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Antonio di Gennaro, 26 aprile 2014

“Ogni tanto anche il buon Omero dorme”, ricordava Orazio, e allora può pure capitare che la prestigiosa rivista “Nature” incappi in qualche infortunio. L’ultimo è del gennaio scorso, con la pubblicazione di un articolo della ricercatrice giapponese Haruko Obokata, che sarebbe riuscita a produrre cellule staminali da cellule adulte, grazie ad un semplice shock acido. Grande clamore, solo che poi nessun laboratorio al mondo è riuscito a replicare l’esperimento, e l’istituto Riken presso la quale lavora la signora ha dovuto prendere le distanze e aprire un’inchiesta. Sono cose che possono succedere: d’altro canto la scienza è maestra quando coltiva il rigore del dubbio sistematico, piuttosto che l’affermazione di certezze che saranno superate dalle conoscenze di domani.

A proposito di dubbio sistematico, qualche perplessità viene dalla lettura di un commento redazionale apparso sul numero di aprile di “Nature” dal titolo “L’eredità tossica”, che riprende con sorprendente leggerezza tutto l’assortimento di luoghi comuni sulla Terra dei fuochi, sponsorizzando l’idea di fare di quest’area un grande laboratorio all’aperto per studiare l’effetto dei rifiuti sulla salute umana, con un finanziamento di alcuni milioni presi dai fondi strutturali 2014-2020.

La cosa singolare è che una proposta tanto impegnativa si basa su ipotesi sperimentali assai controverse, che riguardano la maggiore incidenza in quest’area delle malattie tumorali, e il nesso di causalità tra queste malattie e l’interramento dei rifiuti. Ora, i dati del registro tumori dicono con chiarezza che nella piana campana l’incidenza dei tumori (il numero di nuovi casi di malattia ogni 100.000 abitanti) è in diminuzione per i maschi e in lieve aumento per le femmine. E’ difficile pensare quindi che sia in gioco l’inquinamento da rifiuti perché non spiegherebbe un diverso andamento tra maschi e femmine. Sempre i dati dei registro tumori indicano invece che in Campania la sopravvivenza per gli ammalati di tumore è ridotta rispetto al Centro e al Nord Italia. Ciò significa che il problema è in una drammatica carenza di assistenza, cosa di per sé inaccettabile, ma che con i rifiuti non c’entra niente.

E’ importante a questo punto definire correttamente i termini della questione. La piana campana, dal giardino agricolo ordinato dei primi anni ’60, si è caoticamente trasformata in una oscena conurbazione di 3 milioni e mezzo di persone: una città illegale, che per tre quarti è cresciuta in barba ad ogni pianificazione. In un simile contesto, tutti i cicli produttivi e ambientali, dall’acqua ai rifiuti, non sono in regola, e questo significa che c’è una carenza strutturale di qualità urbana; che si vive male, in una condizione di eterna precarietà. I rifiuti e i roghi sono un segmento del problema, ma non spiegano tutto. Quello che occorre è un colossale intervento di rigenerazione urbana, di adeguamento dei servizi e degli standard di civiltà minima, drammaticamente carenti, e qui si che servirebbero i fondi strutturali. Insieme naturalmente ad un sistema decente di governo e presidio quotidiano di un’area metropolitana che continua ad essere gestita come una desolata terra di nessuno.

Ciò di cui non abbiamo proprio bisogno, con tutto il rispetto per “Nature”, è che studi e monitoraggi senza fine sostituiscano gli interventi, eludendo la necessità vera, che è quella di un serio investimento per il rilancio di un’area cruciale del paese. Evitando che tutto si trasformi, alla fine, in una infinita campagna di denuncia, drammaticamente monca di risposte, della quale si fatica davvero a questo punto a comprendere finalità e obiettivi.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 30 aprile 2014 con il titolo “Se i luoghi comuni contagiano “Nature””.

 

Antonio di Gennaro, 20 aprile 2014

“Ma allora lei è negazionista?”. La domanda mi è giunta secca, alla fine di un seminario interdisciplinare organizzato dal Dipartimento di Prevenzione dell’ASL Napoli 1 sull’emergenza nella Terra dei fuochi. Il confronto con medici e veterinari era andato molto bene, con una sostanziale convergenza, sino a quell’ultima domanda, da parte di un partecipante evidentemente poco convinto. Resto un attimo perplesso: il termine non è proprio simpatico, né neutro: nasce per qualificare l’atteggiamento degli storici che negano le colpe e i crimini del nazi-fascismo, e per questo ha una connotazione spregevole, negativa. Nel mio intervento mi ero limitato a illustrare le conoscenze agronomiche e scientifiche sull’agricoltura della Terra dei fuochi, mostrando come i dati in nostro possesso, i risultati dei controlli capillari che si stanno facendo, evidenziano come i problemi sanitari, se ci sono, non sono legati alla catena della produzione vegetale. L’agricoltura non c’entra, è un obiettivo sbagliato, anzi rappresenta un elemento d’ordine in un territorio disastrato. Il guaio è che proprio su questa errata valutazione è stato concepito il farraginoso decreto governativo, la cui attuazione, dopo la prima fase di identificazione delle aree, annaspa in modo imbarazzante.

Ma tant’è. La narrazione dominante della crisi della piana campana, il racconto di un inquinamento generalizzato, di un agricoltura avvelenata che minaccerebbe la salute delle persone, non possono essere sottoposti a verifica critica, analizzando distintamente i diversi segmenti del problema, evitando di fare confusione, e di affibbiare un marchio d’infamia infondato alle attività agricole di un’intera regione. Dissentire, dati alla mano, dal terribile racconto, significa essere negazionisti, e questo ha ripetuto nei giorni scorsi il direttore generale dell’Istituto Pascale, Tonino Pedicini, nel corso di una presentazione pubblica del libro di don Maurizio Patriciello, secondo il quale «C’è chi ha sposato un atteggiamento negazionista che non ha alcuna base scientifica. La negazione di quello che deve essere l’atteggiamento di un medico e di un uomo di scienza”. L’accusa, per quel che mi riguarda, ha aspetti sorprendenti, perché sono proprio le affermazioni fatte su un’agricoltura maledetta, prive di ogni base scientifica, ad aver messo in ginocchio fatturato e occupazione di un intero settore, con un impatto sociale, territoriale e di immagine devastante.

Se veramente vogliamo capirci qualcosa in quello che sta succedendo, sarebbe meglio lasciar perdere le parole a effetto. Il confronto critico non è negazionismo. Il vero discrimine dovrebbe essere tra chi propone percorsi e orizzonti praticabili verso la soluzione dei problemi, e chi fa solo confusione. C’è un territorio da rimettere in ordine, con un pauroso deficit di cittadinanza, al quale bisogna restituire standard di vita decenti, con politiche pubbliche di ampio respiro, senza cadere nella trappola delle bonifiche. Riflettendo possibilmente su quanto sia ragionevole protestare giustamente da un lato per l’inquinamento da rifiuti, contrastando aprioristicamente dall’altro ogni seria soluzione impiantistica, strutturale, in grado di condurre una volta per tutte la Campania fuori dalla crisi.

Articolo pubblicato su Repubblica Napoli del 20 aprile 2014 con il titolo “Sei negazionista, l’anatema lanciato contro chi si affida alla scienza”.

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