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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 1 dicembre 2016

La classifica 2016 della qualità della vita pubblicata da “ItaliaOggi” certifica il momento assai difficile per le città del centro-sud: Napoli perde ancora tre posizioni ed ora è al terzultimo posto nella graduatoria delle centodieci città, e anche Roma è in caduta libera, perde diciannove posizioni in un solo anno, piazzandosi all’ottantottesimo posto.
Prima di giudicare se questo tipo di studi abbia senso, se i risultati coincidano con l’esperienza e la percezione di chi le città le vive ogni giorno, è importante comprendere cosa veramente la ricerca si propone di misurare, che è la qualità della vita non delle singole città, ma delle province, cioè di sistemi urbani più ampi.
Detto questo, il primo messaggio che viene dalla lettura della graduatoria 2016 è una difficoltà complessiva che riguarda tutte le grandi città metropolitane del paese, rispetto ai centri di minori dimensioni, la cosiddetta “provincia”.
Milano, Torino, Roma e Napoli si trovano tutte sulla parte destra della classifica, lontane dalle posizioni di vertice, e tutte, con l’eccezione di Torino, perdono colpi, peggiorando visibilmente rispetto all’anno prima.
Anche la Milano scintillante dell’Expo, alla quale molti guardano come la città italiana più dinamica, maggiormente in grado di rinnovarsi, di reggere la sfida con il resto d’Europa. Queste quattro città metropolitane inglobano 663 comuni, nei quali vive il 20 per cento della popolazione italiana, sul 5 per cento appena del territorio nazionale. Si tratta dunque delle aree del paese di massima densità e complessità urbana. All’opposto, per capirci, la città di Mantova, che quest’anno è in vetta alla graduatoria, ha quarantanovemila abitanti, meno del quartiere dove vivo, e tutta la sua provincia ha quattrocentomila abitanti, collocati in modo piuttosto ordinato e distribuito, su un territorio che è il doppio di quello della provincia di Napoli, che ne ospita più di tre milioni.
Insomma, questa classifica della qualità della vita somiglia a un Gran Premio dove accanto alle macchine da corsa gareggiano i caterpillar, ma sarebbe sbagliato dare un giudizio riduttivo e liquidare tutto così, perché è vero che l’Italia da troppo tempo ha smesso di fare politiche nazionali per migliorare la qualità dei suoi sistemi urbani.
Le vecchie province sono state mandate in soffitta, e le nuove Città metropolitane stentano ancora ad assumere un ruolo di guida e coordinamento. Ma la storia non finisce qui, perché c’è il lato più doloroso per noi, ed è la cesura tra il Mezzogiorno del paese, dove secondo la classifica si concentra larga parte del disagio urbano, e il resto d’Italia, dove i sistemi urbani sono comunque in grado di offrire ai cittadini un paniere di servizi ed opportunità almeno sufficiente, se non soddisfacente.
Insomma, Milano e Torino non brillano, ma rimangono pur sempre nel quadrante positivo della qualità urbana, quello dove l’offerta di lavoro, servizi, istruzione, salute, tempo libero è più vicina all’Europa. Roma e Napoli arrancano invece nel quadrante grigio, quello dove prevale la fatica quotidiana del vivere.
Ad ogni modo, il messaggio per Napoli è particolarmente amaro perché la classifica di “ItaliaOggi” è lì a ricordare che il capoluogo non si salva da solo, che il giudizio su di esso non dipende dai luna park sul lungomare, ma dalla qualità delle sue periferie, e di quell’hinterland dimenticato, che comprende il novanta per cento del territorio, e nel quale vivono come possono i due terzi degli abitanti della città metropolitana. Di fronte a questa realtà particolarmente dura Napoli ha due strade, come sempre: rinchiudersi nei suoi confini fisici ed oleografici, o stringere una nuova alleanza con il territorio, con le altre novanta città, dai Lattari al lago Patria, passando per il Vesuvio, costruendolo davvero un governo metropolitano capace di invertire la rotta.


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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 25 novembre 2016

Secondo l’Oxford Dictionary la parola dell’anno per il 2016 è “post verità” (post truth), dove “post” sta proprio per “dopo, oltre”. Secondo il prestigioso dizionario si parla di  “post verità” in tutte le “circostanze nelle quali i fatti oggettivi risultano meno influenti nel modellare la pubblica opinione rispetto all’istanza delle emozioni e delle credenze personali”.

Dietro l’affermazione del termine “post verità” ci sono evidentemente avvenimenti precisi che hanno contraddistinto l’anno che volge al termine, che sono innanzitutto le due campagne elettorali per la Brexit e le presidenziali americane, ambedue vinte, a dispetto dei pronostici, sulla base di affermazioni e slogan che per oltre il 60% dei casi non hanno poi retto il fact checking, la verifica dei fatti, ma questo importa poco, perché quello che conta è l’affermazione di uno stato d’animo diffuso, incontenibile, che come un fiume carsico riemerge e travolge tutto, infischiandosene altamente del principio di realtà e del senso critico.

Naturalmente, c’è anche chi dice che c’è poco di nuovo in quello che sta succedendo, che di post verità, se proprio si vuole proprio chiamarla così, la politica e la comunicazione pubblica si sono sempre nutrite, dai tempi del discorso di Pericle agli ateniesi, fino alla propaganda e alla pubblicità commerciale dei nostri giorni. Se proprio vogliamo cogliere elementi importanti di novità, è al potere straordinario conferito alla post verità dai social e dal web che dobbiamo allora guardare, e alla capacità che questi strumenti hanno di diffondere viralmente questa comunicazione emozionale, plasmando atteggiamenti e comportamenti in modo evidentemente non controllabile e prevedibile dai politici e sondaggisti vecchia maniera.

Sia quel che sia, i redattori dell’Oxford Dictionary sono incorsi in un errore non da poco, perché non sono stati Nigel Farage e Donald Trump i primi a cavalcare strumentalmente la post verità, ma noi poveri abitanti della Piana campana, con la nostra “Terra dei fuochi”, che pure è stata, a pensarci bene, una tempesta socio-emozionale che si è affermata globalmente grazie anche al web, in grado di mobilitare le coscienze, al di là di ogni ragionevole verifica dei fatti.

Sulla dimensione internazionale del fenomeno, discutevo proprio ieri con un giovane leader dei comitati, che mi raccontava con un certo compiacimento di come siano ormai numerosi i dipartimenti di scienze sociali europei che studiano con interesse il movimento di liberazione ambientale che è nato intorno alla terra dei fuochi, proponendolo come riferimento a scala mondiale.

Lasciando perdere i sociologi scozzesi, continuo a ritenere che la  generosità e l’impegno di questi ragazzi rappresentino un’energia positiva, un motore di cambiamento. Solo, ho provato a far osservare al mio entusiasta interlocutore come questo potenziale vada incanalato, facendo poi le domande giuste, nel senso che il governo di Roma sarà sempre ben contento di erogare qualche decina di milioni per bonifiche placebo, se questo gli consente di non impegnarsi per risolvere, con politiche serie, il  surplus di povertà, e il drammatico deficit di servizi essenziali, che rappresentano la vera emergenza dell’area metropolitana, e la causa principale, secondo tutti gli esperti in materia di salute pubblica, dei due anni e mezzo di aspettativa di vita che ci mancano rispetto alla media nazionale.

Insomma, la post verità è una nostra vecchia conoscenza, e su questa strada stiamo pure sperimentando cose nuove. A inizio novembre, infatti, la magistratura aveva dissequestrato i suoli agricoli di Caivano, riconoscendo finalmente che lo sforamento di alcuni valori era dovuto al fondo naturale, alla loro costituzione intrinseca. Ora, l’ASL2, non evidentemente appagata da tali conclusioni, ha intimato l’amministrazione comunale di interdire nuovamente quei suoli, per la presenza di alcuni inquinanti organici, appellandosi al principio di precauzione.

Ai tecnici dell’ASL bisognerebbe a questo punto ricordare che i rifiuti non c’entrano niente, si tratta di sostanze che nei suoli di un’area metropolitana possono esserci finiti per tutta una serie di motivi, e che comunque non sono assolutamente presenti nei prodotti che finiscono sulle nostre tavole. Insomma, di rischi concreti per la salute non c’è nemmeno l’ombra, ma il combinato disposto di una post verità (la frutta e la verdura avvelenate dai rifiuti), e del principio di precauzione (al quale sarebbe meglio ricorrere con un po’ più di precauzione, appunto), ci respinge nel medioevo più buio, in una dimensione dove non sono i dati, i fatti, il confronto critico ad avere la meglio, ma la forza irrefrenabile di uno slogan, di un’emozione.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 16 novembre 2016

Iniziarono gli Angioini a modellare le colline, da Poggioreale ad Agnano, perché la città cresceva, occupando tutti gli spazi di pianura, e gli agricoltori dovettero risalire i versanti, tagliare il bosco, e costruire i ciglioni e i terrazzamenti, trasferendo qui in alto gli schemi del “giardino mediterraneo”, con le viti e gli ulivi, arrivati duemila anni prima coi coloni greci. Poi il lavoro continuò nei secoli successivi, come racconta l’iconografia, dalla Tavola Strozzi di fine ‘400, ai paesaggi di Lusieri dipinti tre secoli dopo, fino alle foto di metà ‘900, quando le colline napoletane brulicavano ancora di vita e di masserie, con gli orti arborati curati come un salotto, prima che le mani si allungassero sulla città. La costruzione di questi paesaggi è stato un processo di lunga durata, e le sistemazioni collinari eroiche, che miracolosamente ancora interrompono la continuità caotica dell’edificato, sono il più grande monumento di civiltà medioevale che la città possiede, proprio come Santa Chiara.

Resta il problema di chi debba prendersi cura di questo museo vivente, all’aperto, visto che gli agricoltori urbani sono una specie in via di estinzione, e le aziende agricole nel territorio cittadino sono passate dalle circa tremila del 1980, alle poco più di cinquecento, che ancora oggi resistono.

È per incontrare uno degli eroi superstiti che sono venuto ad Agnano, con la luce che è cambiata, i colori e la foschia dorata sono quelli d’autunno. L’appuntamento è alla rotonda, Raffaele arriva cavalcando il suo quad, in T-shirt, scarponi, e i capelli neri che svolazzano dal cappellino: lascio la macchina e monto in sella anch’io, prendiamo una campestre nascosta che passa sotto i piloni della tangenziale, si inerpica in alto sul versante degli Astroni, in un attimo le automobili e i clacson non ci sono più, siamo in piena campagna, in mezzo agli antichi ciglionamenti angioini.

Qui Raffaele Moccia conduce l’azienda di famiglia, all’inizio erano quattro ettari di vigneto, con le viti secolari ereditate dal bisnonno, piante nodose bicentenarie, opere d’arte viventi, piante di piedirosso, falanghina, catalanesca, caprettone, gesummina, tutte “franche di piede”, perché questo è uno dei pochi posti al mondo dove la fillossera di metà ‘800 non arrivò, i suoli vulcanici sabbiosi e acidi sono sfavorevoli alla vita dell’afide che distrugge le radici, e perciò questi sono tra i rari vigneti non innestati su vite americana, resistente all’insetto, scampoli superstiti del vigneto europeo spazzato via dal parassita un secolo e mezzo fa.

Ho portato a Raffaele il mio libro sui suoli della Campania, ma stamattina è lui che dà lezione a me: profittando di un taglio stradale mi mostra la stratigrafia del suolo, leggendola e interpretandola come le pagine di un volume studiato con passione, con gli strati buoni, quello che lui chiama ’a rena ‘e fuoco, la sabbia di fuoco, un orizzonte profondo più scuro, di piccoli lapilli come acini di pepe, estremamente fertile, dove la pianta radica e si espande; e quelli cattivi, come il “tasso”, uno strato bianco, compatto di ceneri fini come talco, impervio all’acqua e alle radici. Su questi suoli fragili, perennemente assetati d’acqua, mi spiega Lello, ci vuole tempo per costruire la pianta, per darle equilibrio, occorrono dieci anni perché un vigneto di piedirosso entri in produzione, e ad ogni modo lo sviluppo vegetativo, come il carico di grappoli, devono essere costantemente tenuti a freno, affinché la pianta non si sfianchi in questo ambiente difficile. In questo modo, se raccogli quaranta quintali per ettaro è già tanto, anche se il disciplinare di produzione ne consentirebbe fino a cento.

Ma la passione di Raffaele sono le sue viti centenarie. Altrove questi antichi testimoni, dai fusti squamosi, involuti come arabeschi, che hanno visto la caduta dei Borboni e l’arrivo di Garibaldi, sono stati spiantati, per far posto al vigneto moderno, la cui geometrica razionalità facilita e sveltisce tutte le operazioni colturali. Al contrario, Raffaele ha incentrato il suo progetto aziendale sull’eredità degli avi, nella convinzione che proprio dal vigneto storico, potesse scaturire una qualità ancora sconosciuta.

Così ha ripreso le antiche piante che si erano schiantate, le ha tirate su, ha rifatto i sostegni, le ha potate con garbo, senza stravolgere la struttura, rispettando le forme d’allevamento e i vecchi sesti di impianto, irregolari perché rispondenti ai mutamenti minuti della topografia, coi diversi vitigni che formano un mosaico anarchico, e ciò significa che per potare e raccogliere devi conoscere il vigneto pianta a pianta, come una vecchia foto di famiglia.
Poi è passato oltre. Quando si è accorto che nei poderi vicini il vigneto storico veniva spiantato, terrazza dopo terrazza, proprio come l’allevatore bisbetico nel film Seabisquit, che salva il campione azzoppato (“Non si prende una vita e la si butta via solo perché ha qualche difettuccio… “) lui ha parlato con i conduttori, li ha convinti a desistere, spiegandogli che sradicare una vite centenaria è un delitto, convincendoli ad affidargli gli antichi filari. In questo modo Raffaele ha ampliato l’azienda, ora sono circa dieci ettari, ed è il vigneto storico più importante della città.

Intanto il quad prosegue l’arrampicata tra i terrazzi, la cosa si fa avventurosa, sui sentieri sempre più stretti, a strapiombo sull’ippodromo e le terme, resto in silenzio, fino al muro del bosco scuro degli Astroni, che cinge verso l’alto il vigneto. Si vede che l’antica recinzione in tufo è stata costruita in due fasi, il muro aragonese fu rialzato dai Borboni, per evitare che gli animali fuggissero dalla riserva di caccia: ora dalle brecce escono le volpi, di notte, assai ghiotte dei grappoli dolci in maturazione, Raffaele mi mostra i raspi nudi sulla pianta, sorride, in fondo fa parte del gioco. Dopo tre ore in giro nel vigneto, è il momento della cantina, un locale fresco e pulito coi tini in acciaio, e poi la sala di degustazione, Lello con la sua fissa per il medioevo l’ha pensata accogliente come una taverna de “I pilastri della terra”, con le panche di legno grezzo e il soffitto basso con le travi a vista, ed è qui che il figlio Gennaro, instancabile come il papà, ci fa trovare taralli e freselline, per gustare finalmente il Pér ‘e palumm di Agnanum, del quale tutta l’Italia parla.

Perché con il piedirosso dei suoi vigneti storici – un vitigno ritenuto buono per vinelli effimeri, che non lasciano traccia, da miscelare all’aglianico per tirar fuori qualcosa di buono – Raffaele è riuscito in purezza a produrre un rosso strabiliante, che ha ricevuto quest’anno i Tre bicchieri del Gambero rosso, e già in precedenza i 18/20 della Guida dell’Espresso, collocandosi oramai stabilmente nel gruppo di eccellenza dei vini campani. Con il suo lavoro visionario, Raffaele ha così arricchito di un nuovo protagonista la storia e la semantica dei rossi della Campania, accompagnando inaspettatamente all’aglianico un vino altrettanto nobile, complesso e profondo, che rimanda al Pinot nero e i grandi francesi. Il miracolo è che questa eccellenza assoluta la porti a casa con meno di quindici euro, mentre ce ne vorrebbero almeno quattro volte tanto per compensare il lavoro immane, non solo di pensiero, ma di braccia, di gamba e di spalla, che Raffaele e Gennaro profondono per la manutenzione dei terrazzi, delle sistemazioni idrauliche, per la pulizia e la prevenzione dei fuochi, la cura meticolosa del vigneto storico.

Questa manutenzione del paesaggio, questa produzione di bellezza della quale tutta la comunità cittadina si avvantaggia, è gratis, non viene compensata, e dovremmo interrogarci perché, a fronte dell’importanza di queste cose, non esista ancora in comune un assessorato all’agricoltura, uno sportello dove l’agricoltore urbano, questo cittadino invisibile alla politica e alla burocrazia, possa trovare risposta ed aiuto per le sue specifiche esigenze, un sostegno minimo al suo lavoro agronomico, sociale e culturale. Torno giùpensieroso, le richieste per Agnanum fioccano, ma la produzione rimane limitata, venticinquemila bottiglie circa l’anno, assolutamente insufficienti a fronteggiare la domanda, rimane la realtà di una piccola azienda agricola familiare che produce, qui in mezzo alla città, una qualità di livello mondiale: perché alla fine, il piccolo campione in cui nessuno credeva, ha spazzato via i difettucci, e ha vinto il Gran premio, per tutto questo grazie, Raffaele.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli dell’11 novembre 2016

Con un decreto dello scorso due novembre la magistratura ha disposto in via definitiva il dissequestro dei suoli agricoli di Caivano. I motivi del provvedimento sono proprio quelli descritti nell’articolo con il quale questo giornale commentò, giusto tre anni fa, la notizia del sequestro (“Ma i rischi sono dubbi”): gli elementi chimici presenti nei suoli agricoli e nelle acque dei pozzi irrigui sono parte del “fondo naturale”, sono tipici degli ambienti vulcanici della piana campana, ed anzi rappresentano un aspetto della particolare fertilità di questi ecosistemi agricoli. Non bisognava essere Sherlock Holmes per dire queste cose, bastavano le cognizioni di base di scienza del suolo e di agronomia. Eppure, i tecnici che ragionavano in questo modo furono tacciati di negazionismo, e sono stati necessari tre anni, e l’iniziativa di pochi agricoltori coraggiosi, perché una verità ovvia acquisisse finalmente rilievo giudiziario.

Ma erano i giorni della caccia alle streghe, c’era uno schema preciso e convincente, ripreso incessantemente dai media, che non poteva essere messo in discussione: i rifiuti hanno inquinato i suoli, i suoli hanno contaminato le colture alimentari, il consumo di quei prodotti ha fatto ammalare le persone. In questa catena gli agricoltori erano dalla parte del nemico, l’agricoltura un’attività gravida di rischi. Così, i pomodori finirono sull’altare, come simbolo della disfatta di una terra.

Il provvedimento della magistratura del 2 novembre dice ora che quell’interpretazione era priva di fondamento, mentre anche i monitoraggi rigorosi, con migliaia di analisi sui prodotti, hanno confermato che gli ortaggi e la frutta della piana campana continuano ad avere qualità eccellente, e ad essere assolutamente sicuri.

L’impatto economico della crisi mediatico-giudiziaria è stato destabilizzante, non solo per gli agricoltori interessati dai sequestri, ma per l’intero settore agricolo. Uno studio condotto dall’Istituto Nazionale di Economia Agraria per conto del governo ha evidenziato come il danno economico sia ricaduto, nell’area di crisi, soprattutto sulle piccole aziende, non in grado di autocertificare i propri prodotti, con un calo dei prezzi di vendita dal 25 fino al 75%. Per i piccoli agricoltori della piana campana questo svilimento assolutamente immotivato del loro lavoro ha rappresentato l’umiliazione estrema, nonché una minaccia per la loro stessa esistenza.

Il dissequestro dei suoli di Caivano rappresenta uno spartiacque in questa dolorosa vicenda. E’ venuto il momento di riconsiderare le attività agricole delle pianure campane per quello che sono veramente: gli unici presidi di cura e gestione della terra e delle acque, nonché di buona economia, in uno sconquasso urbanistico e territoriale senza fine. Di questo disordine gli agricoltori sono vittime piuttosto che soggetti attivi.

Ricordando sempre una cosa: nella grande area metropolitana il sessanta per cento del territorio è spazio rurale, è cioè fatto non da strade e palazzi, ma da coltivi, boschi e aree naturali. E’ la maglia capillare di ventottomila aziende agricole che ancora resistono a prendersi cura di questa immensa cintura verde, che noi ci ostiniamo a non considerare. L’umiliazione degli agricoltori, la chiusura delle aziende agricole, è la strada più breve e sicura per lo sconquasso finale del nostro ecosistema e della nostra economia.

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Antonio di Gennaro, Eticaeconomia 2 novembre 2016

Sarebbe un’occasione formidabile, quella della “Terra dei fuochi”, per una riflessione sulle politiche ambientali in Italia, e sulla capacità del nostro apparato legislativo  e amministrativo di progettarle e implementarle. Ora che il clamore sembra essersi placato (in realtà abbiamo imparato che è solo un alternarsi ciclico di fasi ad alta e bassa attenzione dei media, periodicamente riattivato da nuovi ritrovamenti e denunce), dovrebbe essere finalmente possibile ragionare, a mente fredda,  sugli eventi di questi ultimi tre anni.

Perché, se di “Terra dei fuochi” si parla almeno dal 2003 – anno di pubblicazione del rapporto Legambiente sulle ecomafie, nel quale l’espressione è impiegata per la prima volta – è dall’estate del 2013 che tutto si è amplificato e accelerato, con l’intervista del pentito Carmine Schiavone al telegiornale Sky, nella quale si racconta come il clan Bidognetti si sia arricchito per un ventennio, seppellendo nei suoli fertili della piana campana rifiuti di ogni tipo, provenienti in prevalenza da industrie del nord.

L’impatto è enorme, e senza fine è la serie di servizi e reportage sul tema, la cui tesi implicita è la seguente: i clan hanno seppellito nella piana campana ingenti quantità di rifiuti speciali e pericolosi, sovente miscelati al flusso disordinato di rifiuti urbani; i suoli e le falde della piana campana – quella che una volta chiamavamo Campania felix, l’ecosistema agricolo più fertile del globo terracqueo – ne sono stati diffusamente contaminati; le produzioni ortofrutticole coltivate su quei suoli sono anch’esse irrimediabilmente avvelenate; il consumo alimentare di quei prodotti agricoli è la causa del picco di malattie tumorali che affligge le popolazioni della Piana campana.

Questo schema viene proposto come un ragionamento scontato, auto-evidente, che non ha bisogno di prove e conferme. Sin dal primo momento, quanti non appaiono immediatamente persuasi dalla ferrea concatenazione di cause ed effetti, vengono tutti identificati come “negazionisti”.

E’ comunque questo stesso schema di ragionamento a guidare il governo nella scrittura del decreto sulla Terra dei fuochi, emanato nel dicembre 2014. L’obiettivo urgente, per rassicurare opinione pubblica e consumatori, è quello di individuare e mappare le aree agricole contaminate, e interdire l’ulteriore coltivazione. Nel frattempo la diffidenza nei confronti dei prodotti agricoli provenienti non solo dall’area interessata, ma dall’intera regione, attanaglia i mercati, e si moltiplicano in giro per l’Italia i casi di esercizi commerciali che espongono avvisi del tipo “Qui non si vendono prodotti provenienti dalla Campania”.

Ad ogni modo, con il decreto viene attivato un gruppo di lavoro per il monitoraggio e la mappatura delle aree agricole contaminate. Entrano in gioco l’Istituto superiore di sanità, l’Istituto zooprofilattico per il Mezzogiorno, le Università, i servizi di prevenzione del Sistema sanitario nazionale, i servizi tecnici regionali. La piana campana diventa il territorio più monitorato d’Europa. I risultati di questa indagine capillare sono convergenti: lo stato di salute dei suoli e delle acque della piana campana è simile a quello della altre pianure agricole europee a comparabile grado di antropizzazione. Migliaia di controlli sulle produzioni agricole (allo stato siamo a circa quattromilacinquecento determinazioni) ha consentito l’individuazione di soli due campioni di ortaggi contaminati da piombo, che non deriva dai rifiuti ma dalla benzina super che impiegavamo una ventina di anni fa. Ad uguali conclusioni giungono i dati del RASFF, il sistema di allerta rapido dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare, e i controlli sistematici effettuati dalla grande distribuzione organizzata, che rimane il principale acquirente del prodotto campano, in prevalenza destinato ai mercati del centro-nord ed europei.

Nel frattempo, le indagini del gruppo di lavoro ministeriale identificano una trentina di ettari (sui cinquantamila interessati dal monitoraggio) da interdire alla coltivazione a causa della concentrazione anomala di potenziali contaminanti. Sul piano epidemiologico, la serie storica di dati dei registri tumori, a partire da quello dell’ASL Napoli 3, attivo da un ventennio, evidenzia come l’incidenza delle principali malattie tumorali (il numero di nuovi casi ogni centomila abitanti), sia in linea con il resto d’Italia, e comunque caratterizzata da un trend decrescente, mentre la mortalità per le stesse patologie (sarebbe a dire il numero delle persone affette che non supera la malattia) è significativamente più elevata nella piana campana rispetto alle altre parti del paese. Detto in altri termini, nella Terra dei fuochi ci si ammala allo stesso modo, ma si muore di più, ed allora il discorso riguarda aspetti completamente differenti, che investono le  performances del servizio sanitario nazionale, la diffusione delle pratiche di prevenzione e screening precoce, la tempestività ed efficacia delle cure.

La mole di dati dei quali disponiamo per questi territori martoriati è imponente, probabilmente senza eguali per nessun’altra regione d’Europa. Alla luce di queste conoscenze, lo schema implicito, che dai rifiuti conduce ai tumori, passando per le attività agricole, ha mostrato tutta la sua debolezza.

Sul piano operativo, l’accertamento dei fatti ecologici ed epidemiologici – basato sulle indagini di campo, piuttosto che su inferenze e narrazioni a tavolino – è importante, perché consente di definire i problemi reali che siamo chiamati ad affrontare. Se vogliamo apprendere qualcosa dalla lezione della Terra dei fuochi, è proprio dal territorio della piana campana – nella sua attuale configurazione, territoriale, demografica e sociale –  che è indispensabile ripartire.

Un territorio che durante l’ultimo trentennio ha visto i casali della piana, intorno al capoluogo, tumultuosamente raddoppiare la superficie urbanizzata, e fondersi in un’unica conurbazione che abbraccia un centinaio di comuni: una periferia indistinta nella quale si concentra il massimo del disagio abitativo, economico e sociale, della domanda inevasa di servizi essenziali, il più elevato deficit di cittadinanza, per usare l’espressione di Fabrizio Barca. Anche il rapporto tra Napoli e le città dell’hinterland, per la prima volta nella storia, si ribalta: il capoluogo adesso è minoritario, dei tre milioni di abitanti della città metropolitana, meno di uno risiede ormai all’interno di esso.

Pure, nella grande conurbazione, il sessanta per cento del territorio rimane rurale, con un tessuto di ventitremila aziende agricole che producono, su una superficie ridotta, il trentacinque per cento del valore della produzione agricola della Campania. Si tratta di produzioni intensive, pregiate, che la grande distribuzione organizzata compera ed esporta, e che rappresentano un’importante voce attiva della disastrata economia metropolitana. Il motore dell’agricoltura regionale è ancora qui, ma si tratta di una realtà semiclandestina, che il censimento ISTAT non è più nemmeno in grado di rilevare interamente, a causa degli aspetti di frammentazione e commistione con lo spazio urbano. Quello che abbiamo scoperto in questi tre anni, è che nel disordine metropolitano, la rete di aziende agricole professionali, snobbato dalla programmazione pubblica e dalle politiche comunitarie, ed anzi identificato come centro di rischio, alla fine, è l’unica cosa che funziona.

Lo spazio rurale metropolitano, che pure è dominante dal punto di vista dell’estensione territoriale, è trasparente alle politiche pubbliche, assieme ai suoi abitanti, e finisce per trasformarsi in uno “spazio vuoto”, un’area di risulta priva di valori specifici, nella quale un sistema urbano fuori controllo può vomitare tutti i suoi problemi ed esternalità, a partire dalle grandi discariche, come la famigerata RESIT di Giugliano,  che per un trentennio hanno funzionato come recapito dei rifiuti – sia autoctoni che d’importazione – e che ancora attendono i necessari interventi di messa in sicurezza e riqualificazione. Per inciso, tutte cose che sapevamo già, senza bisogno di rivelazioni di pentiti o di sofisticati monitoraggi, perché scritte da più di un decennio nel Piano regionale di bonifica dei siti inquinati.

Il dramma della Terra dei fuochi è tutto qui, in un’area metropolitana, la terza del paese, ancora priva di un sistema minimo di governo del territorio, di una strategia pubblica in grado di restituire senso e coerenza ad un mosaico scombinato di realtà urbane sofferenti e di poveri pezzi di countryside. La protesta degli abitanti della Terra dei fuochi – i due milioni di cittadini che popolano l’hinterland metropolitano di Napoli –  parte da qua, da un ambiente di vita avaro di opportunità e vissuto come incerto e ostile, nel cui disordine anche gli scampoli di ruralità finiscono per essere percepiti, anziché come risorsa, come fonte di rischio.

Se tutto questo è vero, ciò di cui ha disperatamente bisogno la cosiddetta Terra dei fuochi,  non sono le bonifiche, pure necessarie, e reclamate a gran voce dell’arcipelago di comitati, che della crisi ambientale hanno fatto un questione identitaria, quanto le politiche. A questo punto, la missione della nascente città metropolitana dovrebbe essere quella di mettere ordine in un mosaico territoriale fuori controllo; di dotare questo sistema congestionato degli standard minimi di civiltà, di ricreare un ambiente sicuro e attrattivo per i cittadini come per le aziende. In tutte queste cose, si è visto, lo spazio rurale non rappresenta il problema, quanto piuttosto la risorsa dalla quale partire per ricostruire un paesaggio di vita credibile.

Sono cose che riguardano per intero la dissestata filiera dei poteri, da quelli locali fino al governo centrale, maledettamente più impegnative degli interventi placebo messi in campo per arginare la tempesta mediatica degli ultimi tre anni. Nel frattempo, in attesa che le politiche ripartano, continuare a fronteggiarsi sul piano dei simboli e delle narrazioni fantastiche, rimane senza alcun dubbio la cosa più comoda da fare.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 2 novembre 2016

L’eliporto è a Massaquano, in località Belvedere, su una piccola spianata  ai piedi del Faito, ci arriviamo da Vico Equense, arrampicandoci per tornanti stretti, dopo la chiesa medievale del Battista, tra gli ultimi oliveti eroici a precipizio sulla Penisola. Un saluto rapido con l’equipaggio, il tempo di salire a bordo e infilare le cuffie, girano i rotori e siamo già in aria, per un volo di ricognizione sulle foreste dell’area metropolitana di Napoli. Sono in compagnia di Angelo Marciano, responsabile del Corpo Forestale di Napoli, e dei funzionari dell’Unità “Foreste” della Regione, Marcello Murino e Luca Acunzo: per tutti loro è stata un’estate difficile, ed è il momento di fare un bilancio.

Sembra un paradosso, ma nelle pause della conurbazione più congestionata  d’Europa – lo spazio breve che va Punta Campanella al lago Patria, coi suoi tre milioni di abitanti – si conservano miracolosamente, secondo i dati dell’Inventario forestale nazionale, oltre le aree agricole, quindicimila ettari di boschi e foreste, una superficie che è quasi una volta e mezza quella della città capoluogo: insomma, è come se accanto ai novantadue comuni della città metropolitana, ci fosse una vasta città verde, reticolare, ignota ai più, dove i volumi non sono quelli delle costruzioni, ma piuttosto le chiome di faggi, castagni e querce.

Dall’elicottero, queste macchie d’alberi incastrate nella conurbazione fanno impressione: le pinete e le leccete del Parco del Vesuvio sono come un mare verde che dal Gran Cono si infrange contro la città anulare, che assedia dal basso il vulcano. Passiamo l’area interessata dal grande incendio di Terzigno dello scorso agosto, quasi trecento ettari, vista dall’alto sembra la sfiammata di una saldatrice su un arazzo prezioso, con macchie che virano dal bruno al nero carbone, a seconda dell’intensità del fuoco.

Ora seguiamo il litorale: i tre castelli di Napoli e la maglia del centro storico sono uno spettacolo mozzafiato, poi subito, sulle colline dietro la città, inizia il mosaico delle foreste flegree. Dopo il bosco di Capodimonte (gli agronomi del re impiantarono la lecceta in pochi anni su aree di demolizione urbana, chissà perché mi torna in mente il deserto immobile di Bagnoli) sorvoliamo la collina dei Camaldoli: nonostante l’urbanizzazione sciatta del post-terremoto, la selva dei casali medievali si estende ancora per  cinquecento ettari, dall’Eremo giù fino a Chiaiano e a Marano, ma il versante meridionale che guarda Soccavo appare interamente denudato dall’incendio di fine agosto, che ha lambito le abitazioni, coprendo i quartieri collinari di una pioggia di cenere.

Pochi istanti e sorvoliamo l’ecosistema misterioso di Astroni, dove le fasce vegetazionali si dispongono al contrario, a causa dell’inversione termica, con il leccio in alto e il bosco di farnia al fondo del cratere, sulle sponde del laghetto dove rare specie di uccelli nidificano. Poi, in rapida successione verso ovest, incontriamo i boschi del Monte Nuovo, del Gauro maestoso,  fino alla foresta di Cuma, sulle dune sabbiose della costa, ciò che rimane dell’antica Silva Galinaria raccontata da Strabone e da Maiuri nelle sue “Passeggiate”, che continuava fino al Circeo, plaga desolata di febbri e di predoni, un gioiello che solo il depuratore di Cuma ha preservato da ulteriori speculazioni.

Insomma, la perlustrazione di stamattina mostra come la foresta rimanga ancora, in questo terzo millennio, un elemento cardine dei grandi paesaggi della città metropolitana, Napoli compresa. Il risultato è che in un territorio estremamente ristretto, proprio accanto alla città, si conserva una biodiversità incredibile, con la sequenza pressoché completa di habitat e tipi forestali, dai boschi costieri mediterranei  fino alle faggete di vetta del Faito.

Restano da comprendere le funzioni e il valore di questo patrimonio, che fino alla metà del ‘900 è stato fulcro di un’intera società e un’economia, soprattutto le selve di castagno, curate come giardini, che fornivano all’edilizia le travi per i solai, e all’agricoltura i pali per le pergole e i sostegni, garantendo ai possessori redditi elevatissimi,  e assorbendo per di più una quantità ingente di manodopera. Poi la lunga crisi, dovuta ai mutamenti delle tecniche costruttive, al declino dell’agricoltura tradizionale, al frazionamento ereditario della proprietà: la domanda di pali crollò, in questa nostra modernità improvvisata le antiche foreste conobbero l’abbandono, per capire cosa significa basta un giro nel Parco dei Camaldoli: nel ceduo non più coltivato, le ceppaie muoiono ad una ad una,  e il bosco si spegne nell’abbraccio soffocante dell’edera.

La prospettiva andrebbe completamente capovolta. Con Angelo, Marcello e Luca riflettiamo sul fatto che per una grande città europea, quindicimila ettari di foresta dovrebbero rappresentare un’opportunità e una risorsa formidabile, una grande “infrastruttura verde” – secondo lo slogan suggestivo della nuova strategia comunitaria – per il riequilibrio ecologico, il mantenimento dei paesaggi, la qualità dell’aria, la vita all’aria aperta, il turismo e l’escursionismo, e non ultimo, l’intrappolamento di CO2 e la mitigazione del cambiamento climatico.

Insomma, in queste foreste metropolitane potremmo cercare il verde e gli standard di qualità urbana che ci mancano.  Ma anche le basi di una nuova economia, perché se resta assai comodo il pellegrinaggio veloce da Ikea,  reinvestire sui nostri boschi per una nuova filiera multifunzionale del legno, su basi moderne, pensando anche alle energie verdi, non sarebbe una cattiva idea, importanti fondi internazionali lo stanno già facendo, con rendimenti realmente competitivi rispetto ad altre forme di investimento. Per di più non partiamo da zero, perché isole virtuose di gestione forestale sono ancora presenti, nonostante tutto, sui Lattari ad esempio, dove il manto continuo dei cedui ci appare dall’alto in buona forma, con un ruolo importante delle cooperative giovanili, che lavorano all’ingegneria naturalistica e alla manutenzione delle pergole  tradizionali in Penisola e in Costiera.

Siamo a fine giro, l’elicottero si posa, la signora Angela che accudisce la piccola casupola dell’eliporto in cima al mondo ha già preparato il caffè e un vassoio di dolcini, li consumiamo con i piloti, ragazzi in gamba, vengono dal Trentino, lavorano d’inverno al soccorso alpino, mentre il nostro ragionamento sulle cose viste continua.

Quello che è certo, ci diciamo, è che investire su queste foreste metropolitane è soprattutto una questione di sicurezza, perché hai voglia di sistemi antincendio per il pronto intervento e la repressione, l’unica prevenzione seria sta nella cura e nella gestione attiva del bosco, giorno dopo giorno, e magari in un rafforzamento di consapevolezza civica, altrimenti è tutto un rincorrersi sfiancante di emergenze, prima quella del fuoco, che torna a percorrere all’infinito gli stessi versanti; poi quella delle frane, gli smottamenti e le colate, che immancabilmente seguono, con le bombe d’acqua di questo nuovo impazzimento climatico, in una storia ricorrente di danni, lutti e pubblici dissesti.

Alla fine, come per altre cose che riguardano la nostra metropoli scombinata, è tutta una questione di responsabilità: per mantenere una foresta, come un centro storico, è necessario lavorare ogni giorno, gesti semplici ma necessari, come pulire una caditoia o sgombrare il sottobosco, con uno sguardo lungo sul futuro: la differenza tra benessere e precarietà, in fondo, è tutta qui.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 30 ottobre 2016

La firma del patto per Napoli è stata una specie di fusione fredda, nonostante l’importanza dei temi in gioco gli animi non si sono entusiasmati, ed è utile capire perché. Probabilmente conta il rapporto difficile tra i contraenti, se il premier ha tirato in ballo la stretta di mano tra Rabin e Arafat il problema evidentemente c’è, ma non è questo l’aspetto centrale della vicenda.

In altri tempi, il finanziamento di un piano infrastrutturale e di ammodernamento urbano sarebbe stato considerato come un fisiologico trasferimento dallo stato centrale verso la terza città d’Italia: la modalità normale con la quale il paese tiene in ordine e in sicurezza il suo sistema urbano, insomma un atto dovuto. Adesso, questa modalità ordinaria di funzionamento della Repubblica viene spettacolarizzata, si trasforma in un evento da celebrare, e questo nelle persone sensate finisce per destare preoccupazione anziché euforia, perché l’erogazione delle risorse necessarie alla vita di una metropoli diventa quasi un atto discrezionale, che risente delle contingenze, del momento politico, dei rapporti di forza, delle esigenze comunicazione, addirittura della qualità dei rapporti personali.

Poi, c’è la vertigine della lista, nel senso che per ovvie esigenze di sintesi il messaggio che passa è un elenco di progetti eterogenei, dei quali riesci certo a cogliere l’importanza, ma la cui somma non configura immediatamente una strategia, un racconto coerente di come si intenda cambiare la città. Prendiamo l’abbattimento delle Vele, un’idea non nuova, se ne parla da un quarto di secolo, ma che da sola, se non dici cosa viene dopo, evidentemente non basta a mutare le sorti di un quartiere, a favorire quella benefica miscela di ceti, funzioni, culture, opportunità che è alla base della qualità urbana.

Quindi il fattore tempo: nella lista dei progetti alcuni evidentemente esplicheranno benefici nel medio-lungo termine, vedi il completamento della metropolitana fino all’aeroporto; altri, come l’acquisto dei nuovi treni, la messa in sicurezza delle scuole, la ripresa del progetto Sirena (perché si è aspettato così tanto?), produrranno effetti in un orizzonte via via più ravvicinato, ma anche qui, non è facile per il cittadino immaginare, nel dedalo di difficoltà e malfunzionamenti che è chiamato in solitudine a fronteggiare, quale possa essere il concreto margine di miglioramento nella sua vita di ogni giorno.

Per tutti questi motivi probabilmente il patto per Napoli fatica a suscitare entusiasmi, a mutare realmente il clima che si respira, e qui comune e regione possono fare molto. Perché alla fine, a pensarci bene, i progetti presentati sono solo un segmento di un’agenda più vasta, che comprende la zona est, il centro storico, le periferie, il porto, il parco delle colline, la costruzione della città metropolitana, gli impianti per i rifiuti, oltre naturalmente a Bagnoli. Se mettiamo insieme le risorse in gioco si arriva ad una cifra da capogiro, probabilmente superiore ai tre miliardi, dieci volte quindi l’investimento del quale si è parlato in questi giorni, una cosa da far tremare le vene e i polsi. In quest’impresa, il fattore limitante non sono i soldi, ma la capacità amministrativa, la macchina per attuare – integrandole in un progetto coerente – tutte queste cose, ed è la vera infrastruttura che ci manca.

(L’articolo è stato pubblicato con il titolo:”Quello che manca al Patto per Napoli”)

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 11 ottobre 2016

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A Grazzanise l’aeroporto internazionale è ancora una distesa di granturco e campi di medica, e il tempo scorre lento, come in tutti i paesi orizzontali e radi della bonifica del Volturno, la scuola comunale di architettura fascista è intatta, ma se passi il ponte il miracolo si compie, perché la storia si è arrestata nel borgo minuscolo di Brezza, disperso tra i meandri verdi del fiume, con la chiesa, la farmacia, l’emporio agricolo, poi è solo una strada dritta tra i Tifatini e il mare. Sono qui perché ho sentito della ragazza di Casal di Principe tornata dalla Toscana, che ha messo su con i fratelli un’azienda bufalina modello, e ho pensato di parlare con lei. Antonella Schiavone è piccola e mora, il diploma di ragioneria poi la laurea in Psicologia alla Sapienza.

L’allevamento – ora i capi sono trecento – è partito nel 2000, qui a Brezza, tra le anse del fiume, investendo i risparmi di famiglia. «Era il sogno nel cassetto», dice Antonella. Il padre Cesare è un uomo grande e mite, la barba di due giorni, si siede in un angolo ad ascoltare, ha percorso un milione di chilometri facendo l’autotrasportatore in proprio, con la famiglia e i figli piccoli si era stabilito in provincia di Arezzo, in un paesino che si chiama Ambra, poi la voglia di tornare ha prevalso. Una decina di anni dopo l’apertura della stalla, siamo nel 2009, si inaugura anche il caseificio con il punto vendita, “La Stella Bianca”, in una traversa del corso, nel centro di Casale.

«Volevamo provare a mantenere in azienda tutto il valore del latte di qualità che produciamo, anziché affidarlo ad altri. Alimentiamo le bufale con fieno di medica e granella di mais, che coltiviamo sui nostri ottanta ettari, quest’anno abbiamo rimodellato le terre con il laser e il satellite, per migliorare l’irrigazione, duecentocinquanta euro a moggio, ma è una spesa che tornerà. Tutti gli utili li reinvestiamo in azienda, dobbiamo fare un passo alla volta: con le banche non è facile lavorare, quando hai solo ventotto anni, vieni da Casale, e porti il cognome che hai».

Con Antonella visitiamo il caseificio, che trasforma esclusivamente il latte prodotto in azienda, dieci quintali al giorno, gli operai stanno filando la pasta per i caciocavalli: li dirige il fratello Francesco, che è di un anno più giovane, con la stessa determinazione della sorella. La mozzarella “Stella Bianca” si può acquistare solo qui, o nei due punti di vendita di Bacoli e Monte di Procida. «Il controllo completo della filiera, dal foraggio alla vendita diretta, è il nostro modo di garantire al cliente una qualità costante, ma è difficile, la concorrenza è spietata, attualmente offriamo il prodotto al prezzo di dieci euro il chilo, ma ci stiamo dentro veramente a fatica, soprattutto se ti impegni a rispettare le regole di legalità sul lavoro, la sicurezza, i controlli continui, tutte cose che costano, e che il consumatore dovrebbe imparare a riconoscere».

Torniamo a Brezza, il fiume mormora, sul greto ancora i detriti e i tronchi dell’alluvione dello scorso ottobre, quando il Volturno ingrossò e si temette anche qui il peggio. Tutt’intorno, il paesaggio è aperto, eternamente giovane e provvisorio come in tutte le aree di bonifica, come se la piana fosse emersa dalle acque solo ieri, e il lavoro dell’uomo appena iniziato, invece è passato quasi un secolo, e il fiume scorre lì da sempre. Un paesaggio inerme, che basta un muro di cemento sciatto sul fronte strada, o lo scheletro di un capannone mai completato, a sciupare irrimediabilmente.

«È questa la differenza», si sfoga papà Cesare. «Questa terra è infinitamente più fertile di quella toscana che abbiamo lasciato, i suoi sali minerali danno un sapore alla nostra mozzarella che nessuno potrà mai imitare, ma lì il paesaggio è rispettato, è diventato un valore che tutti osservano, che nessuno si sogna di aggredire o mettere in discussione». In azienda stanno rimodernando la sala di mungitura che, mi spiega ancora Cesare, è il cuore dell’allevamento, con le nuove macchine sarà possibile controllare fin dall’origine la qualità e la sanità del latte. Parla delle bufale con affetto: «Sono più sveglie delle vacche, osservano e imparano, ciascuna in sala mungitura ha il suo posto, e rispettano da sole la gerarchia. Con i vitelli poi hanno una delicatezza unica. Sono diffidenti nei confronti di ciò che non conoscono, ma poi sono esseri docili, socievoli».

Di nuovo in caseificio, a Casale, nell’edificio tradizionale dal portale in pietra, con Antonella e Francesco inizia la parte complicata del discorso, dico loro che c’è una cosa che non mi spiego, ed è la distanza che passa tra l’apprezzamento che la mozzarella ha sul mercato globale – è il nostro prodotto in assoluto più amato e desiderato – e la scelta di molti caseifici di qualità di puntare sulla filiera corta, anzi cortissima, e sulla vendita diretta, rinunciando in questo modo a confrontarsi proprio con quella domanda potenziale che i consumatori di mezzo mondo esprimono.

È a questo punto che i ragazzi mi dicono della loro delusione per il ruolo fino ad oggi svolto dal consorzio di tutela, non sufficientemente attivo a loro dire nella promozione del prodotto, e nel sostenere esperienze giovani, come la loro. Di qui la decisione di iscrivere al consorzio l’azienda “Stella Bianca” come produttore di latte bufalino, ma non come caseificio, testimoniando quindi in proprio, individualmente, la credibilità della propria mozzarella, e facendo a meno del marchio comune di qualità. È un punto questo sul quale abbiamo idee diverse, anche se sono convinto che Antonella nel tempo rifletterà sul contributo che il suo viso giovane, e il lavoro innovativo, potrebbero dare alla crescita, assieme a “La Stella Bianca”, di tutto un sistema di aziende e territorio, se veramente vogliamo seguire l’esempio dei brand più famosi, a partire dal Parmigiano.

Non resta che saggiare la mozzarella, che è splendida, con tutta la personalità e la complessità di gusto del prodotto aversano. «Ci abbiamo messo tre anni, alla fine l’abbiamo finalmente trovato il locale adatto, nel centro di Vienna, di fonte al Teatro dell’Opera – dice Antonella – a inizio 2017 apriamo lì il nostro prossimo punto vendita». Allora, auguri Antonella, ne riparliamo: è proprio vero che se ci credi, anche la distanza tra la fattoria del piccolo borgo in riva al fiume, e il cuore elegante della vecchia mitteleuropa, non è poi così lunga.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 6 ottobre 2016

Le leggi ci sono, nell’ultimo quarto del ‘900 l’Italia si è dotata di una moderna strumentazione giuridica in materia di tutela delle acque, paesaggio, aree protette, difesa del suolo. Con il terzo millennio sono pure arrivati il nuovo Codice del paesaggio e il Testo unico in materia ambientale. Si tratta degli attrezzi indispensabili per affrontare le conseguenze della modernità, di uno sviluppo urbano ed industriale che non ha confronti con nessun momento della storia precedente, e che ha cambiato per sempre, in pochi decenni, il volto del Mezzogiorno e del paese intero. Insomma, le regole le abbiamo, eppure dal ciclo dei rifiuti al rischio idrogeologico, da Bagnoli a Taranto, il governo del territorio e dell’ambiente in Italia arranca, fatica a tenere il passo, a proporre e attuare soluzioni credibili. Le regole scritte stentano a trasformarsi in politiche efficaci.

Da questo punto di vista, la crisi della piana campana – la cosiddetta Terra dei fuochi – rappresenta un caso esemplare, nel quale queste difficoltà di sistema, di governance, si sono manifestate tutte insieme, in modo parossistico.

In questi tre anni, nel sofferente territorio dell’hinterland, abbiamo sperimentato come la Repubblica abbia serie difficoltà ad agire, soprattutto perché i diversi settori dell’amministrazione, che quelle stesse regole dovrebbero applicare, lavorano separatamente. Ambiente, sanità, agricoltura, paesaggio, governo del territorio, funzionano come recinti separati, comparti stagni, che non comunicano e collaborano tra di loro.

A questa frattura “orizzontale”, che impedisce ai diversi specialismi di dialogare e fare squadra, in vista della risoluzione degli stessi identici problemi, si unisce poi la faglia “verticale”, figlia dell’infelice riforma del Titolo V, che ha completamente disarticolato la catena di governo, dallo stato centrale alle regioni ai comuni, ingarbugliando responsabilità e competenze, alimentando contenziosi, giustificando alla fine ogni tipo di irresponsabilità e debolezza d’azione.

Di fronte a queste difficoltà si rafforza la consapevolezza che sia questo il momento di una indispensabile riflessione, per restituire finalmente senso e organicità alle politiche pubbliche per l’ambiente e il territorio, che appaiono in troppi frangenti scoordinate, prive di visione e strategia.

Di tutte queste cose si discute nel convegno “Le politiche per l’ambiente in Italia” (il sottotitolo è eloquente: “Sviluppo sostenibile, rischi ambientali, adeguatezza della pubblica amministrazione”), che si svolgerà domani presso la sede storica della Camera di commercio in Piazza Bovio, a partire dalle ore 10, alla presenza del ministro all’ambiente Gianluca Galletti, del sottosegretario alla pubblica amministrazione Angelo Rughetti, del presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, del vicepresidente della giunta regionale campana, Fulvio Bonavitacola, che nel governo regionale detiene le deleghe strategiche all’ambiente e al governo del territorio.

Il convegno è stato organizzato dalla Scuola di governo del territorio e dall’istituto di studi sulle società del Mediterraneo del CNR di Napoli, nelle persone del direttore della scuola Riccardo Realfonzo, e della storica dell’ambiente Gabriella Corona.

Il programma si presenta promettente: dopo le relazioni introduttive di Maurizio Franzini e dei due organizzatori, sul quadro attuale e le prospettive delle politiche ambientali in Europa e in Italia, gli esponenti dei governi nazionale e regionale, insieme al presidente Cantone, si confronteranno in una tavola rotonda sul tema “Ambiente e pubblica amministrazione: controlli, sanzioni, difficoltà di governance”. Insomma, ci troviamo proprio al centro dei problemi dei quali abbiamo parlato, ed è lecito, considerato il profilo dei partecipanti, attendersi spunti e proposte di rilievo.

Nel pomeriggio, una nutrita serie di interventi su temi specifici, sempre con un occhio al problema dei problemi, che è la governance, la capacità dei poteri pubblici di agire in modo coordinato, con l’indispensabile partecipazione delle aziende, delle famiglie, dei privati cittadini. Si parlerà quindi di bonifiche, con Benedetto De Vivo, Antonio di Gennaro, Salvatore Capasso; del ciclo dei rifiuti con Daniele Fortini e Raphael Rossi; di attività produttive, rischio ambientale e sviluppo sostenibile, con Carlo Iannello, Leonardo Cascini, Giuseppe Marotta, Walter Palmieri, Salvatore Romeo, Salvo Adorno, Francesco Vona.

Insomma, un dibattito che ci riguarda da vicino, e che interessa la riforma più importante di tutte, che è quella del nostro modo – come singoli e come comunità – di abitare sostenibilmente questo nostro povero, meraviglioso paese.

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Un convegno per parlare di politiche per l’ambiente, venerdì 7 ottobre 2016, a Napoli, presso la sede della Camera di Commercio in Piazza Bovio. L’hanno organizzato Gabriella Corona e Riccardo Realfonzo, con la Scuola di governo del territorio, e l’ISSM-CNR. Il programma è promettente, una buona giornata di riflessione e lavoro. Qui il link alla pagina web del convegno.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 6 settembre 2016

La nuova via Marina è trash? Alla domanda ho tentato di trovare risposta nel paio d’ore che ho trascorso per superare le chicane dei cantieri, con la possibilità di osservare con attenzione l’avanzamento dei lavori, e soprattutto gli svettanti filari di palma americana, che costituiscono l’elemento arboreo che caratterizza la nuova sistemazione. Soprattutto pensavo a Tommaso Labranca, lo studioso di costume che se n’è andato pochi giorni fa, e al suo illuminante librino “Andy Warhol era un coatto”, dal quale era poi nata la trasmissione “Anima mia” di Fazio. La definizione precisa di “trash” di Labranca, che prescinde da qualsiasi spocchia e giudizio di valore, è quella di  “emulazione fallita di un modello alto”, ed è facile impiegarla, nel senso che Little Tony è trash, mentre evidentemente Elvis non lo è, e questo non ti impedisce comunque di apprezzare ed amare, per motivi evidentemente diversi, sia l’uno che l’altro.

Ora, le alte washingtonie trapiantate lungo la nuova via Marina, rappresentano nel nostro immaginario una citazione precisa, rimandano ai fasti di Beverly Hills, ai waterfront e alle promenade di Cannes, Nizza, Acapulco. L’intenzione sembra quella di attrezzare un asse prestigioso di accesso al centro cittadino, con la differenza che via Marina non è un lungomare, è il prodotto dello sventramento postbellico, ed attraversa piuttosto paesaggi che richiamano le periferie industriali dei quadri di Sironi, che io ritengo ugualmente suggestivi, costeggiando da un lato il retro del grande porto commerciale, e dall’altro le propaggini del vasto quartiere industriale orientale della città. In questo contesto, i filari alti di palma americana, che per di più non offrono ombra al povero viandante, rischiano di produrre un effetto incongruo, straniante, di essere percepiti come un’emulazione fallita, e così finire dritti nell’area tracciata da Labranca.

Si dirà che le palme hanno adornato i viali di Fuorigrotta e la Mostra d’Oltremare, ma lì è diverso, c’è una storia, un esotismo profondamente originale, nato dal rapporto con le colonie, in un contesto ridente che è quello dell’eterna primavera della colline e delle conche flegree. Questo patrimonio storico è stato tristemente decimato dal punteruolo rosso, il vorace coleottero venuto dall’Asia, che a questo punto ci auguriamo non si trovi mai a svolazzare dalle parti della nuova via Marina.

Ad ogni modo, la decisione dei nuovi palmizi appare fortemente simbolica: alla stregua della demolizione delle vele, si tratta di interventi che intendono comunicare un cambio di direzione, di stile, un voltar pagina. Nel caso di via Marina, diventata nel tempo una specie di Bassora-Bagdad, l’intervento di restyling è sacrosanto, giunge con decenni di ritardo, ma resta qualcosa di incongruo, come uno scarto tra le fastose dichiarazioni verbali o fattuali, e la realtà, che rimane molto impegnativa, e che richiede oltre agli annunci e ai palmizi emulativi, un impegno amministrativo di fondo prolungato, sistematico, coerente.

La strada per riconquistare una qualità urbana decente è lunga, e non può limitarsi agli interventi di restyling e agli itinerari turistici selezionati del centro storico, che attraversano alla fine meno di un decimo della città. Le inchieste di Repubblica evidenziano una sofferenza, una cronica mancanza di cura e manutenzione, che riguarda gli altri nove decimi del territorio comunale, da Posillipo a Soccavo a Ponticelli.

Quindi, bene le Beverly Hills post-industriali, ma sarebbe questo il momento buono, ad inizio della nuova consiliatura, di presentare alla città un serio e sistematico piano di manutenzione, che ci dica come riconquistare un livello di qualità urbana appena decente, quartiere per quartiere, perché i turisti e le cartoline sono importanti, ma la qualità di vita quotidiana dei residenti, in quei poveri nove decimi dimenticati di territorio, viene molto prima.

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Antonio di Gennaro Repubblica Napoli del 27 agosto 2016

La mattina del giorno dopo devo accompagnare il figlio sull’Adriatico, a mare dagli amici, dal borgo montano d’Abruzzo dove ci troviamo. Si è dormito poco, la scossa ci ha svegliati di colpo, e la mente umana resta un gran mistero, perché al primo scricchiolio il pensiero è corso istantaneamente agli ingegneri della Cassa del Mezzogiorno, confidando che i calcoli di questo residence oramai mezzo vuoto li abbiano fatti bene. Ci mettiamo in silenzio in viaggio, il cuore è pesante, splende il sole e fa freddo, lo spettacolo dell’alta val di Sangro è meraviglioso, l’Italia povera e solenne proprio come l’ha vista Dante, col manto di boschi medievali, le chiarie scintillanti dei pascoli, i borghi in alto, con le torri arroccate, ma stamattina questo paesaggio non da’ gioia.

Arrivati al lago il navigatore ci dice di lasciare il fondovalle e di arrampicarsi sul crinale, svalicando nella valle parallela: dall’alto, Villa Santa Maria è stupenda sullo specchio d’acqua, addossata alla Penna, l’enorme lama di roccia viva d’arenaria, che sembra il muro di un ciclopico bastione. Tutta la valle è un arazzo medievale, ed è gemella delle valli appenniniche laziali, umbre e marchigiane scempiate dal terremoto. I piccoli comuni che attraversiamo sono lindi, ordinati, con la rocca, la piazza del municipio, la scuola e il monumento ai caduti della Grande guerra. Di valli come questa l’Appennino ne ha cento, ma il numero non inflaziona il valore unitario, anzi l’aumenta, perché questi luoghi fanno sistema, sono l’ossatura storica e naturale del paese, ma stamattina il cuore resta pesante, perché la bellezza che attraversiamo è inerme.

La strada tortuosa si srotola in mezzo a pascoli ordinati come un salotto, senza l’algoritmo di Google non l’avrei percorsa mai, è una provinciale ed è tutta in frana, l’amministrazione che dovrebbe manutenerla abbiamo pensato bene di abolirla, e i soldi comunque non li troveremo mai. Scendiamo finalmente a Gissi, sulle colline dietro la costa, in mezzo a un mare di ulivi, il corso l’hanno dedicato a Remo Gaspari, che per questi suoi comuni ha fatto tutto, le strade, le case, gli impieghi pubblici, e pure l’area industriale, che per decenni ha tirato, ora è in crisi pure lei e si va mestamente svuotando.

Al ritorno a Rivisondoli sono a pranzo con Alessandro Leon, da anni camminiamo queste montagne, i figli erano cuccioli, ora sono all’università; qualche volta ci raggiungeva anche il papà di Alessandro, il grande Paolo, con la sua ironia, il garbo e il sorriso, se ne andato da poco, ci manca molto. Alessandro si occupa di economia dei beni culturali, ragioniamo a tavola della lezione del passato, se ce n’è una, perché un paese geologicamente giovane come il nostro, che instancabilmente trema, presenta una sua ininterrotta, dolorosa casistica, con un paio di eventi rilevanti ogni decennio. La domanda è come curare queste ferite continue, ed allora il pensiero va alle ricostruzioni che sono riuscite bene, il Friuli, l’Umbria che costituisce una vera e propria “best practice”, e anche l’Emilia; ed a quelle che sarebbe meglio non ripetere, come l’Irpinia, o l’Aquila, con lo scandalo delle new town artificiali, costate un occhio della testa, mentre il centro storico glorioso muore e si disfa.

Ma il problema è che interveniamo sempre dopo. Nel rincorrersi convulso dei cicli elettorali gli investimenti per la manutenzione, la prevenzione e la messa in sicurezza del patrimonio non pagano, non producono consenso. Padoa Schioppa ripeteva che le politiche pubbliche devono ritrovare lo “sguardo lungo”, ma era ritenuto un rompiscatole insopportabile, e lo abbiamo cacciato via. Intanto, il “debito pubblico territoriale”, sarebbe a dire i soldi che non abbiamo, per le manutenzioni e le messe in sicurezza che non faremo mai, aggiunto al costo dei disastri che poi inevitabilmente avvengono, aumenta in modo esorbitante, e supera probabilmente quello finanziario. A questo punto, non solo l’eredità prestigiosa degli insediamenti storici, ma anche l’armatura territoriale costruita nel dopoguerra, con uno sforzo pubblico poderoso, che nel bene e nel male ha consentito al paese di uscire da un medioevo che nessuno dovrebbe poter rimpiangere, rappresentano per la nostra generazione quasi come una condanna, un’eredità che non possiamo permetterci di mantenere.

E comunque la mente umana è strana, Herbert Simon parlava di “razionalità limitata”, e nel mio caso aveva ragione, perché ora penso quasi con sollievo al dover lasciare questo Appennino instabile, che pure amo tanto, per tornare a Napoli, dimenticando che tra vulcani, bradisismi e terremoti abito l’area metropolitana più pericolosa d’Europa. Tutto il paese è fatto così, e l’unica è assumere finalmente sulle nostre spalle tutta la responsabilità di rimettere le cose a posto, ci vorrà tempo, un’altra politica, un’altra idea di territorio e di cittadinanza, con il cuore pesante per tutti i lutti, ma con il ciglio asciutto e lo sguardo lungo. Sono convinto che la telefonata di cordoglio che Obama ha fatto a Mattarella non fosse rituale: il mondo alla fine ama l’Italia, sente di aver bisogno di lei, siamo noi che non sappiamo che farne, ed ha ragione il sindaco, il paese non c’è più, ma purtroppo non è solo il suo, quello piccolo, ad essersi dissolto.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 23 agosto 2016

Erano i giorni del fuoco quelli del mio colloquio con Mario Angrisani, il decano degli agricoltori che ancora coltivano il vulcano. L’incendio bruciava da giorni a Terzigno, e aveva colpito proprio al confine tra i due paesaggi, sulla linea che lega e separa due mondi diversi: il lato antico del vulcano, l’edificio solenne del Monte Somma, coi valloni e i boschi rigogliosi di latifoglie; e il lato giovane del Gran Cono, ripetutamente sconvolto, distrutto e rinnovato dalle eruzioni, con i versanti solari di ceneri e colate che scorrono verso il mare, le macchie, le lave, le pinete che la forestale piantò a metà del Novecento; e soprattutto la ginestra dell’Etna, l’ultima arrivata, che sta soppiantando quella leopardiana, e va rapidamente rinverdendo, forse troppo, la faccia del vulcano, come mostra il lavoro recente di un gruppo di ricercatori, coordinati dalla valente biologa del Parco, Paola Conti.
Mario Angrisani è la memoria dell’agricoltura vulcanica, e memorabile resta il reportage su di lui che per questo giornale ha realizzato Carlo Franco, che si arrampicò sugli albicoccheti fantastici del Somma, i ciglioni eroici a seicento metri sul mare, opera suprema di ingegneria, che sembra di stare a Machu Picchu.

È il paesaggio in bilico, dove Angrisani – “l’ultimo patriarca” come lo racconta Carlo Franco – coltiva le sue antiche varietà, a partire dalla mitica Pellecchiella, in un ecosistema particolarissimo, con un clima montano a un tiro di sputo dal mare, e dove in mezzo ai carpini e ai castagni trovi un boschetto relitto di betulla, rimasto lì dall’ultima glaciazione, ed è una cosa straordinaria, un po’ come incrociare un orso polare a piazza del Plebiscito.

Nei giorni crudeli del fuoco ho pensato di incontrare Mario perché se le fiamme sono figlie del sopruso, dell’abbandono sciatto delle terre, lui con la sua opera quotidiana, da sessant’anni incarna invece un modo diverso di abitare il vulcano, fatto di impegno, cura, responsabilità. Lo trovo nel suo podere lungo la circumvallazione, a raccogliere i pomodorini col pizzo, pazientemente dirige una squadra di una decina di ragazzi, sono tutti di qui, Somma Vesuviana, Sant’Anastasia, lui li cerca e gli insegna il mestiere, le operazioni colturali, dalla preparazione del suolo al trapianto, le cimature, i trattamenti.

È l’ultimo giorno di raccolta, hanno iniziato alle cinque e mezza del mattino, ci sono Carmine, Michele, e Margherita, che è aggraziata in pantaloncini e maglietta, si schernisce quando scatto una fotografia, ora sono le undici passate e il sole è diventato impossibile, Mario dice che può bastare, si riprende nel pomeriggio, dopo le cinque, quando si torna a respirare.

Se le albicocche si producono in alto, dove il Somma è sovrano e non teme nemici, se non quello subdolo dell’abbandono e del fuoco, il pomodorino del piennolo del Vesuvio si coltiva giù, nella fascia pedemontana, dove i versanti gentilmente sfumano nella pianura, e inizia l’intreccio selvaggio di infrastrutture e di città, la brutta periferia circolare che in spregio a ogni legge, autorità e ragionevole precauzione, ha imprigionato il grande vulcano, e contende ancora all’agricoltura ogni terreno, ogni suolo, ogni metro quadro di spazio.

Il prodotto è prezioso, ha un prezzo di molto superiore a quello già alto del San Marzano, si coltiva in asciutta, sulle ceneri vulcaniche, e per questo ha dolcezza, sapidità e serbevolezza uniche.

I grappoli di bacche si raccolgono uniti, col peduncolo, e si impilano con maestria a comporre i piennoli, quelli tradizionali arrivavano a sette-otto chili – quelli moderni pesano un chilo e mezzo – e si appendono, come gaie lanterne rosse, sotto le alte volte dei portoni freschi di basalto, per il vermicello e il soutè delle feste di Natale.

La novità è che adesso, con il marchio di qualità dell’Unione europea e il consorzio di tutela, il pomodorino del piennolo del Vesuvio viaggia verso il nord, in confortevoli imballaggi di cartone, dalla grafica curata.

Negli ultimi tempi poi, è anche cresciuta la domanda di pomodorini pelati, sono richiestissimi da ristoranti e pizzerie: insomma, il prodotto va, in tutte le sue forme, anche perché il gusto francamente non teme confronti con il miglior pachino o datterino che sia.

Nella pausa ci trasferiamo a casa Angrisani, tra le stradine strette, in salita, del minuscolo borgo medievale del Casamale , la “Terra murata” , tutto racchiuso tra le mura aragonesi, unico abitato a trovarsi all’interno del perimetro del Parco nazionale. L’abitazione antica di Mario ha un giardino intercluso, col pergolato di uva catalanesca, ci ristoriamo con l’acqua e col caffè, oltre i tralci svetta la facciata imponente della Collegiata, la chiesa cinquecentesca di Santa Maria Maggiore.

C’è un’atmosfera di buonumore, si avverte che è l’ultimo giorno di lavoro, guardo i ragazzi stanchi, riposarsi nel patio all’ombra della vite, si vede che formano una squadra, e penso che questo è il lavoro che l’agricoltura ha creato nel Mezzogiorno, come dice l’ultimo rapporto Svimez, distinguendosi alla fine come uno dei pochi settori che è riuscito, a sorpresa, a resistere al ciclo avverso, contribuendo per una volta a far crescere il sud una virgola in più rispetto al centro-nord.

Eppure l’opera di Angrisani resta difficile. Il consorzio, nonostante le potenzialità, stenta a raggiungere dimensioni significative, al momento ci sono una quarantina di ettari appena in coltivazione, che è veramente la soglia minima di esistenza, distribuiti in novanta aziende: la dimensione media aziendale è quindi estremamente esigua, intorno al mezzo ettaro, ma la verità è che la vita degli agricoltori vesuviani è una corsa ad ostacoli, ed è contrastata, su tutti i fronti, da forze molteplici. I rapporti con il Parco nazionale, che doveva rappresentare un volano, restano complicati, c’è difficoltà a considerare l’agricoltura come un’attività conservativa del capitale naturale, a volte sembra il contrario, con una serie di vincoli e paletti burocratici che rendono la vita già difficile dell’agricoltore, a volte decisamente impossibile.

Un mutamento culturale è necessario, da noi come nel resto del paese, bisogna comprendere una volta per tutte che l’agricoltura è la colonna portante dei paesaggi e degli ecosistemi italiani, della loro biodiversità, non un’attività nemica; che è sacrosanta la protezione di specie e habitat, ma nel trend epocale di abbandono che stiamo attraversando, con le aziende agricole che continuano a chiudere e scomparire, è ugualmente importante, proprio nei paesaggi storici come quello vesuviano, conservare e sostenere l’attività di agricoltori come Mario, che il vulcano lo abitano, lo curano e lo presidiano tutti i giorni, e che dovrebbero loro stessi esser considerati, per una volta, come il valore principale da proteggere.

Al di fuori del perimetro del Parco poi, il nemico è la città, che non conosce legge, che spezza e consuma lo spazio agricolo in frammenti senza nome, in attesa di destinazione, povere dipendenze di un disordine urbano privo di futuro, ma sono cose già dette: il governo del territorio, la difesa dello spazio rurale, la promozione dell’agricoltura di qualità dovrebbero essere i punti forti di un programma per la Città Metropolitana, che ha dentro di sé posti unici come i Campi flegrei, il Vesuvio, le isole del golfo, la Penisola, i frammenti cospicui di Campania felix: tutti luoghi che corrispondono a grandi paesaggi, ma anche a straordinarie agricolture.

In ultimo, c’è l’avversario probabilmente più ostico, che è l’incapacità di lavorare insieme. A partire dai prodotti agricoli del Vesuvio, le filiere integrate di qualità – dal campo alla tavola, passando per la trasformazione – dovrebbero superare l’attuale frammentazione, diventando i capisaldi della nostra manifattura ed industria, ma questo richiede la capacità per le mille piccole aziende superstiti di unirsi, cooperare, crescere insieme, in un ambiente sociale e culturale nel quale, mi ricorda sconsolato Mario, succede esattamente il contrario, dove anche fratelli e cugini faticano a fare squadra.

È il momento dei saluti, Mario prende una cesta, la fodera di foglie fresche e profumate di noce, delicatamente vi ripone i pomodorini, senza fretta, come avrebbe fatto Eumeo con Ulisse, anche se allora il pomodoro ancora qui non c’era, ma i gesti sono gli stessi, vengono da tre millenni di cura del giardino mediterraneo, da una cultura antica di ospitalità, un miracolo di civiltà che si rinnova, anche in mezzo a questo povero scombinato disordine metropolitano.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 18 agosto 2016

Come  in una favola le bufale arrivarono dal mare, sulle navi saracene, intorno all’anno Mille in Sicilia, assieme agli alberi di limone e alla canna da zucchero; poi risalirono coi Normanni le coste del Meridione, e giunsero anche qui, nella piana del Sele, che era allora un deserto insano di grano, pascoli e paludi. Fu un gran regalo, uno dei tanti della civiltà araba, perché il bufalo è una macchina formidabile: nell’ecosistema ostile di palude, lui resiste a febbri, serpi e parassiti, riuscendo per di più a elaborare, a partire da povere erbe, il latte più ricco e nutriente che un quadrupede possa offrire alle nostre latitudini, con un contenuto in grasso e proteine che è doppio rispetto a quello di vacca. Ad ogni modo, quando Goethe incontra i bufali, percorrendo la piana «… per vie impraticabili e qua e là paludose, … attraversando canali e ruscelli», li descrive come bestie ostili «… dall’aspetto di ippopotami e dagli occhi selvaggi e iniettati di sangue».

Poi la storia è nota. Le paludi costiere furono prosciugate con la bonifica integrale degli anni ’30 del Novecento, pensata da quel grande costruttore di territori che fu Arrigo Serpieri: la piana si trasforma in una macchina produttiva perfetta, con una duplice rete idraulica, quella delle “acque alte” per l’irrigazione, e quella delle “acque basse”, che idrovore instancabili provvedono a risputare in mare, tenendo asciutti i suoli, adatti alla coltivazione. Dagli anni ’50, al posto del deserto malinconico senz’alberi descritto a fine ‘700 da Giuseppe Maria Galanti, si estende poco a poco nella piana il mosaico ordinato della nuova agricoltura industriale, coi frutteti specializzati, le colture ortive, le serre.

Le paludi e la malaria scomparvero, ma il bufalo rimase, assieme ai toponimi, che ancora conservano echi del paesaggio medievale. Come “Vannulo” – la contrada di Capaccio sui travertini, all’ombra del monte Soprano – il cui nome sta per “terre che non valgono nulla”, e invece ora c’è l’azienda bufalina più moderna al mondo, con seicento bufale, la metà in lattazione, e 200 ettari coltivati a foraggio. Ed è qui, nel suo studio, che incontro Antonio Palmieri, l’artefice del miracolo, per parlare della quarantennale avventura alla guida dell’azienda, che la sua famiglia conduce da più di due secoli. Mentre lo ascolto, guardo fuori e mi sembra di stare in un campus, gli edifici bassi, eleganti, l’erba tosata, la bella masseria di fine ‘700 color cinabro, e tutt’intorno frotte di ragazzini francesi in visita alle stalle e ai laboratori di trasformazione, dove il latte diventa mozzarella, yogurt, gelato, cioccolata, perché tutto è a vista, ogni processo si compie sotto gli occhi dei visitatori, ventimila lo scorso anno, nell’ultima annata sono già cresciuti del trenta per cento.

Qui soprattutto capisci che anche un testimone autorevole come Goethe può prendere una cantonata, perché da Vannulo le bufale non sono mostri dagli occhi di bragia, ma si muovono libere in stalla, dove riposano su materassini ad acqua, si massaggiano a spazzoloni rotanti, con sottofondo di musica barocca. «Il bufalo non ama la palude, è forte e si adatta, ma è intelligente, se gli offri comfort e pulizia lui li preferisce, senza alcun dubbio », mi dice sorridendo Palmieri, che del benessere degli animali ha fatto una religione assoluta, convinto sia la premessa necessaria per mirare alla più elevata qualità. Quando la mammella è turgida di latte, la bufala si avvia sua sponte alla mungitura, che non vien fatta da umani, ma da un robot che riconosce l’animale dal microchip, pulisce la mammella e la collega agli aspiratori, analizzando il fiotto proveniente da ogni singolo capezzolo, cosicché la qualità è monitorata, e ogni problema prontamente individuato, con gli acciacchi delle bufale che vengono curati solo con l’omeopatia.

In questo modo Antonio Palmieri ha mutato la concezione arcaica che avevamo dell’animale, ma in qualche misura anche quella del prodotto, perché la sua mozzarella è diversa: «La volevo meno salata, perché il sale copre le mille sfumature di sapore del latte di bufala, e poi il sale è collegato all’idea di conservazione, mentre il valore del prodotto sta nella sua freschezza; infine non la volevo gommosa, ma tenera ed elastica». Gli dico che la sua mozzarella sembra ispirarsi alle “Lezioni americane”, le virtù proposte da Italo Calvino per il terzo millennio – rapidità, leggerezza, esattezza – ma anche visibilità, se tutto il ciclo produttivo si compie sotto lo sguardo del consumatore.

La mozzarella di Vannulo è rigorosamente biologica, e ciò implica autosufficienza: tutto il foraggio è coltivato all’interno, non si importa alcun fattore produttivo, e si trasforma solo il latte prodotto in azienda, in una versione post-moderna dell’economia curtense, con il borgo aziendale che funziona come un’antica abazia, un centro autonomo che offre cultura, alimenti, ospitalità, servizi. Un’economia cosciente dei propri limiti, perché la produzione non eccede i quindici quintali di latte giornalieri, che è quanto le bufale sono in grado di dare. Alla fine, il prodotto puoi acquistarlo solo qui in azienda, e un senso di misura lo trovi anche nel prezzo, che rimane, vista la qualità, comunque contenuto, alla portata delle famiglie.

Alzo ancora lo sguardo, al confine delle terre si intravedono i nuovi quartieri residenziali che premono, le aree urbanizzate sono decuplicate nell’ultimo mezzo secolo, con la piana tutt’intorno che inesorabilmente perde ordine e leggibilità, si avvia a diventare città diffusa, a bassa densità. Chiedo a Palmieri cosa ne pensi, il tono pacato si vena d’amarezza, mi dice che non è tanto il declino del governo pubblico, pure evidente, a preoccuparlo, quanto l’indebolimento diffuso del sentire civico, che si avverte dietro la banalizzazione del paesaggio. In quest’ondata, il borgo aziendale, antico e moderno insieme, resiste comunque come presidio di bellezza e identità.

Per il resto, Vannulo sta alla mozzarella di bufala – che rimane il prodotto campano più amato nel mondo – come la Formula Uno o la Ferrari all’industria dell’auto. Le innovazioni prodotte in azienda, che rimane soprattutto luogo di instancabile sperimentazione, si trasmettono col tempo all’intero comparto, che finisce col beneficiarne. Antonio Palmieri ha calcolato in un decennio il tempo necessario perché l’innovazione sia accolta, ed è questa inerzia al cambiamento, mi dice, la difficoltà maggiore incontrata nel suo lavoro di imprenditore visionario, che è comunque riuscito a riscrivere la favola, reinventare un prodotto antico, vedendoci nuove cose e nuove possibilità, in un’avventura ancora tutta da raccontare.