You are currently browsing the category archive for the ‘La città’ category.

 

Antonio Di Gennaro, Repubblica Napoli del 15 marzo 2019

Al di là delle dichiarazioni di rito dopo la Cabina di regia di alcuni giorni fa, è evidente che a Bagnoli siamo tornati in alto mare. I pareri dei ministeri dell’Ambiente e dei Beni culturali, sviluppati in 120 pagine dense dense, dietro la freddezza del linguaggio tecnico-burocratico, suonano come una bocciatura inequivocabile del lavoro svolto sinora. In estrema sintesi, secondo il ministero dell’Ambiente, il Praru (l’acronimo sta per Programma di risanamento ambientale e di rigenerazione urbana) è assolutamente carente dei contenuti necessari per una sua valutazione: “… Il Programma stesso e il relativo rapporto ambientale assumono carattere virtuale in quanto tutte le azioni del Praru hanno indefinita collocazione nell’ambito del territorio di competenza… Le importanti azioni infrastrutturali ( tra cui un nuovo tunnel della Tangenziale ndr) oltre ad essere suscettibili di modifica in dipendenza delle future scelte, forniscono scarse informazioni, talvolta limitate alla loro semplice elencazione e solo indicativamente delineate negli allegati al Piano anche attraverso ipotesi di soluzioni alternative… manca in sostanza la specifica localizzazione delle relative opere stradali, idrauliche e ferroviarie e mancano, altresì, esaurienti informazioni circa lo loro consistenza e modalità di realizzazione.”

Il punto d’arrivo è desolante: “… per i presupposti motivi si ritiene necessario che l’aggiornamento del Praru, con la previsione dell’uso del suolo, venga sottoposto a nuova istruttoria di Valutazione ambientale strategica (Vas), integrato del progetto di bonifica in base agli obiettivi definiti dallo stato di contaminazione del sito coerenti con la destinazione d’uso dei suoli.”

Seguono altre prescrizioni, 18 in tutto, tutte dello stesso tenore, con la richiesta tra l’altro di approfondimenti riguardanti l’infrastrutturazione di base; la qualità dell’aria; gli effetti del nuovo quartiere sui cicli dell’acqua, dei rifiuti, dell’energia; i dettagli del piano di bonifica. Assieme all’invito esplicito a integrare nel Praru le osservazioni pervenute nel corso della procedura, ove pertinenti, molte delle quali, come quelle prodotte dai sindacati e dalle associazioni ( Wwf, Fai, Cgil, Cisl. Uil), dicevano proprio le stesse cose che troviamo ora scritte nei pareri ministeriali. Insomma, il Praru non dovrà essere integrato ma rifatto, ed è evidente che non può esserci nessun tipo di compiacimento nel prendere atto di ciò: il punto per i cittadini italiani, per gli abitanti della città metropolitana, è che le cose si facciano e la città rinasca, ma è evidente che quattro anni sono andati persi. Le tecnostrutture alle quali avevamo chiesto aiuto ci hanno condotto allo stallo. Come se non bastasse, su questo mare di incertezza continua anche a incombere il blocco giudiziario delle aree. Per il resto, stranamente, l’unica cosa sulla quale non si registrano contrasti ma solo certezze, è l’ulteriore fabbisogno di 400 milioni per la bonifica. Stando così le cose, e volendo condividere il lessico inusuale ma efficace impiegato dagli stessi tecnici ministeriali, si tratta evidentemente di affermazioni alle quali va assegnato al momento un puro “carattere virtuale”.

Antonio di Gennaro, 27 febbraio 2019

Un fine settimana di grecale, il vento gelido dei Balcani, con raffiche a oltre cento chilometri l’ora e fiocchi di nevischio impazzito, e in città è di nuovo emergenza. Il senso della gravità lo dà l’appello di protezione civile diramato dall’Amministrazione comunale, non era mai successo, con la richiesta di aiuto volontario rivolta ad agronomi, periti agrari ed agrotecnici, per effettuare le verifiche sulla stabilità degli alberi, in risposta alle centinaia di segnalazioni e richieste di intervento ricevute. In più, tredici scuole chiuse, assieme alla Villa Comunale, e chiusa pure un’arteria importante come viale Antonio Gramsci, dove cinque alti pini si sono pericolosamente inclinati.

E’ bene dire con chiarezza che quei giganti verdi lì non ci stanno bene: furono piantati a metà del ‘900 al posto dei lecci che c’erano prima, quando viale Principessa Elena, come allora si chiamava, fu realizzato alla fine dell’800; opportunamente l’amministrazione aveva iniziato negli ultimi anni la loro sostituzione, con il ritorno del leccio. Del resto, basta guardarli: molti dei pini residui sono cresciuti obliqui, verso la carreggiata, nel tentativo di guadagnare lo spazio vitale per il vasto ombrello della chioma, con la distanza dalle facciate storiche ridotta al minimo.

Dimentichiamo a volte che alberi come questi non sono oggetti d’arredo, ma esseri viventi con le loro precise esigenze, in termini di suolo e spazio aereo: quando li si mette a dimora bisogna immaginarseli cinquant’anni dopo, ma questo basilare esercizio di razionalità non sempre è stato praticato, ed ora ne paghiamo le conseguenze. Poi c’è il fatto che anche il clima è cambiato, su questo non ci sono più dubbi: la frequenza degli eventi estremi, portatori di rischio – pioggia, vento, siccità – è drasticamente mutata, e il fatto grave è che non disponiamo nemmeno più di modelli previsionali adeguati, ogni volta veniamo colti di sprovvista.

Nella vita degli uomini l’unico antidoto all’incertezza è la programmazione, dotarsi di una strategia. Bisogna lavorare in anticipo, giorno per giorno, aver cura e manutenere il proprio ambiente di vita, per prevenire le possibili criticità. Ma proprio questa possibilità ci è di fatto negata. L’inusuale appello ai tecnici, i più esperti dei quali hanno opportunamente risposto (del resto in queste cose occorrono competenze specifiche, e le responsabilità sono gravi), mostra che il re è nudo. Il comune non dispone più della macchina, dei servizi tecnici per curare e tenere in sicurezza il verde urbano. Con la finestra dei prepensionamenti offerta da “quota cento”, l’amministrazione resterà di fatto, di qui a breve, senza agronomi, e con pochissimi giardinieri, la grave crisi finanziaria dell’ente fa il resto, negando i mezzi e le risorse necessarie per le attività di manutenzione, ordinarie o straordinarie che siano.

Una boccata d’aria potrebbe venire dal finanziamento di cinque milioni di recente erogato dalla Città metropolitana, ma bisogna fare i conti con i tempi burocratici, e anche capire a cosa serve il carburante, se la macchina non ce l’hai più. Perché dovremmo averlo compreso, qui non si tratta di piantar alberi, ma di aver cura di quelli che si sono già, un patrimonio ingentissimo di spazi verdi, come l’immenso castagneto urbano dei Camaldoli, e alcuni grandi parchi della Ricostruzione, di fatto chiusi, inaccessibili, ed è la forma di povertà più amara, quella di possedere le cose, ma non aver nemmeno più la forza di goderne.

(Una sintesi dell’articolo è nell’editoriale “L’ambiente senza cura muore”, pubblicato su Repubblica Napoli il 27 febbraio 2019)

Ugo Leone, Repubblica Napoli 11 gennaio 2019

Come si dice? Chi vivrà vedrà. Io ormai mi sono messo l’animo in pace e credo che non la vedrò Coroglio-Bagnoli risanata, “ricostruita” e restituita alla città. Coroglio secondo l’interpretazione di Gino Doria (“Le strade di Napoli: saggio di toponomastica storica”, Napoli, R.

Ricciardi, 1943) deve il nome a “quel cercine o torciglione di panno, che si adatta sul capo a comodo trasporto di oggetti pesanti”. Quel cercine in dialetto napoletano si chiamava curuoglio e veniva utilizzato prevalentemente dalle donne che vi poggiavano cose da trasportare e ad osservare bene e magari anche con un po’ di fantasia, il costone di tufo che ai piedi del Capo di Posillipo si adagia sulla spiaggia ne ha un po’ la forma. Col passare dei decenni fu costruita la strada di collegamento del “Capo” con il mare. E l’area divenne luogo di villeggiatura per molti napoletani prima di diventare la sede di un grande impianto siderurgico “a ciclo integrale”: importava carbone e minerali di ferro, li trasformava in ghisa e acciaio e li vendeva come importante materia prima per usi industriali e per l’industria delle costruzioni. Tutto questo – non anche la strada in costruzione nel 1840- io l’ho visto. Ancora cronologicamente più da vicino ho visto la dismissione delle industrie che ne avevano progressivamente occupato lo spazio.

Ho visto la nascita di Città della Scienza (e il suo incendio) e con grande interesse e partecipazione ho seguito lo sviluppo del Piano regolatore generale e le trasformazioni che prevedeva in questa area ormai diventata “ solo” spazio. Da questa ultima visione sono passati quasi trent’anni e sto sempre aspettando di vedere. E sto aspettando con decrescente speranza che ciò accada. Qualche lettore più fedele ricorderà che quando ne ho scritto in passate occasioni mi sono presuntuosamente paragonato a Mosè il quale per quaranta anni aveva guidato gli Ebrei dall’Egitto verso la “terra promessa” dove scorreva latte e miele. Ne passò di tutti i colori e cominciò a disperare di arrivarci. Tanto che per questa mancanza di fede fu punito e nella terra al di là del Giordano non entrò. Ma gli fu dato di vederla: dall’alto del monte Nebo.

A me, si parva licet, sta toccando da anni la stessa sorte per Bagnoli- Coroglio. Soprattutto dopo aver letto con attenzione il 5 gennaio l’articolo di Antonio Di Gennaro (“ Bagnoli. Il piano Invitalia non funziona”); la risposta di Invitalia del giorno dopo in un’intervista di Roberto Fuccillo (“ Invitalia: Bagnoli, fatta l’analisi del rischio“); l’articolo di Sandro Dal Piaz del giorno 7 (“ Ma quel programma di risanamento ambientale è poco credibile, sia la parola agli enti elettivi”); la replica di Di Gennaro (“Bagnoli e Invitalia. Perché l’analisi di rischio resta segreta?”).

Voglio dire che soprattutto dopo aver letto tutto questo insieme con i documenti di Invitalia citati il mio dubbio diventa una certezza: io Bagnoli risanata e trasformata non la vedrò.

D’altra parte devo anche onestamente riconoscere che non sempre capisco tutto e bene dalla lettura di argomenti come quelli contenuti nelle documentazioni cui fanno riferimento gli articoli su “ Repubblica” che ho citato. Però, conoscendo discretamente l’italiano, qualche cosa mi induce anche riflettere e a farmi e fare domande. La prima è quella che pone anche Antonio Di Gennaro: perché Invitalia sostiene che i risultati dell’analisi di rischio debbano restare segreti? L’altra è ancora più angosciante e riguarda i costi della bonifica. Perché nella intervista a Fuccillo Invitalia dice a chiare lettere: “ I soldi spesi in precedenza, diverse centinaia di milioni, non solo non sono serviti a nulla, ma hanno addirittura aumentato i costi per la nuova bonifica, in quanto il terreno contaminato è stato distribuito su aree dove in precedenza non c’erano sostanze inquinanti”. È come se la bonifica effettuata sino ad ora l’avessero fatta bambini con paletta e secchiello togliendo la sabbia da una parte e spargendola sul resto del terreno. Tanto, appunto, da costringere a fare tutto da capo.

L’idea di dover fare tutto da capo non solo mi terrorizza, ma induce anche a chiedere chi e perché ha buttato soldi per una bonifica che non sarebbe servita a niente, a vantaggio di chi?

Poi, tanto per completare il discorso, caso mai arrivassi a vivere sino a cento anni e “ vecchierel canuto e stanco” me ne volessi andare al Parco Virgiliano per affacciarmi a vedere che cosa sta succedendo di sotto, mi chiedo: quando la bonifica sarà completata che cosa si farà sui territori bonificati? C’è ancora un Prg che dà indicazioni o si ricomincia da capo? E le cose già fatte, non consegnate e in via di progressivo degrado che fine fanno? Esiste sempre una Corte dei conti? Chi vivrà…

Alessandro Dal Piaz, Repubblica Napoli del 6 gennaio 2019

L’intervista al commissario Francesco Floro Flores e l’intervento di Antonio Di Gennaro sulle pagine di Repubblica hanno riacceso finalmente i riflettori sull’area dismessa di Bagnoli-Coroglio. Quel che viene in evidenza non è confortante.

Il commissario giudica il Programma di risanamento ambientale e di rigenerazione urbana (Praru) elaborato da Invitalia un «preziosissimo strumento di programmazione» dal quale ripartire. Giustamente Di Gennaro ne ha argomentato invece la carenza tecnica (manca l’analisi di rischio!) e la conseguente scarsa credibilità. E ha ricordato che nel processo di valutazione ambientale strategica in corso, il Wwf, il Fai e la Cgil metropolitana hanno presentato al ministero dell’ambiente, all’inizio dell’agosto scorso, articolate osservazioni che documentano sotto diversi profili l’inconsistenza del Praru. Nei mesi successivi, va aggiunto, i tre soggetti sociali hanno deciso di intraprendere un’azione comune (cui hanno aderito anche la Cisl e l’Uil napoletane) per stimolare il confronto pubblico con le istituzioni allo scopo di conferire concretezza e operatività al recupero di quella parte di città.

Il Praru è l’elaborazione tecnica conseguente all’accordo interistituzionale governo-Regione-Comune, risalente al luglio 2017, che ha chiuso la fase delle contrapposizioni pregiudiziali. La sua impostazione, però, in tutto coerente con la schematica logica emergenziale dello SbloccaItalia, continua a ignorare la complessità dell’operazione concependo la bonifica ed il riuso urbano del Sito di interesse nazionale (Sin) ex industriale come il progetto di un grande manufatto unitario a bilancio in pareggio, nel quale nuove redditizie destinazioni immobiliari servano soprattutto a riequilibrare i costi del risanamento e dell’infrastrutturazione.

Una impostazione astratta, anzi fittizia, che stima la spesa nel modo infondato che Di Gennaro denuncia e fideisticamente stabilisce la relativa copertura con i ricavi attribuiti fin d’ora alle riutilizzazioni, ad esempio commerciali o ricreative, ipotizzate per un futuro prossimo, che invece deve ritenersi ben più lontano – e incerto – anche a causa dell’attuale carenza di finanziamenti e delle persistenti difficoltà gestionali ed attuative (a cominciare dal sequestro giudiziario di gran parte dei suoli).

Un’impostazione per un verso autoconclusa (rifiuta di considerare gravi criticità al contorno quale, ad esempio, quella che la ferrovia Cumana in superficie determina per l’abitato di Bagnoli) e per un altro verso trasbordante (localizza il porto turistico a Nisida, isola plurivincolata esterna al perimetro del Sin su cui hanno competenza commissario e Invitalia). In entrambi i casi è legittimo sospettare che ciò avvenga soprattutto a causa della logica artificiale del “grande progetto in blocco” con bilancio in pareggio (sulla carta).

Qual è l’alternativa da riproporre? Antonio Di Gennaro, e il documento delle associazioni ambientaliste e dei sindacati, lo dicono con chiarezza. I lineamenti generali, il “piano strutturale” per usare una terminologia aggiornata, sono ormai definiti e irrinunciabili: il grande parco verde, la spiaggia pubblica, il riuso culturale dei manufatti di archeologia industriale, il pontile. Sono invece tutte ancora da ridiscutere le quantità commerciali (specie quelle enormi ipotizzate nell’acciaieria), il porto turistico (perché non ubicarlo davanti all’abitato di Bagnoli, che può fornire tutti i servizi opportuni?), le soluzioni per mobilità e trasporti. Ma occorre in primo luogo completare al più presto le analisi di rischio. Sarà così possibile individuare gli ambiti nei quali non sono necessarie attività di bonifica e sui quali possono partire immediatamente interventi di riuso urbano. E si potrà elaborare sul resto del Sito una vera programmazione attuativa degli interventi, secondo fasi pluriennali in ciascuna delle quali – in ragione delle risorse finanziarie effettivamente disponibili e delle attendibili esplorazioni delle convenienze imprenditive concretamente praticabili nel breve termine – realizzare in modo integrato, su parti gestibili del Sito, le quote di bonifica necessarie lle gli interventi fattibili di riassetto e riqualificazione urbana.

Non è secondario sottolineare che, in questa nuova impostazione, ridimensionando l’artificiosità tecnocratica del mandato aziendale a Invitalia, potrà essere preminente il ruolo delle istituzioni elettive e potrà conseguirsi una vera partecipazione democratica che coinvolga i cittadini e tutti i soggetti sociali nel processo di valutazione e decisione.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 5 gennaio 2019

Il 2019 doveva essere l’anno della svolta, speriamo sia almeno quello della ripartenza, il processo per restituire finalmente l’area ex Italsider di Bagnoli alla città aveva subito una battuta d’arresto nell’ultimo anno e mezzo, e non è solo una questione di soldi. Certo colpisce il fatto che, a fronte della richiesta di Invitalia di quasi 400 milioni per rifare la bonifica sull’intera area, con un fabbisogno stimato di circa 150 milioni l’anno, nella legge di bilancio 2019 non si rinvenga traccia esplicita di uno stanziamento corrispondente e così si debba fare affidamento, come ci dice il commissario Floro Flores nell’intervista di ieri, sul residuo dei fondi 2018 (71 milioni) e su uno stanziamento promesso del Ministero dell’ambiente di altri 50 milioni.

Invitalia, giova ripeterlo, è il soggetto attuatore individuato dal decreto Sblocca Italia per condurre finalmente in porto il risanamento ambientale e la rigenerazione urbana dell’area di Bagnoli. A fronte delle critiche, quel decreto del settembre 2014 aveva indubbi aspetti positivi: l’aver messo in sicurezza la proprietà pubblica dei suoli, dopo il fallimento di Bagnolifutura; e aver mobilitato su Bagnoli una filiera istituzionale completa, dal governo nazionale al comune, passando per la regione, costringendo quindi alla cooperazione e al dialogo i diversi livelli di governo, e restituendo alla fine a Bagnoli il profilo di grande questione nazionale.

A distanza di più di quattro anni dal decreto quel meccanismo sembra essersi inceppato di nuovo, e c’è da capire perché sia rimasto ancora senza gambe il faticoso accordo raggiunto in cabina di regia nel luglio 2017 tra governo regione e comune, che pure aveva il merito di non sconfessare le scelte del Piano regolatore del 2004, per certi aspetti anzi migliorandole.

Una risposta è anche nel documento ufficiale nel quale Invitalia ha sintetizzato la sua strategia. Si chiama PRARU (Programma di Risanamento Ambientale e di Rigenerazione Urbana), è scaricabile dal sito istituzionale, ed è stato predisposto in vista della consultazione pubblica per la valutazione ambientale strategica (VAS) del programma, una procedura obbligatoria prevista dalla legislazione comunitaria e nazionale, che è tuttora in corso.

La lettura del documento evidenzia alcuni aspetti singolari, a partire da quelli relativi al completamento della bonifica. Per capire qual è lo stato di contaminazione dei suoli e delle acque, Invitalia ha condotto una capillare campagna di caratterizzazione delle matrici ambientali, i cui risultati sono anche scaricabili dal sito della società. Sin qui tutto bene, i problemi sorgono dopo, perché a partire dai dati analitici di base Invitalia giunge tout court, senza aver effettuato alcuna analisi di rischio sito-specifica – che pure è il passaggio decisivo che la legge prevede – alla conclusione francamente immotivata che la bonifica debba essere ripetuta per l’intera area, con un costo stimato per l’appunto in 388 milioni di euro.

Per intenderci, l’analisi di rischio è la fase nella quale si valuta, attraverso l’uso di idonei modelli, in che misura il contenuto di potenziali contaminanti presenti nei suoli e nelle acque (metalli pesanti, idrocarburi policlici aromatici, ecc.) sia realmente in grado, attraverso i diversi meccanismi di esposizione (inalazione, contatto, ingestione) di costituire un pericolo concreto per le persone che utilizzano l’area per fini residenziali, produttivi, ricreativi. E’ solo con questo tipo di analisi che è possibile per ogni contaminante determinare la soglia di rischio al di sopra della quale diventa necessaria la bonifica.

Senza questo passaggio, sulla base dei soli dati di caratterizzazione, semplicemente non è possibile elaborare un progetto di bonifica, definire cioè la portata, i costi, i tempi dell’insieme di interventi che è necessario attuare. Soprattutto, non è praticabile la scomposizione dell’area complessiva di intervento in porzioni caratterizzate da una diversa intensità dei problemi, fino all’identificazione di sotto-aree nelle quelli l’eventuale contaminazione è al di sotto delle soglie di rischio, che non necessitano pertanto di bonifica, e potrebbero da subito essere riavviate alla trasformazione e alla fruizione pubblica.

Questo passaggio, assolutamente decisivo, nel documento di Invitalia semplicemente manca. Al momento della stesura del PRARU l’analisi di rischio non è stata ancora effettuata, e non si capisce allora da cosa scaturisca la previsione di ripetere la bonifica sull’intera area, con una spesa paragonabile a quella sostenuta nel quindicennio precedente, portando così il costo complessivo della bonifica di Bagnoli a sfiorare i mille milioni, quanto Milano ha speso per l’Expo, solo che lì un contributo decisivo al rilancio della città almeno c’è stato.

Dicevamo che la procedura di valutazione ambientale è in corso, e una novità è la pluralità di organizzazioni, dal WWF Italia al FAI Campania, alle rappresentanze napoletane dei sindacati confederali CGIL CISL UIL, che hanno osservato come la strategia proposta da Invitalia manchi ancora della necessaria concretezza, proprio sulla base di considerazioni del tipo di quelle esposte in precedenza.

E’ una critica niente affatto ideologica, ma pragmatica e costruttiva, dove il timore non è che le cose si facciano, ma all’opposto che si continui a perdere tempo, rincorrendo inutilmente una bonifica senza fine, con il risultato di sacrificare aspetti essenziali. A cominciare dalla rete pubblica dei trasporti, necessaria per  collegare Bagnoli alla città metropolitana, che resta il suo bacino naturale di riferimento, e qui il PRARU punta tutto sulla gomma, con un nuovo svincolo della tangenziale (sforacchiando un altro versante collinare), un parcheggio da 5.000 auto (una roba da 10 ettari, manco fosse un centro commerciale), ed il trasporto su ferro che si limita al prolungamento della linea 6 (tenuto conto delle esigenze, poco più che la navetta di un parco a tema).

In definitiva, mancano per ora i soldi, ma ancor di più manca una strategia attuativa credibile. C’è ancora tempo per recuperare. Il documento che WWF Italia, FAI Campania, CGIL, CISL e UIL di Napoli hanno sottoscritto insieme può essere un contributo serio, e se il tono delle osservazioni è questo, ben venga la partecipazione, come confronto e arricchimento, e ben venga un nuovo protagonismo del commissario e dei livelli di governo locali: le tecnostrutture restano strumenti utili per superare le emergenze, poi è bene che parlino le istituzioni.

 

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 29 dicembre 2018

Resta ancora Barra da raccontare in questo viaggio nella Napoli orientale, anzi ‘A Barra, come la chiamano qui, con l’articolo, e in quella particella c’è tutta la rivendicazione di una storia e del prestigio perduti:  l’idea che non di un quartiere si tratti – completamente invisibile e fuori dai giochi – ma della prima città vesuviana, la porta del Miglio d’Oro. “Il dieci per cento delle ville vesuviane si trova a Barra, ce ne sono addirittura undici” mi dice Pompeo Centanni, lo storico che mi accompagna nel tour, l’appuntamento è a piazza De Franchis, con i lecci e il monumento ai caduti della Grande Guerra. C’è la lapide coi 160 nomi dei cittadini barresi morti nel conflitto, l’ultimo libro Pompeo l’ha presentato venerdì scorso alla biblioteca comunale, scavando con ostinazione negli archivi ha restituito un volto e una storia a ciascuno di essi, in una struggente Spoon River all’ombra del Vesuvio. Intanto, non sai se aprire o chiudere l’ombrello, è il lunedì della grande tempesta di vento, il vulcano è un gigante nero tra le nuvole, sulla città color sabbia s’illumina ogni tanto una cupola, o una scaglia di luce in mezzo al mare.

Da piazza De Franchis, in parallelo, si dipartono i due corsi, la struttura di Barra è particolarissima, ha una doppia anima, c’è il tracciato settecentesco, popolare, di Corso Sirena, con gli antichi edifici a corte; e quello novecentesco, borghese, di corso Bruno Buozzi; le due strade corrono fianco a fianco, parallele. Anche a Barra, come a San Giovanni e Ponticelli, è merito della pianificazione pubblica, dal Piano delle periferie al PRG, aver salvato questi che sono luoghi chiave della memoria, riconoscendo loro la dignità di centro storico.

Subito, su corso Buozzi, troviamo la sede della Società Operaia di Mutuo Soccorso, sulla facciata c’è un bassorilievo con due mani che si stringono, perché qui il welfare era già nato nel 1899, prima che ci pensasse lo Stato, come rete spontanea di solidarietà, con la Società che finanziava agli agricoltori l’acquisto degli attrezzi, indennizzava i giorni di malattia o infortunio, soccorreva i familiari in caso di morte improvvisa del lavoratore. “E’ espressione del movimento cattolico, dopo la Rerum Novarum” mi spiega Pompeo “con le organizzazioni della sinistra c’era un’intesa, una specie di divisione dei compiti, la Società di Mutuo Soccorso pensava all’assistenza, queste ultime alla difesa dei diritti e all’attività nelle fabbriche.” Nella sede troviamo una decina di soci, attraverso le tempeste del Novecento e le crisi di inizio millennio, la Società è ancora attiva: del resto, la disoccupazione nel quartiere è al 40%, la protezione sociale è tornata ad essere un tema caldo, anche se le chiome dei soci sono tutte d’argento, e la difficoltà è piuttosto quella di coinvolgere i trentenni e i quarantenni, con la credibilità di un nuovo progetto.

“I fili che attraversano la storia di Barra” mi dice ancora Pompeo “che è rimasta comune autonomo sino al ’25, sono gli stessi delle altre due città orientali di San Giovanni e Ponticelli: l’agricoltura e la fabbrica. Erano i luoghi della produzione materiale, gli abitanti erano coltivatori e operai, ma la parabola della crisi è stata diversa per i tre centri, e a Barra probabilmente più dura, perché qui non c’è mai stata la densità industriale di San Giovanni, mentre l’agricoltura, che era assai fiorente di produzioni frutticole, ortive e viti, è stata completamente distrutta dall’urbanizzazione degli anni ’60 e ’70, con le lottizzazioni che non hanno risparmiato proprio niente, nemmeno i giardini storici delle ville vesuviane, trasformati in agglomerati edilizi senza qualità. E’ finita l’industria, ed è finita anche l’agricoltura, un quartiere di quarantamila abitanti si è trovato senza più alcuna base produttiva”.

L’altra faccia della desertificazione urbana la raccontano gli esponenti del “Comitato di cittadinanza attiva per la Barra”, con loro ripariamo dal vento e la pioggia in un negozio su corso Sirena. “Barra è il quartiere invisibile” esordisce Rino Amato, presidente del comitato. “Schiacciato tra Ponticelli e San Giovanni, è rimasto come separato dal resto della città. Le autostrade e superstrade per collegare Napoli ci hanno chiuso da ogni parte, siamo diventati un’enclave: il trasporto pubblico non esiste più, l’unica linea di autobus che serviva le diverse parti del quartiere, che ha un territorio assai vasto, è stata abolita; non è rimasta una banca, un cinema, un teatro. Trentasettemila abitanti sopravvivono così, senza servizi, e non c’è nemmeno un motivo per venire qui: a San Giovanni ora hanno il campus di Ingegneria, a Ponticelli l’Ospedale del Mare; a Barra invece non c’è nessuna funzione di ordine superiore, prima almeno c’era la Pretura, magistrati importanti hanno iniziato qui la loro carriera, s’era creato un indotto, ora niente.”

“Poi c’è la crisi di rappresentanza” interviene Luigi Valentino, altro membro del comitato civico. “Il quartiere non ha più voce. Nella Municipalità 6, che comprende anche Ponticelli e San Giovanni, Barra, che pure ha un terzo degli abitanti, ha eletto solo 3 consiglieri su 30, in consiglio comunale il quartiere può contare su 1 consigliere su 40. Per un’area come questa, dove la partecipazione alla vita politica è sempre stata una cosa importante, è il segno della resa.”

Eppure, ci sono reti sociali che resistono. Percorriamo i basoli scuri di pioggia di corso Sirena fino alla chiesa madre di S. Anna, ci aspetta il vicario, don Fulvio Stanco, è un ragazzo di trent’anni, ha un fisico da rugbista e lo sguardo sicuro, è lunedì mattina ma l’antica navata, con gli affreschi di Solimena, è piena, ci sono molte donne del quartiere, dopo la funzione è tutto un via vai, c’è un atmosfera attiva, ognuno ha un ruolo, un compito da portare a termine. “In un territorio così particolare, stiamo sperimentando una nuova organizzazione per la parrocchia, un modello diffuso. Gli incontri li facciamo a turno nei rioni di edilizia pubblica, nelle corti del centro storico. In ognuno di questi luoghi c’è un responsabile, un gruppo che tiene le fila, per molte attività ci appoggiamo alle scuole. In questo modo cerchiamo di costruire una riflessione comunitaria, un percorso per migliorare, anche attraverso piccole cose, le condizioni di vita del quartiere. La difficoltà più grande” continua don Fulvio “è la desertificazione: di fronte al vuoto di prospettive i giovani vanno via: delle trenta coppie del corso prematrimoniale, solo due o tre rimarranno a vivere qui. Se non invertiamo questa emorragia il quartiere non ha futuro, ogni sforzo è inutile.”

In effetti, la demografia indica un declino inarrestabile: dopo la crescita nei decenni di edilizia pubblica, il quartiere perde ora regolarmente 2-300 abitanti l’anno, la popolazione che nell’80 aveva toccato i 45mila abitanti, è adesso intorno ai 36mila, siamo tornati ai livelli del 1955.

Lasciamo corso Sirena e risaliamo via Giambattista Vela, c’è un cancello serrato, e dietro un parco rigoglioso, palme e lecci che crescono da soli, è il bosco di Villa Salvetti, una delle undici ville vesuviane sei-settecentesche di Barra, è proprietà comunale, come le altre è prigioniera di una storia infinita di restauri sciatti mai completati, desolanti abbandoni, nuove distruzioni. Il risultato è che nemmeno una delle ville, coi loro parchi, è attualmente visitabile, aperta al pubblico, ed è questa la principale battaglia del comitato civico: fare di questo straordinario patrimonio l’attrattore turistico-culturale che manca. Poco oltre, troviamo sbarrato anche il cancello del grande parco di Villa Letizia, nella luce gialla dello scirocco le palme oscillano, sembra un bosco tropicale in disfacimento, l’autunno del patriarca, e fa veramente male osservare da fuori questi quattro ettari di verde recluso, in abbandono, in un quartiere che ha bisogno proprio di tutto.

L’avanzata del nulla stava a un certo punto cancellando un altro pezzo di storia, il centro Ester, che è proprio di fronte, nella stessa strada, con le palestre e i campi sportivi nel verde, un movimento sportivo capace di portare la squadra femminile di un quartiere operaio a giocare la seria A di pallavolo, la bacheca scintillante di trofei è la prima cosa che ti accoglie entrando nella bella palazzina centrale. Negli ultimi anni, una gestione malaccorta aveva condotto al dissesto finanziario e alla chiusura, e la buona notizia, che pure Repubblica ha dato, è stata la riapertura del centro lo scorso settembre, grazie all’intervento di un giovane imprenditore di Barra. Si chiama Pasquale Corvino, ha quarantadue anni, dopo essersi fatto le ossa fuori è tornato qui, ha trasformato il negozio di famiglia nella più importante piattaforma e-commerce al mondo di di abbigliamento per l’infanzia, utilizzata da 16.000 aziende in 25 diverse nazioni del mondo, fino all’Arabia Saudita e al Katar. Nella BabyDream, l’azienda che Pasquale ha fondato, lavorano 35 persone, sono ragazzi e ragazze come lui, molti sono compagni di scuola e di quartiere, che ha portato con sé nell’avventura. “Quando ho iniziato a pensare alla possibilità di fare qualcosa per il centro Ester, m’è preso un sentimento fatto per tre quarti di entusiasmo, per un quarto di paura. Tutti, a partire dalla famiglia, mi scoraggiavano, mi dicevano che non era il caso di correre rischi inutili, e io mi chiedevo il rischio dove fosse, allora ho chiesto a un’importante società di consulenza di preparare un business plan, alla fine il mio progetto ha vinto, in quaranta giorni abbiamo restaurato e rimesso in funzione tutto, ora ci lavorano 45 persone, che seguono l’attività sportiva di 1.100 ragazzi. Un’altra cosa che il centro Ester sta facendo” prosegue Pasquale “è aiutare le scuole pubbliche del quartiere a riattivare e attrezzare le palestre, vorremmo che i giovani di Barra possano studiare qui, a casa loro, in strutture di qualità. Poi stiamo cercando di dare la possibilità a ragazzini disagiati di fare sport da noi, iniziamo con un gruppo di 50 bambini della scuola media Rodino'”.

Già, la Rodinò: è la scuola di frontiera di Barra, ci lavora un manipolo di docenti di valore, sulla facciata ci sono gli striscioni delle onlus – Save the Children, Il tappeto di Iqbal -,  la platea dell’istituto comprende le aree più disagiate del quartiere, il rione delle Case Gialle, poco più in là, oltre la boscaglia e i binari, c’è il campo nomadi. Il modello con il quale il centro Ester si è salvato ricorda molto quello vincente della periferia “interna” della Sanità, con il capitale territoriale che viene riportato in vita dai ragazzi, le onlus, uomini di Chiesa e imprenditori illuminati, in attesa che politiche pubbliche decenti si rimettano in moto.

“Mi raccomando” dice Pompeo mentre ci salutiamo, con il tifone che incalza “ditelo che questa non è solo la terra delle stese, il triangolo della morte, che c’è gente che cerca di resistere, pare che i media siano in grado di raccontare solo questo.” Torna l’immagine del quartiere invisibile, ma il guaio vero è l’isolamento. Barra non è più città, ma non è mai entrata nella vita del capoluogo, per questi luoghi Napoli non è riuscita ancora, a distanza di un secolo, a costruire un destino comune, un progetto amministrativo decente, e la verità è che non esiste solo un muro tra il centro e l’area orientale, ma tanti muri, che separano le tre città dell’est, chiuse nel risentimento di una storia che non c’è più, nell’assenza di un futuro insieme, che nessuno ha pensato mai di costruire.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 15 ottobre 2018

Di quante città diverse è fatta Napoli, la domanda alla fine rimane quella, ci penso ora che la collina finisce, e dal viadotto della 162 appaiono le torri bianche e azzurre di Ponticelli, che svettano sulla piana, nella foschia luminosa di una mattina d’ottobre. Il quartiere è proprio grande, Ponticelli è uno dei cinque quartieri di Napoli con più di cinquantamila abitanti: se per ipotesi tornasse comune autonomo, com’era un secolo fa, sarebbe tra le prime quindici città della Campania, non il margine estremo di un capoluogo straniato, che di queste terre e di questa gente sembra non sapere cosa farsene.

Ho chiesto a Luigi Verolino, il massimo storico di Ponticelli, di accompagnarmi, lo incontro nella piccola sede fasciata di libri dell’associazione culturale del quartiere, una fucina di indagini e ricerche, più di cinquanta pubblicazioni prodotte nell’ultimo ventennio, e il giro inizia qui, dal centro storico, che è un piccolo gioiello, monumento di una civiltà rurale millenaria, restaurato con il programma straordinario dopo il terremoto dell’80.

In via Cozzolino, la piccola arteria che attraversa il centro, il traffico pedonale è intenso, quattro nonni giocano a carte fuori il bar, il commercio delle piccole botteghe è vivo, dietro gli archi dei portoni si aprono le corti, con le cantine, le stalle, un dedalo inaspettato di logge, scale e finestrelle; questi cortili interni erano il fulcro operativo dell’attività agricola fiorentissima che si sviluppava sui novecento ettari della piana, dove ogni metro era diligentemente coltivato a cereali, ortaggi, canapa, foraggi.

Proseguiamo fino a piazza Vincenzo Aprea – l’ultimo grande sindaco di Ponticelli prima dell’accorpamento con Napoli nel 1925 – dov’è la bella basilica di Santa Maria della Neve, l’impianto è del ‘500 su un precedente nucleo angioino, il complesso è tenuto impeccabilmente, con un corredo notevole di opere d’arte e arredi; sul lato opposto della piazza, anch’essa in perfetto stato, la facciata umbertina della grande scuola elementare del 1913.

“Quella di Ponticelli è una storia municipale importante” mi dice Luigi “sempre nel segno dell’autonomia. Il nucleo più antico dell’insediamento è una necropoli sannita, l’origine è quindi diversa da quella greca del capoluogo, e il piccolo centro non era tanto legato a Napoli, quanto alle altre città sannite della piana, Capua, Atella, Nola.” Da allora, prosegue Verolino, lo spirito d’indipendenza è rimasto una costante. Tra la metà del ‘500 e quella del ‘600, ad esempio, quando la Corona, per risanare i bilanci, a più riprese vendette i casali alla nobiltà, per tre volte l’assemblea dell’Università di Ponticelli – l’organo rappresentativo del casale – decise di riscattarsi, versando in proprio il prezzo stabilito, pur di non cadere sotto il controllo dei feudatari.

“Anche per questo motivo” mi spiega Luigi “a Ponticelli non troviamo ville vesuviane, come nel resto del Miglio d’Oro. Insomma, la libertà qui è un’idea fissa, Ponticelli è stato il primo quartiere europeo a insorgere contro il nazifascismo, la mattina del 23 settembre 1943, ci fu uno scontro, i partigiani uccisero due militari tedeschi, innescando una rappresaglia feroce in via Ottaviano, con trenta civili trucidati.”

Il casale è cresciuto nei secoli, sostenuto dall’economia agricola delle masserie, degli orti e dei mulini: alla fine del ’700 gli abitanti sono quattromila, diventano diecimila ai primi del ‘900, e ventunomila nel 1950, ma intanto la fisionomia è cambiata, la nuova popolazione è operaia, Ponticelli offre residenza ai lavoratori delle fabbriche di San Giovanni, Barra, Poggioreale, Bagnoli. Agricoltura e industria convivono qui in una particolare cultura del lavoro, che spiega poi l’impegno sindacale e politico, il radicamento storico nel quartiere dei partiti e delle associazioni della sinistra operaia.

E’ dalla metà degli anni ’50 che la storia mette l’acceleratore e l’equilibrio si rompe, da allora la popolazione di Ponticelli è quasi triplicata, oggi gli abitanti sono 55mila, ma l’impennata demografica è completamente sganciata dalle vicende dell’economia e del lavoro, è piuttosto il risultato della edificazione, sui suoli fertili della piana, di tutto un arcipelago di rioni di edilizia pubblica residenziale – De Gasperi, Incis, Conocal, Parco Merola, Lotto Zero – lungo tutto il quarantennio che va dalla ricostruzione post-bellica a quella post-terremoto.

“Quella di Ponticelli è una vicenda territoriale complicata, ma è necessario distinguere” mi dice Giovanni Squame, che nel quartiere è nato, ha svolto attività sociale e politica, era lui a presidere nei primi anni 2000 il consiglio comunale che ha approvato il nuovo piano regolatore di Napoli. “La ricostruzione dopo il terremoto dell’80 non è stata un cumulo di errori, ha salvato il centro storico, dato al quartiere i parchi pubblici e le attrezzature sportive, le scuole e le strade, insomma ciò che mancava per diventare veramente città. Certo poi, l’edilizia popolare è una pagina scura: il potere pubblico ha costruito le case, dimostrandosi poi totalmente incapace di gestire il patrimonio, dall’assegnazione degli alloggi, alla carenza drammatica di cura e manutenzione.”

Ad accrescere i problemi, c’è il fatto che a un certo punto il grande progetto urbano si è improvvisamente interrotto, come un ponte proteso sul vuoto. Percorriamo con Verolino i viali intorno al grande parco De Filippo – via Malibran, Virginia Wolf, Cupa Lettieri, via Matteotti – ed è un viaggio nella terra di nessuno: oltre cento ettari di orti fertili, espropriati quarant’anni fa per realizzare i servizi di quartiere, giacciono in abbandono, una landa desolata di sterpaglie grande quanto il bosco di Capodimonte, e ti rendi conto che il disagio non riguarda solo le isole recintate dei rioni, ma il vuoto che è rimasto intorno, la mancanza di un tessuto connettivo che dia senso al tutto, che restituisca al quartiere un paesaggio decente di vita.

Poi a volte basta poco, ed è anche vero che esistono differenze, come al rione Incis, dove le cose funzionano un po’ meglio, hanno aperto piccoli locali, la sera è diventato luogo di ritrovo dei ragazzi, e capisci allora che i giudizi sbrigativi servono a poco, nel disagio generale ogni luogo ha la sua storia, potenzialità e problemi, che bisognerebbe con umiltà studiare, comprendere, affrontare.

Risaliamo a nord, lungo via Galeone, tra la Circumvesuviana e il viadotto della 162 c’è un’isola di agricoltura che si è salvata – erano novecento ettari a Ponticelli, ne sono rimasti scarsi un centinaio. E’ un mosaico fitto di campi recintati, casette, serre, capannoni, ma nel disordine resta comunque un decoro, a terra non trovi una carta. Sono colture intensive di fiori, rose, ortaggi, il suolo è così produttivo che un solo moggio – poco più di tremila metri quadri – basta a un agricoltore per sostenere la famiglia, laureare i figli, maritare le ragazze. E’ un’agricoltura fatta di aziende microscopiche che l’Unione europea proprio non capisce, né siamo stati in grado di spiegargliela, difenderla, finanziarla; era la nostra forza e l’abbiamo distrutta, proprio ora che tutto il mondo riscopre le virtù sociali ed ecologiche dell’agricoltura urbana.

Nel mentre ci viene incontro un floricoltore, ha lavorato una vita, ma ci dice che le serre non le aggiusterà più, i figli lavorano fuori, è una tradizione secolare che si spegne. Mentre parliamo avverti un mormorio, c’è un piccolo canale di bonifica, l’acqua chiara ci passa accanto, lambisce un rustico in rovina, l’antico Mulino di Casoria, uno dei tanti dei quali è disseminata la piana umida del Sebeto; lungo la sponda, macchie verdi di pioppi, nespoli, fichi, sembra lo scorcio di un paesaggio fiammingo.

Riprendiamo la superstrada urbana di via Argine, con gli stabilimenti dell’Ansaldo, la Whirlpool e Auchan rimane l’asse industriale e commerciale più forte, è completamente spoglia d’alberi e di verde, anche qui basterebbe poco per ingentilirla, il progetto c’era per farne un boulevard per le persone, oltre che per le auto, chissà dov’è finito.

Riaccompagno Luigi alla sede dell’associazione e penso che questa piccola stanza tappezzata di libri è un segmento della straordinaria rete sociale e culturale che, nella completa assenza di politiche pubbliche, tiene in piedi il quartiere. Una trama che comprende le scuole, la chiesa, il terzo settore, il volontariato. Dalle materne agli istituti superiori, la filiera della scuola pubblica a Ponticelli ha punti di eccellenza a scala cittadina: nonostante il contesto difficile il patto formativo con i ragazzi e le famiglie tiene ancora. Anche le parrocchie svolgono da sempre un lavoro straordinario, nel quartiere l’associazionismo e il cattolicesimo di base hanno sempre avuto radici assai profonde; così come resiste l’impegno laico, la Casa del popolo in corso Ponticelli resta comunque aperta, un luogo importante di discussione ed elaborazione, al di là della crisi dei partiti.

“Qui a Ponticelli la capacità di cooperazione e lo spirito di sopravvivenza sono più forti che in altri quartieri della zona orientale, sarà una questione di radici” mi dice Anna Ascione del Centro diurno Lilliput dell’Unità operativa Dipendenze dell’Asl 1: al suo progetto di orti sociali, con il quale è riuscita a strappare al degrado parte del grande parco pubblico De Filippo, hanno aderito scuole, parrocchie, una trentina di associazioni, e 130 famiglie. La sede del Centro Lilliput per la cura delle dipendenze da sostanze e dal gioco è all’interno del Lotto 0, di fronte alla cattedrale sfarzosa dell’Ospedale del mare. “Quando dico dove siamo, la gente si spaventa anche solo di entrare. Superata la paura e il pregiudizio, trovano invece un ambiente accogliente, colorato, con operatori preparati, ci sono anche i ragazzi delle superiori che ci aiutano con l’alternanza scuola lavoro. Io credo che Ponticelli e l’area orientale continuino a dare a Napoli più di quanto ricevano, il futuro della città comunque passa di qui.”

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 26 settembre 2018

Lo svincolo dell’autostrada atterra nel quartiere tra pinnacoli di containers rossi e blu, l’appuntamento con Valerio è sul corso brulicante di gente e d’automobili, vuole parlarmi della ricerca che sta facendo per la tesi di laurea, l’ha intitolata “La palude”, è la storia di una generazione, la sua, quella degli uomini e le donne che hanno 20 e 30 anni oggi, nel vuoto di futuro di San Giovanni a Teduccio.

Per capirci qualcosa bisogna partire dai luoghi, ci fa da guida Enzo Morreale, è la memoria storica del quartiere, una vita di lavoro come fotoincisore, poi il lungo impegno come sindacalista, politico, attivista sociale. Neanche il tempo per le presentazioni, Enzo è un fiume in piena, mi dice che le palazzine davanti le quali ho parcheggiato sono quelle dello Sperone Vecchio, un’isola di edilizia storica perfettamente conservata, già presente nella mappa del Duca di Noja di fine ‘700. Allora la città e le fabbriche non c’erano, a San Giovanni semplicemente c’era l’incontro di due straordinari paesaggi di Campania felix: quello dei mulini e degli orti della pianura intrisa d’acqua, e quello degli arboreti da frutto asciutti, delle pendici basse del Vesuvio.

Certo Napoli già allora tendeva a respingere qui, oltre il Ponte dei Granili, tutte le attività insalubri, le concerie, i macelli, ma il destino di San Giovanni non era quello di una ruralità degradata e delle osterie di passo, ma la modernità delle fabbriche e dell’energia: l’Officina ferroviaria di Pietrarsa viene fondata nel 1840, la Corradini nel 1882, nel 1900 arriva la Cirio, mentre inizia nel 1930 a Vigliena la costruzione, ad opera della Società Meridionale di Elettricità (S.M.E.), della prima centrale elettrica “Capuano”. Insomma, quando nel 1925 San Giovanni perde lo status di comune autonomo ed è annessa a Napoli, è una cittadina industriale, uno dei cuori pulsanti dell’economia del Mezzogiorno e del Paese.

Proprio dietro lo Sperone Vecchio, in via Signorini, Enzo ci mostra la prima sede della Cirio, è la parte dello stabilimento ancora non recuperata, il resto ospita ora il dipartimento di ingegneria, una delle poche operazioni di rigenerazione felicemente portate a termine. Il campus è molto bello, le lezioni non sono ancora riprese, i giardini sono deserti, tra le aiuole c’è un grande crocifisso ligneo, è quello che accoglieva i 6.000 operai dello stabilimento Cirio. Il vecchio caporeparto Durante lo aveva messo in salvo in un deposito di Vigliena, con Enzo erano stati avversari, ma lui gli telefonò, ed insieme organizzarono la riconsegna all’università con una processione popolare, fu un momento toccante: per tutti, credenti e non credenti, quel crocifisso era il simbolo di un’epoca di dignità e di lavoro.

Prendiamo via Ottaviano, c’è un edificio imponente in mattoni di tufo, sembra quasi una dimora patrizia, e invece anche questa era fabbrica. Da una bottega di fronte esce un signore imbiancato, si chiama Vincenzo, s’intrattiene con noi per raccontarci la storia. Nell’800 qui c’era il Mulino Elena, la targa d’ottone dice 1828, poi a inizio ‘900 arriva la Cirio, e dopo ancora la Comanducci, un’azienda che lavorava la banda stagnata per produrre barattoli per i pelati. Quindi l’abbandono, ora il fabbricato è perso nel tempo, porta ancora gli infissi in legno originali, sembra di stare in un libro di Dickens, infatti tempo fa è stato usato per una fiction.

Valerio ne approfitta per segnalarmi alcuni aspetti della struttura urbana di San Giovanni: innanzitutto, rispetto alla monocultura siderurgica di Bagnoli, la gamma sterminata di attività industriali che c’è stata qui, con la meccanica, i mulini, l’agroalimentare, la cantieristica, l’energia, la chimica, i petroli, le vetrerie, le arti grafiche… E ancora, la mancata separazione tra fabbrica e abitazione, a San Giovanni non c’è una zona industriale distinta dai rioni operai, le fabbriche sono in mezzo alle case, fanno parte dell’abitato.

Il terzo aspetto lo aggiungo io, è quello della memoria, dell’attaccamento ai luoghi: i cittadini di San Giovanni che sto incontrando custodiscono gelosamente vicende e storie lontane di ogni sito, stabilimento, procedimento produttivo. E ci sono giovani come Valerio che queste storie sentono il bisogno di ascoltare, per scoprire chi sono, o forse per provare a elaborare per questi luoghi una prospettiva autonoma, che vada oltre il rimpianto per il secolo d’oro dell’industria.

Ora scendiamo al mare di Vigliena. L’antico forte di pietra corrosa è un luogo sacro, l’ultima roccaforte della Repubblica Partenopea del 1799, giace tristemente sepolto da reticolati ed erbacce, come un rudere da smantellare. Il mare lo lambiva un tempo, prima di essere ricacciato indietro dalle colmate, ora davanti c’è la centrale elettrica dismessa, costruita col piano Marshall negli anni ’50, e lo stabilimento Cirio progettato nel 1928 da Aldo Trevisan, sembra un maniero post-moderno, produceva 600.000 barattoli al giorno, quando nella piana c’erano 10.000 ettari coltivati a pomodoro San Marzano, ora la campagna è diventata periferia, gli ettari sono meno di 150, di quel modello di agroindustria, che pure ha fatto epoca, non è rimasto niente.

Arriviamo alla nuova centrale turbogas, costruita negli anni 2000 dalla Tirreno Power. Lungo i muri scrostati della stradina che la fiancheggia verso il mare, i cartelli segnalano pericolo mortale: come Cariddi l’impianto risucchia l’acqua del mare per il raffreddamento, poi la risputa, il rischio dei vortici è segnalato da un sibilo minaccioso che riempie l’aria, ma dopo un po’ ti abitui, come s’è abituata la piccola comunità che continua a frequentare in semi-clandestinità la piccola baia.

C’è un pescatore che ripara la lancia in secca; un altro va a caccia di granchi sugli scogli di lava nera, si avvicina con un secchio di plastica azzurra, Morreale ne tira fuori un granchio fellone, tenendolo per il carapace, la bestiola è aggressiva, taglia minacciosa l’aria con le chele, è il segno che l’ecosistema marino non è del tutto scassato, e si va a suo modo riprendendo. Poi incontriamo Pitbull, un marinaio dal fisico perfettamente corrispondente al nomignolo, s’è inventato una piccola attività, per un modesto compenso traghetta i pescatori con la canna fino alla diga foranea.

Ad ogni modo, in questa piccola baia doveva sorgere Porto Fiorito, un complesso turistico da 800 posti barca, a distanza di un decennio il progetto è naufragato sugli scogli della bonifica, che anche qui come a Bagnoli, nella completa opacità di procedure e obiettivi, ha finito per fagocitare tempi, soldi e speranze di riconversione.

Nel retrospiaggia il gioiello della Corradini, la fabbrica di fine ‘800 per la lavorazione del rame. Acquisito dal Comune di Napoli, il complesso doveva essere recuperato per attività culturali e l’accoglienza giovanile, ci sono la delibera e gli stanziamenti, ma anche in questo caso tutto si è inspiegabilmente bloccato.

Nel vuoto d’iniziativa del Comune, è ora l’Autorità portuale a farsi avanti, con la previsione di occupare la baia di Vigliena e l’area Corradini con la darsena e il nodo ferroviario per i container, sottraendo così a San Giovanni il prezioso tratto di litorale. “E’ la solita storia” mi dice sconsolato Valerio “San Giovanni continua a rappresentare per Napoli non un quartiere ma un’area di risulta, dove scaricare le attività sgradite: petroli, impianti energetici, depuratori, container, ed anche le autostrade per entrare in città, con gli svincoli che passano sulle nostre teste e le case, nell’idea che la città inizi veramente solo a Piazza Garibaldi”.

In attesa di sviluppi, una vegetazione rigogliosamente selvaggia sta ricoprendo i capannoni in rovina della Corradini, sullo sfondo del Somma-Vesuvio, e la scena è quella di una Pompei industriale, dove il vento della storia ha spazzato via lavoro e attività produttive, lasciando in piedi, con destini tragicamente separati, i muri delle fabbriche e le vite degli uomini.

Al culmine del ciclo industriale di San Giovanni, le industrie davano da vivere a più di 100.000 persone, oggi la disoccupazione supera il 40%. “Eravamo un quartiere di produttori, ora non ci resta che consumare, le famiglie si indebitano, le sale gioco proliferano, l’acqua marcia dell’illegalità tende ad occupare interstizi e spazi liberi” mi dice Valerio, che vuole misurare questi processi, comprendere come la deindustrializzazione ha cambiato la vita delle persone, dalla crisi degli anni ’70, all’agonia degli anni ’80; fino alla prospettiva, con l’urbanistica riformatrice degli anni ’90, di un nuovo destino post-industriale, basato su rigenerazione, sostenibilità, vivibilità. “In molte delle proposte del nuovo piano regolatore noi avevamo creduto, quella che è assolutamente mancata è la capacità amministrativa, una classe dirigente, assieme e una strategia credibile per attuarle” conclude Enzo Morreale.

Alla fine comunque, la lunga crisi ha finito per intaccare fedi e appartenenze storicamente consolidate: alle politiche del ’76 a San Giovanni a Teduccio il PCI da solo conquistò il 63% delle preferenze, con più di 13.000 voti; dopo un quarantennio, alle elezioni del marzo 2018, è stato il Movimento 5 stelle a toccare una percentuale simile (61%), con la differenza che questa volta sono bastati 5.500 voti, perché metà degli elettori ha preferito starsene a casa, e la materia di riflessione, per chi ne avesse voglia, evidentemente non manca.

Il tour lungo la costa prosegue verso sud: stretta tra la colmata del depuratore, i binari e lo splendido museo delle locomotive, la baia di Pietrarsa è stata recuperata, ci sono ombrelloni e ragazze che prendono il sole dolce di settembre, e ha ragione Luca Rossomando che ha scritto di questi luoghi, l’atmosfera è quella sobria di una spiaggia italiana negli anni ’50.

Così come è in buono stato l’ecosistema verde del Parco Troisi – secondo Enzo Morreale, il miglior risultato della Ricostruzione dopo il terremoto dell’80 – tre fratellini di colore giocano sul prato, ci sorridono, solo il grande lago è in secca, s’è bloccato da tempo il sistema di pompe che emungono l’acqua dalla falda e la tengono in circolo, nessuno provvede ed è un peccato, il lago era diventato un simbolo del quartiere, ci viveva anche il raro rospo smeraldino, ma lasciato così, per dirla con Valerio, è solo un’altra immagine della palude.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 26 giugno 2018

La prima cosa da dire su “Napoli, promemoria”, il libro di Vezio De Lucia con prefazione di Tomaso Montanari, che si presenta al PAN martedì 26 giugno alle 17.00, è che è assai bello, il racconto avvincente dell’avventura politica e amministrativa di una città, attraverso un cinquantennio che ha cambiato in profondità, con passaggi spesso drammatici, la vita del Paese. Un aspetto importante del piccolo volume è infatti quello di raccontare le vicende urbanistiche di Napoli sullo sfondo di una storia d’Italia – dal centro-sinistra al compromesso storico,  dagli anni di piombo fino a Tangentopoli e al berlusconismo, passando in mezzo a epidemie e terremoti – che viene tratteggiata con pennellate rapide e precise, come può farlo chi molti di quegli eventi ha vissuto in prima persona, come alto dirigente dello Stato.

Evidentemente, il libro è anche un bilancio di una battaglia culturale e politica intorno a un’idea di governo pubblico del territorio, il cui campo d’azione è l’Italia prima che Napoli: l’Italia giardino d’Europa certamente, ma anche democrazia incompiuta, tutt’ora incapace di darsi strategie e regole d’uso dei suoli adeguate ai tempi, la legge nazionale è ancora quella del 1942, modificata da uno stop and go destabilizzante di riforme parziali e passi indietro, fino al tremendo Piano casa del 2008.

Sottotraccia, in questo cinquantennio difficile, De Lucia individua comunque una continuità, un filo rosso che lega le vicende napoletane, dal piano regolatore del 1972, l’ultimo redatto dal Ministero dei lavori pubblici, con il quale si chiude in qualche modo il ventennio di anomia urbana iniziato con Lauro; al Piano per le periferie e alla ricostruzione dopo il sisma del 1980; sino al nuovo piano regolatore, progettato nel ’93, e definitivamente approvato nel 2004. Secondo De Lucia, la continuità giunge fino ad oggi, al piano per Bagnoli concordato in cabina di regia, che conferma le scelte fondamentali del PRG, migliorandole anzi in alcuni punti.

Alla fine di questo percorso – è la tesi di De Lucia – Napoli è l’unica grande città italiana che è riuscita a dotarsi, in un quadro nazionale e locale complicato, grazie a un formidabile lavoro di squadra, di uno strumento organico in grado di proteggere l’eredità della natura e della storia, puntando sul riuso e la riqualificazione del patrimonio esistente piuttosto che l’urbanizzazione di aree verdi; e di impostare le grandi trasformazioni nelle aree industriali di Nitti, a est e ovest della città, mettendole al sicuro dalla speculazione.

Certo il mondo non si ferma, ma la lettura della città sulla quale si basa il piano regolatore del 2004 ha una sua forza intrinseca, e rimarrà. Non dimentichiamolo: prima del piano, i tremila ettari di verde scampati al sacco delle colline, erano ancora disseminati di progetti di lottizzazione in ordine sparso. Ora il formidabile arco verde da Agnano a Ponticelli è tutelato a tempo indeterminato, è il vero grande parco della città, una riserva di futuro. Al posto delle case, agricoltori urbani producono ora piedirossi e falanghine pluridecorati, la differenza non è da poco. Allo stesso modo, la designazione del centro storico come bene monumentale unitario è un’idea che si è affermata a livello globale, evidentemente condivisa dall’Unesco e dai turisti internazionali innamorati della città, nonostante noi, che arrivano a frotte per viverlo e goderlo.

La necessità a questo punto è quella di andare avanti, ma le difficoltà sono enormi, perché l’urbanistica consiste certamente nel redigere ed approvare buoni piani, ma è anche amministrazione quotidiana, attuazione rapida delle scelte, e il comune la sua macchina amministrativa l’ha semplicemente dismessa.

Prima dell’approvazione del PRG nel 2004 venne in visita a Napoli l’urbanista capo di Amsterdam, città di 850.000 abitanti: dirigeva un ufficio di piano con 200 tecnici, in grado di sfornare un piano ogni dieci anni, in un processo continuo di valutazione dei risultati e aggiornamento delle scelte. A Napoli invece il servizio urbanistico si è più che dimezzato nell’ultimo decennio, i dirigenti sono passati da 8 a 2; la città, col suo milione scarso di abitanti, deve gestire trasformazioni epocali con un organico che ha semplicemente uno zero in meno rispetto alla più piccola città olandese.

Anche la città metropolitana, che rappresenta il livello istituzionale cruciale per la risoluzione dei problemi immani di sostenibilità e sviluppo, è nata già morta, una camera di compensazione, con tutte l’autoreferenzialità degli egli enti di secondo grado, non chiamati a rispondere direttamente ai cittadini. E’ una questione decisiva, perché l’area metropolitana di Napoli è una priorità di scala nazionale ed europea, ed è qui che si gioca il destino del Mezzogiorno e del Paese.

Ad ogni modo, come sottolinea Tomaso Montanari nella prefazione, il messaggio di “Napoli promemoria” è di non fermarsi, andare avanti. E’ il racconto onesto e appassionato di un grande lavoro collettivo, svolto avendo come bussola costante l’interesse pubblico, assieme a un amore sconfinato per la città. Alla fine del libro De Lucia riprende l’idea di abbattere il muro di Bagnoli, mettere termine a una bonifica autoreferenziale che ha tolto di mezzo l’urbanistica, riprendere il dialogo coi cittadini, ma l’invito più generale è di rimettersi in cammino, di restituire alla città una capacità effettiva di amministrazione e governo, senza la quale non c’è buona vita, né vera democrazia.

Francesco Erbani, Repubblica Napoli 8 maggio 2018

Per i bambini napoletani la Mostra d’Oltremare era un insieme di oggetti bianchi, geometrici e misteriosi osservati da uno scivolo di Edenlandia. Poi era il luogo in cui all’inizio dell’estate si allestiva una fiera della casa e la mattina, ormai chiuse le scuole, mentre in altre regioni la tv trasmetteva servizi su quella fiera, a Napoli programmavano un film. In seguito, alcuni, forse molti, di quei bambini diventati più grandi andarono nel grande piazzale della Mostra a sentire Enrico Berlinguer che chiudeva il Festival dell’Unità. Era il settembre del 1975. Da qualche mese Napoli aveva un sindaco comunista, Maurizio Valenzi, e sentiva nell’aria mite di quel pomeriggio che era finita con le mani sulla città, con il colera e con i Gava.

Più tardi ancora, chi di quei bambini, ormai adulti, si sarebbe appassionato di storia del Novecento, di architettura del Novecento, di arte del Novecento, e chiunque altro avesse avuto curiosità di sapere qualcosa di quei misteriosi e geometrici oggetti bianchi, avrebbe letto che lì, alla Mostra d’Oltremare, si era fatto esercizio di razionalismo, ci si era messi in linea con esperienze europee. E mentre a Roma, all’Eur e, in parte, nella Città universitaria, erano prevalse la magniloquenza fascista, la retorica imperiale e monumentale di Marcello Piacentini e Arnaldo Foschini, qui, negli edifici avvolti nel verde di un parco, negli spazi teatrali e nelle fontane, si era messa in pratica un certo “orgoglio della modestia”, sia nelle parti costruite sia nel tracciato urbanistico (artefici, fra gli altri, Marcello Canino, Carlo Cocchia, Giulio De Luca, Luigi Piccinato).

Poi nelle rappresentazioni dei napoletani e di quei bambini divenuti maturi, la Mostra ha iniziato a declinare. Uno slittamento simbolico verso il basso. Il terremoto del 1980, la sciagurata decisione di allestirvi un villaggio d’accoglienza, il deperimento avevano collocato quei 70 e più ettari di verde e di fantasiose ma lineari architetture fra i luoghi dell’abbandono. A nulla valeva la memoria che persino dopo la guerra e i distruttivi bombardamenti si era innescato un sussulto rigenerativo e molti degli stessi architetti che avevano visto in pezzi i loro edifici si erano dedicati a rimetterli in sesto. L’abbandono nutriva in sé il senso dell’irrimediabile, nonostante quel grande spazio non fosse popolato di ruderi e non appartenesse a un epoca remota, ma a una stagione che molti napoletani, i genitori e i nonni di quei bambini, sentivano come propria. E di cui raccontavano i tratti, mescolando quei bianchi edifici con la vaga, giovanile, illusoria impressione di una Napoli benedetta dalla fortuna prima del grande saccheggio che avrebbe investito le sue forme. È stato quindi necessario attendere la fine del Novecento per vedere risistemata la Mostra d’Oltremare nello spazio simbolico che le spettava.

Rinasceva un contenitore fieristico e con esso un parco urbano che si metteva a disposizione di una città la quale di parchi urbani non era dotata a sufficienza (con consueta cura Antonio Di Gennaro ne ha tracciato su queste pagine il profilo). Veniva restituito un paesaggio culturale, un bene culturale i cui elementi naturali e i cui manufatti erano espressione di tanti saperi, e si ridava vita a un “parco d’autore”, come l’ha definito Pasquale Belfiore, che tornava a caricarsi di valori incorporati nei linguaggi architettonici, nello svago e nelle relazioni con la città. Un “parco d’autore” novecentesco che meritava la stessa accorta tutela di un “parco d’autore” settecentesco, appartenente a un Novecento diverso da quello che aveva violentato la città. Arte, architettura, patrimonio vegetale, memorie novecentesche, senso della comunità: questo insieme di aspetti rischia di essere appiattito se la Mostra d’Oltremare viene ridotta a una neutra piattaforma destinata a supportare le casette per gli atleti delle Universiadi, conficcate o meno che siano, se si snatura il suo statuto adattandola a risolvere in condizioni d’emergenza un problema che in tanti mesi non si è stati in grado di affrontare. Un rischio crescente al solo pensiero che dopo le Universiadi anche altri decideranno di usare la Mostra d’Oltremare come se fosse un non-luogo.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 6 aprile 2018

Non so davvero da che parte iniziare. Solo pochi giorni fa questo giornale ha pubblicato un mio reportage sulla Mostra d’Oltremare (“Mostra d’Oltremare, il parco d’autore. Alberi e vita dove c’era abbandono”). Era il racconto veloce di una grande area verde finalmente ritrovata, grazie anche alla decisione dell’Ente Mostra di riaprirla stabilmente al pubblico. In quell’articolo Pasquale Belfiore mi spiegava come la Mostra fosse il più grande “parco d’autore” novecentesco del quale la città disponga: un luogo magico di architettura e natura, dove le alberature storiche – un milione di esemplari di palme ed eucalipti provenienti in gran parte direttamente dalle colonie – danno vita a un ecosistema unico, una sintesi particolare di esotismo e lussureggiante fertilità flegrea.

La Mostra, come tutti i giardini storici italiani, è anche un ecosistema assai fragile, sottoposto a tutela monumentale, ed è per questo che davvero si fatica a comprendere i motivi per i quali l’Ente Mostra intenda ora realizzare proprio qui, su una trentina di ettari, il villaggio per i settemila atleti delle Universiadi che si terranno a Napoli e in Campania nel luglio 2019.

La planimetria di progetto è impressionante: le oltre 2.300 casette sono disposte in una logica di occupazione intensiva dello spazio. Lo schema, straordinariamente fitto, è quello di un accampamento militare, o piuttosto un campo di sfollati o senzatetto, quasi si dovesse far fronte a chissà quale emergenza o disastro, ospitando all’interno del parco l’equivalente degli abitanti di una città come Telese.

Tutto questo, proprio nella parte del parco più delicata, quella occidentale, la più ricca di verde e di alberi, occupando oltre a piazzali e parcheggi, anche larghe porzioni di suoli non impermeabilizzati,  invadendo così pesantemente le fragili aree vegetate. Hai voglia a dire che l’accampamento è temporaneo: la realizzazione delle piazzole e degli allacciamenti per le 2.300 casette, il calpestamento intensivo di mezzi e uomini, comporterà il danneggiamento non reversibile di suoli e apparati radicali, a partire proprio dello strato di superficie biologicamente più attivo e fertile, che negli equilibri vulnerabili di un giardino storico costituisce la base vera della vita. Per di più, la planimetria di progetto sottostima clamorosamente l’ingombro reale della vegetazione arborea del parco, così che risulterà materialmente impossibile fare spazio a questa sorta di megacampeggio provvisorio senza rimaneggiare anche la porzione aerea delle alberature che, giova ancora ripeterlo, sono parte integrante del bene monumentale sottoposto a vincolo c controllo da parte della Soprintendenza.

Il progetto presentato sembra dimenticare all’improvviso la peculiarità e la rilevanza dei luoghi: il parco della Mostra, con i suoi equilibri di architettura monumentale e verde storico, viene trattato, come già in momenti poco gloriosi del passato, alla stregua di uno spazio vuoto, un’area di risulta, priva di valore intrinseco: un piazzale di periferia da occupare in fretta, e da liberare chissà quando, una volta consumato l’evento.

Certo dispiace, nell’arco di pochi giorni, dover passare dal racconto del parco ritrovato, allo stupore di fronte a scelte che mettono a rischio un bene pubblico così importante per la città, che appaiono del tutto arrischiate e incongrue.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 27aprile 2018

Settantadue ettari di verde e architettura, dopo Capodimonte e i Camaldoli è il terzo grande parco della città, certamente quello con la storia più travagliata. Sono tornato per caso alla Mostra d’Oltremare, un sabato mattina che dovevo partecipare a un convegno, e ho trovato un luogo pieno di grazia e bellezza: i lunghi viali luminosi affollati di studenti, mamme nonni e bambini, il footing degli sportivi, un via vai di cani e padroni, e subito un cinematografo di emozioni e ricordi è partito nella testa, perché questo è un luogo magico della nostra infanzia. Il parco è aperto al pubblico tutti i giorni, per lunghi decenni questo è stato uno spazio vuoto, un’amnesia nel tessuto urbano, una rimozione collettiva.

Tornato a casa sono andato sul sito della Mostra, ho cercato il numero, e un paio di giorni dopo sono tornato, per parlare con Donatella Chiodo, presidente dell’Ente Mostra. Volevo chiederle i motivi della sua scelta: la Mostra in fondo resta un ente di diritto privato, il suo compito è quello di organizzare fiere, e allora perché l’apertura al pubblico, assumendo un impegno così gravoso, carico di rischi e responsabilità.

Un’apertura intrapresa la prima volta dal predecessore di Chiodo, Andrea Rea, progetto rafforzato negli anni successivi.

Donatella Chiodo non si scompone, è una ragazza di quarant’anni col sorriso aperto e le idee chiare: «Potrei risponderle che è tutta colpa di mia figlia Alice. La prima volta che l’ho portata ha sgranato gli occhi, subito ha esclamato “Che meraviglia!”.

Potrei dirle che non potevo deludere quello stupore di bambina. La verità è che ce lo chiede la legge: la riforma Madia dice che gli enti come il nostro devono perseguire, accanto a obiettivi economici, finalità sociali, di interesse generale.

L’apertura del parco alla città è il nostro modo di attuare quella legge. Per lunghi anni i napoletani hanno considerato la Mostra come uno spazio negato, il luogo della precarietà e dell’abbandono. Ora non è più così, e la risposta della gente è positiva, a Pasquetta abbiamo avuto diecimila visitatori».

Certo, la Mostra è un parco diverso dagli altri, la sua suggestione e atmosfera sono legate all’unione veramente unica di verde e architettura. «La Mostra d’Oltremare è un parco d’autore», mi spiega Pasquale Belfiore, ordinario al dipartimento di Architettura dell’Università Luigi Vanvitelli, che a questo luogo ha dedicato studi e pubblicazioni importanti. «È nato alla fine degli anni ‘30 insieme all’Eur, pensato e progettato da un gruppo di giovani, brillanti esponenti del razionalismo, nomi divenuti celebri come Piccinato, De Luca, Cocchia. Fu realizzata in sedici mesi, e inaugurata dal Re l’8 maggio del 1940. Restò aperto appena un mese, poi fu subito chiuso, perché nel frattempo eravamo entrati in guerra».

«Se l’Eur era stata pensata come la “città di pietra” – mi dice ancora il professore – la Mostra doveva essere la “città verde”: per la grande esposizione delle Terre d’Oltremare furono piantati un milione di alberi, molti trasportati direttamente dalle colonie, tutte le specie e varietà possibili di palme, ficus, eucalipti. Alla fine, più dei bombardamenti, fu l’accampamento degli Alleati a danneggiare il parco e gli edifici, che furono ricostruiti e riaperti all’inizio degli ‘50. Con il terremoto del 1980 ancora danneggiamenti: per far posto ai container dei senzatetto un funzionario sbrigativo e solerte ordinò la demolizione delle serre tropicali del Cocchia, un vero gioiello d’architettura moderna.

Negli anni ‘90, grazie ai finanziamenti dell’amministrazione Bassolino, iniziò il recupero definitivo dei padiglioni storici: il Cubo d’Oro, il Teatro Mediterraneo, l’Arena Flegrea, la Fontana dell’Esedra, mentre altri, come il bellissimo Padiglione Rodi, sono ancora in attesa di restauro». In un panorama di istituzioni in affanno, costrette da limiti di bilancio e organico a restringere progressivamente l’uso degli spazi pubblici in città, chiedo ancora a Donatella Chiodo quali sono le principali difficoltà che ha dovuto superare. «Il primo ostacolo è stato quello di dimostrare che l’apertura al pubblico non confligge con l’uso fieristico della Mostra, che le due cose possono coesistere. Ci sono poi gli obblighi legati al vincolo monumentale: ogni intervento di manutenzione, anche ordinario, come la potatura di un albero, deve essere autorizzato dalla soprintendenza.Per fortuna col soprintendente Garella l’intesa è ottima, penso che condivida la nostra stessa visione.”

“Certo – continua Donatella – c’è bisogno di rafforzare l’educazione del pubblico, succede che i servizi igienici siano vandalizzati, che non siano rispettati i divieti nelle aree dove abbiamo lavori in corso o problemi di sicurezza, ma il bilancio rimane estremamente positivo». E i costi? «Qui è necessaria anche un po’ di creatività. Grazie alla sponsorizzazione di un’impresa privata, che ha realizzato l’impianto di illuminazione, siamo riusciti a prolungare di due ore l’orario di apertura del parco. Ai visitatori poi chiediamo un contributo all’ingresso di un euro, l’abbonamento mensile costa dieci euro, ma la fascia di esenzione per bambini, anziani e scuole è davvero molto ampia».

Adesso passeggiamo nel Viale maestoso delle Palme, con gli alberi giunti direttamente dalla Libia; a fianco il Cubo d’Oro sembra un oggetto fiabesco, extraterrestre. Un ficus monumentale emerge da un intrico di radici, in una scena da giungla tropicale. Alla fine del viale, il profilo inconfondibile degli archi di Edenlandia, disegnati da Luigi Piccinato. Il parco dei divertimenti e il giardino zoologico sono nati con la mostra, ora c’è un muro che li separa, ma Donatella vorrebbe abbatterlo, per ricreare l’unità originaria. Dopo la crisi, lo zoo ha ripreso il suo cammino, anche per Edenlandia sembra sia la volta buona, con un progetto imprenditoriale più credibile. Intanto, sui prati verdi attorno la Fontana dell’Esedra gruppi di ragazzi prendono il sole sull’erba. Lo scenario è di suggestione totale. Alle spalle del grande arco maiolicato della fontana, lo sfondo dei terrazzamenti agricoli di Monte Sant’Angelo. La sensazione è quella di una monumentalità vissuta, ben curata, e spira una certa aria d’Europa.

Chiedo a Belfiore cosa pensi di questo lavoro. «Questo luogo ha un suo valore architettonico, una funzione economica, ma è anche una attrezzatura pubblica essenziale per la città. Anzi, se proprio si dovesse scegliere, penso che sia quest’ultimo aspetto ad essere privilegiato, assieme naturalmente alla tutela di un monumento storico di eccezionale valore».

Quello che Donatella sta cercando di fare è di tenerli insieme questi diversi aspetti: la storia, l’economia, i bisogni delle persone. Quando ha chiesto consiglio alla sua Alice, la piccola ha risposto che in fondo la Mostra, come si legge sulla homepage ufficiale, «… è un posto magico, colorato e profumato dai fiori, pieno di vegetazione, dove si può giocare, andare in bici, trascorrere giornate in allegria con la famiglia, ascoltare la musica ma anche partecipare alle fiere». Sembra un buon programma, sta funzionando, è il caso di andare avanti.

102339110-38299ae1-955a-454e-941b-be28280b2d3a

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 3 aprile 2018

Mariachiara De Luca mi fa strada tra gli ulivi, sotto il Casale medievale di Posillipo, le scarpe si inzuppano nel prato freddo di rugiada, è un tappeto di fiori gialli di acetosella, Capri ci è davanti, tra schegge infinite di luce. Traversando il borgo, fuori un uscio a pianterreno, ci sono le reti di Totonno ad asciugare, tra il mare e la campagna che ti avvolgono, proprio non capisci se è un villaggio agricolo, o di pescatori.

La chiesa è del ‘200, la leggenda dice fu costruita coi soldi di tre greci, se li erano guadagnati facendo i saltimbanchi in città, e la dedicarono a Santo Strato, arrivato assieme a loro da lontano. Tutt’intorno al Casale la campagna c’è ancora.

A Posillipo il verde è tanto, ed è verde agricolo più che di giardini. Mariachiara, il suo, se l’è dovuto riconquistare, dopo che gli equilibri e le regole che per dieci secoli avevano retto la campagna, erano saltati d’improvviso, una ventina di anni fa, con la riforma dei patti agrari, e la decadenza dei contratti storici di colonìa, basati sulla divisione dei prodotti tra il coltivatore e la proprietà.

«Vincenzo era il nostro colono da sempre», racconta Mariachiara. «La sua famiglia era con i De Luca da generazioni. Alla scadenza della colonìa, gli è rimasta la casa, ha continuato a curare la terra, fin quasi ai novant’anni, fino a che le forze lo hanno sostenuto. Dopo, inesorabile è iniziato il declino.

L’oliveto dove ci troviamo, proprio sotto Santo Strato, prima era un frutteto, in pochi anni s’è trasformato in una boscaglia inaccessibile. Non potevo pensarci, ci stavo male. Facevo la commercialista, e mi sembrava assieme ai luoghi di perdere la memoria di una vita, di me bambina, le giornate infinite che seguivo Vincenzo nei lavori, a raccogliere il fascio di fiori per la casa».

Mariachiara non ci sta. Lascia il lavoro, dice alla famiglia che si dedicherà al recupero della campagna, e non rimane certo a guardare, perché è lei alla fine a salire sul trattore. «La mattina che abbiamo iniziato a ripulire, togliere i rovi, disboscare, i vicini hanno chiamato la polizia municipale, pensavano fosse l’inizio di un abuso. Sotto i rovi abbiamo trovato i telai di una quindicina di motorini, addirittura era sorta una specie di casupola».

Quindi, con Fabrizio Cembalo, l’agronomo che l’assiste nell’impresa, e il cugino Alberto, la decisione più impegnativa, il disegno della nuova azienda, la scelta delle colture da reimpiantare. Gli antichi albicocchi non è il caso, c’è l’Aromia bungii, un coleottero venuto da poco dal Giappone, che li sta attaccando tutti, la grossa larva scava l’interno del tronco e porta a consunzione la pianta. Per la vite – Posillipo è stata per secoli terra di vino – occorre troppa manodopera, e una tecnica agricola difficile da attuare nel mezzo della città. La scelta cade sull’olivo, da tre millenni l’albero mediterraneo per eccellenza, ma che nel paesaggio rurale del promontorio rappresenta una novità.

«È una decisione molto interessante», mi dice Raffaele Sacchi, docente della Federico II, tra i più grandi esperti internazionali d’olio extravergine. «L’olivo è un albero adatto alle nostre città, è possibile coltivarlo con metodi biologici, le querce e le siepi di Posillipo sono l’habitat ideale per gli insetti utili, nemici della mosca che rovina le olive. Il terroir di Posillipo, la combinazione unica di suolo e clima, è senza dubbio la premessa per un olio di elevata qualità, e la coltivazione dell’olivo è comunque in espansione in tutta l’area metropolitana, quindi non solo la Penisola – luogo elettivo di produzione – ma il Vesuvio, i Campi Flegrei, e persino l’isola azzurra, dove Gianfranco D’Amato è riuscito a lanciare la produzione del suo “Oro di Capri”.

Insomma, secondo Raffaele, l’olivo è albero multifunzionale per eccellenza, produce un alimento nobile, che è alla base della dieta mediterranea, ma oltre a questo protegge il suolo, aiuta la biodiversità, e crea tutto un paesaggio, insomma è un grande alleato per migliorare l’ambiente urbano e tenere vivo il territorio rurale, a cominciare da Posillipo.

Le previsioni di Raffaele Sacchi si stanno avverando, l’Olio di Posillipo che Mariachiara ha iniziato a produrre, ha avuto giudizi eccellenti nelle prove di degustazione, insomma, l’inizio è incoraggiante. Certo, le difficoltà non mancano, per molire le olive Mariachiara deve rivolgersi a frantoi lontani, addirittura fuori provincia, lei personalmente segue il carico delle olive sui camion, non le abbandona fino a che il fiotto verde e profumato cola nelle lattine, poi le riporta a casa. Occorrerebbe un frantoio vicino, ma per realizzarne uno serio bisogna mettere insieme almeno 50-60 ettari di oliveto, ed è per questo che Mariachiara sta ora lavorando per creare una rete, mettere insieme i fondi rurali di Posillipo, convincere le famiglie ad assicurare a questi preziosi paesaggi una prospettiva di cura e di gestione certa, e un nuovo futuro.

«Da piccola pensavo che la campagna si mantenesse bella da sola, solo dopo ho capito che il paesaggio è un lavoro e una responsabilità». D’accordo con Mariachiara è Massimo Visone, studioso di storia del paesaggio del Dipartimento di Architettura.

«Quello che non riusciamo a capire è che il paesaggio di Posillipo è una macchina sofisticatissima, dove i monumenti non sono solo i borghi, le ville storiche e le chiese, ma ogni terrazzo agricolo, ogni muro di contenimento, ogni percorso storico, ogni fosso di scolo, che sono così da quando li ha dipinti Giovan Battista Lusieri, da quando appaiono meticolosamente cartografati nella mappa del Duca di Noja di fine Settecento, che ora è consultabile on line sul sito della Biblioteca nazionale, e il Casale e l’arboreto di Mariachiara li riconosci meglio che su Google Earth».

Certo Massimo ha qualche perplessità sull’olivo a Posillipo, in città l’oliveto era una prerogativa dei monaci, come intorno alla Certosa di San Martino, mentre il paesaggio del promontorio è storicamente legato ai frutteti e alle vigne.

È anche vero che gli agrumi in Penisola si sono affermati solo nell’800, e i paesaggi storici vivono anche di fratture che poi diventano tradizione, ma la questione che pone Massimo è stimolante, su quale equilibrio si debba trovare tra innovazione e mantenimento dei caratteri identitari, assicurando comunque ai paesaggi una possibilità di gestione attiva, e un aggancio con nuove economie.

Ora Mariachiara, Alberto e Fabrizio stanno lavorando per un nuovo patto, una nuova agricoltura di qualità a Posillipo, a partire dall’olio extravergine.
Certo, perché questo avvenga è necessario che le famiglie e gli abitanti del promontorio si rimettano in gioco, facciano squadra, per garantire la vita di un paesaggio di rilievo mondiale, che altrimenti non ha futuro, mettendo da parte un istinto che pure c’è all’isolamento, la riluttanza a connettersi col resto della città, l’idea che la campagna si mantenga bella da sola, senza investimenti.

«All’origine di tutto», conclude Mariachiara, «c’è un dovere nei confronti dei miei figli e dei miei concittadini. Se non mi fossi decisa avrei assistito allo sgretolamento di quanto ho di più caro. Certo, la mia vita è cambiata. Ora la fatica è convincere anche altri, che l’agricoltura e la coltivazione della bellezza sono un lavoro che può dare nuove soddisfazioni, anche economiche, che vale proprio la pena di affrontare».

L’articolo sul sito di Repubblica Napoli

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 11 gennaio 2018

Città sull’orlo di una crisi di nervi: a Napoli l’amministratore unico di ASIA Iacotucci prende a parolacce sui social i cittadini che fanno male la differenziata, definendoli senza mezzi termini “bastardi”, in un’accezione evidentemente assai diversa da quella degli eroi sporchi dei romanzi di De Giovanni. A Bari invece il sindaco espone i riottosi alla gogna mediatica, sempre su facebook. Ha senso tutto questo? Repubblica lo ha chiesto a Daniele Fortini, che dopo aver governato i rifiuti di Napoli e di Roma, se ne è tornato in Toscana, dove presiede l’azienda provinciale dei rifiuti di Pisa.

Nel colloquio con Repubblica Fortini ribadisce la sua convinzione: senza impianti propri per il recupero e il trattamento dei rifiuti, la raccolta differenziata non decollerà mai nelle grandi città come Roma o Napoli. Il sistema è virtuoso se la filiera è corta, e il processo di svolge “a chilometro zero”. Altrimenti, “tutto si riduce a una ginnastica, un darsi da fare a vuoto, buttando per di più un sacco di soldi, a vantaggio degli impianti delle regioni del Nord. E’ per questo che il piano regionale da 150 milioni, per la realizzazione in Campania degli impianti di compostaggio che mancano, deve essere attuato in tempi rapidi, senza perdere nemmeno un minuto.”

Dall’esperienza napoletana di Fortini all’ASIA è nato un libro (“Rifiuti”), scritto con Gabriella Corona nel 2013, che resta senza alcun dubbio il testo da leggere per capire le cause profonde della crisi della monnezza in Campania. Il suo ultimo lavoro “La raccolta differenziata” semplicemente andrebbe studiato nelle scuole.

“C’è un aspetto che pochi colgono” dice Fortini: “Non è possibile prendere a modello, estendere acriticamente alla grande città, come Roma o Napoli, modelli che funzionano bene in piccole cittadine di poche decine di migliaia di abitanti, dove esistono i presupposti indispensabili, che sono innanzitutto il comportamento civico, la coesione sociale. Lì se un commerciante o una massaia deposita il sacchetto fuori tempo, c’è subito qualcuno che lo redarguisce. E’ inutile girarci intorno, i buoni comportamenti nascono anche dal controllo sociale. A Roma o Napoli è quasi l’opposto, nel senso che i comportamenti fuori norma rischiano di essere emulati, con l’idea che è meno faticoso, e si risparmia tempo. Bastano due famiglie in un condominio che non rispettano le regole, e tutto il processo è vanificato”.

Ed allora come se ne esce? “Bisogna accettare il fatto che fare la differenziata nella grande città necessita di più fatica, più soldi, e un maggior dispendio di energia. L’efficacia non può essere la stessa. Una squadra di tre operai a Pisa raccoglie nella giornata di lavoro tre tonnellate di rifiuti. A Roma e Napoli questo valore è la metà, perché ci sono le strade congestionate, le automobili in doppia fila, le buche. Quindi, servono più manodopera, più automezzi, più attrezzature. Poi ci sono gli ingombranti. In provincia di Pisa, per 370mila abitanti, abbiamo 14 punti di raccolta, uno ogni quarantamila abitanti. Roma, con tre milioni di abitanti, ha meno punti di raccolta della provincia di Pisa, e a Napoli la situazione non è molto migliore.”

A questo punto chiedo a Fortini se le contumelie o la gogna su Facebook possano essere d’aiuto. “Non credo servano a molto. Non si può scaricare sui cittadini, anche su quelli inadempienti, difficoltà che sono di sistema, e che devono trovare risposte ad un altro livello, quello degli investimenti e dell’organizzazione. Le istituzioni non possono alimentare un clima sociale già avvelenato, all’insegna dell’insulto gratuito sui social. Certo a volte la frustrazione ti prende, ma serve comunque molta saggezza, e prudenza. Bisogna perseverare in una visione strategica, e convincere le persone che la strada è quella giusta. Per incoraggiare l’osservanza delle regole però è necessario essere credibili, sforzarsi di mantenere, nonostante tutte le difficoltà, un elevato livello di servizio”.

In conclusione: se fare la differenziata spinta nei grandi centri costa di più, come la mettiamo con la crisi finanziaria che attanaglia gli enti? Fortini non ha dubbi: “La raccolta differenziata diventa virtuosa se disponi in proprio degli impianti di trattamento e valorizzazione. Ma devono essere impianti di prossimità, a chilometro zero. In queste condizioni, il sistema è in grado di ripagarsi per il 70%. Se invece la tonnellata di organico che raccogli la devi trasportare a grande distanza, verso gli impianti degli altri, in Veneto, Friuli o Lombardia, ti costa un occhio della testa, e entri nel paradosso che più differenzi più paghi. Convincere il cittadino della convenienza economica ed ambientale di tutto questo è veramente difficile”.

Eppure qui da noi c’è chi teorizza che l’esportazione di monnezza alla fine sia addirittura conveniente. “E’ un tragico errore, per almeno quattro ordini di ragioni. Innanzitutto c’è un vulnus democratico. Se non sei autosufficiente, significa che dipendi da un altro, che decide al posto tuo costi, tempi, quantità, in funzione delle sue convenienze. Non sei autonomo, e in più sei ricattabile. Stai declinando il mandato di rappresentanza che hai ricevuto dalla tua comunità. Poi c’è una questione di responsabilità. Le direttive europee dicono che ogni territorio deve prendersi carico e trattare i rifiuti che produce, non scaricare, a causa della propria incapacità, il problema su qualcun altro. Il terzo aspetto riguarda lo sviluppo. Il rifiuto aprioristico di un’impiantistica moderna, all’interno di un ciclo ordinato dei rifiuti, significa rinunciare a un’occasione importante di sviluppo industriale, innovazione tecnologica, creazione di occupazione qualificata, messa a punto di know-how, formazione, tutte cose che costituiscono un capitale tecnico-economico importante per la collettività. Infine c’è una questione di soldi. Affidarsi agli altri significa sottomettersi a un’esportazione perpetua di ricchezza. Il Nord Italia ha ristrutturato e modernizzato i suoi impianti di trattamento con i soldi pagati dalle regioni del Sud.”

A questo punto, resta da affrontare l’opposizione ostinata delle comunità locali alla localizzazione degli impianti. “E’ l’aspetto più doloroso. Negli ultimi venti anni è cresciuta la sfiducia e la diffidenza: se prima non andava bene la discarica o il termovalorizzatore, ora il rifiuto scatta anche per l’impianto di compostaggio, o il centro per il recupero della carta o delle plastiche. A volte abbiamo difficoltà a posizionare anche un semplice cassonetto. Il rifiuto si è trasformato in una minaccia indistinta. Certo, ci sono stati casi di cattiva gestione, il nostro resta sempre il Paese di Seveso e dell’Ilva; anche il ripetersi di incendi di piattaforme di riciclaggio (sette negli ultimi mesi), come quello ultimo dei giorni scorsi a Savona, pone preoccupanti interrogativi. E’ necessario recuperare fiducia. La Campania si è dotata di un piano ambizioso per la realizzazione degli impianti di compostaggio, con un finanziamento importante di 150 di milioni. E’ necessario fare in fretta tutte queste cose. Sarà il segno che finalmente si è svoltato, l’assicurazione, per tutti, che le crisi del passato non torneranno più.”

 

Antonio Di Gennaro, Repubblica Napoli del 12 dicembre 2017

Avevo chiesto a Pietro Spirito di raccontarmi qualcosa del lavoro che sta facendo come presidente dell’Autorità portuale del Tirreno centrale, che comprende i porti di Napoli, Salerno e Castellammare di Stabia. Non ci ha pensato su. «Domenica mattina facciamo una visita guidata», mi ha risposto, «l’appuntamento è alle dieci al varco dell’Immacolatella, ti aspetto».

Nel frattempo mi procuro gli ultimi libri di Parag Khanna, il giovane studioso indiano di strategie globali, so che per Pietro sono fonte di ispirazione, così arrivo preparato. Appena ci incontriamo gli dico subito che Connectography potrebbe essere un bel saggio di 150 pagine, 600 sono decisamente troppe, neanche Ken Follet… Lui sorride. Resta il fatto che le idee dell’indiano sono intriganti. Secondo lui, in tempi di globalizzazione, gli stati nazionali coi loro territori e confini complicati da difendere fanno acqua, mentre sono le città i soggetti vitali, i cuori pulsanti della rete di supply chain, le filiere globali lungo le quali scorrono i flussi di beni, persone, informazioni, energia.

Nel frattempo le persone arrivano, sono un centinaio, è una mattina fredda di sole, nuvole scure e pioggia, gli ombrelli colorati si aprono e si chiudono di continuo sulla banchina lucida, mentre tutt’intorno la vita del porto vibra, coi pullman turistici, le cabine degli autoarticolati, una nave da crociera tutta bianca fa da sfondo, imponente, alta come un palazzo di quindici piani.

La prima tappa è al palazzo settecentesco dell’Immacolatella, la costruzione roccocò con le statue volteggianti: come la casina vanvitelliana sul Fusaro, era tutta circondata dall’acqua, collegata alla terra da un istmo sottile, poi la colmata del porto l’ha assorbita, ed ora sta lì incastrata nella modernità, una presenza fascinosa e incongrua. Nell’Ottocento di qui partivano i migranti (quelli nostri), a breve iniziano i lavori di restauro, poi diventerà un centro di ricerca delle università campane sull’economia del mare.

Una cosa mi è subito chiara, la comitiva che si va raccogliendo non è occasionale. Ci sono ricercatori del Cnr, dell’università, rappresentanze di associazioni ( Propeller club, Friends del Molo San Vincenzo, Lega navale, Aniai), insomma, una piccola appassionata comunità di scopo, che da anni lavora per restituire alla città il porto assieme alla sua storia. Nel frattempo arriviamo al parallelepipedo immenso dei Magazzini generali, progettato negli anni ‘40 da Marcello Canino, doveva andar giù, poi la Soprintendenza ha posto il vincolo storico. L’immenso edificio sarà restaurato, diventerà sede del Museo del mare e dell’emigrazione.

Siamo al Molo Angioino, la Stazione fascista di Bazzani è una macchia elegante di luce bianca, mentre di fronte il castello antico, fradicio di pioggia, è tutto nero. Ora è Pietro a parlare, si aiuta con un piccolo megafono. Il progetto per il nuovo terminal del Beverello, un’elegante costruzione bassa, rivestita in pietra lavica, per le partenze verso le isole del golfo, al posto delle baracche provvisorie che stanno lì dall’80, è stato finalmente approvato, grazie al lavoro fatto con la Soprintendenza. Alla fine, per rimettere a posto il tratto di waterfront che abbiamo percorso, serviranno una ventina di milioni, poi sarà tutto un continuo, dalla nuova piazza Municipio, con la Metropolitana e l’archeologia, fino alla Stazione marittima sul mare, in quello che sarà uno dei luoghi più belli d’Europa.

Il porto che si re- integra con la città e con la sua area metropolitana, è questa l’idea fissa di Pietro. Le connessioni lunghe delle reti globali, di cui parla Parag Khanna, sono importanti, ma è anche cruciale la ricucitura coi luoghi, quello che succede al passeggero o alla merce non appena mette piede a terra, il taxi che trovi subito per l’aeroporto, senza dispute e battibecchi, ma anche il bus che ti conduce, senza mai scendere, ai luoghi storici, le Regge di Capodimonte e Caserta; o il nuovo binario a Vigliena che ti collega direttamente all’alta capacità, e alle piattaforme logistiche dell’area metropolitana. Più semplicemente, per gli abitanti della città, poter passeggiare tranquillamente sul mare, come in un nuovo quartiere guadagnato alla quotidianità.

I numeri sono importanti: 143 ettari a terra, 266 ettari di specchi d’acqua, 12 chilometri di banchine; con 8 milioni di passeggeri l’anno, il Porto di Napoli è il secondo scalo in Italia dopo Messina, mentre per il traffico merci è in nona posizione (23mila tonnellate). Con il dragaggio dei fondali, la realizzazione della nuova Darsena di levante, il rafforzamento dei collegamenti con Capodichino e l’Alta velocità, la sinergia con il retroterra dell’area orientale, il porto può guadagnare ulteriori posizioni nel Mediterraneo e in Europa. La creazione della Zona economica speciale prevista dal Decreto per il Mezzogiorno, con particolari agevolazioni fiscali per chi investe, aprirebbe nuove prospettive per la città e per l’intera area metropolitana. C’è una legittima aspettativa intorno alle Zes, in tutta Italia.

Tornando a Khanna, secondo lui un ruolo importante nell’ascesa delle città è svolto dai tecnici, i civil servant, i soli in grado di assicurare quella continuità d’azione che la politica non sembra più in grado di offrire. Lo dico a Pietro, gli dico che è difficile riscontrare, in ambiti politici elettivi, un livello di cooperazione ed intesa con pezzi vitali della società, come quello che ho riscontrato stamattina, passeggiando con lui sulle banchine umide di pioggia.

« Non sono d’accordo, qui Khanna sbaglia alla grande. I tecnici da soli non bastano. Magari ti curano uno spread, ma le ferite e i costi sociali che lasciano sono forse più gravi. Sono la politica e le istituzioni che devono indicare direzione e compatibilità. Il mio lavoro è quello di farle lavorare insieme, ed è per questo che quotidianamente collaboro assai positivamente con il sindaco, il presidente della Regione, il ministro delle Infrastrutture. A regole invariate, senza aspettare le riforme, usando con intelligenza le leggi che già abbiamo. Per fare questo – continua il presidente dell’Autorità portuale – occorre certo competenza, ma ancora di più pazienza, costanza, e un po’ di tempo. In Italia le cose procedono con lentezza, ma è già un risultato, restassero ferme sarebbe assai peggio ».

La passeggiata si chiude al Molosiglio, sbuca il sole ed illumina la selva di alberi e vele nella Darsena. Mancherebbe da percorrere il Molo San Vincenzo, la possente infrastruttura borbonica che procede per due chilometri nel mare, fino al faro, e alla statua benedicente del Santo, offrendo della città la visione più straordinaria e struggente. Per riaprirlo al pubblico occorrono novecentomila euro, bisogna rendere sicuro il primo tratto che attraversa il quartiere della Marina militare. Poi c’è da mettere a posto il resto, le mura nere di pietra del Vesuvio, e i cannoni arrugginiti. Pietro ha ancora tre anni davanti. Si può fare.

Commenti recenti

Antonio Pisanti su Il “Vesuvio universale” di Mar…
Silvestro Gallipoli su La lezione appresa
Antonello Pisanti su La lezione appresa
paola gargiulo su Grande Maurizio
Antonello Pisanti su Emergenza verde