Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 15 ottobre 2018

Di quante città diverse è fatta Napoli, la domanda alla fine rimane quella, ci penso ora che la collina finisce, e dal viadotto della 162 appaiono le torri bianche e azzurre di Ponticelli, che svettano sulla piana, nella foschia luminosa di una mattina d’ottobre. Il quartiere è proprio grande, Ponticelli è uno dei cinque quartieri di Napoli con più di cinquantamila abitanti: se per ipotesi tornasse comune autonomo, com’era un secolo fa, sarebbe tra le prime quindici città della Campania, non il margine estremo di un capoluogo straniato, che di queste terre e di questa gente sembra non sapere cosa farsene.

Ho chiesto a Luigi Verolino, il massimo storico di Ponticelli, di accompagnarmi, lo incontro nella piccola sede fasciata di libri dell’associazione culturale del quartiere, una fucina di indagini e ricerche, più di cinquanta pubblicazioni prodotte nell’ultimo ventennio, e il giro inizia qui, dal centro storico, che è un piccolo gioiello, monumento di una civiltà rurale millenaria, restaurato con il programma straordinario dopo il terremoto dell’80.

In via Cozzolino, la piccola arteria che attraversa il centro, il traffico pedonale è intenso, quattro nonni giocano a carte fuori il bar, il commercio delle piccole botteghe è vivo, dietro gli archi dei portoni si aprono le corti, con le cantine, le stalle, un dedalo inaspettato di logge, scale e finestrelle; questi cortili interni erano il fulcro operativo dell’attività agricola fiorentissima che si sviluppava sui novecento ettari della piana, dove ogni metro era diligentemente coltivato a cereali, ortaggi, canapa, foraggi.

Proseguiamo fino a piazza Vincenzo Aprea – l’ultimo grande sindaco di Ponticelli prima dell’accorpamento con Napoli nel 1925 – dov’è la bella basilica di Santa Maria della Neve, l’impianto è del ‘500 su un precedente nucleo angioino, il complesso è tenuto impeccabilmente, con un corredo notevole di opere d’arte e arredi; sul lato opposto della piazza, anch’essa in perfetto stato, la facciata umbertina della grande scuola elementare del 1913.

“Quella di Ponticelli è una storia municipale importante” mi dice Luigi “sempre nel segno dell’autonomia. Il nucleo più antico dell’insediamento è una necropoli sannita, l’origine è quindi diversa da quella greca del capoluogo, e il piccolo centro non era tanto legato a Napoli, quanto alle altre città sannite della piana, Capua, Atella, Nola.” Da allora, prosegue Verolino, lo spirito d’indipendenza è rimasto una costante. Tra la metà del ‘500 e quella del ‘600, ad esempio, quando la Corona, per risanare i bilanci, a più riprese vendette i casali alla nobiltà, per tre volte l’assemblea dell’Università di Ponticelli – l’organo rappresentativo del casale – decise di riscattarsi, versando in proprio il prezzo stabilito, pur di non cadere sotto il controllo dei feudatari.

“Anche per questo motivo” mi spiega Luigi “a Ponticelli non troviamo ville vesuviane, come nel resto del Miglio d’Oro. Insomma, la libertà qui è un’idea fissa, Ponticelli è stato il primo quartiere europeo a insorgere contro il nazifascismo, la mattina del 23 settembre 1943, ci fu uno scontro, i partigiani uccisero due militari tedeschi, innescando una rappresaglia feroce in via Ottaviano, con trenta civili trucidati.”

Il casale è cresciuto nei secoli, sostenuto dall’economia agricola delle masserie, degli orti e dei mulini: alla fine del ’700 gli abitanti sono quattromila, diventano diecimila ai primi del ‘900, e ventunomila nel 1950, ma intanto la fisionomia è cambiata, la nuova popolazione è operaia, Ponticelli offre residenza ai lavoratori delle fabbriche di San Giovanni, Barra, Poggioreale, Bagnoli. Agricoltura e industria convivono qui in una particolare cultura del lavoro, che spiega poi l’impegno sindacale e politico, il radicamento storico nel quartiere dei partiti e delle associazioni della sinistra operaia.

E’ dalla metà degli anni ’50 che la storia mette l’acceleratore e l’equilibrio si rompe, da allora la popolazione di Ponticelli è quasi triplicata, oggi gli abitanti sono 55mila, ma l’impennata demografica è completamente sganciata dalle vicende dell’economia e del lavoro, è piuttosto il risultato della edificazione, sui suoli fertili della piana, di tutto un arcipelago di rioni di edilizia pubblica residenziale – De Gasperi, Incis, Conocal, Parco Merola, Lotto Zero – lungo tutto il quarantennio che va dalla ricostruzione post-bellica a quella post-terremoto.

“Quella di Ponticelli è una vicenda territoriale complicata, ma è necessario distinguere” mi dice Giovanni Squame, che nel quartiere è nato, ha svolto attività sociale e politica, era lui a presidere nei primi anni 2000 il consiglio comunale che ha approvato il nuovo piano regolatore di Napoli. “La ricostruzione dopo il terremoto dell’80 non è stata un cumulo di errori, ha salvato il centro storico, dato al quartiere i parchi pubblici e le attrezzature sportive, le scuole e le strade, insomma ciò che mancava per diventare veramente città. Certo poi, l’edilizia popolare è una pagina scura: il potere pubblico ha costruito le case, dimostrandosi poi totalmente incapace di gestire il patrimonio, dall’assegnazione degli alloggi, alla carenza drammatica di cura e manutenzione.”

Ad accrescere i problemi, c’è il fatto che a un certo punto il grande progetto urbano si è improvvisamente interrotto, come un ponte proteso sul vuoto. Percorriamo con Verolino i viali intorno al grande parco De Filippo – via Malibran, Virginia Wolf, Cupa Lettieri, via Matteotti – ed è un viaggio nella terra di nessuno: oltre cento ettari di orti fertili, espropriati quarant’anni fa per realizzare i servizi di quartiere, giacciono in abbandono, una landa desolata di sterpaglie grande quanto il bosco di Capodimonte, e ti rendi conto che il disagio non riguarda solo le isole recintate dei rioni, ma il vuoto che è rimasto intorno, la mancanza di un tessuto connettivo che dia senso al tutto, che restituisca al quartiere un paesaggio decente di vita.

Poi a volte basta poco, ed è anche vero che esistono differenze, come al rione Incis, dove le cose funzionano un po’ meglio, hanno aperto piccoli locali, la sera è diventato luogo di ritrovo dei ragazzi, e capisci allora che i giudizi sbrigativi servono a poco, nel disagio generale ogni luogo ha la sua storia, potenzialità e problemi, che bisognerebbe con umiltà studiare, comprendere, affrontare.

Risaliamo a nord, lungo via Galeone, tra la Circumvesuviana e il viadotto della 162 c’è un’isola di agricoltura che si è salvata – erano novecento ettari a Ponticelli, ne sono rimasti scarsi un centinaio. E’ un mosaico fitto di campi recintati, casette, serre, capannoni, ma nel disordine resta comunque un decoro, a terra non trovi una carta. Sono colture intensive di fiori, rose, ortaggi, il suolo è così produttivo che un solo moggio – poco più di tremila metri quadri – basta a un agricoltore per sostenere la famiglia, laureare i figli, maritare le ragazze. E’ un’agricoltura fatta di aziende microscopiche che l’Unione europea proprio non capisce, né siamo stati in grado di spiegargliela, difenderla, finanziarla; era la nostra forza e l’abbiamo distrutta, proprio ora che tutto il mondo riscopre le virtù sociali ed ecologiche dell’agricoltura urbana.

Nel mentre ci viene incontro un floricoltore, ha lavorato una vita, ma ci dice che le serre non le aggiusterà più, i figli lavorano fuori, è una tradizione secolare che si spegne. Mentre parliamo avverti un mormorio, c’è un piccolo canale di bonifica, l’acqua chiara ci passa accanto, lambisce un rustico in rovina, l’antico Mulino di Casoria, uno dei tanti dei quali è disseminata la piana umida del Sebeto; lungo la sponda, macchie verdi di pioppi, nespoli, fichi, sembra lo scorcio di un paesaggio fiammingo.

Riprendiamo la superstrada urbana di via Argine, con gli stabilimenti dell’Ansaldo, la Whirlpool e Auchan rimane l’asse industriale e commerciale più forte, è completamente spoglia d’alberi e di verde, anche qui basterebbe poco per ingentilirla, il progetto c’era per farne un boulevard per le persone, oltre che per le auto, chissà dov’è finito.

Riaccompagno Luigi alla sede dell’associazione e penso che questa piccola stanza tappezzata di libri è un segmento della straordinaria rete sociale e culturale che, nella completa assenza di politiche pubbliche, tiene in piedi il quartiere. Una trama che comprende le scuole, la chiesa, il terzo settore, il volontariato. Dalle materne agli istituti superiori, la filiera della scuola pubblica a Ponticelli ha punti di eccellenza a scala cittadina: nonostante il contesto difficile il patto formativo con i ragazzi e le famiglie tiene ancora. Anche le parrocchie svolgono da sempre un lavoro straordinario, nel quartiere l’associazionismo e il cattolicesimo di base hanno sempre avuto radici assai profonde; così come resiste l’impegno laico, la Casa del popolo in corso Ponticelli resta comunque aperta, un luogo importante di discussione ed elaborazione, al di là della crisi dei partiti.

“Qui a Ponticelli la capacità di cooperazione e lo spirito di sopravvivenza sono più forti che in altri quartieri della zona orientale, sarà una questione di radici” mi dice Anna Ascione del Centro diurno Lilliput dell’Unità operativa Dipendenze dell’Asl 1: al suo progetto di orti sociali, con il quale è riuscita a strappare al degrado parte del grande parco pubblico De Filippo, hanno aderito scuole, parrocchie, una trentina di associazioni, e 130 famiglie. La sede del Centro Lilliput per la cura delle dipendenze da sostanze e dal gioco è all’interno del Lotto 0, di fronte alla cattedrale sfarzosa dell’Ospedale del mare. “Quando dico dove siamo, la gente si spaventa anche solo di entrare. Superata la paura e il pregiudizio, trovano invece un ambiente accogliente, colorato, con operatori preparati, ci sono anche i ragazzi delle superiori che ci aiutano con l’alternanza scuola lavoro. Io credo che Ponticelli e l’area orientale continuino a dare a Napoli più di quanto ricevano, il futuro della città comunque passa di qui.”

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 26 settembre 2018

Lo svincolo dell’autostrada atterra nel quartiere tra pinnacoli di containers rossi e blu, l’appuntamento con Valerio è sul corso brulicante di gente e d’automobili, vuole parlarmi della ricerca che sta facendo per la tesi di laurea, l’ha intitolata “La palude”, è la storia di una generazione, la sua, quella degli uomini e le donne che hanno 20 e 30 anni oggi, nel vuoto di futuro di San Giovanni a Teduccio.

Per capirci qualcosa bisogna partire dai luoghi, ci fa da guida Enzo Morreale, è la memoria storica del quartiere, una vita di lavoro come fotoincisore, poi il lungo impegno come sindacalista, politico, attivista sociale. Neanche il tempo per le presentazioni, Enzo è un fiume in piena, mi dice che le palazzine davanti le quali ho parcheggiato sono quelle dello Sperone Vecchio, un’isola di edilizia storica perfettamente conservata, già presente nella mappa del Duca di Noja di fine ‘700. Allora la città e le fabbriche non c’erano, a San Giovanni semplicemente c’era l’incontro di due straordinari paesaggi di Campania felix: quello dei mulini e degli orti della pianura intrisa d’acqua, e quello degli arboreti da frutto asciutti, delle pendici basse del Vesuvio.

Certo Napoli già allora tendeva a respingere qui, oltre il Ponte dei Granili, tutte le attività insalubri, le concerie, i macelli, ma il destino di San Giovanni non era quello di una ruralità degradata e delle osterie di passo, ma la modernità delle fabbriche e dell’energia: l’Officina ferroviaria di Pietrarsa viene fondata nel 1840, la Corradini nel 1882, nel 1900 arriva la Cirio, mentre inizia nel 1930 a Vigliena la costruzione, ad opera della Società Meridionale di Elettricità (S.M.E.), della prima centrale elettrica “Capuano”. Insomma, quando nel 1925 San Giovanni perde lo status di comune autonomo ed è annessa a Napoli, è una cittadina industriale, uno dei cuori pulsanti dell’economia del Mezzogiorno e del Paese.

Proprio dietro lo Sperone Vecchio, in via Signorini, Enzo ci mostra la prima sede della Cirio, è la parte dello stabilimento ancora non recuperata, il resto ospita ora il dipartimento di ingegneria, una delle poche operazioni di rigenerazione felicemente portate a termine. Il campus è molto bello, le lezioni non sono ancora riprese, i giardini sono deserti, tra le aiuole c’è un grande crocifisso ligneo, è quello che accoglieva i 6.000 operai dello stabilimento Cirio. Il vecchio caporeparto Durante lo aveva messo in salvo in un deposito di Vigliena, con Enzo erano stati avversari, ma lui gli telefonò, ed insieme organizzarono la riconsegna all’università con una processione popolare, fu un momento toccante: per tutti, credenti e non credenti, quel crocifisso era il simbolo di un’epoca di dignità e di lavoro.

Prendiamo via Ottaviano, c’è un edificio imponente in mattoni di tufo, sembra quasi una dimora patrizia, e invece anche questa era fabbrica. Da una bottega di fronte esce un signore imbiancato, si chiama Vincenzo, s’intrattiene con noi per raccontarci la storia. Nell’800 qui c’era il Mulino Elena, la targa d’ottone dice 1828, poi a inizio ‘900 arriva la Cirio, e dopo ancora la Comanducci, un’azienda che lavorava la banda stagnata per produrre barattoli per i pelati. Quindi l’abbandono, ora il fabbricato è perso nel tempo, porta ancora gli infissi in legno originali, sembra di stare in un libro di Dickens, infatti tempo fa è stato usato per una fiction.

Valerio ne approfitta per segnalarmi alcuni aspetti della struttura urbana di San Giovanni: innanzitutto, rispetto alla monocultura siderurgica di Bagnoli, la gamma sterminata di attività industriali che c’è stata qui, con la meccanica, i mulini, l’agroalimentare, la cantieristica, l’energia, la chimica, i petroli, le vetrerie, le arti grafiche… E ancora, la mancata separazione tra fabbrica e abitazione, a San Giovanni non c’è una zona industriale distinta dai rioni operai, le fabbriche sono in mezzo alle case, fanno parte dell’abitato.

Il terzo aspetto lo aggiungo io, è quello della memoria, dell’attaccamento ai luoghi: i cittadini di San Giovanni che sto incontrando custodiscono gelosamente vicende e storie lontane di ogni sito, stabilimento, procedimento produttivo. E ci sono giovani come Valerio che queste storie sentono il bisogno di ascoltare, per scoprire chi sono, o forse per provare a elaborare per questi luoghi una prospettiva autonoma, che vada oltre il rimpianto per il secolo d’oro dell’industria.

Ora scendiamo al mare di Vigliena. L’antico forte di pietra corrosa è un luogo sacro, l’ultima roccaforte della Repubblica Partenopea del 1799, giace tristemente sepolto da reticolati ed erbacce, come un rudere da smantellare. Il mare lo lambiva un tempo, prima di essere ricacciato indietro dalle colmate, ora davanti c’è la centrale elettrica dismessa, costruita col piano Marshall negli anni ’50, e lo stabilimento Cirio progettato nel 1928 da Aldo Trevisan, sembra un maniero post-moderno, produceva 600.000 barattoli al giorno, quando nella piana c’erano 10.000 ettari coltivati a pomodoro San Marzano, ora la campagna è diventata periferia, gli ettari sono meno di 150, di quel modello di agroindustria, che pure ha fatto epoca, non è rimasto niente.

Arriviamo alla nuova centrale turbogas, costruita negli anni 2000 dalla Tirreno Power. Lungo i muri scrostati della stradina che la fiancheggia verso il mare, i cartelli segnalano pericolo mortale: come Cariddi l’impianto risucchia l’acqua del mare per il raffreddamento, poi la risputa, il rischio dei vortici è segnalato da un sibilo minaccioso che riempie l’aria, ma dopo un po’ ti abitui, come s’è abituata la piccola comunità che continua a frequentare in semi-clandestinità la piccola baia.

C’è un pescatore che ripara la lancia in secca; un altro va a caccia di granchi sugli scogli di lava nera, si avvicina con un secchio di plastica azzurra, Morreale ne tira fuori un granchio fellone, tenendolo per il carapace, la bestiola è aggressiva, taglia minacciosa l’aria con le chele, è il segno che l’ecosistema marino non è del tutto scassato, e si va a suo modo riprendendo. Poi incontriamo Pitbull, un marinaio dal fisico perfettamente corrispondente al nomignolo, s’è inventato una piccola attività, per un modesto compenso traghetta i pescatori con la canna fino alla diga foranea.

Ad ogni modo, in questa piccola baia doveva sorgere Porto Fiorito, un complesso turistico da 800 posti barca, a distanza di un decennio il progetto è naufragato sugli scogli della bonifica, che anche qui come a Bagnoli, nella completa opacità di procedure e obiettivi, ha finito per fagocitare tempi, soldi e speranze di riconversione.

Nel retrospiaggia il gioiello della Corradini, la fabbrica di fine ‘800 per la lavorazione del rame. Acquisito dal Comune di Napoli, il complesso doveva essere recuperato per attività culturali e l’accoglienza giovanile, ci sono la delibera e gli stanziamenti, ma anche in questo caso tutto si è inspiegabilmente bloccato.

Nel vuoto d’iniziativa del Comune, è ora l’Autorità portuale a farsi avanti, con la previsione di occupare la baia di Vigliena e l’area Corradini con la darsena e il nodo ferroviario per i container, sottraendo così a San Giovanni il prezioso tratto di litorale. “E’ la solita storia” mi dice sconsolato Valerio “San Giovanni continua a rappresentare per Napoli non un quartiere ma un’area di risulta, dove scaricare le attività sgradite: petroli, impianti energetici, depuratori, container, ed anche le autostrade per entrare in città, con gli svincoli che passano sulle nostre teste e le case, nell’idea che la città inizi veramente solo a Piazza Garibaldi”.

In attesa di sviluppi, una vegetazione rigogliosamente selvaggia sta ricoprendo i capannoni in rovina della Corradini, sullo sfondo del Somma-Vesuvio, e la scena è quella di una Pompei industriale, dove il vento della storia ha spazzato via lavoro e attività produttive, lasciando in piedi, con destini tragicamente separati, i muri delle fabbriche e le vite degli uomini.

Al culmine del ciclo industriale di San Giovanni, le industrie davano da vivere a più di 100.000 persone, oggi la disoccupazione supera il 40%. “Eravamo un quartiere di produttori, ora non ci resta che consumare, le famiglie si indebitano, le sale gioco proliferano, l’acqua marcia dell’illegalità tende ad occupare interstizi e spazi liberi” mi dice Valerio, che vuole misurare questi processi, comprendere come la deindustrializzazione ha cambiato la vita delle persone, dalla crisi degli anni ’70, all’agonia degli anni ’80; fino alla prospettiva, con l’urbanistica riformatrice degli anni ’90, di un nuovo destino post-industriale, basato su rigenerazione, sostenibilità, vivibilità. “In molte delle proposte del nuovo piano regolatore noi avevamo creduto, quella che è assolutamente mancata è la capacità amministrativa, una classe dirigente, assieme e una strategia credibile per attuarle” conclude Enzo Morreale.

Alla fine comunque, la lunga crisi ha finito per intaccare fedi e appartenenze storicamente consolidate: alle politiche del ’76 a San Giovanni a Teduccio il PCI da solo conquistò il 63% delle preferenze, con più di 13.000 voti; dopo un quarantennio, alle elezioni del marzo 2018, è stato il Movimento 5 stelle a toccare una percentuale simile (61%), con la differenza che questa volta sono bastati 5.500 voti, perché metà degli elettori ha preferito starsene a casa, e la materia di riflessione, per chi ne avesse voglia, evidentemente non manca.

Il tour lungo la costa prosegue verso sud: stretta tra la colmata del depuratore, i binari e lo splendido museo delle locomotive, la baia di Pietrarsa è stata recuperata, ci sono ombrelloni e ragazze che prendono il sole dolce di settembre, e ha ragione Luca Rossomando che ha scritto di questi luoghi, l’atmosfera è quella sobria di una spiaggia italiana negli anni ’50.

Così come è in buono stato l’ecosistema verde del Parco Troisi – secondo Enzo Morreale, il miglior risultato della Ricostruzione dopo il terremoto dell’80 – tre fratellini di colore giocano sul prato, ci sorridono, solo il grande lago è in secca, s’è bloccato da tempo il sistema di pompe che emungono l’acqua dalla falda e la tengono in circolo, nessuno provvede ed è un peccato, il lago era diventato un simbolo del quartiere, ci viveva anche il raro rospo smeraldino, ma lasciato così, per dirla con Valerio, è solo un’altra immagine della palude.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 16 luglio 2018

Visto da qui il tratturo è una striscia verde d’erba che si srotola tra i campi, sembrerebbe il segno più tenue nel paesaggio, e invece è il più tenace, c’era già duemilacinquecento anni fa, prima che iniziasse la costruzione dell’Appia antica. Davanti compare Zungoli, nel vento della sua collina, tutt’intorno si stende il mare di argille ondulate, dall’Alta Irpinia all’Ufita al Fortore, le terre estreme della Campania, quelle più povere d’uomini. In queste aree la densità demografica tocca i minimi – 53 persone per chilometro quadrato, la media regionale è 426, nella fascia costiera sono più di 2.600 – che è come se gli abitanti di Chiaia–Posillipo si distribuissero, da soli, in un’area grande una volta e mezzo la provincia di Napoli. La demografia è un bollettino di guerra, nell’ultimo cinquantennio l’Alta Irpinia ha perso il 43% degli abitanti, l’Ufita addirittura il 46, il Fortore il 34; alla fine, 66.000 persone sono andate via, ed è una tendenza inarrestabile, che non conosce pause.

Proprio accanto al regio tratturo, a Zungoli, è la sede della cooperativa La Molara, l’ha fondata Genesio De Feo nel 1971, lo incontro col figlio Enzo nel piccolo ufficio ordinato dove c’è l’amministrazione. Dall’inizio Genesio ha creduto che in queste terre belle e difficili l’unica strategia è tessere reti solidali d’uomini. Così ha riunito i piccoli allevatori – 20 vacche e dieci ettari di terra ciascuno – e ha riscoperto e valorizzato il caciocavallo di podolica, che è tra i formaggi più buoni al mondo. In tutto questo tempo, pure in un mercato del latte spietato con i piccoli, il prezzo ai soci è stato garantito, e ogni litro è stato pagato. La cooperativa affina e stagiona i caciocavalli nelle grotte di tufo, e c’è pure un caseificio, che lavora solo il latte delle podoliche al pascolo, 15-20 quintali di latte al giorno, non di più, perché il ritmo di questo ecosistema antico non lo devi stravolgere né superare.

Ma il vento continua a soffiare, ora parla Enzo: “Avevamo quattrocento soci, ora sono 250, ce la mettiamo tutta ma comunque ci sono stalle che chiudono. La normativa di produzione è uguale per tutti, i grandi allevamenti di pianura e quelli piccoli di montagna, come noi, che lavoriamo in condizioni estreme. Quando la cooperativa partecipa a un bando di finanziamento deve concorrere con gruppi agro-industriali che hanno altra forza, fatturato, capacità tecnica e finanziaria. Non capiscono che vivere e produrre qui è una prova continua di resistenza. Dovrebbero proteggerci. Puntare sulle aziende agricole anche per la manutenzione del territorio, che non c’è più: la multifunzionalità è anche questo, un lavoro di presidio, estate e inverno, nell’interesse dell’intera collettività, per tenere queste terre vive”.

Chiedo a Enzo come mai, nonostante lo spopolamento drammatico, l’abbandono agricolo sia ancora limitato: il paesaggio davanti a noi è un salotto, un mosaico continuo di prati, grano e olivo, e ogni metro è coltivato, non c’è insomma come in Cilento il bosco nuovo che avanza, nel medioevo ancora poco compreso della post-modernità. “C’è un legame profondo con la terra, l’impegno preso con i padri che l’hanno trasmessa, al di là delle convenienze e dell’economia. Ogni altra scelta suonerebbe come diserzione, tradimento”.

Da Zungoli risaliamo a nord, verso il Fortore. A Buonalbergo la piazza è aggraziata col tiglio verde e la pavimentazione di pietra calcarea, bianca e pulita, il bar, la piccola chiesa è spalancata; la ragazza che mi indica la strada, poi la signora con la spesa che incrocio sulle scale, salutano per prime, con garbo. In piazza trovo Giuseppe Leone, che qui è nato, ha insegnato a Napoli all’Accademia di Belle Arti, ora è tornato, e a Buonalbergo, nel palazzo Angelini affacciato sulla vallata, con lavoro titanico ha allestito, senza un euro di finanziamento, il Palazzetto delle Arti, con il Madre il più bel museo d’arte contemporanea della Campania, visitatelo per credere.

Percorriamo le stanze sobrie ed eleganti, le prime opere d’arte sono le finestre, con scorci mozzafiato sul paesaggio immenso che spazia fino ai Lattari, ma tutti i pezzi esposti sono di grande bellezza, parlano al cuore e al cervello, è un luogo di scoperta e ricerca, dove ti senti vivo. C’è una serie di opere dal titolo “Guardando ad Occidente”, sono di giovani artisti asiatici che si confrontano e dialogano coi capisaldi della nostra cultura, reinterpretando ad esempio Modigliani, come Van Gogh aveva fatto con le stampe giapponesi.  “Il Fortore ha bisogno della cultura per affermarsi, qui l’arte può aiutare a creare lavoro e sviluppo”. Ora Giuseppe sta organizzando un albergo diffuso per ospitare artisti dall’Italia e dall’estero, vuole fare del palazzetto un laboratorio permanente di scambi internazionali, c’è già una convenzione con l’Accademia di Belle Arti.

Su un grande muro bianco del centro storico, su un terrapieno panoramico che lo vedi da tutta la valle, Leone ha chiesto al suo allievo ora celebre, Jorit, l’artista dei murales di Maradona San Gennaro e Hamsik a Napoli, di realizzare qui una sua opera con i volti enormi di Alberada di Buonalbergo, la moglie ripudiata di Roberto il Guiscardo, e di suo figlio Boemondo, cavaliere alla prima crociata. I modelli sono ragazzi del paese, Jorit ha lavorato qui quindici giorni, col viso avvolto nel fazzoletto, il risultato è bellissimo, di grande suggestione: “Jorit è l’artista delle periferie del mondo, abbiamo pensato che il Fortore è periferia della periferia, luogo di scarto rispetto alle aree forti del paese. Invece è da posti come questo che può venire il riscatto”.

Nel frattempo mi ha raggiunto Nicola De Leonardis, è il direttore della cooperativa di allevatori di marchigiana di San Giorgio La Molara, un’altra delle straordinarie infrastrutture economiche e sociali, nate da sole, dal basso, che cercano di tenere vivo il Fortore. Del grande lavoro della cooperativa abbiamo già parlato in un articolo precedente: gli agricoltori di San Giorgio hanno riconvertito gli utili del tabacco per avviare una filiera zootecnica di alta qualità, con aziende sane, che hanno terra per produrre i loro foraggi, la bistecca ha lo stesso marchio di qualità della chianina, e sai davvero cosa mangi.

“La cosa che abbiamo dimenticato” mi dice Nicola “è che vivere in montagna costa di più, fare arrivare in ciascuno di questi borghi i prodotti di consumo e i combustibili, per queste strade maledette che salgono e scendono, una curva dietro l’altra, il fondo infido, deformato dai movimenti continui del versante, che nessuno più aggiusta, il riscaldamento delle case, l’ADSL che non funziona, insomma qui la vita costa un terzo in più. Prima c’erano le leggi sulla montagna, un regime permanente di agevolazioni per compensare questi svantaggi strutturali. Ora niente. Certo, posso prendere la Fortorina e andare per la spesa nei supermarket di Benevento, così poi i negozi e i servizi di paese chiudono uno a uno, e i borghi si spengono.”

Con Nicola arriviamo a San Marco dei Cavoti, ci aspetta il sindaco, Gianni Rossi, è medico, ha fatto ambulatorio tutta la mattina, andiamo insieme a mangiare qualcosa. Gli dico che San Marco in fondo è uno dei comuni che resiste meglio, il calo demografico à “solo” del 24%, lui scuote la testa: “Nel 2017 i numeri sono questi: 65 decessi, 16 nascite, una trentina di giovani cambieranno residenza perché hanno trovato lavoro fuori.” Gli chiedo cosa può fare un sindaco come lui per contrastare il declino. “Che vuole che le dica. Nel 2012, per salvare i conti pubblici, il trasferimento dallo Stato centrale si è dimezzato, da un milione e due a seicentomila euro, e quelli sono rimasti. Posso a stento fare le cose essenziali, ma i soldi per la manutenzione delle strade, ad esempio, non ci sono proprio più. Bisogna integrare, e ci sarebbe l’eolico, qui il vento non manca, ma il comune la convenzione l’ha fatta più di vent’anni fa, non c’era consapevolezza, al territorio restano le briciole, una settantina di migliaia di euro l’anno, i comuni che sono arrivati dopo prendono dieci volte di più. Almeno potessi installare una pala nell’area industriale e poter dire alle aziende che l’energia gliela pago io, ma non si può fare”. Già, l’area PIP, una sventagliata di milioni per realizzare aree industriali in ogni comune, naturalmente sono mezze vuote, quando ce ne voleva magari una sola, intercomunale, ben agganciata alla Fortorina.

“Certo c’è il distretto dolciario, è un’eccellenza di San Marco, fino a quindici anni fa c’era anche il tessile, una quindicina di aziende che lavorava per le grandi case del lusso, ora è tutto delocalizzato fuori d’Italia”. Il suo cruccio ora sono le scuole, a San Marco ci sono due istituti superiori di buona tradizione, il classico e ragioneria, prima ogni anno si formavano due nuove classi di una trentina di ragazzi da tutti i paesi vicini, ora le iscrizioni si sono quasi dimezzate, e anche il bonus per i trasporti della Regione paradossalmente non ha aiutato perché, mi spiega il sindaco “è più facile beneficiarne impiegando le linee maggiori che portano a Benevento, le famiglie così risparmiano anche mille euro l’anno a ragazzo, l’abbiamo fatto presente, contiamo che a questa distorsione si trovi rimedio.”

La discussione continua sul corso bello di San Marco, le facciate colorate, i portali e le cornici in pietra, tutto curato, tutto pulito, fino al negozio storico di Borrillo, qui il tempo si è proprio fermato, insegna vetrine arredi sono quelli originali fin de siècle del 1891, come li realizzò il Cavalier Innocenzo, classe 1871. “Da ragazzo il nonno aveva lavorato a Napoli da Caflish in Via Toledo. Era innamorato della città, una volta impegnò l’orologio per una prima del San Carlo. Si fece le ossa, poi  tornò a San Marco per aprire il primo laboratorio artigianale, e s’inventò i piccoli torroni baci ricoperti di cioccolato.” Col nipote Innocenzo sediamo ai tavolinetti, nel frattempo arriva una cassatina profumata, la glassa di mandorle siciliane, ma la ricotta finissima è quella del Fortore. Gli chiedo cosa significa per loro, che ora vendono in tutto il mondo, rimanere qui tra le colline, lui sorride come a dire: è la nostra identità, non potremmo lavorare altrove; però poi gira le fiere internazionali per tenere il passo con l’innovazione, i ragazzi fanno l’università a Napoli, il torroncino sta costruendo il suo futuro e l’intuizione di nonno Innocenzo comunque è germogliata, ora sono nove le aziende dolciarie di San Marco, un minuscolo distretto di altissima qualità.

Seduto qui, al centro del Fortore, penso che Rossi-Doria nella sua relazione sul terremoto dell’’80 aveva proprio ragione, queste sono terre di altissima civiltà. Nel titolo c’era scritto “situazione, problemi e prospettive”, parole di un tempo – ma stava già finendo – in cui si ragionava ancora come se ci fosse comunque un orizzonte per migliorare le condizioni del vivere comune.

Se solo per un attimo silenziamo i cinguettii dei social, possiamo ancora ascoltare le richieste ragionevoli, basiche di questi territori: lavoro, scuole, mobilità. Qui non si tratta di Cilento o Fortore, è l’80% dell’Italia che lo chiede, le parti dello stivale che nella fotografia notturna della NASA appaiono più in ombra, mentre le aree metropolitane sfavillano. Agganciate alle supply chain internazionali loro in qualche modo ce la faranno. Ma è qui, in queste colline piene di vento che lo Stato è chiamato a fare il suo mestiere, a ritrovare una ragione d’essere, altro che le favole sul sovranismo: nell’Italia di oggi, come ieri nella Tebe di Edipo “a niente vale una torre né una nave – né un paesaggio, è il caso di dire –  vuoti di uomini che in essi vivano insieme.”

I link agli articoli sul sito web di Repubblica

L’articolo sul Cilento

L’articolo su Alta Irpinia e Fortore

 

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 9 luglio 2018 

Un viaggio nella Campania che non vuole spegnere le luci, i trecento piccoli comuni della cintura appenninica che lottano per sopravvivere, in questo inverno della demografia che l’ISTAT prevede per il Mezzogiorno nel prossimo quarantennio, con la perdita di tre milioni e mezzo di abitanti, il 25% in meno, e la popolazione del Sud Italia che passerebbe così dal 34 al 29% di quella nazionale. Un declino legato al crollo delle nascite – in questa che pure era la terra più giovane d’Italia – e all’emigrazione economica, come la chiamano ora, che è ripresa con forza: 700.000 persone nell’ultimo quindicennio hanno lasciato il Sud, per tre quarti sono giovani tra i 15 e i 34 anni, spesso i più preparati e motivati.

E’ evidente che il “depauperamento del capitale umano”, come lo chiama ISTAT, non colpisce allo stesso modo le due Campanie: la metropoli costiera da Capua a Battipaglia, dove vive assiepato, sul 15% appena del territorio, il 75% della popolazione regionale, e nella quale comunque si produce un quarto del PIL dell’intero Mezzogiorno. E la Campania fragile dell’Appennino, l’orizzonte rarefatto di colline, altopiani e montagne, dal Matese al Cervati, la “regione di antica e solida civiltà”, come ricordava Manlio Rossi-Doria, punteggiata di piccoli centri, per i quali lo spopolamento non è una minaccia futura, ma una condizione esistenziale già a lungo sperimentata.

Per capire qualcosa di questa Spoon River appenninica la prima tappa è in Cilento, dove i tre quarti del territorio, 75 comuni su 98, sono in fase di spopolamento. Dal 1961 il calo medio è del 30%: cinquantasettemila persone sono andate via da questi paesi, 51 dei quali hanno ora meno di duemila abitanti. Una legge spietata dice che il calo demografico è più alto proprio nei comuni più piccoli, in una spirale che si autoalimenta. In minuscole realtà con meno di 500 abitanti, come Valle dell’Angelo, Sacco, Sant’Angelo a Fasanella, il crollo è del 70-80%.

Di queste cose parlo con l’urbanista-contadino Fabrizio Mangoni. Fabrizio è da poco in pensione, è stato docente di urbanistica alla Federico II, qui in Cilento a San Mauro ha restaurato un casale, circondato da oliveti e alberi da frutto; assieme alla sua Caterina ha faticosamente rimesso le terre a coltura, tagliando a mano rovi e cespugli, col trattore si sarebbero distrutti i preziosi muretti storici di pietra arenaria.

Ora Fabrizio produce olio, ma non ha smesso con l’urbanistica, si è gettato anzi in una nuova impresa, il piano urbanistico di Pollica, che nascerà coordinato con quelli dei comuni vicini di S. Mauro e Serramezzana. “Molte delle riunioni di lavoro, e gli incontri con i cittadini, li facciamo ai tavolini del bar. La prima cosa che ho imparato lavorando qui è l’importanza del senso di comunità, di appartenenza, far circolare proposte e idee nella vita quotidiana del paese, ascoltare le persone, ragionare con loro, altrimenti è tutto inutile. La seconda cosa è che non ci sono scorciatoie, il turismo balneare da solo, concentrato in una quarantina di giorni, non è una risposta allo spopolamento e alla mancanza di lavoro, anzi aumenta gli squilibri. Tanto più che in questi luoghi incantati il capitale territoriale ha limiti fisici precisi, pensa solo alla capacità della stretta fascia di litorale di contenere bagnanti e automobili. Questi limiti non vanno superati, se non vogliamo creare, invece del turismo sostenibile, solo congestione e degrado”.

Poi c’è il calo demografico e l’invecchiamento, che colpiscono duro anche qui: la popolazione dei tre comuni si è dimezzata rispetto al 1961, ora gli abitanti sono 2.600 in tutto, ma c’è un intera fascia che manca, quella in età riproduttiva. Diradati gli uomini, l’agricoltura ha abbandonato gli antichi spazi, velocemente coperti da macchia mediterranea e boscaglia. “Alla fine” mi dice Fabrizio “è anche attraverso il recupero del paesaggio agrario storico che è un riequilibrio è possibile. Dispersi nel territorio, ci sono un centinaio di  magazzeni  – gli annessi rustici per la conservazione e la lavorazione dei prodotti – oramai in abbandono. L’idea è, anziché costruire villette inutili, di recuperare questo patrimonio tradizionale, legandone il riuso all’impegno di riprendere la coltivazione dei suoli. Ai nuovi abitanti chiediamo di aiutarci a curare lo spazio agricolo inselvatichito, di diventare i nuovi agricoltori multifunzionali, seguendo le indicazioni del nuovo piano urbanistico”.

Tutte queste cose Fabrizio le ha raccontate lo scorso mese di maggio nel suo intervento al Festival sullo spopolamento, che si è svolto a Ceraso, a una trentina di chilometri da Pollica, verso sud. L’idea del festival è dell’editrice Maria Liguori, con l’associazione “Festinalente”, il nome riprende l’ossimoro di Augusto e Cosimo de’ Medici: “affrettati lentamente”; insomma, sii risoluto, ma con cautela, un’indicazione buona anche per le politiche per il Mezzogiorno.

Ceraso è un comune di 2.400 abitanti, cinquant’anni fa erano mille in più. Quando dopo la crisi dei migranti dell’estate 2017 il ministro dell’interno Minniti chiese aiuto ai comuni, il sindaco Gennaro Maione fu tra i primi ad aderire allo SPRAR, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Così il paese ha accolto 4 famiglie cristiane siriane, 20 persone, subito inserite in un percorso integrato di accoglienza, dalla scuola, allo sport, fino all’avviamento al lavoro, nel corso di un triennio. “Domenica scorsa” racconta Maione “il parrocco ha battezzato due bambini siriani, c’è stata una festa, con la partecipazione di tutte e cinque le frazioni del paese”.

Lo sforzo della piccola comunità non può essere sottovalutato: in proporzione è come se Napoli avesse accolto 8.000 profughi in un colpo solo. “Certo” continua il sindaco “occorre misura, tener conto della reale capacità di accoglimento. Non è solo così che possiamo contrastare il declino demografico, ma è comunque un passo per la rivitalizzazione dei nostri paesi”. La scelta di Ceraso non è isolata, il Cilento sta funzionando come laboratorio di integrazione, se a San Mauro la coltivazione dell’olivo è salva grazie agli immigrati indiani del Punjab.

Il viaggio prosegue, ancora 50 chilometri a sud, fino a Morigerati, minuscolo borgo di 600 abitanti, erano il doppio cinquant’anni fa, tra i querceti scuri sulle gole del Bussento, dove c’è l’Oasi WWF, coi fiotti di acqua gelida tra le rocce che accarezzano il mulino secolare. Qui con i ragazzi del paese il sindaco Cono D’Elia ha organizzato un efficiente servizio di promozione, con il paese che è diventato un unico albergo diffuso, puoi prenotare on line un appartamento in centro storico, un casale nel verde o un agriturismo in un paesaggio mozzafiato da Medioevo. Attorno al borgo, tutta una rete di produzioni agricole di qualità, con Bruno de Conciliis che su 8 ettari di incolti, dati in concessione dal comune, produce ora un gran fiano che si chiama Invitta; e i 50 ettari che la cooperativa di agricoltura sociale “Terra di resilienza” coltiva a grani antichi, le sementi recuperate dopo lunghe ricerche, con la filiera che si chiude al ristorante, dove le trafile puoi gustarle sapientemente cucinate. “Tutte queste esperienze” mi dice D’Elia con orgoglio “le abbiamo raccontate a New York lo scorso mese di maggio, con l’Università di Fisciano, al Forum delle Nazioni Unite sullo sviluppo locale”.

Il viaggio sta per concludersi. Gli ultimi quindici chilometri, verso il Golfo azzurro di Policastro, sulle colline di Santa Marina, dove c’è uno degli ultimi istituti comprensivi della Campania, su un territorio sconfinato, gli 8 plessi sono distanti anche 40 chilometri, per andare dall’uno all’altro occorrono tre quarti d’ora per strade montane tutte curve. La dirigente Maria De Biase è sconfortata: la scuola elementare su in montagna, nella frazione “Fortino” di Casaletto Spartano, al confine con la Basilicata, il prossimo anno chiuderà, solo quattro bambini iscritti, fino a pochi anni fa erano una decina.

“E’ triste doverlo dire, ma per noi che lavoriamo in frontiera, qui in Appennino, le soglie dimensionali sono le stesse che per una scuola di città. Ora abbiamo 500 studenti, ma siamo pericolosamente vicini alla soglia dei 400, alla quale scatta l’obbligo di ulteriore accorpamento. L’offerta didattica che proponiamo ai bambini e ai loro genitori è tutta incentrata sull’ambiente, l’alimentazione e la civiltà locale, la conoscenza di questa terra può essere uno stimolo a rimanere, ma il personale è risicato, se l’unico bidello della sede di montagna si ammala la scuola non apre.”

“A realtà diverse politiche diverse”, non si stancava di ripetere Rossi-Doria, ma il Paese in questo momento proprio non comprende. Per mantenere una presenza dello Stato e dei servizi essenziali qui dove ce n’è più bisogno ed è più difficile vivere, occorre uno recupero di equità, intelligenza, lungimiranza. Sennò le buone pratiche che abbiamo raccontato, in questo laboratorio vivo di natura e cultura che è il Cilento, rischiano di non farcela, ed anche le politiche per le aree interne si rivelano per quello che sono: risarcimenti simbolici per deprivazioni territoriali che noi stessi contribuiamo a creare, inseguendo un’efficienza di facciata, mentre l’inverno dello spopolamento avanza.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 26 giugno 2018

La prima cosa da dire su “Napoli, promemoria”, il libro di Vezio De Lucia con prefazione di Tomaso Montanari, che si presenta al PAN martedì 26 giugno alle 17.00, è che è assai bello, il racconto avvincente dell’avventura politica e amministrativa di una città, attraverso un cinquantennio che ha cambiato in profondità, con passaggi spesso drammatici, la vita del Paese. Un aspetto importante del piccolo volume è infatti quello di raccontare le vicende urbanistiche di Napoli sullo sfondo di una storia d’Italia – dal centro-sinistra al compromesso storico,  dagli anni di piombo fino a Tangentopoli e al berlusconismo, passando in mezzo a epidemie e terremoti – che viene tratteggiata con pennellate rapide e precise, come può farlo chi molti di quegli eventi ha vissuto in prima persona, come alto dirigente dello Stato.

Evidentemente, il libro è anche un bilancio di una battaglia culturale e politica intorno a un’idea di governo pubblico del territorio, il cui campo d’azione è l’Italia prima che Napoli: l’Italia giardino d’Europa certamente, ma anche democrazia incompiuta, tutt’ora incapace di darsi strategie e regole d’uso dei suoli adeguate ai tempi, la legge nazionale è ancora quella del 1942, modificata da uno stop and go destabilizzante di riforme parziali e passi indietro, fino al tremendo Piano casa del 2008.

Sottotraccia, in questo cinquantennio difficile, De Lucia individua comunque una continuità, un filo rosso che lega le vicende napoletane, dal piano regolatore del 1972, l’ultimo redatto dal Ministero dei lavori pubblici, con il quale si chiude in qualche modo il ventennio di anomia urbana iniziato con Lauro; al Piano per le periferie e alla ricostruzione dopo il sisma del 1980; sino al nuovo piano regolatore, progettato nel ’93, e definitivamente approvato nel 2004. Secondo De Lucia, la continuità giunge fino ad oggi, al piano per Bagnoli concordato in cabina di regia, che conferma le scelte fondamentali del PRG, migliorandole anzi in alcuni punti.

Alla fine di questo percorso – è la tesi di De Lucia – Napoli è l’unica grande città italiana che è riuscita a dotarsi, in un quadro nazionale e locale complicato, grazie a un formidabile lavoro di squadra, di uno strumento organico in grado di proteggere l’eredità della natura e della storia, puntando sul riuso e la riqualificazione del patrimonio esistente piuttosto che l’urbanizzazione di aree verdi; e di impostare le grandi trasformazioni nelle aree industriali di Nitti, a est e ovest della città, mettendole al sicuro dalla speculazione.

Certo il mondo non si ferma, ma la lettura della città sulla quale si basa il piano regolatore del 2004 ha una sua forza intrinseca, e rimarrà. Non dimentichiamolo: prima del piano, i tremila ettari di verde scampati al sacco delle colline, erano ancora disseminati di progetti di lottizzazione in ordine sparso. Ora il formidabile arco verde da Agnano a Ponticelli è tutelato a tempo indeterminato, è il vero grande parco della città, una riserva di futuro. Al posto delle case, agricoltori urbani producono ora piedirossi e falanghine pluridecorati, la differenza non è da poco. Allo stesso modo, la designazione del centro storico come bene monumentale unitario è un’idea che si è affermata a livello globale, evidentemente condivisa dall’Unesco e dai turisti internazionali innamorati della città, nonostante noi, che arrivano a frotte per viverlo e goderlo.

La necessità a questo punto è quella di andare avanti, ma le difficoltà sono enormi, perché l’urbanistica consiste certamente nel redigere ed approvare buoni piani, ma è anche amministrazione quotidiana, attuazione rapida delle scelte, e il comune la sua macchina amministrativa l’ha semplicemente dismessa.

Prima dell’approvazione del PRG nel 2004 venne in visita a Napoli l’urbanista capo di Amsterdam, città di 850.000 abitanti: dirigeva un ufficio di piano con 200 tecnici, in grado di sfornare un piano ogni dieci anni, in un processo continuo di valutazione dei risultati e aggiornamento delle scelte. A Napoli invece il servizio urbanistico si è più che dimezzato nell’ultimo decennio, i dirigenti sono passati da 8 a 2; la città, col suo milione scarso di abitanti, deve gestire trasformazioni epocali con un organico che ha semplicemente uno zero in meno rispetto alla più piccola città olandese.

Anche la città metropolitana, che rappresenta il livello istituzionale cruciale per la risoluzione dei problemi immani di sostenibilità e sviluppo, è nata già morta, una camera di compensazione, con tutte l’autoreferenzialità degli egli enti di secondo grado, non chiamati a rispondere direttamente ai cittadini. E’ una questione decisiva, perché l’area metropolitana di Napoli è una priorità di scala nazionale ed europea, ed è qui che si gioca il destino del Mezzogiorno e del Paese.

Ad ogni modo, come sottolinea Tomaso Montanari nella prefazione, il messaggio di “Napoli promemoria” è di non fermarsi, andare avanti. E’ il racconto onesto e appassionato di un grande lavoro collettivo, svolto avendo come bussola costante l’interesse pubblico, assieme a un amore sconfinato per la città. Alla fine del libro De Lucia riprende l’idea di abbattere il muro di Bagnoli, mettere termine a una bonifica autoreferenziale che ha tolto di mezzo l’urbanistica, riprendere il dialogo coi cittadini, ma l’invito più generale è di rimettersi in cammino, di restituire alla città una capacità effettiva di amministrazione e governo, senza la quale non c’è buona vita, né vera democrazia.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 7 giugno 2018

Lo scorso 23 maggio. la Commissione europea ha premiato a Bruxelles nell’ambito del “LIFE Award”, i 9 migliori progetti di ricerca europei per il periodo 2016-2017.

La buona notizia è che tra i premiati c’è il progetto ECOREMED dell’Università Federico II, per il recupero con tecnologie “verdi” dei suoli agricoli contaminati della piana campana. ECOREMED è stato il più importante progetto di ricerca condotto nell’ultimo quinquennio per studiare le aree agricole della terra dei fuochi e per mettere a punto le strategie di recupero. Ci hanno lavorato un’ottantina di ricercatori delle più diverse discipline, dall’agronomia alla chimica alla medicina, in collaborazione con l’Assessorato regionale all’agricoltura, l’Arpac e la società di ricerca RISORSA. Il premio è stato consegnato dal commissario all’ambiente, il maltese Karmenu Vella, al coordinatore del progetto, il professor Massimo Fagnano del Dipartimento di Agraria, che ha ideato e coordinato il progetto.

Le motivazioni del premio sono rilevanti. In particolare la commissione ha sottolineato tre aspetti: il contributo che il progetto ha fornito al governo italiano per l’identificazione delle aree ferite, e la messa a punto di tecniche di recupero ecocompatibili, basate sull’impiego di piante, microrganismi e compost, che rappresentano un’alternativa concreta a quelle ingegneristiche. In questo modo, con un costo che è un ventesimo delle bonifiche tradizionali, è possibile salvare il suolo, evitandone l’asportazione o la sigillatura, con l’impianto invece di una vegetazione forestale che aiuta anche a ricostruire il paesaggio.

Un altro aspetto considerato nelle motivazioni è l’applicazione pilota di queste tecniche, già nel corso del progetto,  a due aree problematiche della piana campana: il podere di San Giuseppiello a Giugliano, un frutteto meraviglioso di sei ettari dove la famiglia Vassallo ha sversato per anni i fanghi delle concerie toscane; e un’area interna dello stabilimento ECOBAT, a Marcianise, fortemente inquinata da piombo. In queste due aree, due boschi inerbiti, con trentamila pioppi, come instancabili fabbriche verdi, lavorano ora per estrarre i contaminanti e tenere in sicurezza i suoli e l’ambiente di lavoro.

Il terzo aspetto che è stato sottolineato dalla Commissione è il lavoro di divulgazione svolto nel corso del progetto, con il coinvolgimento di migliaia di studenti, professori, amministratori, agricoltori: una poderosa opera di informazione, per chiarire i reali aspetti della crisi della terra dei fuochi, e le vie di uscita possibili. In particolare il podere di San Giuseppiello si è trasformato in un laboratorio, un’aula all’aperto dove gli studenti delle scuole pubbliche della Campania, con i loro docenti, vengono ad imparare come si cura e si recupera un paesaggio malato.

Perché alla fine l’aspetto rilevante è proprio questo: la costruzione, rispetto ai problemi gravi della nostra terra, di una competenza, una conoscenza operativa che consenta di progettare e costruire vie di uscita e di recupero, per far tornare la bellezza e la sicurezza di vita, al posto del racconto immutabile di un’apocalisse senza scampo.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 3 maggio 2018

Se un museo è una macchina del tempo, anche questi corridoi lo sono, dov’è la Direzione dell’Archeologico, qui l’orologio si è proprio fermato, le pareti chiare, le stampe e le cornici austere e lucidate in legno, è un pezzo d’Italia d’inizio ‘900, potrebbe essere un ministero o un liceo, c’è aria di Risorgimento, Cuore e “questa è una carezza del re”; l’aria di uno Stato che sembrava ancora forte, e invece stava per incrinarsi, sotto i colpi della Grande Guerra. Paolo Giulierini arriva che sono passate le sei del pomeriggio, la fatica della giornata sul volto, ha appena chiuso un consiglio di amministrazione del Parco archeologico dei Campi Flegrei, la sua nuova avventura, in contemporanea con la direzione del MANN, il Museo Archeologico Nazionale, che già gli sta dando importanti soddisfazioni.

Gli chiedo subito cosa cambia con l’istituzione del nuovo Parco archeologico dei Campi Flegrei, e lui si rianima, s’accende, la stanchezza scompare di colpo: “L’intuizione dei Ministero di affidare ad un’unica soprintendenza speciale, per intero, l’immenso patrimonio archeologico flegreo è un cambiamento di rotta epocale. Prima questi beni erano figli di un dio minore: nella programmazione dei fondi e degli interventi finivano sempre per prevalere le Soprintendenze forti, come Pompei e Ercolano. Con l’istituzione del Parco archeologico dei Campi Flegrei abbiamo finalmente, per la prima volta, la possibilità di immaginare una strategia unitaria di tutela e valorizzazione di un patrimonio che comprende venticinque siti di straordinaria importanza, a cominciare dai parchi archeologici di Cuma, Baia, Liternum; e poi la serie strabiliante di anfiteatri, necropoli, grotte, ipogei, templi, cisterne monumentali, vestigia di città e ville imperiali sommerse… “.

Il fatto è che tutta questa magnificenza si trova in qualche modo dispersa nel caos rur-urbano di quattro comuni, un territorio di 15mila ettari, del quale fanno parte realtà tumultuose come Giugliano, ormai terza città della Campania, e Pozzuoli, che è quinta, oltre ai comuni più piccoli di Baia e Monte di Procida. In quest’area, alla metà del ‘900, la città occupava solo il quattro per cento dello spazio complessivo, ora è il quaranta. Ciò significa che il paesaggio imperiale di vulcani verdi, selve, solfatare, vigneti, masserie, laghi e litorali fantastici si trova adesso sbrindellato in mezzo a una colata urbana senza regole né forma.

In questo quadro territoriale complicato, l’idea di Giulierini è chiara: “I Campi Flegrei esprimono ancora, nonostante tutto, una natura e un paesaggio strepitosi. Geologia, flora, vegetazione, fauna, presentano aspetti unici al mondo, e tutto è interconnesso: senza il vulcanismo non ci sarebbero state terme e ville imperiali. Le attività di tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico non possono prescindere da questo, e devono essere pensate su base interdisciplinare. Nell’ultimo consiglio di amministrazione del Parco abbiamo approvato un programma di alleanze e collaborazioni con la comunità scientifica. Assieme a loro vogliamo progettare una rete di itinerari mozzafiato nella natura e nella storia, per ri-connettere e rendere leggibile al visitatore questa rete fantastica di monumenti, ecosistemi e aree verdi”.

Del resto, l’aveva annotato Goethe nel suo diario di viaggio, lui che era geografo e botanico insigne, prima che poeta, quando il primo marzo 1787 visita l’area flegrea, “la regione più meravigliosa del mondo”,  con le sue rovine “di un’opulenza appena credibile”, e la vegetazione lussureggiante, “che s’insinua da per tutto dove appena è possibile, che si solleva sopra tutte le cose morte in riva ai laghi e ai ruscelli e arriva fino a conquistare la più superba selva di querce sulle pareti di un cratere spento. Così, siamo continuamente palleggiati fra le vicende della natura e della storia”.

“Un’altra decisione importante del CdA” mi dice ancora Giulierini “è il piano strategico, che sarà pronto entro l’autunno. C’è chi ironizza su queste cose, ma è una novità fondamentale introdotta dalla riforma. Prima, il cittadino non poteva conoscere le intenzioni e gli indirizzi della soprintendenza. Con il piano strategico, vengono invece dichiarati in modo trasparente le linee di gestione, gli obiettivi, le risorse, i tempi. Vengono definiti i servizi che lo Stato si impegna a fornire alla collettività, ad ogni singolo cittadino.”

Gli chiedo quanto pesano i limiti di organico, l’età avanzata dei dipendenti, le scarse competenze informatiche. Su questi aspetti Giulierini non si mostra eccessivamente preoccupato: “Guardi, con le nuove regole il Museo Egizio di Torino riesce a gestire un milione di visitatori (il doppio di quanti ne fa oggi il MANN, che pure sta raddoppiando ogni anno) con un organico 35 persone. Non è solo una questione di numero. Del resto, i beni culturali non possono continuare ad essere come in passato un ammortizzatore sociale, pretesto per la creazione di occupazione pubblica poco qualificata. Con il nuovo concorso nazionale arriveranno 4-5 nuove risorse, altamente preparate. Alla fine, con un organico di 80 persone (50 custodi e 30 tra amministrativi, architetti e archeologi) penso di poter gestire il nuovo Parco. Certo, quelle che mancano sono le competenze specialistiche, come gli esperti di marketing e fundrising. Per gestire le donazioni liberali con le agevolazioni fiscali previste dall’Art Bonus abbiamo dovuto stipulare una convenzione con l’Ordine dei commercialisti”.

Mentre lo ascolto, penso che il lavoro di Giulierini in questi anni si è progressivamente esteso,  con onde concentriche che hanno coinvolto a partire dal MANN ambiti territoriali via via più vasti. E’ successo con l’ExtraMANN, la rete convenzionata di 16 musei, siti archeologici e storici della città, ai quali si può accedere col 25% di sconto acquistando il biglietto dell’Archeologico. Con la direzione del nuovo Parco dei Campi Flegrei il progetto di Giulierini si propaga ulteriormente, tanto più che dal punto di vista geologico i Campi Flegrei finiscono nella città di Napoli, con l’ultima collina di tufo giallo di Poggioreale, prima che inizi la valle del Sebeto. “La mia idea è che il MANN debba essere l’epicentro, il portale del nuovo Parco archeologico. Già nel museo ospitiamo importanti reperti che provengono dall’area flegrea, come il Giove di Cuma, e nel 2019 abbiamo in programma una mostra sui rinvenimenti subacquei. Tra il MANN e i Campi Flegrei dovrà esserci una fitta rete di scambi, iniziative, sinergie.”

“Certo” conclude Giulierini “ci sono tante cose da fare. Perché possa vivere, la rete di itinerari che innerverà il Parco deve essere supportata da un trasporto pubblico e una segnaletica all’altezza. In questi luoghi bisogna poter muoversi e arrivare in modo meno precario e avventuroso di quanto accada oggi. Lo Stato, attraverso la Soprintendenza, può aiutare le comunità locali in questa riorganizzazione dei servizi, superando localismi ed egoismi, in un’ottica di interesse generale. La creazione nei Campi Flegrei di questa rete unitaria, vivente di storia e di natura, è probabilmente il solo modo per arginare la frammentazione, il degrado, l’abbandono; per rispondere alla richiesta disperata di un territorio che abbia senso per le persone, che funzioni meglio, nel quale sia più bello e facile vivere”.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 4 giugno 2018

Non sappiamo quali fossero i progenitori, nel sottobosco ombroso di qualche foresta cinese o birmana, ma dopo una quindicina di secoli di incroci e selezioni il limone è veramente la pianta delle meraviglie, l’albero della vita, perennemente verde e rifiorente, coi fiori, i frutti acerbi e quelli maturi contemporaneamente presenti sulla stessa pianta. Da noi è arrivato con gli Arabi nell’undicesimo secolo, in Penisola la coltivazione moderna l’hanno iniziata i Gesuiti alla metà del ‘600, proprio al podere del Gesù a Massalubrense, che è ancora lì, se nel frattempo non ci costruiscono un parcheggio.

Insomma, dopo i versi celeberrimi di Goethe (“Conosci il paese dove fioriscono i limoni?”), è questa la pianta che da sola definisce il giardino mediterraneo, cioè quanto di più vicino all’Eden ci sia dato immaginare, e il mistero è ancora vivo, se la comitiva di tedeschi che mi precede, spontaneamente zittisce e sgrana gli occhi entrando nell’ombra verde del Giardino di Vigliano, a Massa Lubrense, il limoneto storico tra i più belli della Penisola: una cattedrale di foglie e costellazioni di frutti luminosi, sotto il pergolato connesso di pali di castagno, le pagliarelle e i frangivento, in una costruzione lignea perfetta, da villaggio medioevale.

E’ Peppino Nunziata l’agricoltore autore e custode di tanta bellezza, da quarant’anni ha cura del limoneto affacciato sul mare, è un’eredità di famiglia, prima c’erano i coloni; al tramonto del secolo d’oro degli agrumi, dalla metà dell’800 all’ultimo dopoguerra, stava andando in rovina, lui l’ha restaurato, ha ricostruito le pergole, alte come una casa di due piani, con i pali tenuti insieme da legature sapienti, i chiodi spaccherebbero tutto; ha ripreso e curato le antiche piante ad una ad una. “Il limone è una pianta straordinaria, risponde alle attenzioni come un bambino. Coltivarla in Penisola è una follia, un azzardo, l’inverno è troppo freddo, basta un’ora di tramontana per distruggere all’istante fiori e germogli. Di qui la necessità delle protezioni, che sono il frutto di una sperimentazione lunga quattro secoli, a partire dal lavoro pionieristico dei Gesuiti.”

“Un’opera che si conclude all’inizio del ‘900” mi dice Tonino De Angelis, massimo esperto di paesaggio e cultura materiale della Penisola. “E’ negli anni della Grande guerra che il pergolato tradizionale assume finalmente la forma che conosciamo. Allora l’economia del limone e dell’arancio, con l’esportazione via mare verso l’America e il Nord Europa, era fonte di benessere e ricchezza diffusa, gli agricoltori divennero benestanti, riuscirono a comprare la terra, i grandi commercianti diventavano sindaci e armatori. Poi negli anni ’60 l’inizio della crisi, coi proventi agricoli che cominciarono a finanziare l’edilizia piuttosto che il rifacimento delle pergole e dei terrazzi, l’associazionismo agricolo che non decolla, il turismo di massa che esplode, ora sono i proprietari d’albergo ad esprimere la leadership e dirigere la comunità.”

Nel frattempo, la civiltà degli agrumi aveva costruito in Penisola il paesaggio straordinario dei terrazzi, che è un miracolo, perché frutto di singoli investimenti familiari, mirabilmente coordinati, come in un progetto collettivo non scritto, perfetto come un orologio, col sistema di strade e drenaggi, la casa rurale e l’arboreto che sono un tutt’uno, e l’agrumeto che è allo stesso tempo macchina produttiva e giardino di piacere, ornato di rose, ortensie e camelie. “Un paesaggio nato senza bisogno di architetti” mi dice Tonino con un fondo d’ironia “dove la bellezza è il prodotto secondario di un’economia e una cultura”.

E’ a partire da questa bellezza che quarant’anni fa Peppino Nunziata decide di far nascere la sua azienda. “Fu una visione a guidarmi, l’idea di tenere insieme l’agricoltura storica della Penisola, con le tecniche tradizionali del pergolato e del terrazzo, che non potevano essere tradite; la coltivazione biologica del limoneto; l’accoglienza dei turisti in azienda, pensata come un museo vivente, per raccontare una storia lunga cinque secoli.” L’idea ha funzionato: il Giardino di Vigliano è stabilmente inserito negli itinerari dei più importanti tour operator tedeschi, coi turisti che arrivano apposta, come si visita un monumento celebre. Una missione che ha finito per conquistare i due figli di Peppino e Ida, Luigi e Valentina, che sono ora il motore dell’azienda.

Ci sediamo in giardino, nell’ombra chiazzata di luce, Peppino è un uomo piccolo e vigoroso, il profilo affilato e lo sguardo battagliero. “Una cosa importante” mi spiega “è stato il riconoscimento comunitario del limone di Sorrento, un marchio di qualità che valorizza il limone, insieme ai prodotti trasformati, a partire dal Limoncello, che assorbe oggi più del 60% della produzione. E’ stata la nostra salvezza, perché sul mercato del fresco siamo in difficoltà, con le produzioni argentine e spagnole ad alta meccanizzazione che si commerciano a 30-40 centesimi il chilo, quando il nostro costo di produzione è perlomeno doppio, c’è da coprire il lavoro, interamente manuale, per la cura delle piante, i terrazzi, le pergole e il paesaggio.”

Nel frattempo i turisti siedono ai tavoli, nell’aia del casale medioevale, sotto la torre cinquecentesca che svetta tra gli arboreti, sull’azzurro del golfo. Parlano a bassa voce, stanno gustando un piatto semplice e raffinato di ricotta freschissima, spolverata con scorzetta di limone, è la sintesi perfetta di un paesaggio, dai pascoli dei Lattari agli arboreti sul mare, un’esplosione indimenticabile di aromi e sapori.

“La strada immaginata da Peppino” mi dice Grazia Stanzione, agronomo dell’Assessorato regionale all’agricoltura, “è l’unica per mantenere in vita l’agricoltura eroica della Penisola: le aziende devono aprirsi al mondo; essere in grado di incorporare nelle produzioni il valore di questo paesaggio unico, delle esperienze e suggestioni che è in grado di suscitare. Le potenzialità restano enormi, ora che anche l’associazionismo è finalmente partito, con la cooperativa Solagri che raccoglie e valorizza il prodotto  di 300 agrumicoltori piccoli e grandi della Penisola. Certo è un lavoro impegnativo, non tutti ce la fanno, sono molti i poderi abbandonati, ed è un problema, il paesaggio storico si trasforma in boscaglia, senza manutenzione i terrazzi franano. Dobbiamo imparare dalle Cinque Terre, lì gli incolti sono recuperati grazie al Parco e affidati a giovani agricoltori.”

Torniamo all’idea del grande progetto collettivo, ma da queste parti l’agricoltura tradizionale, che pure è all’origine della grande bellezza, non è ancora la priorità, minacciata su fronti opposti, dall’abbandono e dall’urbanizzazione. “E’ triste dirlo” mi spiega Giuseppe Guida, urbanista, che in questa terra ci è nato “ma le tutele di fatto sono saltate. Prima con la legge sui box interrati, poi con il Piano casa, si è di fatto introdotto un regime di deroga permanente alla pianificazione ordinaria. Il consumo di suolo in Penisola è inarrestabile, con una serie incessante di grandi e piccole trasformazioni, che finiscono per erodere irreversibilmente il capitale storico di arboreti, terrazzamenti, masserie. Sono troppi i recuperi di annessi rustici finanziati coi fondi comunitari, che si trasformano poi in casa-vacanze, bisognerebbe controllare. Insomma, occorrono nuove regole e strategie, altrimenti non c’è partita: l’edilizia batte l’agricoltura, anche quella multifunzionale di Peppino Nunziata, di due ordini di grandezza. L’industria del turismo deve capire che così non c’è futuro, che è il paesaggio il motore di tutto, se solo riusciamo a rispettarlo, curarlo e farlo vivere.”

 

Francesco Erbani, Repubblica Napoli 8 maggio 2018

Per i bambini napoletani la Mostra d’Oltremare era un insieme di oggetti bianchi, geometrici e misteriosi osservati da uno scivolo di Edenlandia. Poi era il luogo in cui all’inizio dell’estate si allestiva una fiera della casa e la mattina, ormai chiuse le scuole, mentre in altre regioni la tv trasmetteva servizi su quella fiera, a Napoli programmavano un film. In seguito, alcuni, forse molti, di quei bambini diventati più grandi andarono nel grande piazzale della Mostra a sentire Enrico Berlinguer che chiudeva il Festival dell’Unità. Era il settembre del 1975. Da qualche mese Napoli aveva un sindaco comunista, Maurizio Valenzi, e sentiva nell’aria mite di quel pomeriggio che era finita con le mani sulla città, con il colera e con i Gava.

Più tardi ancora, chi di quei bambini, ormai adulti, si sarebbe appassionato di storia del Novecento, di architettura del Novecento, di arte del Novecento, e chiunque altro avesse avuto curiosità di sapere qualcosa di quei misteriosi e geometrici oggetti bianchi, avrebbe letto che lì, alla Mostra d’Oltremare, si era fatto esercizio di razionalismo, ci si era messi in linea con esperienze europee. E mentre a Roma, all’Eur e, in parte, nella Città universitaria, erano prevalse la magniloquenza fascista, la retorica imperiale e monumentale di Marcello Piacentini e Arnaldo Foschini, qui, negli edifici avvolti nel verde di un parco, negli spazi teatrali e nelle fontane, si era messa in pratica un certo “orgoglio della modestia”, sia nelle parti costruite sia nel tracciato urbanistico (artefici, fra gli altri, Marcello Canino, Carlo Cocchia, Giulio De Luca, Luigi Piccinato).

Poi nelle rappresentazioni dei napoletani e di quei bambini divenuti maturi, la Mostra ha iniziato a declinare. Uno slittamento simbolico verso il basso. Il terremoto del 1980, la sciagurata decisione di allestirvi un villaggio d’accoglienza, il deperimento avevano collocato quei 70 e più ettari di verde e di fantasiose ma lineari architetture fra i luoghi dell’abbandono. A nulla valeva la memoria che persino dopo la guerra e i distruttivi bombardamenti si era innescato un sussulto rigenerativo e molti degli stessi architetti che avevano visto in pezzi i loro edifici si erano dedicati a rimetterli in sesto. L’abbandono nutriva in sé il senso dell’irrimediabile, nonostante quel grande spazio non fosse popolato di ruderi e non appartenesse a un epoca remota, ma a una stagione che molti napoletani, i genitori e i nonni di quei bambini, sentivano come propria. E di cui raccontavano i tratti, mescolando quei bianchi edifici con la vaga, giovanile, illusoria impressione di una Napoli benedetta dalla fortuna prima del grande saccheggio che avrebbe investito le sue forme. È stato quindi necessario attendere la fine del Novecento per vedere risistemata la Mostra d’Oltremare nello spazio simbolico che le spettava.

Rinasceva un contenitore fieristico e con esso un parco urbano che si metteva a disposizione di una città la quale di parchi urbani non era dotata a sufficienza (con consueta cura Antonio Di Gennaro ne ha tracciato su queste pagine il profilo). Veniva restituito un paesaggio culturale, un bene culturale i cui elementi naturali e i cui manufatti erano espressione di tanti saperi, e si ridava vita a un “parco d’autore”, come l’ha definito Pasquale Belfiore, che tornava a caricarsi di valori incorporati nei linguaggi architettonici, nello svago e nelle relazioni con la città. Un “parco d’autore” novecentesco che meritava la stessa accorta tutela di un “parco d’autore” settecentesco, appartenente a un Novecento diverso da quello che aveva violentato la città. Arte, architettura, patrimonio vegetale, memorie novecentesche, senso della comunità: questo insieme di aspetti rischia di essere appiattito se la Mostra d’Oltremare viene ridotta a una neutra piattaforma destinata a supportare le casette per gli atleti delle Universiadi, conficcate o meno che siano, se si snatura il suo statuto adattandola a risolvere in condizioni d’emergenza un problema che in tanti mesi non si è stati in grado di affrontare. Un rischio crescente al solo pensiero che dopo le Universiadi anche altri decideranno di usare la Mostra d’Oltremare come se fosse un non-luogo.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 6 aprile 2018

Non so davvero da che parte iniziare. Solo pochi giorni fa questo giornale ha pubblicato un mio reportage sulla Mostra d’Oltremare (“Mostra d’Oltremare, il parco d’autore. Alberi e vita dove c’era abbandono”). Era il racconto veloce di una grande area verde finalmente ritrovata, grazie anche alla decisione dell’Ente Mostra di riaprirla stabilmente al pubblico. In quell’articolo Pasquale Belfiore mi spiegava come la Mostra fosse il più grande “parco d’autore” novecentesco del quale la città disponga: un luogo magico di architettura e natura, dove le alberature storiche – un milione di esemplari di palme ed eucalipti provenienti in gran parte direttamente dalle colonie – danno vita a un ecosistema unico, una sintesi particolare di esotismo e lussureggiante fertilità flegrea.

La Mostra, come tutti i giardini storici italiani, è anche un ecosistema assai fragile, sottoposto a tutela monumentale, ed è per questo che davvero si fatica a comprendere i motivi per i quali l’Ente Mostra intenda ora realizzare proprio qui, su una trentina di ettari, il villaggio per i settemila atleti delle Universiadi che si terranno a Napoli e in Campania nel luglio 2019.

La planimetria di progetto è impressionante: le oltre 2.300 casette sono disposte in una logica di occupazione intensiva dello spazio. Lo schema, straordinariamente fitto, è quello di un accampamento militare, o piuttosto un campo di sfollati o senzatetto, quasi si dovesse far fronte a chissà quale emergenza o disastro, ospitando all’interno del parco l’equivalente degli abitanti di una città come Telese.

Tutto questo, proprio nella parte del parco più delicata, quella occidentale, la più ricca di verde e di alberi, occupando oltre a piazzali e parcheggi, anche larghe porzioni di suoli non impermeabilizzati,  invadendo così pesantemente le fragili aree vegetate. Hai voglia a dire che l’accampamento è temporaneo: la realizzazione delle piazzole e degli allacciamenti per le 2.300 casette, il calpestamento intensivo di mezzi e uomini, comporterà il danneggiamento non reversibile di suoli e apparati radicali, a partire proprio dello strato di superficie biologicamente più attivo e fertile, che negli equilibri vulnerabili di un giardino storico costituisce la base vera della vita. Per di più, la planimetria di progetto sottostima clamorosamente l’ingombro reale della vegetazione arborea del parco, così che risulterà materialmente impossibile fare spazio a questa sorta di megacampeggio provvisorio senza rimaneggiare anche la porzione aerea delle alberature che, giova ancora ripeterlo, sono parte integrante del bene monumentale sottoposto a vincolo c controllo da parte della Soprintendenza.

Il progetto presentato sembra dimenticare all’improvviso la peculiarità e la rilevanza dei luoghi: il parco della Mostra, con i suoi equilibri di architettura monumentale e verde storico, viene trattato, come già in momenti poco gloriosi del passato, alla stregua di uno spazio vuoto, un’area di risulta, priva di valore intrinseco: un piazzale di periferia da occupare in fretta, e da liberare chissà quando, una volta consumato l’evento.

Certo dispiace, nell’arco di pochi giorni, dover passare dal racconto del parco ritrovato, allo stupore di fronte a scelte che mettono a rischio un bene pubblico così importante per la città, che appaiono del tutto arrischiate e incongrue.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 27aprile 2018

Settantadue ettari di verde e architettura, dopo Capodimonte e i Camaldoli è il terzo grande parco della città, certamente quello con la storia più travagliata. Sono tornato per caso alla Mostra d’Oltremare, un sabato mattina che dovevo partecipare a un convegno, e ho trovato un luogo pieno di grazia e bellezza: i lunghi viali luminosi affollati di studenti, mamme nonni e bambini, il footing degli sportivi, un via vai di cani e padroni, e subito un cinematografo di emozioni e ricordi è partito nella testa, perché questo è un luogo magico della nostra infanzia. Il parco è aperto al pubblico tutti i giorni, per lunghi decenni questo è stato uno spazio vuoto, un’amnesia nel tessuto urbano, una rimozione collettiva.

Tornato a casa sono andato sul sito della Mostra, ho cercato il numero, e un paio di giorni dopo sono tornato, per parlare con Donatella Chiodo, presidente dell’Ente Mostra. Volevo chiederle i motivi della sua scelta: la Mostra in fondo resta un ente di diritto privato, il suo compito è quello di organizzare fiere, e allora perché l’apertura al pubblico, assumendo un impegno così gravoso, carico di rischi e responsabilità.

Un’apertura intrapresa la prima volta dal predecessore di Chiodo, Andrea Rea, progetto rafforzato negli anni successivi.

Donatella Chiodo non si scompone, è una ragazza di quarant’anni col sorriso aperto e le idee chiare: «Potrei risponderle che è tutta colpa di mia figlia Alice. La prima volta che l’ho portata ha sgranato gli occhi, subito ha esclamato “Che meraviglia!”.

Potrei dirle che non potevo deludere quello stupore di bambina. La verità è che ce lo chiede la legge: la riforma Madia dice che gli enti come il nostro devono perseguire, accanto a obiettivi economici, finalità sociali, di interesse generale.

L’apertura del parco alla città è il nostro modo di attuare quella legge. Per lunghi anni i napoletani hanno considerato la Mostra come uno spazio negato, il luogo della precarietà e dell’abbandono. Ora non è più così, e la risposta della gente è positiva, a Pasquetta abbiamo avuto diecimila visitatori».

Certo, la Mostra è un parco diverso dagli altri, la sua suggestione e atmosfera sono legate all’unione veramente unica di verde e architettura. «La Mostra d’Oltremare è un parco d’autore», mi spiega Pasquale Belfiore, ordinario al dipartimento di Architettura dell’Università Luigi Vanvitelli, che a questo luogo ha dedicato studi e pubblicazioni importanti. «È nato alla fine degli anni ‘30 insieme all’Eur, pensato e progettato da un gruppo di giovani, brillanti esponenti del razionalismo, nomi divenuti celebri come Piccinato, De Luca, Cocchia. Fu realizzata in sedici mesi, e inaugurata dal Re l’8 maggio del 1940. Restò aperto appena un mese, poi fu subito chiuso, perché nel frattempo eravamo entrati in guerra».

«Se l’Eur era stata pensata come la “città di pietra” – mi dice ancora il professore – la Mostra doveva essere la “città verde”: per la grande esposizione delle Terre d’Oltremare furono piantati un milione di alberi, molti trasportati direttamente dalle colonie, tutte le specie e varietà possibili di palme, ficus, eucalipti. Alla fine, più dei bombardamenti, fu l’accampamento degli Alleati a danneggiare il parco e gli edifici, che furono ricostruiti e riaperti all’inizio degli ‘50. Con il terremoto del 1980 ancora danneggiamenti: per far posto ai container dei senzatetto un funzionario sbrigativo e solerte ordinò la demolizione delle serre tropicali del Cocchia, un vero gioiello d’architettura moderna.

Negli anni ‘90, grazie ai finanziamenti dell’amministrazione Bassolino, iniziò il recupero definitivo dei padiglioni storici: il Cubo d’Oro, il Teatro Mediterraneo, l’Arena Flegrea, la Fontana dell’Esedra, mentre altri, come il bellissimo Padiglione Rodi, sono ancora in attesa di restauro». In un panorama di istituzioni in affanno, costrette da limiti di bilancio e organico a restringere progressivamente l’uso degli spazi pubblici in città, chiedo ancora a Donatella Chiodo quali sono le principali difficoltà che ha dovuto superare. «Il primo ostacolo è stato quello di dimostrare che l’apertura al pubblico non confligge con l’uso fieristico della Mostra, che le due cose possono coesistere. Ci sono poi gli obblighi legati al vincolo monumentale: ogni intervento di manutenzione, anche ordinario, come la potatura di un albero, deve essere autorizzato dalla soprintendenza.Per fortuna col soprintendente Garella l’intesa è ottima, penso che condivida la nostra stessa visione.”

“Certo – continua Donatella – c’è bisogno di rafforzare l’educazione del pubblico, succede che i servizi igienici siano vandalizzati, che non siano rispettati i divieti nelle aree dove abbiamo lavori in corso o problemi di sicurezza, ma il bilancio rimane estremamente positivo». E i costi? «Qui è necessaria anche un po’ di creatività. Grazie alla sponsorizzazione di un’impresa privata, che ha realizzato l’impianto di illuminazione, siamo riusciti a prolungare di due ore l’orario di apertura del parco. Ai visitatori poi chiediamo un contributo all’ingresso di un euro, l’abbonamento mensile costa dieci euro, ma la fascia di esenzione per bambini, anziani e scuole è davvero molto ampia».

Adesso passeggiamo nel Viale maestoso delle Palme, con gli alberi giunti direttamente dalla Libia; a fianco il Cubo d’Oro sembra un oggetto fiabesco, extraterrestre. Un ficus monumentale emerge da un intrico di radici, in una scena da giungla tropicale. Alla fine del viale, il profilo inconfondibile degli archi di Edenlandia, disegnati da Luigi Piccinato. Il parco dei divertimenti e il giardino zoologico sono nati con la mostra, ora c’è un muro che li separa, ma Donatella vorrebbe abbatterlo, per ricreare l’unità originaria. Dopo la crisi, lo zoo ha ripreso il suo cammino, anche per Edenlandia sembra sia la volta buona, con un progetto imprenditoriale più credibile. Intanto, sui prati verdi attorno la Fontana dell’Esedra gruppi di ragazzi prendono il sole sull’erba. Lo scenario è di suggestione totale. Alle spalle del grande arco maiolicato della fontana, lo sfondo dei terrazzamenti agricoli di Monte Sant’Angelo. La sensazione è quella di una monumentalità vissuta, ben curata, e spira una certa aria d’Europa.

Chiedo a Belfiore cosa pensi di questo lavoro. «Questo luogo ha un suo valore architettonico, una funzione economica, ma è anche una attrezzatura pubblica essenziale per la città. Anzi, se proprio si dovesse scegliere, penso che sia quest’ultimo aspetto ad essere privilegiato, assieme naturalmente alla tutela di un monumento storico di eccezionale valore».

Quello che Donatella sta cercando di fare è di tenerli insieme questi diversi aspetti: la storia, l’economia, i bisogni delle persone. Quando ha chiesto consiglio alla sua Alice, la piccola ha risposto che in fondo la Mostra, come si legge sulla homepage ufficiale, «… è un posto magico, colorato e profumato dai fiori, pieno di vegetazione, dove si può giocare, andare in bici, trascorrere giornate in allegria con la famiglia, ascoltare la musica ma anche partecipare alle fiere». Sembra un buon programma, sta funzionando, è il caso di andare avanti.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 3 aprile 2018

Mariachiara De Luca mi fa strada tra gli ulivi, sotto il Casale medievale di Posillipo, le scarpe si inzuppano nel prato freddo di rugiada, è un tappeto di fiori gialli di acetosella, Capri ci è davanti, tra schegge infinite di luce. Traversando il borgo, fuori un uscio a pianterreno, ci sono le reti di Totonno ad asciugare, tra il mare e la campagna che ti avvolgono, proprio non capisci se è un villaggio agricolo, o di pescatori.

La chiesa è del ‘200, la leggenda dice fu costruita coi soldi di tre greci, se li erano guadagnati facendo i saltimbanchi in città, e la dedicarono a Santo Strato, arrivato assieme a loro da lontano. Tutt’intorno al Casale la campagna c’è ancora.

A Posillipo il verde è tanto, ed è verde agricolo più che di giardini. Mariachiara, il suo, se l’è dovuto riconquistare, dopo che gli equilibri e le regole che per dieci secoli avevano retto la campagna, erano saltati d’improvviso, una ventina di anni fa, con la riforma dei patti agrari, e la decadenza dei contratti storici di colonìa, basati sulla divisione dei prodotti tra il coltivatore e la proprietà.

«Vincenzo era il nostro colono da sempre», racconta Mariachiara. «La sua famiglia era con i De Luca da generazioni. Alla scadenza della colonìa, gli è rimasta la casa, ha continuato a curare la terra, fin quasi ai novant’anni, fino a che le forze lo hanno sostenuto. Dopo, inesorabile è iniziato il declino.

L’oliveto dove ci troviamo, proprio sotto Santo Strato, prima era un frutteto, in pochi anni s’è trasformato in una boscaglia inaccessibile. Non potevo pensarci, ci stavo male. Facevo la commercialista, e mi sembrava assieme ai luoghi di perdere la memoria di una vita, di me bambina, le giornate infinite che seguivo Vincenzo nei lavori, a raccogliere il fascio di fiori per la casa».

Mariachiara non ci sta. Lascia il lavoro, dice alla famiglia che si dedicherà al recupero della campagna, e non rimane certo a guardare, perché è lei alla fine a salire sul trattore. «La mattina che abbiamo iniziato a ripulire, togliere i rovi, disboscare, i vicini hanno chiamato la polizia municipale, pensavano fosse l’inizio di un abuso. Sotto i rovi abbiamo trovato i telai di una quindicina di motorini, addirittura era sorta una specie di casupola».

Quindi, con Fabrizio Cembalo, l’agronomo che l’assiste nell’impresa, e il cugino Alberto, la decisione più impegnativa, il disegno della nuova azienda, la scelta delle colture da reimpiantare. Gli antichi albicocchi non è il caso, c’è l’Aromia bungii, un coleottero venuto da poco dal Giappone, che li sta attaccando tutti, la grossa larva scava l’interno del tronco e porta a consunzione la pianta. Per la vite – Posillipo è stata per secoli terra di vino – occorre troppa manodopera, e una tecnica agricola difficile da attuare nel mezzo della città. La scelta cade sull’olivo, da tre millenni l’albero mediterraneo per eccellenza, ma che nel paesaggio rurale del promontorio rappresenta una novità.

«È una decisione molto interessante», mi dice Raffaele Sacchi, docente della Federico II, tra i più grandi esperti internazionali d’olio extravergine. «L’olivo è un albero adatto alle nostre città, è possibile coltivarlo con metodi biologici, le querce e le siepi di Posillipo sono l’habitat ideale per gli insetti utili, nemici della mosca che rovina le olive. Il terroir di Posillipo, la combinazione unica di suolo e clima, è senza dubbio la premessa per un olio di elevata qualità, e la coltivazione dell’olivo è comunque in espansione in tutta l’area metropolitana, quindi non solo la Penisola – luogo elettivo di produzione – ma il Vesuvio, i Campi Flegrei, e persino l’isola azzurra, dove Gianfranco D’Amato è riuscito a lanciare la produzione del suo “Oro di Capri”.

Insomma, secondo Raffaele, l’olivo è albero multifunzionale per eccellenza, produce un alimento nobile, che è alla base della dieta mediterranea, ma oltre a questo protegge il suolo, aiuta la biodiversità, e crea tutto un paesaggio, insomma è un grande alleato per migliorare l’ambiente urbano e tenere vivo il territorio rurale, a cominciare da Posillipo.

Le previsioni di Raffaele Sacchi si stanno avverando, l’Olio di Posillipo che Mariachiara ha iniziato a produrre, ha avuto giudizi eccellenti nelle prove di degustazione, insomma, l’inizio è incoraggiante. Certo, le difficoltà non mancano, per molire le olive Mariachiara deve rivolgersi a frantoi lontani, addirittura fuori provincia, lei personalmente segue il carico delle olive sui camion, non le abbandona fino a che il fiotto verde e profumato cola nelle lattine, poi le riporta a casa. Occorrerebbe un frantoio vicino, ma per realizzarne uno serio bisogna mettere insieme almeno 50-60 ettari di oliveto, ed è per questo che Mariachiara sta ora lavorando per creare una rete, mettere insieme i fondi rurali di Posillipo, convincere le famiglie ad assicurare a questi preziosi paesaggi una prospettiva di cura e di gestione certa, e un nuovo futuro.

«Da piccola pensavo che la campagna si mantenesse bella da sola, solo dopo ho capito che il paesaggio è un lavoro e una responsabilità». D’accordo con Mariachiara è Massimo Visone, studioso di storia del paesaggio del Dipartimento di Architettura.

«Quello che non riusciamo a capire è che il paesaggio di Posillipo è una macchina sofisticatissima, dove i monumenti non sono solo i borghi, le ville storiche e le chiese, ma ogni terrazzo agricolo, ogni muro di contenimento, ogni percorso storico, ogni fosso di scolo, che sono così da quando li ha dipinti Giovan Battista Lusieri, da quando appaiono meticolosamente cartografati nella mappa del Duca di Noja di fine Settecento, che ora è consultabile on line sul sito della Biblioteca nazionale, e il Casale e l’arboreto di Mariachiara li riconosci meglio che su Google Earth».

Certo Massimo ha qualche perplessità sull’olivo a Posillipo, in città l’oliveto era una prerogativa dei monaci, come intorno alla Certosa di San Martino, mentre il paesaggio del promontorio è storicamente legato ai frutteti e alle vigne.

È anche vero che gli agrumi in Penisola si sono affermati solo nell’800, e i paesaggi storici vivono anche di fratture che poi diventano tradizione, ma la questione che pone Massimo è stimolante, su quale equilibrio si debba trovare tra innovazione e mantenimento dei caratteri identitari, assicurando comunque ai paesaggi una possibilità di gestione attiva, e un aggancio con nuove economie.

Ora Mariachiara, Alberto e Fabrizio stanno lavorando per un nuovo patto, una nuova agricoltura di qualità a Posillipo, a partire dall’olio extravergine.
Certo, perché questo avvenga è necessario che le famiglie e gli abitanti del promontorio si rimettano in gioco, facciano squadra, per garantire la vita di un paesaggio di rilievo mondiale, che altrimenti non ha futuro, mettendo da parte un istinto che pure c’è all’isolamento, la riluttanza a connettersi col resto della città, l’idea che la campagna si mantenga bella da sola, senza investimenti.

«All’origine di tutto», conclude Mariachiara, «c’è un dovere nei confronti dei miei figli e dei miei concittadini. Se non mi fossi decisa avrei assistito allo sgretolamento di quanto ho di più caro. Certo, la mia vita è cambiata. Ora la fatica è convincere anche altri, che l’agricoltura e la coltivazione della bellezza sono un lavoro che può dare nuove soddisfazioni, anche economiche, che vale proprio la pena di affrontare».

L’articolo sul sito di Repubblica Napoli

Antonio di Gennaro, 16 gennaio 2018

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 Poi c’è la storia del bosco che salvò una scuola, in mezzo alle campagne di Licola, e dei giovani reporter, con la loro professoressa Loredana; di un pugno di ricercatori che voleva capire se la terra era veramente perduta; e di un funzionario pubblico che ci credeva, e il bosco lo piantò davvero, per curare i suoli che erano feriti.

La “Don Salvatore Vitale”, è la scuola media di Licola, in via Madonna del Pantano, in mezzo ai polders bonificati negli anni ’30, una campagna verde strepitosa di canali, macchie ombrose di bosco e canneti, che sembrano i paesaggi del “Cucciolo” della Rawlings. La scuola è un piccolo campus ordinato, di palazzine basse color zolfo, uno dei pochi pezzi di Stato nella città dispersa del litorale; qui si spengono i fasti balneari della marina di Varcaturo, con la selva anarchica di insegne e villette, resta solo il frinire delle cicale.

Siamo a Giugliano, il comune diventato in meno di un trentennio, senza che alcun piano lo prevedesse, la terza città della Campania, la trentatreesima d’Italia; stando al rapporto sull’infanzia di Save the Children, una delle città più giovani del paese. Nella primavera 2014 il comune è commissariato, la rimozione dei rifiuti va in tilt, e via Madonna del Pantano diventa uno sversatorio. Ai bordi della strada di campagna, i cumuli di immondizia ogni giorno prendono fuoco, assieme agli alberi e gli sterpi, il fumo ammorba l’aria, invade le classi. Per protesta le famiglie ritirano i ragazzi, per una settimana la scuola resta deserta, poi l’emergenza in qualche modo rientra, ma la ferita rimane. Nel frattempo va in onda l’intervista di Carmine Schiavone a SkyTg24, il racconto di una terra avvelenata, la gente ora ha davvero paura, c’è tensione e rabbia, fare scuola qui è diventata una cosa davvero difficile.

Loredana Moio insegna lettere alla Vitale, è una di quelle donne serie e appassionate, che nella scuola pubblica credono ancora. E’ avvilita, non sa che fare, poi le viene un’idea. Orientarsi nel flusso impazzito di informazioni è difficile per un adulto, figurarsi per un adolescente o un bambino: senza una qualche comprensione, rimane solo la paura che paralizza, la manipolazione facile, la nevrosi. Per quanto difficile e faticoso, è necessario aiutare i ragazzi a ragionare, a sottoporre le notizie a un esame critico, e la strada che Loredana sceglie è quella del giornalismo, l’inchiesta sul campo: parte così il progetto “Giovani reporter”, Loredana lo presenta alla dirigente scolastica, che la incoraggia ad andare avanti. Così, i maggiori esperti in materia ambientale vengono invitati alla Don Salvatore Vitale, si sottopongono alle interviste scrupolose dei ragazzi, che poi scrivono in gruppo gli articoli, e montano i servizi filmati per You Tube.

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Un incontro in particolare lascia il segno, è quello con l’agronomo Massimo Fagnano, docente alla Federico II, che dirige un progetto di ricerca europeo per fare il check-up della pianura campana, e capire se veramente la terra è ammalata. “Quello che ha colpito i ragazzi” mi dice Loredana “è la franchezza che Massimo ha avuto sin dal primo momento, precisando che lui avrebbe parlato solo delle cose che conosce, cioè di agricoltura. Esortando i ragazzi a pretendere da ciascuno le risposte giuste, perché sulla Terra dei fuochi tutti si improvvisano esperti, soprattutto di cose che non sanno, con i sacerdoti che parlano di salute e di prodotti agricoli, i medici di contaminazione dei suoli, gli scrittori un po’ di tutto.”

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Massimo spiega ai ragazzi che i risultati del progetto, al quale lavorano un’ottantina di ricercatori, dicono che gli ecosistemi agricoli sono a posto, i prodotti agricoli, anche quelli delle campagne di Licola, sono sicuri; che è necessario profondere ogni energia nel combattere i roghi, mettere in sicurezza le discariche, ma la terra è sana, nonostante le speculazioni, le offese e la sciatteria. Insomma, i timori e le preoccupazioni vanno incanalati verso gli obiettivi giusti, ma non bisogna aver paura di tutto.

Per i suoli agricoli poi, che effettivamente i criminali hanno sporcato – una trentina di ettari accertati sino ad ora – il progetto europeo propone l’impiego di piante e microrganismi per risanare e fare pulizia. Insomma, al posto di bonifiche costose, la soluzione è quella di piantare nuovi boschi, il primo sta crescendo proprio a Giugliano, vicino alla discarica Resit, a pochi chilometri dalla scuola San Salvatore Vitale, i giovani reporter sono invitati.

Ci sono anch’io il giorno della visita, ed è una cosa emozionante. I ragazzi arrivano in pullman, a fare gli onori di casa, assieme a Massimo e ai sui colleghi, c’e Mario De Biase, commissario alle bonifiche delle discariche di Giugliano. Mario è figlio di agricoltori, il padre coltivava ciliegi tra Marano e Carinola. E’ stato il primo, nel 2011, in largo anticipo sulla grande paura, a far analizzare dall’Istituto Superiore di Sanità le pesche, le fragole, i friarielli e gli altri prodotti coltivati nell’area attorno alle discariche. Nel report dell’Istituto superiore risultò chiaramente che nessun campione risultava fuori norma o contaminato, fu pubblicato anche in rete, ma nessuno volle crederci.

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C’è però un podere, in località San Giuseppiello, dove i camorristi, a cavallo degli anni ’90, sversarono fanghi di conceria provenienti dalla Toscana, sei ettari stupendi di frutteto, che sono ora sporchi di zinco, cromo e idrocarburi. Mario ha saputo del progetto europeo, vuole curare i suoli oltraggiati  impiegando i nuovi metodi. “Le tecniche tradizionali di bonifica, finiscono col distruggere il suolo agricolo, che viene scavato e portato via, oppure sigillato sotto un lastrone di cemento, come è successo all’Expo di Milano. E poi costano molto, e sono soldi che in questo momento lo Stato non ha. Ad ogni modo, la fertilità è persa per sempre, il risultato, alla fine, è l’urbanizzazione. Parliamo tanto di consumo di suolo, poi non facciamo niente per evitarlo”.

Detto fatto. Al posto del frutteto, i ricercatori dell’università, dopo aver analizzato il suolo palmo a palmo, impiantano a San Giuseppiello una fabbrica verde, fatta di ventimila pioppi, assieme ad erbe e microrganismi, che lavora instancabilmente a ripulire la terra, e tenere in sicurezza il sito. Durante tutto il processo, l’intero ecosistema è monitorato, in un esperimento a cielo aperto su un’area grande come dieci campi di calcio.

Ora i giovani reporter camminano tra i filari del pioppeto, è una mattina di sole, hanno preparato per Massimo e Mario una raffica serrata di domande, vogliono sapere come funziona, quali sono gli obiettivi e le difficoltà, filmano e registrano tutto, nell’intrico di foglie lucenti che tremano nel vento. “I ragazzi” mi dice Loredana “hanno il diritto sacrosanto di capire, altrimenti rimarranno disadattati a vita. Questo bosco è per loro l’esempio che i problemi ci sono, ma possono essere compresi e affrontati. Il lavoro da fare ora è con le famiglie, i genitori, che ancora incontrano difficoltà ad orientarsi, a recuperare un rapporto col territorio, a capire cosa è giusto fare”.

Dovremmo tutti, prima o poi, visitare il bosco nuovo di San Giuseppiello, un’area verde che non sarà espressione della grande storia, come Capodimonte o i Camaldoli, ma della cronaca amara dei nostri anni difficili. Dovremmo visitarlo prima o poi questo parco di sei ettari dove, mentre i suoli si rigenerano, un piccolo miracolo è comunque già avvenuto, con il paesaggio che ritorna al posto dello squallore, lo Stato si riappropria di un pezzo di territorio, i ragazzi della loro scuola, una terra impaurita sceglie di guardarsi in faccia, e riprendere finalmente il cammino.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 2 febbraio 2018

Stando ai dati del ministero per i Beni culturali, la Campania è risultata nel 2017 seconda solo alla Toscana per numero di visitatori dei musei e dei siti monumentali. Eppure, scorrendo la graduatoria dei siti regionali che hanno contribuito al successo, si scoprono presenze inattese e storie da raccontare.

Dopo le superstar – Pompei, Ercolano, Reggia di Caserta, Museo Archeologico, Paestum, Capodimonte – a sorpresa compaiono infatti in classifica le Grotte di Pertosa-Auletta, con 61mila visitatori paganti, con una crescita del 30% negli ultimi due anni, ed è un po’ come il Leichester che vince il campionato inglese, la matricola che a sorpresa entra con autorevolezza nel giro delle grandi.
I motivi di curiosità sono molteplici, a partire dal fatto che il sito di Pertosa-Auletta è tra i primi in graduatoria a non avere alle spalle una gestione statale.

Qui non troviamo il ministero e la soprintendenza, e neppure investimenti milionari, ma due piccole comunità, poco più di tremila persone in tutto: due minuscoli centri alle spalle degli Alburni, tra un mare di olivi e boschi, nel paesaggio ordinato di quella terra di mezzo che è il Cilento interno, tra la Campania e la Basilicata. Auletta e Pertosa hanno saggiamente deciso di non farsi la guerra, e gestiscono insieme le grotte, attraverso una fondazione che si chiama Mida (Musei integrati dell’ambiente), nata nel 2004, che ha tra i soci fondatori, oltre ai due comuni, la Provincia di Salerno e la Regione. Quello di Pertosa-Auletta è quindi un modello di gestione dei beni culturali e ambientali “dal basso”, diverso e complementare rispetto a quello “ministeriale” dei siti più blasonati.

L’altro motivo di interesse è che dietro il successo non ci sono solo le grotte, ma tutto un sistema di musei, e una rete di attività di promozione e ricerca, che hanno trasformato l’intero paesaggio dei due comuni in un grande museo del territorio, e fatto della fondazione Mida una delle principali aziende culturali della Campania.

Di queste cose parlo con Francescantonio D’Orilia, il presidente della fondazione, passeggiando il lungo fiume, un corridoio ombroso di alberi, davanti all’ultima creatura Mida, il Museo del suolo di Pertosa. Franco è una delle persone che queste cose ha cominciato a immaginarle e vederle una quarantina d’anni fa, da ragazzo con la cooperativa “Carlo Levi” già lavorava per il riscatto di queste terre, ha vissuto le ultime lotte contadine degli anni ‘70, poi il terremoto del 1980, che poteva essere la fine di tutto, e invece è stato l’inizio.
«Fu allora che capimmo che bisognava giocare d’attacco, smetterla di piangerci addosso, e costruire un presidio attivo delle nostre terre. La chiave che individuammo è quella della conoscenza: per contrastare il declino e lo spopolamento, e cambiare l’inerzia delle cose, dovevamo studiare gli equilibri che il terremoto aveva sconvolto – economici, agricoli, insediativi, sociali. E soprattutto essere consapevoli del capitale naturale sul quale potevano contare. Non solo le grotte quindi, ma l’archeologia, l’agricoltura, il paesaggio. Dovevamo andare oltre la visita rapida delle scolaresche e dei turisti di paesaggio. È così che abbiamo scoperto, anzi ri-scoperto molte cose fondamentali. A Pertosa-Auletta c’è un raro esempio di cultura palafitticola in grotta, che risale all’età del bronzo, 1500 anni prima di Cristo. Le palafitte, sommerse dall’acqua del fiume che scorre lungo i tre chilometri di caverne, si sono miracolosamente conservate fino ad oggi. La scoperta è di fine ‘800, ma gli studi più recenti hanno accertato che le grotte sono state frequentate come luoghi di culto in età greco-romana, fino al medioevo, quando erano dedicate all’Arcangelo Michele».

I reperti archeologici che raccontano questa storia lunga tremila anni sono conservati nei musei di Napoli, Salerno e Roma, ma la fondazione Mida ha pensato che occorresse allestire qui, sul territorio, un luogo per raccontarla, e così è nato il Museo speleo-archeologico, un edificio di architettura moderna ben inserito nel contesto, la piazza di Pertosa bella e aggraziata, con le facciate del centro storico dipinte di suggestivi colori pastello. Nelle sale del museo, le ricostruzioni accurate della vita quotidiana di quei nostri lontani progenitori.

L’ultima realizzazione, sempre a Pertosa, è il Museo del suolo, il primo in Italia, uno dei pochi al mondo con quelli di Wageningen e Washington. L’ha pensato la direttrice scientifica della Fondazione, la professoressa Mariana Amato dell’Università della Basilicata. «La nostra idea», mi dice Mariana, «è che le grotte, con la loro suggestione e bellezza, sono il nostro primo museo, perché è proprio in questo mondo segreto, che puoi veramente capire come le acque le rocce e la terra lavorano per dare vita ai paesaggi visibili, quelli nei quali viviamo, e che ricadono sotto la nostra percezione». Il Museo del suolo si è rivelato subito un successo, con più di diecimila visitatori nell’ultimo anno e mezzo.

All’interno sono esposti monoliti dei più importanti suoli della Campania, con presentazioni multimediali che spiegano i meccanismi della fertilità e della produzione agricola, ma anche i processi di autodepurazione, che fanno del suolo il principale filtro dell’ecosistema, a protezione della nostra salute.

Sempre in tema di agricoltura, la fondazione Mida ha realizzato un questi anni un progetto di ricerca per salvare la preziosa varietà locale di carciofo, il bianco di Pertosa, tradizionalmente coltivato sui terrazzi fertili lungo il Tanagro, che rischiava di scomparire, insieme agli agricoltori e ai paesaggi agrari tradizionali. Ora è nato un presidio Slow Food, i ricercatori dell’Università di Salerno hanno studiato le particolari proprietà di questa pianta, e l’antico carciofo ha riportato un buon successo all’ultimo Terra Madre di Torino.

«Quello che è chiaro», mi spiega D’Orilia «è che tutte queste attività non possono reggersi sul volontariato. La Fondazione ha quindici dipendenti, giovani del luogo, che hanno dovuto studiare e migliorarsi per costruire una loro professionalità, ed ora fanno le guide ai musei e alle grotte, conoscono le lingue, si occupano della promozione, dei rapporti con gli enti di ricerca e con la stampa, dell’accoglienza ai dei turisti. C’è poi una rete di collaboratori esterni, docenti universitari, giornalisti, economisti, che ci aiutano a ideare e promuovere i progetti di ricerca. Tutto questo lavoro evidentemente deve essere remunerato, e noi ci riusciamo con la vendita dei biglietti, 604mila euro nel 2017, stando alle tabelle del ministero è un incasso superiore a quello del Museo di Capodimonte.
L’introito medio è di 10 euro, e per giustificare questo esborso dobbiamo garantire una qualità elevata, e rinnovare continuamente l’offerta. Quindi, non solo le grotte, ma i musei, le gite in canoa sul Tanagro e il rafting per i più ardimentosi, i laboratori didattici per le scuole, ma anche la sagra del carciofo. Dobbiamo invogliare i nostri visitatori a programmare una permanenza più lunga, che comprenda magari anche la visita agli altri gioielli del Cilento, come la Certosa di Padula o il centro storico di Teggiano».

Assistiamo così al ripetersi, in questo paesaggio integro e appartato, a un’ora appena di autostrada dalla città, di un modello di rinascita del territorio, assai simile a quello che sta restituendo speranza ai quartieri storici di Napoli, a partire dalla Sanità, e colpiscono soprattutto le similitudini: il puntare sui giovani, la conoscenza e la formazione; sulla sostenibilità economica di esperienze che devono essere in grado di reggersi da sole, al di là dei finanziamenti pubblici. Sono i semi di una nuova economia cooperativa, dal basso, e la scommessa è ora quella di passare da una graduatoria arida di siti e musei, per quanto lusinghiera, a un sistema, una rete di territori che tenga finalmente insieme tutte queste cose.

Ugo Leone, Repubblica Napoli 31 gennaio 2018

Quella in atto si potrebbe chiamare la lezione del Vesuvio. Della montagna. Del vulcano che quelli un po’ più attenti alla sua presenza guardano con attenzione quando non con timore. Quello che Renato Fucini ha definito “ il grande delinquente dalle bellissime forme che tutti ammirano perché è feroce, che tutti amano perché è bello”.Giusto quattro mesi fa se ne era già accorto Antonio Di Gennaro (“ La natura rifiorisce sul Vesuvio”) osservando che cosa vi era restato dopo i disastrosi incendi dell’estate. E scriveva il 15 settembre, dopo averne parlato con Antonello Migliozzi del Laboratorio di ecologia applicata della Federico II, che “ pochi giorni dopo il grande incendio le querce e le ginestre hanno ripreso a ricacciare, piccole mani verdi si distendono nuovamente nello spazio senza vita, l’ecosistema vulcanico ha già ripreso il suo corso”.
E quel corso l’ha effettivamente ripreso come si può vedere anche da lontano. Segno che il vulcano non è un grande delinquente. Al contrario si riprende dopo aver subito ogni tipo di delinquenze. Peraltro in aggiunta a quelle che di suo è in grado di manifestare.
E mi fa pensare ad un possibile confronto, sia pure a scala e per situazioni appena un po’ confrontabili, tra gli incendi e la distruzione estiva e il paventato rischio di una sesta estinzione che incomberebbe sull’umanità a causa dei forti mutamenti climatici.
Questa nostra estinzione verrebbe dopo quella che 65 milioni di anni fa portò all’estinzione dei dinosauri.
Ma quello che è importante sapere proprio con riguardo al Vesuvio e alla sua lezione, è che dopo ogni estinzione, c’è stato quello che l’etologo Danilo Mainardi definiva un “rigoglio evolutivo” favorito dalla scomparsa della causa che le aveva prodotte. Di più, Enrico Alleva presidente della Federazione di scienze naturali e ambientali, nota che “quando gli uomini abbandonano zone coltivate, lasciano agli animali un’esplosione di risorse”.
“Le viti o gli alberi da frutto producono certo di meno senza la cura degli agricoltori, ma lasciano i loro prodotti agli animali. Uccelli e roditori se ne nutrono, favorendo così i serpenti che sfamano a loro volta i rapaci”. Insomma “quando l’uomo va via, il bosco si espande. Gli scoiattoli sotterrano le ghiande e poi le dimenticano”.
“Idem fanno le ghiandaie. Gli alberi crescono, a meno che il capriolo con i suoi denti a scalpello non li mangi da piccolo. E anche altre specie come lupi e cinghiali aumentano di numero”.
Ecco, sia pure in misura diversa e, fortunatamente, senza la proliferazione di specie come lupi e cinghiali, e senza i danni del capriolo, è quanto sta avvenendo sul Vesuvio. Dopo i roghi estivi e l’inevitabile allontanamento di esseri umani le piante hanno “ ripreso a cacciare”; i roditori sono ricomparsi e persino s’ode augelli far festa.