Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 6 settembre 2020

E’ la tappa del viaggio più complicata, perché riguarda le conseguenze della pandemia su aspetti del territorio rurale meno scontati, che non riguardano la produzione di alimenti, i cicli naturali e il paesaggio, ma la capacità di tutte queste cose di curare le persone, di riequilibrare le vite, offrire opportunità di riscatto.

Un esempio è nella campagna dissestata tra Napoli e Caserta, a Succivo, il Casale di Teverolaccio, dove i ragazzi di “Terra felix” hanno recuperato il complesso cinquecentesco, coi suoi orti e giardini, e usano l’agricoltura e la cura della terra come strumento per assistere l’infanzia a rischio, i soggetti deboli, le vite ferite, in credito col destino.

L’impatto del lockdown su questa delicata macchina sociale è stato pesante. “E’ il momento più difficile della vita ventennale del Casale” mi dice Paola Pascale, uno dei motori della cooperativa “All’improvviso abbiamo dovuto interrompere tutti i progetti, il lavoro con le scuole, sospendere l’attività della Tipicheria, il punto di ristoro che ci garantiva un po’ di autofinanziamento.”. Anche gli orti sociali affidati agli anziani, è stato necessario chiuderli precauzionalmente, qualche nonnetto ha pure tentato di scavalcare nella smania di accudire il proprio pezzetto di terra. Da allora” mi dice Paola sorridendo “fotografiamo ogni giorno gli orti, e inviamo la foto ai conduttori”.

Certo, la cooperativa sociale ha usufruito della cassa integrazione per i dipendenti, ma comunque s’è arrestato il lavoro dei volontari e degli obiettori di coscienza. E s’è fermato il progetto con il Ministero dei beni culturali per il recupero dei bambini fragili, utilizzando come laboratori gli orti museali creati nell’Anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere, nell’area archeologica di Pompei, nel Real Sito di Carditello.

“Abbiamo rischiato brutto” mi dice ancora Paola “ma ce l’abbiamo fatta. Ci ha aiutato la vendita dei prodotti, le conserve di pomodoro biologico coltivato sul fondo fuori le mura, e le bottiglie di asprinio dai filari di vite maritata simbolo di questa terra. Un momento emozionante è stata l’ospitalità alle classi di bambini coi loro maestri, che hanno potuto incontrarsi qui all’aperto, nei giardini del Casale, per festeggiare insieme la chiusura dell’anno scolastico”.

Alcuni progetti del Casale sono stati finanziati dalla “Fondazione Con il Sud” ed è al presidente, Carlo Borgomeo, che chiedo quanto il terzo settore si è rivelato fragile di fronte all’emergenza. “Non è il terzo settore in sé ad esser fragile” spiega Borgomeo “in molti casi si tratta di realtà ben strutturate, quello che è delicato è piuttosto l’oggetto delle attività, che sono le relazioni umane. Questa crisi” osserva il presidente “ci ha imposto un capovolgimento di paradigma. Prima pensavamo che le attività di cura alla persona, il welfare, fossero una conseguenza dello sviluppo economico. Ora sappiamo che è il contrario: è la capacità di valorizzare e proteggere le persone la precondizione di ogni percorso di sviluppo. C’è un punto sul quale le diverse scuole economiche sono d’accordo: la centralità del capitale umano. L’esperienza del Casale di Teverolaccio nella periferia difficile tra Caserta e Napoli” continua  Borgomeo “è di enorme importanza per la rinascita del territorio, assieme alle altre che la Fondazione sostiene a Messina, Cagliari, e a Napoli, dove i ragazzi della Sanità gestiscono splendidamente le Catacombe di San Gennaro. E’ con questi strumenti che possiamo arrestare lo svuotamento di quartieri e territori, spezzare i flussi centrifughi che portano via le persone.”

Il rapporto tra abitanti e territorio del quale parla Borgomeo era pure il cruccio di Manlio Rossi-Doria, ed è tema ancora caldo, se con la pandemia si ripropone la  necessità di un riequilibrio, ora che la città densa si è fatta pericolosa, intellettuali come Boeri e Arminio auspicano uno spostamento d’uomini verso i piccoli centri, che poi sarebbe un altro modo per il territorio rurale di venire in soccorso alla città, di curarne i mali.

Per seguire questa traccia, dall’Appia mi sposto a nord-est, sulla Casilina, la consolare più bella, coi filari d’alberi che la seguono ancora, come nel ‘700; in tre quarti d’ora sono a Pietramelara, dopo Riardo, nella media valle del Volturno, il distretto verde delle acque minerali. Mi aspetta Francesco Sabatino, agronomo, una lunga carriera nei servizi regionali di sviluppo agricolo, tiene un blog seguitissimo sulla storia e la cultura di questa terra (“Scribacchiando per me”), cinquecentomila contatti negli ultimi anni. Ci arrampichiamo per il borgo antico, un piccolo gioiello, fin su la torre, dall’alto si conferma la sensazione di quando arrivi: un senso d’ordine, di decoro che permea il paesaggio, nella parte abitata come in quella rurale.

“Qui le aziende agricole sono ancora vitali” mi dice Francesco “gli agricoltori hanno conservato un legame forte col territorio, ci sono allevamenti bufalini che producono in modo sostenibile, all’interno di un ciclo agronomico equilibrato”. Il versante nord del Monte Maggiore domina il paese, il manto fresco di boschi è intatto, proprio come lo vedeva un antico sannita. I boschi sono curati come un salotto, con Francesco visitiamo i ruderi di una masseria romana ai bordi della foresta, con un dedalo di locali sotterranei a volta, e tutt’attorno le mura ciclopiche.

Pietramelara è una cittadina ordinata, immersa nel verde, gli abitati a scacchiera potrebbero essere quelli di un quartiere satellite di Monaco o di Baltimora, la demografia è sana, gli abitanti sono 4.700, sono aumentati del 15% negli ultimi trent’anni, e raddoppiano quasi ogni d’estate, quando tornano gli emigranti dalla Svizzera; c’è una borghesia colta e articolata, e siamo solo a 45 minuti dal centro di Napoli. Eppure nel racconto di Francesco cogli accenti di preoccupazione.

La cittadina è cresciuta di venti volte nell’ultimo cinquantennio, ma il piccolo borgo medievale s’è svuotato. Lungo la stradina deserta una voce filtra da un uscio a pianterreno, è un’anziana professoressa di Napoli, col marito hanno preso casa qui vent’anni fa, lei accudisce una ventina di gatti, esprime delusione “Avevamo tante aspettative, poi abbiamo visto la vita sociale poco a poco affievolirsi, i negozi chiudere, il centro storico s’è svuotato, restiamo noi, con qualche famiglia di locali e di immigrati rumeni”.

Insomma in posti come questo si vive bene, la riserva di senso civico è una risorsa importante, eppure avverti la mancanza di una visione, di una strategia, senza la quale la qualità sociale si sfibra in un lento declino.

Potrebbero cittadine come Pietramelara contribuire al riequilibrio post-Covid del quale si parlava prima? Evitando gli errori del passato, agendo con misura, usando il patrimonio abitativo che c’è, senza la bulimia speculativa del piano casa, evitando di sfasciare un paesaggio di qualità che la comunità locale è riuscita a preservare? Forse si, se recuperiamo una capacità di coordinamento che s’è persa, ora che le decisioni si prendono tutte a scala municipale, dove il territorio lo vedi troppo da vicino, ti interessa solo casa tua, e il comune confinante è un avversario; o a scala regionale, dove il territorio non c’è più, si dissolve in narrazioni astratte, mentre è il livello intermedio che manca –  quello comprensoriale, che tiene insieme le città, le campagne e le reti di collegamento – liquidato in fretta con la riforma sbagliata delle province.

Sono questioni difficili, ma il viaggio deve chiudersi, ed allora riprendo la Casilina, poi la Venafrana verso il Matese, la montagna che si spegne, dal 1960 la popolazione si è dimezzata, è a Pratella che ho appuntamento con Antonio Maione, sacerdote, docente, psicoterapeuta, in largo anticipo sui tempi ha innescato un’esperienza di ripopolamento venendo a vivere qui, in un villaggio disperso ai piedi del massiccio. Antonio è una figura importante del cattolicesimo napoletano, le sue prese di posizione, le sue omelie nel segno del Concilio hanno a volte destato polemiche e contrasti, il solo torto è stato probabilmente quello di dire le stesse cose di papa Francesco, con cinquant’anni d’anticipo.

Il suo lavoro prosegue qui, ha restaurato alcuni casali abbandonati, ripreso la sistemazione e la coltivazione delle terre dove solo il bosco avanzava, e così la sua opera pastorale si svolge potando i tralci di una vigna, o mettendo a dimora un nuovo pollone d’olivo.

Un po’ alla volta una piccola comunità di cittadini lo ha seguito, ha preso casa e terra, sono docenti, ricercatori, professionisti, artisti, imprenditori. “Mettere insieme questa decina di ettari è stato difficile” mi dice Antonio mentre sediamo nella torretta sul tetto che domina a perdita d’occhio la vallata. “E’ stato necessario contattare una sessantina di micro-proprietari diversi, in un lavoro paziente di ricucitura e ricomposizione della terra”.

Gli chiedo perché la scelta di continuare il suo lavoro in un luogo ai margini, lontano dalla metropoli. “La città è un ingranaggio che troppo spesso non riconosce più alle persone la capacità di costruire in autonomia un proprio progetto, un percorso creativo di vita. Anche gli spazi sociali, pubblici, per un’interazione autentica si restringono. Un momento di lavoro sulla terra, con i suoi cicli e i suoi tempi, può aiutare le persone a riprendere contato con sé stesse.”

Perché l’idea di Antonio non è la scelta romantica, la fuga verso un countryside idealizzato. Secondo lui per ricostruire un senso di vita bisogna mettere insieme, più che contrapporre, i valori autentici dalle città e quelli dello spazio rurale, in una sintesi come la chiama lui “r-urbana”: un modo per affrontare i problemi della città e quelli della campagna, in questi tempi nuovi dopo la pandemia, dove i vecchi riferimenti non valgono più.

Ad ogni modo il progetto cresce e si diversifica, ne parlo con Costanza D’Elia, insegna storia contemporanea all’Università di Cassino, è una piccola donna normanna gentile e determinata, ha preso anche lei casa nel micro-borgo di Pratella, e qui ha fondato una casa editrice, si chiama “officinadifuturo”, che muove ora i primi passi. “Mi raccomando” dice “fai capire bene che non è il ritorno alla campagna, ma un percorso verso il nuovo, un viaggio verso la persona”.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 26 agosto 2020

L’appuntamento con Peter è a Oliveto Citra, il tragitto della superstrada verso l’Alta Valle del Sele non lo ricordavo così, una strada-paesaggio fantastica, attraverso uno scenario medioevale di colline vergini con boschi a perdita d’occhio. Quando in paese ci affacciamo dal belvedere che domina la valle, tra i Picentini e il gruppo austero dei Monti Eremita-Marzano, al confine con la Basilicata, la veduta mozzafiato ti dice che questo è uno dei pezzi di Campania più belli, che l’Italia è uno strepitoso museo sotto il cielo, proprio nei posti di margine, quelli che frequentiamo meno.

Peter Hoogstaden è un ingegnere olandese che proprio non riesce a invecchiare, ha studiato ingegneria agraria a Wageningen, da piccolo è venuto in Italia con l’idea di fare il pianificatore, strada facendo si è appassionato al turismo sostenibile, il piacere di scoprire i paesaggi rurali camminando. Vent’anni fa quest’idea è diventata impresa, ed è nata Genius Loci, un tour operator che accoglie, assiste e guida turisti da ogni parte del mondo, portandoli sui sentieri lontani dal caos, di un’Italia che molti, troppi connazionali non conoscono.

Ha lavorato duramente Peter, si deve molto al suo impegno se il Sentiero degli Dei è diventato “il sentiero più famoso d’Italia”, ma lui non si ferma, è sempre alla ricerca dell’ultimo angolo poco conosciuto che vale la pena di vivere, è un inventore di paesaggi, nel senso etimologico del termine, quello di dare nuovo significato e valore a luoghi che magari sono lì, sotto gli occhi di tutti, da qualche migliaio di anni.

Se la pandemia ha colpito pesantemente l’intero settore turistico, l’impatto è stato particolarmente duro per i segmenti che si rivolgono al pubblico straniero, che in quest’estate difficile è venuto completamente a mancare. Stagione compromessa, ma Peter non si è fermato, e l’innovazione cui sta lavorando ora è quella di proporre questo turismo diverso al pubblico italiano, un invito a riappropriarsi del Paese, rimanendo magari più vicini a casa propria, senza rinunciare a vivere comunque esperienze intense, sorprendenti, difficili da dimenticare.

E’ per vedere Peter all’opera che sono venuto, per capire come fa: stamattina a Oliveto Citra deve incontrare un gruppo un po’ speciale di persone che a diverso titolo stanno lavorando per far vivere e conoscere questa valle fuori dal tempo, ma che pure il tempo e la storia hanno profondamente segnato, l’epicentro del sisma tremendo del 1980 è su quegli altopiani calcarei, appena dietro le cime silenziose che ci circondano.

Ma la Ricostruzione qui il paesaggio non l’ha distrutto, la vista sulla valle è ancora un quadro settecentesco, un mosaico mozzafiato di coltivi, boschi, filari, tutto curato e coltivato, le case nuove sparse nella valle ci sono, ma nascoste pudicamente nel verde e quasi non le vedi.

Nella minuscola piazza-salotto del paese, con i platani potati ad arte come eleganti pensiline verdi, il monumento ai caduti,  gli anziani sulle panchine all’ombra che ci guardano, ci viene incontro Carmine Pignata, è il sindaco di Oliveto, medico, con lui parliamo della difficoltà di tener viva qui una comunità di 3.800 persone, ci parla dell’importanza dello stabilimento per la lavorazione del pomodoro che la Mutti ha acquisito da pochi anni nell’area ASI lungo il fiume, sono posti di lavoro preziosi, l’agricoltura e il turismo restano importanti, ma senza un’economia diversificata fatta di manifatture e servizi questi luoghi non reggono.

Ora il gruppo si completa, ci raggiungono Marzia Spera, geologa e docente, con lei sono Tiziana, Francesca, Rosalia, Massimo, Umberto, tutti soci di “Mefitis”, l’associazione che lei ha fondato, che porta il nome della dea tremenda e misteriosa che da tremila anni veglia sulle mofete, le fonti naturali di gas tellurici che sgorgano dalle viscere della terra. Nel territorio di Oliveto ce ne sono una decina, e su questa singolarità Marzia ha costruito un progetto di visita e conoscenza, lungo un itinerario che ti porta a esplorare buona parte della valle maestosa.

Dai margini del borgo ci inoltriamo lungo il sentiero bordato di querce, fin giù al fondovalle, tra oliveti ben curati, macchie di bosco e filari, campi dorati dalle stoppie di frumento, ruderi silenziosi di abitazioni rurali, con le pietre coperte di licheni.

In questo paesaggio-giardino, dove il presidio agricolo tenacemente tiene, i manufatti storici sono tutt’uno con la natura, come l’acquedotto con gli archi aggraziati in pietra che alimentava la cartiera; e la piccola chiesa quattrocentesca di Santa Maria delle Grazie, ai margini del borgo, con l’immagine della Vergine col Bambino, insolitamente ritratta coi seni scoperti e una corona turrita, che sono poi gli stessi attributi di un gruppo di antiche divinità (la Grande Madre Cibele, la Dea Madre dei Cretesi) della quale la stessa Mefitis potrebbe far parte.

La mofeta che ora incontriamo sperduta nel verde e il silenzio è un laghetto d’acqua gelata ribollente, il colore è lattescente, l’odore pungente di solfuro. Tutt’attorno il suolo è spoglio, incrostato di depositi minerali, solo poche piante specializzate, come il giunco, riescono a crescere, l’atmosfera è sospesa, le immagini dantesche affiorano alla memoria, e capisci perché nei millenni, gli italici prima, i romani poi, abbiano stabilito questi come luoghi di culto: e perché Mefitis (“colei che fuma”, “colei che sta in mezzo”) sia stata la dea della fertilità femminile e dei raccolti, della salute recuperata, e del passaggio tra gli stati diversi della vita, con le acque che guariscono dalle malattie, e il mantello invisibile di anidride carbonica che può invece stordirti e ucciderti.

Tutte queste cose le racconta Marzia, con competenza scientifica (come geologa ha collaborato a lungo con l’Osservatorio vesuviano nello studio e monitoraggio di queste mofete), ma anche con momenti di immedesimazione teatrale, rituale, durante i quali quasi trasfigura nella sacerdotessa dell’antico culto, e comprendo allora cosa sia il “turismo esperienziale” che lei intende proporre, dove non c’è solo lo “storytelling”, il racconto, ma anche lo “story-living”, il rivivere in questi luoghi millenari, esperienze e sensazioni che i nostri progenitori devono aver sicuramente provato.

Il viaggio prosegue, con le mofete che assumono conformazioni diverse, quasi fossero manifestazioni cangianti della dea: fredde acque pullulanti all’interno di inghiottitoi di roccia calcarea, pozze di fanghi gorgoglianti o anche – ed è la forma più impressionante – pozzi asciutti di gas, dove il flusso venefico lo avverti dal sibilo tra le rocce, l’aria che vibra, l’odore e la desolazione nuda che c’è intorno.

E’ il momento di tirare le fila, spontaneamente all’ombra di una farnia ci disponiamo in circolo, oltre a Peter, Marzia e gli amici di “Mefitis” sono con noi Alessandro Di Muro, docente di Storia medievale all’Università della Basilicata che studia questi territori da anni, e il presidente dell’Oasi Regionale “Foce Sele e Tanagro”, Antonio Brescione.

La domanda è una sola: come può un progetto come quello di Marzia e “Mefitis” crescere e svilupparsi, diventare elemento di un’offerta turistica stabile e strutturata? Nella discussione sotto gli alberi i diversi elementi di una possibile risposta iniziano a emergere con una certa chiarezza.

Alla base di tutto, l’investimento principale riguarda il capitale umano, la formazione di attori consapevoli e qualificati, ed è il lavoro che Marzia e l’associazione “Mefitis” cocciutamente conducono da anni. Per far questo, anche lo studio e la conoscenza dei luoghi, che la ricerca geologica, storica, sociale costruisce nel tempo, è un carburante che deve uscire dai libri, e alimentare il più diffusamente possibile le menti e i discorsi delle persone

Così come è importante il sostegno convinto, non episodico dei poteri pubblici. Marzia e “Mefitis” pensano alla creazione di un Parco delle mofete, e guardano anche al “Contratto di fiume” che Antonio Brescione con l’Oasi Sele-Tanagro sta promuovendo, il tentativo di cucire insieme le esperienze innovative lungo l’intero corridoio fluviale, dalla sorgente alla foce, cercando di superare in questo modo egoismi e chiusure municipali, che pure esistono.

Poi ci sono le cose che Peter Hoogstaden sostiene e pratica da anni. Il turismo – e quello che lui ha in mente è sempre un’attività rispettosa, attenta a non consumare la qualità sociale, le risorse dell’ambiente e del paesaggio – è una cosa che riguarda gli abitanti, prima che i turisti: la consapevolezza e la cultura dei luoghi di vita, prima ancora dei flussi di presenze e dei fatturati.

Insomma, un tour operator può certamente aiutare a far nascere quelle che Riccardo D’Acunto – l’economista già docente di Sociologia del turismo alla Sapienza di Roma, che accompagna Marzia e “Mefitis” nel loro percorso – chiama le “micro-reti” di servizi che servono per il trasporto, l’accoglienza, il ristoro, la guida e l’intrattenimento degli ospiti, ma l’energia, la passione e la perseveranza deve mettercele il territorio, con la sua comunità, i suoi amministratori.

Una conclusione, all’ombra della grande quercia, la trova alla fine Umberto, avvocato, e socio di “Mefitis”: c’è una parola, dice lui, che racchiude le cose che abbiamo detto e ascoltato nel viaggio di stamattina. Questa parola è “insieme”, che è poi l’unica strada per uscire dalla crisi.

Antonio di Gennaro, repubblica Napoli del 24 agosto 2020

Il taglio dei parlamentari non è una buona cosa per la democrazia, e ci vorrebbe che qualcuno lo spiegasse agli incauti promotori come è fatto veramente il Paese, al di là della lente distorcente dei social. Basterebbe una foto, l’immagine notturna dell’Italia sul sito della NASA: lo stivale tutto buio, con le sole macchie di luce delle aree metropolitane. In quel buio, che sono le colline e le montagne che formano l’80% del territorio nazionale, vive grosso modo metà degli italiani; nel 20% di territorio illuminato l’altra metà.

La riduzione del numero dei rappresentanti non colpirà in egual modo le due Italie, quella della concentrazione urbana e quella a bassa densità dei piccoli centri, ma in special modo quest’ultima, indebolendone ulteriormente la voce, e la possibilità di una partecipazione attiva alla vita del Paese.

In Campania poi, dove tutti i guai italiani si presentano in forma amplificata, l’asimmetria demografica è ancora più clamorosa, perché sul 20% del territorio – i vulcani e le pianure costiere – vivono i tre quarti della popolazione regionale, con il restante 25% che rimane a presidiare la sterminata green belt appenninica, dal Matese al Cilento, passando per il Fortore e l’Alta Irpinia, l’80% del territorio regionale in fase di drammatico spopolamento.

A causa della bassa densità e del calo demografico queste terre avranno sempre più difficoltà a eleggere propri rappresentanti nelle assemblee legislative nazionali, finiranno in una specie di serie B della democrazia. Il divario tra le due Italia conoscerà una inimmaginabile consacrazione istituzionale.

Se il popolo e il territorio sono i due pilastri dello Stato, un sistema di rappresentanza che dimentica il secondo, premiando esclusivamente la forza della demografia, non è in grado di assicurare al Paese un futuro sostenibile, perché sono le comunità a bassa densità che curano e tengono vivo l’ecosistema Italia, con il suo paesaggio e la sua identità, garantendo alle aree metropolitane il rifornimento di asset essenziali, a cominciare dall’acqua, l’aria, la difesa del suolo e la sicurezza alimentare.

E’ veramente singolare allora che proprio a questa parte dell’Italia, che già sconta una minore dotazione di servizi di base (scuola, sanità, internet ecc.), sia negato il diritto a partecipare alla formazione delle politiche, delle scelte, delle strategie.

Insomma, in caso di vittoria del “si” le perdite per la democrazia sono certe, a fronte di un risparmio dello 0.00 qualcosa sulla spesa pubblica, e alla soddisfazione vacua di aver finalmente assestato uno schiaffo alla casta, col seguito di propaganda malata sul web. Tra poco meno di un mese sapremo, il guaio è l’aver affidato la scelta a una slot machine truccata, che ha un solo risultato, quello che proprio non serve al Paese.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 23 agosto 2020

Il viaggio nelle campagne al tempo della pandemia comincia dove la storia ha avuto inizio, la piana di Quarto, l’ecosistema agricolo dentro il più grande cratere flegreo, che per tremila anni ha prodotto, instancabilmente e in silenzio, cibo e alimenti per le città antiche di Cuma e Pozzuoli, poi per quella nuova, Napoli.

Affacciandosi da S. Rocco, la frazione di Marano sul ciglio del cratere, la veduta dall’alto è ancora verde, coi boschi di castagno e querce sui versanti, tutt’intorno la grande conca, che è un mosaico intricato di case viti e coltivi. Mi accompagna Raffaele Verde, la sua cantina “IV Miglio” da più di vent’anni produce, proprio in questi vigneti superstiti, una delle migliori falanghine che sia dato gustare a queste latitudini.

“Nel 1950 nella piana di Quarto vivevano 5.200 persone, assieme a 5.000 capi bovini. Qui si produceva la carne per Napoli, il latte, e il vino naturalmente. Le famiglie contadine abitavano le piccole frazioni sparse tutt’intorno la piana, in ognuna c’era la masseria con i beni in comune, l’aia, il forno, il torchio e la cantina, le regole di convivenza erano quelle dei pagus, i villaggi di duemilacinquecento anni fa”.

Chiedo a Raffaele in che momento la modernità è arrivata davvero. “La vita di questi luoghi è cambiata con le emergenze telluriche, il bradisismo negli anni ‘70, poi il terremoto del 1980. Un uno-due micidiale, la storia ha messo il turbo, le stalle divennero case, il mondo antico s’è sbriciolato, ed è iniziato quello nuovo”.

Nel paesaggio avanti a noi la corona di piccoli villaggi persi nell’arboreto medievale non si vede più, ora c’è una città reticolare diffusa di 41.000 abitanti. I primi diecimila arrivarono col bradisismo, gli altri 25.000 dopo il sisma dell’80, in un flusso che in questi quarant’anni non s’è mai interrotto. Le aree edificate si sono moltiplicate per 30, ora sono 600 ettari, sui circa 1400 del territorio comunale. Vuoi chiamarla città, ma è un’altra cosa, un reticolo fitto di palazzine spontanee, ai bordi di strade rurali senza marciapiede, che prima o poi ti riportano alla campagna.

Da quasi tremila anni queste sono terre di passaggio, il toponimo non indica un luogo, ma solo che siamo al quarto miglio della via Campana, l’arteria vitale tra Pozzuoli e Roma, per realizzarla fu necessaria un’opera immane di ingegneria, col taglio della montagna, lo spacco buio nel Gauro, che attraversi oggi proprio come allora in silenzio, tra i muri altissimi in opus reticulatum.

Quando riesci alla luce, Via Campana sembra periferia d’America, coi negozi i bar le pompe di benzina le insegne dove prima era solo campagna, e la vita che scorre veloce, lungo la strada di attraversamento. Oltre le palazzine costruite a memoria dai capomastri, il tipo edilizio più ambìto è la villetta col tetto a doppia falda, come fossimo in montagna, cose che non c’entrano niente coi luoghi ma l’effetto, nella grazia invincibile del paesaggio flegreo, resta nonostante tutto gradevole.

Nei racconti di Raffaele Verde, Quarto è un luogo di ruralità ancestrale, che non si è mai fatta municipalità. Fino al decreto del 1948 che ne stabilì l’autonomia,  Quarto è rimasta frazione di Marano: il castello, la torre, il palazzo del principe e il municipio erano lì, in alto, qui era solo la riserva silenziosa di uomini e terre fertili, e infatti un centro storico vero e proprio non c’è, a stento riconosci nel mare della nuova edificazione ciò che resta dei minuscoli nuclei rurali, e il solo monumento identitario è la piccola chiesa duecentesca di S. Maria.

Già, i monumenti. Il patrimonio archeologico è diffuso, con Raffale visitiamo il mausoleo della Fèscina, vicino i binari ferroviari, la cuspide misteriosa sembra la traccia di un’architettura arcaica, o aliena; poi i ruderi della Villa del Torchio, i resti di una importante masseria romana, con i locali e le opere per la produzione del vino. Il sito si conserva miracolosamente, recintato e protetto da una copertura lignea, nell’interstizio tra il viadotto della superstrada, lo sterminato centro commerciale, e i grandi capannoni inutilizzati di un acetificio che ha chiuso i battenti.

Chiedo a Raffaele com’è finito, lui veterinario, a produrre vino. “Papà era pilota di guerra, il sogno era seguire le sue orme in aviazione ma fui scartato per un’anomalia cardiaca. Lui era anche un bravo allevatore, e fu questa alla fine la strada”. La carriera di medico veterinario Raffaele l’ha fatta tutta nel servizio sanitario nazionale, fino alla dirigenza, poi venne il problema di cosa farsene delle terre di famiglia, erano frutteti antichi, non specializzati, lui scelse invece di puntare tutto sulla vite.

Così ha impiantato il vigneto, che gestisce come un salotto, sperimentando nuove tecniche di allevamento, inerbimento e difesa, l’obiettivo è incrementare l’humus e la fertilità del suolo, riducendo al minimo la chimica. Tornati in azienda percorriamo i filari ordinati, Raffaele racconta, e a ogni passo si ferma a sfogliare un tralcio, per dare luce a un grappolo.

Da medico veterinario, professionista della vita, ha sempre creduto che un grande vino comincia dal benessere e l’equilibrio della vigna, la cantina deve solo rispettare ed esaltare questi valori. E i suoi ragazzi l’hanno accompagnato nell’avventura. Ciro è un enologo di prim’ordine, Alessandro invece segue la ristorazione, perché a “IV Miglio” puoi sperimentare oltre i vini anche una delle migliori cucine dell’area flegrea.

Insomma, intorno alla falanghina e alla ristorazione di qualità Raffaele ha costruito un’azienda che dà da vivere a una comunità di una ventina di persone, un’economia del territorio che nasce dal basso, partendo dal terroir, dai valori unici del suolo e della storia: una possibilità diversa per questi luoghi, che non sia il gioco a perdere dell’edilizia di rapina. In mezzo al caos dell’urbanizzazione veloce, è proprio partendo da questo centro storico verde, fatto di vigneti in mezzo alla città, che anche a Quarto un ordine potrebbe ritrovarsi, una nuova qualità dei luoghi, un senso di appartenenza, cura, responsabilità.

Resta il fatto che la pandemia, questa forza cieca che ha distribuito inegualmente dolori, costi, perdite e opportunità, ha colpito duramente proprio l’agricoltura multifunzionale, questa economia nuova del territorio e della convivialità. Come altre cantine di qualità “IV Miglio” ha sofferto nei mesi del lockdown il blocco dell’export, e il fermo completo dell’HO-RE-CA, la filiera che comprende alberghi, ristoranti e caffè.

Seduti nel giardino che guarda le vigne, ragioniamo di queste cose, mentre Ciro ci presenta in anteprima l’ultima nata, una falanghina senza solfiti, da brividi. Davanti al bicchiere fresco, Raffaele parla dei problemi gravi del momento con pacatezza, un’apprensione temperata dalla ragione, la forma mentis è quella della medicina umanistica di vecchia scuola, dove prima della malattia c’è la necessità di comprendere gli equilibri che sono alla base della buona vita.

“Siamo ripartiti con la ristorazione, la struttura dei locali e degli spazi aperti fortunatamente ci consente di applicare meticolosamente i protocolli di prevenzione e distanziamento, ma non è questo il punto. Il problema è come restituire serenità alle persone, che non c’è ancora, e io penso che proprio in questa fase la comunicazione istituzionale e dei media non ci stia aiutando. E’ una continua doccia scozzese di allarmismo e rassicurazione, messaggi contrastanti vengono dati nello stesso comunicato governativo, pagina di giornale, scaletta di telegiornale. In una situazione di oggettiva incertezza, non è questo il modo migliore per aiutare le persone ad adottare comportamenti consapevoli, a vivere responsabilmente questo momento di transizione.”

Raffaele alza il calice, osserva controluce il colore della nuova creatura. “Per il vino poi, la pandemia non ha fatto altro che evidenziare le nostre antiche debolezze, l’incapacità dei produttori di un territorio come i Campi Flegrei di fare alleanza, cooperare veramente, perché è evidente che nessuno si salva da solo. Il mercato internazionale è spietato, puoi affrontarlo solo se concentri tutte le forze, condensando davvero in un solo racconto credibile il vino, i vulcani, la natura particolare di questa terra, dove la storia dell’uomo è cominciata, insieme a un progetto, un impegno serio per farla vivere ancora.”

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 21 luglio 2020

Oreste Casalini ci ha lasciati, un tumore ai polmoni l’ha fermato la scorsa notte a Roma. Era nato a Napoli cinquantotto anni fa, era ancora un gigante di ragazzo, timido brusco e gentile, uno dei maggiori artisti italiani contemporanei. Ricordo quando arrivò a studio, sono passati più di dieci anni. Era già famoso, la figura imponente si aggirava senza parlare tra foto satellitari e cartografie, con quella curiosità di tutto che lo animava, era il suo modo di vivere e respirare.
Gli raccontai quello che stavo facendo, un libricino sulla terra, la terra dei fuochi. Ascoltò silenzioso, tornò dopo qualche giorno con una cartella zeppa di acquerelli in bianco e nero emozionanti. Aveva capito tutto. Nei disegni c’era la grumosità minerale, la stratificazione dei suoli, le viti delle alberature aversane avvolgevano corpi tremanti di donna, e madonne duecentesche silenti. In quel libro finirono le parole che avevo scritto, e i suoi disegni, ma i disegni parlavano di più.
Ha vissuto, lavorato e lasciato le sue opere nelle principali capitali del mondo. Era instancabilmente alla ricerca di tecniche e materiali nuovi, per i suoi dipinti che erano sculture, e per le sue sculture che vibravano di vita, e aveva un dono divino, perché il suo segno vinceva sempre, su tutte le tecniche e i materiali. I suoi book di disegni sono tra i romanzi più belli che ho letto.
Non so quanto c’entrasse il fatto di esser nati lo stesso anno, ma io ritrovavo nei suoi segni le forme e il volto dell’Italia come l’avevamo vista da piccoli, con gli occhi emozionati di ragazzino, dal finestrino sull’Autosole, prima che tutto cambiasse. Lui disegnava una casa, un volto di donna, un albero, un crinale, le arcate di un ponte in una valle d’Appennino o un bue in mezzo a un campo, con la modernità essenziale di un pittore del Duecento. Hanno scritto che il suo era un alfabeto di forme primordiali, archetipi; resta stupefacente la vita, l’intelligenza, l’eleganza semplice che ci metteva dentro, non era mai maniera, solo dolorosa verità.
Ha cercato di raccontarlo in uno dei suoi scritti più recenti: “Un’opera è sempre il risultato di un desiderio smisurato, la natura stessa della meraviglia si nasconde in questo segreto, il piacere semplice di fare il meglio, tendere al meglio come atto di devozione e rispetto per il lavoro, una azione rituale, tra le righe, nello spazio del non richiesto, quel che è essenziale aggiungere per non morire di sola materia.”. Il titolo della sua ultima mostra è “Per sempre”. Ti sia lieve la terra, fratello.

 

Antonio di Gennaro, 27 giugno 2020

Alla fine del suo viaggio alla ricerca vana dell’immortalità Gilgamesh torna a Uruk, la città sulle sponde dell’Eufrate che ha edificato e di cui è re, l’osserva dall’alto e descrive com’è fatta: all’interno delle mura “un terzo di tutto è città, un terzo giardino, un terzo campagna”. E’ il primo racconto scritto di un ecosistema urbano di quattromilacinquecento anni fa, un millennio e mezzo prima dei poemi omerici.

Gli habitat dell’uomo sono ancora quelli – la città, il giardino, la campagna – è da questi che dobbiamo partire per discutere della nostra vita in tempo di emergenza, perché attraverso parole d’ordine come “distanziamento” e “confinamento”, la pandemia ha cambiato prima di ogni altra cosa la metrica dei nostri spazi di vita.

La cosa urgente ora è capire come sono attrezzati gli ecosistemi nei quali viviamo – Napoli, l’area metropolitana, la Campania – per adattarci alle nuove condizioni di vita; che possibilità abbiamo di farcela, tenuto conto che l’emergenza Covid non porta problemi nuovi, ma presenta tutto insieme il conto di quelli vecchi, lasciati lì a marcire.

Un primo aspetto è che, almeno per un po’, la densità non è più una virtù. La concentrazione di relazioni, occasioni, scambi che costituiscono la forza inarrivabile dell’ecosistema urbano, si è trasformata nel suo tallone di Achille, e c’è ora chi decanta le virtù del borgo, della periferia dispersa, della vita a bassa intensità.

Per una regione come la Campania, dove il 75% degli abitanti vive stipato sul 15% del territorio regionale, nell’area metropolitana più scombinata e pericolosa d’Europa, la pandemia appare l’occasione per un affrontare il riequilibrio demografico verso la green belt appenninica, la costellazione dei  trecento piccoli comuni che ha perso in mezzo secolo più di un terzo della popolazione.

Per l’area metropolitana invece, tornando a Gilgamesh, l’emergenza rappresenta il momento buono per riscoprire il valore delle campagne urbane. Proprio come l’antica Uruk infatti, in maniera sorprendente la metropoli è fatta ancora per il 60% di spazi verdi – aree coltivate, boschi, pascoli – in un mosaico caotico con le aree urbanizzate e il reticolo di infrastrutture, che coprono il restante 40% dello spazio.

Se fino ad ora abbiamo considerato queste campagne come una specie di terra di nessuno, spazio di riserva per l’espansione edilizia, è questo il momento di riassegnare loro la funzione primaria: quella di spazi verdi multifunzionali nei quali, accanto all’agricoltura di qualità, si produce cultura, vita all’aria aperta, educazione e didattica, sport. Un bene pubblico insomma, il giardino della metropoli, al posto dell’immagine desolata della Terra dei fuochi. Ricordando che nella civiltà della Piana campana “giardino” è propriamente il frutteto, l’arboreto promiscuo tradizionale, col groviglio multiforme di piante da frutto e viti, sulle terre vulcaniche più fertili del mondo.

In altri termini, la metropoli ha al suo interno i suoi spazi pregiati di decompressione e distanziamento, quello che dobbiamo fare è rimuovere la coltre di incuria e degrado che li imprigiona, curarli un po’, viverli, vigilare, fare ordine, ricostruire una toponomastica e una leggibilità dei luoghi.

Per il capoluogo il discorso è simile, seppur a una scala diversa. Gli ecosistemi verdi in città coprono 3.500 ettari, 3.100 dei quali sono campagne, tutte protette dal Piano regolatore, e i restanti 400 ettari, che è invece la somma dei 52 parchi e giardini, dai maggiori come Capodimonte, Floridiana, il Parco dei Camaldoli e il Virgiliano, a quelli della Ricostruzione, fino ai più piccoli di quartiere e vicinato.

E qui veniamo al punto. Queste aree sono in potenza uno strumento formidabile, sono spazi sociali che la città può mettere in campo per attrezzarsi in tempi di pandemia. Sono beni pubblici, come sono beni pubblici le altre armi che abbiamo per vincere il male, il Cotugno, le terapie intensive, i centri di ricerca e i laboratori. Il problema delle aree verdi, dal Parco delle colline (in freezer da un decennio), ai parchi storici in disarmo, senza più manutenzione, è la loro accessibilità effettiva per gli abitanti, atteso che la lotta al virus non si fa con numeri, slogan e proclami, ma migliorando giorno per giorno la qualità dei nostri desolati ambienti di vita.

L’articolo è pubblicato in: COVID. Le cento giornate di Napoli. la Repubblica Novanta-Venti. Guida editori, pp. 171-173

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 20 giugno 2020

Quella che provi in questi giorni a leggere i programmi per il dopo-pandemia è la vertigine della lista, la fascinazione descritta da Umberto Eco che l’uomo da sempre prova per gli elenchi – si tratti di luoghi, città, libri, eserciti o persone – e la spiegazione è che le elencazioni sono pur sempre racconti del mondo, della sua molteplicità e completezza.

Prendi il programma preparato dalla squadra di esperti di Colao, già messo da parte: 102 idee per il rilancio 2020-2022, c’è tutto o quasi, tanto che alla fine risaltano le poche cose che mancano, a partire dal Mezzogiorno. Come se si potesse prescindere, per far ripartire l’Italia, dal fatto che ci sono pezzi di Paese nei quali l’offerta di servizi essenziali e opportunità di futuro per le persone, già depressa prima dell’emergenza, rischia seriamente di inaridirsi ancor di più dopo.

Anche l’agricoltura manca, e questo è un guaio, non tanto per la sicurezza alimentare, che pure è un obiettivo strategico della nazione, quanto perché le attività agricole e forestali sono la base in Italia della manutenzione quotidiana di quell’85% di paesaggio che non è fatto di città ma di campi coltivati, praterie e boschi. Una fabbrica multifunzionale di bellezza, che secondo il presidente Conte dovrebbe essere la risorsa base per la ripartenza del Paese.

Ma la forza dei programmi-lista sta nel fatto che sono racconti esaustivi del mondo: la promessa/illusione che l’intera realtà che ci circonda, con tutta la sua complicazione, complessità e imprevedibilità, risponda alla fine, grazie all’incantamento della lista, alla nostra capacità di controllo.

Il programma presentato dal governo agli Stati generali in corso in questi giorni a Villa Pamphili è esteso e ramificato non meno di quello di Colao, è anch’esso un programma-mondo, un’elencazione enciclopedica di obiettivi, e infatti qui l’agricoltura c’è, e pure una parte dedicata al riequilibrio territoriale, con la proposta dell’introduzione al Sud di una fiscalità di vantaggio per attrarre investimenti.

Resta il fatto che, in mezzo a questa impressionante selva di propositi, slogan, parole d’ordine, un sentiero realistico deve essere tracciato, scegliendo rapidamente con responsabilità, all’interno della sterminata mappa del programma-mondo, le pochissime parti ritenute decisive, quelle che devono essere affrontate per prime, per orientare davvero il corso delle cose: le tre-quattro priorità cui dedicare il tempo e le risorse a nostra disposizione, che restano comunque limitate. Solo così convinceremo tutti in Europa che facciamo sul serio, fermo restando che tra queste cose, la riunificazione di questo Paese troppo lungo, per usare le parole di Giorgio Ruffolo, è ancora al numero uno.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 2 giugno 2020

Un legame lungo cinquemila anni rischiava di rompersi per sempre. I primi solchi, le tracce archeologiche dei primi esperimenti di agricoltura in Campania felix sono venute alla luce negli scavi per la stazione Toledo della nuova metropolitana, in un antico suolo sepolto della fine del Neolitico, nel ventre buio del centro storico di Napoli. Il suolo vulcanico più fertile che esiste sulla faccia della Terra. Questa fertilità straordinaria è alla base della civiltà campana, a partire dalle origini, ma il legame tra noi e i nostri suoli è stato messo a dura prova negli ultimi anni, con la crisi della cosiddetta Terra dei fuochi. Da generatori di vita e di alimenti, i suoli della pianura si sono all’improvviso trasformati in insidiosi portatori di rischio.

Questa storia per fortuna è alle nostre spalle. Anche grazie al nutrito gruppo di scienziati ed esperti che in pieno allarme pubblico, anziché strillare libri articoli e denunce, si è messo a studiare e analizzare sistematicamente, nel quadro del progetto di ricerca comunitario LIFE-ECOREMED, lo stato di salute degli ecosistemi agricoli della Piana campana: gli orti e i frutteti dispersi nella grande area metropolitana, dove 20.000 aziende agricole continuano a produrre ortaggi di qualità, richiesti dai consumatori di mezzo mondo.

Di tutte queste cose si parla in un seminario nazionale che si svolgerà in rete mercoledì 3 giugno a partire dalle 16.00, sulla piattaforma zoom dell’Ordine dei Dottori Agronomi della Provincia di Salerno (iscrizione libera sul link reperibile da questo link), che lo ha organizzato in collaborazione con il Dipartimento di Agraria della Federico II, la Società Italiana di Agronomia, la Società Italiana di Scienza del Suolo, l’Associazione Italiana Architettura del Paesaggio.

Per la prima volta il convegno web riunisce insieme molti dei ricercatori del progetto ECOREMED, che è stato premiato nel maggio 2019 a Bruxelles dalla Commissione europea per i risultati conseguiti e il contributo reso al Paese. Dalla loro voce sarà possibile ascoltare il racconto di un percorso aspro, durato sei anni,  in un clima pubblico arroventato dal fuoco incrociato di accuse, allarmi, polemiche.

Alla fine, i suoli e i prodotti agricoli sono stati scagionati, ma non è probabilmente questo il risultato più importante del lavoro. Il contributo che resterà è il protocollo messo a punto per determinare lo stato di contaminazione dei suoli agricoli, e se necessario curarli, con tecniche verdi che impiegano piante e microrganismi, assai meno costose delle bonifiche tradizionali.

E’ un tassello che mancava nel quadro legislativo nazionale: avevamo le regole per i suoli industriali, non per quelli agricoli. Ora il protocollo ECOREMED, che è assolutamente free, è diventato parte di un decreto governativo: il metodo che i ricercatori campani hanno messo a punto costituisce riferimento per il Paese intero. Per noi, l’occasione di recuperare un rapporto con i suoli e i paesaggi rurali alla base della nostra vita, anche quelli incastrati nella città, per conoscerli, rispettarli, curarli, come un pezzo importante di una lunga storia comune.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 24 maggio 2020

Sylvain Bellenger è costretto a chiudere l’accesso al parco di Capodimonte a causa di attriti con i sindacati e subito arriva il rimprovero di Luigi de Magistris, che lo invita a riaprire per motivi di salute pubblica, lamentando una mancanza di coraggio che “sta corrodendo il Paese”. Si ripropone dunque con forza il problema degli spazi verdi in città, al quale “Repubblica” ha dedicato una approfondita serie di reportage, articoli, interviste. A questo punto una riflessione è necessaria, anche alla luce dell’ultima polemica tra sindaco e direttore del Parco.

Dall’inchiesta di “Repubblica” sul verde urbano a Napoli emerge un quadro di luci (poche) e ombre (troppe). Lo scenario d’insieme è quello di un patrimonio a pezzi, allo stremo. Dei parchi storici della città uno solo, proprio quello di Capodimonte, si propone come modello gestionale di riferimento, assicurando nonostante tutte le difficoltà (e l’ultimo incidente di percorso) uno standard di fruibilità da grande città europea. Per il resto, il racconto dei giornalisti di “Repubblica” è quello di un itinerario dolente attraverso luoghi di decadenza fisica e funzionale, dalla Floridiana alla Villa Comunale fino al Virgiliano, nel verde perduto di Posillipo.

La situazione è critica anche per i parchi contemporanei, quelli del Piano delle Periferie e della ricostruzione dopo il terremoto dell’80 – Troisi, Fratelli De Filippo, Scampia – giustamente presentati dalla Guida Rossa del Touring come le prime grandi attrezzature verdi realizzate in città dai tempi dei Borbone. I progetti di queste aree, è bene ricordarlo, sono a firma dei migliori nomi della progettazione dei giardini in Italia, da Ippolito Pizzetti a Vittoria Calzolari.

Esemplare il caso del Parco Fratelli De Filippo, a Ponticelli, un’area verde di dodici ettari al centro di un quartiere importante, che pure ha fame assoluta di socialità, dove la manutenzione da anni si arresta inspiegabilmente al primo ettaro, il solo fruibile, grazie anche agli stupendi orti urbani curati dalla rete di associazioni, comitati, scuole. Nei restanti undici, uno sterminato deserto urbano, con le strutture in completo disfacimento e una giungla vegetale impenetrabile, carica di illegalità e insidie.

Ma il monumento all’incuria e all’incapacità gestionale è il Parco dei Camaldoli, cento ettari di castagneto, un vero bosco in città, una risorsa incomparabile di biodiversità: un ecosistema prezioso che sarebbe il vanto di ogni comunità urbana in qualunque altro posto del mondo, chiuso ormai alla cittadinanza e abbandonato a un degrado fisico e vegetazionale che ha assunto aspetti di rischio assolutamente drammatici e inaccettabili.

La sofferenza è sistemica, riguarda purtroppo a vario grado l’insieme dei 52 parchi e giardini raffigurati nella cartografia ufficiale scaricabile dal sito del Comune di Napoli: 340 ettari in teoria disponibili per la cittadinanza, la cui reale fruibilità appare, come testimoniato dall’inchiesta di “Repubblica” problematica, frammentaria, incerta. Per non parlare del Parco metropolitano delle colline di Napoli, l’intuizione coraggiosa del piano regolatore per mettere in sicurezza buona parte delle aree agricole della città, 2.200 ettari di masserie vigneti e frutteti da rilanciare in chiave multifunzionale, in stand by da più di un decennio.

Insomma, il verde urbano a Napoli è all’attualità un bene nominale: c’è sulla carta ma non è fruibile con certezza dai cittadini per carenza cronica di governo e manutenzione. Come è nominale a questo punto – doloroso constatarlo – il rispetto degli standard urbanistici di legge, i metri quadri di verde pubblico che la Repubblica italiana deve garantire ai cittadini come parte del diritto costituzionale alla salute e alla qualità di vita, con buona pace delle narrazioni rituali sui beni comuni.

Siamo all’anno zero, e dice bene Francesco Erbani nella sua riflessione su queste pagine del 22 maggio  (“Ascoltiamo le parole di Bellenger”): la lezione di Capodimonte resta valida nonostante le difficoltà di questi ultimi giorni, e sta tutta nell’idea cocciuta del direttore francese che il Parco sia importante alla pari del Museo; nella responsabilità di curarlo, gestirlo e metterlo in gioco per offrire alla cittadinanza un servizio essenziale, elaborando una strategia di respiro europeo. Una strategia appunto, la città ha bisogno in primo luogo di questo.

Pio Russo Krauss, Associazione “Marco Mascagna”

Pio Russo Krauss è un medico, si occupa di medicina pubblica e educazione alla salute. L’intervento che segue è apparso sul notiziario dell’Associazione “Marco Mascagna”. E’ uno dei migliori interventi che mi è capitato di leggere sui giornali o in rete sul tema delicato delle regolarizzazioni in agricoltura, Come per altre cose la pandemia ci sollecita ad affrontare problemi lasciati a marcire da tempo. La regolarizzazione è evidentemente il primo passo, c’è poi da dare a chi è in regola abitazione, servizi, assistenza sanitaria, fosse solo per i mesi che trascorrono da noi, riprendere le buone cose che erano state avviate, a partire dagli SPRAR.

La campagna ha i suoi tempi a cui l’uomo deve adeguarsi. Se le ciliege sono mature sugli alberi non si può attendere nemmeno una settimana perché si rischia di trovarle tutte marce. Lo stesso vale per la potatura delle viti o la piantumazione delle piantine di pomodoro. Se si posticipa appena un poco si rischia di vanificare tutto il lavoro fatto (zappare, concimare, seminare ecc.). Ovviamente quando ciliege, fragole, albicocche sono mature c’è bisogno di mani per raccoglierle che invece non servono quando gli alberi sono nel riposo invernale; lo stesso vale per la vite che ha bisogno di molte mani durante il periodo di potatura e di vendemmia e di pochissime durante il riposo invernale. Per questo motivo in agricoltura hanno un’enorme importanza i lavoratori “temporanei”.

In Italia 220.000 aziende agricole si sono servite di lavoratori con contratti a termine e 600.000 stranieri con regolare permesso hanno lavorato con contratti a termine [1, 2]. I lavoratori rumeni, polacchi, bulgari, essendo cittadini UE, possono entrare liberamente in Italia, lavorare e poi, se vogliono, ritornare nel loro Paese. Gli extracomunitari in grandissima maggioranza sono già presenti sul nostro territorio oppure entrano con un permesso temporaneo per lavoro, finito il quale devono ritornare nel loro Paese.

Ogni anno nel periodo fine primavera-estate entrano in Italia 370.000 stranieri regolari (in maggioranza di Paesi UE) per lavorare nel settore agricolo [3].

Oltre a questi stranieri “regolari”, in Italia si stima vi siano almeno altri 200.000 stranieri senza permesso di soggiorno che lavorano in agricoltura, la stragrande maggioranza in lavori temporanei [4].

Un lavoratore temporaneo non significa che lavora un mese e altri 11 mesi non fa niente, ma che un mese lavora a raccogliere pesche, il mese dopo pomodori, il successivo uva, poi noci e dopo ancora mele. Per fare questo si sposta da una regione a un’altra (mele in Trentino, pomodori in Campania, pesche in Emilia).

Con l’epidemia di covid è stato bloccato l’ingresso degli stranieri e, quindi, c’è una gravissima carenza di lavoratori stagionali. Inoltre le misure anti epidemia non permettono i trasferimenti da una regione a un’altra, l’ammassare i braccianti su un pulmann, l’alloggiarli stipati in uno stanzone ecc. Quindi anche una parte delle aziende che utilizzavano a nero stranieri senza permesso di soggiorno ora sono restie a farlo perché temono maggiori controlli e d’incorrere in ulteriori reati.

Una parte delle aziende agricole, per potere avere la manodopera indispensabile per raccogliere, potare, piantumare, sarchiare, chiede quindi che sia dato un regolare permesso di soggiorno a chi già è sul suolo italiano e ha lavorato nei campi e ha le competenze e le condizioni fisiche per farlo. Senza lavoratori stagionali decine di migliaia di aziende agricole fallirebbero e ci troveremmo con una grave carenza di frutta, verdura, legumi, olio, vino, con un danno economico ingente per la nostra economia. Inoltre la carenza di prodotti porterebbe a un forte aumento dei prezzi mettendo in difficoltà poveri, meno abbienti e ceto medio.

Alcuni dicono “Perché prendere gli stranieri? Facciamo lavorare gli italiani che hanno il reddito di cittadinanza o il personale del settore turistico (ristoranti, cinema, hotel ecc.) in cassa integrazione.” Questa è la classica uscita di chi non conosce la realtà e lancia proposte che sembrano intelligenti ma che sono inattuabili e demagogiche.

Le aziende agricole vogliono lavoratori con competenza nel campo, esperienza e una prestanza fisica adeguata a svolgere compiti faticosi. Se si leggono gli annunci presenti sulle piattaforme per incrociare offerta e domanda di lavoro si trovano richieste quali: cercasi potatori vigne con esperienza certificata, cercasi sarchiatori specializzati in barbabietola da zucchero, trattorista, addetto al diserbo barbabietole ecc [5]. Le aziende agricole non sono disposte ad assumere camerieri, cuochi, impiegati, commercianti, bigliettai, o persone disabili, con problemi psicologici, tossicodipendenti, sociopatici ecc. Vogliono persone che sanno quello che devono fare e lo facciano bene, velocemente e per 8 ore al giorno e per tutti i giorni necessari.

Certo anche tra i poveri che percepiscono il reddito di cittadinanza o tra chi è in cassa integrazione possono esserci persone adatte ai lavori agricoli richiesti, ma pensare di trovarne 370.000 è da idioti o da demagoghi.

Per trovare la manodopera disponibile e sottrarla all’ignobile pratica del caporalato la Coldiretti a livello nazionale e varie Regioni a livello locale hanno attivato piattaforme online nelle quali le aziende possono iscriversi e indicare quanti lavoratori cercano e per quali mansioni. Il Lazio, per esempio, ha organizzato una tale piattaforma per la provincia di Latina, inoltre dà anche un bonus alle aziende che si iscrivono e paga le spese del trasporto dei lavoratori nei campi [6]. Purtroppo molte aziende non si iscrivono perché, malgrado tutto, preferiscono avere stranieri irregolari che pagano meno della metà della paga prevista dai contratti nazionali, facendoli lavorare anche 12 ore al giorno. Questi imprenditori non solo sfruttano in maniera ignobile i lavoratori, ma fanno anche concorrenza sleale alle aziende rispettose della legge, evadono tasse e contributi (si stima che tale evasione ammonti tra 1,2-1,8 miliardi l’anno) e mettono a rischio la salute di tutti noi non rispettando le norme anti contagio.

Gli stranieri “irregolari” nella stragrande maggioranza dei casi sono entrati in Italia in maniera del tutto legale e sono diventati “irregolari” per via di leggi assurde e demagogiche (i soli decreti sicurezza di Salvini hanno creato 70.000 irregolari in più e si stima che ne determineranno altri 70.000 nel corso del 2020 [8]).

Dire no alla loro regolarizzazione significa non solo non avere nessun rispetto per i diritti umani di queste persone, perché chi è irregolare non ha diritto a un tetto (è vietato affittare agli irregolari), a un lavoro (è proibito assumere irregolari), a circolare liberamente, ecc., ma significa anche essere disposti a far fallire decine di migliaia di aziende agricole rispettose della legge per favorire altre che operano nell’illegalità, a danneggiare l’economia italiana, a favorire l’evasione fiscale, il caporalato e la criminalità organizzata e, ora, anche a far rinfocolare e diffondere l’epidemia di covid.

Significa anche danneggiare i lavoratori italiani perché i datori di lavoro, tra un italiano e uno straniero irregolare, spesso preferiscono il secondo perché, non avendo diritti, possono non far risultare che lavora alle proprie dipendenze, pagarlo meno, farlo lavorare di più e non pagare tasse e contributi.

Come per l’agricoltura discorsi abbastanza simili possono essere fatti per l’edilizia, il terziario e l’assistenza a persone anziane o invalide. Anche in questi settori la mancata regolarizzazione degli stranieri determina evasione fiscale, lavoro nero, interessi della malavita e, ora, anche il rischio di favorire l’epidemia,

Insomma, regolarizzare gli stranieri avvantaggia tutti tranne chi ci specula.

 

Note: 1) Fonte Coldiretti si veda www.ilpost.it/2020/04/21/agricoltura-braccianti-coronavirus; 2) fonte Ministero del Lavoro si veda https://agronotizie.imagelinenetwork.com/agricoltura-economia-politica/2020/04/14/manodopera-straniera-diamo-i-numeri/66515; 3) fonte Coldiretti si veda https://www.agrifoodtoday.it/attualita/braccianti-stranieri-lega-salvini.html; 4)  ISTAT 2019; 5) si veda per esempio la piattaforma della Coldiretti Job in country https://lavoro.coldiretti.it/Pagine/cerco-lavoro.aspx; 6) Fair labor www.regione.lazio.it/rl/stopalcaporalato; 7) la Cia-Agricoltori Italiani stima 1,2 miliardi, l’Osservatorio Placido Rizzotto 1,8 miliardi si vedano https://www.ilsole24ore.com/art/regolarizzazione-braccianti-e-colf-governo-lavoro-sindacati-associazioni-proposte-campo-ADRD0NO e Quarto rapporto agromafie e caporalato, Osservatorio Placido Rizzotto, luglio 2018; 8) www.ispionline.it/it/pubblicazione/i-nuovi-irregolari-italia-21812.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 4 maggio 2020

In molti nel mondo si interrogano ora se tra le grandi vittime del virus non ci sia proprio la città, l’idea che sia meglio vivere densi, in quel concentrato di esperienze, stimoli, connessioni, condivisioni che solo l’habitat urbano è in grado di offrire. Di queste cose parla il reportage di Anais Ginori e Federico Rampini su “Repubblica” del 30 aprile scorso (“Da New York a Parigi, così la distanza sociale ridisegna le città”), e quello di Sabrina Tavernise e Sarah Mervosh, apparso pochi giorni prima sul New York Times (“Le più grandi città americane stavano già perdendo il loro fascino”).

La domanda è fino a che punto il distanziamento porti anche con sé una rivincita del sobborgo, la periferia dispersa, il piccolo centro: la possibilità di godere di spazi di vita ampi e riservati che la grande città non è strutturalmente in grado di offrire; assieme all’attitudine a spostarsi individualmente, col mezzo privato – auto motorino bici e monopattino che sia – oggi più sicuro rispetto all’affollamento carico di insidie del trasporto pubblico.

L’architetto Stefano Boeri l’ha detto chiaramente, per lui il tempo della grande città è finito, tra le conseguenze buone della pandemia potrebbe esserci un ritorno ai piccoli centri, a una dimensione di maggiore sostenibilità e armonia con la natura e i paesaggi. Della stessa idea lo scrittore Franco Arminio, secondo il quale è questo il momento di varare politiche serie di ripopolamento delle aree interne, dotando di mezzi e finanziamenti adeguati la strategia pensata da Fabrizio Barca alcuni anni fa.

In attesa che questi scenari epocali si chiariscano, resta a noi cittadini il compito di riorganizzare al meglio la nostra quotidianità in una città come Napoli, scoprendone magari aspetti e risorse insospettate. Perché il capoluogo è meno denso di quel che appare, ha al suo interno i suoi boschi e le sue campagne, tremila ettari di verde (un quarto del territorio cittadino) che saggiamente il piano regolatore ha tutelato, con le cinquecento aziende agricole che esso contiene.

Le campagne urbane formano una cintura verde, se stiamo attenti possiamo ripercorrerla dagli orti di Ponticelli ai frutteti di Pianura, passando per le masserie di Posillipo e le selve di castagno dei Camaldoli. Gran parte di queste aree verdi sono dentro il Parco Metropolitano delle Colline di Napoli, una creatura in sonno che sarebbe il caso di risvegliare.

Stiamo parlando di un patrimonio di aree agricole e forestali in città che vanno ora ripensate come spazi sociali, per i nostri piccoli, i ragazzi e i nonni, luoghi più salubri e sicuri per l’educazione e la vita all’aria aperta, da utilizzare come è ovvio con tutte le precauzioni e l’autodisciplina che il momento di transizione richiede.

Un esempio clamoroso sono i cento ettari di castagneto pubblico del bosco dei Camaldoli, del quale questo giornale si è più volte interessato, inspiegabilmente chiuso alla cittadinanza da anni. E’ un perfetto bosco appenninico in città, con tutto il profumo le macchie di luce i fruscii e la biodiversità. Sarebbe bello poterlo percorrere quest’estate, certo con cautela, in attesa di tornare, speriamo presto, sui sentieri d’Appennino.

Antonio di Gennaro, 18 aprile 2020

E’ il mio contributo al libro sui trent’anni di Repubblica a Napoli. La pubblicazione è andata a ruba. Chi è rimasto senza può leggerlo ora su horatiopost.

E’ vero, l’agricoltura, o meglio le agricolture sono un pezzo importante del futuro della Campania, ma diffidate di chi dice che è il solo destino che c’è rimasto, che l’economia regionale debba puntare tutto su agricoltura e turismo. Sono sciocchezze, se va bene queste due voci, con i loro indotti, fanno un terzo del prodotto interno lordo, il resto sono manifattura, industria, servizi: è lì che si produce il lavoro e il reddito per buona parte della popolazione attiva. Pure, una regione europea moderna ha un disperato bisogno di buona agricoltura, per tanti motivi.

Uno di questi è la sicurezza. L’ottantacinque per cento del territorio della Campania non è fatto di città ma di campagna: campi coltivati, pascoli, boschi, aree naturali. E’ la straordinaria matrice rurale che tiene insieme i grandi paesaggi regionali, dal Matese al Cilento, lungo tutta la green belt d’Appennino, passando per le pianure, i vulcani, le isole. Dietro questo mosaico di agricolture, con tremila anni di storia, c’è una comunità reticolare di agricoltori che lavora ogni giorno per tenere in ordine i suoli,  le acque, la sintassi unica dei paesaggi.

Di tutta questa macchina ecologica l’area metropolitana regionale – la caotica città continua da Capua a Battipaglia, che vale il quindici per cento del territorio, ma ospita il settantacinque per cento della popolazione – è debitrice netta. E’ il territorio rurale con i suoi fantastici suoli che produce l’acqua da bere, pulisce l’aria, condiziona il clima, assorbe la CO2, mantiene la biodiversità e la sicurezza idrogeologica. Ora li chiamano “servizi ecosistemici”, sono quei processi invisibili che rendono possibile la nostra vita quotidiana, tutta roba che si fabbrica in campagna, e la parola chiave in questo caso è “multifunzionalità”: la capacità dello spazio rurale di produrre simultaneamente cibo e servizi ecosistemici, a vantaggio dell’intera società.

Il problema è che mentre il cibo si vende e si compra al mercato, un mercato per i servizi ecosistemici non c’è, o almeno non c’è ancora. Uno degli obiettivi della politica agricola comunitaria è proprio questo: ricompensare gli agricoltori di almeno una parte dell’opera ambientale che svolgono, altro che assistenzialismo.

In più, l’agricoltura, e quella campana in particolar modo, per motivi che vedremo, è stretta nella morsa ferrea di costi di produzione crescenti e prezzi bassi dei prodotti, che il mercato globale mantiene al di sotto di una soglia decente di remuneratività. Un’umiliazione insostenibile, ed allora chiudono le stalle in Appennino, è una frana economica, demografica e sociale. Le montagne della Campania hanno avuto la loro popolazione dimezzata nell’arco di un cinquantennio, i giovani vanno via, la rete dei trecento piccoli comuni di presidio si spegne.

Una delle conseguenze, in questi tempi difficili di cambiamento climatico, è che senza più gli agricoltori a curare il pascolo e l’animale, senza manutenzione, l’Appennino diventa una macchina pericolosa: la boscaglia si riprende il paesaggio, il suolo frana e l’acqua inonda il fondovalle assieme alle città, le infrastrutture, le fabbriche. La catena del rischio in questo modo si chiude, e il costo per l’intera collettività è drammatico.

In pianura i problemi sono diversi, anche se è qui che ci sono i suoli più fertili dell’universo conosciuto. E’ il motore vulcanico di Campania felix, una produttività che è il quadruplo della media nazionale: è grazie a questo capitale prodigioso di fertilità che la Campania, con metà della superficie agricola, si colloca nel gruppo di testa delle regioni agricole italiane.

Se in Appennino è il bosco che avanza a spese dei coltivi, in un desolato paesaggio medioevale di ritorno, in pianura è la città a mangiare i suoli e cancellare aree agricole. Nel 1960 c’erano ventimila ettari di città, ora sono centoquattordicimila, la città si è moltiplicata per sei, anche se la popolazione è aumentata solo del venti per cento. Ora Campania felix è fatta di pezzi di campagna inframmezzati alla città, in un mosaico rur-urbano disordinato, privo di coordinate.

Eppure, questa agricoltura metropolitana, fatta di trentamila aziende, è in grado ancora di produrre, sul dieci per cento circa della superficie agricola regionale, quasi un terzo del valore della produzione agricola della Campania. Si tratta di ortaggi, fragole e mozzarelle di qualità assoluta, che le filiere lunghe della grande distribuzione organizzata portano sulle mense di mezza Europa. Molteplici livelli di controlli hanno confermato come questi cibi, diversamente dalle grida manzoniane di pochi sconsiderati, siano assolutamente sani, più sicuri addirittura delle produzioni provenienti da altri territori italiani.

Una sola regione per tanti territori e tante agricolture diverse, anche se per progettare il futuro il problema alla fine è sempre lo stesso, la gracilità del tessuto aziendale, la dimensione media delle unità produttive, intorno ai quattro ettari, la metà della media nazionale (per inciso, in Francia l’azienda media è di cinquanta ettari). Un fenomeno che giunge proprio nei paesaggi rurali più fertili  – la piana flegrea, il Vesuvio, la Penisola sorrentina-amalfitana, l’Agro nocerino-sarnese – alla polverizzazione estrema, con dimensioni aziendali medie di uno-due ettari.

Lasciando decisamente da parte le cose che non sappiamo fare, come la ricomposizione fondiaria, la soluzione praticabile è antica e nuova insieme, ed è quella della cooperazione: mettere insieme le forze, ricucire in progetti solidali, finalmente competitivi, le persone, le produzioni, le terre. I buoni esempi non mancano, anche in Campania: i produttori di fragole di Parete, i viticoltori del Sannio, gli allevatori di marchigiana del Fortore, gli olivicoltori del Cilento hanno saputo costruire negli anni organizzazioni cooperative in grado di stare credibilmente sui mercati globali, pur conservando una maglia produttiva fatta di piccoli produttori.

E’ questa l’unica chance per la Campania, quella della costruzione di paesaggi cooperativi, pensati e gestiti come un’unica azienda. Tornando a considerare l’economia regionale nel suo insieme, questi paesaggi rurali di qualità, adeguatamente connessi e infrastrutturati, possono diventare il brand distintivo, il vantaggio competitivo non riproducibile altrove, del quale finiscono per tener conto anche le attività extragricole nelle loro scelte localizzative. In conclusione, la strada è una sola: mettere insieme progetti e destini, pensando di vivere questa terra come fossimo foresta, piuttosto che alberi isolati.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 17 aprile 2020

Il bollettino delle 18 della Protezione civile è una specie di rito quotidiano, ci aggrappiamo ai quei numeri cercando una tendenza, una direzione d’uscita, anche se gli esperti dicono che i dati sui contagi, decessi e mortalità vanno presi con cautela, la reale diffusione del virus ci sfugge ancora, ci vuole tempo per un effettivo tracciamento, i conti potremo farli alla fine. Stando agli esperti, tra tutti i numeri ce n’è uno davvero importante, ed è il grado di occupazione dei letti in terapia intensiva, che misura la nostra capacità di prestare le cure decisive, il margine di sicurezza sanitaria e sociale.

Nel frattempo è un bisogno umano quello di farcene una ragione, trovare una spiegazione, social e media rimandano le notizie più diverse: misteriose tracce di voli aerei sulla pianura padana (scie chimiche?), campi elettromagnetici del G5, studi sull’inquinamento dell’aria, aerosol zootecnici e pesticidi, clima, e la tendenza è sempre quella di scovare “la causa”, il fenomeno che da solo dia ragione di tutto. Sullo sfondo, il racconto di un Nord Italia che pagherebbe le colpe del suo maggior sviluppo e benessere (ma è un discorso che riguarda anche Napoli, con l’incidenza più alta della malattia nei quartieri borghesi).

Quello che invece stiamo imparando è la complessità di funzionamento degli ecosistemi umani, il peso che in questi fenomeni ha una sterminata rete di fattori: la geometria minuta dei contatti sociali, le relazioni e gli scambi con altri territori, quelli prossimi come quelli dall’altra parte del mondo; la risposta dei servizi sanitari e dei poteri pubblici, il fattore sorpresa, i comportamenti più o meno adeguati dei singoli, la diversa virulenza dei ceppi e poi, comunque, la sorte.

Insomma, i fattori fisici, clima e inquinamento contano di certo, ma non spiegano tutto. La diversa capacità nel fronteggiare il virus di due ecosistemi umani confinanti – Lombardia e Veneto –  è già un caso studio al quale lavorano gruppi di ricerca sparsi nel mondo, con virologi medici e biologi ma anche geografi e scienziati sociali.

Lungo questa strada capiremo anche le ragioni del muro che, grazie di Dio, l’espansione del virus sembra aver incontrato a sud di Firenze, con le regioni meridionali che appaiono al momento meno toccate dall’epidemia.

Il bisogno di comprendere riguarda in primis le istituzioni, con il ricorso sacrosanto ai saperi esperti, e la creazione di organi speciali, ultimo in ordine di tempo l’equipe coordinata dal manager Vittorio Colao che dovrà architettare la cosiddetta “fase 2”, la riapertura graduale del sistema produttivo del Paese.

Questo sistema emergenziale comprende nel suo insieme centinaia di specialisti, e rende bene l’eccezionalità del momento storico che stiamo vivendo. Certi del fatto che ognuno lavorerà al meglio per il bene comune, qualche domanda pratica pure si pone. La più scontata riguarda il soggetto che alla fine farà sintesi di tutte queste cose, dando loro la veste di decisioni cogenti.  E ancora, in che modo sarà assicurata l’interazione tra i diversi organi e gruppi di lavoro, per mettere insieme i pezzi della soluzione, quel trade-off difficile tra salute, sicurezza pubblica, economia indispensabile per ripartire.

Perché una sintesi è necessaria, la pandemia è un’occasione formidabile per pensare una strategia per l’Italia tutta intera. Secondo l’ultimo rapporto SVIMEZ dedicato alla pandemia le imprese del Mezzogiorno hanno una probabilità di morire a causa della crisi che è quattro volte più alta rispetto al resto del Paese. Se il Nord sta vivendo le ore più drammatiche, è al Sud che si addensano le nubi più nere per il dopo. Di un pensiero nuovo, all’incrocio tra discipline e territori, abbiamo disperatamente bisogno.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 10 aprile 2020

Nell’inedita routine d’isolamento che stiamo vivendo è aumentata l’attenzione per il cibo, il tempo giornaliero e i pensieri dedicati agli approvvigionamenti, la preparazione e il consumo delle pietanze. Riaffiora la nostra natura terrestre: nel silenzio delle altre attività riscopriamo l’importanza del settore primario, l’agricoltura, l’arte e la fatica quotidiana di trarre dalla terra gli alimenti, la base necessaria, quotidiana della vita biologica. Pure in mezzo al ciclone della pandemia l’agricoltura d’Italia e della Campania non si è fermata, gli agricoltori hanno garantito quel servizio essenziale che è la sicurezza alimentare. Hanno continuato a rifornire gli scaffali dei supermercati, come i negozi di vicinato, un’altra preziosa riscoperta di questi giorni diversi.

Capita che proprio in tempo di distanziamento si finisca per riscoprire l’importanza delle relazioni, delle dipendenze e connessioni, di quel qualcuno che produce il cibo anche per noi. L’Italia ha voltato in fretta le spalle al suo passato. Ancora alla metà del ‘900 nel nostro Paese più di metà degli occupati lavorava in agricoltura: ora basta meno di un milione di agricoltori per produrre cibo per i restanti cinquantanove. Una comunità minoritaria, nemmeno più tanto influente sulla politica e l’opinione pubblica, anzi. Nella crisi della terra dei fuochi (sembra un secolo fa) l’abbiamo screditata e coperta di fango, salvo scoprire che non era vero niente, i prodotti agricoli della Campania continuano a essere assolutamente sani e sicuri.

Dovremmo cogliere questo momento per riscoprire il valore e le difficoltà del servizio che gli agricoltori stanno rendendo al Paese. Se il lavoro è tanto, i redditi sono esigui, e incerti. Come tremila anni fa, l’agricoltura resta sempre quell’attività umana che basta mezz’ora di grandine o una gelata a vanificare la fatica di un’intera annata. La nostra poi è tremendamente spezzettata. L’azienda agricola media in Francia è grande cinquanta ettari, in Campania quattro, ma nella piana campana siamo sotto i due ettari. In queste condizioni è difficile per l’agricoltore farsi valere all’interno della filiera distributiva e di trasformazione, il valore aggiunto se lo prendono gli altri.

Se l’approvvigionamento delle famiglie è stato garantito, le criticità non mancano. Sono di fatto azzerati gli ordinativi – ed è una fetta rilevante del fatturato alimentare – di alberghi ristoranti bar e caffè, il cosiddetto settore HORECA, che è completamente fermo. Per il latte bovino e bufalino, e anche per la mozzarella il momento è drammatico, come per il florovivaismo, la pesca, l’agriturismo, mentre è crollato, in questa Pasqua segregata, anche il consumo di agnello, per i pastori d’Appennino rischia di andar perso il lavoro di un anno. Nei tini delle aziende vitivinicole rimane buona parte dell’aglianico e falanghina della vendemmia precedente, manca così la capienza per la prossima. Inspiegabilmente il decreto governativo ha fermato anche la gestione dei boschi, cosa non buona per gli incendi e le frane, oltre che per l’economia delle aree montane, già fragile di suo.

Sull’intero settore agricolo poi, incombe l’indisponibilità di manodopera, la raccolta di frutta e ortaggi primaverili-estivi è seriamente a rischio. Con le norme d’emergenza è di fatto venuto meno l’apporto dei lavoratori immigrati dall’Europa dell’Est e dall’Africa, il ministro Bellanova ha lanciato nei giorni scorsi un appello, è indispensabile regolarizzare quanti già sono da noi: lasciando da parte le ipocrisie inutili, di quel lavoro l’agricoltura italiana ha assolutamente bisogno, certo in condizioni di legalità, sicurezza, capacità vera di integrazione, rispetto delle regole.

Ci aspetta un periodo difficile, ci voleva la pandemia per riscoprire l’importanza del settore primario, degli uomini e delle donne che lo fanno vivere, che coltivano col loro lavoro i paesaggi d’Italia, pianure colline e montagne. La società riordina le sue priorità, l’agricoltura è una di queste.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 1 aprile 2020

Ci sono un paio di frasi che in questo momento m’impensieriscono: il tormentone del “niente sarà più come prima”, e poi l’altra, bella e nobile di Mazzini, “L’Italia sarà quello che il Mezzogiorno sarà”. Per i cittadini del sud l’aria si è fatta pesante, è come se la Storia avesse fatto irruzione, sbattendo sul tavolo, tutti insieme, i conti aperti del passato. Difronte alla tempesta siamo quelli messi peggio. L’economia del nord è una macchina quasi ferma, un po’ ammaccata, che però sta lì, la manutenzione necessaria e in qualche modo ripartirà. Quaggiù è diverso, passata la bufera non sappiamo cosa resterà, se ci sarà una macchina con la quale riprendere il viaggio.

Se ogni pensiero sul futuro in questo momento risulta difficile, è perché la sopravvivenza del Sud (non in senso metaforico, parliamo proprio della vita delle persone), dipende dalla concatenazione di due problemi irrisolti: il posto che il Sud occupa in Italia, il posto che l’Italia occupa in Europa. Riguardo al secondo termine della questione, come ha scritto Romano Prodi sul Mattino “si tratta dell’ormai consueto scontro fra Nord e Sud, fra i cosiddetti Paesi virtuosi e noi meridionali, che siamo evidentemente i viziosi.”

E’ uno stallo che, secondo il Professore, è in grado di far definitivamente crollare ciò che resta della costruzione europea. Per affrontare la crisi gli Stati dovranno immettere nell’economia almeno il 10% del PIL. Mario Draghi nell’intervento sul Financial Times è stato chiaro: come per tutte le grandi sciagure epocali, a partire dalle guerre, per le quali i cittadini non hanno colpe o responsabilità, i costi della pandemia devono essere ripianati dai bilanci pubblici. Ma questo l’Italia non potrà mai farlo, se non sarà l’Europa a garantire per i nuovi debiti che dovremo accollarci.

Sul fronte interno invece, il Mezzogiorno siamo noi, e la contrapposizione di cui sopra, tra virtuosi e viziosi, si ripropone, ad altra scala. Eppure, se il coronavirus ci ha insegnato qualcosa è l’assoluta irrilevanza, difronte alle sciagure, dei confini artificiali: la malattia non si eradica in una sola regione, o in un solo stato membro. I meccanismi di sicurezza e protezione, sanitari ed economici, vanno ripensati con coraggio e cervello alla scala dell’intera comunità, quella nazionale come quella comunitaria.

“Per affrontare questa crisi” ammonisce l’ex presidente della BCE “occorre un cambio di mentalità, come accade in tempo di guerra.” C’è bisogno di serrare le file, di solidarietà. Assieme al coraggio delle classi dirigenti, che in Italia come in Europa, da almeno un quarto di secolo, danno priorità agli umori risentiti dei rispettivi elettorati, considerando come cosa sconveniente ogni presunta concessione ai meridionali di ogni ordine e grado. In un recente intervento televisivo Prodi l’ha chiamata la “politica barometrica”, la schermaglia degli egoismi incrociati, che ha preso il posto delle politiche, dei progetti di buona lena e lunga durata. E’ il cambio di mentalità evocato da Draghi la sola speranza per il Mezzogiorno, la responsabilità di fare in fretta “whatever it takes”, tutto ma proprio tutto, per evitare il peggio.