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stella

Stella Cervasio, Repubblica Napoli del 30 luglio 2016

Fatti, non opinioni. Mai come nel caso della cosiddetta Terra dei fuochi, i primi avrebbero dovuto avere la priorità sulle seconde. C’era una volta la Terra del Fuoco, dove le fiamme venivano accese per il freddo, non per distruggere le tracce di malefatte ai danni della terra. Ora se si va sul web, su quel lembo estremo che segue la Patagonia sono rimasti pochi riferimenti, più à la page usare al plurale soggetto e genitivo: il territorio che genera fuochi, la piana agricola tra Napoli e Caserta. Eccolo diventare “un luogo comune”. Di più: un posto della mente, da manuale dei luoghi fantastici, che però di fantastico ha ben poco. Antonio di Gennaro dice cose molto forti, nei suoi articoli per “Repubblica”. Ma chi lo conosce sa che il suo modo di parlare, mai viscerale, mai adirato, sa rendere l’argomento interessante per l’interlocutore, perché privo di facile enfasi polemica. Ciò non vuol dire però che le fiamme non possano divampare, nei suoi ragionamenti. Anzi, divampano di più, a maggior ragione. Ed è proprio così nel suo “diario pubblico”, dove si ripercorre la cronistoria e la storia di una crisi che ha fatto a pezzi un territorio, la sua economia, i suoi abitanti. La terza area metropolitana d’Italia, invece di essere accompagnata verso uno sviluppo compatibile e opportuno, viene demolito da centinaia di articoli e servizi dei media. Un’eco che rimbalza di voce in voce, incalzata da alcuni pareri onnipresenti, e più da congetture che da dati scientifici. Fonte primaria sulla minaccia di rischi legati a rifiuti pericolosi seppelliti in zona, il pentito casalese Carmine Schiavone, che poi muore e non può né confermare né rimangiarsi nulla. Uno sfiatatoio, come spesso lo sono personaggi del genere. Fa riferimento a rifiuti nucleari tedeschi, ma niente si trova; e quando parla di lui, il magistrato Raffaele Cantone dice: «L’ho sentito più volte, non va preso per oro colato quello che dice ». Di Gennaro, pubblicando i suoi editoriali su Repubblica, che ha fatto così la scelta di riequilibrare una bilancia pendente decisamente verso il basso per un territorio che non lo merita, ricostruisce una vicenda che trova riscontro in quelli che spesso sono i cattivi consiglieri dei meccanismi dell’informazione: la superficialità e il prevalere dell’opinione sul riscontro, sul dato scientifico. Un libro al termine del quale resta l’amaro in bocca, perché vediamo dissiparsi in una nebbia cattiva la speranza viva come in pochi luoghi, ormai, di una economia rispettosa della terra e del suo valore ineguagliabile. Ma nelle cui ultime pagine troviamo il sostegno per rintracciare la razionalità e rimettere finalmente sulla strada giusta anche lo Stato, che rispetto a Terra dei fuochi ha avuto interventi poco efficaci e dimostrativi della scarsa chiarezza nella percezione di una situazione che coinvolge ancora una volta il vituperato Sud.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli  22 luglio 2016

C’è arrivata in ritardo l’Italia rispetto alle altre democrazie europee, ma ora anche da noi qualcosa finalmente si muove, il tema del “consumo di suolo” è entrato nel dibattito pubblico e, con maggiore lentezza, nell’agenda politica. Il fatto è che uno stato moderno è obbligato a tenere una contabilità della risorsa suolo, del modo con il quale viene impiegato, e a renderne conto ai cittadini. Ogni anno, ad esempio, il governo inglese pubblica in rete un bollettino nel quale è illustrato, con l’aiuto di tabelle semplici e chiare, come è cambiato l’uso di ogni ettaro di territorio nel regno, e quanto è cresciuta la città a detrimento dei boschi e delle campagne. Questo perché in quelle democrazie si crede ancora che il suolo, il territorio e il paesaggio siano la prima risorsa di un paese, e che dal modo come vengono impiegati e gestiti dipenda grandemente il benessere, la sicurezza nazionale la sostenibilità stessa dei percorsi di sviluppo.

Dicevamo che anche da noi qualcosa si muove. Da due anni l’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la sicurezza ambientale, pubblica un rapporto sul consumo di suolo in Italia, quello relativo al 2016 è stato presentato nei giorni scorsi a Roma, ed è reperibile in rete. Diciamo subito che la chiarezza e la facilità di lettura sono per ora assai distanti dai limpidi bollettini anglosassoni, ma c’è sempre modo di migliorare. Per il resto, il rapporto propone alcuni punti di interesse. In primo luogo, a causa della crisi economica, il consumo di suolo per urbanizzazione si è sostanzialmente dimezzato nell’ultimo biennio, rispetto ai valori degli anni 2000, passando da 8 a 4 metri quadrati al secondo. Questo significa che ogni anno, secondo il rapporto, il nostro paese mette sotto asfalto o cemento dodicimilacinquecento ettari di campagna, prima erano venticinquemila. Nonostante il rallentamento, è come se ogni anno in Italia ci fossero un paio di città in più, grandi più o meno come Napoli.

La novità del rapporto, è il calcolo del costo economico che questa perdita di suolo comporta, in termini di diminuzione dei servizi ecologici essenziali (produzione di cibo, acqua, depurazione, biodiversità ecc.). Ebbene, si tratta di ottocento milioni l’anno, una sorta di finanziaria occulta, che comporta una crescita del debito pubblico territoriale (le spese che dobbiamo affrontare per supplire alla diminuzione dei servizi della natura) che è probabilmente superiore al debito finanziario.

In assenza di una politica pubblica nazionale di contenimento dei consumi, è quindi la crisi economica a proteggere i nostri suoli, e questa cosa non deve rassicurarci, perché è evidente che qualora, come è auspicabile, le cose dovessero riprendere a camminare, anche il consumo di suolo risalirà, a meno che non si riesca a “disaccoppiare” la crescita economica dallo spreco di capitale naturale, e a ripensare l’edilizia in termini di recupero, anziché di ulteriore distruzione di spazio rurale.

C’è poi il fatto che il suolo non si perde solo per urbanizzazione, ma anche per inquinamento, e noi in Campania ne sappiamo qualcosa. La crisi ambientale, sociale e mediatica degli ultimi anni ci ha costretto ad una mappatura dettagliata dei suoli agricoli contaminati, ora sappiamo che sono solo alcune decine di ettari, ma il problema del degrado e dello sciupio del nostro territorio agricolo rimane.

Su questi due argomenti – il consumo di suolo, e il recupero dei suoli inquinati con tecnologie “verdi” – l’Università Federico II con il supporto dell’Assessorato regionale all’Agricoltura, ha condotto negli ultimi anni due importanti progetti – Soil Monitor ed Ecoremed – che hanno impegnato un centinaio di studiosi e il cui contribuito alla definizione delle politiche e delle azioni a scala nazionale è stato rilevante.

I risultati di questi due progetti, sullo sfondo del rapporto nazionale 2016 dell’ISPRA, sono l’argomento del dibattito che si terrà venerdì 22 luglio, presso la sala Pessina in Corso Umberto I n. 40, alla presenza dei curatori del rapporto, e del gruppo di ricercatori che stanno lavorando ai due progetti, con la partecipazione di politici e amministratori. L’intenzione è quella di affrontare gli aspetti scientifici del problema, insieme a quelli sociali, politici e amministrativi, perché anche una buona conoscenza alla fine servirà a poco, se non si tradurrà rapidamente in buone politiche, per la nostra Campania e per l’Italia.

 

 

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Social batte tank nella notte tragica

Lucio Caracciolo, la Repubblica 17 luglio 2016

C’era una volta l’esercito turco, campione mondiale di golpe. Venerdì sera gli epigoni di quella tradizione si sono cimentati in un farsesco remake che, non fosse per la scia di sangue e per le imprevedibili conseguenze geopolitiche, parrebbe una riuscita imitazione di Vogliamo i colonnelli, il non troppo fantapolitico film diretto nel 1973 da Mario Monicelli. Nelle scuole di intelligence, dove i colpi di Stato veri si studiano e si preparano, questi ufficiali turchi sarebbero finiti dietro la lavagna. Probabilmente serviranno da caso di studio: il contromodello perfetto, l’esempio di come non si deve azzardare un golpe.

Gli aspiranti tirannicidi di Ankara hanno sbagliato secolo. Sono rimasti alla belle époque del secondo Novecento, quando per “riportare l’ordine” bastava prendere possesso dei pochi, visibili gangli vitali del regime vigente, arrestarne i capi e spaventarne i sostenitori, se necessario (ma non sempre) sparando. Oggi, pensare di prendere il potere schierando qualche carro armato in alcuni crocevia strategici di Istanbul, bombardando il parlamento e costringendo una terrea speaker della tv di Stato a leggere un vago proclama, significa votarsi alla più disonorevole delle sconfitte.

Il catalogo degli errori (quello degli orrori è appena abbozzato, in attesa della vendetta di Erdogan, che si annuncia sanguinosa) è il seguente.

Primo: in un paese moderno, vivace e interconnesso o riesci a mobilitare subito il popolo, oppure il tuo golpe è abortito. Valga il caso egiziano del generale al-Sisi, il quale prima di rovesciare il legittimo presidente Morsi si era assicurato il supporto di una vasta e assai mediatizzata piazza. Nell’era delle tv private e dei social network, un’annunciatrice che parla dal canale pubblico suona come l’arpa in una banda di ottoni. Il parziale blocco di Facebook, Twitter e YouTube è durato appena un paio d’ore. Per tutta la notte le tv private hanno trasmesso in diretta i video postati sui social network dai cittadini che filmavano le violenze e i bombardamenti dei golpisti.

Secondo: il capo nemico va subito preso e neutralizzato. Il pensiero corre ancora al 1973, quando gli uomini di Pinochet puntarono sulla Moneda e liquidarono (o spinsero al suicidio) il presidente Allende. Evidentemente i pianificatori della sollevazione turca non erano bene informati sul rifugio di Erdogan. O non hanno avuto la forza di prenderlo. Sicché il presidente ha potuto rivolgersi al paese in videochiamata FaceTime, banalissima app collegata a Internet. È bastato l’appello del leader per mobilitare masse di manifestanti, specie nella sua roccaforte di Ankara. Il fatto che tutti i partiti, anche i più ostili al sultano, si siano più o meno sinceramente schierati contro i golpisti ha contribuito a isolarli.

Terzo: un capo si sostituisce con un altro capo. Non pare che i molti colonnelli e i pochi generali disponessero di un leader, forse nemmeno di un improvvisato direttore d’orchestra. Oppure costui era talmente impresentabile da non osare mostrarsi. Errore già commesso dai golpisti tardobolscevichi dell’agosto 1991, quando vollero imporre il triste, sconosciuto Janaev sulla sedia di Gorbaciov. In ogni caso, un colpo di Stato turco senza nemmeno una testa di turco è pretendere troppo.

Quarto: se fai un golpe militare devi poter contare sui militari. Almeno su alcuni reparti decisivi. La parte sostanziale delle Forze Armate non ha partecipato alla ribellione, restando in attesa degli eventi o schierandosi con il presidente. All’interno delle diverse armi sono emerse linee di frattura ed esitazioni. Di qui l’umiliazione di militari superarmati e addestrati che si fanno disarmare e arrestare dalla polizia. Quinto: sembra che i golpisti turchi si siano fidati della malcelata simpatia dei colleghi occidentali, alleati Nato. I quali si sono guardati dal mettere un dito nell’ingranaggio, ma certo non hanno scoraggiato gli insorti. È difficile immaginare che gli americani non abbiano visto muoversi le colonne corazzate turche qualche ora prima del golpe. Nessun alleato si è sognato di avvertire Erdogan del pericolo. Le prime reazioni delle capitali atlantiche, Roma compresa, ad “iniziativa militare” in corso, sono state tiepide se non gelide nei confronti del presidente turco. Senza curarsi di troppo mascherare la speranza di sbarazzarsi dell’inaffidabile sultano, fresco dell’ennesima “svolta” che lo ha riavvicinato a Putin. Torna ancora alla mente il golpe contro Gorbaciov, con i leader di mezzo Occidente a tifare privatamente per i «salvatori dell’Unione Sovietica ». Sommando questi e altri errori — di norma i golpe riescono meglio all’alba, non all’ora del dessert, quando la gente è sveglia e i media crepitano — i dietrologi sentenziano che non fu vero colpo di Stato, ma finto autogolpe. Erdogan si è inventato tutto per eliminare i suoi nemici? Se così fosse meriterebbe di correre per l’Oscar, vista la sua espressione mentre si affannava a mobilitare via iPhone masse di adoratori. Meglio stare ai fatti palesi, che svelano la disperata incompetenza di un pugno di militari. Come avrebbe fatto dire Monicelli a un aspirante golpista del venerdì sera: «Anche i colonnelli turchi ogni tanto arronzano ».

 

Il dolore di Elif Shafak “Dopo il golpe meno diritti ora l’Europa è più lontana”

Marco Ansaldo, la Repubblica 19 luglio 2016

«Ogni colpo di Stato ha frantumato la democrazia e creato enormi violazioni dei diritti umani. E questo orribile, sanguinoso golpe, con la reazione successiva del governo, pone la Turchia non in Europa, ma in Medio Oriente ».

Elif Shafak, la scrittrice più venduta nel Paese, appare davvero abbattuta: «Sono tempi molto, molto turbolenti per la mia patria», dice in questa intervista a Repubblica.

«Ma voglio essere chiara — aggiunge — sono totalmente contro a questo golpe, ha solo peggiorato tutto».

C’è però chi ha molti dubbi proprio sulla sua dinamica: in tanti si chiedono se sia stato per caso un golpe autoprodotto. Possibile?

«No, non penso che il governo lo abbia organizzato. E non dobbiamo cercare di vedere gli eventi attraverso teorie cospirative. Il golpe è stato reale e, secondo me, una cosa terribile: in una sola notte sono morte centinaia di persone, il Parlamento bombardato. Ma il Parlamento è il cuore della democrazia di un Paese, come può essere bombardato? Questo è inaccettabile ».

Per le strade ora si vedono i lealisti islamici sventolare la bandiera nazionale con la mezzaluna e la stella. Quella stessa che, per decenni, è sempre stato il simbolo brandito da laici e nazionalisti. La bandiera appartiene a tutti, d’accordo. Ma non è significativo questo passaggio di mano?

«Ora tutti reagiscono in modo emotivo. Il tentativo di golpe è stato uno shock. E la gente è scossa nel profondo. Da una parte è ammirevole che i cittadini si siano riversati nelle strade per fermare i carri armati. Dall’altra, a me preoccupa la cosiddetta ‘psicologia delle masse’».

Che cosa intende?

«Che vedo una crescita di nazionalismo, mascolinità, religiosità, intolleranza… E la “psicologia delle masse” può essere un effetto molto pericoloso ».

Ma allora i laici qui dove devono guardare, a chi devono credere?

«Come cittadini democratici la nostra posizione qui è la più solitaria, la più triste. Tutti quelli che credono nei valori della democrazia hanno criticato il tentato colpo di Stato. Nessuno lo ha sostenuto. Siamo contrari sia ai golpe militari sia all’autoritarismo. E sono molto preoccupata che il governo del partito al potere possa ora diventare ancora più dominante. Tutto sarà peggio. L’unica alternativa è tornare alla democrazia: sostenere il pluralismo, la libertà di parola. E i diritti umani, appunto».

Ma non pensa che l’esperienza della rivolta di Gezi Park, nel 2013, poi repressa nel sangue, possa tornare in qualche modo?

«In queste circostanze non mi aspetto una ribellione simile. I democratici e i liberali sono troppo soli, sono troppo pochi. Siamo la minoranza più triste, in questo Paese».

A lei che è molto attenta agli aspetti della comunicazione, non le è parso interessante vedere come il Presidente che odia e si oppone ai social media, abbia poi usato Facetime per lanciare l’appello alla resistenza popolare, e salvarsi mentre pareva spacciato?

«È molto ironico. Il governo del Partito della Giustizia e dello Sviluppo e il Capo dello Stato hanno colpito, controllato e soppresso i social media così tante volte in passato. Hanno portato in tribunale la gente per commenti fatti su Facebook o Twitter. Hanno monitorato i social media, lasciando davvero poco spazio alla libertà di parola. Però, nella notte del tentato golpe, lo stesso governo ha dovuto usare i social media. Ripeto, lo trovo davvero molto ironico».

Perché?

«Perché è stata una lezione di democrazia liberale. Persino i politici autoritari in Turchia, e nel mondo, possono un giorno avere bisogno delle libertà fondamentali che sistematicamente soffocano. Dopo tutto, ognuno ha bisogno delle libertà democratiche. Ma temo che la Turchia non abbia imparato questa lezione ».

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 12 luglio 2016

E’ possibile, anzi augurabile che ci stiano già lavorando, perché è chiaro che una soluzione al duello istituzionale su Bagnoli non può essere ulteriormente rinviata, ne va della credibilità residua delle istituzioni, e di chi in questo momento le rappresenta. E’ necessario partire da una constatazione: quello che non ha funzionato a Bagnoli è l’intreccio tra la bonifica e la trasformazione urbana. Queste due attività nel nostro ordinamento fanno capo a due diversi livelli di responsabilità, con lo Stato che ha competenza in materia di bonifica (tanto più a Bagnoli, che è un sito di interesse nazionale), e i comuni e le regioni cui competono le scelte urbanistiche. Non si scappa, è la costituzione che lo dice.

A ripercorrere la storia di quest’ultimo ventennio, è evidente che i ritardi di Bagnoli sono in stati in larga misura causati dalla dilatazione spropositata, anche in termini di costi, delle operazioni di bonifica, sotto la regia del Ministero dell’Ambiente. L’urbanistica in realtà non è mai partita, ha finito per svolgere un ruolo subordinato. E’ come se si fossero ribaltati i ruoli: la bonifica ha smesso di essere un’attività strumentale, propedeutica alla trasformazione urbana, ed è diventata una grande opera pubblica autoreferenziale, fine a se stessa.

Dall’altro lato però, si è pure assistito a un affievolimento della capacità locale di governare efficacemente il procedimento urbanistico. Dopo il lungo lavoro per redigere e approvare il piano regolatore, durato quasi un decennio, il comune non si è mai dotato di una strategia e di una macchina amministrativa all’altezza, come se il piano si attuasse per forza propria, manco fossero le tavole di Mosè. In questo modo un altro decennio è trascorso. Nel frattempo la società di trasformazione urbana è fallita, nonostante le operazioni scaramantiche, come gli inutili conferimenti di beni in articulo mortis, o le ripetute inaugurazioni della Porta del parco.

Nella vicenda di Bagnoli nessuna delle due parti ha di che gloriarsi, mentre c’è molto da imparare, e la cosa sensata sarebbe che ciascuno facesse quello che la costituzione e le leggi gli richiedono di fare. Il compito del commissario governativo dovrebbe essere quello di mettere finalmente ordine in questa storia complicata della bonifica, indicando un termine certo e ragionevole di completamento. E cercando magari di applicarla veramente la legge quadro sull’ambiente, la 152, non limitandosi all’applicazione notarile di tabelle, ma conducendo una seria analisi di rischio, in considerazione dei valori di fondo particolari che caratterizzano l’area. Questo è il lavoro che è chiamato a fare lo Stato.

Per gli aspetti urbanistici, la cosa sensata, per non arenarsi nelle secche dell’incostituzionalità, è quella di riconoscere al sindaco della città poteri commissariali, tanto più che anche il presidente del consiglio ha recentemente ribadito l’intenzione di muoversi all’interno delle previsioni del piano regolatore. Per l’amministrazione appena confermata sarebbe il momento della verità, dopo il primo inconcludente quinquennio, con l’impegno innanzitutto a ricostituire una robusta capacità amministrativa, per governare le trasformazioni epocali che abbiamo in mente per Bagnoli.

Messe così, le cose potrebbero funzionare. A condizione, naturalmente, che governo, regione e comune facciano finalmente gioco di squadra. Perché se è vero che la Costituzione dice che sono le istituzioni urbane a pianificare il proprio territorio, Bagnoli rimane pur sempre una questione di interesse nazionale, per il cui esito le politiche e le sinergie governative e regionali hanno un ruolo assolutamente decisivo.

Non sono d’accordo con la Urbinati, ma l’articolo pone domande fondamentali. AdG

brexit

Nadia Urbinati, La Repubblica 3 luglio 2016

BREXIT ci ha catapultato indietro di svariati decenni, quando scrittori e uomini di cultura teorizzavano il dispregio per la “democrazia”, a tutti gli effetti ancora il nome di un pessimo governo perché governo degli ignoranti, di chi non sapeva capire il “vero” interesse del paese perché non aveva beni da difendere o carriere da coltivare. Così pensava per esempio François Guizot, un ministro liberale francese di metà Ottocento, che ebbe il nostro Mazzini come oppositore e con lui tutti i fautori del suffragio universale. Dopo il referendum britannico per l’uscita dall’Unione europea, sembra di assistere a un refrain di simili posizioni.

Nei blog e negli articoli su riviste online inglesi e americani che circolano numerosi in questi giorni si verifica uno straordinario fenomeno di reazione degli acculturati contro gli “ignoranti”. La questione interessante non è, ovviamente, quella della veridicità o meno di questa affermazione — quanta ignoranza serve a fare un ignorante e quanta informazione a fare un competente in preferenze elettorali è una di quelle domande alle quali nessun politologo può dare risposta certa. Quel che è interessante è che ritorni a farsi strada nell’opinione del mondo l’idea che il suffragio universale equivalga a governo degli ignoranti, che i molti (generalmente poveri e non acculturati) blocchino le possibilità a chi potrebbe espandere le proprie capacità. La società della meritocrazia si rivolta contro la società dell’eguaglianza e prova a far circolare l’idea che la competenza, non l’appartenenza alla stessa nazione, debba consentire l’accesso alla decisione politica.

Le avvisaglie della rivolta delle élite nel nome della competenza e dell’interesse si manifestano del resto anche nel campo della ricerca: tra le teorie della democrazia che oggi attraggono molto l’attenzione degli studiosi vi è quella che prende il nome di “teoria epistemica”, l’idea cioè che la democrazia sia buona non perché ci rende liberi di partecipare alle decisioni e di cambiarle, ma perché le sue procedure — se opportunamente usate — producono decisione buone o giuste. Per esempio, restare in Europa sarebbe stata la decisione giusta se a usare la procedura del voto ci fossero stati cittadini informati. Il fatto che abbia vinto Brexit significa non che le procedure siano sbagliate ma che per ben funzionare dovrebbero essere usate da chi meglio può usarle.

Certo, ammettono i teorici della “democrazia competente”, tutti sono potenzialmente capaci di ragionare e in questo senso l’inclusione universale nella cittadinanza non è messa in discussione. Il problema è che non tutti hanno, per le più svariate ragioni, potuto coltivare le loro qualità intellettuali, non solo perché hanno deciso di interrompere la loro educazione ma perché hanno scelto di non informarsi bene. Per il momento, il ragionamento sulla democrazia competente si interrompe qui. Senonché, come si evince dai commenti di questi giorni, qualcuno potrebbe completarlo così: ci sono alcune decisioni, quelle che richiedono una dose di conoscenza e riflessione maggiore, che non possono essere prese da tutti, e soprattutto da coloro che per loro scelta si sono resi incompetenti. Questo argomento antidemocratico trova oggi uno spazio preoccupante.

La rivolta delle élite contro la democrazia è una realtà che conferma la brillante e solitaria diagnosi fatta da Christopher Lasch in The Revolt of the Elite del 1995. Attento studioso dei mutamenti politici e di costume nell’America di Carter e Reagan, Lasch documentò la crescita di quella che egli stesso definì “la società del narcisismo” e della conseguente disaffezione nei confronti della richiesta popolare di eguaglianza. Le classi privilegiate, scriveva, sono fortemente attaccate alla nozione della mobilità sociale e dell’apertura delle frontiere; quelle svantaggiate sono al contrario timorose di entrambe. I nuovi benestanti alimentano un’idea che è in forte tensione con la democrazia medesima: quella della “democrazia della competenza” contro la “democrazia dell’eguaglianza”, quella di una cittadinanza basata sull’eguale accesso alla competizione economica invece che sull’eguale potere nella partecipazione alla vita collettiva e politica. Divelta la centralità del lavoro, sembra che lo scopo della democrazia sia diventato quello di emancipazione dalla condizione di lavoro manuale, invece che dell’eguale distribuzione del potere di decidere sulle regole del lavoro e di chi lavora.

Emanciparsi dal lavoro e lasciare il lavoro agli ignoranti: «È elitario dire questo ad alta voce?”, si chiede un blogger inglese. Ci si deve «vergognare» ad ammettere che non tutti abbiamo gli stessi interessi da difendere? «Ci si deve reprimere dal pensare che è per il bene di tutti che le ragioni della conoscenza e della competenza dovrebbero avere più attenzione?». Sono gli ignoranti che hanno paura degli altri, che si innamorano del nazionalismo, che sono angosciati dalla globalizzazione. Allora, perché lasciare che essi partecipino a decisioni che mettono in discussione il nazionalismo e che vogliono tenere aperte le frontiere con l’Europa? È Michael Pascoe sulla rivista “Business Day” che propone queste osservazioni radicali appellandosi, appunto, ad una «democrazia della competenza» e chiedendosi se è davvero «reazionario» denunciare «l’idiozia delle masse». Ancora una volta, dopo Brexit, in nome della democrazia si dice in sostanza che la democrazia è un pessimo governo.

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