val di sangro

Antonio di Gennaro Repubblica Napoli del 27 agosto 2016

La mattina del giorno dopo devo accompagnare il figlio sull’Adriatico, a mare dagli amici, dal borgo montano d’Abruzzo dove ci troviamo. Si è dormito poco, la scossa ci ha svegliati di colpo, e la mente umana resta un gran mistero, perché al primo scricchiolio il pensiero è corso istantaneamente agli ingegneri della Cassa del Mezzogiorno, confidando che i calcoli di questo residence oramai mezzo vuoto li abbiano fatti bene. Ci mettiamo in silenzio in viaggio, il cuore è pesante, splende il sole e fa freddo, lo spettacolo dell’alta val di Sangro è meraviglioso, l’Italia povera e solenne proprio come l’ha vista Dante, col manto di boschi medievali, le chiarie scintillanti dei pascoli, i borghi in alto, con le torri arroccate, ma stamattina questo paesaggio non da’ gioia.

Arrivati al lago il navigatore ci dice di lasciare il fondovalle e di arrampicarsi sul crinale, svalicando nella valle parallela: dall’alto, Villa Santa Maria è stupenda sullo specchio d’acqua, addossata alla Penna, l’enorme lama di roccia viva d’arenaria, che sembra il muro di un ciclopico bastione. Tutta la valle è un arazzo medievale, ed è gemella delle valli appenniniche laziali, umbre e marchigiane scempiate dal terremoto. I piccoli comuni che attraversiamo sono lindi, ordinati, con la rocca, la piazza del municipio, la scuola e il monumento ai caduti della Grande guerra. Di valli come questa l’Appennino ne ha cento, ma il numero non inflaziona il valore unitario, anzi l’aumenta, perché questi luoghi fanno sistema, sono l’ossatura storica e naturale del paese, ma stamattina il cuore resta pesante, perché la bellezza che attraversiamo è inerme.

La strada tortuosa si srotola in mezzo a pascoli ordinati come un salotto, senza l’algoritmo di Google non l’avrei percorsa mai, è una provinciale ed è tutta in frana, l’amministrazione che dovrebbe manutenerla abbiamo pensato bene di abolirla, e i soldi comunque non li troveremo mai. Scendiamo finalmente a Gissi, sulle colline dietro la costa, in mezzo a un mare di ulivi, il corso l’hanno dedicato a Remo Gaspari, che per questi suoi comuni ha fatto tutto, le strade, le case, gli impieghi pubblici, e pure l’area industriale, che per decenni ha tirato, ora è in crisi pure lei e si va mestamente svuotando.

Al ritorno a Rivisondoli sono a pranzo con Alessandro Leon, da anni camminiamo queste montagne, i figli erano cuccioli, ora sono all’università; qualche volta ci raggiungeva anche il papà di Alessandro, il grande Paolo, con la sua ironia, il garbo e il sorriso, se ne andato da poco, ci manca molto. Alessandro si occupa di economia dei beni culturali, ragioniamo a tavola della lezione del passato, se ce n’è una, perché un paese geologicamente giovane come il nostro, che instancabilmente trema, presenta una sua ininterrotta, dolorosa casistica, con un paio di eventi rilevanti ogni decennio. La domanda è come curare queste ferite continue, ed allora il pensiero va alle ricostruzioni che sono riuscite bene, il Friuli, l’Umbria che costituisce una vera e propria “best practice”, e anche l’Emilia; ed a quelle che sarebbe meglio non ripetere, come l’Irpinia, o l’Aquila, con lo scandalo delle new town artificiali, costate un occhio della testa, mentre il centro storico glorioso muore e si disfa.

Ma il problema è che interveniamo sempre dopo. Nel rincorrersi convulso dei cicli elettorali gli investimenti per la manutenzione, la prevenzione e la messa in sicurezza del patrimonio non pagano, non producono consenso. Padoa Schioppa ripeteva che le politiche pubbliche devono ritrovare lo “sguardo lungo”, ma era ritenuto un rompiscatole insopportabile, e lo abbiamo cacciato via. Intanto, il “debito pubblico territoriale”, sarebbe a dire i soldi che non abbiamo, per le manutenzioni e le messe in sicurezza che non faremo mai, aggiunto al costo dei disastri che poi inevitabilmente avvengono, aumenta in modo esorbitante, e supera probabilmente quello finanziario. A questo punto, non solo l’eredità prestigiosa degli insediamenti storici, ma anche l’armatura territoriale costruita nel dopoguerra, con uno sforzo pubblico poderoso, che nel bene e nel male ha consentito al paese di uscire da un medioevo che nessuno dovrebbe poter rimpiangere, rappresentano per la nostra generazione quasi come una condanna, un’eredità che non possiamo permetterci di mantenere.

E comunque la mente umana è strana, Herbert Simon parlava di “razionalità limitata”, e nel mio caso aveva ragione, perché ora penso quasi con sollievo al dover lasciare questo Appennino instabile, che pure amo tanto, per tornare a Napoli, dimenticando che tra vulcani, bradisismi e terremoti abito l’area metropolitana più pericolosa d’Europa. Tutto il paese è fatto così, e l’unica è assumere finalmente sulle nostre spalle tutta la responsabilità di rimettere le cose a posto, ci vorrà tempo, un’altra politica, un’altra idea di territorio e di cittadinanza, con il cuore pesante per tutti i lutti, ma con il ciglio asciutto e lo sguardo lungo. Sono convinto che la telefonata di cordoglio che Obama ha fatto a Mattarella non fosse rituale: il mondo alla fine ama l’Italia, sente di aver bisogno di lei, siamo noi che non sappiamo che farne, ed ha ragione il sindaco, il paese non c’è più, ma purtroppo non è solo il suo, quello piccolo, ad essersi dissolto.

piennolo piccola

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 23 agosto 2016

Erano i giorni del fuoco quelli del mio colloquio con Mario Angrisani, il decano degli agricoltori che ancora coltivano il vulcano. L’incendio bruciava da giorni a Terzigno, e aveva colpito proprio al confine tra i due paesaggi, sulla linea che lega e separa due mondi diversi: il lato antico del vulcano, l’edificio solenne del Monte Somma, coi valloni e i boschi rigogliosi di latifoglie; e il lato giovane del Gran Cono, ripetutamente sconvolto, distrutto e rinnovato dalle eruzioni, con i versanti solari di ceneri e colate che scorrono verso il mare, le macchie, le lave, le pinete che la forestale piantò a metà del Novecento; e soprattutto la ginestra dell’Etna, l’ultima arrivata, che sta soppiantando quella leopardiana, e va rapidamente rinverdendo, forse troppo, la faccia del vulcano, come mostra il lavoro recente di un gruppo di ricercatori, coordinati dalla valente biologa del Parco, Paola Conti.
Mario Angrisani è la memoria dell’agricoltura vulcanica, e memorabile resta il reportage su di lui che per questo giornale ha realizzato Carlo Franco, che si arrampicò sugli albicoccheti fantastici del Somma, i ciglioni eroici a seicento metri sul mare, opera suprema di ingegneria, che sembra di stare a Machu Picchu.

È il paesaggio in bilico, dove Angrisani – “l’ultimo patriarca” come lo racconta Carlo Franco – coltiva le sue antiche varietà, a partire dalla mitica Pellecchiella, in un ecosistema particolarissimo, con un clima montano a un tiro di sputo dal mare, e dove in mezzo ai carpini e ai castagni trovi un boschetto relitto di betulla, rimasto lì dall’ultima glaciazione, ed è una cosa straordinaria, un po’ come incrociare un orso polare a piazza del Plebiscito.

Nei giorni crudeli del fuoco ho pensato di incontrare Mario perché se le fiamme sono figlie del sopruso, dell’abbandono sciatto delle terre, lui con la sua opera quotidiana, da sessant’anni incarna invece un modo diverso di abitare il vulcano, fatto di impegno, cura, responsabilità. Lo trovo nel suo podere lungo la circumvallazione, a raccogliere i pomodorini col pizzo, pazientemente dirige una squadra di una decina di ragazzi, sono tutti di qui, Somma Vesuviana, Sant’Anastasia, lui li cerca e gli insegna il mestiere, le operazioni colturali, dalla preparazione del suolo al trapianto, le cimature, i trattamenti.

È l’ultimo giorno di raccolta, hanno iniziato alle cinque e mezza del mattino, ci sono Carmine, Michele, e Margherita, che è aggraziata in pantaloncini e maglietta, si schernisce quando scatto una fotografia, ora sono le undici passate e il sole è diventato impossibile, Mario dice che può bastare, si riprende nel pomeriggio, dopo le cinque, quando si torna a respirare.

Se le albicocche si producono in alto, dove il Somma è sovrano e non teme nemici, se non quello subdolo dell’abbandono e del fuoco, il pomodorino del piennolo del Vesuvio si coltiva giù, nella fascia pedemontana, dove i versanti gentilmente sfumano nella pianura, e inizia l’intreccio selvaggio di infrastrutture e di città, la brutta periferia circolare che in spregio a ogni legge, autorità e ragionevole precauzione, ha imprigionato il grande vulcano, e contende ancora all’agricoltura ogni terreno, ogni suolo, ogni metro quadro di spazio.

Il prodotto è prezioso, ha un prezzo di molto superiore a quello già alto del San Marzano, si coltiva in asciutta, sulle ceneri vulcaniche, e per questo ha dolcezza, sapidità e serbevolezza uniche.

I grappoli di bacche si raccolgono uniti, col peduncolo, e si impilano con maestria a comporre i piennoli, quelli tradizionali arrivavano a sette-otto chili – quelli moderni pesano un chilo e mezzo – e si appendono, come gaie lanterne rosse, sotto le alte volte dei portoni freschi di basalto, per il vermicello e il soutè delle feste di Natale.

La novità è che adesso, con il marchio di qualità dell’Unione europea e il consorzio di tutela, il pomodorino del piennolo del Vesuvio viaggia verso il nord, in confortevoli imballaggi di cartone, dalla grafica curata.

Negli ultimi tempi poi, è anche cresciuta la domanda di pomodorini pelati, sono richiestissimi da ristoranti e pizzerie: insomma, il prodotto va, in tutte le sue forme, anche perché il gusto francamente non teme confronti con il miglior pachino o datterino che sia.

Nella pausa ci trasferiamo a casa Angrisani, tra le stradine strette, in salita, del minuscolo borgo medievale del Casamale , la “Terra murata” , tutto racchiuso tra le mura aragonesi, unico abitato a trovarsi all’interno del perimetro del Parco nazionale. L’abitazione antica di Mario ha un giardino intercluso, col pergolato di uva catalanesca, ci ristoriamo con l’acqua e col caffè, oltre i tralci svetta la facciata imponente della Collegiata, la chiesa cinquecentesca di Santa Maria Maggiore.

C’è un’atmosfera di buonumore, si avverte che è l’ultimo giorno di lavoro, guardo i ragazzi stanchi, riposarsi nel patio all’ombra della vite, si vede che formano una squadra, e penso che questo è il lavoro che l’agricoltura ha creato nel Mezzogiorno, come dice l’ultimo rapporto Svimez, distinguendosi alla fine come uno dei pochi settori che è riuscito, a sorpresa, a resistere al ciclo avverso, contribuendo per una volta a far crescere il sud una virgola in più rispetto al centro-nord.

Eppure l’opera di Angrisani resta difficile. Il consorzio, nonostante le potenzialità, stenta a raggiungere dimensioni significative, al momento ci sono una quarantina di ettari appena in coltivazione, che è veramente la soglia minima di esistenza, distribuiti in novanta aziende: la dimensione media aziendale è quindi estremamente esigua, intorno al mezzo ettaro, ma la verità è che la vita degli agricoltori vesuviani è una corsa ad ostacoli, ed è contrastata, su tutti i fronti, da forze molteplici. I rapporti con il Parco nazionale, che doveva rappresentare un volano, restano complicati, c’è difficoltà a considerare l’agricoltura come un’attività conservativa del capitale naturale, a volte sembra il contrario, con una serie di vincoli e paletti burocratici che rendono la vita già difficile dell’agricoltore, a volte decisamente impossibile.

Un mutamento culturale è necessario, da noi come nel resto del paese, bisogna comprendere una volta per tutte che l’agricoltura è la colonna portante dei paesaggi e degli ecosistemi italiani, della loro biodiversità, non un’attività nemica; che è sacrosanta la protezione di specie e habitat, ma nel trend epocale di abbandono che stiamo attraversando, con le aziende agricole che continuano a chiudere e scomparire, è ugualmente importante, proprio nei paesaggi storici come quello vesuviano, conservare e sostenere l’attività di agricoltori come Mario, che il vulcano lo abitano, lo curano e lo presidiano tutti i giorni, e che dovrebbero loro stessi esser considerati, per una volta, come il valore principale da proteggere.

Al di fuori del perimetro del Parco poi, il nemico è la città, che non conosce legge, che spezza e consuma lo spazio agricolo in frammenti senza nome, in attesa di destinazione, povere dipendenze di un disordine urbano privo di futuro, ma sono cose già dette: il governo del territorio, la difesa dello spazio rurale, la promozione dell’agricoltura di qualità dovrebbero essere i punti forti di un programma per la Città Metropolitana, che ha dentro di sé posti unici come i Campi flegrei, il Vesuvio, le isole del golfo, la Penisola, i frammenti cospicui di Campania felix: tutti luoghi che corrispondono a grandi paesaggi, ma anche a straordinarie agricolture.

In ultimo, c’è l’avversario probabilmente più ostico, che è l’incapacità di lavorare insieme. A partire dai prodotti agricoli del Vesuvio, le filiere integrate di qualità – dal campo alla tavola, passando per la trasformazione – dovrebbero superare l’attuale frammentazione, diventando i capisaldi della nostra manifattura ed industria, ma questo richiede la capacità per le mille piccole aziende superstiti di unirsi, cooperare, crescere insieme, in un ambiente sociale e culturale nel quale, mi ricorda sconsolato Mario, succede esattamente il contrario, dove anche fratelli e cugini faticano a fare squadra.

È il momento dei saluti, Mario prende una cesta, la fodera di foglie fresche e profumate di noce, delicatamente vi ripone i pomodorini, senza fretta, come avrebbe fatto Eumeo con Ulisse, anche se allora il pomodoro ancora qui non c’era, ma i gesti sono gli stessi, vengono da tre millenni di cura del giardino mediterraneo, da una cultura antica di ospitalità, un miracolo di civiltà che si rinnova, anche in mezzo a questo povero scombinato disordine metropolitano.

tenuta_vannulo

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 18 agosto 2016

Come  in una favola le bufale arrivarono dal mare, sulle navi saracene, intorno all’anno Mille in Sicilia, assieme agli alberi di limone e alla canna da zucchero; poi risalirono coi Normanni le coste del Meridione, e giunsero anche qui, nella piana del Sele, che era allora un deserto insano di grano, pascoli e paludi. Fu un gran regalo, uno dei tanti della civiltà araba, perché il bufalo è una macchina formidabile: nell’ecosistema ostile di palude, lui resiste a febbri, serpi e parassiti, riuscendo per di più a elaborare, a partire da povere erbe, il latte più ricco e nutriente che un quadrupede possa offrire alle nostre latitudini, con un contenuto in grasso e proteine che è doppio rispetto a quello di vacca. Ad ogni modo, quando Goethe incontra i bufali, percorrendo la piana «… per vie impraticabili e qua e là paludose, … attraversando canali e ruscelli», li descrive come bestie ostili «… dall’aspetto di ippopotami e dagli occhi selvaggi e iniettati di sangue».

Poi la storia è nota. Le paludi costiere furono prosciugate con la bonifica integrale degli anni ’30 del Novecento, pensata da quel grande costruttore di territori che fu Arrigo Serpieri: la piana si trasforma in una macchina produttiva perfetta, con una duplice rete idraulica, quella delle “acque alte” per l’irrigazione, e quella delle “acque basse”, che idrovore instancabili provvedono a risputare in mare, tenendo asciutti i suoli, adatti alla coltivazione. Dagli anni ’50, al posto del deserto malinconico senz’alberi descritto a fine ‘700 da Giuseppe Maria Galanti, si estende poco a poco nella piana il mosaico ordinato della nuova agricoltura industriale, coi frutteti specializzati, le colture ortive, le serre.

Le paludi e la malaria scomparvero, ma il bufalo rimase, assieme ai toponimi, che ancora conservano echi del paesaggio medievale. Come “Vannulo” – la contrada di Capaccio sui travertini, all’ombra del monte Soprano – il cui nome sta per “terre che non valgono nulla”, e invece ora c’è l’azienda bufalina più moderna al mondo, con seicento bufale, la metà in lattazione, e 200 ettari coltivati a foraggio. Ed è qui, nel suo studio, che incontro Antonio Palmieri, l’artefice del miracolo, per parlare della quarantennale avventura alla guida dell’azienda, che la sua famiglia conduce da più di due secoli. Mentre lo ascolto, guardo fuori e mi sembra di stare in un campus, gli edifici bassi, eleganti, l’erba tosata, la bella masseria di fine ‘700 color cinabro, e tutt’intorno frotte di ragazzini francesi in visita alle stalle e ai laboratori di trasformazione, dove il latte diventa mozzarella, yogurt, gelato, cioccolata, perché tutto è a vista, ogni processo si compie sotto gli occhi dei visitatori, ventimila lo scorso anno, nell’ultima annata sono già cresciuti del trenta per cento.

Qui soprattutto capisci che anche un testimone autorevole come Goethe può prendere una cantonata, perché da Vannulo le bufale non sono mostri dagli occhi di bragia, ma si muovono libere in stalla, dove riposano su materassini ad acqua, si massaggiano a spazzoloni rotanti, con sottofondo di musica barocca. «Il bufalo non ama la palude, è forte e si adatta, ma è intelligente, se gli offri comfort e pulizia lui li preferisce, senza alcun dubbio », mi dice sorridendo Palmieri, che del benessere degli animali ha fatto una religione assoluta, convinto sia la premessa necessaria per mirare alla più elevata qualità. Quando la mammella è turgida di latte, la bufala si avvia sua sponte alla mungitura, che non vien fatta da umani, ma da un robot che riconosce l’animale dal microchip, pulisce la mammella e la collega agli aspiratori, analizzando il fiotto proveniente da ogni singolo capezzolo, cosicché la qualità è monitorata, e ogni problema prontamente individuato, con gli acciacchi delle bufale che vengono curati solo con l’omeopatia.

In questo modo Antonio Palmieri ha mutato la concezione arcaica che avevamo dell’animale, ma in qualche misura anche quella del prodotto, perché la sua mozzarella è diversa: «La volevo meno salata, perché il sale copre le mille sfumature di sapore del latte di bufala, e poi il sale è collegato all’idea di conservazione, mentre il valore del prodotto sta nella sua freschezza; infine non la volevo gommosa, ma tenera ed elastica». Gli dico che la sua mozzarella sembra ispirarsi alle “Lezioni americane”, le virtù proposte da Italo Calvino per il terzo millennio – rapidità, leggerezza, esattezza – ma anche visibilità, se tutto il ciclo produttivo si compie sotto lo sguardo del consumatore.

La mozzarella di Vannulo è rigorosamente biologica, e ciò implica autosufficienza: tutto il foraggio è coltivato all’interno, non si importa alcun fattore produttivo, e si trasforma solo il latte prodotto in azienda, in una versione post-moderna dell’economia curtense, con il borgo aziendale che funziona come un’antica abazia, un centro autonomo che offre cultura, alimenti, ospitalità, servizi. Un’economia cosciente dei propri limiti, perché la produzione non eccede i quindici quintali di latte giornalieri, che è quanto le bufale sono in grado di dare. Alla fine, il prodotto puoi acquistarlo solo qui in azienda, e un senso di misura lo trovi anche nel prezzo, che rimane, vista la qualità, comunque contenuto, alla portata delle famiglie.

Alzo ancora lo sguardo, al confine delle terre si intravedono i nuovi quartieri residenziali che premono, le aree urbanizzate sono decuplicate nell’ultimo mezzo secolo, con la piana tutt’intorno che inesorabilmente perde ordine e leggibilità, si avvia a diventare città diffusa, a bassa densità. Chiedo a Palmieri cosa ne pensi, il tono pacato si vena d’amarezza, mi dice che non è tanto il declino del governo pubblico, pure evidente, a preoccuparlo, quanto l’indebolimento diffuso del sentire civico, che si avverte dietro la banalizzazione del paesaggio. In quest’ondata, il borgo aziendale, antico e moderno insieme, resiste comunque come presidio di bellezza e identità.

Per il resto, Vannulo sta alla mozzarella di bufala – che rimane il prodotto campano più amato nel mondo – come la Formula Uno o la Ferrari all’industria dell’auto. Le innovazioni prodotte in azienda, che rimane soprattutto luogo di instancabile sperimentazione, si trasmettono col tempo all’intero comparto, che finisce col beneficiarne. Antonio Palmieri ha calcolato in un decennio il tempo necessario perché l’innovazione sia accolta, ed è questa inerzia al cambiamento, mi dice, la difficoltà maggiore incontrata nel suo lavoro di imprenditore visionario, che è comunque riuscito a riscrivere la favola, reinventare un prodotto antico, vedendoci nuove cose e nuove possibilità, in un’avventura ancora tutta da raccontare.

stella

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 12 agosto 2016

Il San Marzano, la “Bibbia del pomodoro”. Non è lo slogan di un’azienda conserviera, ma il titolo di un articolo di Tim Carman uscito sul Washington Post un paio d’anni fa, che la dice lunga sulla reputazione che il nostro pomodoro mantiene a scala mondiale: si tratti di chef stellati o di semplici consumatori, resiste l’idea che il San Marzano sia una cosa, il resto dei pomodori un’altra. Certo poi, l’amore e la venerazione portano con sé dubbi e apprensioni: è noto che l’areale geografico di produzione è circoscritto alle piccole pianure fertili del Sarno, dell’Irno, dei Regi Lagni; che la coltura ha conosciuto difficoltà e crisi. Così si spiega la pubblicazione lo scorso agosto sul New York Times della storia illustrata di Nicholas Blechman “The mistery of San Marzano”, che racconta le insidie e gli inghippi dai quali il consumatore del prezioso prodotto deve guardarsi.

È proprio per capire qualcosa di questo mistero che inizio il mio viaggio nella pianura, in compagnia di Tommaso Romano, che il San Marzano lo coltiva da una vita, ed è presidente del consorzio di tutela dell’oro rosso nostrano. Partiamo dalla masseria di famiglia, non più abitata, in contrada “Aria di settembre” ad Acerra: sul portale in pietra è scolpita la data del 1790, all’ombra di un’acacia in fiore c’è l’aia con il forno, l’edicola in maiolica della Vergine; saliamo la scala esterna fino alla terrazza, la linea verde laggiù sono i Regi Lagni, la via d’acqua disegnata da Domenico Fontana all’inizio del ‘600, per mettere ordine nell’idraulica scombinata della piana. La famiglia si trasferiva in campagna a inizio estate, per la raccolta della canapa, e i Lagni erano ancora un fiume, c’erano i gamberi e le anguille; il San Marzano arrivò negli anni ‘50, e diventò subito il fulcro di tutta una vita e un’economia.

Percorriamo l’interpoderale sconnessa fino alle coltivazioni, e qui Tommaso mi spiega perché il San Marzano non è una coltura come un’altra. La pianta ha sviluppo indeterminato, cresce fino all’altezza di una persona, e per questo è necessario sostenerla con pali di castagno, e tutta un’intelaiatura di fili, e il risultato è una specie di fitto vigneto erbaceo, che dura lo spazio di una stagione. La maturazione dei diversi palchi è scalare, ed anche la raccolta, rigorosamente a mano, così che il fabbisogno di manodopera, di perizia e competenza è enorme, perché ci sono anche le cimature, le scacchiature, le irrigazioni, i trattamenti.

Una volta affrontata questa anticipazione pazzesca di capitale e di lavoro, il San Marzano ti ripaga, se non arriva la “trubbéja”, la tempesta estiva che rovina tutto, con una produttività strepitosa, fino a 800 quintali ad ettaro, che si accompagna, contrariamente al solito, ad una elevatissima qualità. La bacca, dalla silhouette inconfondibile, ha polpa di colore, tessitura, consistenza ineguagliate, che reggono bene la cottura. L’aroma e il gusto sono complessi, con un bilanciamento alto di zuccheri e di acidità. Per di più, la pelle viene via facile, e ci sono pochi semi: insomma, il pomodoro ideale, e questa fu proprio l’intuizione di Francesco Cirio, l’inventore del pelato in scatola, che portò qui a Napoli dalle colline del Monferrato, alla fine dell’800, le sue fabbriche con la nuova tecnologia, e poi anche la sede della società, a San Giovanni a Teduccio, facendo del San Marzano una star mondiale, e di Napoli la sua capitale.

Certo, dietro la qualità del San Marzano non c’è solo l’eccezionale potenziale genetico della varietà, addomesticata per due millenni dagli Incas ai piedi delle Ande, e giunta probabilmente a noi attorno al 1770, con un sacchetto di sementi, grazioso dono del Viceré del Perù; ma anche il valore unico di questa pianura e di questa terra, dove le ceneri profonde e soffici del vulcano vengono rielaborate dalle acque, si stratificano ed arricchiscono in carbonato di calcio, realizzando nel nostro clima particolare, mediterraneo e umido insieme, un equilibrio di fertilità irraggiungibile in altri angoli del pianeta.

Camminiamo tra i filari, Nicola mi racconta di quand’era ragazzo, la coltura si estendeva a perdita d’occhio nel paesaggio, ottomila ettari a San Marzano, la Campania produceva da sola un terzo del pomodoro da industria italiano. Negli anni ‘70 i primi segnali di crisi, fino al crollo degli anni ‘80, con l’azzeramento quasi delle superfici: si diede la colpa a una virosi cui il San Marzano è particolarmente sensibile, ma la realtà è più amara, perché il sistema frantumato di microaziende e di industrie scoordinate non riusciva più a reggere, nonostante il traino del brand prestigioso.
Poi, a partire dagli anni ‘90, la difficile risalita, con il riconoscimento comunitario della denominazione di origine, l’istituzione del consorzio di tutela, cui aderiscono oggi 180 aziende agricole, riunite in undici cooperative, una superficie produttiva di centoquaranta ettari, e quattordici aziende di trasformazione. La produzione 2015 è stata di 75mila quintali – prima ne producevamo 4 milioni – ma la tendenza è positiva, l’interesse per il prodotto come si è visto rimane enorme, nel 2016 superfici e produzione sono già quasi raddoppiate.

Nel frattempo, è stata la pianura agricola ad andare in frantumi, per sempre. La città è quadruplicata, smembrando l’agro in un arcipelago di isole verdi disperse nella maglia urbana, nel reticolo rigido degli svincoli e delle infrastrutture. Spaziando dalla terrazza della masseria antica è evidente che la contrada agricola non è più terra aperta, ma un’enclave assediata tra i grossi centri che premono: gli abitati di Casalnuovo, Pomigliano, Acerra, e l’enorme distesa della Fiat. In questa strana periferia, né rurale né urbana, la riconquista del territorio da parte del San Marzano è forse l’unica strategia che abbiamo, più che le formule urbanistiche, per arrestare il consumo folle dei suoli. La cosa paradossale è che, nonostante lo scempio, il 60% dello spazio metropolitano è ancora fatto di aree agricole come questa. Se solo riuscissimo a riammagliare i poderi dispersi, a considerare la campagna che resta come un valore, piuttosto che come terra di nessuno, potremmo ricostituire qualcosa dell’antico potenziale produttivo, dare senso al paesaggio, formare nuova economia e nuovo lavoro.

A queste cose sta lavorando Tommaso Romano con la sua garbata competenza e cocciutaggine: affinché dietro al brand planetario torni a concretizzarsi un’effettiva disponibilità di prodotto, è necessario recuperare almeno un migliaio di ettari, puntando al milione di quintali l’anno. È una cosa fattibile. La vera, difficoltà è quella di mettersi insieme, fare sistema, arrivando, come nelle regioni del Nord, che pure il San Marzano non ce l’hanno, ad avere un’unica organizzazione di produttori, che cooperi con un unico consorzio di trasformatori, sotto un’unica riconoscibile etichetta, che è poi ciò che il mondo con insistenza ci chiede.

Ricordando che il San Marzano è certamente la “Bibbia dei pomodori”, come ha scritto il Washington Post – il brand alimentare campano di maggior prestigio, assieme alla mozzarella di bufala – ma è innanzitutto il risultato di un paesaggio e di un ecosistema unico, non riproducibile, che è poi il nostro stesso ambiente di vita. Ed è la pervicacia con la quale continuiamo a distruggerlo questo territorio, il vero, insondabile mistero.

formicoso

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 9 agosto 2016

Devo andare in Alta Irpinia, c’è la mietitura del grano duro “Senatore Cappelli”, per una volta mi affido al navigatore Google, ha la voce di una spia sovietica e non azzecca un accento: ad Avellino mi dice di lasciare l’autostrada e proseguire per l’Appia, e va bene così, perché questo che attraversa l’appennino campano è uno dei tratti più belli della strada più bella del mondo. L’appuntamento con gli agricoltori è a Morra De Sanctis, al castello, prima c’è un incontro sullo sviluppo locale, ma non è giornata di parole, ci sono nuvole bluastre all’orizzonte, minaccia pioggia, e bisogna salite al Formicoso, c’è già la mietitrebbia che aspetta.

Incontro Peppino e Vito, sono due ragazzi di cinquant’anni, hanno fatto cento mestieri in giro per l’Europa, poi sono tornati alla terra, all’azienda di famiglia, che qui significa coltivare i cinque-sei ettari a grano e foraggi, e poi la stalla con una decina di bovini da latte, gli animali di bassa corte, le galline, i conigli, e i cani, e i figli grandi all’università, nelle città lì dietro l’orizzonte. Sono venuto qui per capire perché il vecchio grano del Senatore Cappelli sia a un certo punto diventato, per agricoltori come Vito e Peppino, quasi una bandiera di riscatto, una scelta di libertà.

“Il prezzo del grano è quello di trent’anni fa, mentre i costi per produrre e vivere sono aumentati di dieci-venti volte, i piccoli agricoltori di montagna sono anni che producono senza compenso, a debito, il loro  lavoro non conta, il rischio è tutto loro, mentre il prezzo lo decide la finanza globale e le multinazionali”. A parlare è Pietro Parisi, lo “chef contadino”, che ci accompagna. E’ giovane, ha appena vinto il premio 2016 del Gambero Rosso per i suoi “boccaccielli”, i vasetti con le specialità campane cotte sotto vuoto a vapore, che serbano tutto il sapore e la freschezza. Nei suoi ristoranti, in pianura, impiega solo semola e pasta prodotta col grano antico che stiamo andando a mietere, segue il lavoro degli agricoltori, ci tiene che i suoi piatti raccontino la storia del territorio, che anche il lavoro contadino abbia il giusto riconoscimento.

Ed è bella la storia di questo grano, che è un’invenzione di Nazareno Strampelli, grande agronomo e genetista marchigiano, il padre delle “sementi elette” che contribuirono a innalzare la produttività dell’agricoltura meridionale nella prima metà del Novecento, a uscire per sempre dal medioevo. Strampelli era un grande innovatore: mentre i suoi colleghi miglioravano i cereali lavorando all’interno dei confini delle singole varietà, lui era il profeta dell’incrocio, dell’ibridazione, non ebbe timore per costruire il Cappelli di mescolare i caratteri di un grano nord-africano con varietà messicane, o anche giapponesi, per prendere da ciascuna il carattere specifico che lo interessava. In particolare lui voleva con i suoi incroci costruire una varietà che fosse adatta agli ambienti difficili del meridione, resistente alle malattie, alla siccità e all’allettamento, e che desse un grano di alta qualità. Così nacque il grano duro “Cappelli”, intitolato al senatore del Regno che protesse sempre il suo lavoro, e gli concesse addirittura le sue terre sul Tavoliere per la sperimentazione di campo.

Questi metodi, che oggi fanno sorridere, erano effettivamente assai arditi per l’epoca, i colleghi invidiosi dicevano che Strampelli così facendo forzava la natura, e lo espulsero addirittura dalla società scientifica che lui aveva fondato, e il paradosso è che anche la Mascella che al cortile parlava, esaltando la purezza della razza, non sapeva che la guerra del grano era stata vinta proprio grazie al meticciato mediterraneo-cosmopolita di Strampelli.

Naturalmente alla fine le idee di Strampelli si affermarono, e l’agronomo americano Norman Borlaug, padre della “rivoluzione verde” degli anni ‘6o, che continuò il suo lavoro, per queste cose prese il premio Nobel, mentre Strampelli è diventato il nume tutelare dei genetisti agrari di mezzo mondo, e il suo “Senatore Cappelli” è nel pedigree di quasi tutte le varietà di grano duro che coltiviamo ancora oggi.

Mario e Vito coltivano il “Senatore Cappelli” con un disciplinare biologico rigoroso, senza concimi chimici e diserbanti, la fertilità del terreno la mantengono tenendo il grano in rotazione con gli erbai polifiti, l’avena, l’orzo, le leguminose. Così facendo raccolgono solo una quindicina di quintali per ettaro di grano duro, contro i 40-50 della coltura industriale, ma la qualità e altissima, la sanità del prodotto assoluta. Per beneficiare di questo valore e remunerare finalmente il loro lavoro, hanno deciso, assieme ad una trentina di altri agricoltori del Formicoso, di riunirsi in consorzio, così gestiscono in proprio la macinatura e la trasformazione, e mettono in vendita direttamente la pasta, che è fantastica, con un tenore in proteine spropositato, un sapore, una corda e una resistenza alla cottura irraggiungibili, per un costo che alla fine è alla portata, e non supera i sei euro il chilo.

Col “Senatore Cappelli”, insomma, Vito e Peppino sono tornati a vivere, a vedere una prospettiva, e per questo è alta la loro riconoscenza per Mario Salzarulo, il sociologo che da un trentennio segue queste terre, con il suo “gruppo di azione locale” (GAL) progetta e sostiene iniziative piccole e concrete di sviluppo, è stato lui a trovare le sementi dell’antico grano, a facilitare la nascita del consorzio, a seguirne l’avviamento. Mario conosce a memoria la “Giovinezza” e il “Viaggio elettorale” di De Sanctis, ha fondato a Morra su queste cose un Parco letterario, continuamente ricorda i passi dove il grande critico parla di queste terre, sorride e si commuove.

Per raggiungere il campo di Giuseppe, percorriamo in macchina il Formicoso, l’ampio pianoro verde tra l’appennino e il cielo: in questo paradiso nel 2008 il governo pensò di realizzare la grande discarica regionale per risolvere la crisi dei rifiuti, e vennero colonne di mezzi dell’esercito ad occupare le terre, sembrava la guerra, e qui si tenne il grande concerto-raduno di protesta, fu la nostra Woodstock, e Capossela cantò quella notte, e la discarica alla fine non si fece.

Il paesaggio, con tutte le pale eoliche, è di una bellezza assoluta, sembrano le Highlands scozzesi, una cosa che senza il lavoro di agricoltori come Vito e Peppino – che il mercato e la finanza globale si ostinano a ignorare –  semplicemente non esisterebbe, mentre i comuni gloriosi del “Viaggio” di De Sanctis si spengono, le statistiche demografiche sembrano bollettini bellici, nell’ultimo decennio Lacedonia ha perso 600 abitanti, altrettanti Bisaccia, Calitri 900, tra venticinque anni qui non ci sarà più nessuno.

Per questo la scelta di Peppino e Vito è importante, è intorno a nuove filiere come quella del “Senatore Cappelli” che il paesaggio del Formicoso può rinascere, ricostruire una sua ragion d’essere, un’economia, insieme al progetto del “Latte nobile”, un’altra bella inziativa del GAL per associare le piccole stalle, condannate alla chiusura, per la produzione di foraggi e latte di altissima qualità.

Le nuvole scure alla fine sono passate, s’è schiarito il cielo sul mare verde-oro delle colline, la mietitrebbia rossa inizia il suo lavoro, il rombo è assordante, si alza una nuvola scintillante di pula, il profumo della paglia è buono, al margine del campo, con Pietro, lo chef contadino, ci sono Amelia e Alfonso Cuomo, i ragazzi di un’antica famiglia di pastai artigianali di Gragnano, sono tornati da Londra e da Roma per riattivare l’azienda, vogliono ripartire da qui, dalla qualità del “Senatore Cappelli”, per riproporre un prodotto che abbia un’etica e una memoria. Si stringono anche loro a Vito e Peppino, c’è soddisfazione, anche quest’anno è andata, siamo solo all’inizio: chef, pastai, agricoltori, se questi ragazzi restano uniti il Formicoso può farcela.

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Stella Cervasio, Repubblica Napoli del 30 luglio 2016

Fatti, non opinioni. Mai come nel caso della cosiddetta Terra dei fuochi, i primi avrebbero dovuto avere la priorità sulle seconde. C’era una volta la Terra del Fuoco, dove le fiamme venivano accese per il freddo, non per distruggere le tracce di malefatte ai danni della terra. Ora se si va sul web, su quel lembo estremo che segue la Patagonia sono rimasti pochi riferimenti, più à la page usare al plurale soggetto e genitivo: il territorio che genera fuochi, la piana agricola tra Napoli e Caserta. Eccolo diventare “un luogo comune”. Di più: un posto della mente, da manuale dei luoghi fantastici, che però di fantastico ha ben poco. Antonio di Gennaro dice cose molto forti, nei suoi articoli per “Repubblica”. Ma chi lo conosce sa che il suo modo di parlare, mai viscerale, mai adirato, sa rendere l’argomento interessante per l’interlocutore, perché privo di facile enfasi polemica. Ciò non vuol dire però che le fiamme non possano divampare, nei suoi ragionamenti. Anzi, divampano di più, a maggior ragione. Ed è proprio così nel suo “diario pubblico”, dove si ripercorre la cronistoria e la storia di una crisi che ha fatto a pezzi un territorio, la sua economia, i suoi abitanti. La terza area metropolitana d’Italia, invece di essere accompagnata verso uno sviluppo compatibile e opportuno, viene demolito da centinaia di articoli e servizi dei media. Un’eco che rimbalza di voce in voce, incalzata da alcuni pareri onnipresenti, e più da congetture che da dati scientifici. Fonte primaria sulla minaccia di rischi legati a rifiuti pericolosi seppelliti in zona, il pentito casalese Carmine Schiavone, che poi muore e non può né confermare né rimangiarsi nulla. Uno sfiatatoio, come spesso lo sono personaggi del genere. Fa riferimento a rifiuti nucleari tedeschi, ma niente si trova; e quando parla di lui, il magistrato Raffaele Cantone dice: «L’ho sentito più volte, non va preso per oro colato quello che dice ». Di Gennaro, pubblicando i suoi editoriali su Repubblica, che ha fatto così la scelta di riequilibrare una bilancia pendente decisamente verso il basso per un territorio che non lo merita, ricostruisce una vicenda che trova riscontro in quelli che spesso sono i cattivi consiglieri dei meccanismi dell’informazione: la superficialità e il prevalere dell’opinione sul riscontro, sul dato scientifico. Un libro al termine del quale resta l’amaro in bocca, perché vediamo dissiparsi in una nebbia cattiva la speranza viva come in pochi luoghi, ormai, di una economia rispettosa della terra e del suo valore ineguagliabile. Ma nelle cui ultime pagine troviamo il sostegno per rintracciare la razionalità e rimettere finalmente sulla strada giusta anche lo Stato, che rispetto a Terra dei fuochi ha avuto interventi poco efficaci e dimostrativi della scarsa chiarezza nella percezione di una situazione che coinvolge ancora una volta il vituperato Sud.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli  22 luglio 2016

C’è arrivata in ritardo l’Italia rispetto alle altre democrazie europee, ma ora anche da noi qualcosa finalmente si muove, il tema del “consumo di suolo” è entrato nel dibattito pubblico e, con maggiore lentezza, nell’agenda politica. Il fatto è che uno stato moderno è obbligato a tenere una contabilità della risorsa suolo, del modo con il quale viene impiegato, e a renderne conto ai cittadini. Ogni anno, ad esempio, il governo inglese pubblica in rete un bollettino nel quale è illustrato, con l’aiuto di tabelle semplici e chiare, come è cambiato l’uso di ogni ettaro di territorio nel regno, e quanto è cresciuta la città a detrimento dei boschi e delle campagne. Questo perché in quelle democrazie si crede ancora che il suolo, il territorio e il paesaggio siano la prima risorsa di un paese, e che dal modo come vengono impiegati e gestiti dipenda grandemente il benessere, la sicurezza nazionale la sostenibilità stessa dei percorsi di sviluppo.

Dicevamo che anche da noi qualcosa si muove. Da due anni l’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la sicurezza ambientale, pubblica un rapporto sul consumo di suolo in Italia, quello relativo al 2016 è stato presentato nei giorni scorsi a Roma, ed è reperibile in rete. Diciamo subito che la chiarezza e la facilità di lettura sono per ora assai distanti dai limpidi bollettini anglosassoni, ma c’è sempre modo di migliorare. Per il resto, il rapporto propone alcuni punti di interesse. In primo luogo, a causa della crisi economica, il consumo di suolo per urbanizzazione si è sostanzialmente dimezzato nell’ultimo biennio, rispetto ai valori degli anni 2000, passando da 8 a 4 metri quadrati al secondo. Questo significa che ogni anno, secondo il rapporto, il nostro paese mette sotto asfalto o cemento dodicimilacinquecento ettari di campagna, prima erano venticinquemila. Nonostante il rallentamento, è come se ogni anno in Italia ci fossero un paio di città in più, grandi più o meno come Napoli.

La novità del rapporto, è il calcolo del costo economico che questa perdita di suolo comporta, in termini di diminuzione dei servizi ecologici essenziali (produzione di cibo, acqua, depurazione, biodiversità ecc.). Ebbene, si tratta di ottocento milioni l’anno, una sorta di finanziaria occulta, che comporta una crescita del debito pubblico territoriale (le spese che dobbiamo affrontare per supplire alla diminuzione dei servizi della natura) che è probabilmente superiore al debito finanziario.

In assenza di una politica pubblica nazionale di contenimento dei consumi, è quindi la crisi economica a proteggere i nostri suoli, e questa cosa non deve rassicurarci, perché è evidente che qualora, come è auspicabile, le cose dovessero riprendere a camminare, anche il consumo di suolo risalirà, a meno che non si riesca a “disaccoppiare” la crescita economica dallo spreco di capitale naturale, e a ripensare l’edilizia in termini di recupero, anziché di ulteriore distruzione di spazio rurale.

C’è poi il fatto che il suolo non si perde solo per urbanizzazione, ma anche per inquinamento, e noi in Campania ne sappiamo qualcosa. La crisi ambientale, sociale e mediatica degli ultimi anni ci ha costretto ad una mappatura dettagliata dei suoli agricoli contaminati, ora sappiamo che sono solo alcune decine di ettari, ma il problema del degrado e dello sciupio del nostro territorio agricolo rimane.

Su questi due argomenti – il consumo di suolo, e il recupero dei suoli inquinati con tecnologie “verdi” – l’Università Federico II con il supporto dell’Assessorato regionale all’Agricoltura, ha condotto negli ultimi anni due importanti progetti – Soil Monitor ed Ecoremed – che hanno impegnato un centinaio di studiosi e il cui contribuito alla definizione delle politiche e delle azioni a scala nazionale è stato rilevante.

I risultati di questi due progetti, sullo sfondo del rapporto nazionale 2016 dell’ISPRA, sono l’argomento del dibattito che si terrà venerdì 22 luglio, presso la sala Pessina in Corso Umberto I n. 40, alla presenza dei curatori del rapporto, e del gruppo di ricercatori che stanno lavorando ai due progetti, con la partecipazione di politici e amministratori. L’intenzione è quella di affrontare gli aspetti scientifici del problema, insieme a quelli sociali, politici e amministrativi, perché anche una buona conoscenza alla fine servirà a poco, se non si tradurrà rapidamente in buone politiche, per la nostra Campania e per l’Italia.

 

 

dentro-istanbul

Social batte tank nella notte tragica

Lucio Caracciolo, la Repubblica 17 luglio 2016

C’era una volta l’esercito turco, campione mondiale di golpe. Venerdì sera gli epigoni di quella tradizione si sono cimentati in un farsesco remake che, non fosse per la scia di sangue e per le imprevedibili conseguenze geopolitiche, parrebbe una riuscita imitazione di Vogliamo i colonnelli, il non troppo fantapolitico film diretto nel 1973 da Mario Monicelli. Nelle scuole di intelligence, dove i colpi di Stato veri si studiano e si preparano, questi ufficiali turchi sarebbero finiti dietro la lavagna. Probabilmente serviranno da caso di studio: il contromodello perfetto, l’esempio di come non si deve azzardare un golpe.

Gli aspiranti tirannicidi di Ankara hanno sbagliato secolo. Sono rimasti alla belle époque del secondo Novecento, quando per “riportare l’ordine” bastava prendere possesso dei pochi, visibili gangli vitali del regime vigente, arrestarne i capi e spaventarne i sostenitori, se necessario (ma non sempre) sparando. Oggi, pensare di prendere il potere schierando qualche carro armato in alcuni crocevia strategici di Istanbul, bombardando il parlamento e costringendo una terrea speaker della tv di Stato a leggere un vago proclama, significa votarsi alla più disonorevole delle sconfitte.

Il catalogo degli errori (quello degli orrori è appena abbozzato, in attesa della vendetta di Erdogan, che si annuncia sanguinosa) è il seguente.

Primo: in un paese moderno, vivace e interconnesso o riesci a mobilitare subito il popolo, oppure il tuo golpe è abortito. Valga il caso egiziano del generale al-Sisi, il quale prima di rovesciare il legittimo presidente Morsi si era assicurato il supporto di una vasta e assai mediatizzata piazza. Nell’era delle tv private e dei social network, un’annunciatrice che parla dal canale pubblico suona come l’arpa in una banda di ottoni. Il parziale blocco di Facebook, Twitter e YouTube è durato appena un paio d’ore. Per tutta la notte le tv private hanno trasmesso in diretta i video postati sui social network dai cittadini che filmavano le violenze e i bombardamenti dei golpisti.

Secondo: il capo nemico va subito preso e neutralizzato. Il pensiero corre ancora al 1973, quando gli uomini di Pinochet puntarono sulla Moneda e liquidarono (o spinsero al suicidio) il presidente Allende. Evidentemente i pianificatori della sollevazione turca non erano bene informati sul rifugio di Erdogan. O non hanno avuto la forza di prenderlo. Sicché il presidente ha potuto rivolgersi al paese in videochiamata FaceTime, banalissima app collegata a Internet. È bastato l’appello del leader per mobilitare masse di manifestanti, specie nella sua roccaforte di Ankara. Il fatto che tutti i partiti, anche i più ostili al sultano, si siano più o meno sinceramente schierati contro i golpisti ha contribuito a isolarli.

Terzo: un capo si sostituisce con un altro capo. Non pare che i molti colonnelli e i pochi generali disponessero di un leader, forse nemmeno di un improvvisato direttore d’orchestra. Oppure costui era talmente impresentabile da non osare mostrarsi. Errore già commesso dai golpisti tardobolscevichi dell’agosto 1991, quando vollero imporre il triste, sconosciuto Janaev sulla sedia di Gorbaciov. In ogni caso, un colpo di Stato turco senza nemmeno una testa di turco è pretendere troppo.

Quarto: se fai un golpe militare devi poter contare sui militari. Almeno su alcuni reparti decisivi. La parte sostanziale delle Forze Armate non ha partecipato alla ribellione, restando in attesa degli eventi o schierandosi con il presidente. All’interno delle diverse armi sono emerse linee di frattura ed esitazioni. Di qui l’umiliazione di militari superarmati e addestrati che si fanno disarmare e arrestare dalla polizia. Quinto: sembra che i golpisti turchi si siano fidati della malcelata simpatia dei colleghi occidentali, alleati Nato. I quali si sono guardati dal mettere un dito nell’ingranaggio, ma certo non hanno scoraggiato gli insorti. È difficile immaginare che gli americani non abbiano visto muoversi le colonne corazzate turche qualche ora prima del golpe. Nessun alleato si è sognato di avvertire Erdogan del pericolo. Le prime reazioni delle capitali atlantiche, Roma compresa, ad “iniziativa militare” in corso, sono state tiepide se non gelide nei confronti del presidente turco. Senza curarsi di troppo mascherare la speranza di sbarazzarsi dell’inaffidabile sultano, fresco dell’ennesima “svolta” che lo ha riavvicinato a Putin. Torna ancora alla mente il golpe contro Gorbaciov, con i leader di mezzo Occidente a tifare privatamente per i «salvatori dell’Unione Sovietica ». Sommando questi e altri errori — di norma i golpe riescono meglio all’alba, non all’ora del dessert, quando la gente è sveglia e i media crepitano — i dietrologi sentenziano che non fu vero colpo di Stato, ma finto autogolpe. Erdogan si è inventato tutto per eliminare i suoi nemici? Se così fosse meriterebbe di correre per l’Oscar, vista la sua espressione mentre si affannava a mobilitare via iPhone masse di adoratori. Meglio stare ai fatti palesi, che svelano la disperata incompetenza di un pugno di militari. Come avrebbe fatto dire Monicelli a un aspirante golpista del venerdì sera: «Anche i colonnelli turchi ogni tanto arronzano ».

 

Il dolore di Elif Shafak “Dopo il golpe meno diritti ora l’Europa è più lontana”

Marco Ansaldo, la Repubblica 19 luglio 2016

«Ogni colpo di Stato ha frantumato la democrazia e creato enormi violazioni dei diritti umani. E questo orribile, sanguinoso golpe, con la reazione successiva del governo, pone la Turchia non in Europa, ma in Medio Oriente ».

Elif Shafak, la scrittrice più venduta nel Paese, appare davvero abbattuta: «Sono tempi molto, molto turbolenti per la mia patria», dice in questa intervista a Repubblica.

«Ma voglio essere chiara — aggiunge — sono totalmente contro a questo golpe, ha solo peggiorato tutto».

C’è però chi ha molti dubbi proprio sulla sua dinamica: in tanti si chiedono se sia stato per caso un golpe autoprodotto. Possibile?

«No, non penso che il governo lo abbia organizzato. E non dobbiamo cercare di vedere gli eventi attraverso teorie cospirative. Il golpe è stato reale e, secondo me, una cosa terribile: in una sola notte sono morte centinaia di persone, il Parlamento bombardato. Ma il Parlamento è il cuore della democrazia di un Paese, come può essere bombardato? Questo è inaccettabile ».

Per le strade ora si vedono i lealisti islamici sventolare la bandiera nazionale con la mezzaluna e la stella. Quella stessa che, per decenni, è sempre stato il simbolo brandito da laici e nazionalisti. La bandiera appartiene a tutti, d’accordo. Ma non è significativo questo passaggio di mano?

«Ora tutti reagiscono in modo emotivo. Il tentativo di golpe è stato uno shock. E la gente è scossa nel profondo. Da una parte è ammirevole che i cittadini si siano riversati nelle strade per fermare i carri armati. Dall’altra, a me preoccupa la cosiddetta ‘psicologia delle masse’».

Che cosa intende?

«Che vedo una crescita di nazionalismo, mascolinità, religiosità, intolleranza… E la “psicologia delle masse” può essere un effetto molto pericoloso ».

Ma allora i laici qui dove devono guardare, a chi devono credere?

«Come cittadini democratici la nostra posizione qui è la più solitaria, la più triste. Tutti quelli che credono nei valori della democrazia hanno criticato il tentato colpo di Stato. Nessuno lo ha sostenuto. Siamo contrari sia ai golpe militari sia all’autoritarismo. E sono molto preoccupata che il governo del partito al potere possa ora diventare ancora più dominante. Tutto sarà peggio. L’unica alternativa è tornare alla democrazia: sostenere il pluralismo, la libertà di parola. E i diritti umani, appunto».

Ma non pensa che l’esperienza della rivolta di Gezi Park, nel 2013, poi repressa nel sangue, possa tornare in qualche modo?

«In queste circostanze non mi aspetto una ribellione simile. I democratici e i liberali sono troppo soli, sono troppo pochi. Siamo la minoranza più triste, in questo Paese».

A lei che è molto attenta agli aspetti della comunicazione, non le è parso interessante vedere come il Presidente che odia e si oppone ai social media, abbia poi usato Facetime per lanciare l’appello alla resistenza popolare, e salvarsi mentre pareva spacciato?

«È molto ironico. Il governo del Partito della Giustizia e dello Sviluppo e il Capo dello Stato hanno colpito, controllato e soppresso i social media così tante volte in passato. Hanno portato in tribunale la gente per commenti fatti su Facebook o Twitter. Hanno monitorato i social media, lasciando davvero poco spazio alla libertà di parola. Però, nella notte del tentato golpe, lo stesso governo ha dovuto usare i social media. Ripeto, lo trovo davvero molto ironico».

Perché?

«Perché è stata una lezione di democrazia liberale. Persino i politici autoritari in Turchia, e nel mondo, possono un giorno avere bisogno delle libertà fondamentali che sistematicamente soffocano. Dopo tutto, ognuno ha bisogno delle libertà democratiche. Ma temo che la Turchia non abbia imparato questa lezione ».

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 12 luglio 2016

E’ possibile, anzi augurabile che ci stiano già lavorando, perché è chiaro che una soluzione al duello istituzionale su Bagnoli non può essere ulteriormente rinviata, ne va della credibilità residua delle istituzioni, e di chi in questo momento le rappresenta. E’ necessario partire da una constatazione: quello che non ha funzionato a Bagnoli è l’intreccio tra la bonifica e la trasformazione urbana. Queste due attività nel nostro ordinamento fanno capo a due diversi livelli di responsabilità, con lo Stato che ha competenza in materia di bonifica (tanto più a Bagnoli, che è un sito di interesse nazionale), e i comuni e le regioni cui competono le scelte urbanistiche. Non si scappa, è la costituzione che lo dice.

A ripercorrere la storia di quest’ultimo ventennio, è evidente che i ritardi di Bagnoli sono in stati in larga misura causati dalla dilatazione spropositata, anche in termini di costi, delle operazioni di bonifica, sotto la regia del Ministero dell’Ambiente. L’urbanistica in realtà non è mai partita, ha finito per svolgere un ruolo subordinato. E’ come se si fossero ribaltati i ruoli: la bonifica ha smesso di essere un’attività strumentale, propedeutica alla trasformazione urbana, ed è diventata una grande opera pubblica autoreferenziale, fine a se stessa.

Dall’altro lato però, si è pure assistito a un affievolimento della capacità locale di governare efficacemente il procedimento urbanistico. Dopo il lungo lavoro per redigere e approvare il piano regolatore, durato quasi un decennio, il comune non si è mai dotato di una strategia e di una macchina amministrativa all’altezza, come se il piano si attuasse per forza propria, manco fossero le tavole di Mosè. In questo modo un altro decennio è trascorso. Nel frattempo la società di trasformazione urbana è fallita, nonostante le operazioni scaramantiche, come gli inutili conferimenti di beni in articulo mortis, o le ripetute inaugurazioni della Porta del parco.

Nella vicenda di Bagnoli nessuna delle due parti ha di che gloriarsi, mentre c’è molto da imparare, e la cosa sensata sarebbe che ciascuno facesse quello che la costituzione e le leggi gli richiedono di fare. Il compito del commissario governativo dovrebbe essere quello di mettere finalmente ordine in questa storia complicata della bonifica, indicando un termine certo e ragionevole di completamento. E cercando magari di applicarla veramente la legge quadro sull’ambiente, la 152, non limitandosi all’applicazione notarile di tabelle, ma conducendo una seria analisi di rischio, in considerazione dei valori di fondo particolari che caratterizzano l’area. Questo è il lavoro che è chiamato a fare lo Stato.

Per gli aspetti urbanistici, la cosa sensata, per non arenarsi nelle secche dell’incostituzionalità, è quella di riconoscere al sindaco della città poteri commissariali, tanto più che anche il presidente del consiglio ha recentemente ribadito l’intenzione di muoversi all’interno delle previsioni del piano regolatore. Per l’amministrazione appena confermata sarebbe il momento della verità, dopo il primo inconcludente quinquennio, con l’impegno innanzitutto a ricostituire una robusta capacità amministrativa, per governare le trasformazioni epocali che abbiamo in mente per Bagnoli.

Messe così, le cose potrebbero funzionare. A condizione, naturalmente, che governo, regione e comune facciano finalmente gioco di squadra. Perché se è vero che la Costituzione dice che sono le istituzioni urbane a pianificare il proprio territorio, Bagnoli rimane pur sempre una questione di interesse nazionale, per il cui esito le politiche e le sinergie governative e regionali hanno un ruolo assolutamente decisivo.

Non sono d’accordo con la Urbinati, ma l’articolo pone domande fondamentali. AdG

brexit

Nadia Urbinati, La Repubblica 3 luglio 2016

BREXIT ci ha catapultato indietro di svariati decenni, quando scrittori e uomini di cultura teorizzavano il dispregio per la “democrazia”, a tutti gli effetti ancora il nome di un pessimo governo perché governo degli ignoranti, di chi non sapeva capire il “vero” interesse del paese perché non aveva beni da difendere o carriere da coltivare. Così pensava per esempio François Guizot, un ministro liberale francese di metà Ottocento, che ebbe il nostro Mazzini come oppositore e con lui tutti i fautori del suffragio universale. Dopo il referendum britannico per l’uscita dall’Unione europea, sembra di assistere a un refrain di simili posizioni.

Nei blog e negli articoli su riviste online inglesi e americani che circolano numerosi in questi giorni si verifica uno straordinario fenomeno di reazione degli acculturati contro gli “ignoranti”. La questione interessante non è, ovviamente, quella della veridicità o meno di questa affermazione — quanta ignoranza serve a fare un ignorante e quanta informazione a fare un competente in preferenze elettorali è una di quelle domande alle quali nessun politologo può dare risposta certa. Quel che è interessante è che ritorni a farsi strada nell’opinione del mondo l’idea che il suffragio universale equivalga a governo degli ignoranti, che i molti (generalmente poveri e non acculturati) blocchino le possibilità a chi potrebbe espandere le proprie capacità. La società della meritocrazia si rivolta contro la società dell’eguaglianza e prova a far circolare l’idea che la competenza, non l’appartenenza alla stessa nazione, debba consentire l’accesso alla decisione politica.

Le avvisaglie della rivolta delle élite nel nome della competenza e dell’interesse si manifestano del resto anche nel campo della ricerca: tra le teorie della democrazia che oggi attraggono molto l’attenzione degli studiosi vi è quella che prende il nome di “teoria epistemica”, l’idea cioè che la democrazia sia buona non perché ci rende liberi di partecipare alle decisioni e di cambiarle, ma perché le sue procedure — se opportunamente usate — producono decisione buone o giuste. Per esempio, restare in Europa sarebbe stata la decisione giusta se a usare la procedura del voto ci fossero stati cittadini informati. Il fatto che abbia vinto Brexit significa non che le procedure siano sbagliate ma che per ben funzionare dovrebbero essere usate da chi meglio può usarle.

Certo, ammettono i teorici della “democrazia competente”, tutti sono potenzialmente capaci di ragionare e in questo senso l’inclusione universale nella cittadinanza non è messa in discussione. Il problema è che non tutti hanno, per le più svariate ragioni, potuto coltivare le loro qualità intellettuali, non solo perché hanno deciso di interrompere la loro educazione ma perché hanno scelto di non informarsi bene. Per il momento, il ragionamento sulla democrazia competente si interrompe qui. Senonché, come si evince dai commenti di questi giorni, qualcuno potrebbe completarlo così: ci sono alcune decisioni, quelle che richiedono una dose di conoscenza e riflessione maggiore, che non possono essere prese da tutti, e soprattutto da coloro che per loro scelta si sono resi incompetenti. Questo argomento antidemocratico trova oggi uno spazio preoccupante.

La rivolta delle élite contro la democrazia è una realtà che conferma la brillante e solitaria diagnosi fatta da Christopher Lasch in The Revolt of the Elite del 1995. Attento studioso dei mutamenti politici e di costume nell’America di Carter e Reagan, Lasch documentò la crescita di quella che egli stesso definì “la società del narcisismo” e della conseguente disaffezione nei confronti della richiesta popolare di eguaglianza. Le classi privilegiate, scriveva, sono fortemente attaccate alla nozione della mobilità sociale e dell’apertura delle frontiere; quelle svantaggiate sono al contrario timorose di entrambe. I nuovi benestanti alimentano un’idea che è in forte tensione con la democrazia medesima: quella della “democrazia della competenza” contro la “democrazia dell’eguaglianza”, quella di una cittadinanza basata sull’eguale accesso alla competizione economica invece che sull’eguale potere nella partecipazione alla vita collettiva e politica. Divelta la centralità del lavoro, sembra che lo scopo della democrazia sia diventato quello di emancipazione dalla condizione di lavoro manuale, invece che dell’eguale distribuzione del potere di decidere sulle regole del lavoro e di chi lavora.

Emanciparsi dal lavoro e lasciare il lavoro agli ignoranti: «È elitario dire questo ad alta voce?”, si chiede un blogger inglese. Ci si deve «vergognare» ad ammettere che non tutti abbiamo gli stessi interessi da difendere? «Ci si deve reprimere dal pensare che è per il bene di tutti che le ragioni della conoscenza e della competenza dovrebbero avere più attenzione?». Sono gli ignoranti che hanno paura degli altri, che si innamorano del nazionalismo, che sono angosciati dalla globalizzazione. Allora, perché lasciare che essi partecipino a decisioni che mettono in discussione il nazionalismo e che vogliono tenere aperte le frontiere con l’Europa? È Michael Pascoe sulla rivista “Business Day” che propone queste osservazioni radicali appellandosi, appunto, ad una «democrazia della competenza» e chiedendosi se è davvero «reazionario» denunciare «l’idiozia delle masse». Ancora una volta, dopo Brexit, in nome della democrazia si dice in sostanza che la democrazia è un pessimo governo.

paesaggio cilento

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 26 giugno 2016

Se vuoi davvero sapere com’è andata, devi osservare le fotografie aeree fatte negli anni ’50 per i controlli del Piano Marshall: il Cilento appare spoglio d’alberi e boschi, una teoria di colline rasate di grano e pascoli, ogni metro di terra è utilizzato, e c’era ancora la gente. Poi il paesaggio s’è svuotato d’uomini, partiti per Milano, Torino, la Germania, in cerca di futuro, e il bosco è tornato sulle terre abbandonate, gli oliveti sono diventati a poco a poco isole, in mezzo a un mare di macchia mediterranea e cespi flessuosi di ampelodesma. “Il problema” mi spiega Peppino Cilento “è che se parte un incendio sulla costa, si propaga in un attimo fino alla montagna, così possono bruciare centinaia di ettari di macchia in una volta sola”.

Lo incontro a San Mauro, nella sede della cooperativa “Nuovo Cilento”, che lui ha fondato nel 1976. L’idea gli venne in Veneto, a Treviso, dove era giovane professore di lettere: la mattina era a scuola, la sera con il sindacato lavorava ai corsi delle centocinquanta ore per i lavoratori. A Conegliano conosce i viticoltori, riuniti da decenni in cooperative, si convince che può essere quella la strada per far ripartire l’agricoltura in Cilento, per contrastare l’esodo e tenere viva la terra.

Lo scorso febbraio c’è stata la festa per i primi quarant’anni di attività: oggi la “Nuovo Cilento” è il più grande frantoio della Campania, lavora ventiseimila quintali d’olive l’anno; con 360 soci e millecinquecento ettari di oliveto, è il principale produttore italiano di olio extravergine biologico. L’inizio non fu facile, Peppino mi racconta che ci vollero tre anni per acquistare il primo trattore, allora si arava ancora coi buoi, in quel “medioevo lungo” teorizzato dall’archeologo Riccardo Francovich, che nelle campagne del meridione può arrivare fino al ‘900.

L’agricoltura montana del Cilento per sopravvivere ha bisogno di meccanizzarsi, ma Peppino si rende conto che le macchine sul mercato non sono adatte ai paesaggi cilentani, perché obbligano a lavorare a “rittochino”, lungo la linea di massima pendenza, altrimenti ti ribalti, ma così il suolo si erode in fretta. Non si perde d’animo, va alla fiera di Bologna, ne parla col presidente dei costruttori di macchine agricole, che gli dà conferma: effettivamente i modelli sono pensati per la pianura e per il mercato estero, la collina e la montagna, che fanno l’80% del territorio nazionale, non sono prese in considerazione. Alla fine Peppino la spunta, e convince un’industria di Vicenza a progettare una trattrice radiocomandata, di forma, dimensioni e potenza adatte ai versanti collinari del Cilento.

La cura del suolo è la base di tutti i ragionamenti di Peppino. Qui in collina, per evitare che l’erosione disperda il capitale di fertilità, è necessario che il suolo rimanga quanto più possibile protetto, e sia adeguatamente nutrito di humus. Così, ha chiamato dalla Colombia, in quello che lui definisce sorridendo “un programma di aiuti dell’America latina alla vecchia Europa”, Jairo Restrepo Rivera, grande esperto di agricoltura organica, che ha insegnato agli agricoltori della cooperativa a trasformare le sanse – i residui della spremitura delle olive – in un compost profumato come terra di bosco, con una ricetta a base di letame, frasche triturate,  carbone vegetale, lieviti particolari. Il terriccio viene somministrato agli olivi, al posto dei concimi minerali, e gli effetti sono strabilianti, le piante affaticate ritrovano vigore ed equilibrio, la concentrazione di antiossidanti nell’olio – i polifenoli e i tocoferoli, che sono i fattori di protezione buoni, il vero tesoro della dieta mediterranea –  schizza alle stelle.

Chiedo a Peppino cosa pensi della proposta dello storico Piero Bevilacqua, di profittare dell’immigrazione per rivitalizzare i borghi delle aree rurali in spopolamento, lui mi risponde che da loro è già così, l’agricoltura a San Mauro è stata salvata da una colonia di pakistani del Punjab, e mi presenta Shengara, un giovane dal sorriso candido, che ora è una delle colonne del frantoio, non sta fermo un attimo, nelle pause del lavoro si dedica all’ingegneria naturalistica, realizza sentieri e graticciate.

Questa chiusura isterica al Sud del mondo Peppino non riesce proprio a comprenderla: “Le associazioni italiane hanno sbraitato quando la Commissione ha autorizzato l’importazione di trentacinquemila tonnellate di olio extravergine dalla Tunisia, quando l’Italia ne importa quindici volte tanto dalla Spagna. E’ un protezionismo che rischia di colorarsi di razzismo, è come se la Fiat dicesse che vende poco per colpa della Toyota. Per stare bene sul mercato non devi lamentarti ma aumentare la qualità, vedi l’esempio del vino, che ha saputo raccogliere la sfida, affidandosi al giudizio di consumatori sempre più competenti”.

Giuseppe Cilento è stato a lungo presidente della cooperativa, ed anche sindaco di S. Mauro:  nella lunga storia di leader di comunità ha raccolto, com’è nelle cose umane, affermazioni importanti, assieme a insuccessi e amarezze. Il cruccio è che, nonostante la “Nuovo Cilento” sia oramai una realtà importante, il declino demografico continua, il territorio del Parco Nazionale dei Cilento ha perso ancora tremila abitanti negli ultimi cinque anni, mentre un turismo frettoloso continua a spremere il paesaggio come un limone, le aree urbanizzate sono decuplicate nell’ultimo cinquantennio, l’attività amministrativa del Parco e dei comuni è assorbita dall’edilizia, piuttosto che dal governo del territorio e dal rilancio delle economie locali.

Peppino, all’opposto, ha scelto di mettere al centro della sua strategia le ragioni dell’ecosistema e della comunità. In un’agricoltura nella quale sono le macchine a dettare la forma dei paesaggi, lui è riuscito, all’opposto, a farsi dare le macchine adatte a mantenere il paesaggio così come lo vede lui. Nel suo racconto cita più volte la “Laudato si”, l’enciclica sull’ambiente di papa Francesco; ricorda i momenti di lavoro con Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica assassinato, che a un certo punto è come fosse seduto a tavola con noi.

Passeggiamo in oliveto, nel pomeriggio, su un tappeto profumato di sulla e di veccia, le leguminose buone che danno l’azoto al suolo; intorno a noi è tutto un volo di rondini, libellule, farfalle colore dello zolfo. L’ecosistema è vivo, il sorriso di Geppino ha una piega amara: “Ci vuole tempo perché la gente accetti le innovazioni, occorre pazienza, bisogna contare sulla capacità persuasiva dei risultati”. Lo ascolto e penso che la forza è possente in questo professore-contadino dai capelli candidi, che si ostina a immaginare un riscatto possibile per questo suo Cilento, docile e resistente insieme, come la pietra calda d’arenaria alla quale adesso mi afferro con la mano.

paolo leon

Aldo Garzia, Il Manifesto, 14.6.2016

Bettino Craxi, con procedura e tempistica insolite, nel 1981 espulse dal Psi un gruppo di intellettuali tradizionalmente collocati nella sinistra del partito, quella che faceva capo a Riccardo Lombardi. Tra loro: Enzo Enriques Agnoletti, Tristano Codignola, Elio Veltri, Franco Bassanini e Paolo Leon. Avevano firmato un documento di dissociazione dai metodi di gestione del Psi e di denuncia dei casi di corruzione che già allora si erano insinuati nel partito.

Gli espulsi erano tutti esponenti della cultura di origine «azionista», collaboratori della rivista «l Ponte», che mal tolleravano il dirigismo autoritario craxiano e lo spostamento moderato della politica socialista.

Questo gruppo iniziò poi a collaborare con il Centro studi fondato da Claudio Napoleoni e Lucio Magri che in quella fase si proponeva di non accettare come inevitabile la rottura dei rapporti a sinistra. Quello stesso Centro pubblicò in seguito la rivista mensile «Pace e guerra» dove riversava i contenuti della propria ricerca politica e teorica.

Tra i più attivi e propositivi, c’era proprio Leon. A lui è sempre piaciuta una sinistra libera e libertaria, non gli sembrava vero – dopo aver lasciato il Psi – poter essere indisciplinato fino in fondo.

Da quel periodo in poi, Leon ha intensificato la sua attività di saggista senza mai abbandonare quella di accademico all’università. Lo aiutava in quello sforzo la direzione di alcuni centri studi (Arpes, Crel, Cles) che nel corso degli anni hanno formato decine di economisti.

A lui piaceva dialogare con le nuove generazioni trasmettendo l’idea che la lezione di lord John Maynard Keynes era restata attuale e fertile, malgrado il liberismo imperante dagli anni 80. Il keynesismo, come ha continuato a scrivere, gli appariva come la migliore soluzione nell’eterna lotta/mediazione tra Stato e mercato, capace pure di ridisegnare le conquiste del welfare. Da convinto socialista, Leon non puntava al superamento del mercato: bensì all’estensione della democrazia economica come leva della trasformazione sociale.

Riviste, quotidiani (ovviamente anche «il manifesto»), convegni, hanno avuto il suo instancabile contributo sotto forma di articoli, saggi, interventi, interviste.

Uno dei luoghi privilegiati d’azione di Leon è sempre restato però il sindacato, la Cgil: soggetto per lui unitario di qualsiasi politica di sinistra. Amico e collaboratore di Fausto Vigevani (storico leader socialista della Cgil), negli ultimi anni ha presieduto il Comitato scientifico della Fondazione Luoghi comuni, funzione pubblica Cgil.

Con la morte di Paolo Leon perdiamo una intelligenza critica e vivace, un appassionato interlocutore del dibattito economico, un maestro e un divulgatore. Ma ci mancherà altrettanto la sua personalità così particolare: sempre spiritoso, ironico, brillante, disponibile, con la battuta pronta.

E sempre ottimista, anche quando a noi più giovani sembrava non ci fossero ragioni per esserlo.

 

Paolo Leon, idee e ironia di un neokeynesiano

Roberto Romano, Il Manifesto, 13.6.2016

Sabato sera ci ha lasciato Paolo Leon. Un economista ironico e legato al riformismo rivoluzionario di Lombardi. Il manifesto e Leon sono «amici» di lungo corso e gli articoli di Paolo hanno fatto crescere il giornale con dibattiti e interventi negli anni Settanta e Ottanta e poi anche più recentemente. Equilibrio e squilibrio sono la cartina interpretativa delle idee di Paolo fin dai primi lavori: Ipotesi sullo sviluppo dell’economia capitalistica (1965, Boringhieri), Structural change and growth in capitalism (1967, Johns Hopkins Press), L’economia della domanda effettiva, (1981, Feltrinelli). Gli anni seguenti consolidano la ricerca sul ruolo dell’economia pubblica: Stato, mercato e collettività (2003, G. Giappichelli), Il Capitalismo e lo Stato (2014, ed. Castelvecchi), assieme al saggio Banche e Stato, in Riforma del capitalismo e democrazia economia (L. Pennacchi e R. Sanna, 2015, Ediesse).

Leon è il primo a legare consumo e investimento aggregato alla legge di Engel (si consumano beni diversi in rapporto alla crescita del reddito), per cui occorre un investimento particolare, quello che produce beni e servizi direttamente legati alla crescita del reddito. La dinamica di struttura e la «tecnica superiore di produzione» evidenziando come la persistenza di un problema di domanda effettiva sia intimamente legato alla natura della produzione: il mercato cambia se stesso e modifica la tipologia dei beni prodotti, con delle conseguenze nei rapporti economici tra gli agenti all’interno dello stesso paese, del mercato del lavoro e del mercato monetario. Non era in discussione la distribuzione del reddito in senso stretto, che modifica qualitativamente la domanda, quanto il sistema economico nel suo complesso: all’inizio la domanda soddisfa bisogni primari, successivamente i beni primari lasciano il posto ai beni secondari, andando più avanti la domanda si manifesta nei beni terziari. Sostanzialmente il reddito aggiuntivo e la conseguente domanda alimentano nuovi bisogni che inizialmente non erano concepibili, e tale domanda deve trovare una corrispondente offerta.

L’insegnamento di Leon è dirimente per i nostri giorni: «Nessuno può negare che esista una relazione tra fattori della produzione e prodotto al livello dell’economia; ma che forma questa funzione, in che modo agiscano su di essa le variazioni dei salari e dei profitti ed il progresso tecnico, è impossibile stabilire a priori con il modello marginalista»(P. Leon, 1965). Altro che crescita equi-proporzionale dei diversi settori. Infatti, Paolo prefigura uno Stato grande nelle idee: «Le scelte, in termini di investimenti, delle imprese pubbliche e, in quanto controllabili, di quelle private, non possono essere condotte sulla base di un saggio generale del profitto (o dell’interesse, o sulla base di un determinato costo-opportunità del capitale) stabilito a priori senza la giustificazione di un completo modello disaggregato di lungo periodo»(P. Leon, 1965).

Lo scopo «è di far risaltare la necessità della domanda effettiva come determinate dell’offerta…. Così chi crede che l’investimento sia l’elemento autonomo per eccellenza, è poi spinto a cercare i fattori che lo determinano… ritrovando per altra via la legge di Say» (P. Leon, 1981).

L’esistenza stessa di «leggi macroeconomiche, non riconducibili alla decisione dei singoli, è un segnale che lo Stato è autonomo rispetto al mercato». In altri termini, «una legge macroeconomica generale, come quella del moltiplicatore, non può rientrare nell’ambito della conoscenza individuale: solo lo Stato è in grado di servirsene»(P. Leon, 2003).

Un tratto ben presente nella sua penultima fatica (P. Leon, 2014), quando si domanda: è l’inizio della fine di un paradigma, più precisamente del paradigma reaganiano-thatcheriano che ha costruito un particolare equilibrio tra stato e capitale? Leon discute le nuove istituzioni del capitale, consapevole che qualcosa di quello caduto in disgrazia rimarrà per sempre. Tutto ciò ci riporta al ruolo dello Stato nel capitalismo post-liberista e del modello di governo in una economia globale. Un rapporto capitale-Stato da ricostruire. Infatti, «il capitalismo… è un modo di essere delle società che non si distrugge nelle crisi, ma evidentemente si trasforma e, una volta trasformato, dà luogo a una nuova cultura capitalistica e a nuovi rapporti tra i capitalisti e lo Stato e tra gli stessi capitalisti».

Poco prima di lasciarci Leon ha offerto un altro contributo: I poteri ignoranti, 2016, ed. Castelvecchi. Accumulazione e sviluppo sembrano essere entrati in conflitto aperto. Da un lato, le scorciatoie che conducono a una chiusura mercantilistica sono vicoli ciechi; dall’altro, la radicale ignoranza dei poteri pubblici sulle questioni economiche che impedisce di percorrere vie d’uscita alternative, legate al nuovo ruolo dello Stato e alle politiche economiche differenti.

Nel mezzo uno iato: lo spazio per una scienza economica che non rinuncia a voler cambiare le cose. Anche alla fine del suo lavoro ha suggerito un inedito terreno di riflessione.

piccola

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 11 giugno 2016

L’altro giorno in piena ora di punta, nel ganglio nevralgico di piazza Mazzini, il semaforo era fuori uso, il giallo lampeggiava, non si vedeva un vigile, eppure niente code, il traffico scorreva una bellezza, e il fatto mi pareva in fondo l’immagine di come funziona in questo momento la città. Perché ha ragione Luciano Brancaccio, De Magistris si afferma con politiche simboliche, in grado di mobilitare un segmento minoritario ma determinante dell’elettorato, visto che la metà preferisce rimanere a casa, ma c’è un altro aspetto, del quale pure bisogna ragionare, ed è quello del “grado zero” del governo urbano, dal sindaco assunto a modello, che a Napoli stiamo in questo momento sperimentando.

Pensiamo al lungomare liberato, dove alla chiusura al traffico veicolare non è seguito alcun dispositivo o codice d’uso, come accade negli spazi pubblici delle normali città europee: semplicemente è uno spazio libero, assolutamente non attrezzato, nel quale ciascuno fa quello che vuole, stendere una sdraio o mettere una bancarella, e tutto è lasciato alla spontanea interazione tra i singoli. Oppure, provate a visitare il parco dei Camaldoli, cento strepitosi ettari di verde nel cuore della città: ci troverete una selva millenaria che in assenza di manutenzione sta morendo, le ceppaie smottano giù l’una dopo l’altra, come nella giungla, ma lo spettacolo del disfacimento vegetazionale resta comunque grandioso, e il mio cane Argo si diverte molto.

Coi beni comuni poi, il grado zero di governo ha addirittura trovato una sua formalizzazione amministrativa, con la controversa delibera per l’Asilo Filangieri, che autorizza l’occupazione abusiva di uno spazio urbano, introducendo così un doppio regime di legalità, quello normale dove se infrango vengo sanzionato, e l’altro, dove questo non necessariamente avviene, perché è in gioco la libera espressione delle forze popolari, resta il problema di chi debba stabilire questo confine, questo curioso “stato di eccezione”.

Nella vita di tutti i giorni, l’arretramento deliberato dell’amministrazione dalla vita della città ha un suo prezzo, provate a prendere un autobus, o ad aver bisogno di un qualunque servizio comunale, mentre i parcheggiatori abusivi non sono mai stati così presenti e sicuri di sé. Anche la macchina amministrativa è al grado zero, l’urbanistica semplicemente non esiste più, con un manipolo smarrito di funzionari superstiti, asserragliato in stanze vuote, come nel Deserto dei Tartari, che dovrebbe gestire cose epocali come il piano regolatore, le trasformazioni urbane a est e a ovest, il centro storico, le periferie, il parco delle colline.

Sull’acqua pubblica, uno dei fiori all’occhiello dell’amministrazione uscente, le cronache raccontano in realtà lo smantellamento di un’azienda che era un piccolo gioiello, con l’allontanamento dei dirigenti troppo autonomi, che si ostinano a pensare alla qualità del servizio, anziché al mantra fumoso dei beni comuni, con il solo risultato per ora di rinunciare ad ogni necessario ammodernamento della rete, e alla chiusura del ciclo idrico (acqua potabile e fognature) con i necessari investimenti e manutenzioni.

Al contrario, continua a prosperare, anzi si allarga, l’esercito delle partecipate, una sorta di amministrazione parallela, frutto di un trentennio di clientele, con ottomila dipendenti che non si sa cosa facciano e cosa producono, ma assorbono metà del disastrato bilancio comunale, in quello che è diventato probabilmente il vero fulcro del sistema di potere demagistrisiano.

Sui rifiuti poi il grado zero di governo vuol dire rimandare ogni impegnativa scelta strutturale, con la raccolta differenziata ferma al palo, affidando a caro prezzo la monnezza agli impianti degli altri, che ci fanno soldi ed energia, lasciando noi vulnerabili, a pattinare ancora sul ghiaccio di un sistema estremaente oneroso, ma che non offre sicurezza né autonomia.

Per il momento tutte queste cose si tengono ancora, in precario equilibrio, nella città che offre il grado zero di servizi, al costo più alto per famiglie e aziende, in termini di tasse imposte e tributi. Ma è anche vero, in fondo, che il sindaco non ha inventato niente, perfezionando semplicemente il “grado zero” già sperimentato dalle giunte Iervolino, poi premiato da quella straripante vittoria con l’ottanta per cento dei voti, una decina di anni fa.

gomorrah-setting

Gomorra fa bene o fa male? Su Repubblica la Boccassini sostiene la prima tesi, Cantone la seconda. Oggi, sempre su Repubblica, interviene anche De Cataldo (“Gomorra non è un inno al male”). Ne ho visto spezzoni, mi è venuto in mente il Padrino (la descrizione, tutta dall’interno, del funzionamento di una tribù-mondo), ma anche i Guerrieri della notte e Jena Plissken. I quartieri di edilizia pubblica delle periferie di Napoli sono filmati come la Los Angeles 2019 di Blade Runner, un pianeta diverso; le abitazioni dei camorristi sono come gli interni di quel film, pesanti, poco illuminati, grondanti post-moderno barocco. Il ruolo della colonna sonora, scarna, possente, è simile. I protagonisti, come in Macbeth, crudelmente vivono e muoiono in un mondo che viene molto prima della legge, o molto dopo. Immagini di grande suggestione, coerenza di racconto e di stile. Capisco possa e debba esserci discussione sugli effetti sul costume, gli atteggiamenti, i giudizi di valore, ma non è facile, forse inutile.

s. giorgio

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 28 maggio 2016

Anche la Campania ha il suo West – i suoi spazi sconfinati, gli altopiani d’erba che non vedi una casa fino all’orizzonte – solo che è a oriente: devi uscire dalla conca ordinata di Benevento, ed entrare nel Fortore, il mondo del flysch e delle argille: il Mezzogiorno nudo, del latifondo contadino, come lo chiamava Rossi- Doria, contrapposto alle terre arborate della prima cerchia collinare, ricamate di viti, olivi e piante da frutto.

Il Fortore è una successione strepitosa di altopiani a perdita d’occhio, incisi da torrenti vorticosi, coi centri medioevali arroccati sui cucuzzoli di calcare e arenaria, gli unici punti in questi paesaggi epici che stiano fermi, che non si muovano verso valle. Certo, l’olivo c’è ancora, ma è solo una corona intorno all’abitato, poi è un mare di grano e di erba, con i boschi scuri di quercia – ciò che resta dell’immensa foresta cinquecentesca – a protezione dei versanti troppo ripidi per fare agricoltura.

Sono venuto a San Giorgio la Molara, il centro geografico del Fortore, in una giornata di pioggia e nuvole basse, non importa che siamo a metà maggio, per raccontare ancora una storia di fatiche e affermazioni, in queste terre difficili, che il ministero dello Sviluppo economico identifica come “aree interne”, sarebbe a dire quei pezzi di Paese troppo distanti dalla città, dove la dotazione dei servizi essenziali è più labile, il declino e lo spopolamento più difficili da arrestare. In barba alla classificazione del ministero, San Giorgio la Molara è invece uno dei centri più importanti in Italia per l’allevamento della Marchigiana, una delle tre razze bovine storiche, con la Chianina e la Romagnola, comprese nel marchio di qualità del “Vitellone bianco dell’Appennino centrale”, sarebbe a dire l’esclusivo club della bistecca più buona d’Italia.

Mi accompagna nel viaggio Nicola De Leonardis, direttore tecnico della cooperativa di allevatori “S. Giorgio”, con cento aziende associate, seimila capi allevati, che mi racconta a voce bassa, col fare pacato degli zootecnici di razza, come tutto il paesaggio che ci circonda lavori per l’alimentazione dei prestigiosi animali: un mosaico verde di erbai polifiti, campi di orzo, grano duro, avena, e sulla dai fiori scarlatti, perché la marchigiana di San Giorgio non mangia insilato di mais, che renderebbe acquose le carni, ed è esclusivamente alimentata con fieni profumati e foraggi locali. La fase di finissaggio poi, quella più importante per la marezzatura e la tenerezza della carne, è tutta basata su una dieta ricca di granella di cereali e luguminose.

Ma non sono solo le virtù di un allevamento e un’alimentazione naturale: alla base del successo degli allevatori di San Giorgio c’è la ricerca, un lavoro instancabile di miglioramento della razza che in queste terre è iniziato quindici secoli fa, a partire dal Bos Primigenius, il grande bovino dalle corna lunghe che gli Unni portarono con sé dalle fredde steppe d’Ucraina. L’opera di selezione ed incroci mirati è ripresa su basi moderne a partire dalla metà del ‘900, per merito di allevatori come Giovanni Belperio, che ci accompagna orgoglioso in stalla a visitare i suoi campioni, i tori mastodontici e le fattrici, tutti esemplari dalla morfologia armoniosa, elegante, come le pitture rupestri di Altamira e Lauscaux. I vitelli sono accanto alle madri, che non si agitano al nostro arrivo, e Giovanni mi spiega orgoglioso come anche il carattere mansueto, determinante per la qualità delle carni, sia il risultato del lavoro pignolo di selezione. Giovanni ha modi semplici, garbati, è un allevatore, ma nella zootecnia italiana è un’autorità, i ricercatori accademici lo ascoltano, vengono qui in azienda per apprendere e studiare il suo modo di lavorare.

Gli allevatori di San Giorgio andrebbero studiati anche per un’altra ragione, perché l’affermazione di questo sistema zootecnico di eccellenza, intorno al quale ruota adesso un intero paesaggio, è il frutto di una coraggiosa riconversione produttiva, dal tabacco che per decenni è stata la ricchezza di queste aree – grazie anche ad un fin troppo generoso sistema di aiuti comunitari – alla zootecnia.

Gli agricoltori di San Giorgio hanno compreso per tempo che questa situazione andava ad esaurirsi, e anticipando i tempi, hanno investito i proventi del tabacco nella costruzione delle stalle, puntando sulla zootecnia di qualità. Insomma, un dinamismo, una capacità di reazione di tutto un territorio, che con l’etichetta triste di “aree interne” sembrerebbe avere poco a che fare. Non per nulla, l’età media dei soci della cooperativa è di 44 anni, più di una decina in meno della media regionale, che è poco sotto la sessantina, con tutta la propensione all’investimento e all’innovazione che la giovane età comporta.

Nel pomeriggio torna l’azzurro, si fa più intenso il verde dei pianori, e più bianche le torri eoliche, che gli spazi aperti di questi paesaggi indifesi hanno finito per conquistare. Ora traversiamo il Regio tratturo, la grande autostrada d’erba della transumanza, che i Sanniti tracciarono duemilacinquecento anni fa, e qui a San Giorgio è ancora chiaramente distinguibile. La storia che Nicola continua a raccontarmi, è poco nota agli abitanti della grande città costiera, troppo distante da queste terre di mezzo, sospese tra il Tirreno e l’Adriatico. Come accade per altre importanti produzioni regionali, le bistecche e le carni pregiate della marchigiana del Fortore prendono altre vie, sono indirizzate in prevalenza ai mercati del centro- nord, più che ai consumatori campani, ed è proprio il mercato interno regionale, la nuova frontiera che gli allevatori di San Giorgio vorrebbero ora conquistare.

Torniamo agli uffici della cooperativa, nella piazzetta in cima al paese, sotto i bastioni di ciò che rimane dell’antica rocca, c’è il belvedere che domina tutta la valle, ed è una processione continua di allevatori, uomini e donne, che vengono per il disbrigo delle pratiche, i problemi tecnici dell’allevamento, i controlli di qualità, chiedono di Nicola, lui ha una parola e un consiglio per tutti, veramente la zootecnia è l’infrastruttura che tiene unità questa comunità. Delle circa quattrocento aziende iscritte in Campania al consorzio di tutela del Vitellone bianco, 350 sono in provincia di Benevento, 121 nel solo comune di San Giorgio la Molara: qui dietro ogni stalla c’è una famiglia, ed è il Vitellone l’industria diffusa che assicura reddito e lavoro.

Il paese è lindo, ordinato, come il paesaggio che la comunità continua a curare, nonostante le frane e i cedimenti. La città è lontana, internet va a singhiozzo, la carovana del Giro d’Italia è passata, ma è stato un attimo, ora è solo il rumore del vento. Il ministero e Bruxelles dicono che queste sono aree in ritardo di sviluppo, ma il marchio della cooperativa è la bandiera italiana, questa comunità non si è fermata, continua a sentirsi parte di una storia, che varrebbe la pena di conoscere meglio.

La Campania delle città ha bisogno del suo West, degli spazi sconfinati, di questa capacità ostinata di costruire lavoro e conoscenza, in mezzo all’Appennino verde e difficile, che è certamente parte del nostro passato ma anche, a pensarci bene, uno spiraglio importante di futuro.

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