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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 16 novembre 2016

Iniziarono gli Angioini a modellare le colline, da Poggioreale ad Agnano, perché la città cresceva, occupando tutti gli spazi di pianura, e gli agricoltori dovettero risalire i versanti, tagliare il bosco, e costruire i ciglioni e i terrazzamenti, trasferendo qui in alto gli schemi del “giardino mediterraneo”, con le viti e gli ulivi, arrivati duemila anni prima coi coloni greci. Poi il lavoro continuò nei secoli successivi, come racconta l’iconografia, dalla Tavola Strozzi di fine ‘400, ai paesaggi di Lusieri dipinti tre secoli dopo, fino alle foto di metà ‘900, quando le colline napoletane brulicavano ancora di vita e di masserie, con gli orti arborati curati come un salotto, prima che le mani si allungassero sulla città. La costruzione di questi paesaggi è stato un processo di lunga durata, e le sistemazioni collinari eroiche, che miracolosamente ancora interrompono la continuità caotica dell’edificato, sono il più grande monumento di civiltà medioevale che la città possiede, proprio come Santa Chiara.

Resta il problema di chi debba prendersi cura di questo museo vivente, all’aperto, visto che gli agricoltori urbani sono una specie in via di estinzione, e le aziende agricole nel territorio cittadino sono passate dalle circa tremila del 1980, alle poco più di cinquecento, che ancora oggi resistono.

È per incontrare uno degli eroi superstiti che sono venuto ad Agnano, con la luce che è cambiata, i colori e la foschia dorata sono quelli d’autunno. L’appuntamento è alla rotonda, Raffaele arriva cavalcando il suo quad, in T-shirt, scarponi, e i capelli neri che svolazzano dal cappellino: lascio la macchina e monto in sella anch’io, prendiamo una campestre nascosta che passa sotto i piloni della tangenziale, si inerpica in alto sul versante degli Astroni, in un attimo le automobili e i clacson non ci sono più, siamo in piena campagna, in mezzo agli antichi ciglionamenti angioini.

Qui Raffaele Moccia conduce l’azienda di famiglia, all’inizio erano quattro ettari di vigneto, con le viti secolari ereditate dal bisnonno, piante nodose bicentenarie, opere d’arte viventi, piante di piedirosso, falanghina, catalanesca, caprettone, gesummina, tutte “franche di piede”, perché questo è uno dei pochi posti al mondo dove la fillossera di metà ‘800 non arrivò, i suoli vulcanici sabbiosi e acidi sono sfavorevoli alla vita dell’afide che distrugge le radici, e perciò questi sono tra i rari vigneti non innestati su vite americana, resistente all’insetto, scampoli superstiti del vigneto europeo spazzato via dal parassita un secolo e mezzo fa.

Ho portato a Raffaele il mio libro sui suoli della Campania, ma stamattina è lui che dà lezione a me: profittando di un taglio stradale mi mostra la stratigrafia del suolo, leggendola e interpretandola come le pagine di un volume studiato con passione, con gli strati buoni, quello che lui chiama ’a rena ‘e fuoco, la sabbia di fuoco, un orizzonte profondo più scuro, di piccoli lapilli come acini di pepe, estremamente fertile, dove la pianta radica e si espande; e quelli cattivi, come il “tasso”, uno strato bianco, compatto di ceneri fini come talco, impervio all’acqua e alle radici. Su questi suoli fragili, perennemente assetati d’acqua, mi spiega Lello, ci vuole tempo per costruire la pianta, per darle equilibrio, occorrono dieci anni perché un vigneto di piedirosso entri in produzione, e ad ogni modo lo sviluppo vegetativo, come il carico di grappoli, devono essere costantemente tenuti a freno, affinché la pianta non si sfianchi in questo ambiente difficile. In questo modo, se raccogli quaranta quintali per ettaro è già tanto, anche se il disciplinare di produzione ne consentirebbe fino a cento.

Ma la passione di Raffaele sono le sue viti centenarie. Altrove questi antichi testimoni, dai fusti squamosi, involuti come arabeschi, che hanno visto la caduta dei Borboni e l’arrivo di Garibaldi, sono stati spiantati, per far posto al vigneto moderno, la cui geometrica razionalità facilita e sveltisce tutte le operazioni colturali. Al contrario, Raffaele ha incentrato il suo progetto aziendale sull’eredità degli avi, nella convinzione che proprio dal vigneto storico, potesse scaturire una qualità ancora sconosciuta.

Così ha ripreso le antiche piante che si erano schiantate, le ha tirate su, ha rifatto i sostegni, le ha potate con garbo, senza stravolgere la struttura, rispettando le forme d’allevamento e i vecchi sesti di impianto, irregolari perché rispondenti ai mutamenti minuti della topografia, coi diversi vitigni che formano un mosaico anarchico, e ciò significa che per potare e raccogliere devi conoscere il vigneto pianta a pianta, come una vecchia foto di famiglia.
Poi è passato oltre. Quando si è accorto che nei poderi vicini il vigneto storico veniva spiantato, terrazza dopo terrazza, proprio come l’allevatore bisbetico nel film Seabisquit, che salva il campione azzoppato (“Non si prende una vita e la si butta via solo perché ha qualche difettuccio… “) lui ha parlato con i conduttori, li ha convinti a desistere, spiegandogli che sradicare una vite centenaria è un delitto, convincendoli ad affidargli gli antichi filari. In questo modo Raffaele ha ampliato l’azienda, ora sono circa dieci ettari, ed è il vigneto storico più importante della città.

Intanto il quad prosegue l’arrampicata tra i terrazzi, la cosa si fa avventurosa, sui sentieri sempre più stretti, a strapiombo sull’ippodromo e le terme, resto in silenzio, fino al muro del bosco scuro degli Astroni, che cinge verso l’alto il vigneto. Si vede che l’antica recinzione in tufo è stata costruita in due fasi, il muro aragonese fu rialzato dai Borboni, per evitare che gli animali fuggissero dalla riserva di caccia: ora dalle brecce escono le volpi, di notte, assai ghiotte dei grappoli dolci in maturazione, Raffaele mi mostra i raspi nudi sulla pianta, sorride, in fondo fa parte del gioco. Dopo tre ore in giro nel vigneto, è il momento della cantina, un locale fresco e pulito coi tini in acciaio, e poi la sala di degustazione, Lello con la sua fissa per il medioevo l’ha pensata accogliente come una taverna de “I pilastri della terra”, con le panche di legno grezzo e il soffitto basso con le travi a vista, ed è qui che il figlio Gennaro, instancabile come il papà, ci fa trovare taralli e freselline, per gustare finalmente il Pér ‘e palumm di Agnanum, del quale tutta l’Italia parla.

Perché con il piedirosso dei suoi vigneti storici – un vitigno ritenuto buono per vinelli effimeri, che non lasciano traccia, da miscelare all’aglianico per tirar fuori qualcosa di buono – Raffaele è riuscito in purezza a produrre un rosso strabiliante, che ha ricevuto quest’anno i Tre bicchieri del Gambero rosso, e già in precedenza i 18/20 della Guida dell’Espresso, collocandosi oramai stabilmente nel gruppo di eccellenza dei vini campani. Con il suo lavoro visionario, Raffaele ha così arricchito di un nuovo protagonista la storia e la semantica dei rossi della Campania, accompagnando inaspettatamente all’aglianico un vino altrettanto nobile, complesso e profondo, che rimanda al Pinot nero e i grandi francesi. Il miracolo è che questa eccellenza assoluta la porti a casa con meno di quindici euro, mentre ce ne vorrebbero almeno quattro volte tanto per compensare il lavoro immane, non solo di pensiero, ma di braccia, di gamba e di spalla, che Raffaele e Gennaro profondono per la manutenzione dei terrazzi, delle sistemazioni idrauliche, per la pulizia e la prevenzione dei fuochi, la cura meticolosa del vigneto storico.

Questa manutenzione del paesaggio, questa produzione di bellezza della quale tutta la comunità cittadina si avvantaggia, è gratis, non viene compensata, e dovremmo interrogarci perché, a fronte dell’importanza di queste cose, non esista ancora in comune un assessorato all’agricoltura, uno sportello dove l’agricoltore urbano, questo cittadino invisibile alla politica e alla burocrazia, possa trovare risposta ed aiuto per le sue specifiche esigenze, un sostegno minimo al suo lavoro agronomico, sociale e culturale. Torno giùpensieroso, le richieste per Agnanum fioccano, ma la produzione rimane limitata, venticinquemila bottiglie circa l’anno, assolutamente insufficienti a fronteggiare la domanda, rimane la realtà di una piccola azienda agricola familiare che produce, qui in mezzo alla città, una qualità di livello mondiale: perché alla fine, il piccolo campione in cui nessuno credeva, ha spazzato via i difettucci, e ha vinto il Gran premio, per tutto questo grazie, Raffaele.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 2 novembre 2016

L’eliporto è a Massaquano, in località Belvedere, su una piccola spianata  ai piedi del Faito, ci arriviamo da Vico Equense, arrampicandoci per tornanti stretti, dopo la chiesa medievale del Battista, tra gli ultimi oliveti eroici a precipizio sulla Penisola. Un saluto rapido con l’equipaggio, il tempo di salire a bordo e infilare le cuffie, girano i rotori e siamo già in aria, per un volo di ricognizione sulle foreste dell’area metropolitana di Napoli. Sono in compagnia di Angelo Marciano, responsabile del Corpo Forestale di Napoli, e dei funzionari dell’Unità “Foreste” della Regione, Marcello Murino e Luca Acunzo: per tutti loro è stata un’estate difficile, ed è il momento di fare un bilancio.

Sembra un paradosso, ma nelle pause della conurbazione più congestionata  d’Europa – lo spazio breve che va Punta Campanella al lago Patria, coi suoi tre milioni di abitanti – si conservano miracolosamente, secondo i dati dell’Inventario forestale nazionale, oltre le aree agricole, quindicimila ettari di boschi e foreste, una superficie che è quasi una volta e mezza quella della città capoluogo: insomma, è come se accanto ai novantadue comuni della città metropolitana, ci fosse una vasta città verde, reticolare, ignota ai più, dove i volumi non sono quelli delle costruzioni, ma piuttosto le chiome di faggi, castagni e querce.

Dall’elicottero, queste macchie d’alberi incastrate nella conurbazione fanno impressione: le pinete e le leccete del Parco del Vesuvio sono come un mare verde che dal Gran Cono si infrange contro la città anulare, che assedia dal basso il vulcano. Passiamo l’area interessata dal grande incendio di Terzigno dello scorso agosto, quasi trecento ettari, vista dall’alto sembra la sfiammata di una saldatrice su un arazzo prezioso, con macchie che virano dal bruno al nero carbone, a seconda dell’intensità del fuoco.

Ora seguiamo il litorale: i tre castelli di Napoli e la maglia del centro storico sono uno spettacolo mozzafiato, poi subito, sulle colline dietro la città, inizia il mosaico delle foreste flegree. Dopo il bosco di Capodimonte (gli agronomi del re impiantarono la lecceta in pochi anni su aree di demolizione urbana, chissà perché mi torna in mente il deserto immobile di Bagnoli) sorvoliamo la collina dei Camaldoli: nonostante l’urbanizzazione sciatta del post-terremoto, la selva dei casali medievali si estende ancora per  cinquecento ettari, dall’Eremo giù fino a Chiaiano e a Marano, ma il versante meridionale che guarda Soccavo appare interamente denudato dall’incendio di fine agosto, che ha lambito le abitazioni, coprendo i quartieri collinari di una pioggia di cenere.

Pochi istanti e sorvoliamo l’ecosistema misterioso di Astroni, dove le fasce vegetazionali si dispongono al contrario, a causa dell’inversione termica, con il leccio in alto e il bosco di farnia al fondo del cratere, sulle sponde del laghetto dove rare specie di uccelli nidificano. Poi, in rapida successione verso ovest, incontriamo i boschi del Monte Nuovo, del Gauro maestoso,  fino alla foresta di Cuma, sulle dune sabbiose della costa, ciò che rimane dell’antica Silva Galinaria raccontata da Strabone e da Maiuri nelle sue “Passeggiate”, che continuava fino al Circeo, plaga desolata di febbri e di predoni, un gioiello che solo il depuratore di Cuma ha preservato da ulteriori speculazioni.

Insomma, la perlustrazione di stamattina mostra come la foresta rimanga ancora, in questo terzo millennio, un elemento cardine dei grandi paesaggi della città metropolitana, Napoli compresa. Il risultato è che in un territorio estremamente ristretto, proprio accanto alla città, si conserva una biodiversità incredibile, con la sequenza pressoché completa di habitat e tipi forestali, dai boschi costieri mediterranei  fino alle faggete di vetta del Faito.

Restano da comprendere le funzioni e il valore di questo patrimonio, che fino alla metà del ‘900 è stato fulcro di un’intera società e un’economia, soprattutto le selve di castagno, curate come giardini, che fornivano all’edilizia le travi per i solai, e all’agricoltura i pali per le pergole e i sostegni, garantendo ai possessori redditi elevatissimi,  e assorbendo per di più una quantità ingente di manodopera. Poi la lunga crisi, dovuta ai mutamenti delle tecniche costruttive, al declino dell’agricoltura tradizionale, al frazionamento ereditario della proprietà: la domanda di pali crollò, in questa nostra modernità improvvisata le antiche foreste conobbero l’abbandono, per capire cosa significa basta un giro nel Parco dei Camaldoli: nel ceduo non più coltivato, le ceppaie muoiono ad una ad una,  e il bosco si spegne nell’abbraccio soffocante dell’edera.

La prospettiva andrebbe completamente capovolta. Con Angelo, Marcello e Luca riflettiamo sul fatto che per una grande città europea, quindicimila ettari di foresta dovrebbero rappresentare un’opportunità e una risorsa formidabile, una grande “infrastruttura verde” – secondo lo slogan suggestivo della nuova strategia comunitaria – per il riequilibrio ecologico, il mantenimento dei paesaggi, la qualità dell’aria, la vita all’aria aperta, il turismo e l’escursionismo, e non ultimo, l’intrappolamento di CO2 e la mitigazione del cambiamento climatico.

Insomma, in queste foreste metropolitane potremmo cercare il verde e gli standard di qualità urbana che ci mancano.  Ma anche le basi di una nuova economia, perché se resta assai comodo il pellegrinaggio veloce da Ikea,  reinvestire sui nostri boschi per una nuova filiera multifunzionale del legno, su basi moderne, pensando anche alle energie verdi, non sarebbe una cattiva idea, importanti fondi internazionali lo stanno già facendo, con rendimenti realmente competitivi rispetto ad altre forme di investimento. Per di più non partiamo da zero, perché isole virtuose di gestione forestale sono ancora presenti, nonostante tutto, sui Lattari ad esempio, dove il manto continuo dei cedui ci appare dall’alto in buona forma, con un ruolo importante delle cooperative giovanili, che lavorano all’ingegneria naturalistica e alla manutenzione delle pergole  tradizionali in Penisola e in Costiera.

Siamo a fine giro, l’elicottero si posa, la signora Angela che accudisce la piccola casupola dell’eliporto in cima al mondo ha già preparato il caffè e un vassoio di dolcini, li consumiamo con i piloti, ragazzi in gamba, vengono dal Trentino, lavorano d’inverno al soccorso alpino, mentre il nostro ragionamento sulle cose viste continua.

Quello che è certo, ci diciamo, è che investire su queste foreste metropolitane è soprattutto una questione di sicurezza, perché hai voglia di sistemi antincendio per il pronto intervento e la repressione, l’unica prevenzione seria sta nella cura e nella gestione attiva del bosco, giorno dopo giorno, e magari in un rafforzamento di consapevolezza civica, altrimenti è tutto un rincorrersi sfiancante di emergenze, prima quella del fuoco, che torna a percorrere all’infinito gli stessi versanti; poi quella delle frane, gli smottamenti e le colate, che immancabilmente seguono, con le bombe d’acqua di questo nuovo impazzimento climatico, in una storia ricorrente di danni, lutti e pubblici dissesti.

Alla fine, come per altre cose che riguardano la nostra metropoli scombinata, è tutta una questione di responsabilità: per mantenere una foresta, come un centro storico, è necessario lavorare ogni giorno, gesti semplici ma necessari, come pulire una caditoia o sgombrare il sottobosco, con uno sguardo lungo sul futuro: la differenza tra benessere e precarietà, in fondo, è tutta qui.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 11 ottobre 2016

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A Grazzanise l’aeroporto internazionale è ancora una distesa di granturco e campi di medica, e il tempo scorre lento, come in tutti i paesi orizzontali e radi della bonifica del Volturno, la scuola comunale di architettura fascista è intatta, ma se passi il ponte il miracolo si compie, perché la storia si è arrestata nel borgo minuscolo di Brezza, disperso tra i meandri verdi del fiume, con la chiesa, la farmacia, l’emporio agricolo, poi è solo una strada dritta tra i Tifatini e il mare. Sono qui perché ho sentito della ragazza di Casal di Principe tornata dalla Toscana, che ha messo su con i fratelli un’azienda bufalina modello, e ho pensato di parlare con lei. Antonella Schiavone è piccola e mora, il diploma di ragioneria poi la laurea in Psicologia alla Sapienza.

L’allevamento – ora i capi sono trecento – è partito nel 2000, qui a Brezza, tra le anse del fiume, investendo i risparmi di famiglia. «Era il sogno nel cassetto», dice Antonella. Il padre Cesare è un uomo grande e mite, la barba di due giorni, si siede in un angolo ad ascoltare, ha percorso un milione di chilometri facendo l’autotrasportatore in proprio, con la famiglia e i figli piccoli si era stabilito in provincia di Arezzo, in un paesino che si chiama Ambra, poi la voglia di tornare ha prevalso. Una decina di anni dopo l’apertura della stalla, siamo nel 2009, si inaugura anche il caseificio con il punto vendita, “La Stella Bianca”, in una traversa del corso, nel centro di Casale.

«Volevamo provare a mantenere in azienda tutto il valore del latte di qualità che produciamo, anziché affidarlo ad altri. Alimentiamo le bufale con fieno di medica e granella di mais, che coltiviamo sui nostri ottanta ettari, quest’anno abbiamo rimodellato le terre con il laser e il satellite, per migliorare l’irrigazione, duecentocinquanta euro a moggio, ma è una spesa che tornerà. Tutti gli utili li reinvestiamo in azienda, dobbiamo fare un passo alla volta: con le banche non è facile lavorare, quando hai solo ventotto anni, vieni da Casale, e porti il cognome che hai».

Con Antonella visitiamo il caseificio, che trasforma esclusivamente il latte prodotto in azienda, dieci quintali al giorno, gli operai stanno filando la pasta per i caciocavalli: li dirige il fratello Francesco, che è di un anno più giovane, con la stessa determinazione della sorella. La mozzarella “Stella Bianca” si può acquistare solo qui, o nei due punti di vendita di Bacoli e Monte di Procida. «Il controllo completo della filiera, dal foraggio alla vendita diretta, è il nostro modo di garantire al cliente una qualità costante, ma è difficile, la concorrenza è spietata, attualmente offriamo il prodotto al prezzo di dieci euro il chilo, ma ci stiamo dentro veramente a fatica, soprattutto se ti impegni a rispettare le regole di legalità sul lavoro, la sicurezza, i controlli continui, tutte cose che costano, e che il consumatore dovrebbe imparare a riconoscere».

Torniamo a Brezza, il fiume mormora, sul greto ancora i detriti e i tronchi dell’alluvione dello scorso ottobre, quando il Volturno ingrossò e si temette anche qui il peggio. Tutt’intorno, il paesaggio è aperto, eternamente giovane e provvisorio come in tutte le aree di bonifica, come se la piana fosse emersa dalle acque solo ieri, e il lavoro dell’uomo appena iniziato, invece è passato quasi un secolo, e il fiume scorre lì da sempre. Un paesaggio inerme, che basta un muro di cemento sciatto sul fronte strada, o lo scheletro di un capannone mai completato, a sciupare irrimediabilmente.

«È questa la differenza», si sfoga papà Cesare. «Questa terra è infinitamente più fertile di quella toscana che abbiamo lasciato, i suoi sali minerali danno un sapore alla nostra mozzarella che nessuno potrà mai imitare, ma lì il paesaggio è rispettato, è diventato un valore che tutti osservano, che nessuno si sogna di aggredire o mettere in discussione». In azienda stanno rimodernando la sala di mungitura che, mi spiega ancora Cesare, è il cuore dell’allevamento, con le nuove macchine sarà possibile controllare fin dall’origine la qualità e la sanità del latte. Parla delle bufale con affetto: «Sono più sveglie delle vacche, osservano e imparano, ciascuna in sala mungitura ha il suo posto, e rispettano da sole la gerarchia. Con i vitelli poi hanno una delicatezza unica. Sono diffidenti nei confronti di ciò che non conoscono, ma poi sono esseri docili, socievoli».

Di nuovo in caseificio, a Casale, nell’edificio tradizionale dal portale in pietra, con Antonella e Francesco inizia la parte complicata del discorso, dico loro che c’è una cosa che non mi spiego, ed è la distanza che passa tra l’apprezzamento che la mozzarella ha sul mercato globale – è il nostro prodotto in assoluto più amato e desiderato – e la scelta di molti caseifici di qualità di puntare sulla filiera corta, anzi cortissima, e sulla vendita diretta, rinunciando in questo modo a confrontarsi proprio con quella domanda potenziale che i consumatori di mezzo mondo esprimono.

È a questo punto che i ragazzi mi dicono della loro delusione per il ruolo fino ad oggi svolto dal consorzio di tutela, non sufficientemente attivo a loro dire nella promozione del prodotto, e nel sostenere esperienze giovani, come la loro. Di qui la decisione di iscrivere al consorzio l’azienda “Stella Bianca” come produttore di latte bufalino, ma non come caseificio, testimoniando quindi in proprio, individualmente, la credibilità della propria mozzarella, e facendo a meno del marchio comune di qualità. È un punto questo sul quale abbiamo idee diverse, anche se sono convinto che Antonella nel tempo rifletterà sul contributo che il suo viso giovane, e il lavoro innovativo, potrebbero dare alla crescita, assieme a “La Stella Bianca”, di tutto un sistema di aziende e territorio, se veramente vogliamo seguire l’esempio dei brand più famosi, a partire dal Parmigiano.

Non resta che saggiare la mozzarella, che è splendida, con tutta la personalità e la complessità di gusto del prodotto aversano. «Ci abbiamo messo tre anni, alla fine l’abbiamo finalmente trovato il locale adatto, nel centro di Vienna, di fonte al Teatro dell’Opera – dice Antonella – a inizio 2017 apriamo lì il nostro prossimo punto vendita». Allora, auguri Antonella, ne riparliamo: è proprio vero che se ci credi, anche la distanza tra la fattoria del piccolo borgo in riva al fiume, e il cuore elegante della vecchia mitteleuropa, non è poi così lunga.

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Antonio di Gennaro Repubblica Napoli del 27 agosto 2016

La mattina del giorno dopo devo accompagnare il figlio sull’Adriatico, a mare dagli amici, dal borgo montano d’Abruzzo dove ci troviamo. Si è dormito poco, la scossa ci ha svegliati di colpo, e la mente umana resta un gran mistero, perché al primo scricchiolio il pensiero è corso istantaneamente agli ingegneri della Cassa del Mezzogiorno, confidando che i calcoli di questo residence oramai mezzo vuoto li abbiano fatti bene. Ci mettiamo in silenzio in viaggio, il cuore è pesante, splende il sole e fa freddo, lo spettacolo dell’alta val di Sangro è meraviglioso, l’Italia povera e solenne proprio come l’ha vista Dante, col manto di boschi medievali, le chiarie scintillanti dei pascoli, i borghi in alto, con le torri arroccate, ma stamattina questo paesaggio non da’ gioia.

Arrivati al lago il navigatore ci dice di lasciare il fondovalle e di arrampicarsi sul crinale, svalicando nella valle parallela: dall’alto, Villa Santa Maria è stupenda sullo specchio d’acqua, addossata alla Penna, l’enorme lama di roccia viva d’arenaria, che sembra il muro di un ciclopico bastione. Tutta la valle è un arazzo medievale, ed è gemella delle valli appenniniche laziali, umbre e marchigiane scempiate dal terremoto. I piccoli comuni che attraversiamo sono lindi, ordinati, con la rocca, la piazza del municipio, la scuola e il monumento ai caduti della Grande guerra. Di valli come questa l’Appennino ne ha cento, ma il numero non inflaziona il valore unitario, anzi l’aumenta, perché questi luoghi fanno sistema, sono l’ossatura storica e naturale del paese, ma stamattina il cuore resta pesante, perché la bellezza che attraversiamo è inerme.

La strada tortuosa si srotola in mezzo a pascoli ordinati come un salotto, senza l’algoritmo di Google non l’avrei percorsa mai, è una provinciale ed è tutta in frana, l’amministrazione che dovrebbe manutenerla abbiamo pensato bene di abolirla, e i soldi comunque non li troveremo mai. Scendiamo finalmente a Gissi, sulle colline dietro la costa, in mezzo a un mare di ulivi, il corso l’hanno dedicato a Remo Gaspari, che per questi suoi comuni ha fatto tutto, le strade, le case, gli impieghi pubblici, e pure l’area industriale, che per decenni ha tirato, ora è in crisi pure lei e si va mestamente svuotando.

Al ritorno a Rivisondoli sono a pranzo con Alessandro Leon, da anni camminiamo queste montagne, i figli erano cuccioli, ora sono all’università; qualche volta ci raggiungeva anche il papà di Alessandro, il grande Paolo, con la sua ironia, il garbo e il sorriso, se ne andato da poco, ci manca molto. Alessandro si occupa di economia dei beni culturali, ragioniamo a tavola della lezione del passato, se ce n’è una, perché un paese geologicamente giovane come il nostro, che instancabilmente trema, presenta una sua ininterrotta, dolorosa casistica, con un paio di eventi rilevanti ogni decennio. La domanda è come curare queste ferite continue, ed allora il pensiero va alle ricostruzioni che sono riuscite bene, il Friuli, l’Umbria che costituisce una vera e propria “best practice”, e anche l’Emilia; ed a quelle che sarebbe meglio non ripetere, come l’Irpinia, o l’Aquila, con lo scandalo delle new town artificiali, costate un occhio della testa, mentre il centro storico glorioso muore e si disfa.

Ma il problema è che interveniamo sempre dopo. Nel rincorrersi convulso dei cicli elettorali gli investimenti per la manutenzione, la prevenzione e la messa in sicurezza del patrimonio non pagano, non producono consenso. Padoa Schioppa ripeteva che le politiche pubbliche devono ritrovare lo “sguardo lungo”, ma era ritenuto un rompiscatole insopportabile, e lo abbiamo cacciato via. Intanto, il “debito pubblico territoriale”, sarebbe a dire i soldi che non abbiamo, per le manutenzioni e le messe in sicurezza che non faremo mai, aggiunto al costo dei disastri che poi inevitabilmente avvengono, aumenta in modo esorbitante, e supera probabilmente quello finanziario. A questo punto, non solo l’eredità prestigiosa degli insediamenti storici, ma anche l’armatura territoriale costruita nel dopoguerra, con uno sforzo pubblico poderoso, che nel bene e nel male ha consentito al paese di uscire da un medioevo che nessuno dovrebbe poter rimpiangere, rappresentano per la nostra generazione quasi come una condanna, un’eredità che non possiamo permetterci di mantenere.

E comunque la mente umana è strana, Herbert Simon parlava di “razionalità limitata”, e nel mio caso aveva ragione, perché ora penso quasi con sollievo al dover lasciare questo Appennino instabile, che pure amo tanto, per tornare a Napoli, dimenticando che tra vulcani, bradisismi e terremoti abito l’area metropolitana più pericolosa d’Europa. Tutto il paese è fatto così, e l’unica è assumere finalmente sulle nostre spalle tutta la responsabilità di rimettere le cose a posto, ci vorrà tempo, un’altra politica, un’altra idea di territorio e di cittadinanza, con il cuore pesante per tutti i lutti, ma con il ciglio asciutto e lo sguardo lungo. Sono convinto che la telefonata di cordoglio che Obama ha fatto a Mattarella non fosse rituale: il mondo alla fine ama l’Italia, sente di aver bisogno di lei, siamo noi che non sappiamo che farne, ed ha ragione il sindaco, il paese non c’è più, ma purtroppo non è solo il suo, quello piccolo, ad essersi dissolto.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 23 agosto 2016

Erano i giorni del fuoco quelli del mio colloquio con Mario Angrisani, il decano degli agricoltori che ancora coltivano il vulcano. L’incendio bruciava da giorni a Terzigno, e aveva colpito proprio al confine tra i due paesaggi, sulla linea che lega e separa due mondi diversi: il lato antico del vulcano, l’edificio solenne del Monte Somma, coi valloni e i boschi rigogliosi di latifoglie; e il lato giovane del Gran Cono, ripetutamente sconvolto, distrutto e rinnovato dalle eruzioni, con i versanti solari di ceneri e colate che scorrono verso il mare, le macchie, le lave, le pinete che la forestale piantò a metà del Novecento; e soprattutto la ginestra dell’Etna, l’ultima arrivata, che sta soppiantando quella leopardiana, e va rapidamente rinverdendo, forse troppo, la faccia del vulcano, come mostra il lavoro recente di un gruppo di ricercatori, coordinati dalla valente biologa del Parco, Paola Conti.
Mario Angrisani è la memoria dell’agricoltura vulcanica, e memorabile resta il reportage su di lui che per questo giornale ha realizzato Carlo Franco, che si arrampicò sugli albicoccheti fantastici del Somma, i ciglioni eroici a seicento metri sul mare, opera suprema di ingegneria, che sembra di stare a Machu Picchu.

È il paesaggio in bilico, dove Angrisani – “l’ultimo patriarca” come lo racconta Carlo Franco – coltiva le sue antiche varietà, a partire dalla mitica Pellecchiella, in un ecosistema particolarissimo, con un clima montano a un tiro di sputo dal mare, e dove in mezzo ai carpini e ai castagni trovi un boschetto relitto di betulla, rimasto lì dall’ultima glaciazione, ed è una cosa straordinaria, un po’ come incrociare un orso polare a piazza del Plebiscito.

Nei giorni crudeli del fuoco ho pensato di incontrare Mario perché se le fiamme sono figlie del sopruso, dell’abbandono sciatto delle terre, lui con la sua opera quotidiana, da sessant’anni incarna invece un modo diverso di abitare il vulcano, fatto di impegno, cura, responsabilità. Lo trovo nel suo podere lungo la circumvallazione, a raccogliere i pomodorini col pizzo, pazientemente dirige una squadra di una decina di ragazzi, sono tutti di qui, Somma Vesuviana, Sant’Anastasia, lui li cerca e gli insegna il mestiere, le operazioni colturali, dalla preparazione del suolo al trapianto, le cimature, i trattamenti.

È l’ultimo giorno di raccolta, hanno iniziato alle cinque e mezza del mattino, ci sono Carmine, Michele, e Margherita, che è aggraziata in pantaloncini e maglietta, si schernisce quando scatto una fotografia, ora sono le undici passate e il sole è diventato impossibile, Mario dice che può bastare, si riprende nel pomeriggio, dopo le cinque, quando si torna a respirare.

Se le albicocche si producono in alto, dove il Somma è sovrano e non teme nemici, se non quello subdolo dell’abbandono e del fuoco, il pomodorino del piennolo del Vesuvio si coltiva giù, nella fascia pedemontana, dove i versanti gentilmente sfumano nella pianura, e inizia l’intreccio selvaggio di infrastrutture e di città, la brutta periferia circolare che in spregio a ogni legge, autorità e ragionevole precauzione, ha imprigionato il grande vulcano, e contende ancora all’agricoltura ogni terreno, ogni suolo, ogni metro quadro di spazio.

Il prodotto è prezioso, ha un prezzo di molto superiore a quello già alto del San Marzano, si coltiva in asciutta, sulle ceneri vulcaniche, e per questo ha dolcezza, sapidità e serbevolezza uniche.

I grappoli di bacche si raccolgono uniti, col peduncolo, e si impilano con maestria a comporre i piennoli, quelli tradizionali arrivavano a sette-otto chili – quelli moderni pesano un chilo e mezzo – e si appendono, come gaie lanterne rosse, sotto le alte volte dei portoni freschi di basalto, per il vermicello e il soutè delle feste di Natale.

La novità è che adesso, con il marchio di qualità dell’Unione europea e il consorzio di tutela, il pomodorino del piennolo del Vesuvio viaggia verso il nord, in confortevoli imballaggi di cartone, dalla grafica curata.

Negli ultimi tempi poi, è anche cresciuta la domanda di pomodorini pelati, sono richiestissimi da ristoranti e pizzerie: insomma, il prodotto va, in tutte le sue forme, anche perché il gusto francamente non teme confronti con il miglior pachino o datterino che sia.

Nella pausa ci trasferiamo a casa Angrisani, tra le stradine strette, in salita, del minuscolo borgo medievale del Casamale , la “Terra murata” , tutto racchiuso tra le mura aragonesi, unico abitato a trovarsi all’interno del perimetro del Parco nazionale. L’abitazione antica di Mario ha un giardino intercluso, col pergolato di uva catalanesca, ci ristoriamo con l’acqua e col caffè, oltre i tralci svetta la facciata imponente della Collegiata, la chiesa cinquecentesca di Santa Maria Maggiore.

C’è un’atmosfera di buonumore, si avverte che è l’ultimo giorno di lavoro, guardo i ragazzi stanchi, riposarsi nel patio all’ombra della vite, si vede che formano una squadra, e penso che questo è il lavoro che l’agricoltura ha creato nel Mezzogiorno, come dice l’ultimo rapporto Svimez, distinguendosi alla fine come uno dei pochi settori che è riuscito, a sorpresa, a resistere al ciclo avverso, contribuendo per una volta a far crescere il sud una virgola in più rispetto al centro-nord.

Eppure l’opera di Angrisani resta difficile. Il consorzio, nonostante le potenzialità, stenta a raggiungere dimensioni significative, al momento ci sono una quarantina di ettari appena in coltivazione, che è veramente la soglia minima di esistenza, distribuiti in novanta aziende: la dimensione media aziendale è quindi estremamente esigua, intorno al mezzo ettaro, ma la verità è che la vita degli agricoltori vesuviani è una corsa ad ostacoli, ed è contrastata, su tutti i fronti, da forze molteplici. I rapporti con il Parco nazionale, che doveva rappresentare un volano, restano complicati, c’è difficoltà a considerare l’agricoltura come un’attività conservativa del capitale naturale, a volte sembra il contrario, con una serie di vincoli e paletti burocratici che rendono la vita già difficile dell’agricoltore, a volte decisamente impossibile.

Un mutamento culturale è necessario, da noi come nel resto del paese, bisogna comprendere una volta per tutte che l’agricoltura è la colonna portante dei paesaggi e degli ecosistemi italiani, della loro biodiversità, non un’attività nemica; che è sacrosanta la protezione di specie e habitat, ma nel trend epocale di abbandono che stiamo attraversando, con le aziende agricole che continuano a chiudere e scomparire, è ugualmente importante, proprio nei paesaggi storici come quello vesuviano, conservare e sostenere l’attività di agricoltori come Mario, che il vulcano lo abitano, lo curano e lo presidiano tutti i giorni, e che dovrebbero loro stessi esser considerati, per una volta, come il valore principale da proteggere.

Al di fuori del perimetro del Parco poi, il nemico è la città, che non conosce legge, che spezza e consuma lo spazio agricolo in frammenti senza nome, in attesa di destinazione, povere dipendenze di un disordine urbano privo di futuro, ma sono cose già dette: il governo del territorio, la difesa dello spazio rurale, la promozione dell’agricoltura di qualità dovrebbero essere i punti forti di un programma per la Città Metropolitana, che ha dentro di sé posti unici come i Campi flegrei, il Vesuvio, le isole del golfo, la Penisola, i frammenti cospicui di Campania felix: tutti luoghi che corrispondono a grandi paesaggi, ma anche a straordinarie agricolture.

In ultimo, c’è l’avversario probabilmente più ostico, che è l’incapacità di lavorare insieme. A partire dai prodotti agricoli del Vesuvio, le filiere integrate di qualità – dal campo alla tavola, passando per la trasformazione – dovrebbero superare l’attuale frammentazione, diventando i capisaldi della nostra manifattura ed industria, ma questo richiede la capacità per le mille piccole aziende superstiti di unirsi, cooperare, crescere insieme, in un ambiente sociale e culturale nel quale, mi ricorda sconsolato Mario, succede esattamente il contrario, dove anche fratelli e cugini faticano a fare squadra.

È il momento dei saluti, Mario prende una cesta, la fodera di foglie fresche e profumate di noce, delicatamente vi ripone i pomodorini, senza fretta, come avrebbe fatto Eumeo con Ulisse, anche se allora il pomodoro ancora qui non c’era, ma i gesti sono gli stessi, vengono da tre millenni di cura del giardino mediterraneo, da una cultura antica di ospitalità, un miracolo di civiltà che si rinnova, anche in mezzo a questo povero scombinato disordine metropolitano.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 18 agosto 2016

Come  in una favola le bufale arrivarono dal mare, sulle navi saracene, intorno all’anno Mille in Sicilia, assieme agli alberi di limone e alla canna da zucchero; poi risalirono coi Normanni le coste del Meridione, e giunsero anche qui, nella piana del Sele, che era allora un deserto insano di grano, pascoli e paludi. Fu un gran regalo, uno dei tanti della civiltà araba, perché il bufalo è una macchina formidabile: nell’ecosistema ostile di palude, lui resiste a febbri, serpi e parassiti, riuscendo per di più a elaborare, a partire da povere erbe, il latte più ricco e nutriente che un quadrupede possa offrire alle nostre latitudini, con un contenuto in grasso e proteine che è doppio rispetto a quello di vacca. Ad ogni modo, quando Goethe incontra i bufali, percorrendo la piana «… per vie impraticabili e qua e là paludose, … attraversando canali e ruscelli», li descrive come bestie ostili «… dall’aspetto di ippopotami e dagli occhi selvaggi e iniettati di sangue».

Poi la storia è nota. Le paludi costiere furono prosciugate con la bonifica integrale degli anni ’30 del Novecento, pensata da quel grande costruttore di territori che fu Arrigo Serpieri: la piana si trasforma in una macchina produttiva perfetta, con una duplice rete idraulica, quella delle “acque alte” per l’irrigazione, e quella delle “acque basse”, che idrovore instancabili provvedono a risputare in mare, tenendo asciutti i suoli, adatti alla coltivazione. Dagli anni ’50, al posto del deserto malinconico senz’alberi descritto a fine ‘700 da Giuseppe Maria Galanti, si estende poco a poco nella piana il mosaico ordinato della nuova agricoltura industriale, coi frutteti specializzati, le colture ortive, le serre.

Le paludi e la malaria scomparvero, ma il bufalo rimase, assieme ai toponimi, che ancora conservano echi del paesaggio medievale. Come “Vannulo” – la contrada di Capaccio sui travertini, all’ombra del monte Soprano – il cui nome sta per “terre che non valgono nulla”, e invece ora c’è l’azienda bufalina più moderna al mondo, con seicento bufale, la metà in lattazione, e 200 ettari coltivati a foraggio. Ed è qui, nel suo studio, che incontro Antonio Palmieri, l’artefice del miracolo, per parlare della quarantennale avventura alla guida dell’azienda, che la sua famiglia conduce da più di due secoli. Mentre lo ascolto, guardo fuori e mi sembra di stare in un campus, gli edifici bassi, eleganti, l’erba tosata, la bella masseria di fine ‘700 color cinabro, e tutt’intorno frotte di ragazzini francesi in visita alle stalle e ai laboratori di trasformazione, dove il latte diventa mozzarella, yogurt, gelato, cioccolata, perché tutto è a vista, ogni processo si compie sotto gli occhi dei visitatori, ventimila lo scorso anno, nell’ultima annata sono già cresciuti del trenta per cento.

Qui soprattutto capisci che anche un testimone autorevole come Goethe può prendere una cantonata, perché da Vannulo le bufale non sono mostri dagli occhi di bragia, ma si muovono libere in stalla, dove riposano su materassini ad acqua, si massaggiano a spazzoloni rotanti, con sottofondo di musica barocca. «Il bufalo non ama la palude, è forte e si adatta, ma è intelligente, se gli offri comfort e pulizia lui li preferisce, senza alcun dubbio », mi dice sorridendo Palmieri, che del benessere degli animali ha fatto una religione assoluta, convinto sia la premessa necessaria per mirare alla più elevata qualità. Quando la mammella è turgida di latte, la bufala si avvia sua sponte alla mungitura, che non vien fatta da umani, ma da un robot che riconosce l’animale dal microchip, pulisce la mammella e la collega agli aspiratori, analizzando il fiotto proveniente da ogni singolo capezzolo, cosicché la qualità è monitorata, e ogni problema prontamente individuato, con gli acciacchi delle bufale che vengono curati solo con l’omeopatia.

In questo modo Antonio Palmieri ha mutato la concezione arcaica che avevamo dell’animale, ma in qualche misura anche quella del prodotto, perché la sua mozzarella è diversa: «La volevo meno salata, perché il sale copre le mille sfumature di sapore del latte di bufala, e poi il sale è collegato all’idea di conservazione, mentre il valore del prodotto sta nella sua freschezza; infine non la volevo gommosa, ma tenera ed elastica». Gli dico che la sua mozzarella sembra ispirarsi alle “Lezioni americane”, le virtù proposte da Italo Calvino per il terzo millennio – rapidità, leggerezza, esattezza – ma anche visibilità, se tutto il ciclo produttivo si compie sotto lo sguardo del consumatore.

La mozzarella di Vannulo è rigorosamente biologica, e ciò implica autosufficienza: tutto il foraggio è coltivato all’interno, non si importa alcun fattore produttivo, e si trasforma solo il latte prodotto in azienda, in una versione post-moderna dell’economia curtense, con il borgo aziendale che funziona come un’antica abazia, un centro autonomo che offre cultura, alimenti, ospitalità, servizi. Un’economia cosciente dei propri limiti, perché la produzione non eccede i quindici quintali di latte giornalieri, che è quanto le bufale sono in grado di dare. Alla fine, il prodotto puoi acquistarlo solo qui in azienda, e un senso di misura lo trovi anche nel prezzo, che rimane, vista la qualità, comunque contenuto, alla portata delle famiglie.

Alzo ancora lo sguardo, al confine delle terre si intravedono i nuovi quartieri residenziali che premono, le aree urbanizzate sono decuplicate nell’ultimo mezzo secolo, con la piana tutt’intorno che inesorabilmente perde ordine e leggibilità, si avvia a diventare città diffusa, a bassa densità. Chiedo a Palmieri cosa ne pensi, il tono pacato si vena d’amarezza, mi dice che non è tanto il declino del governo pubblico, pure evidente, a preoccuparlo, quanto l’indebolimento diffuso del sentire civico, che si avverte dietro la banalizzazione del paesaggio. In quest’ondata, il borgo aziendale, antico e moderno insieme, resiste comunque come presidio di bellezza e identità.

Per il resto, Vannulo sta alla mozzarella di bufala – che rimane il prodotto campano più amato nel mondo – come la Formula Uno o la Ferrari all’industria dell’auto. Le innovazioni prodotte in azienda, che rimane soprattutto luogo di instancabile sperimentazione, si trasmettono col tempo all’intero comparto, che finisce col beneficiarne. Antonio Palmieri ha calcolato in un decennio il tempo necessario perché l’innovazione sia accolta, ed è questa inerzia al cambiamento, mi dice, la difficoltà maggiore incontrata nel suo lavoro di imprenditore visionario, che è comunque riuscito a riscrivere la favola, reinventare un prodotto antico, vedendoci nuove cose e nuove possibilità, in un’avventura ancora tutta da raccontare.

stella

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 12 agosto 2016

Il San Marzano, la “Bibbia del pomodoro”. Non è lo slogan di un’azienda conserviera, ma il titolo di un articolo di Tim Carman uscito sul Washington Post un paio d’anni fa, che la dice lunga sulla reputazione che il nostro pomodoro mantiene a scala mondiale: si tratti di chef stellati o di semplici consumatori, resiste l’idea che il San Marzano sia una cosa, il resto dei pomodori un’altra. Certo poi, l’amore e la venerazione portano con sé dubbi e apprensioni: è noto che l’areale geografico di produzione è circoscritto alle piccole pianure fertili del Sarno, dell’Irno, dei Regi Lagni; che la coltura ha conosciuto difficoltà e crisi. Così si spiega la pubblicazione lo scorso agosto sul New York Times della storia illustrata di Nicholas Blechman “The mistery of San Marzano”, che racconta le insidie e gli inghippi dai quali il consumatore del prezioso prodotto deve guardarsi.

È proprio per capire qualcosa di questo mistero che inizio il mio viaggio nella pianura, in compagnia di Tommaso Romano, che il San Marzano lo coltiva da una vita, ed è presidente del consorzio di tutela dell’oro rosso nostrano. Partiamo dalla masseria di famiglia, non più abitata, in contrada “Aria di settembre” ad Acerra: sul portale in pietra è scolpita la data del 1790, all’ombra di un’acacia in fiore c’è l’aia con il forno, l’edicola in maiolica della Vergine; saliamo la scala esterna fino alla terrazza, la linea verde laggiù sono i Regi Lagni, la via d’acqua disegnata da Domenico Fontana all’inizio del ‘600, per mettere ordine nell’idraulica scombinata della piana. La famiglia si trasferiva in campagna a inizio estate, per la raccolta della canapa, e i Lagni erano ancora un fiume, c’erano i gamberi e le anguille; il San Marzano arrivò negli anni ‘50, e diventò subito il fulcro di tutta una vita e un’economia.

Percorriamo l’interpoderale sconnessa fino alle coltivazioni, e qui Tommaso mi spiega perché il San Marzano non è una coltura come un’altra. La pianta ha sviluppo indeterminato, cresce fino all’altezza di una persona, e per questo è necessario sostenerla con pali di castagno, e tutta un’intelaiatura di fili, e il risultato è una specie di fitto vigneto erbaceo, che dura lo spazio di una stagione. La maturazione dei diversi palchi è scalare, ed anche la raccolta, rigorosamente a mano, così che il fabbisogno di manodopera, di perizia e competenza è enorme, perché ci sono anche le cimature, le scacchiature, le irrigazioni, i trattamenti.

Una volta affrontata questa anticipazione pazzesca di capitale e di lavoro, il San Marzano ti ripaga, se non arriva la “trubbéja”, la tempesta estiva che rovina tutto, con una produttività strepitosa, fino a 800 quintali ad ettaro, che si accompagna, contrariamente al solito, ad una elevatissima qualità. La bacca, dalla silhouette inconfondibile, ha polpa di colore, tessitura, consistenza ineguagliate, che reggono bene la cottura. L’aroma e il gusto sono complessi, con un bilanciamento alto di zuccheri e di acidità. Per di più, la pelle viene via facile, e ci sono pochi semi: insomma, il pomodoro ideale, e questa fu proprio l’intuizione di Francesco Cirio, l’inventore del pelato in scatola, che portò qui a Napoli dalle colline del Monferrato, alla fine dell’800, le sue fabbriche con la nuova tecnologia, e poi anche la sede della società, a San Giovanni a Teduccio, facendo del San Marzano una star mondiale, e di Napoli la sua capitale.

Certo, dietro la qualità del San Marzano non c’è solo l’eccezionale potenziale genetico della varietà, addomesticata per due millenni dagli Incas ai piedi delle Ande, e giunta probabilmente a noi attorno al 1770, con un sacchetto di sementi, grazioso dono del Viceré del Perù; ma anche il valore unico di questa pianura e di questa terra, dove le ceneri profonde e soffici del vulcano vengono rielaborate dalle acque, si stratificano ed arricchiscono in carbonato di calcio, realizzando nel nostro clima particolare, mediterraneo e umido insieme, un equilibrio di fertilità irraggiungibile in altri angoli del pianeta.

Camminiamo tra i filari, Nicola mi racconta di quand’era ragazzo, la coltura si estendeva a perdita d’occhio nel paesaggio, ottomila ettari a San Marzano, la Campania produceva da sola un terzo del pomodoro da industria italiano. Negli anni ‘70 i primi segnali di crisi, fino al crollo degli anni ‘80, con l’azzeramento quasi delle superfici: si diede la colpa a una virosi cui il San Marzano è particolarmente sensibile, ma la realtà è più amara, perché il sistema frantumato di microaziende e di industrie scoordinate non riusciva più a reggere, nonostante il traino del brand prestigioso.
Poi, a partire dagli anni ‘90, la difficile risalita, con il riconoscimento comunitario della denominazione di origine, l’istituzione del consorzio di tutela, cui aderiscono oggi 180 aziende agricole, riunite in undici cooperative, una superficie produttiva di centoquaranta ettari, e quattordici aziende di trasformazione. La produzione 2015 è stata di 75mila quintali – prima ne producevamo 4 milioni – ma la tendenza è positiva, l’interesse per il prodotto come si è visto rimane enorme, nel 2016 superfici e produzione sono già quasi raddoppiate.

Nel frattempo, è stata la pianura agricola ad andare in frantumi, per sempre. La città è quadruplicata, smembrando l’agro in un arcipelago di isole verdi disperse nella maglia urbana, nel reticolo rigido degli svincoli e delle infrastrutture. Spaziando dalla terrazza della masseria antica è evidente che la contrada agricola non è più terra aperta, ma un’enclave assediata tra i grossi centri che premono: gli abitati di Casalnuovo, Pomigliano, Acerra, e l’enorme distesa della Fiat. In questa strana periferia, né rurale né urbana, la riconquista del territorio da parte del San Marzano è forse l’unica strategia che abbiamo, più che le formule urbanistiche, per arrestare il consumo folle dei suoli. La cosa paradossale è che, nonostante lo scempio, il 60% dello spazio metropolitano è ancora fatto di aree agricole come questa. Se solo riuscissimo a riammagliare i poderi dispersi, a considerare la campagna che resta come un valore, piuttosto che come terra di nessuno, potremmo ricostituire qualcosa dell’antico potenziale produttivo, dare senso al paesaggio, formare nuova economia e nuovo lavoro.

A queste cose sta lavorando Tommaso Romano con la sua garbata competenza e cocciutaggine: affinché dietro al brand planetario torni a concretizzarsi un’effettiva disponibilità di prodotto, è necessario recuperare almeno un migliaio di ettari, puntando al milione di quintali l’anno. È una cosa fattibile. La vera, difficoltà è quella di mettersi insieme, fare sistema, arrivando, come nelle regioni del Nord, che pure il San Marzano non ce l’hanno, ad avere un’unica organizzazione di produttori, che cooperi con un unico consorzio di trasformatori, sotto un’unica riconoscibile etichetta, che è poi ciò che il mondo con insistenza ci chiede.

Ricordando che il San Marzano è certamente la “Bibbia dei pomodori”, come ha scritto il Washington Post – il brand alimentare campano di maggior prestigio, assieme alla mozzarella di bufala – ma è innanzitutto il risultato di un paesaggio e di un ecosistema unico, non riproducibile, che è poi il nostro stesso ambiente di vita. Ed è la pervicacia con la quale continuiamo a distruggerlo questo territorio, il vero, insondabile mistero.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 9 agosto 2016

Devo andare in Alta Irpinia, c’è la mietitura del grano duro “Senatore Cappelli”, per una volta mi affido al navigatore Google, ha la voce di una spia sovietica e non azzecca un accento: ad Avellino mi dice di lasciare l’autostrada e proseguire per l’Appia, e va bene così, perché questo che attraversa l’appennino campano è uno dei tratti più belli della strada più bella del mondo. L’appuntamento con gli agricoltori è a Morra De Sanctis, al castello, prima c’è un incontro sullo sviluppo locale, ma non è giornata di parole, ci sono nuvole bluastre all’orizzonte, minaccia pioggia, e bisogna salite al Formicoso, c’è già la mietitrebbia che aspetta.

Incontro Peppino e Vito, sono due ragazzi di cinquant’anni, hanno fatto cento mestieri in giro per l’Europa, poi sono tornati alla terra, all’azienda di famiglia, che qui significa coltivare i cinque-sei ettari a grano e foraggi, e poi la stalla con una decina di bovini da latte, gli animali di bassa corte, le galline, i conigli, e i cani, e i figli grandi all’università, nelle città lì dietro l’orizzonte. Sono venuto qui per capire perché il vecchio grano del Senatore Cappelli sia a un certo punto diventato, per agricoltori come Vito e Peppino, quasi una bandiera di riscatto, una scelta di libertà.

“Il prezzo del grano è quello di trent’anni fa, mentre i costi per produrre e vivere sono aumentati di dieci-venti volte, i piccoli agricoltori di montagna sono anni che producono senza compenso, a debito, il loro  lavoro non conta, il rischio è tutto loro, mentre il prezzo lo decide la finanza globale e le multinazionali”. A parlare è Pietro Parisi, lo “chef contadino”, che ci accompagna. E’ giovane, ha appena vinto il premio 2016 del Gambero Rosso per i suoi “boccaccielli”, i vasetti con le specialità campane cotte sotto vuoto a vapore, che serbano tutto il sapore e la freschezza. Nei suoi ristoranti, in pianura, impiega solo semola e pasta prodotta col grano antico che stiamo andando a mietere, segue il lavoro degli agricoltori, ci tiene che i suoi piatti raccontino la storia del territorio, che anche il lavoro contadino abbia il giusto riconoscimento.

Ed è bella la storia di questo grano, che è un’invenzione di Nazareno Strampelli, grande agronomo e genetista marchigiano, il padre delle “sementi elette” che contribuirono a innalzare la produttività dell’agricoltura meridionale nella prima metà del Novecento, a uscire per sempre dal medioevo. Strampelli era un grande innovatore: mentre i suoi colleghi miglioravano i cereali lavorando all’interno dei confini delle singole varietà, lui era il profeta dell’incrocio, dell’ibridazione, non ebbe timore per costruire il Cappelli di mescolare i caratteri di un grano nord-africano con varietà messicane, o anche giapponesi, per prendere da ciascuna il carattere specifico che lo interessava. In particolare lui voleva con i suoi incroci costruire una varietà che fosse adatta agli ambienti difficili del meridione, resistente alle malattie, alla siccità e all’allettamento, e che desse un grano di alta qualità. Così nacque il grano duro “Cappelli”, intitolato al senatore del Regno che protesse sempre il suo lavoro, e gli concesse addirittura le sue terre sul Tavoliere per la sperimentazione di campo.

Questi metodi, che oggi fanno sorridere, erano effettivamente assai arditi per l’epoca, i colleghi invidiosi dicevano che Strampelli così facendo forzava la natura, e lo espulsero addirittura dalla società scientifica che lui aveva fondato, e il paradosso è che anche la Mascella che al cortile parlava, esaltando la purezza della razza, non sapeva che la guerra del grano era stata vinta proprio grazie al meticciato mediterraneo-cosmopolita di Strampelli.

Naturalmente alla fine le idee di Strampelli si affermarono, e l’agronomo americano Norman Borlaug, padre della “rivoluzione verde” degli anni ‘6o, che continuò il suo lavoro, per queste cose prese il premio Nobel, mentre Strampelli è diventato il nume tutelare dei genetisti agrari di mezzo mondo, e il suo “Senatore Cappelli” è nel pedigree di quasi tutte le varietà di grano duro che coltiviamo ancora oggi.

Mario e Vito coltivano il “Senatore Cappelli” con un disciplinare biologico rigoroso, senza concimi chimici e diserbanti, la fertilità del terreno la mantengono tenendo il grano in rotazione con gli erbai polifiti, l’avena, l’orzo, le leguminose. Così facendo raccolgono solo una quindicina di quintali per ettaro di grano duro, contro i 40-50 della coltura industriale, ma la qualità e altissima, la sanità del prodotto assoluta. Per beneficiare di questo valore e remunerare finalmente il loro lavoro, hanno deciso, assieme ad una trentina di altri agricoltori del Formicoso, di riunirsi in consorzio, così gestiscono in proprio la macinatura e la trasformazione, e mettono in vendita direttamente la pasta, che è fantastica, con un tenore in proteine spropositato, un sapore, una corda e una resistenza alla cottura irraggiungibili, per un costo che alla fine è alla portata, e non supera i sei euro il chilo.

Col “Senatore Cappelli”, insomma, Vito e Peppino sono tornati a vivere, a vedere una prospettiva, e per questo è alta la loro riconoscenza per Mario Salzarulo, il sociologo che da un trentennio segue queste terre, con il suo “gruppo di azione locale” (GAL) progetta e sostiene iniziative piccole e concrete di sviluppo, è stato lui a trovare le sementi dell’antico grano, a facilitare la nascita del consorzio, a seguirne l’avviamento. Mario conosce a memoria la “Giovinezza” e il “Viaggio elettorale” di De Sanctis, ha fondato a Morra su queste cose un Parco letterario, continuamente ricorda i passi dove il grande critico parla di queste terre, sorride e si commuove.

Per raggiungere il campo di Giuseppe, percorriamo in macchina il Formicoso, l’ampio pianoro verde tra l’appennino e il cielo: in questo paradiso nel 2008 il governo pensò di realizzare la grande discarica regionale per risolvere la crisi dei rifiuti, e vennero colonne di mezzi dell’esercito ad occupare le terre, sembrava la guerra, e qui si tenne il grande concerto-raduno di protesta, fu la nostra Woodstock, e Capossela cantò quella notte, e la discarica alla fine non si fece.

Il paesaggio, con tutte le pale eoliche, è di una bellezza assoluta, sembrano le Highlands scozzesi, una cosa che senza il lavoro di agricoltori come Vito e Peppino – che il mercato e la finanza globale si ostinano a ignorare –  semplicemente non esisterebbe, mentre i comuni gloriosi del “Viaggio” di De Sanctis si spengono, le statistiche demografiche sembrano bollettini bellici, nell’ultimo decennio Lacedonia ha perso 600 abitanti, altrettanti Bisaccia, Calitri 900, tra venticinque anni qui non ci sarà più nessuno.

Per questo la scelta di Peppino e Vito è importante, è intorno a nuove filiere come quella del “Senatore Cappelli” che il paesaggio del Formicoso può rinascere, ricostruire una sua ragion d’essere, un’economia, insieme al progetto del “Latte nobile”, un’altra bella inziativa del GAL per associare le piccole stalle, condannate alla chiusura, per la produzione di foraggi e latte di altissima qualità.

Le nuvole scure alla fine sono passate, s’è schiarito il cielo sul mare verde-oro delle colline, la mietitrebbia rossa inizia il suo lavoro, il rombo è assordante, si alza una nuvola scintillante di pula, il profumo della paglia è buono, al margine del campo, con Pietro, lo chef contadino, ci sono Amelia e Alfonso Cuomo, i ragazzi di un’antica famiglia di pastai artigianali di Gragnano, sono tornati da Londra e da Roma per riattivare l’azienda, vogliono ripartire da qui, dalla qualità del “Senatore Cappelli”, per riproporre un prodotto che abbia un’etica e una memoria. Si stringono anche loro a Vito e Peppino, c’è soddisfazione, anche quest’anno è andata, siamo solo all’inizio: chef, pastai, agricoltori, se questi ragazzi restano uniti il Formicoso può farcela.

stella

Stella Cervasio, Repubblica Napoli del 30 luglio 2016

Fatti, non opinioni. Mai come nel caso della cosiddetta Terra dei fuochi, i primi avrebbero dovuto avere la priorità sulle seconde. C’era una volta la Terra del Fuoco, dove le fiamme venivano accese per il freddo, non per distruggere le tracce di malefatte ai danni della terra. Ora se si va sul web, su quel lembo estremo che segue la Patagonia sono rimasti pochi riferimenti, più à la page usare al plurale soggetto e genitivo: il territorio che genera fuochi, la piana agricola tra Napoli e Caserta. Eccolo diventare “un luogo comune”. Di più: un posto della mente, da manuale dei luoghi fantastici, che però di fantastico ha ben poco. Antonio di Gennaro dice cose molto forti, nei suoi articoli per “Repubblica”. Ma chi lo conosce sa che il suo modo di parlare, mai viscerale, mai adirato, sa rendere l’argomento interessante per l’interlocutore, perché privo di facile enfasi polemica. Ciò non vuol dire però che le fiamme non possano divampare, nei suoi ragionamenti. Anzi, divampano di più, a maggior ragione. Ed è proprio così nel suo “diario pubblico”, dove si ripercorre la cronistoria e la storia di una crisi che ha fatto a pezzi un territorio, la sua economia, i suoi abitanti. La terza area metropolitana d’Italia, invece di essere accompagnata verso uno sviluppo compatibile e opportuno, viene demolito da centinaia di articoli e servizi dei media. Un’eco che rimbalza di voce in voce, incalzata da alcuni pareri onnipresenti, e più da congetture che da dati scientifici. Fonte primaria sulla minaccia di rischi legati a rifiuti pericolosi seppelliti in zona, il pentito casalese Carmine Schiavone, che poi muore e non può né confermare né rimangiarsi nulla. Uno sfiatatoio, come spesso lo sono personaggi del genere. Fa riferimento a rifiuti nucleari tedeschi, ma niente si trova; e quando parla di lui, il magistrato Raffaele Cantone dice: «L’ho sentito più volte, non va preso per oro colato quello che dice ». Di Gennaro, pubblicando i suoi editoriali su Repubblica, che ha fatto così la scelta di riequilibrare una bilancia pendente decisamente verso il basso per un territorio che non lo merita, ricostruisce una vicenda che trova riscontro in quelli che spesso sono i cattivi consiglieri dei meccanismi dell’informazione: la superficialità e il prevalere dell’opinione sul riscontro, sul dato scientifico. Un libro al termine del quale resta l’amaro in bocca, perché vediamo dissiparsi in una nebbia cattiva la speranza viva come in pochi luoghi, ormai, di una economia rispettosa della terra e del suo valore ineguagliabile. Ma nelle cui ultime pagine troviamo il sostegno per rintracciare la razionalità e rimettere finalmente sulla strada giusta anche lo Stato, che rispetto a Terra dei fuochi ha avuto interventi poco efficaci e dimostrativi della scarsa chiarezza nella percezione di una situazione che coinvolge ancora una volta il vituperato Sud.

paesaggio cilento

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 26 giugno 2016

Se vuoi davvero sapere com’è andata, devi osservare le fotografie aeree fatte negli anni ’50 per i controlli del Piano Marshall: il Cilento appare spoglio d’alberi e boschi, una teoria di colline rasate di grano e pascoli, ogni metro di terra è utilizzato, e c’era ancora la gente. Poi il paesaggio s’è svuotato d’uomini, partiti per Milano, Torino, la Germania, in cerca di futuro, e il bosco è tornato sulle terre abbandonate, gli oliveti sono diventati a poco a poco isole, in mezzo a un mare di macchia mediterranea e cespi flessuosi di ampelodesma. “Il problema” mi spiega Peppino Cilento “è che se parte un incendio sulla costa, si propaga in un attimo fino alla montagna, così possono bruciare centinaia di ettari di macchia in una volta sola”.

Lo incontro a San Mauro, nella sede della cooperativa “Nuovo Cilento”, che lui ha fondato nel 1976. L’idea gli venne in Veneto, a Treviso, dove era giovane professore di lettere: la mattina era a scuola, la sera con il sindacato lavorava ai corsi delle centocinquanta ore per i lavoratori. A Conegliano conosce i viticoltori, riuniti da decenni in cooperative, si convince che può essere quella la strada per far ripartire l’agricoltura in Cilento, per contrastare l’esodo e tenere viva la terra.

Lo scorso febbraio c’è stata la festa per i primi quarant’anni di attività: oggi la “Nuovo Cilento” è il più grande frantoio della Campania, lavora ventiseimila quintali d’olive l’anno; con 360 soci e millecinquecento ettari di oliveto, è il principale produttore italiano di olio extravergine biologico. L’inizio non fu facile, Peppino mi racconta che ci vollero tre anni per acquistare il primo trattore, allora si arava ancora coi buoi, in quel “medioevo lungo” teorizzato dall’archeologo Riccardo Francovich, che nelle campagne del meridione può arrivare fino al ‘900.

L’agricoltura montana del Cilento per sopravvivere ha bisogno di meccanizzarsi, ma Peppino si rende conto che le macchine sul mercato non sono adatte ai paesaggi cilentani, perché obbligano a lavorare a “rittochino”, lungo la linea di massima pendenza, altrimenti ti ribalti, ma così il suolo si erode in fretta. Non si perde d’animo, va alla fiera di Bologna, ne parla col presidente dei costruttori di macchine agricole, che gli dà conferma: effettivamente i modelli sono pensati per la pianura e per il mercato estero, la collina e la montagna, che fanno l’80% del territorio nazionale, non sono prese in considerazione. Alla fine Peppino la spunta, e convince un’industria di Vicenza a progettare una trattrice radiocomandata, di forma, dimensioni e potenza adatte ai versanti collinari del Cilento.

La cura del suolo è la base di tutti i ragionamenti di Peppino. Qui in collina, per evitare che l’erosione disperda il capitale di fertilità, è necessario che il suolo rimanga quanto più possibile protetto, e sia adeguatamente nutrito di humus. Così, ha chiamato dalla Colombia, in quello che lui definisce sorridendo “un programma di aiuti dell’America latina alla vecchia Europa”, Jairo Restrepo Rivera, grande esperto di agricoltura organica, che ha insegnato agli agricoltori della cooperativa a trasformare le sanse – i residui della spremitura delle olive – in un compost profumato come terra di bosco, con una ricetta a base di letame, frasche triturate,  carbone vegetale, lieviti particolari. Il terriccio viene somministrato agli olivi, al posto dei concimi minerali, e gli effetti sono strabilianti, le piante affaticate ritrovano vigore ed equilibrio, la concentrazione di antiossidanti nell’olio – i polifenoli e i tocoferoli, che sono i fattori di protezione buoni, il vero tesoro della dieta mediterranea –  schizza alle stelle.

Chiedo a Peppino cosa pensi della proposta dello storico Piero Bevilacqua, di profittare dell’immigrazione per rivitalizzare i borghi delle aree rurali in spopolamento, lui mi risponde che da loro è già così, l’agricoltura a San Mauro è stata salvata da una colonia di pakistani del Punjab, e mi presenta Shengara, un giovane dal sorriso candido, che ora è una delle colonne del frantoio, non sta fermo un attimo, nelle pause del lavoro si dedica all’ingegneria naturalistica, realizza sentieri e graticciate.

Questa chiusura isterica al Sud del mondo Peppino non riesce proprio a comprenderla: “Le associazioni italiane hanno sbraitato quando la Commissione ha autorizzato l’importazione di trentacinquemila tonnellate di olio extravergine dalla Tunisia, quando l’Italia ne importa quindici volte tanto dalla Spagna. E’ un protezionismo che rischia di colorarsi di razzismo, è come se la Fiat dicesse che vende poco per colpa della Toyota. Per stare bene sul mercato non devi lamentarti ma aumentare la qualità, vedi l’esempio del vino, che ha saputo raccogliere la sfida, affidandosi al giudizio di consumatori sempre più competenti”.

Giuseppe Cilento è stato a lungo presidente della cooperativa, ed anche sindaco di S. Mauro:  nella lunga storia di leader di comunità ha raccolto, com’è nelle cose umane, affermazioni importanti, assieme a insuccessi e amarezze. Il cruccio è che, nonostante la “Nuovo Cilento” sia oramai una realtà importante, il declino demografico continua, il territorio del Parco Nazionale dei Cilento ha perso ancora tremila abitanti negli ultimi cinque anni, mentre un turismo frettoloso continua a spremere il paesaggio come un limone, le aree urbanizzate sono decuplicate nell’ultimo cinquantennio, l’attività amministrativa del Parco e dei comuni è assorbita dall’edilizia, piuttosto che dal governo del territorio e dal rilancio delle economie locali.

Peppino, all’opposto, ha scelto di mettere al centro della sua strategia le ragioni dell’ecosistema e della comunità. In un’agricoltura nella quale sono le macchine a dettare la forma dei paesaggi, lui è riuscito, all’opposto, a farsi dare le macchine adatte a mantenere il paesaggio così come lo vede lui. Nel suo racconto cita più volte la “Laudato si”, l’enciclica sull’ambiente di papa Francesco; ricorda i momenti di lavoro con Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica assassinato, che a un certo punto è come fosse seduto a tavola con noi.

Passeggiamo in oliveto, nel pomeriggio, su un tappeto profumato di sulla e di veccia, le leguminose buone che danno l’azoto al suolo; intorno a noi è tutto un volo di rondini, libellule, farfalle colore dello zolfo. L’ecosistema è vivo, il sorriso di Geppino ha una piega amara: “Ci vuole tempo perché la gente accetti le innovazioni, occorre pazienza, bisogna contare sulla capacità persuasiva dei risultati”. Lo ascolto e penso che la forza è possente in questo professore-contadino dai capelli candidi, che si ostina a immaginare un riscatto possibile per questo suo Cilento, docile e resistente insieme, come la pietra calda d’arenaria alla quale adesso mi afferro con la mano.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 28 maggio 2016

Anche la Campania ha il suo West – i suoi spazi sconfinati, gli altopiani d’erba che non vedi una casa fino all’orizzonte – solo che è a oriente: devi uscire dalla conca ordinata di Benevento, ed entrare nel Fortore, il mondo del flysch e delle argille: il Mezzogiorno nudo, del latifondo contadino, come lo chiamava Rossi- Doria, contrapposto alle terre arborate della prima cerchia collinare, ricamate di viti, olivi e piante da frutto.

Il Fortore è una successione strepitosa di altopiani a perdita d’occhio, incisi da torrenti vorticosi, coi centri medioevali arroccati sui cucuzzoli di calcare e arenaria, gli unici punti in questi paesaggi epici che stiano fermi, che non si muovano verso valle. Certo, l’olivo c’è ancora, ma è solo una corona intorno all’abitato, poi è un mare di grano e di erba, con i boschi scuri di quercia – ciò che resta dell’immensa foresta cinquecentesca – a protezione dei versanti troppo ripidi per fare agricoltura.

Sono venuto a San Giorgio la Molara, il centro geografico del Fortore, in una giornata di pioggia e nuvole basse, non importa che siamo a metà maggio, per raccontare ancora una storia di fatiche e affermazioni, in queste terre difficili, che il ministero dello Sviluppo economico identifica come “aree interne”, sarebbe a dire quei pezzi di Paese troppo distanti dalla città, dove la dotazione dei servizi essenziali è più labile, il declino e lo spopolamento più difficili da arrestare. In barba alla classificazione del ministero, San Giorgio la Molara è invece uno dei centri più importanti in Italia per l’allevamento della Marchigiana, una delle tre razze bovine storiche, con la Chianina e la Romagnola, comprese nel marchio di qualità del “Vitellone bianco dell’Appennino centrale”, sarebbe a dire l’esclusivo club della bistecca più buona d’Italia.

Mi accompagna nel viaggio Nicola De Leonardis, direttore tecnico della cooperativa di allevatori “S. Giorgio”, con cento aziende associate, seimila capi allevati, che mi racconta a voce bassa, col fare pacato degli zootecnici di razza, come tutto il paesaggio che ci circonda lavori per l’alimentazione dei prestigiosi animali: un mosaico verde di erbai polifiti, campi di orzo, grano duro, avena, e sulla dai fiori scarlatti, perché la marchigiana di San Giorgio non mangia insilato di mais, che renderebbe acquose le carni, ed è esclusivamente alimentata con fieni profumati e foraggi locali. La fase di finissaggio poi, quella più importante per la marezzatura e la tenerezza della carne, è tutta basata su una dieta ricca di granella di cereali e luguminose.

Ma non sono solo le virtù di un allevamento e un’alimentazione naturale: alla base del successo degli allevatori di San Giorgio c’è la ricerca, un lavoro instancabile di miglioramento della razza che in queste terre è iniziato quindici secoli fa, a partire dal Bos Primigenius, il grande bovino dalle corna lunghe che gli Unni portarono con sé dalle fredde steppe d’Ucraina. L’opera di selezione ed incroci mirati è ripresa su basi moderne a partire dalla metà del ‘900, per merito di allevatori come Giovanni Belperio, che ci accompagna orgoglioso in stalla a visitare i suoi campioni, i tori mastodontici e le fattrici, tutti esemplari dalla morfologia armoniosa, elegante, come le pitture rupestri di Altamira e Lauscaux. I vitelli sono accanto alle madri, che non si agitano al nostro arrivo, e Giovanni mi spiega orgoglioso come anche il carattere mansueto, determinante per la qualità delle carni, sia il risultato del lavoro pignolo di selezione. Giovanni ha modi semplici, garbati, è un allevatore, ma nella zootecnia italiana è un’autorità, i ricercatori accademici lo ascoltano, vengono qui in azienda per apprendere e studiare il suo modo di lavorare.

Gli allevatori di San Giorgio andrebbero studiati anche per un’altra ragione, perché l’affermazione di questo sistema zootecnico di eccellenza, intorno al quale ruota adesso un intero paesaggio, è il frutto di una coraggiosa riconversione produttiva, dal tabacco che per decenni è stata la ricchezza di queste aree – grazie anche ad un fin troppo generoso sistema di aiuti comunitari – alla zootecnia.

Gli agricoltori di San Giorgio hanno compreso per tempo che questa situazione andava ad esaurirsi, e anticipando i tempi, hanno investito i proventi del tabacco nella costruzione delle stalle, puntando sulla zootecnia di qualità. Insomma, un dinamismo, una capacità di reazione di tutto un territorio, che con l’etichetta triste di “aree interne” sembrerebbe avere poco a che fare. Non per nulla, l’età media dei soci della cooperativa è di 44 anni, più di una decina in meno della media regionale, che è poco sotto la sessantina, con tutta la propensione all’investimento e all’innovazione che la giovane età comporta.

Nel pomeriggio torna l’azzurro, si fa più intenso il verde dei pianori, e più bianche le torri eoliche, che gli spazi aperti di questi paesaggi indifesi hanno finito per conquistare. Ora traversiamo il Regio tratturo, la grande autostrada d’erba della transumanza, che i Sanniti tracciarono duemilacinquecento anni fa, e qui a San Giorgio è ancora chiaramente distinguibile. La storia che Nicola continua a raccontarmi, è poco nota agli abitanti della grande città costiera, troppo distante da queste terre di mezzo, sospese tra il Tirreno e l’Adriatico. Come accade per altre importanti produzioni regionali, le bistecche e le carni pregiate della marchigiana del Fortore prendono altre vie, sono indirizzate in prevalenza ai mercati del centro- nord, più che ai consumatori campani, ed è proprio il mercato interno regionale, la nuova frontiera che gli allevatori di San Giorgio vorrebbero ora conquistare.

Torniamo agli uffici della cooperativa, nella piazzetta in cima al paese, sotto i bastioni di ciò che rimane dell’antica rocca, c’è il belvedere che domina tutta la valle, ed è una processione continua di allevatori, uomini e donne, che vengono per il disbrigo delle pratiche, i problemi tecnici dell’allevamento, i controlli di qualità, chiedono di Nicola, lui ha una parola e un consiglio per tutti, veramente la zootecnia è l’infrastruttura che tiene unità questa comunità. Delle circa quattrocento aziende iscritte in Campania al consorzio di tutela del Vitellone bianco, 350 sono in provincia di Benevento, 121 nel solo comune di San Giorgio la Molara: qui dietro ogni stalla c’è una famiglia, ed è il Vitellone l’industria diffusa che assicura reddito e lavoro.

Il paese è lindo, ordinato, come il paesaggio che la comunità continua a curare, nonostante le frane e i cedimenti. La città è lontana, internet va a singhiozzo, la carovana del Giro d’Italia è passata, ma è stato un attimo, ora è solo il rumore del vento. Il ministero e Bruxelles dicono che queste sono aree in ritardo di sviluppo, ma il marchio della cooperativa è la bandiera italiana, questa comunità non si è fermata, continua a sentirsi parte di una storia, che varrebbe la pena di conoscere meglio.

La Campania delle città ha bisogno del suo West, degli spazi sconfinati, di questa capacità ostinata di costruire lavoro e conoscenza, in mezzo all’Appennino verde e difficile, che è certamente parte del nostro passato ma anche, a pensarci bene, uno spiraglio importante di futuro.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 5 maggio 2016

Per parlare di altre agricolture e altri paesaggi devo lasciare la pianura, troppo gonfia di uomini e città, e varcare la cortina dei Tifatini, sotto le arcate traforate dell’acquedotto Carolino, sino al vasto mare ondulato delle colline del Sannio, che è tutto verde ora, sembrano le highlands scozzesi, in questa primavera matta di pioggia, nuvole e sole. Nel racconto di Manlio Rossi-Doria era questo “l’osso” del Mezzogiorno, contrapposto alla “polpa” delle pianure fertili costiere: le terre difficili dell’esodo, dove la triade millenaria del grano, della vite e dell’olivo non riusciva a garantire altro che sussistenza. Poi le cose sono cambiate, ed è di questo, della “rivincita dell’osso”, che vorrei ragionare, qui a Guardia Sanframondi, con Titina Pigna, che del Professore è stata allieva, ed è ora la prima vicepresidente donna della Guardiense, la cooperativa viticola diventata una storia di successo.

Titina mi racconta di quando giovane studentessa accompagnò Rossi-Doria a Melfi, dove il Professore aveva trascorso gli anni del confino: volevano conferirgli la cittadinanza onoraria, e lui accettò, a patto che venissero i ragazzi del Centro di specializzazione di Portici, ed allora li caricarono tutti sui gipponi della forestale, e dormirono nelle aziende sperimentali della Regione Basilicata. Poi, nel 1983 al Formez, Titina organizzò una delle ultime memorabili lezioni del Professore sulle politiche per il Mezzogiorno, andò a prenderlo a Piazzetta Nilo, lui aveva passato la notte a scrivere appunti su un quadernetto, era una celebrità, aveva fatto la politica agraria del paese, ma si emozionava ancora a insegnare, temeva di non essere all’altezza, nell’intervallo telefonò al figlio Marco per dirgli che stava andando bene.

Dal castello medioevale di Guardia tutta la valle ai piedi del Taburno ci è davanti: ora il sole illumina l’onda delle colline, che sfuma progressivamente nel cinerino, tutta ricamata di vigneti, siepi, oliveti, piccoli boschi: luoghi che quanto a suggestione poco hanno da invidiare ai più celebrati paesaggi umbri o toscani, anche qui il mosaico dei campi è quello dei dipinti rinascimentali, con tutta la nobiltà di una storia di lunga durata. E anche qui, dietro la bellezza si cela la fatica, la lotta infinita con la precarietà. Il problema è che la terra è spezzettata, le aziende sono piccole, troppo piccole, un ettaro o meno. Negli anni ’50 si faticava davvero per campare, l’uva la compravano i commercianti che venivano dalla città, aspettavano che rimanesse sui cortili per giorni, e iniziasse a inacidire, per pagarla meno. Allora, nel 1960, la decisione di trentatré viticoltori di mettersi insieme, tirar su la cantina, e nacque la Guardiense. C’era da rischiare, la società era a responsabilità illimitata, si garantiva col poco che si aveva. Il papà di Titina, Rodolfo, era un uomo di 35 anni, benestante, con dieci ettari di terra: quando la ragazza gli chiese perché lo facesse, le rispose che il benessere non si difende ma si diffonde. Titina questa cosa non l’ha dimenticata, tutta la vita l’ha dedicata al Mezzogiorno, a un’idea di riscatto di queste terre al margine.

Oggi la Guardiense è una realtà importante della vinicoltura italiana, con circa mille soci, mille e cinquecento ettari di vigneto, tre milioni e mezzo di bottiglie l’anno, impianti tecnologici all’avanguardia e una passione per la sostenibilità: l’energia che serve per far funzionare la cantina viene dai pannelli solari; l’acqua è depurata, torna pulita al fiume, ed è tutto un modo di produrre stando leggeri sulla terra e sull’ecosistema.

I vini, poi, sono eccezionali. La falanghina “Janare” ha ricevuto nel 2015 i tre bicchieri del Gambero Rosso, per una bottiglia che porti a casa con quattro euro e mezzo, ed allora anche il valutatore ha dovuto dismettere ogni algido distacco, finendo per scrivere nella scheda del vino che il rapporto qualità/prezzo è “commovente”. Perché la Guardiense è una cantina sociale nel senso vero del termine, e la sfida di Riccardo Cotarella, l’enologo celebre che la segue da anni (è stato presidente del comitato scientifico del padiglione del vino ad EXPO 2015), è quello di consentire ad ogni famiglia di mettere in tavola con una spesa modica un grande vino, che come dice Gianni Mura, faccia sentire gli angeli cantare. Oltre alla falanghina c’è l’aglianico, il piedirosso, gli spumanti e i passiti, e il metodo è quello di un controllo completo del processo, il conoscere ad uno ad uno i mille vigneti della cooperativa, con la loro particolare combinazione di suolo, esposizione, microclima; di curare ogni grappolo nella maniera giusta, dal campo alla cantina. La vinificazione poi, avviene a basse temperature, così si tiene al minimo il bisolfito, mentre esplode la sinfonia degli aromi.

Il successo della Guardiense è stato quello di fare del mosaico spezzettato di piccoli vigneti, una macchina formidabile che produce qualità, ora apprezzata a scala mondiale. Nel far questo, il paesaggio rinascimentale della valle rinasce, anche se non mancano i problemi, perché pure qui, in questa che è la green belt della grande area metropolitana, l’urbanizzazione arriva, dopo aver consumato la pianura, con ritmi aggressivi, e nel vigneto è un fiorire di seconde case, ogni sindaco vuole il suo insediamento produttivo, il suo campo da golf. Una follia, perché sono i vigneti verdi l’industria e il motore di queste aree, e appare francamente inutile inseguire sogni già falliti altrove. E perché, alla fine, la collina è un sistema fragile, come ha ricordato l’alluvione terribile dello scorso ottobre, che ha spazzato come una furia il fondovalle e i primi versanti, sommergendo di fango vigneti, case e cantine. In questi paesaggi delicati, tutta la nostra energia dovrebbe essere rivolta alla manutenzione del territorio, alla cura dei suoli e delle acque, della fragile rete infrastrutturale, piuttosto che all’aumento dell’impermeabilizzazione, ma è una cosa dura da capire.

Ce la farà “l’osso” a conservare i suoi paesaggi storici, diventati nel frattempo macchine produttive formidabili? E’ difficile dirlo: i viticoltori della Guardiense indicano una strada differente, che è quella di riammagliare e restituire senso al mosaico delle terre, utilizzando le tecnologie più avanzate, e in questo modo creare conoscenza e lavoro, nella valle dei grandi vini, dove il sogno riformatore del Professore vive ancora.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 17 aprile 2016

Te ne accorgi dal paesaggio che cambia, che sei arrivato al finis terrae della Penisola, come l’ha raccontato di recente l’antropologo Giovanni Gugg: non sei più nel mosaico delle “terre murate” del pianoro di Sorrento; e non ancora sui terrazzamenti eroici della Costiera amalfitana, a precipizio sull’azzurro. Massa Lubrense è al passaggio tra questi due mondi, è fatta di colline di pietra arenaria e marna: una distesa dolce di oliveti, punteggiata di casali, una trentina, come nelle stampe di inizio Settecento, con le torri di avvistamento angioine e vicereali.

“Le Tore” – il toponimo antico che sta proprio per “colline” – è il nome dell’azienda di agricoltura e turismo di Vittoria Brancaccio, nel mezzo di questo favoloso paesaggio. Ci arrivo da Sant’Agata sui Due Golfi, prendendo la stradina che sale verso Pontone; Tex il labrador e Sofia, tenerissima terranova nera, vengono a salutarmi appena scendo dalla macchina. La masseria è antica, della metà del ‘700, Vittoria l’ha ristrutturata proprio com’era, facendo un mutuo e investendoci di suo, e la gestisce da vent’anni. Lei è minuta, colta, appassionata, i capelli di ragazza hanno fili d’argento; lavorava in una grande organizzazione agricola nazionale, poi ha mollato tutto d’improvviso, ed è venuta qua.

L’azienda è di otto ettari, per la maggior parte a oliveto, ma c’è anche un vigneto secolare, il meleto, l’orto biologico, lembi di pascolo e l’ombra scura delle querce. Produce un olio DOP di qualità superiore: Raffaele Sacchi, insigne maestro di extravergine della Federico II, ha scoperto coi suoi studi che la “minucciola”, la varietà tradizionale di olivo che qui si coltiva, sviluppa in questi suoli un particolare bouquet, con un terpene – il limonene –  che conferisce all’olio una fragranza di agrumi.

Trascorri una giornata con Vittoria, e capisci una volta per tutte che il paesaggio – che qui è il motore di tutto – non è una cartolina, ma un’immane fatica quotidiana. Conosce i suoi duemila olivi uno a uno, ce ne sono di giovani e di secolari, col tronco meravigliosamente contorto e scolpito, me li mostra come opere d’arte, ma lungi da lei l’idea di una conservazione tout court. Perché questi paesaggi continuino a vivere, c’è bisogno di innovazione intelligente, ed allora lei studia nuovi sistemi di allevamento e potatura che facilitino la raccolta delle olive, preservando la bellezza dei luoghi. Per il resto, è un lavoro senza fine, per curare l’orto, il frutteto, il bosco, e poi le pergole, i muri in pietra, le strade e i sentieri: in una parola, tutti gli ingranaggi minuti che compongono la grande macchina del paesaggio.

Poi c’è l’altra parte di lavoro, non meno impegnativa, che è l’accoglienza degli ospiti, nelle stanze fresche e ornate della casa: circa duemila presenze l’anno, da Pasqua a inizio novembre, per il 90% stranieri, inglesi, francesi scandinavi, che prenotano tutto via web. A colazione incontriamo una famiglia olandese, in tenuta da escursione, coi due figli ragazzini. La maggior parte arriva a piedi, vengono per camminare i sentieri della Penisola e della Costiera, ma anche per visitare le aree archeologiche, pochi sono qui solo per il mare. Cercano da noi il Mediterraneo, il nostro Mediterraneo, fatto di giardini millenari, di spazi aperti, di montagne terrazzate e colline che emergono improvvisamente dal mare. Determinante in tutte queste cose è stata la sinergia con Genius loci, l’agenzia per il turismo sostenibile fondata da Peter Hoogstaden, un visionario pianificatore olandese che si è innamorato delle nostre terre, e riesce con uno straordinario lavoro a condurci escursionisti da tutte le parti del mondo.

Dicevamo che il paesaggio è fatica, e Vittoria mi racconta quanto sia difficile reperire manodopera qualificata, ingaggiare maestranze che sappiano potare, che conoscano le tecniche tradizionali per ricostruire una pergola o un muro a secco. Giovani che siano magari disposti ad apprendere, a costruirsi su queste cose una professionalità e un futuro. Per lanciare un segnale, con Giulia e Antonella De Angelis del FAI, Vittoria ha organizzato per maggio prossimo un laboratorio pratico, una vera e propria “scuola di paesaggio”, per insegnare le tecniche tradizionali, che si terrà qui a Le Tore, e alla stupenda Baia di Ieranto.

Per il resto il problema, come accade in molti paesaggi storici della Campania, è che le aziende agricole della Penisola sono piccole e frammentate, tanto piccole che l’ISTAT rileva meno di un terzo di quelle esistenti; il resto è gestito da agricoltori invisibili, che sfuggono alle statistiche ufficiali, e che incontrano difficoltà insormontabili nell’accesso agli aiuti comunitari.

In queste condizioni, mantenere vivo il paesaggio è una missione impossibile, i costi sono troppo alti, le aziende si spengono una a una: secondo Vittoria, l’unica strada è quella di promuovere forme di gestione associata delle operazioni di manutenzione e potatura, unendo le forze anche per cose come l’assistenza tecnica, la trasformazione e la commercializzazione dei prodotti, la gestione dei flussi turistici. In questo modo diventerebbe anche più facile curare i poderi in abbandono, rimasti orfani di agricoltori. Insomma, bisognerebbe considerare la Penisola come un unico paesaggio-azienda, ma siamo molto lontani, le politiche pubbliche latitano, mentre l’urbanizzazione e i parcheggi interrati continuano a mangiarsi suoli e terrazzamenti, ed il bosco avanza sulle aree agricole abbandonate.

Nel racconto combattivo di Vittoria, alla fine, cogli come un senso di solitudine. Se è il paesaggio il nostro vero petrolio, è venuto il momento di passare da questi faticosi successi individuali a un gioco di squadra, ricordando che stiamo parlando di una nuova economia in grado di crescere e affermarsi nel mercato globale; ma anche di una grande opera d’arte collettiva, costruita nei secoli, che i turisti di tutto il mondo accorrono ancora ad ammirare; dell’espressione migliore, in definitiva, del vivere coordinato di una società.

 

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 16 aprile 2014

Ci sono alberi che cadono, nella piana campana, ma anche foreste che crescono, e il problema, come al solito, è che non fanno rumore. In mezzo al disordine della grande pianura, ci sono cose che funzionano, ed anche molto bene. Un esempio è a Parete, il piccolo comune con il quale termina a sud la provincia di Caserta. Ci arrivo una mattina fredda di inizio primavera, scendo dal viadotto dell’asse mediano, seguo a destra la provinciale che corre tra i campi, fino allo stabilimento della Cooperativa Sole. E’ un piccolo grande gioiello: 100 agricoltori associati, 200 addetti stagionali, per un fatturato che supera i 26 milioni. Grazie a questi numeri, e soprattutto a un volume di ottantamila quintali l’anno, la Cooperativa Sole è diventata azienda leader in Italia nella produzione della fragola.

La struttura è moderna, ordinata, potresti stare a Forlì o a Bolzano. Passo per il magazzino, vengo investito dal profumo buono della frutta, soprattutto devo stare attento a scansare il traffico dei muletti che movimentano le pedane con le prime fragole. Pietro Ciardiello è il direttore, mi riceve sulla porta dell’ufficio, gli ho chiesto per una volta di raccontarmi la storia dall’inizio. Pietro è agronomo, è nato a Parete, è in tutto figlio di questa terra, con un tratto normanno negli occhi chiari, e nel rigore assoluto che mette nel lavoro.

L’atto costitutivo della cooperativa è del novembre 1962, reca in calce le firme dei ventisei soci fondatori: un gruppo di agricoltori visionari, che già all’inizio della grande trasformazione, aveva compreso che le micro-aziende della piana campana, da sole non ce la potevano proprio fare: che stare insieme era il solo modo per affrontare la modernità e il cambiamento, per dotarsi di macchinari e mezzi tecnici avanzati; soprattutto, per stare sul mercato a schiena dritta, senza sottostare alle opacità e agli arbitrii dell’intermediazione.

Di lì è partita la storia, che nel racconto di Pietro si sviluppa come un missile a più stadi. Nei primi vent’anni la cooperativa lavora pomodori e percoche. Tutt’intorno, il paesaggio millenario della centuriazione cambia rapidamente: al posto dei cereali e dei filari alti di vita maritata, dove non arrivano la città e le infrastrutture, c’è adesso la maglia precisa delle ortive e dei frutteti industriali, la rete dell’irrigazione. All’inizio degli anni ’90 poi, il grande cambiamento, la scommessa di puntare su un prodotto nuovo, la fragola, ed allora il paesaggio cambia ancora, accanto ai frutteti compaiono i tunnel e le serre. Associata a questa, la scelta coraggiosa di sganciarsi una volta per tutte dal mercato locale, e di collegarsi stabilmente alla rete della grande distribuzione, con il risultato che i prodotti di Parete finiscono in prevalenza sulle mense esigenti del centro-nord e di mezz’Europa, più che su quelle nostrane

Ma la decisione cruciale, è quella di puntare tutto sulla qualità e il controllo dei processi produttivi. Da un ventennio la cooperativa è all’avanguardia nella lotta a malattie e parassiti con metodi biologici, spende ogni anno duecentocinquantamila euro per l’acquisto degli insetti utili, la chimica di fatto è abolita. C’è una squadra di agronomi che segue passo passo, in tutte le aziende associate, l’intero ciclo di coltivazione, con la tracciatura di ogni singola vaschetta di fragole, dal campo al banco del supermercato.

Ma Ciardiello non vuole parlare di queste cose. Si limita a dire che l’obiettivo della cooperativa è fare un prodotto sicuro, semplicemente buono. Perché secondo lui, alla fine, la qualità della fragola di Parete è merito del suolo, della terra vulcanica che il Padreterno ci ha regalato, piovuta quindicimila anni fa dai vulcani flegrei, che è poi realmente la più fertile dell’universo conosciuto.

In questo modo si torna, al di là delle complicazioni della tecnica, a una cosa semplice, che è il legame con la terra. Lo stesso legame che spinse quei ventisei agricoltori a mettersi insieme per coltivarla, migliorarla, custodirla, per costruirsi una prospettiva di vita.  Da questo punto di vista, i quattrocentocinquanta ettari che la cooperativa Sole coltiva attualmente, sono un presidio sicuro di economia, di sapienza tecnica e spirito civile. Come lo sono certamente anche gli altri centoquarantamila ettari di pianura agricola che ancora rimangono, che però vivrebbero assai meglio, più prosperi e sicuri, se quel modello venisse emulato e replicato.

Perché l’agricoltura della Campania rimane per molti aspetti un paradosso. A scala nazionale siamo nel gruppo delle regioni di testa per valore della produzione, pur avendo solo la metà della superficie agricola. Questo significa che le nostre terre, come quelle vulcaniche di Parete, hanno una produttività doppia rispetto al resto d’Italia. Campania felix è tutta qui, e immaginiamo allora cosa riusciremmo a fare, se solo ci organizzassimo meglio. Se cogliessimo pienamente il messaggio di quei ventisei agricoltori, che mezzo secolo fa, rischiando tutto, indicarono la strada, ancora tremendamente moderna, che è quella di lavorare insieme, di fare rete, sistema: di abitare questa terra come una foresta, anziché come alberi isolati.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 16 aprile 2016 con il titolo “Il paradiso delle fragole delizia le mense di mezza Europa

 

Antonio di Gennaro, 8 aprile 2016

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Sei ettari di frutteto, proprio vicino alla discarica ex RESIT, tristemente famosa, all’interno della cosiddetta “Area vasta” di Giugliano. In questo arboreto magnifico per anni Gaetano Vassallo, oggi collaboratore di giustizia, come accertato dalle indagini della Magistratura, ha scelleratamente interrato per anni fanghi industriali. Ed è proprio in quest’area simbolo, attualmente sottoposta a sequestro giudiziario, che il Commissariato di Governo per le bonifiche delle discariche di Giugliano e i ricercatori della Federico II stanno realizzando un importante progetto pilota, utilizzando tecniche di fitorisanamento, sarebbe a dire utilizzando le piante e i microrganismi per pulire i suoli.

Al posto delle tecniche ingegneristiche tradizionali, estremamente costose, e che per di più non consentono di proseguire con l’agricoltura, nel fondo di S. Giuseppiello si piantano alberi. Proprio oggi è stata completata l’operazione di messa a dimora di ventimila pioppi, che lavoreranno negli anni per ridurre la frazione biodisponibile dei metalli ora presenti nel suolo. La spesa: circa ottocentomila euro, al posto dei venti milioni che sarebbero serviti con le tecniche tradizionali. Con il vantaggio di conservare queste aree all’uso agricolo, di non consumare il suolo e il paesaggio rurale.

L’impianto del bosco è stato preceduto da un monitoraggio capillare, centimetro per centimetro, con tecniche innovative, delle effettive condizioni di contaminazione dei suoli. Sono state così prodotte mappe dettagliatissime, che raccontano lo stato di salute dei suoli sia in superficie che in profondità, per intervenire adeguatamente punto per punto, in funzione delle effettive condizioni di contaminazione.

Queste indagini hanno consentito di accertare una cosa importantissima: le particolari proprietà filtranti dei suoli vulcanici di S. Giuseppiello impediscono la migrazione verso il basso dei contaminanti, evitando che arrivino alle falde. Ad ogni modo, il grande bosco verde che oggi si è finito di impiantare verrà costantemente monitorato dai ricercatori della Federico II, per seguire l’evoluzione di tutti i parametri chimici e biologici.

Si tratta di un approccio estremamente interessante, perché potrà essere esteso agli altri siti della piana campana che hanno gli stessi problemi, con costi compatibili, mettendo in sicurezza e riqualificando il paesaggio. E’ questo un punto molto importante: a S. Giuseppiello non si sta solo recuperando la fertilità dei suoli. Si sta anche ricostruendo il paesaggio. Al posto di un sito degradato, c’è ora un bosco verde che testimonia l’azione concreta dei poteri pubblici per rimediare ai crimini e agli errori del passato.

L’area è un laboratorio verde all’aperto, ma diventerà presto anche un’aula, un luogo di informazione e divulgazione, per mostrare e raccontare ai ragazzi e ai cittadini cosa si può fare concretamente per curare e monitorare gli ecosistemi agricoli feriti, per ricreare condizioni di sicurezza e salubrità, per conservare le nostre terre che sono le più fertili al mondo.

Insomma, lì dove c’era il degrado e l’illegalità, c’è ora un nuovo bosco che cresce, una grande macchina verde, un laboratorio all’aperto, un presidio visibile di legalità e di impegno, un luogo di comunicazione e informazione scientifica. Una strada da seguire, un esempio di come sia possibile finalmente passare dalla denuncia ai fatti, agli interventi concreti per recuperare il nostro territorio, il nostro paesaggio.

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