You are currently browsing the category archive for the ‘Storie e paesaggi’ category.

Antonio di Gennaro, 16 gennaio 2018

1

 Poi c’è la storia del bosco che salvò una scuola, in mezzo alle campagne di Licola, e dei giovani reporter, con la loro professoressa Loredana; di un pugno di ricercatori che voleva capire se la terra era veramente perduta; e di un funzionario pubblico che ci credeva, e il bosco lo piantò davvero, per curare i suoli che erano feriti.

La “Don Salvatore Vitale”, è la scuola media di Licola, in via Madonna del Pantano, in mezzo ai polders bonificati negli anni ’30, una campagna verde strepitosa di canali, macchie ombrose di bosco e canneti, che sembrano i paesaggi del “Cucciolo” della Rawlings. La scuola è un piccolo campus ordinato, di palazzine basse color zolfo, uno dei pochi pezzi di Stato nella città dispersa del litorale; qui si spengono i fasti balneari della marina di Varcaturo, con la selva anarchica di insegne e villette, resta solo il frinire delle cicale.

Siamo a Giugliano, il comune diventato in meno di un trentennio, senza che alcun piano lo prevedesse, la terza città della Campania, la trentatreesima d’Italia; stando al rapporto sull’infanzia di Save the Children, una delle città più giovani del paese. Nella primavera 2014 il comune è commissariato, la rimozione dei rifiuti va in tilt, e via Madonna del Pantano diventa uno sversatorio. Ai bordi della strada di campagna, i cumuli di immondizia ogni giorno prendono fuoco, assieme agli alberi e gli sterpi, il fumo ammorba l’aria, invade le classi. Per protesta le famiglie ritirano i ragazzi, per una settimana la scuola resta deserta, poi l’emergenza in qualche modo rientra, ma la ferita rimane. Nel frattempo va in onda l’intervista di Carmine Schiavone a SkyTg24, il racconto di una terra avvelenata, la gente ora ha davvero paura, c’è tensione e rabbia, fare scuola qui è diventata una cosa davvero difficile.

Loredana Moio insegna lettere alla Vitale, è una di quelle donne serie e appassionate, che nella scuola pubblica credono ancora. E’ avvilita, non sa che fare, poi le viene un’idea. Orientarsi nel flusso impazzito di informazioni è difficile per un adulto, figurarsi per un adolescente o un bambino: senza una qualche comprensione, rimane solo la paura che paralizza, la manipolazione facile, la nevrosi. Per quanto difficile e faticoso, è necessario aiutare i ragazzi a ragionare, a sottoporre le notizie a un esame critico, e la strada che Loredana sceglie è quella del giornalismo, l’inchiesta sul campo: parte così il progetto “Giovani reporter”, Loredana lo presenta alla dirigente scolastica, che la incoraggia ad andare avanti. Così, i maggiori esperti in materia ambientale vengono invitati alla Don Salvatore Vitale, si sottopongono alle interviste scrupolose dei ragazzi, che poi scrivono in gruppo gli articoli, e montano i servizi filmati per You Tube.

4

Un incontro in particolare lascia il segno, è quello con l’agronomo Massimo Fagnano, docente alla Federico II, che dirige un progetto di ricerca europeo per fare il check-up della pianura campana, e capire se veramente la terra è ammalata. “Quello che ha colpito i ragazzi” mi dice Loredana “è la franchezza che Massimo ha avuto sin dal primo momento, precisando che lui avrebbe parlato solo delle cose che conosce, cioè di agricoltura. Esortando i ragazzi a pretendere da ciascuno le risposte giuste, perché sulla Terra dei fuochi tutti si improvvisano esperti, soprattutto di cose che non sanno, con i sacerdoti che parlano di salute e di prodotti agricoli, i medici di contaminazione dei suoli, gli scrittori un po’ di tutto.”

3

Massimo spiega ai ragazzi che i risultati del progetto, al quale lavorano un’ottantina di ricercatori, dicono che gli ecosistemi agricoli sono a posto, i prodotti agricoli, anche quelli delle campagne di Licola, sono sicuri; che è necessario profondere ogni energia nel combattere i roghi, mettere in sicurezza le discariche, ma la terra è sana, nonostante le speculazioni, le offese e la sciatteria. Insomma, i timori e le preoccupazioni vanno incanalati verso gli obiettivi giusti, ma non bisogna aver paura di tutto.

Per i suoli agricoli poi, che effettivamente i criminali hanno sporcato – una trentina di ettari accertati sino ad ora – il progetto europeo propone l’impiego di piante e microrganismi per risanare e fare pulizia. Insomma, al posto di bonifiche costose, la soluzione è quella di piantare nuovi boschi, il primo sta crescendo proprio a Giugliano, vicino alla discarica Resit, a pochi chilometri dalla scuola San Salvatore Vitale, i giovani reporter sono invitati.

Ci sono anch’io il giorno della visita, ed è una cosa emozionante. I ragazzi arrivano in pullman, a fare gli onori di casa, assieme a Massimo e ai sui colleghi, c’e Mario De Biase, commissario alle bonifiche delle discariche di Giugliano. Mario è figlio di agricoltori, il padre coltivava ciliegi tra Marano e Carinola. E’ stato il primo, nel 2011, in largo anticipo sulla grande paura, a far analizzare dall’Istituto Superiore di Sanità le pesche, le fragole, i friarielli e gli altri prodotti coltivati nell’area attorno alle discariche. Nel report dell’Istituto superiore risultò chiaramente che nessun campione risultava fuori norma o contaminato, fu pubblicato anche in rete, ma nessuno volle crederci.

2

C’è però un podere, in località San Giuseppiello, dove i camorristi, a cavallo degli anni ’90, sversarono fanghi di conceria provenienti dalla Toscana, sei ettari stupendi di frutteto, che sono ora sporchi di zinco, cromo e idrocarburi. Mario ha saputo del progetto europeo, vuole curare i suoli oltraggiati  impiegando i nuovi metodi. “Le tecniche tradizionali di bonifica, finiscono col distruggere il suolo agricolo, che viene scavato e portato via, oppure sigillato sotto un lastrone di cemento, come è successo all’Expo di Milano. E poi costano molto, e sono soldi che in questo momento lo Stato non ha. Ad ogni modo, la fertilità è persa per sempre, il risultato, alla fine, è l’urbanizzazione. Parliamo tanto di consumo di suolo, poi non facciamo niente per evitarlo”.

Detto fatto. Al posto del frutteto, i ricercatori dell’università, dopo aver analizzato il suolo palmo a palmo, impiantano a San Giuseppiello una fabbrica verde, fatta di ventimila pioppi, assieme ad erbe e microrganismi, che lavora instancabilmente a ripulire la terra, e tenere in sicurezza il sito. Durante tutto il processo, l’intero ecosistema è monitorato, in un esperimento a cielo aperto su un’area grande come dieci campi di calcio.

Ora i giovani reporter camminano tra i filari del pioppeto, è una mattina di sole, hanno preparato per Massimo e Mario una raffica serrata di domande, vogliono sapere come funziona, quali sono gli obiettivi e le difficoltà, filmano e registrano tutto, nell’intrico di foglie lucenti che tremano nel vento. “I ragazzi” mi dice Loredana “hanno il diritto sacrosanto di capire, altrimenti rimarranno disadattati a vita. Questo bosco è per loro l’esempio che i problemi ci sono, ma possono essere compresi e affrontati. Il lavoro da fare ora è con le famiglie, i genitori, che ancora incontrano difficoltà ad orientarsi, a recuperare un rapporto col territorio, a capire cosa è giusto fare”.

Dovremmo tutti, prima o poi, visitare il bosco nuovo di San Giuseppiello, un’area verde che non sarà espressione della grande storia, come Capodimonte o i Camaldoli, ma della cronaca amara dei nostri anni difficili. Dovremmo visitarlo prima o poi questo parco di sei ettari dove, mentre i suoli si rigenerano, un piccolo miracolo è comunque già avvenuto, con il paesaggio che ritorna al posto dello squallore, lo Stato si riappropria di un pezzo di territorio, i ragazzi della loro scuola, una terra impaurita sceglie di guardarsi in faccia, e riprendere finalmente il cammino.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 2 febbraio 2018

Stando ai dati del ministero per i Beni culturali, la Campania è risultata nel 2017 seconda solo alla Toscana per numero di visitatori dei musei e dei siti monumentali. Eppure, scorrendo la graduatoria dei siti regionali che hanno contribuito al successo, si scoprono presenze inattese e storie da raccontare.

Dopo le superstar – Pompei, Ercolano, Reggia di Caserta, Museo Archeologico, Paestum, Capodimonte – a sorpresa compaiono infatti in classifica le Grotte di Pertosa-Auletta, con 61mila visitatori paganti, con una crescita del 30% negli ultimi due anni, ed è un po’ come il Leichester che vince il campionato inglese, la matricola che a sorpresa entra con autorevolezza nel giro delle grandi.
I motivi di curiosità sono molteplici, a partire dal fatto che il sito di Pertosa-Auletta è tra i primi in graduatoria a non avere alle spalle una gestione statale.

Qui non troviamo il ministero e la soprintendenza, e neppure investimenti milionari, ma due piccole comunità, poco più di tremila persone in tutto: due minuscoli centri alle spalle degli Alburni, tra un mare di olivi e boschi, nel paesaggio ordinato di quella terra di mezzo che è il Cilento interno, tra la Campania e la Basilicata. Auletta e Pertosa hanno saggiamente deciso di non farsi la guerra, e gestiscono insieme le grotte, attraverso una fondazione che si chiama Mida (Musei integrati dell’ambiente), nata nel 2004, che ha tra i soci fondatori, oltre ai due comuni, la Provincia di Salerno e la Regione. Quello di Pertosa-Auletta è quindi un modello di gestione dei beni culturali e ambientali “dal basso”, diverso e complementare rispetto a quello “ministeriale” dei siti più blasonati.

L’altro motivo di interesse è che dietro il successo non ci sono solo le grotte, ma tutto un sistema di musei, e una rete di attività di promozione e ricerca, che hanno trasformato l’intero paesaggio dei due comuni in un grande museo del territorio, e fatto della fondazione Mida una delle principali aziende culturali della Campania.

Di queste cose parlo con Francescantonio D’Orilia, il presidente della fondazione, passeggiando il lungo fiume, un corridoio ombroso di alberi, davanti all’ultima creatura Mida, il Museo del suolo di Pertosa. Franco è una delle persone che queste cose ha cominciato a immaginarle e vederle una quarantina d’anni fa, da ragazzo con la cooperativa “Carlo Levi” già lavorava per il riscatto di queste terre, ha vissuto le ultime lotte contadine degli anni ‘70, poi il terremoto del 1980, che poteva essere la fine di tutto, e invece è stato l’inizio.
«Fu allora che capimmo che bisognava giocare d’attacco, smetterla di piangerci addosso, e costruire un presidio attivo delle nostre terre. La chiave che individuammo è quella della conoscenza: per contrastare il declino e lo spopolamento, e cambiare l’inerzia delle cose, dovevamo studiare gli equilibri che il terremoto aveva sconvolto – economici, agricoli, insediativi, sociali. E soprattutto essere consapevoli del capitale naturale sul quale potevano contare. Non solo le grotte quindi, ma l’archeologia, l’agricoltura, il paesaggio. Dovevamo andare oltre la visita rapida delle scolaresche e dei turisti di paesaggio. È così che abbiamo scoperto, anzi ri-scoperto molte cose fondamentali. A Pertosa-Auletta c’è un raro esempio di cultura palafitticola in grotta, che risale all’età del bronzo, 1500 anni prima di Cristo. Le palafitte, sommerse dall’acqua del fiume che scorre lungo i tre chilometri di caverne, si sono miracolosamente conservate fino ad oggi. La scoperta è di fine ‘800, ma gli studi più recenti hanno accertato che le grotte sono state frequentate come luoghi di culto in età greco-romana, fino al medioevo, quando erano dedicate all’Arcangelo Michele».

I reperti archeologici che raccontano questa storia lunga tremila anni sono conservati nei musei di Napoli, Salerno e Roma, ma la fondazione Mida ha pensato che occorresse allestire qui, sul territorio, un luogo per raccontarla, e così è nato il Museo speleo-archeologico, un edificio di architettura moderna ben inserito nel contesto, la piazza di Pertosa bella e aggraziata, con le facciate del centro storico dipinte di suggestivi colori pastello. Nelle sale del museo, le ricostruzioni accurate della vita quotidiana di quei nostri lontani progenitori.

L’ultima realizzazione, sempre a Pertosa, è il Museo del suolo, il primo in Italia, uno dei pochi al mondo con quelli di Wageningen e Washington. L’ha pensato la direttrice scientifica della Fondazione, la professoressa Mariana Amato dell’Università della Basilicata. «La nostra idea», mi dice Mariana, «è che le grotte, con la loro suggestione e bellezza, sono il nostro primo museo, perché è proprio in questo mondo segreto, che puoi veramente capire come le acque le rocce e la terra lavorano per dare vita ai paesaggi visibili, quelli nei quali viviamo, e che ricadono sotto la nostra percezione». Il Museo del suolo si è rivelato subito un successo, con più di diecimila visitatori nell’ultimo anno e mezzo.

All’interno sono esposti monoliti dei più importanti suoli della Campania, con presentazioni multimediali che spiegano i meccanismi della fertilità e della produzione agricola, ma anche i processi di autodepurazione, che fanno del suolo il principale filtro dell’ecosistema, a protezione della nostra salute.

Sempre in tema di agricoltura, la fondazione Mida ha realizzato un questi anni un progetto di ricerca per salvare la preziosa varietà locale di carciofo, il bianco di Pertosa, tradizionalmente coltivato sui terrazzi fertili lungo il Tanagro, che rischiava di scomparire, insieme agli agricoltori e ai paesaggi agrari tradizionali. Ora è nato un presidio Slow Food, i ricercatori dell’Università di Salerno hanno studiato le particolari proprietà di questa pianta, e l’antico carciofo ha riportato un buon successo all’ultimo Terra Madre di Torino.

«Quello che è chiaro», mi spiega D’Orilia «è che tutte queste attività non possono reggersi sul volontariato. La Fondazione ha quindici dipendenti, giovani del luogo, che hanno dovuto studiare e migliorarsi per costruire una loro professionalità, ed ora fanno le guide ai musei e alle grotte, conoscono le lingue, si occupano della promozione, dei rapporti con gli enti di ricerca e con la stampa, dell’accoglienza ai dei turisti. C’è poi una rete di collaboratori esterni, docenti universitari, giornalisti, economisti, che ci aiutano a ideare e promuovere i progetti di ricerca. Tutto questo lavoro evidentemente deve essere remunerato, e noi ci riusciamo con la vendita dei biglietti, 604mila euro nel 2017, stando alle tabelle del ministero è un incasso superiore a quello del Museo di Capodimonte.
L’introito medio è di 10 euro, e per giustificare questo esborso dobbiamo garantire una qualità elevata, e rinnovare continuamente l’offerta. Quindi, non solo le grotte, ma i musei, le gite in canoa sul Tanagro e il rafting per i più ardimentosi, i laboratori didattici per le scuole, ma anche la sagra del carciofo. Dobbiamo invogliare i nostri visitatori a programmare una permanenza più lunga, che comprenda magari anche la visita agli altri gioielli del Cilento, come la Certosa di Padula o il centro storico di Teggiano».

Assistiamo così al ripetersi, in questo paesaggio integro e appartato, a un’ora appena di autostrada dalla città, di un modello di rinascita del territorio, assai simile a quello che sta restituendo speranza ai quartieri storici di Napoli, a partire dalla Sanità, e colpiscono soprattutto le similitudini: il puntare sui giovani, la conoscenza e la formazione; sulla sostenibilità economica di esperienze che devono essere in grado di reggersi da sole, al di là dei finanziamenti pubblici. Sono i semi di una nuova economia cooperativa, dal basso, e la scommessa è ora quella di passare da una graduatoria arida di siti e musei, per quanto lusinghiera, a un sistema, una rete di territori che tenga finalmente insieme tutte queste cose.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 2 gennaio 2018

Il viaggio alla città senza più suolo l’ho fatto in metro, superato il canyon verde del Vallone San Rocco il treno procede in superficie, sulla distesa di case; l’ultima fermata di Piscinola-Scampia non è una stazione, ma una muraglia alta, che separa la periferia di Napoli da qualcosa di diverso ancora, la periferia della periferia.

Trovo ad aspettarmi Alessandro Visalli, ho sempre pensato fosse tra le menti più attrezzate della nostra generazione, un gentlemen che non alza mai la voce. Sono venuto per capire cosa lo ha convinto ad accettare una missione impossibile, quella di fare l’assessore all’urbanistica del comune di Arzano. Secondo l’ultimo rapporto ISPRA sul consumo di suolo, Arzano è la città d’Italia col più elevato grado di urbanizzazione (83%), seconda solo a Casavatore (90%), e seguita da Melito (81%), tutte e tre sono qua, in un fazzoletto di terra, patologie tanto estreme, da frustrare sul nascere ogni velleità di rimedio, controllo, governo.

“Qui è proprio sull’urbanistica che si sono schiantate le forze politiche e le istituzioni” mi spiega Alessandro, mentre ci dirigiamo in auto verso il Municipio. “Negli ultimi dieci anni il comune è stato sciolto due volte per infiltrazioni camorristiche, la prima volta c’era il centrosinistra, la seconda il centrodestra. Si andava avanti con un vecchio programma di fabbricazione degli anni ’70, in teoria avrebbe dovuto funzionare come norma transitoria di salvaguardia, in attesa di un piano regolatore che in quarant’anni non è arrivato mai. Nel vuoto delle regole, col malaffare istituzionalizzato la città si è moltiplicata per dieci, dopo il terremoto del 1980 non si è capito più niente, il casale agricolo si è saldato col capoluogo e i comuni confinanti, al posto della canapa e dei frutteti ora c’è una distesa abusiva, informe di case e condomini.”

E’ su queste macerie che è nata la nuova amministrazione, le elezioni di giugno le ha vinte Fiorella Esposito, una vita nella scuola pubblica e nel sindacato, a sorpresa ma non tanto si è aggiudicata il ballottaggio, con il sostegno di Dema, Rifondazione e di due liste civiche, espressione di un tessuto di associazioni e di volontariato che ad Arzano, nel deserto della politica, rimane prodigiosamente vivo e vitale. Fiorella aveva bisogno di un urbanista bravo, fuori dai giochi, e ha chiamato Alessandro.

“Non si è perso tempo” mi dice Visalli “Subito abbiamo messo mano al nuovo regolamento edilizio. E’ lo strumento che regola le piccole trasformazioni, adeguamenti, cambi di destinazione del patrimonio esistente, l’uso degli spazi pubblici. Sembra niente, ma ad Arzano è una rivoluzione, perché in una situazione così congestionata, è la somma degli innumerevoli, minuti cambiamenti quotidiani che finisce col definire il volto della città.” Così, dopo quarant’anni la città torna a darsi regole certe, con le decisioni che si prendono al di sopra del tavolo, in piena luce, con procedure trasparenti.

La novità riguarda proprio la terra, perché il regolamento edilizio, oltre a bloccarne l’ulteriore consumo, condiziona il rilascio delle autorizzazioni alla produzione di nuovo suolo: chi intende fare mutamenti deve impegnarsi a de-impermeabilizzare le superfici asfaltate, a dare respiro alla terra, consentendo all’acqua e all’aria nuovamente di infiltrarsi, alle piante di crescere, all’ecosistema di ripartire, nella forma di un albero, un filare, una semplice aiuola. L’obiettivo, è di fare in modo che le corti del centro storico possano rinverdire, tornare ad essere gli orti e gli arboreti interclusi di quarant’anni fa. E’ un’idea semplice ma rivoluzionaria, quella di far girare al contrario il contatore del consumo di suolo; in ogni caso la sola possibilità di riequilibrio che rimane, quando la terra l’hai già consumata quasi tutta.

Piazza Cimmino, dov’è il municipio, sarebbe anche bella con la corona di lecci, la torre civica e il campanile; nel frattempo il sindaco è arrivato, ci riceve in sala giunta. Fiorella Esposito ha grandi occhi, il volto aperto che dice cocciutaggine ed energia. Lo slogan della sua campagna era “Arzano è un’isola”, voleva dire che la città soffre perché chiusa in un recinto, un pezzo di area metropolitana non connesso con niente, mortificato da assi mediani e superstrade che dividono più che unire.

“Arzano” mi spiega Fiorella “è una città contro. Contro i bambini, gli anziani, i deboli, le giovani famiglie. Senza servizi e spazi pubblici. Il trasporto pubblico si arresta a Napoli, alla stazione di Piscinola: nel progetto di metropolitana regionale a suo tempo immaginato dall’assessore Cascetta era prevista una stazione vicino l’area ASI, poi non se ne è fatto più niente. Abbiamo chiesto al capoluogo e alla città metropolitana di escogitare insieme forme di integrazione del servizio, ma il dialogo è difficile. Solo connettendosi Arzano può tornare a vivere. In questo isolamento, a parte l’area ASI, che pure dà segni di ripresa, tutte le attività economiche sono in sofferenza, i negozi chiudono, il tessuto sociale ferito dalla lunga crisi non ha la forza di riprendersi”.

Già, l’area ASI si estende su quasi il 40% del territorio comunale, Arzano rimane una delle città industriali più importanti della Campania e del Mezzogiorno; sino ad oggi l’area produttiva ha goduto di un regime di sostanziale extraterritorialità. “Quando vengono le delegazioni dalla Cina o dal Giappone, l’ASI provvede in proprio a riasfaltare le strade lungo il percorso, e ogni volta ripeto loro che se gli asiatici sbagliano strada, finiscono comunque per smarrirsi nello sgarrupo, sarebbe quindi meglio lavorare insieme”. Un primo risultato Fiorella l’ha ottenuto, l’ASI ha accettato di condividere il nuovo regolamento edilizio, è possibile a questo punto immaginare un percorso unitario di governo del territorio comunale, amministrazione ed imprese, all’insegna dell’interesse pubblico.

Nel pomeriggio breve di dicembre la piazza già imbrunisce dietro i vetri, gli uccelli chiasseggiano sui lecci, è il momento per una passeggiata in centro storico, il luogo dell’identità e della memoria, che ad Arzano, come in tutti gli altri casali, sono vive, nonostante tutto. Nello stemma della città figurano, stilizzate, le foglie di lino e di canapa, le colture che fino al 1960 fecero la prosperità dell’agrotown. Per Fiorella la memoria rimane la risorsa essenziale per provare a ricostruire qualcosa.

Ci accompagna Antonio Risi, dalla Regione, dove è stato a lungo responsabile dell’Autorità ambientale, ha deciso di trasferirsi qui, in frontiera, per dirigere l’ufficio urbanistica e condividere l’avventura. Nel crepuscolo percorriamo in silenzio le vie tortuose, le corti che si aprono una nell’altra, l’atmosfera è suggestiva, l’impianto originario ha miracolosamente resistito. In centro storico sono rimasti a vivere gli anziani, i meno abbienti, gli immigrati, ma Fiorella sogna si possa ripetere, in piccolo, qualcosa dell’esperienza napoletana, con forme di riscoperta e rivitalizzazione del borgo antico.

A sera, lungo la strada del ritorno, ripenso alle cose viste e ascoltate. Chi avrebbe immaginato di trovare, proprio in uno dei segmenti più scombinati e sofferenti del sistema metropolitano, tentativi così seri di rinascita e riscatto. “Arzano è un’isola” dice Fiorella, ma anche la Sanità in fondo lo è, il fatto nuovo sono i Robinson, le persone di qualità che su queste isole hanno deciso di costruire ponti e barche, che stanno lottando per la vita, mettendosi in gioco: è la sola energia autentica in circolazione, non importa come andrà a finire, ci sono idee che tornano buone per l’intera area metropolitana, è il caso di prestare ascolto, farle crescere, di dare una mano.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 16 novembre 2017

Dopo i polmoni verdi della città – Capodimonte, Camaldoli, Ponticelli – resta da raccontare il parco che verrà, quello promesso di Bagnoli, e avremmo voluto camminarci, percorrerlo per vedere come stanno le cose, ma la richiesta di accesso non ha avuto risposta, non ci resta allora che guardarlo dall’alto, in questa mattina dolce di inizio novembre, e girarci ancora intorno, come solo, da vent’anni a questa parte, è possibile fare. Mi accompagna nel viaggio Massimo Di Dato, animatore dell’Assise di Bagnoli, lui questa storia l’ha vissuta tutta, da quand’era studente con serietà e competenza ha continuato a lavorare per tenere viva la fiamma della discussione e della partecipazione civica, nel frattempo la chioma fulva s’è tutta screziata d’argento.

Davanti Città della Scienza troviamo facce amiche, ci accompagnano attraverso i padiglioni semibui, per la fondazione è un’altra giornata difficile, c’è assemblea dei lavoratori, i volti sono scuri, chiediamo di affacciarci un attimo alla terrazza più alta, ed eccola infine la distesa deserta del parco, c’è solo l’auto della vigilanza che si aggira minuscola intorno alla cattedrale rossa dell’acciaieria, le giraffe arrugginite dei nastri trasportatori; la sorveglianza del vuoto deve essere un formidabile esercizio zen.

Già, il vuoto. E’ l’ossessione, il sentimento di privazione irreversibile che attraversa tutto il libro di Ermanno Rea, lo sgomento per la “desolata radura, piena di ferite”, lo “sterminato vuoto” che rimane dopo lo smontaggio e la demolizione di Ferropoli, com’era chiamata la fabbrica, “… fumifera città rossa e nera … sovrastata da un cielo incandescente, pieno di lampi: si srotolava per chilometri tra strutture verticali e orizzontali, spiazzi, fasci di binari, carriponte lunghi sino a ottanta metri e oltre, neri cumuli di residui minerali, strade, colmate a mare, pontili, navi, lampioni, camion, gru alte come palazzi”.

Ora è silenzio, questo vuoto sconfitto, pieno di ferite lo abbiamo davanti, ma è chiaro che non è così. La storia dei paesaggi e degli ecosistemi non ammette lacune, c’è una storia che continua al di là delle intenzioni degli uomini, bisogna saperla leggere. Lungo tutto il Novecento, l’acciaieria voluta da Nitti per dare lavoro alla città, come tutti gli impianti simili al mondo, ha colmato il paesaggio che aveva intorno dei suoi residui e sottoprodotti. I suoli fertili dell’antica piccola pianura costiera sono stati sepolti da una coltre di scorie, loppe e minerali ferrosi, profonda da pochi decimetri, fino a più di sei metri. Nell’arco di un secolo si è creato un nuovo ecosistema, e con questo dobbiamo ora fare i conti, perché il vuoto in natura non esiste, né è possibile riavvolgere il nastro degli eventi.

Il fatto curioso è che le loppe d’acciaieria, le rocce vetrose prodotte assieme all’acciaio da quel vulcano tecnico che è l’altoforno, hanno proprietà pozzolaniche, proprio come le ceneri prodotte dai vulcani naturali.  Quelle rocce artificiali ora la natura va trasformando in nuovi suoli, e a guardarla bene la radura sì è già riempita di un suo particolare mosaico vegetale, con brughiere di cespugli bassi su cui ora volteggiano uccellini, ballerine gialle; boschetti di pioppo, macchie di roverella e ginestra, oltre naturalmente agli eucalipti e ai pini che abbiamo piantato noi. E’ il trionfo del “terzo paesaggio” descritto da Gilles Clément, la natura instancabile che si riprende, trasformandoli, gli spazi vuoti della civiltà umana, costruendo reti verdi, inaspettate e impreviste, di biodiversità.

Ed infatti, subito una coppia di poiane che abita l’area si stacca in volo dai lecci di Coroglio, incuriosita dal piccolo drone sibilante che Riccardo Siano sta pilotando sui sentieri del parco in auto-costruzione, girano intorno al volatile meccanico che ha osato irrompere nel loto territorio, speriamo che non sferrino l’attacco.

Davanti allo spettacolo, con Massimo ragioniamo del fatto che a questo punto il parco c’è già, mancano solo le persone, e la sola cosa da fare allora è quella di aprire i cancelli, abbattere il muro, e consentire finalmente ai cittadini di riprendersi l’area, ristabilire un rapporto, iniziando quel percorso assolutamente necessario, descritto da padre Loffredo per il centro storico, di trasformazione degli spazi in luoghi, recuperando tutta la loro storia e identità, ricucendo reti di attività, rapporti e relazioni.

In questi tempi difficili per le finanze pubbliche, non solo da noi, ha preso forza in urbanistica il filone degli “usi temporanei”: se i programmi di recupero urbano sono costosi e richiedono tempo, può essere saggio tenere il vivo il rapporto tra le gente e i luoghi, facendo di necessità virtù, consentendo attività transitorie, che non confliggano con le trasformazioni.

Con l’aeroporto nazista di Tempelhof, a Berlino, quello dal quale Indiana Jones parte in dirigibile assieme a Sean Connery, i tedeschi stanno facendo proprio così, come ha raccontato Federica Dell’Acqua nel suo saggio su un numero recente di Meridiana dedicato alla deindustrializzazione. Quello di cui abbiamo bisogno a Bagnoli, ora, è di aprire subito al pubblico il grande “temporary park” che già c’è, valorizzando il lavoro che la natura ha fatto al posto nostro, mettendo fine a un deserto che è solo nelle nostre menti.

Per fare questo, bisogna uscire dalla trappola della bonifica. Vedrete, le analisi di rischio dimostreranno che per ampie porzioni dell’area non c’è alcun rischio serio che ne impedisca la fruizione. I soldi della chimica allora sarebbe meglio spenderli per le infrastrutture di trasporto, invece che usarli per rimuovere la colmata, che è parte della storia dei luoghi, ed a questo punto è preferibile che resti dov’è. D’altro canto, le analisi dell’ABC hanno dimostrato che l’acqua della falda, a monte della barriera idraulica è pulita, l’arsenico, il ferro e il manganese ce li ha messi il Padreterno, eppure ci ostiniamo a depurarla, spendendo inutilmente, anche qui, un sacco di quattrini preziosi.

Ora il drone si è posato obbediente ai piedi di Riccardo, anche le poiane sono volate via; il paesaggio che abbiamo davanti, tra il mare e la cornice verde dei rilievi flegrei – da Coroglio ai Camaldoli ai versanti esterni d’Agnano – è veramente unico, straordinario, grandioso. Basta solo conoscerne un po’ la metrica, la storia. Lo spavento del vuoto è passato. E’ ora di tornare sulla terra, a riprenderci il parco che c’è già.

_dsc9792-fileminimizer

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 28 dicembre 2016

E’ tutto un complesso di cose che mi ha portato stamattina a Ponticelli, prima Federica e Giovanni mi hanno raccontato degli orti urbani fioriti proprio al centro del grande parco pubblico, poi è stato Luca a portarmi una copia del librino “Vita di Aniello Borrelli narrata da lui medesimo”, pubblicato da Napoli Monitor, che è il racconto, lungo tutto il ‘900, di un figlio di contadini di queste terre che diventa operaio, poi dirigente di spicco della sinistra, mentre nasce la Repubblica, e Ponticelli si trasforma in pochi decenni da borgo agricolo a cittadina a periferia.

Atterro a via Argine dalla 162, strada pazzesca, un viadotto ininterrotto che viene giù dai pinnacoli del Centro direzionale, come se la città non esistesse, quasi fosse un inconveniente da scavalcare in fretta, e mi trovo nella Napoli orizzontale, senza il mare e le colline, la pianura di terra e acqua dov’erano i lagni, le masserie, i mulini, i pioppi alti e le fabbriche, e dove il vulcano non sono i Flegrei, ma il profilo imponente del Somma-Vesuvio.

Nel vialone attorno al parco “De Filippo” c’è gente che fa jogging, porta a spasso il cane, all’angolo c’è la camionetta dell’esercito con tre ragazzi in tuta mimetica. Il parco è enorme, nove ettari, come la Floridiana, è una delle opere della Ricostruzione, realizzato negli anni ’80 restò chiuso un decennio, una specie di giardino proibito, e finalmente inaugurato all’inizio degli anni ’90. In realtà, la parte curata del Parco si ferma grosso modo al primo ettaro, con il grande piazzale contornato da una specie di pergolato, una cosa tra Gilgamesh e l’Alhambra. Per il resto, la vegetazione di pini palme oleandri e magnolie è lasciata a sé stessa, e va evolvendosi in boscaglia, i viali e gli arredi finiscono in malora, ed è proprio in questa terra di nessuno che Anna Ascione ha deciso di far nascere il suo laboratorio sociale.

Trovo Anna ad accogliermi all’ingresso del parco, il vento che spazza il cielo in questa mattinata azzurra di dicembre le scarmiglia i capelli biondi sul giaccone rosso, ha gli occhi verdi e un sorriso aperto, contagioso. Anna lavora nel servizio dipendenze dell’Asl Napoli 1, dirige “Lilliput”, il centro diurno semi-residenziale che segue una ventina di giovani, nato nel solco del lavoro di Mario Petrella,  il grande psichiatra che a queste cose ha dedicato tutta la vita, e se n’è andato anzitempo, ai primi di dicembre.

L’accesso agli orti è indicato da una insegna a mosaico, l’hanno realizzata i ragazzi, all’inizio del porticato che si inoltra nel parco, ai lati sono le terrazze coltivate, dove prima era solo sterpaglia. La riconquista faticosa dell’area l’ha raccontata Cristina Zagaria su questo giornale, in un bell’articolo dell’ottobre 2015, quando ci fu l’inaugurazione pubblica, ed è una storia di furti incendi sabotaggi, il lavoro di Anna e dei ragazzi fu contrastato in ogni modo, perché qui la “terra di nessuno” non esiste, Bauman aveva ragione, ai bordi delle città gli spazi vuoti sono alla fine quelli più presidiati e contesi.

Alcune delle terrazze sono coltivate direttamente dai ragazzi, le altre sono date in adozione, ciascuna ad un’associazione, un gruppo, un’istituzione ed è così che intorno agli orti è nata una rete territoriale che, mi dice Anna, “è la vera infrastruttura terapeutica”. Ci sono le scuole pubbliche, con le materne e le elementari del 48° Circolo didattico; gli istituti superiori Calamandrei, Archimede, Marie Curie, Tognazzi-De Cillis; le parrocchie, le associazioni (Arteteca, Pax Cultura, ReMida, Arcobaleno, Strada Facendo, Ardea); e poi Libera, Emergency, l’Associazione Maestri di strada, ed altre ancora. “Intorno agli orti è cresciuta tutta una comunità, ci riuniamo una volta al mese per programmare il lavoro e le iniziative da intraprendere, c’è dentro la gente più diversa, proveniente da tutti i ceti, i lavori, le professioni”.

Gli orti sono davvero uno spettacolo, è un ricamo perfetto di colture contro la terra nera, ora è un trionfo invernale di insalate, cavoli, broccoli, finocchi, cipolle. Antonio, uno dei neo-agricoltori della rete, mi mostra orgoglioso un filare di “lengua ‘e cane”, una varietà di friarielli a foglia stretta, dal sapore particolarmente amarostico. Sotto il portico Carmelo sta dipingendo a colori vivaci un serbatoio metallico arrugginito: nella rete c’è un gruppo di artisti, e mi sembra che nel moggio faticosamente riconquistato, veramente si realizzi una sorta di piccola kalokagathia, l’ideale greco nel quale il bello e il buono coincidono, in questo giardino di umanità ritrovata, sullo sfondo delle torri verticali di edilizia popolare.

“Qui c’è tanta gente diversa, ed è stata l’agricoltura, il lavoro sulla terra a fornire un interesse e un linguaggio comune”. La conversazione con Anna prosegue nel baretto all’ingresso del parco, il luogo è accogliente, ai tavolini un gruppo di ragazze fa colazione, ci sono anziani che leggono il giornale, il barista è gioviale, mi invita ad assaggiare la sfogliata frolla, se non è buona non la pagherò. “I ragazzi di agricoltura non sapevano nulla, ma nella rete è riemersa la cultura contadina di Ponticelli, che la modernizzazione aveva accantonato ma non distrutto, ed ora sono diventati bravi, sono in grado di tirare le porche dritte come si deve, coltivare l’orto si è rivelata innanzitutto una buona disciplina.”

Anna mi mostra una locandina, la mattina del sedici dicembre c’è stata la festa di Natale, con la gente del quartiere, si è mangiato e brindato, allietati dal coro dei bambini del 48° circolo, e dalle musiche dei ragazzi del centro Lilliput, che si sono esibiti insieme all’orchestra del liceo Calamandrei. Per l’occasione ogni associazione della rete ha decorato a suo modo uno degli alberi appena messi a dimora, dono della forestale, e c’è stata anche la lotteria, in palio le cassette con i prodotti degli orti.

Con la rete territoriale, alla fine, Anna lavora per recuperare i suoi ragazzi, ma è evidente che le onde si propagano al resto del quartiere, e tutto parte dalla cura e dal lavoro comune sugli spazi dimenticati di vita. La rete delle associazioni, coi suoi orti, ha recuperato sino ad ora quasi un moggio, poco meno di tremila metri quadri, ma qui ci sono ettari ed ettari da riconquistare, che non sono solo quelli del grande parco pubblico.

Perché il parco “De Filippo” è grande una decina di ettari, ma è a sua volta immerso in un vuoto urbano che si estende per centocinquanta ettari, più di Capodimonte. Un mosaico di incolti, lotti liberi, aree dismesse e spazi verdi, in attesa di non si sa bene cosa. Con la trasformazione edilizia e infrastrutturale rapace, il tessuto di masserie agricole, che ancora nel 1970 era quello settecentesco della mappa del Duca di Noja, è stato in gran parte distrutto, ma la terra è rimasta, ed è quel finto spazio vuoto, alla fine, che costituisce il principale generatore di illegalità, insicurezza, disagio.

In questa situazione di città precaria, perennemente incompiuta, gli orti sociali di Anna potrebbero diventare il seme di un progetto più ampio, per recuperare e ricucire gli spazi, assieme alle relazioni tra gli uomini; per restituire ad ogni metro quadro di terra senso, funzione, dignità. Un progetto nel quale ci sono le istituzioni, faticosamente costrette a lavorare insieme, e le comunità locali, in quella che appare, nel vuoto pneumatico di politiche e strategie, una modalità concreta per rigenerare il territorio, assai più che la tiritera inconcludente sui beni comuni.

Mentre ci salutiamo ci raggiungono Luciano, Corrado, Margherita, tre giovani collaboratori di Anna, lavorano nella cooperativa di educatori che fa parte della rete, le raccontano di non so quale difficoltà, lei se li stringe, li rassicura con la sua ridente nonchalance, a me sembra una forma superiore e necessaria di intelligenza, che la sequenza stupida di resistenze, inefficienze, inerzie riesce appena, per fortuna, a scalfire.

 

pascolo

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 9 dicembre 2016

Il pastore, il gregge, l’agnello: poche attività umane come la pastorizia hanno fornito all’immaginario collettivo, nel corso dei millenni, immagini simboliche altrettanto potenti. La novità è che dopo anni di difficoltà la pastorizia è in ripresa in Italia, ed aumenta anche l’attenzione dei media, con reportage e libri, come quello recente (“Storie di pascolo vagante”, Laterza editore), scritto da Marzia Verona, la ragazza piemontese che dopo la laurea in scienze forestali ha scelto di dedicarsi in prima persona alla transumanza, raccontando giorno per giorno la sua esperienza in un blog assai seguito.

In Campania le cose sembrano andare differentemente: stando ai dati ISTAT, dal 1980 ad oggi il numero dei pastori è diminuito dell’ottantacinque per cento, da ventottomila a meno di cinquemila: dove prima c’erano dieci pastori, ora ne sono rimasti meno di due. La diminuzione del gregge regionale è meno drastica ma comunque significativa, con le pecore che sono diminuite del trenta per cento, le capre del quarantacinque, il che vuol dire centomila capi in meno nel corso di un trentennio.

Per capire come sta cambiando la pastorizia in Campania, niente di meglio che parlare con loro, con i pastori, ma la cosa non è facile, in diversi declinano l’invito, si coglie come una ritrosia ad esporsi. Altri invece hanno accettato di raccontare il loro lavoro, ed allora la prima tappa è a San Mauro Cilento, dove ritorno in un pomeriggio di nuvole scure, spazzate dallo scirocco.

L’appuntamento è all’osteria del frantoio, con Gerardo e Romualdo, due allevatori di capra cilentana, l’antica razza locale, il cui latte ha il profumo della macchia mediterranea e si trasforma, dopo una particolare lavorazione, in un cacioricotta sublime. In questi paesaggi aspri, la capra funziona come una macchina prodigiosa, superando in produttività sia i bovini che gli ovini.

Gerardo è un ragazzo possente, lavorava nell’edilizia, poi con la crisi del settore, assieme alla moglie Donatella ha deciso di cambiare, ha investito tutto nel gregge, con l’aiuto del programma di sviluppo rurale ha costruito l’ovile e un piccolo caseificio aziendale. Ottenere le autorizzazioni dal Parco non è stato facile, le norme paesaggistiche sono arcigne, è stato necessario rivestire interamente le strutture di pietra arenaria, i costi sono lievitati, ma Gerardo ci crede, si è indebitato, e ha deciso andare fino in fondo.

Romualdo è tra i più esperti allevatori del Monte Stella, la sua famiglia vive di pastorizia da generazioni, ha i capelli striati d’argento e parla con una voce possente che riempie il locale. Mi racconta delle difficoltà legate ai controlli sanitari, a causa di una legislazione singolare, che impone alla pastorizia gli stessi standard di un caseificio industriale, ignorando il fatto che le tecniche artigianali di lavorazione, se ben condotte, garantiscono comunque una elevata salubrità, e sono alla base della tipicità dei prodotti.

C’è poi il problema del pascolo, e qui si sfiora l’assurdo, perché la disponibilità di superfici seminaturali, nella rarefazione demografica e colturale del Cilento, è potenzialmente sconfinata, e il pascolamento costituisce la migliore forma di presidio e cura delle aree in abbandono, di pulizia del sottobosco, di prevenzione del fuoco. Ciò nonostante, prescrizioni e divieti abbondano, e fioccano le sanzioni, con il pastore costretto a percorrere una terra sostanzialmente inutilizzata come fosse uno straniero, nei ritagli esigui che gli vengono lasciati a disposizione.

Gustiamo il cacioricotta, con il vino, il pane, i fusilli con i broccoletti, si è fatto tardi, la tempesta è calata, devo rientrare a Napoli, l’indomani ho appuntamento coi pastori del Sannio. In autostrada rispuntano le stelle, cerco di vincere il sonno e penso che alla fine, nel racconto di Gerardo e Romualdo, il lavoro rimane quello delle origini, della Bibbia e dell’Odissea: il pastore è colui che cammina davanti al gregge, alla ricerca quotidiana di pascoli, punti d’acqua e di riparo; che assiste ai parti e medica gli animali feriti. Per fare questo, deve conoscere palmo a palmo il territorio e i suoi abitanti, le regole d’uso, il mosaico delle proprietà; deve essere in grado di stringere alleanze, di prevenire e gestire i conflitti.

Quella che viene fuori, insomma, è una figura tutt’altro che avulsa dalla vita della comunità, e che si aiuta adesso con le nuove tecnologie: smartphone, posizionamento satellitare, la comunicazione sui social. Ciò nonostante, il pastore resta un intruso, un cittadino invisibile alle politiche e alle amministrazioni, una mina vagante, anche se è il suo lavoro a tener vivi paesaggi collinari e montani che si vanno spegnendo, assieme alle tradizioni, le economie, le identità.

La mattina del giorno dopo c’è l’azzurro sulle colline del Fortore, arrivo a San Giorgio in tempo per uscire con Antonio Casiero e col suo gregge di pecore, raggiungiamo il pascolo percorrendo il sentiero in mezzo a un mosaico perfetto di prati, siepi e macchie di bosco. Nei paesaggi più dolci e meno aridi della collina interna, non c’è più bisogno dell’intraprendenza eroica della capra, questo è il regno della laticauda, la pecora bianca dalla coda larga, arrivata qui dal Nord Africa, e selezionata nei secoli attraverso l’incrocio con ceppi locali.  E’ un’eccellenza tipica di queste colline, un animale docile, che produce un agnello dalla carne particolarmente morbida, di gusto delicatissimo, oltre a un ottimo pecorino. Qui il pascolo non è brado, come in Cilento, ma stanziale, e viene praticato su prati polifiti di proprietà delle aziende, seminati al posto del tabacco, e recintati con cura.

Sembra un’isola felice, ma la crisi colpisce anche qui: a San Giorgio La Molara nell’ultimo trentennio il numero dei pastori è quasi dimezzato, mentre i capi, che pure erano raddoppiati dai tremila del 1982, ai quasi seimila del 2000, sono diminuiti del venti per cento nell’ultimo decennio. Antonio mi spiega come l’agnello di laticauda, di qualità superiore, incontri difficoltà sempre maggiori a competere col prodotto estero, che si acquista a tre euro il chilo di peso vivo, quando da noi ne occorrono quasi il doppio per rientrare dei costi di produzione.

Nel pomeriggio si torna in paese, siamo ospiti di Donato Vicario, il decano degli allevatori di laticauda. Visitiamo l’ovile, ci mostra con orgoglio gli arieti e le fattrici, frutto di una selezione rigorosa: la popolazione di laticauda è piccola, cinquemila capi in tutto, la missione di Donato è fare in modo che questa storia preziosa non si esaurisca. Alla fine ci ritroviamo tutti in cucina, attorno al tavolo, con le donne di famiglia, tre generazioni di allevatori, il più piccolo ha undici anni, si chiama Donato come il nonno, assaggia e valuta con competenza la caciotta appena aperta, dice la sua, mentre le signore portano bottiglie di birra fresca, col pecorino sono perfette.

Vengo via con tutte queste storie, c’erano dieci pastori trent’anni fa, ora sono due, ma quella che ho incontrato è gente appassionata del suo lavoro, competente, che si è sforzata di andare avanti. Le razze tipiche pregiate che allevano, la cilentana e la laticauda, sono eccellenze nell’enogastronomia nazionale, hanno un loro albo genealogico, sono un pezzo importante del patrimonio di biodiversità del paese.

“I pastori devono superare l’isolamento, puntare sull’associazionismo, iniziare a lavorare insieme” mi dice Antonio Limone, commissario dell’Istituto Zooprofilattico per il Mezzogiorno, l’ente deputato ai controlli veterinari e di qualità. Vado a trovarlo nella bella sede di Portici, circondata dal bosco di lecci della Reggia, per cercare di tirare le fila del discorso. “Insieme dobbiamo scrivere i disciplinari di produzione, partendo dalle pratiche tradizionali, e controllare che queste regole vengano rispettate. Solo così riusciremo a tutelare i prodotti di qualità della nostra pastorizia”.

Antonio ha ragione, e c’è un’altra considerazione da fare: in Campania i tre quarti della popolazione vive come può, stipata sul quindici per cento di superficie territoriale, nelle pianure congestionate ai piedi dei vulcani. Nella vasta cintura verde appenninica, dal Matese al Cilento, se continua così, non rimarrà nessuno. In questi paesaggi di colline e montagne che si spopolano, sono i pastori tra i pochi rimasti a prendersi cura dell’ecosistema, a tenere viva un’economia, ed è un lavoro importante, nell’interesse di tutti. Va bene quindi codificare le regole di produzione, ma occorre anche un riconoscimento sociale, un atteggiamento diverso delle istituzioni. C’erano dieci pastori, ne sono rimasti due, cerchiamo di non perdere anche loro.

agnanum-piccola

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 16 novembre 2016

Iniziarono gli Angioini a modellare le colline, da Poggioreale ad Agnano, perché la città cresceva, occupando tutti gli spazi di pianura, e gli agricoltori dovettero risalire i versanti, tagliare il bosco, e costruire i ciglioni e i terrazzamenti, trasferendo qui in alto gli schemi del “giardino mediterraneo”, con le viti e gli ulivi, arrivati duemila anni prima coi coloni greci. Poi il lavoro continuò nei secoli successivi, come racconta l’iconografia, dalla Tavola Strozzi di fine ‘400, ai paesaggi di Lusieri dipinti tre secoli dopo, fino alle foto di metà ‘900, quando le colline napoletane brulicavano ancora di vita e di masserie, con gli orti arborati curati come un salotto, prima che le mani si allungassero sulla città. La costruzione di questi paesaggi è stato un processo di lunga durata, e le sistemazioni collinari eroiche, che miracolosamente ancora interrompono la continuità caotica dell’edificato, sono il più grande monumento di civiltà medioevale che la città possiede, proprio come Santa Chiara.

Resta il problema di chi debba prendersi cura di questo museo vivente, all’aperto, visto che gli agricoltori urbani sono una specie in via di estinzione, e le aziende agricole nel territorio cittadino sono passate dalle circa tremila del 1980, alle poco più di cinquecento, che ancora oggi resistono.

È per incontrare uno degli eroi superstiti che sono venuto ad Agnano, con la luce che è cambiata, i colori e la foschia dorata sono quelli d’autunno. L’appuntamento è alla rotonda, Raffaele arriva cavalcando il suo quad, in T-shirt, scarponi, e i capelli neri che svolazzano dal cappellino: lascio la macchina e monto in sella anch’io, prendiamo una campestre nascosta che passa sotto i piloni della tangenziale, si inerpica in alto sul versante degli Astroni, in un attimo le automobili e i clacson non ci sono più, siamo in piena campagna, in mezzo agli antichi ciglionamenti angioini.

Qui Raffaele Moccia conduce l’azienda di famiglia, all’inizio erano quattro ettari di vigneto, con le viti secolari ereditate dal bisnonno, piante nodose bicentenarie, opere d’arte viventi, piante di piedirosso, falanghina, catalanesca, caprettone, gesummina, tutte “franche di piede”, perché questo è uno dei pochi posti al mondo dove la fillossera di metà ‘800 non arrivò, i suoli vulcanici sabbiosi e acidi sono sfavorevoli alla vita dell’afide che distrugge le radici, e perciò questi sono tra i rari vigneti non innestati su vite americana, resistente all’insetto, scampoli superstiti del vigneto europeo spazzato via dal parassita un secolo e mezzo fa.

Ho portato a Raffaele il mio libro sui suoli della Campania, ma stamattina è lui che dà lezione a me: profittando di un taglio stradale mi mostra la stratigrafia del suolo, leggendola e interpretandola come le pagine di un volume studiato con passione, con gli strati buoni, quello che lui chiama ’a rena ‘e fuoco, la sabbia di fuoco, un orizzonte profondo più scuro, di piccoli lapilli come acini di pepe, estremamente fertile, dove la pianta radica e si espande; e quelli cattivi, come il “tasso”, uno strato bianco, compatto di ceneri fini come talco, impervio all’acqua e alle radici. Su questi suoli fragili, perennemente assetati d’acqua, mi spiega Lello, ci vuole tempo per costruire la pianta, per darle equilibrio, occorrono dieci anni perché un vigneto di piedirosso entri in produzione, e ad ogni modo lo sviluppo vegetativo, come il carico di grappoli, devono essere costantemente tenuti a freno, affinché la pianta non si sfianchi in questo ambiente difficile. In questo modo, se raccogli quaranta quintali per ettaro è già tanto, anche se il disciplinare di produzione ne consentirebbe fino a cento.

Ma la passione di Raffaele sono le sue viti centenarie. Altrove questi antichi testimoni, dai fusti squamosi, involuti come arabeschi, che hanno visto la caduta dei Borboni e l’arrivo di Garibaldi, sono stati spiantati, per far posto al vigneto moderno, la cui geometrica razionalità facilita e sveltisce tutte le operazioni colturali. Al contrario, Raffaele ha incentrato il suo progetto aziendale sull’eredità degli avi, nella convinzione che proprio dal vigneto storico, potesse scaturire una qualità ancora sconosciuta.

Così ha ripreso le antiche piante che si erano schiantate, le ha tirate su, ha rifatto i sostegni, le ha potate con garbo, senza stravolgere la struttura, rispettando le forme d’allevamento e i vecchi sesti di impianto, irregolari perché rispondenti ai mutamenti minuti della topografia, coi diversi vitigni che formano un mosaico anarchico, e ciò significa che per potare e raccogliere devi conoscere il vigneto pianta a pianta, come una vecchia foto di famiglia.
Poi è passato oltre. Quando si è accorto che nei poderi vicini il vigneto storico veniva spiantato, terrazza dopo terrazza, proprio come l’allevatore bisbetico nel film Seabisquit, che salva il campione azzoppato (“Non si prende una vita e la si butta via solo perché ha qualche difettuccio… “) lui ha parlato con i conduttori, li ha convinti a desistere, spiegandogli che sradicare una vite centenaria è un delitto, convincendoli ad affidargli gli antichi filari. In questo modo Raffaele ha ampliato l’azienda, ora sono circa dieci ettari, ed è il vigneto storico più importante della città.

Intanto il quad prosegue l’arrampicata tra i terrazzi, la cosa si fa avventurosa, sui sentieri sempre più stretti, a strapiombo sull’ippodromo e le terme, resto in silenzio, fino al muro del bosco scuro degli Astroni, che cinge verso l’alto il vigneto. Si vede che l’antica recinzione in tufo è stata costruita in due fasi, il muro aragonese fu rialzato dai Borboni, per evitare che gli animali fuggissero dalla riserva di caccia: ora dalle brecce escono le volpi, di notte, assai ghiotte dei grappoli dolci in maturazione, Raffaele mi mostra i raspi nudi sulla pianta, sorride, in fondo fa parte del gioco. Dopo tre ore in giro nel vigneto, è il momento della cantina, un locale fresco e pulito coi tini in acciaio, e poi la sala di degustazione, Lello con la sua fissa per il medioevo l’ha pensata accogliente come una taverna de “I pilastri della terra”, con le panche di legno grezzo e il soffitto basso con le travi a vista, ed è qui che il figlio Gennaro, instancabile come il papà, ci fa trovare taralli e freselline, per gustare finalmente il Pér ‘e palumm di Agnanum, del quale tutta l’Italia parla.

Perché con il piedirosso dei suoi vigneti storici – un vitigno ritenuto buono per vinelli effimeri, che non lasciano traccia, da miscelare all’aglianico per tirar fuori qualcosa di buono – Raffaele è riuscito in purezza a produrre un rosso strabiliante, che ha ricevuto quest’anno i Tre bicchieri del Gambero rosso, e già in precedenza i 18/20 della Guida dell’Espresso, collocandosi oramai stabilmente nel gruppo di eccellenza dei vini campani. Con il suo lavoro visionario, Raffaele ha così arricchito di un nuovo protagonista la storia e la semantica dei rossi della Campania, accompagnando inaspettatamente all’aglianico un vino altrettanto nobile, complesso e profondo, che rimanda al Pinot nero e i grandi francesi. Il miracolo è che questa eccellenza assoluta la porti a casa con meno di quindici euro, mentre ce ne vorrebbero almeno quattro volte tanto per compensare il lavoro immane, non solo di pensiero, ma di braccia, di gamba e di spalla, che Raffaele e Gennaro profondono per la manutenzione dei terrazzi, delle sistemazioni idrauliche, per la pulizia e la prevenzione dei fuochi, la cura meticolosa del vigneto storico.

Questa manutenzione del paesaggio, questa produzione di bellezza della quale tutta la comunità cittadina si avvantaggia, è gratis, non viene compensata, e dovremmo interrogarci perché, a fronte dell’importanza di queste cose, non esista ancora in comune un assessorato all’agricoltura, uno sportello dove l’agricoltore urbano, questo cittadino invisibile alla politica e alla burocrazia, possa trovare risposta ed aiuto per le sue specifiche esigenze, un sostegno minimo al suo lavoro agronomico, sociale e culturale. Torno giùpensieroso, le richieste per Agnanum fioccano, ma la produzione rimane limitata, venticinquemila bottiglie circa l’anno, assolutamente insufficienti a fronteggiare la domanda, rimane la realtà di una piccola azienda agricola familiare che produce, qui in mezzo alla città, una qualità di livello mondiale: perché alla fine, il piccolo campione in cui nessuno credeva, ha spazzato via i difettucci, e ha vinto il Gran premio, per tutto questo grazie, Raffaele.

foto-cuma

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 2 novembre 2016

L’eliporto è a Massaquano, in località Belvedere, su una piccola spianata  ai piedi del Faito, ci arriviamo da Vico Equense, arrampicandoci per tornanti stretti, dopo la chiesa medievale del Battista, tra gli ultimi oliveti eroici a precipizio sulla Penisola. Un saluto rapido con l’equipaggio, il tempo di salire a bordo e infilare le cuffie, girano i rotori e siamo già in aria, per un volo di ricognizione sulle foreste dell’area metropolitana di Napoli. Sono in compagnia di Angelo Marciano, responsabile del Corpo Forestale di Napoli, e dei funzionari dell’Unità “Foreste” della Regione, Marcello Murino e Luca Acunzo: per tutti loro è stata un’estate difficile, ed è il momento di fare un bilancio.

Sembra un paradosso, ma nelle pause della conurbazione più congestionata  d’Europa – lo spazio breve che va Punta Campanella al lago Patria, coi suoi tre milioni di abitanti – si conservano miracolosamente, secondo i dati dell’Inventario forestale nazionale, oltre le aree agricole, quindicimila ettari di boschi e foreste, una superficie che è quasi una volta e mezza quella della città capoluogo: insomma, è come se accanto ai novantadue comuni della città metropolitana, ci fosse una vasta città verde, reticolare, ignota ai più, dove i volumi non sono quelli delle costruzioni, ma piuttosto le chiome di faggi, castagni e querce.

Dall’elicottero, queste macchie d’alberi incastrate nella conurbazione fanno impressione: le pinete e le leccete del Parco del Vesuvio sono come un mare verde che dal Gran Cono si infrange contro la città anulare, che assedia dal basso il vulcano. Passiamo l’area interessata dal grande incendio di Terzigno dello scorso agosto, quasi trecento ettari, vista dall’alto sembra la sfiammata di una saldatrice su un arazzo prezioso, con macchie che virano dal bruno al nero carbone, a seconda dell’intensità del fuoco.

Ora seguiamo il litorale: i tre castelli di Napoli e la maglia del centro storico sono uno spettacolo mozzafiato, poi subito, sulle colline dietro la città, inizia il mosaico delle foreste flegree. Dopo il bosco di Capodimonte (gli agronomi del re impiantarono la lecceta in pochi anni su aree di demolizione urbana, chissà perché mi torna in mente il deserto immobile di Bagnoli) sorvoliamo la collina dei Camaldoli: nonostante l’urbanizzazione sciatta del post-terremoto, la selva dei casali medievali si estende ancora per  cinquecento ettari, dall’Eremo giù fino a Chiaiano e a Marano, ma il versante meridionale che guarda Soccavo appare interamente denudato dall’incendio di fine agosto, che ha lambito le abitazioni, coprendo i quartieri collinari di una pioggia di cenere.

Pochi istanti e sorvoliamo l’ecosistema misterioso di Astroni, dove le fasce vegetazionali si dispongono al contrario, a causa dell’inversione termica, con il leccio in alto e il bosco di farnia al fondo del cratere, sulle sponde del laghetto dove rare specie di uccelli nidificano. Poi, in rapida successione verso ovest, incontriamo i boschi del Monte Nuovo, del Gauro maestoso,  fino alla foresta di Cuma, sulle dune sabbiose della costa, ciò che rimane dell’antica Silva Galinaria raccontata da Strabone e da Maiuri nelle sue “Passeggiate”, che continuava fino al Circeo, plaga desolata di febbri e di predoni, un gioiello che solo il depuratore di Cuma ha preservato da ulteriori speculazioni.

Insomma, la perlustrazione di stamattina mostra come la foresta rimanga ancora, in questo terzo millennio, un elemento cardine dei grandi paesaggi della città metropolitana, Napoli compresa. Il risultato è che in un territorio estremamente ristretto, proprio accanto alla città, si conserva una biodiversità incredibile, con la sequenza pressoché completa di habitat e tipi forestali, dai boschi costieri mediterranei  fino alle faggete di vetta del Faito.

Restano da comprendere le funzioni e il valore di questo patrimonio, che fino alla metà del ‘900 è stato fulcro di un’intera società e un’economia, soprattutto le selve di castagno, curate come giardini, che fornivano all’edilizia le travi per i solai, e all’agricoltura i pali per le pergole e i sostegni, garantendo ai possessori redditi elevatissimi,  e assorbendo per di più una quantità ingente di manodopera. Poi la lunga crisi, dovuta ai mutamenti delle tecniche costruttive, al declino dell’agricoltura tradizionale, al frazionamento ereditario della proprietà: la domanda di pali crollò, in questa nostra modernità improvvisata le antiche foreste conobbero l’abbandono, per capire cosa significa basta un giro nel Parco dei Camaldoli: nel ceduo non più coltivato, le ceppaie muoiono ad una ad una,  e il bosco si spegne nell’abbraccio soffocante dell’edera.

La prospettiva andrebbe completamente capovolta. Con Angelo, Marcello e Luca riflettiamo sul fatto che per una grande città europea, quindicimila ettari di foresta dovrebbero rappresentare un’opportunità e una risorsa formidabile, una grande “infrastruttura verde” – secondo lo slogan suggestivo della nuova strategia comunitaria – per il riequilibrio ecologico, il mantenimento dei paesaggi, la qualità dell’aria, la vita all’aria aperta, il turismo e l’escursionismo, e non ultimo, l’intrappolamento di CO2 e la mitigazione del cambiamento climatico.

Insomma, in queste foreste metropolitane potremmo cercare il verde e gli standard di qualità urbana che ci mancano.  Ma anche le basi di una nuova economia, perché se resta assai comodo il pellegrinaggio veloce da Ikea,  reinvestire sui nostri boschi per una nuova filiera multifunzionale del legno, su basi moderne, pensando anche alle energie verdi, non sarebbe una cattiva idea, importanti fondi internazionali lo stanno già facendo, con rendimenti realmente competitivi rispetto ad altre forme di investimento. Per di più non partiamo da zero, perché isole virtuose di gestione forestale sono ancora presenti, nonostante tutto, sui Lattari ad esempio, dove il manto continuo dei cedui ci appare dall’alto in buona forma, con un ruolo importante delle cooperative giovanili, che lavorano all’ingegneria naturalistica e alla manutenzione delle pergole  tradizionali in Penisola e in Costiera.

Siamo a fine giro, l’elicottero si posa, la signora Angela che accudisce la piccola casupola dell’eliporto in cima al mondo ha già preparato il caffè e un vassoio di dolcini, li consumiamo con i piloti, ragazzi in gamba, vengono dal Trentino, lavorano d’inverno al soccorso alpino, mentre il nostro ragionamento sulle cose viste continua.

Quello che è certo, ci diciamo, è che investire su queste foreste metropolitane è soprattutto una questione di sicurezza, perché hai voglia di sistemi antincendio per il pronto intervento e la repressione, l’unica prevenzione seria sta nella cura e nella gestione attiva del bosco, giorno dopo giorno, e magari in un rafforzamento di consapevolezza civica, altrimenti è tutto un rincorrersi sfiancante di emergenze, prima quella del fuoco, che torna a percorrere all’infinito gli stessi versanti; poi quella delle frane, gli smottamenti e le colate, che immancabilmente seguono, con le bombe d’acqua di questo nuovo impazzimento climatico, in una storia ricorrente di danni, lutti e pubblici dissesti.

Alla fine, come per altre cose che riguardano la nostra metropoli scombinata, è tutta una questione di responsabilità: per mantenere una foresta, come un centro storico, è necessario lavorare ogni giorno, gesti semplici ma necessari, come pulire una caditoia o sgombrare il sottobosco, con uno sguardo lungo sul futuro: la differenza tra benessere e precarietà, in fondo, è tutta qui.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 11 ottobre 2016

az-6

A Grazzanise l’aeroporto internazionale è ancora una distesa di granturco e campi di medica, e il tempo scorre lento, come in tutti i paesi orizzontali e radi della bonifica del Volturno, la scuola comunale di architettura fascista è intatta, ma se passi il ponte il miracolo si compie, perché la storia si è arrestata nel borgo minuscolo di Brezza, disperso tra i meandri verdi del fiume, con la chiesa, la farmacia, l’emporio agricolo, poi è solo una strada dritta tra i Tifatini e il mare. Sono qui perché ho sentito della ragazza di Casal di Principe tornata dalla Toscana, che ha messo su con i fratelli un’azienda bufalina modello, e ho pensato di parlare con lei. Antonella Schiavone è piccola e mora, il diploma di ragioneria poi la laurea in Psicologia alla Sapienza.

L’allevamento – ora i capi sono trecento – è partito nel 2000, qui a Brezza, tra le anse del fiume, investendo i risparmi di famiglia. «Era il sogno nel cassetto», dice Antonella. Il padre Cesare è un uomo grande e mite, la barba di due giorni, si siede in un angolo ad ascoltare, ha percorso un milione di chilometri facendo l’autotrasportatore in proprio, con la famiglia e i figli piccoli si era stabilito in provincia di Arezzo, in un paesino che si chiama Ambra, poi la voglia di tornare ha prevalso. Una decina di anni dopo l’apertura della stalla, siamo nel 2009, si inaugura anche il caseificio con il punto vendita, “La Stella Bianca”, in una traversa del corso, nel centro di Casale.

«Volevamo provare a mantenere in azienda tutto il valore del latte di qualità che produciamo, anziché affidarlo ad altri. Alimentiamo le bufale con fieno di medica e granella di mais, che coltiviamo sui nostri ottanta ettari, quest’anno abbiamo rimodellato le terre con il laser e il satellite, per migliorare l’irrigazione, duecentocinquanta euro a moggio, ma è una spesa che tornerà. Tutti gli utili li reinvestiamo in azienda, dobbiamo fare un passo alla volta: con le banche non è facile lavorare, quando hai solo ventotto anni, vieni da Casale, e porti il cognome che hai».

Con Antonella visitiamo il caseificio, che trasforma esclusivamente il latte prodotto in azienda, dieci quintali al giorno, gli operai stanno filando la pasta per i caciocavalli: li dirige il fratello Francesco, che è di un anno più giovane, con la stessa determinazione della sorella. La mozzarella “Stella Bianca” si può acquistare solo qui, o nei due punti di vendita di Bacoli e Monte di Procida. «Il controllo completo della filiera, dal foraggio alla vendita diretta, è il nostro modo di garantire al cliente una qualità costante, ma è difficile, la concorrenza è spietata, attualmente offriamo il prodotto al prezzo di dieci euro il chilo, ma ci stiamo dentro veramente a fatica, soprattutto se ti impegni a rispettare le regole di legalità sul lavoro, la sicurezza, i controlli continui, tutte cose che costano, e che il consumatore dovrebbe imparare a riconoscere».

Torniamo a Brezza, il fiume mormora, sul greto ancora i detriti e i tronchi dell’alluvione dello scorso ottobre, quando il Volturno ingrossò e si temette anche qui il peggio. Tutt’intorno, il paesaggio è aperto, eternamente giovane e provvisorio come in tutte le aree di bonifica, come se la piana fosse emersa dalle acque solo ieri, e il lavoro dell’uomo appena iniziato, invece è passato quasi un secolo, e il fiume scorre lì da sempre. Un paesaggio inerme, che basta un muro di cemento sciatto sul fronte strada, o lo scheletro di un capannone mai completato, a sciupare irrimediabilmente.

«È questa la differenza», si sfoga papà Cesare. «Questa terra è infinitamente più fertile di quella toscana che abbiamo lasciato, i suoi sali minerali danno un sapore alla nostra mozzarella che nessuno potrà mai imitare, ma lì il paesaggio è rispettato, è diventato un valore che tutti osservano, che nessuno si sogna di aggredire o mettere in discussione». In azienda stanno rimodernando la sala di mungitura che, mi spiega ancora Cesare, è il cuore dell’allevamento, con le nuove macchine sarà possibile controllare fin dall’origine la qualità e la sanità del latte. Parla delle bufale con affetto: «Sono più sveglie delle vacche, osservano e imparano, ciascuna in sala mungitura ha il suo posto, e rispettano da sole la gerarchia. Con i vitelli poi hanno una delicatezza unica. Sono diffidenti nei confronti di ciò che non conoscono, ma poi sono esseri docili, socievoli».

Di nuovo in caseificio, a Casale, nell’edificio tradizionale dal portale in pietra, con Antonella e Francesco inizia la parte complicata del discorso, dico loro che c’è una cosa che non mi spiego, ed è la distanza che passa tra l’apprezzamento che la mozzarella ha sul mercato globale – è il nostro prodotto in assoluto più amato e desiderato – e la scelta di molti caseifici di qualità di puntare sulla filiera corta, anzi cortissima, e sulla vendita diretta, rinunciando in questo modo a confrontarsi proprio con quella domanda potenziale che i consumatori di mezzo mondo esprimono.

È a questo punto che i ragazzi mi dicono della loro delusione per il ruolo fino ad oggi svolto dal consorzio di tutela, non sufficientemente attivo a loro dire nella promozione del prodotto, e nel sostenere esperienze giovani, come la loro. Di qui la decisione di iscrivere al consorzio l’azienda “Stella Bianca” come produttore di latte bufalino, ma non come caseificio, testimoniando quindi in proprio, individualmente, la credibilità della propria mozzarella, e facendo a meno del marchio comune di qualità. È un punto questo sul quale abbiamo idee diverse, anche se sono convinto che Antonella nel tempo rifletterà sul contributo che il suo viso giovane, e il lavoro innovativo, potrebbero dare alla crescita, assieme a “La Stella Bianca”, di tutto un sistema di aziende e territorio, se veramente vogliamo seguire l’esempio dei brand più famosi, a partire dal Parmigiano.

Non resta che saggiare la mozzarella, che è splendida, con tutta la personalità e la complessità di gusto del prodotto aversano. «Ci abbiamo messo tre anni, alla fine l’abbiamo finalmente trovato il locale adatto, nel centro di Vienna, di fonte al Teatro dell’Opera – dice Antonella – a inizio 2017 apriamo lì il nostro prossimo punto vendita». Allora, auguri Antonella, ne riparliamo: è proprio vero che se ci credi, anche la distanza tra la fattoria del piccolo borgo in riva al fiume, e il cuore elegante della vecchia mitteleuropa, non è poi così lunga.

val di sangro

Antonio di Gennaro Repubblica Napoli del 27 agosto 2016

La mattina del giorno dopo devo accompagnare il figlio sull’Adriatico, a mare dagli amici, dal borgo montano d’Abruzzo dove ci troviamo. Si è dormito poco, la scossa ci ha svegliati di colpo, e la mente umana resta un gran mistero, perché al primo scricchiolio il pensiero è corso istantaneamente agli ingegneri della Cassa del Mezzogiorno, confidando che i calcoli di questo residence oramai mezzo vuoto li abbiano fatti bene. Ci mettiamo in silenzio in viaggio, il cuore è pesante, splende il sole e fa freddo, lo spettacolo dell’alta val di Sangro è meraviglioso, l’Italia povera e solenne proprio come l’ha vista Dante, col manto di boschi medievali, le chiarie scintillanti dei pascoli, i borghi in alto, con le torri arroccate, ma stamattina questo paesaggio non da’ gioia.

Arrivati al lago il navigatore ci dice di lasciare il fondovalle e di arrampicarsi sul crinale, svalicando nella valle parallela: dall’alto, Villa Santa Maria è stupenda sullo specchio d’acqua, addossata alla Penna, l’enorme lama di roccia viva d’arenaria, che sembra il muro di un ciclopico bastione. Tutta la valle è un arazzo medievale, ed è gemella delle valli appenniniche laziali, umbre e marchigiane scempiate dal terremoto. I piccoli comuni che attraversiamo sono lindi, ordinati, con la rocca, la piazza del municipio, la scuola e il monumento ai caduti della Grande guerra. Di valli come questa l’Appennino ne ha cento, ma il numero non inflaziona il valore unitario, anzi l’aumenta, perché questi luoghi fanno sistema, sono l’ossatura storica e naturale del paese, ma stamattina il cuore resta pesante, perché la bellezza che attraversiamo è inerme.

La strada tortuosa si srotola in mezzo a pascoli ordinati come un salotto, senza l’algoritmo di Google non l’avrei percorsa mai, è una provinciale ed è tutta in frana, l’amministrazione che dovrebbe manutenerla abbiamo pensato bene di abolirla, e i soldi comunque non li troveremo mai. Scendiamo finalmente a Gissi, sulle colline dietro la costa, in mezzo a un mare di ulivi, il corso l’hanno dedicato a Remo Gaspari, che per questi suoi comuni ha fatto tutto, le strade, le case, gli impieghi pubblici, e pure l’area industriale, che per decenni ha tirato, ora è in crisi pure lei e si va mestamente svuotando.

Al ritorno a Rivisondoli sono a pranzo con Alessandro Leon, da anni camminiamo queste montagne, i figli erano cuccioli, ora sono all’università; qualche volta ci raggiungeva anche il papà di Alessandro, il grande Paolo, con la sua ironia, il garbo e il sorriso, se ne andato da poco, ci manca molto. Alessandro si occupa di economia dei beni culturali, ragioniamo a tavola della lezione del passato, se ce n’è una, perché un paese geologicamente giovane come il nostro, che instancabilmente trema, presenta una sua ininterrotta, dolorosa casistica, con un paio di eventi rilevanti ogni decennio. La domanda è come curare queste ferite continue, ed allora il pensiero va alle ricostruzioni che sono riuscite bene, il Friuli, l’Umbria che costituisce una vera e propria “best practice”, e anche l’Emilia; ed a quelle che sarebbe meglio non ripetere, come l’Irpinia, o l’Aquila, con lo scandalo delle new town artificiali, costate un occhio della testa, mentre il centro storico glorioso muore e si disfa.

Ma il problema è che interveniamo sempre dopo. Nel rincorrersi convulso dei cicli elettorali gli investimenti per la manutenzione, la prevenzione e la messa in sicurezza del patrimonio non pagano, non producono consenso. Padoa Schioppa ripeteva che le politiche pubbliche devono ritrovare lo “sguardo lungo”, ma era ritenuto un rompiscatole insopportabile, e lo abbiamo cacciato via. Intanto, il “debito pubblico territoriale”, sarebbe a dire i soldi che non abbiamo, per le manutenzioni e le messe in sicurezza che non faremo mai, aggiunto al costo dei disastri che poi inevitabilmente avvengono, aumenta in modo esorbitante, e supera probabilmente quello finanziario. A questo punto, non solo l’eredità prestigiosa degli insediamenti storici, ma anche l’armatura territoriale costruita nel dopoguerra, con uno sforzo pubblico poderoso, che nel bene e nel male ha consentito al paese di uscire da un medioevo che nessuno dovrebbe poter rimpiangere, rappresentano per la nostra generazione quasi come una condanna, un’eredità che non possiamo permetterci di mantenere.

E comunque la mente umana è strana, Herbert Simon parlava di “razionalità limitata”, e nel mio caso aveva ragione, perché ora penso quasi con sollievo al dover lasciare questo Appennino instabile, che pure amo tanto, per tornare a Napoli, dimenticando che tra vulcani, bradisismi e terremoti abito l’area metropolitana più pericolosa d’Europa. Tutto il paese è fatto così, e l’unica è assumere finalmente sulle nostre spalle tutta la responsabilità di rimettere le cose a posto, ci vorrà tempo, un’altra politica, un’altra idea di territorio e di cittadinanza, con il cuore pesante per tutti i lutti, ma con il ciglio asciutto e lo sguardo lungo. Sono convinto che la telefonata di cordoglio che Obama ha fatto a Mattarella non fosse rituale: il mondo alla fine ama l’Italia, sente di aver bisogno di lei, siamo noi che non sappiamo che farne, ed ha ragione il sindaco, il paese non c’è più, ma purtroppo non è solo il suo, quello piccolo, ad essersi dissolto.

piennolo piccola

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 23 agosto 2016

Erano i giorni del fuoco quelli del mio colloquio con Mario Angrisani, il decano degli agricoltori che ancora coltivano il vulcano. L’incendio bruciava da giorni a Terzigno, e aveva colpito proprio al confine tra i due paesaggi, sulla linea che lega e separa due mondi diversi: il lato antico del vulcano, l’edificio solenne del Monte Somma, coi valloni e i boschi rigogliosi di latifoglie; e il lato giovane del Gran Cono, ripetutamente sconvolto, distrutto e rinnovato dalle eruzioni, con i versanti solari di ceneri e colate che scorrono verso il mare, le macchie, le lave, le pinete che la forestale piantò a metà del Novecento; e soprattutto la ginestra dell’Etna, l’ultima arrivata, che sta soppiantando quella leopardiana, e va rapidamente rinverdendo, forse troppo, la faccia del vulcano, come mostra il lavoro recente di un gruppo di ricercatori, coordinati dalla valente biologa del Parco, Paola Conti.
Mario Angrisani è la memoria dell’agricoltura vulcanica, e memorabile resta il reportage su di lui che per questo giornale ha realizzato Carlo Franco, che si arrampicò sugli albicoccheti fantastici del Somma, i ciglioni eroici a seicento metri sul mare, opera suprema di ingegneria, che sembra di stare a Machu Picchu.

È il paesaggio in bilico, dove Angrisani – “l’ultimo patriarca” come lo racconta Carlo Franco – coltiva le sue antiche varietà, a partire dalla mitica Pellecchiella, in un ecosistema particolarissimo, con un clima montano a un tiro di sputo dal mare, e dove in mezzo ai carpini e ai castagni trovi un boschetto relitto di betulla, rimasto lì dall’ultima glaciazione, ed è una cosa straordinaria, un po’ come incrociare un orso polare a piazza del Plebiscito.

Nei giorni crudeli del fuoco ho pensato di incontrare Mario perché se le fiamme sono figlie del sopruso, dell’abbandono sciatto delle terre, lui con la sua opera quotidiana, da sessant’anni incarna invece un modo diverso di abitare il vulcano, fatto di impegno, cura, responsabilità. Lo trovo nel suo podere lungo la circumvallazione, a raccogliere i pomodorini col pizzo, pazientemente dirige una squadra di una decina di ragazzi, sono tutti di qui, Somma Vesuviana, Sant’Anastasia, lui li cerca e gli insegna il mestiere, le operazioni colturali, dalla preparazione del suolo al trapianto, le cimature, i trattamenti.

È l’ultimo giorno di raccolta, hanno iniziato alle cinque e mezza del mattino, ci sono Carmine, Michele, e Margherita, che è aggraziata in pantaloncini e maglietta, si schernisce quando scatto una fotografia, ora sono le undici passate e il sole è diventato impossibile, Mario dice che può bastare, si riprende nel pomeriggio, dopo le cinque, quando si torna a respirare.

Se le albicocche si producono in alto, dove il Somma è sovrano e non teme nemici, se non quello subdolo dell’abbandono e del fuoco, il pomodorino del piennolo del Vesuvio si coltiva giù, nella fascia pedemontana, dove i versanti gentilmente sfumano nella pianura, e inizia l’intreccio selvaggio di infrastrutture e di città, la brutta periferia circolare che in spregio a ogni legge, autorità e ragionevole precauzione, ha imprigionato il grande vulcano, e contende ancora all’agricoltura ogni terreno, ogni suolo, ogni metro quadro di spazio.

Il prodotto è prezioso, ha un prezzo di molto superiore a quello già alto del San Marzano, si coltiva in asciutta, sulle ceneri vulcaniche, e per questo ha dolcezza, sapidità e serbevolezza uniche.

I grappoli di bacche si raccolgono uniti, col peduncolo, e si impilano con maestria a comporre i piennoli, quelli tradizionali arrivavano a sette-otto chili – quelli moderni pesano un chilo e mezzo – e si appendono, come gaie lanterne rosse, sotto le alte volte dei portoni freschi di basalto, per il vermicello e il soutè delle feste di Natale.

La novità è che adesso, con il marchio di qualità dell’Unione europea e il consorzio di tutela, il pomodorino del piennolo del Vesuvio viaggia verso il nord, in confortevoli imballaggi di cartone, dalla grafica curata.

Negli ultimi tempi poi, è anche cresciuta la domanda di pomodorini pelati, sono richiestissimi da ristoranti e pizzerie: insomma, il prodotto va, in tutte le sue forme, anche perché il gusto francamente non teme confronti con il miglior pachino o datterino che sia.

Nella pausa ci trasferiamo a casa Angrisani, tra le stradine strette, in salita, del minuscolo borgo medievale del Casamale , la “Terra murata” , tutto racchiuso tra le mura aragonesi, unico abitato a trovarsi all’interno del perimetro del Parco nazionale. L’abitazione antica di Mario ha un giardino intercluso, col pergolato di uva catalanesca, ci ristoriamo con l’acqua e col caffè, oltre i tralci svetta la facciata imponente della Collegiata, la chiesa cinquecentesca di Santa Maria Maggiore.

C’è un’atmosfera di buonumore, si avverte che è l’ultimo giorno di lavoro, guardo i ragazzi stanchi, riposarsi nel patio all’ombra della vite, si vede che formano una squadra, e penso che questo è il lavoro che l’agricoltura ha creato nel Mezzogiorno, come dice l’ultimo rapporto Svimez, distinguendosi alla fine come uno dei pochi settori che è riuscito, a sorpresa, a resistere al ciclo avverso, contribuendo per una volta a far crescere il sud una virgola in più rispetto al centro-nord.

Eppure l’opera di Angrisani resta difficile. Il consorzio, nonostante le potenzialità, stenta a raggiungere dimensioni significative, al momento ci sono una quarantina di ettari appena in coltivazione, che è veramente la soglia minima di esistenza, distribuiti in novanta aziende: la dimensione media aziendale è quindi estremamente esigua, intorno al mezzo ettaro, ma la verità è che la vita degli agricoltori vesuviani è una corsa ad ostacoli, ed è contrastata, su tutti i fronti, da forze molteplici. I rapporti con il Parco nazionale, che doveva rappresentare un volano, restano complicati, c’è difficoltà a considerare l’agricoltura come un’attività conservativa del capitale naturale, a volte sembra il contrario, con una serie di vincoli e paletti burocratici che rendono la vita già difficile dell’agricoltore, a volte decisamente impossibile.

Un mutamento culturale è necessario, da noi come nel resto del paese, bisogna comprendere una volta per tutte che l’agricoltura è la colonna portante dei paesaggi e degli ecosistemi italiani, della loro biodiversità, non un’attività nemica; che è sacrosanta la protezione di specie e habitat, ma nel trend epocale di abbandono che stiamo attraversando, con le aziende agricole che continuano a chiudere e scomparire, è ugualmente importante, proprio nei paesaggi storici come quello vesuviano, conservare e sostenere l’attività di agricoltori come Mario, che il vulcano lo abitano, lo curano e lo presidiano tutti i giorni, e che dovrebbero loro stessi esser considerati, per una volta, come il valore principale da proteggere.

Al di fuori del perimetro del Parco poi, il nemico è la città, che non conosce legge, che spezza e consuma lo spazio agricolo in frammenti senza nome, in attesa di destinazione, povere dipendenze di un disordine urbano privo di futuro, ma sono cose già dette: il governo del territorio, la difesa dello spazio rurale, la promozione dell’agricoltura di qualità dovrebbero essere i punti forti di un programma per la Città Metropolitana, che ha dentro di sé posti unici come i Campi flegrei, il Vesuvio, le isole del golfo, la Penisola, i frammenti cospicui di Campania felix: tutti luoghi che corrispondono a grandi paesaggi, ma anche a straordinarie agricolture.

In ultimo, c’è l’avversario probabilmente più ostico, che è l’incapacità di lavorare insieme. A partire dai prodotti agricoli del Vesuvio, le filiere integrate di qualità – dal campo alla tavola, passando per la trasformazione – dovrebbero superare l’attuale frammentazione, diventando i capisaldi della nostra manifattura ed industria, ma questo richiede la capacità per le mille piccole aziende superstiti di unirsi, cooperare, crescere insieme, in un ambiente sociale e culturale nel quale, mi ricorda sconsolato Mario, succede esattamente il contrario, dove anche fratelli e cugini faticano a fare squadra.

È il momento dei saluti, Mario prende una cesta, la fodera di foglie fresche e profumate di noce, delicatamente vi ripone i pomodorini, senza fretta, come avrebbe fatto Eumeo con Ulisse, anche se allora il pomodoro ancora qui non c’era, ma i gesti sono gli stessi, vengono da tre millenni di cura del giardino mediterraneo, da una cultura antica di ospitalità, un miracolo di civiltà che si rinnova, anche in mezzo a questo povero scombinato disordine metropolitano.

tenuta_vannulo

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 18 agosto 2016

Come  in una favola le bufale arrivarono dal mare, sulle navi saracene, intorno all’anno Mille in Sicilia, assieme agli alberi di limone e alla canna da zucchero; poi risalirono coi Normanni le coste del Meridione, e giunsero anche qui, nella piana del Sele, che era allora un deserto insano di grano, pascoli e paludi. Fu un gran regalo, uno dei tanti della civiltà araba, perché il bufalo è una macchina formidabile: nell’ecosistema ostile di palude, lui resiste a febbri, serpi e parassiti, riuscendo per di più a elaborare, a partire da povere erbe, il latte più ricco e nutriente che un quadrupede possa offrire alle nostre latitudini, con un contenuto in grasso e proteine che è doppio rispetto a quello di vacca. Ad ogni modo, quando Goethe incontra i bufali, percorrendo la piana «… per vie impraticabili e qua e là paludose, … attraversando canali e ruscelli», li descrive come bestie ostili «… dall’aspetto di ippopotami e dagli occhi selvaggi e iniettati di sangue».

Poi la storia è nota. Le paludi costiere furono prosciugate con la bonifica integrale degli anni ’30 del Novecento, pensata da quel grande costruttore di territori che fu Arrigo Serpieri: la piana si trasforma in una macchina produttiva perfetta, con una duplice rete idraulica, quella delle “acque alte” per l’irrigazione, e quella delle “acque basse”, che idrovore instancabili provvedono a risputare in mare, tenendo asciutti i suoli, adatti alla coltivazione. Dagli anni ’50, al posto del deserto malinconico senz’alberi descritto a fine ‘700 da Giuseppe Maria Galanti, si estende poco a poco nella piana il mosaico ordinato della nuova agricoltura industriale, coi frutteti specializzati, le colture ortive, le serre.

Le paludi e la malaria scomparvero, ma il bufalo rimase, assieme ai toponimi, che ancora conservano echi del paesaggio medievale. Come “Vannulo” – la contrada di Capaccio sui travertini, all’ombra del monte Soprano – il cui nome sta per “terre che non valgono nulla”, e invece ora c’è l’azienda bufalina più moderna al mondo, con seicento bufale, la metà in lattazione, e 200 ettari coltivati a foraggio. Ed è qui, nel suo studio, che incontro Antonio Palmieri, l’artefice del miracolo, per parlare della quarantennale avventura alla guida dell’azienda, che la sua famiglia conduce da più di due secoli. Mentre lo ascolto, guardo fuori e mi sembra di stare in un campus, gli edifici bassi, eleganti, l’erba tosata, la bella masseria di fine ‘700 color cinabro, e tutt’intorno frotte di ragazzini francesi in visita alle stalle e ai laboratori di trasformazione, dove il latte diventa mozzarella, yogurt, gelato, cioccolata, perché tutto è a vista, ogni processo si compie sotto gli occhi dei visitatori, ventimila lo scorso anno, nell’ultima annata sono già cresciuti del trenta per cento.

Qui soprattutto capisci che anche un testimone autorevole come Goethe può prendere una cantonata, perché da Vannulo le bufale non sono mostri dagli occhi di bragia, ma si muovono libere in stalla, dove riposano su materassini ad acqua, si massaggiano a spazzoloni rotanti, con sottofondo di musica barocca. «Il bufalo non ama la palude, è forte e si adatta, ma è intelligente, se gli offri comfort e pulizia lui li preferisce, senza alcun dubbio », mi dice sorridendo Palmieri, che del benessere degli animali ha fatto una religione assoluta, convinto sia la premessa necessaria per mirare alla più elevata qualità. Quando la mammella è turgida di latte, la bufala si avvia sua sponte alla mungitura, che non vien fatta da umani, ma da un robot che riconosce l’animale dal microchip, pulisce la mammella e la collega agli aspiratori, analizzando il fiotto proveniente da ogni singolo capezzolo, cosicché la qualità è monitorata, e ogni problema prontamente individuato, con gli acciacchi delle bufale che vengono curati solo con l’omeopatia.

In questo modo Antonio Palmieri ha mutato la concezione arcaica che avevamo dell’animale, ma in qualche misura anche quella del prodotto, perché la sua mozzarella è diversa: «La volevo meno salata, perché il sale copre le mille sfumature di sapore del latte di bufala, e poi il sale è collegato all’idea di conservazione, mentre il valore del prodotto sta nella sua freschezza; infine non la volevo gommosa, ma tenera ed elastica». Gli dico che la sua mozzarella sembra ispirarsi alle “Lezioni americane”, le virtù proposte da Italo Calvino per il terzo millennio – rapidità, leggerezza, esattezza – ma anche visibilità, se tutto il ciclo produttivo si compie sotto lo sguardo del consumatore.

La mozzarella di Vannulo è rigorosamente biologica, e ciò implica autosufficienza: tutto il foraggio è coltivato all’interno, non si importa alcun fattore produttivo, e si trasforma solo il latte prodotto in azienda, in una versione post-moderna dell’economia curtense, con il borgo aziendale che funziona come un’antica abazia, un centro autonomo che offre cultura, alimenti, ospitalità, servizi. Un’economia cosciente dei propri limiti, perché la produzione non eccede i quindici quintali di latte giornalieri, che è quanto le bufale sono in grado di dare. Alla fine, il prodotto puoi acquistarlo solo qui in azienda, e un senso di misura lo trovi anche nel prezzo, che rimane, vista la qualità, comunque contenuto, alla portata delle famiglie.

Alzo ancora lo sguardo, al confine delle terre si intravedono i nuovi quartieri residenziali che premono, le aree urbanizzate sono decuplicate nell’ultimo mezzo secolo, con la piana tutt’intorno che inesorabilmente perde ordine e leggibilità, si avvia a diventare città diffusa, a bassa densità. Chiedo a Palmieri cosa ne pensi, il tono pacato si vena d’amarezza, mi dice che non è tanto il declino del governo pubblico, pure evidente, a preoccuparlo, quanto l’indebolimento diffuso del sentire civico, che si avverte dietro la banalizzazione del paesaggio. In quest’ondata, il borgo aziendale, antico e moderno insieme, resiste comunque come presidio di bellezza e identità.

Per il resto, Vannulo sta alla mozzarella di bufala – che rimane il prodotto campano più amato nel mondo – come la Formula Uno o la Ferrari all’industria dell’auto. Le innovazioni prodotte in azienda, che rimane soprattutto luogo di instancabile sperimentazione, si trasmettono col tempo all’intero comparto, che finisce col beneficiarne. Antonio Palmieri ha calcolato in un decennio il tempo necessario perché l’innovazione sia accolta, ed è questa inerzia al cambiamento, mi dice, la difficoltà maggiore incontrata nel suo lavoro di imprenditore visionario, che è comunque riuscito a riscrivere la favola, reinventare un prodotto antico, vedendoci nuove cose e nuove possibilità, in un’avventura ancora tutta da raccontare.

stella

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 12 agosto 2016

Il San Marzano, la “Bibbia del pomodoro”. Non è lo slogan di un’azienda conserviera, ma il titolo di un articolo di Tim Carman uscito sul Washington Post un paio d’anni fa, che la dice lunga sulla reputazione che il nostro pomodoro mantiene a scala mondiale: si tratti di chef stellati o di semplici consumatori, resiste l’idea che il San Marzano sia una cosa, il resto dei pomodori un’altra. Certo poi, l’amore e la venerazione portano con sé dubbi e apprensioni: è noto che l’areale geografico di produzione è circoscritto alle piccole pianure fertili del Sarno, dell’Irno, dei Regi Lagni; che la coltura ha conosciuto difficoltà e crisi. Così si spiega la pubblicazione lo scorso agosto sul New York Times della storia illustrata di Nicholas Blechman “The mistery of San Marzano”, che racconta le insidie e gli inghippi dai quali il consumatore del prezioso prodotto deve guardarsi.

È proprio per capire qualcosa di questo mistero che inizio il mio viaggio nella pianura, in compagnia di Tommaso Romano, che il San Marzano lo coltiva da una vita, ed è presidente del consorzio di tutela dell’oro rosso nostrano. Partiamo dalla masseria di famiglia, non più abitata, in contrada “Aria di settembre” ad Acerra: sul portale in pietra è scolpita la data del 1790, all’ombra di un’acacia in fiore c’è l’aia con il forno, l’edicola in maiolica della Vergine; saliamo la scala esterna fino alla terrazza, la linea verde laggiù sono i Regi Lagni, la via d’acqua disegnata da Domenico Fontana all’inizio del ‘600, per mettere ordine nell’idraulica scombinata della piana. La famiglia si trasferiva in campagna a inizio estate, per la raccolta della canapa, e i Lagni erano ancora un fiume, c’erano i gamberi e le anguille; il San Marzano arrivò negli anni ‘50, e diventò subito il fulcro di tutta una vita e un’economia.

Percorriamo l’interpoderale sconnessa fino alle coltivazioni, e qui Tommaso mi spiega perché il San Marzano non è una coltura come un’altra. La pianta ha sviluppo indeterminato, cresce fino all’altezza di una persona, e per questo è necessario sostenerla con pali di castagno, e tutta un’intelaiatura di fili, e il risultato è una specie di fitto vigneto erbaceo, che dura lo spazio di una stagione. La maturazione dei diversi palchi è scalare, ed anche la raccolta, rigorosamente a mano, così che il fabbisogno di manodopera, di perizia e competenza è enorme, perché ci sono anche le cimature, le scacchiature, le irrigazioni, i trattamenti.

Una volta affrontata questa anticipazione pazzesca di capitale e di lavoro, il San Marzano ti ripaga, se non arriva la “trubbéja”, la tempesta estiva che rovina tutto, con una produttività strepitosa, fino a 800 quintali ad ettaro, che si accompagna, contrariamente al solito, ad una elevatissima qualità. La bacca, dalla silhouette inconfondibile, ha polpa di colore, tessitura, consistenza ineguagliate, che reggono bene la cottura. L’aroma e il gusto sono complessi, con un bilanciamento alto di zuccheri e di acidità. Per di più, la pelle viene via facile, e ci sono pochi semi: insomma, il pomodoro ideale, e questa fu proprio l’intuizione di Francesco Cirio, l’inventore del pelato in scatola, che portò qui a Napoli dalle colline del Monferrato, alla fine dell’800, le sue fabbriche con la nuova tecnologia, e poi anche la sede della società, a San Giovanni a Teduccio, facendo del San Marzano una star mondiale, e di Napoli la sua capitale.

Certo, dietro la qualità del San Marzano non c’è solo l’eccezionale potenziale genetico della varietà, addomesticata per due millenni dagli Incas ai piedi delle Ande, e giunta probabilmente a noi attorno al 1770, con un sacchetto di sementi, grazioso dono del Viceré del Perù; ma anche il valore unico di questa pianura e di questa terra, dove le ceneri profonde e soffici del vulcano vengono rielaborate dalle acque, si stratificano ed arricchiscono in carbonato di calcio, realizzando nel nostro clima particolare, mediterraneo e umido insieme, un equilibrio di fertilità irraggiungibile in altri angoli del pianeta.

Camminiamo tra i filari, Nicola mi racconta di quand’era ragazzo, la coltura si estendeva a perdita d’occhio nel paesaggio, ottomila ettari a San Marzano, la Campania produceva da sola un terzo del pomodoro da industria italiano. Negli anni ‘70 i primi segnali di crisi, fino al crollo degli anni ‘80, con l’azzeramento quasi delle superfici: si diede la colpa a una virosi cui il San Marzano è particolarmente sensibile, ma la realtà è più amara, perché il sistema frantumato di microaziende e di industrie scoordinate non riusciva più a reggere, nonostante il traino del brand prestigioso.
Poi, a partire dagli anni ‘90, la difficile risalita, con il riconoscimento comunitario della denominazione di origine, l’istituzione del consorzio di tutela, cui aderiscono oggi 180 aziende agricole, riunite in undici cooperative, una superficie produttiva di centoquaranta ettari, e quattordici aziende di trasformazione. La produzione 2015 è stata di 75mila quintali – prima ne producevamo 4 milioni – ma la tendenza è positiva, l’interesse per il prodotto come si è visto rimane enorme, nel 2016 superfici e produzione sono già quasi raddoppiate.

Nel frattempo, è stata la pianura agricola ad andare in frantumi, per sempre. La città è quadruplicata, smembrando l’agro in un arcipelago di isole verdi disperse nella maglia urbana, nel reticolo rigido degli svincoli e delle infrastrutture. Spaziando dalla terrazza della masseria antica è evidente che la contrada agricola non è più terra aperta, ma un’enclave assediata tra i grossi centri che premono: gli abitati di Casalnuovo, Pomigliano, Acerra, e l’enorme distesa della Fiat. In questa strana periferia, né rurale né urbana, la riconquista del territorio da parte del San Marzano è forse l’unica strategia che abbiamo, più che le formule urbanistiche, per arrestare il consumo folle dei suoli. La cosa paradossale è che, nonostante lo scempio, il 60% dello spazio metropolitano è ancora fatto di aree agricole come questa. Se solo riuscissimo a riammagliare i poderi dispersi, a considerare la campagna che resta come un valore, piuttosto che come terra di nessuno, potremmo ricostituire qualcosa dell’antico potenziale produttivo, dare senso al paesaggio, formare nuova economia e nuovo lavoro.

A queste cose sta lavorando Tommaso Romano con la sua garbata competenza e cocciutaggine: affinché dietro al brand planetario torni a concretizzarsi un’effettiva disponibilità di prodotto, è necessario recuperare almeno un migliaio di ettari, puntando al milione di quintali l’anno. È una cosa fattibile. La vera, difficoltà è quella di mettersi insieme, fare sistema, arrivando, come nelle regioni del Nord, che pure il San Marzano non ce l’hanno, ad avere un’unica organizzazione di produttori, che cooperi con un unico consorzio di trasformatori, sotto un’unica riconoscibile etichetta, che è poi ciò che il mondo con insistenza ci chiede.

Ricordando che il San Marzano è certamente la “Bibbia dei pomodori”, come ha scritto il Washington Post – il brand alimentare campano di maggior prestigio, assieme alla mozzarella di bufala – ma è innanzitutto il risultato di un paesaggio e di un ecosistema unico, non riproducibile, che è poi il nostro stesso ambiente di vita. Ed è la pervicacia con la quale continuiamo a distruggerlo questo territorio, il vero, insondabile mistero.

formicoso

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 9 agosto 2016

Devo andare in Alta Irpinia, c’è la mietitura del grano duro “Senatore Cappelli”, per una volta mi affido al navigatore Google, ha la voce di una spia sovietica e non azzecca un accento: ad Avellino mi dice di lasciare l’autostrada e proseguire per l’Appia, e va bene così, perché questo che attraversa l’appennino campano è uno dei tratti più belli della strada più bella del mondo. L’appuntamento con gli agricoltori è a Morra De Sanctis, al castello, prima c’è un incontro sullo sviluppo locale, ma non è giornata di parole, ci sono nuvole bluastre all’orizzonte, minaccia pioggia, e bisogna salite al Formicoso, c’è già la mietitrebbia che aspetta.

Incontro Peppino e Vito, sono due ragazzi di cinquant’anni, hanno fatto cento mestieri in giro per l’Europa, poi sono tornati alla terra, all’azienda di famiglia, che qui significa coltivare i cinque-sei ettari a grano e foraggi, e poi la stalla con una decina di bovini da latte, gli animali di bassa corte, le galline, i conigli, e i cani, e i figli grandi all’università, nelle città lì dietro l’orizzonte. Sono venuto qui per capire perché il vecchio grano del Senatore Cappelli sia a un certo punto diventato, per agricoltori come Vito e Peppino, quasi una bandiera di riscatto, una scelta di libertà.

“Il prezzo del grano è quello di trent’anni fa, mentre i costi per produrre e vivere sono aumentati di dieci-venti volte, i piccoli agricoltori di montagna sono anni che producono senza compenso, a debito, il loro  lavoro non conta, il rischio è tutto loro, mentre il prezzo lo decide la finanza globale e le multinazionali”. A parlare è Pietro Parisi, lo “chef contadino”, che ci accompagna. E’ giovane, ha appena vinto il premio 2016 del Gambero Rosso per i suoi “boccaccielli”, i vasetti con le specialità campane cotte sotto vuoto a vapore, che serbano tutto il sapore e la freschezza. Nei suoi ristoranti, in pianura, impiega solo semola e pasta prodotta col grano antico che stiamo andando a mietere, segue il lavoro degli agricoltori, ci tiene che i suoi piatti raccontino la storia del territorio, che anche il lavoro contadino abbia il giusto riconoscimento.

Ed è bella la storia di questo grano, che è un’invenzione di Nazareno Strampelli, grande agronomo e genetista marchigiano, il padre delle “sementi elette” che contribuirono a innalzare la produttività dell’agricoltura meridionale nella prima metà del Novecento, a uscire per sempre dal medioevo. Strampelli era un grande innovatore: mentre i suoi colleghi miglioravano i cereali lavorando all’interno dei confini delle singole varietà, lui era il profeta dell’incrocio, dell’ibridazione, non ebbe timore per costruire il Cappelli di mescolare i caratteri di un grano nord-africano con varietà messicane, o anche giapponesi, per prendere da ciascuna il carattere specifico che lo interessava. In particolare lui voleva con i suoi incroci costruire una varietà che fosse adatta agli ambienti difficili del meridione, resistente alle malattie, alla siccità e all’allettamento, e che desse un grano di alta qualità. Così nacque il grano duro “Cappelli”, intitolato al senatore del Regno che protesse sempre il suo lavoro, e gli concesse addirittura le sue terre sul Tavoliere per la sperimentazione di campo.

Questi metodi, che oggi fanno sorridere, erano effettivamente assai arditi per l’epoca, i colleghi invidiosi dicevano che Strampelli così facendo forzava la natura, e lo espulsero addirittura dalla società scientifica che lui aveva fondato, e il paradosso è che anche la Mascella che al cortile parlava, esaltando la purezza della razza, non sapeva che la guerra del grano era stata vinta proprio grazie al meticciato mediterraneo-cosmopolita di Strampelli.

Naturalmente alla fine le idee di Strampelli si affermarono, e l’agronomo americano Norman Borlaug, padre della “rivoluzione verde” degli anni ‘6o, che continuò il suo lavoro, per queste cose prese il premio Nobel, mentre Strampelli è diventato il nume tutelare dei genetisti agrari di mezzo mondo, e il suo “Senatore Cappelli” è nel pedigree di quasi tutte le varietà di grano duro che coltiviamo ancora oggi.

Mario e Vito coltivano il “Senatore Cappelli” con un disciplinare biologico rigoroso, senza concimi chimici e diserbanti, la fertilità del terreno la mantengono tenendo il grano in rotazione con gli erbai polifiti, l’avena, l’orzo, le leguminose. Così facendo raccolgono solo una quindicina di quintali per ettaro di grano duro, contro i 40-50 della coltura industriale, ma la qualità e altissima, la sanità del prodotto assoluta. Per beneficiare di questo valore e remunerare finalmente il loro lavoro, hanno deciso, assieme ad una trentina di altri agricoltori del Formicoso, di riunirsi in consorzio, così gestiscono in proprio la macinatura e la trasformazione, e mettono in vendita direttamente la pasta, che è fantastica, con un tenore in proteine spropositato, un sapore, una corda e una resistenza alla cottura irraggiungibili, per un costo che alla fine è alla portata, e non supera i sei euro il chilo.

Col “Senatore Cappelli”, insomma, Vito e Peppino sono tornati a vivere, a vedere una prospettiva, e per questo è alta la loro riconoscenza per Mario Salzarulo, il sociologo che da un trentennio segue queste terre, con il suo “gruppo di azione locale” (GAL) progetta e sostiene iniziative piccole e concrete di sviluppo, è stato lui a trovare le sementi dell’antico grano, a facilitare la nascita del consorzio, a seguirne l’avviamento. Mario conosce a memoria la “Giovinezza” e il “Viaggio elettorale” di De Sanctis, ha fondato a Morra su queste cose un Parco letterario, continuamente ricorda i passi dove il grande critico parla di queste terre, sorride e si commuove.

Per raggiungere il campo di Giuseppe, percorriamo in macchina il Formicoso, l’ampio pianoro verde tra l’appennino e il cielo: in questo paradiso nel 2008 il governo pensò di realizzare la grande discarica regionale per risolvere la crisi dei rifiuti, e vennero colonne di mezzi dell’esercito ad occupare le terre, sembrava la guerra, e qui si tenne il grande concerto-raduno di protesta, fu la nostra Woodstock, e Capossela cantò quella notte, e la discarica alla fine non si fece.

Il paesaggio, con tutte le pale eoliche, è di una bellezza assoluta, sembrano le Highlands scozzesi, una cosa che senza il lavoro di agricoltori come Vito e Peppino – che il mercato e la finanza globale si ostinano a ignorare –  semplicemente non esisterebbe, mentre i comuni gloriosi del “Viaggio” di De Sanctis si spengono, le statistiche demografiche sembrano bollettini bellici, nell’ultimo decennio Lacedonia ha perso 600 abitanti, altrettanti Bisaccia, Calitri 900, tra venticinque anni qui non ci sarà più nessuno.

Per questo la scelta di Peppino e Vito è importante, è intorno a nuove filiere come quella del “Senatore Cappelli” che il paesaggio del Formicoso può rinascere, ricostruire una sua ragion d’essere, un’economia, insieme al progetto del “Latte nobile”, un’altra bella inziativa del GAL per associare le piccole stalle, condannate alla chiusura, per la produzione di foraggi e latte di altissima qualità.

Le nuvole scure alla fine sono passate, s’è schiarito il cielo sul mare verde-oro delle colline, la mietitrebbia rossa inizia il suo lavoro, il rombo è assordante, si alza una nuvola scintillante di pula, il profumo della paglia è buono, al margine del campo, con Pietro, lo chef contadino, ci sono Amelia e Alfonso Cuomo, i ragazzi di un’antica famiglia di pastai artigianali di Gragnano, sono tornati da Londra e da Roma per riattivare l’azienda, vogliono ripartire da qui, dalla qualità del “Senatore Cappelli”, per riproporre un prodotto che abbia un’etica e una memoria. Si stringono anche loro a Vito e Peppino, c’è soddisfazione, anche quest’anno è andata, siamo solo all’inizio: chef, pastai, agricoltori, se questi ragazzi restano uniti il Formicoso può farcela.

stella

Stella Cervasio, Repubblica Napoli del 30 luglio 2016

Fatti, non opinioni. Mai come nel caso della cosiddetta Terra dei fuochi, i primi avrebbero dovuto avere la priorità sulle seconde. C’era una volta la Terra del Fuoco, dove le fiamme venivano accese per il freddo, non per distruggere le tracce di malefatte ai danni della terra. Ora se si va sul web, su quel lembo estremo che segue la Patagonia sono rimasti pochi riferimenti, più à la page usare al plurale soggetto e genitivo: il territorio che genera fuochi, la piana agricola tra Napoli e Caserta. Eccolo diventare “un luogo comune”. Di più: un posto della mente, da manuale dei luoghi fantastici, che però di fantastico ha ben poco. Antonio di Gennaro dice cose molto forti, nei suoi articoli per “Repubblica”. Ma chi lo conosce sa che il suo modo di parlare, mai viscerale, mai adirato, sa rendere l’argomento interessante per l’interlocutore, perché privo di facile enfasi polemica. Ciò non vuol dire però che le fiamme non possano divampare, nei suoi ragionamenti. Anzi, divampano di più, a maggior ragione. Ed è proprio così nel suo “diario pubblico”, dove si ripercorre la cronistoria e la storia di una crisi che ha fatto a pezzi un territorio, la sua economia, i suoi abitanti. La terza area metropolitana d’Italia, invece di essere accompagnata verso uno sviluppo compatibile e opportuno, viene demolito da centinaia di articoli e servizi dei media. Un’eco che rimbalza di voce in voce, incalzata da alcuni pareri onnipresenti, e più da congetture che da dati scientifici. Fonte primaria sulla minaccia di rischi legati a rifiuti pericolosi seppelliti in zona, il pentito casalese Carmine Schiavone, che poi muore e non può né confermare né rimangiarsi nulla. Uno sfiatatoio, come spesso lo sono personaggi del genere. Fa riferimento a rifiuti nucleari tedeschi, ma niente si trova; e quando parla di lui, il magistrato Raffaele Cantone dice: «L’ho sentito più volte, non va preso per oro colato quello che dice ». Di Gennaro, pubblicando i suoi editoriali su Repubblica, che ha fatto così la scelta di riequilibrare una bilancia pendente decisamente verso il basso per un territorio che non lo merita, ricostruisce una vicenda che trova riscontro in quelli che spesso sono i cattivi consiglieri dei meccanismi dell’informazione: la superficialità e il prevalere dell’opinione sul riscontro, sul dato scientifico. Un libro al termine del quale resta l’amaro in bocca, perché vediamo dissiparsi in una nebbia cattiva la speranza viva come in pochi luoghi, ormai, di una economia rispettosa della terra e del suo valore ineguagliabile. Ma nelle cui ultime pagine troviamo il sostegno per rintracciare la razionalità e rimettere finalmente sulla strada giusta anche lo Stato, che rispetto a Terra dei fuochi ha avuto interventi poco efficaci e dimostrativi della scarsa chiarezza nella percezione di una situazione che coinvolge ancora una volta il vituperato Sud.