Real Bosco di Capodimonte, prateria presso la Fabbrica di porcellana - Foto di Alessio Cuccaro (1)

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 18 maggio 201

Capodimonte è per Napoli tante cose insieme, è il bosco più esteso della città (134 ettari); il giardino storico tra i più importanti al mondo; secondo gli ecologi del Dipartimento di Agraria che hanno lavorato al piano regolatore, è anche l’ecosistema urbano con i più alti livelli di naturalità, anche se la lecceta non è spontanea ma l’hanno piantata gli agronomi del Re nella prima metà del ‘700, che poi è una bella lezione, significa che l’uomo quando vuole può ricostruire la natura, oltre che distruggerla.

Capodimonte è indubbiamente il luogo di Napoli che meglio esprime la magnificenza e la regalità, cose che i napoletani hanno raramente potuto condividere, da sudditi come da cittadini, cogliendone solo clandestinamente i riflessi, come quando da ragazzi salivamo al bosco in autobus dall’Arenella, già in tenuta, ed entravamo di nascosto col pallone da una breccia nel muro di cinta, per conquistare il diritto a correre su un prato polveroso attorno la Fabbrica delle Porcellane.

Il cinque di maggio il Museo ha compiuto sessant’anni, ed è l’occasione per parlarne col direttore Sylvain Bellenger, una lunga esperienza di direzione di musei e istituzioni culturali in Francia e negli Stati Uniti, il ministro Franceschini l’ha chiamato quattordici mesi fa dall’Art Institute of Chicago. Bellenger mi riceve nel suo studio nel Palazzotto, subito accanto a Porta Grande, dove ha concentrato tutti gli uffici. “In questo modo è più facile lavorare, il parco ha 202 dipendenti, l’età media è di sessant’anni, come il Museo. Quando sono arrivato non c’era una sala riunioni, i computer roba da modernariato, con pochi dipendenti in grado di usarli. Il Museo non aveva un logo, una carta intestata, un biglietto da visita. La scelta decisiva fatta dal ministro è stata senza dubbio quella di riunificare finalmente il Museo e il Bosco sotto un’unica direzione generale, prima il Museo dipendeva dai beni artistici, il Bosco da quelli ambientali, era impossibile immaginare un progetto unico di gestione, nell’incomunicabilità degli uffici tutto si impantanava in un tran tran burocratico senza futuro.”

In effetti, che l’aria è cambiata te ne accorgi da subito, all’ingresso di Porta Piccola c’è ora un’enorme striscione a disegni colorati che indica ai ragazzi la localizzazione dei campi di calcio, Bellenger ne ha realizzati due, proprio accanto alla Fabbrica di Porcellane. “Il parco ha tante funzioni, ma una delle più importanti è di migliorare la vita delle persone del quartiere. A Parigi ci sono 34 piscine pubbliche, il costo è di un euro al giorno. Al Centro Pompidou sono disponibili cinquecento computer per l’uso libero dei giovani e dei visitatori, dalla mattina alle dieci e trenta di sera. Il nostro compito è anche quello di offrire agli abitanti di questa città i servizi essenziali dei quali hanno bisogno, a partire dai giovani, che in Italia sono troppo spesso sacrificati e maltrattati. Quando ho accompagnato il primo gruppo di ragazzi ai nuovi campi erano stupiti, prima mi hanno domandato se dovevano pagare, quando gli ho risposto che era gratis mi hanno chiesto perché lo facevo.”

Naturalmente, destinato al calcio un suo spazio legittimo, i prati nel bosco hanno ripreso colore e bellezza, c’è finalmente un senso complessivo di cura e di manutenzione. “La Pinacoteca di Capodimonte – mi dice ancora Bellenger – è probabilmente la più completa d’Italia, nel senso che è l’unica che consente un viaggio significativo nelle diverse epoche e scuole, italiane ed europee, fino all’arte contemporanea. Sono particolarmente orgoglioso del fatto che sia custodito proprio qui a Capodimonte uno dei quadri universalmente celebri, a cui sono più legato, la “Parabola dei ciechi” di Bruegel, ogni ragazzo francese lo conosce, perché è immancabilmente riprodotto sui libri di scuola, accanto alla poesia “Les Aveugles”, I ciechi, di Baudelaire.”

Oltre ai prati, anche il Museo rinasce e si rianima: a Pasqua 2017, rispetto all’anno precedente, i visitatori sono aumentati del 120%, gli incassi raddoppiati, e a molto sono servite le mostre visitatissime dei capolavori ritrovati di Van Gogh, la “Donna col liuto” di Vermeer, fino all’ultima “Picasso Parade”, visitabile fino al 10 luglio, oltre naturalmente al sito web (più di un milione di visite da quando è online), la presenza sui social, la convenzione con la navetta turistica che conduce qui in collina i turisti dal centro della città.

Ma Bellenger insiste sul legame tra la Reggia e il Bosco, che per lui è un museo vivente a cielo aperto, con la presenza di 400 diverse specie vegetali, e la collezione di alberi esotici provenienti, a gloria del sovrano, dalle diverse terre dell’Impero dove non tramontava il sole: il cipresso calvo di Montezuma, alla cui ombra si materializzavano le tremende divinità atzeche, o gli splendidi Cinnamomum, l’albero della canfora, ce n’è uno gigantesco che ha tre secoli, “E’ uno dei monumenti più importanti che abbiamo” si compiace Bellenger, secondo il quale “l’insieme del Museo e del Bosco configura uno dei siti storici e naturalistici più importanti d’Europa e del mondo, dove è possibile godere e comprendere insieme le bellezze dell’arte, della terra, della natura.”

Una collaboratrice giunge con una copia del masterplan preparato per il ministro, contiene mappe, cartine, progetti, disegni, la visione proiettata nel prossimo ventennio, che Bellenger e il suo gruppo di lavoro hanno immaginato per il sito di Capodimonte. C’è il recupero dei diciassette fabbricati storici presenti nel parco, con una funzione precisa per ciascuno: oltre a spazi per mostre e concerti, il masterplan prevede la creazione di una scuola internazionale di giardinaggio; una fondazione presieduta da Riccardo Muti per la musica classica napoletana, in collaborazione con il Conservatorio di San Pietro a Maiella; un’altra fondazione, affidata a Mimmo Iodice, per l’archivio storico della fotografia a Napoli e in Campania; un centro di studi internazionali sull’identità delle città portuali. Ancora, al Giardino Torre, il ripristino di un arboreto con le varietà antiche di piante da frutto, assieme a un sito di degustazione e ristorazione, proprio dove c’è il forno originale del 1800, in cui fu cotta la pizza per la regina Margherita di Savoia.

Quindi gli infopoint, l’illuminazione e il wifi nei viali, la videosorveglianza; gli spogliatoi e le docce per chi viene a fare footing, spazi dedicati ai cani, e anche aree per gli sport minori, le bocce ed il cricket. “Vorrei che Capodimonte si affermi, oltre che come museo di rilievo mondiale, quale è già, come il bosco civico della città, un luogo di vita e di cultura, il Central Park di Napoli. Per il Museo, poi, immagino una integrazione profonda con le altre istituzioni culturali, il MAN, il MADRE, il Conservatorio. Dobbiamo riunire le energie, per raccontare al mondo questo posto straordinario che sono Napoli e la Campania, uno dei pochi al mondo dove il viaggio dall’antichità greco-romana, al medioevo, al moderno, alla contemporaneità sia ancora concretamente possibile, con una continuità ininterrotta che non esiste altrove”. Nel frattempo, il direttore mi racconta di come con il nuovo flusso di turisti che salgono al museo e al bosco, l’intero quartiere si stia rivitalizzando, se vuoi mangiare nelle osterie intorno al parco ora devi prenotare, altrimenti non trovi posto.

Alla fine del viaggio, il bosco civico di Bellenger può diventare in prospettiva il luogo della città dove la storia, l’arte e la natura si raccontano insieme; e dove la magnificenza e la regalità si ricongiungono finalmente, con un’idea moderna di cittadinanza. Ortega y Gasset sosteneva che lo Stato è innanzitutto un progetto condiviso di futuro, e qui un promettente progetto pubblico, al servizio di cittadini e abitanti, c’è e si vede. In questi giorni il direttore non ha fatto mistero di aver votato alle presidenziali francesi per Emmanuel Macron, e ha già invitato pubblicamente il nuovo presidente a visitare il museo e il parco: potrà sembrare una cosa fuori luogo, ma in questa storia nuova di Capodimonte, alla fine, anche la politica, quella seria, c’entra, eccome.

Pubblicato col titolo “Capodimonte, il bosco ritrovato: “Ecco il nostro Central Park”

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/05/18/news/capodimonte_il_bosco_ritrovato_ecco_il_nostro_central_park_-165696411/

 

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 16 maggio 2017

Si svolge stamattina, a partire dalle 9.00 presso il complesso dei SS. Marcellino e Festo, la conferenza conclusiva di ECOREMED, il progetto di ricerca europeo LIFE sull’agricoltura nella piana campana, che ha coinvolto una sessantina di ricercatori della Federico II, un gruppo interdisciplinare di agronomi, biologi, chimici, geologi, medici, urbanisti, ingegneri, economisti. Per cinque anni lo stato di salute dei nostri ecosistemi agricoli è stato studiato a fondo, con un check-up approfondito dei suoli, delle acque, della biodiversità vegetale e animale, del paesaggio, ma anche dell’economia, per capire le ferite che la tempesta mediatica della terra dei fuochi ha lasciato sulla pelle delle aziende e degli agricoltori.

La storia del progetto e’ singolare, perché per una volta la ricerca scientifica è riuscita ad operare “in tempo reale”, nel pieno della crisi, con i risultati delle attività di studio che sono stati tempestivamente trasmessi ai ministeri competenti via via che venivano prodotti e validati, ed impiegati nella redazione dei due rapporti governativi sulla terra dei fuochi, quello sulla mappatura dei suoli agricoli, e quello sugli aspetti socio-economici della crisi. Un’altra notazione positiva riguarda la cooperazione istituzionale, perché in tutta questa vicenda i ricercatori hanno lavorato in stretto contatto con le istituzioni, a partire dall’Assessorato regionale all’Agricoltura, che ha affiancato l’università come partner del progetto europeo.

I risultati di cinque anni di lavoro consentono di raccontare una storia molto diversa da quella mainstream di un’agricoltura inaffidabile e senza futuro, produttrice di rischio e malattia. Se c’è una cosa che funziona nella nostra pianura scombinata, spezzettata da un cinquantennio di crescita urbana senza regole, sono propri gli spazi agricoli residui, che non sono pochi, rappresentando ancora il 65% del territorio complessivo. In queste aree, dei circa quattromila campioni di prodotti ortofrutticoli esaminati, quelli difformi dalla normativa si contano davvero sulle dita di una mano, per colpa soprattutto del piombo, che non viene dai rifiuti, ma è quello tetraetile delle benzine super di quindici anni fa, che si è depositato, come accaduto in mezz’Europa, nelle fasce agricole più prossime agli assi stradali.

Anche i suoli agricoli “sporchi” alla fine sono solo una trentina di ettari, sui centoquarantamila della grande pianura, e per questi ECOREMED ha messo a punto tecniche a basso costo per pulirli e metterli in sicurezza utilizzando le piante, prati e boschi di pioppo. Questi boschi verdi di fitorisanamento funzionano come sentinelle, consentendoci di monitorare nel tempo la concentrazione degli inquinanti, ma sono soprattutto presidi di civiltà, il segno che lo Stato è ritornato, e che il paesaggio rinasce. Il bosco più grande, sei ettari, è stato realizzato a San Giuseppiello, a Giugliano, vicino la discarica Resit, in collaborazione con l’ex Commissariato di governo. Qui, al posto della terra di nessuno, nascerà un grande parco pubblico con ventimila alberi.

In questo modo, è possibile curare i suoli agricoli senza distruggerli, senza cioè fare come è avvenuto per l’Expo, dove cento ettari di suolo contaminato sono stati sepolti sotto una piattaforma di cemento, sulla quale è stata poi allestita l’area espositiva; oppure  evitando di rimuovere il suolo, trattandolo come un rifiuto speciale da smaltire in discarica.

I metodi messi a punto da ECOREMED serviranno ora per controllare nel tempo, con accuratezza, lo stato di salute delle nostre aree agricole metropolitane. Le cose che abbiamo capito saranno anche utili per integrare la legislazione nazionale in materia di bonifica, che indica i criteri per l’idoneità delle aree all’uso residenziale, produttivo, ricreativo, ma non per quello agricolo. Insomma, la crisi che abbiamo attraversato, e che ha intaccato in modo drammatico la credibilità della nostra agricoltura, un aspetto positivo almeno lo ha avuto: quello di renderci finalmente consapevoli del valore del nostro spazio agricolo; dell’assoluta necessità, oggi più di ieri, di conoscerlo, apprezzarlo, difenderlo.

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Ottavio Ragone, Repubblica Napoli del 13 maggio 2017

C’è una Napoli che resta fuori alla porta, come il bus dei campioni dello scudetto 1987 fermo davanti ai cancelli sbarrati dello stadio San Paolo, mentre capitan Bruscolotti si arrabbia digrignando la celebre mascella che metteva paura agli avversari. E c’è una Napoli che agisce in silenzio e strappa risultati impensabili, come quelli della “Paranza”, la cooperativa messa in piedi da un gruppo di giovani del quartiere guidati da padre Antonio Loffredo e da un manager illuminato, Ernesto Albanese. Due città una accanto all’altra, una dentro l’altra, eppure diverse nelle azioni, nella mentalità, nello spirito. Il Napoli dello scudetto fabbricava sogni e si è scontrato con la realtà. Qui, ora, si fanno pochi gol e molti sgambetti. Nessuno esulta per gli altri, non c’è desiderio di vittoria oltre ogni legittima divisione. Tanti solisti in giro e nessun vero regista. Il momento cruciale non arriva mai, la palla non va in rete. Chi prende iniziative viene guardato con sospetto e ostacolato. Le istituzioni non si parlano, il sindaco e il presidente della Regione nemmeno si salutano. Il Comune e il presidente del Calcio Napoli se ne dicono di tutti i colori e non c’è interesse collettivo che tenga, non esiste un obiettivo che metta finalmente d’accordo la città. Nemmeno il ricordo dello scudetto, che certo è venato di nostalgia e la nostalgia non sempre è una buona compagna. Induce a contemplare il passato e può dar vita, come l’altro giorno, a una mesta passerella cittadina guidata da un vecchio capo ultrà,

Palummella. Due titoli italiani in trent’anni sono pochi e certo sarebbe meglio celebrarne altri, guardando avanti con fattivo entusiasmo. E avanti cercava di andare l’autobus dei vecchi campioni, nel surreale viaggio verso lo stadio chiuso. Racconta, quel pullman, una storia amara, beffarda, a tratti malinconica. Dispiega, nel faticoso avanzare, la metafora di una città che davanti alla meta agognata, sul più bello, proprio quando deve percorrere la pista nel giro trionfale, resta esclusa, ai margini, muta. La corsa si interrompe prima di iniziare. All’improvviso non c’è più nulla da festeggiare, non si può esultare, sparisce perfino il pubblico. Lo spettacolo non comincia, le luci sono spente. Alla Sanità invece i riflettori sono forti e ben puntati sui basoli dove sfrecciano i motorini della camorra. I riflettori dell’opinione pubblica, s’intende, perché le telecamere di sicurezza non funzionano ancora. Giorno dopo giorno, mattone su mattone, Loffredo, padre Alex Zanotelli, il regista di teatro Mario Gelardi, la fondazione L’Altra Napoli di Albanese e la gente di buona volontà del quartiere provano a sottrarre spazio ai criminali con l’impegno, la fatica, il lavoro, la cultura.

Quel patrimonio che il recente festival di Sky Arte ha premiato e valorizzato, facendo del Rione Sanità il cuore di una kermesse con migliaia di visitatori.

Bisognava vederlo, in quei giorni, padre Loffredo. Camminava nei vicoli tra la folla. Stringeva mani amiche. Ogni tanto si fermava a parlare con i cosiddetti “ragazzi difficili”, ladri, spacciatori, piccoli delinquenti tentati da criminali incalliti. Un buffetto sulla guancia, un ammonimento, “Guagliò fai il bravo”, un parola sincera, un consiglio affettuoso a chi affetto non ha. Camminava, padre Loffredo, mentre nelle catacombe di San Gennaro le giovani guide della “Paranza” spiegavano ai turisti quale tesoro d’arte e storia è custodito nelle viscere della terra. Si pagano lo stipendio da soli, quei ragazzi, attingendo all’oro della Sanità. Il quartiere è oggi un laboratorio, lo spazio di una Napoli possibile. Qui prende forma la religione civile della strada, dei contatti semplici e diretti con il popolo, della Chiesa che sta tra la gente perché i partiti non ci sono più. E, voce sola nel deserto, spinge a rimboccarsi le maniche, prova a indicare una prospettiva ai giovani facendo leva su talento e laboriosità. Maradona è una specie di santo anche qui, alla Sanità, ma dentro un sentimento diverso che si sta facendo largo tra plurisecolari arcaismi.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 19 aprile 2017

Il boom di presenze nel fine settimana pasquale ha confermato, semmai ci fosse ancora qualche dubbio, il momento straordinario del turismo in città, con l’assalto al centro storico, ai musei e ai siti d’arte, ed è indubbiamente un bel vedere dopo gli anni mesti, quando eravamo ridotti a semplice strapuntino per le visite a Pompei, in Penisola e alle Isole del Golfo.

Per tutta una serie di motivi (l’impraticabilità per ragioni di sicurezza delle mete mediorientali e del Nord Africa, ma anche delle città europee colpite dal terrorismo; le performance assai potenziate dell’aeroporto), i flussi turistici nazionali e internazionali hanno riscoperto Napoli. Gli investitori privati hanno fiutato il vento, incrementando spontaneamente l’offerta turistica capillare dei mille B&B, ma anche dei fitti di breve periodo per i turisti.

Una miriade di bar, trattorie, friggitorie, macellerie e pescherie riconvertite allo street food, offrono vitto e ristoro senza soluzione di continuità, dalla prima mattina fino a notte inoltrata. Il passa parola sul web ha contribuito ad amplificare e diffondere la tendenza; il patrimonio, la bellezza e la personalità unica della città hanno fatto il resto.

Marcello Anselmo ha ben raccontato nei suoi reportage per Napoli Monitor come tutto questo abbia condotto, in una porzione definita del centro storico – il centinaio scarso di ettari tra i decumani, dai Quartieri sino a via Duomo, passando per la trasversale di via Toledo – ad una vera e propria riconversione urbanistica “dal basso”, con la ristrutturazione degli alloggi e dei servizi, sulla base delle specifiche esigenze di questo nuovo tipo di turismo, in una versione riveduta e corretta dell’antica economia del vicolo. Il tutto in assenza, anzi a  prescindere, di specifiche politiche pubbliche, dove il motore è costituito invece dalla miriade di investimenti di piccoli e medi attori privati, piuttosto che di grandi gruppi o catene specializzate.

Il risultato, comunque sia, è che le attività legate al turismo crescono nell’area napoletana al ritmo del dieci per cento l’anno, non c’è indubbiamente un altro settore economico che possa vantare prestazioni e prospettive simili, e sono molte le domande che a questo punto si pongono, sull’impatto reale di questo nuovo turismo sull’economia della città; sulla sua natura di fenomeno strutturale ovvero contingente; sul destino della miriade di trasformazioni immobiliari ed iniziative imprenditoriali, nel caso in cui la bolla turistica dovesse a un certo punto scoppiare.

E’ questo anche il momento per interrogarsi sul ruolo che le politiche pubbliche, sino a questo momento assai labili, possono avere per governare e consolidare il processo, coinvolgendo altre prestigiose risorse della città, i quartieri storici rimasti al margine dei flussi, risalendo dal porto e dal lungomare fino alla cintura verde dei grandi parchi collinari, da Astroni, ai Camaldoli, a Capodimonte. Una qualche regia è necessaria, per mitigare le esternalità che il turismo, come tutte le attività economiche, può comunque generare, in termini di usura e stress del capitale territoriale e sociale, al di là dei benefici economici e occupazionali diretti. Soprattutto, per evitare di dover prender atto a cose fatte, come successo a Firenze o a Venezia, della mutazione di pezzi importanti di centro storico, in parchi a tema svuotati, ad uso e consumo dell’Homo Turisticus teorizzato dall’antropologo Duccio Canestrini.

Sono tutte domande alle quali è difficile dare una risposta. Un aspetto rilevante, è certamente costituito dall’effetto positivo che la riscoperta turistica di Napoli ai tempi dei social ha già avuto sulla reputazione globale della città, che è comunque una risorsa  dalla quale ripartire. Per il resto l’importante è restare coi piedi per terra, e restituire ad ogni cosa la giusta dimensione e rilevanza.

La porzione di città maggiormente interessata dal nuovo turismo è grande meno di un centinaio di ettari, sarebbe a dire meno di un centesimo del territorio urbano complessivo. E’ evidente che la terza città d’Italia non può ridursi a vivere di questo, rimanendo comunque qualcosa di più grande, diversificato e complesso di un pezzetto grazie a Dio rivivificato di centro storico. Tenuto conto che nel frattempo, la dotazione di servizi essenziali per il cittadino normale, che con l’Homo Turisticus alla fine ha poco a che fare, parliamo di trasporti, istruzione, tempo libero, assistenza alla persona, si è ridotta al lumicino, in presenza del livello di tassazione locale più elevato d’Italia.

La rivitalizzazione economica delle periferie, tutt’intorno alla piccola area beneficiata dai nuovi flussi, segna il passo, e la città continua a perdere abitanti, sono andati via in duemilatrecento nell’ultimo anno, ventiseimila nell’ultimo decennio, come fosse stato evacuato per intero un quartiere come Bagnoli o Posillipo.

Questi indicatori di declino vanno messi sul tavolo, insieme a quelli certamente più esaltanti sul turismo, in una valutazione complessiva, più realistica dello stato della città. La web reputation e le politiche simboliche vanno senz’altro bene, sono un passo avanti dal quale tutti ci sentiamo confortati, ma è ora indispensabile accompagnarle ad una robusta iniezione di politiche strutturali, rivolte questa volta all’intero territorio, all’intera comunità di cittadini e abitanti.

(Pubblicato con il titolo “Flussi benefici solo sul centro”)

clan di camorra

Aurelio Musi, Repubblica Napoli del 31 marzo 2017

La lieta sorpresa di uno storico nel leggere questo libro di un sociologo, Luciano Brancaccio, “I clan di camorra, genesi e storia (Donzelli editore), è assai insolita.

Qui finalmente ci si libera di formule, di schemi precostituiti, modellati a immagine e somiglianza delle procedure giudiziarie. Brancaccio sa molto bene che quelle fonti sono parziali, sono utili al giudice per investigare su reati, classificare singoli comportamenti criminali, comminare pene in relazione ai codici. Se vogliamo costruire quadri di conoscenza più ampi, se vogliamo cogliere la genesi e le dinamiche storiche, dobbiamo tornare all’idea classica delle fonti come tracce, seguirle nei loro percorsi più complicati, nei meandri più tortuosi.

Il libro si snoda lungo una logica stringente tendente a ricostruire tutti i significati che possiamo attribuire al concetto-rappresentazione “clan di camorra”. Esso rivela non poche, sorprendenti analogie con i comportamenti dinastici e aristocratici di antico regime, come nota lo stesso autore. La formazione del clan di camorra ha a che fare con processi risalenti nel tempo. Si avvale di parentele estese e un sapiente uso dei rapporti di vicinato. Si arricchisce tra anni Sessanta e Settanta del secolo scorso di due nuovi elementi caratterizzanti: la capacità imprenditoriale, la diversificazione dei compiti capace di controllare l’intera “filiera industriale”.

Tutto questo è egregiamente ricostruito attraverso il caso del clan Zaza-Mazzarella: la convergenza dei due rami familiari, la progressiva specializzazione, il controllo dei quartieri, l’estensione dinastica (le genealogie si distribuiscono lungo quattro generazioni), la numerosità dei figli. Un mondo chiuso, settario? La rappresentazione che ci restituisce Brancaccio va in direzione opposta. Certo famiglie e gruppi sono due sfere di appartenenza. Possono coincidere, ma spesso anche confliggere. Non ci sono regole rigide di successione, la famiglia resta il principale veicolo di riproduzione di codici e regolamentazione di comportamenti. Ma, come ci dimostrano le cronache quotidiane, la tensione tra individuo e gruppo è continua. La leadership criminale ha il suo fondamento in ultima istanza nella forza che può anche prescindere dall’appartenenza familiare o di gruppo.

I gruppi poi non sono organizzazioni clandestine sul modello delle associazioni segrete. È anche assai sfumata la distinzione tra affiliati e non affiliati. Gli equilibri mutano rapidamente, l’appartenenza è ambigua e instabile, scissioni, scioglimenti, passaggi sono all’ordine del giorno. “L’individualismo – scrive Brancaccio – è uno dei tratti più evidenti di questo mondo: soggetti di un certo rango, affiliati o meno, possono fare affari e promuovere traffici con gruppi diversi, anche non alleati fra loro”. In questo il clan di camorra si rivela assai anomalo, per la verità, rispetto ad altre forme di organizzazione di affari che ha conosciuto la storia.

La prospettiva storicistica, se così si può dire, di questo sociologo aiuta a capire innanzitutto la genesi dei clan all’interno dei mercati, in particolare in quei settori che sono caratterizzati da una molteplicità di ruoli di intermediazione e tendono a sviluppare forme di regolazione violenta.

Il pregevole saggio di Brancaccio si conclude con una provocazione che certamente farà discutere: la camorra sarebbe una “élite borghese” o una “aristocrazia criminale”. Le due espressioni non sono equivalenti, come pensa l’autore. Con la prima si allude ad un’autonoma componente sociale; con la seconda si fa riferimento al livello più elevato dell’élite criminale. Con la prima si pensa che il fenomeno camorristico sia parte integrante della dinamica delle élite borghesi, con i conseguenti mutamenti nei valori e nei comportamenti che vi si potranno determinare. Con la seconda si vuole comunque mantenere la specificità criminale del fenomeno e, quindi, la possibilità di contrastarlo e combatterlo.

 

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 29 marzo 2017

Avranno anche ragione i commentatori più pacati e riflessivi a dirci che non bisogna fare troppo gli schizzinosi, che dietro il populismo ci sono istanze e problemi reali, e che anche da Trump potrà venire qualcosa di buono, ma c’è pure un limite alle fanfaronate: il patto sociale può accettare smagliature e rattoppi, ma se si lacera definitivamente sono guai seri per tutti. Ora, con le dichiarazioni del Sindaco sui debiti del comune, questo limite rischia di essere veramente superato.

La democrazia e la convivenza si basano alla fine, al di là dei codici e delle leggi, su un semplice, banale criterio per giudicare l’accettabilità di un’azione, che è quello di domandarsi come sarebbe il mondo se anche gli altri si comportassero allo stesso modo. Immaginate ora cosa accadrebbe al Paese se davvero passasse l’idea stravagante del Sindaco, di affidare ad una commissione di inchiesta, da lui nominata, il compito di decidere unilateralmente sulla liceità dei debiti e degli impegni economici ereditati dal passato, con buona pace dei tribunali e della magistratura contabile.

Se tutti facessero così, si aprirebbe una gara tra le migliaia di enti territoriali di ogni ordine e grado a ripudiare i fardelli sgradevoli del passato, alla fine lo stesso debito pubblico nazionale resterebbe orfano, senza garanti, e ci troveremmo di colpo dalle parti dello stato libero di Bananas, o sulla nave dei folli di Bosch, ben al di là comunque dei più arditi sogni di Salvini. E’ evidente che non stiamo parlando di soldi ma di istituzioni democratiche: se le parole del Sindaco fossero vere, e non una boutade, il patto repubblicano ne uscirebbe annichilito, per sempre.

Il problema della pesante eredità del passato c’è, eccome, e il Sindaco fa senz’altro bene a dialogare col Governo su queste cose, a pretendere per i cittadini dell’area napoletana una spesa pubblica pro-capite comparabile con quella del centro-nord. Resta il fatto che tutto risulterebbe più credibile se un lavoro di risanamento in casa propria fosse stato intrapreso, se la macchina micidiale che continua a produrre debito fosse stata messa finalmente sotto controllo, ma poco o nulla di questo è stato fatto. Gli organici delle partecipate, che consumano metà del budget della città senza fornire ai cittadini uno straccio decente di servizio, hanno continuato a gonfiarsi, proprio con gli stessi sistemi di ieri. L’ingentissimo patrimonio immobiliare del Comune continua a non dar frutto, anzi a produrre esso stesso ulteriore debito, e così è per le altre voci del bilancio comunale, devastato da decenni di clientelismo.

Al di là delle stravaganze e dei colpi di genio, continuiamo ad avere disperatamente bisogno di una capacità di amministrazione e di governo. Il compito di ciascuno di noi resta quello di prendere sulle spalle la responsabilità di un Paese e di una città, così come ci vengono consegnati, e di mettercela tutta per cercare di invertire la rotta. In questa brutta storia la continuità amministrativa e il rispetto delle regole non sono un optional, ma un impegno irrinunciabile, la condizione per ogni nuova idea di giustizia sociale. Se invece di lavorare iniziamo a rompere i vetri della casa, stiamo magari facendo una campagna elettorale frizzante e piena di spirito, ma il nostro destino è mestamente segnato.

Pubblicato con il titolo: “Il populismo e il buongoverno”

 

Giovanni Laino, Repubblica Napoli del 18 marzo 217

 Il governo darà al Comune per Scampia quasi 18 milioni per abbattere tre vele e riqualificare la vela B trasformata prima in case parcheggio e poi in nuova sede della Città metropolitana. Gli interventi sulle vele godranno anche di 9 milioni dei fondi del Pon Metro mentre con un terzo finanziamento statale di altri 40 milioni, assegnato alla Città metropolitana, saranno possibili altri interventi per Scampia e i Comuni vicini. Eliminando una grave condizione di degrado abitativo (le Vele così come sono oggi), migliorando lo stato di edifici scolastici e delle strade dei dintorni, si promette una rigenerazione urbana di un’area che potrebbe essere una delle zone omogenee della città metropolitana.

 Si sa che a Scampia sono ancora da completare altri cantieri edilizi: per la stazione della metropolitana, l’asse di via Gobetti, la sede di un corso di laurea dell’università (prima destinata alla Protezione civile), dopo che per circa quindici anni sono stati costruiti alloggi con tipologie più idonee per realizzare un effetto città, edifici più bassi con negozi sul fronte strada, migliori connessioni fra le parti del rione. Gli investimenti statali puntano a riqualificare le periferie delle città confidando più in generale su di una vecchia convinzione: quando lavorano le imprese edilizie a cascata si smuove un’ampia parte dell’economia. In alcuni casi i programmi finanziati in altre città prevedono qualche piccolo intervento immateriale, per i servizi alla popolazione, la dinamizzazione di attività culturali ma la grande mole degli investimenti (il totale a Napoli) è tutta concentrata sugli interventi fisici.

 Viene così riproposta una concezione che è sempre stata egemonica: la qualità della vita dei quartieri è determinabile dalle trasformazioni dello spazio fisico e dalla sola messa a disposizione di contenitori per servizi come scuole, attività sportive, poli artigianali, piazze telematiche. In diversi casi i contenitori costruiti sono stati vandalizzati senza mai diventare sedi di servizi oppure sono stati riconvertiti avendo constatato l’impossibilità di avviare le azioni previste dai programmi.

 È evidente una scarsissima propensione a riflettere dalle esperienze già fatte, anche a Napoli. Certamente il miglioramento del patrimonio edilizio come dell’assetto urbanistico dei quartieri può essere una buona cosa, come quella di dare ossigeno all’economia finanziando lavori edilizi. Si deve constatare però che, quando questi investimenti sono isolati e non affiancati da rilevanti investimenti che puntano sulla riqualificazione del capitale umano, l’efficacia è poca e in alcuni casi gli esiti sono rovinosi.

 In una prospettiva di europeizzazione delle politiche, dopo le pionieristiche esperienze francesi, in Italia con i contratti di quartiere e i Pic Urban, si provò a immaginare e realizzare interventi più integrati. Con pregi e difetti alcuni risultati sono stati molto positivi, per esempio a Torino. Il Mibac e alcune fondazioni da qualche anno provano a selezionare e sostenere progetti che nelle periferie mettono al centro iniziative culturali come lievito per sostenere e dinamizzare le comunità locali.

 Evitando posizione ideologiche va detto che è facile profezia dire che con l’impostazione centrata sulle pietre, gli investimenti saranno ben poco efficaci, fra venti anni avremo ancora le stesse periferie in cui sarà concentrata la sofferenza urbana e di molti contenitori dismessi o recuperati non si saprà bene cosa fare. Molti esperti delle amministrazioni pubbliche hanno imparato a costruire o restaurare contenitori ma non riescono a pensare e attivare in modo efficace i contenuti. Non riescono ad assumere in alcun modo un approccio place-people- based.

 La destinazione di una quota significativa di investimenti per le attività economico sociali, l’implicazione della popolazione locale, fatta anche attraverso il coinvolgimento delle associazioni meglio radicate, l’attivazione in ruoli apicali di esperti di social e cultural planning, la costituzione da subito di dispositivi sul modello delle missioni locali di quartiere, sono condizioni necessarie per sperare in una qualche efficacia degli investimenti. Così sarà possibile fare molto meglio con meno.

In foto, i ragazzi dell’Orchestra di Scampia

Barbara Ardù, la Repubblica del 15 marzo 2017

Lo Stato mette in vendita 8mila ettari coltivabili

Se non il lavoro, almeno la terra. Che è bassa, dura, a volte crudele, ma che, messa in mano ai giovani, potrebbe trasformarsi in risorsa economica. È anche a partire da questo semplice ragionamento che il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina darà il via a una delle più grandi vendite di terre pubbliche. Si parte con ottomila ettari che verranno collocati a partire da oggi.

CAMPI, piccoli appezzamenti incolti o già coltivati. E gli under 40 avranno un accesso privilegiato all’asta. D’altra parte, i laureati in Agraria crescono (gli iscritti nell’anno accademico 2015/16 sono saliti del 20 per cento rispetto a dieci anni prima), aumentano le esportazioni di prodotti agricoli, il made in Italy tira e l’imprenditorialità giovanile nel settore primario è più vivace che mai, soprattutto al Sud (dove sono nate più di 20mila aziende costituite da ragazzi nei primi mesi del 2016).

Tornare alla terra, per i giovani, sempre più spesso è anche una scelta di vita, per dire basta a lavoretti, voucher e anni di studi buoni, a volte, solo per andare all’estero. Mentre l’Italia invecchia e nei campi rimangono gli anziani, tant’è che spesso c’è un problema di ricambio generazionale. I figli sono andati via, in fabbrica o negli uffici. Oggi ci sono i nipoti, per i quali, però, i cancelli delle fabbriche e le scrivanie sono sempre meno.

Gli ottomila ettari di terreno che oggi verranno messi all’asta saranno i primi, ma non gli ultimi. Perché nasce per la prima volta in Italia una Banca delle terre agricole nazionali, ora frammentate tra Demanio, Ismea, Regioni, Province, Comuni e istituzioni varie.

«La Banca può rappresentare uno strumento fondamentale — dichiara il ministro Martina — per rispondere alla richiesta di terreni e per valorizzare meglio il patrimonio fondiario pubblico ». Ma sempre con una corsia preferenziale per i giovani, cui il bando offre vantaggi per l’acquisto e la conduzione dell’azienda.

Tant’è che all’asta possono partecipare tutti: non solo chi è già coltivatore diretto, bensì chiunque abbia in testa l’idea di coltivare o allevare animali. Anche un laureato in Agraria o un ragazzo che, dopo aver acquisito competenze in chimica o in agricoltura, decida di mettersi in proprio, può tentare. Dovrà iscriversi come imprenditore, ma sarà esonerato per tre anni dal versare i contributi previdenziali.

E non sono pochi i vantaggi di partenza studiati appunto per gli under 40: l’acquisto può essere finanziato con un mutuo a un tasso più basso di quelli di mercato. Gli investimenti, dalle stalle ai macchinari, potranno contare su prestiti a tasso zero, mentre gli aiuti europei sono aumentati del 25 per cento.

Di più. La burocrazia, nelle intenzioni del ministero, dovrebbe essere abbattuta. Ci sarà un sito ad hoc, sul portale del ministero, che darà una schermata dell’Italia. Da lì si potrà navigare seguendo due indicatori: l’ampiezza della terra che si cerca o la Regione dove si va a caccia di suolo. Il primo clic lo farà questa mattina il ministro Martina. Poi l’accesso sarà libero, basterà registrarsi per vedere cosa c’è in vendita, con tanto di valore catastale e tipo coltivazione.

Non è la prima volta che lo Stato mette in vendita terre. Tre anni fa, l’agenzia del Demanio lanciò il progetto Terrevive. E andò bene. Federico Ninivaggi, oggi 38 anni, agricoltore alla terza generazione, acquistò 66 ettari nel brindisino a carciofi e cereali. Ma in testa aveva tutt’altro progetto: piantare melograni. Si è associato con altri 24 produttori per vendere il prodotto in tutta la Ue. Le prospettive? «Conto di fatturare 2 miliardi — dice oggi soddisfatto — e impiegare a regime 160 persone». All’asta erano in 27, l’ha spuntata lui. In Toscana un giovane veterinario, 23 anni, s’è aggiudicato 88 ettari a Monticiano per farvi un allevamento. Chianina? No, cinta senese e asinelli amiatini.

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Luciano Brancaccio, Repubblica Napoli del 15 marzo 2017

Con il diniego della Mostra d’Oltremare per la manifestazione di un parlamentare della Repubblica il sindaco de Magistris ha dato prova ancora una volta della sua personale concezione della politica. Della sovrapposizione, visibile fin dai primi mesi del suo mandato, tra la propria sfera egotica, il mandato amministrativo ricevuto dagli elettori e le velleità di capo politico. Della combinazione strumentale e della confusione temporale tra il magistrato, il politico e l’amministratore. E infine della primazia della vocazione di capopopolo sul governo della città, sulla tutela degli interessi concreti dei cittadini, sulla cura delle sue funzioni di base: i trasporti – incredibilmente azzerati in questi giorni di tafferugli urbani e verbali – i servizi sociali, le politiche per la casa, i vincoli della burocrazia, le inefficienze e le zone oscure del corpo di polizia municipale e altro ancora.

Il capo politico che vediamo schierarsi a parole con gli ultimi della società è lo stesso amministratore al vertice della macchina che dovrebbe erogare servizi essenziali, sul piano materiale, per i cittadini più svantaggiati. Quella macchina che nel suo ordinario funzionare allarga le disuguaglianze piuttosto che ridurle. Ma questa elementare identità (capopopolo e amministratore) è offuscata dallo sproloquio mediatico, dal tweet guevarista. Una sorta di “falsa coscienza di classe” a danno dei più indifesi, per dirla con una terminologia che, se non lui direttamente, i suoi consiglieri certamente frequentano.

Il dibattito che è scaturito da queste vicende ci costringe ad andare al di là di questa rappresentazione a tratti macchiettistica. Interrogandoci con più contezza sul come si sia arrivati a questa situazione e quali vie si possano percorrere.

A tal proposito Biagio De Giovanni sulle colonne de Il Mattino si chiede correttamente dove sia il “noi”. Dove sia l’argine, il bastione della civiltà, la radice illuminista del nostro convivere per cui le opinioni politiche (nobili o volgari che siano) restano elementi relativi, e non assoluti sui quali fondare la ragione della propria stessa identità. Dove sia la matrice culturale per cui le posizioni politiche (soprattutto quelle dei parlamentari, le sole in questa vicenda a potersi avvalere di un superiore sigillo di garanzia costituzionale) vengano tutelate dal diritto “sacrosanto” di esprimerle – sacrosanto non perché rivelato da un qualche messia, ma perché scolpito nel sangue dei molti che hanno combattuto per affermarlo, compresi i nostri ascendenti diretti nell’ultima guerra. Dove sia il “noi” che limita le pulsioni personali, i deliri di onnipotenza, i vaneggiamenti rivoluzionari e contiene il comportamento istituzionale e politico entro il limite di una minima sobrietà, che a un certo punto del degrado che ci tocca in sorte diventa semplicemente la soglia del rispetto per la comunità che si governa e per le intelligenze che la costituiscono.

Il problema è proprio che quel “noi” è morto, e non da oggi. È stato ripetutamente calpestato proprio dalle amministrazioni di centrosinistra della città. Delle stagioni di Iervolino e Bassolino, soprattutto quest’ultima nata con ben altre prospettive, questo resta: uno spirito civico avvizzito e mortificato. Quel “noi” è stato lacerato, disperso in mille rivoli e infine sovrastato da un’onda montante fatta di apprendisti stregoni e furbizia mediatica che si poteva ben prevedere. E se non si è prevista, se non si è curato quell’argine è perché quel “noi”, quando ancora sopravviveva, seppur in forme caricaturali, conteneva già i germi dell’attuale condizione politica della città. Li conteneva non nel suo pensare astratto e di facciata, nelle parole ostentate, nei riferimenti solo dichiarati ai valori fondanti e alla costituzione, ma nel suo realizzarsi, nella pratica della gestione di un potere fatto di soli ventri, di autoaffermazione cieca, di narcisismi, di doppia morale, di circuiti chiusi, di sottili e meno sottili intimidazioni nei confronti di chi non sta dalla parte giusta. E quando le competenze, i tecnici illuminati, i consiglieri di corte hanno cercato di porre rimedio a una immagine pubblica ormai palesemente deteriorata, quando hanno cercato di puntellare una facciata che mostrava crepe da tutte le parti, il risultato è stato qualche pannicello caldo che aggiungeva al danno lo sberleffo del potere. Alcuni ricorderanno il rituale dei tavoli partecipati promossi dalla Iervolino durante la campagna elettorale del 2006 che la vedrà riconfermata alla guida della città: un vuoto simulacro di pratiche trasferite asetticamente dai libri di sociologia politica.

Dalle amministrazioni Iervolino e Bassolino abbiamo ereditato la pulsione all’amministrazione corporativa, all’azione politica autoreferenziale, alla divisione del corpo della città secondo grumi di potere. Al distacco dalle esperienze virtuose che non hanno mai trovano un punto di coagulo, una sponda istituzionale: classi dirigenti abortite prima di dare prova di sé. L’elenco potrebbe essere lungo.

Ma è un problema solo della politica? Non credo. Nel 2006, quando i segnali erano già chiari, l’offerta politica presentatasi alle elezioni comunali conteneva l’alternativa. La lista di Marco Rossi- Doria, che oggi lavora in perfetta solitudine ventre a terra nel cuore della città su progetti di emancipazione degli ultimi, ottenne un numero di voti neanche sufficiente a eleggere un consigliere comunale.

Da dove ripartire allora? Dalla società reale, dagli ordini professionali, dalle associazioni di categoria, dai gruppi accademici. Laddove c’è potere in questa città c’è intolleranza verso il nuovo, verso il pensiero indipendente, il solo che può aprire nuove prospettive, ma che in questa città viene sistematicamente affossato, percepito, probabilmente con qualche ragione, come il cuneo che fa franare la terra sotto i piedi di qualche grand commis. Ben oltre la compagine di de Magistris, le responsabilità si estendono.

 

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 12 marzo 2017

Evidentemente anche gli equilibri spontanei del “grado zero” di governo, il lasciar andare la città un po’ come gli pare, a volte pure saltano, e così è stato venerdì mattina, per motivi ignoti in tangenziale la coda per uscire a corso Malta era un serpente sonnolento di più di dieci chilometri, che iniziava a srotolarsi dalla conca di Agnano.

Dopo quaranta minuti incolonnato in fila mi viene l’impulso di uscire a Fuorigrotta, di cercare  fortuna sul lungomare, e in effetti le cose sembrano migliorare, a piazzale Tecchio la circolazione è più fluida, mi torna il pensiero che questo è il quartiere più europeo della città, quello che per tutta una serie di motivi, alla fine, funziona meglio.

Esco dal tunnel, a via Caracciolo inondata di luce si cammina ancora, è una mattinata stupenda di primavera anticipata, ma l’entusiasmo si raffredda a viale Dohrn, dove la coda si riforma. Ho tutto il tempo di ammirare la statua equestre di Armando Diaz stagliarsi contro il cielo azzurro, di ricordare nonno Gennaro, che con lui combatté a Vittorio Veneto, soldato semplice ventottenne, nel reggimento dei Bersaglieri.

In lontananza, Castel dell’Ovo è solo una sagoma grigia in un mare di schegge scintillanti, davanti al generale c’è un traliccio incongruo di tubi innocenti, con una baracca pensile da stabilimento balneare, è il famigerato albero metallico delle feste di Natale, mi dicono che lo stanno smontando, ma non c’è persona viva, evidentemente non c’è fretta, c’è tutto il tempo.

Si procede a passo d’uomo fino a piazza Vittoria, via Chiatamone, la grotta, via Acton, fino all’Immacolatella, e qui i motivi dell’imbottigliamento si svelano finalmente, tre operai stanno lavorando a un tombino in mezzo alla carreggiata, ma ora stanno fumando, proprio accanto s’è fermato un suv nero, il proprietario parla animatamente al telefono, guai a dirgli che sta bloccando tutto, desolatamente scopri che dopo il restringimento improvvisato via Marina è assolutamente libera, e ti viene da piangere.

Profitto per buttare un occhio al cantiere infinito per il rifacimento della strada, anche qui, come sull’albero metallico, non c’è anima viva, la cabina del bagno chimico ha un che di metafisico, niente operai né persone, c’è un trionfo assoluto dell’elemento minerale, solo una geologia primordiale di cumuli di detriti, grosse schegge di roccia lavica, scatolari di cemento precompresso, in attesa.

Di vivente, alla fine ci sono solo le povere palme, le stesse dello Starbucks in piazza Duomo, forse meno famose, ma le vedo sofferenti, le foglie già stropicciate e ingiallite, la terra dove le hanno messe a dimora non mi sembra un gran che, e provo pena per loro, spero veramente ce la facciano a resistere in mezzo a questo deserto, a questo tempo senza uomini e senza cura, senza una regola minima per vivere insieme.

La foto di Castel dell’Ovo è tratta da http://www.cosavisitare.com

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 2 marzo 2017

E’ veramente difficile non cedere allo sconforto, leggendo le anticipazioni di stampa sulla super perizia commissionata dal Tribunale di Napoli, che doveva dire una parola definitiva sulla conduzione della bonifica di Bagnoli. Le conclusioni cui i periti giungono sono raggelanti: le operazioni di bonifica, anziché migliorare lo stato ambientale dei luoghi, ne avrebbero addirittura compromesso la possibilità d’uso futura, rendendo comunque necessaria una nuova attività di caratterizzazione, di messa in sicurezza, bonifica.

“L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”, avrebbe sbrigativamente concluso Bartali. Considerato che le prime attività di caratterizzazione risalgono al  1997, il senso della perizia è che abbiamo perso un ventennio, oltre a una barca di soldi, e la prospettiva è ora quella di ricominciare da capo, rituffandoci in un brutto sogno che non vuole finire mai.

Un incubo che non riguarda solo noi, perché il fallimento di Bagnoli è solo un capitolo di una storia più vasta, se in Italia in un quarto di secolo siamo riusciti a portare a termine meno dell’un per cento delle bonifiche previste nei Siti di Interesse Nazionale. Insomma, le bonifiche sono una pagina nera della storia della Repubblica, e questo fatto merita una riflessione seria, lasciando da parte le fumisterie specialistiche, l’atmosfera esoterica, da iniziati più che da addetti ai lavori, che ammanta solitamente queste cose.

C’è, innanzitutto, una difficoltà di governance, perché le competenze alla fine sono distribuite lungo tutta la filiera istituzionale, dallo Stato centrale al Comune, e la cooperazione tra i diversi organi dell’Amministrazione non è mai stato il nostro forte, con una inclinazione piuttosto al rimbalzo di responsabilità. In più c’è l’instabilità istituzionale: nella pluridecennale vicenda di Bagnoli si sono succeduti quattordici governi centrali, cinque amministrazioni regionali, e quattro diversi sindaci, con momenti di stallo e incomunicabilità che si sono pure verificati, soprattutto quando ai diversi livelli sedevano amministrazioni di differente segno politico.

A complicare ulteriormente le cose, c’è stata poi l’evoluzione legislativa, nel caso di Bagnoli le leggi di riferimento sono cambiate ben due volte, con la difficoltà, che si è puntualmente verificata, di dover decidere se e come adeguare i piani di bonifica, faticosamente approvati in conferenza dei servizi, alle nuove regole e ai nuovi standard.

Esiste poi senz’altro un problema di comunicazione e partecipazione pubblica, che alla fine conta, e fa la differenza. Nei paesi che queste cose le sanno fare, con approccio sobrio e in tempi rapidi, proprio la consapevolezza della delicatezza di questo tipo di operazioni, che toccano nel vivo interessi economici rilevanti, ma anche la vita dei cittadini, il diritto alla salute, la qualità degli ambienti di vita, spinge le amministrazioni a sollecitare la partecipazione pubblica, con la produzione di rapporti periodici sullo stato di avanzamento dei lavori, la possibilità di visitare i cantieri, tutte cose che rafforzano la credibilità e la fiducia nelle istituzioni, e che aiutano gli stessi attuatori a non smarrire la rotta. A Bagnoli tutto questo è mancato, l’area è stata di fatto negata alla città per un lungo ventennio, il muro di cinta ha funzionato da limite invalicabile, e nessun racconto, nessun rendiconto è stato fatto alle comunità, con l’effetto di alimentare il disamore, la diffidenza, il distacco.

Ora, con la super perizia, sembra giunto il momento della verità, della resa dei conti. Come altre volte è successo in Italia, la risposta di ultima istanza ad un fallimento politico-amministrativo è di tipo giudiziario, ma anche qui bisogna mantenere i nervi saldi, e intendersi. Perché dopo una lettura attenta della perizia, e della minuziosa ricostruzione tecnico-amministrativa che essa contiene, è possibile e doveroso sottoporre le conclusioni cui giungono gli esperti ad un vaglio critico, con tutto il rispetto dovuto al poderoso lavoro svolto.

Tra le diverse cose che i periti hanno fatto, c’è stato lo scavo e il campionamento di quindici trincee nelle aree funzionali del Parco dello Sport e del Parco urbano, con il prelievo di una quarantina di campioni di suolo. Ebbene, il 90% dei campioni prelevati nel Parco urbano, e il 45% dei campioni prelevati nel Parco dello Sport, hanno evidenziato un contenuto di inquinanti organici (IPA e idrocarburi nel Parco urbano, IPA e PCB nel Parco dello Sport), superiori agli obiettivi di bonifica che erano stati previsti. Questo sia nello strato profondo, di riempimento con materiali più grossolani, sia nello strato superiore, a granulometria più fine, servito a ricostruire il suolo superficiale.

Sulla base di questi dati, gli esperti giungono alla conclusione che “… gli interventi di bonifica certificati, così come realizzati abbiano compromesso la futura fruibilità dei luoghi, perlomeno quelli a destinazione d’uso residenziale, arrivando talora a incrementare le concentrazioni esistenti prima della bonifica. Tale compromissione determina la necessità di una nuova attività di caratterizzazione e di bonifica/messa in sicurezza, finalizzata a rendere tali luoghi a tutti gli effetti conformi ai sensi di legge, nei termini di un’analisi di rischio”.

Ora, se è senza dubbio deprecabile il fatto che una bonifica costosa e complessa non abbia condotto, foss’anche solo nei punti di campionamento interessati dalla perizia, alla risoluzione dei problemi iniziali di contaminazione,  è sul giudizio netto di “compromissione dei luoghi” che non è possibile essere d’accordo, proprio perché, alla luce della procedura prevista dalla legge, esso può essere legittimamente espresso solo dopo aver realizzato ad un’analisi di rischio sito-specifica, la stessa chiamata in causa dai periti, i quali però, nell’ansia di giungere comunque a un verdetto netto e definitivo, sembrano incorrere in un curioso loop logico.

Quello che si vuole affermare è che “compromissione dei luoghi” significa una cosa ben precisa, e cioè che quei luoghi non possono essere utilizzati dalle persone in condizioni di sicurezza, senza che ci siano ragionevoli rischi per la salute, dovuti all’esposizione concreta a sostanze pericolose, per  contatto, inalazione o ingestione. Per sapere questo occorre l’analisi di rischio.

Resta il fatto, che i dati epidemiologici di scala comunale, pure citati dalla perizia, dicono che la mortalità per tumore è più bassa a Bagnoli che nel resto della città, mentre le analisi effettuate dall’ABC hanno evidenziato come le acque di falda risultino pulite anche a monte della barriera idraulica, e questa è la migliore conferma che i potenziali contaminanti presenti nei suoli hanno una bassissima mobilità, e non se ne vanno in giro per l’ambiente.

Alla fine, anche la perizia deve riconoscere, seppur con formula involuta, che “non sono emersi elementi che ci permettano di concludere con certezza che esiste un rapporto fra inquinamento ed eventuale danno alla salute nel caso specifico, poiché mancano dati epidemiologici e dati di monitoraggio biologico, che esprimono la reale dose assorbita.”

Insomma, se sono stati fatti errori devono essere perseguiti, ma l’insieme delle cose che oggi sappiamo su Bagnoli ci dice che, per grazia di Dio, la catastrofe ecologica e il disastro ambientale, non abitano qui. E’ un pezzo di città da mettere a posto, ed è a questo punto assolutamente necessario che le attività di caratterizzazione e analisi del rischio, recentemente decise nel tavolo istituzionale tra Governo, Regione e Comune, procedano il più velocemente possibile, per dare risposta ai dubbi e alle inquietudini che la perizia ha lasciato in sospeso.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 21 febbraio 2017

Certo anch’io, come Massimo Troisi, vorrei “stare più dentro la situazione, essere un giocatore della squadra, per sapere i retroscena”: lui pensava a Bruscolotti, ma gli sarebbe bastato anche essere la moglie di Renica. Comunque, in assenza di notizie di prima mano, mi piace pensare che la sfuriata del presidente De Laurentiis dopo la notte di Madrid sia passata via, come un acquazzone estivo, molto rumore e solo qualche ramo rotto.

Mio fratello che vive a Rio mi ha raccontato, prima dell’incontro di Champions, che in Brasile il Napoli è ora molto seguito. Quel popolo, perennemente alla ricerca della gioia, apprezza il gioco corale della squadra, proprio perché ci vede un’espressione di gioia, e di intelligenza.

Contrariamente a molti, io non penso che sia per forza necessario vincere qualcosa. Sono convinto che il Napoli di Sarri abbia già ora il suo posto nella storia del calcio. Certo, è il risultato di un progetto partito da lontano, sui campi della terza serie, in giro per la provincia italiana, e in questo lungo percorso De Laurentiis ha avuto il merito di affidarsi a persone di qualità – Marino, Reja, Donadoni, Mazzarri, Benitez – ciascuna delle quali ha lasciato un segno, che è possibile cogliere ancora oggi.

In questi anni il Napoli ne ha fatta di strada, ora è sedicesimo nel ranking UEFA, su quattrocentocinquantatre squadre di club, l’unica italiana davanti è la Juventus, e nel frattempo ha lanciato molti campioni, che non sempre erano top players quando sono arrivati.

Ad ogni modo, le sensazioni che provo vedendo giocare la squadra sono strane, è come ascoltare i ragazzi di Sanitansable, o l’orchestra della scuola media pubblica vicino casa, dove io e mia moglie abbiamo studiato, e poi i figli: un’espressione di gruppo che trasmette gioventù, bellezza, armonia, disciplina, e mi chiedo se tutto questo non possa essere d’ispirazione per la città, al di là del calcio e dello sport.

Perché la cosa della quale ci sentiamo particolarmente orfani, da tempo, è proprio la condivisione di un progetto collettivo, da giocare come squadra, dove ognuno abbia il suo ruolo, e possa fare la sua parte, sapendo che ci vuole del tempo per migliorare sè stessi e il mondo, e c’è un cammino da percorrere.

Certo, occorrono anche i leader, e noi abbiamo Marekiaro Hamsik, che è un giocatore unico, avrebbe potuto giocare nei più importanti club del mondo, ed invece ha scelto di rimanere qui, a vivere dove e come voleva, con pacatezza, equilibrio, serietà, conquistando senza tante chiacchiere il rispetto di tutti.

Sono questi i motivi per i quali – anche senza essere Bruscolotti o la signora Renica – sono convinto che lo sfogo di mercoledì non avrà seguito. Il presidente e l’allenatore hanno dimostrato di essere persone di valore, è dal fortunato incontro delle loro capacità e visioni che è nato il Napoli di oggi. Che non ha bisogno di arrivare primo per essere una grande squadra: come nella vita il risultato certo conta, ma ancor di più l’esperienza irripetibile del percorso, la volontà e l’umanità che ci hai messo.

Giampaolo Visetti, Repubblica 11 febbraio 2017

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Prima delle città, c’erano i prati. Le case, le strade e infine le fabbriche hanno spinto lontano il vuoto del mondo. Aveva un valore: è stato acquistato e cancellato. Il suo bisogno però è rimasto. Così il prato, fatto di erba spontanea e di fiori casuali, sta tornando al suo posto: al centro della città che l’aveva allontanato. Le metropoli straniere hanno ripreso a considerare essenziali le distese verdi tra i grattacieli e le tangenziali. Se non ci sono, la gente non riesce a vivere. In Italia, il ritorno dei prati tra di noi è il caso urbanistico del momento. La crisi dell’economia innesca drammi, ma anche qualche prodigio. Il prato collettivo non è un giardino pubblico. Se ne occupa la natura, che grazie all’erba comincia discretamente a rifarsi vedere fuori dalla finestra. Nei nuovi prati di città le persone giorno e notte possono fare ciò che vogliono: anche sentirsi un’altra volta libere.

A Città del Messico hanno richiamato in servizio il primo prato metropolitano per una necessità di ordine sociale. Gli scrivani, inghiottiti dallo smog, non stendevano più le lettere d’amore che gli immigrati ogni settimana spedivano a casa assieme ai soldi. A rubare loro il lavoro non erano skype e cellulare. I sociologi hanno scoperto che, senza un prato vicino, gli abitanti della città più popolata del pianeta non s’innamoravano più. Erano depressi e anche la loro resa economica soffriva. È bastato un grande prato incolto a rimettere le cose a posto: le rapine sono calate, assieme a scioperi e proteste. Anche in Italia e nel resto dell’Europa i prati si riprendono il cuore delle città per ragioni cruciali. La prima è che nascono sempre meno bambini. Non ci sono luoghi dove le persone possono stare gratis, avvistarsi e parlare con calma. Nei vecchi parchi pubblici ancora si intima di «non calpestare le aiole». Nei nuovi prati collettivi si chiede «per piacere, camminate nell’erba». I giardini ereditati dall’Ottocento servivano per ammirare il potere. I prati del Duemila tornano per riconciliare.

«Siamo stati soli abbastanza — dice Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton di Treviso — e abbiamo compreso che nemmeno spendere guarisce. Una società per restare insieme ha bisogno prima di tutto di conoscersi. I prati tornano in mezzo a noi perché sono la vita che avevamo dimenticato ». Dove già crescono, sono l’epicentro della comunità. Le persone ci vanno per giocare, camminare, dormire, parlare, mangiare. Si può leggere e pensare, darsi un appuntamento e fare sport, guardarsi attorno soli ma tra gli altri, senza imbarazzo. Si organizzano fiere, feste, mostre, mercati contadini, laboratori artigiani, concerti e flash-mob. I bambini, i giovani, gli adulti e i vecchi si mescolano senza vergogna.

Ad Amsterdam e Parigi, Barcellona e Berlino, Londra e Copenaghen, i nuovi prati di città rendono bene. Stanno riconquistando le aree industriali abbandonate, i vecchi aeroporti, i dismessi quartieri operai, le centrali a carbone spente, i porti chiusi dal mare senza pesce. Le case, spiegano gli immobiliaristi, si restringono. Si vive soli e fuori. Se però l’erba ti arriva fino allo zerbino, anche in pieno centro, il monolocale ha un mercato. Nell’ultimo mezzo secolo contavano i servizi: i negozi, i mezzi pubblici, i parcheggi e i cassonetti per le cose buttate. Fuggiti dalla campagna non volevamo più polvere, disordine, odore. Adesso è il tempo delle opportunità: uscire in bici, prendere il sole, lasciare libero il cane, raccogliere fiori spontanei per la tavola, lavarsi alla fontana e lavorare a distanza. «Nessuna nostalgia — dice Tamaro — l’epoca dei fori boari, delle parate militari e del mercato delle vacche è conclusa. I nuovi prati urbani offrono il wi-fi e hanno funzioni contemporanee. Costano poco, sono veloci, se ne occupano i residenti. Sono una risposta anche all’accoglienza: chi fugge da guerra e povertà ha solo una sim che lo collega con le radici tagliate».

Nel 2016 per la prima volta nelle città italiane sono stati inaugurati più prati collettivi che centri commerciali. I più grandi sono a Torino, Milano, Bergamo, Firenze, Roma, Mestre, L’Aquila, Vicenza, Pisa. Decine sono in costruzione, o in discussione. «Lo spazio vuoto e non strutturato — dice l’architetto del paesaggio Luigi Latini, docente a Venezia — fa bene, ma incute paura. Rende liberi, ma impone la responsabilità della partecipazione, mette in crisi l’egoismo. È una pausa: se pensiamo a ciò che sono diventati la democrazia e il capitalismo, ci vuole coraggio per affrontarli ».

A Treviso urbanisti, architetti, sociologi, economisti, storici e agronomi di tutto il mondo si confronteranno sui «nuovi prati urbani comuni» il 16 e il 17 febbraio. La città sta pensando di consegnare all’erba l’antico Prato della Fiera, abbandonato alle automobili. La prospettiva, nella società post-industriale, si rovescia: asfalto, cemento e vetrine valgono finanziariamente meno di erba, fiori e farfalle, o non possono farne a meno. «Il prato dentro la città — dice Simonetta Zanon, botanica e paesaggista — non è più un’estetica questione ecologista. Ha un impatto sociale, politico ed economico. I Comuni non devono più stabilire quanti centimetri debba essere alta l’erba di un green artificiale, stile golf, subìto per coprire le speculazioni edilizie. La verità è che se le città non si lasciano riconquistare dai prati naturali e dalla terra, vengono abbandonate dalla gente».

Entro il 2030, il 70% dell’umanità vivrà in città e metropoli. L’urbanizzazione globale è l’ultimo grande affare che può sostenere la crescita. Per evitare che chi fugge la marginalità si consegni alla solitudine, torneranno i prati. «Non ci sono alternative — sostiene Elisa Tomat, antesignana delle praterie di città e progettista a Udine — per sopravvivere dobbiamo riportare sotto casa la complessità della tessitura erbosa». Nel Novecento, Ermanno Olmi ce lo insegna, i prati hanno coperto i caduti delle guerre, più resistenti dell’odio. Adesso spetta ancora a loro riparare le ferite dei conflitti successivi, aperte nelle vittime dei bond. Tocca ancora a un prato essere una speranza. Ci si va per giocare, camminare, dormire, parlare, mangiare “Così questi luoghi ci restituiscono la vita che avevamo dimenticato”

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 7 febbraio 2017

La voglia di essere qualcun altro: più ci penso e più mi convinco che la spiegazione del groviglio istituzionale che è diventata la questione di Bagnoli (ma la cosa riguarda altri dossier importanti per la città, dalla sicurezza ai rifiuti), alla fine è tutta qui.

Da un lato, avevamo un capo di governo che, non pago della responsabilità, già di per sé onerosa, di formare le politiche nazionali e pure quella estera, si era candidato invece ad essere il “sindaco d’Italia”, nell’ansia di comunicare ad un paese fermo sulle ginocchia l’idea di una politica superman, in grado di intervenire su ogni cosa, finalmente capace di produrre risultati rapidi, concreti e visibili.

Se dopo un ventennio di indagini, bonifiche e programmazione Bagnoli s’è trasformata in palude stagnante, nel simbolo dell’amministrazione impotente, ci pensa il sindaco della nazione, con il decreto sblocca-Italia e il commissario, a mettere tutto a posto, dal completamento della bonifica, alla decisione dove mettere gli alberghi e le casette.

La cosa buffa è che, dall’altro lato, c’è un sindaco, quello vero, che non è arrivato ieri, anzi è al secondo mandato, che dovrebbe per l’appunto occuparsi di politiche urbane, di manutenzione e rinnovamento della città, e che preferisce invece dedicarsi ad altre cose, dal diritto alla felicità, alla fondazione di nuovi movimenti ideali e politici. Manifestando in tal modo una insoddisfazione per il suo ruolo, perfettamente speculare a quella che attanagliava il sindaco-premier: l’irrefrenabile desiderio, per l’appunto, di essere qualcun altro, come se l’amministrazione della terza città d’Italia non fosse di per sé un compito bastante a riempire la vita di una persona.

Sia come sia, il risultato è che, a distanza di quasi tre anni dal commissariamento governativo, la palude è ancora lì, e la situazione si è anzi ulteriormente complicata, perché nel frattempo c’è un altro potere dello stato, la magistratura, che vuole ancora capire cosa sia stato realmente fatto nel corso di una bonifica ventennale, costata al contribuente più di cinquecento milioni, e che per questo ha pensato bene di mettere sotto sequestro le aree.

La buona notizia, è che è ripreso ieri il dialogo istituzionale, con una riunione in prefettura del tavolo tra governo, regione e comune. De Vincenti, che di queste cose si era interessato da sottosegretario, è nel frattempo diventato ministro. Il nuovo presidente del consiglio, a differenza del precedente, sembra propenso a deporre mantello e superpoteri,  desideroso semplicemente di fare il suo mestiere.

Insomma, sembrerebbero esserci le condizioni per ripartire, il clima è cambiato, e si registrerebbe finalmente una convergenza operativa, nonostante il diniego perdurante del sindaco a prender parte alla “cabina di regia”.

Affinché tutto questo si trasformi in azione, sarebbe a questo punto necessario che ciascuno dei poteri rientrasse finalmente nei propri confini, e facesse semplicemente le cose che deve fare: il governo il completamento della bonifica (che riguarda meno di un terzo dell’area complessiva di trasformazione urbana); il comune l’urbanistica; la regione una gestione efficace dei fondi europei, e magari le grandi infrastrutture di trasporto (dove sono finite le due linee di metropolitana con le quali si immaginava di raggiungere la nuova Bagnoli?); la magistratura l’accertamento dei reati, che non necessariamente significa tenere le aree in ostaggio a tempo indeterminato.

Soprattutto il governo deve capire che Bagnoli non è l’EXPO, non è una grande opera o un grande evento, ma un pezzo di città da rigenerare, e per queste cose i commissariamenti romani non danno buoni frutti. Per quanto riguarda l’urbanistica, sono passati tredici anni dall’approvazione del PRG, che è il tempo nel quale nei paesi europei un piano viene attuato e se ne fa un altro. In quelle terre, la pianificazione è un processo, più che un documento scritto: è il mestiere di far incontrare le persone coi luoghi, creando opportunità di vita e di lavoro, nell’idea che il territorio è il bene pubblico più importante, e che le scelte devono essere condivise e sostenibili, per tutti.

Questa amministrazione comunale ha assistito inerte nei suoi primi cinque anni alla dissoluzione della società di trasformazione urbana, nonostante il cambio di management e i conferimenti simbolici di cespiti per sanare in extremis il bilancio. Per convincer tutti di aver cambiato marcia, il comune deve ora mostrare una reale capacità amministrativa, che significa soprattutto riattivare, intorno al ristretto manipolo di funzionari, un vero ufficio di piano, e una strategia di promozione territoriale credibile per cittadini e investitori. Più in generale, per i diversi poteri, è il tempo di lavorare insieme, ciascuno per le rispettive competenze, smettendola con il gioco a perdere di far finta d’essere qualcun altro.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 7 febbraio 2017 con il titolo “E’ giunto il tempo di lavorare insieme”

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 1 febbraio 2017

La terra sta ferma, le persone invece, se possono, si spostano incontro alle opportunità, ed allora nei giorni scorsi si è discusso su questo giornale dei dati demografici preoccupanti che riguardano la città di Napoli, che ha perso duemilatrecento abitanti nell’ultimo anno, ventiseimila nell’ultimo decennio, come se fosse andata via tutta insieme una città come Pompei. Il ridimensionamento demografico di Napoli non è cosa nuova, come ha raccontato Pasquale Coppola va avanti dalla metà del ‘900: all’inizio degli anni ’60, a Napoli abitava più della metà della popolazione della provincia, era il socio di maggioranza; ora il capoluogo conta meno di un terzo degli abitanti della neonata città metropolitana, il baricentro si è spostato decisamente verso l’hinterland.

D’altro canto, non occorrono i bollettini statistici per rendersi conto dell’esodo, basta la storia delle nostre famiglie: ieri sera a cena da amici i discorsi sui figli vertevano su scelte e traiettorie inesorabilmente lontane di qui, i rapporti Svimez confermano che ad andare via sono i più giovani e i più preparati.

Nel dibattito sullo stato della città e sulla sua immagine, se si debba dar retta alle classifiche deprimenti sulla qualità di vita, o a quelle più lusinghiere sul gradimento del sindaco, a Gomorra o ai Bastardi, il declino demografico appare come un momento di verità, perché una città in salute non perde i suoi abitanti, e la conclusione amara è che i diversi cicli politici dell’ultimo cinquantennio non sono stati in grado di arrestare la deriva.

Potrebbe essere anche una questione di punti di vista: in risposta alle lamentazioni, Manlio Rossi Doria provocatoriamente sosteneva che l’emigrazione, per quanto dolorosa, alla fine può essere salutare, perché consente di equilibrare il carico di persone con le reali opportunità che il territorio offre, ma lui parlava delle campagne, la città allora era il mondo nuovo della speranza. La realtà odierna è più mesta, perché il sistema urbano disarmonico del Mezzogiorno d’Italia sembra aver perso anche questa capacità attrattiva per uomini e aziende, ed è difficile capire da che parte debba iniziare una fase nuova di sviluppo.

Se questa è la realtà, conviene guardarle dritto in faccia, e il motivo vero di demoralizzazione per il cittadino meridionale viene allora dall’incapacità attuale della Repubblica di dare una risposta convincente, che non può che essere unitaria: per invertire la china è necessario che lo Stato centrale, la Regione e il Comune  la Città metropolitana giochino di squadra, perché nessun livello di governo ha in mano la chiave risolutiva, e la speranza non può essere riposta in un sindaco, un governatore o un capo di governo, ma nel funzionamento complessivo della macchina istituzionale repubblicana.

Nel frattempo però il clima s’è fatto brutto, con Brexit e Trump sembra passato il tempo delle politiche cooperative a somma positiva, quelle dove i benefici delle decisioni toccano, magari in misura diversa, tutti i contraenti; è questo il momento delle politiche a somma zero, dove c’è uno che vince e uno che perde, generalmente il più debole, e ogni decisione somiglia a una partita a poker al tavolo del saloon.

A questo clima, certamente non propizio per le ragioni del Mezzogiorno, sembra volersi ispirare, obbedendo al proprio spirito animale, l’intero schieramento populista italiano, che potrebbe valere nel nuovo parlamento anche la metà dei seggi totali.

E’ evidente che il meridionalismo è geneticamente lontano da qui: da Fortunato a Marotta, era tutta gente che sprezzava ogni localismo e protezionismo, che ostinatamente pensava il Mezzogiorno come a un pezzo importante d’Italia, d’Europa, di mondo.