You are currently browsing the category archive for the ‘Storie e paesaggi’ category.

paesaggio cilento

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 26 giugno 2016

Se vuoi davvero sapere com’è andata, devi osservare le fotografie aeree fatte negli anni ’50 per i controlli del Piano Marshall: il Cilento appare spoglio d’alberi e boschi, una teoria di colline rasate di grano e pascoli, ogni metro di terra è utilizzato, e c’era ancora la gente. Poi il paesaggio s’è svuotato d’uomini, partiti per Milano, Torino, la Germania, in cerca di futuro, e il bosco è tornato sulle terre abbandonate, gli oliveti sono diventati a poco a poco isole, in mezzo a un mare di macchia mediterranea e cespi flessuosi di ampelodesma. “Il problema” mi spiega Peppino Cilento “è che se parte un incendio sulla costa, si propaga in un attimo fino alla montagna, così possono bruciare centinaia di ettari di macchia in una volta sola”.

Lo incontro a San Mauro, nella sede della cooperativa “Nuovo Cilento”, che lui ha fondato nel 1976. L’idea gli venne in Veneto, a Treviso, dove era giovane professore di lettere: la mattina era a scuola, la sera con il sindacato lavorava ai corsi delle centocinquanta ore per i lavoratori. A Conegliano conosce i viticoltori, riuniti da decenni in cooperative, si convince che può essere quella la strada per far ripartire l’agricoltura in Cilento, per contrastare l’esodo e tenere viva la terra.

Lo scorso febbraio c’è stata la festa per i primi quarant’anni di attività: oggi la “Nuovo Cilento” è il più grande frantoio della Campania, lavora ventiseimila quintali d’olive l’anno; con 360 soci e millecinquecento ettari di oliveto, è il principale produttore italiano di olio extravergine biologico. L’inizio non fu facile, Peppino mi racconta che ci vollero tre anni per acquistare il primo trattore, allora si arava ancora coi buoi, in quel “medioevo lungo” teorizzato dall’archeologo Riccardo Francovich, che nelle campagne del meridione può arrivare fino al ‘900.

L’agricoltura montana del Cilento per sopravvivere ha bisogno di meccanizzarsi, ma Peppino si rende conto che le macchine sul mercato non sono adatte ai paesaggi cilentani, perché obbligano a lavorare a “rittochino”, lungo la linea di massima pendenza, altrimenti ti ribalti, ma così il suolo si erode in fretta. Non si perde d’animo, va alla fiera di Bologna, ne parla col presidente dei costruttori di macchine agricole, che gli dà conferma: effettivamente i modelli sono pensati per la pianura e per il mercato estero, la collina e la montagna, che fanno l’80% del territorio nazionale, non sono prese in considerazione. Alla fine Peppino la spunta, e convince un’industria di Vicenza a progettare una trattrice radiocomandata, di forma, dimensioni e potenza adatte ai versanti collinari del Cilento.

La cura del suolo è la base di tutti i ragionamenti di Peppino. Qui in collina, per evitare che l’erosione disperda il capitale di fertilità, è necessario che il suolo rimanga quanto più possibile protetto, e sia adeguatamente nutrito di humus. Così, ha chiamato dalla Colombia, in quello che lui definisce sorridendo “un programma di aiuti dell’America latina alla vecchia Europa”, Jairo Restrepo Rivera, grande esperto di agricoltura organica, che ha insegnato agli agricoltori della cooperativa a trasformare le sanse – i residui della spremitura delle olive – in un compost profumato come terra di bosco, con una ricetta a base di letame, frasche triturate,  carbone vegetale, lieviti particolari. Il terriccio viene somministrato agli olivi, al posto dei concimi minerali, e gli effetti sono strabilianti, le piante affaticate ritrovano vigore ed equilibrio, la concentrazione di antiossidanti nell’olio – i polifenoli e i tocoferoli, che sono i fattori di protezione buoni, il vero tesoro della dieta mediterranea –  schizza alle stelle.

Chiedo a Peppino cosa pensi della proposta dello storico Piero Bevilacqua, di profittare dell’immigrazione per rivitalizzare i borghi delle aree rurali in spopolamento, lui mi risponde che da loro è già così, l’agricoltura a San Mauro è stata salvata da una colonia di pakistani del Punjab, e mi presenta Shengara, un giovane dal sorriso candido, che ora è una delle colonne del frantoio, non sta fermo un attimo, nelle pause del lavoro si dedica all’ingegneria naturalistica, realizza sentieri e graticciate.

Questa chiusura isterica al Sud del mondo Peppino non riesce proprio a comprenderla: “Le associazioni italiane hanno sbraitato quando la Commissione ha autorizzato l’importazione di trentacinquemila tonnellate di olio extravergine dalla Tunisia, quando l’Italia ne importa quindici volte tanto dalla Spagna. E’ un protezionismo che rischia di colorarsi di razzismo, è come se la Fiat dicesse che vende poco per colpa della Toyota. Per stare bene sul mercato non devi lamentarti ma aumentare la qualità, vedi l’esempio del vino, che ha saputo raccogliere la sfida, affidandosi al giudizio di consumatori sempre più competenti”.

Giuseppe Cilento è stato a lungo presidente della cooperativa, ed anche sindaco di S. Mauro:  nella lunga storia di leader di comunità ha raccolto, com’è nelle cose umane, affermazioni importanti, assieme a insuccessi e amarezze. Il cruccio è che, nonostante la “Nuovo Cilento” sia oramai una realtà importante, il declino demografico continua, il territorio del Parco Nazionale dei Cilento ha perso ancora tremila abitanti negli ultimi cinque anni, mentre un turismo frettoloso continua a spremere il paesaggio come un limone, le aree urbanizzate sono decuplicate nell’ultimo cinquantennio, l’attività amministrativa del Parco e dei comuni è assorbita dall’edilizia, piuttosto che dal governo del territorio e dal rilancio delle economie locali.

Peppino, all’opposto, ha scelto di mettere al centro della sua strategia le ragioni dell’ecosistema e della comunità. In un’agricoltura nella quale sono le macchine a dettare la forma dei paesaggi, lui è riuscito, all’opposto, a farsi dare le macchine adatte a mantenere il paesaggio così come lo vede lui. Nel suo racconto cita più volte la “Laudato si”, l’enciclica sull’ambiente di papa Francesco; ricorda i momenti di lavoro con Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica assassinato, che a un certo punto è come fosse seduto a tavola con noi.

Passeggiamo in oliveto, nel pomeriggio, su un tappeto profumato di sulla e di veccia, le leguminose buone che danno l’azoto al suolo; intorno a noi è tutto un volo di rondini, libellule, farfalle colore dello zolfo. L’ecosistema è vivo, il sorriso di Geppino ha una piega amara: “Ci vuole tempo perché la gente accetti le innovazioni, occorre pazienza, bisogna contare sulla capacità persuasiva dei risultati”. Lo ascolto e penso che la forza è possente in questo professore-contadino dai capelli candidi, che si ostina a immaginare un riscatto possibile per questo suo Cilento, docile e resistente insieme, come la pietra calda d’arenaria alla quale adesso mi afferro con la mano.

s. giorgio

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 28 maggio 2016

Anche la Campania ha il suo West – i suoi spazi sconfinati, gli altopiani d’erba che non vedi una casa fino all’orizzonte – solo che è a oriente: devi uscire dalla conca ordinata di Benevento, ed entrare nel Fortore, il mondo del flysch e delle argille: il Mezzogiorno nudo, del latifondo contadino, come lo chiamava Rossi- Doria, contrapposto alle terre arborate della prima cerchia collinare, ricamate di viti, olivi e piante da frutto.

Il Fortore è una successione strepitosa di altopiani a perdita d’occhio, incisi da torrenti vorticosi, coi centri medioevali arroccati sui cucuzzoli di calcare e arenaria, gli unici punti in questi paesaggi epici che stiano fermi, che non si muovano verso valle. Certo, l’olivo c’è ancora, ma è solo una corona intorno all’abitato, poi è un mare di grano e di erba, con i boschi scuri di quercia – ciò che resta dell’immensa foresta cinquecentesca – a protezione dei versanti troppo ripidi per fare agricoltura.

Sono venuto a San Giorgio la Molara, il centro geografico del Fortore, in una giornata di pioggia e nuvole basse, non importa che siamo a metà maggio, per raccontare ancora una storia di fatiche e affermazioni, in queste terre difficili, che il ministero dello Sviluppo economico identifica come “aree interne”, sarebbe a dire quei pezzi di Paese troppo distanti dalla città, dove la dotazione dei servizi essenziali è più labile, il declino e lo spopolamento più difficili da arrestare. In barba alla classificazione del ministero, San Giorgio la Molara è invece uno dei centri più importanti in Italia per l’allevamento della Marchigiana, una delle tre razze bovine storiche, con la Chianina e la Romagnola, comprese nel marchio di qualità del “Vitellone bianco dell’Appennino centrale”, sarebbe a dire l’esclusivo club della bistecca più buona d’Italia.

Mi accompagna nel viaggio Nicola De Leonardis, direttore tecnico della cooperativa di allevatori “S. Giorgio”, con cento aziende associate, seimila capi allevati, che mi racconta a voce bassa, col fare pacato degli zootecnici di razza, come tutto il paesaggio che ci circonda lavori per l’alimentazione dei prestigiosi animali: un mosaico verde di erbai polifiti, campi di orzo, grano duro, avena, e sulla dai fiori scarlatti, perché la marchigiana di San Giorgio non mangia insilato di mais, che renderebbe acquose le carni, ed è esclusivamente alimentata con fieni profumati e foraggi locali. La fase di finissaggio poi, quella più importante per la marezzatura e la tenerezza della carne, è tutta basata su una dieta ricca di granella di cereali e luguminose.

Ma non sono solo le virtù di un allevamento e un’alimentazione naturale: alla base del successo degli allevatori di San Giorgio c’è la ricerca, un lavoro instancabile di miglioramento della razza che in queste terre è iniziato quindici secoli fa, a partire dal Bos Primigenius, il grande bovino dalle corna lunghe che gli Unni portarono con sé dalle fredde steppe d’Ucraina. L’opera di selezione ed incroci mirati è ripresa su basi moderne a partire dalla metà del ‘900, per merito di allevatori come Giovanni Belperio, che ci accompagna orgoglioso in stalla a visitare i suoi campioni, i tori mastodontici e le fattrici, tutti esemplari dalla morfologia armoniosa, elegante, come le pitture rupestri di Altamira e Lauscaux. I vitelli sono accanto alle madri, che non si agitano al nostro arrivo, e Giovanni mi spiega orgoglioso come anche il carattere mansueto, determinante per la qualità delle carni, sia il risultato del lavoro pignolo di selezione. Giovanni ha modi semplici, garbati, è un allevatore, ma nella zootecnia italiana è un’autorità, i ricercatori accademici lo ascoltano, vengono qui in azienda per apprendere e studiare il suo modo di lavorare.

Gli allevatori di San Giorgio andrebbero studiati anche per un’altra ragione, perché l’affermazione di questo sistema zootecnico di eccellenza, intorno al quale ruota adesso un intero paesaggio, è il frutto di una coraggiosa riconversione produttiva, dal tabacco che per decenni è stata la ricchezza di queste aree – grazie anche ad un fin troppo generoso sistema di aiuti comunitari – alla zootecnia.

Gli agricoltori di San Giorgio hanno compreso per tempo che questa situazione andava ad esaurirsi, e anticipando i tempi, hanno investito i proventi del tabacco nella costruzione delle stalle, puntando sulla zootecnia di qualità. Insomma, un dinamismo, una capacità di reazione di tutto un territorio, che con l’etichetta triste di “aree interne” sembrerebbe avere poco a che fare. Non per nulla, l’età media dei soci della cooperativa è di 44 anni, più di una decina in meno della media regionale, che è poco sotto la sessantina, con tutta la propensione all’investimento e all’innovazione che la giovane età comporta.

Nel pomeriggio torna l’azzurro, si fa più intenso il verde dei pianori, e più bianche le torri eoliche, che gli spazi aperti di questi paesaggi indifesi hanno finito per conquistare. Ora traversiamo il Regio tratturo, la grande autostrada d’erba della transumanza, che i Sanniti tracciarono duemilacinquecento anni fa, e qui a San Giorgio è ancora chiaramente distinguibile. La storia che Nicola continua a raccontarmi, è poco nota agli abitanti della grande città costiera, troppo distante da queste terre di mezzo, sospese tra il Tirreno e l’Adriatico. Come accade per altre importanti produzioni regionali, le bistecche e le carni pregiate della marchigiana del Fortore prendono altre vie, sono indirizzate in prevalenza ai mercati del centro- nord, più che ai consumatori campani, ed è proprio il mercato interno regionale, la nuova frontiera che gli allevatori di San Giorgio vorrebbero ora conquistare.

Torniamo agli uffici della cooperativa, nella piazzetta in cima al paese, sotto i bastioni di ciò che rimane dell’antica rocca, c’è il belvedere che domina tutta la valle, ed è una processione continua di allevatori, uomini e donne, che vengono per il disbrigo delle pratiche, i problemi tecnici dell’allevamento, i controlli di qualità, chiedono di Nicola, lui ha una parola e un consiglio per tutti, veramente la zootecnia è l’infrastruttura che tiene unità questa comunità. Delle circa quattrocento aziende iscritte in Campania al consorzio di tutela del Vitellone bianco, 350 sono in provincia di Benevento, 121 nel solo comune di San Giorgio la Molara: qui dietro ogni stalla c’è una famiglia, ed è il Vitellone l’industria diffusa che assicura reddito e lavoro.

Il paese è lindo, ordinato, come il paesaggio che la comunità continua a curare, nonostante le frane e i cedimenti. La città è lontana, internet va a singhiozzo, la carovana del Giro d’Italia è passata, ma è stato un attimo, ora è solo il rumore del vento. Il ministero e Bruxelles dicono che queste sono aree in ritardo di sviluppo, ma il marchio della cooperativa è la bandiera italiana, questa comunità non si è fermata, continua a sentirsi parte di una storia, che varrebbe la pena di conoscere meglio.

La Campania delle città ha bisogno del suo West, degli spazi sconfinati, di questa capacità ostinata di costruire lavoro e conoscenza, in mezzo all’Appennino verde e difficile, che è certamente parte del nostro passato ma anche, a pensarci bene, uno spiraglio importante di futuro.

8633350011_2d3239242a_b

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 5 maggio 2016

Per parlare di altre agricolture e altri paesaggi devo lasciare la pianura, troppo gonfia di uomini e città, e varcare la cortina dei Tifatini, sotto le arcate traforate dell’acquedotto Carolino, sino al vasto mare ondulato delle colline del Sannio, che è tutto verde ora, sembrano le highlands scozzesi, in questa primavera matta di pioggia, nuvole e sole. Nel racconto di Manlio Rossi-Doria era questo “l’osso” del Mezzogiorno, contrapposto alla “polpa” delle pianure fertili costiere: le terre difficili dell’esodo, dove la triade millenaria del grano, della vite e dell’olivo non riusciva a garantire altro che sussistenza. Poi le cose sono cambiate, ed è di questo, della “rivincita dell’osso”, che vorrei ragionare, qui a Guardia Sanframondi, con Titina Pigna, che del Professore è stata allieva, ed è ora la prima vicepresidente donna della Guardiense, la cooperativa viticola diventata una storia di successo.

Titina mi racconta di quando giovane studentessa accompagnò Rossi-Doria a Melfi, dove il Professore aveva trascorso gli anni del confino: volevano conferirgli la cittadinanza onoraria, e lui accettò, a patto che venissero i ragazzi del Centro di specializzazione di Portici, ed allora li caricarono tutti sui gipponi della forestale, e dormirono nelle aziende sperimentali della Regione Basilicata. Poi, nel 1983 al Formez, Titina organizzò una delle ultime memorabili lezioni del Professore sulle politiche per il Mezzogiorno, andò a prenderlo a Piazzetta Nilo, lui aveva passato la notte a scrivere appunti su un quadernetto, era una celebrità, aveva fatto la politica agraria del paese, ma si emozionava ancora a insegnare, temeva di non essere all’altezza, nell’intervallo telefonò al figlio Marco per dirgli che stava andando bene.

Dal castello medioevale di Guardia tutta la valle ai piedi del Taburno ci è davanti: ora il sole illumina l’onda delle colline, che sfuma progressivamente nel cinerino, tutta ricamata di vigneti, siepi, oliveti, piccoli boschi: luoghi che quanto a suggestione poco hanno da invidiare ai più celebrati paesaggi umbri o toscani, anche qui il mosaico dei campi è quello dei dipinti rinascimentali, con tutta la nobiltà di una storia di lunga durata. E anche qui, dietro la bellezza si cela la fatica, la lotta infinita con la precarietà. Il problema è che la terra è spezzettata, le aziende sono piccole, troppo piccole, un ettaro o meno. Negli anni ’50 si faticava davvero per campare, l’uva la compravano i commercianti che venivano dalla città, aspettavano che rimanesse sui cortili per giorni, e iniziasse a inacidire, per pagarla meno. Allora, nel 1960, la decisione di trentatré viticoltori di mettersi insieme, tirar su la cantina, e nacque la Guardiense. C’era da rischiare, la società era a responsabilità illimitata, si garantiva col poco che si aveva. Il papà di Titina, Rodolfo, era un uomo di 35 anni, benestante, con dieci ettari di terra: quando la ragazza gli chiese perché lo facesse, le rispose che il benessere non si difende ma si diffonde. Titina questa cosa non l’ha dimenticata, tutta la vita l’ha dedicata al Mezzogiorno, a un’idea di riscatto di queste terre al margine.

Oggi la Guardiense è una realtà importante della vinicoltura italiana, con circa mille soci, mille e cinquecento ettari di vigneto, tre milioni e mezzo di bottiglie l’anno, impianti tecnologici all’avanguardia e una passione per la sostenibilità: l’energia che serve per far funzionare la cantina viene dai pannelli solari; l’acqua è depurata, torna pulita al fiume, ed è tutto un modo di produrre stando leggeri sulla terra e sull’ecosistema.

I vini, poi, sono eccezionali. La falanghina “Janare” ha ricevuto nel 2015 i tre bicchieri del Gambero Rosso, per una bottiglia che porti a casa con quattro euro e mezzo, ed allora anche il valutatore ha dovuto dismettere ogni algido distacco, finendo per scrivere nella scheda del vino che il rapporto qualità/prezzo è “commovente”. Perché la Guardiense è una cantina sociale nel senso vero del termine, e la sfida di Riccardo Cotarella, l’enologo celebre che la segue da anni (è stato presidente del comitato scientifico del padiglione del vino ad EXPO 2015), è quello di consentire ad ogni famiglia di mettere in tavola con una spesa modica un grande vino, che come dice Gianni Mura, faccia sentire gli angeli cantare. Oltre alla falanghina c’è l’aglianico, il piedirosso, gli spumanti e i passiti, e il metodo è quello di un controllo completo del processo, il conoscere ad uno ad uno i mille vigneti della cooperativa, con la loro particolare combinazione di suolo, esposizione, microclima; di curare ogni grappolo nella maniera giusta, dal campo alla cantina. La vinificazione poi, avviene a basse temperature, così si tiene al minimo il bisolfito, mentre esplode la sinfonia degli aromi.

Il successo della Guardiense è stato quello di fare del mosaico spezzettato di piccoli vigneti, una macchina formidabile che produce qualità, ora apprezzata a scala mondiale. Nel far questo, il paesaggio rinascimentale della valle rinasce, anche se non mancano i problemi, perché pure qui, in questa che è la green belt della grande area metropolitana, l’urbanizzazione arriva, dopo aver consumato la pianura, con ritmi aggressivi, e nel vigneto è un fiorire di seconde case, ogni sindaco vuole il suo insediamento produttivo, il suo campo da golf. Una follia, perché sono i vigneti verdi l’industria e il motore di queste aree, e appare francamente inutile inseguire sogni già falliti altrove. E perché, alla fine, la collina è un sistema fragile, come ha ricordato l’alluvione terribile dello scorso ottobre, che ha spazzato come una furia il fondovalle e i primi versanti, sommergendo di fango vigneti, case e cantine. In questi paesaggi delicati, tutta la nostra energia dovrebbe essere rivolta alla manutenzione del territorio, alla cura dei suoli e delle acque, della fragile rete infrastrutturale, piuttosto che all’aumento dell’impermeabilizzazione, ma è una cosa dura da capire.

Ce la farà “l’osso” a conservare i suoi paesaggi storici, diventati nel frattempo macchine produttive formidabili? E’ difficile dirlo: i viticoltori della Guardiense indicano una strada differente, che è quella di riammagliare e restituire senso al mosaico delle terre, utilizzando le tecnologie più avanzate, e in questo modo creare conoscenza e lavoro, nella valle dei grandi vini, dove il sogno riformatore del Professore vive ancora.

Le Tore masseria piccola

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 17 aprile 2016

Te ne accorgi dal paesaggio che cambia, che sei arrivato al finis terrae della Penisola, come l’ha raccontato di recente l’antropologo Giovanni Gugg: non sei più nel mosaico delle “terre murate” del pianoro di Sorrento; e non ancora sui terrazzamenti eroici della Costiera amalfitana, a precipizio sull’azzurro. Massa Lubrense è al passaggio tra questi due mondi, è fatta di colline di pietra arenaria e marna: una distesa dolce di oliveti, punteggiata di casali, una trentina, come nelle stampe di inizio Settecento, con le torri di avvistamento angioine e vicereali.

“Le Tore” – il toponimo antico che sta proprio per “colline” – è il nome dell’azienda di agricoltura e turismo di Vittoria Brancaccio, nel mezzo di questo favoloso paesaggio. Ci arrivo da Sant’Agata sui Due Golfi, prendendo la stradina che sale verso Pontone; Tex il labrador e Sofia, tenerissima terranova nera, vengono a salutarmi appena scendo dalla macchina. La masseria è antica, della metà del ‘700, Vittoria l’ha ristrutturata proprio com’era, facendo un mutuo e investendoci di suo, e la gestisce da vent’anni. Lei è minuta, colta, appassionata, i capelli di ragazza hanno fili d’argento; lavorava in una grande organizzazione agricola nazionale, poi ha mollato tutto d’improvviso, ed è venuta qua.

L’azienda è di otto ettari, per la maggior parte a oliveto, ma c’è anche un vigneto secolare, il meleto, l’orto biologico, lembi di pascolo e l’ombra scura delle querce. Produce un olio DOP di qualità superiore: Raffaele Sacchi, insigne maestro di extravergine della Federico II, ha scoperto coi suoi studi che la “minucciola”, la varietà tradizionale di olivo che qui si coltiva, sviluppa in questi suoli un particolare bouquet, con un terpene – il limonene –  che conferisce all’olio una fragranza di agrumi.

Trascorri una giornata con Vittoria, e capisci una volta per tutte che il paesaggio – che qui è il motore di tutto – non è una cartolina, ma un’immane fatica quotidiana. Conosce i suoi duemila olivi uno a uno, ce ne sono di giovani e di secolari, col tronco meravigliosamente contorto e scolpito, me li mostra come opere d’arte, ma lungi da lei l’idea di una conservazione tout court. Perché questi paesaggi continuino a vivere, c’è bisogno di innovazione intelligente, ed allora lei studia nuovi sistemi di allevamento e potatura che facilitino la raccolta delle olive, preservando la bellezza dei luoghi. Per il resto, è un lavoro senza fine, per curare l’orto, il frutteto, il bosco, e poi le pergole, i muri in pietra, le strade e i sentieri: in una parola, tutti gli ingranaggi minuti che compongono la grande macchina del paesaggio.

Poi c’è l’altra parte di lavoro, non meno impegnativa, che è l’accoglienza degli ospiti, nelle stanze fresche e ornate della casa: circa duemila presenze l’anno, da Pasqua a inizio novembre, per il 90% stranieri, inglesi, francesi scandinavi, che prenotano tutto via web. A colazione incontriamo una famiglia olandese, in tenuta da escursione, coi due figli ragazzini. La maggior parte arriva a piedi, vengono per camminare i sentieri della Penisola e della Costiera, ma anche per visitare le aree archeologiche, pochi sono qui solo per il mare. Cercano da noi il Mediterraneo, il nostro Mediterraneo, fatto di giardini millenari, di spazi aperti, di montagne terrazzate e colline che emergono improvvisamente dal mare. Determinante in tutte queste cose è stata la sinergia con Genius loci, l’agenzia per il turismo sostenibile fondata da Peter Hoogstaden, un visionario pianificatore olandese che si è innamorato delle nostre terre, e riesce con uno straordinario lavoro a condurci escursionisti da tutte le parti del mondo.

Dicevamo che il paesaggio è fatica, e Vittoria mi racconta quanto sia difficile reperire manodopera qualificata, ingaggiare maestranze che sappiano potare, che conoscano le tecniche tradizionali per ricostruire una pergola o un muro a secco. Giovani che siano magari disposti ad apprendere, a costruirsi su queste cose una professionalità e un futuro. Per lanciare un segnale, con Giulia e Antonella De Angelis del FAI, Vittoria ha organizzato per maggio prossimo un laboratorio pratico, una vera e propria “scuola di paesaggio”, per insegnare le tecniche tradizionali, che si terrà qui a Le Tore, e alla stupenda Baia di Ieranto.

Per il resto il problema, come accade in molti paesaggi storici della Campania, è che le aziende agricole della Penisola sono piccole e frammentate, tanto piccole che l’ISTAT rileva meno di un terzo di quelle esistenti; il resto è gestito da agricoltori invisibili, che sfuggono alle statistiche ufficiali, e che incontrano difficoltà insormontabili nell’accesso agli aiuti comunitari.

In queste condizioni, mantenere vivo il paesaggio è una missione impossibile, i costi sono troppo alti, le aziende si spengono una a una: secondo Vittoria, l’unica strada è quella di promuovere forme di gestione associata delle operazioni di manutenzione e potatura, unendo le forze anche per cose come l’assistenza tecnica, la trasformazione e la commercializzazione dei prodotti, la gestione dei flussi turistici. In questo modo diventerebbe anche più facile curare i poderi in abbandono, rimasti orfani di agricoltori. Insomma, bisognerebbe considerare la Penisola come un unico paesaggio-azienda, ma siamo molto lontani, le politiche pubbliche latitano, mentre l’urbanizzazione e i parcheggi interrati continuano a mangiarsi suoli e terrazzamenti, ed il bosco avanza sulle aree agricole abbandonate.

Nel racconto combattivo di Vittoria, alla fine, cogli come un senso di solitudine. Se è il paesaggio il nostro vero petrolio, è venuto il momento di passare da questi faticosi successi individuali a un gioco di squadra, ricordando che stiamo parlando di una nuova economia in grado di crescere e affermarsi nel mercato globale; ma anche di una grande opera d’arte collettiva, costruita nei secoli, che i turisti di tutto il mondo accorrono ancora ad ammirare; dell’espressione migliore, in definitiva, del vivere coordinato di una società.

 

Coop Sole2 piccola

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 16 aprile 2014

Ci sono alberi che cadono, nella piana campana, ma anche foreste che crescono, e il problema, come al solito, è che non fanno rumore. In mezzo al disordine della grande pianura, ci sono cose che funzionano, ed anche molto bene. Un esempio è a Parete, il piccolo comune con il quale termina a sud la provincia di Caserta. Ci arrivo una mattina fredda di inizio primavera, scendo dal viadotto dell’asse mediano, seguo a destra la provinciale che corre tra i campi, fino allo stabilimento della Cooperativa Sole. E’ un piccolo grande gioiello: 100 agricoltori associati, 200 addetti stagionali, per un fatturato che supera i 26 milioni. Grazie a questi numeri, e soprattutto a un volume di ottantamila quintali l’anno, la Cooperativa Sole è diventata azienda leader in Italia nella produzione della fragola.

La struttura è moderna, ordinata, potresti stare a Forlì o a Bolzano. Passo per il magazzino, vengo investito dal profumo buono della frutta, soprattutto devo stare attento a scansare il traffico dei muletti che movimentano le pedane con le prime fragole. Pietro Ciardiello è il direttore, mi riceve sulla porta dell’ufficio, gli ho chiesto per una volta di raccontarmi la storia dall’inizio. Pietro è agronomo, è nato a Parete, è in tutto figlio di questa terra, con un tratto normanno negli occhi chiari, e nel rigore assoluto che mette nel lavoro.

L’atto costitutivo della cooperativa è del novembre 1962, reca in calce le firme dei ventisei soci fondatori: un gruppo di agricoltori visionari, che già all’inizio della grande trasformazione, aveva compreso che le micro-aziende della piana campana, da sole non ce la potevano proprio fare: che stare insieme era il solo modo per affrontare la modernità e il cambiamento, per dotarsi di macchinari e mezzi tecnici avanzati; soprattutto, per stare sul mercato a schiena dritta, senza sottostare alle opacità e agli arbitrii dell’intermediazione.

Di lì è partita la storia, che nel racconto di Pietro si sviluppa come un missile a più stadi. Nei primi vent’anni la cooperativa lavora pomodori e percoche. Tutt’intorno, il paesaggio millenario della centuriazione cambia rapidamente: al posto dei cereali e dei filari alti di vita maritata, dove non arrivano la città e le infrastrutture, c’è adesso la maglia precisa delle ortive e dei frutteti industriali, la rete dell’irrigazione. All’inizio degli anni ’90 poi, il grande cambiamento, la scommessa di puntare su un prodotto nuovo, la fragola, ed allora il paesaggio cambia ancora, accanto ai frutteti compaiono i tunnel e le serre. Associata a questa, la scelta coraggiosa di sganciarsi una volta per tutte dal mercato locale, e di collegarsi stabilmente alla rete della grande distribuzione, con il risultato che i prodotti di Parete finiscono in prevalenza sulle mense esigenti del centro-nord e di mezz’Europa, più che su quelle nostrane

Ma la decisione cruciale, è quella di puntare tutto sulla qualità e il controllo dei processi produttivi. Da un ventennio la cooperativa è all’avanguardia nella lotta a malattie e parassiti con metodi biologici, spende ogni anno duecentocinquantamila euro per l’acquisto degli insetti utili, la chimica di fatto è abolita. C’è una squadra di agronomi che segue passo passo, in tutte le aziende associate, l’intero ciclo di coltivazione, con la tracciatura di ogni singola vaschetta di fragole, dal campo al banco del supermercato.

Ma Ciardiello non vuole parlare di queste cose. Si limita a dire che l’obiettivo della cooperativa è fare un prodotto sicuro, semplicemente buono. Perché secondo lui, alla fine, la qualità della fragola di Parete è merito del suolo, della terra vulcanica che il Padreterno ci ha regalato, piovuta quindicimila anni fa dai vulcani flegrei, che è poi realmente la più fertile dell’universo conosciuto.

In questo modo si torna, al di là delle complicazioni della tecnica, a una cosa semplice, che è il legame con la terra. Lo stesso legame che spinse quei ventisei agricoltori a mettersi insieme per coltivarla, migliorarla, custodirla, per costruirsi una prospettiva di vita.  Da questo punto di vista, i quattrocentocinquanta ettari che la cooperativa Sole coltiva attualmente, sono un presidio sicuro di economia, di sapienza tecnica e spirito civile. Come lo sono certamente anche gli altri centoquarantamila ettari di pianura agricola che ancora rimangono, che però vivrebbero assai meglio, più prosperi e sicuri, se quel modello venisse emulato e replicato.

Perché l’agricoltura della Campania rimane per molti aspetti un paradosso. A scala nazionale siamo nel gruppo delle regioni di testa per valore della produzione, pur avendo solo la metà della superficie agricola. Questo significa che le nostre terre, come quelle vulcaniche di Parete, hanno una produttività doppia rispetto al resto d’Italia. Campania felix è tutta qui, e immaginiamo allora cosa riusciremmo a fare, se solo ci organizzassimo meglio. Se cogliessimo pienamente il messaggio di quei ventisei agricoltori, che mezzo secolo fa, rischiando tutto, indicarono la strada, ancora tremendamente moderna, che è quella di lavorare insieme, di fare rete, sistema: di abitare questa terra come una foresta, anziché come alberi isolati.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 16 aprile 2016 con il titolo “Il paradiso delle fragole delizia le mense di mezza Europa

 

Antonio di Gennaro, 8 aprile 2016

s. giusep1 piccola

Sei ettari di frutteto, proprio vicino alla discarica ex RESIT, tristemente famosa, all’interno della cosiddetta “Area vasta” di Giugliano. In questo arboreto magnifico per anni Gaetano Vassallo, oggi collaboratore di giustizia, come accertato dalle indagini della Magistratura, ha scelleratamente interrato per anni fanghi industriali. Ed è proprio in quest’area simbolo, attualmente sottoposta a sequestro giudiziario, che il Commissariato di Governo per le bonifiche delle discariche di Giugliano e i ricercatori della Federico II stanno realizzando un importante progetto pilota, utilizzando tecniche di fitorisanamento, sarebbe a dire utilizzando le piante e i microrganismi per pulire i suoli.

Al posto delle tecniche ingegneristiche tradizionali, estremamente costose, e che per di più non consentono di proseguire con l’agricoltura, nel fondo di S. Giuseppiello si piantano alberi. Proprio oggi è stata completata l’operazione di messa a dimora di ventimila pioppi, che lavoreranno negli anni per ridurre la frazione biodisponibile dei metalli ora presenti nel suolo. La spesa: circa ottocentomila euro, al posto dei venti milioni che sarebbero serviti con le tecniche tradizionali. Con il vantaggio di conservare queste aree all’uso agricolo, di non consumare il suolo e il paesaggio rurale.

L’impianto del bosco è stato preceduto da un monitoraggio capillare, centimetro per centimetro, con tecniche innovative, delle effettive condizioni di contaminazione dei suoli. Sono state così prodotte mappe dettagliatissime, che raccontano lo stato di salute dei suoli sia in superficie che in profondità, per intervenire adeguatamente punto per punto, in funzione delle effettive condizioni di contaminazione.

Queste indagini hanno consentito di accertare una cosa importantissima: le particolari proprietà filtranti dei suoli vulcanici di S. Giuseppiello impediscono la migrazione verso il basso dei contaminanti, evitando che arrivino alle falde. Ad ogni modo, il grande bosco verde che oggi si è finito di impiantare verrà costantemente monitorato dai ricercatori della Federico II, per seguire l’evoluzione di tutti i parametri chimici e biologici.

Si tratta di un approccio estremamente interessante, perché potrà essere esteso agli altri siti della piana campana che hanno gli stessi problemi, con costi compatibili, mettendo in sicurezza e riqualificando il paesaggio. E’ questo un punto molto importante: a S. Giuseppiello non si sta solo recuperando la fertilità dei suoli. Si sta anche ricostruendo il paesaggio. Al posto di un sito degradato, c’è ora un bosco verde che testimonia l’azione concreta dei poteri pubblici per rimediare ai crimini e agli errori del passato.

L’area è un laboratorio verde all’aperto, ma diventerà presto anche un’aula, un luogo di informazione e divulgazione, per mostrare e raccontare ai ragazzi e ai cittadini cosa si può fare concretamente per curare e monitorare gli ecosistemi agricoli feriti, per ricreare condizioni di sicurezza e salubrità, per conservare le nostre terre che sono le più fertili al mondo.

Insomma, lì dove c’era il degrado e l’illegalità, c’è ora un nuovo bosco che cresce, una grande macchina verde, un laboratorio all’aperto, un presidio visibile di legalità e di impegno, un luogo di comunicazione e informazione scientifica. Una strada da seguire, un esempio di come sia possibile finalmente passare dalla denuncia ai fatti, agli interventi concreti per recuperare il nostro territorio, il nostro paesaggio.

s. giusep3 piccola

s. giusep2 piccola

Luca Rossomando

Come altri luoghi della metropoli napoletana, il vasto territorio di Castel Volturno sale agli onori delle cronache ogni volta che la tensione tra le sue componenti si coagula in violenti cortocircuiti. L’episodio più eclatante in anni recenti fu la strage dei ghanesi nel 2008, a opera della banda del camorrista Setola; l’ultimo in ordine di tempo è l’aggressione armata da parte di padre e figlio italiani a due africani, con l’assalto per rappresaglia alla famiglia degli aggressori e due blocchi contrapposti sulla Domitiana il giorno seguente.

Eventi del genere non sempre diventano di pubblico dominio, eppure si susseguono con una certa frequenza, permeando la vita quotidiana in quelle zone di incertezza e diffidenza reciproca. Lo scenario non è quello da guerra civile che appare in ogni “day after” mediatico, ma si tratta comunque di un’area in cui le tante questioni irrisolte non essendo governate come meritano finiscono per incancrenirsi e ogni volta che riemergono in superficie si presentano ancora più ingarbugliate.

La numerosa e variegata comunità africana che si è stabilita da tempo negli ex insediamenti turistici lungo il litorale domitio, vi ha trovato affitti bassi e spazi per le attività commerciali. Sono case che risalgono alla fine degli anni Cinquanta, quando il boom economico spinse in molti, da Napoli e Caserta, verso la macchia mediterranea e la spiaggia incontaminata lungo la costa. Sorsero ovunque abitazioni per le vacanze. All’inizio attraverso lottizzazioni, poi con iniziative sempre più sregolate. Gli abitanti del posto vendevano quei terreni improduttivi per l’agricoltura. Le villette spuntavano a un ritmo febbrile, senza preoccuparsi di servizi e infrastrutture. I lotti producevano ricchezza immediata, nessuno voleva sentir parlare di piano regolatore. Negli anni Ottanta molte di queste case, già in declino, vennero requisite per dare ospitalità agli sfollati del terremoto. A distanza di anni parecchi napoletani finirono per rimanere. Nel frattempo arrivavano sul litorale gli immigrati di origine africana. La città di oggi è stata costruita anche da loro. Quando l’edilizia abusiva si fermò, gli africani si misero a cercare lavoro verso l’interno – Villa Literno, Giugliano, Quarto – ma per dormire tornavano nelle villette di Castel Volturno, ormai inutilizzate dai vacanzieri. Lo spaccio di droga con manovalanza immigrata fu un’ulteriore risposta alla crisi dell’edilizia. Dagli anni Ottanta, in località come Pescopagano o Destra Volturno, gli ex villaggi turistici si sono popolati anche di famiglie italiane in difficoltà, gente che vive alla giornata e non appena riesce a migliorare le proprie sorti si trasferisce altrove. Sono insediamenti formati solo da strade e case: strade senza fogne, tante case abbandonate, senza finestre, senza porte: piccole città fantasma.

Per il modo in cui si è formato questo tessuto sociale, e per la sua odierna complessità, l’area di cui parliamo meriterebbe, in modo parallelo ai provvedimenti di governo – prontamente annunciati, non si sa bene con quanta chiarezza d’idee né d’intenti – un serio monitoraggio, una ricognizione particolareggiata di luoghi e persone, di esigenze concrete e punti critici, per mettere a disposizione di chi deve intervenire dati certi, consentendo politiche più efficaci e tempestive. In effetti, la coabitazione di persone provenienti da tanti luoghi diversi, e spesso di passaggio, l’informalità di molte attività economiche, le molteplici forme di criminalità, un contesto urbanistico plasmato al di fuori delle norme; in generale, lo stato di clandestinità in cui molti vivono e agiscono, non solo gli immigrati, fanno di quest’area un microcosmo ancora in gran parte sconosciuto.

L’esercito ora non serve, non si tratta di dare la caccia a una banda sanguinaria come negli anni di Setola. Uno degli effetti di quella strage, e del clima che si creò in quel periodo, fu di indurre gli africani a rinchiudersi negli spazi privati delle villette, creando una città nella città, chiusa agli italiani – anche alle associazioni del terzo settore –, dove si fanno piccoli commerci, si guarda la tv africana, si parla inglese e si coltiva un disprezzo crescente per tutto quel che sta intorno. La prima cosa da fare dovrebbe essere riportare nello spazio pubblico, con le dovute garanzie, chi per proteggersi ha deciso di separarsi. Una politica che agisca innanzitutto sui permessi di soggiorno, e poi sulla legalizzazione delle piccole imprese artigiane e commerciali, attualmente del tutto informali. Un piano di assistenza sanitaria, che accerti e ponga rimedio alle molte situazioni in cui la miseria e l’isolamento stanno producendo effetti devastanti e del tutto sommersi. Infine, a cominciare dalla pianificazione urbanistica regionale, aprire finalmente gli occhi sulla realtà: smettere di pensare questi territori come luoghi di villeggiatura ma considerarli per quello che sono, nuovi quartieri dell’area metropolitana di Napoli. E quindi cambiare le destinazioni urbanistiche, migliorare i collegamenti con il centro, far nascere spazi favorevoli all’incontro e allo scambio. Insomma, riconoscere con i fatti l’esistenza di una comunità eterogenea e problematica che ha di fatto cambiato l’identità di quei luoghi.

Da: Repubblica Napoli del 20 luglio.

Pubblicato anche su http://www.napolimonitor.it

 

Fonte: Archivio Napolimonitor

Fonte: Archivio Napolimonitor

Il reportage di Francesco Erbani sull’agricoltura della piana campana, pubblicato su Repubblica.it

Il link:   inchieste.repubblica.it

facciadellaterra_web

Antonio di Gennaro, 12 novembre 2013

La notizia del sequestro di 43 ettari di coltivazioni agricole e di 13 pozzi per irrigazione nel cuore della piana campana, a Caivano, è dolorosa in sé, ma lo è ancor di più in prospettiva, per le possibili conseguenze che essa potrebbe avere per l’agricoltura regionale e nazionale.
Per capire cosa è successo è utile ricapitolare alcuni aspetti della vicenda. Il primo dato è che la magistratura napoletana ha disposto il sequestro delle aree agricole sulla base di analisi di acque irrigue provenienti da pozzi legalmente autorizzati, effettuate volontariamente dagli agricoltori, nell’ambito di un monitoraggio promosso dall’amministrazione comunale di Caivano. A fronte di un comportamento all’insegna della responsabilità, per gli agricoltori è paradossalmente scattata una denuncia penale per inquinamento della falda idrica.
Molti dei pozzi sono stati sequestrati per elevati contenuti di fluoruri, manganese, arsenico. Si tratta di composti naturalmente presenti nella falda di una pianura vulcanica. Questo significa che si tratta di “valori di fondo” dell’ecosistema, che quelle sostanze nell’acqua ce le ha messe la natura, non l’uomo, proprio come nel caso del viterbese.
In alcuni pozzi è stata rilevata la presenza di triclorometano, un composto organico volatile che si disperde in atmosfera con un semplice gorgogliamento delle acque. In ogni caso, come dimostrato dall’Istituto Superiore di Sanità per l’area ex-Resit di Giugliano, questi inquinanti organici non si rinvengono nei prodotti agricoli irrigati con acque che pure ne contengono. La conclusione è che non esiste nessun rischio per la salute umana. D’altro canto la legge prevede che eventuali provvedimenti interdettivi delle attività agricole si basino su una rigorosa analisi del rischio, proprio quello che non si è fatto a Caivano, dove si è proceduto al sequestro delle coltivazioni senza effettuare analisi della sanità dei prodotti. Se passasse il ragionamento della Procura di Napoli dovremmo dismettere mezza agricoltura regionale, proseguendo a stretto a giro con le altre pianure italiane, che da questo punto di vista hanno problemi a volte ben superiori ai nostri.
C’è poi il fatto, in questo scombinato paese, che una normativa specifica per i suoli e le acque ad uso agricolo ancora non esiste: nel vuoto legislativo si procede quindi per analogie, per inferenze che, come nel caso di Caivano, non stanno proprio in piedi. Anche perché il Piano di tutela delle acque dell’Autorità di Bacino Nord-Occidentale dimostra come la situazione riscontrata a Caivano, sia per i valori di fondo che per i contaminanti antropici, caratterizzi ad ampio raggio l’intera falda della piana campana, e non si capisce quindi quali sarebbero le responsabilità penali del singolo agricoltore.
Il faro che la magistratura ha acceso sulla piana campana è doveroso, ma la caccia alle streghe non serve a nessuno. Dovremmo con calma comprendere come le attività agricole in Terra di lavoro non costituiscono una fonte di rischio, più di altre attività umane con le quali pacificamente conviviamo, ma piuttosto una forma di presidio economico, culturale, civile del quale abbiamo bisogno ora e in futuro.
Nell’ultimo quarantennio il territorio della piana campana è stato maltrattato, ora ha bisogno di un grande intervento di cura, messa in ordine, ripristino di civili condizioni di vita. In questa immane opera gli agricoltori sono i nostri principali alleati, non il capro espiatorio da gettare in pasto a un’opinione pubblica suggestionata.

Articolo pubblicato su Repubblica Napoli del 13 novembre 2013.

caivano_web

Antonio di Gennaro, 1 novembre 2013

E’ possibile che si debba guardare alla manifestazione del 26 ottobre scorso a Napoli come a una data in qualche modo storica: quella nella quale l’hinterland di Napoli si è per la prima volta proposto  come soggetto politico autonomo. La pianura vulcanica fertile attorno al capoluogo troppo a lungo ha funzionato come riserva silente, urbanistica ed elettorale. La tragedia collettiva della terra dei fuochi, l’improvvisa, dolorosa consapevolezza del saccheggio territoriale, dei crimini che sono stati commessi contro l’ecosistema e il paesaggio, la non tollerabile incertezza circa gli effetti sulla salute delle persone; tutto questo ha finito per funzionare come crogiuolo di nuove esperienza sociali e politiche.

“Grumo Nevano non deve morire” si leggeva sui cartelli, con lo slogan declinato per le decine di toponimi di comuni e città disseminate per la piana: i casali che ancora 60 anni fa conservavano loro fisionomia urbanistica, sociale e culturale, le loro agricolture, manifatture, opifici; tutti risucchiati nella selvaggia espansione urbanistica dell’ultimo quarantennio, che li ha fusi insieme in una disordinata, sterminata periferia con quattro milioni e mezzo di abitanti, della quale ciascuno di essi rappresenta ormai solo un indistinto, congestionato, povero segmento. Anche se, come nel caso di Giugliano, si tratta della terza città della Campania, entrata oramai nella lista delle prime 50 città d’Italia.

Eppure la manifestazione del 26 ottobre ha dimostrato come le identità locali non siano estinte, anzi. I comuni dell’hinterland reclamano ciascuno e collettivamente un proprio diritto al futuro, e tutti guardano con preoccupazione alla costituzione prossima della città metropolitana, vista come momento di definitiva dissoluzione, di subordinazione ad un capoluogo che li ha sino a questo momento disconosciuti e traditi.

Naturalmente tutto questo è anche frutto della drammatica incapacità di Napoli di costruire una leadership credibile, un proprio ruolo di rappresentanza e servizio, di lavorare ad un progetto di scala territoriale, in nome e per conto anche dei partner minori dell’alleanza: quei comuni e casali che hanno sfilato il 26 ottobre, per le strade gonfie di storia del capoluogo, contro il capoluogo. Un’incapacità, un atteggiamento angusto delle classi dirigenti napoletane, esercitato nei riguardi dell’hinterland, ma in fondo anche in casa propria, se la città vive ancora, come nel racconto di Leopardi, sulla convivenza di quartieri e municipalità che disperatamente vivono di vita propria, privi di un progetto e di un destino comuni.

Le modalità con le quali il nuovo soggetto territoriale e politico nasce non sono naturalmente quelle del passato, più comodamente gestibili dalle forze politiche tradizionali, ma piuttosto quelle poliformi e liquide del web, delle reti di comitati, con un ruolo importante svolto dall’infrastruttura capillare delle parrocchie e delle diocesi. Tutti i giochi risultano così scompaginati. Se sino a pochi mesi fa lo schema era quello di un centrosinistra egemone nel capoluogo e un centrodestra più competitivo nell’hinterland, tutto questo potrebbe all’improvviso non valere più, con il riproporsi a scala metropolitana di un nuovo campo di forze, simile piuttosto a quello assai più imprevedibile dell’attuale parlamento nazionale.

Quello che è certo è che in questa complicata situazione non è possibile salvarsi da soli. Quell’integrazione, quell’immagine unitaria che i territori campani non riescono autonomamente a costruire sul terreno dei progetti e dei valori territoriali, paesaggistici e culturali specifici, è l’opinione pubblica globale ad affibbiarcele rudemente, questa volta all’insegna dei veleni e di un insensato terrore.

irruentinovit26ottobre

Non era successo nemmeno nei giorni più bui della crisi del 2008, quando i giornali di mezzo mondo rimandavano le immagini della città e del suo hinterland sommersi dai rifiuti. Non era mai avvenuto che si scatenasse su così ampia scala una vera e propria psicosi contro i prodotti agricoli della Campania, che sta mettendo in ginocchio il comparto agricolo regionale. Una diffidenza del tutto immotivata, perché i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, come quelli in possesso delle principali catene di grande distribuzione, non evidenziano alcun particolare problema di sicurezza per i prodotti della piana campana.

Ma tant’è. Una martellante campagna mediatica ha già decretato, al di là di ogni evidenza tecnica e scientifica, una relazione implacabile tra crisi dei rifiuti e sanità delle nostre produzioni, che i consumatori italiani in questo momento rifiutano, finendo per altro per estendere quest’aura negativa a un’intera regione.

Il fatto è che nella pianura ai confini della città, in ciò che rimane dopo il sacco edilizio che ha moltiplicato per sei nel corso di un cinquantennio le aree urbanizzate, da 20.000 a 112.000 ettari, a spese dei suoli più fertili del globo terraqueo, operano nonostante tutto 30.000 aziende, che producono il 40% del valore delle produzioni agricole della Campania. Si tratta di un pezzo assolutamente vitale dell’economia regionale, un’industria verde, diffusa, silenziosa, nella quale lavorano,  in assenza di ogni riconoscimento sociale, politico, istituzionale, quei cittadini invisibili che sono gli agricoltori, custodi temporanei di un suolo e di una memoria già persi, ineluttabilmente destinati alla trasformazione edilizia.

In tutto il mondo si riscopre l’importanza della “filiera corta”, del valore strategico delle attività agricole prossime alla città, e noi che questa cintura agricola l’abbiamo veramente, ritagli preziosi di ecosistemi e paesaggi agricoli con tremila anni di storia, al di là delle brutture, delle infrastrutture invadenti di tangentopoli, del disordine urbanistico, stiamo inesorabilmente decretandone la fine, l’inutilità, anzi la pericolosità.

Tutto questo perché non riusciamo a operare una distinzione, necessaria e impellente, tra il territorio ferito, un migliaio di ettari scempiati dalle discariche, che è necessario immediatamente sottrarre alla produzione alimentare, e il restante 99%, che non sarà più il giardino descritto da Aldo Sestini mezzo secolo fa nel suo volume sui paesaggi italiani, ma è una campagna periurbana che soffre tutto sommato gli stessi acciacchi della pianura veneta o di quella padana, in una nazione che ha purtroppo scelto di localizzare i tre quarti del suo sistema urbano e industriale nell’angusto venti per cento di territorio pianeggiante, su quei suoli fertili che si doveva conservare come riserva alimentare strategica del paese. Così come era ad esempio previsto nel piano territoriale regionale Travaglini della fine degli anni ’60, rimasto purtroppo lettera morta assieme a tanti altri atti di programmazione, nel quale Manlio Rossi-Doria pensava alla piana campana come a una estesa  green belt, sul modello della Grande Londra, da preservare per le future generazioni.

Così non è andata, la Repubblica non ha dato buona prova di sé, ma è questo il momento della consapevolezza e di una ragionevole reazione. Non è possibile che l’economia e la società di un’intera regione muoiano per effetto di una notte comunicativa nella quale tutte le vacche sono nere. E’ urgente avviare una campagna di corretta informazione, insieme ad una strategia credibile di riordino di questi importanti territori nei quali, il vecchio Rossi Doria ha ancora ragione, le attività agricole non sono il problema ma la soluzione.

Antonio di Gennaro

Pubblicato su Repubblica Napoli del 13 ottobre 2013.

diffidenza_agricoltura

Roberto è giovane, e si reinventato la vita. Lui, ragazzo di città, con la compagna Daniela ha riattivato l’azienda agricola di famiglia, sul litorale flegreo, e sbarca egregiamente il lunario vendendo direttamente i prodotti che coltiva ai Mercatini della terra, nelle piazze della città. Consegna i suoi ortaggi anche a domicilio, puoi ordinarli su internet, mia moglie è sua fedele cliente. Roberto è un esempio di quanto silenziosamente è successo in Campania in questi ultimi anni. Proprio mentre la crisi mordeva, l’agricoltura ha riconquistato spazi e importanza, ed è l’unico settore che ha creato nuova occupazione, giovanile ed anche femminile.

Questa rinascita del settore agricolo incontra un grande ostacolo, non legato all’economia ma alla comunicazione, ed è l’immagine della Campania come terra maledetta, infetta, che emerge dal racconto pubblico sui rifiuti. E’ un argomento carico di sofferenza e dolore, rispetto al quale corre l’obbligo di avvicinarsi con responsabilità, prudenza, rispetto.

A prescindere da tutto, è evidente come intorno alla crisi campana i media abbiano elaborato alcuni schemi convenzionali di narrazione. E’ avvenuto pure nel recente, drammatico reportage di SkyTG24, costruito intorno all’intervista a Carmine Schiavone, l’amministratore del clan del Casalesi, che si è pentito all’inizio degli anni ’90, e sulle cui rivelazioni si è basato il processo Spartacus. Il terribile racconto di Schiavone è stato reso se possibile più agghiacciante dalla sequenza di immagini di sfondo: un fiotto di percolato, colture in abbandono, una pecora moribonda, una nuvola di fumo nero, un’interminabile teoria di monnezza abbandonata al bordo delle strade di nessuno.

Il problema nasce quando lo schema convenzionale sostituisce il ragionamento. L’ha spiegato bene Antonio Pascale nel suo intervento su “Il Mattino” del 9 settembre, quando ha rimarcato la necessità di basare le decisioni pubbliche su fatti misurabili piuttosto che su opinioni. Ed allora, la Piana campana si estende per quasi centocinquantamila ettari, mentre i suoli interessati da forme gravi di inquinamento – le ferite inferte dall’importazione criminale di rifiuti – assommano probabilmente a un migliaio di ettari, meno dell’1% del totale. Il messaggio che passa è pero quello di una pianura, di una regione (grande un milione e trecentocinquantamila ettari) complessivamente compromessa.

Ci sono indubbiamente le statistiche sanitarie drammatiche, le probabilità di ammalarsi di patologie gravi sono più elevate nella piana tra Napoli e Caserta, con un’incidenza che risulterebbe maggiore nelle aree rurali rispetto a quelle urbanizzate. Molto poco sappiamo ancora circa i fattori causali, ed è di questi giorni la notizia dell’indagine conoscitiva che sarà svolta dalla Commissione Sanità del Senato. Eppure il colpevole dei malanni sembra già essere stato individuato proprio nel settore agricolo, anche se i risultati delle indagini effettuate dall’Istituto Superiore di Sanità sembrerebbero scagionare la catena alimentare,  indirizzando l’attenzione verso altri fattori di esposizione.

In ordine alla possibile prognosi, finalmente anche le Autorità iniziano ad abbozzare strategie operative. L’Assessorato regionale all’Agricoltura e la Facoltà di Agraria, con il Commissariato alle bonifiche, hanno messo a punto le tecniche di riconversione a colture non alimentari delle aree inquinate, con l’impianto intorno ai siti problematici di fasce di bosco con funzione di filtro ecologico, e la depurazione o sostituzione delle acque di irrigazione non idonee. L’obiettivo è quello di curare e suturare le ferite, per tenere in sicurezza il resto dell’organismo, che è larga parte del tutto.

Al punto in cui siamo, recuperare credibilità e fiducia è un’impresa ai limiti del possibile, e richiede l’attivazione di un qualcosa paragonabile solo al percorso “Verità e Riconciliazione” (nel nostro caso con la legalità e il territorio) intrapreso in Sud Africa per uscire dell’apartheid.

E’ urgente che le Autorità competenti identifichino con precisione i siti inquinati e intraprendano senza indugi gli interventi di bonifica, monitoraggio e messa in sicurezza. I fattori di rischio ed esposizione devono essere identificati, con le relative misure di prevenzione a tutela della salute. E’ necessario un impegno di sorveglianza delle forze dell’ordine e delle comunità locali affinché i comportamenti criminali non si riproducano. Gli approcci di riconversione no-food messi a punto dalla regione e dall’Università vanno rapidamente applicati a tutte le aree problematiche.

Nelle aree non inquinate è di fondamentale importanza che gli operatori agricoli possano continuare ad operare con serenità, per il benessere del paesaggio e dell’economia della Campania, recuperando su basi motivate la fiducia dei consumatori. Altrimenti, al posto della piana sarà un grande deserto economico e sociale, che qualcuno si preoccuperà prima o poi di riempire.

Infine, è necessario un maggiore sforzo da parte dei media affinché il fenomeno campano venga raccontato nella sua complessità, senza infingimenti, ma anche senza schematismi e semplificazioni.

Il ministro dell’Istruzione Carrozza si accinge provvidamente ad inaugurare il nuovo anno scolastico a Casal di Principe. Dobbiamo poter dire a quei ragazzi – e anche a Roberto magari, con la sua giovane azienda -, se la loro terra è perduta, o se piuttosto abitano un pezzo d’Italia che soffre di problemi che la Repubblica è finalmente in grado di affrontare.

Antonio di Gennaro

Pubblicato su Repubblica Napoli dell’11 settembre 2013

campania_acqua

Andiamo

Terra

Bernalda

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 30 follower