102339110-38299ae1-955a-454e-941b-be28280b2d3a

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 3 aprile 2018

Mariachiara De Luca mi fa strada tra gli ulivi, sotto il Casale medievale di Posillipo, le scarpe si inzuppano nel prato freddo di rugiada, è un tappeto di fiori gialli di acetosella, Capri ci è davanti, tra schegge infinite di luce. Traversando il borgo, fuori un uscio a pianterreno, ci sono le reti di Totonno ad asciugare, tra il mare e la campagna che ti avvolgono, proprio non capisci se è un villaggio agricolo, o di pescatori.

La chiesa è del ‘200, la leggenda dice fu costruita coi soldi di tre greci, se li erano guadagnati facendo i saltimbanchi in città, e la dedicarono a Santo Strato, arrivato assieme a loro da lontano. Tutt’intorno al Casale la campagna c’è ancora.

A Posillipo il verde è tanto, ed è verde agricolo più che di giardini. Mariachiara, il suo, se l’è dovuto riconquistare, dopo che gli equilibri e le regole che per dieci secoli avevano retto la campagna, erano saltati d’improvviso, una ventina di anni fa, con la riforma dei patti agrari, e la decadenza dei contratti storici di colonìa, basati sulla divisione dei prodotti tra il coltivatore e la proprietà.

«Vincenzo era il nostro colono da sempre», racconta Mariachiara. «La sua famiglia era con i De Luca da generazioni. Alla scadenza della colonìa, gli è rimasta la casa, ha continuato a curare la terra, fin quasi ai novant’anni, fino a che le forze lo hanno sostenuto. Dopo, inesorabile è iniziato il declino.

L’oliveto dove ci troviamo, proprio sotto Santo Strato, prima era un frutteto, in pochi anni s’è trasformato in una boscaglia inaccessibile. Non potevo pensarci, ci stavo male. Facevo la commercialista, e mi sembrava assieme ai luoghi di perdere la memoria di una vita, di me bambina, le giornate infinite che seguivo Vincenzo nei lavori, a raccogliere il fascio di fiori per la casa».

Mariachiara non ci sta. Lascia il lavoro, dice alla famiglia che si dedicherà al recupero della campagna, e non rimane certo a guardare, perché è lei alla fine a salire sul trattore. «La mattina che abbiamo iniziato a ripulire, togliere i rovi, disboscare, i vicini hanno chiamato la polizia municipale, pensavano fosse l’inizio di un abuso. Sotto i rovi abbiamo trovato i telai di una quindicina di motorini, addirittura era sorta una specie di casupola».

Quindi, con Fabrizio Cembalo, l’agronomo che l’assiste nell’impresa, e il cugino Alberto, la decisione più impegnativa, il disegno della nuova azienda, la scelta delle colture da reimpiantare. Gli antichi albicocchi non è il caso, c’è l’Aromia bungii, un coleottero venuto da poco dal Giappone, che li sta attaccando tutti, la grossa larva scava l’interno del tronco e porta a consunzione la pianta. Per la vite – Posillipo è stata per secoli terra di vino – occorre troppa manodopera, e una tecnica agricola difficile da attuare nel mezzo della città. La scelta cade sull’olivo, da tre millenni l’albero mediterraneo per eccellenza, ma che nel paesaggio rurale del promontorio rappresenta una novità.

«È una decisione molto interessante», mi dice Raffaele Sacchi, docente della Federico II, tra i più grandi esperti internazionali d’olio extravergine. «L’olivo è un albero adatto alle nostre città, è possibile coltivarlo con metodi biologici, le querce e le siepi di Posillipo sono l’habitat ideale per gli insetti utili, nemici della mosca che rovina le olive. Il terroir di Posillipo, la combinazione unica di suolo e clima, è senza dubbio la premessa per un olio di elevata qualità, e la coltivazione dell’olivo è comunque in espansione in tutta l’area metropolitana, quindi non solo la Penisola – luogo elettivo di produzione – ma il Vesuvio, i Campi Flegrei, e persino l’isola azzurra, dove Gianfranco D’Amato è riuscito a lanciare la produzione del suo “Oro di Capri”.

Insomma, secondo Raffaele, l’olivo è albero multifunzionale per eccellenza, produce un alimento nobile, che è alla base della dieta mediterranea, ma oltre a questo protegge il suolo, aiuta la biodiversità, e crea tutto un paesaggio, insomma è un grande alleato per migliorare l’ambiente urbano e tenere vivo il territorio rurale, a cominciare da Posillipo.

Le previsioni di Raffaele Sacchi si stanno avverando, l’Olio di Posillipo che Mariachiara ha iniziato a produrre, ha avuto giudizi eccellenti nelle prove di degustazione, insomma, l’inizio è incoraggiante. Certo, le difficoltà non mancano, per molire le olive Mariachiara deve rivolgersi a frantoi lontani, addirittura fuori provincia, lei personalmente segue il carico delle olive sui camion, non le abbandona fino a che il fiotto verde e profumato cola nelle lattine, poi le riporta a casa. Occorrerebbe un frantoio vicino, ma per realizzarne uno serio bisogna mettere insieme almeno 50-60 ettari di oliveto, ed è per questo che Mariachiara sta ora lavorando per creare una rete, mettere insieme i fondi rurali di Posillipo, convincere le famiglie ad assicurare a questi preziosi paesaggi una prospettiva di cura e di gestione certa, e un nuovo futuro.

«Da piccola pensavo che la campagna si mantenesse bella da sola, solo dopo ho capito che il paesaggio è un lavoro e una responsabilità». D’accordo con Mariachiara è Massimo Visone, studioso di storia del paesaggio del Dipartimento di Architettura.

«Quello che non riusciamo a capire è che il paesaggio di Posillipo è una macchina sofisticatissima, dove i monumenti non sono solo i borghi, le ville storiche e le chiese, ma ogni terrazzo agricolo, ogni muro di contenimento, ogni percorso storico, ogni fosso di scolo, che sono così da quando li ha dipinti Giovan Battista Lusieri, da quando appaiono meticolosamente cartografati nella mappa del Duca di Noja di fine Settecento, che ora è consultabile on line sul sito della Biblioteca nazionale, e il Casale e l’arboreto di Mariachiara li riconosci meglio che su Google Earth».

Certo Massimo ha qualche perplessità sull’olivo a Posillipo, in città l’oliveto era una prerogativa dei monaci, come intorno alla Certosa di San Martino, mentre il paesaggio del promontorio è storicamente legato ai frutteti e alle vigne.

È anche vero che gli agrumi in Penisola si sono affermati solo nell’800, e i paesaggi storici vivono anche di fratture che poi diventano tradizione, ma la questione che pone Massimo è stimolante, su quale equilibrio si debba trovare tra innovazione e mantenimento dei caratteri identitari, assicurando comunque ai paesaggi una possibilità di gestione attiva, e un aggancio con nuove economie.

Ora Mariachiara, Alberto e Fabrizio stanno lavorando per un nuovo patto, una nuova agricoltura di qualità a Posillipo, a partire dall’olio extravergine.
Certo, perché questo avvenga è necessario che le famiglie e gli abitanti del promontorio si rimettano in gioco, facciano squadra, per garantire la vita di un paesaggio di rilievo mondiale, che altrimenti non ha futuro, mettendo da parte un istinto che pure c’è all’isolamento, la riluttanza a connettersi col resto della città, l’idea che la campagna si mantenga bella da sola, senza investimenti.

«All’origine di tutto», conclude Mariachiara, «c’è un dovere nei confronti dei miei figli e dei miei concittadini. Se non mi fossi decisa avrei assistito allo sgretolamento di quanto ho di più caro. Certo, la mia vita è cambiata. Ora la fatica è convincere anche altri, che l’agricoltura e la coltivazione della bellezza sono un lavoro che può dare nuove soddisfazioni, anche economiche, che vale proprio la pena di affrontare».

L’articolo sul sito di Repubblica Napoli

Antonio di Gennaro, 16 gennaio 2018

1

 Poi c’è la storia del bosco che salvò una scuola, in mezzo alle campagne di Licola, e dei giovani reporter, con la loro professoressa Loredana; di un pugno di ricercatori che voleva capire se la terra era veramente perduta; e di un funzionario pubblico che ci credeva, e il bosco lo piantò davvero, per curare i suoli che erano feriti.

La “Don Salvatore Vitale”, è la scuola media di Licola, in via Madonna del Pantano, in mezzo ai polders bonificati negli anni ’30, una campagna verde strepitosa di canali, macchie ombrose di bosco e canneti, che sembrano i paesaggi del “Cucciolo” della Rawlings. La scuola è un piccolo campus ordinato, di palazzine basse color zolfo, uno dei pochi pezzi di Stato nella città dispersa del litorale; qui si spengono i fasti balneari della marina di Varcaturo, con la selva anarchica di insegne e villette, resta solo il frinire delle cicale.

Siamo a Giugliano, il comune diventato in meno di un trentennio, senza che alcun piano lo prevedesse, la terza città della Campania, la trentatreesima d’Italia; stando al rapporto sull’infanzia di Save the Children, una delle città più giovani del paese. Nella primavera 2014 il comune è commissariato, la rimozione dei rifiuti va in tilt, e via Madonna del Pantano diventa uno sversatorio. Ai bordi della strada di campagna, i cumuli di immondizia ogni giorno prendono fuoco, assieme agli alberi e gli sterpi, il fumo ammorba l’aria, invade le classi. Per protesta le famiglie ritirano i ragazzi, per una settimana la scuola resta deserta, poi l’emergenza in qualche modo rientra, ma la ferita rimane. Nel frattempo va in onda l’intervista di Carmine Schiavone a SkyTg24, il racconto di una terra avvelenata, la gente ora ha davvero paura, c’è tensione e rabbia, fare scuola qui è diventata una cosa davvero difficile.

Loredana Moio insegna lettere alla Vitale, è una di quelle donne serie e appassionate, che nella scuola pubblica credono ancora. E’ avvilita, non sa che fare, poi le viene un’idea. Orientarsi nel flusso impazzito di informazioni è difficile per un adulto, figurarsi per un adolescente o un bambino: senza una qualche comprensione, rimane solo la paura che paralizza, la manipolazione facile, la nevrosi. Per quanto difficile e faticoso, è necessario aiutare i ragazzi a ragionare, a sottoporre le notizie a un esame critico, e la strada che Loredana sceglie è quella del giornalismo, l’inchiesta sul campo: parte così il progetto “Giovani reporter”, Loredana lo presenta alla dirigente scolastica, che la incoraggia ad andare avanti. Così, i maggiori esperti in materia ambientale vengono invitati alla Don Salvatore Vitale, si sottopongono alle interviste scrupolose dei ragazzi, che poi scrivono in gruppo gli articoli, e montano i servizi filmati per You Tube.

4

Un incontro in particolare lascia il segno, è quello con l’agronomo Massimo Fagnano, docente alla Federico II, che dirige un progetto di ricerca europeo per fare il check-up della pianura campana, e capire se veramente la terra è ammalata. “Quello che ha colpito i ragazzi” mi dice Loredana “è la franchezza che Massimo ha avuto sin dal primo momento, precisando che lui avrebbe parlato solo delle cose che conosce, cioè di agricoltura. Esortando i ragazzi a pretendere da ciascuno le risposte giuste, perché sulla Terra dei fuochi tutti si improvvisano esperti, soprattutto di cose che non sanno, con i sacerdoti che parlano di salute e di prodotti agricoli, i medici di contaminazione dei suoli, gli scrittori un po’ di tutto.”

3

Massimo spiega ai ragazzi che i risultati del progetto, al quale lavorano un’ottantina di ricercatori, dicono che gli ecosistemi agricoli sono a posto, i prodotti agricoli, anche quelli delle campagne di Licola, sono sicuri; che è necessario profondere ogni energia nel combattere i roghi, mettere in sicurezza le discariche, ma la terra è sana, nonostante le speculazioni, le offese e la sciatteria. Insomma, i timori e le preoccupazioni vanno incanalati verso gli obiettivi giusti, ma non bisogna aver paura di tutto.

Per i suoli agricoli poi, che effettivamente i criminali hanno sporcato – una trentina di ettari accertati sino ad ora – il progetto europeo propone l’impiego di piante e microrganismi per risanare e fare pulizia. Insomma, al posto di bonifiche costose, la soluzione è quella di piantare nuovi boschi, il primo sta crescendo proprio a Giugliano, vicino alla discarica Resit, a pochi chilometri dalla scuola San Salvatore Vitale, i giovani reporter sono invitati.

Ci sono anch’io il giorno della visita, ed è una cosa emozionante. I ragazzi arrivano in pullman, a fare gli onori di casa, assieme a Massimo e ai sui colleghi, c’e Mario De Biase, commissario alle bonifiche delle discariche di Giugliano. Mario è figlio di agricoltori, il padre coltivava ciliegi tra Marano e Carinola. E’ stato il primo, nel 2011, in largo anticipo sulla grande paura, a far analizzare dall’Istituto Superiore di Sanità le pesche, le fragole, i friarielli e gli altri prodotti coltivati nell’area attorno alle discariche. Nel report dell’Istituto superiore risultò chiaramente che nessun campione risultava fuori norma o contaminato, fu pubblicato anche in rete, ma nessuno volle crederci.

2

C’è però un podere, in località San Giuseppiello, dove i camorristi, a cavallo degli anni ’90, sversarono fanghi di conceria provenienti dalla Toscana, sei ettari stupendi di frutteto, che sono ora sporchi di zinco, cromo e idrocarburi. Mario ha saputo del progetto europeo, vuole curare i suoli oltraggiati  impiegando i nuovi metodi. “Le tecniche tradizionali di bonifica, finiscono col distruggere il suolo agricolo, che viene scavato e portato via, oppure sigillato sotto un lastrone di cemento, come è successo all’Expo di Milano. E poi costano molto, e sono soldi che in questo momento lo Stato non ha. Ad ogni modo, la fertilità è persa per sempre, il risultato, alla fine, è l’urbanizzazione. Parliamo tanto di consumo di suolo, poi non facciamo niente per evitarlo”.

Detto fatto. Al posto del frutteto, i ricercatori dell’università, dopo aver analizzato il suolo palmo a palmo, impiantano a San Giuseppiello una fabbrica verde, fatta di ventimila pioppi, assieme ad erbe e microrganismi, che lavora instancabilmente a ripulire la terra, e tenere in sicurezza il sito. Durante tutto il processo, l’intero ecosistema è monitorato, in un esperimento a cielo aperto su un’area grande come dieci campi di calcio.

Ora i giovani reporter camminano tra i filari del pioppeto, è una mattina di sole, hanno preparato per Massimo e Mario una raffica serrata di domande, vogliono sapere come funziona, quali sono gli obiettivi e le difficoltà, filmano e registrano tutto, nell’intrico di foglie lucenti che tremano nel vento. “I ragazzi” mi dice Loredana “hanno il diritto sacrosanto di capire, altrimenti rimarranno disadattati a vita. Questo bosco è per loro l’esempio che i problemi ci sono, ma possono essere compresi e affrontati. Il lavoro da fare ora è con le famiglie, i genitori, che ancora incontrano difficoltà ad orientarsi, a recuperare un rapporto col territorio, a capire cosa è giusto fare”.

Dovremmo tutti, prima o poi, visitare il bosco nuovo di San Giuseppiello, un’area verde che non sarà espressione della grande storia, come Capodimonte o i Camaldoli, ma della cronaca amara dei nostri anni difficili. Dovremmo visitarlo prima o poi questo parco di sei ettari dove, mentre i suoli si rigenerano, un piccolo miracolo è comunque già avvenuto, con il paesaggio che ritorna al posto dello squallore, lo Stato si riappropria di un pezzo di territorio, i ragazzi della loro scuola, una terra impaurita sceglie di guardarsi in faccia, e riprendere finalmente il cammino.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 2 febbraio 2018

Stando ai dati del ministero per i Beni culturali, la Campania è risultata nel 2017 seconda solo alla Toscana per numero di visitatori dei musei e dei siti monumentali. Eppure, scorrendo la graduatoria dei siti regionali che hanno contribuito al successo, si scoprono presenze inattese e storie da raccontare.

Dopo le superstar – Pompei, Ercolano, Reggia di Caserta, Museo Archeologico, Paestum, Capodimonte – a sorpresa compaiono infatti in classifica le Grotte di Pertosa-Auletta, con 61mila visitatori paganti, con una crescita del 30% negli ultimi due anni, ed è un po’ come il Leichester che vince il campionato inglese, la matricola che a sorpresa entra con autorevolezza nel giro delle grandi.
I motivi di curiosità sono molteplici, a partire dal fatto che il sito di Pertosa-Auletta è tra i primi in graduatoria a non avere alle spalle una gestione statale.

Qui non troviamo il ministero e la soprintendenza, e neppure investimenti milionari, ma due piccole comunità, poco più di tremila persone in tutto: due minuscoli centri alle spalle degli Alburni, tra un mare di olivi e boschi, nel paesaggio ordinato di quella terra di mezzo che è il Cilento interno, tra la Campania e la Basilicata. Auletta e Pertosa hanno saggiamente deciso di non farsi la guerra, e gestiscono insieme le grotte, attraverso una fondazione che si chiama Mida (Musei integrati dell’ambiente), nata nel 2004, che ha tra i soci fondatori, oltre ai due comuni, la Provincia di Salerno e la Regione. Quello di Pertosa-Auletta è quindi un modello di gestione dei beni culturali e ambientali “dal basso”, diverso e complementare rispetto a quello “ministeriale” dei siti più blasonati.

L’altro motivo di interesse è che dietro il successo non ci sono solo le grotte, ma tutto un sistema di musei, e una rete di attività di promozione e ricerca, che hanno trasformato l’intero paesaggio dei due comuni in un grande museo del territorio, e fatto della fondazione Mida una delle principali aziende culturali della Campania.

Di queste cose parlo con Francescantonio D’Orilia, il presidente della fondazione, passeggiando il lungo fiume, un corridoio ombroso di alberi, davanti all’ultima creatura Mida, il Museo del suolo di Pertosa. Franco è una delle persone che queste cose ha cominciato a immaginarle e vederle una quarantina d’anni fa, da ragazzo con la cooperativa “Carlo Levi” già lavorava per il riscatto di queste terre, ha vissuto le ultime lotte contadine degli anni ‘70, poi il terremoto del 1980, che poteva essere la fine di tutto, e invece è stato l’inizio.
«Fu allora che capimmo che bisognava giocare d’attacco, smetterla di piangerci addosso, e costruire un presidio attivo delle nostre terre. La chiave che individuammo è quella della conoscenza: per contrastare il declino e lo spopolamento, e cambiare l’inerzia delle cose, dovevamo studiare gli equilibri che il terremoto aveva sconvolto – economici, agricoli, insediativi, sociali. E soprattutto essere consapevoli del capitale naturale sul quale potevano contare. Non solo le grotte quindi, ma l’archeologia, l’agricoltura, il paesaggio. Dovevamo andare oltre la visita rapida delle scolaresche e dei turisti di paesaggio. È così che abbiamo scoperto, anzi ri-scoperto molte cose fondamentali. A Pertosa-Auletta c’è un raro esempio di cultura palafitticola in grotta, che risale all’età del bronzo, 1500 anni prima di Cristo. Le palafitte, sommerse dall’acqua del fiume che scorre lungo i tre chilometri di caverne, si sono miracolosamente conservate fino ad oggi. La scoperta è di fine ‘800, ma gli studi più recenti hanno accertato che le grotte sono state frequentate come luoghi di culto in età greco-romana, fino al medioevo, quando erano dedicate all’Arcangelo Michele».

I reperti archeologici che raccontano questa storia lunga tremila anni sono conservati nei musei di Napoli, Salerno e Roma, ma la fondazione Mida ha pensato che occorresse allestire qui, sul territorio, un luogo per raccontarla, e così è nato il Museo speleo-archeologico, un edificio di architettura moderna ben inserito nel contesto, la piazza di Pertosa bella e aggraziata, con le facciate del centro storico dipinte di suggestivi colori pastello. Nelle sale del museo, le ricostruzioni accurate della vita quotidiana di quei nostri lontani progenitori.

L’ultima realizzazione, sempre a Pertosa, è il Museo del suolo, il primo in Italia, uno dei pochi al mondo con quelli di Wageningen e Washington. L’ha pensato la direttrice scientifica della Fondazione, la professoressa Mariana Amato dell’Università della Basilicata. «La nostra idea», mi dice Mariana, «è che le grotte, con la loro suggestione e bellezza, sono il nostro primo museo, perché è proprio in questo mondo segreto, che puoi veramente capire come le acque le rocce e la terra lavorano per dare vita ai paesaggi visibili, quelli nei quali viviamo, e che ricadono sotto la nostra percezione». Il Museo del suolo si è rivelato subito un successo, con più di diecimila visitatori nell’ultimo anno e mezzo.

All’interno sono esposti monoliti dei più importanti suoli della Campania, con presentazioni multimediali che spiegano i meccanismi della fertilità e della produzione agricola, ma anche i processi di autodepurazione, che fanno del suolo il principale filtro dell’ecosistema, a protezione della nostra salute.

Sempre in tema di agricoltura, la fondazione Mida ha realizzato un questi anni un progetto di ricerca per salvare la preziosa varietà locale di carciofo, il bianco di Pertosa, tradizionalmente coltivato sui terrazzi fertili lungo il Tanagro, che rischiava di scomparire, insieme agli agricoltori e ai paesaggi agrari tradizionali. Ora è nato un presidio Slow Food, i ricercatori dell’Università di Salerno hanno studiato le particolari proprietà di questa pianta, e l’antico carciofo ha riportato un buon successo all’ultimo Terra Madre di Torino.

«Quello che è chiaro», mi spiega D’Orilia «è che tutte queste attività non possono reggersi sul volontariato. La Fondazione ha quindici dipendenti, giovani del luogo, che hanno dovuto studiare e migliorarsi per costruire una loro professionalità, ed ora fanno le guide ai musei e alle grotte, conoscono le lingue, si occupano della promozione, dei rapporti con gli enti di ricerca e con la stampa, dell’accoglienza ai dei turisti. C’è poi una rete di collaboratori esterni, docenti universitari, giornalisti, economisti, che ci aiutano a ideare e promuovere i progetti di ricerca. Tutto questo lavoro evidentemente deve essere remunerato, e noi ci riusciamo con la vendita dei biglietti, 604mila euro nel 2017, stando alle tabelle del ministero è un incasso superiore a quello del Museo di Capodimonte.
L’introito medio è di 10 euro, e per giustificare questo esborso dobbiamo garantire una qualità elevata, e rinnovare continuamente l’offerta. Quindi, non solo le grotte, ma i musei, le gite in canoa sul Tanagro e il rafting per i più ardimentosi, i laboratori didattici per le scuole, ma anche la sagra del carciofo. Dobbiamo invogliare i nostri visitatori a programmare una permanenza più lunga, che comprenda magari anche la visita agli altri gioielli del Cilento, come la Certosa di Padula o il centro storico di Teggiano».

Assistiamo così al ripetersi, in questo paesaggio integro e appartato, a un’ora appena di autostrada dalla città, di un modello di rinascita del territorio, assai simile a quello che sta restituendo speranza ai quartieri storici di Napoli, a partire dalla Sanità, e colpiscono soprattutto le similitudini: il puntare sui giovani, la conoscenza e la formazione; sulla sostenibilità economica di esperienze che devono essere in grado di reggersi da sole, al di là dei finanziamenti pubblici. Sono i semi di una nuova economia cooperativa, dal basso, e la scommessa è ora quella di passare da una graduatoria arida di siti e musei, per quanto lusinghiera, a un sistema, una rete di territori che tenga finalmente insieme tutte queste cose.

Ugo Leone, Repubblica Napoli 31 gennaio 2018

Quella in atto si potrebbe chiamare la lezione del Vesuvio. Della montagna. Del vulcano che quelli un po’ più attenti alla sua presenza guardano con attenzione quando non con timore. Quello che Renato Fucini ha definito “ il grande delinquente dalle bellissime forme che tutti ammirano perché è feroce, che tutti amano perché è bello”.Giusto quattro mesi fa se ne era già accorto Antonio Di Gennaro (“ La natura rifiorisce sul Vesuvio”) osservando che cosa vi era restato dopo i disastrosi incendi dell’estate. E scriveva il 15 settembre, dopo averne parlato con Antonello Migliozzi del Laboratorio di ecologia applicata della Federico II, che “ pochi giorni dopo il grande incendio le querce e le ginestre hanno ripreso a ricacciare, piccole mani verdi si distendono nuovamente nello spazio senza vita, l’ecosistema vulcanico ha già ripreso il suo corso”.
E quel corso l’ha effettivamente ripreso come si può vedere anche da lontano. Segno che il vulcano non è un grande delinquente. Al contrario si riprende dopo aver subito ogni tipo di delinquenze. Peraltro in aggiunta a quelle che di suo è in grado di manifestare.
E mi fa pensare ad un possibile confronto, sia pure a scala e per situazioni appena un po’ confrontabili, tra gli incendi e la distruzione estiva e il paventato rischio di una sesta estinzione che incomberebbe sull’umanità a causa dei forti mutamenti climatici.
Questa nostra estinzione verrebbe dopo quella che 65 milioni di anni fa portò all’estinzione dei dinosauri.
Ma quello che è importante sapere proprio con riguardo al Vesuvio e alla sua lezione, è che dopo ogni estinzione, c’è stato quello che l’etologo Danilo Mainardi definiva un “rigoglio evolutivo” favorito dalla scomparsa della causa che le aveva prodotte. Di più, Enrico Alleva presidente della Federazione di scienze naturali e ambientali, nota che “quando gli uomini abbandonano zone coltivate, lasciano agli animali un’esplosione di risorse”.
“Le viti o gli alberi da frutto producono certo di meno senza la cura degli agricoltori, ma lasciano i loro prodotti agli animali. Uccelli e roditori se ne nutrono, favorendo così i serpenti che sfamano a loro volta i rapaci”. Insomma “quando l’uomo va via, il bosco si espande. Gli scoiattoli sotterrano le ghiande e poi le dimenticano”.
“Idem fanno le ghiandaie. Gli alberi crescono, a meno che il capriolo con i suoi denti a scalpello non li mangi da piccolo. E anche altre specie come lupi e cinghiali aumentano di numero”.
Ecco, sia pure in misura diversa e, fortunatamente, senza la proliferazione di specie come lupi e cinghiali, e senza i danni del capriolo, è quanto sta avvenendo sul Vesuvio. Dopo i roghi estivi e l’inevitabile allontanamento di esseri umani le piante hanno “ ripreso a cacciare”; i roditori sono ricomparsi e persino s’ode augelli far festa.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 31 gennaio 2018

Come sta l’agricoltura della Campania dopo la tempesta perfetta della Terra dei fuochi? L’economia della regione cresce più che nel resto d’Italia (+3,2% nel 2017), e la domanda allora è quanto le produzioni della terra contribuiscano a questo risultato, se il motore di Campania felix ha ripreso finalmente a girare. “Repubblica” lo ha chiesto a Vincenzo Sequino, che dirige da anni la sezione campana dell’Istituto nazionale di economia agraria, e di queste cose è autorevole e attento osservatore.

Il ritratto dell’agricoltura regionale fatto da Sequino è per molti aspetti inatteso, lontano dagli stereotipi della comunicazione strillata degli ultimi anni. Nel suo racconto, la crisi della Terra dei fuochi non ha colpito tutti i produttori indistintamente, ma i più piccoli e i più deboli, minacciando l’integrità sociale e territoriale della nostra agricoltura, prima che quella economica. Per quanto riguarda il futuro poi, la Campania, se vuole lasciarsi veramente alle spalle gli anni difficili, ha bisogno di politiche agricole molto diverse da quelle sperimentate sinora.

La prima domanda, naturalmente, è quanto ci è costata Terra dei fuochi, quanto ha pesato sull’economia della Campania.

«Il rapporto che l’Inea (che da poco ha un nuovo nome, ora si chiama Crea) ha redatto per il governo lo dice con chiarezza: a pagare sono stati i piccoli produttori, che sono una componente non secondaria del nostro sistema agricolo. Le aziende più grandi, quelle che hanno potuto permettersi le certificazioni, non hanno sofferto cali di fatturato. Anzi, l’export è addirittura un po’ aumentato. Il piccolo produttore invece ha dovuto svendere verdura e frutta di alta qualità con ribassi fino al 75%, e in forma anonima, con i nostri prodotti che sono stati etichettati con provenienze diverse dalla Campania. Molti agricoltori, anche giovani da poco entrati in attività, sono falliti, le terre sono in abbandono, in mano alla speculazione fondiaria. Il disastro territoriale e sociale si unisce a quello economico e per certi versi preoccupa di più».

E adesso?

«Le statistiche vanno lette con attenzione, perché l’agricoltura è un settore strutturalmente “anticiclico”, funziona un po’ come un ammortizzatore: va meglio quando il resto dell’economia va male, ed ha invece risultati meno esaltanti quando le cose vanno bene. È quello che è successo negli anni scorsi e sta succedendo ora. Quando c’era recessione l’agricoltura era l’unico settore non in rosso. Ora che l’economia è ripartita i dati, ad esempio quelli Svimez, dicono invece che l’agricoltura è l’unico settore in flessione, mentre tutti gli altri crescono. Ma qui ha ancora ragione Manlio Rossi-Doria, le cose dell’agricoltura vanno valutate su tempi diversi, mantenendo il passo “dei cavalli dal fiato lungo”».

Se i dati congiunturali non ci indicano la direzione, a cosa dobbiamo guardare allora?

«Bisogna capire innanzitutto qual è il ruolo dell’agricoltura in un’economia moderna, post-industriale. In apparenza, il contributo del settore primario al Pil, il prodotto interno lordo, è molto piccolo, intorno al 2,6%. L’agricoltura sembrerebbe una voce assolutamente marginale » .

Ed invece?

«Il Pil agroalimentare è come un missile a più stadi. Se a questo valore aggiungiamo quello dell’industria di trasformazione raddoppiamo, e arriviamo al 5%. Dobbiamo poi considerare la distribuzione commerciale, ed allora triplichiamo, e siamo al 16%. Manca ancora una quota, quella legata alla ristorazione, al turismo eno-gastronomico e culturale e al paesaggio. In questo modo possiamo arrivare intorno al 20%, vale a dire un quinto del Pil, che non è poco».

Perché il Pil agroalimentare è così importante?

«Perché è la parte del prodotto interno lordo che è più legata al territorio, quella che in tempi di globalizzazione è più difficile copiare e replicare altrove. Insomma, si tratta del pezzo di economia – pensiamo alla mozzarella di bufala, ai grandi vini campani, al San Marzano e agli agrumi della Penisola e della Costiera – che, se sei bravo, nessuno può portarti via. È una parte importante del tuo brand, della tua capacità di imporre la tua cultura, il tuo stile di vita, di quello che il politologo americano Nye ha chiamato “soft power”. Per una regione come la Campania, seconda solo alla Toscana per numero di visitatori dei musei, si tratta di una risorsa importante. Nella piana del Sele noi già assistiamo a questa integrazione tra agroalimentare, cultura e turismo, per merito di imprenditori e amministratori che hanno intuito queste possibilità e ci hanno creduto. È un modello da comprendere, e da riproporre. Certo poi, a mettere insieme il restante 80% del Pil della regione devono pensare l’industria, le manifatture e i servizi. Chi propone un futuro per il Mezzogiorno fatto solo di agricoltura e turismo, sta raccontando fesserie. Ma c’è dell’altro…».

A cosa si riferisce?

«Gli agricoltori sono relativamente pochi, solo il 6% circa degli occupati, ma fanno un lavoro importante: tengono in ordine il 90% del territorio regionale, che non è fatto di città ma di coltivi, pascoli e boschi. Sono loro che provvedono ogni giorno alla cura del paesaggio, e alla prima difesa dei suoli. Tutto questo ha un nome, si chiama “multifunzionalità”, ma nessuno paga gli agricoltori per il loro lavoro, gli aiuti comunitari servono anche a questo».

Quale politica occorre allora per realizzare queste cose?

«La domanda va declinata al plurale, perché non esiste un’agricoltura della Campania: abbiamo ormai una molteplicità di territori – pensiamo alla piana del Sele, al Cilento, la pianura Campana, la valle Telesina, le terre del Garigliano e del Roccamofina, gli altopiani del Fortore – ciascuno dei quali ha un suo sistema produttivo, le sue filiere, i suoi prodotti di qualità. Ciascuno ha le sue esigenze, e non basta una politica sola. Anche qui dobbiamo tornare a Rossi-Doria e al suo slogan “a realtà diverse politiche diverse”. Anche il nostro modo di usare i fondi comunitari deve cambiare profondamente».

In che senso?

«Ci è mancata una strategia. Abbiamo pensato che i regolamenti comunitari ci fornissero loro una strategia, e invece sono solo la cassetta degli attrezzi per fabbricarcene una, che sia solo nostra. Li abbiamo recepiti troppo passivamente, in maniera poco selettiva. È venuto il momento di capire prima chi siamo e di cosa abbiamo bisogno, e poi usare gli attrezzi che veramente servono, nel posto giusto. Ci serve un po’ più di consapevolezza, e di personalità».

È un programma estremamente impegnativo.

«L’importante è iniziare, decidere quale agricoltura immaginiamo tra vent’anni: se veramente desideriamo un tessuto di aziende più grandi e solide, accostandoci alla media europea; agricoltori più giovani e preparati; un sistema di ricerca e assistenza tecnica che promuova innovazione e renda i nostri prodotti più competitivi sul mercato globale. Un territorio e un paesaggio finalmente più curato e ordinato. Su tutte queste cose dobbiamo assegnarci un programma, e lavorarci con pazienza, senza cambiare direzione ogni volta. I cavalli dal fiato lungo di Rossi-Doria servono ancora», conclude Vincenzo Sequino.

Il sindaco di Orta di Atella condannato a 8 anni di carcere. L’urbanistica e il territorio di un paese erano in mano ai clan. Una situazione descritta analiticamente da Agostino Di Lorenzo sul numero 73/74 della rivista di scienze sociali “Meridiana” “ECOCAMORRE “. L’articolo di Agostino era titolato: L’anticittà della camorra: la condizione disurbana della provincia di Napoli. Conviene andare a rileggerselo. Ancora prima, Antonio D’Agostino aveva denunciato proprio il malaffare di Orta d’Atella, organizzando un incontro di denuncia con le Assise di Palazzo Marigliano. Adesso, le notizie sul processo al sindaco di Orta di Atella riportate da Repubblica Napoli l’11 gennaio scorso confermano che non si trattava di elucubrazioni: secondo i giudici è andata proprio così.

 

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 11 gennaio 2018

Città sull’orlo di una crisi di nervi: a Napoli l’amministratore unico di ASIA Iacotucci prende a parolacce sui social i cittadini che fanno male la differenziata, definendoli senza mezzi termini “bastardi”, in un’accezione evidentemente assai diversa da quella degli eroi sporchi dei romanzi di De Giovanni. A Bari invece il sindaco espone i riottosi alla gogna mediatica, sempre su facebook. Ha senso tutto questo? Repubblica lo ha chiesto a Daniele Fortini, che dopo aver governato i rifiuti di Napoli e di Roma, se ne è tornato in Toscana, dove presiede l’azienda provinciale dei rifiuti di Pisa.

Nel colloquio con Repubblica Fortini ribadisce la sua convinzione: senza impianti propri per il recupero e il trattamento dei rifiuti, la raccolta differenziata non decollerà mai nelle grandi città come Roma o Napoli. Il sistema è virtuoso se la filiera è corta, e il processo di svolge “a chilometro zero”. Altrimenti, “tutto si riduce a una ginnastica, un darsi da fare a vuoto, buttando per di più un sacco di soldi, a vantaggio degli impianti delle regioni del Nord. E’ per questo che il piano regionale da 150 milioni, per la realizzazione in Campania degli impianti di compostaggio che mancano, deve essere attuato in tempi rapidi, senza perdere nemmeno un minuto.”

Dall’esperienza napoletana di Fortini all’ASIA è nato un libro (“Rifiuti”), scritto con Gabriella Corona nel 2013, che resta senza alcun dubbio il testo da leggere per capire le cause profonde della crisi della monnezza in Campania. Il suo ultimo lavoro “La raccolta differenziata” semplicemente andrebbe studiato nelle scuole.

“C’è un aspetto che pochi colgono” dice Fortini: “Non è possibile prendere a modello, estendere acriticamente alla grande città, come Roma o Napoli, modelli che funzionano bene in piccole cittadine di poche decine di migliaia di abitanti, dove esistono i presupposti indispensabili, che sono innanzitutto il comportamento civico, la coesione sociale. Lì se un commerciante o una massaia deposita il sacchetto fuori tempo, c’è subito qualcuno che lo redarguisce. E’ inutile girarci intorno, i buoni comportamenti nascono anche dal controllo sociale. A Roma o Napoli è quasi l’opposto, nel senso che i comportamenti fuori norma rischiano di essere emulati, con l’idea che è meno faticoso, e si risparmia tempo. Bastano due famiglie in un condominio che non rispettano le regole, e tutto il processo è vanificato”.

Ed allora come se ne esce? “Bisogna accettare il fatto che fare la differenziata nella grande città necessita di più fatica, più soldi, e un maggior dispendio di energia. L’efficacia non può essere la stessa. Una squadra di tre operai a Pisa raccoglie nella giornata di lavoro tre tonnellate di rifiuti. A Roma e Napoli questo valore è la metà, perché ci sono le strade congestionate, le automobili in doppia fila, le buche. Quindi, servono più manodopera, più automezzi, più attrezzature. Poi ci sono gli ingombranti. In provincia di Pisa, per 370mila abitanti, abbiamo 14 punti di raccolta, uno ogni quarantamila abitanti. Roma, con tre milioni di abitanti, ha meno punti di raccolta della provincia di Pisa, e a Napoli la situazione non è molto migliore.”

A questo punto chiedo a Fortini se le contumelie o la gogna su Facebook possano essere d’aiuto. “Non credo servano a molto. Non si può scaricare sui cittadini, anche su quelli inadempienti, difficoltà che sono di sistema, e che devono trovare risposte ad un altro livello, quello degli investimenti e dell’organizzazione. Le istituzioni non possono alimentare un clima sociale già avvelenato, all’insegna dell’insulto gratuito sui social. Certo a volte la frustrazione ti prende, ma serve comunque molta saggezza, e prudenza. Bisogna perseverare in una visione strategica, e convincere le persone che la strada è quella giusta. Per incoraggiare l’osservanza delle regole però è necessario essere credibili, sforzarsi di mantenere, nonostante tutte le difficoltà, un elevato livello di servizio”.

In conclusione: se fare la differenziata spinta nei grandi centri costa di più, come la mettiamo con la crisi finanziaria che attanaglia gli enti? Fortini non ha dubbi: “La raccolta differenziata diventa virtuosa se disponi in proprio degli impianti di trattamento e valorizzazione. Ma devono essere impianti di prossimità, a chilometro zero. In queste condizioni, il sistema è in grado di ripagarsi per il 70%. Se invece la tonnellata di organico che raccogli la devi trasportare a grande distanza, verso gli impianti degli altri, in Veneto, Friuli o Lombardia, ti costa un occhio della testa, e entri nel paradosso che più differenzi più paghi. Convincere il cittadino della convenienza economica ed ambientale di tutto questo è veramente difficile”.

Eppure qui da noi c’è chi teorizza che l’esportazione di monnezza alla fine sia addirittura conveniente. “E’ un tragico errore, per almeno quattro ordini di ragioni. Innanzitutto c’è un vulnus democratico. Se non sei autosufficiente, significa che dipendi da un altro, che decide al posto tuo costi, tempi, quantità, in funzione delle sue convenienze. Non sei autonomo, e in più sei ricattabile. Stai declinando il mandato di rappresentanza che hai ricevuto dalla tua comunità. Poi c’è una questione di responsabilità. Le direttive europee dicono che ogni territorio deve prendersi carico e trattare i rifiuti che produce, non scaricare, a causa della propria incapacità, il problema su qualcun altro. Il terzo aspetto riguarda lo sviluppo. Il rifiuto aprioristico di un’impiantistica moderna, all’interno di un ciclo ordinato dei rifiuti, significa rinunciare a un’occasione importante di sviluppo industriale, innovazione tecnologica, creazione di occupazione qualificata, messa a punto di know-how, formazione, tutte cose che costituiscono un capitale tecnico-economico importante per la collettività. Infine c’è una questione di soldi. Affidarsi agli altri significa sottomettersi a un’esportazione perpetua di ricchezza. Il Nord Italia ha ristrutturato e modernizzato i suoi impianti di trattamento con i soldi pagati dalle regioni del Sud.”

A questo punto, resta da affrontare l’opposizione ostinata delle comunità locali alla localizzazione degli impianti. “E’ l’aspetto più doloroso. Negli ultimi venti anni è cresciuta la sfiducia e la diffidenza: se prima non andava bene la discarica o il termovalorizzatore, ora il rifiuto scatta anche per l’impianto di compostaggio, o il centro per il recupero della carta o delle plastiche. A volte abbiamo difficoltà a posizionare anche un semplice cassonetto. Il rifiuto si è trasformato in una minaccia indistinta. Certo, ci sono stati casi di cattiva gestione, il nostro resta sempre il Paese di Seveso e dell’Ilva; anche il ripetersi di incendi di piattaforme di riciclaggio (sette negli ultimi mesi), come quello ultimo dei giorni scorsi a Savona, pone preoccupanti interrogativi. E’ necessario recuperare fiducia. La Campania si è dotata di un piano ambizioso per la realizzazione degli impianti di compostaggio, con un finanziamento importante di 150 di milioni. E’ necessario fare in fretta tutte queste cose. Sarà il segno che finalmente si è svoltato, l’assicurazione, per tutti, che le crisi del passato non torneranno più.”

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 2 gennaio 2018

Il viaggio alla città senza più suolo l’ho fatto in metro, superato il canyon verde del Vallone San Rocco il treno procede in superficie, sulla distesa di case; l’ultima fermata di Piscinola-Scampia non è una stazione, ma una muraglia alta, che separa la periferia di Napoli da qualcosa di diverso ancora, la periferia della periferia.

Trovo ad aspettarmi Alessandro Visalli, ho sempre pensato fosse tra le menti più attrezzate della nostra generazione, un gentlemen che non alza mai la voce. Sono venuto per capire cosa lo ha convinto ad accettare una missione impossibile, quella di fare l’assessore all’urbanistica del comune di Arzano. Secondo l’ultimo rapporto ISPRA sul consumo di suolo, Arzano è la città d’Italia col più elevato grado di urbanizzazione (83%), seconda solo a Casavatore (90%), e seguita da Melito (81%), tutte e tre sono qua, in un fazzoletto di terra, patologie tanto estreme, da frustrare sul nascere ogni velleità di rimedio, controllo, governo.

“Qui è proprio sull’urbanistica che si sono schiantate le forze politiche e le istituzioni” mi spiega Alessandro, mentre ci dirigiamo in auto verso il Municipio. “Negli ultimi dieci anni il comune è stato sciolto due volte per infiltrazioni camorristiche, la prima volta c’era il centrosinistra, la seconda il centrodestra. Si andava avanti con un vecchio programma di fabbricazione degli anni ’70, in teoria avrebbe dovuto funzionare come norma transitoria di salvaguardia, in attesa di un piano regolatore che in quarant’anni non è arrivato mai. Nel vuoto delle regole, col malaffare istituzionalizzato la città si è moltiplicata per dieci, dopo il terremoto del 1980 non si è capito più niente, il casale agricolo si è saldato col capoluogo e i comuni confinanti, al posto della canapa e dei frutteti ora c’è una distesa abusiva, informe di case e condomini.”

E’ su queste macerie che è nata la nuova amministrazione, le elezioni di giugno le ha vinte Fiorella Esposito, una vita nella scuola pubblica e nel sindacato, a sorpresa ma non tanto si è aggiudicata il ballottaggio, con il sostegno di Dema, Rifondazione e di due liste civiche, espressione di un tessuto di associazioni e di volontariato che ad Arzano, nel deserto della politica, rimane prodigiosamente vivo e vitale. Fiorella aveva bisogno di un urbanista bravo, fuori dai giochi, e ha chiamato Alessandro.

“Non si è perso tempo” mi dice Visalli “Subito abbiamo messo mano al nuovo regolamento edilizio. E’ lo strumento che regola le piccole trasformazioni, adeguamenti, cambi di destinazione del patrimonio esistente, l’uso degli spazi pubblici. Sembra niente, ma ad Arzano è una rivoluzione, perché in una situazione così congestionata, è la somma degli innumerevoli, minuti cambiamenti quotidiani che finisce col definire il volto della città.” Così, dopo quarant’anni la città torna a darsi regole certe, con le decisioni che si prendono al di sopra del tavolo, in piena luce, con procedure trasparenti.

La novità riguarda proprio la terra, perché il regolamento edilizio, oltre a bloccarne l’ulteriore consumo, condiziona il rilascio delle autorizzazioni alla produzione di nuovo suolo: chi intende fare mutamenti deve impegnarsi a de-impermeabilizzare le superfici asfaltate, a dare respiro alla terra, consentendo all’acqua e all’aria nuovamente di infiltrarsi, alle piante di crescere, all’ecosistema di ripartire, nella forma di un albero, un filare, una semplice aiuola. L’obiettivo, è di fare in modo che le corti del centro storico possano rinverdire, tornare ad essere gli orti e gli arboreti interclusi di quarant’anni fa. E’ un’idea semplice ma rivoluzionaria, quella di far girare al contrario il contatore del consumo di suolo; in ogni caso la sola possibilità di riequilibrio che rimane, quando la terra l’hai già consumata quasi tutta.

Piazza Cimmino, dov’è il municipio, sarebbe anche bella con la corona di lecci, la torre civica e il campanile; nel frattempo il sindaco è arrivato, ci riceve in sala giunta. Fiorella Esposito ha grandi occhi, il volto aperto che dice cocciutaggine ed energia. Lo slogan della sua campagna era “Arzano è un’isola”, voleva dire che la città soffre perché chiusa in un recinto, un pezzo di area metropolitana non connesso con niente, mortificato da assi mediani e superstrade che dividono più che unire.

“Arzano” mi spiega Fiorella “è una città contro. Contro i bambini, gli anziani, i deboli, le giovani famiglie. Senza servizi e spazi pubblici. Il trasporto pubblico si arresta a Napoli, alla stazione di Piscinola: nel progetto di metropolitana regionale a suo tempo immaginato dall’assessore Cascetta era prevista una stazione vicino l’area ASI, poi non se ne è fatto più niente. Abbiamo chiesto al capoluogo e alla città metropolitana di escogitare insieme forme di integrazione del servizio, ma il dialogo è difficile. Solo connettendosi Arzano può tornare a vivere. In questo isolamento, a parte l’area ASI, che pure dà segni di ripresa, tutte le attività economiche sono in sofferenza, i negozi chiudono, il tessuto sociale ferito dalla lunga crisi non ha la forza di riprendersi”.

Già, l’area ASI si estende su quasi il 40% del territorio comunale, Arzano rimane una delle città industriali più importanti della Campania e del Mezzogiorno; sino ad oggi l’area produttiva ha goduto di un regime di sostanziale extraterritorialità. “Quando vengono le delegazioni dalla Cina o dal Giappone, l’ASI provvede in proprio a riasfaltare le strade lungo il percorso, e ogni volta ripeto loro che se gli asiatici sbagliano strada, finiscono comunque per smarrirsi nello sgarrupo, sarebbe quindi meglio lavorare insieme”. Un primo risultato Fiorella l’ha ottenuto, l’ASI ha accettato di condividere il nuovo regolamento edilizio, è possibile a questo punto immaginare un percorso unitario di governo del territorio comunale, amministrazione ed imprese, all’insegna dell’interesse pubblico.

Nel pomeriggio breve di dicembre la piazza già imbrunisce dietro i vetri, gli uccelli chiasseggiano sui lecci, è il momento per una passeggiata in centro storico, il luogo dell’identità e della memoria, che ad Arzano, come in tutti gli altri casali, sono vive, nonostante tutto. Nello stemma della città figurano, stilizzate, le foglie di lino e di canapa, le colture che fino al 1960 fecero la prosperità dell’agrotown. Per Fiorella la memoria rimane la risorsa essenziale per provare a ricostruire qualcosa.

Ci accompagna Antonio Risi, dalla Regione, dove è stato a lungo responsabile dell’Autorità ambientale, ha deciso di trasferirsi qui, in frontiera, per dirigere l’ufficio urbanistica e condividere l’avventura. Nel crepuscolo percorriamo in silenzio le vie tortuose, le corti che si aprono una nell’altra, l’atmosfera è suggestiva, l’impianto originario ha miracolosamente resistito. In centro storico sono rimasti a vivere gli anziani, i meno abbienti, gli immigrati, ma Fiorella sogna si possa ripetere, in piccolo, qualcosa dell’esperienza napoletana, con forme di riscoperta e rivitalizzazione del borgo antico.

A sera, lungo la strada del ritorno, ripenso alle cose viste e ascoltate. Chi avrebbe immaginato di trovare, proprio in uno dei segmenti più scombinati e sofferenti del sistema metropolitano, tentativi così seri di rinascita e riscatto. “Arzano è un’isola” dice Fiorella, ma anche la Sanità in fondo lo è, il fatto nuovo sono i Robinson, le persone di qualità che su queste isole hanno deciso di costruire ponti e barche, che stanno lottando per la vita, mettendosi in gioco: è la sola energia autentica in circolazione, non importa come andrà a finire, ci sono idee che tornano buone per l’intera area metropolitana, è il caso di prestare ascolto, farle crescere, di dare una mano.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli, 20  dicembre 2017

L’annuncio di Invitalia che bisognerà ripetere la bonifica sull’intera area ex- Ilva, anche quella sulla quale si è già lavorato, è stato accolto con una certa freddezza da un’opinione pubblica già provata da vent’anni di opacità e inconcludenza, e viene da chiedersi cosa augurarsi ora dalla cabina di regia di domani, e in che modo sia possibile ridare smalto e credibilità al progetto istituzionale per Bagnoli. Certo, il comunicato di Invitalia pone alcuni interrogativi. Con lodevole trasparenza, l’Agenzia aveva tempestivamente pubblicato sul proprio sito i risultati dell’attività di caratterizzazione dei suoli e delle falde. Il passo successivo, stando alla legge, era quello dell’analisi di rischio, ma a questo punto c’è stata un’improvvisa accelerazione, dai dati di base si è passati direttamente all’annuncio che le gare per i lavori di bonifica sarebbero state avviate già a partire dal 22 dicembre prossimo, sull’intera area.

Il percorso delineato dal decreto legislativo 152/06 è diverso, lo ha spiegato bene Carlo Iannello nel suo articolo del 17 novembre scorso, proprio su queste pagine. Come scrive Iannello: « Le bonifiche dei suoli inquinati vanno eseguite solo dopo un’analisi di rischio che attesti la pericolosità sanitaria e ambientale di un sito: non è sufficiente il superamento delle soglie di contaminazione » . Il discorso di Carlo non fa una piega: con l’analisi di rischio noi passiamo da un rischio solo ipotizzato, ad un rischio concreto, specificatamente riferito a quell’ecosistema, all’uso che intendiamo farne, al contesto nel quale ci troviamo. Da una bonifica astratta, tabellare, ad una bonifica pragmatica, che misura gli sforzi in funzione degli obiettivi concreti da raggiungere. Nel dettagliato rapporto 2016 di Confindustria sulle bonifiche, una delle cause di inefficienza del sistema a scala nazionale ( sino ad oggi in Italia si è riusciti a bonificare poco meno di un quinto delle aree contaminate presenti nei Siti di interesse nazionale) è identificata proprio in questo aspetto: nell’incapacità di applicare la legge per intero.

A Bagnoli questo ragionamento non è stato ancora fatto, e ci si chiede allora come sia possibile definire i capitolati d’appalto, non avendo determinato le soglie di rischio; come siano state individuate le aree da bonificare e i relativi obiettivi, e cosa in definitiva chiederemo di fare alle ditte che eseguiranno i lavori.

Tanto più che i dati di caratterizzazione dei suoli evidenziano, specie nel primo metro di profondità, criticità piuttosto localizzate, che andrebbero ad ogni modo confrontate, se si intende ancora una volta applicare bene il decreto 152, con i valori di fondo, non solo quelli naturali ma anche quelli antropici, derivanti cioè dalle nostre molteplici attività. Abitiamo un’area densamente antropizzata, motorizzata e (nel bene e nel male) industrializzata, nella quale molte delle sostanze rilevate a Bagnoli dalle attività di caratterizzazione sono ubiquitarie, e la prospettiva, se si ragiona così sbrigativamente, sarebbe quello di dover sbaraccare mezza città metropolitana.

Resta il fatto che la formula istituzionale che il ministro De Vincenti è riuscito a costruire è quella giusta: la cabina di regia nella quale cooperano e dialogano i diversi livelli di governo, dallo Stato al Comune, passando per Regione e Città metropolitana, è la materializzazione dell’idea sacrosanta che il recupero di Bagnoli è una questione nazionale, che richiede il contributo di tutti. Alla cabina è dunque lecito chiedere una serie di cose.

La prima è che si faccia la bonifica giusta, quella prevista dalla legge – tutta la legge – senza forzature. Quello che i cittadini chiedono in questo momento non è un’azione esemplare, simbolica, riparatoria, ma buone decisioni e buona amministrazione. Bisogna usare bene i 270 milioni stanziati, che sommati ai 600 già spesi fanno quasi 900 milioni, poco meno di quanto è costato Expo, con la differenza che noi abbiamo investito questa considerevole cifra non per generare conoscenza, turismo, immagine, ma piuttosto per fare movimento terra.

La seconda cosa indispensabile per dare credibilità al processo è il cronoprogramma, con valore di patto inderogabile con la collettività, e con le unità di misura che non devono essere espresse in anni ma in mesi. Sarebbe bene poi relazionare periodicamente alla città e all’Italia su quanto si sta facendo, i risultati ottenuti, le difficoltà incontrate, i soldi spesi.

E, soprattutto, aprire finalmente l’area ai cittadini, c’è da abbattere un muro fisico oltre che di diffidenza, e tutto un rapporto tra la gente e i luoghi da ricostruire. Infine, se davvero si vuole dare il segno che si sta facendo sul serio, bisogna privilegiare la sostanza, i funzionamenti basilari del nuovo quartiere che sta nascendo. In Europa i nuovi insediamenti partono dal ferro, Copenaghen fa scuola, il principio è: prima il treno quindi le case. La linea 6 non basta, è una navetta da parco tematico.

Bisogna ridare priorità nei piani di investimento alle due linee previste dal piano regolatore, mettendo veramente la nuova Bagnoli, fin dall’inizio, in rete col resto della città e dell’area metropolitana. Dobbiamo liberare il quartiere storico dalla mortificante stretta dei binari della Cumana e della Metropolitana. Pensare al trasporto sostenibile, prima che ai porti turistici e agli alberghi. L’uso sobrio dei fondi deve servire anche a questo.

 

Mario Deaglio, La Stampa del 13 dicembre 2017

Secondo una convinzione largamente diffusa, gli italiani sono «brava gente»: sono pacifici, sensibili e civili e un pezzo di pane al vicino in difficoltà non si nega mai. Naturalmente non mancano importanti esempi in questo senso, ma nel suo complesso il paese sta andando in una direzione diversa.

L’Italia non è diventata solo «rancorosa», come l’ha definita il Censis nel suo 51° Rapporto, ma anche sempre più spaccata tra «ricchi» e «poveri», tra «chi è dentro» e «chi è fuori» come la descrive l’Eurostat in uno studio reso noto ieri. L’Istituto di Statistica dell’Unione Europea analizza la «deprivazione materiale e sociale», una definizione allargata di povertà che tiene conto non solo dei redditi ma anche della capacità della gente di soddisfare bisogni «normali» come quello di abitare in una casa sufficientemente calda, di essere in grado di sostituire un capo di vestiario consunto, di possedere almeno due paia di scarpe.

In base a questi criteri, l’Italia, con il 17,2 per cento della popolazione è sopra la media europea dei «deprivati» e quindi degli esclusi, e, in particolare, sopra i valori di quasi tutti i grandi Paesi del Continente (tra questi, la sola Spagna fa marginalmente peggio di noi).

Con valori più alti dei nostri troviamo soprattutto i Paesi del Sud e molti Paesi dell’Est (ma non la Polonia, la Slovenia e l’Estonia). Il tasso di «deprivazione materiale e sociale» della Germania è pari a poco più della metà di quello italiano, in Austria è ancora inferiore. Tutto ciò fa sì che, passando dalle percentuali ai numeri, l’Italia abbia la poco invidiabile caratteristica di essere in testa alla classifica del numero delle persone in difficoltà con quasi dieci milioni e mezzo di abitanti, contro i 7-8 milioni di Francia e Regno Unito – che hanno una popolazione sostanzialmente pari alla nostra – e della Germania che ha un terzo di abitanti in più dell’Italia.

Se poi si adottano i criteri dell’Istat sugli «italiani a rischio povertà o esclusione sociale» si raggiunge il 30 per cento della popolazione con un fortissimo divario tra il Nord, i cui valori sono abbastanza vicini alle medie europee e il Mezzogiorno dove si è prossimi alla metà della popolazione. E quasi ovunque la tendenza è all’aumento.

L’allargarsi dell’area di esclusione-povertà è un fenomeno mondiale. È però più sopportabile là dove i redditi aumentano con un buon ritmo e i livelli di reddito pre-crisi sono già stati superati, il che fornisce a tutti almeno qualche speranza di inclusione. È anche per questo che centinaia di migliaia di giovani italiani, spesso dotati di livelli medi ed elevati di istruzione, si sono trasferiti e si stanno ancora trasferendo all’estero.

In Italia la crisi economica ha tagliato i redditi più che altrove, ma forse il suo danno peggiore è quello di aver ridotto (per moltissimi giovani, quasi annullato) una speciale porzione del «capitale umano» fatta di fiducia, entusiasmo, programmi, piani di vita. E questo è il succo di cui si nutrono le «vere» riprese, che non possono essere solo economiche ma devono avere alla base qualche obiettivo ideale.

Possiamo certo congratularci di aver fatto ripartire, sia pure, per il momento, a velocità medio-bassa, la «macchina dell’economia» ma dobbiamo riconoscere di non essere finora riusciti a far ripartire la «macchina della società». Ci concentriamo sui sondaggi pre-elettorali ma dimentichiamo che tali indagini – come quella di La 7 resa nota lunedì sera – mostrano che, se si votasse oggi, la somma dei non votanti, di coloro voterebbero scheda bianca o non saprebbero a quale lista dare il loro appoggio, supera di un soffio la metà degli intervistati (e quindi la metà degli italiani).

Può una metà del Paese far finta che l’altra metà non esista? A considerare questo fine legislatura e inizio di fatto della campagna elettorale, si direbbe di sì. È sufficiente gettare un piccolo sguardo alle migliaia di emendamenti alla legge di bilancio 1918, in discussione alla Camera: rappresentano il trionfo del particolarismo, degli interessi di piccoli gruppi. O quando si affrontano i «grandi problemi», lo si fa solo a livello di principi, senza preoccuparsi di dove possano provenire le risorse per realizzarli. Possiamo solo augurarci che il modo degli italiani – e delle forze politiche italiane – di guardare alla loro società e alla loro economia migliori nel corso delle settimane che ci separano dalle urne; e che l’Italia trovi il coraggio di guardarsi nello specchio.

 

Antonio Di Gennaro, Repubblica Napoli del 12 dicembre 2017

Avevo chiesto a Pietro Spirito di raccontarmi qualcosa del lavoro che sta facendo come presidente dell’Autorità portuale del Tirreno centrale, che comprende i porti di Napoli, Salerno e Castellammare di Stabia. Non ci ha pensato su. «Domenica mattina facciamo una visita guidata», mi ha risposto, «l’appuntamento è alle dieci al varco dell’Immacolatella, ti aspetto».

Nel frattempo mi procuro gli ultimi libri di Parag Khanna, il giovane studioso indiano di strategie globali, so che per Pietro sono fonte di ispirazione, così arrivo preparato. Appena ci incontriamo gli dico subito che Connectography potrebbe essere un bel saggio di 150 pagine, 600 sono decisamente troppe, neanche Ken Follet… Lui sorride. Resta il fatto che le idee dell’indiano sono intriganti. Secondo lui, in tempi di globalizzazione, gli stati nazionali coi loro territori e confini complicati da difendere fanno acqua, mentre sono le città i soggetti vitali, i cuori pulsanti della rete di supply chain, le filiere globali lungo le quali scorrono i flussi di beni, persone, informazioni, energia.

Nel frattempo le persone arrivano, sono un centinaio, è una mattina fredda di sole, nuvole scure e pioggia, gli ombrelli colorati si aprono e si chiudono di continuo sulla banchina lucida, mentre tutt’intorno la vita del porto vibra, coi pullman turistici, le cabine degli autoarticolati, una nave da crociera tutta bianca fa da sfondo, imponente, alta come un palazzo di quindici piani.

La prima tappa è al palazzo settecentesco dell’Immacolatella, la costruzione roccocò con le statue volteggianti: come la casina vanvitelliana sul Fusaro, era tutta circondata dall’acqua, collegata alla terra da un istmo sottile, poi la colmata del porto l’ha assorbita, ed ora sta lì incastrata nella modernità, una presenza fascinosa e incongrua. Nell’Ottocento di qui partivano i migranti (quelli nostri), a breve iniziano i lavori di restauro, poi diventerà un centro di ricerca delle università campane sull’economia del mare.

Una cosa mi è subito chiara, la comitiva che si va raccogliendo non è occasionale. Ci sono ricercatori del Cnr, dell’università, rappresentanze di associazioni ( Propeller club, Friends del Molo San Vincenzo, Lega navale, Aniai), insomma, una piccola appassionata comunità di scopo, che da anni lavora per restituire alla città il porto assieme alla sua storia. Nel frattempo arriviamo al parallelepipedo immenso dei Magazzini generali, progettato negli anni ‘40 da Marcello Canino, doveva andar giù, poi la Soprintendenza ha posto il vincolo storico. L’immenso edificio sarà restaurato, diventerà sede del Museo del mare e dell’emigrazione.

Siamo al Molo Angioino, la Stazione fascista di Bazzani è una macchia elegante di luce bianca, mentre di fronte il castello antico, fradicio di pioggia, è tutto nero. Ora è Pietro a parlare, si aiuta con un piccolo megafono. Il progetto per il nuovo terminal del Beverello, un’elegante costruzione bassa, rivestita in pietra lavica, per le partenze verso le isole del golfo, al posto delle baracche provvisorie che stanno lì dall’80, è stato finalmente approvato, grazie al lavoro fatto con la Soprintendenza. Alla fine, per rimettere a posto il tratto di waterfront che abbiamo percorso, serviranno una ventina di milioni, poi sarà tutto un continuo, dalla nuova piazza Municipio, con la Metropolitana e l’archeologia, fino alla Stazione marittima sul mare, in quello che sarà uno dei luoghi più belli d’Europa.

Il porto che si re- integra con la città e con la sua area metropolitana, è questa l’idea fissa di Pietro. Le connessioni lunghe delle reti globali, di cui parla Parag Khanna, sono importanti, ma è anche cruciale la ricucitura coi luoghi, quello che succede al passeggero o alla merce non appena mette piede a terra, il taxi che trovi subito per l’aeroporto, senza dispute e battibecchi, ma anche il bus che ti conduce, senza mai scendere, ai luoghi storici, le Regge di Capodimonte e Caserta; o il nuovo binario a Vigliena che ti collega direttamente all’alta capacità, e alle piattaforme logistiche dell’area metropolitana. Più semplicemente, per gli abitanti della città, poter passeggiare tranquillamente sul mare, come in un nuovo quartiere guadagnato alla quotidianità.

I numeri sono importanti: 143 ettari a terra, 266 ettari di specchi d’acqua, 12 chilometri di banchine; con 8 milioni di passeggeri l’anno, il Porto di Napoli è il secondo scalo in Italia dopo Messina, mentre per il traffico merci è in nona posizione (23mila tonnellate). Con il dragaggio dei fondali, la realizzazione della nuova Darsena di levante, il rafforzamento dei collegamenti con Capodichino e l’Alta velocità, la sinergia con il retroterra dell’area orientale, il porto può guadagnare ulteriori posizioni nel Mediterraneo e in Europa. La creazione della Zona economica speciale prevista dal Decreto per il Mezzogiorno, con particolari agevolazioni fiscali per chi investe, aprirebbe nuove prospettive per la città e per l’intera area metropolitana. C’è una legittima aspettativa intorno alle Zes, in tutta Italia.

Tornando a Khanna, secondo lui un ruolo importante nell’ascesa delle città è svolto dai tecnici, i civil servant, i soli in grado di assicurare quella continuità d’azione che la politica non sembra più in grado di offrire. Lo dico a Pietro, gli dico che è difficile riscontrare, in ambiti politici elettivi, un livello di cooperazione ed intesa con pezzi vitali della società, come quello che ho riscontrato stamattina, passeggiando con lui sulle banchine umide di pioggia.

« Non sono d’accordo, qui Khanna sbaglia alla grande. I tecnici da soli non bastano. Magari ti curano uno spread, ma le ferite e i costi sociali che lasciano sono forse più gravi. Sono la politica e le istituzioni che devono indicare direzione e compatibilità. Il mio lavoro è quello di farle lavorare insieme, ed è per questo che quotidianamente collaboro assai positivamente con il sindaco, il presidente della Regione, il ministro delle Infrastrutture. A regole invariate, senza aspettare le riforme, usando con intelligenza le leggi che già abbiamo. Per fare questo – continua il presidente dell’Autorità portuale – occorre certo competenza, ma ancora di più pazienza, costanza, e un po’ di tempo. In Italia le cose procedono con lentezza, ma è già un risultato, restassero ferme sarebbe assai peggio ».

La passeggiata si chiude al Molosiglio, sbuca il sole ed illumina la selva di alberi e vele nella Darsena. Mancherebbe da percorrere il Molo San Vincenzo, la possente infrastruttura borbonica che procede per due chilometri nel mare, fino al faro, e alla statua benedicente del Santo, offrendo della città la visione più straordinaria e struggente. Per riaprirlo al pubblico occorrono novecentomila euro, bisogna rendere sicuro il primo tratto che attraversa il quartiere della Marina militare. Poi c’è da mettere a posto il resto, le mura nere di pietra del Vesuvio, e i cannoni arrugginiti. Pietro ha ancora tre anni davanti. Si può fare.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 7 dicembre 2017

C’è un punto sul quale SVIMEZ ritorna ormai con insistenza in ogni rapporto annuale, e non riguarda i soldi ma gli uomini: a separare il Mezzogiorno dal resto del paese c’è un nuovo dualismo, quello demografico, nell’ultimo quindicennio il saldo migratorio negativo supera le 700mila unità, per i tre quarti sono giovani tra i 15 e i 34 anni, un terzo di questi è laureato. SVIMEZ chiama tutto questo “depauperamento del capitale umano”, la piramide demografica perde in basso il suo basamento di gioventù, il risultato è che anche i conti futuri sono a rischio, assieme a quel po’ di welfare che è rimasto.

Il decreto De Vincenti (” Disposizioni urgenti per la crescita economica nel Mezzogiorno”), che diventerà operativo con l’inizio del nuovo anno, è una risposta allo scenario drammatico che il Sud d’Italia ha davanti. In particolare, due provvedimenti – le misure per l’imprenditoria giovanile (“Resto al sud”), e quelle per l’affidamento ai giovani delle terre inutilizzate (la “Banca delle terre incolte”) – sono stati presentati dal ministro nel corso di un recente convegno a Napoli, ed oggetto di riflessione sulle pagine di questo giornale, con un approfondito articolo di Mariano D’Antonio.

Sulla banca delle terre è però il caso di ritornare. Con il suo decreto, il ministro De Vincenti rivede in qualche modo l’approccio della legge 154 del luglio 2016, che non ha dato finora grandi risultati, per evidenti errori di impostazione. Essa prevede infatti la vendita ai giovani, attraberso l’ISMEA, di circa ottomila ettari di terre incolte, di cui solo 150 circa in Campania, a prezzi sostanzialmente di mercato, con mutui agevolati.

Pensare di avviare i ragazzi all’attività agricola, indebitandoli a lungo termine, non è una buona idea: nelle agricolture più avanzate della nostra, quella francese o tedesca ad esempio, la proprietà della terra è un’eccezione, i tre quarti delle terre coltivate sono in fitto, mentre da noi è l’esatto contrario, ed è per questo che le nostre aziende sono più piccole e meno competitive, e il mercato fondiario è tendenzialmente rigido.

De Vincenti ha cambiato il meccanismo, puntando sul fitto delle terre di proprietà pubblica, anziché sulla vendita, con contratti di nove anni, rinnovabili per altri nove. E’ prevista anche la possibilità di prendere in fitto immobili in abbandono da almeno quindici anni, e terreni privati, non coltivati da più di dieci anni, previo naturalmente l’assenso dei proprietari. Il decreto prevede che siano i comuni a censire le terre pubbliche incolte, pubblicando l’elenco sul proprio sito, e predisponendo bandi per il loro affidamento a giovani tra i 18 e i 40 anni, che abbiano presentato un progetto di valorizzazione e reimpiego agricolo dei beni.

Funzionerà tutto questo? Ho provato a chiederlo a un amministratore che questo percorso già l’ha avviato. Antonio Montone dal 2005 è sindaco di Castello del Matese, un piccolo comune di mille e quattrocento abitanti, sul fianco del grande massiccio. Ha censito meticolosamente i 700 ettari di pascoli e coltivi di proprietà pubblica presenti nel suo territorio, che dai 500 metri di quota si arrampica fino all’altopiano di Campitello, al confine col Molise, attraverso valli di bellezza spettacolare, dove vola l’aquila reale. I suoli pubblici sono affidati a pastori e agricoltori, con regolari contratti, così da poter beneficiare degli aiuti europei. In particolare trenta ettari, in vetta, il comune li ha affidati ad una cooperativa di giovani (tre architetti, 2 psicologi, un laureato in scienze ambientali), che li gestisce assieme al rifugio e alla pista da sci.

“La cosa importante da capire è che rimettere in produzione le terre incolte è un’opera impegnativa e costosa. Un vero e proprio miglioramento fondiario. Questo significa che non basta dare in fitto le terre ai ragazzi, occorre anche un minimo di capitale finanziario, insieme all’assistenza tecnica. Insomma, si tratta a tutti gli effetti di una start-up”. Antonio ha ragione, ed infatti il decreto De Vincenti prevede che i giovani affidatari possano presentare richiesta di finanziamento sull’altro dei due strumenti, “Resto a Sud”, con la possibilità di ricevere 40mila euro (fino a 200 mila euro nel caso di società), il 35% a fondo perduto, il resto con un prestito a tasso zero.

Un punto debole del provvedimento potrebbe essere la dotazione finanziaria, perché per le attività agricole il decreto mette a disposizione, da qui al 2020, solo 50 milioni, rispetto ai 1.250 milioni stanziati fino al 2024 per le attività extra-agricole. Si tratta di un budget assai limitato, se si pensa che il decreto riguarda ben otto regioni (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia), e da noi potrebbe bastare, se va bene, a finanziare nel prossimo triennio un centinaio di progetti.

“Un’altra difficoltà per i comuni chiamati a gestire il decreto” mi dice Nicola De Leonardis, leader della cooperativa “S. Giorgio”, che associa gli allevatori di Marchigiana, sugli altopiani del Fortore, “è stabilire quali sono le proprietà pubbliche realmente disponibili, perché molte sono gravate da usi civici, e la loro liberazione richiede uno specifico provvedimento regionale. Insomma, è necessaria una stretta collaborazione tra le istituzioni. Magari guardando all’immenso patrimonio ecclesiastico, anche la Chiesa potrebbe avere un ruolo nella promozione di una nuova imprenditorialità agricola nel Mezzogiorno”.

Secondo Pietro Ciardiello, direttore della Cooperativa Sole di Parete, leader italiano nella produzione di fragole, “la cosa determinante è integrare le diverse iniziative. La Banca delle terre incolte è un passo in avanti, se si aggiunge agli altri strumenti esistenti, come ad esempio gli aiuti europei per il primo insediamento dei giovani agricoltori, già previsti dal Programma di sviluppo rurale; o l’affidamento dei beni sequestrati alla camorra. Serve una politica unitaria, di lungo respiro. E’ importante che i progetti vengano seguiti nel tempo, capire cosa succede dopo, quante aziende vitali veramente nascono e sono poi in grado di camminare con le loro gambe”.

Peppino Pagano è uno che all’agricoltura c’è tornato, faceva l’albergatore, ora la sua “San Salvatore 1988” produce in Cilento, con tecniche biologiche, vini pluripremiati, insieme a olio e grano. “La terra da sola non basta, per avviare nuove aziende occorrono i capitali, i mezzi tecnici, le competenze. E soprattutto un tutor, una persona preparata e d’esperienza, che accompagni e consigli i giovani imprenditori nelle fasi iniziali”.

“Il decreto De Vincenti è un segnale, una piccola luce che si accende nel buio delle politiche per il Mezzogiorno” è il pensiero di Nicola Ciarleglio, coordinatore dell’Agenzia di sviluppo locale “GAL-Titerno”, che segue l’attuazione delle politiche comunitarie nelle colline del Sannio. “C’è da augurarsi che la macchina amministrativa sia in grado di gestire con celerità le nuove misure, la lentezza delle decisioni è attualmente il nostro principale handicap. L’altra cosa è l’attenzione per le donne: molte delle nuove aziende agricole, quelle che funzionano meglio, sono gestite da loro”.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 29 novembre 2017

Nel suo bell’articolo pubblicato ieri sulle pagine di “Repubblica Napoli”, (“La metropoli salvata dagli alberi”) Maurizio Fraissinet spiega molto bene l’importanza degli alberi in città, che non sono solo un elemento decorativo del paesaggio urbano, ma un infrastruttura verde che depura l’aria, trattiene gli inquinanti, mitiga la cosiddetta “bolla di calore”, proteggendo in questo modo la salute delle persone.

Non un lusso quindi, ma in tempi di global change, una impellente necessità. Il problema è che per ottenere questo, noi chiediamo ai frondosi ospiti verdi di vivere in condizioni particolari, in un ecosistema che non è il loro, dove lo spazio per le radici, i rami e le foglie spesso non c’è, e i poverini devono adattarsi come possono. Interferendo per di più con le pavimentazioni, i sottoservizi, gli edifici e l’arredo urbano.

La risposta, è evidente, sta nella cura e nella manutenzione: gli alberi sono esseri viventi, con le loro particolari esigenze che devono essere tenute di conto e, nei limiti del possibile, assecondate. Invece, quella cui abbiamo assistito nei giorni scorsi, con le scriteriate capitozzature dei filari storici nelle vie più belle del Vomero – i platani sotto i quali giocava mio padre piccolino – è una specie di resa dei conti, di ridimensionamento brutale, con il quale sembra che la città voglia in una volta riprendersi lo spazio che queste silenziose creature hanno nei decenni faticosamente conquistato.

Questo modo di intervenire sbrigativo sugli alberi vetusti non solo è tecnicamente sbagliato, ma anche rischioso, perché è causa di squilibri ed instabilità futura. È un rinviare al futuro i problemi, aggravandoli. La cosa sorprendente poi, è che queste operazioni a quanto pare non sono state svolte da tecnici comunali, ma da ditte edilizie private, su incarico di soggetti privati, che hanno così inteso beneficiare l’amministrazione di un servizio di manutenzione al quale il Comune non riesce a far fronte per scarsità di uomini, mezzi e risorse finanziarie.

Questo grazioso scambio di servigi è il caso che cessi immediatamente, e bene ha fatto il sindaco a intervenire, seppur a cose mezzo fatte, con una moratoria. Perché gli alberi di Napoli sono un patrimonio pubblico, sul quale è abilitato a intervenire esclusivamente personale specializzato, sotto il controllo di funzionari comunali, nel quadro di un regolamento del verde (che attualmente manca) che detti regole, modi e finalità delle attività manutentive. Nelle città europee normali succede così.

Quella che serve poi, come al solito, è la programmazione, perché gli studi dicono che la vita media di un albero in città è intorno ai quarant’anni, e questo significa che è necessario prevedere un turn-over, per sostituire gli esemplari in condizioni critiche, mantenendo così nel tempo un patrimonio verde stabile nella sua composizione, di elevata qualità e funzionalità.

Tutte queste cose chiede ora a gran voce la rete di cittadini e comitati che su questi temi si è aggregata, proponendo all’amministrazione un manifesto sulla gestione del verde urbano. Bene ha fatto quindi Maurizio Fraissinet con il suo articolo di ieri a ricordarci che gli alberi non sono un ornamento, o un fastidio necessario, ma il più efficiente depuratore urbano.

Se l’infrastruttura verde c’è, manca evidentemente quella amministrativa e tecnica, e la sua ricostruzione e riorganizzazione dovrebbero essere nell’immediato i principali obiettivi del governo della città.

Maurizio Fraissinet, Repubblica Napoli del 28 novembre 2017

 Le polemiche dei giorni scorsi sull’ennesima capitozzatura degli alberi al Vomero costituiscono una diatriba, quella tra ambientalisti e Ufficio Giardini del Comune di Napoli, che si trascina da decenni. Quest’anno si sono svolte proprio in occasione della festa degli alberi. Un evento di portata internazionale che negli ultimi anni ha ripreso vigore, arricchendosi di nuovi significati. Ed è proprio questo il punto: i nuovi significati. In un’epoca in cui il cambiamento climatico si è reso evidente a tutti noi, con le sue inevitabili conseguenze nefaste, e nella quale muoiono ogni anno, solo in Italia, 90.000 persone di malattie derivanti dall’inquinamento atmosferico, va necessariamente rivisto l’approccio al verde urbano.

Si impone a tutti noi la necessità di cambiare atteggiamento culturale nei confronti del verde urbano. Non deve essere più considerato un ornamento, un arredo urbano, e come tale uno “ sfizio” o un “ lusso” che in questi tempi di ristrettezze economiche non ci possiamo permettere. Deve rappresentare invece una fondamentale ed insostituibile infrastruttura di prevenzione sanitaria per le popolazioni urbane. Popolazioni che, quando non muoiono di tumori alle vie respiratorie, sono comunque soggette a subire malattie dell’apparato respiratorio e frequenti manifestazioni allergiche.

Chi amministra politicamente una metropoli, chi deve prendere le decisioni tecniche inerenti la gestione del verde urbano, non può più prescindere da alcuni dati scientifici da tempo ormai accertati. Le foglie degli alberi hanno una grande capacità di assorbimento di alcune sostanze inquinanti presenti nell’aria delle grandi città. In particolare sia studi condotti già da tempo dai botanici e dagli ecologi dell’Università Federico II di Napoli, sia ricerche più recenti condotte negli Stati Uniti dimostrano che sulla superficie fogliare si deposita il cosiddetto “ particolato di origine antropica”, quelle polveri sottili, cioè, derivanti dal traffico automobilistico, le attività industriali e il riscaldamento dei palazzi. A Napoli si aggiungono anche i fumi inquinanti delle navi nel porto. Sono le famigerate MP 10 e MP 2,5, dove i numeri stanno ad indicare la dimensioni e si riferiscono al micron, la millesima parte del millimetro. Queste dimensioni così piccole le rendono invisibili ma, nel contempo, anche letali perché penetrano nel nostro corpo attraverso la respirazione e vanno a infiammare le cellule, se non, addirittura, indurre il cancro. Un’altra importante scoperta è stata quella sugli Ipa ( Idrocarburi policiclici aromatici), anch’essi prodotti dagli scarichi automobilistici. Sono molecole che da tempo ormai sappiano essere in grado di indurre il tumore. Ebbene è stato dimostrato che i tessuti cellulari delle foglie sono in grado di assorbirli e di metabolizzarli nel metabolismo dei grassi, riducendo in tal modo la loro concentrazione nell’aria. È stato anche messo a punto un modello per cui si può calcolare la capacità assorbente a secondodella specie arborea e si può quindi calcolare quanti alberi servono per purificare l’aria di una strada o di un quartiere. Non è fantascienza, è già realtà.

Sono tante le metropoli nordamericane ed europee che stanno adottando piani del verde con questo fine e anche in Italia, e qui c’è anche il lavoro di scienziati napoletani, lo si è fatto quando si è progettato il passante di Mestre: si è calcolato quanti alberi dover piantare lungo la strada e nelle aree libere per abbattere l’inquinamento. Se a questo aggiungiamo anche l’effetto mitigatore del clima degli alberi urbani, si capisce che questi forniscono servizi ecosistemici fondamentali per la nostra vita in città. C’è chi ha calcolato il valore economico di questi servizi forniti dagli alberi e si sono ottenute cifre elevate in euro per ogni albero. Cifre per le quali, fortunatamente, gli alberi non ci chiedono il conto.

Alla luce di queste informazioni si comprende che oggi la questione del verde urbano deve diventare prioritaria nelle preoccupazioni di un amministratore, pertanto devono cambiare i bilanci comunali che oggi destinano al verde pubblico risorse residuali.

Deve cambiare l’approccio dei tecnici comunali, pervasi solo dalla smania di liberasi degli alberi perché costituiscono un problema, dei cittadini che chiedono di tagliarli e/ o di potarli perché danno fastidio. Deve cambiare l’approccio culturale, si deve parlare degli alberi urbani come di una infrastruttura di prevenzione sanitaria.

Antonio Di Gennaro, Repubblica Napoli del 23 novembre 2017

Camminando per le strade del centro il divario è stridente. Tra la fascinazione che i cento ettari di centro storico rivitalizzati riescono ad esercitare sui turisti di mezzo mondo, che non la smettono proprio di fotografare, in una babele dolce di lingue, e il livello dei servizi pubblici, i trasporti da paese del terzo mondo.

Nell’espressione dei poverini in attesa alle fermate del bus, c’è l’avvilimento, lo smarrimento di chi è costretto a vivere senza più orario, certezza del servizio, uno straccio di programma per la giornata. Quanto tutto questo possa reggere, nessuno lo sa. La riscoperta di Napoli è avvenuta dal basso, senza politiche pubbliche, grazie al passaparola globale, ma gli effetti sul mercato dei fitti e sugli equilibri sociali nei quartieri più sensibili della città si fanno già sentire.

C’è poi il divario tra il centro e le periferie, ne parla Ottavio Ragone nell’editoriale di martedì scorso, ma è un fatto che non riguarda solo i quartieri popolari, perché l’abbandono e l’assenza di manutenzione in città inizia prima, dall’arco dei quartieri borghesi sulle colline. Secondo uno studio Svimez a Napoli mancano sei miliardi per mettere a posto le infrastrutture e le reti che vengono giù a pezzi. È il debito pubblico territoriale, i soldi che mancano per rimettere a posto il paese. Il risultato è che i turisti vengono, ma i napoletani se ne vanno. Sempre secondo Svimez ventimila persone hanno lasciato la città nel triennio 2014-2016, che è proprio un brutto segno, sono i più giovani e preparati a scegliere di andar via.

L’amministrazione della città, nata nel segno della discontinuità, ha optato alla fine per il laissez faire, preferendo non intervenire sugli squilibri strutturali della macchina comunale, troppo rischioso, così che in dissesto eravamo all’inizio, in dissesto ci troviamo ora, e due consiliature sono andate in questo modo sprecate.

È evidente che non si chiedeva la luna, bastava molto meno, ad esempio dichiarare un obiettivo di servizio minimo – trasporti, decoro urbano, assistenza sociale – che ci si proponeva di raggiungere, per migliorare un po’ la qualità di vita non tanto dei turisti, ma quella nostra, rendendo produttivo almeno qualche rivolo del fiume di spesa pubblica clientelare, che si traduce nella fiscalità locale più esosa d’Italia. Si è preferito governare a vista, spostando l’attenzione sui temi comodi dell’antagonismo, dell’identità, una forma scaltra di populismo, che butta ogni volta il pallone fuori dal campo di gioco, e non deve mai render conto a nessuno.

La cosa è più complicata, perché diciamo Napoli, ma i problemi travalicano il confine urbano. Tra le periferie sofferenti, dopo i quartieri a nord e a oriente, ci sono i casali, la corona dei comuni dell’hinterland stravolti dall’abusivismo, i luoghi d’Italia dove il deficit di cittadinanza e di speranza è più acuto. Territori ai quali il capoluogo non riesce proprio a dare rappresentanza, la città metropolitana è nata già morta, e si continua a stare insieme nel segno nella diffidenza e del rancore.

Così, il divario ci accompagna, diventa una dimensione di vita, viviamo alla giornata. Tutti orfani di un progetto, una visione, la capacità di dare alla terza città d’Italia orizzonti più larghi di spazio e di tempo.

(A proposito, ho il ricordo preciso di quella mattina di gennaio del 1976, comprai il primo numero del giornale all’edicola sotto il vecchio platano, nella curva alta di via Domenico Fontana, il cielo era azzurro, si vedeva tutto uno spicchio di golfo e di Vesuvio. Ero un ragazzo di quattordici anni, quel piccolo giornale mi ha accompagnato, è stato un pezzo importante della vita del paese, Col vestito nuovo la storia continua, auguri).