Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 24 luglio 2021

L’appuntamento del G20 ha trovato la città nuda, priva di leadership istituzionale, incapace di raccontare un’esperienza, un progetto, una visione. In una sorta di stridente contrappasso i ministri dell’ambiente hanno approvato tra gli applausi un primo importante documento su decarbonizzazione, smart cities, acqua, suolo e lotta alla povertà, in una Napoli che su tutte queste cose è all’anno zero, con le reti dei servizi, trasporti, verde e manutenzione urbana in stato di avanzata dismissione; e i rifiuti che se non fosse per l’impianto di Acerra e le navi e i treni che li portano via a caro prezzo, assedierebbero ancora le nostre strade. In più, ed è la cosa più preoccupante, l’azzeramento oramai della macchina amministrativa della città, senza la quale nessuna politica di sostenibilità può essere quotidianamente praticata.

Nello squallore del silenzio un ruolo di supplenza l’ha avuto l’arcivescovo di Napoli monsignor Mimmo Battaglia: nella sua lettera alla diocesi ha espresso tutta la sua preoccupazione per un Piano nazionale di ripresa e resilienza nel quale semplicemente “…manca il Sud. Manca il Sud nella sua specificità di questione morale e politica e, quindi, democratica. E se manca il Sud in quanto tale, mancano anche i poveri nella loro drammatica peculiarità”.

Si dirà che sono questioni interne, che col G20 non c’entrano, ma è evidente invece che si tratta proprio dello stesso discorso: il piano “nazional-europeo” come lo definisce l’arcivescovo si colloca pienamente nella famiglia di politiche per la transizione green a scala globale intorno alle quali i 20 ministri a Palazzo Reale stanno discutendo.

Quello che monsignor Battaglia constata è la mancanza nel Pnrr di un cambio di passo, l’interruzione una volta per tutte delle politiche nazionali dell’ultimo quarto di secolo, che hanno finito per premiare i più forti, si tratti della sanità, dell’università o delle infrastrutture, con i fondi europei a fare da debole inefficace correttivo.

Eppure, a leggere i discorsi di Draghi in questi ultimi mesi, risulta evidente come il tema sul quale il presidente del consiglio più stia ritornando è quello della lotta alle diseguaglianze: il fondato timore che l’approfondirsi del solco tra garantiti e precari; l’indebolimento del ceto medio; la marginalizzazione di chi proprio non ce la fa; la rottura definitiva dell’ascensore sociale; l’assenza di prospettive e speranza per una quota ormai maggioritaria di popolazione; lo svilimento del lavoro, tutte queste cose rappresentano ormai la minaccia più grave per le istituzioni democratiche.

Tornando al Pnrr, Draghi ha lavorato per mettere ordine in un documento che appare ancora come il conglomerato di tante (troppe) cose, affidando tutte le speranze, come traspare dalle ultime frasi del suo discorso di presentazione in Senato, ad una fase di implementazione ispirata a onestà, spirito repubblicano, senso del dovere e delle istituzioni.

E’ evidente come le persone di buona volontà siano costrette a condividere queste speranze, ma i problemi posti da monsignor Battaglia rimangono. Tanto più che alle diseguaglianze del passato, acuite dalla pandemia, si aggiunge ora il problema della equa ripartizione dei costi della cosiddetta “transizione ecologica” che, in assenza di politiche redistributive esplicite, colpiranno proprio i gruppi sociali già in difficoltà.

Meridionalismo e gestione sostenibile delle risorse continuano a essere, da Antonio Genovesi in poi, questioni strettamente intrecciate. La costruzione di un ambientalismo indissolubilmente legato alla questione sociale è il lavoro più importante che abbiamo davanti.


Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 6 luglio 2021


E’ successo che dopo un intervento del sottoscritto alla sessione del “Sabato delle idee” dedicata allo stato della città e alle proposte per rimetterla in sesto, altri organi di stampa cittadini abbiano ripreso le cose dette su Bagnoli, come fossero novità, i lettori di questo giornale sanno invece che si tratta di riflessioni che “Repubblica” porta avanti coerentemente da molti anni, l’ultimo ampio reportage scritto con Giuseppe Guida è di un paio di settimane fa.
Nel fine settimana amici premurosi hanno anche telefonato raccontandomi del grande trambusto che ne è seguito sui social, chiedendomi in che modo intendessi replicare, difendermi, contrattaccare, ma non è questo che serve ora, quanto continuare a ragionare.
Il punto è come restituire alla città il vasto territorio dell’ex acciaieria murato, interdetto, sequestrato da un trentennio. Tutte le evidenze sostengono la possibilità in condizioni di sicurezza di aprire al pubblico il parco che già c’è, un parco temporaneo certo, di bellezza e suggestione immensa, dove i processi naturali di ricolonizzazione vegetale hanno creato un nuovo struggente scenario per i monumenti della grande industria che fu.
E’ bene ripeterlo, non si tratta di idee originali, ma della prassi che le democrazie serie seguono per il recupero dei grandi santuari dismessi dell’industria novecentesca, sulla base di una trasparente analisi di rischio, e di una rigorosa e sobria messa in sicurezza dei luoghi.
La strada italiana è diversa (perché il problema non è solo Bagnoli), basata invece sul rispetto di astratti valori tabellari, così che la bonifica – una bonifica cartacea, ideologica, slegata dalla realtà – diventa l’obiettivo dell’azione pubblica, anziché l’effettiva restituzione dei luoghi alla collettività. Un meccanismo estremamente costoso, che non porta a nulla, strutturalmente inceppato, se ancora il report di Confindustria sulle bonifiche in Italia evidenzia come le operazioni portate a termine a scala nazionale rappresentino una percentuale irrisoria, del tutto frizionale rispetto al totale.
A Bagnoli tutte queste cose assumono dimensione parossistica. Ancora di recente, L’Istituto superiore di protezione ambientale ha dovuto bocciare tout court in conferenza dei servizi uno strampalato piano di bonifica redatto da Invitalia, per il lotto adiacente via Bagnoli, che prevedeva lo sbancamento del suolo fino alla falda, quasi sei metri di profondità, senza validi motivi e spiegazioni, al posto di un più sobrio e razionale confinamento degli strati superficiali, una cosa nella quale le strutture vegetali, già all’opera, danno un grosso contributo.
Stesso discorso per i fondali marini, dove si vorrebbe procedere a un vasto, costoso, irragionevole dragaggio dei sedimenti di fondo, un’operazione di enorme impatto per l’ecosistema, col problema totalmente irrisolto poi di come smaltire le immani quantità di fanghi. Inutile dire che pratiche più sobrie e ragionevoli ci sono, come raccontato nel reportage di “Repubblica”, basate sulla stabilizzazione in loco dei sedimenti, anche qui con l’aiuto di piante idonee, prima tra tutte la Posidonia con le sue spettacolari praterie sommerse.
Insomma, è necessario per Bagnoli un cambio di impostazione realistico, rapido, per ricostruire da subito un rapporto con i luoghi che ha semplicemente saltato una generazione. Si tratta di ragionamenti che “Repubblica” da anni offre al dibattito pubblico, continuerà a farlo, capiremo nelle prossime settimane se il vento è finalmente cambiato.

Antonio di Gennaro e Giuseppe Guida, Repubblica Napoli del 12 luglio 2021, foto di Riccardo Siano

Devi vederla dall’alto, dalla strada vicinale che borda la selva antica ai piedi dei Camaldoli, per capire che Pianura non è più un casale, e nemmeno un quartiere, ma una città, che in quarant’anni s’è costruita da sola, riempendo di palazzi la conca verde e le terre scure fertilissime.
Nel passato di questi luoghi non c’è l’industria, come a Bagnoli o a Napoli est, qui l’economia era agricola, e dava da vivere a tutti, con i grandi proprietari e i coloni che ancora in pieno ‘900, regolavano l’uso e il possesso della terra sulla base di consuetudini e usi risalenti a un passato medievale, di sei o sette secoli prima.
Con l’ingresso nella modernità scombinata, il posto dell’agricoltura viene occupato dall’edilizia “fai da te”, la contabilità dell’abusivismo è impressionante: 7.000 vani abusivi vengono realizzati negli anni ’60, 20.000 nel decennio successivo, e altri 32.000, tra il 1981 e il 1991. Così l’antico casale è deflagrato, la superficie edificata è aumentata di quasi 40 volte, dai 14 ettari del 1950, ai 500 circa di oggi, riducendo il paesaggio agrario storico a uno spezzatino desolato di poderi superstiti tra un agglomerato e l’altro.
Nel frattempo, la popolazione di Pianura aumenta di 50.000 unità, sulla spinta di due emergenze epocali: il bradisismo dei primi anni ’70, e il terremoto del 1980. Dai 9.500 abitanti del 1951, si passa ai 60.000 attuali, ma è una stima per difetto, al posto del casale ora c’è una città, completamente abusiva, quella che vediamo stamattina dal bordo della selva, il più vasto quartiere di Napoli per superficie territoriale, il quinto per popolazione.
L’occasione per tornare è una ricorrenza, si festeggia in questi giorni il ventennale della fondazione del Corriere di Pianura, una presenza importante nel quartiere, la tiratura mensile è di 1.500 copie, la comunità di redazione comprende una ventina di persone, insieme condividono la missione ostinata di raccontare e riammagliare le storie e i fatti di questo pezzo di città, per immaginare nonostante tutto percorsi di miglioramento e riscatto.
L’appuntamento è con Augusto Santojanni, uno dei fondatori del giornale, che a Pianura è nato, ha lavorato una vita come medico di famiglia, è stato anche segretario della sezione locale del PCI, proprio negli anni difficili del far west edilizio; dell’evoluzione drammatica di questi luoghi e di queste comunità è uno dei massimi testimoni.
Per il numero del ventennale ha scritto un editoriale bello e sincero, l’incipit è diretto: “A Pianura non è facile vivere. Non lo era quando eravamo un borgo di 10.000 abitanti, ancora di più oggi che ne siamo circa 60.000. Non ci sono teatri, né cinema, né spazi o strutture pubbliche in cui sia agevole svolgere qualsiasi attività sportiva-ricreativa, culturale o del tempo libero. Non c’è neanche una scuola superiore.”
“Eppure” osserva Augusto “a Pianura l’associazionismo ferve: qui è nata la prima associazione anti-racket in Campania, ed è nutrito l’arcipelago di associazioni sportive, compagnie teatrali amatoriali, comitati civici e di carattere religioso, radio libere. Qualche nome: Pianura libera, Sei di Pianura se…, Pianura verde, 80126, Radio onda web, gli Amici di Don Giustino…”.
Insomma, la comunità è viva, anche nella problematicità dei luoghi. Con Augusto percorriamo la scacchiera ortogonale di strade anguste tra i palazzi abusivi di 6, 7, 8 piani, portano il nome di filosofi antichi e scrittori contemporanei, rimani indeciso se si tratta di una versione più congestionata e ammaccata del Vomero, o una replica contemporanea dei Quartieri spagnoli, anche qui c’è un’economia del vicolo vitale fatta di micro-esercizi e piccoli commerci.
La vita ferve, anche se manca lo spazio, quello pubblico innanzitutto, ed allora una delle battaglie dei comitati è stata quella per la realizzazione del marciapiede, assunto a simbolo imprescindibile di convivenza civile minima. Campagne vinte in alcuni casi, come in via Empedocle o in via S. Donato, sembrano dettagli, e invece è a partire da interventi come questi che i luoghi iniziano a cambiare faccia.
Certo non mancano le pulsioni di segno opposto, come nei Quartieri anche qui le forze dell’ordine sono dovute intervenire lo scorso anno, con grande spiegamento di mezzi, e con tanto di comunicato del Viminale, per riaprire alla libera circolazione importanti strade che erano state arbitrariamente privatizzate con sbarre e muretti.
Se il marciapiede è il punto d’inizio, ad una scala più ampia non manca a Pianura un patrimonio territoriale dal quale partire per un possibile riscatto. I poderi agricoli e le masserie superstiti messi insieme fanno più di 200 ettari, e sono orti arborati coi noci, i ciliegi d’alto fusto e i vigneti ancora assai belli: messi in ordine, d’intesa con gli agricoltori, con le risorse del programma di sviluppo rurale, potrebbero dar vita a un grande parco dell’agricoltura storica, monumento vivente di una civiltà rurale lunga duemilacinquecento anni.
Altri 250 ettari di verde sono le selve di castagno e i boschi misti della corona di versanti che cinge tutt’intorno la conca, sono in prevalenza aree demaniali da curare e manutenere, anche per la prevenzione del rischio idrogeologico e degli incendi: una grande foresta urbana, con una rete di sentieri che consentirebbe benefiche esperienze di fruizione collettiva.
Dei cinque parchi della ricostruzione, spazi importanti di salute e socialità soprattutto in tempo di pandemia, quattro sono in disarmo, vandalizzati e non fruibili, a partire dal gioiello del Parco “Falcone Borsellino”, il solo spazio verde in condizioni decenti è il Parco “Attianese”, la riconquista integrale di questo patrimonio pubblico è uno dei primi obiettivi di riscatto di questo immenso quartiere. Come è da valorizzare il grande anello di viali che, a partire dalla stazione della Circumflegrea e da via Pallucci, cinge quasi per intero abitato, strade di impianto razionale, con alberature notevoli di tigli e pini, in buono stato di manutenzione, elementi di una qualità pubblica della quale questo pezzo di città ha disperatamente bisogno.
Fuori dalle cronache, dai simposi degli intellettuali, dalle strategie urbanistiche di grande respiro (nulla di strategico si dice infatti su questo quartiere nemmeno nel preliminare di PUC approntato qualche mese fa dall’amministrazione comunale di Napoli), lontano dalle crisi della movida, apparentemente senza eccellenze architettoniche e storiche, il cratere di Pianura è da sempre derubricato a quartiere abusivo, metterci le mani equivale a smuovere pericolosamente pile di scartiloffi polverosi relativi a condoni edilizi ingialliti e spesso fasulli, sanatorie, ordinanze di demolizioni sopite. Nessuno nell’attuale macchina comunale si prenderebbe mai la briga di mettere ordine in questo sconquasso burocratico.
Eppure, per chi lo attraversa, emerge subito il senso di una comunità attiva, di iniziative in corso, di ambiti urbani ricchi di decoro e di abitabilità. Gli stessi enti pubblici hanno messo in moto, negli ultimi anni, iniziative di rigenerazione e rinnovamento urbano. Come la sostituzione in corso di alcuni manufatti di prefabbricazione pesante, realizzati nel dopo-terremoto, con più dignitosi edifici residenziali e il recupero di nuovi suoli per lo spazio pubblico. Ma anche episodi architettonici meritevoli come la stazione delle Circumflegrea “La Trencia” ristrutturata e riconfigurata da Nicola Pagliara nel 2005 o l’ampliamento del cimitero, su progetto di Guendalina Salimei, Paolo De Stefano e Ebsg, vincitori di un concorso di progettazione del 2008. O la palazzina aggraziata della Casa della cultura, con gli archi catalani, inaugurata nel 2014 a via Grottole. Meno in sintonia con i luoghi appare l’edificio della Municipalità di Corso Duca D’Aosta, progettato negli anni ’80 da Costantino Dardi e Carlo Carreras. Un manufatto che ha insinuato nel centro storico un episodio di fraintesa modernità, un’invasione incongrua tipica di quegli anni, che per di più a rappresenta l’istituzione pubblica. La modernità, e una migliore adeguatezza al contesto urbanistico, sono invece meglio rappresentati dal Villaggio dei lavoratori Italsider di via Campanile, a ridosso di uno dei pochi ambiti urbani costruiti con regolare licenza nel periodo del caos urbanistico napoletano degli anni ’60. Simbolicamente, il lento adeguamento pubblico di questo quartiere si ferma sullo scheletro incompiuto del poliambulatorio, la cui realizzazione, cominciata nel 2002, si blocca poco dopo, generando, in pieno centro, un rudere urbano in cemento armato, immobile da circa 20 anni, divorato dalla boscaglia.
Sulle carte geografiche, Pianura appare, in linea d’aria, distante dai principali poli di servizi, commerciali e per lo svago di Napoli, ma in realtà la linea Circumflegrea, gestita da EAV, garantisce ancora una connessione affidabile e rapida direttamente nel cuore della città, a Montesanto, a partire proprio dalle stazioni “La Trencia” e Pianura. Mentre nell’altra direzione portano fino al mare, con la stazione di Torregaveta. Anche la mobilità su gomma garantisce una certa rapidità negli spostamenti, in particolare verso il Vomero e la Tangenziale, con il raccordo Pigna-Soccavo-Pianura inaugurato nel 1997. In termini infrastrutturali non è poco.
Il racconto di questo quartiere contiene in nuce le cose da fare: un grande programma di riammaglio, riordino, messa a sistema, demolizione (dove necessario), ricostruzione (dove le regole lo consentiranno), di sistematica manutenzione ordinaria, cura urbana, di tutela dei residui agricoli che resistono alla pressione urbana.
Nonostante i collegamenti rapidi, pero, Napoli appare effettivamente lontana e Piazza Municipio ancora di più. Eppure sono proprio le grandi strategie o qualche idea innovativa infilata in un nuovo piano urbanistico a non servire. O a non servire più. Pianura attende una normale efficienza amministrativa che concluda le cose incompiute, riqualifichi quelle da riqualificare e controlli quando c’è da controllare, invertendo il senso di anomia di questi luoghi. La sfida urbana di Pianura può essere ancora vinta.

Antonio di Gennaro e Giuseppe Guida, Repubblica Napoli del 25.05.2021

Il mare è dietro le sbarre, in fondo allo Sbarcatoio tra le palazzine del piccolo borgo ai piedi della montagna solenne di Coroglio. Come per tutti i luoghi in attesa di questo quartiere in attesa, c’è sempre un muro, una cancellata, una paratoia di qualche tipo a sbarrare la percezione e l’accesso. Ma il sistema misterioso di enclosure ha i suoi varchi, uno sbrego nel muro o nella recinzione, un paio di sbarre segate, ed allora ci incamminiamo verso la spiaggia, tra i cespi di ammofila e di eringio che hanno resistito allo spianamento, sulla prateria spelacchiata ci sono bagni chimici abbandonati, grandi mucchi di inerti, ma superata la scogliera sepolta la sabbia è pulita, come rastrellata da poco, due mamme coi bambini in costume giocano sul bagnasciuga, il mare è una tavola, l’acqua trasparente, Nisida è verde e rigogliosa sullo sfondo.

Subito ci raggiunge un tizio robusto in maglietta, ha un pass al collo, chiede dove andiamo, stanno montando il set per “Gomorra 5”, ci sono i camion con gli attrezzi, la troupe al completo festeggia in un vicino privè su via Coroglio, ci dice di non fare fotografie. Questa sintesi di degrado, precarietà e grazia invincibile è perfetta per loro, sullo sfondo le grandi strutture fantasma della Cementir sono inquietanti quanto basta, gli scenografi non avrebbero saputo inventare di meglio.

Risalendo via Leonardi Cattolica non è accessibile neanche  la ventina di ettari del Parco dello Sport, un muro verde di rovi e di clematide sta seppellendo e rovinando tutto, ingoia la pista, coi pali dell’illuminazione e gli altoparlanti, i campi di tennis; dopo le indagini e il sequestro giudiziario per la storia della bonifica, il collaudo delle opere lo stanno facendo i ragazzi che si intrufolano per giocare a pallone, corrono e respirano inebriati ai piedi della foresta verticale che viene giù da Posillipo, unici provvisori abitanti di questo pezzo di città caduto in rovina prima d’essere stato mai vissuto dagli uomini.

Il Parco dello Sport è una delle poche cose fatte, assieme alla Porta del Parco, da “Bagnolifutura”, la società di trasformazione urbana cui la città aveva affidato, senza molta fortuna e con infinite traversie, l’attuazione del piano.  Visibile risalendo via Coroglio, il Parco, nelle intenzioni del progettista Massimo Pica Ciamarra, doveva riprodurre i metameri di questa terra vulcanica: i gruppi di campi sono posizionati in “crateri” che servono anche a delimitarli e a posizionare gli spalti, gli accessi. i servizi. Dello stesso architetto anche l’intervento di “Città della Scienza”, una realtà positiva che oggi si contende il territorio con l’abbandono e l’inedia delle istituzioni.

Risalendo a nord, percorriamo la teoria di spazi chiusi lungo via Campegna. Alcuni episodi architettonici di pregio ci ricordano che le politiche dei primi decenni del ‘900 avevano un’altra idea di questi luoghi, soprattutto per quanto riguarda la residenza pubblica di un certo pregio, come le case a torre Ina Casa progettate da Mario Ridolfi e Wolfang Frankl o gli edifici cosiddetti “ultrapopolari” dell’immediato dopoguerra, sempre in via Campegna, progettati da Sbriziolo.

Proseguendo, dietro i muri di questa strada rurale ai bordi della Shangai popolosa di Cavalleggeri, ci sono il Centro Universitario Sportivo, con persino un piccolo campo di golf, il poligono di tiro, e poi ancora le aree militari e ferroviarie dismesse ai piedi della montagna che vanno diventando bosco. Un capitale straordinario, ettari e ettari di spazi pregiati da riconquistare e restituire alla città, anche qui tutto inesplicatamente serrato, inaccessibile.

Giriamo su via Nassirya, c’è la Caserma Battisti, le palazzine anni ’30 in rovina stanno in mezzo a un parco arboreo di acacie ed eucalipti grande come la Floridiana, nell’attesa basterebbe solo pulire e mettere qua e là una panchina per regalare un po’ di verde e nuovo spazio pubblico al quartiere. C’è il muro alto coi cartelli gialli che dicono “Zona militare”, su Google Map la sagoma è immediatamente riconoscibile perché i muri disegnano un enorme quadrato perfetto. Seguiamo il perimetro sino a un varco nel tufo, dentro c’è un canto di uccelli nel silenzio tra i rami, l’erba tenacemente cancella l’asfalto, la suggestione è totale: questo grande quadrato verde è uno dei gioielli di Bagnoli, in posizione centrale, strategica per il nuovo assetto dell’intera area, ma un paio di ministeri e il Demanio hanno deciso che proprio qui sorgerà il nuovo carcere, non si capisce se è un modo per liberare Nisida, ma è proprio vero comunque che ogni tentativo di strategia esplicita per questo quartiere che vuole rinascere è definitivamente saltato.

Ora siamo su via Bagnoli, l’area sterminata dell’ex acciaieria in attesa da trent’anni è dietro il muro: al di là, nella grande fascia di una quindicina di ettari lungo l’asse stradale, la trasformazione urbana rimane una chimera. Proprio nelle ultime settimane, l’Istituto Superiore di Protezione Ambientale (Ispra), in conferenza dei servizi, ha bocciato un incomprensibile progetto di bonifica redatto da Invitalia: volevano sbancare tutto e pulire il suolo fino a sei metri profondità, non si sa bene perché, visto che l’analisi di rischio non spiega niente.

Sono cose che non si vedono in nessuna parte del mondo, le democrazie occidentali queste aree non le bonificano, le mettono sobriamente in sicurezza, in tempi ragionevoli, senza spreco di soldi. A Bagnoli abbiamo speso 600 milioni nella gestione precedente, ora ce ne sarebbero altri 400, ma sembra non bastino, il commissario straordinario ne chiede altri 700, francamente un po’ troppo per continuare col movimento terra.

Stesso discorso, per i fondali marini, per i quali è previsto un costosissimo e arrischiato piano di dragaggio che oltre a sconvolgerlo per davvero l’ecosistema, pone un problema insolubile di destinazione dei sedimenti. Al contrario, come ci spiega Carlo Donadio, geomorfologo costiero e subacqueo del Dipartimento di Scienze della Terra della Federico II, che la chimica di questi fondali e degli organismi che ci vivono la studia da anni palmo a palmo, la strategia dovrebbe essere quella di stabilizzare i sedimenti contaminati, come è stato fatto in progetti importanti di recupero in giro per il mondo, reimpiantando le praterie di Posidonia (che non è un’alga, ma una straordinaria pianta superiore che si è riadattata alla vita subacquea),  che da millenni hanno sempre popolato questi ecosistemi.

Insomma, dovrebbe essere venuto finalmente il momento di lasciare per sempre alle spalle questa bonifica Stranamore, che da strumento si trasforma in opera interminabile, fine a sé stessa, mettendo in secondo piano tutto il resto. La parola d’ordine è “messa in sicurezza”, come richiesto da Ispra, puntando a un confinamento appropriato dei suoli, anche valorizzando, come ci dice Massimo Fagnano, docente di agronomia del Dipartimento di Agraria che ha coordinato il progetto europeo su terra dei fuochi, un’appropriata copertura verde: prati cespugli e alberi come quelli che già crescono, anche spontaneamente, nel parco che c’è già, tra i grandi monumenti di archeologia industriale.

Ma evidentemente gli interessi concreti vanno in un’altra direzione, e anche la pianificazione urbanistica per questi luoghi si è oramai trasformata in un dedalo complicato, difficile da raccontare. Si è cominciato nel 1998 con l’approvazione della Variante Occidentale al Piano Regolatore – impostata da Vezio De Lucia, che un anno prima aveva già lasciato la carica di assessore -, e confluita poi nel PRG del 2004; quindi il Piano Urbanistico Attuativo per Bagnoli, passando per  i concorsi internazionali di architettura i cui progetti vincitori sono stati prima pagati e poi mandati al macero; giungendo infine nel 2014, con il finto redde rationem dello Sblocca Italia, al commissariamento, quindi alla redazione, da parte del soggetto attuatore Invitalia, di un documento strampalato chiamato (Praru) Programma di Risanamento Ambientale e di Rigenerazione Urbana, di cui non è dato conoscere l’efficacia e la cogenza.

Uno strumento qualitativamente non all’altezza e lontano da progetti simili già conclusi in tutta Europa, privo di indicazioni chiare sulle urbanizzazioni, le infrastrutturazioni, i trasporti – come rilevato anche dalla Corte dei Conti, e dal Ministero dell’Ambiente, che l’ha definito nel suo parere un esercizio “puramente virtuale” – senza i quali neanche il più sprovveduto degli immobiliaristi ci metterebbe un euro.

Intanto, l’ultimo dei tanti concorsi fatti si è chiuso poche settimane fa, con l’ennesimo vincitore e con l’ennesimo rendering di cartapesta, per ora l’unico elaborato progettuale diffuso da Invitalia. Nulla da obiettare sui progettisti, poco noti, che la giuria ha ritenuto migliori di tanti altri studi di architettura di caratura internazionale che hanno partecipato, ma è difficile pensare che quel disegno immaginifico si realizzi senza un programma serio che lo sostenga. Quando l’impalcato di questo programma di interventi, ancora del tutto assente, sarà finalmente definito, ci si accorgerà che il rendering sarà in buona parte inadeguato e inattuabile. Insomma, siamo ancora alle trovate di urbanistica creativa: invenzioni prive di prospettive concrete, che solo negli annunci e sul sito di Invitalia possono essere pensate come attuabili.

La verità è che oggi, per citare Bernardo Secchi, uno dei maggiori urbanisti italiani, “le condizioni sono cambiate” e, al di là dell’inefficacia di quanto programmato finora e dell’insipienza di una governance sistematicamente non all’altezza, è arrivata probabilmente l’ora di ribaltare completamente lo sguardo su questo ambito fantastico della città di Napoli.

Innanzitutto bisogna separare e discretizzare le questioni, quando si nomina Bagnoli si fa riferimento, il più delle volte, all’area di sedime del sito industriale. E invece è alla Bagnoli oltre Bagnoli che bisogna guardare: i grandi parchi già pronti per l’uso: quello dello sport, quello della caserma Battisti, quello del CUS, l’Auditorium (progettato dal napoletano Silvio D’Ascia e Amanda Levete) e le sue aree di pertinenza su via Diocleziano, la passeggiata a mare del pontile Nord, monca alle estremità, il quartiere ottocentesco e il bellissimo viale Campi Flegrei, fino al Collegio Ciano e la collina verde di San Laise.  Basterebbe ricucire e mettere a sistema. Anche solamente ripulire.

Sulla grande area industriale, da bonificare, da rivalutare, in alcuni casi ancora da smontare (come nel farsesco tira e molla sulla colmata a mare) è invece giunta l’ora non di ri-finanziare, non di ri-bonificare, non di rilanciare, ma di rallentare, attendere, mettere i fondi da parte e capire. Approcci di grande respiro e trasformazioni elefantiache non sono oggi alla portata della città nel suo complesso, né di chi si trova, a volte per caso, nei gangli decisionali. Rallentare ma non fermarsi.

Al contrario, l’intera area, compresa la spiaggia, può diventare da subito, cadute le barriere, spazio di vita per gli abitanti del quartiere e della città metropolitana in questi tempi complicati di pandemia: un’arena per usi temporanei, set cinematografici, concerti, luogo per passeggiate urbane à la Jane Jacobs, alla scoperta di quello che il paesaggista francese Gilles Clement chiama “terzo paesaggio”: la natura che riconquista il terreno e ricostruisce se stessa, magari accompagnata da object trouvé funzionali a fruire di questi spazi. Natura che ridisegna il suolo, lentamente depura, simboleggia speranza e insegna a fare a chi, finora, non è stato capace di fare.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 30 aprile 2021

Ha usato proprio la parola “fiasco”, in italiano, il New York Times per titolare l’articolo sulla deludente performance dell’Europa in materia di vaccini. S’è detto tante volte: il coronavirus non crea nuovi problemi, ma amplifica quelli che c’erano già. Questo riguarda anche il funzionamento dell’Unione europea, e la cosa ci riguarda da vicino. Il fragile equilibrio finanziario del Mezzogiorno dipende grandemente dai fondi comunitari che – come è scritto con chiarezza nei rapporti dell’Agenzia per la coesione – sono serviti nell’ultimo ventennio a coprire il buco dei mancati trasferimenti dallo Stato centrale.

Nella partita dei vaccini la differenza con i paesi che hanno fatto meglio, Regno Unito, Israele e Stati Uniti, è semplice da raccontare: in tutti e tre questi casi lo Stato è sceso in campo come socio finanziatore e acquirente privilegiato, investendo tanti soldi nell’impresa, fin dall’inizio, dalla sperimentazione, con le sue università e centri di ricerca, alla produzione industriale.

Alla fine, il premier britannico Boris Johnson ha dichiarato che il suo paese ha ottenuto i suoi vaccini “…grazie a capitalismo e avidità”, e una cosa abbastanza simile l’ha ripetuta in un intervista a “Repubblica” Larry Fink, numero uno di Black Rock, il più grande fondo di investimento privato al mondo, secondo il quale “grazie al capitalismo abbiamo battuto la pandemia”.

E’ evidente che si tratta di uscite propagandistiche, perché è vero esattamente il contrario: Inghilterra, America e Israele hanno agito proprio come avrebbero fatto Marshall e Keynes, usando potentemente la leva dell’investimento pubblico, assieme alla propria sovranità, come strumento di grado superiore per conseguire finalità di interesse generale, e fare cose che il mercato da solo non è  proprio in grado di fare. Insomma, in quei tre paesi lo stato ha fatto bene il suo mestiere.

L’Unione europea, che pure si vanta col resto del mondo per il suo sistema di programmazione economica e sociale che protegge i cittadini, ha sciaguratamente scelto in questa vicenda di agire sul piano asettico delle regole e della negoziazione, dismettendo la propria sovranità e comportandosi come un acquirente privato qualunque, come se la soluzione al problema fosse quella di stipulare sul mercato ben confezionati contratti di fornitura.

Il risultato è stato deludente, un fiasco per dirla con il New York Times, evidenziando un difetto di autorevolezza e pure di politica: i  programmi di vaccinazione procedono a rilento, il conto delle vite resta alto, il contenzioso legale con le ditte non porterà a nulla, e la conclusione è che in tutta questa vicenda l’Unione non è riuscita ancora a comportarsi come uno Stato vero.

La speranza è che questa amara lezione possa servire all’Europa. Per attuare bene l’ambizioso piano di recupero che è stato messo in campo servono politiche pubbliche coraggiose, anche dure, ma mirate all’obiettivo, piuttosto che formalismi procedurali asettici.

Pure i pregiudizi non aiutano, e bene ha fatto Draghi nei giorni scorsi a troncare a un certo punto le polemiche sterili con ambienti di Bruxelles e pezzi rilevanti dell’opinione pubblica nord europea, sulla credibilità del Recovery plan italiano, chiedendo direttamente alla signora von Der Layen più rispetto per un paese che ha pagato in Europa il prezzo più alto alla pandemia. E’ una partita che il capo di governo aveva già dovuto affrontare da presidente della Banca centrale europea, quando riuscì a imporre una gestione più equa e lungimirante del quantitative easing. Per noi cittadini del Mezzogiorno d’Italia, che è Mezzogiorno d’Europa, sono parole giuste, e va bene così.

Antonio di Gennaro e Giuseppe Guida, Repubblica Napoli del 14 aprile 2021 – Foto di Riccardo SIano

Metti una camminata in quello che era il salotto verde della città, distrutto da una cocciniglia venuta da lontano e dall’incuria, alla ricerca del bel paesaggio che non c’è più. Cammini per i viali monumentali e hai davanti uno scenario di distruzione post-bellica, ai diversi tipi di periferia dobbiamo aggiungere anche questo, e allora ha senso, dopo Napoli orientale, e il progetto incompiuto e oggi in crisi del Centro Direzionale, parlare del declino di Posillipo, per alcuni aspetti ancora più desolante e disperato di quello dei bordi proletari della città.

Ci accompagnano nel viaggio Massimo Visone, ricercatore del Dipartimento di Architettura della Federico II, autorevole esperto della storia e iconografia dei grandi paesaggi di Napoli, e Fabrizio Cembalo, un agronomo che da trent’anni paesaggi come questi li cura, li rammenda, li disegna.

Ci incamminiamo per via Manzoni, dopo Torre Ranieri iniziano le macerie, coi monconi di pini monumentali e le strade divelte; dall’alto, nella curva, la visione ugualmente malinconica dell’area sospesa nel nulla, dov’era l’acciaieria, mentre ai piedi di Coroglio, i campi e le attrezzature del Parco dello Sport finanziate coi fondi europei continuano a marcire, in una città dove giovani e piccoli non sanno dove andare.

Quando chiediamo a Massimo come nasce questa catastrofe di paesaggio, lui subito ci spiazza, chiedendoci di quale paesaggio vogliamo parlare, nel suo racconto la storia di Posillipo è un missile a più stadi, e un paesaggio unico non c’è, piuttosto un assemblaggio di mondi e storie assai diverse.

C’è il paesaggio marino delle ville patrizie, giù sulla costa, che inizia dopo la battaglia di Lepanto, a fine ‘500, quando i pirati barbareschi non sono più una minaccia. Sul promontorio invece, il paesaggio attorno al Casale è quello rurale, millenario, delle masserie e del giardino mediterraneo a vigneto e arboreto promiscuo, l’ecosistema millenario descritto da Emilio Sereni proprio all’inizio della sua Storia del paesaggio agrario italiano. Come al solito, però, ad “inventare” la Posillipo come luogo dell’uomo, da antropizzare per goderne, erano stati i romani, con la fantastica area del parco archeologico di Pausilyon.

Poi lungo il corso dell’800, c’è il paesaggio che nasce e si sviluppa a partire dal decennio francese, con la costruzione di via Posillipo, progettata dagli ingegneri di “ponts et chaussées” Romualdo de Tommaso e Giuseppe Giordano, il prolungamento nuovo della città che prima finiva a Mergellina. Ma la storia va avanti: nei primi decenni del ‘900, il nuovo paesaggio di Posillipo è quello del Parco della Rimembranza, del Virgiliano e dei viali monumentali, pensati a celebrazione e propaganda del Regime, coi filari di pini a ombrello a riprendere proprio qui, nella città greca più restia alla romanità, i fasti dell’antico Impero e delle consolari. Quella a cavallo tra ‘800 e ‘900 è anche la Posillipo dell’architettura floreale, come villa Pappone di Gregorio Botta e di Palazzo Tropeano. O fatti apparentemente incongrui e misteriosi, come il Mausoleo Schilizzi di Alfonso e Camillo Guerra, completato nel 1920 proprio su via Posillipo. Di epoca fascista è l’incursione di “città pubblica” (Istituto Case Popolari) che, tra il 1932 e il 1935, ha forgiato la cavea di piazza San Luigi con gli edifici poggiati sul costone tufaceo.

Infine, a partire dall’ultimo dopoguerra – ed è la storia della nostra vita – la Posillipo dei cosiddetti “parchi” (Antonio Cederna non riusciva proprio a capacitarsi di un uso così incongruo del termine) e dei condomini alto-borghesi, in una bulimia che nella conquista rapace dell’ultimo scampolo di panorama, ha finito quasi per distruggerlo del tutto, il paesaggio. La Posillipo del secondo novecento è anche un piccolo scrigno di architetture d’autore che hanno tracciato le linee guida della mediterraneità moderna. Come la villa progettata da Massimo Nunziata alla Gaiola o l’articolato artificio “organico” di Villa Bianca di Massimo Pica Ciamarra, o ancora Villa Crespi, affacciata su Mergellina, di Davide Pacanowski e Adriano Galli o villa Savarese di Luigi Cosenza.

Di pochi anni prima (1937), la villa più iconica di tutte, perfetta simbiosi tra architettura e contesto: villa Oro, in via Orazio, di Luigi Cosenza.

Si tratta di sforzi progettuali, sperimentazioni architettoniche e paesaggistiche ed impegni economici che la distratta borghesia di oggi si guarderebbe bene dal mettere in campo. L’attenzione al contesto è implosa ed è oggi rivolta agli interni, quelli dei parchi residenziali e quelli meramente domestici, quelli che hanno catturato il panorama quando ancora si poteva fare. Anche questo è il segno della crisi di un quartiere, per molti versi inspiegabile.

Alla fine, quello messo spietatamente in crisi dalla Toumeyella, la “cocciniglia tartaruga” che uccide ad uno ad uno i pini monumentali di Posillipo (un piccolo insetto arrivato una decina di anni fa dal Nord America) è quindi il paesaggio novecentesco del Ventennio, e la parola a questo punto passa all’agronomo Fabrizio Cembalo, cui chiediamo dove nasce un simile disastro.

“Certo, la cocciniglia ha dato il colpo di grazia alle alberature storiche di Posillipo, ma non è lei l’unico colpevole. All’inizio degli anni ’30, quando questi viali vennero costruiti, i pini vennero piantati a distanza di 4-5 metri, che è esattamente la metà dello spazio di cui hanno bisogno. Questo fu fatto per avere un effetto scenico immediato. Nei decenni successivi, in un’ottica di gestione consapevole del verde urbano, i filari andavano periodicamente diradati, garantendo ad ogni esemplare lo spazio vitale di cui ha bisogno, proprio come si fa per una foresta. Questi pini monumentali hanno dovuto così crescere troppo vicini tra loro. In più, sono stati massacrati negli anni da potature erronee, con l’intento di contenerne la mole.”

A fare il resto, i ripetuti lavori stradali per l’asfaltatura e i sottoservizi, che hanno scempiato gli apparati radicali, e impermeabilizzato definitivamente il suolo, impedendo alle radici di respirare. Il sollevamento dell’asfalto e la deformità della sede stradale non è altro che la richiesta di aiuto degli alberi, esseri viventi che ancora chiedono di esistere e respirare. “Così” conclude Fabrizio “la cocciniglia quando è arrivata ha trovato alberi già stremati da una gestione malaccorta.”

La fase critica, l’agonia del paesaggio è iniziata una ventina di anni fa, quando il tempo di agire c’era ancora, ma poi il disfacimento dei servizi tecnici comunali e la disattenzione amministrativa hanno prevalso. Il risultato ora, assieme alla morte degli alberi, è la crisi completa dello spazio pubblico, con l’intero sistema viario di questo quartiere-parco che dovrebbe essere integralmente ripensato e ricostruito, in un progetto urbano unitario, nel quale gli aspetti agronomici, ingegneristici, trasportistici, e sociali dovrebbero essere affrontati finalmente in maniera integrata.

Si tratta di cose che una città europea dovrebbe essere in grado di fare. Nel 1999 anche le alberature storiche di Versailles furono distrutte tutte insieme da un uragano, con più di ventimila alberi abbattuti. Eppure dopo vent’anni con un progetto lungimirante di ricostruzione i giardini sono tornati a vivere, gli alberi sostituiti, lo stato di salute e la biodiversità del glorioso ecosistema sono addirittura aumentate.

In un recente webinar dell’IUCN, l’autorevole organizzazione mondiale sulla conservazione della natura, si è parlato di come le grandi città del mondo hanno usato le loro aree verdi per mitigare gli effetti della pandemia sulla popolazione. Nel racconto degli esperti, è emerso come a Oslo, Berlino, New York, Barcellona la cittadinanza abbia riscoperto le aree verdi durante il lockdown, la loro fruizione è duplicata, a volte triplicata, alla ricerca di ristoro, protezione, di una socialità sicura.

A Napoli è successo il contrario, con la crisi di Posillipo che è diventata il simbolo di un verde urbano oramai negato ai cittadini proprio nel momento del maggior drammatico bisogno, dal Bosco dei Camaldoli alla Floridiana ai grandi parchi della Ricostruzione. Spazio pubblico pregiato ormai ridotto a terra di nessuno, sempre meno connessa e fruibile, insidiosa, oltre che più brutta.

Oggi Posillipo è un territorio in attesa. Su questa inedita enclave urbana non ci sono grandi progetti in corso di sviluppo, cantieri operativi, ricerche universitarie, e non è nemmeno un territorio dove la risoluzione di contrasti sociali o circoscritti interventi di manutenzione modificano il consenso elettorale come nelle periferie ribollenti, dove c’è ancora una pretesa di cambiamento, nuove prospettive, futuri migliori.

Oggi Posillipo è un sorta di “bordo”, in attesa che attorno ad esso succeda qualcosa, per poi ripensarsi: a valle a nord la stasi delle rigenerazione industriale, a sud l’indifferenza delle grandi ville sul mare, ad est la confusione del Vomero cui è legato da via Manzoni e Corso Europa, ad ovest il limite verso l’infinito del Parco del Virgiliano, luogo di mitologie fantastiche ma anche di incredibile disprezzo e di un abbandono, come quello del viale di accesso che in qualsiasi città d’Italia non sarebbe mai stato consentito, nemmeno per una settimana.

Oggi per Posillipo appare necessaria una strategia unitaria che delinei un grande progetto di landscape urbanism, fatta di strategie e di visioni di futuro, che con i soli i vincoli paesaggistici e le norme di un piano regolatore non è possibile conseguire. Un progetto che utilizzi il cesello e non la ruspa e che abbia l’attenzione al conservare, ma anche al modificare, alterando in parte un paesaggio che, per forza di cose, come si è visto, non è immobile, a partire dalle essenze arboree, i materiali, le tecniche e le tecnologie di base.

L’impressione è che oggi questo grande progetto debba prevedere, più che altrove, la partecipazione e l’intervento diretto di cittadini, attori sociali, imprenditori, in una grande operazione che la città fa per sé stessa e per riprendersi con tenacia un bene collettivo ed un topos che, improvvidamente, gli stanno sfuggendo di mano.

Antonio di Gennaro e Giuseppe Guida, Repubblica Napoli del 30 marzo 2021

Un viaggio nella crisi urbana sotto i colpi del Covid l’ha fatto il quotidiano Le Monde, con un ciclo di interviste ai sindaci di 14 “ville-monde”, le città globali, ed è una storia avvincente dei drammi vissuti, misure prese, visioni e strategie per il dopo, che il coronavirus ha spietatamente sollecitato.

Perché l’abbiamo visto col racconto del Centro direzionale pubblicato su queste pagine lo scorso 2 gennaio: la pandemia ha gettato ombre lunghe sul destino dei grattacieli e dei quartieri d’affari in giro per il mondo, ma è inutile girarci intorno, le difficoltà riguardano la sicurezza della città in quanto tale, a cominciare dalle città-mondo, che sembravano destinate a guidare i destini del globo, al posto dei ferrivecchi obsoleti degli stati nazionali, e all’improvviso si riscoprono luoghi affollati pericolosi e fragili.

Così la signora Yuriko Koike, sindaco di Tokyo racconta come, dosando telelavoro e didattica a distanza, sia riuscita a decongestionare il trasporto pubblico, mentre la sua collega di Barcellona, Ada Colau, in un’area metropolitana simile a quella di Napoli, parla del suo lavoro per arginare il turismo di massa, limitare la speculazione dei fitti turistici, rivitalizzare i quartieri perché  ora “…la cosa più importante è coprire i bisogni primari, avere un sistema sanitario pubblico forte e servizi pubblici ben dotati.” In Canada un’altra donna, Valérie Plante, sindaco di Montreal, sottolinea come il Covid “… costringa a ripensare il ruolo dello spazio pubblico, delle aree verdi, per mantenere le attività nel cuore dei centri urbani rispettando le distanze fisiche”, mentre Andy Burnham, sindaco della Greater Manchester, la seconda area metropolitana del Regno Unito, ha puntato sulla riorganizzazione della macchina amministrativa, per costringere i responsabili dei diversi servizi pubblici a lavorare insieme, dando priorità alla protezione dei soggetti deboli, il supporto alle case di riposo, il reperimento di alloggi singoli per i 1.850 senzatetto della città.

E Napoli? Nella tragedia epocale in atto, la nostra città come sta messa, come lavora per superare l’emergenza? Con queste domande in testa ci siamo rimessi in auto, convinti ancora che sia la suola delle scarpe il principale strumento per pensare. Nessun dubbio sulla direzione: se il coronavirus ha cambiato il significato degli spazi, lo spazio di Napoli, il suo futuro, è a est, nella città orizzontale, la pianura immensa di terra e acqua, come ti appare dal viadotto della 162, sfumata nella foschia dorata di questo anticipo di primavera.

In questo palinsesto scombinato e rarefatto di industrie dismesse, frammenti agricoli in abbandono, container, serbatoi petroliferi, mulini, viadotti a scavalco verso il nulla, c’erano tre città importanti, cariche di storia. San Giovanni, a inizio ‘900 era uno dei poli industriali più importanti del Mezzogiorno e d’Italia; Ponticelli, con la sua storia di agricoltura prospera e libertà, per quattro volte capace nei secoli di riscattarsi dai signori, e di lanciare l’insurrezione al nazifascismo; l’operosa Barra, con le sue società di mutuo soccorso, il sindacalismo bianco e quello rosso a lavorare insieme, per difendere la cultura e la dignità del lavoro.

Queste tre città, assorbite negli anni ’20 nel buco nero della Grande Napoli, ospitano il 15% dei napoletani, sono circa 140.000 i residenti, su 2.000 ettari che fanno il 16% del territorio comunale. Insieme dovrebbero essere uno dei soci di maggioranza del capoluogo, la verità è che non contano un bel niente.

E da un buco nero inizia il nostro viaggio, lo sprofondo improvviso tra boati e vapori che s’è aperto d’improvviso una mattina di inizio gennaio nell’area di parcheggio dell’Ospedale del Mare, in mezzo a questo scombino, tra i binari della circumvesuviana, la rampa d’atterro della 162, le torri del Lotto Zero sullo sfondo. Sembra il cratere scuro d’un ordigno bellico, le automobili inghiottite, le tubature e i sottoservizi esposti all’aria come budella, e invece è solo il cedimento di questa terra fragile e fertile di pianura, zuppa d’acqua e di torba, che un congegno di canalizzazione capillare ha mantenuto nei secoli, ma se non la rispetti non può finire che così.

Lamiere, recinzioni eterne di cantiere ed erbacce sono anche il paesaggio intorno al Parco pubblico “Fratelli de Filippo”, 100 ettari di terra fertile, un’area grande come Capodimonte, espropriata più di trent’anni fa per gli standard, anch’essa inspiegabilmente terra di nessuno, come il Parco del resto, in tempi di Covid dovrebbe essere un presidio di salute per i piccoli e le famiglie, 140mila cittadini, e invece è abbandonato per nove decimi a un degrado fisico e vegetazionale irreversibile.

A San Giovanni ci aspetta Enzo Morreale, testimone fedele della storia sociale e operaia della città. Con lui torniamo a quel mare nascosto e negato oltre i binari, il quartiere industriale della Corradini, quasi un secolo di manifattura, chimica, arti meccaniche e vetreria, gli edifici scoperchiati sono sommersi dalla boscaglia, in una Pompei industriale struggente, sulla riva di un mare dimenticato. Attorno a noi tutto è deserto e abbandono, le plastiche e i rifiuti portati dalla tempesta. Qui doveva sorgere il porto turistico per restituire a San Giovanni il suo mare, non se n’è fatto niente, nel frattempo l’Autorità portuale continua a tombare il mare davanti, tra poco la penisola della darsena est scaccerà del tutto l’elemento liquido, cambierà ancora la geografia di San Giovanni, da città sul mare a retroporto, con l’orizzonte davanti a noi minacciosamente chiuso da una nave da crociera alta come un palazzo di 12 piani.

Eppure l’est di Napoli non è un luogo dimenticato, in attesa, privo di progettualità. È, al contrario, un’area che ribolle, di flussi, di attrezzature, di narrazioni e di speranze. La vera immagine di questi luoghi è quella dell’interruzione, un continuo paesaggio interrotto. A Ponticelli, il Piano Particolareggiato del dopo terremoto, progettato da Marcello Vittorini, fu realizzato per tre quarti. Il rimasuglio di quel progetto interrotto è ancora lì che attende. Un terrain vague sul quale dal 1997 il Comune cerca di attuare, con accordi pubblico-privati, un Programma di Recupero Urbano, pensato da Carlo Gasparrini ma che ogni lustro viene rimaneggiato e di cui oggi non si sa più nulla.  Interrotta è la fruibilità del già citato vicino parco Fratelli De Filippo, per anni rimasto chiuso anche se ultimato. Oggi è soltanto in parte praticabile e tenuto vivo da alcune associazioni che curano un orto urbano e dalla presenza del presidio di Emergency. Interrotti sono tutti i progetti lungo l’interfaccia terra-mare, paesaggio privilegiato, a poche centinaia di metri dal centro città, ma negletto come un qualsiasi luogo dello scarto (drosscape, in inglese), da nascondere. Qui si è fermato il progetto per il nuovo porto turistico di Vigliena, con gli imprenditori che sono andati via chiedendo persino i danni al Comune. Interrotto, come detto, è il processo di rigenerazione urbana del complesso di fabbriche di archeologia industriale dell’ex Corradini, alle spalle della spiaggia di Vigliena. Interrotti sono i percorsi ciclabili della nuova via Marina che si dissolvono sul Ponte dei Francesi e finiscono nel caos urbano del Corso San Giovanni. Interrotto è il processo di rigenerazione della ex Cirio, cominciato con i nuovi edifici che ospitano la Apple Accademy (progettati da Francesco Scardaccione e dai giapponesi di Ishimoto Architectural & Engineering), ma che si è fermato, ancora una volta, sulla fascia a mare, dove è presente quella sorta di cattedrale industriale che è l’edificio principale del complesso, progettato nel 1925 da Angelo Trevisan, quasi simbolicamente posto all’ingresso di questo grande quartiere ad est.  Interrotta è l’integrazione dei quartieri di edilizia residenziale pubblica con il tessuto storico: il Rione Pazzigno, Taverna del Ferro, i complessi Incis, Iacp, Pser. Gli edifici di Taverna del Ferro stanno tentando la riscoperta di una nuova dimensione identitaria con i grandi murales di Maradona e di “Essere Umani” di Jorit, ma quelle residenze, progettate da Pietro Barucci negli anni ’80 secondo modelli post razionalisti già all’epoca superati, compresa la tecnica costruttiva della prefabbricazione pesante, sono ancora degli elementi incongrui e socialmente critici nel tessuto storico di San Giovanni.

Per ricomporre questa dimensione di un continuo paesaggio interrotto sarebbero necessarie strategie chiare, che stabiliscano le priorità, indirizzino i fondi e consentano ai processi di essere portati a compimento. Ricucire, riammagliare, creare continuità nella fruibilità degli spazi pubblici e delle attrezzature. Portare a compimento il mosaico di cose cominciate. Creare poi innesti dentro le enclaves e lavorare, come sempre, sui bordi: verso il mare, verso la città centrale, verso l’area dei depositi petroliferi ed infine verso i paesi vesuviani, ancora più ad est, nella zona rossa del rischio vulcanico, nella quale anche gran parte di quest’area ricade.

Finora i progetti del Comune si sono dimostrati insufficienti ed inefficaci. Il piano regolatore aveva promesso un’altra storia, questa spiaggia e questo mare come spazio pubblico per la salute e la vita delle persone, un’esigenza basilare pienamente in linea con le strategie urbane dopo il Covid, ma nel frattempo il governo della città s’è dissolto, vent’anni di nulla, 140.000 vite in ostaggio di una storia interrotta e troppi “fatti urbani” ancora da concludere.

Antonio di Gennaro e Roberta Ciaravino, Repubblica Napoli del 19 febbraio 2021

Per capire davvero come sta messo il Mezzogiorno occorre leggere le Relazioni sui Conti Pubblici Territoriali pubblicate ogni anno dall’Agenzia per la Coesione Territoriale. E’ una fotografia chiara, istituzionale, territorio per territorio, della spesa pubblica allargata, che comprende quindi quella dello Stato e degli Enti territoriali di governo, assieme agli investimenti delle aziende pubbliche come Ferrovie, Anas ecc.

Il racconto che emerge leggendo la relazione 2020 è assai chiaro: nell’ultimo ventennio il Centro-Nord, con il 64,9 per cento della popolazione, si è beccato il 73,4 per cento della spesa pubblica ordinaria, 9 punti in più del dovuto. Il Mezzogiorno invece, con il suo 35,1 per cento di popolazione, ha ricevuto mediamente il 26,6 per cento della spesa pubblica ordinaria, nonostante l’obiettivo, fissato per legge nel 2017, di riservare al Sud almeno il 34% delle risorse.

A occhio e croce, si legge sempre nel rapporto, nel ventennio considerato è mancato al Sud qualcosa come 2,6 miliardi l’anno. A riequilibrare in parte le cose intervengono le risorse integrative, in primis i fondi europei, che nel Mezzogiorno rappresentano grosso modo metà della spesa pubblica. Queste risorse integrative hanno perso dunque il loro ruolo di risorse aggiuntive, erogate al Mezzogiorno per recuperare il ritardo di sviluppo, trasformandosi in risorse sostitutive di una quota di spesa pubblica ordinaria che doveva esserci e invece non c’è.

Ora il tacito compromesso sta saltando, perché alle regioni del Centro-nord non sta più bene neanche questo, e vogliono ridiscutere i criteri di ripartizione delle risorse integrative, i soldi della Comunità europea, reclamandone una fetta più grossa, con la motivazione, come sintetizza Mauro Calise sul Mattino che “… gli unici attori in grado di spendere sono quelli che già lo sanno fare”. Stesso discorso per le risorse del Recovery fund.

Se in questo negoziato cruciale le regioni del Sud hanno opportunamente iniziato a fare squadra anche loro, un ruolo importante lo ha il governo Draghi, all’interno del quale però, dopo l’uscita di figure di garanzia come Provenzano e Manfredi, gli equilibri appaiono palesemente sbilanciati verso l’asse del Nord.

E’ evidente che in questa situazione il ruolo di garante lo ha il capo del governo, con alle spalle il presidente Mattarella. Con il suo “whatever it takes” Draghi ha sostenuto, nell’interesse di tutti, contro le grettezze e gli egoismi dei cosiddetti “frugali”, le ragioni di paesi come l’Italia, che sono il Mezzogiorno d’Europa, in questo modo portando in salvo l’euro e la costruzione europea.

Per salvare l’unità nazionale occorre ora un “whatever it takes” interno, in grado di domare gli esprits animaux nostrani, la smania disperata di quelli che pensano di salvarsi da soli. Nel discorso sobrio del presidente del Consiglio martedì in Senato, nello spirito repubblicano che lo anima, nelle righe non banali dedicate al Mezzogiorno, ci sono parole che indicano la direzione giusta, la convinzione di testa e di cuore che solo se riparte il Sud l’Italia può farcela davvero.

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Antonio di Gennaro e Pio Russo Krauss, Repubblica Napoli 14 febbraio 2021

Abbiamo letto gli articoli sull’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità sulla Terra dei fuochi, tutti molto simili, nella titolazione, nel testo, e nel messaggio per il lettore: la dimostrazione, una volta per tutte, del nesso causale nella Terra dei Fuochi tra inquinamento da rifiuti e tumori, asma, leucemie, malformazioni congenite.

Dopo il profluvio di articoli e servizi televisivi, abbiamo ritenuto cosa utile leggere con attenzione il rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità. La cosa sorprendente è che il rapporto dice cose molte diverse da quelle che i media hanno diffusamente riportato. Basterebbe leggere le conclusioni: “Nell’intera area e in singoli comuni si sono registrati eccessi di specifiche patologie, ai quali l’esposizione a contaminanti rilasciati/emessi dai siti di rifiuti può aver contribuito con un ruolo causale o con-causale”.

“Può” in italiano indica una possibilità, non un dato di fatto. Restiamo quindi nel campo delle ipotesi, che devono essere dimostrate, che è poi quello che è scritto nel rapporto: “Lo studio consente, quindi, di generare ipotesi eziologiche (relative alle possibili cause, ndr) ma non di verificarle direttamente”. La frase è chiara e non dovrebbe dare adito a equivoci.

Nel rapporto è scritta anche un’altra cosa molto importante: “Tutti gli indicatori di rischio sono stati elaborati non aggiustandoli per l’Indice di Deprivazione”. Ciò significa che non si sono controllati i principali fattori confondenti: la povertà, il basso reddito, la bassa istruzione. Ci si ammala di più perché si abita vicino a una discarica o ci si ammala di più perché si è poveri? Vicino alle discariche e nelle aree degradate infatti abitano i più poveri e non i ricchi ed è da tempo scientificamente acclarato che i poveri si ammalano di più e muoiono prima dei ricchi e benestanti.

I ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità questo lo sanno bene, e infatti mettono in guardia: “Tale limite (non avere corretto i dati sulla base del reddito, istruzione ecc. ndr) andrà considerato nella lettura dei dati, visto che molte di queste patologie multifattoriali hanno tra i principali fattori di rischio la deprivazione socio-economica e che spesso le popolazioni residenti in siti contaminati sono più deprivate rispetto al resto della popolazione”.

La cosiddetta “Terra dei fuochi” è un pezzo d’Italia che soffre certo di problemi ambientali (in primis l’inquinamento atmosferico) e sociali (è tra le aree con la maggiore percentuale di poveri, di disoccupati, di lavoratori in nero) e ciò non può non influire sulla salute della popolazione. L’enfasi sul problema dei rifiuti nasconde la complessità dei problemi che devono essere affrontati: c’è bisogno di politiche ambientali, di chiudere decentemente e legalmente il ciclo dei rifiuti, ma soprattutto di politiche contro la povertà, la deprivazione, la scarsità di servizi essenziali.

Anche sul tema delle bonifiche – la soluzione catartica che tutti gli articoli hanno tirato in ballo –  bisognerebbe poi intendersi. La famigerata discarica Resit è stata completamente impermeabilizzata, il percolato non si forma più, e l’area è stata trasformata in un parco pubblico di sei ettari. A San Giuseppiello, il podere che la camorra ha utilizzato per sversare fanghi industriali, ora c’è un bosco di 20mila pioppi che sta ripulendo i suoli. Interventi razionali, a basso costo, simili a quelli attuati in tutti i paesi civili. Eppure nessuna autorità è mai venuta, a fine lavori, a inaugurare i siti. Al termine del suo mandato, il commissario alle bonifiche Mario De Biase non sapeva a chi riconsegnare le chiavi. Nessuno se ne sta occupando, le opere vanno in malora.

La criminalità nel frattempo, come raccontato su queste pagine, ha fatto una ventina di raid dimostrativi, distruggendo le belle palazzine con gli uffici e gli impianti tecnologici.  Questa terra ha bisogno di Stato, amministrazione, presidio, applicazione quotidiana, senso civico, rigore nel dire e nel fare. Sono temi oggettivamente non semplici da raccontare, ma i proclami, il dibattere senza avere prima letto i rapporti, non aiutano certamente a cambiare le cose.

Paolo Pileri, da http://www.casadellacultura.it

Dopo un intervento su youtube Paolo Pileri torna a ragionare su “Ultime notizie dalla terra”, con una recensione scritta per “Casa della cultura”. Paolo insegna urbanistica al Politecnico di Milano, è la figura di riferimento in Italia per le ricerche sul consumo di suolo, con un lavoro di studio e divulgazione instancabile. Il pezzo che ha scritto è molto bello, mi ha spiazzato e commosso, perché Paolo si è letteralmente immerso nel libro, facendone venire fuori cose ignote pure a me.

Impossibile non innamorarsene. Di cosa? Della Campania o, meglio, degli spazi aperti campani, agricoli e naturali, periurbani o montani, che Antonio di Gennaro racconta nel suo libro dal titolo meraviglioso: Ultime notizie dalla terra (Ediesse, 2018, pref. di Ottavio Ragone). Ma è il sottotitolo a darci la misura dell’impegno e della sfida che ci lancia: La Terra dei fuochi: questioni per il paese intero, dove la parola terra è scritta con la “T” maiuscola e la parola paese con la “p” minuscola. Già perché Antonio è indignato. E come tutti gli indignati che si rispettino, è arrabbiatissimo con quanti hanno ceduto alla tentazione della maledetta equazione terra dei fuochi tutta la CampaniaNelle sue pagine c’è un insieme di storie che si fondono assieme in un’unica storia di territorio e di genti orgogliose della terra su cui hanno i loro piedi.

Se alcuni fatti criminali e mafiosi, cruenti e vergognosi, hanno sporcato la terra campana, si sappia chiaramente che è stato solo un ‘di cui’, perché quella terra è sempre stata ed è densa e ricca di persone, aziende, natura, luoghi, territori, bellezza, bontà, tradizioni che non sono seconde a nessuno. Eppure ‘tutta la Campania’ l’abbiamo spedita in un embargo mai dichiarato di fatto, ma subito dalle aziende agricole e dalla filiera alimentare campana. Per mesi e mesi nelle città del nord abbiamo boicottato i prodotti campani nonostante ci dicessero che erano pulitissimi. E lo abbiamo fatto convinti di fare il giusto, con il sorriso magari, senza farci sfiorare né dal dubbio che stavamo sbagliando, né dal pensiero che stavamo facendo un danno enormemente peggiore di quello ignobile fatto dalla camorra maledetta. Già perché se per dodici mesi nessuno compra mozzarelle, quelle aziende falliscono, quegli agricoltori sono sul lastrico, i giovani perdono lavoro. E se falliscono chi se le compra le aziende con le loro terre? Il nostro embargo diviene una sorta di favore alla criminalità che vuol far fallire ciò che di buono c’è sui territori per poi appropriarsene.

Quindi quell’inversione di maiuscole io non la biasimo, ma la capisco e mi ha aperto gli occhi. L’ho trovata perfetta per ricordare quanto fragile sia la solidarietà nel nostro Paese e mia. E Antonio con questo libro coraggioso e appassionato non si sottrae alla fatica di voler mettere le cose a posto. Ci lancia un salvagente, forse l’ultimo come scrive nel titolo, per toglierci i pregiudizi dagli occhi. Lo fa portandoci a spasso per decine e decine di realtà locali. Con lui scopriamo i ritratti straordinari di donne, uomini, giovani, vecchi che in Campania hanno dato vita a formidabili aziende agricole dove la produzione non è mai, e sottolineo mai, indifferente ai luoghi, alla terra, ai paesaggi anche se si tratta di paesaggi tra i più arditi d’Italia come le limonaie sulla costiera amalfitana o i vigneti del Cilento o gli oliveti a Posillipo. Vi giuro che se leggete questo libro vi si apre davanti agli occhi un racconto di territorio che vi lascerà senza parole. Leggi e vedi vibrare un territorio. Ci entri dentro. Senti i passi. I profumi. Vedi le ginestre a Camaldoli. Senti il profumo dell’olio e la mozzarella di bufala Stella Bianca di Casal di Principe che conoscevi solo per essere paese di camorra. Senti su di te lo spirito potente del paesaggio di Casale di Teverolaccio, di Massa Lubrense, del Formicoso, di San Giorgio La Molara, della Riviera di Chiaia, di Capodimonte, di Miradois, di Napoli.

La Campania è tanta biodiversità umana, agricola e naturale. Ed è impossibile non dire: “ma cosa mi sono perso in questi anni?”. In queste pagine capisci che un’albicocca in Campania non è mai solo un’albicocca. Perché Antonio riesce a dirci che dietro ogni singola azienda agricola che lui ci presenta c’è una storia di amore, rispetto e cura per il paesaggio. Non solo: è amore consapevole e voluto. Tutti i protagonisti del libro fanno quel che fanno, perché lo vogliono fare. E così impariamo che curare il suolo e produrre un buon olio sono cose inseparabili e fatte di proposito. Tutelare il paesaggio e ottenere un’ottima falanghina sono la stessa cosa e fatto con proposito. Che dietro un’ottima mozzarella di bufala ci sono, di proposito, i prati verdi della Campania. Che una pasta come si deve, biologica e senza trattamenti all’origine, è stata ottenuta perché, di proposito, si è deciso di migliorare la fertilità dei suoli. Che la cacioricotta ha alle spalle dei giovani che hanno deciso di rimanere di proposito a fare i pastori. Capite?

Di proposito migliaia di persone ogni giorno tengono in vita un paesaggio che noi non vediamo e che in un nanosecondo ci permettiamo di obliterare prendendo una parte e facendone il tutto. Ognuno di noi, con le sue scelte vuoi alimentari, vuoi turistiche, vuoi culturali può tenere in vita i migliori paesaggi in Italia. Può donare resistenza a quei paesaggi. Se vuole. Ognuno di noi è parte di un progetto di territorio, se vuole. Possiamo essere anche noi, di proposito, energia che dà energia a chi resiste e tiene vivi e vegeti i migliori e più difficili paesaggi italiani. Pochi libri riescono a raccontarti con tale coinvolgimento il paesaggio.

Antonio però non è solo innamorato della nostra Campania (perché la Campania non è solo dei campani, come la Lombardia non solo dei lombardi), ma è anche competente (è un agronomo) di una competenza che ha deciso di non tenere per sé, ma di trasformare in conoscenza per tutti noi. Non solo, Antonio è animato dal fuoco sacro del riscatto della sua Terra (con la T maiuscola). È un patriota. Secondo me è proprio questo, un patriota del contemporaneo. Antonio ha macinato chilometri a piedi, in auto, in elicottero per dirci che la Campania è innanzitutto un’altra cosa. Che la Campania è un crocevia di progetti di territorio unici e belli e che quei progetti di territorio sono l’argine migliore alla criminalità. Che l’urbanistica che ha sventrato le campagne ha avuto vita facile ogni volta che ci siamo dimenticati del valore del suolo e di chi lo lavora. Se dimentichiamo il suolo, lasciamo spazio al peggio. Capita davanti a casa nostra, ma capita anche lontano dalle nostre finestre. Perché il progetto di territorio non è un fatto esclusivo di una comunità amministrativa, ma di un sistema di relazioni complesso e non sempre riconoscibile che si riconosce in una patria i cui confini sono sempre meno amministrativi e sempre più di buon senso, di questioni, di sfide, di valori. I valori di Riccardo, Vittoria, Fabrizio, Mariachiara, Peppino, Mario sono i valori di tutti noi. Gli stessi. E dobbiamo capirlo. Il loro progetto di territorio non può non essere anche il nostro. L’avido individualismo che è stato, ed è, la cifra dell’umore di questo presente ci ha reso egoisti e l’egoismo, in realtà, ci rende ciechi della bellezza che sta dietro un muro di pregiudizi di cui ci convinciamo tropo facilmente. A Capodimonte, la foresta reale è stata aperta a tutti proprio abbattendo un muro e oggi i ragazzini di quei quartieri disagiati hanno prati su cui correre e giocare a pallone. Quella foresta, aperta, è il riscatto sociale di una comunità come può esserlo un nuovo posto di lavoro in una delle aziende agricole che Antonio ci fa visitare.

Eppure siamo ancor tentati di immaginare che tutta la Campania sia terra dei fuochi e, con facilità, giriamo la testa altrove. Peccato perché potremmo scoprire che sono solo una trentina gli ettari da interdire alla coltivazione a causa dei contaminanti da rifiuti mafiosi contro i cinquantamila monitorati (p. 131). E noi per trenta ettari, lo 0,06%, abbandoniamo tutto? Lasciamo tutto alla criminalità? L’antimafia la facciamo tutti assieme, conoscendo come vanno le cose per davvero. La famosa lotta italica per proteggere il suolo e il paesaggio, che Luigi Einaudi nel 1951 chiedeva agli italiani di fare perché era proprio la lotta più dura e necessaria, non la stiamo facendo ancora. Anzi consumiamo suolo con mille trucchi e offendiamo la buona terra che abbiamo inquinandola con indifferenza e boicottaggi. Ci permettiamo di girarci dall’altra parte abdicando al nostro ruolo di alfieri del territorio.

Con questo libro possiamo raccogliere da terra l’atto d’amore e riscatto che Antonio dà a tutti noi e, giustamente, capire che è una questione che ci riguarda. Riguarda tutti noi. Se non ce ne interessiamo ci troveremo per sempre in un paese con la “p” minuscola. Davvero è l’ultima notizia dalla terra: dopo non ce ne saranno più perché le forze verranno meno. A tutti noi decidere di tornare protagonisti della buona sorte di tanti territori del nostro bel Paese: non dimenticandoli mai, mettiamo gli occhi oltre la cortina della menzogna e dell’indifferenza per capire che i territori sono abitati da storie fantastiche e sono queste a fare da argine al peggio. E abitati devono rimanere. Ognuno di noi può essere motore di fragilità e di scoraggiamento altrui o, al contrario, di forza e incoraggiamento per gli altri. A Noi la scelta.

Grazie Antonio della tua ultima notizia dalla terra. La buona terra.

Paolo Pileri

N.d.C. – Paolo Pileri, professore ordinario di Tecnica e Pianificazione urbanistica al Politecnico di Milano, è tra gli ideatori e animatori del progetto VENTO: il progetto di dorsale una cicloturistica tra Venezia e Torino considerata parte integrante del sistema nazionale della ciclabilità turistica, ma che soprattutto è progetto di territorio (www.cicloviavento.it). Cura la rubrica ‘Piano Terra’ della rivista “Altreconomia”.

Tra i suoi libri: Interpretare l’ambiente (Alinea, 2002); Compensazione ecologica preventiva (Carocci, 2007); con E. Granata, Amor loci: suolo, ambiente, cultura civile (Cortina, 2012); con A. Giacomel e D. Giudici, Vento: la rivoluzione leggera a colpi di pedale e paesaggio (Corraini, 2015); Che cosa c’è sotto: il suolo, i suoi segreti, le ragioni per difenderlo (Altreconomia, 2015 e 2016); 100 parole per salvare il suolo (Altreconomia, 2018); con A. Giacomel, D. Giudici, R. Moscarelli, C. Munno e F. Bianchi, Ciclabili e cammini per narrare territori. Arte design e bellezza dilatano il progetto di infrastrutture leggere (Ediciclo 2018); Progettare la lentezza. Linee antifragili per rigenerare l’Italia a piedi e in bici (People, 2020); con R. Moscarelli editors, Cycling & Walking for Regional Development. How slowness regenerates marginal areas, (Springer, 2020)

Per Città Bene Comune ha scritto: Laudato si’: una sfida (anche) per l’urbanistica (2 dicembre 2015); Se la bellezza delle città ci interpella (10 febbraio 2017); La finanza etica fa bene anche alle città (3 novembre 2017); L’urbanistica deve parlare a tutti (21 settembre 2018); Udite, udite: gli alberi salvano le città! (9 novembre 2018); Contrastare il fascismo con l’urbanistica (21 marzo 2019); L’ossessione di difendere il suolo (e non solo) (25 ottobre 2019); Per fare politica si deve conoscere la natura (31 gennaio 2020).

Sui libri di Paolo Pileri, v.: Bernardo De Bernardinis, Per una nuova cultura del suolo (28 ottobre 2016); Roberto Balzani, Suolo bene comune? Lo sia anche il linguaggio (12 ottobre 2018).


Antonio di Gennaro e Giuseppe Guida,
Repubblica Napoli del 2 gennaio 2020

Fioriscono sui giornali italiani e esteri i reportage sul destino dei grattaceli, da quelli della City di Londra a quelli di Manhattan, dalla Défence di Parigi, fino a quelli da poco completati di Citylife a Milano, tutti per adesso svuotati dalla pandemia, a causa dei confinamenti, ma soprattutto del lavoro a distanza.

Così George Hammond sul Finantial Time, una testata non certo facile alle suggestioni, si chiede se gli ultimi grattacieli che Londra ha da poco inaugurato rappresentino già il monumento a un modo di lavorare che non c’è più, e la stessa domanda se la pone Julia Kollewe su un giornale liberal come il Guardian, mentre sul New York Times Julie Creswell e Peter Eavis prendono atto del fatto che “anche se la pandemia di coronavirus sembra diminuire a New York, le aziende sono riluttanti a richiamare i loro lavoratori ai loro grattacieli e mostrano ancora più esitazione a impegnarsi a lungo termine per la città”. Insomma, è chiaro che la cosa non finisce qui, non si esaurirà nemmeno con la disponibilità del vaccino e l’immunizzazione di massa, ci stiamo tutti muovendo verso un altro mondo, un altro modo di lavorare e produrre.

È partendo da tutte queste cose che è nato il desiderio di capire cosa sta succedendo ai nostri grattaceli, quelli del Centro Direzionale di Napoli. Ci arriviamo ciascuno con la sua auto, la rampa che scende nel sottosuolo verso i garage ora semivuoti, è bordata da un filare di palme nane lasciate a un loro selvatico sviluppo, da una cascata anarchica di vite americana, e l’atmosfera è quella di una foresta tropicale  che va richiudendosi sul cemento sgretolato di una civiltà passata.

Dall’atmosfera cupa del livello “meno due” torniamo in superficie. La prima visita è alla fontana circolare ormai secca che doveva un tempo fastosamente accogliere il pedone che arriva in superficie dalla città vecchia, ora è un ricovero malinconico di lattine. Ai fianchi, le due gigantesche torri dell’Enel, svuotate da tempo, senza bisogno della pandemia. La sorpresa è trovarne una aperta, qualcuno ha rimosso le grosse catene che bloccavano le maniglie delle porte a vetro opacizzate dall’abbandono, come fosse un garage qualunque di periferia, c’è gente dentro, ci avventuriamo.

E’ una delegazione di funzionari e tecnici dell’azienda, devono effettuare un sopralluogo, si muovono con circospezione nell’atrio abbandonato, c’è acqua per terra, un armadio sventrato mostra all’aria fasci scomposti e impolverati di carte, e una scalinata un tempo sontuosa, con decori lignei da country club, ora più che mai incongrui, l’atmosfera è un po’ tesa, come archeologi che si inoltrino in un tempio sigillato da millenni. Comunque, quando scoprono che siamo lì solo per capire cosa sta succedendo al più grande pezzo della Napoli contemporanea, un po’ seccamente ci chiedono di andar via, per ragioni di sicurezza, s’intende.

Lunghe aiuole verdi bordano i viali, era un elemento di eccellenza del progetto, uno degli ultimi lavori di Pietro Porcinai, il più grande paesaggista italiano, si tratta quindi a tutti gli effetti di giardini d’autore. Porcinai scelse oculatamente specie sempreverdi della macchia mediterranea, ed è tutta una teoria quindi di lentischi, mirti, corbezzoli, filliree, oleandri, assieme a cugini esotici come la plumbago con le sue delicate infiorescenze celesti, viene dal Sud Africa ma s’è trovata assai bene, e infatti la trovi spudorata dappertutto, nei bordi strada, come un’infestante.

Il problema è che si tratta di un verde sofisticato, tecnologico, posto sul tetto di un oggetto di cemento che si sviluppa per due piani sotto, che deve quindi vivere e svilupparsi in un ambiente artificiale e confinato. Il mantenimento di questo ecosistema tecnico richiede la massima cura: irrigazione sapiente, controllo delle infestanti, potature accorte; come il “bosco verticale” delle due torri residenziali di Milano, sono in realtà cose fragilissime, che richiedono un dispendio energetico e idrico elevato.

Dopo un paio di decenni in cui le cose sono andate bene, il giardino di Porcinai è ora in piena crisi, ci sono aiuole a partire dall’ingresso in evidente abbandono, le infestanti ingoiano gli arbusti, mentre cespugli interi seccano e restano in piedi, stecchiti, su un sottobosco di bottiglie e cartacce. Assieme al rovinio della pavimentazione, con le mattonelle rotte o traballanti, frettolosamente sostituite da poveri rappezzi in cemento, il declino del verde è un ulteriore aspetto di quello più generale dello spazio pubblico, di quel tessuto connettivo che alla fine rendeva un minimo vivibile e presentabile questo luogo, che la città vecchia non ha mai voluto o potuto assimilare.

Perché alla fine il centro direzionale appare oggi esito di una modernizzazione fraintesa, arrivata in ritardo, quando i modelli post-industriali annunciavano, nel medio periodo, scenari diversi e legati ad innovazioni di cui già si aveva sentore: la digitalizzazione, le tecnologie informatiche e di comunicazione, il calo demografico delle grandi città, i mutamenti del mercato del lavoro.

E invece con un ritardo colpevole e dopo aver operato una finta riflessione tra piani attuativi concettualmente diversi durata quasi venti anni, con il contributo determinante dell’impostazione iniziale di Giulio De Luca – a sua volta basata sullo schema di Luigi Piccinato – alla fine, quasi per sfinimento, il disegno definitivo fu firmato dal giapponese Kenzo Tange. Decenni di gestazione non potevano che determinare un progetto urbano già obsoleto, concepito negli anni ’70 e privo di proiezioni al futuro e di analisi serie. Sarebbe bastato anche solo guardare all’altro lato dell’Atlantico, dove in genere le mutazioni urbane avvengono con decenni di anticipo.

Anche dal punto di vista ambientale, se c’è un’idea di progettazione urbana da portare a esempio di assoluta insostenibilità, è proprio quella che ha partorito questo enorme accrocco – per buona parte interrato nella palude dove ancora scorre sotterraneo il Sebeto – che fin dalla nascita è condannato a sfuggire alla sommersione grazie a un esercito di instancabili pompe sommerse, legando così la sua esistenza a un fabbisogno energetico perpetuo, come quello che occorre per refrigerare e riscaldare i suoi inospitali edifici in vetro-metallo.

A soffrire la crisi che li ha definitivamente chiusi sono alcuni degli edifici più rappresentativi. La coppia di torri cosiddette Wind, oggi Enel, all’ingresso dell’asse centrale, progettate da Giulio De Luca, Massimo Pica Ciamarra e  Renato Avolio De Martino, sono oggi vuote e in attesa di un difficile riuso. Eccessivamente sottili, secondo la sagoma del planovolumetrico, per recuperare un minimo di spazio all’interno i progettisti espulsero gli ascensori all’esterno ed eliminarono i pilastri: i solai di quelle torri sono appesi con dei tiranti alla grande trave visibile sulla sommità dell’edificio. Stesso destino per le due grandi torri marmoree dell’allora Banco di Napoli, progettate da Nicola Pagliara. L’abbandono sta causando il distacco di molte delle lastre e dei blocchi di marmo pregiato sagomate secondo i minuti dettagli esecutivi del progettista per il basamento e in facciata. Soltanto questi due complessi edilizi raggiungono una volumetria di poco inferiore ai 300mila metri cubi

Nonostante tutto, nel tempo questo tessuto urbano è riuscito comunque ad essere parte del quartiere. C’è riuscito, in particolare, sui bordi. Quello lungo il carcere di Poggioreale, ad esempio, si caratterizza per una connessione diretta e a livello con la via Otranto del quartiere Vasto, costeggia l’edificio più basso e a scala urbana (ex Olivetti) realizzato da Renzo Piano, sino all’istituto comprensivo “Gennaro Capuozzo”, una delle poche attrezzature pubbliche che il bulimico piano del Centro Direzionale è riuscito a produrre e sottrarre all’ingordigia dei privati che hanno gestito la realizzazione. A seguire, passando per il curioso Complesso Esedra, il percorso conduce alla nuova copertura lignea tutta a onde della stazione della linea 1 della metropolitana progettata dall’architetto italo-spagnola Benedetta Tagliabue.

Anche le torri residenziali, sul bordo opposto, restano alla fine una delle parti migliori, sicuramente più vitali di questo luogo. Certo i residenti hanno dovuto asserragliarsi dietro cancellate robuste, ma all’interno del recinto percepisci una cura, gli ingressi, le facciate, i balconi, e chiudi un occhio pure sulle verande che in molti hanno realizzato, in questo mare di spaesamento sono un segno di radicamento, finalmente, ai luoghi.

«Le città contemporanee dei servizi di Kenzo Tange» ci dice Francesca Castanò, professore di Storia dell’Architettura all’Università della Campania Vanvitelli «in Italia stanno andando incontro a destini diversi. Se a Bologna il Fiera District pare votato alla completa rivitalizzazione attraverso interventi che portano nuovi abitanti e nuove attività, qui a Napoli il Centro Direzionale, un autentico palinsesto architettonico con qualità assenti in analoghi progetti, lentamente muore, nel generale svuotamento di funzioni e di senso. Come pure la città satellite del Librino di Catania dove l’utopia di Tange è del tutto svanita»..

Ma la maggiore sofferenza di questo brano urbano è l’apparente assenza di prospettive, l’essere stato dimenticato dalla pianificazione urbanistica e da buona parte del discorso pubblico sulla città. In una logica rigenerativa, l’intervento non può prescindere dal fatto che le condizioni attorno alle quali è stato pensato non ci sono più, a maggior ragione alla luce della tragedia epocale che stiamo vivendo. Sarà necessario ristrutturare, smontare, integrare, reinventando la pelle e il contenuto degli edifici. Ma forse sarà necessario anche demolire e ricostruire (e forse nemmeno, in qualche caso) secondo modelli contemporanei di intervento e tecnologie adeguate.

Quello che è certo è che bisogna soprattutto restituire questo pezzo di città alla città, allontanando parte del terziario e mettendoci abitanti, migliaia di abitanti. E servizi, attrezzature pubbliche, per l’istruzione, la cultura, lo sport, le cose che servono alle persone per vivere. Una grande azione pubblico/privata, che conservi la traccia di questo luogo oramai stratificatosi nella città, mutandone però l’identità e l’abitabilità. Integrandolo finalmente con quello che c’è intorno, i quartieri vecchi del Vasto, di Poggioreale, con la vita certo piena di problemi e contraddizioni, i pensieri e i drammi indistruttibili di una città vera.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 23 dicembre 2020

I numeri più cattivi sono quelli dentro il rapporto Svimez 2020, ripresi nel documento “Check-up Mezzogiorno” che Confindustria ha presentato nei giorni scorsi: la mazzata del Covid sulle economie del Nord e del Mezzogiorno è percentualmente simile, un po’ peggio al Nord, dove il Pil perde il 9,8%, contro il 9% del Sud. A fare la differenza è la capacità di ripresa, con il tasso di crescita nel prossimo biennio che sarà quattro volte maggiore al Nord rispetto al Mezzogiorno. Un pezzo d’Italia ripartirà, un altro resterà al palo e così, per usare le parole Svimez, la ripresa sarà segnata “dal riaprirsi di un forte differenziale tra le due macro aree”.

E’ evidente che il Recovery Plan, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, dovrebbe servire a questo, a mitigare il più possibile questo disastro annunciato, ma le anticipazioni che trapelano non sono rassicuranti, mentre il senso di spaesamento aumenta.

«Nel Recovery c’è a disposizione molto cemento per le costruzioni e le pale eoliche, meno per quello che può evitare la disgregazione sociale. Piuttosto che concentrarsi sulla ripresa, quei fondi dovrebbero essere utilizzati per tenere insieme la società». Sono le parole dell’economista Tito Boeri nell’intervista a La Stampa dello scorso 21 dicembre. Secondo Boeri “La priorità sono i concorsi scolastici, l’assistenza medica sul territorio, i ristori per i commercianti. Se lo Stato si mostrasse capace di spendere bene quei soldi sì, sarebbe una buona spesa».

Le conclusioni cui giunge l’ex presidente dell’INPS sono in linea con quelle finali del Rapporto Svimez, con la priorità innanzitutto di riavviare “un percorso sostenibile di riequilibrio nell’accesso ai diritti di cittadinanza su tutto il territorio nazionale: salute, istruzione, mobilità”, seguita dalla definizione di un disegno unitario di politica industriale nel quale il Sud giochi il suo ruolo.

In tutto questo discorso, quello che la pandemia ci ha insegnato è che non è più possibile contrapporre, sulla base di una ideologia assai rozza, le spese per i servizi essenziali agli investimenti, con i primi a fare da zavorra e i secondi da volano, perché è vero il contrario, e i cittadini europei lo hanno sperimentato in questi mesi: cose come la scuola e la sanità sono al centro dell’economia degli stati e delle famiglie, quando vanno in crisi cade giù tutto, e i sistemi più resilienti sono quelli dove l’offerta di questi servizi è più alta e qualificata.

E’ per questo che non riusciamo a sentirci del tutto rassicurati dalle parole del presidente Conte ai due recenti convegni dedicati al settantennale della Cassa per il Mezzogiorno e alla presentazione del Rapporto Svimez 2020 citato in precedenza dove, come un coniglio dal cilindro, ha tirato fuori un progetto Agritech per Napoli e l’Alta velocità fino a Bari e Reggio Calabria, cose utili a titolare articoli di stampa, assai meno a colmare le differenze economiche e sociali tra i territori e tra le persone, che il Covid ha ulteriormente divaricato.

Tanto più se questa logica da “grandi progetti” è affidata a super-poteri manageriali, unità di missione e altre cose di questo genere, che Napoli ha già sperimentato in questi ultimi cinque anni con il recupero di Bagnoli, dove un commissario c’è già, e pure un soggetto attuatore (Domenico Arcuri con la sua Invitalia), ma tutto resta in altissimo mare, come la relazione della Corte dei Conti di inizio dicembre ha impietosamente certificato, fotografando le criticità, i ritardi, l’assenza ancora di un percorso attuativo e finanziario credibile.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 16 novembre 2020

Il Covid non vuole smetterla di scombinare le nostre vite, relazioni, economie, ma il grande vigneto ai piedi del Taburno stamattina sembra proprio non accorgersene, continua a coprire come un mare le colline fino all’orizzonte, in questa estate di San Martino radiosa, che sembra non finire mai. Il foliage – lo spettacolo delle colorazioni autunnali – è emozionante contro l’azzurro, ogni vitigno è un colore diverso della tavolozza, le pennellate gialle sono della falanghina, quelle rosso cinabro i pampini di aglianico, su uno sfondo verde cupo che prova ostinatamente a resistere.

Si conclude oggi nel Sannio, terra di storie lontane e gloriose, dove si concentra quasi metà del patrimonio viticolo della Campania, il viaggio nelle campagne travolte dalla pandemia. Frattanto s’è alzato un vento leggero, nel silenzio le foglie cadono una per volta, con un crepitio secco, come fossero di cristallo. La vendemmia 2020 s’è chiusa, ma il lavoro non è finito per Ildo Romano, uno dei mille viticoltori della Guardiense, stamattina sta dando il concime organico al vigneto, appena quanto basta, così che alla ripresa di inizio primavera la pianta trovi nel suolo scuro l’azoto che le serve. “Con la concimazione ci andiamo piano” mi spiega Ildo “il nostro obiettivo non è la quantità, ma la produzione giusta per fare un grande vino”.

Da tremila anni in queste terre l’agricoltura continua a essere cura della vita, il ripetersi di gesti misurati e precisi, per rinnovare annata dopo annata i cicli biologici che danno nutrimento agli uomini, un lavoro che non può essere fermato, neanche il virus c’è riuscito, anche se i pensieri non mancano, siamo di nuovo alle prese con provvedimenti difficili per contenere il contagio, mai come quest’anno aprile sembra maledettamente lontano.

Qual è il sentimento del popolo del vino in questo momento complicato lo chiedo al presidente di Assoenologi Riccardo Cotarella, uno dei più prestigiosi enologi nel panorama italiano e internazionale, nel 2019 l’Università del Sannio gli ha conferito la laurea honoris causa in Economia e Management per il suo contributo allo sviluppo della viti-vinicoltura e del territorio sannita.  “E’ innegabile che il nuovo aggravamento della situazione ci preoccupa. Nei mesi del primo lockdown abbiamo visto il vino soffrire. Il vino ha un legame fortissimo col genere umano e con le terre che abitiamo, ci accompagna nei nostri momenti di meditazione, svago, convivialità. La grande crisi della ristorazione ci ha colpiti duramente: il ristorante rimane il miglior palcoscenico dei nostri vini, un ruolo che non può essere sostituito dalla grande distribuzione organizzata, o dalle vendite on line, due canali complementari, che pure ci hanno aiutato a contenere il calo di vendite. Eppure” prosegue Coterella “nonostante queste difficoltà, a nome degli enologi italiani devo dire che non abbiamo tutto il diritto di lamentarci. Altri settori dell’economia nazionale hanno sofferto la crisi più di noi. Mentre il vino ha mostrato nonostante tutto una capacità di recupero: nei mesi di giugno luglio e agosto, con la riapertura, abbiamo in parte colmato la perdita causata dal lockdown, con vendite superiori, a parità di periodo, a quelle dei tre anni precedenti.”       

Nel racconto di Riccardo Cotarella c’è preoccupazione, ma anche la volontà di guardare avanti: “Anche se ora sappiamo di dover affrontare nuove difficoltà, dobbiamo farci trovare pronti quando questa tragedia finirà. La pandemia ci ha costretti a tornare coi piedi per terra, a pensare nuovi prodotti all’insegna dell’essenzialità. Non potremo più permetterci confezioni costose, bottiglie troppo pesanti, tappi troppo lunghi, etichette disegnate da grandi artisti e cantine progettate da archistar. Il Covid ci ha imposto una profonda riflessione etico-comportamentale, il ritorno a un sistema di vita più sobrio, razionale.”

Nel frattempo Ildo ha terminato per oggi di concimare, gli chiedo quando il calendario dei lavori gli concederà finalmente una pausa, lui gira intorno lo sguardo sull’orizzonte di vigneti, scuote sorridendo la testa, mi dice che ancora pochi giorni, il tempo che le viti si spoglino e vadano in riposo, poi inizia la stagione delle potature, che lo impegnerà per i prossimi tre mesi.

Perché il vigneto che ci circonda, benché appaia quasi come un’unica distesa di 11.000 ettari, è in realtà un mosaico di piccole e piccolissime aziende e proprietà, e in questo sta la particolarità del Sannio rispetto ad altre zone di produzione, la diffusione del modello cooperativo, che è poi un’eccezione, in una terra di individualismo come la Campania. In questo vigneto collettivo l’opera di vignaioli professionisti come Ildo è vitale, perché consente la cura e la coltivazione anche di vigneti ormai privi di un conduttore vero e proprio, proprietà di borghesi, di emigrati, o di agricoltori ormai troppo anziani, strappandoli così all’abbandono.

Ed è proprio questo modello di gestione ed economia capillare, dal basso, che ora il Covid può mettere in crisi, come mi spiega Domizio Pigna, presidente della Guardiense, la cooperativa con sede a Guardia Sanframondi, a sessant’anni dalla fondazione tiene insieme 1.000 soci, 1.500 ettari di vigneto, una produzione di uve di 200.000 quintali l’anno. A preoccupare è la giacenza in magazzino delle scorte di vini di qualità, invendute a causa del lockdown. Con la messa in commercio della nuova annata, il rischio è quello di un eccesso di offerta, con un crollo dei prezzi, e quindi dei redditi delle migliaia di piccoli viticoltori, vanificando il lavoro e le conquiste di anni.

Le soluzioni urgenti che il presidente propone sono due: “C’è bisogno di un provvedimento straordinario che consenta la distillazione di crisi delle giacenze di vini di qualità (DOP e IGP), sulla base di un giusto prezzo, favorendo un riequilibrio del mercato e un sostegno ai redditi delle famiglie coltivatrici, per le quali il vino rimane la principale voce d’entrata.”

L’altra misura suggerita da Domizio Pigna è di portata più ampia, e consiste in una strategia “dall’azienda alla tavola”: sostenere i ristoratori, insieme ai loro fornitori di prodotti campani di qualità: non solo i vini dunque, ma la mozzarella, l’olio, il vitellone bianco, la pasta, il pomodoro. Perché anche l’export in fondo inizia al tavolo del ristorante, è qui che il turista estero entra in contatto con i nostri prodotti. Per questo c’è bisogno di un’alleanza, un patto di aiuto reciproco, da promuovere nei diversi paesaggi della Campania, dal Sannio al Cilento, per tenere uniti i destini di agricoltura, ristorazione e turismo, creare filiere di prossimità, e provare a uscire insieme dalla crisi.

Da Guardia Sanframondi passo il fiume, mi sposto in riva sinistra del Calore, qui ai piedi del Taburno si concentrano le terre della Cantina di Solopaca, un altro pezzo di storia, anno di nascita 1966, la cooperativa associa 600 viticoltori e 1200 ettari di vigneto. Al presidente Carmine Coletta chiedo in che misura lo stare insieme aiuti ad affrontare le difficoltà: “Il fatto di essere una società cooperativa è un punto di forza, ci consente, con la ristorazione ancora ferma, di compensare in parte le perdite, grazie alla vendita del prodotto sfuso, e agli acquisti della grande distribuzione organizzata: se anche i margini di guadagno sono più stretti, è sempre un modo per alleggerire la cantina, movimentare il fatturato, creare liquidità.”

A fare i conti della crisi ci pensa Libero Rillo, presidente del Consorzio Sannio DOP, l’ente di tutela che associa 2000 produttori sanniti, cooperatori e non: dal suo osservatorio privilegiato la previsione, se la situazione di mercato non dovesse mutare, è di un calo del 30% nella vendita di prodotto, 7 milioni di bottiglie in meno rispetto alle annate precedenti, una perdita secca per la viticoltura sannita – vale a dire la principale industria diffusa di quest’area interna, il perno dell’economia locale – intorno ai 20 milioni di euro. “Ci sono diverse considerazioni da fare” mi dice Rillo “la prima è che il vino, purtroppo, non è un alimento essenziale, nei momenti difficili possiamo farne a meno. In secondo luogo, i mancati consumi a causa del lockdown restano una posta rigida nel bilancio, i bicchieri che non abbiamo bevuto non li recupereremo più. Poi c’è la situazione difficile delle piccole cantine, che lavorano soprattutto con la ristorazione, con prodotti di fascia medio-alta, quella maggiormente colpita dal calo dei consumi. Si tratta di aziende a carattere familiare che, a differenza delle grandi cooperative, hanno minori opportunità di compensare conferendo alla grande distribuzione.”

Alla fine, quello che ti colpisce in questa valle, incontrando il popolo del vino, parlando coi suoi leader, è il fatto che pure in mezzo alla bufera, nessuno di loro si è arreso. C’è una richiesta di aiuto, certo, per non vanificare mezzo secolo di investimenti e conquiste che hanno fatto crescere un intero territorio, ma anche la convinzione che bisogna continuare a darsi da fare, con le proprie forze, che non è possibile fermarsi proprio adesso.

“Nei miei giri porto sempre il Sannio come esempio” mi dice Riccardo Cotarella “nei dieci anni di lavoro qui ho scoperto una terra di viticoltori attenti, generosi, disponibili a un lavoro continuo, certosino di miglioramento del prodotto, senza paura di intraprendere nuove sperimentazioni. E’ una parte di Sud che in pochi decenni è riuscito a diventare una pietra miliare nella viticoltura italiana, ed è questo patrimonio di ricerche e conoscenze il tesoro vero dal quale  ripartire dopo la pandemia.” Il sole adesso cala dietro le colline, la valle è serena e subito rinfresca. “Che ti devo dire” conclude Ildo sorridendo dietro i baffi da moschettiere  “anche da questa disgrazia dobbiamo tirare fuori una grazia, siamo fatti così, ostinati, un po’ matti, ci nascono le idee e dobbiamo giocarle”.

Antonio di Gennaro, 31 ottobre 2020

Nei viaggi a Tokyo alcuni anni fa all’inizio non avevo capito niente, vedevo sui treni supertecnologici più di un viaggiatore con la mascherina, pensavo fosse una fissazione, un eccesso di difesa, poi m’hanno spiegato che è il contrario, era rispetto per gli altri, un modo di evitare, se devi prendere il mezzo pubblico e hai il catarro, di trasmetterlo per trascuratezza agli altri. Quel piccolo brandello di tessuto era un gesto di attenzione verso il prossimo, così è per noi ora, ed è davvero difficile credere come sia possibile stravolgerne il senso, facendolo passare per una violazione di libertà.

Alla fine la mascherina, coi suoi vantaggi e i suoi fastidi, ricorda un po’ la democrazia con tutte le sue trappole: la tentazione per il singolo di ritenere che il proprio comportamento, il proprio voto, perso nella massa dei grandi numeri alla fine sia ininfluente, senza pensare che se tutti si regolano così l’intero edificio della convivenza libera e regolata cade in pezzi. Così anche per la mascherina, puoi credere che se non la porti non cambia niente, mentre è vero il contrario, che se la indossiamo tutti il rischio diminuisce drasticamente, per te, per me, per tutti.

Ma le virtù di questo umile pezzo di stoffa non finiscono qui, perché ora i ricercatori pensano che esso non svolga solo un ruolo passivo, ma agisca addirittura nel tempo proprio come un vaccino, aiutando l’organismo a convivere e adattarsi ad una carica microbica attenuata, prevenendo in questo modo esiti più critici e nefasti.

Anche qui le analogie con altri aspetti della vita privata e pubblica non mancano, se l’attitudine del cittadino in democrazia è quella di non chiudersi, di accettare la sfida della vita, consapevole che quando esci di casa il rischio zero non esiste, senza però rinunciare a proteggersi, con una mascherina fatta di ragionevolezza, dubbio, perseveranza, tutte cose certamente deboli come un povero brandello di tessuto, ma che alla lunga pure generano effetti, migliorano socialmente la vita, quindi funzionano.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 30 ottobre 2020

Nel viaggio nelle campagne sotto la tempesta del Covid resta da capire cos’è successo al nostro ecosistema più singolare, la Penisola sorrentina-amalfitana: un ramo di Appennino che ha sbagliato strada e s’è messo di traverso in mezzo al mare: un paesaggio di boschi rocce e terrazze che è innanzitutto montagna e fatica, poi certo lì giù c’è anche il mare, a rendere tutto unico, irripetibile.

Su questi monti, per tenere al loro posto i suoli vulcanici fertilissimi, assai instabili sulla roccia calcarea, ed evitare che l’acqua li porti via, da duemila anni l’uomo costruisce terrazzi, un lavoro durissimo iniziato nell’antichità, proseguito nel Medioevo, e poi ripreso in epoca moderna, coi Gesuiti nel diciassettesimo secolo, poi con la produzione e l’esportazione degli agrumi su vasta scala, dall’800 sino ai primi decenni del secolo scorso.

Quest’agricoltura storica ha costi di produzione assai elevati, è difficile da mantenere, ma ha trovato nuovo respiro e possibilità di futuro in una parola difficile, che è “multifunzionalità”, una delle idee guida della politica agricola comunitaria, significa che il reddito dell’azienda agricola non viene più solo dalla produzione primaria, ma anche dall’ospitalità turistica, l’enogastronomia, la cultura, la cura della persona e la vita all’aria aperta, con il paesaggio che diventa il motore di tutto.

E’ un modello di agricoltura nel quale – mi dice Giorgio Lo Surdo, storico direttore di Agriturist, la prima associazione di agriturismo nata in Italia nel 1965, ora lavora all’Ufficio studi di Confagricoltura – l’Italia è leader in Europa, ma l’impatto dell’emergenza Covid è stato durissimo: il settore agrituristico, che avrebbe dovuto vivere nel 2020 l’anno del boom e della definitiva consacrazione, ha conosciuto invece con il lockdown un crollo del 71%, che significa un calo di fatturato di un miliardo e mezzo in confronto al 2019.

“Rispetto al turismo convenzionale, l’agriturismo si caratterizza per una percentuale più elevata di ospiti stranieri, che sono il 60% circa delle presenze totali. Quando l’Italia ha deciso il confinamento stava peggio degli altri. Poi, quando abbiamo riaperto, la situazione si era rovesciata, era l’Italia a essere circondata da Paesi tutti colorati in rosso. Il risultato è che la quota di stranieri si è quasi azzerata, un limitato recupero c’è stato, con un aumento delle presenze italiane del 10-15%, che non è comunque servito a evitare la caduta.”

Di tutte queste cose parlo con Vittoria Brancaccio, sotto le pagliarelle del giardino del suo agriturismo “Le Tore”, un rifugio per l’anima in mezzo agli ulivi e le colline dolci di Massa Lubrense, la luce è cambiata, le foglie dei grandi noci sugli antichi terrapieni attorno alla masseria settecentesca virano al giallo e all’arancio, e tutto è sospeso in un riverbero di foschia dorata.

Il volto di Vittoria è stanco, con la riapertura a giugno l’ospitalità è finalmente ripresa, ma i dati delle presenze confermano i numeri di Confagricoltura, sono meno di un terzo rispetto all’anno passato, e sono stati comunque mesi di lavoro assai duri. “Quando abbiamo capito che i nostri ospiti avrebbero avuto difficoltà a venire, abbiamo deciso di essere noi in qualche modo a raggiungerli”. In fretta e furia Vittoria con il suo gruppo di lavoro ha organizzato  una piccola Amazon della qualità, i barattoli preziosi con i pomodorini pelati, le confetture e i succhi di frutta, le bottiglie di extravergine profumato sono stati inscatolati e spediti in Italia e nel mondo, o caricati in auto verso Napoli, con un flusso regolare di consegne, dimostrando una volta di più che la Penisola resta pur sempre un quartiere verde della grande area metropolitana.

Ascolto il racconto di Vittoria, mentre i cubetti croccanti di frutta della macedonia sprizzano nel cervello ricordi e sensazioni lontane, il sapore dolce-acido elegante delle annurche che ho visto arrivando sulla paglia tra i filari, i chicchi di uva fragola sui tralci dietro il casale, e la polpa profumata di certi piccoli meloni giallo-verde, sfusati e grinzosi, che riposano appartati nell’orto.

Ora Vittoria mi racconta dell’iniziativa a cui tiene forse di più, la scuola di potatura dell’olivo che si è tenuta qui a “Le Tore” lo scorso settembre, un bell’esempio di multifunzionalità, perché è stato l’oliveto dell’azienda il laboratorio pratico dove uno dei massimi esperti in Italia, Giorgio Pannelli, è venuto dalle Marche per insegnare sul campo, a una sessantina di partecipanti, l’arte di modellare gli alberi affinché crescano equilibrati, facili da gestire, producendo olive di qualità. Tutto all’insegna della sicurezza, a ogni partecipante il suo olivo, con il sesto di impianto di due metri a garantire il distanziamento. 

“L’olivo” mi spiega Pannelli “è un antico compagno dell’uomo, è con lui da millenni, e ha pure lo stesso numero di cromosomi. Se ne abbiamo rispetto, se non lo stressiamo, riesce ad adattarsi a tutto, tranne che all’eccesso d’acqua. E’ un campione di resilienza, e noi possiamo aiutarlo, se riusciamo a comprendere la specificità degli ambienti in cui è chiamato a vivere – il clima, la morfologia, il suolo – lasciando perdere la smania di semplificare e intensivizzazione tutto, alla ricerca del massimo profitto.” Nelle parole di Pannelli la resilienza e l’adattamento alle condizioni reali delle nostre colline e montagne sono possibili a patto di comprendere e accettare la complessità, ed è una lezione non da poco, al di là degli ulivi.

Con la macedonia frattanto è arrivata dalle cucine anche la torta alla crema con le mele preparata da Anna, la cuoca, un’esperienza mistica, mentre il racconto in giardino prosegue, e Vittoria mi dice come, grazie a tutte queste attività, sia riuscita a garantire, anche in questa annata difficile, il lavoro a tutto il personale dell’azienda, e finalmente si rilassa un po’, e sorride.

“Una cosa che ho capito nei mesi di confinamento” continua Vittoria “è che Massa Lubrense dovrebbe essere studiata come modello di insediamento ideale per il dopo-Covid, i 12.000 abitanti vivono distanziati in una quindicina di frazioni sparse sui colli, il livello dei servizi e dei collegamenti è tutto sommato soddisfacente, un esempio è la scuola primaria rimasta aperta nella piccola frazione di Torca, non distante da dove ci troviamo, le giovani famiglie possono in qualche modo organizzare la loro vita, e la demografia è in crescita negli ultimi decenni.”

Questo modello tiene a patto che la campagna rimanga viva, che il paesaggio non si spenga, e qualche preoccupazione in realtà c’è. “In mezzo a questo sconquasso dell’economia qui in Penisola qualcosa sta succedendo” mi dice Vittoria, e il tono di voce si abbassa “grandi proprietà agricole potrebbero passare di mano, una specie di “land grabbing” invisibile. Qui a Massa è un po’ diverso, la proprietà terriera è più frammentata, è ancora in mano a famiglie che continuano, in mezzo a mille difficoltà, a curare le terrazze, gli orti e gli arboreti. Mi chiedo cosa farei se mi proponessero di vendere, ma questi sei ettari sono tutta la mia vita, è il mio lavoro, non posso farne a meno.”

Non c’è tempo per i pensieri, ci raggiungono per il pranzo altri amici, Massimo Ricciardi decano dei botanici napoletani, Vittoria s’è laureata con lui, e poi Riccardo Motti, curatore del magnifico Orto botanico di Portici, e Mauro Fermariello, dopo la laurea in agraria ha seguito la passione per la fotografia, e collabora da Milano con le riviste scientifiche e le testate di mezzo mondo. Lo chef è Raffaele Sacchi, che divide con Vittoria, oltre che la vita, l’avventura de “Le Tore”, è ordinario a Portici, un riferimento nella scienza delle produzioni alimentari, ma quello che conta oggi sono le sue candele ai pomodorini e basilico, spazzate via in un attimo.

Nel frattempo s’è fatto buio, al ritorno, passando da Sorrento, un ultimo sguardo a Piazza Tasso e Corso Italia, la cittadina va spopolandosi, non è l’autunno ma la chiusura uno dopo l’altro dei paesi europei, siamo di nuovo in emergenza, il senso di precarietà è forte, e la domanda è fino a che punto la città che attraverso, uno dei brand del turismo globale, sia consapevole dell’unità di destino coi paesaggi rurali che l’attorniano, della loro bellezza fragile, del lavoro lassù di persone come Vittoria che ogni giorno ci credono, come gli olivi resistono, e lavorano nonostante tutto per farcela.