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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 30 agosto 2017

Negli altri paesi europei l’abusivismo edilizio semplicemente non esiste, e non ci sono neanche le parole per dirlo. In Inghilterra l’ufficio del Primo ministro dirama ogni anno un bollettino con una contabilità dettagliata, ettaro per ettaro, dell’uso dei suoli e delle nuove urbanizzazioni. Il fatto è che lì si ostinano a pensare che il suolo sia la base fisica della democrazia, che il territorio lo abitiamo socialmente, che non sia un tavolo da gioco dove vince chi è più lesto o ha meno scrupoli, scaricando sulla collettività i costi delle sue scelte private.

Qui da noi, nell’area metropolitana di Napoli, le cose sono andate diversamente. Dal secondo dopoguerra le aree urbanizzate si sono moltiplicate per quattro, in due ondate successive: la prima che va dalla metà degli anni ’50 alla fine degli anni ’70; la seconda, non meno rilevante della prima, dal terremoto del 1980 ad oggi. Nel frattempo la popolazione è aumentata solo del 20%, ed ora la demografia sarebbe piatta, se non fosse per gli immigrati.

Tutto questo è avvenuto senza regole: ancora nel 1990, in provincia di Napoli, solo 18 comuni su 100 disponevano di uno strumento urbanistico ai sensi di legge. Il risultato è stato il caos, la fusione di fatto di 140 comuni, da Capua e Caserta, giù fino a Eboli, in una disordinata città continua, che occupa solo il 15% del territorio regionale, nella quale vive come può il 72% dei cittadini campani.

In questo sistema congestionato, per le ragioni che dicevamo, il 40% delle aree edificate non ha alle spalle una decisione pubblica, una previsione, un atto di pianificazione. E’ in questo contesto che, come ha raccontato Raffaele Cantone nel suo intervento su Repubblica, il comune Giugliano, senza che nessuno l’avesse deciso, è cresciuto nell’ultimo quarto di secolo da quarantaquattromila a centodiecimila abitanti, diventando così a sorpresa la terza città della regione, una delle prime cinquanta d’Italia, la più giovane in assoluto, come ha evidenziato Save the Children nel suo rapporto sull’infanzia a rischio.

A Casal di Principe invece, stando al desolato racconto del sindaco Natale, un edificio su tre è abusivo, per un totale di millecinquecento abitazioni, dove vivono seimila persone, sui ventunomila abitanti del comune. Ma l’assenza di piani urbanistici non spiega tutto, perché c’è anche l’abusivismo di ultima generazione, quello a norma di legge, come nel caso di Orta di Atella, passata in un decennio appena (2001-2011) da tredicimila a ventiquattromila abitanti. In quel comune, come accertato dalla magistratura, l’amministrazione ha autorizzato la costruzione di vasti rioni pasoliniani, in barba alle destinazioni d’uso, in posti dove questo non poteva e doveva avvenire, coi palazzi di sette piani sorti in mezzo alle terre, senza le adeguate urbanizzazioni, infrastrutture e servizi.

Insomma, l’abusivismo nell’area metropolitana di Napoli è un fenomeno di scala territoriale. Affrontare questa situazione richiederebbe, proprio come avvenuto a Bagnoli, vista la dimensione e la portata dei problemi, uno sforzo coordinato delle istituzioni – il governo, la regione, la città metropolitana – in un patto comune per superare la babele di competenze, anche figlia della cattiva riforma costituzionale del 2001. E’ solo da un patto inter-istituzionale che può venire un programma complessivo, assolutamente necessario per mettere finalmente in ordine, sicurezza e legalità la terza area metropolitana del paese.

Dovremmo completare in tempi brevi – le professionalità, le tecnologie e i satelliti non ci mancano – una radiografia dettagliata dell’intera area metropolitana, con una contabilità definitiva degli abusi. In parallelo, si dovrebbe attivare una task force di supporto all’amministrazione, reclutando un esercito di giovani tecnici, con l’aiuto magari degli Ordini e dell’Università, con il compito di istruire in tempi rapidi, sei-otto mesi, le centocinquantamila mila richieste di condono pendenti, discriminando i casi, perché una veranda è evidentemente cosa diversa da una villetta sulla duna, o da un condominio di sette piani, e accertando una volta per tutte cosa può essere condonato e cosa no.

Poi, è necessario ripartire con il governo del territorio. Non è possibile che per l’approvazione di un piano occorrano anni, a volte anche dieci, che è il tempo nel quale uno strumento urbanistico dovrebbe produrre i suoi effetti, e se ne fa un altro. Ma fare i piani non è tutto. La cosa determinante è il lavoro amministrativo che c’è dopo, giorno per giorno, di cura e controllo del territorio, per fare in modo che le cose poi succedano davvero, nel modo giusto, secondo legge, dando per tempo le risposte, e non pensando ancora di poter delegare alla magistratura il ruolo di cerbero.

Perché tutto questo accada occorrono nuove politiche, una rinforzata capacità amministrativa, una buona cooperazione tra i diversi livelli di governo. Se la filiera istituzionale della Repubblica si mette in gioco per intero, dando al recupero della conurbazione campana il valore di questione nazionale, una strada giusta per voltare definitivamente pagina, alla fine potrà essere trovata.

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