Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 6 giugno 2019

Dopo i quartieri orientali di San Giovanni, Ponticelli e Barra, continua a occidente, tra le colline flegree, il viaggio nei casali di Napoli, ripercorrendo la “corona di spine” di Francesco Saverio Nitti. Fino al 1926 erano comuni autonomi, coi loro santi patroni, cultura ed economia, l’unione col capoluogo ne ha stravolto per sempre il destino, declassandoli a periferia. Per tutti loro, a est come a ovest, a distanza di novant’anni, l’integrazione vera con Napoli, qualunque cosa questo significhi, è una questione ancora aperta.

All’estremo ovest c’è Pianura: nelle foto aeree scattate dagli Alleati nei primi anni ’50 per il piano Marshall, queste terre sono ancora un giardino, la conca è tutta un ricamo di filari di vite e piante da frutto, le selve di castagno sui versanti dei Camaldoli sono curate come un salotto, e il casale  – novemila anime in tutto – è un borgo a forma di croce, attorno alla chiesa madre di S. Giorgio.

“Eravamo felici” mi dice Vittorio Balestrieri, il decano degli agricoltori di Pianura. “In contrada Torciolano si viveva insieme, una quarantina di famiglie, tutt’intorno a Masseria Grande, il forno e il torchio erano in comune,  c’erano le stalle, papà coltivava patate, ortaggi, frutta, e pure il grano. Lo accompagnavo col cavallo e il carretto al mercato ortofrutticolo, traversavamo tutta la città, tra un quartiere e l’altro di Napoli c’era solo campagna. Le nostre patate soprattutto erano assai richieste, il suolo vulcanico fertilissimo le rende particolarmente profumate e sapide”. Don Vittorio non lo sa, ma il suo è il racconto di una villaggio rurale (il vicus)  col suo territorio agricolo (il pagus),  un modello di vita comunitario che risale a duemilacinquecento anni fa.

“Poi comprammo la macchina, in tutta Pianura ce n’erano solo tre, intanto il mondo stava cambiando, andammo tutti a vedere Kennedy, il presidente in visita a Napoli percorse il viale da Bagnoli tra due ali di folla.  Erano i primi anni ’60, la famiglia era cresciuta, facemmo domanda al Comune per ristrutturare l’antica casa colonica, ma non arrivò mai risposta. Passarono i vigili, e ci dissero che era inutile aspettare, che potevamo regolarci da soli, della licenza non c’era bisogno… Fu il rompete le righe, la campagna intorno diventò un enorme cantiere, la nostra azienda agricola si è salvata solo perché sta dentro il vincolo cimiteriale”. Così l’antico casale, senza regole, è deflagrato: nel ’51 le aree urbanizzate erano 14 ettari, oggi sono 480, la città è cresciuta di quasi quaranta volte.

Mentre il casale tutt’attorno diventava città, Don Vittorio ha resistito con la sua masseria, come un samurai, ha conservato i suoi quattro ettari di frutteto, e le stalle con 20 vacche marchigiane allevate come si deve, fare zootecnia in città è difficile a causa dei vincoli e delle norme, è un paradosso che debba considerarsi intruso proprio chi il territorio agricolo l’ha difeso. Vittorio vende i suoi prodotti in azienda, è la dimostrazione che l’agricoltura in città è una cosa seria, ma il gioiello ora è il ristorante, con il Dipartimento di Veterinaria ha installato un sistema innovativo di frollatura delle carni, i sensori del computer controllano in continuo il processo, la bistecca di marchigiana frollata quaranta giorni è da svenimento, e le ricerche hanno dimostrato che il trattamento arricchisce la carne di molecole protettive, benefiche.

“Nel discorso pubblico la responsabilità del sacco edilizio” mi dice Pasquale Belfiore, docente di architettura dell’Università Luigi Vanvitelli, assessore all’Edilizia nella giunta Iervolino “è attribuita in massima parte ad Achille Lauro, che però finì di amministrare nel 1961. Certo, se era stato il Comandante a dare il via alla deregulation, negli anni ’60 furono le amministrazioni democristiane e i commissari governativi a mettere in pratica il disegno, almeno fino al piano regolatore del ’72. Con questo il governo centrale cercò di correre ai ripari, fu l’ultimo intervento dello Stato prima che le competenze passassero alle Regioni, ma lo strumento era tutto basato sulla redazione di piani particolareggiati, che nessuno fece mai, e così l’attività amministrativa in materia urbanistica si bloccò di nuovo.”

Un altro aspetto chiave lo sottolinea Vezio De Lucia, una vita da urbanista pubblico, dalla direzione del Ministero a quella del PRG di Napoli con la prima giunta Bassolino: “Con Lauro almeno un timbro sotto la domanda l’amministrazione ancora lo metteva, si trattava in altri termini di un abuso a norma di legge, e gli interlocutori erano ancora i costruttori privati. Dopo, è venuta meno anche l’ipocrisia di mettere le carte a posto, mentre l’imprenditoria privata è sparita, e sono entrate in campo le società e i prestanome del malaffare e della criminalità.”

Se l’amministrazione non risponde, il territorio non rimane certo a guardare. Così a Pianura la costruzione della città abusiva si intensifica, come un missile a più stadi: ai 7.000 vani abusivi realizzati negli anni ’60, se ne aggiungono 20.000 nel decennio successivo, e altri 32.000 tra il 1981 e il 1991. Nel frattempo, in trent’anni, la popolazione del quartiere aumenta di 40.000 unità, come effetto di due trasferimenti di massa: quello seguito al bradisismo dei primi anni ’70, e quello successivo al terremoto del 1980. L’antico borgo rurale che nel 1951 faceva 9.500 abitanti, ora è una città, completamente abusiva, di 58.000 abitanti, il primo quartiere di Napoli per superficie, il quinto per popolazione.

Nel viaggio mi fa da guida Augusto Santojanni, che a Pianura è nato e ha lavorato come medico e come dirigente politico, ora a settant’anni è in pensione, la drammatica trasformazione del casale l’ha vissuta e combattuta per intero, ma non ha smesso di lavorare per il quartiere: il suo giornale, “Il corriere di Pianura”, è il diario civile del casale, va in edicola ogni mese in 1.500 copie, in redazione collaborano una quindicina di giovani, tra cui Rosa che ci accompagna.

Percorriamo a piedi la strada vicinale al bordo della città, dove comincia il bosco di castagno, in località Masseria del Monte, le foglie crepitano sotto i piedi; nascosti tra gli alberi sono gli imbocchi delle cave sotterranee di tufo, solenni e misteriose come cripte, con le volte e i pilastri in roccia, da qui è venuto il piperno dei rivestimenti del Maschio Angioino e del Gesù Nuovo.

Ora lo sguardo abbraccia tutta la conca, al fondo c’è una selva infinita di palazzi di 7, 8 e 9 piani, separati da una scacchiera di strade anguste, col marciapiede che c’è e non c’è, portano i nomi di artisti e filosofi:  Botticelli, Dalì, Empedocle, Talete, Socrate. “Quello che vedi, tranne il minuscolo centro storico che s’è salvato, è tutto abusivo”, mi dice Augusto indicando col gesto la veduta intera.  “All’inizio la criminalità organizzata c’entrava poco, era un’economia locale che partiva dal colono, coi suoi mille metri di terra, e comprendeva il piccolo imprenditore edile, il ruspista per gli sbancamenti, manovali, fabbri, falegnami, e poi certamente i colletti bianchi – progettisti, geometri, notai… Il meccanismo non richiedeva capitali iniziali, la liquidità arrivava alla fine con la vendita delle case, all’agricoltore che aveva conferito la terra restavano un paio d’appartamenti.”

Poi il sistema si è evoluto, industrializzato, un meccanismo descritto nei dettagli da Aldo De Chiara nel suo libro fondamentale sull’abusivismo a Napoli. Aldo queste cose le ha affrontate sul campo, da magistrato in prima linea: “L’assenza delle istituzioni nelle attività di governo e controllo del territorio” mi dice “ha dato campo libero a gruppi organizzati che, sostituendosi di fatto allo Stato, in un momento in cui il Paese cresceva, e l’edilizia legale era di fatto bloccata, hanno fornito abitazioni a fasce sociali meno abbienti. E’ stato un affare per tutti, per la criminalità organizzata certamente, ma anche per i proprietari borghesi che hanno messo a disposizione la terra per le lottizzazioni; e per il mondo delle professioni, perché qualcuno i calcoli del cemento armato deve pure averli fatti.”

La conclusione è che l’abusivismo, che ha rappresentato per un trentennio la base economica del quartiere, è un reato collettivo: parafrasando l’avvocato cocciuto del film Spotlight, si potrebbe dire che “…se serve una comunità per abitare un territorio, serve una comunità per abusarne”. Oltre,  naturalmente, alle insufficienze e alle connivenze della politica – di tutta la politica –  degli apparati legislativi, amministrativi, e anche giudiziari.

Con Augusto ora percorriamo il centinaio di metri pedonalizzati del corso Duca d’Aosta, a Pianura una piazza vera e propria non c’è, questo breve tratto ha un suo decoro, è diventato lo spazio prediletto dei cittadini, anche se un parco pubblico ci sarebbe, un ettaro di verde intitolato ai giudici Falcone e Borsellino,  è uno dei bei parchi della Ricostruzione, ma è inaccessibile, chiuso da anni dopo ripetuti vandalismi.

A poche centinaia di metri, in via Grottole, lo scheletro in rovina di un centro polifunzionale mai completato marcisce da anni, gli alberi lo divorano; di fronte, uno spazio pubblico che funziona lo troviamo, è la “Casa della cultura e dei giovani”, inaugurata nel 2014, l’edificio è bello, riprende nel disegno l’arco catalano delle masserie seicentesche, è un luogo vivo di musica, incontri, laboratori, una risorsa preziosa, in un quartiere-città di 60.000 abitanti dove non c’è il cinema e nemmeno il liceo.

“La Casa della cultura” mi dice Santojanni “è un’eccezione: qui, dopo la Ricostruzione, sono più di venti anni che non succede niente. Nessuna politica pubblica, nessuna economia ha sostituito i  redditi che l’edilizia, nel bene e nel male, ha assicurato per quasi un trentennio. C’è una fascia larga di famiglie che vive in una situazione drammatica, per la quale misure di protezione e assistenza come il reddito di inclusione e quello di cittadinanza hanno una loro logica, con tutte le difficoltà che si sono di gestire bene poi questi strumenti, che comunque evidentemente non bastano.”

Come ci sarebbe da dare una risposta all’abusivismo, mettere a norma questo quartiere-città, dove lo Stato ha scelto ancora una volta di non scegliere, migliaia di domande di sanatoria giacciono in attesa, quelle del primo condono addirittura dal 1985, un’ipocrisia che corrode alla base la credibilità delle istituzioni.

Ora nella grande città abusiva la disillusione regna sovrana, e gli umori cambiano in fretta: alle ultime elezioni europee del 26 maggio, quasi sette elettori su dieci sono rimasti a casa, il tasso di astensione più alto registrato in città. Il riflusso di sfiducia sembra aver colpito duramente anche i vincitori delle politiche 2018, i 5Stelle, passati dal 60 al 43%, più di 8.000 voti persi nel giro di un solo anno, mentre la Lega quadruplica le adesioni, e in percentuale passa dal 2 al 13%. Il PD guadagna 250 voti, non sono molti, ma bastano, grazie al crollo dell’affluenza, a salire dal 9 al 16%, in un gioco ottico all’apparenza confortante.

Torniamo con Augusto e Rosa alla macchina, sotto la grande chiesa di San Giorgio, nel vento umido di questa strana primavera travestita d’autunno. Resta l’idea che Napoli, quando vorrà davvero rimettersi in cammino, è dalle sue periferie che dovrà iniziare, e il compito è immane: dall’est post-industriale, all’ovest post-rurale, bisognerà riabbracciare questi luoghi irrisolti, coi cittadini invisibili che li abitano, rispettarli, pensarli finalmente come una città sola.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 29 maggio 2019

I segni premonitori c’erano, eppure in pochi avrebbero scommesso su un’affermazione così netta dei partiti ambientalisti nelle elezioni europee del 26 maggio. Parlamentari verdi sono stati eletti in 13 paesi, nella nuova assemblea sono aumentati da 50 a 69, e saranno probabilmente determinanti nella formazione di una maggioranza in grado di fare a meno di sovranisti, populisti e destre.

Le affermazioni maggiori sono in Germania, dove Die Grünen con il 20,5% è secondo partito dietro la CDU-CSU della signora Merkel; in Francia, dove Les Verts con il 13,5% è la terza forza dopo Le Pen e Macron; ed anche in Gran Bretagna, dove il Green Party con l’11% è quarto, prima dei conservatori di Theresa May in caduta libera. Manca l’Italia, dove Europa Verde con il 2,3% è lontana dalla soglia d’ingresso, e non ha eletto alcun rappresentante.

Il dato su cui riflettere è la piattaforma politica con la quale queste forze si affermano, e il caso esemplare è quello dei verdi tedeschi, che secondo molti osservatori hanno compiuto con le ultime elezioni il salto da partito identitario a partito di massa, in grado di cogliere consensi in segmenti della pubblica opinione assai diversi. Gli ingredienti del successo non sono nuovi se presi singolarmente, ma lo diventano se si considera la sintesi originale che  Die Grünen ha proposto all’elettorato.

Attorno al nucleo fondativo di istanze ambientali – lotta al cambiamento climatico, transizione energetica, contenimento del consumo di suolo ecc. – i verdi tedeschi hanno infatti costruito una strategia economica e sociale a tutto campo, che comprende le infrastrutture, i trasporti, la politica della casa, il lavoro, l’integrazione degli immigrati. Per tradurre in realtà queste cose Die Grünen sono al governo in nove lander, collaborando di volta in volta senza particolari difficoltà sia con i cristiano-democratici che con i socialdemocratici.

Fin qui siamo nel solco di un ambientalismo adulto, pragmatico, le cui basi sono state gettate vent’anni fa con l’affermazione nel partito dell’ala “realista” su quella “fondamentalista”, una linea seguita poi con continuità, fino all’attuale leadership di Hannalena Baerbok e Robert Habek.

Ma c’è dell’altro, perché l’affermazione dei verdi tedeschi deve molto a scelte che con l’ambientalismo apparentemente hanno poco a che fare: la chiusura netta al populismo; l’affermazione delle libertà individuali, oltre ogni distinzione di razza, religione, orientamento sessuale.

Poi – e sono opzioni non scontate, che fanno veramente riflettere – la difesa più gelosa delle regole del gioco e dei principi di democrazia liberale, perché non ci sono politiche ambientali se le istituzioni si ammalano. Infine, il cosmopolitismo, il multilateralismo, l’europeismo, l’idea che l’unica garanzia per i giovani sia legata a un’Europa ancora più connessa e integrata che rimane, con tutti i suoi difetti, l’ecosistema sociale migliore nel quale ci sia ancora dato di vivere.

E’ una scommessa importante quella che viene dall’ambientalismo europeo, che chiama in causa l’intero fronte democratico-progressista, a cominciare da quello di casa nostra: lisciare il pelo alla tigre populista è inutile, ci rimetti il tempo, e pure l’anima.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 27 aprile 2019

Nella sua omelia nel Duomo di Acerra, il giorno di Pasqua, il vescovo monsignor Antonio Di Donna, ha parlato della sua come di una “città crocifissa”, martoriata dall’intreccio di una crisi ambientale, sociale ed economica che appare senza sbocco, criticando inoltre duramente l’ipotesi di potenziamento del termovalorizzatore, con la realizzazione di una quarta linea: “I ragazzi e i giovani continuano ad ammalarsi e a morire” ha ricordato Di Donna “prima la Montefibre, poi l’inceneritore hanno distrutto i nostri campi.”

Sono accenti e ragionamenti già presenti nel documento pastorale della Chiesa campana sui roghi tossici del novembre 2012, sottoscritto dai vescovi della “Terra dei fuochi”, con le diocesi di Aversa, Caserta, Capua, Acerra, Nola, Pozzuoli e Napoli. Eravamo allora all’inizio della tempesta mediatica che sarebbe esplosa nell’estate del 2013, con l’intervista televisiva del pentito Carmine Schiavone.

Dalla pubblicazione di quel documento sono trascorsi sette anni. Se pure buona parte dei problemi restano irrisolti, molte cose sono successe, ed è utile ragionare sulla lezione appresa.

Diversamente dai timori del vescovo, il monitoraggio capillare delle aree agricole e dei prodotti alimentari ha definitivamente scagionato il settore primario da ogni sospetto. I suoli e gli ecosistemi agricoli della piana non sono compromessi: sui 50.000 ettari analizzati solo 30 alla fine sono stati interdetti alle produzioni alimentari. Insomma, la distruzione dei campi, della quale parla monsignor Di Donna, riguarda l’abusivismo edilizio, non la presunta contaminazione. Nel frattempo però, l’allarmismo ingiustificato ha causato la chiusura di molte aziende agricole, lasciando spazio ulteriore al degrado.

Per il resto, è vero che il recupero delle ferite del territorio, e il restauro dei paesaggi violati  procede a rilento, ma c’è pure qualche segno nuovo di speranza. La messa in sicurezza della RESIT, la madre di tutte le discariche, è completata. L’area di discarica, resa sicura, come accade negli altri paesi, è ora un parco con alberi e arbusti, mentre il vicino frutteto di San Giuseppiello, dove i Vassallo interravano fanghi industriali, è diventato un bosco con 20.000 pioppi, dove i suoli vengono puliti con tecniche naturali. Un approccio che deve ora essere esteso alle altre aree ferite nella piana.

Anche per quanto riguarda l’emergenza sanitaria, una lettura più approfondita è stata fatta. L’analisi dei dati del Registro tumori dell’ASL Napoli 3, comprendente gran parte del territorio di Terra dei fuochi, mostra come l’incidenza delle patologie tumorali sia in linea con il resto del paese, mentre la mortalità è di alcuni punti superiore. L’indicazione è che nella Terra dei Fuochi ci si ammala nello stesso modo, ma si muore di più. Il problema dunque c’è, e riguarda screening, prevenzione e cure tempestive; il rafforzamento dei servizi essenziali, piuttosto che bonifiche generiche e costose.

Su questo sfondo metropolitano sofferente, grava come un macigno il problema della chiusura del ciclo regionale dei rifiuti, con il superamento del deficit impiantistico, una necessità autorevolmente ribadita nei giorni scorsi sulle pagine di questo giornale da Paolo Mancuso e Ugo Leone.

Gli impianti dei quali disponiamo sono insufficienti, per ora ce la caviamo esportando fuori regione quasi metà di quanto produciamo, indirizzandolo a caro prezzo verso gli inceneritori altrui. Ci affatichiamo a incrementare la raccolta differenziata, ma poi mancano gli impianti di compostaggio e le piattaforme per il recupero dei materiali, e tutto si risolve, per usare l’immagine di Daniele Fortini, in una sorta di costosa e improduttiva “ginnastica collettiva”.

Ad ogni ipotesi di localizzazione di un possibile impianto, di qualunque natura e dimensione esso sia, segue inevitabile l’opposizione delle popolazioni. L’assoluta, invalicabile sfiducia delle comunità locali, rispetto ad ogni tipo di iniziativa pubblica, prevale per ora su ogni dato o valutazione laica, non ideologica.

Questa sfiducia si nutre anche di generalizzazioni, e sarebbe meglio non accomunare, come fa monsignor Di Donna nella sua omelia, in un riflesso di anti-industrialismo radicale, la Montefibre con il termovalorizzatore, una tecnologia quest’ultima in uso in gran parte delle città europee. Nello specifico poi, gli studi e i monitoraggi compiuti dicono che l’impatto sulla qualità dell’aria dell’impianto di Acerra è limitato, rispetto alle emissioni del sistema metropolitano dei trasporti: il traffico automobilistico, ma anche le grandi attrezzature di scala territoriale nel territorio di Napoli, come l’aeroporto e il porto.

A nessuno, in questo momento difficile della storia del Paese e del Mezzogiorno, sfugge il valore del pluralismo, la necessità che tutte le comunità, gruppi, corpi intermedi siano in grado di arricchire il confronto pubblico con le proprie visioni, esigenze, proposte. Nei territori sofferenti dei quali stiamo parlando la Chiesa, la scuola pubblica e il volontariato, rappresentano spesso le sole infrastrutture civili di ascolto e assistenza alle persone. Per questo, il segnale di sofferenza che la Chiesa raccoglie, del quale l’omelia di monsignor Di Donna è interprete, non può essere messo in discussione.

Se realmente intendiamo difendere assieme i cittadini, i territori, e le istituzioni democratiche che li rappresentano, è però il momento di una riflessione nuova, a distanza di sette anni da quel primo documento ecclesiale, che tenga conto con apertura, responsabilità e coraggio dei termini reali della questione, di tutti i dati e le analisi disponibili, delle cose che non sapevamo e abbiamo dovuto giocoforza apprendere. Le generalizzazioni apocalittiche non aiutano a trovare soluzioni, è il tempo dei ragionamenti.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 4 maggio 2019

E’ in questi giorni a Napoli dalla Georgetown University, dove lavora e insegna, John McNeill, tra i più noti storici dell’ambiente nel panorama internazionale. Lunedì 6 maggio alle ore 10, al CNR ISSM a via Guglielmo Sanfelice, il professore incontra studenti e ricercatori del CNR e della Federico II, in un’intervista autobiografica sulla sua lunga attività di studioso, ma anche sullo stato di salute e le prospettive della storia dell’ambiente, la disciplina che ha contribuito a fondare. L’incontro si preannuncia stimolante, anche perché in campo ambientalista c’è davvero in questo momento “qualcosa di nuovo sotto il sole”, per citare il titolo di uno dei libri più fortunati di Mc Neill, pubblicato in Italia da Einaudi.

C’è una ragazza svedese, Greta, che è sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, incontra capi di stato e leader religiosi, reclamando semplicemente il diritto dei più giovani a intervenire nelle decisioni prese unilateralmente da una generazione adulta che, quando gli effetti di quelle scelte sull’ecosistema e la vita delle persone  si manifesteranno, probabilmente non sarà più sulla scena. Ci sono poi paesi europei come la Germania dove, in modo inaspettato, sono proprio i partiti ambientalisti, con una piattaforma di governo più matura e pragmatica, a proporsi come argine credibile al populismo.

Sarà interessante discutere di queste cose con John Mc Neill, comprendere effettivamente cosa è cambiato nel movimento ambientalista a scala globale, dopo i successi e le disillusioni degli anni ’70 e 80.

C’è inoltre per noi un ulteriore motivo di interesse. McNeill non è proprio digiuno di cose nostrane: il professore ha recentemente recensito l’edizione in lingua inglese della “Breve storia dell’ambiente in Italia”, di Gabriella Corona, che con Elisabetta Bini ha organizzato l’incontro. In Campania, le crisi dei rifiuti e della Terra dei fuochi hanno attirato l’interesse degli studiosi di tutto il mondo, per gli aspetti particolari di un conflitto ambientale e sociale che non riesce ancora a trovare sbocchi e soluzioni. Chissà che da McNeill non possa giungere qualche riflessione, magari qualche suggerimento in proposito.

Del resto, la grande cultura meridionalista ha sempre avuto, sin dagli scritti di Genovesi, Galanti, fino a Giustino Fortunato, Sereni e Rossi-Doria, una forte matrice ambientale. I problemi dello sviluppo del Mezzogiorno sono stati considerati da questi studiosi anche alla luce del rapporto non equilibrato tra le comunità e le risorse ambientali, storicamente oscillante tra gli estremi ugualmente dannosi di una pressione insostenibile o, all’opposto, dell’incuria e dell’abbandono. Sono temi che dal punto di vista della storia dell’ambiente – una disciplina che va forte nei paesi anglosassoni, e che in Italia meriterebbe più spazio e attenzione – assumono un respiro globale, riacquistano attualità e forza, come un filo rosso che non può essere spezzato.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 26 aprile 2019

Secondo i giudici del Vinitaly 2019 il bianco più buono d’Italia si produce proprio qui, sui vigneti di scogliera di Punta del Lume, in faccia al mare, con davanti il più straordinario allineamento di vulcani, la cupola magmatica del Castello Aragonese, poi Vivara, Capo Miseno, Trentaremi, e a chiudere lo skyline azzurro del Somma-Vesuvio.

Le colline a oriente dell’Epomeo, attorno al borgo di Campagnano, restano tra le parti meno frequentate dell’isola. Le strade sono asfaltate da non molto, una rete di sterrate strette, mozzafiato, da un terrazzamento all’altro, lungo la serie di forre, promontori, case rurali che da Ischia Ponte arriva fino a San Pancrazio. E’ come il Sentiero degli Dei, una balconata sul cielo, solo che invece dei calcari attraversi terre arse di sabbie vulcaniche, pomici, vetri scuri di ossidiana, e tutto è verde e fiorito sull’isola, in questo giorno fresco e sereno di metà aprile. Mentre procediamo, incrociamo un gruppo di escursionisti inglesi, felici e stremati da questa overdose di paesaggio.

Camminiamo, e vorresti parlare con Nicola Mazzella dei suoi vini, del massimo riconoscimento che da due anni ormai viene attribuito al suo “Vigna del Lume”, con in più, quest’anno addirittura il titolo di “miglior cantina d’Italia”, che è davvero come se il Chievo vincesse la Coppa dei Campioni. Nicola è un ragazzo di quarantatré anni, buono e ostinato, quando passiamo gli agricoltori lo salutano, mentre rincalzano le barbatelle, con sorrisi pieni di affetto e riconoscenza, sentono dentro di loro che la sua affermazione, sotto tutti gli aspetti, è anche la loro, assieme a questo angolo dimenticato di terra.

Vorresti parlare dei suoi vini, e invece lui ti racconta dell’isola e del paesaggio. L’agricoltura di Ischia sta sparendo. C’erano mille ettari di vigneto nel 1980, con 3.400 aziende. Nell’arco di soli trent’anni gli ettari si sono ridotti a 240, mentre le aziende sono oramai poco più di 500. E si tratta oramai di frammenti: lo spezzettamento ereditario ha ridotto le aziende, che furono riscattate 70 anni fa dai coloni, in unità produttive troppo piccole e precarie. Il destino inevitabile è l’abbandono: sugli antichi terrazzamenti medioevali, a picco sul mare, la boscaglia avanza inesorabile, cancellando nel suo indifferente oblio vegetale la civiltà agricola secolare che è alla fine, assai più del mare la pesca e la navigazione, la matrice vera dell’isola.

Nicola è un sognatore, ma con molto senso pratico. “Se vogliamo dare futuro a tutta questa bellezza” mi dice “dobbiamo renderla remunerativa. Non è possibile che queste uve straordinarie siano pagate dai commercianti cinquanta centesimi il chilo. Io le pago un euro e sessanta, ma il mio obiettivo è di arrivare a tre euro. Dobbiamo dare ai vignaiuoli eroici dei terrazzamenti, la possibilità di remunerare degnamente il proprio lavoro. Altrimenti l’abbandono proseguirà. Poi certo” conclude il suo ragionamento “dobbiamo essere bravi, per rientrare nei conti, a spuntare un euro in più su ogni bottiglia, ma non c’è alternativa.”

A poco a poco, mentre percorriamo l’isola, scopro che Nicola Mazzella, prima che giovane grande imprenditore del vino, è un leader silenzioso, un restauratore di paesaggi. Per reperire le uve ha iniziato dal clan familiare, raccogliendo da zii e parenti tutta la produzione che eccedeva le esigenze di auto-approvvigionamento. Poi è andato oltre, coinvolgendo nella sua rete i piccoli produttori superstiti di questo lembo d’isola, incoraggiandoli, consigliandoli, ma soprattutto impegnandosi a rilevare le loro produzioni a prezzi congrui, rispettosi delle fatiche spese. In questo modo Nicola, oltre a vincere il  primo premio al Vinitaly, tiene vivo ancora il paesaggio, lavora per frenare il declino dell’agricoltura tradizionale dell’isola.

All’inizio non doveva andare così. La passione di Nicola da ragazzo era la pesca subacquea, a livello agonistico, era una promessa nel panorama nazionale. Con l’età della ragione, invece, la scelta di continuare l’azienda di famiglia, fondata dal nonno Nicola nel 1940, col commercio di vino sfuso. Poi era stato il papà Antonio, un piccolo grande uomo che forse non ha studiato ma ragiona con la lucidità di uno statista, a fare l’indispensabile passo avanti, con l’imbottigliamento. “Lavoravamo per ottenere un buon prodotto” mi racconta Antonio “ma i grandi commercianti ci umiliavano, pretendevano di acquistare lo sfuso per quattro soldi, per noi l’unica speranza di sopravvivenza rimaneva imbottigliare e commercializzare in prima persona”.

Infine, con Nicola, il salto verso l’eccellenza nazionale e mondiale. Consigliato all’inizio dai migliori enologi del Sannio, Nicola inizia a investire per le attrezzature, adotta processi innovativi. Per produrre il bianco che ha spopolato al Vinitaly, il “Vigna del Lume”, le uve biancolella sono sottoposte a crio-macerazione: col freddo gli aromi contenuti nella buccia si solubilizzano, poi tutto il processo procede in assenza di ossigeno, per evitare ogni minima ossidazione che possa minacciare la sopravvivenza delle preziose molecole.

Si ripete con Nicola un qualcosa che accomuna  molti grandi imprenditori agricoli che stanno tenendo a galla la reputazione della Campania: per tutti loro la tradizione non è un qualcosa di statico, che sta là ferma, ma va reinventata, reinterpretata e fatta vivere attraverso un’innovazione continua. Gli imprenditori come Nicola sono innanzitutto grandi innovatori, nel campo agronomico, tecnologico, sociale; è gente che ha una visione, e che rischia i suoi soldi e il suo lavoro per concretizzarla, metterla in pratica.

“La grandezza, il valore di queste uve deriva dalla fertilità di questo suolo vulcanico” mentre racconta Nicola prende una manciata di pomici, che luccicano al sole. “Per ottenere un vino di qualità il mio lavoro è innanzitutto quello di difendere questo suolo, questo paesaggio. E’ lo sforzo principale. Salvato il paesaggio, il vino è solo una conseguenza.” Così, col lavoro di Nicola, la viti-vinicoltura finisce per essere una delle strategie più concrete di promozione dei territori e delle comunità.

“Il prossimo passo è quello di restaurare la nostra cantina, è del ‘600, con gli archi e la volta a botte. Ci metteremo le barrique – le piccole botti di legno pregiato per l’affinamento dei vini – e un locale per la degustazione, in collaborazione con i migliori chef dell’isola. Vino, gastronomia, turismo, cultura: è la strada che con la mia cantina intendo percorrere. Penso sia il solo futuro possibile per Ischia. In questo momento abbiamo un eccesso di ricettività, che si tenta di salvare inseguendo il turismo mordi e fuggi. Sono cose che non aiutano l’isola, che finiscono col consumare il paesaggio e il capitale naturale.”

Nicola si ferma solo un attimo “Per questo, vorrei realizzare un itinerario, un percorso che collega tutti i nostri piccoli vigneti, dal Castello Aragonese a San Pancrazio. Ai nostri ospiti vorremmo offrire, assieme al vino, un’esperienza di vita impossibile da dimenticare”.

Torniamo in cantina, un sorso di “Vigna del Lume”, e capisco finalmente perché ha vinto: una freschezza, un’eleganza, una sinfonia di aromi inarrivabile. Gianni e Paola Mura quando l’hanno assaggiato hanno subito contattato Nicola, sono corsi a trovarlo, qui a Campagnano, per capire da dove provenisse tanta bontà. Lui mi racconta tutte queste cose, senza un’ombra di compiacimento, sta già pensando oltre, all’isola che non c’è ancora, che comunque arriverà.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 5 aprile 2019

Torna da Milano a Napoli e nell’area vesuviana Maria Pace Ottieri, per ragionare e discutere ancora del suo libro “Il Vesuvio universale”, pubblicato da Einaudi nella collana “Frontiere”, che è semplicemente il più importante reportage sull’area metropolitana realizzato in questi anni, scegliendo come baricentro il vulcano più famoso al mondo.

Il libro è un reportage impeccabile, di grande scrittura, ma è anche un romanzo che ti prende, anzi, un agglomerato incredibile di storie che crescono e germogliano l’una sull’altra, perché Maria Pace ha letto e studiato tutto, e d’ogni cosa ti racconta con precisione e leggerezza genesi ed evoluzione, si tratti di Maiuri e degli Scavi di Ercolano, del baccalà di Somma Vesuviana, o dell’ascesa e declino industriale di Torre Annunziata. La Ottieri cammina, viaggia in metro e Circumvesuviana, incontra persone e le interroga, ne registra i racconti, si immerge nelle atmosfere. Il suo metodo è simile alla “osservazione partecipante” degli antropologi, e ciò che vien fuori, ha ragione Giovanni Gugg, è anche un raffinato saggio di etnografia.

Quello che colpisce, e convince, è il fatto che lo stesso metodo Maria Pace lo applichi con ammirato stupore agli aspetti irriducibili di bellezza dei contesti storici e naturali, per quanto affaticati e sciupati dal tempo; come a quelli desolati dell’abbandono e dell’anomia, si tratti del disordine della crescita edilizia sgovernata, che è poi la madre di tutti i rischi; delle cave nel Parco del Vesuvio trasformate in discariche, dei tessuti urbani che marciscono, o delle povere aree agricole mortificate dal caos. Pure in queste situazioni, la Ottieri rifugge i giudizi sommari, studia, si documenta, continua a discutere, a farsi spiegare e raccontare, si sforza di capire la vita dei luoghi e delle persone, anche quando si vede che non ne avrebbe forse la voglia.

Certo il protagonista rimane lui, il Vesuvio, e il libro è una miniera di informazioni sulla storia e l’attività del vulcano misterioso, del quale pensiamo di saper tutto, ma la cui natura profonda ancora ci sfugge, come il suo profilo, che si rinnova e muta appena cambi punto d’osservazione. C’è una vulcanologia minuziosa che fa da sfondo a tutta la narrazione, oltre a costituire la motivazione genetica della precarietà che da duemila anni segna la vita delle persone e delle città. “Il vulcano” scrive la Ottieri “allena i suoi abitanti a vivere in una vacillante realtà sempre sull’orlo della dissolvenza, della metamorfosi, a riempire il vuoto al centro, il cratere della vita di ognuno, con l’immaginazione, trovando nell’invisibile il senso più vero dell’essere al mondo.”

E’ venuta una scrittrice da Milano a metterci davanti agli occhi con acutezza e sincerità la sostanza del nostro intricato vivere metropolitano, per quello che è, senza infingimenti, cogliendone le dimensioni e stratificazioni nascoste, ma una spiegazione forse c’è. All’inizio del libro Maria Pace racconta come il Vesuvio e l’idea di scriverlo le siano apparsi “… una mattina all’alba nel dormiveglia, quello stato anfibio in cui i pensieri sommersi si affacciano alla coscienza”. E’ un ricordo affiorante d’infanzia del 1955, lei era nata da poco e il papà, lo scrittore Ottiero Ottieri, lavorò per un anno nello stabilimento appena inaugurato dell’Olivetti a Pozzuoli, all’altra estremità del Golfo. Nell’universo complesso e profondo di Maria Pace evidentemente una traccia è rimasta dell’umanesimo riformatore di quell’esperienza all’inizio della vita, il guardare al mondo come alla casa degli uomini, un posto da comprendere, mai maledire, se possibile migliorare.

Le presentazioni de “Il Vesuvio universale” con Maria Pace Ottieri si terranno il 5 aprile a Castellammare di Stabia al Salone Viviani (Cappella sant’Anna, Vico Sant’Anna); il  6 aprile a Napoli, presso Eccellenze Campane; l’8 aprile ancora a Napoli, alla libreria del Teatro Bellini; il 9 e il 10 aprile a Ercolano, presso le Scuderie della Villa Favorita; l’11 aprile a Vico Equense, Libreria Ubik.

Non so perché ma facebook non mi consente di condividerlo, e allora ho rubato un post dalla pagina facebook di Maurizio Fraissinet, che capirà

Da più di 25 anni, si sa, vivo in un condominio nel centro di una città di oltre 40.000 abitanti con un densità superiore alle 10.000 persone per chilometro quadrato. 
Mi considero fortunato quindi ad avere fuori al mio balcone degli alberi e un piccolo agrumeto di limoni di Sorrento.
Negli anni ho imparato a conoscere i vicini, di ogni forma animale. Ho seguito le vicende familiari. Ho salutato chi è andato via e chi è arrivato a sostituirlo. In questi giorni di inizio primavera c’è una grande agitazione, soprattutto tra i vicini con il corpo ricoperto di penne e di piume.
Carlo, il merlo, ha avuto un gran da fare per cacciare altri due maschi che insidiavano Carla, la merla. Non solo, da giorni passa gran parte del tempo a cantare nei posti più alti del giardino e si misura in intensità con un altro maschio, che vive però in un altro condominio.
Duccio, il Colombaccio, ha deciso di trasferirsi dal Pino d’Aleppo al Cedro del Libano e da giorni si infila tra le chiome di questo. Domenica l’ho visto insieme alla compagna su di un ramo. Non mi hanno notato. Si sono fissati a lungo, poi hanno spiccato il volo e sono andati via. 
Gino, il verzellino, era da un pò che non si vedeva. Pensavo fosse andato via, e invece eccolo posato sul ramo ancora spoglio dell’olmo. Non canta, prova a mangiucchiare le gemme appena spuntate.
Luigia, la passera mattugia, ormai non esce più, sta covando in un buco del muro al terzo piano e Antonio, il compagno, ha il suo da fare per cercare il cibo da portarle. Sono tornati infatti i Passeri d’Italia che negli anni scorsi sembravano essersene andati definitivamente. Gaspare, il passero, si mette spesso in posa sull’olmo a cantare, mentre Serena, la compagna, è anch’essa impegnata a covare in un buco, sempre al terzo piano.
Ornella, la cinciarella, non si vede più. Ero preoccupato, ma quando ho visto Raffaello, il compagno, ho capito che stava covando. Sono contento.
Anche Vera, la capinera, non si vede più. In compenso è attivissimo Francesco, il maschio. Anche lui sosta spesso sui rami dell’Olmo.
E’ tornato anche Gastone, il verdone. Non lo si è visto per tutto l’inverno. Ora però è sempre qua. Vola di continuo dall’olmo al leccio, e poi sul cedro e poi tra i limoni. Canta poco ma emette i suoi versi quando vola.
Ho fatto un po’ di conti è ho constatato che nel mio condominio sono presenti 30 nuclei familiari di esseri umani (Homo sapiens…si fa per dire), un nucleo familiare, rispettivamente di colombaccio (Columba palumbus), merlo (Turdus merula), capinera (Sylvia atricapilla), cinciarella (Parus caeruleus), passera mattugia (Passer montanus), verdone (Chloris chloris) e verzellino (Serinus serinus). Non ho ancora capito se i nuclei familiari di passera d’Italia (Passer italiae) sono più di uno. Oltre a Gaspare vedo ogni tanto un altro maschio. Non so come si chiama e potrebbe provenire da un altro condominio, così come risiedono in altri condomini vicini ma ci vengono a trovare spesso Gaetano, il gabbiano, Orazio, la gazza, Mario, la cornacchia, Geppo il gheppio, Gaia , la ghiandaia.
Sono andati via per trasferirsi nelle residenze estive un pettirosso, tutti qui lo chiamano il Rosso, Geppino, il codirosso spazzacamino, e Bartolo, il luì piccolo. 
Nella foto Gastone, il verdone

Maurizio Fraissinet

 

 

 

Antonio Di Gennaro, Repubblica Napoli del 15 marzo 2019

Al di là delle dichiarazioni di rito dopo la Cabina di regia di alcuni giorni fa, è evidente che a Bagnoli siamo tornati in alto mare. I pareri dei ministeri dell’Ambiente e dei Beni culturali, sviluppati in 120 pagine dense dense, dietro la freddezza del linguaggio tecnico-burocratico, suonano come una bocciatura inequivocabile del lavoro svolto sinora. In estrema sintesi, secondo il ministero dell’Ambiente, il Praru (l’acronimo sta per Programma di risanamento ambientale e di rigenerazione urbana) è assolutamente carente dei contenuti necessari per una sua valutazione: “… Il Programma stesso e il relativo rapporto ambientale assumono carattere virtuale in quanto tutte le azioni del Praru hanno indefinita collocazione nell’ambito del territorio di competenza… Le importanti azioni infrastrutturali ( tra cui un nuovo tunnel della Tangenziale ndr) oltre ad essere suscettibili di modifica in dipendenza delle future scelte, forniscono scarse informazioni, talvolta limitate alla loro semplice elencazione e solo indicativamente delineate negli allegati al Piano anche attraverso ipotesi di soluzioni alternative… manca in sostanza la specifica localizzazione delle relative opere stradali, idrauliche e ferroviarie e mancano, altresì, esaurienti informazioni circa lo loro consistenza e modalità di realizzazione.”

Il punto d’arrivo è desolante: “… per i presupposti motivi si ritiene necessario che l’aggiornamento del Praru, con la previsione dell’uso del suolo, venga sottoposto a nuova istruttoria di Valutazione ambientale strategica (Vas), integrato del progetto di bonifica in base agli obiettivi definiti dallo stato di contaminazione del sito coerenti con la destinazione d’uso dei suoli.”

Seguono altre prescrizioni, 18 in tutto, tutte dello stesso tenore, con la richiesta tra l’altro di approfondimenti riguardanti l’infrastrutturazione di base; la qualità dell’aria; gli effetti del nuovo quartiere sui cicli dell’acqua, dei rifiuti, dell’energia; i dettagli del piano di bonifica. Assieme all’invito esplicito a integrare nel Praru le osservazioni pervenute nel corso della procedura, ove pertinenti, molte delle quali, come quelle prodotte dai sindacati e dalle associazioni ( Wwf, Fai, Cgil, Cisl. Uil), dicevano proprio le stesse cose che troviamo ora scritte nei pareri ministeriali. Insomma, il Praru non dovrà essere integrato ma rifatto, ed è evidente che non può esserci nessun tipo di compiacimento nel prendere atto di ciò: il punto per i cittadini italiani, per gli abitanti della città metropolitana, è che le cose si facciano e la città rinasca, ma è evidente che quattro anni sono andati persi. Le tecnostrutture alle quali avevamo chiesto aiuto ci hanno condotto allo stallo. Come se non bastasse, su questo mare di incertezza continua anche a incombere il blocco giudiziario delle aree. Per il resto, stranamente, l’unica cosa sulla quale non si registrano contrasti ma solo certezze, è l’ulteriore fabbisogno di 400 milioni per la bonifica. Stando così le cose, e volendo condividere il lessico inusuale ma efficace impiegato dagli stessi tecnici ministeriali, si tratta evidentemente di affermazioni alle quali va assegnato al momento un puro “carattere virtuale”.

 

Antonio di Gennaro, 13 marzo 2019

Prefazione al libro di Luigi d’Aquino e Francesco Paolo Innamorato:

I sistemi agricoli dell’Agro Nocerino. Ascesa e declino di un paesaggio culturale – YOUCANPRINT, 2019

Il libro che vi apprestate a leggere è un piccolo gioiello. Attorno al nucleo originario, costituito dall’analisi del territorio agroforestale di Nocera Inferiore effettuata per la redazione del nuovo piano urbanistico comunale, Luigi d’Aquino e Francesco Innamorato hanno costruito un racconto complesso degli ecosistemi e dei paesaggi dell’Agro Nocerino Sarnese, che affascina e sorprende come un romanzo. Dico sorprende perché il lavoro che i due autori svolgono autorevolmente da decenni è eminentemente scientifico, Luigi nel campo della ricerca e sperimentazione in agricoltura; Francesco in quello dell’analisi dei sistemi territoriali. Quello che ti aspetteresti allora è una rigorosa pubblicazione specialistica sugli aspetti agricoli e agronomici di un territorio assolutamente unico, quello dell’Agro, per il quale, nonostante il ruolo determinante avuto nella storia della Campania, ancora mancano studi d’insieme specifici.

Tutto questo indubbiamente nel libro c’è, ma è solo l’inizio del racconto. La descrizione delle terre, degli ecosistemi e dei paesaggi dell’Agro, mirabilmente compiuta dai due autori, diventa infatti lo scenario per la narrazione del divenire storico, nell’arco di due millenni, di una comunità locale, della sua economia e cultura, degli equilibri sociali. Se la storia raccontata nel libro è quella di un mutamento drammatico – lo sconvolgimento nell’arco di un paio di generazioni della porzione più pregiata di Campania felix, trasformata nella latitanza dei pubblici poteri in una conurbazione disordinata, segmento disperso di un sistema metropolitano fuori controllo – lo sforzo degli autori è quello di evidenziare il complesso di forze e processi che, nel contesto ecologico dato, questo mutamento hanno prodotto.

Se il libro si legge come un romanzo c’è pure un altro motivo, ed è il legame profondo che lega i due autori alla terra e al paesaggio oggetto della loro analisi e del loro racconto, che è tutt’altro che asettico, e vibra invece in ogni frase di un amore e di uno sdegno che essi non sono proprio in grado di celare. Oltre alle competenze specifiche, c’è un’energia che anima tutta la storia, che deriva dal fatto che Luigi d’Aquino e Francesco Innamorato vivono la loro professione, ne siano consapevoli oppure no, come una forma di impegno civile, quella che Manlio Rossi-Doria chiamava “la politica del mestiere”.

Allora è bello abbandonarsi al racconto che Luigi e Francesco ci propongono, in un esplorazione scientifica e culturale che comprende le rocce, il clima, il suolo, ma anche l’architettura rurale e la storia dell’insediamento, i progressi tecnici, i conflitti sociali, fino al racconto dell’ascesa e caduta della filiera agroindustriale gloriosa del pomodoro, un’eccellenza di scala mondiale che non abbiamo saputo proteggere, e che finisce col diventare l’emblema di una dinamica di declino territoriale che pare inarrestabile.

E’ una conoscenza complessa quella che gli autori ci propongono, che deriva dalla sintesi di saperi diversi, agronomici, storici, sociali, economici. Pure, è grazie a letture come questa, anche nei risvolti più amari, nel rimpianto per un futuro possibile che non è riuscito a imporsi, che una nuova consapevolezza può essere recuperata. Delle terre, ecosistemi e paesaggi che sono i protagonisti del libro molto rimane ancora da proteggere. Nonostante gli errori, non tutto è perduto, una porzione rilevante del patrimonio millenario ancora permane, ed è merito di questo libro quello di indicare ancora una strada.

Una pagina del sito web dell’Assessorato regionale all’agricoltura dedicata ai paesaggi rurali. Che rimanda a sua volta a un blog, che propone un viaggio veloce attraverso gli straordinari paesaggi agrari della regione. E’ una piccola novità, ed è solo l’inizio. Abbiamo bisogno di politiche agricole incentrate sui paesaggi. Il 90% del territorio regionale è fatto di aree coltivate, boschi, pascoli. Sono gli agricoltori a prendersi cura di questo patrimonio, nell’interesse dell’intera collettività. Il loro lavoro è poco compreso, sottovalutato. Come al solito, bisogna partire dalla conoscenza.

Antonio di Gennaro, 27 febbraio 2019

Un fine settimana di grecale, il vento gelido dei Balcani, con raffiche a oltre cento chilometri l’ora e fiocchi di nevischio impazzito, e in città è di nuovo emergenza. Il senso della gravità lo dà l’appello di protezione civile diramato dall’Amministrazione comunale, non era mai successo, con la richiesta di aiuto volontario rivolta ad agronomi, periti agrari ed agrotecnici, per effettuare le verifiche sulla stabilità degli alberi, in risposta alle centinaia di segnalazioni e richieste di intervento ricevute. In più, tredici scuole chiuse, assieme alla Villa Comunale, e chiusa pure un’arteria importante come viale Antonio Gramsci, dove cinque alti pini si sono pericolosamente inclinati.

E’ bene dire con chiarezza che quei giganti verdi lì non ci stanno bene: furono piantati a metà del ‘900 al posto dei lecci che c’erano prima, quando viale Principessa Elena, come allora si chiamava, fu realizzato alla fine dell’800; opportunamente l’amministrazione aveva iniziato negli ultimi anni la loro sostituzione, con il ritorno del leccio. Del resto, basta guardarli: molti dei pini residui sono cresciuti obliqui, verso la carreggiata, nel tentativo di guadagnare lo spazio vitale per il vasto ombrello della chioma, con la distanza dalle facciate storiche ridotta al minimo.

Dimentichiamo a volte che alberi come questi non sono oggetti d’arredo, ma esseri viventi con le loro precise esigenze, in termini di suolo e spazio aereo: quando li si mette a dimora bisogna immaginarseli cinquant’anni dopo, ma questo basilare esercizio di razionalità non sempre è stato praticato, ed ora ne paghiamo le conseguenze. Poi c’è il fatto che anche il clima è cambiato, su questo non ci sono più dubbi: la frequenza degli eventi estremi, portatori di rischio – pioggia, vento, siccità – è drasticamente mutata, e il fatto grave è che non disponiamo nemmeno più di modelli previsionali adeguati, ogni volta veniamo colti di sprovvista.

Nella vita degli uomini l’unico antidoto all’incertezza è la programmazione, dotarsi di una strategia. Bisogna lavorare in anticipo, giorno per giorno, aver cura e manutenere il proprio ambiente di vita, per prevenire le possibili criticità. Ma proprio questa possibilità ci è di fatto negata. L’inusuale appello ai tecnici, i più esperti dei quali hanno opportunamente risposto (del resto in queste cose occorrono competenze specifiche, e le responsabilità sono gravi), mostra che il re è nudo. Il comune non dispone più della macchina, dei servizi tecnici per curare e tenere in sicurezza il verde urbano. Con la finestra dei prepensionamenti offerta da “quota cento”, l’amministrazione resterà di fatto, di qui a breve, senza agronomi, e con pochissimi giardinieri, la grave crisi finanziaria dell’ente fa il resto, negando i mezzi e le risorse necessarie per le attività di manutenzione, ordinarie o straordinarie che siano.

Una boccata d’aria potrebbe venire dal finanziamento di cinque milioni di recente erogato dalla Città metropolitana, ma bisogna fare i conti con i tempi burocratici, e anche capire a cosa serve il carburante, se la macchina non ce l’hai più. Perché dovremmo averlo compreso, qui non si tratta di piantar alberi, ma di aver cura di quelli che si sono già, un patrimonio ingentissimo di spazi verdi, come l’immenso castagneto urbano dei Camaldoli, e alcuni grandi parchi della Ricostruzione, di fatto chiusi, inaccessibili, ed è la forma di povertà più amara, quella di possedere le cose, ma non aver nemmeno più la forza di goderne.

(Una sintesi dell’articolo è nell’editoriale “L’ambiente senza cura muore”, pubblicato su Repubblica Napoli il 27 febbraio 2019)

Ugo Leone, Repubblica Napoli del 23 febbraio 2019

Chi ha avuto la fortuna di leggere già nelle pagine napoletane della “Repubblica” i reportage  di Antonio di Gennaro, leggendone la raccolta in volume (“Ultime notizie dalla terra” Ediesse edizioni) può solo raddoppiare il piacere. Anche perché in questo nuovo libro oltre gli articoli usciti in quelle pagine tra aprile 2016 e luglio 2018, vi sono anche due inediti: «Il paesaggio perduto dell’Asprinio» e «Sotto il vulcano».

Quest’ultimo chiude il volume e mi piace cominciare proprio dalla fine le riflessioni che la lettura mi ha suggerito. Quando ho letto “il vulcano” ho pensato immediatamente al Vesuvio. E invece no. È il Roccamonfina, il “gigante addormentato” dove faticosamente lavora Zeb Macahan su sei ettari di mele annurche.

Comincio dalla fine perché queste “ultime notizie” sono anche un avvertimento: stiamo attenti perché da questa regione, dalla Campania, come dal resto del Mezzogiorno, non se sta andando solo la gente, ma corre seri rischi anche l’abbandono dell’agricoltura.

È un rischio serio e preoccupante, come nota anche Ottavio Ragone nella sua prefazione. Perché, specialmente nelle aree interne della regione, lo spopolamento di interi paesi provoca anche l’abbandono del lavoro nei campi e la conseguente espansione delle terre incolte. Sono i giovani, naturalmente, ad andarsene alla ricerca di migliori, meno faticose e più remunerative occasioni di lavoro.

Questa è la tendenza e il rischio che diventi la regola. A meno che…  L’ ”a meno che” è la speranza che consente di nutrire la lettura di questo libro. Perché di Gennaro che è un agronomo e un acuto conoscitore della cartografia dei suoli, scrive cose e racconta fatti che aprono il cuore alla speranza. E speranza prima è che la loro lettura apra anche le menti di chi ha il potere e il dovere di trasformare in fatti concreti quella speranza.

Per cominciare Antonio di Gennaro riporta nella giusta dimensione geografica e quantitativa l’annoso “subdolo” problema noto come “terra dei fuochi”. Arrivando, dopo anni di lavoro con una équipe di un centinaio di studiosi, a monitorare lo stato di salute dei suolo della pianura campana mettendo insieme una base di migliaia di dati analitici “come non esiste in nessun’altra area agricola d’Europa” e tali da scagionare l’agricoltura della grande pianura vulcanica.

Una conclusione tale da far crollare “lo schema ferreo raccontato dai media”. Ma, commenta amaramente, “le ferite rimangono”. E rimangono perché non è il cane che morde l’uomo che fa notizia, ma l’uomo che morde il cane. Ed è secondo questa logica di una parte dell’informazione e degli informatori che quanto accaduto e accade nella terra dei fuochi è stato mediato fino a far coincidere la ristretta area tra le province di Napoli e Caserta, con l’intera regione. Tanto da scoraggiare gli acquirenti di frutta e verdura dall’acquistare prodotti campani. Quando mi è capitato di scriverne ho ricordato più volte una importante trasmissione radiofonica (“tutta la città ne parla”) dedicata alla terra dei fuochi nella quale un ascoltatore padovano telefonò per dire: “sono un vegetariano e quando vado dal fruttivendolo mi assicuro che frutta e verdura non vengano dalla Campania”.

Ma, come di Gennaro aveva già scritto qualche anno fa, “La Campania non è una terra maledetta”. E lo dimostra, con una forma che dà particolare evidenza e rilievo alla sostanza, nella serie di reportage contenuti in questo libro. Tante storie, dai grani antichi dell’Alta Irpinia ai coltivatori delle fragole e del pomodoro San Marzano; dai coltivatori vesuviani del Pomodorino del piennolo, agli allevatori della Marchigiana e delle bufale; dagli olivocoltori delle colline del Cilento, a quelli della Penisola sorrentina “che coltivano i terrazzi antichi a precipizio sull’azzurro”; dai viticoltori dei grandi vini del Sannio a quelli del recuperato Asprinio a quelli “solitari che curano vigneti centenari in piena città di Napoli”. Storie che, come di Gennaro ama notare, si imperniano tutte su una triade: il paesaggio, l’imprenditore agricolo, il prodotto.

Ne risulta un eccezionale mosaico di biodiversità e paesaggi rurali, degli ecosistemi insomma, che sono l’identità campana. Un mosaico che dovrebbe essere sufficiente a promuovere il rilancio dei prodotti agricoli della regione. E a diffondere il messaggio che anche in Campania l’agricoltura può costituire una risorsa economica capace di produrre anche lavoro e di trattenere la fuga dalla campagna.

Ma, invece, non basta.  Perché –questa un’altra importante riflessione dell’autore – occorre che le persone dispongano “di conoscenze corrette sui processi di produzione agricola, sul funzionamento dei paesaggi e degli ecosistemi nei quali tali attività si compiono; nozioni che dovrebbero far parte del bagaglio di base di ogni cittadino, senza le quali è oggettivamente difficile farsi un’idea fondata sulla sicurezza e la qualità dei prodotti che arrivano ogni giorno sulla mensa.”.

E “le persone” dovrebbero essere innanzitutto i responsabili delle sorti della cosa pubblica. I quali se se lo leggessero questo libro troverebbero non poco giovamento nell’inquadrare nella giusta direzione le politiche agricole del Paese Italia e della regione Campania.

Il libro verrà presentato sabato 23 febbraio 2019 alle ore 18.00 alla Libreria Imagine’s Book, in C.so Garibaldi 142 Salerno; martedì 26 febbraio 2019 ore 17.30, all’Enoteca provinciale, in Via Cesare Battisti 48, Caserta; venerdì 8 marzo 2019, ore 17.30 presso la sede di Futuridea – Associazione per l’innovazione utile e sostenibile, Contrada Piano Cappelle, Benevento; mercoledì 10 aprile 2019, ore 16.00, preso l’ Istituto di studi sulle società del Mediterraneo, in Via Guglielmo Sanfelice 8, Napoli; venerdì 12 aprile 2019, ore 19.00, alla Libreria Verso, in corso di Porta Ticinese 40 , Milano.

Si inizia sabato 23 febbraio a Salerno, poi martedì 26 a Caserta, e poi ancora Benevento, Napoli, Milano…

Ecco l’elenco delle presentazioni programmate sinora:

– sabato 23 febbraio 2019 alle ore 18.00 alla Libreria Imagine’s
Book, in C.so Garibaldi 142 Salerno;
– martedì 26 febbraio 2019 ore 17.30, Enoteca provinciale, Via
Cesare Battisti 48, Caserta;
– venerdì 8 marzo 2019, ore 17.30, Futuridea – Associazione per
l’innovazione utile e sostenibile, Contrada Piano Cappelle,
Benevento;
– mercoledì 10 aprile 2019, ore 16.00, ISSM – Istituto di studi
sulle società del Mediterraneo, Via Guglielmo Sanfelice 8
Napoli;
– venerdì 12 aprile 2019, ore 19.00, Libreria Verso, corso di
Porta Ticinese 40 , Milano.

Antonio di Gennaro, pubblicato su Repubblica Napoli del 13 febbraio 2019 con il titolo “L’attacco allo Stato unitario”

Bisogna proprio leggerlo il libricino che Gianfranco Viesti ha da poco pubblicato per Laterza (Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale, 55 pp.), che si può scaricare gratuitamente dal sito della casa editrice. In poche pagine Viesti riassume con chiarezza i motivi per i quali le intese per l’autonomia differenziata, stipulate dal governo con le tre regioni più ricche (Veneto, Lombardia, Emilia), debbano essere considerate come  l’attacco più grave mai sferrato sinora allo Stato unitario repubblicano, come garante supremo dei diritti di uguaglianza di tutti i cittadini italiani, a prescindere da dove essi vivano, così come scritto nella Costituzione del 1948.

Se le intese passassero nella versione attuale (il parlamento non potrà infatti modificarle, ma solo approvarle o rigettarle), i trasferimenti per servizi fondamentali, a partire da scuola e sanità, verrebbero commisurati al reddito prodotto dai diversi territori: i cittadini delle aree più ricche, sarebbero più uguali degli altri, meritevoli pertanto di quote maggiori di istruzione e salute.

Qualcosa del genere in verità è già avvenuto, nel riparto dei fondi alle università, e anche nella sanità. In tutti e due i casi i sistemi in vigore sono basati su criteri che finiscono per indirizzare preferenzialmente le risorse lì dove le cose vanno già meglio. Il risultato inevitabile è l’impoverimento ulteriore delle sedi universitarie del Sud, e la migrazione di studenti verso il nord (157.000 l’anno secondo Svimez, pari al 30% del totale, con una perdita annua di 3 miliardi). In campo sanitario la secessione è di fatto già avvenuta, stando al rapporto 2018 dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane, secondo il quale la differenza di 2-4 anni nella speranza di vita tra Nord e Sud è diretta conseguenza del diverso livello di assistenza garantito dal Servizio sanitario nazionale.

Si diceva che, con un deficit intollerabile di democrazia, le due Camere dovranno ora esaminare le intese per l’autonomia differenziata a scatola chiusa, prendere o lasciare. In più, osserva Viesti, il processo è irreversibile, perché le eventuali modifiche richiederebbero il concerto obbligatorio delle regioni interessate che, una volta ottenuto l’insperabile, non saranno mai disposte a fare marcia indietro.

Tutte queste cose, scrive Viesti, si verificano in uno dei momenti più difficili della storia del Mezzogiorno moderno – il primo ventennio del nuovo secolo – nel quale si registra in questa parte del Paese una congiuntura mai verificata sino ad ora, caratterizzata contemporaneamente da una diminuzione della capacità produttiva e del reddito, e da un declino demografico drammatico, nei numeri come nelle prospettive.

Gli sconquassi che un sistema di autonomie asimmetriche così congegnato creeranno all’intelaiatura istituzionale del Paese sono efficacemente descritti nel lungo articolo che Carlo Iannello ha pubblicato sulla rivista online Economia e Politica (Regionalismo differenziato: disarticolazione dello Stato e lesione del principio di uguaglianza). Profittando dell’ambigua articolazione dell’articolo 116 della Costituzione, così come modificato dall’infausta riforma del 2001, le ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia che verranno concesse alle tre regioni del Nord, finiranno per erodere le competenze dello Stato centrale in materie strategiche, invertendo di fatto la gerarchia costituzionale: alla fine, la competenza piena resterà dalla parte delle regioni, quella residuale dalla parte dello Stato, a questo punto del tutto impossibilitato a sviluppare le politiche di riequilibrio necessarie a tenere unito il Paese. “La stessa capacità dello Stato di tutelare gli interessi dell’intera collettività nazionale” scrive Iannello “sarebbe compromessa. Le regioni diventerebbero piccole patrie e lo Stato si ritirerebbe da settori strategici per il sistema Paese, con l’effetto di limitare la competitività dell’intero Paese, con danni per tutti.”

Mentre segmenti importanti della classe dirigente (vedi le posizioni dell’Unione industriali di Napoli e dell’Università Federico II) esprimono preoccupazioni simili per la tenuta del Paese, proponendo precisi paletti e condizioni, l’atteggiamento dei partiti appare frastagliato. Se la Lega evidentemente può gioire come un sol uomo per il risultato raggiunto – mantenere il gettito fiscale nelle regioni ricche – le altre forze appaiono divise al loro interno, con posizioni che vanno dalla ferma opposizione, a un dialogo possibilista sul testo dei provvedimenti, perché “non bisogna fare regali alla Lega”.

Anche l’ex ministro Delrio, nella sua lunga intervista su queste pagine a Dario Del Porto, invita alla calma, ribadendo che l’autonomia è un bene in sé, e che il meccanismo dovrebbe essere temperato da un maggior ruolo di città e aree metropolitane. Peccato che le città del Mezzogiorno siano alla canna del gas, in crisi finanziaria nera e già tecnicamente fallite, né si capisce come possano riprender fiato, in uno scenario come quello prospettato, di ulteriore ridimensionamento dei trasferimenti dallo Stato centrale.

Il ministro poi dovrebbe andarci cauto con l’ingegneria istituzionale, tenuto conto che la legge su province e aree metropolitane che porta il suo nome ha prodotto esiti veramente modesti, con le province declassate a enti metafisici di secondo livello, impoverite di risorse ma non di competenze, e le città metropolitane che restano creature indefinite, prive di un reale potere di governo sulla galassia riottosa di comuni che ne fanno parte.

Stiamo attenti quindi a giocare con gli equilibri costituzionali. La cattiva riforma del 2001 doveva tagliare l’erba sotto i piedi alla Lega, si è visto poi come è andata. E anche le intese preliminari con le tre regioni ricche, come sottolinea Viesti nel prezioso libricino, non le ha firmate questo governo, ma quello precedente, quando già la legislatura era terminata, e ci si sarebbe dovuti limitare all’ordinaria amministrazione. Rincorrere l’avversario sulla sua agenda ha comportato solo disastri, è il momento di dire cose sostanzialmente diverse, al Mezzogiorno e al Paese intero.

 

Archeologia, paesaggio, natura: una nuova  strategia per il Parco Archeologico dei Campi Flegrei

Museo Archeologico di Napoli, Mercoledì 16 gennaio, ore 15.00

Con l’istituzione del Parco archeologico dei Campi Flegrei per la prima volta l’intero patrimonio archeologico di quest’area unica al mondo sarà gestito in maniera unitaria, dando vita ad un polo archeologico di importanza pari a Pompei e Ercolano. Per tutelare e promuovere questo straordinario patrimonio il nuovo Parco Archeologico sta lavorando, in collaborazione con il Dipartimento di Agraria della Federico II, a una strategia integrata, per tenere insieme, in un racconto unitario, i valori unici dell’area – ecologici, vulcanologici, agrari, archeologici – dando vita a una rete di itinerari affascinanti nella natura, nel paesaggio, nella storia.

Interventi

Maria Rosaria de Divitiis, Presidente Fai Campania

Paolo Giulierini, Direttore del Parco Archeologico dei Campi Flegrei

Riccardo Motti, Dipartimento di Agraria, Univ. Federico II

Antonello Migliozzi, Dipartimento di Agraria, Univ. Federico II

Antonio di Gennaro, Delegato Ambiente Fai Campania

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