Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 1 aprile 2020

Ci sono un paio di frasi che in questo momento m’impensieriscono: il tormentone del “niente sarà più come prima”, e poi l’altra, bella e nobile di Mazzini, “L’Italia sarà quello che il Mezzogiorno sarà”. Per i cittadini del sud l’aria si è fatta pesante, è come se la Storia avesse fatto irruzione, sbattendo sul tavolo, tutti insieme, i conti aperti del passato. Difronte alla tempesta siamo quelli messi peggio. L’economia del nord è una macchina quasi ferma, un po’ ammaccata, che però sta lì, la manutenzione necessaria e in qualche modo ripartirà. Quaggiù è diverso, passata la bufera non sappiamo cosa resterà, se ci sarà una macchina con la quale riprendere il viaggio.

Se ogni pensiero sul futuro in questo momento risulta difficile, è perché la sopravvivenza del Sud (non in senso metaforico, parliamo proprio della vita delle persone), dipende dalla concatenazione di due problemi irrisolti: il posto che il Sud occupa in Italia, il posto che l’Italia occupa in Europa. Riguardo al secondo termine della questione, come ha scritto Romano Prodi sul Mattino “si tratta dell’ormai consueto scontro fra Nord e Sud, fra i cosiddetti Paesi virtuosi e noi meridionali, che siamo evidentemente i viziosi.”

E’ uno stallo che, secondo il Professore, è in grado di far definitivamente crollare ciò che resta della costruzione europea. Per affrontare la crisi gli Stati dovranno immettere nell’economia almeno il 10% del PIL. Mario Draghi nell’intervento sul Financial Times è stato chiaro: come per tutte le grandi sciagure epocali, a partire dalle guerre, per le quali i cittadini non hanno colpe o responsabilità, i costi della pandemia devono essere ripianati dai bilanci pubblici. Ma questo l’Italia non potrà mai farlo, se non sarà l’Europa a garantire per i nuovi debiti che dovremo accollarci.

Sul fronte interno invece, il Mezzogiorno siamo noi, e la contrapposizione di cui sopra, tra virtuosi e viziosi, si ripropone, ad altra scala. Eppure, se il coronavirus ci ha insegnato qualcosa è l’assoluta irrilevanza, difronte alle sciagure, dei confini artificiali: la malattia non si eradica in una sola regione, o in un solo stato membro. I meccanismi di sicurezza e protezione, sanitari ed economici, vanno ripensati con coraggio e cervello alla scala dell’intera comunità, quella nazionale come quella comunitaria.

“Per affrontare questa crisi” ammonisce l’ex presidente della BCE “occorre un cambio di mentalità, come accade in tempo di guerra.” C’è bisogno di serrare le file, di solidarietà. Assieme al coraggio delle classi dirigenti, che in Italia come in Europa, da almeno un quarto di secolo, danno priorità agli umori risentiti dei rispettivi elettorati, considerando come cosa sconveniente ogni presunta concessione ai meridionali di ogni ordine e grado. In un recente intervento televisivo Prodi l’ha chiamata la “politica barometrica”, la schermaglia degli egoismi incrociati, che ha preso il posto delle politiche, dei progetti di buona lena e lunga durata. E’ il cambio di mentalità evocato da Draghi la sola speranza per il Mezzogiorno, la responsabilità di fare in fretta “whatever it takes”, tutto ma proprio tutto, per evitare il peggio.

Un un altro piccolo pezzo del diario, scritto la scorsa settimana.

Antonio di Gennaro, 27 marzo 2020

L’emergenza è cattiva coi più deboli, rivalutiamo in questo momento il ruolo cruciale dell’assistenza, le chiacchiere sull’assistenzialismo le faremo dopo, se ci sarà ancora tempo e voglia. La frase ricorrente è che niente sarà più come prima, il problema è arrivarci, a Napoli e nelle città del Mezzogiorno c’è una fascia di famiglie che con la serrata dei servizi e del commercio è rimasta da un giorno all’altro senza alcun reddito, ed è un problema che è pure difficile misurare perché in questi settori il peso dell’economia informale, a nero, è grande.
Molti dei cuochi, camerieri, baristi, commessi, artigiani, muratori, manovali che hanno perso il lavoro non esistono, non risultano sui registri dell’economia ufficiale, e ha ragione il ministro Provenzano quando dice che è urgente immaginare qualcosa di nuovo per aiutare anche loro, i lavoratori dell’economia informale. Lasciando da parte l’ipocrisia, che ci spinge a tollerare il sommerso quando le cose vanno bene, anzi guai a toccarlo, perché è l’ammortizzatore che tiene in piedi l’economia meridionale, in assenza di politiche vere di riequilibrio economico e sociale.
La verità è che, a un mese dall’inizio della crisi, cresce di giorno in giorno il numero di persone e famiglie prive dei mezzi per far fronte ai bisogni elementari, accanto all’emergenza sanitaria è necessario affrontare quella sociale, e un’esperienza cui guardare è quella di Pomigliano d’Arco. Al profilarsi della tempesta il sindaco Raffaele Russo, che di mestiere è medico, ha convocato tutti i suoi dirigenti, chiedendo loro di sospendere l’attività ordinaria, e di mettere l’intera macchina comunale al lavoro sull’emergenza.
I servizi sociali, la polizia municipale, la protezione civile, le associazioni del terzo settore hanno dato vita a una struttura unica di coordinamento. A tempo record è stata creata un’anagrafe dei disabili, delle persone sole, disagiate. C’è un numero verde, e un centralino che ogni giorno contatta tutti, per raccogliere le esigenze, risolvere problemi, anche solo portare una parola, un conforto. I ragazzi che controllavano le strisce blu consegnano a casa la spesa agli anziani. Alle famiglie in difficoltà la spesa arriva gratis, i commercianti di Pomigliano hanno fatto a gara, mettendo a disposizione generi di prima necessità, mentre la Caritas organizza la “spesa sospesa” nei supermercati.
C’entra forse in questa capacità di creare rapidamente reti di solidarietà l’antica matrice contadina, e la robusta mentalità civica, che è un portato della grande industria. C’è anche una qualità amministrativa, la preveggenza di mettere nel bilancio della città risorse in proporzione rilevanti, un milione di euro, per i servizi sociali. Assieme alla capacità di rimanere uniti nei momenti difficili, il programma d’emergenza ha il supporto di tutte le forze politiche in consiglio comunale. “La cosa che più mi preoccupa” dice il sindaco Russo “è l’isolamento psicologico, la solitudine, la perdita di speranza dei più deboli.” Si, in qualche modo ce la faremo, ma il futuro per molti è diventato un rebus indecifrabile, tenere insieme le comunità è l’impresa più complicata.

 

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 23 marzo 2020

Primavera non bussa, lei entra sicura, canta la Spoon River di De André, e schiudono le minuscole mani verdi dei germogli del tiglio sotto casa, ma è questa forse l’ora più buia, il pensiero che le cose che stiamo facendo possano non bastare ancora.

Chiusi in casa siamo in sei, una piccola comunità. I ragazzi seguono on line i corsi dell’università, ostentano calma, ma è difficile, a pranzo e a cena tutt’insieme, tenere la conversazione leggera, positiva, che non sia solo il rimestare discorsi spezzati intorno al flusso ininterrotto di immagini di guerra.

Mi sforzo di continuare il mio lavoro inessenziale, una riunione skype dopo l’altra, mando relazioni in giro, lunghe telefonate, mentre fuori la storia la stanno facendo medici e infermieri, i lavoratori dei servizi e delle produzioni strategiche, quelli che tengono comunque a posto la città, e lo Stato in piedi.

Viviamo tronfi con l’idea di cambiare almeno un po’ il mondo, ma è il mondo che cambia noi e ristabilisce in un attimo le priorità. Ci voleva una tragedia come questa per sospendere il patto di stabilità, per capire che è la vita, quella biologica e fragile, breve e preziosa, che va protetta, e non i flussi belli e morti di cartamoneta. L’ha scritto Eschilo duemilacinquecento anni fa, “… non è nulla una torre o una nave, se non abbia gente dentro, che sia deserta d’uomini”.

Ora sappiamo che l’obiettivo è proteggere le persone, in questo mondo tremendamente interconnesso, con le informazioni e i virus che si spostano in un batter d’occhio. Quei criteri stupidi d’efficienza, che ci hanno costretto a tagliare la sanità proprio dove ce n’era più bisogno, è evidente che dopo non comanderanno più, e non ci sarà nessuna mano invisibile a mettere a posto le cose, dovremo pensarci noi.

Lo dice bene l’editoriale di sabato del New York Times che  “… la soluzione necessaria è un grande accordo: il governo fornisce i soldi che le aziende non sono in grado di guadagnare e le aziende usano i soldi per mantenere i lavoratori sul libro paga… Inviare assegni a ogni cittadino. Prestare denaro a tutte le imprese. Rafforzare la rete di sicurezza sociale. Il rischio di fare troppo è notevolmente superato in questo momento dalle conseguenze del non riuscire a fare abbastanza.” Il punto di arrivo alla fine è Keynes. La Germania si sta muovendo così, senza indugio, un decimo del PIL viene messo a disposizione per uscire dalla crisi. “La risposta corretta in questo momento è questa “ chiude il NYT, “Tutte queste cose insieme”.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 16 marzo 2020

Addolora profondamente la deriva dell’Isola verde, l’Inghilterra e il suo popolo restano una parte importante di noi, anche quando non li capiamo, la democrazia moderna è nata lì, con qualche secolo d’anticipo sugli altri, la resistenza al nazifascismo, e comunque senza Shakespeare Dickens e Stevenson la vita non sarebbe la stessa. Con quella terra poi Napoli ha sempre avuto un rapporto particolare. Per questo fanno male le parole di Boris Johnson che suonano come l’annuncio sinistro di una democrazia in difficoltà, che rinuncia a difendere la vita della sua gente.

Lasciamo perdere la forza di carattere e Churchill, quel grande non era un ostinato, ma un leader che anche con le spalle al muro riusciva a inventare soluzioni, come evocare dal nulla una flotta privata per andare a salvare il suo esercito a Dunkirk. Il premier dai capelli gialli non ha nulla di tutto questo, la sua idea di giungere all’immunità di gregge attraverso il sacrificio di mezzo milione di persone non è una genialità, ma il ritorno al medioevo, le democrazie moderne usano vaccini, precauzioni, il potenziamento del servizio sanitario.

Fosse solo follia sarebbe meglio, e invece s’intravede il cinismo, il timore dell’attuale gruppo dirigente che l’isola non possa sopportare, oltre la recessione da Brexit (che si sta rivelando per quello che è, un drammatico azzardo), quella imprevista da coronavirus, ed allora avanti così, “business as usual”, sperando in questo modo di salvarsi. Per la resipiscenza non c’è tanto tempo, speriamo entri in azione a questo punto la massima di Lincoln (“Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre”).

Per trovare una democrazia in funzione dobbiamo guardare all’Italia, il paese in prima fila in questa sfida globale, con un governo che pur tra errori e incertezze ha imbroccato la strada giusta, e una cittadinanza che sta vivendo con compostezza le limitazioni d’azione e libertà, regole severe di convivenza, sacrifici economici da tempo di guerra, nello sforzo di fare tutto il possibile per mitigare il rischio, il dolore, la perdita di vite umane.

E’ impossibile dire se ce la faremo, ma il mondo guarda a noi, alle cose che stiamo facendo. Per tutti questi motivi, la comunicazione pubblica dovrebbe ora dedicarsi agli aspetti cruciali, decisivi. E’ importante sapere in che modo i nostri amministratori stanno operando per rafforzare, in Campania e nel Mezzogiorno, la capacità del sistema sanitario di affrontare il picco di infezioni, se e quando verrà. Quanti posti letto in terapia intensiva, quanti medici, quanti laboratori, quali soluzioni organizzative. Sono queste le conoscenze da condividere, per affrontare al meglio queste giornate difficili, la guerra d’Italia si decide qui.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 2 marzo 2020

E’ vero, non tutto ha funzionato come doveva, eppure in questi giorni è netta la sensazione che se il Paese regge è merito dello sforzo titanico che gli uomini della sanità pubblica, con i mezzi che hanno a disposizione, stanno compiendo.

Intervistato per questo giornale da Giuseppe Del Bello, il direttore del laboratorio di Virologia dell’Azienda dei Colli, Luigi Atripaldi, ha descritto il lavoro al limite che la sua struttura – 10 unità in tutto – svolge per realizzare le centinaia di tamponi che giungono. A chi gli parla di inefficienze Atripaldi risponde a muso duro che sono critiche ingiuste “Noi in ospedale facciamo la nostra parte con notevoli sforzi, mettendoci a disposizione dei pazienti, ma è necessario che tutti i cittadini in ansia per il coronavirus siano informati a dovere”. Prima di reclamare test non utili, o di prendere d’assalto i pronto soccorso, come è successo al Cotugno.

E’ lo stesso racconto da nord a sud, le notti in ospedale di Maria Rita Gismondo, la direttrice del laboratorio di Microbiologia del Sacco di Milano, criticata sui social dal collega Burioni solo per aver suggerito un po’ più di misura nel parlare della malattia; o il lavoro non stop dell’equipe di quaranta medici del San Matteo di Pavia, quelli che curano il “paziente uno”, l’unico organismo giovane per ora realmente in pericolo di vita, la cui guarigione avrebbe una portata simbolica che è difficile sminuire.

A chi gli chiede chi glielo ha fatto fare, Walter Ricciardi, già nostro rappresentante presso l’Organizzazione Mondiale della sanità, e da pochi giorni super consulente del ministro alla salute Speranza, risponde che ha accettato “… perché ritengo che ora ci si debba mettere al servizio del Paese, che è in un momento difficilissimo. Io sono un medico di sanità pubblica e questo è il mio mestiere.”

Appunto, la sanità pubblica, sarebbe a dire una delle conquiste della contemporaneità, l’idea di garantire la salute universale, e che ciò sia compito dello Stato. Su questo l’opinione di Ricciardi è chiara: “L’Italia ha una debolezza: il sistema è frammentato, è in mano alle Regioni e lo Stato ha solo ruoli limitati. In tempi normali questo è anche accettabile ma in tempi di epidemia come questo può avere effetti letali.”

Senza voler tirare in ballo la ramazza di Manzoni, non è proprio il caso, è vero che la difficile esperienza collettiva che stiamo vivendo è un momento di verità, nei confronti ad esempio del liberismo ideologico dello Stato visto come principale nemico, dell’individualismo gretto che salva, del disprezzo delle competenze. E una differenza c’è anche tra noi e l’immenso romanzo di Don Lisander, dove lo Stato come progetto collettivo proprio non c’è, e la storia è tutta una tragedia di prevaricazioni ottuse e santità individuali.

Gli uomini della sanità pubblica in questi giorni difficili invece parlano come membri di un sistema, giocatori della stessa squadra. Secondo Fausto Baldanti del san Matteo di Pavia “qui è in corso il più gigantesco sforzo messo in campo dall’Occidente contro questa infezione nuova. Ancora non la conosciamo e lei non conosce noi. Da qui nascono potenzialità della diffusione e potenza della paura.”

C’è in queste parole tutta l’accettazione adulta della complessità, del rischio, della sfida dura della vita, senza colpevoli da additare, semplificazioni da sbandierare. Come vaccinazione, almeno contro il populismo becero, dovrebbe bastare.

L’abstract dell’intervento che con Fabrizio Cembalo faremo al convegno della Fondazione Benetton “Il suolo come paesaggio”

Se provi a digitare su Google la parola “terra”, è l’algoritmo a completare la frase, e tra le primissime opzioni compare proprio “terra dei fuochi”. È una conferma della risonanza mondiale delle vicende della piana campana massacrata dall’abusivismo e dai rifiuti, tanto da fare della locuzione un simbolo, un luogo comune, uno stereotipo. Qualcosa che viaggia nel discorso pubblico globale, spogliata alla fine di ogni aspetto misurabile, tecnico, territoriale. L’areale problematico è assai circoscritto, ma nei negozi del centro-nord i cartelli portano scritto “non si vendono prodotti agricoli della Campania”. La cosa singolare è il fatto che sia l’agricoltura il principale imputato, anche se dopo sei anni neanche uno dei 40.000 campioni di prodotti agricoli analizzati ha rivelato problemi. Circoscrivere il problema è essenziale per definire le possibili soluzioni. Il modo generico ed emotivo con il quale la faccenda ha girato sui social network è proprio quello giusto per allevare paure, guardandosi bene dall’indicare possibili strade d’uscita. Quello che abbiamo capito, alla fine, è che “terra dei fuochi” è una malattia del paesaggio. Malattia generata dall’assenza di pianificazione pubblica. Le 140 città intorno al capoluogo partenopeo si sono saldate in un’unica, informe periferia lunga 90 chilometri. In questa città malcresciuta sono rimasti intrappolati i lacerti di Campania felix, i suoli agricoli più fertili della galassia, con 20.000 aziende agricole che, su meno del 10% della SAU producono il 40% del valore della produzione agricola regionale. Terra dei fuochi è la tragedia dei due milioni di italiani che vivono faticosamente questo spazio che sfida l’umana comprensione. In questa situazione complessa, abbiamo lavorato a numerosi progetti di paesaggio per curare le ferite: gli spazi agricoli mortificati, le cave, le discariche. Alcuni di questi luoghi simbolo, come l’ex Resit di Giugliano, la madre di tutte le discariche, ora sono spazi verdi pubblici, abbelliti dai murales di Jorit e dalle istallazioni di land art degli studenti del Liceo artistico di Napoli. Lì vicino, nel podere di San Giuseppiello, dove i camorristi sversavano i fanghi delle concerie toscane, un bosco di 20.000 pioppi lavora per tenere in sicurezza i suoli e le terre. Ancora, a contenere tutte queste cosei Comuni lavorano ora alla realizzazione di un Parco Agricolo che salvaguardi e curi i margini,  ricucendo i paesaggi. È un laboratorio verde all’aperto in continuo progresso, dove migliaia di studenti delle scuole pubbliche della Campania vengono a studiare e comprendere come si ricostruiscono i suoli e gli ecosistemi, restituendo dignità ai luoghi, un futuro diverso alle comunità che li abitano.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 3 febbraio 2020

L’avevamo detto, per capire le sardine devi stare attento alle cose che scrivono, più che alle dichiarazioni volanti. Ora c’è la lettera che i quattro ragazzi di Bologna hanno scritto al presidente del consiglio Conte, l’ha pubblicata per intero “Repubblica” sabato scorso, è un documento importante, che chiarisce bene quello che i giovani hanno in mente.

C’è innanzitutto l’individuazione del punto fermo, il baricentro di tutto il movimento, le cui “diverse anime… si muovono tutte, con sicurezza, nel solco dei principi e dei valori sanciti dalla nostra Costituzione”. In una società in frantumi, dove tutti i fili si sono spezzati, il solo riferimento certo resta quello, il programma di democrazia scritto nei primi articoli della Carta fondamentale.

Se questa è la premessa, non c’è poi niente di incartapecorito nel ragionamento dei ragazzi, ma piuttosto l’indicazione asciutta al presidente del consiglio dei tre fili da riannodare per curare la democrazia in affanno, lavorando sulle cause piuttosto che sugli effetti. I tre fili sono il Mezzogiorno, la sicurezza delle persone (intesa non come paura dell’uomo nero ma come offerta concreta di lavoro, sanità istruzione); il rilancio di una democrazia delle regole, all’interno della quale ciascuno, cittadini e amministratori, faccia con generosità la sua parte.

Non sono cose scontate. I tre fili annodati insieme sono l’unico programma serio di una forza progressista che si proponga di ricostruire il Paese, il fatto è che ce n’eravamo dimenticati, storditi e disorientati anche noi dalle chiacchiere a perdere dei populisti. Al punto in cui siamo, rimettere insieme le idee, costruire a partire dalle proposte delle sardine una piattaforma d’azione, non sarà comunque facile.

Nella lettera delle sardine c’è un’idea di Paese fortemente unitaria, nessuna concessione a percorsi separati di salvezza, all’autonomia differenziata alla quale i gruppi dirigenti del Partito democratico delle regioni del nord sembrano credere almeno quanto i loro colleghi del centrodestra. Nel documento dei ragazzi di Bologna si parla un’altra lingua. Se il sostegno delle sardine è stato decisivo per la vittoria in Emilia Romagna di Stefano Bonaccini, su queste cose la distanza è abissale, e molto c’è da fare per costruire una sintesi.

Ad ogni modo un lavoro impegnativo attende anche le sardine, a partire dal prossimo incontro a Scampia, per superare una divaricazione che appare netta tra i contenuti della lettera a Conte, e il sentimento che muove l’arcipelago delle variegate realtà locali che compongono il movimento. Una frase soprattutto nella lettera suona assolutamente decisiva: “Quando una certa politica si ciba della contrapposizione tra salute e industria, si mina ogni possibilità di sviluppo e di lavoro e si logora la reputazione dello Stato.”

Qui da noi il discorso non riguarda solo l’industria, è un nervo scoperto che tocca cose cruciali, come l’impiantistica sui rifiuti. Anche su questi aspetti la lettera delle sardine parla una lingua diversa, assai distante dal rivendicazionismo anti-tecnologico dei comitati locali che pure alle sardine guardano come alveo di riferimento. Insomma, non c’è niente di scontato nella lettera a Giuseppe Conte, è un percorso impegnativo, c’è lavoro per tutti, per le sardine come per i loro probabili compagni di strada.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 21 gennaio 2020

Vorremmo veramente poter credere che non sia stata solo una passeggiata a favore di telecamere quella di ieri, sotto un cielo grigio e incattivito che ha stretto la città in una morsa di gelo dopo tante giornate azzurre di quasi primavera. Sono passati trent’anni dalla chiusura della fabbrica, una generazione intera ha conosciuto Bagnoli come un enorme, desolante vuoto urbano. Imponenti risorse pubbliche sono andate disperse, il quartiere ha conosciuto un inesorabile declino, ed è evidente che la mortificazione di una città intera non è risarcibile con le frasi a effetto, anche lo “scusate il ritardo” del ministro funziona poco, l’ironia e l’intelligenza di Troisi non riescono a sciogliere il gelo.

Accenti di verità Provenzano li trova invece nella rappresentazione dello squallore: “Quando sono venuto a Bagnoli per la prima volta mi sembrava un carcere ambientale. Abbattiamo questo muro che ha sottratto questo luogo alla città”. Sono proprio le parole, le cose che i reportage di “Repubblica” hanno raccontato in questi anni, nel silenzio generale. “Vogliamo aprire questo luogo alla cittadinanza” ha detto ancora il ministro “apriamo oggi i recinti e proviamo a restituire alla città quello che negli anni è stato sottratto”. Anche questa istanza “Repubblica” l’aveva cocciutamente ribadita. Nel silenzio.

Vorremmo poterci credere che non era una passerella. Per la verità, anche la metafora delle ruspe, cui i diversi partecipanti fanno immancabilmente ricorso, ha poco senso, suona falsa. L’analisi di rischio, la cui sorprendente mancanza “Repubblica” aveva a più riprese segnalato, è stata approvata in conferenza dei servizi solo 4 giorni fa. Quindi era vero che non c’era quando è stato fatto il PRARU, il programma di rigenerazione approvato con decreto del presidente della Repubblica, ma è una magra soddisfazione. L’analisi di rischio è la base della progettazione esecutiva di ogni intervento di bonifica, almeno se si intende rispettare il percorso di legge. La conseguenza è che un progetto degno di tal nome non c’è, non può esserci, e la prospettiva è che quelle ruspe tra poco non sapranno che fare.

Per dare esecutività e concretezza al recupero di Bagnoli è necessario smetterla di pensarlo come un intervento monolitico, della tipologia “tutto o niente”. Come i dossier delle associazioni ambientaliste e dei sindacati hanno più volte sottolineato, sempre nel silenzio istituzionale, la sterminata area dell’ex acciaieria è fatta di tanti pezzi, a differente grado di problematicità. In molte aree un rischio significativo non c’è, si potrebbe partire subito con la ricostruzione della città. Ma l’ideologia della bonifica come palingenesi globale, la vera, grande opera pubblica da avviare con un investimento da brividi, 400 milioni (che si sommano ai 600 già spesi), prevale ancora una volta. L’urbanistica, quella vera, a Bagnoli non è ancora entrata. Di concorsi d’idee, senza alcun seguito, ne abbiamo già fatti tanti. La nuova città resta un orizzonte indefinito, cui qualcuno un giorno penserà.

La cappa di gelo non dà tregua, il vento taglia forte, mentre il ministro prefigura scenari di sviluppo, all’insegna del green new deal rilanciato in gran pompa dall’Unione europea, ma il percorso è ancora lungo. In tutte le parti del mondo il rinnovamento delle città parte dai trasporti: la sostenibilità, la qualità di vita, la competitività delle imprese inizia lì, peccato sia proprio questa la parte che nel PRARU manca. In questa giornata rabbuiata d’inverno, quello che continuiamo ad ascoltare è il racconto di una pianificazione al contrario, ma si sa, siamo il paese dell’immaginazione e della creatività.

La conclusione è dell’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri: “Finalmente possiamo dire che le nostre parole qui vengono coperte dalle ruspe che possono operare a Bagnoli”. La sensazione è che non siano solo le parole ad essere coperte dal rumore, ma i pensieri.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 11 gennaio 2020

Dove venivano le troupe di mezzo mondo a documentare l’orrore, ora volano gli aquiloni. Li hanno dipinti gli studenti del Liceo artistico di Napoli, con i loro docenti, per festeggiare il completamento dei lavori di messa in sicurezza della Resit, la madre di tutte le discariche, spersa nelle campagne di Giugliano. Il commissario Mario De Biase ha chiuso il suo mandato, deve consegnare le chiavi del parco verde di sei ettari sorto al posto della discarica, ora completamente in sicurezza, il problema è che non sa ancora a chi.

Sono venuti un sabato mattina d’azzurro i ragazzi dell’Artistico, hanno lavorato come matti, e ora montano le loro creature. Giovanna, Camilla e Alessia, pensando alle linee di Nazca del deserto del Perù, che si vedono solo dal cielo, hanno disegnato su grandi teli bianchi coloratissimi disegni di libellule, creature mitologiche e divinità egizie. Ora li dispiegano sui versanti verdi d’erba, fissandoli coi picchetti.

Sul colle difronte, un gruppo di studenti sta montando una statua di Nike alta più di due metri, simboleggia “la vittoria della terra”, è stata realizzata con materiali di riciclo, ma il risultato è di un’eleganza assoluta. Silvana, la docente che li ha seguiti, mentre acconcia il velo della dea, mi spiega che l’installazione rimarrà qui in cima, a proteggere il parco sfidando vento pioggia e meteore.

Lorella Starita insegna storia dell’arte all’Accademia, ha ideato e coordinato il progetto per ornare il parco verde della Resit con opere di land art. L’iniziativa ha un titolo suggestivo, in latino: “Res Nature Sit”, c’è dentro il nome della discarica, ma significa la natura che torna, sulle terre della desolazione; assieme lei, grazie a questi studenti, tornano in questi luoghi sfortunati l’arte, la cultura, un umanesimo gioioso. “I ragazzi si sono appassionati, hanno lavorato sodo, anche nei giorni che la scuola era in autogestione. Oggi per loro era festa, ma sono corsi qui, con i loro genitori.”

Al progetto di land art hanno collaborato i docenti delle diverse discipline: architettura (Luisa Maglio), pittura (Luigi Pagano e Michelangelo Riemma), scultura (Silvana Sferza, Fortuna Mirana, Angelo Montefusco). Il gruppo di architettura ha realizzato dei rendering molto belli, con idee per l’utilizzo futuro dell’area, sono esposti nella minuscola palazzina restaurata, in sottofondo si sente un guaito, in quello che era il deposito della legna Nana, uno dei grandi meticci che vegliano sul parco, ha partorito da poche ore il suo cucciolo.

Ora è la volta degli aquiloni, fluttuano per il parco coi loro autori, sopra c’è scritto: “La mafia uccide, il silenzio pure”, “Rinascimento”. Con le loro opere d’arte, il messaggio di questi ragazzi è che gli scarti esistono solo nella nostra mente: le persone, i luoghi e i materiali hanno la possibilità di una nuova vita, c’è sempre tempo per ricominciare, la dignità non si cancella.

Mario De Biase è l’artefice del riscatto, guarda i ragazzi lavorare, è commosso, gli chiedo cosa succederà ora. “Non lo so, nessuno mi ha comunicato niente. Ho riconsegnato le chiavi, con le planimetrie degli uffici. La piccola squadra si scioglie, i miei quattro collaboratori torneranno agli enti di provenienza. Spero solo che ci sarà qualcuno a prendersi cura del parco, di Nike, dei murales di Jorit”. Sembra una scena di quel piccolo grande film che è “Monuments man”: l’amore per l’arte e la bellezza che salva una civiltà allo sbando.

Il fatto è che la nomina di De Biase è governativa, con un’ordinanza della Protezione civile nazionale, ma le cose si sono ingarbugliate al momento del passaggio di consegne tra Stato centrale e Regione, con uno scambio di accuse reciproche. L’assessore regionale all’Ambiente Fulvio Bonavitacola con un comunicato ha precisato di aver sollecitato a più riprese il governo a prorogare almeno sino a tutto il 2020 l’incarico a De Biase, scaduto lo scorso dicembre. La risposta del ministro all’Ambiente Sergio Costa, sempre via comunicato, ribalta sulla Regione la responsabilità della mancata presa in consegna dei siti. Il risultato è lo stallo burocratico, l’incapacità delle istituzioni di dialogare e cooperare per mettere in salvo questa esperienza, che pure è l’unica che ha dato risultati concreti, con la restituzione ai cittadini di uno dei siti più degradati della Piana campana, quella che ora tutti chiamano Terra dei fuochi.

Nel frattempo, a meno di mezzo chilometro dalla Resit, la cittadella Gesen, dov’erano gli uffici del Commissariato e gli impianti per produrre energia dal biogas, è stata a più riprese incendiata e vandalizzata dalla criminalità. Inutile stupirsi: senza un presidio, una presenza forte e chiara della Repubblica in tutte le sue articolazioni, dallo Stato ai Comuni, mettendo da parte le polemiche, ogni cosa da queste parti è tremendamente a rischio.

Nel disgraziato arcipelago di discariche ravvicinate che si chiama “area vasta di Giugliano”, completati i lavori alla Resit, sono iniziati quelli per la messa in sicurezza di Masseria del Pozzo, poi dovrebbe toccare a Novambiente, la discarica sequestrata ai Vassallo. Nel quadro di incertezza che si è creato, ci si chiede se e in che modo questi lavori proseguiranno. Per ora di certo c’è la revisione dei progetti decisa da Sogesid, la società appaltante interamente partecipata dal Ministero dell’Ambiente: la sistemazione vegetazionale è stata cancellata, scaduto De Biase si torna all’impostazione vecchia maniera, senza verde e senza alberi, solo impianti tecnologici, buoni certamente a produrre “non luoghi” senz’anima e senza futuro. E comunque la domanda è: che senso ha recuperare questi luoghi, se poi non riusciamo a curarli e custodirli nel tempo?

Insomma, il parco verde della Resit per ora non fa scuola, e invece è un piccolo gioiello, e ha pure funzionato, il flusso di gas e percolato è cessato, questo posto ha smesso di far male. E’ un nucleo di bellezza attorno al quale il territorio sofferente può ritrovarsi, a poco a poco ricomporsi. I ragazzi dell’Artistico vanno via, si chiudono i cancelli. Dietro i pioppi spogliati d’inverno, il murales di Jorit col volto di Giancarlo Siani che sorride. Difronte, sulla collina verde, il velo di Nike trema nel vento. Non le istituzioni, per ora: c’è solo la bellezza fragile a proteggere questa terra riconquistata, troppo presto smarrita.


Fabrizio Cembalo Sambiase e Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 23 dicembre 2019

Un fortunale con raffiche da sud-ovest di vento oltre i 100 km/h ha spazzato il litorale tirrenico, dalla Liguria alla Sicilia, ed è ancora un bollettino di guerra di allagamenti, crolli d’alberi e di terre, vite umane perdute. Napoli paga un prezzo altissimo. Lo schianto di una branca di cipresso, trascinata come un fuscello dalla tempesta, di primo mattino spezza una vita ad Agnano; la tragedia è solo sfiorata al Vomero, in via Belvedere nella notte un cedro imponente si ribalta, schiaccia un’auto, cade sul palazzo difronte, quasi demolendo un balcone, gli inquilini hanno pensato a un terremoto. Alberi caduti in quasi tutti i quartieri della città da via Crispi a viale Traiano, alle strade attorno la Ferrovia, da Posillipo all’Arenella, fino a Napoli Nord, da via Miano alla Toscanella.
Domenica mattina presto ci trovavamo per motivi personali in via Belvedere. Il grande cedro era lì, sdraiato, le radici all’aria, a occhio una pianta di una quarantina-cinquantina d’anni. Un rapido esame, dalla chioma al tronco al sistema radicale, e un’angoscia sottile ci ha preso. Siamo agronomi, è il nostro lavoro, inutile girarci attorno. L’albero che si è schiantato non mostrava segni di consunzione, malattia, squilibrio statico, radicamento debole. Era una pianta sostanzialmente sana.
Nella scala di velocità del vento di Beaufort, che come la Mercalli per i terremoti classifica la magnitudo dell’evento in base alla rilevanza degli effetti, il vento di sabato notte è classificato tra la “tempesta” e il “fortunale”, il decimo e l’undicesimo grado della scala, dopo c’è solo l’uragano. Una delle peculiarità distintive di tempeste e fortunali è la capacità di sradicare grossi alberi.
La scala di Beaufort è stata pensata all’inizio dell’800, e tempeste e fortunali c’erano già. Quello che caratterizza il nostro tempo è il fatto che la frequenza, la probabilità che questi eventi ad alta energia si verifichino, è considerevolmente aumentata. La comunità scientifica lo va ripetendo in tutti i modi: il global change non è una cosa che verrà, ci siamo dentro fino al collo.
A rendere più difficile le condizioni di stabilità dei grandi alberi urbani, è il fatto che i venti si incanalano nei canyon tra i fabbricati con modalità imprevedibili, crescendo ulteriormente di forza e turbolenza, scaricando sovente la propria energia su suoli già imbibiti dalla pioggia, che hanno quindi perso tenacità e coesione.
La maggior parte dei grandi alberi urbani li abbiamo piantati 50, 60, 70 anni fa, quando le condizioni ambientali erano diverse. Molti di questi esemplari hanno pressoché esaurito la propria parabola di vita, che per un albero di città, costretto a vivere in condizioni difficili di suolo, spazio vitale e inquinamento, è su per giù un quarantennio.
Nel frattempo l’ecosistema globale e quello urbano sono mutati, di fronte a questi fenomeni il patrimonio vegetazionale della città va in crisi. Nella tempesta di sabato notte sono venuti giù come birilli anche alberi che risultano alla vista in buono stato di salute e con apparati radicali ben formati. Certo lo spazio non è mai adeguato. Per il cedro caduto a via Belvedere. servono almeno 100 mq di area libera e lui sopravviveva da decenni in uno spazio ben più piccolo.
La vegetazione presente nella nostra città soffre di un male che viene da lontano, la crescita veloce della città, con alberi messi a dimora in situazioni paradossali, troppo vicino alle abitazioni, in spazi residuali e piccoli, su suoli urbani non sempre idonei.
In questo contesto mutato, serve a poco puntare l’indice, alla spasmodica ricerca di un colpevole, continuando a considerare il verde un problema degli altri. Dobbiamo renderci conto che ormai la città ha bisogno di una vegetazione in continuo rinnovamento, un turn-over fisiologico, un ricambio generazionale. La convivenza con l’albero è qualcosa da ripensare, progettare, curare consapevolmente nel tempo.

Michele Serra, Repubblica del 19 dicembre 2019

«Le aziende non sono solo realtà economiche ma anche organismi sociali. Non vanno giudicate solo dai profitti, ma anche misurando effetti negativi e costi esterni. Calcolando i danni ambientali che creano o quanto promuovono inclusione e giustizia sociale». Chi parla così non è un neomarxista alla Piketty. È uno dei guru del capitalismo mondiale, l’ottantunenne Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum di Davos, intervistato da Ettore Livini.
Viene spontaneo domandarsi come mai un mondo ultra-dinamico e per giunta molto facoltoso (con fior di centri studi a disposizione) stia arrivando nel 2020 a conclusioni alla portata di molti già alla fine del secolo scorso, prima che accadesse l’irreparabile: ovvero che le gran parte delle aziende NON agissero come organismi sociali, giudicassero se stesse solo in base ai profitti, si guardassero bene dal calcolare costi esterni e ricaduta sociale delle loro azioni.
Questo lascia sospettare che tanto il signor Schwab quanto la moltitudine di manager e consulenti di quello che chiamiamo, con necessaria approssimazione, capitalismo, anche quando umanamente atteggiati al meglio, hanno avuto zero possibilità di correggere la rotta.
Il Capitale descritto da Marx come un’entità quasi sovrumana, dotato di meccanica propria, “intelligenza” propria, evidentemente esiste.
Mica rileggersi quel tremendo mattone che è Das Kapital in edizione integrale, per carità. Ma un buon gadget per gli ospiti del prossimo Forum di Davos, oltre alla bottiglia di champagne in camera, sarebbe quel prezioso bigino che è il “Compendio del Capitale” dell’anarchico pugliese Carlo Cafiero. Il libretto è del 1879, ottima annata anche per lo champagne.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 18 dicembre 2019

Questi ragazzi devi giudicarli da quello che fanno, più che da quello che dicono nelle ospitate televisive: riempire piazza San Giovanni dopo piazza Duomo e piazza Maggiore e piazza Dante a Napoli, partendo da un’improvvisata tra amici una trentina di giorni fa, non è impresa da poco. E soprattutto da quello che scrivono: se metti uno dietro l’altro i post della pagina facebook, vengono fuori tre-quattro cartelle niente male, dietro il linguaggio rapido e scanzonato, in filigrana c’è Piero Calamandrei, la cultura politica è quella giusta, il costituzionalismo democratico che ha restituito un senso all’Italia dopo l’abisso nazifascista.
Anche l’idea di riunirsi nel condominio occupato di via Santa Croce, dove è venuto l’elemosiniere del Papa a togliere i sigilli e riattaccare la luce, è un messaggio niente male. Resta da capire questo attivismo, sino ad ora baciato dalla fortuna, dove vuole andare a parare, e qui i pareri e gli ammonimenti fioccano. C’è il geografo Pancho Pardi, già leader dei girotondi, che mette in guardia dal movimentismo perenne che non si trasforma in proposta politica, un partito o qualcosa del genere: in mancanza di approdi, dice il professore, l’energia tende fisiologicamente a scemare e tutto, com’è successo ai girotondi prima o poi s’ammoscia. Luca Ricolfi va giù più duro, accusa i ragazzi di timidezza, se non vigliaccheria, per la scelta di non scendere (o salire, fate voi) nell’agone politico.
In realtà, quello che hanno in mente i ragazzi è qualcosa di più spericolato e ambizioso. Loro non pensano alla contro-democrazia di Pierre Rosanvallon, le forme di opposizione e controllo ai poteri democratici nei quali la gente non ripone più fiducia, anzi diffida: la strada che in Italia ha portato dritto al “Vaffa day”. Al contrario, le sardine vogliono preservarla questa fiducia nella politica e nei politici, l’unica cosa da fare secondo loro è prosciugare le paludi nelle quali il populismo sovranista prospera, bonificare lo spazio del dibattito pubblico dalle tossine e le paure gonfiate ad arte, attraverso l’uso cinico dei social network.
Insomma, quello che interessa loro non è probabilmente costituire o meno un nuovo partito, ma dotare permanentemente la democrazia ammaccata di una sorta di “sistema immunitario”, in grado di neutralizzare ed espellere violenza verbale, fake news e tossine . “Vaste programme” avrebbe detto il generale De Gaulle, e comunque è un’idea arrischiata, ai confini dell’utopia.
Le armi e gli strumenti dovrebbero forse essere quelli ai quali Tullio De Mauro ha dedicato la vita, la cultura degli italiani: il nostro Paese è in coda alla classifica nei rapporti Ocse sulla competenza linguistica degli adulti, la capacità di cogliere il senso di un testo di una decina di righe, e questo qualcosa pure conta, nelle scelte individuali, e nelle consultazioni pubbliche.
Ma i ragazzi vedono giusto, nel loro incontro di coordinamento nazionale hanno individuato il brodo di cultura del populismo nostrano, e quindi il principale spazio d’azione dei prossimi mesi, nei territori da troppo tempo orfani di politiche: le aree periferiche in dismissione, urbane e d’Appennino, nelle quali il lavoro e il welfare stanno morendo, i percorsi di vita non offrono nulla di buono, e la costruzione di un nemico, quale che sia, alla fine è l’unica illusione spendibile di riscatto. Territori di scarto che la sinistra rintanata nelle Ztl e nei quartieri-bene ha da troppo tempo depennato da agende e programmi di governo. Come andrà a finire questa storia nessuno lo sa, ma le idee che le sardine hanno rimesso in circolo tornano decisamente buone, soprattutto per il Mezzogiorno.

Da Huffpost di oggi, l’articolo di Gabriella Cerami sulla riunione nazionale delle sardine, a Roma il 15 dicembre.

Opzione a sinistra: “Sardine nelle periferie”

Il documento finale dei 150 arrivati a Roma da tutta Italia. Nessun partito, ma impegno sì. A cominciare dall’Emilia

Il loro manifesto politico si basa sul recupero della dimensione sociale, che è quella su cui il Partito democratico ha mostrato in questi ultimi anni molte carenze. Il “motto torniamo nelle periferie, torniamo nei territori”, che la sinistra in questi anni ha ripetuto sempre, non è mai diventato realtà. E in questo spazio disertato hanno deciso di nuotare le Sardine. Dopo il trionfo di piazza San Giovanni, quest’oggi a Roma si sono riuniti i rappresentanti di tutta Italia per stilare un documento. Non c’è una scelta partitica, ma senza dubbio vi è una scelta di campo. Lì dove adesso il sovranismo, da queste parti definito “la bestia”, sta vincendo la sua sfida, questo nuovo movimento decide di andarlo a sfidare a sua volta, riportando la sinistra, in cui le Sardine credono fermamente, nei suoi luoghi natii, ovvero le periferie.

Ma non c’è solo questo. La scelta di riunirsi nello SpinTeam, il palazzo occupato di via Santa Croce in Gerusalemme dove il 12 maggio scorso di notte entrò l’elemosiniere del Papa per togliere i sigilli ai contatori e riattivare la luce, racconta un elemento importante di questo movimento. Uno stato d’animo che lo ricollega a una sinistra che in questi anni è stata riconducibile al magistero di papa Bergoglio, il quale ai suoi interlocutori non fa che ripetere che le cose succedono nelle periferie perché la storia è lì che si muove.

Da questi presupposti partono le sardine e la scelta dello SpinTeam non è affatto casuale. Un mega striscione campeggia all’ingresso: “W le Sardine, abbasso gli sgombri”. Con una E disegnata tra le b e la r, perché si può leggere anche “sgomberi”. Il legame tra queste due realtà è forte. I centocinquanta rappresentati delle Sardine arrivano alla spicciolata dalle nove del mattino. Nel frattempo in questo palazzo occupato, dove alloggiano centocinquanta famiglie, è un via vai di persone con le buste della spesa, con il cibo che viene portato ai bisognosi per il pranzo della domenica. Al piano inferiore, in una grande sala, sono riuniti i responsabili locali delle Sardine che per la prima volta si guardano in faccia per decidere cosa fare del loro futuro e come essere più utili.

Mattia Santori, il leader di questo movimento, l’ideatore del primo falshmob insieme ad altri tre amici di Bologna, ascolta le istanze che arrivano dai vari territori. Le Sardine si riuniscono anche in piccoli gruppi regionali per parlare delle prossime piazze, dei luoghi dove è necessario andare “per portare umanità”, dicono, “per portare una narrazione che sia diversa da quella dell’odio”. Ma ogni territorio è diverso, ognuno ha le sue esigenze, ogni città vede una realtà politica e amministrativa differente. Ed è anche per questo che davanti a situazioni così eterogenee, Santori frena sull’idea di un partito, nonostante qualche rappresentante durante la giornata abbia tirato fuori l’argomento.

A mezzogiorno arriva il pranzo. È il momento del brindisi con un bicchiere di vino e della foto di gruppo con uno striscione gigantesco con disegnate le Sardine in mare aperto. Santori tira le somme con il suo gruppo ristretto di collaboratori. Il primo obiettivo è non fermarsi e tornare nelle piazze. Ovunque, soprattutto in quelle dimenticato. L’altro traguardo – come dice durante la trasmissione ‘In mezz’ora in più’ su Rai3 – è superare il 25% dei consensi fra gli italiani: “Puntiamo a trovare un dialogo con la politica, non siamo ancora pronti a trovare i punti del dialogo né interlocutore”.

C’è molta cautela ma nessuna strada è esclusa. Prima che si apra la terza fase, nel mese prossimo particolare attenzione sarà dedicata alla Calabria e all’Emilia Romagna. Non ci sarà una lista civica e nessuno è autorizzato a utilizzare il nome Sardine. Sarà però un banco di prova, soprattutto nella regione dove apertamente questo movimento ha detto di sostenere il candidato di centrosinistra Stefano Bonaccini. È qui, nelle piccole città, che le Sardine andranno a convincere le persone soprattutto chi non vuole andare a votare.

Una sardina pugliese, Grazia Desario, parla chiaro: “Non faremo un partito, non ci saranno candidature e non ci saranno liste civiche in Emilia Romagna. Appoggeremo le liste di sinistra”. Intanto le Sardine di Pisa vanno via perché la piazza le aspetta. Piena anche qui. “Negli ultimi 30 giorni – si legge nel documento – le sardine hanno scatenato una straordinaria energia, occorrerà molta pazienza per dare anche un’identità politica a questo fenomeno”. Insomma, il partito può attendere, ma il campo d’azione a sinistra è ben tracciato.

 

Roma, 15 dicembre 2019

Il nostro prossimo passo è tornare sui territori. Con iniziative che saranno realizzate in tutte le regioni d’Italia, liberando la creatività, valorizzando l’arte, favorendo l’interazione fisica fra i corpi.

Decine di iniziative a partire dal mese di gennaio, dopo che si saranno concluse le attività nelle piazze già in calendario. Sarà dedicata una particolare attenzione alle prossime elezioni in Calabria e, soprattutto, in Emilia Romagna, dove è nato il fenomeno sociale delle Sardine. Nel corso della mattinata di oggi, i referenti delle sardine italiane si sono ritrovati e confrontati per definire i prossimi passi. Due ore di discussione divisi in gruppi a seconda delle regioni di provenienza, con l’obiettivo di definire le prossime iniziative che saranno sviluppate sui territori.

Fra queste:

“Sardina amplifica sardina”, che sarà organizzato nel Lazio, per raccogliere i bisogni dei territori attraverso sardine che saranno raccolte in un’unica rete simbolica;

“Tutti sullo stresso treno”, un treno di sardine che attraverserà la Liguria fino alla Francia;

“Staffetta delle sardine”, che sarà realizzata in Sicilia per raggiungere anche le zone con situazioni critiche e complesse.

Oggi per queste nuove iniziative si sono gettate le basi, che saranno poi sviluppate nelle prossime settimane e presentate nel dettaglio.

Un denominatore comune emerso da tutte le proposte è l’attenzione alle zone periferiche, alle piccole città e alle località di provincia. Uno degli obiettivi delle Sardine fino a fine gennaio sarà raggiungere il più possibile territori che, spesso perché in difficoltà, si sono rivelati più vulnerabili ai toni populisti. Lo stesso accadrà in Emilia Romagna, con iniziative ad hoc che saranno organizzate sia nella “bassa”, sia nelle zone collinari e montane.

Nessuna discussione, invece, su temi politici specifici, che per definizione sono complessi e non possono essere affrontati in una mattinata in modo adeguato. Negli ultimi 30 giorni le sardine hanno scatenato una straordinaria energia, occorrerà molta pazienza per dare anche un’identità politica a questo fenomeno. E’ la stessa pazienza che chiediamo al mondo dei media. Capiamo l’urgenza di avere risposte ma ribadiamo che queste, invece, possono maturare solo con il tempo, e con la costruzione di un percorso condiviso che continuerà a rafforzarsi nelle prossime settimane.

Ciò che è certo è che le sardine si sono riunite per combattere tutte le forme di comunicazione politica aggressive, che strizzano l’occhio alla violenza, verbale o fisica, online o offline.

Ribadiamo i punti emersi dalla piazza di Roma e condivisi durante la giornata di oggi:

Pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi istituzionali a fare politica invece che fare campagna elettorale permanente.
Pretendiamo che chiunque ricopra la carica di ministro comunichi solamente su canali istituzionali.
Pretendiamo trasparenza nell’uso che la politica fa dei social network.
Pretendiamo che il mondo dell’informazione protegga, difenda e si avvicini il più possibile alla verità.
Pretendiamo che la violenza, in ogni sua forma, venga esclusa dai toni e dai contenuti della politica.
Chiediamo alla politica di rivedere il concetto di sicurezza, e per questo di abrogare i decreti sicurezza attualmente vigenti. C’è bisogno di leggi che non mettano al centro la paura, ma il desiderio di costruire una società inclusiva, che vedano la diversità come ricchezza e non come minaccia.

Le sardine nelle istituzioni ci credono, e si augurano che con il loro contributo di cittadini la politica possa migliorarsi. Politica è partecipazione. La giornata di oggi è stata partecipazione. La giornata di oggi è stata politica.

 

L’articolo di Gabriella Cerami sulla manifestazione di piazza S. Giovanni – Huffpost 14 dicembre 2019

Finalmente!”

La prova generale è stata superata. Sul palcoscenico più difficile d’Italia, che è Roma, e in piazza San Giovanni dove storicamente si misurano le forze dei partiti, le Sardine hanno mostrato il loro piglio e la loro voglia di futuro declinata con un linguaggio semplice, diretto e soprattutto privo di politicismi e di formule vuote. “Obiettivo raggiunto, siamo centomila”, esulta il leader Mattia Santori. Il trentunenne bolognese, con i ricci e il maglione con appiccicata una sardina di cartone, guarda soddisfatto la piazza e pensa al futuro. Se ci sarà “un vuoto di rappresentanza” e se dai territori “dovesse arrivare la richiesta di formare un partito, l’idea sarà presa in considerazione”. Ma nello stesso tempo avverte: “L’esca più pericolosa è la fretta”.

Gli oratori parlano da un palco ad altezza uomo che palco in realtà non è. È un tir parcheggiato dal quale le voci raggiungono con difficoltà il fondo di questa piazza strapiena. “Non sentiamo nulla, ma l’importante è esserci”, dicono in tanti, giovani e meno giovani: “Finalmente una ventata di aria diversa”. Il “finalmente” è la parola chiave di questa giornata e di questa piazza. Piazza che a ottobre aveva visto la manifestazione sovranista guidata da Matteo Salvini ed è per questo che Santori non ha dubbi quando dice: “Abbiamo dato vita a una narrazione diversa”. Al di là di ciò che succederà in futuro.

Il senso di marcia che questo movimento vuole darsi va ancora definito, intanto però si è reso consapevole di essere un soggetto spendibile per la nuova stagione. In cui specialmente il campo della sinistra si sta ridefinendo e le difficoltà della battaglia, come dimostra il voto in Inghilterra, aumentano. Santori parla di “una nuova luce. Abbiamo portato tanti sorrisi ed energia e questa energia la portiamo nel prossimo decennio”.

La scommessa è sul 2020, prima di tutto sulle elezioni regionali in Emilia Romagna, dove le Sardine tifano e sostengono il candidato di centrosinistra Stefano Bonaccini. Poi, il giorno dopo il voto, il 27 gennaio, inizierà la terza fase: “Ci guarderemo in faccia e penseremo che cosa fare”. Potrebbe esserci anche un incontro con il premier Giuseppe Conte, al quale la piazza rivolge già la richiesta di abrogare il decreto Sicurezza. E non solo quello. Con un linguaggio educato e garbato che caratterizza le Sardine, viene lanciato l’appello ai politici affinché facciano altrettanto: “Pretendiamo che la violenza verbale e fisica venga esclusa dai toni della politica”.

È questa la ventata di novità che arriva dalle 113 piazze in un mese e da quasi mezzo milione di persone coinvolte. Piazze diverse anche da quelle del Movimento 5 Stelle, ci tiene a precisare Santori: “Loro sono nati come l’antipolitica. Noi crediamo nella politica e vogliamo fare da corpo intermedio tra la cittadinanza e la politica”.

Che cosa faranno? Diventeranno un partito? È la domanda che molti nella piazza si pongono. “Tutti ci chiedono: ‘E quindi? Vi candidate? Farete un partito?’. Stiamo creando una nuova narrazione contro l’odio”. Sulla pedana c’è tutta la rete delle Sardine che oggi, in piazza San Giovanni, si è manifestata. Ci sono le Ong: “Sarete con noi sulla Sea Watch”. C’è “il re di Lampedusa”, così viene definito Pietro Bartolo, il medico che ha salvato vite in mare e tante altre ne ha viste morire. C’è una ragazza 22enne rappresentate dell’Arcigay per raccontare la sua storia: “Io sono Luce e sono una transessuale”. Ci sono i partigiani e una ragazza musulmana: “Io sono figlia di palestinesi”. Giocano tutti con il rap diventato virale di Giorgia Meloni, che in questa stessa piazza ha coniato il tormentone identitario e sovranista che definisce la nuova destra.

Le Sardine sono nate per contrapporsi al linguaggio di Salvini e Meloni. La portata di questo evento è enorme. È nato sottovalutando la partecipazione che ci sarebbe stata a Bologna e ora che si chiude la prima fase la vita degli organizzatori è stravolta: “Non dormo da tre settimane, ma il percorso non è ancora finito e speriamo non finisca a breve. Si chiude una fase molto complicata di coordinamento e ne inizia un’altra”, spiega il leader delle Sardine che prepara già l’incontro di domenica con i 160 rappresentanti dei territori. Incontro che serve a darsi delle linee guida per tornare sui territori e ascoltare le istanze che arrivano da lì. Le Sardine si conteranno quando ci sarà il voto in Emilia Romagna, dopo il quale sarà il momento di stilare un programma e parlare di temi da “partigiani del 2020”, come si autodefiniscono.

 

I sei punti programmatici del movimento

  1. Pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi istituzionali a lavorare.
  2. Che chiunque ricopra la carica di ministro comunichi solamente nei canali istituzionali.
  3. Pretendiamo trasparenza dell’uso che la politica fa dei social network.
  4. Pretendiamo che il mondo dell’informazione traduca tutto questo nostro sforzo in messaggi fedeli ai fatti.
  5. Che la violenza venga esclusa dai toni della politica in ogni sua forma. La violenza verbale venga equiparata a quella fisica.
  6. 6. Abrogare il decreto sicurezza.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 14 dicembre 2019

Che il piano di rigenerazione urbana di Bagnoli prodotto da Invitalia fosse un involucro vuoto, mestamente privo di contenuti, l’avevano già detto i sindacati (CGIL, CISL e UIL), assieme al WWF e al FAI in un circostanziato documento, ma si sa, quella è gente inconcludente, eternamente scontenta. Sulle pagine di Repubblica poi, l’urbanista Giuseppe Guida aveva osservato che un suo studente del secondo anno avrebbe fatto meglio, ma anche qui, la spocchia accademica non conosce fine.

Nel frattempo però la cosa era stata ribadita, nero su bianco, nel parere congiunto rilasciato dai ministeri dell’Ambiente e dei Beni culturali, secondo il quale il piano di Invitalia non era valutabile, perché puramente virtuale (sic!), ma questa volta evidentemente è il muro di gomma della burocrazia a remare contro, i lacci e lacciuoli che lo Sblocca-Italia si era prefisso di recidere e dissolvere.

Come la mettiamo ora, che a obiettare non sono più i piantagrane di varia provenienza ma, come raccontato ieri da Repubblica, la Consulta delle costruzioni, sarebbe a dire l’imprenditoria, le professioni, le centrali cooperative, l’associazione costruttori, un pezzo di classe dirigente della città, che difronte all’incapacità di Invitalia di motivare il percorso intrapreso, si vede costretta a prender carta e penna e comunicare direttamente al Ministro Provenzano le proprie perplessità?

L’occasione per il gesto clamoroso è lo sbilenco concorso di idee indetto da Invitalia per ridisegnare ancora una volta l’area dell’ex acciaieria. Un’iniziativa rispetto alla quale, come ha dichiarato ieri a Repubblica il presidente della Consulta delle Costruzioni, il professor Alessandro Castagnaro “… siamo fortemente critici. Manca un quadro di sostenibilità finanziaria, non c’è chiarezza, non è un concorso di progettazione ma di idee. E poi vengono escluse alcune categorie professionali molto importanti, come gli agronomi: quando si parla di paesaggio non si può tenere fuori questa categoria. Ci sono una serie di criticità molto forti che ci portano a essere dubbiosi».

A questa cortina fumogena la Consulta propositivamente oppone il lavoro fatto, le decisioni pubbliche già prese, fino ai progetti approvati e cantierabili, sono trentatré quelli censiti, pienamente coerenti con il quadro delle previsioni urbanistiche vigenti, che potrebbero essere avviati immediatamente, senza attendere la palingenesi di una bonifica senza fine, l’unica grande, costosa opera pubblica che sembra stare a cuore a Invitalia.

Alcuni sorprendenti dettagli della quale, sono stati illustrati dai tecnici di quella società nel convegno a Castel dell’Ovo dello scorso 11 dicembre, e qui siamo davvero dalle parti del dottor Stranamore, perché l’idea sarebbe quella di ricollocare in situ, nella stessa area, i materiali provenienti dalla rimozione della colmata (che sarebbe bene a questo punto mettere in sicurezza e lasciare lì dov’è), seppellendo così nuovamente i suoli esistenti; e di procedere alla bonifica dei fondali su uno specchio d’acqua sconfinato, di 14 chilometri quadrati. Insomma, lo sconvolgimento di un ecosistema – mare e terra – che con altri approcci, improntati alla sobrietà più che all’onnipotenza, andrebbe invece guidato, in tempi ragionevoli, verso condizioni di equilibrio e sicurezza.

La lettera della Consulta al ministro Provenzano è un appello serio alla responsabilità: davanti a percorsi così spregiudicati e incerti, è necessario che sia il territorio, con le sue istituzioni e le forze economiche e sociali, a ritrovare rapidamente un ruolo e una voce.