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vesuvio

L’ultimo patriarca (qui il link) il reportage di Carlo Franco pubblicato da Repubblica Napoli il 28 giugno, su Mario Angrisani, il frutticultore che sui ciglionamenti storici del Monte Somma, prosegue la coltivazione eroica della pellecchiella, l’albicocca più buona che esista al mondo. Grandi prodotti, grandi paesaggi, grandi persone.

Antonio di Gennaro, 25 giugno 2015

In un celebre articolo del 1945 Gaetano Salvemini, ragionando già allora sul riassetto della macchina amministrativa dello Stato, osservava come i confini delle regioni italiane siano una creazione del tutto artificiale, pensata a tavolino, che prescinde dalle strutture geografiche e dalle traiettorie storiche dei singoli territori. Al contrario delle province, il cui disegno, tutto sommato, meglio corrisponde ad una tradizione istituzionale e amministrativa consolidata. Questo carattere di “artificialità” delle regioni torna alla ribalta in un momento come quello attuale, di disaffezione dei cittadini-elettori, che hanno disertato alla grande l’ultima consultazione, quasi a sottolineare l’ininfluenza dell’istituzione, nel mare magno della crisi,  per il raddrizzamento dei destini personali e collettivi.

Se guardiamo alla Campania com’è oggi, le valutazioni di Salvemini appaiono tanto più calzanti, se i diversi territori dei quali si compone la regione appaiono tragicamente isolati: in assenza di una strategia comune, prevalgono le rivendicazioni e i conflitti, e l’idea che ciascun territorio abbia maggiori possibilità di superare la crisi facendo da solo, separando il più possibile il proprio destino da quello dell’intera regione.

Un caso emblematico è quello della “Terra dei fuochi”, che gli analisti più avvertiti oramai interpretano, al di là degli slogan e delle parole d’ordine, come una secessione dell’hinterland, che si riconosce oramai più popoloso e influente, da un capoluogo in declino, incapace di esercitare una qualsivoglia leadership, e di coalizzare il proprio retroterra all’insegna di politiche e visioni complessive di riscatto e riqualificazione territoriale.

In questa situazione, risulta evidente come, in assenza di un nuovo progetto politico e istituzionale, in grado di proporre ai territori una traiettoria comune, la Campania semplicemente non esista, e il ragionamento di Salvemini andrebbe allora inteso in senso propositivo, seguendo questa volta le orme di Francesco Compagna, riconoscendo come la regione, alla fine, costituisca il prodotto esclusivo di una visione e di una capacità di programmazione. Al di fuori di questa missione, l’ente regionale non ha ragione d’essere, e dovremmo ammettere, con il depotenziamento delle province, di aver scelto il bersaglio sbagliato.

Eppure i territori della Campania continuano ad essere uno straordinario serbatoio di risorse, materiali e immateriali. Riflettiamo sulla forza planetaria del brand “Vesuvio”, capace di suggestionare l’adolescenza di un ragazzo americano, che poi da grande diventa Ben Stiller, che in questi giorni ha raccontato con stupore ed entusiasmo il coronamento di un sogno di conoscenza a lungo inseguito. Il territorio regionale è zeppo di simili ricchezze, propulsori culturali e comunicativi che potrebbero dare nuova linfa, nella competizione globale, alle filiere del turismo, della manifattura, dei prodotti di qualità, della tecnologia e della conoscenza.

Per fare questo, occorre una nuova alleanza tra i territori, a partire da quella indifferibile tra la grande conurbazione regionale Caserta-Napoli-Salerno, che ospita i tre quarti dei cittadini campani, disagevolmente stipati, con enormi problemi ambientali irrisolti, sul 15% del territorio, e il resto della regione, la grande cintura verde appenninica, dal Matese fino al Cervati, che quei cittadini rifornisce di servizi essenziali come l’acqua, l’aria e la qualità ecologica, ma i cui borghi sono fase di desertificazione demografica e sociale. Le città e le terre della Campania devono raccontarsi e progettarsi insieme, a Roma come a Bruxelles. Tenere insieme tutte queste cose, riconoscere le sinergie al di là dei conflitti, è l’unica strada per la Campania-istituzione e per la Campania-territorio per recuperare un senso, per ridefinire sé stesse.

Pubblicato su Repubblica Napoli dell’1 luglio 2015 con il titolo “La Campania non è un’astrazione”

Antonio di Gennaro, 10 giugno 2015

Il presidente De Luca ha dichiarato che la crisi della Terra dei fuochi è la priorità numero uno nell’agenda di lavoro del nuovo governo regionale. Si tratta di un impegno tremendamente arduo, se davvero intendiamo superare l’impasse degli ultimi due anni, nei quali l’annuncio e la comunicazione emozionale hanno prevalso sull’azione concreta, e le conoscenze acquisite non si sono trasformate in un progetto credibile di riscatto. C’è bisogno di riordinare le idee, ed affrontare freddamente il problema per quello che è, nei suoi differenti aspetti, riconoscendo che quella che continuiamo a chiamare “Terra dei fuochi” è un groviglio di questioni irrisolte: un’area metropolitana, con i suoi quattro milioni di abitanti, ancora incapace di chiudere il ciclo dei rifiuti; un paesaggio scombinato, nel quale le funzioni urbane e le attività agricole, che pure conservano un loro pregio ed una rilevanza economica e sociale, confliggono anarchicamente, invece di integrarsi.

Era stata proprio l’agricoltura metropolitana a finire per prima sul banco degli accusati, ma le indagini capillari a tutti i livelli hanno confermato l’elevata qualità e sicurezza dei prodotti della piana campana, attualmente la più controllata d’Italia. Ma questo non basta, perché non sono purtroppo sufficienti le migliaia di certificati di laboratorio che abbiamo prodotto per ristabilire la reputazione di un’area, se il paesaggio  e il territorio nel loro insieme non sono credibili, se il disordine, il degrado, lo smarrimento dell’identità dei luoghi continuano a rappresentare la cifra e l’atmosfera dominante.

La cosa da fare è intraprendere una cura sistematica delle ferite inferte all’ecosistema e al paesaggio, tutte criticità che in questi ultimi due anni sono state meticolosamente identificate e cartografate, a partire dalle discariche, le “aree vaste” della piana tra Napoli e Caserta, che per un trentennio hanno recepito l’immane flusso di rifiuti urbani e industriali, nostrani e d’importazione, ecoballe comprese. Si tratta di poche centinaia di ettari sui 140mila complessivi della piana, e per queste aree il modello non può essere quello inconcludente di Bagnoli, di una bonifica spendacciona ed opaca, a tempo indeterminato; ma piuttosto, quello sobrio di messa in sicurezza, che è poi l’approccio pragmatico con il quale, nelle nazioni avanzate, queste cose sono state rapidamente affrontate e risolte, anche con l’aiuto di tecniche biologiche a basso costo,  basate sull’impiego di piante e microrganismi per pulire i suoli, con il vantaggio di restituirli poi all’agricoltura, recuperando quanto possiamo del paesaggio e del perduto senso dei luoghi.

Ventiquattro mesi sono un orizzonte temporale verosimile per affrontare e risolvere definitivamente la questione, se solo si recupera il deficit che ci ha paralizzati sino ad oggi, che è un deficit di direzione politica e amministrativa. Al posto dello sterile pseudo-coordinamento governativo, occorre che Regione Campania prenda sulle proprie spalle la responsabilità per intero, assuma il controllo dell’intera filiera operativa, e riammagli finalmente, con risorse ed energie proprie, l’azione scollegata dei diversi settori amministrativi – in campo ambientale, sanitario e agricolo – sino ad oggi in grado di dare risposte parziali, esclusivamente burocratiche ai problemi. In questa prospettiva, è evidente, non esiste più Terra dei fuochi, ma un territorio da rimettere in sesto, la terza area metropolitana del paese, con i suoi abitanti, i suoi agricoltori, un paesaggio straordinario, con tremila anni di storia e civiltà.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 16 giugno 2015, con il titolo: “Ecco come cancellare la Terra dei fuochi”