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Gennaro Matino, Repubblica Napoli del 23 luglio 2017

Morire di rumore si può, a Napoli di più: cronaca di un’ordinaria notte afosa di mezza estate. Ricordate quando le “signorine buonasera” suggerivano all’inizio dei programmi televisivi serali di tenere il volume dei televisori moderatamente silenziosi per non disturbare la quiete dei vicini, considerato che il caldo imponeva le finestre aperte? Altro tempo, altra civiltà. Le proteste dei residenti di Chiaia per i baretti e quelle di Aniello Falcone di questi giorni nient’altro sono che esasperazione di cittadini, voce particolare di diffuso malessere che riguarda la città nel suo insieme e che consente a quelli che “pure anna campa’” di “sotterrare” quelli che vorrebbero campare civilmente. Vomero, settimo piano, ed è quanto dire fa caldo come mai, le finestre aperte per non fare la fine delle “zoccole”, e la strada, i locali, le voci diventano il palcoscenico indesiderato che ti costringe alla veglia. Inizia il clochard neo melodico, sono le dieci di sera, canta alla luna e lo fa a squarciagola. Non ci sono applausi. Vabbè fa colore, un sorriso ci può stare. Alle undici l’appuntamento “strategico” dei portatori di cani, lo scontro per il territorio è rituale. Si abbaia a “voce alta” tra padroni e cani, si litiga, si spiega, si raccontano le virtù di Fido e tu al settimo piano “giustamente” ne devi essere informato. A mezzanotte il primo turno dei “rinfreschi” prima delle danze e siccome è bene arrivare in forma, volume e musica a palla e prova di passi sotto le stelle. All’una monnezza indifferenziata e indifferenziato clacson a chiedere il passo, casomai la vecchina del piano di sotto avesse dimenticato l’apparecchio acustico potrà anche lei godersi lo spettacolo. Dalle due alle tre è tempo di panini, granite, gelati e cocktail ovviamente innaffiate dal rombo di moto sfreccianti e da doverose storie da raccontarsi che è giusto non tenere riservate e che siano a conoscenza dell’intero quartiere. Alle quattro è il turno della differenziata, pesante di valore e di rumore, applauso indecente al sonno rubato. Alle cinque è il turno del cicchetto a danze ormai spente altrove, non sotto il balcone ed ora è tempo di nostalgia e di rimpianti. I racconti si fanno crepuscolari e al settimo piano arrivano i pianti degli abbandonati, il grido dei traditi, il lamento dei delusi. Alle sei potresti finalmente dormire un’ora ma c’è chi ancora celebra il rito della staffa e il buonanotte del vampiro coincide con il mio buongiorno e il rumore assordante del primo aereo in fase di atterraggio. Forse la cronaca di una notte insonne potrebbe perfino trasformarsi in una gag da teatro che il mio amico Gino Rivieccio reciterebbe alla grande e si sa che a Napoli il modo più efficace di raccontare la politica parolaia è la sua comicità anche se c’è da piangere più che ridere considerato che l’inquinamento acustico è capace di provocare danni irreparabili e può causare nel tempo problemi psicologici, di pressione e di stress alle persone che ne sono continuamente sottoposte. C’è una legge, ce ne è sempre una, che dovrebbe ricordare all’amministratore le sue responsabilità, che fornisce la definizione di inquinamento acustico: “L’introduzione di rumore nell’ambiente abitativo o nell’ambiente esterno tale da provocare fastidio o disturbo al riposo e alle attività umane, pericolo per la salute umana, deterioramento degli ecosistemi, dei beni materiali, dei monumenti, dell’ambiente abitativo o dell’ambiente esterno o tale da interferire con le normali funzioni degli ambienti stessi”. Pericolo per la salute umana, già. E allora la domanda: vivere in città significa necessariamente essere costretti a vivere sotto un macigno di decibel insopportabili? Quando è stata l’ultima volta che a Napoli qualcuno è stato multato o censurato “veramente” per inquinamento acustico? Capisco il tempo dello svago ma il tempo del riposo non resta un diritto insopprimibile? L’economia deve muoversi ma non a discapito della salute dei cittadini che sono la maggioranza dei vessati, sacrificati sull’altare del bordello quotidiano. Una politica visionaria di una città che si dice di pace, di accoglienza, di amore forse dovrebbe ripensare se stessa partendo dalla sua vivibilità e ridefinirne l’uso, attribuire spazi e funzioni in ragione di un benessere nel rispetto della libertà e della decenza e di quelli che oggi sappiamo essere condizioni essenziali di vita. La politica è cura della città nel suo insieme, è garanzia della libertà che mai può essere venduta per una manciata di consensi elettorali. Napoli è città della movida e nessuno vuole privarla di tale primato ma il limite della volgarità è stato superato di gran lunga. Se è su queste basi che si vuole lanciare da Napoli una sfida democratica per il Paese è bene che si sappia che le premesse sono sbagliate.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 13 luglio 2017

Martedì abbiamo vissuto una giornata storica, l’11 luglio rimarrà probabilmente negli annali come la data nella quale la Campania ha acquisito consapevolezza di cosa veramente significhi il cambiamento climatico, assieme alla certezza di esservi dentro fino al collo. Dalle campagne di Giugliano dove mi trovavo, a più di trenta chilometri di distanza, la colonna di fumo e cenere che saliva dal vulcano era immensa nel cielo, come una grande eruzione, poi è collassata sulla pianura, la guardavamo in silenzio, convinti di assistere a qualcosa di mai visto prima.

Ho chiamato gli amici in sala radio, erano alle prese con una situazione drammatica, oltre al Vesuvio gli incendi bruciavano tutti insieme in un’ampia fascia tra le province di Napoli, Avellino e Salerno, nella valle dell’Irno, sui Lattari, e giù fino al Vallo di Diano. Se in quello che è successo evidentemente c’è dolo, ci sono i comportamenti criminali – il fronte degli inneschi sul Vesuvio seguiva per chilometri un arco troppo continuo, assolutamente predeterminato e perfetto – nella nuova situazione climatica le conseguenze di questi gesti sono straordinariamente più rilevanti che in passato, ed è un andamento di scala europea, i dati sugli incendi boschivi dicono che tutto il continente è entrato in una fase completamente nuova.

Anche per questo tipo di faccende, come in quelle sociali, la criminalità è brava a cogliere le occasioni, profittando degli squilibri, non a determinarle, e qui non piove sul serio da sei mesi, le temperature elevate non lasciano tregua, negli incolti abbandonati e nei boschi ai bordi della città, privi di manutenzione, si è accumulata una quantità elevatissima di combustile vegetale ad altissima infiammabilità. In queste condizioni lo stesso innesco che gli anni scorsi avrebbe bruciato 10, oggi brucia 100 o 1000. In un paesaggio curato e ben gestito, gli stessi abominevoli gesti avrebbero conseguenze limitate, sopportabili.

In una bella intervista a Radio Rai sugli incendi in Portogallo dello scorso giugno Davide Ascoli, ricercatore in scienze forestali della Federico II e grande esperto di incendi boschivi ha detto una cosa sacrosanta: gli incendi si combattono venti anni prima, con una corretta gestione forestale, aiutando i nostri boschi a diventare più resistenti, e soprattutto più resilienti, maggiormente in grado cioè di adattarsi alle nuove condizioni climatiche, e di recuperare dopo il fuoco.

Quando in una campagna inerme per l’incuria e l’arsura si scatenano eventi ad elevatissima energia, come quelli di martedì, anche la tecnologia può poco, poco possono i 15 Canadair dello Stato e i 7 elicotteri regionali, considerato che in quella drammatica giornata tutto il meridione bruciava, e la flotta aerea nazionale ha dovuto dividersi tra Campania, Sicilia, Puglia, dovendo per di più operare scelte dolorose di priorità, in base al numero delle vite a rischio. In situazioni simili poi, aerei ed elicotteri possono davvero poco, senza un massiccio lavoro di controfuoco delle squadre a terra, e costano molto, tredicimila euro l’ora per un Canadair, duemila per un elicottero.

Se gli incendi si combattono vent’anni prima, è veramente stupido considerarli ancora un’emergenza, che ci coglie ogni volta impreparati, e induce immancabilmente a scelte dettate dall’emozione, che non sono mai quelle più giuste  e appropriate. Se il clima e l’ecosistema stanno cambiando, è necessario cambiare la nostra cultura e i nostri comportamenti. Occorrono politiche nuove, la prevenzione e la cura del territorio devono diventare la nostra occupazione più importante. Come nei fatti sociali, il controllo e la repressione dei comportamenti criminali sono assolutamente necessari, ma non bastano, occorre curare ed educare gli uomini, assieme agli alberi.

La Campania si è dotata da poco, prima ed unica al momento tra le regioni italiane, di una legge sul fuoco prescritto. Ci hanno lavorato i tecnici regionali, assistiti da Davide Ascoli e Stefano Mazzoleni della Federico II. A tarda sera raggiungo Stefano al telefono, è in Slovacchia, gli racconto della giornata orribile, mi spiega che è una tecnica preventiva molto efficace, che prevede incendi controllati d’inverno, della lettiera e delle parti infiammabili di sottobosco, per ridurre il combustibile vegetale che può bruciare d’estate, mitigando così la pericolosità e il rischio. Insomma, il fuoco usato tecnologicamente, a fin di bene. Dopo la giornata drammatica di ieri, è venuto il momento di impiegare sul campo diffusamente anche questo tipo di strumenti. L’amnesia territoriale del paese è durata un paio di generazioni, dobbiamo tornare a curare i nostri boschi, c’è un clima diverso, maledettamente difficile, e non abbiamo più tempo.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 11 luglio 2017

“Padroni in casa nostra” è stato lo slogan guida degli ultimi trent’anni, e questo vale dal livello condominiale, fino ad arrivare alle conclusioni politiche dell’ultimo G20 ad Amburgo. In un sistema mondiale che crolla da tutti i lati, l’unico conforto che ci rimane, in quanto piccoli uomini smarriti, è la promessa di un controllo individuale, totale ed esclusivo, almeno del nostro spazio privato di vita, quale esso sia: la casa, il rione, la città, la nazione. Soprattutto all’interno dei nostri poveri sistemi metropolitani – privi oramai di ogni leggibilità, dismessa da tempo ogni velleità di governo e controllo – l’unica sovranità e sicurezza che ci vengono concesse sono quelle delimitate dalle mura domestiche.

Si tratta evidentemente – le otto vittime di Torre Annunziata sono lì a gridarlo – di una promessa fasulla, di una semplificazione malsana, perché il destino e la qualità delle nostre vite e delle nostre abitazioni rimane purtroppo legato a una dimensione collettiva, il mondo lo abitiamo e lo modifichiamo insieme agli altri, le nostre azioni (ed errori) individuali hanno conseguenze pubbliche, e un governo del territorio, sia che parliamo del fabbricato che abitiamo, sia del paesaggio e del bacino idrografico intero che accoglie le nostre esistenze, è ancora indispensabile, al di là della propaganda, per garantire alle nostre vite un minimo di ordine, umanità, sicurezza.

L’area metropolitana che abitiamo, da Capua a Battipaglia, è raddoppiata due volte nell’ultimo sessantennio. La prima ondata edificatoria è quella che va dal dopoguerra al 1980; la seconda, spesso sottovalutata dagli storici, è quella legata alla ricostruzione, e va dal terremoto ad oggi. Il passaggio dal sistema settecentesco che vedeva Napoli, con  suoi cento casali, immersi nella campagna, a quello attuale, di mosaico illeggibile fatto di pezzi di città in mezzo a spazi rurali sbriciolati, è avvenuto in larga misura al di fuori delle leggi repubblicane che regolano le modificazioni del territorio. Metà della città metropolitana non ha alle spalle nessun piano, nessuna previsione. E’ una città nata spontaneamente, sotto la spinta disordinata di visioni e convenienze strettamente individuali. Ma il fatto è che il mondo non lo abitiamo da soli, e prima o poi paghiamo il conto.

Soprattutto la qualità ingegneristica ed edilizia di molti dei manufatti urbani della prima ondata edificatoria, quella fino agli anni ’70, è modesta, da terzo mondo, insicura. E’ un fatto che Aldo Loris Rossi denuncia inascoltato da più di vent’anni. Per di più, questi fabbricati scadenti sono stati a più riprese sopraelevati e modificati in libertà, ancora una volta sotto la spinta di insindacabili pulsioni individuali, neanche più verificabili da amministrazioni comunali in dissesto, costrette progressivamente a dismettere uffici, servizi tecnici e competenze deputate alla sorveglianza e al controllo della città.

Lo stesso disinteresse riguarda le campagne rimaste intrappolate nel reticolo urbano, si tratti del Vesuvio, delle Colline flegree, della Penisola o dei poveri lembi di pianura fertile, o anche i gioielli delle isole del Golfo. Ho provato queste cose a raccontarle all’ultimo convengo INU che si è svolto il 7 luglio in ACEN, sulla città metropolitana. Questi ecosistemi verdi sono ormai parte della città, dobbiamo prendercene cura se vogliamo che le nostre case siano sicure, altrimenti la natura si incendia, esonda, frana, erutta, ci casca addosso. All’interno del caos metropolitano che abbiamo creato, è necessario manutenere il vulcano e il versante boscato come fossero il fabbricato nel quale abitiamo. Il fatto è che non facciamo nessuna delle due cose. L’ideologia individualista che ci acceca ha cancellato la terra come base comune della nostra vita.

Anche le buone leggi che abbiamo scritto alla fine del ‘900 sulla difesa del suolo, le aree protette, le acque e il paesaggio, si sono trasformate in burocrazia, in un caleidoscopio di competenze impotenti, che non si sono mai integrate in un moderno sistema di governo del territorio, che non può che essere unitario, come accade nelle più mature democrazie europee.

Al termine del convegno INU parlavamo sconsolati di queste cose con Marco Grassi, direttore dell’unità di missione della Presidenza del consiglio “Italia sicura”. “Sono stato criticato per aver stanziato quattrocento milioni per salvare Genova, si tratta di interventi per mettere in sicurezza le montagne alle spalle della città. Chi protesta perché vorrebbe che quei soldi fossero spesi in altro modo, non capisce che quelle montagne ormai, per come è fatto il paese, si identificano con la città stessa, sono il suo quartiere più importante”. Le montagne, il fabbricato e la città in cui viviamo, il vulcano e la pianura, il suolo minacciato dai veleni, hanno bisogno di manutenzione e di governo. L’alternativa folle è tutti padroni in casa nostra. Benissimo, il fatto è che poi moriamo.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 9 luglio 2017

Questa storia si svolge sulla Collina Miradois, ai Miracoli, nel centro storico di Napoli, ma ha inizio sulle coste del Congo-Brazzaville, su una piattaforma offshore dell’ENI, al largo di Pointe-Noire, dove Mirko lavora come topografo, il suo compito è guidare col computer i sub e i macchinari sul fondo del mare per le trivellazioni petrolifere: la notte è stata serena, sta svanendo, lui è rimasto sul ponte a respirare il vento di terra, a guardare le costellazioni esplodere nel cielo nero, gli spruzzi delle megattere che tornano coi loro cuccioli dal Polo; ora la terra è una striscia grigia all’orizzonte, dai villaggi arrivano le prime barche, vengono a pescare nel brulicare di vita attorno ai piloni metallici. Questa notte è l’ultima, domani Mirko torna a Napoli, cambia vita e lavoro, si laurea in scienze forestali.

Anche sulle piattaforme dei mari d’Africa Mirko non ha smesso di inseguire la particolarissima passione che l’ha preso,  aveva iniziato con le Scienze ambientali, poi s’è messo in testa di trasferire le sue competenze di cartografo dai fondali oceanici, alle foreste urbane della sua città. Ha preso casa con moglie e figlioletta sulla Collina Miradois, e qui è rimasto affascinato dal sistema segreto di aree verdi che da Capodimonte s’incunea fin nel cuore del centro storico, lingue verdi spettacolari, residuo dello straordinario paesaggio cinquecentesco delle campagne fuori le mura, e ha deciso di studiarne e raccontarne la storia.

L’appuntamento con Mirko Petitto è di mattina presto, in una domenica azzurra di maggio, di fronte al Duomo, al Palazzo Miradois, gioiello cinquecentesco, dimora del Reggente della Vicaria, alto magistrato del viceré spagnolo. Dobbiamo risalire insieme a piedi la collina verso Capodimonte, fino alla “Riccia”, la villa di campagna che il signore di Miradois aveva edificato a monte, che costituirà un primordio del sistema di ville patrizie che presidierà la collina di Capodimonte, un secolo e mezzo dopo, tutt’attorno la Reggia e il Bosco di caccia di Carlo III.

Passiamo Piazza Miracoli, lo slargo è in lieve pendenza, coi giardini centrali recuperati grazie a un intervento una volta tanto sobrio e appropriato, e scopri una volta di più che è la piazza più aggraziata di Napoli, forse la più bella, con un’atmosfera tutta particolare, che sembra di stare a Montmartre, o in un angolo di Lisbona. Risaliamo i vicoli a monte della piazza, la salita Miradois fino al muro di cinta dell’Osservatorio Astronomico, ripieghiamo per salita Moiariello, poi i tornanti di via Morisani, e all’improvviso ci appare il bosco verde che ha stregato Mirko, un luogo imprevisto, per dirla come Roberto Pane, che brilla nel sole del mattino come un gioiello incastonato nella città storica. Se ti volti, scopri di trovarti in uno dei punti più panoramici del golfo, con lo sguardo che corre dal Vesuvio alla Penisola Sorrentina al Capo di Posillipo, Capri ti è davanti, puoi toccarla con la mano. Capisci allora perché questa collina, ora ai margini, fosse diventata già nel ‘500, in buon anticipo quindi su Posillipo, la prima passeggiata nobiliare fuori le mura, il primo paesaggio rurale “aristocratico” della città.

Con Mirko accediamo all’area verde da un piccolo cancello, e scopri che il bosco urbano è in realtà un antico frutteto abbandonato: sui terrazzamenti, nascosti dalla vegetazione selvatica di olmi, robinie e ailanti, incontri olivi annosi, e mandarini, nespoli, piante di alloro, melograni, e fichi dai rami contorti. Attraverso le antiche vedute e cartografie, Mirko ha ricostruito la storia di questi poderi fino al ‘600, quando sulle colline la città non c’era, e Miradois era tutto un vigneto. Poi la conversione a frutteto, ma c’erano anche i gelsi per l’allevamento del baco da seta, e ai piedi della collina le stalle coi bovini.

La novità del lavoro di Mirko, col suo prof Gaetano di Pasquale, botanico della Federico II, è stata quella di studiare l’ecosistema verde come fosse un reperto archeologico, rilevando e cartografando in dettaglio, ad uno ad uno, i terrazzi e gli alberi, raccogliendo i resti degli antichi attrezzi e manufatti agricoli; analizzando gli atti giudiziari e i registri parrocchiali, per studiare frazionamenti e passaggi di proprietà; registrando le testimonianze degli ultimi testimoni viventi, i discendenti dei coloni storici, e dal loro racconto scopri che la fine dell’agricoltura a Miradois non è poi così remota, la filiera corta di agricoltura urbana era ancora viva nel 1970, poi l’abbandono definitivo, con gli antichi frutteti che prendono rapidamente sembianza di bosco.

Ora siamo in casa di Mirko sul fianco della collina, mi mostra le riprese aeree fatte col drone, che sono mozzafiato: capisci come questi frammenti dell’antico paesaggio rurale sono una parte importante, cospicua del centro storico, che non è fatta di pietra, ma di terrazzi verdi e vestigia di antiche colture: dall’alto poi (ma basta anche Google earth), appare evidente come queste aree libere formino un reticolo vegetale nel tessuto urbano, una rete ecologica residuale e imprevista, che si dirama dalla grande foresta borbonica della Reggia giù per le colline. Una rete verde, mi dice Danilo Russo, zoologo della Federico II, che è in grado di sostenere, se adeguatamente curata e gestita, una biodiversità inaspettata, giusto nel cuore della città,  fatta di pipistrelli e rapaci, piccoli mammiferi, rettili, volpi, un’infinità di specie di uccelli.

Per di più, questa trama verde, oltre che elemento di bellezza, è l’unico grande “condizionatore naturale” del quale la città dispone, la sola parte del sistema urbano dove l’acqua e l’anidride carbonica si assorbono, le polveri si depositano, l’aria si depura e si raffresca, i cicli naturali ancora si compiono: le sole poste attive, insomma, di un bilancio ambientale altrimenti assai deficitario.

Dell’importanza del lavoro di Mirko ragiono alla fine con Massimo Visone, docente di storia dell’architettura e del paesaggio, che l’evoluzione di questi luoghi ha raccontato nel suo ” Napoli un gran teatro di natura”. Alla fine, un dieci per cento del territorio comunale di Napoli – l’equivalente quindi di un grande quartiere dimenticato – è fatto di aree come Miradois, ecosistemi imprevisti che nonostante tutto continuano a sopravvivere nella città distratta, vicino alle nostre case, dei quali ci accorgiamo solo quando franano, o d’estate magari prendono fuoco.

Aree verdi la cui storia, come Massimo mostra nel suo libro, non è meno complessa e affascinante di quella di un monumento romanico o gotico, ma che vengono trattate alla stregua di spazi vuoti, privi di qualità, per i quali non si impone una responsabilità, un progetto, un’idea di manutenzione, se non quella di farne parcheggi interrati. Il piano regolatore del 2004 aveva previsto di proteggere gran parte di questo mosaico verde (ben duemiladuecento ettari comprendendo, oltre le aree in abbandono colturale, le aree agricole attive e i boschi) all’interno del Parco delle colline di Napoli, poi effettivamente istituito con legge regionale, ma che è al momento un ente in disarmo, residuale come le aree che dovrebbe governare e difendere.

In attesa che le istituzioni diano segni di vita, Mirko ha costituito, insieme a un gruppo di abitanti, un’associazione civica che porta il nome della collina, la presiede Antonello Pisanti, pediatra generoso e visionario, uno dei primi a riscoprire questi luoghi, e che è venuto a viverci. Oltre a corsi di fotografia, recitazione e letteratura per i bambini dei Miracoli, l’associazione Miradois gestisce un campetto di calcio, e intende ora intraprendere un progetto, a partire dal lavoro di Mirko, per recuperare le aree verdi dimenticate, e riattivare l’agricoltura urbana. E’ una cosa complicata, perché si tratta di suoli la cui proprietà è comunque privata, per di più estremamente frammentata. Nel frattempo, un’attività di cura e di conoscenza è già iniziata, a favore dei viventi più fragili e promettenti del quartiere: i bambini innanzitutto, quindi gli alberi, l’ecosistema e il paesaggio, sarebbe a dire i pezzi più importanti di futuro, ed è un lavoro che Mirko deve fare qui, il Congo per ora può attendere.

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