Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 18 novembre 2019

“Non esiste buono o cattivo tempo ma buono o cattivo equipaggiamento”. La frase di sir Robert Baden Powell, il fondatore a inizio secolo dello scautismo, vale per le persone, ma torna utile anche per le città, bisogna solo vedere in che misura e con quali modalità. Si è insistito giustamente in questi giorni sulla prevenzione. Da questo punto di vista una città equipaggiata è innanzitutto una città manutenuta, nella quale alberi, sottoservizi, terrapieni e cornicioni sono attenzionati e curati nel tempo, affinché non sprofondino a cadano in testa alla gente. Se tutto questo manca, perché non ci sono i soldi, e i servizi tecnici comunali sono a pezzi, l’ultimo rifugio per le autorità competenti è la sospensione delle attività a rischio, che significa chiudere ad ogni allerta meteo scuole, giardini, cimiteri, linee ferroviarie, spazi pubblici, in una frustrante precarietà, una vita civica impoverita, a singhiozzo.
Dopo la voragine, quando poi arrivano le troupe televisive, li vedi gli amministratori locali trasformarsi in severi e accorati avvocati del popolo, con dichiarazioni vibranti di vicinanza ai cittadini colpiti, di richiesta allo Stato di intervento e immediato ristoro, come se non c’entrassero niente, non fossero un pezzo di Repubblica pure loro, detentori di competenze o responsabilità precise, e a quel punto davvero lo straniamento è totale, non capisci più perché rimangono lì, e che li voti a fare.
La questione è seria. Città come Napoli e Roma hanno accumulato nei decenni un debito pubblico gigantesco che ha una componente finanziaria, e una componente ben più rilevante, che è quella fisica, territoriale, corrispondente al costo complessivo delle manutenzioni non fatte, e dei danni ricorrenti al patrimonio che si sgretola, a cose, persone, attività. Infine, c’è un debito strutturale, organizzativo. Le macchine comunali sono allo stremo, le competenze interne e i servizi tecnici, la cui faticosa costruzione aveva richiesto decenni, sono in avanzata fase di dismissione, la capacità amministrativa è ai minimi termini.
In questa situazione, il ricorso alla public advocacy, il sindaco difensore, imbonitore o avvocato del popolo serve a poco. Una nuova leadership dovrebbe partire da un’operazione-verità, dal riconoscimento delle carenze e dei bisogni trascurati, piuttosto che dei primati fantastici. Da un progetto misurabile e verificabile di ricostruzione della rete dei servizi, a partire dalla cura dell’ecosistema urbano, del suolo, dell’acqua, delle reti, degli alberi, degli edifici pubblici e delle scuole; quelli in definitiva ai quali è affidata la nostra sicurezza, il nostro equipaggiamento, per dirla come Baden-Powell.
Su tutte queste cose siamo fermi almeno da vent’anni. Da dove ricominciare, come riconvertire a questa missione l’intera macchina pubblica, tutte le risorse umane e finanziarie disponibili, a partire da quella scatola misteriosa/buco nero che restano le aziende partecipate, è la vera sfida, la piattaforma per una nuova alleanza di rinascita civica, e su queste cose non esiste buono o cattivo sindaco, ma solo una buona o cattiva strategia.

IFORD, Altracittà e l’associazione culturale “Laura Lombardo Radice” hanno organizzato la presentazione a Roma di “Ultime notizie”, il prossimo 29 novembre alle 20.00, presso Il Seminterrato di Via Siena, in Via Siena 2. Intervengono Francesco Erbani e Peter Hoogstaden. L’occasione per ragionare ancora insieme su una strategia per lo spazio rurale italiano.

 

 

Greta, Francesco e la democrazia

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 12 ottobre 2019

Soffia forte sulla città il vento di “Friday for future”, il movimento dei ragazzi ispirato da Greta Thunberg che si batte contro il cambiamento climatico, prima con la grande manifestazione dei cinquantamila di fine settembre, seguita dall’assemblea nazionale a Castel dell’Ovo, una due giorni cui hanno preso parte centinaia di attivisti da tutt’Italia. Sono eventi di rilievo, cui “Repubblica” ha giustamente dato ampia copertura. In sede di commento i richiami al ’68 si sprecano. Come allora, la società degli adulti è colpita da un giudizio di inadeguatezza duro come uno schiaffo. Di fronte all’emergenza climatica in atto una frattura s’è spalancata, un “noi” contrapposto a un “loro”. I vecchi modi di pensare non servono più, l’attendismo è il peggior delitto. Greta e i suoi ragazzi chiamano a un’azione immediata, una svolta netta, imperativa, che riguarda tutto: modello economico, tecnologie, stili di vita, atteggiamenti, valori. Il tempo è finito, e comunque di noi non si fidano più.

Ci sono due risposte, ugualmente inadeguate, che a questo punto è possibile dare. La prima è quella denigratoria, della destra più becera, che mette in dubbio le capacità di Greta, la sua integrità, autenticità, autonomia, insieme alla robustezza mentale e culturale dei ragazzi scesi in strada nelle città di mezzo mondo. La seconda è il plauso peloso, gattopardesco, di chi pensa di blandire a parole il movimento, aspettando che magari si sgonfi, continuando in ogni caso a fare tutto esattamente come prima.

Il modo più onesto di vivere l’ondata impetuosa di novità, che cammina con le gambe e il respiro dei nostri figli, resta quello del confronto, del ragionamento, separando se possibile le parole d’ordine, gli obiettivi, dai percorsi realisticamente praticabili per il loro conseguimento.

Qui l’esempio può venire da Papa Francesco. La narrazione che la Chiesa latino-americana ha fatto del dramma amazzonico è molto simile per pathos, linguaggio, scenari a quella di Greta. Le soluzioni, il processo operativo che è necessario attivare per scongiurare la catastrofe ecologica e sociale – che ora il Sinodo mondiale che si è aperto a Roma dovrà sviluppare – Francesco le ha comunque delineate nella sua enciclica “Laudato si’”. E’ un documento fondamentale, che colloca l’ecologia integrale al centro della dottrina sociale della Chiesa. La parte pastorale dell’enciclica si sofferma lungamente sui metodi di valutazione preventiva e confronto, che è necessario utilizzare per identificare gli impatti ecologici e sociali delle diverse opzioni per contrastare il cambiamento climatico e il degrado degli ecosistemi, mettendo sul tavolo un bilancio trasparente, da sottoporre alla discussione pubblica. Insomma per Francesco l’urgenza degli obiettivi di sostenibilità e giustizia sociale è fuori discussione, ma le strade per raggiungerli possono essere diverse, la democrazia ha gli strumenti per scegliere, e non ci sono scorciatoie.

Di fronte a queste cose, le parole di Greta suonano dure: “Per me è bianco o nero, e non esistono zone grigie quando si parla di sopravvivenza. O continuiamo a vivere come civiltà, o moriamo… Tutto deve cambiare. E bisogna cominciare oggi. Quindi dico a tutti là fuori che è arrivato il momento della disobbedienza civile, il momento di ribellarsi.” In un recente commento sul New York Times, un giornale certamente progressista, che pure ha seguito e sostenuto il lavoro di Greta, Christopher Caldwell, un tipo che di fondamentalismi se ne intende, giunge alla conclusione che “il suo approccio radicale entra in frizione con la democrazia”. Da noi, ci aveva pensato Massimo Cacciari su “La Stampa” del primo ottobre a osservare che Greta procede per semplificazioni estreme, e che pure questo è populismo.

Sono giudizi troppo severi, bisogna dare tempo a questi ragazzi.  Il loro impegno è ammirevole in una società di adulti che ha smarrito la maniera di integrarli, dare loro un lavoro, un futuro, un percorso di vita perscrutabile. Magari in questi movimenti si formerà una nuova classe dirigente utile al Paese. La direzione che indicano è quella giusta, il loro stimolo è provvidenziale. Cerchiamo di lavorare con loro, di ricordare che il metodo democratico, con tutti gli acciacchi, è l’unica cosa che abbiamo, che il tempo per costruire soluzioni deve esserci, non è detto sia sempre inerzia o cattiva coscienza.

 

Bagnoli ovvero la pianificazione alla rovescia

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 16 ottobre 2019

“Se si fa la bonifica e non ci sono le infrastrutture per raggiungere il nuovo quartiere, non si riesce a restituire Bagnoli ai cittadini e al mondo”. Le parole del ministro Provenzano suonano sacrosante, una boccata finalmente di aria buona, anche se una simile constatazione era già nel parere motivato del Ministero dell’Ambiente sul piano di risanamento di Invitalia, tanto lacunoso, secondo i tecnici di quel dicastero, da rivestire – è scritto proprio così nel decreto – “carattere virtuale”.

Lo schema infrastrutturale, il progetto indispensabile di trasporto pubblico, la rete del ferro per far vivere la nuova Bagnoli,  così come i relativi fondi, non ci sono, ma è comunque partito il concorso di idee pensato da Invitalia, che è un po’ come progettare arredi e finiture di un nuovo appartamento, in un palazzo nel quale mancano ancora l’accesso, le scale, l’ascensore, le uscite di sicurezza, e pure il tetto. Insomma, la pianificazione al contrario.

La stessa cosa era successa in verità anche per la bonifica, che si intende ostinatamente realizzare sull’intera area, il cui costo (quasi quattrocento milioni, che uniti ai seicento già spesi fanno un miliardo di euro, quanto Milano ha speso per fare l’Expo) è stato computato senza mai pubblicizzare gli esiti dell’analisi di rischio, l’attività cruciale per capire dove bonificare, e sino a che punto.

Alla domanda esplicita che pure “Repubblica” aveva posto, Invitalia ha prima replicato che l’analisi di rischio c’era, ma era segreta, dando in seguito una versione ancora diversa: l’analisi di rischio si farà una volta decise le destinazioni finali, che è un altro bel caso di pianificazione alla rovescia, perché uno Stato che volesse comportarsi come buon padre di famiglia, tenderebbe ragionevolmente a localizzare le destinazioni d’uso anche in funzione dei livelli di rischio, evitando di fare sforzi inutili, e buttare soldi e tempo.

Stando così le cose, il ministro non ha potuto che registrare la situazione di stallo, prender atto della solitudine del commissario Floro Flores che ha pure lamentato, a distanza di cinque anni dal decreto Sblocca-Italia, la mancanza di una struttura tecnica (sic!); la complessiva incertezza sulle risorse finanziarie che servono per portare a termine tutto.

Nel clima deprimente che si è creato, le parole del ministro piovono come una spruzzata rigenerante d’acqua sul viso, e fanno ben sperare, così come la volontà da lui espressa di “chiarire alcune cose col soggetto attuatore”, cioè con Invitalia. Potemmo magari smetterla con la pianificazione al contrario, dedicarci finalmente a una sobria, pragmatica messa in sicurezza delle aree, che costerebbe assai meno; liberare risorse per le infrastrutture e il trasporto pubblico, che è il modo per far nascere davvero, e sostenibilmente, la nuova città.

 

Senza Tangenziale

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 23 ottobre 2019

A causa dei controlli di stabilità al viadotto di Capodichino dureranno almeno tre settimane i disagi e gli ingorghi per la restrizione del transito a sole due corsie. I percorsi alternativi suggeriti da Tangenziale di Napoli fanno sorridere: se vieni da occidente e vuoi prendere l’autostrada esci a Fuorigrotta e percorri il lungomare. Facevano prima a dire di non prenderla proprio, ma il dato triste è l’essere improvvisamente tornati alla situazione di viabilità di quarant’anni fa, prima dell’inaugurazione nel ’72 del primo tratto dell’opera, e constatare ancora una volta quanto la città sia fragile, priva di alternative, risorse, soluzioni di scorta per superare le emergenze.

Tutto questo in un clima generale ancora impressionato dal crollo di Genova: come quel ponte anche il nostro è gestito da Atlantia, e se è del tutto fuori luogo qualunque semplicistico accostamento, resta l’incertezza sul ciclo di vita delle grandi infrastrutture in cemento, che promettevano l’eternità, ma hanno i loro acciacchi pure loro. Ad ogni modo, in attesa di notizie più precise da parte della concessionaria, la decisione di un esercizio a scartamento ridotto del viadotto si rende ora necessaria per l’effettuazione dei controlli, o la riduzione precauzionale dei carichi, o probabilmente tutt’e due le cose.

Resta il fatto che la città è inerme, priva di alternative, dinnanzi a problemi che pure sono noti almeno da un vententennio. Nel Piano della rete stradale primaria approvato dall’Amministrazione comunale nel 2000, l’insostenibilità dell’accesso unico da est alla città, costituito proprio dal viadotto che ora s’è ammalato, veniva fortemente sottolineata, con la previsione di realizzare un secondo, necessario corridoio d’ingresso da ovest (l’Occidentale), con un collegamento tra la Perimetrale di Scampia e la Tengenziale, all’altezza degli svincoli del Vomero. Un tracciato era stato individuato, ed è allegato al Piano, con uno studio di fattibilità e di inserimento paesaggistico ed ambientale estremamente avanzato. In questo modo, a chi deve rientrare in città, si proponeva una doppia alternativa, distribuendo più razionalmente i flussi, evitando le forche caudine dell’unico, congestionato ingresso orientale alla città.

Erano tempi nei quali ci permettevamo ancora il lusso di programmare il futuro, anche se poi comunque quel piano fu accantonato. Oggi viviamo precari, beneficiando la rendita di decisioni prese quaranta, trenta, venti anni fa. Viviamo di rammendi, rattoppi, verifiche di stabilità, pregando a mani giunte che il capitale infrastrutturale e fisico della città, sottoposto a disumane pressioni, in qualche modo resista.

 

Il deserto a Mezzogiorno

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 8 novembre 2019

Dopo la presentazione dell’ultimo rapporto SVIMEZ 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno, è veramente sorprendente il rimprovero di autorevoli osservatori al prestigioso istituto di ricerca, di riproporre alla fine sempre la stessa ricetta, quella di chiedere più fondi per il Sud. Si tratta proprio di cattiva ideologia, perché il rapporto dice tre cose incontrovertibili. Primo: la somma di trasferimenti e investimenti pubblici è minore nel Mezzogiorno rispetto al resto del Paese, quindi ciò che Svimez chiede è che sia ristabilita come minimo l’equità. Secondo: la crisi ha innestato, con l’emigrazione dei migliori, un impoverimento del capitale umano e sociale che costituisce l’aspetto più drammatico del problema. Terzo: il Paese non ha una strategia per fronteggiare tutto questo, se non quella cinica di sganciare, con l’autonomia differenziata, i vagoni più lenti.

Vanno via dal Sud i ragazzi che hanno studiato, ma anche le multinazionali come Whirlpool e Arcelor, e viene da chiedersi se, oltre la “trappola dello sviluppo intermedio” di Gianfranco Viesti (siamo troppo inefficienti per attrarre l’eccellenza, troppo costosi per concorrere coi paradisi della delocalizzazione), non finisca per pesare molto alla fine una sorta di populismo anti-tecnologico e anti-industriale.

Facciamo il caso dell’ArcelorMittal. Chiunque conosca gli impianti siderurgici d’Italia, da Piombino a Taranto, passando naturalmente da Bagnoli, sa che sono stati concepiti, e per tutto il Novecento hanno funzionato con una logica arcaica: l’occupazione sciatta dello spazio, centinaia di ettari, a volte migliaia, per dare la possibilità allo stabilimento di smaltire in libertà i propri residui, le loppe, gli scarti, come fossimo ancora nel mondo di Dickens, e poi i carbonili a cielo aperto, pronti a spandere al vento polveri insane. Uno stato di cose inaccettabile, ormai palesemente, contrario al quadro normativo, nazionale e europeo.

Eppure, in questa situazione è evidente che se vuoi mantenere la siderurgia assieme al più grande impianto d’Europa, una cosa che vale quindicimila posti di lavoro, quasi l’1,5% del PIL nazionale considerando l’indotto, devi necessariamente prevedere uno scudo legale, che non significa l’impunità per i colpevoli, ma la possibilità di disporre del tempo ragionevole per la messa a norma, per la conversione ecologica degli impianti. Lo scudo serve a evitare che chi oggi vuole risolvere i problemi, debba rispondere delle mancanze delle gestioni precedenti. Ma il senso vero è quello di proteggere l’ordinamento giuridico stesso, evitandogli di funzionare fuori contesto, come un meccanismo cieco, dagli esiti drammaticamente inappropriati.

Ma tant’è, l’ideologia vuota degli slogan ha vinto. Con il voto parlamentare che ha abolito lo scudo, la ricerca di un colpevole da punire ha prevalso sulla ricerca di soluzioni responsabili. Certo, è evidente che una multinazionale come Arcelor, consapevole del suo potere negoziale, abbia sparato alto, per strappare condizioni più favorevoli, complice anche l’attuale calo della domanda mondiale di acciaio. Ma dall’altro lato del tavolo, ci sono istituzioni repubblicane che appaiono allo sbando, prive di una visione e uno straccio di politica territoriale e industriale, si tratti di Whirlpool o dell’Ilva.

Ad ogni modo, ad alimentare questo clima scoraggiante per le imprese, è lo stesso modo di pensare che da noi ha trasformato la crisi della piana campana nel mito eterno, privo di soluzioni della Terra dei fuochi; che continua ad opporsi ostinatamente a qualunque civile, moderna impiantistica per i rifiuti.  Quel che è certo, è che non si governa a lungo con gli slogan. Dopo la sbornia parolaia del ventennio, a riportare il Paese a un principio di realtà ci pensò la Costituzione repubblicana, che dice che la politica è tutta un bilanciamento ragionevole e faticoso di principi: iniziativa privata e programmazione pubblica, libertà e sicurezza, sviluppo economico e qualità dell’ambiente. L’arte di fare i compromessi giusti, in vista di un superiore bene comune. Ora sembra che quella strada sia definitivamente persa.

 

 

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 26 settembre 2019

Se n’è andato lunedì Edoardo Salzano, grande protagonista dell’urbanistica e della cultura italiana del ‘900,  in una dolce mattinata di settembre a Venezia, dove viveva da quasi mezzo secolo. Eddy aveva 89 anni, era nato a Napoli nel 1930 da grande famiglia, il nonno era Armando Diaz, il generale della Grande Guerra che organizzò la controffensiva sul Piave e sul Grappa dopo la disfatta di Caporetto. Quei modi dolci e aristocratici della sua città aveva conservato, anche dopo tanti anni in giro per l’Italia, il fisico slanciato, la chioma candida, la parlata calda, scandita, le parole sempre precise, aderenti ai pensieri e alle cose.

Al di là della lunga attività accademica, Eddy è stato maestro per molti. L’arte e la scienza del governo del territorio, come l’ha raccontata nei suoi “Fondamenti di urbanistica”, non l’aveva fatto nessuno. Una sintesi ampia, razionale ed equilibrata, saldamente ancorata ai saperi fondamentali – storia, geografia, economia, scienze sociali, ecologia – in un saggio che nel suo svolgersi maestoso ha la bellezza di un romanzo.

A molti Eddy ha fornito i punti di orientamento, indicando principi, condizioni e metodi del mestiere. Il punto di partenza è forte: l’urbanistica è politica, è il lavoro di chi considera il territorio come un bene pubblico, il cui destino deve sottrarsi alle leggi cieche del mercato, da governare nell’interesse della comunità, a partire dagli ultimi. L’urbanistica è la democrazia e la Costituzione che si realizzano concretamente, pur in mezzo a mille contrasti e difficoltà, con la società che cresce e le libertà che avanzano, passo dopo passo.

Quanto alla precondizione, la sua lezione è che il governo del territorio deve compiersi negli uffici di piano delle amministrazioni, con atti alla luce del sole, è un mestiere pubblico, che non può vivere nell’ombra degli studi professionali. Il metodo poi, è necessariamente quello della multidisciplinarietà, il ricorso a tutte le scienze che spiegano il territorio e il paesaggio nei suoi funzionamenti, una cosa impegnativa, e lavorare con lui era un’avventura, il prender parte a impegnativi percorsi di squadra.

Questi processi complicati lui li governava con garbo, fermezza, ironia e autorevolezza, non si è nipoti di Armando Diaz per caso. Così l’ho conosciuto, a metà degli anni ’90, quando fu commissario ad acta del comune di Positano per il piano regolatore. I suoi lavori più importanti restano il piano del centro storico di Venezia, dove fu assessore all’urbanistica per un decennio, dal 1985 al ‘95; il piano paesaggistico della Sardegna, con Renato Soru, grazie al quale quelle coste belle e inermi hanno finalmente conosciuto una civile disciplina di tutela; il piano territoriale di coordinamento della provincia di Foggia, che ha aperto la strada al piano paesaggistico regionale della Puglia. Ancora, una grande vicinanza e attenzione alla nuova urbanistica napoletana, di molti dei “ragazzi del piano” è stato maestro e punto di riferimento.

Poi lui, che il ‘900 lo ha vissuto quasi per intero, ha assistito al disgregarsi con il terzo millennio di forme parole e contesti del secolo breve: il dissolversi dei movimenti politici, la crisi dell’amministrazione, la sofferenza delle finanze pubbliche, il vento freddo del pensiero unico liberista. E’ allora, sfoderando ancora una curiosità e una gioventù intellettuale mai doma, fino all’ultimo respiro, che Salzano si è impegnato a portare tra la gente la sua idea di urbanistica pubblica, le comunità attive sul territorio, col suo sito “Eddyburg”,  la creatura prediletta e totalizzante, che nel corso di quasi un ventennio è diventata sterminata biblioteca, la più bella e viva che il web sia in grado di offrire.

Colleghi amici e persone care hanno ricordato Eddy ieri, alle 15.00, presso la sede di Ca’ Tron dell’Università IUAV di Venezia, Santa Croce 1957. Che la terra (proprio quella tua, che hai amato e studiato) ti sia lieve.

 

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 9 settembre 2019

Finisce a Bagnoli il viaggio nei quartieri esterni di Napoli, non poteva che essere così, ed è la tappa più difficile, in quelle precedenti si raccontavano pezzi di città – da San Giovanni a Teduccio a Pianura – ai margini del dibattito pubblico, qui al contrario tutto è stato detto e scritto, l’area è un simbolo, che il carico di significati, connotazioni, aspettative bruciate rischia di far deflagrare, dissolvere. L’unica è tornare alla lezione di Rossi-Doria: camminare il territorio, che è il libro più grande; parlare con le persone; sentire attraverso la suola delle scarpe come cambia la terra, e lo spirito dei luoghi.

Con Massimo Di Dato che mi accompagna ci infiliamo nel sottopasso della Cumana, tutto affrescato di murales, ed è una specie di macchina del tempo, in un attimo riemergiamo su viale Campi Flegrei, il boulevard più suggestivo di Napoli, con i lecci e le palme, l’atmosfera fin de siècle e le palazzine liberty. Massimo è uno degli animatori dell’Assise per Bagnoli, una delle poche esperienze che un ragionamento collettivo sul quartiere ha cercato di tenerlo vivo in tutti questi anni. Stamattina abbiamo appuntamento con Aldo Velo, leader storico dei caschi gialli Italsider. “Ci vediamo alla Fonte del Gelo alle dieci” mi ha detto Aldo al telefono, poco importa se il bar ha cambiato nome da anni, ci intendiamo lo stesso.

Gli ex ragazzi del quartiere e della fabbrica li troviamo sul viale, coi capelli d’argento, occupano a gruppi le panchine. Quando Velo arriva, scattante nella polo rossa, è tutto un animarsi, un riconoscersi. Uno ci passa accanto: “Aldo” grida sorridendo ma senza fermarsi “vado di fretta, oggi nun teng o’ tiemp e’ litigà ’cu tè”. Ci fermiamo accanto all’edicola, attorno si forma un capannello, chiedo loro com’è adesso la vita nel quartiere, a dispetto della solarità dei luoghi le risposte sono amare.

Ci sono Antonio, Vincenzo, Gabriele, Mario, Alberico, Luigi, ed è un racconto prevalente di contrasti irrisolti, e di declino: l’aumento della micro-criminalità, coi furti di batterie e i vandalismi alle auto, tutte cose un tempo sconosciute da queste parti; gli sfollati nelle case occupate; il clamore notturno della movida, che ti nega il riposo; l’ospedale di riferimento, il San Paolo, che s’è svuotato, ridotto a poco più di un pronto soccorso. Sullo sfondo, i movimenti tellurici della demografia, coi bagnolesi che lasciano il quartiere, e i nuovi abitanti “che qui vengono solo per dormire”. E poi il lavoro che non c’è più, i figli che vivono lontano, dei quattro ragazzi di Aldo Velo, due lavorano in Emilia, uno in Norvegia.

I numeri parlano chiaro. Dal 1961 gli abitanti di Bagnoli sono diminuiti del 30%, 9.000 persone in meno, oggi sono poco più di 23.000. “Nel periodo immediatamente successivo la chiusura della fabbrica, all’inizio degli anni ‘90” mi spiega Di Dato “il patrimonio immobiliare del quartiere ebbe una rivalutazione istantanea, molti scelsero di beneficiarne vendendo e trasferendosi altrove. Anche i canoni di fitto crebbero, obbligando molti abitanti storici a lasciare il quartiere.”

Ai miei interlocutori chiedo se, al punto in cui siamo, il destino del quartiere debba oramai prescindere dal recupero dell’area industriale: in fondo quello che è successo in questi trent’anni è che Bagnoli si è trasformata da luogo della produzione a quartiere residenziale, come altri. E’ a questo punto che gli sguardi diventano freddi, la voglia di parlare passa di colpo. Il fallimento della riconversione è ancora vissuto come il più doloroso dei tradimenti. Gli operai che ho davanti avevano contrattato l’uscita dalla fabbrica – uno stabilimento appena ammodernato e in piena capacità produttiva – in cambio della promessa di un quartiere rigenerato e una nuova economia. Il risultato, a distanza di trent’anni, è il vuoto, al posto del lavoro antico non è arrivato proprio niente, solo l’inesorabile corrodersi dei legami e delle forme quotidiane di convivenza. Molti di loro non votano più. Il discorso cade sulle navi dei migranti, la chiusura dei porti, e i ragionamenti che ascolto, inaspettatamente, non sono tutti favorevoli a Capitan Carola e al lavoro umanitario delle ONG.

Ragioniamo di tutte queste cose con Aldo Velo. “Bagnoli è diversa da Taranto. Fino a che c’è stata la fabbrica, gli operai, il quartiere, il movimento delle donne e quello degli studenti sono stati una cosa sola, e la scelta non è mai stata tra lavoro e ambiente. Attorno al lavoro si era creato un soggetto collettivo che aveva un peso sulle decisioni della città, sulle questioni di interesse generale. Ora che tutto questo si è rotto, ognuno è rimasto solo con le sue incertezze e le sue paure, e trovano spazio posizioni difensive, impensabili un tempo.”

La discussione sull’ex acciaieria poi,  ha assunto toni metafisici. Qui non è come a San Giovanni a Teduccio, dove i cadaveri delle fabbriche sono ancora visibili e presenti, disseminati in mezzo alle case. A Bagnoli invece la spianata dell’acciaieria è interdetta e murata da trent’anni, non è più oggetto di esperienza diretta, sensibile: per i più anziani che ci lavoravano è un ricordo, per chi è nato dopo, una sorta di vuoto geografico, che le parole e i rendering dei piani urbanistici non riescono proprio a colmare.

Tutta Bagnoli a pensarci è ancora organizzata per recinti chiusi: il quartiere è una cittadella prigioniera tra i due rami di ferrovia, Metropolitana e Cumana, i varchi con l’esterno si contano sulle dita di una mano, una situazione rischiosa, visto che siamo in piena zona rossa dei Campi Flegrei. Come sono luoghi confinati l’area industriale dismessa, le rovine del Parco dello Sport, il Collegio Ciano, per non parlare di Nisida e del litorale.

Il Collegio Ciano fu costruito dal regime alla fine degli anni ’30, demolendo il casale medioevale sulla collina di San Laise, una comunità rurale di una cinquantina di famiglie. Doveva diventare la cittadella dell’infanzia abbandonata, i Figli del Popolo, ma la sorte fu la stessa della Mostra d’Oltremare, dopo l’inaugurazione scoppiò la guerra, e il complesso non entrò mai in funzione. Fu occupato dai tedeschi, poi dagli Alleati, quindi divenne campo profughi, alla fine saccheggiato. Dal 1954, per più di mezzo secolo, ha ospitato il Comando supremo della Nato.

Dell’antica agricoltura che c’era prima rimangono oggi una dozzina di ettari, tra il Collegio e la Domiziana, ed è l’ecomuseo agricolo più importante della città. Lo cura Gianni Grasso, coi ragazzi di Legambiente. Gianni è medico, una vita dedicata ai migranti e alla lotta alle dipendenze, i nonni erano coloni qui a San Laise, la salvezza di questo frammento miracoloso di agricoltura urbana e di memoria è l’altra missione della sua vita.

L’ingresso al parco agricolo è in fondo a Viale della Liberazione, tra l’area ex Nato e il binario della metropolitana, con Gianni sono ad attendermi Maria, studentessa in legge, ha occhi chiari silenziosi e attenti; Gennaro che fa l’informatico, e Federico che studia il cinese. Il muro di cinta dell’ex base militare è ancora armato di filo spinato e garitte, residui incongrui di Guerra Fredda in mezzo agli orti e gli alberi da frutto. Ai bordi del sentiero Grasso mi indica un grande masso bianco, è il basamento della statua del conte Ciano, abbattuta nei giorni della Liberazione.

L’area è di una bellezza e suggestione assolute, Legambiente l’ha in fitto dalla Fondazione Banco Napoli, l’altra parte è di un’immobiliare milanese, l’ha acquistata dall’antica proprietà, la contessa di Corigliano, per ora sta mandando via a uno a uno i coloni superstiti, in attesa di chi sa quali sviluppi.

Gianni coi suoi ragazzi ha ripulito l’area, ripreso i sentieri e le percorrenze, e la gestisce con rigore filologico, rispettando gli elementi minuti di questo paesaggio mozzafiato, l’arboreto, le vigne, gli orti, le siepi, i piccoli fabbricati rurali, soprattutto assecondando un equilibrio tra gli spazi coltivati, e quelli riconquistati dalla vegetazione spontanea.

Il risultato è un luogo che ha aspetti favolosi, subtropicali, dove accanto alle piante da frutto nostrane, puoi trovare un boschetto silenzioso di bambù, e una dracena gigantesca, dalle foglie acute: una natura primitiva, all’inizio del tempo, sembra di stare in un quadro di Henri Rousseau.

Il parco agricolo è aperto al pubblico, l’unica avvertenza è quella di rispettare il silenzio, la pulizia e la grazia dei luoghi. In attesa dell’altro grande parco, quello dell’acciaieria, se e quando verrà, quest’area è già adesso, grazie al lavoro di questi ragazzi, un polmone verde, testimonianza preziosa della storia rurale del quartiere, prima dello sviluppo turistico inseguito dal marchese Giusso e Lamont Young alla fine dell’800, e dello sconquasso che è seguito poi, nel secolo breve dell’acciaieria.

Resta il fatto che Bagnoli è oggi la somma di luoghi notevoli, che non dialogano tra loro, e la cosa da fare, assai semplice, sarebbe iniziare a spezzare i recinti, a partire dal muro della fabbrica, restituendo subito alla città il “terzo paesaggio”, la trama verde di erbe alberi e arbusti cresciuta in silenzio sulle loppe d’altoforno, senza chiedere permesso a nessuno, mentre noi perdevamo tempo con la burocrazia malata, e una bonifica senza fine.

Passiamo ancora i binari, siamo di nuovo sul boulevard ridente, c’è aria d’estate, macchie d’ombra e di sole. Mentre ci salutiamo Velo mi affida l’ultimo ricordo di quando ragazzi, seduti su queste panchine, aspettavano il passaggio degli operai lungo il viale, alle tre del pomeriggio venivano giù dalla stazione della metropolitana, per l’inizio del turno. Poi gli operai sono diventati loro, e ora il cerchio s’è chiuso, sono tornati sulle panchine, ma di qui non passa più nessuno.

 

Francesco Erbani, Repubblica Napoli 8 settembre 2019

Tornare, restare, arrivare. Quanti verbi si coniugano all’infinito ragionando delle regioni meridionali. Ognuno di essi prova a squarciare un velo reso impermeabile da qualche pigrizia mentale, dall’abitudine di guardare a queste regioni come a un universo compatto, punteggiato solo da buchi neri.

Franco Arminio su queste pagine ha intrecciato i primi due verbi. Le cronache rimandano costantemente le immagini di arrivi e si spera che i prossimi non siano più accompagnati da manfrine disumane. Si promuovono iniziative e manifesti per politiche pubbliche che fronteggino lo spopolamento – questione di fondo che i tre verbi raduna e mette in fila.

A questi tre verbi se ne può aggiungere un altro, sempre all’infinito. Interpretare. E ad esso agganciare un complemento oggetto. Territorio.

Prima di procedere, però, occorre lavorare di fino sul senso della parola territorio e sgomberare dal suo repertorio di significati quelli che hanno a che fare con un aggettivo possessivo. Mio. Al massimo, nostro. Una volta ripulito il vocabolario da tutto l’armamentario di recinti, di fisime e di vere fantasie indentitarie, di tradizioni tanto ossificate quanto inventate, il territorio si libera di una mistica proprietaria e torna a brillare delle tante potenzialità visibili e latenti che ne costituiscono l’essenza. E si predispone ad essere interpretato, scandagliato nelle sue caratteristiche.

Il territorio – come ripete a proposito del suolo Antonio Di Gennaro – non è una piattaforma neutra, il supporto indifferente capace di sopportare, e supportare, qualsiasi oggetto. Né possiede una dimensione solo fisica. Come insegnano le più aggiornate discipline che trattano del paesaggio, anche il territorio può dirsi composto di tanti elementi, fisici e non solo fisici, oggettivi e soggettivi.

Un territorio ha una storia, non è stato sempre così come oggi lo vediamo, né possiamo immaginare di trattenerlo in una ipotetica fissità. Su di esso hanno agito donne e uomini, si sono esercitate trasformazioni. Ha poi espresso valori, saperi, bisogni, persino aspirazioni.

In questa condizione multifunzionale, un territorio, un territorio delle aree interne, per esempio, si presta a essere interpretato, appunto per comprendere come può vivere al meglio, come i suoi bisogni possono essere soddisfatti e le sue aspirazioni assecondate. Tornare, certo. Restare, d’accordo.

Arrivare, ottimo. E però anche interpretare che cosa lo rende un luogo e non semplicemente uno spazio. E quali sono le sue virtù, quali relazioni si possono stringere al suo interno e verso l’esterno, quali bellezze esibisce, quali beni culturali, materiali o immateriali custodisce, quali doti nasconde, quali possono essere aggiornate, quali inventate.

Le aree interne possiedono tanti vuoti. Ecco un caso concreto in cui fare esercizio di interpretazione di un territorio: come trasformare questi vuoti da segno irrimediabile dell’abbandono in occasione per ripartire (mettendo al bando, è ovvio, occasioni speculative o di profitto a breve). In alcune zone delle regioni meridionali questo già avviene, dalla Calabria al Cilento al Sannio, tanto per riferirsi a quanto di più interno c’è nell’interno. Nulla è esemplare, nulla si propone come modello, nulla è esente da conflitti, ma il movimento anche se non è tutto, come si diceva un tempo, è molto. È appena un mormorio, ma ascoltarlo conviene.

Ma quali sono gli attori di questa campagna d’interpretazione (chiamiamola così per convenzione)? Chi abita quel territorio, certamente.

Può disporre di tanti strumenti, possedere le chiavi per aprire lo scrigno dei saperi, delle consuetudini agricole, artigiane, manifatturiere. È in grado di conoscere la storia, il lungo e il breve periodo, di trasmettere i canti popolari, i riti, le feste. Ma anche chi abita quel territorio può essere vittima dei luoghi comuni, delle abitudini sbrigative e stereotipate. Può guardare senza vedere. Rischia, per esempio, di non afferrare appieno le potenzialità latenti, quelle che lo sconforto e la disillusione possono occultare.

È restato, ma in qualche modo deve ri-abitare il luogo in cui è sempre vissuto.

Ecco perché per interpretare meglio è necessario che qualcuno arrivi, da vicino o da lontano, o che torni, portando nella valigia tanti attrezzi culturali appresi altrove. Anche perché le cose che si sono sempre fatte non è detto che bastino. Interpretare consente di capire che cosa manca. E che cosa di nuovo è più appropriato.

Degli interventi su Repubblica Napoli di agosto restava solo questo, sul parco della Floridiana.

Floridiana, i perché della rovina

Antonio di Gennaro, 25 agosto 2019

Il parco della Floridiana è in rovina, Repubblica si è più volte occupata del caso nelle ultime settimane, un interesse doveroso, perché stiamo parlando del giardino all’inglese per alcuni versi più importante della città, uno dei più belli d’Italia. Oltre che dell’unico parco verde del Vomero, uno spazio di importanza vitale per le famiglie, gli anziani, i piccoli del quartiere. Ora gli spazi ombrosi di lecci dove ci inseguivamo da bambini è sigillato dalle reti metalliche dei cantieri, i luoghi magici dell’infanzia irriconoscibili, regrediti alla provvisorietà delle aree degradate, polverose, dismesse.

Alla domanda sul come sia potuto succedere, la risposta è piuttosto semplice: la Floridiana è il contrario di Capodimonte. Tutti e due i parchi sono sotto gestione ministeriale, ma a Capodimonte la differenza l’ha fatta la strategia che il direttore Bellenger ha messo in campo sin dall’inizio del suo insediamento, dopo la riforma Franceschini.

In una lunga intervista del 2017 a Repubblica (“Capodimonte, il bosco ritrovato: ecco il nostro Central Park”) Sylvain Bellenger ha raccontato come la sua priorità fosse quella di mettere il grande parco di 120 ettari al servizio del quartiere e della città, farne una grande infrastruttura ecologica e sociale, e lui pensava soprattutto alla gioventù trascurata dalle politiche pubbliche e dalle istituzioni. Per fare questo ha redatto progetti, cercato risorse, riorganizzato la macchina amministrativa. Il lavoro naturalmente è all’inizio, ma i risultati sono promettenti.

Nel caso della Floridiana tutto questo non è successo. Il Ministero dei beni e delle attività culturali ha mostrato il volto peggiore, distante dai bisogni del territorio, prigioniero di un’organizzazione burocratica, datata, priva per di più delle competenze e dei saperi specifici necessari a gestire quella cosa particolare che è un giardino storico, un bosco urbano, un ecosistema vivente della cui cura ed evoluzione gli architetti, gli storici e gli archeologi del ministero sanno ovviamente assai poco.

Così il problema è stato sottovalutato, e bene ha fatto l’amministrazione comunale a proporsi per la gestione del parco. Ci sarebbero anche risorse finanziarie per intraprendere il restauro, due milioni di euro, ma è evidente che non è possibile dormire sonni tranquilli, perché anche la macchina comunale per parte sua non gode di buona salute, falcidiata dai pensionamenti di “quota 100” e dal blocco del turnover; una struttura oramai quasi priva di agronomi, mentre la squadra di giardinieri è ai minimi termini, senza nemmeno l’attrezzatura minima per operare.

Basta passeggiare in Villa comunale, o percorrere i lacerti del grande bosco dei Camaldoli avventurosamente aperti al pubblico, per constatare quale sia al momento la capacità dell’amministrazione cittadina di curare e gestire il patrimonio di aree verdi.

La lezione è che non conta tanto il livello istituzionale (stato centrale, comune, meglio comunque la collaborazione dei due), quanto la capacità di dotarsi di una strategia, pensare alle aree verdi non come a una fastidiosa appendice del costruito, ma piuttosto il motore clorofilliano, sociale ed ecologico, necessario per assicurare ai cittadini una decente qualità di vita.

E’ evidente che se le istituzioni hanno le idee chiare, anche i privati possono dare una mano. Resta il fatto, come in tutte le politiche pubbliche, che le parole non bastano, servono mezzi, risorse, organizzazione, capacità amministrativa.

Con la Floridiana abbiamo toccato il fondo, speriamo davvero che l’antico giardino affacciato sull’azzurro torni presto a ospitare le avventure dei nostri piccoli, in tutta la sua bellezza e mistero, che l’incanto possa ancora ripetersi.

Tra le riflessioni pubblicate in agosto su Repubblica Napoli avevo dimenticato questa, sui neoborbonici e il Partito del Sud,

Le cause perdute del Mezzogiorno

Antonio di Gennaro, 21 agosto 2019

Come ha scritto ieri Aurelio Musi su queste pagine, era inevitabile che in questo momento difficile per il Mezzogiorno anche i neoborbonici venissero fuori con una loro proposta, un  “Movimento per il Sud”, che lo scrittore Pino Aprile intende presentare pubblicamente nei prossimi giorni, del quale ha parlato nell’intervista a Roberto Fuccillo. Come osserva giustamente Musi, lo spazio per una simile offerta politica appare potenzialmente ampio, resta da capire quanto tutto questo possa davvero aiutare il Sud a superare la congiuntura complicata che stiamo vivendo, fatta di crisi economica, spopolamento, debolezza istituzionale.

Il neoborbonismo non è solo nel mondo. Un bel numero della rivista Meridiana, uscito nel 2017, è interamente dedicato alle “Cause perdute”: la nutrita famiglia di movimenti che fonda la sua identità su una dolorosa sconfitta: i borbonici, appunto, ad opera dei piemontesi; i Confederati americani sconfitti dagli Stati del Nord;  e poi i fascisti italiani dopo il disastro dell’ultima guerra; ed ancora catalanisti, carlisti spagnoli, socialisti radicali russi sconfitti nella rivoluzione del 1917…

I due curatori, Eduardo González Calleja e Carmine Pinto, nell’introduzione al volume mettono in rilievo come questi movimenti abbiano molte cose in comune. In primo luogo il fatto che queste identità si basino tutte su una causa perduta, una sconfitta ingiusta, che diventa evento mitico, nella quale il nemico ha prevalso sui superiori valori dei vinti grazie alla slealtà e al tradimento, depredando poi  i soccombenti non solo di beni e risorse, ma anche della loro storia e tradizione, cancellandone la memoria autentica.

Per quanto riguarda i vinti, ad essi non è in nessun modo possibile attribuire colpe o responsabilità. La loro sconfitta è esclusivamente frutto dell’inganno e del complotto. L’appartenenza a una identità in tal modo costruita richiede una cosa sola: la lealtà alla causa, autentica e giusta per antonomasia, in opposizione all’interesse, all’opportunismo, al tradimento.

A rifletterci un attimo, anche per i movimenti della cosiddetta Terra dei Fuochi è andata così, con la causa perduta che in questo caso è rappresentata dall’avvelenamento subdolo dei suoli per colpa dei rifiuti tossici provenienti dalle industrie del Nord. Non conta niente il disordine territoriale frutto di sessant’anni di anarchia urbanistica, o l’incapacità di gestire un ciclo dei rifiuti autonomo, non ci sono nostre responsabilità, è tutta e sempre colpa di un nemico esterno.

La contiguità di questo modo di ragionare con i vari populismi in giro è evidente: il problema non è mai quello di una responsabilità propria da esercitare, di soluzioni, compromessi, alleanze e percorsi da costruire con ostinazione e coerenza ma, appunto, di un nemico bieco da additare e combattere. E’ un gioco misero evidentemente, e così davvero non si va da nessuna parte.

Antonio di Gennaro, 4 settembre 2019

La scena è quella di un teatro di guerra. I pesanti tombini scoperchiati, cavi elettrici strappati, porte sfondate e vetri rotti, gli impianti tecnologici a pezzi. E poi il fuoco, che ha distrutto i locali della bella palazzina degli uffici, l’odore di bruciato che stringe ancora la gola. La cittadella Gesen, il piccolo gioiello tecnologico al centro delle discariche di Giugliano, nata per il trattamento di percolati e biogas, è stata distrutta da una serie di raid, almeno quattro, iniziati il giorno di ferragosto, e proseguiti fino a lunedì scorso.

L’impianto, inattivo da tempo, era diventato il quartier generale del commissario alle discariche di Giugliano, Mario De Biase, e del suo staff. In quegli uffici era stato messo a punto l’intervento di messa in sicurezza della discarica Resit, distante solo un centinaio di metri, trasformata, come ha raccontato Repubblica lo scorso 27 luglio, in un parco verde di sei ettari, abbellito dai murales di Jorit.

Obiettivo apparente dei raid, condotti in grande stile da una squadra di almeno una ventina di persone, assistite da camion e furgoni, era il furto dei cavi e dei materiali metallici. Per far questo, sono stati distrutti gli impianti di trattamento del biogas e del percolato, un sistema tecnologico modello costruito coi fondi europei, potenzialmente in grado di produrre energia pulita per una comunità di alcune migliaia di persone.

Il sistema di sorveglianza ha mostrato falle incredibili, se le squadre di razziatori hanno potuto lavorare per molte ore, e a più riprese, seguendo un programma preciso: a ferragosto il taglio dei cavi e l’isolamento elettrico degli edifici; il 25 agosto, la razzia in grande scala, conclusa con l’incendio della palazzina direzionale. Poi ancora almeno altre due incursioni, l’ultima lunedì sera, nel corso della quale sono state arrestate in flagrante due ragazze rom e un minore, mentre un’altra dozzina di persone è riuscita a fuggire.

Certamente ha pesato, sull’estrema vulnerabilità del sito, il puzzle caotico di competenze: il complesso distrutto era della Gesen, una società partecipata dalla vecchia provincia, che non esiste più ed è stata assorbita nel Consorzio di bacino, anch’esso in scioglimento, in attesa che si costituisca il nuovo Ato. C’è poi anche la Sapna, società della città metropolitana, che gestisce alcune delle discariche, oltre alla guardiania dell’area che però, negli ultimi tempi, sembra non riuscisse a coprire l’intero arco delle 24 ore.

L’impianto come si è detto non era attualmente in funzione, per riattivarlo sarebbe bastato un revamping del costo di poche centinaia di migliaia di euro. In questi ultimi anni, grazie a De Biase, la Gesen aveva comunque continuato a produrre un diverso tipo di energia, che ha a che fare con la cultura, la conoscenza, la coscienza civica. L’auditorium al terzo piano della palazzina degli uffici era diventato, proprio nel mezzo dell’area più critica della Campania, un centro di divulgazione per migliaia di studenti delle scuole pubbliche dell’intera regione, che qui venivano a studiare come si ricostruisce un ecosistema, come si ripara la terra ferita. Quando entriamo sembra dopo un bombardamento. Le mura annerite dal fuoco, gli arredi a terra, maciullati, il soffitto che viene giù a pezzi. Persino le soglie di marmo delle scale sono state spezzate, una ad una, con rabbia

La furia massima ha investito proprio la stanza dove il commissario Mario De Biase coordinava i lavori di recupero delle discariche, letteralmente sventrata, il tavolo di cristallo in frantumi, il mobilio e i computer a pezzi, gli archivi rovesciati, i soffitti sconvolti. Alle pareti restano affisse le planimetrie dei progetti, erano un simbolo di speranza concreta ma adesso, in mezzo alle macerie, ti mettono addosso solo un senso di precarietà.

Tra gli autori dei raid ci sarebbero dunque rom, qualcuno avrebbe anche visto persone di colore. Rimane il dubbio che per rubare il metallo non ci fosse bisogno di tanta violenza, di frangere ogni vetrata, massacrare in questo modo i locali. Girando per le stanze distrutte è netta invece la sensazione che, con questa sproporzionata azione di guerra, qualcuno, molto al di sopra degli esecutori materiali, abbia voluto lanciare un messaggio. Di questa terra mortificata non si deve salvare niente. Tutto deve rimanere com’è: le ferite eterne delle discariche, le strisce strafottenti di monnezza a bordo strada, le ragazze nigeriane sedute ad aspettare lungo il viale.

In attesa che polizia, carabinieri, magistratura chiariscano come tutto questo sia potuto accadere, la cosa importante ora è mettere in sicurezza i luoghi simbolo vicini, che sono tremendamente a rischio: il parco verde della Resit, i cui impianti tecnologici potrebbero subire lo stesso saccheggio, e il bosco di san Giuseppiello, il sito di fitorisanamento più vasto d’Italia, sequestrato ai Vassallo – ai quali lo Stato ha presentato il conto – dove ventimila pioppi, monitorati dai ricercatori della Federico II, puliscono in silenzio la terra contaminata dai fanghi industriali.

Nel servizio del 27 luglio scorso si diceva della difficoltà di rintracciare un ente, un’amministrazione in grado di prendere in consegna permanente queste aree riscattate. Il commissario De Biase è in scadenza, ma senza responsabilità e governo questi luoghi moriranno di nuovo. L’azione di guerra per ora li ha risparmiati, restano il simbolo della rinascita possibile, ma occorre prevedere a loro difesa, subito, un presidio di sicurezza permanente. Sono già in programma a breve nuove visite di scolaresche e equipe scientifiche, questo racconto di speranza, conoscenza, riappropriazione del territorio non può fermarsi dinnanzi alla barbarie, non deve assolutamente essere interrotto.

Tre brevi riflessioni, pubblicate da Repubblica Napoli tra agosto e inizio settembre. I temi sono diversi. Il rapporto Svimez, sulla sempre più preoccupante situazione del Mezzogiorno. Il pezzo sulla nuova strategia della Lega è uscito prima della rottura del governo giallo-verde, forse un po’ ha portato bene. E poi l’inaccettabile morte di un operaio agricolo, al lavoro sotto una serra a Varcaturo.

 

Il Sud come periferia

Antonio di Gennaro, 4 agosto 2019

Che effetto fa leggere l’ultimo rapporto Svimez dopo averle girate da poco, per conto di questo giornale, alcune di queste terre: le periferie d’Appenino,  dal Matese al Fortore al Cilento; e quelle di città, da San Giovanni a Teduccio a Pianura.

La cosa che più mi ha  colpito nel viaggio è una certa identità di pensiero.  Alla domanda su quali fossero le cose fa fare, i sindaci delle aree rurali interne  hanno risposto allo stesso modo dei parroci e degli operatori delle periferie urbane, indicando senza incertezze una terna costante: educazione, connessione, lavoro. Senza scuola non ci sono bambini e ragazzi; senza lavoro mancano i loro genitori. Per i collegamenti poi, l’aspirazione era per un muoversi meno faticoso di persone, merci e informazioni, che non dipendesse da una stradaccia pericolosa mezzo franata tra le colline; da una linea internet a singhiozzo; o da un autobus precario di periferia, senza più regola ed orario.

La cosa che Svimez dice ora, è che in questa nuova, inedita congiuntura, fatta di recessione e spopolamento assieme,   le città e le campagne del sud condividono ormai lo stesso declino, che é diventato di sistema. Il calo delle nascite e l’emigrazione, che hanno già dimezzato nel giro di un cinquantennio la popolazione della cintura verde appenninica, minacciano ora alle aree urbanizzate, che pure sembrano ancora congestionate di funzioni e persone. Insomma, è l’intero Mezzogiorno che si trasforma in periferia, la sterminata area interna di un Paese che non c’è più.

Calo demografico e recessione producono insieme un mix pericoloso, un avvitamento in picchiata: se le persone vanno via, cala il gettito fiscale e previdenziale, e non si ricostituisce più il capitale pubblico necessario  a tenere in sicurezza l’economia,  i territori, le comunità. Una precarietà gestionale che sperimentiamo già ora, nell’incapacità di mantenere  in condizioni minime di efficienza e decoro un capitale urbano e infrastrutturale che dal 1960 si è comunque sestuplicato, strappando il Sud Italia, nel bene e nel male, da un medioevo che sembrava non dovesse finire mai.

E’ una trappola che Gianfranco Viesti ha definito “dello sviluppo intermedio”: la condizione incerta dei territori che sono comunque troppo costosi, rispetto all’Est europeo ad esempio, per attrarre le nuove manifatture;  troppo poveri per interessare i circuiti globali dell’innovazione e dell’eccellenza.

Il percorso per uscire da questa situazione appare complicato. In tempi di autonomia differenziata, con le regioni del Nord che contrattano con lo Stato centrale le nuove regole di convivenza, quasi già fossero paesi terzi, viene meno la possibilità stessa di immaginare le necessarie politiche di riequilibrio, che non possono che essere nazionali e statali.

A livello locale, la macchina della pubblica amministrazione nel suo complesso, è in fase avanzata di dismissione, come effetto del prolungato blocco del turn over e dei prepensionamenti di Quota Cento. C’è poi la questione della continuità amministrativa: per ottenere risultati occorrerebbe costanza, pazienza, evitando di buttare all’aria ogni volta quello che è stato fatto in precedenza.

Rimangono di conforto alcune esperienze dal basso, come quelle che Francesco Erbani ha raccontato nel suo ultimo libro “L’Italia che non ci sta” (Einaudi), nel quale ha cucito insieme storie esemplari, dalle Catacombe di San Gennaro alle Grotte di Pertosa, accomunate da un aspetto: la riappropriazione, la cura e la gestione, da parte di comunità locali,  del patrimonio territoriale e culturale, generando in questo modo occupazione e nuove opportunità, insomma i beni pubblici che mancano.

Si tratta naturalmente di esperienze seminali, con il valore di esempi, fonti d’ispirazione. Hanno in comune il fatto di basarsi sulle persone, e di mettere al centro proprio le tre parole chiave incontrate nel viaggio – educazione, connessione, lavoro – con le quali hanno evidentemente molto a che fare.

 

L’inganno di Lega1 e Lega 2

Antonio di Gennaro, 13 agosto 2019

Torna alla mente il racconto di Massimo Troisi, col Senatur Umberto Bossi imbarazzato quando dalla sua libreria spunta fuori a sorpresa il 45 giri con dedica di “Tu si’ na malatia” del grandissimo  Peppino di Capri. E’ evidente che quella di Troisi non era comicità, ma scintilla di intelligenza cosmica, straniamento sublime, comprensione profonda delle cose.

Chissà se gli attuali strateghi e consulenti d’immagine della Lega ci hanno pensato, ma loro sono  andati comunque volutamente oltre, verso un trash scientificamente perseguito, col pancione in fuori sulla spiaggia, le cubiste che ballano l’inno, e il crocifisso attorno al pugno, esibito come amuleto magico-superstizioso, non più simbolo di fraterna universalità ma di identità rissosa, di insofferenza ostile verso i più deboli.

Ma non è questa nuova strategia comunicativa che interessa, quanto l’ingegneria elettorale che c’è dietro, che per certi aspetti ricorda quella che a sorpresa Berlusconi dispiegò nelle elezioni politiche del 1994 contro la gioiosa macchina da guerra di Occhetto, con un alleanza differenziata al nord con la Lega e al sud con Alleanza Nazionale.

Questa volta l’alleanza differenziata è tra due pezzi della Lega stessa: il pezzo più vecchio, chiamiamolo Lega1, quello che già governa le città e le regioni del Nord, e che per inciso nell’attuale parlamento è il partito che vanta la maggiore anzianità. Ed il pezzo nuovo, la Lega2, nata per drenare inaspettati consensi al Centro-Sud, che si giova della colorita, scientifica attrezzatura comunicativa descritta in precedenza.

E’ evidente che i due pezzi hanno obiettivi e funzioni del tutto diverse. La Lega1 una strategia precisa ce l’ha, è quella dell’autonomia differenziata, e del taglio fiscale alla Trump, che la Ragioneria Centrale dello Stato ha già valutato come assolutamente incompatibile con gli equilibri finanziari del Paese.

Sugli aspetti di incostituzionalità e iniquità dell’autonomia differenziata, così come delineata nelle ipotesi di intesa che circolano, hanno autorevolmente scritto Massimo Villone sulle pagine di Repubblica, e Gianfranco Viesti nel suo libro “La secessione dei ricchi”. Carlo Iannello sul Manifesto ha sottolineato un altro aspetto, che è l’impossibilità, una volta che il provvedimento passasse, di attuare politiche nazionali di qualunque tipo, con una competenza dello Stato centrale di tipo residuale, e l’Italia che scivolerebbe verso la condizione grigia e cinica pre-unitaria di paese “senza centro”, desolatamente descritta da Giacomo Leopardi nel suo “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani”.

Ad ogni modo, il disegno è chiaro: rastrellare con la Lega2 – che un disegno proprio non ce l’ha, se non un astuto, bizzarro coacervo di slogan tra loro confliggenti, del tutto estranei ai reali bisogni del Mezzogiorno –  i voti che servono per attuare finalmente la strategia della Lega1, che mira a sganciare a qualunque costo il destino delle regioni più prospere da quello incerto del resto del Paese.

Qualche problema di convivenza tra le due Leghe sembrerebbe emergere, se sui social iniziano a fioccare commenti perplessi di elettori della Lega1 nei confronti della nuova, avventurosa strategia espansiva. Che però, nella sua inverosimiglianza, sta lì, chiara, alla luce del sole, impudente, evidente a tutti, e per questo alla fine magari ce la fa.

 

L’agricoltura clandestina

Antonio di Gennaro, 02.09.2019

Stava lavorando in serra Pasquale quand’è morto. La raccolta dei meloni a Varcaturo era finita da tempo, ma c’era comunque da preparare il terreno, le porche per la coltura successiva. Pasquale era un O.T.D., un operaio agricolo a tempo determinato. Un bracciante. Moglie e tre figli, a 55 anni era uscito di casa alle quattro del mattino, da Caivano, per una paga giornaliera di 40 euro. Come raccontato da Raffaele Sardo ieri su Repubblica, dei lavoratori che quel giorno erano in azienda, Pasquale e un altro erano a nero, gli altri regolarmente assunti.

La morte tragica di Pasquale Fusco costringe a ritornare sulla questione delle condizioni di lavoro in agricoltura. In Italia muoiono sul lavoro due persone al giorno, nel 2018 gli infortuni mortali sono stati 704, 83 in agricoltura, il 21% delle morti è al Sud. Nella piana campana la situazione è estremamente difficile. Le aziende sono particolarmente piccole, frammentate. La crisi della terra dei fuochi le ha ulteriormente mortificate, spinte alla clandestinità, il sommerso è enorme. La superficie agricole censita dall’ISTAT è solo un terzo di quella reale. Per di più si lavora su margini irrisori: i prezzi agricoli sono fermi da tre decenni in termini reali, mentre i costi di produzione – fertilizzanti, energia, manodopera – seguono invece fedelmente i rialzi del costo della vita.

La situazione ha aspetti paradossali. Le aziende agricole che cercano manodopera qualificata non la trovano. C’è invece nell’hinterland disordinato della piana campana un serbatoio di persone povere, come Pasquale, che in un modo o nell’altro devono lavorare. E gli immigrati, dall’Africa e dall’Est Europa, la loro paga è più bassa, sino alla metà. Ma qui la questione non è tra italiani e stranieri, ma invece tra chi è povero e ha bisogno, e tutti gli altri.

Ragionare del lavoro in agricoltura è dunque difficile, una questione troppo intrecciata ai temi delicati della marginalità, del disagio, della legalità, del controllo del territorio. Solo un’altra faccia della sofferenza sociale complessiva che affligge la grande area metropolitana. I Servizi Prevenzione e Sicurezza negli Ambienti di Lavoro della ASL dovrebbero, controllare, monitorare la salute delle persone, la qualità degli ambienti di lavoro, ma il servizio sanitario nazionale, in grave affanno qui al Sud, non ce la fa proprio a stare dietro ai fabbisogni particolari del settore agricolo.

Le aziende agricole non dovrebbero essere lasciate sole. Una buona strada è quella della cooperazione: mettere insieme i piccoli perché possano finalmente difendersi in mezzo a un mercato globale spietato, con competitori che hanno costi inferiori ai nostri , una migliore organizzazione, oltre che sistemi-paese più vicini alle attività agricole. Solo le reti cooperative possono aiutare i piccoli produttori a spuntare margini più equi nella filiera del valore, nei confronti di commercianti e distributori, e ad adottare i necessari protocolli di legalità. In Trentino l’80% del valore della produzione agricola è gestita dalle O.P., le organizzazioni dei produttori riconosciute dall’Unione europea; al Sud la media è del 20%.

La morte di Pasquale Fusco è un evento doloroso, senza rimedio, le parole e i ragionamenti non servono. Resta il compito di dare ordine senso e prospettiva a un’agricoltura semiclandestina, che pure continua a gestire il 65% del territorio della grande area metropolitana. Se ci credessimo, il discorso potrebbe addirittura capovolgersi. Una filiera agricola ordinata, rafforzata dall’associazionismo, potrebbe significare per la Campania e il Mezzogiorno un’occasione importante di assorbimento e integrazione degli immigrati, di lavoro per i connazionali, insomma un ammortizzatore sociale attivo e produttivo, forse sotto certi aspetti migliore di quelli che stiamo mettendo in campo. Le persone, il territorio, l’agricoltura non possono andare avanti da soli.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 27 luglio 2019

L’appuntamento coi ragazzi è alle diciassette alla Resit, la discarica simbolo sperduta nella campagna immensa di Giugliano; lungo il vialone la striscia di monnezza t’ammorba l’anima, poi finalmente s’arresta e inizia l’erba, e anche il muro è diverso, Jorit l’ha tutto dipinto coi colori dell’iride; dietro, giovani pioppi tremano nel vento, e la collina è verde.

I ragazzi sono già dentro ad aspettarci coi loro decenti, è un gruppo di studenti dell’istituto superiore di cinematografia “Roberto Rossellini” di Roma, la sede della scuola è negli ex stabilimenti Ponti-De Laurentiis, un pezzo di storia del cinema italiano.

L’istituto, nato nel 1961, fino a pochi anni fa è stato l’unico liceo in Italia interamente dedicato alle arti visive, ora la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha commissionato un corto sulla Terra dei fuochi, loro l’hanno immaginato come il viaggio di due ragazzi alla scoperta della piana campana, e la cosa che mi ha sorpreso, leggendo la sceneggiatura, è la scelta coraggiosa: quella di parlare di soluzioni, oltre che dei problemi.

Per questo sono venuti nella discarica più famosa, finalmente messa in sicurezza, ora è un parco pubblico col prato e gli alberi, ed è una bella storia di riscatto, lunedì prossimo verranno a inaugurarla il ministro dell’Ambiente Sergio Costa e il presidente della Campania, Vincenzo De Luca.

In pochi minuti la troupe è pronta, sotto lo sguardo vigile di Massimo Franchi, il docente-regista. Alle macchine da presa sono Gabriele, un tipo riflessivo, e Benedetta sicura di sé, in jeans corti e top; Jacopo il fonico è alto e magro, porta la cuffia attorno al collo; il microfonista è Alessio, Joy il fotografo di scena; Alice la brunetta piccolina tiene a bada tutti, è la segretaria di produzione.

I ragazzi hanno tra i sedici e i diciott’anni, le attrezzature sono proprio quelle professionali, si fa sul serio. Alessio e Simona, 16 e 17 anni, sono gli attori  protagonisti, due scriccioli tutt’ossa, occhi grandi, spauriti e spavaldi; lei riordina distrattamente un ciuffo ribelle, la camicetta leggera di cotone, ciak, si gira.

Nella scena i ragazzi sono al cancello della discarica, dentro c’è Jorit incappucciato su un’impalcatura, con la bomboletta sta completando un murales, i due gli chiedono cosa stia facendo, lui va loro incontro, si scopre il capo, dietro ha il grande volto sorridente di Giancarlo Siani.

L’artista-ragazzo chiede ai due cuccioli se sanno chi era, racconta la storia del cronista coraggioso, impegnato a svelare gli affari di criminalità e malapolitica, a danno delle persone e del territorio. “Ma non è l’unico aspetto” continua Jorit “Rileggendo gli scritti di Giancarlo la parola più frequente è proprio ‘lavoro’. Lui è morto anche per questo, per rivendicare la dignità del suo lavoro precario, ed è il lavoro ciò di cui abbiamo più bisogno per riscattare questi luoghi. Per questo abbiamo scelto il suo volto per il nuovo parco”

Ora i ragazzi incontrano l’artefice del miracolo, Mario De Biase, per otto anni è stato prima commissario governativo, poi funzionario delegato alle discariche di Giugliano. Alessio gli chiede con sfrontatezza innocente cosa ne è stato dei rifiuti della discarica, Mario sorride, gli risponde che sono ancora sotto i loro piedi, i ragazzi sono perplessi, se è così il problema c’è ancora, non è cambiato niente.

“I rifiuti vanno giù per 27 metri” risponde paziente De Biase “un milione di tonnellate, il costo della rimozione vale una finanziaria, e poi dove li porti? Invece noi abbiamo impermeabilizzato tutto: il biogas prodotto – l’equivalente ogni giorno degli scarichi di quattromila autovetture col motore sempre acceso – è captato e bruciato dalle torce. Anche il percolato è raccolto, ma la sua produzione, grazie alla copertura s’è arrestata. La discarica certo rimane qui, ma ha smesso di fare del male, la profezia del super-perito Balestri, che aveva previsto per il 2067 il disastro ecologico e l’inquinamento definitivo della falda, se l’avanzata dei liquami non fosse stata arrestata, è stata scongiurata. Al di sopra della complessa serie di strati tecnici che garantiscono l’isolamento dei rifiuti, alla fine abbiamo riportato suolo buono, per lo spessore di un metro, ed abbiamo piantato sei ettari di prato, con cinquecento alberi e ottomila arbusti.”

A progettare il parco ci ha pensato il paesaggista Fabrizio Cembalo Sambiase, s’è fatto dire dagli scienziati le specie che meglio riuscivano a tenere a bada gli inquinanti, che poi sono quelle dei nostri boschi, i pioppi, gli aceri, gli olmi, i frassini, e ha trasformato la discarica in una verde collina arborata, una morfologia nuova, che prima non c’era: un monumento perenne all’umana inadeguatezza, che però consente di spaziare a perdita d’occhio sulla piana agricola millenaria, un paesaggio ancora emozionante.

Proseguendo il loro viaggio, accanto alla Resit i due ragazzi s’inoltrano in un bosco fitto di pioppi. Ad aspettarli c’è un Virgilio robusto, è Massimo Fagnano, docente di agronomia della Federico II, li accompagna tra i filari ombrosi, l’intera troupe del “Rossellini” si dispone tra gli alberi.  “Qui nel podere di San Giuseppiello, i Vassallo non hanno interrato rifiuti, ma i fanghi industriali delle concerie toscane. E’ un crimine orrendo, sulla terra più fertile della galassia, un tesoro che ha quindicimila anni di storia. Questo suolo straordinario ci ha salvato” racconta ancora Fagnano ai ragazzi “Ha bloccato i contaminanti  – cromo soprattutto – in forme insolubili, che i microrganismi e le piante non possono assorbire, salvando così anche la falda. Un discorso a parte riguarda il cadmio, che è più pericoloso, è presente in un’area di tremila metri quadri, e può essere assorbito dalle piante. Il compito di questi ventimila pioppi è proprio quello di portar via la frazione solubile degli elementi tossici, pulendo poco alla volta il suolo. Così, piantando un bosco, abbiamo salvato la terra, l’alternativa era sbancarla e portarla a discarica, come fosse un rifiuto, lasciando qui un cratere. Oppure, come hanno fatto per l’area dell’EXPO, isolarla con una lastra di cemento. In questo modo, invece” conclude il professore mentre esce coi ragazzi dal bosco “dov’era il degrado abbiamo ricostruito un paesaggio ordinato: un laboratorio verde, dove migliaia di studenti delle scuole pubbliche della Campania sono già venuti a imparare come si cura e si ricostruisce un ecosistema ferito”.

I ragazzi dall’alto della collina della Resit filmano il tramonto sul mare, oltre la piana; la sfera rossa si nasconde in un canneto, anche Jorit è rapito, posta la foto sulla pagina facebook. La giornata è stata torrida, s’alza finalmente la brezza, scattano gli irrigatori automatici del nuovo parco, l’aria si raffresca, il frinire delle cicale è assordante, anche Hulk, il meticcio pelliccioso enorme e mite che vegliava sulla discarica avverte l’atmosfera, s’accosta timoroso per una carezza.

La luce del tramonto illumina l’altro grande murales del parco: di fronte a quello sorridente di Giancarlo, c’è il volto di Peppino Impastato, l’espressione dolente si fa viva nell’ombra tremante dei pioppi. “Giancarlo e Peppino erano ragazzi come voi”. Mario De Biase è ancora con Simona e Alessio, sulla collina verde “Due ragazzi che hanno dato la vita per la libertà, la bellezza, la giustizia. Hanno continuato a ispirarci e darci forza quando questo lavoro sembrava impossibile. Perché le leggi italiane sembrano fatte apposta per impedire di risolvere i problemi. Soprattutto quando interpretate da una burocrazia che pensa solo a tutelare se stessa, mantenendo tutto com’è. Per la Resit ci sono voluti anni, alla fine ce l’abbiamo fatta, e agli inquinatori abbiamo pure presentato il conto. Proprio in questi giorni la Guardia di Finanza ha notificato ai Vassallo la parcella per la messa in sicurezza di San Giuseppiello: un milione di euro, che loro dovranno risarcire allo Stato. ‘Chi inquina paga’ non è uno slogan astratto, ma un principio di legge.”.

Hanno ragione i ragazzi del “Rossellini”, quella del recupero della Resit e di San Giuseppiello è una pagina chiara nella storia della Terra dei Fuochi, ma i problemi non sono finiti. L’incarico che la Protezione civile nazionale ha assegnato a De Biase scade il 30 luglio. Dopo, rischia di esserci il vuoto, di andare dispersa la piccola efficiente struttura, con Aniello Sansone, Giampiero Matarazzo, Mario Mancuso, un pugno di funzionari competenti e appassionati che ha coadiuvato De Biase nell’impresa. Per l’area di San Giuseppiello, il custode giudiziario è coraggiosamente riuscito ad affidare alla Federico II il compito di continuare a curare il grande bosco di pioppi. Per il parco della Resit invece, sei ettari di nuovo verde pubblico, in un’area metropolitana dove queste cose mancano, nessuna istituzione si è ancora fatta avanti, e De Biase semplicemente non sa ancora a chi consegnare le chiavi, i contratti, gli archivi. Negli ultimi istanti utili si sta lavorando a una proroga del suo incarico, ma è un’impresa complicata.

C’è anche Paola Adamo, la presidente della Società italiana di scienza del suolo, ed è preoccupata. E’ lei che ha studiato i suoli dell’area per capire l’effettiva mobilità dei contaminanti. Tutte cose che sono finite nel nuovo decreto nazionale sulla bonifica dei suoli agricoli, insieme alle tecniche di fitorisanamento messe a punto dal gruppo di Massimo Fagnano. “La cosa assolutamente decisiva” mi dice Paola “è prendersi ora cura di questi nuovi spazi restaurati. Basta davvero poco per tornare indietro, vanificare il lavoro fatto, riconsegnando queste aree alla desolazione e al degrado.”

Stasera, sulla collina delle Resit, si aggira una singolare comunità, fatta di artisti, scienziati, fotografi, pubblici funzionari. A pensarci, è grazie alla cooperazione di scienza, arti pittoriche, progettazione del paesaggio, cinema, buona amministrazione, che questi luoghi perduti stanno riacquistando una dignità, un senso.

Ne discuto con Giuseppe Leone, è il presidente della “Street Art Jorit”, la fondazione con finalità sociali che supporta l’attività del giovane artista, del quale è stato professore e maestro al tempo dell’Accademia.  “Scienza e arte, per vie diverse, hanno lo stesso obiettivo, quello di esprimere l’uomo per quello che è, attraverso una ricerca e un’innovazione continua. Il paesaggio poi è la nostra pelle, la sua bellezza richiede una cura costante. Arte, scienza e cultura possono aiutarci a curare le ferite del mondo”. E’ l’idea che Mario De Biase ha inseguito per quasi un decennio, i ragazzi del “Rossellini” l’hanno capita, la battuta finale del corto è “Ma allora si può fare!”, buona la prima, alla prossima.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 22 luglio 2019

Devi venire tra queste colline serene, una miniatura rinascimentale di filari di viti, boschi e oliveti ai piedi del Taburno, dove sembra che mai nulla possa mutare, per capire davvero cosa significa vivere al tempo del cambiamento climatico globale. Cammino nel vigneto con Marco Giulioli, l’enologo che segue i mille viticoltori della Guardiense, sono gli uomini che coltivano e accudiscono tutta questa bellezza: sotto i tralci verdi i nuovi grappoli si vanno riempendo di succhi, lui li scruta con attenzione, nel percorso verso la qualità siamo a un momento cruciale.

“Il cambiamento climatico ci ha cambiato la vita” mi spiega Marco “Dobbiamo lavorare in condizioni di rischio e incertezza sconosciute in passato: la frequenza degli eventi climatici estremi è aumentata. Prima da una calamità all’altra passava del tempo, ora non è più così. In questa stessa valle abbiamo avuto l’alluvione dell’ottobre 2015, poi nel 2016 la gelata forte di fine aprile; Nel 2017 ancora la gelata, seguita dalla grande siccità e dagli incendi nei boschi. Nel 2018 la grandinata di fine maggio che ha martoriato tralci e grappoli in formazione, nel 2019… incrociamo le dita” dice pensieroso, e continua a carezzare i tralci.

“Il problema” continua Marco “è che non sai più da quale nemico difenderti: grandine, gelo, siccità. Per i nostri viticoltori stiamo pensando a nuovi strumenti mutualistici per proteggerli dai rischi, perché altrimenti sul risultato economico di ogni annata incombe un’incertezza insostenibile per queste famiglie.”

Oltre l’imprevedibilità di pioggia grandine e tempeste, c’è un altro aspetto, che è l’innalzamento delle temperature. Antonello Bonfante del Consiglio Nazionale delle Ricerche è uno degli scienziati che studia queste cose. Usa modelli sofisticati per capire come il clima sta cambiando, e come stanno reagendo i suoli, le piante, i paesaggi. “La falanghina del Sannio sino ad oggi per maturare ha avuto bisogno di 1.800 gradi Winkler, che è l’indice della quantità cumulata di calore necessaria per portare l’uva a maturazione. I modelli climatici ci dicono che in Valle Telesina questo indice toccherà valori intorno a 3.000 nel giro di pochi decenni. Come reagiranno le piante noi non lo sappiamo. Di certo, ci sarà  bisogno di irrigazioni di soccorso, non per produrre di più, ma per mantenere la qualità. E’ una pratica che in California è già d’obbligo, per l’Italia è una novità, e comunque bisognerà anche capire, in uno scenario di scarsità idrica, quest’acqua dove e come andremo a prenderla.”

Giulioli annuisce. “E’ proprio così, la nostra falanghina è già cambiata. Rispetto a quindici anni fa la vendemmia è anticipata di due settimane, un’eternità. E i grappoli arrivano a raccolta con un grado zuccherino più alto, e un profilo acidico più basso. Più alcool e aromi, meno acidi, questo significa un gusto più moderno e vicino alle preferenze del consumatore.”

Il cambiamento climatico è portatore quindi di rischi, ma anche di opportunità inattese. Resta il fatto che garantire la qualità delle uve e del vino, in questa roulette che è diventata il clima, è un obiettivo che richiede un’attenzione quotidiana. “La viticoltura di precisione è una necessità” mi dice ancora Giulioli. Mentre camminiamo ci raggiungono Alessio e Gianfilippo, sono due giovani tecnici della cooperativa. Monitorano il vigneto, tablet alla mano, contano e misurano i grappoli pianta per pianta, i dati sono memorizzati sulla cartografia satellitare che appare sul display. Se il clima è imprevedibile, l’unica è sopperire con la conoscenza e l’adattamento continuo. Lo sviluppo di ogni vite, nei millecinquecento ettari della cooperativa, è quindi seguito giorno per giorno – stato vegetativo, stress, avversità, grado di maturazione – in modo da poter intervenire con tempestività, con le cure agronomiche necessarie. L’idea è ora quella di dotare ognuno dei mille soci di questi strumenti.

“Una cosa nella quale l’Italia e l’Europa rischiano di restare indietro” prosegue ancora Giulioli “rispetto agli altri grandi produttori a scala mondiale, è la ricerca genetica. Per produrre grandi vini in questo clima che cambia abbiamo bisogno di viti più resistenti agli stress e alle malattie. Negli Stati Uniti sta nascendo, con un importante investimento pubblico, un grande centro federale di ricerca sulla genetica della vite, con il compito di produrre super-varietà resistenti alla siccità, all’oidio, alla peronospora. La tecnica impiegata è il “genome editing”, in pratica si trapianta, con una specie di taglia-incolla, il gene della resistenza da una varietà di vite all’altra, senza snaturare l’identità di ogni vitigno. Qui in Europa non è possibile, perché questi organismi sono considerati OGM, organismi geneticamente modificati, quando non è così, perché si opera in seno alla stessa specie, proprio come faceva Nazareno Strampelli col grano novant’anni fa.”

“La genetica è importante, ma da sola non basta” è l’opinione di Bonfante “perché bisogna fare i conti con la variabilità dei terroir. Quindi, abbiamo certo bisogno di vitigni resistenti, ma anche di conoscere come queste varietà si comportano nei diversi tipi di suolo, intervenendo con una gestione del vigneto intelligente, diversa caso per caso.”

E’ proprio quello che stanno facendo Marco Giulioli e i mille viticoltori della cooperativa. “La diversità dei paesaggi e dei terroir del Sannio” osserva Marco “sino ad oggi ci ha salvati: nella valle ci sono una quarantina di tipi di suolo diversi, e ogni annata c’è sempre per fortuna una parte dei terroir che reagisce bene a quel particolare andamento climatico, ed è in grado di assicurare una produzione di qualità.” Con l’innalzamento delle temperature però questa resilienza, questa capacità di adattamento potrebbe non bastare più.

Con Marco torniamo in cantina, la giornata è stata afosa, due dita di spumante fresco di falanghina aiutano a inquadrare meglio le cose. La prima è che il cambiamento climatico non è un accidente che verrà, ma ci siamo già dentro fino al collo. La gente del vino, con quelle antenne sensibili che sono i vigneti, sta già affrontando le conseguenze, e la parola d’ordine è “adattamento”.

Vivere in tempo di global change richiede intelligenza, un’attenzione smisurata alle cose che succedono, la capacità di reagire tempestivamente, compiendo le azioni giuste. Il cambiamento climatico ci mette bruscamente di fronte ai limiti e alla sostenibilità dei nostri stili di vita, dei modi di consumare e produrre, alla nostra vulnerabilità.

Occorre una grande capacità di innovazione, se non ne sei capace sei fuori. Il popolo del vino, con testardaggine e umiltà, queste cose le sta già facendo, ne va della sua sopravvivenza, ed è una lezione anche per noi, povera gente di città, che di antenne per ascoltare la natura e i cicli che cambiano ne abbiamo assai meno, viaggiamo a fari spenti nei nostri gusci tecnologici, pronti solo a lagnarci delle conseguenze, quando il mondo vero alla fine si ribella.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 6 giugno 2019

Dopo i quartieri orientali di San Giovanni, Ponticelli e Barra, continua a occidente, tra le colline flegree, il viaggio nei casali di Napoli, ripercorrendo la “corona di spine” di Francesco Saverio Nitti. Fino al 1926 erano comuni autonomi, coi loro santi patroni, cultura ed economia, l’unione col capoluogo ne ha stravolto per sempre il destino, declassandoli a periferia. Per tutti loro, a est come a ovest, a distanza di novant’anni, l’integrazione vera con Napoli, qualunque cosa questo significhi, è una questione ancora aperta.

All’estremo ovest c’è Pianura: nelle foto aeree scattate dagli Alleati nei primi anni ’50 per il piano Marshall, queste terre sono ancora un giardino, la conca è tutta un ricamo di filari di vite e piante da frutto, le selve di castagno sui versanti dei Camaldoli sono curate come un salotto, e il casale  – novemila anime in tutto – è un borgo a forma di croce, attorno alla chiesa madre di S. Giorgio.

“Eravamo felici” mi dice Vittorio Balestrieri, il decano degli agricoltori di Pianura. “In contrada Torciolano si viveva insieme, una quarantina di famiglie, tutt’intorno a Masseria Grande, il forno e il torchio erano in comune,  c’erano le stalle, papà coltivava patate, ortaggi, frutta, e pure il grano. Lo accompagnavo col cavallo e il carretto al mercato ortofrutticolo, traversavamo tutta la città, tra un quartiere e l’altro di Napoli c’era solo campagna. Le nostre patate soprattutto erano assai richieste, il suolo vulcanico fertilissimo le rende particolarmente profumate e sapide”. Don Vittorio non lo sa, ma il suo è il racconto di una villaggio rurale (il vicus)  col suo territorio agricolo (il pagus),  un modello di vita comunitario che risale a duemilacinquecento anni fa.

“Poi comprammo la macchina, in tutta Pianura ce n’erano solo tre, intanto il mondo stava cambiando, andammo tutti a vedere Kennedy, il presidente in visita a Napoli percorse il viale da Bagnoli tra due ali di folla.  Erano i primi anni ’60, la famiglia era cresciuta, facemmo domanda al Comune per ristrutturare l’antica casa colonica, ma non arrivò mai risposta. Passarono i vigili, e ci dissero che era inutile aspettare, che potevamo regolarci da soli, della licenza non c’era bisogno… Fu il rompete le righe, la campagna intorno diventò un enorme cantiere, la nostra azienda agricola si è salvata solo perché sta dentro il vincolo cimiteriale”. Così l’antico casale, senza regole, è deflagrato: nel ’51 le aree urbanizzate erano 14 ettari, oggi sono 480, la città è cresciuta di quasi quaranta volte.

Mentre il casale tutt’attorno diventava città, Don Vittorio ha resistito con la sua masseria, come un samurai, ha conservato i suoi quattro ettari di frutteto, e le stalle con 20 vacche marchigiane allevate come si deve, fare zootecnia in città è difficile a causa dei vincoli e delle norme, è un paradosso che debba considerarsi intruso proprio chi il territorio agricolo l’ha difeso. Vittorio vende i suoi prodotti in azienda, è la dimostrazione che l’agricoltura in città è una cosa seria, ma il gioiello ora è il ristorante, con il Dipartimento di Veterinaria ha installato un sistema innovativo di frollatura delle carni, i sensori del computer controllano in continuo il processo, la bistecca di marchigiana frollata quaranta giorni è da svenimento, e le ricerche hanno dimostrato che il trattamento arricchisce la carne di molecole protettive, benefiche.

“Nel discorso pubblico la responsabilità del sacco edilizio” mi dice Pasquale Belfiore, docente di architettura dell’Università Luigi Vanvitelli, assessore all’Edilizia nella giunta Iervolino “è attribuita in massima parte ad Achille Lauro, che però finì di amministrare nel 1961. Certo, se era stato il Comandante a dare il via alla deregulation, negli anni ’60 furono le amministrazioni democristiane e i commissari governativi a mettere in pratica il disegno, almeno fino al piano regolatore del ’72. Con questo il governo centrale cercò di correre ai ripari, fu l’ultimo intervento dello Stato prima che le competenze passassero alle Regioni, ma lo strumento era tutto basato sulla redazione di piani particolareggiati, che nessuno fece mai, e così l’attività amministrativa in materia urbanistica si bloccò di nuovo.”

Un altro aspetto chiave lo sottolinea Vezio De Lucia, una vita da urbanista pubblico, dalla direzione del Ministero a quella del PRG di Napoli con la prima giunta Bassolino: “Con Lauro almeno un timbro sotto la domanda l’amministrazione ancora lo metteva, si trattava in altri termini di un abuso a norma di legge, e gli interlocutori erano ancora i costruttori privati. Dopo, è venuta meno anche l’ipocrisia di mettere le carte a posto, mentre l’imprenditoria privata è sparita, e sono entrate in campo le società e i prestanome del malaffare e della criminalità.”

Se l’amministrazione non risponde, il territorio non rimane certo a guardare. Così a Pianura la costruzione della città abusiva si intensifica, come un missile a più stadi: ai 7.000 vani abusivi realizzati negli anni ’60, se ne aggiungono 20.000 nel decennio successivo, e altri 32.000 tra il 1981 e il 1991. Nel frattempo, in trent’anni, la popolazione del quartiere aumenta di 40.000 unità, come effetto di due trasferimenti di massa: quello seguito al bradisismo dei primi anni ’70, e quello successivo al terremoto del 1980. L’antico borgo rurale che nel 1951 faceva 9.500 abitanti, ora è una città, completamente abusiva, di 58.000 abitanti, il primo quartiere di Napoli per superficie, il quinto per popolazione.

Nel viaggio mi fa da guida Augusto Santojanni, che a Pianura è nato e ha lavorato come medico e come dirigente politico, ora a settant’anni è in pensione, la drammatica trasformazione del casale l’ha vissuta e combattuta per intero, ma non ha smesso di lavorare per il quartiere: il suo giornale, “Il corriere di Pianura”, è il diario civile del casale, va in edicola ogni mese in 1.500 copie, in redazione collaborano una quindicina di giovani, tra cui Rosa che ci accompagna.

Percorriamo a piedi la strada vicinale al bordo della città, dove comincia il bosco di castagno, in località Masseria del Monte, le foglie crepitano sotto i piedi; nascosti tra gli alberi sono gli imbocchi delle cave sotterranee di tufo, solenni e misteriose come cripte, con le volte e i pilastri in roccia, da qui è venuto il piperno dei rivestimenti del Maschio Angioino e del Gesù Nuovo.

Ora lo sguardo abbraccia tutta la conca, al fondo c’è una selva infinita di palazzi di 7, 8 e 9 piani, separati da una scacchiera di strade anguste, col marciapiede che c’è e non c’è, portano i nomi di artisti e filosofi:  Botticelli, Dalì, Empedocle, Talete, Socrate. “Quello che vedi, tranne il minuscolo centro storico che s’è salvato, è tutto abusivo”, mi dice Augusto indicando col gesto la veduta intera.  “All’inizio la criminalità organizzata c’entrava poco, era un’economia locale che partiva dal colono, coi suoi mille metri di terra, e comprendeva il piccolo imprenditore edile, il ruspista per gli sbancamenti, manovali, fabbri, falegnami, e poi certamente i colletti bianchi – progettisti, geometri, notai… Il meccanismo non richiedeva capitali iniziali, la liquidità arrivava alla fine con la vendita delle case, all’agricoltore che aveva conferito la terra restavano un paio d’appartamenti.”

Poi il sistema si è evoluto, industrializzato, un meccanismo descritto nei dettagli da Aldo De Chiara nel suo libro fondamentale sull’abusivismo a Napoli. Aldo queste cose le ha affrontate sul campo, da magistrato in prima linea: “L’assenza delle istituzioni nelle attività di governo e controllo del territorio” mi dice “ha dato campo libero a gruppi organizzati che, sostituendosi di fatto allo Stato, in un momento in cui il Paese cresceva, e l’edilizia legale era di fatto bloccata, hanno fornito abitazioni a fasce sociali meno abbienti. E’ stato un affare per tutti, per la criminalità organizzata certamente, ma anche per i proprietari borghesi che hanno messo a disposizione la terra per le lottizzazioni; e per il mondo delle professioni, perché qualcuno i calcoli del cemento armato deve pure averli fatti.”

La conclusione è che l’abusivismo, che ha rappresentato per un trentennio la base economica del quartiere, è un reato collettivo: parafrasando l’avvocato cocciuto del film Spotlight, si potrebbe dire che “…se serve una comunità per abitare un territorio, serve una comunità per abusarne”. Oltre,  naturalmente, alle insufficienze e alle connivenze della politica – di tutta la politica –  degli apparati legislativi, amministrativi, e anche giudiziari.

Con Augusto ora percorriamo il centinaio di metri pedonalizzati del corso Duca d’Aosta, a Pianura una piazza vera e propria non c’è, questo breve tratto ha un suo decoro, è diventato lo spazio prediletto dei cittadini, anche se un parco pubblico ci sarebbe, un ettaro di verde intitolato ai giudici Falcone e Borsellino,  è uno dei bei parchi della Ricostruzione, ma è inaccessibile, chiuso da anni dopo ripetuti vandalismi.

A poche centinaia di metri, in via Grottole, lo scheletro in rovina di un centro polifunzionale mai completato marcisce da anni, gli alberi lo divorano; di fronte, uno spazio pubblico che funziona lo troviamo, è la “Casa della cultura e dei giovani”, inaugurata nel 2014, l’edificio è bello, riprende nel disegno l’arco catalano delle masserie seicentesche, è un luogo vivo di musica, incontri, laboratori, una risorsa preziosa, in un quartiere-città di 60.000 abitanti dove non c’è il cinema e nemmeno il liceo.

“La Casa della cultura” mi dice Santojanni “è un’eccezione: qui, dopo la Ricostruzione, sono più di venti anni che non succede niente. Nessuna politica pubblica, nessuna economia ha sostituito i  redditi che l’edilizia, nel bene e nel male, ha assicurato per quasi un trentennio. C’è una fascia larga di famiglie che vive in una situazione drammatica, per la quale misure di protezione e assistenza come il reddito di inclusione e quello di cittadinanza hanno una loro logica, con tutte le difficoltà che si sono di gestire bene poi questi strumenti, che comunque evidentemente non bastano.”

Come ci sarebbe da dare una risposta all’abusivismo, mettere a norma questo quartiere-città, dove lo Stato ha scelto ancora una volta di non scegliere, migliaia di domande di sanatoria giacciono in attesa, quelle del primo condono addirittura dal 1985, un’ipocrisia che corrode alla base la credibilità delle istituzioni.

Ora nella grande città abusiva la disillusione regna sovrana, e gli umori cambiano in fretta: alle ultime elezioni europee del 26 maggio, quasi sette elettori su dieci sono rimasti a casa, il tasso di astensione più alto registrato in città. Il riflusso di sfiducia sembra aver colpito duramente anche i vincitori delle politiche 2018, i 5Stelle, passati dal 60 al 43%, più di 8.000 voti persi nel giro di un solo anno, mentre la Lega quadruplica le adesioni, e in percentuale passa dal 2 al 13%. Il PD guadagna 250 voti, non sono molti, ma bastano, grazie al crollo dell’affluenza, a salire dal 9 al 16%, in un gioco ottico all’apparenza confortante.

Torniamo con Augusto e Rosa alla macchina, sotto la grande chiesa di San Giorgio, nel vento umido di questa strana primavera travestita d’autunno. Resta l’idea che Napoli, quando vorrà davvero rimettersi in cammino, è dalle sue periferie che dovrà iniziare, e il compito è immane: dall’est post-industriale, all’ovest post-rurale, bisognerà riabbracciare questi luoghi irrisolti, coi cittadini invisibili che li abitano, rispettarli, pensarli finalmente come una città sola.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 29 maggio 2019

I segni premonitori c’erano, eppure in pochi avrebbero scommesso su un’affermazione così netta dei partiti ambientalisti nelle elezioni europee del 26 maggio. Parlamentari verdi sono stati eletti in 13 paesi, nella nuova assemblea sono aumentati da 50 a 69, e saranno probabilmente determinanti nella formazione di una maggioranza in grado di fare a meno di sovranisti, populisti e destre.

Le affermazioni maggiori sono in Germania, dove Die Grünen con il 20,5% è secondo partito dietro la CDU-CSU della signora Merkel; in Francia, dove Les Verts con il 13,5% è la terza forza dopo Le Pen e Macron; ed anche in Gran Bretagna, dove il Green Party con l’11% è quarto, prima dei conservatori di Theresa May in caduta libera. Manca l’Italia, dove Europa Verde con il 2,3% è lontana dalla soglia d’ingresso, e non ha eletto alcun rappresentante.

Il dato su cui riflettere è la piattaforma politica con la quale queste forze si affermano, e il caso esemplare è quello dei verdi tedeschi, che secondo molti osservatori hanno compiuto con le ultime elezioni il salto da partito identitario a partito di massa, in grado di cogliere consensi in segmenti della pubblica opinione assai diversi. Gli ingredienti del successo non sono nuovi se presi singolarmente, ma lo diventano se si considera la sintesi originale che  Die Grünen ha proposto all’elettorato.

Attorno al nucleo fondativo di istanze ambientali – lotta al cambiamento climatico, transizione energetica, contenimento del consumo di suolo ecc. – i verdi tedeschi hanno infatti costruito una strategia economica e sociale a tutto campo, che comprende le infrastrutture, i trasporti, la politica della casa, il lavoro, l’integrazione degli immigrati. Per tradurre in realtà queste cose Die Grünen sono al governo in nove lander, collaborando di volta in volta senza particolari difficoltà sia con i cristiano-democratici che con i socialdemocratici.

Fin qui siamo nel solco di un ambientalismo adulto, pragmatico, le cui basi sono state gettate vent’anni fa con l’affermazione nel partito dell’ala “realista” su quella “fondamentalista”, una linea seguita poi con continuità, fino all’attuale leadership di Hannalena Baerbok e Robert Habek.

Ma c’è dell’altro, perché l’affermazione dei verdi tedeschi deve molto a scelte che con l’ambientalismo apparentemente hanno poco a che fare: la chiusura netta al populismo; l’affermazione delle libertà individuali, oltre ogni distinzione di razza, religione, orientamento sessuale.

Poi – e sono opzioni non scontate, che fanno veramente riflettere – la difesa più gelosa delle regole del gioco e dei principi di democrazia liberale, perché non ci sono politiche ambientali se le istituzioni si ammalano. Infine, il cosmopolitismo, il multilateralismo, l’europeismo, l’idea che l’unica garanzia per i giovani sia legata a un’Europa ancora più connessa e integrata che rimane, con tutti i suoi difetti, l’ecosistema sociale migliore nel quale ci sia ancora dato di vivere.

E’ una scommessa importante quella che viene dall’ambientalismo europeo, che chiama in causa l’intero fronte democratico-progressista, a cominciare da quello di casa nostra: lisciare il pelo alla tigre populista è inutile, ci rimetti il tempo, e pure l’anima.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 27 aprile 2019

Nella sua omelia nel Duomo di Acerra, il giorno di Pasqua, il vescovo monsignor Antonio Di Donna, ha parlato della sua come di una “città crocifissa”, martoriata dall’intreccio di una crisi ambientale, sociale ed economica che appare senza sbocco, criticando inoltre duramente l’ipotesi di potenziamento del termovalorizzatore, con la realizzazione di una quarta linea: “I ragazzi e i giovani continuano ad ammalarsi e a morire” ha ricordato Di Donna “prima la Montefibre, poi l’inceneritore hanno distrutto i nostri campi.”

Sono accenti e ragionamenti già presenti nel documento pastorale della Chiesa campana sui roghi tossici del novembre 2012, sottoscritto dai vescovi della “Terra dei fuochi”, con le diocesi di Aversa, Caserta, Capua, Acerra, Nola, Pozzuoli e Napoli. Eravamo allora all’inizio della tempesta mediatica che sarebbe esplosa nell’estate del 2013, con l’intervista televisiva del pentito Carmine Schiavone.

Dalla pubblicazione di quel documento sono trascorsi sette anni. Se pure buona parte dei problemi restano irrisolti, molte cose sono successe, ed è utile ragionare sulla lezione appresa.

Diversamente dai timori del vescovo, il monitoraggio capillare delle aree agricole e dei prodotti alimentari ha definitivamente scagionato il settore primario da ogni sospetto. I suoli e gli ecosistemi agricoli della piana non sono compromessi: sui 50.000 ettari analizzati solo 30 alla fine sono stati interdetti alle produzioni alimentari. Insomma, la distruzione dei campi, della quale parla monsignor Di Donna, riguarda l’abusivismo edilizio, non la presunta contaminazione. Nel frattempo però, l’allarmismo ingiustificato ha causato la chiusura di molte aziende agricole, lasciando spazio ulteriore al degrado.

Per il resto, è vero che il recupero delle ferite del territorio, e il restauro dei paesaggi violati  procede a rilento, ma c’è pure qualche segno nuovo di speranza. La messa in sicurezza della RESIT, la madre di tutte le discariche, è completata. L’area di discarica, resa sicura, come accade negli altri paesi, è ora un parco con alberi e arbusti, mentre il vicino frutteto di San Giuseppiello, dove i Vassallo interravano fanghi industriali, è diventato un bosco con 20.000 pioppi, dove i suoli vengono puliti con tecniche naturali. Un approccio che deve ora essere esteso alle altre aree ferite nella piana.

Anche per quanto riguarda l’emergenza sanitaria, una lettura più approfondita è stata fatta. L’analisi dei dati del Registro tumori dell’ASL Napoli 3, comprendente gran parte del territorio di Terra dei fuochi, mostra come l’incidenza delle patologie tumorali sia in linea con il resto del paese, mentre la mortalità è di alcuni punti superiore. L’indicazione è che nella Terra dei Fuochi ci si ammala nello stesso modo, ma si muore di più. Il problema dunque c’è, e riguarda screening, prevenzione e cure tempestive; il rafforzamento dei servizi essenziali, piuttosto che bonifiche generiche e costose.

Su questo sfondo metropolitano sofferente, grava come un macigno il problema della chiusura del ciclo regionale dei rifiuti, con il superamento del deficit impiantistico, una necessità autorevolmente ribadita nei giorni scorsi sulle pagine di questo giornale da Paolo Mancuso e Ugo Leone.

Gli impianti dei quali disponiamo sono insufficienti, per ora ce la caviamo esportando fuori regione quasi metà di quanto produciamo, indirizzandolo a caro prezzo verso gli inceneritori altrui. Ci affatichiamo a incrementare la raccolta differenziata, ma poi mancano gli impianti di compostaggio e le piattaforme per il recupero dei materiali, e tutto si risolve, per usare l’immagine di Daniele Fortini, in una sorta di costosa e improduttiva “ginnastica collettiva”.

Ad ogni ipotesi di localizzazione di un possibile impianto, di qualunque natura e dimensione esso sia, segue inevitabile l’opposizione delle popolazioni. L’assoluta, invalicabile sfiducia delle comunità locali, rispetto ad ogni tipo di iniziativa pubblica, prevale per ora su ogni dato o valutazione laica, non ideologica.

Questa sfiducia si nutre anche di generalizzazioni, e sarebbe meglio non accomunare, come fa monsignor Di Donna nella sua omelia, in un riflesso di anti-industrialismo radicale, la Montefibre con il termovalorizzatore, una tecnologia quest’ultima in uso in gran parte delle città europee. Nello specifico poi, gli studi e i monitoraggi compiuti dicono che l’impatto sulla qualità dell’aria dell’impianto di Acerra è limitato, rispetto alle emissioni del sistema metropolitano dei trasporti: il traffico automobilistico, ma anche le grandi attrezzature di scala territoriale nel territorio di Napoli, come l’aeroporto e il porto.

A nessuno, in questo momento difficile della storia del Paese e del Mezzogiorno, sfugge il valore del pluralismo, la necessità che tutte le comunità, gruppi, corpi intermedi siano in grado di arricchire il confronto pubblico con le proprie visioni, esigenze, proposte. Nei territori sofferenti dei quali stiamo parlando la Chiesa, la scuola pubblica e il volontariato, rappresentano spesso le sole infrastrutture civili di ascolto e assistenza alle persone. Per questo, il segnale di sofferenza che la Chiesa raccoglie, del quale l’omelia di monsignor Di Donna è interprete, non può essere messo in discussione.

Se realmente intendiamo difendere assieme i cittadini, i territori, e le istituzioni democratiche che li rappresentano, è però il momento di una riflessione nuova, a distanza di sette anni da quel primo documento ecclesiale, che tenga conto con apertura, responsabilità e coraggio dei termini reali della questione, di tutti i dati e le analisi disponibili, delle cose che non sapevamo e abbiamo dovuto giocoforza apprendere. Le generalizzazioni apocalittiche non aiutano a trovare soluzioni, è il tempo dei ragionamenti.

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