.
In questa situazione, il ricorso alla public advocacy, il sindaco difensore, imbonitore o avvocato del popolo serve a poco. Una nuova leadership dovrebbe partire da un’operazione-verità, dal riconoscimento delle carenze e dei bisogni trascurati, piuttosto che dei primati fantastici. Da un progetto misurabile e verificabile di ricostruzione della rete dei servizi, a partire dalla cura dell’ecosistema urbano, del suolo, dell’acqua, delle reti, degli alberi, degli edifici pubblici e delle scuole; quelli in definitiva ai quali è affidata la nostra sicurezza, il nostro equipaggiamento, per dirla come Baden-Powell.
Su tutte queste cose siamo fermi almeno da vent’anni. Da dove ricominciare, come riconvertire a questa missione l’intera macchina pubblica, tutte le risorse umane e finanziarie disponibili, a partire da quella scatola misteriosa/buco nero che restano le aziende partecipate, è la vera sfida, la piattaforma per una nuova alleanza di rinascita civica, e su queste cose non esiste buono o cattivo sindaco, ma solo una buona o cattiva strategia.

Degli interventi su Repubblica Napoli di agosto restava solo questo, sul parco della Floridiana.

Floridiana, i perché della rovina

Antonio di Gennaro, 25 agosto 2019

Il parco della Floridiana è in rovina, Repubblica si è più volte occupata del caso nelle ultime settimane, un interesse doveroso, perché stiamo parlando del giardino all’inglese per alcuni versi più importante della città, uno dei più belli d’Italia. Oltre che dell’unico parco verde del Vomero, uno spazio di importanza vitale per le famiglie, gli anziani, i piccoli del quartiere. Ora gli spazi ombrosi di lecci dove ci inseguivamo da bambini è sigillato dalle reti metalliche dei cantieri, i luoghi magici dell’infanzia irriconoscibili, regrediti alla provvisorietà delle aree degradate, polverose, dismesse.

Alla domanda sul come sia potuto succedere, la risposta è piuttosto semplice: la Floridiana è il contrario di Capodimonte. Tutti e due i parchi sono sotto gestione ministeriale, ma a Capodimonte la differenza l’ha fatta la strategia che il direttore Bellenger ha messo in campo sin dall’inizio del suo insediamento, dopo la riforma Franceschini.

In una lunga intervista del 2017 a Repubblica (“Capodimonte, il bosco ritrovato: ecco il nostro Central Park”) Sylvain Bellenger ha raccontato come la sua priorità fosse quella di mettere il grande parco di 120 ettari al servizio del quartiere e della città, farne una grande infrastruttura ecologica e sociale, e lui pensava soprattutto alla gioventù trascurata dalle politiche pubbliche e dalle istituzioni. Per fare questo ha redatto progetti, cercato risorse, riorganizzato la macchina amministrativa. Il lavoro naturalmente è all’inizio, ma i risultati sono promettenti.

Nel caso della Floridiana tutto questo non è successo. Il Ministero dei beni e delle attività culturali ha mostrato il volto peggiore, distante dai bisogni del territorio, prigioniero di un’organizzazione burocratica, datata, priva per di più delle competenze e dei saperi specifici necessari a gestire quella cosa particolare che è un giardino storico, un bosco urbano, un ecosistema vivente della cui cura ed evoluzione gli architetti, gli storici e gli archeologi del ministero sanno ovviamente assai poco.

Così il problema è stato sottovalutato, e bene ha fatto l’amministrazione comunale a proporsi per la gestione del parco. Ci sarebbero anche risorse finanziarie per intraprendere il restauro, due milioni di euro, ma è evidente che non è possibile dormire sonni tranquilli, perché anche la macchina comunale per parte sua non gode di buona salute, falcidiata dai pensionamenti di “quota 100” e dal blocco del turnover; una struttura oramai quasi priva di agronomi, mentre la squadra di giardinieri è ai minimi termini, senza nemmeno l’attrezzatura minima per operare.

Basta passeggiare in Villa comunale, o percorrere i lacerti del grande bosco dei Camaldoli avventurosamente aperti al pubblico, per constatare quale sia al momento la capacità dell’amministrazione cittadina di curare e gestire il patrimonio di aree verdi.

La lezione è che non conta tanto il livello istituzionale (stato centrale, comune, meglio comunque la collaborazione dei due), quanto la capacità di dotarsi di una strategia, pensare alle aree verdi non come a una fastidiosa appendice del costruito, ma piuttosto il motore clorofilliano, sociale ed ecologico, necessario per assicurare ai cittadini una decente qualità di vita.

E’ evidente che se le istituzioni hanno le idee chiare, anche i privati possono dare una mano. Resta il fatto, come in tutte le politiche pubbliche, che le parole non bastano, servono mezzi, risorse, organizzazione, capacità amministrativa.

Con la Floridiana abbiamo toccato il fondo, speriamo davvero che l’antico giardino affacciato sull’azzurro torni presto a ospitare le avventure dei nostri piccoli, in tutta la sua bellezza e mistero, che l’incanto possa ancora ripetersi.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 6 giugno 2019

Dopo i quartieri orientali di San Giovanni, Ponticelli e Barra, continua a occidente, tra le colline flegree, il viaggio nei casali di Napoli, ripercorrendo la “corona di spine” di Francesco Saverio Nitti. Fino al 1926 erano comuni autonomi, coi loro santi patroni, cultura ed economia, l’unione col capoluogo ne ha stravolto per sempre il destino, declassandoli a periferia. Per tutti loro, a est come a ovest, a distanza di novant’anni, l’integrazione vera con Napoli, qualunque cosa questo significhi, è una questione ancora aperta.

All’estremo ovest c’è Pianura: nelle foto aeree scattate dagli Alleati nei primi anni ’50 per il piano Marshall, queste terre sono ancora un giardino, la conca è tutta un ricamo di filari di vite e piante da frutto, le selve di castagno sui versanti dei Camaldoli sono curate come un salotto, e il casale  – novemila anime in tutto – è un borgo a forma di croce, attorno alla chiesa madre di S. Giorgio.

“Eravamo felici” mi dice Vittorio Balestrieri, il decano degli agricoltori di Pianura. “In contrada Torciolano si viveva insieme, una quarantina di famiglie, tutt’intorno a Masseria Grande, il forno e il torchio erano in comune,  c’erano le stalle, papà coltivava patate, ortaggi, frutta, e pure il grano. Lo accompagnavo col cavallo e il carretto al mercato ortofrutticolo, traversavamo tutta la città, tra un quartiere e l’altro di Napoli c’era solo campagna. Le nostre patate soprattutto erano assai richieste, il suolo vulcanico fertilissimo le rende particolarmente profumate e sapide”. Don Vittorio non lo sa, ma il suo è il racconto di una villaggio rurale (il vicus)  col suo territorio agricolo (il pagus),  un modello di vita comunitario che risale a duemilacinquecento anni fa.

“Poi comprammo la macchina, in tutta Pianura ce n’erano solo tre, intanto il mondo stava cambiando, andammo tutti a vedere Kennedy, il presidente in visita a Napoli percorse il viale da Bagnoli tra due ali di folla.  Erano i primi anni ’60, la famiglia era cresciuta, facemmo domanda al Comune per ristrutturare l’antica casa colonica, ma non arrivò mai risposta. Passarono i vigili, e ci dissero che era inutile aspettare, che potevamo regolarci da soli, della licenza non c’era bisogno… Fu il rompete le righe, la campagna intorno diventò un enorme cantiere, la nostra azienda agricola si è salvata solo perché sta dentro il vincolo cimiteriale”. Così l’antico casale, senza regole, è deflagrato: nel ’51 le aree urbanizzate erano 14 ettari, oggi sono 480, la città è cresciuta di quasi quaranta volte.

Mentre il casale tutt’attorno diventava città, Don Vittorio ha resistito con la sua masseria, come un samurai, ha conservato i suoi quattro ettari di frutteto, e le stalle con 20 vacche marchigiane allevate come si deve, fare zootecnia in città è difficile a causa dei vincoli e delle norme, è un paradosso che debba considerarsi intruso proprio chi il territorio agricolo l’ha difeso. Vittorio vende i suoi prodotti in azienda, è la dimostrazione che l’agricoltura in città è una cosa seria, ma il gioiello ora è il ristorante, con il Dipartimento di Veterinaria ha installato un sistema innovativo di frollatura delle carni, i sensori del computer controllano in continuo il processo, la bistecca di marchigiana frollata quaranta giorni è da svenimento, e le ricerche hanno dimostrato che il trattamento arricchisce la carne di molecole protettive, benefiche.

“Nel discorso pubblico la responsabilità del sacco edilizio” mi dice Pasquale Belfiore, docente di architettura dell’Università Luigi Vanvitelli, assessore all’Edilizia nella giunta Iervolino “è attribuita in massima parte ad Achille Lauro, che però finì di amministrare nel 1961. Certo, se era stato il Comandante a dare il via alla deregulation, negli anni ’60 furono le amministrazioni democristiane e i commissari governativi a mettere in pratica il disegno, almeno fino al piano regolatore del ’72. Con questo il governo centrale cercò di correre ai ripari, fu l’ultimo intervento dello Stato prima che le competenze passassero alle Regioni, ma lo strumento era tutto basato sulla redazione di piani particolareggiati, che nessuno fece mai, e così l’attività amministrativa in materia urbanistica si bloccò di nuovo.”

Un altro aspetto chiave lo sottolinea Vezio De Lucia, una vita da urbanista pubblico, dalla direzione del Ministero a quella del PRG di Napoli con la prima giunta Bassolino: “Con Lauro almeno un timbro sotto la domanda l’amministrazione ancora lo metteva, si trattava in altri termini di un abuso a norma di legge, e gli interlocutori erano ancora i costruttori privati. Dopo, è venuta meno anche l’ipocrisia di mettere le carte a posto, mentre l’imprenditoria privata è sparita, e sono entrate in campo le società e i prestanome del malaffare e della criminalità.”

Se l’amministrazione non risponde, il territorio non rimane certo a guardare. Così a Pianura la costruzione della città abusiva si intensifica, come un missile a più stadi: ai 7.000 vani abusivi realizzati negli anni ’60, se ne aggiungono 20.000 nel decennio successivo, e altri 32.000 tra il 1981 e il 1991. Nel frattempo, in trent’anni, la popolazione del quartiere aumenta di 40.000 unità, come effetto di due trasferimenti di massa: quello seguito al bradisismo dei primi anni ’70, e quello successivo al terremoto del 1980. L’antico borgo rurale che nel 1951 faceva 9.500 abitanti, ora è una città, completamente abusiva, di 58.000 abitanti, il primo quartiere di Napoli per superficie, il quinto per popolazione.

Nel viaggio mi fa da guida Augusto Santojanni, che a Pianura è nato e ha lavorato come medico e come dirigente politico, ora a settant’anni è in pensione, la drammatica trasformazione del casale l’ha vissuta e combattuta per intero, ma non ha smesso di lavorare per il quartiere: il suo giornale, “Il corriere di Pianura”, è il diario civile del casale, va in edicola ogni mese in 1.500 copie, in redazione collaborano una quindicina di giovani, tra cui Rosa che ci accompagna.

Percorriamo a piedi la strada vicinale al bordo della città, dove comincia il bosco di castagno, in località Masseria del Monte, le foglie crepitano sotto i piedi; nascosti tra gli alberi sono gli imbocchi delle cave sotterranee di tufo, solenni e misteriose come cripte, con le volte e i pilastri in roccia, da qui è venuto il piperno dei rivestimenti del Maschio Angioino e del Gesù Nuovo.

Ora lo sguardo abbraccia tutta la conca, al fondo c’è una selva infinita di palazzi di 7, 8 e 9 piani, separati da una scacchiera di strade anguste, col marciapiede che c’è e non c’è, portano i nomi di artisti e filosofi:  Botticelli, Dalì, Empedocle, Talete, Socrate. “Quello che vedi, tranne il minuscolo centro storico che s’è salvato, è tutto abusivo”, mi dice Augusto indicando col gesto la veduta intera.  “All’inizio la criminalità organizzata c’entrava poco, era un’economia locale che partiva dal colono, coi suoi mille metri di terra, e comprendeva il piccolo imprenditore edile, il ruspista per gli sbancamenti, manovali, fabbri, falegnami, e poi certamente i colletti bianchi – progettisti, geometri, notai… Il meccanismo non richiedeva capitali iniziali, la liquidità arrivava alla fine con la vendita delle case, all’agricoltore che aveva conferito la terra restavano un paio d’appartamenti.”

Poi il sistema si è evoluto, industrializzato, un meccanismo descritto nei dettagli da Aldo De Chiara nel suo libro fondamentale sull’abusivismo a Napoli. Aldo queste cose le ha affrontate sul campo, da magistrato in prima linea: “L’assenza delle istituzioni nelle attività di governo e controllo del territorio” mi dice “ha dato campo libero a gruppi organizzati che, sostituendosi di fatto allo Stato, in un momento in cui il Paese cresceva, e l’edilizia legale era di fatto bloccata, hanno fornito abitazioni a fasce sociali meno abbienti. E’ stato un affare per tutti, per la criminalità organizzata certamente, ma anche per i proprietari borghesi che hanno messo a disposizione la terra per le lottizzazioni; e per il mondo delle professioni, perché qualcuno i calcoli del cemento armato deve pure averli fatti.”

La conclusione è che l’abusivismo, che ha rappresentato per un trentennio la base economica del quartiere, è un reato collettivo: parafrasando l’avvocato cocciuto del film Spotlight, si potrebbe dire che “…se serve una comunità per abitare un territorio, serve una comunità per abusarne”. Oltre,  naturalmente, alle insufficienze e alle connivenze della politica – di tutta la politica –  degli apparati legislativi, amministrativi, e anche giudiziari.

Con Augusto ora percorriamo il centinaio di metri pedonalizzati del corso Duca d’Aosta, a Pianura una piazza vera e propria non c’è, questo breve tratto ha un suo decoro, è diventato lo spazio prediletto dei cittadini, anche se un parco pubblico ci sarebbe, un ettaro di verde intitolato ai giudici Falcone e Borsellino,  è uno dei bei parchi della Ricostruzione, ma è inaccessibile, chiuso da anni dopo ripetuti vandalismi.

A poche centinaia di metri, in via Grottole, lo scheletro in rovina di un centro polifunzionale mai completato marcisce da anni, gli alberi lo divorano; di fronte, uno spazio pubblico che funziona lo troviamo, è la “Casa della cultura e dei giovani”, inaugurata nel 2014, l’edificio è bello, riprende nel disegno l’arco catalano delle masserie seicentesche, è un luogo vivo di musica, incontri, laboratori, una risorsa preziosa, in un quartiere-città di 60.000 abitanti dove non c’è il cinema e nemmeno il liceo.

“La Casa della cultura” mi dice Santojanni “è un’eccezione: qui, dopo la Ricostruzione, sono più di venti anni che non succede niente. Nessuna politica pubblica, nessuna economia ha sostituito i  redditi che l’edilizia, nel bene e nel male, ha assicurato per quasi un trentennio. C’è una fascia larga di famiglie che vive in una situazione drammatica, per la quale misure di protezione e assistenza come il reddito di inclusione e quello di cittadinanza hanno una loro logica, con tutte le difficoltà che si sono di gestire bene poi questi strumenti, che comunque evidentemente non bastano.”

Come ci sarebbe da dare una risposta all’abusivismo, mettere a norma questo quartiere-città, dove lo Stato ha scelto ancora una volta di non scegliere, migliaia di domande di sanatoria giacciono in attesa, quelle del primo condono addirittura dal 1985, un’ipocrisia che corrode alla base la credibilità delle istituzioni.

Ora nella grande città abusiva la disillusione regna sovrana, e gli umori cambiano in fretta: alle ultime elezioni europee del 26 maggio, quasi sette elettori su dieci sono rimasti a casa, il tasso di astensione più alto registrato in città. Il riflusso di sfiducia sembra aver colpito duramente anche i vincitori delle politiche 2018, i 5Stelle, passati dal 60 al 43%, più di 8.000 voti persi nel giro di un solo anno, mentre la Lega quadruplica le adesioni, e in percentuale passa dal 2 al 13%. Il PD guadagna 250 voti, non sono molti, ma bastano, grazie al crollo dell’affluenza, a salire dal 9 al 16%, in un gioco ottico all’apparenza confortante.

Torniamo con Augusto e Rosa alla macchina, sotto la grande chiesa di San Giorgio, nel vento umido di questa strana primavera travestita d’autunno. Resta l’idea che Napoli, quando vorrà davvero rimettersi in cammino, è dalle sue periferie che dovrà iniziare, e il compito è immane: dall’est post-industriale, all’ovest post-rurale, bisognerà riabbracciare questi luoghi irrisolti, coi cittadini invisibili che li abitano, rispettarli, pensarli finalmente come una città sola.

 

Antonio Di Gennaro, Repubblica Napoli del 15 marzo 2019

Al di là delle dichiarazioni di rito dopo la Cabina di regia di alcuni giorni fa, è evidente che a Bagnoli siamo tornati in alto mare. I pareri dei ministeri dell’Ambiente e dei Beni culturali, sviluppati in 120 pagine dense dense, dietro la freddezza del linguaggio tecnico-burocratico, suonano come una bocciatura inequivocabile del lavoro svolto sinora. In estrema sintesi, secondo il ministero dell’Ambiente, il Praru (l’acronimo sta per Programma di risanamento ambientale e di rigenerazione urbana) è assolutamente carente dei contenuti necessari per una sua valutazione: “… Il Programma stesso e il relativo rapporto ambientale assumono carattere virtuale in quanto tutte le azioni del Praru hanno indefinita collocazione nell’ambito del territorio di competenza… Le importanti azioni infrastrutturali ( tra cui un nuovo tunnel della Tangenziale ndr) oltre ad essere suscettibili di modifica in dipendenza delle future scelte, forniscono scarse informazioni, talvolta limitate alla loro semplice elencazione e solo indicativamente delineate negli allegati al Piano anche attraverso ipotesi di soluzioni alternative… manca in sostanza la specifica localizzazione delle relative opere stradali, idrauliche e ferroviarie e mancano, altresì, esaurienti informazioni circa lo loro consistenza e modalità di realizzazione.”

Il punto d’arrivo è desolante: “… per i presupposti motivi si ritiene necessario che l’aggiornamento del Praru, con la previsione dell’uso del suolo, venga sottoposto a nuova istruttoria di Valutazione ambientale strategica (Vas), integrato del progetto di bonifica in base agli obiettivi definiti dallo stato di contaminazione del sito coerenti con la destinazione d’uso dei suoli.”

Seguono altre prescrizioni, 18 in tutto, tutte dello stesso tenore, con la richiesta tra l’altro di approfondimenti riguardanti l’infrastrutturazione di base; la qualità dell’aria; gli effetti del nuovo quartiere sui cicli dell’acqua, dei rifiuti, dell’energia; i dettagli del piano di bonifica. Assieme all’invito esplicito a integrare nel Praru le osservazioni pervenute nel corso della procedura, ove pertinenti, molte delle quali, come quelle prodotte dai sindacati e dalle associazioni ( Wwf, Fai, Cgil, Cisl. Uil), dicevano proprio le stesse cose che troviamo ora scritte nei pareri ministeriali. Insomma, il Praru non dovrà essere integrato ma rifatto, ed è evidente che non può esserci nessun tipo di compiacimento nel prendere atto di ciò: il punto per i cittadini italiani, per gli abitanti della città metropolitana, è che le cose si facciano e la città rinasca, ma è evidente che quattro anni sono andati persi. Le tecnostrutture alle quali avevamo chiesto aiuto ci hanno condotto allo stallo. Come se non bastasse, su questo mare di incertezza continua anche a incombere il blocco giudiziario delle aree. Per il resto, stranamente, l’unica cosa sulla quale non si registrano contrasti ma solo certezze, è l’ulteriore fabbisogno di 400 milioni per la bonifica. Stando così le cose, e volendo condividere il lessico inusuale ma efficace impiegato dagli stessi tecnici ministeriali, si tratta evidentemente di affermazioni alle quali va assegnato al momento un puro “carattere virtuale”.

Antonio di Gennaro, 27 febbraio 2019

Un fine settimana di grecale, il vento gelido dei Balcani, con raffiche a oltre cento chilometri l’ora e fiocchi di nevischio impazzito, e in città è di nuovo emergenza. Il senso della gravità lo dà l’appello di protezione civile diramato dall’Amministrazione comunale, non era mai successo, con la richiesta di aiuto volontario rivolta ad agronomi, periti agrari ed agrotecnici, per effettuare le verifiche sulla stabilità degli alberi, in risposta alle centinaia di segnalazioni e richieste di intervento ricevute. In più, tredici scuole chiuse, assieme alla Villa Comunale, e chiusa pure un’arteria importante come viale Antonio Gramsci, dove cinque alti pini si sono pericolosamente inclinati.

E’ bene dire con chiarezza che quei giganti verdi lì non ci stanno bene: furono piantati a metà del ‘900 al posto dei lecci che c’erano prima, quando viale Principessa Elena, come allora si chiamava, fu realizzato alla fine dell’800; opportunamente l’amministrazione aveva iniziato negli ultimi anni la loro sostituzione, con il ritorno del leccio. Del resto, basta guardarli: molti dei pini residui sono cresciuti obliqui, verso la carreggiata, nel tentativo di guadagnare lo spazio vitale per il vasto ombrello della chioma, con la distanza dalle facciate storiche ridotta al minimo.

Dimentichiamo a volte che alberi come questi non sono oggetti d’arredo, ma esseri viventi con le loro precise esigenze, in termini di suolo e spazio aereo: quando li si mette a dimora bisogna immaginarseli cinquant’anni dopo, ma questo basilare esercizio di razionalità non sempre è stato praticato, ed ora ne paghiamo le conseguenze. Poi c’è il fatto che anche il clima è cambiato, su questo non ci sono più dubbi: la frequenza degli eventi estremi, portatori di rischio – pioggia, vento, siccità – è drasticamente mutata, e il fatto grave è che non disponiamo nemmeno più di modelli previsionali adeguati, ogni volta veniamo colti di sprovvista.

Nella vita degli uomini l’unico antidoto all’incertezza è la programmazione, dotarsi di una strategia. Bisogna lavorare in anticipo, giorno per giorno, aver cura e manutenere il proprio ambiente di vita, per prevenire le possibili criticità. Ma proprio questa possibilità ci è di fatto negata. L’inusuale appello ai tecnici, i più esperti dei quali hanno opportunamente risposto (del resto in queste cose occorrono competenze specifiche, e le responsabilità sono gravi), mostra che il re è nudo. Il comune non dispone più della macchina, dei servizi tecnici per curare e tenere in sicurezza il verde urbano. Con la finestra dei prepensionamenti offerta da “quota cento”, l’amministrazione resterà di fatto, di qui a breve, senza agronomi, e con pochissimi giardinieri, la grave crisi finanziaria dell’ente fa il resto, negando i mezzi e le risorse necessarie per le attività di manutenzione, ordinarie o straordinarie che siano.

Una boccata d’aria potrebbe venire dal finanziamento di cinque milioni di recente erogato dalla Città metropolitana, ma bisogna fare i conti con i tempi burocratici, e anche capire a cosa serve il carburante, se la macchina non ce l’hai più. Perché dovremmo averlo compreso, qui non si tratta di piantar alberi, ma di aver cura di quelli che si sono già, un patrimonio ingentissimo di spazi verdi, come l’immenso castagneto urbano dei Camaldoli, e alcuni grandi parchi della Ricostruzione, di fatto chiusi, inaccessibili, ed è la forma di povertà più amara, quella di possedere le cose, ma non aver nemmeno più la forza di goderne.

(Una sintesi dell’articolo è nell’editoriale “L’ambiente senza cura muore”, pubblicato su Repubblica Napoli il 27 febbraio 2019)

Ugo Leone, Repubblica Napoli 11 gennaio 2019

Come si dice? Chi vivrà vedrà. Io ormai mi sono messo l’animo in pace e credo che non la vedrò Coroglio-Bagnoli risanata, “ricostruita” e restituita alla città. Coroglio secondo l’interpretazione di Gino Doria (“Le strade di Napoli: saggio di toponomastica storica”, Napoli, R.

Ricciardi, 1943) deve il nome a “quel cercine o torciglione di panno, che si adatta sul capo a comodo trasporto di oggetti pesanti”. Quel cercine in dialetto napoletano si chiamava curuoglio e veniva utilizzato prevalentemente dalle donne che vi poggiavano cose da trasportare e ad osservare bene e magari anche con un po’ di fantasia, il costone di tufo che ai piedi del Capo di Posillipo si adagia sulla spiaggia ne ha un po’ la forma. Col passare dei decenni fu costruita la strada di collegamento del “Capo” con il mare. E l’area divenne luogo di villeggiatura per molti napoletani prima di diventare la sede di un grande impianto siderurgico “a ciclo integrale”: importava carbone e minerali di ferro, li trasformava in ghisa e acciaio e li vendeva come importante materia prima per usi industriali e per l’industria delle costruzioni. Tutto questo – non anche la strada in costruzione nel 1840- io l’ho visto. Ancora cronologicamente più da vicino ho visto la dismissione delle industrie che ne avevano progressivamente occupato lo spazio.

Ho visto la nascita di Città della Scienza (e il suo incendio) e con grande interesse e partecipazione ho seguito lo sviluppo del Piano regolatore generale e le trasformazioni che prevedeva in questa area ormai diventata “ solo” spazio. Da questa ultima visione sono passati quasi trent’anni e sto sempre aspettando di vedere. E sto aspettando con decrescente speranza che ciò accada. Qualche lettore più fedele ricorderà che quando ne ho scritto in passate occasioni mi sono presuntuosamente paragonato a Mosè il quale per quaranta anni aveva guidato gli Ebrei dall’Egitto verso la “terra promessa” dove scorreva latte e miele. Ne passò di tutti i colori e cominciò a disperare di arrivarci. Tanto che per questa mancanza di fede fu punito e nella terra al di là del Giordano non entrò. Ma gli fu dato di vederla: dall’alto del monte Nebo.

A me, si parva licet, sta toccando da anni la stessa sorte per Bagnoli- Coroglio. Soprattutto dopo aver letto con attenzione il 5 gennaio l’articolo di Antonio Di Gennaro (“ Bagnoli. Il piano Invitalia non funziona”); la risposta di Invitalia del giorno dopo in un’intervista di Roberto Fuccillo (“ Invitalia: Bagnoli, fatta l’analisi del rischio“); l’articolo di Sandro Dal Piaz del giorno 7 (“ Ma quel programma di risanamento ambientale è poco credibile, sia la parola agli enti elettivi”); la replica di Di Gennaro (“Bagnoli e Invitalia. Perché l’analisi di rischio resta segreta?”).

Voglio dire che soprattutto dopo aver letto tutto questo insieme con i documenti di Invitalia citati il mio dubbio diventa una certezza: io Bagnoli risanata e trasformata non la vedrò.

D’altra parte devo anche onestamente riconoscere che non sempre capisco tutto e bene dalla lettura di argomenti come quelli contenuti nelle documentazioni cui fanno riferimento gli articoli su “ Repubblica” che ho citato. Però, conoscendo discretamente l’italiano, qualche cosa mi induce anche riflettere e a farmi e fare domande. La prima è quella che pone anche Antonio Di Gennaro: perché Invitalia sostiene che i risultati dell’analisi di rischio debbano restare segreti? L’altra è ancora più angosciante e riguarda i costi della bonifica. Perché nella intervista a Fuccillo Invitalia dice a chiare lettere: “ I soldi spesi in precedenza, diverse centinaia di milioni, non solo non sono serviti a nulla, ma hanno addirittura aumentato i costi per la nuova bonifica, in quanto il terreno contaminato è stato distribuito su aree dove in precedenza non c’erano sostanze inquinanti”. È come se la bonifica effettuata sino ad ora l’avessero fatta bambini con paletta e secchiello togliendo la sabbia da una parte e spargendola sul resto del terreno. Tanto, appunto, da costringere a fare tutto da capo.

L’idea di dover fare tutto da capo non solo mi terrorizza, ma induce anche a chiedere chi e perché ha buttato soldi per una bonifica che non sarebbe servita a niente, a vantaggio di chi?

Poi, tanto per completare il discorso, caso mai arrivassi a vivere sino a cento anni e “ vecchierel canuto e stanco” me ne volessi andare al Parco Virgiliano per affacciarmi a vedere che cosa sta succedendo di sotto, mi chiedo: quando la bonifica sarà completata che cosa si farà sui territori bonificati? C’è ancora un Prg che dà indicazioni o si ricomincia da capo? E le cose già fatte, non consegnate e in via di progressivo degrado che fine fanno? Esiste sempre una Corte dei conti? Chi vivrà…

Alessandro Dal Piaz, Repubblica Napoli del 6 gennaio 2019

L’intervista al commissario Francesco Floro Flores e l’intervento di Antonio Di Gennaro sulle pagine di Repubblica hanno riacceso finalmente i riflettori sull’area dismessa di Bagnoli-Coroglio. Quel che viene in evidenza non è confortante.

Il commissario giudica il Programma di risanamento ambientale e di rigenerazione urbana (Praru) elaborato da Invitalia un «preziosissimo strumento di programmazione» dal quale ripartire. Giustamente Di Gennaro ne ha argomentato invece la carenza tecnica (manca l’analisi di rischio!) e la conseguente scarsa credibilità. E ha ricordato che nel processo di valutazione ambientale strategica in corso, il Wwf, il Fai e la Cgil metropolitana hanno presentato al ministero dell’ambiente, all’inizio dell’agosto scorso, articolate osservazioni che documentano sotto diversi profili l’inconsistenza del Praru. Nei mesi successivi, va aggiunto, i tre soggetti sociali hanno deciso di intraprendere un’azione comune (cui hanno aderito anche la Cisl e l’Uil napoletane) per stimolare il confronto pubblico con le istituzioni allo scopo di conferire concretezza e operatività al recupero di quella parte di città.

Il Praru è l’elaborazione tecnica conseguente all’accordo interistituzionale governo-Regione-Comune, risalente al luglio 2017, che ha chiuso la fase delle contrapposizioni pregiudiziali. La sua impostazione, però, in tutto coerente con la schematica logica emergenziale dello SbloccaItalia, continua a ignorare la complessità dell’operazione concependo la bonifica ed il riuso urbano del Sito di interesse nazionale (Sin) ex industriale come il progetto di un grande manufatto unitario a bilancio in pareggio, nel quale nuove redditizie destinazioni immobiliari servano soprattutto a riequilibrare i costi del risanamento e dell’infrastrutturazione.

Una impostazione astratta, anzi fittizia, che stima la spesa nel modo infondato che Di Gennaro denuncia e fideisticamente stabilisce la relativa copertura con i ricavi attribuiti fin d’ora alle riutilizzazioni, ad esempio commerciali o ricreative, ipotizzate per un futuro prossimo, che invece deve ritenersi ben più lontano – e incerto – anche a causa dell’attuale carenza di finanziamenti e delle persistenti difficoltà gestionali ed attuative (a cominciare dal sequestro giudiziario di gran parte dei suoli).

Un’impostazione per un verso autoconclusa (rifiuta di considerare gravi criticità al contorno quale, ad esempio, quella che la ferrovia Cumana in superficie determina per l’abitato di Bagnoli) e per un altro verso trasbordante (localizza il porto turistico a Nisida, isola plurivincolata esterna al perimetro del Sin su cui hanno competenza commissario e Invitalia). In entrambi i casi è legittimo sospettare che ciò avvenga soprattutto a causa della logica artificiale del “grande progetto in blocco” con bilancio in pareggio (sulla carta).

Qual è l’alternativa da riproporre? Antonio Di Gennaro, e il documento delle associazioni ambientaliste e dei sindacati, lo dicono con chiarezza. I lineamenti generali, il “piano strutturale” per usare una terminologia aggiornata, sono ormai definiti e irrinunciabili: il grande parco verde, la spiaggia pubblica, il riuso culturale dei manufatti di archeologia industriale, il pontile. Sono invece tutte ancora da ridiscutere le quantità commerciali (specie quelle enormi ipotizzate nell’acciaieria), il porto turistico (perché non ubicarlo davanti all’abitato di Bagnoli, che può fornire tutti i servizi opportuni?), le soluzioni per mobilità e trasporti. Ma occorre in primo luogo completare al più presto le analisi di rischio. Sarà così possibile individuare gli ambiti nei quali non sono necessarie attività di bonifica e sui quali possono partire immediatamente interventi di riuso urbano. E si potrà elaborare sul resto del Sito una vera programmazione attuativa degli interventi, secondo fasi pluriennali in ciascuna delle quali – in ragione delle risorse finanziarie effettivamente disponibili e delle attendibili esplorazioni delle convenienze imprenditive concretamente praticabili nel breve termine – realizzare in modo integrato, su parti gestibili del Sito, le quote di bonifica necessarie lle gli interventi fattibili di riassetto e riqualificazione urbana.

Non è secondario sottolineare che, in questa nuova impostazione, ridimensionando l’artificiosità tecnocratica del mandato aziendale a Invitalia, potrà essere preminente il ruolo delle istituzioni elettive e potrà conseguirsi una vera partecipazione democratica che coinvolga i cittadini e tutti i soggetti sociali nel processo di valutazione e decisione.