Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 24 maggio 2020

Sylvain Bellenger è costretto a chiudere l’accesso al parco di Capodimonte a causa di attriti con i sindacati e subito arriva il rimprovero di Luigi de Magistris, che lo invita a riaprire per motivi di salute pubblica, lamentando una mancanza di coraggio che “sta corrodendo il Paese”. Si ripropone dunque con forza il problema degli spazi verdi in città, al quale “Repubblica” ha dedicato una approfondita serie di reportage, articoli, interviste. A questo punto una riflessione è necessaria, anche alla luce dell’ultima polemica tra sindaco e direttore del Parco.

Dall’inchiesta di “Repubblica” sul verde urbano a Napoli emerge un quadro di luci (poche) e ombre (troppe). Lo scenario d’insieme è quello di un patrimonio a pezzi, allo stremo. Dei parchi storici della città uno solo, proprio quello di Capodimonte, si propone come modello gestionale di riferimento, assicurando nonostante tutte le difficoltà (e l’ultimo incidente di percorso) uno standard di fruibilità da grande città europea. Per il resto, il racconto dei giornalisti di “Repubblica” è quello di un itinerario dolente attraverso luoghi di decadenza fisica e funzionale, dalla Floridiana alla Villa Comunale fino al Virgiliano, nel verde perduto di Posillipo.

La situazione è critica anche per i parchi contemporanei, quelli del Piano delle Periferie e della ricostruzione dopo il terremoto dell’80 – Troisi, Fratelli De Filippo, Scampia – giustamente presentati dalla Guida Rossa del Touring come le prime grandi attrezzature verdi realizzate in città dai tempi dei Borbone. I progetti di queste aree, è bene ricordarlo, sono a firma dei migliori nomi della progettazione dei giardini in Italia, da Ippolito Pizzetti a Vittoria Calzolari.

Esemplare il caso del Parco Fratelli De Filippo, a Ponticelli, un’area verde di dodici ettari al centro di un quartiere importante, che pure ha fame assoluta di socialità, dove la manutenzione da anni si arresta inspiegabilmente al primo ettaro, il solo fruibile, grazie anche agli stupendi orti urbani curati dalla rete di associazioni, comitati, scuole. Nei restanti undici, uno sterminato deserto urbano, con le strutture in completo disfacimento e una giungla vegetale impenetrabile, carica di illegalità e insidie.

Ma il monumento all’incuria e all’incapacità gestionale è il Parco dei Camaldoli, cento ettari di castagneto, un vero bosco in città, una risorsa incomparabile di biodiversità: un ecosistema prezioso che sarebbe il vanto di ogni comunità urbana in qualunque altro posto del mondo, chiuso ormai alla cittadinanza e abbandonato a un degrado fisico e vegetazionale che ha assunto aspetti di rischio assolutamente drammatici e inaccettabili.

La sofferenza è sistemica, riguarda purtroppo a vario grado l’insieme dei 52 parchi e giardini raffigurati nella cartografia ufficiale scaricabile dal sito del Comune di Napoli: 340 ettari in teoria disponibili per la cittadinanza, la cui reale fruibilità appare, come testimoniato dall’inchiesta di “Repubblica” problematica, frammentaria, incerta. Per non parlare del Parco metropolitano delle colline di Napoli, l’intuizione coraggiosa del piano regolatore per mettere in sicurezza buona parte delle aree agricole della città, 2.200 ettari di masserie vigneti e frutteti da rilanciare in chiave multifunzionale, in stand by da più di un decennio.

Insomma, il verde urbano a Napoli è all’attualità un bene nominale: c’è sulla carta ma non è fruibile con certezza dai cittadini per carenza cronica di governo e manutenzione. Come è nominale a questo punto – doloroso constatarlo – il rispetto degli standard urbanistici di legge, i metri quadri di verde pubblico che la Repubblica italiana deve garantire ai cittadini come parte del diritto costituzionale alla salute e alla qualità di vita, con buona pace delle narrazioni rituali sui beni comuni.

Siamo all’anno zero, e dice bene Francesco Erbani nella sua riflessione su queste pagine del 22 maggio  (“Ascoltiamo le parole di Bellenger”): la lezione di Capodimonte resta valida nonostante le difficoltà di questi ultimi giorni, e sta tutta nell’idea cocciuta del direttore francese che il Parco sia importante alla pari del Museo; nella responsabilità di curarlo, gestirlo e metterlo in gioco per offrire alla cittadinanza un servizio essenziale, elaborando una strategia di respiro europeo. Una strategia appunto, la città ha bisogno in primo luogo di questo.

Pio Russo Krauss, Associazione “Marco Mascagna”

Pio Russo Krauss è un medico, si occupa di medicina pubblica e educazione alla salute. L’intervento che segue è apparso sul notiziario dell’Associazione “Marco Mascagna”. E’ uno dei migliori interventi che mi è capitato di leggere sui giornali o in rete sul tema delicato delle regolarizzazioni in agricoltura, Come per altre cose la pandemia ci sollecita ad affrontare problemi lasciati a marcire da tempo. La regolarizzazione è evidentemente il primo passo, c’è poi da dare a chi è in regola abitazione, servizi, assistenza sanitaria, fosse solo per i mesi che trascorrono da noi, riprendere le buone cose che erano state avviate, a partire dagli SPRAR.

La campagna ha i suoi tempi a cui l’uomo deve adeguarsi. Se le ciliege sono mature sugli alberi non si può attendere nemmeno una settimana perché si rischia di trovarle tutte marce. Lo stesso vale per la potatura delle viti o la piantumazione delle piantine di pomodoro. Se si posticipa appena un poco si rischia di vanificare tutto il lavoro fatto (zappare, concimare, seminare ecc.). Ovviamente quando ciliege, fragole, albicocche sono mature c’è bisogno di mani per raccoglierle che invece non servono quando gli alberi sono nel riposo invernale; lo stesso vale per la vite che ha bisogno di molte mani durante il periodo di potatura e di vendemmia e di pochissime durante il riposo invernale. Per questo motivo in agricoltura hanno un’enorme importanza i lavoratori “temporanei”.

In Italia 220.000 aziende agricole si sono servite di lavoratori con contratti a termine e 600.000 stranieri con regolare permesso hanno lavorato con contratti a termine [1, 2]. I lavoratori rumeni, polacchi, bulgari, essendo cittadini UE, possono entrare liberamente in Italia, lavorare e poi, se vogliono, ritornare nel loro Paese. Gli extracomunitari in grandissima maggioranza sono già presenti sul nostro territorio oppure entrano con un permesso temporaneo per lavoro, finito il quale devono ritornare nel loro Paese.

Ogni anno nel periodo fine primavera-estate entrano in Italia 370.000 stranieri regolari (in maggioranza di Paesi UE) per lavorare nel settore agricolo [3].

Oltre a questi stranieri “regolari”, in Italia si stima vi siano almeno altri 200.000 stranieri senza permesso di soggiorno che lavorano in agricoltura, la stragrande maggioranza in lavori temporanei [4].

Un lavoratore temporaneo non significa che lavora un mese e altri 11 mesi non fa niente, ma che un mese lavora a raccogliere pesche, il mese dopo pomodori, il successivo uva, poi noci e dopo ancora mele. Per fare questo si sposta da una regione a un’altra (mele in Trentino, pomodori in Campania, pesche in Emilia).

Con l’epidemia di covid è stato bloccato l’ingresso degli stranieri e, quindi, c’è una gravissima carenza di lavoratori stagionali. Inoltre le misure anti epidemia non permettono i trasferimenti da una regione a un’altra, l’ammassare i braccianti su un pulmann, l’alloggiarli stipati in uno stanzone ecc. Quindi anche una parte delle aziende che utilizzavano a nero stranieri senza permesso di soggiorno ora sono restie a farlo perché temono maggiori controlli e d’incorrere in ulteriori reati.

Una parte delle aziende agricole, per potere avere la manodopera indispensabile per raccogliere, potare, piantumare, sarchiare, chiede quindi che sia dato un regolare permesso di soggiorno a chi già è sul suolo italiano e ha lavorato nei campi e ha le competenze e le condizioni fisiche per farlo. Senza lavoratori stagionali decine di migliaia di aziende agricole fallirebbero e ci troveremmo con una grave carenza di frutta, verdura, legumi, olio, vino, con un danno economico ingente per la nostra economia. Inoltre la carenza di prodotti porterebbe a un forte aumento dei prezzi mettendo in difficoltà poveri, meno abbienti e ceto medio.

Alcuni dicono “Perché prendere gli stranieri? Facciamo lavorare gli italiani che hanno il reddito di cittadinanza o il personale del settore turistico (ristoranti, cinema, hotel ecc.) in cassa integrazione.” Questa è la classica uscita di chi non conosce la realtà e lancia proposte che sembrano intelligenti ma che sono inattuabili e demagogiche.

Le aziende agricole vogliono lavoratori con competenza nel campo, esperienza e una prestanza fisica adeguata a svolgere compiti faticosi. Se si leggono gli annunci presenti sulle piattaforme per incrociare offerta e domanda di lavoro si trovano richieste quali: cercasi potatori vigne con esperienza certificata, cercasi sarchiatori specializzati in barbabietola da zucchero, trattorista, addetto al diserbo barbabietole ecc [5]. Le aziende agricole non sono disposte ad assumere camerieri, cuochi, impiegati, commercianti, bigliettai, o persone disabili, con problemi psicologici, tossicodipendenti, sociopatici ecc. Vogliono persone che sanno quello che devono fare e lo facciano bene, velocemente e per 8 ore al giorno e per tutti i giorni necessari.

Certo anche tra i poveri che percepiscono il reddito di cittadinanza o tra chi è in cassa integrazione possono esserci persone adatte ai lavori agricoli richiesti, ma pensare di trovarne 370.000 è da idioti o da demagoghi.

Per trovare la manodopera disponibile e sottrarla all’ignobile pratica del caporalato la Coldiretti a livello nazionale e varie Regioni a livello locale hanno attivato piattaforme online nelle quali le aziende possono iscriversi e indicare quanti lavoratori cercano e per quali mansioni. Il Lazio, per esempio, ha organizzato una tale piattaforma per la provincia di Latina, inoltre dà anche un bonus alle aziende che si iscrivono e paga le spese del trasporto dei lavoratori nei campi [6]. Purtroppo molte aziende non si iscrivono perché, malgrado tutto, preferiscono avere stranieri irregolari che pagano meno della metà della paga prevista dai contratti nazionali, facendoli lavorare anche 12 ore al giorno. Questi imprenditori non solo sfruttano in maniera ignobile i lavoratori, ma fanno anche concorrenza sleale alle aziende rispettose della legge, evadono tasse e contributi (si stima che tale evasione ammonti tra 1,2-1,8 miliardi l’anno) e mettono a rischio la salute di tutti noi non rispettando le norme anti contagio.

Gli stranieri “irregolari” nella stragrande maggioranza dei casi sono entrati in Italia in maniera del tutto legale e sono diventati “irregolari” per via di leggi assurde e demagogiche (i soli decreti sicurezza di Salvini hanno creato 70.000 irregolari in più e si stima che ne determineranno altri 70.000 nel corso del 2020 [8]).

Dire no alla loro regolarizzazione significa non solo non avere nessun rispetto per i diritti umani di queste persone, perché chi è irregolare non ha diritto a un tetto (è vietato affittare agli irregolari), a un lavoro (è proibito assumere irregolari), a circolare liberamente, ecc., ma significa anche essere disposti a far fallire decine di migliaia di aziende agricole rispettose della legge per favorire altre che operano nell’illegalità, a danneggiare l’economia italiana, a favorire l’evasione fiscale, il caporalato e la criminalità organizzata e, ora, anche a far rinfocolare e diffondere l’epidemia di covid.

Significa anche danneggiare i lavoratori italiani perché i datori di lavoro, tra un italiano e uno straniero irregolare, spesso preferiscono il secondo perché, non avendo diritti, possono non far risultare che lavora alle proprie dipendenze, pagarlo meno, farlo lavorare di più e non pagare tasse e contributi.

Come per l’agricoltura discorsi abbastanza simili possono essere fatti per l’edilizia, il terziario e l’assistenza a persone anziane o invalide. Anche in questi settori la mancata regolarizzazione degli stranieri determina evasione fiscale, lavoro nero, interessi della malavita e, ora, anche il rischio di favorire l’epidemia,

Insomma, regolarizzare gli stranieri avvantaggia tutti tranne chi ci specula.

 

Note: 1) Fonte Coldiretti si veda www.ilpost.it/2020/04/21/agricoltura-braccianti-coronavirus; 2) fonte Ministero del Lavoro si veda https://agronotizie.imagelinenetwork.com/agricoltura-economia-politica/2020/04/14/manodopera-straniera-diamo-i-numeri/66515; 3) fonte Coldiretti si veda https://www.agrifoodtoday.it/attualita/braccianti-stranieri-lega-salvini.html; 4)  ISTAT 2019; 5) si veda per esempio la piattaforma della Coldiretti Job in country https://lavoro.coldiretti.it/Pagine/cerco-lavoro.aspx; 6) Fair labor www.regione.lazio.it/rl/stopalcaporalato; 7) la Cia-Agricoltori Italiani stima 1,2 miliardi, l’Osservatorio Placido Rizzotto 1,8 miliardi si vedano https://www.ilsole24ore.com/art/regolarizzazione-braccianti-e-colf-governo-lavoro-sindacati-associazioni-proposte-campo-ADRD0NO e Quarto rapporto agromafie e caporalato, Osservatorio Placido Rizzotto, luglio 2018; 8) www.ispionline.it/it/pubblicazione/i-nuovi-irregolari-italia-21812.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 4 maggio 2020

In molti nel mondo si interrogano ora se tra le grandi vittime del virus non ci sia proprio la città, l’idea che sia meglio vivere densi, in quel concentrato di esperienze, stimoli, connessioni, condivisioni che solo l’habitat urbano è in grado di offrire. Di queste cose parla il reportage di Anais Ginori e Federico Rampini su “Repubblica” del 30 aprile scorso (“Da New York a Parigi, così la distanza sociale ridisegna le città”), e quello di Sabrina Tavernise e Sarah Mervosh, apparso pochi giorni prima sul New York Times (“Le più grandi città americane stavano già perdendo il loro fascino”).

La domanda è fino a che punto il distanziamento porti anche con sé una rivincita del sobborgo, la periferia dispersa, il piccolo centro: la possibilità di godere di spazi di vita ampi e riservati che la grande città non è strutturalmente in grado di offrire; assieme all’attitudine a spostarsi individualmente, col mezzo privato – auto motorino bici e monopattino che sia – oggi più sicuro rispetto all’affollamento carico di insidie del trasporto pubblico.

L’architetto Stefano Boeri l’ha detto chiaramente, per lui il tempo della grande città è finito, tra le conseguenze buone della pandemia potrebbe esserci un ritorno ai piccoli centri, a una dimensione di maggiore sostenibilità e armonia con la natura e i paesaggi. Della stessa idea lo scrittore Franco Arminio, secondo il quale è questo il momento di varare politiche serie di ripopolamento delle aree interne, dotando di mezzi e finanziamenti adeguati la strategia pensata da Fabrizio Barca alcuni anni fa.

In attesa che questi scenari epocali si chiariscano, resta a noi cittadini il compito di riorganizzare al meglio la nostra quotidianità in una città come Napoli, scoprendone magari aspetti e risorse insospettate. Perché il capoluogo è meno denso di quel che appare, ha al suo interno i suoi boschi e le sue campagne, tremila ettari di verde (un quarto del territorio cittadino) che saggiamente il piano regolatore ha tutelato, con le cinquecento aziende agricole che esso contiene.

Le campagne urbane formano una cintura verde, se stiamo attenti possiamo ripercorrerla dagli orti di Ponticelli ai frutteti di Pianura, passando per le masserie di Posillipo e le selve di castagno dei Camaldoli. Gran parte di queste aree verdi sono dentro il Parco Metropolitano delle Colline di Napoli, una creatura in sonno che sarebbe il caso di risvegliare.

Stiamo parlando di un patrimonio di aree agricole e forestali in città che vanno ora ripensate come spazi sociali, per i nostri piccoli, i ragazzi e i nonni, luoghi più salubri e sicuri per l’educazione e la vita all’aria aperta, da utilizzare come è ovvio con tutte le precauzioni e l’autodisciplina che il momento di transizione richiede.

Un esempio clamoroso sono i cento ettari di castagneto pubblico del bosco dei Camaldoli, del quale questo giornale si è più volte interessato, inspiegabilmente chiuso alla cittadinanza da anni. E’ un perfetto bosco appenninico in città, con tutto il profumo le macchie di luce i fruscii e la biodiversità. Sarebbe bello poterlo percorrere quest’estate, certo con cautela, in attesa di tornare, speriamo presto, sui sentieri d’Appennino.

Antonio di Gennaro, 18 aprile 2020

E’ il mio contributo al libro sui trent’anni di Repubblica a Napoli. La pubblicazione è andata a ruba. Chi è rimasto senza può leggerlo ora su horatiopost.

E’ vero, l’agricoltura, o meglio le agricolture sono un pezzo importante del futuro della Campania, ma diffidate di chi dice che è il solo destino che c’è rimasto, che l’economia regionale debba puntare tutto su agricoltura e turismo. Sono sciocchezze, se va bene queste due voci, con i loro indotti, fanno un terzo del prodotto interno lordo, il resto sono manifattura, industria, servizi: è lì che si produce il lavoro e il reddito per buona parte della popolazione attiva. Pure, una regione europea moderna ha un disperato bisogno di buona agricoltura, per tanti motivi.

Uno di questi è la sicurezza. L’ottantacinque per cento del territorio della Campania non è fatto di città ma di campagna: campi coltivati, pascoli, boschi, aree naturali. E’ la straordinaria matrice rurale che tiene insieme i grandi paesaggi regionali, dal Matese al Cilento, lungo tutta la green belt d’Appennino, passando per le pianure, i vulcani, le isole. Dietro questo mosaico di agricolture, con tremila anni di storia, c’è una comunità reticolare di agricoltori che lavora ogni giorno per tenere in ordine i suoli,  le acque, la sintassi unica dei paesaggi.

Di tutta questa macchina ecologica l’area metropolitana regionale – la caotica città continua da Capua a Battipaglia, che vale il quindici per cento del territorio, ma ospita il settantacinque per cento della popolazione – è debitrice netta. E’ il territorio rurale con i suoi fantastici suoli che produce l’acqua da bere, pulisce l’aria, condiziona il clima, assorbe la CO2, mantiene la biodiversità e la sicurezza idrogeologica. Ora li chiamano “servizi ecosistemici”, sono quei processi invisibili che rendono possibile la nostra vita quotidiana, tutta roba che si fabbrica in campagna, e la parola chiave in questo caso è “multifunzionalità”: la capacità dello spazio rurale di produrre simultaneamente cibo e servizi ecosistemici, a vantaggio dell’intera società.

Il problema è che mentre il cibo si vende e si compra al mercato, un mercato per i servizi ecosistemici non c’è, o almeno non c’è ancora. Uno degli obiettivi della politica agricola comunitaria è proprio questo: ricompensare gli agricoltori di almeno una parte dell’opera ambientale che svolgono, altro che assistenzialismo.

In più, l’agricoltura, e quella campana in particolar modo, per motivi che vedremo, è stretta nella morsa ferrea di costi di produzione crescenti e prezzi bassi dei prodotti, che il mercato globale mantiene al di sotto di una soglia decente di remuneratività. Un’umiliazione insostenibile, ed allora chiudono le stalle in Appennino, è una frana economica, demografica e sociale. Le montagne della Campania hanno avuto la loro popolazione dimezzata nell’arco di un cinquantennio, i giovani vanno via, la rete dei trecento piccoli comuni di presidio si spegne.

Una delle conseguenze, in questi tempi difficili di cambiamento climatico, è che senza più gli agricoltori a curare il pascolo e l’animale, senza manutenzione, l’Appennino diventa una macchina pericolosa: la boscaglia si riprende il paesaggio, il suolo frana e l’acqua inonda il fondovalle assieme alle città, le infrastrutture, le fabbriche. La catena del rischio in questo modo si chiude, e il costo per l’intera collettività è drammatico.

In pianura i problemi sono diversi, anche se è qui che ci sono i suoli più fertili dell’universo conosciuto. E’ il motore vulcanico di Campania felix, una produttività che è il quadruplo della media nazionale: è grazie a questo capitale prodigioso di fertilità che la Campania, con metà della superficie agricola, si colloca nel gruppo di testa delle regioni agricole italiane.

Se in Appennino è il bosco che avanza a spese dei coltivi, in un desolato paesaggio medioevale di ritorno, in pianura è la città a mangiare i suoli e cancellare aree agricole. Nel 1960 c’erano ventimila ettari di città, ora sono centoquattordicimila, la città si è moltiplicata per sei, anche se la popolazione è aumentata solo del venti per cento. Ora Campania felix è fatta di pezzi di campagna inframmezzati alla città, in un mosaico rur-urbano disordinato, privo di coordinate.

Eppure, questa agricoltura metropolitana, fatta di trentamila aziende, è in grado ancora di produrre, sul dieci per cento circa della superficie agricola regionale, quasi un terzo del valore della produzione agricola della Campania. Si tratta di ortaggi, fragole e mozzarelle di qualità assoluta, che le filiere lunghe della grande distribuzione organizzata portano sulle mense di mezza Europa. Molteplici livelli di controlli hanno confermato come questi cibi, diversamente dalle grida manzoniane di pochi sconsiderati, siano assolutamente sani, più sicuri addirittura delle produzioni provenienti da altri territori italiani.

Una sola regione per tanti territori e tante agricolture diverse, anche se per progettare il futuro il problema alla fine è sempre lo stesso, la gracilità del tessuto aziendale, la dimensione media delle unità produttive, intorno ai quattro ettari, la metà della media nazionale (per inciso, in Francia l’azienda media è di cinquanta ettari). Un fenomeno che giunge proprio nei paesaggi rurali più fertili  – la piana flegrea, il Vesuvio, la Penisola sorrentina-amalfitana, l’Agro nocerino-sarnese – alla polverizzazione estrema, con dimensioni aziendali medie di uno-due ettari.

Lasciando decisamente da parte le cose che non sappiamo fare, come la ricomposizione fondiaria, la soluzione praticabile è antica e nuova insieme, ed è quella della cooperazione: mettere insieme le forze, ricucire in progetti solidali, finalmente competitivi, le persone, le produzioni, le terre. I buoni esempi non mancano, anche in Campania: i produttori di fragole di Parete, i viticoltori del Sannio, gli allevatori di marchigiana del Fortore, gli olivicoltori del Cilento hanno saputo costruire negli anni organizzazioni cooperative in grado di stare credibilmente sui mercati globali, pur conservando una maglia produttiva fatta di piccoli produttori.

E’ questa l’unica chance per la Campania, quella della costruzione di paesaggi cooperativi, pensati e gestiti come un’unica azienda. Tornando a considerare l’economia regionale nel suo insieme, questi paesaggi rurali di qualità, adeguatamente connessi e infrastrutturati, possono diventare il brand distintivo, il vantaggio competitivo non riproducibile altrove, del quale finiscono per tener conto anche le attività extragricole nelle loro scelte localizzative. In conclusione, la strada è una sola: mettere insieme progetti e destini, pensando di vivere questa terra come fossimo foresta, piuttosto che alberi isolati.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 17 aprile 2020

Il bollettino delle 18 della Protezione civile è una specie di rito quotidiano, ci aggrappiamo ai quei numeri cercando una tendenza, una direzione d’uscita, anche se gli esperti dicono che i dati sui contagi, decessi e mortalità vanno presi con cautela, la reale diffusione del virus ci sfugge ancora, ci vuole tempo per un effettivo tracciamento, i conti potremo farli alla fine. Stando agli esperti, tra tutti i numeri ce n’è uno davvero importante, ed è il grado di occupazione dei letti in terapia intensiva, che misura la nostra capacità di prestare le cure decisive, il margine di sicurezza sanitaria e sociale.

Nel frattempo è un bisogno umano quello di farcene una ragione, trovare una spiegazione, social e media rimandano le notizie più diverse: misteriose tracce di voli aerei sulla pianura padana (scie chimiche?), campi elettromagnetici del G5, studi sull’inquinamento dell’aria, aerosol zootecnici e pesticidi, clima, e la tendenza è sempre quella di scovare “la causa”, il fenomeno che da solo dia ragione di tutto. Sullo sfondo, il racconto di un Nord Italia che pagherebbe le colpe del suo maggior sviluppo e benessere (ma è un discorso che riguarda anche Napoli, con l’incidenza più alta della malattia nei quartieri borghesi).

Quello che invece stiamo imparando è la complessità di funzionamento degli ecosistemi umani, il peso che in questi fenomeni ha una sterminata rete di fattori: la geometria minuta dei contatti sociali, le relazioni e gli scambi con altri territori, quelli prossimi come quelli dall’altra parte del mondo; la risposta dei servizi sanitari e dei poteri pubblici, il fattore sorpresa, i comportamenti più o meno adeguati dei singoli, la diversa virulenza dei ceppi e poi, comunque, la sorte.

Insomma, i fattori fisici, clima e inquinamento contano di certo, ma non spiegano tutto. La diversa capacità nel fronteggiare il virus di due ecosistemi umani confinanti – Lombardia e Veneto –  è già un caso studio al quale lavorano gruppi di ricerca sparsi nel mondo, con virologi medici e biologi ma anche geografi e scienziati sociali.

Lungo questa strada capiremo anche le ragioni del muro che, grazie di Dio, l’espansione del virus sembra aver incontrato a sud di Firenze, con le regioni meridionali che appaiono al momento meno toccate dall’epidemia.

Il bisogno di comprendere riguarda in primis le istituzioni, con il ricorso sacrosanto ai saperi esperti, e la creazione di organi speciali, ultimo in ordine di tempo l’equipe coordinata dal manager Vittorio Colao che dovrà architettare la cosiddetta “fase 2”, la riapertura graduale del sistema produttivo del Paese.

Questo sistema emergenziale comprende nel suo insieme centinaia di specialisti, e rende bene l’eccezionalità del momento storico che stiamo vivendo. Certi del fatto che ognuno lavorerà al meglio per il bene comune, qualche domanda pratica pure si pone. La più scontata riguarda il soggetto che alla fine farà sintesi di tutte queste cose, dando loro la veste di decisioni cogenti.  E ancora, in che modo sarà assicurata l’interazione tra i diversi organi e gruppi di lavoro, per mettere insieme i pezzi della soluzione, quel trade-off difficile tra salute, sicurezza pubblica, economia indispensabile per ripartire.

Perché una sintesi è necessaria, la pandemia è un’occasione formidabile per pensare una strategia per l’Italia tutta intera. Secondo l’ultimo rapporto SVIMEZ dedicato alla pandemia le imprese del Mezzogiorno hanno una probabilità di morire a causa della crisi che è quattro volte più alta rispetto al resto del Paese. Se il Nord sta vivendo le ore più drammatiche, è al Sud che si addensano le nubi più nere per il dopo. Di un pensiero nuovo, all’incrocio tra discipline e territori, abbiamo disperatamente bisogno.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 10 aprile 2020

Nell’inedita routine d’isolamento che stiamo vivendo è aumentata l’attenzione per il cibo, il tempo giornaliero e i pensieri dedicati agli approvvigionamenti, la preparazione e il consumo delle pietanze. Riaffiora la nostra natura terrestre: nel silenzio delle altre attività riscopriamo l’importanza del settore primario, l’agricoltura, l’arte e la fatica quotidiana di trarre dalla terra gli alimenti, la base necessaria, quotidiana della vita biologica. Pure in mezzo al ciclone della pandemia l’agricoltura d’Italia e della Campania non si è fermata, gli agricoltori hanno garantito quel servizio essenziale che è la sicurezza alimentare. Hanno continuato a rifornire gli scaffali dei supermercati, come i negozi di vicinato, un’altra preziosa riscoperta di questi giorni diversi.

Capita che proprio in tempo di distanziamento si finisca per riscoprire l’importanza delle relazioni, delle dipendenze e connessioni, di quel qualcuno che produce il cibo anche per noi. L’Italia ha voltato in fretta le spalle al suo passato. Ancora alla metà del ‘900 nel nostro Paese più di metà degli occupati lavorava in agricoltura: ora basta meno di un milione di agricoltori per produrre cibo per i restanti cinquantanove. Una comunità minoritaria, nemmeno più tanto influente sulla politica e l’opinione pubblica, anzi. Nella crisi della terra dei fuochi (sembra un secolo fa) l’abbiamo screditata e coperta di fango, salvo scoprire che non era vero niente, i prodotti agricoli della Campania continuano a essere assolutamente sani e sicuri.

Dovremmo cogliere questo momento per riscoprire il valore e le difficoltà del servizio che gli agricoltori stanno rendendo al Paese. Se il lavoro è tanto, i redditi sono esigui, e incerti. Come tremila anni fa, l’agricoltura resta sempre quell’attività umana che basta mezz’ora di grandine o una gelata a vanificare la fatica di un’intera annata. La nostra poi è tremendamente spezzettata. L’azienda agricola media in Francia è grande cinquanta ettari, in Campania quattro, ma nella piana campana siamo sotto i due ettari. In queste condizioni è difficile per l’agricoltore farsi valere all’interno della filiera distributiva e di trasformazione, il valore aggiunto se lo prendono gli altri.

Se l’approvvigionamento delle famiglie è stato garantito, le criticità non mancano. Sono di fatto azzerati gli ordinativi – ed è una fetta rilevante del fatturato alimentare – di alberghi ristoranti bar e caffè, il cosiddetto settore HORECA, che è completamente fermo. Per il latte bovino e bufalino, e anche per la mozzarella il momento è drammatico, come per il florovivaismo, la pesca, l’agriturismo, mentre è crollato, in questa Pasqua segregata, anche il consumo di agnello, per i pastori d’Appennino rischia di andar perso il lavoro di un anno. Nei tini delle aziende vitivinicole rimane buona parte dell’aglianico e falanghina della vendemmia precedente, manca così la capienza per la prossima. Inspiegabilmente il decreto governativo ha fermato anche la gestione dei boschi, cosa non buona per gli incendi e le frane, oltre che per l’economia delle aree montane, già fragile di suo.

Sull’intero settore agricolo poi, incombe l’indisponibilità di manodopera, la raccolta di frutta e ortaggi primaverili-estivi è seriamente a rischio. Con le norme d’emergenza è di fatto venuto meno l’apporto dei lavoratori immigrati dall’Europa dell’Est e dall’Africa, il ministro Bellanova ha lanciato nei giorni scorsi un appello, è indispensabile regolarizzare quanti già sono da noi: lasciando da parte le ipocrisie inutili, di quel lavoro l’agricoltura italiana ha assolutamente bisogno, certo in condizioni di legalità, sicurezza, capacità vera di integrazione, rispetto delle regole.

Ci aspetta un periodo difficile, ci voleva la pandemia per riscoprire l’importanza del settore primario, degli uomini e delle donne che lo fanno vivere, che coltivano col loro lavoro i paesaggi d’Italia, pianure colline e montagne. La società riordina le sue priorità, l’agricoltura è una di queste.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 1 aprile 2020

Ci sono un paio di frasi che in questo momento m’impensieriscono: il tormentone del “niente sarà più come prima”, e poi l’altra, bella e nobile di Mazzini, “L’Italia sarà quello che il Mezzogiorno sarà”. Per i cittadini del sud l’aria si è fatta pesante, è come se la Storia avesse fatto irruzione, sbattendo sul tavolo, tutti insieme, i conti aperti del passato. Difronte alla tempesta siamo quelli messi peggio. L’economia del nord è una macchina quasi ferma, un po’ ammaccata, che però sta lì, la manutenzione necessaria e in qualche modo ripartirà. Quaggiù è diverso, passata la bufera non sappiamo cosa resterà, se ci sarà una macchina con la quale riprendere il viaggio.

Se ogni pensiero sul futuro in questo momento risulta difficile, è perché la sopravvivenza del Sud (non in senso metaforico, parliamo proprio della vita delle persone), dipende dalla concatenazione di due problemi irrisolti: il posto che il Sud occupa in Italia, il posto che l’Italia occupa in Europa. Riguardo al secondo termine della questione, come ha scritto Romano Prodi sul Mattino “si tratta dell’ormai consueto scontro fra Nord e Sud, fra i cosiddetti Paesi virtuosi e noi meridionali, che siamo evidentemente i viziosi.”

E’ uno stallo che, secondo il Professore, è in grado di far definitivamente crollare ciò che resta della costruzione europea. Per affrontare la crisi gli Stati dovranno immettere nell’economia almeno il 10% del PIL. Mario Draghi nell’intervento sul Financial Times è stato chiaro: come per tutte le grandi sciagure epocali, a partire dalle guerre, per le quali i cittadini non hanno colpe o responsabilità, i costi della pandemia devono essere ripianati dai bilanci pubblici. Ma questo l’Italia non potrà mai farlo, se non sarà l’Europa a garantire per i nuovi debiti che dovremo accollarci.

Sul fronte interno invece, il Mezzogiorno siamo noi, e la contrapposizione di cui sopra, tra virtuosi e viziosi, si ripropone, ad altra scala. Eppure, se il coronavirus ci ha insegnato qualcosa è l’assoluta irrilevanza, difronte alle sciagure, dei confini artificiali: la malattia non si eradica in una sola regione, o in un solo stato membro. I meccanismi di sicurezza e protezione, sanitari ed economici, vanno ripensati con coraggio e cervello alla scala dell’intera comunità, quella nazionale come quella comunitaria.

“Per affrontare questa crisi” ammonisce l’ex presidente della BCE “occorre un cambio di mentalità, come accade in tempo di guerra.” C’è bisogno di serrare le file, di solidarietà. Assieme al coraggio delle classi dirigenti, che in Italia come in Europa, da almeno un quarto di secolo, danno priorità agli umori risentiti dei rispettivi elettorati, considerando come cosa sconveniente ogni presunta concessione ai meridionali di ogni ordine e grado. In un recente intervento televisivo Prodi l’ha chiamata la “politica barometrica”, la schermaglia degli egoismi incrociati, che ha preso il posto delle politiche, dei progetti di buona lena e lunga durata. E’ il cambio di mentalità evocato da Draghi la sola speranza per il Mezzogiorno, la responsabilità di fare in fretta “whatever it takes”, tutto ma proprio tutto, per evitare il peggio.

Un un altro piccolo pezzo del diario, scritto la scorsa settimana.

Antonio di Gennaro, 27 marzo 2020

L’emergenza è cattiva coi più deboli, rivalutiamo in questo momento il ruolo cruciale dell’assistenza, le chiacchiere sull’assistenzialismo le faremo dopo, se ci sarà ancora tempo e voglia. La frase ricorrente è che niente sarà più come prima, il problema è arrivarci, a Napoli e nelle città del Mezzogiorno c’è una fascia di famiglie che con la serrata dei servizi e del commercio è rimasta da un giorno all’altro senza alcun reddito, ed è un problema che è pure difficile misurare perché in questi settori il peso dell’economia informale, a nero, è grande.
Molti dei cuochi, camerieri, baristi, commessi, artigiani, muratori, manovali che hanno perso il lavoro non esistono, non risultano sui registri dell’economia ufficiale, e ha ragione il ministro Provenzano quando dice che è urgente immaginare qualcosa di nuovo per aiutare anche loro, i lavoratori dell’economia informale. Lasciando da parte l’ipocrisia, che ci spinge a tollerare il sommerso quando le cose vanno bene, anzi guai a toccarlo, perché è l’ammortizzatore che tiene in piedi l’economia meridionale, in assenza di politiche vere di riequilibrio economico e sociale.
La verità è che, a un mese dall’inizio della crisi, cresce di giorno in giorno il numero di persone e famiglie prive dei mezzi per far fronte ai bisogni elementari, accanto all’emergenza sanitaria è necessario affrontare quella sociale, e un’esperienza cui guardare è quella di Pomigliano d’Arco. Al profilarsi della tempesta il sindaco Raffaele Russo, che di mestiere è medico, ha convocato tutti i suoi dirigenti, chiedendo loro di sospendere l’attività ordinaria, e di mettere l’intera macchina comunale al lavoro sull’emergenza.
I servizi sociali, la polizia municipale, la protezione civile, le associazioni del terzo settore hanno dato vita a una struttura unica di coordinamento. A tempo record è stata creata un’anagrafe dei disabili, delle persone sole, disagiate. C’è un numero verde, e un centralino che ogni giorno contatta tutti, per raccogliere le esigenze, risolvere problemi, anche solo portare una parola, un conforto. I ragazzi che controllavano le strisce blu consegnano a casa la spesa agli anziani. Alle famiglie in difficoltà la spesa arriva gratis, i commercianti di Pomigliano hanno fatto a gara, mettendo a disposizione generi di prima necessità, mentre la Caritas organizza la “spesa sospesa” nei supermercati.
C’entra forse in questa capacità di creare rapidamente reti di solidarietà l’antica matrice contadina, e la robusta mentalità civica, che è un portato della grande industria. C’è anche una qualità amministrativa, la preveggenza di mettere nel bilancio della città risorse in proporzione rilevanti, un milione di euro, per i servizi sociali. Assieme alla capacità di rimanere uniti nei momenti difficili, il programma d’emergenza ha il supporto di tutte le forze politiche in consiglio comunale. “La cosa che più mi preoccupa” dice il sindaco Russo “è l’isolamento psicologico, la solitudine, la perdita di speranza dei più deboli.” Si, in qualche modo ce la faremo, ma il futuro per molti è diventato un rebus indecifrabile, tenere insieme le comunità è l’impresa più complicata.

 

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 23 marzo 2020

Primavera non bussa, lei entra sicura, canta la Spoon River di De André, e schiudono le minuscole mani verdi dei germogli del tiglio sotto casa, ma è questa forse l’ora più buia, il pensiero che le cose che stiamo facendo possano non bastare ancora.

Chiusi in casa siamo in sei, una piccola comunità. I ragazzi seguono on line i corsi dell’università, ostentano calma, ma è difficile, a pranzo e a cena tutt’insieme, tenere la conversazione leggera, positiva, che non sia solo il rimestare discorsi spezzati intorno al flusso ininterrotto di immagini di guerra.

Mi sforzo di continuare il mio lavoro inessenziale, una riunione skype dopo l’altra, mando relazioni in giro, lunghe telefonate, mentre fuori la storia la stanno facendo medici e infermieri, i lavoratori dei servizi e delle produzioni strategiche, quelli che tengono comunque a posto la città, e lo Stato in piedi.

Viviamo tronfi con l’idea di cambiare almeno un po’ il mondo, ma è il mondo che cambia noi e ristabilisce in un attimo le priorità. Ci voleva una tragedia come questa per sospendere il patto di stabilità, per capire che è la vita, quella biologica e fragile, breve e preziosa, che va protetta, e non i flussi belli e morti di cartamoneta. L’ha scritto Eschilo duemilacinquecento anni fa, “… non è nulla una torre o una nave, se non abbia gente dentro, che sia deserta d’uomini”.

Ora sappiamo che l’obiettivo è proteggere le persone, in questo mondo tremendamente interconnesso, con le informazioni e i virus che si spostano in un batter d’occhio. Quei criteri stupidi d’efficienza, che ci hanno costretto a tagliare la sanità proprio dove ce n’era più bisogno, è evidente che dopo non comanderanno più, e non ci sarà nessuna mano invisibile a mettere a posto le cose, dovremo pensarci noi.

Lo dice bene l’editoriale di sabato del New York Times che  “… la soluzione necessaria è un grande accordo: il governo fornisce i soldi che le aziende non sono in grado di guadagnare e le aziende usano i soldi per mantenere i lavoratori sul libro paga… Inviare assegni a ogni cittadino. Prestare denaro a tutte le imprese. Rafforzare la rete di sicurezza sociale. Il rischio di fare troppo è notevolmente superato in questo momento dalle conseguenze del non riuscire a fare abbastanza.” Il punto di arrivo alla fine è Keynes. La Germania si sta muovendo così, senza indugio, un decimo del PIL viene messo a disposizione per uscire dalla crisi. “La risposta corretta in questo momento è questa “ chiude il NYT, “Tutte queste cose insieme”.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 16 marzo 2020

Addolora profondamente la deriva dell’Isola verde, l’Inghilterra e il suo popolo restano una parte importante di noi, anche quando non li capiamo, la democrazia moderna è nata lì, con qualche secolo d’anticipo sugli altri, la resistenza al nazifascismo, e comunque senza Shakespeare Dickens e Stevenson la vita non sarebbe la stessa. Con quella terra poi Napoli ha sempre avuto un rapporto particolare. Per questo fanno male le parole di Boris Johnson che suonano come l’annuncio sinistro di una democrazia in difficoltà, che rinuncia a difendere la vita della sua gente.

Lasciamo perdere la forza di carattere e Churchill, quel grande non era un ostinato, ma un leader che anche con le spalle al muro riusciva a inventare soluzioni, come evocare dal nulla una flotta privata per andare a salvare il suo esercito a Dunkirk. Il premier dai capelli gialli non ha nulla di tutto questo, la sua idea di giungere all’immunità di gregge attraverso il sacrificio di mezzo milione di persone non è una genialità, ma il ritorno al medioevo, le democrazie moderne usano vaccini, precauzioni, il potenziamento del servizio sanitario.

Fosse solo follia sarebbe meglio, e invece s’intravede il cinismo, il timore dell’attuale gruppo dirigente che l’isola non possa sopportare, oltre la recessione da Brexit (che si sta rivelando per quello che è, un drammatico azzardo), quella imprevista da coronavirus, ed allora avanti così, “business as usual”, sperando in questo modo di salvarsi. Per la resipiscenza non c’è tanto tempo, speriamo entri in azione a questo punto la massima di Lincoln (“Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre”).

Per trovare una democrazia in funzione dobbiamo guardare all’Italia, il paese in prima fila in questa sfida globale, con un governo che pur tra errori e incertezze ha imbroccato la strada giusta, e una cittadinanza che sta vivendo con compostezza le limitazioni d’azione e libertà, regole severe di convivenza, sacrifici economici da tempo di guerra, nello sforzo di fare tutto il possibile per mitigare il rischio, il dolore, la perdita di vite umane.

E’ impossibile dire se ce la faremo, ma il mondo guarda a noi, alle cose che stiamo facendo. Per tutti questi motivi, la comunicazione pubblica dovrebbe ora dedicarsi agli aspetti cruciali, decisivi. E’ importante sapere in che modo i nostri amministratori stanno operando per rafforzare, in Campania e nel Mezzogiorno, la capacità del sistema sanitario di affrontare il picco di infezioni, se e quando verrà. Quanti posti letto in terapia intensiva, quanti medici, quanti laboratori, quali soluzioni organizzative. Sono queste le conoscenze da condividere, per affrontare al meglio queste giornate difficili, la guerra d’Italia si decide qui.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 2 marzo 2020

E’ vero, non tutto ha funzionato come doveva, eppure in questi giorni è netta la sensazione che se il Paese regge è merito dello sforzo titanico che gli uomini della sanità pubblica, con i mezzi che hanno a disposizione, stanno compiendo.

Intervistato per questo giornale da Giuseppe Del Bello, il direttore del laboratorio di Virologia dell’Azienda dei Colli, Luigi Atripaldi, ha descritto il lavoro al limite che la sua struttura – 10 unità in tutto – svolge per realizzare le centinaia di tamponi che giungono. A chi gli parla di inefficienze Atripaldi risponde a muso duro che sono critiche ingiuste “Noi in ospedale facciamo la nostra parte con notevoli sforzi, mettendoci a disposizione dei pazienti, ma è necessario che tutti i cittadini in ansia per il coronavirus siano informati a dovere”. Prima di reclamare test non utili, o di prendere d’assalto i pronto soccorso, come è successo al Cotugno.

E’ lo stesso racconto da nord a sud, le notti in ospedale di Maria Rita Gismondo, la direttrice del laboratorio di Microbiologia del Sacco di Milano, criticata sui social dal collega Burioni solo per aver suggerito un po’ più di misura nel parlare della malattia; o il lavoro non stop dell’equipe di quaranta medici del San Matteo di Pavia, quelli che curano il “paziente uno”, l’unico organismo giovane per ora realmente in pericolo di vita, la cui guarigione avrebbe una portata simbolica che è difficile sminuire.

A chi gli chiede chi glielo ha fatto fare, Walter Ricciardi, già nostro rappresentante presso l’Organizzazione Mondiale della sanità, e da pochi giorni super consulente del ministro alla salute Speranza, risponde che ha accettato “… perché ritengo che ora ci si debba mettere al servizio del Paese, che è in un momento difficilissimo. Io sono un medico di sanità pubblica e questo è il mio mestiere.”

Appunto, la sanità pubblica, sarebbe a dire una delle conquiste della contemporaneità, l’idea di garantire la salute universale, e che ciò sia compito dello Stato. Su questo l’opinione di Ricciardi è chiara: “L’Italia ha una debolezza: il sistema è frammentato, è in mano alle Regioni e lo Stato ha solo ruoli limitati. In tempi normali questo è anche accettabile ma in tempi di epidemia come questo può avere effetti letali.”

Senza voler tirare in ballo la ramazza di Manzoni, non è proprio il caso, è vero che la difficile esperienza collettiva che stiamo vivendo è un momento di verità, nei confronti ad esempio del liberismo ideologico dello Stato visto come principale nemico, dell’individualismo gretto che salva, del disprezzo delle competenze. E una differenza c’è anche tra noi e l’immenso romanzo di Don Lisander, dove lo Stato come progetto collettivo proprio non c’è, e la storia è tutta una tragedia di prevaricazioni ottuse e santità individuali.

Gli uomini della sanità pubblica in questi giorni difficili invece parlano come membri di un sistema, giocatori della stessa squadra. Secondo Fausto Baldanti del san Matteo di Pavia “qui è in corso il più gigantesco sforzo messo in campo dall’Occidente contro questa infezione nuova. Ancora non la conosciamo e lei non conosce noi. Da qui nascono potenzialità della diffusione e potenza della paura.”

C’è in queste parole tutta l’accettazione adulta della complessità, del rischio, della sfida dura della vita, senza colpevoli da additare, semplificazioni da sbandierare. Come vaccinazione, almeno contro il populismo becero, dovrebbe bastare.

L’abstract dell’intervento che con Fabrizio Cembalo faremo al convegno della Fondazione Benetton “Il suolo come paesaggio”

Se provi a digitare su Google la parola “terra”, è l’algoritmo a completare la frase, e tra le primissime opzioni compare proprio “terra dei fuochi”. È una conferma della risonanza mondiale delle vicende della piana campana massacrata dall’abusivismo e dai rifiuti, tanto da fare della locuzione un simbolo, un luogo comune, uno stereotipo. Qualcosa che viaggia nel discorso pubblico globale, spogliata alla fine di ogni aspetto misurabile, tecnico, territoriale. L’areale problematico è assai circoscritto, ma nei negozi del centro-nord i cartelli portano scritto “non si vendono prodotti agricoli della Campania”. La cosa singolare è il fatto che sia l’agricoltura il principale imputato, anche se dopo sei anni neanche uno dei 40.000 campioni di prodotti agricoli analizzati ha rivelato problemi. Circoscrivere il problema è essenziale per definire le possibili soluzioni. Il modo generico ed emotivo con il quale la faccenda ha girato sui social network è proprio quello giusto per allevare paure, guardandosi bene dall’indicare possibili strade d’uscita. Quello che abbiamo capito, alla fine, è che “terra dei fuochi” è una malattia del paesaggio. Malattia generata dall’assenza di pianificazione pubblica. Le 140 città intorno al capoluogo partenopeo si sono saldate in un’unica, informe periferia lunga 90 chilometri. In questa città malcresciuta sono rimasti intrappolati i lacerti di Campania felix, i suoli agricoli più fertili della galassia, con 20.000 aziende agricole che, su meno del 10% della SAU producono il 40% del valore della produzione agricola regionale. Terra dei fuochi è la tragedia dei due milioni di italiani che vivono faticosamente questo spazio che sfida l’umana comprensione. In questa situazione complessa, abbiamo lavorato a numerosi progetti di paesaggio per curare le ferite: gli spazi agricoli mortificati, le cave, le discariche. Alcuni di questi luoghi simbolo, come l’ex Resit di Giugliano, la madre di tutte le discariche, ora sono spazi verdi pubblici, abbelliti dai murales di Jorit e dalle istallazioni di land art degli studenti del Liceo artistico di Napoli. Lì vicino, nel podere di San Giuseppiello, dove i camorristi sversavano i fanghi delle concerie toscane, un bosco di 20.000 pioppi lavora per tenere in sicurezza i suoli e le terre. Ancora, a contenere tutte queste cosei Comuni lavorano ora alla realizzazione di un Parco Agricolo che salvaguardi e curi i margini,  ricucendo i paesaggi. È un laboratorio verde all’aperto in continuo progresso, dove migliaia di studenti delle scuole pubbliche della Campania vengono a studiare e comprendere come si ricostruiscono i suoli e gli ecosistemi, restituendo dignità ai luoghi, un futuro diverso alle comunità che li abitano.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 3 febbraio 2020

L’avevamo detto, per capire le sardine devi stare attento alle cose che scrivono, più che alle dichiarazioni volanti. Ora c’è la lettera che i quattro ragazzi di Bologna hanno scritto al presidente del consiglio Conte, l’ha pubblicata per intero “Repubblica” sabato scorso, è un documento importante, che chiarisce bene quello che i giovani hanno in mente.

C’è innanzitutto l’individuazione del punto fermo, il baricentro di tutto il movimento, le cui “diverse anime… si muovono tutte, con sicurezza, nel solco dei principi e dei valori sanciti dalla nostra Costituzione”. In una società in frantumi, dove tutti i fili si sono spezzati, il solo riferimento certo resta quello, il programma di democrazia scritto nei primi articoli della Carta fondamentale.

Se questa è la premessa, non c’è poi niente di incartapecorito nel ragionamento dei ragazzi, ma piuttosto l’indicazione asciutta al presidente del consiglio dei tre fili da riannodare per curare la democrazia in affanno, lavorando sulle cause piuttosto che sugli effetti. I tre fili sono il Mezzogiorno, la sicurezza delle persone (intesa non come paura dell’uomo nero ma come offerta concreta di lavoro, sanità istruzione); il rilancio di una democrazia delle regole, all’interno della quale ciascuno, cittadini e amministratori, faccia con generosità la sua parte.

Non sono cose scontate. I tre fili annodati insieme sono l’unico programma serio di una forza progressista che si proponga di ricostruire il Paese, il fatto è che ce n’eravamo dimenticati, storditi e disorientati anche noi dalle chiacchiere a perdere dei populisti. Al punto in cui siamo, rimettere insieme le idee, costruire a partire dalle proposte delle sardine una piattaforma d’azione, non sarà comunque facile.

Nella lettera delle sardine c’è un’idea di Paese fortemente unitaria, nessuna concessione a percorsi separati di salvezza, all’autonomia differenziata alla quale i gruppi dirigenti del Partito democratico delle regioni del nord sembrano credere almeno quanto i loro colleghi del centrodestra. Nel documento dei ragazzi di Bologna si parla un’altra lingua. Se il sostegno delle sardine è stato decisivo per la vittoria in Emilia Romagna di Stefano Bonaccini, su queste cose la distanza è abissale, e molto c’è da fare per costruire una sintesi.

Ad ogni modo un lavoro impegnativo attende anche le sardine, a partire dal prossimo incontro a Scampia, per superare una divaricazione che appare netta tra i contenuti della lettera a Conte, e il sentimento che muove l’arcipelago delle variegate realtà locali che compongono il movimento. Una frase soprattutto nella lettera suona assolutamente decisiva: “Quando una certa politica si ciba della contrapposizione tra salute e industria, si mina ogni possibilità di sviluppo e di lavoro e si logora la reputazione dello Stato.”

Qui da noi il discorso non riguarda solo l’industria, è un nervo scoperto che tocca cose cruciali, come l’impiantistica sui rifiuti. Anche su questi aspetti la lettera delle sardine parla una lingua diversa, assai distante dal rivendicazionismo anti-tecnologico dei comitati locali che pure alle sardine guardano come alveo di riferimento. Insomma, non c’è niente di scontato nella lettera a Giuseppe Conte, è un percorso impegnativo, c’è lavoro per tutti, per le sardine come per i loro probabili compagni di strada.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 21 gennaio 2020

Vorremmo veramente poter credere che non sia stata solo una passeggiata a favore di telecamere quella di ieri, sotto un cielo grigio e incattivito che ha stretto la città in una morsa di gelo dopo tante giornate azzurre di quasi primavera. Sono passati trent’anni dalla chiusura della fabbrica, una generazione intera ha conosciuto Bagnoli come un enorme, desolante vuoto urbano. Imponenti risorse pubbliche sono andate disperse, il quartiere ha conosciuto un inesorabile declino, ed è evidente che la mortificazione di una città intera non è risarcibile con le frasi a effetto, anche lo “scusate il ritardo” del ministro funziona poco, l’ironia e l’intelligenza di Troisi non riescono a sciogliere il gelo.

Accenti di verità Provenzano li trova invece nella rappresentazione dello squallore: “Quando sono venuto a Bagnoli per la prima volta mi sembrava un carcere ambientale. Abbattiamo questo muro che ha sottratto questo luogo alla città”. Sono proprio le parole, le cose che i reportage di “Repubblica” hanno raccontato in questi anni, nel silenzio generale. “Vogliamo aprire questo luogo alla cittadinanza” ha detto ancora il ministro “apriamo oggi i recinti e proviamo a restituire alla città quello che negli anni è stato sottratto”. Anche questa istanza “Repubblica” l’aveva cocciutamente ribadita. Nel silenzio.

Vorremmo poterci credere che non era una passerella. Per la verità, anche la metafora delle ruspe, cui i diversi partecipanti fanno immancabilmente ricorso, ha poco senso, suona falsa. L’analisi di rischio, la cui sorprendente mancanza “Repubblica” aveva a più riprese segnalato, è stata approvata in conferenza dei servizi solo 4 giorni fa. Quindi era vero che non c’era quando è stato fatto il PRARU, il programma di rigenerazione approvato con decreto del presidente della Repubblica, ma è una magra soddisfazione. L’analisi di rischio è la base della progettazione esecutiva di ogni intervento di bonifica, almeno se si intende rispettare il percorso di legge. La conseguenza è che un progetto degno di tal nome non c’è, non può esserci, e la prospettiva è che quelle ruspe tra poco non sapranno che fare.

Per dare esecutività e concretezza al recupero di Bagnoli è necessario smetterla di pensarlo come un intervento monolitico, della tipologia “tutto o niente”. Come i dossier delle associazioni ambientaliste e dei sindacati hanno più volte sottolineato, sempre nel silenzio istituzionale, la sterminata area dell’ex acciaieria è fatta di tanti pezzi, a differente grado di problematicità. In molte aree un rischio significativo non c’è, si potrebbe partire subito con la ricostruzione della città. Ma l’ideologia della bonifica come palingenesi globale, la vera, grande opera pubblica da avviare con un investimento da brividi, 400 milioni (che si sommano ai 600 già spesi), prevale ancora una volta. L’urbanistica, quella vera, a Bagnoli non è ancora entrata. Di concorsi d’idee, senza alcun seguito, ne abbiamo già fatti tanti. La nuova città resta un orizzonte indefinito, cui qualcuno un giorno penserà.

La cappa di gelo non dà tregua, il vento taglia forte, mentre il ministro prefigura scenari di sviluppo, all’insegna del green new deal rilanciato in gran pompa dall’Unione europea, ma il percorso è ancora lungo. In tutte le parti del mondo il rinnovamento delle città parte dai trasporti: la sostenibilità, la qualità di vita, la competitività delle imprese inizia lì, peccato sia proprio questa la parte che nel PRARU manca. In questa giornata rabbuiata d’inverno, quello che continuiamo ad ascoltare è il racconto di una pianificazione al contrario, ma si sa, siamo il paese dell’immaginazione e della creatività.

La conclusione è dell’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri: “Finalmente possiamo dire che le nostre parole qui vengono coperte dalle ruspe che possono operare a Bagnoli”. La sensazione è che non siano solo le parole ad essere coperte dal rumore, ma i pensieri.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 11 gennaio 2020

Dove venivano le troupe di mezzo mondo a documentare l’orrore, ora volano gli aquiloni. Li hanno dipinti gli studenti del Liceo artistico di Napoli, con i loro docenti, per festeggiare il completamento dei lavori di messa in sicurezza della Resit, la madre di tutte le discariche, spersa nelle campagne di Giugliano. Il commissario Mario De Biase ha chiuso il suo mandato, deve consegnare le chiavi del parco verde di sei ettari sorto al posto della discarica, ora completamente in sicurezza, il problema è che non sa ancora a chi.

Sono venuti un sabato mattina d’azzurro i ragazzi dell’Artistico, hanno lavorato come matti, e ora montano le loro creature. Giovanna, Camilla e Alessia, pensando alle linee di Nazca del deserto del Perù, che si vedono solo dal cielo, hanno disegnato su grandi teli bianchi coloratissimi disegni di libellule, creature mitologiche e divinità egizie. Ora li dispiegano sui versanti verdi d’erba, fissandoli coi picchetti.

Sul colle difronte, un gruppo di studenti sta montando una statua di Nike alta più di due metri, simboleggia “la vittoria della terra”, è stata realizzata con materiali di riciclo, ma il risultato è di un’eleganza assoluta. Silvana, la docente che li ha seguiti, mentre acconcia il velo della dea, mi spiega che l’installazione rimarrà qui in cima, a proteggere il parco sfidando vento pioggia e meteore.

Lorella Starita insegna storia dell’arte all’Accademia, ha ideato e coordinato il progetto per ornare il parco verde della Resit con opere di land art. L’iniziativa ha un titolo suggestivo, in latino: “Res Nature Sit”, c’è dentro il nome della discarica, ma significa la natura che torna, sulle terre della desolazione; assieme lei, grazie a questi studenti, tornano in questi luoghi sfortunati l’arte, la cultura, un umanesimo gioioso. “I ragazzi si sono appassionati, hanno lavorato sodo, anche nei giorni che la scuola era in autogestione. Oggi per loro era festa, ma sono corsi qui, con i loro genitori.”

Al progetto di land art hanno collaborato i docenti delle diverse discipline: architettura (Luisa Maglio), pittura (Luigi Pagano e Michelangelo Riemma), scultura (Silvana Sferza, Fortuna Mirana, Angelo Montefusco). Il gruppo di architettura ha realizzato dei rendering molto belli, con idee per l’utilizzo futuro dell’area, sono esposti nella minuscola palazzina restaurata, in sottofondo si sente un guaito, in quello che era il deposito della legna Nana, uno dei grandi meticci che vegliano sul parco, ha partorito da poche ore il suo cucciolo.

Ora è la volta degli aquiloni, fluttuano per il parco coi loro autori, sopra c’è scritto: “La mafia uccide, il silenzio pure”, “Rinascimento”. Con le loro opere d’arte, il messaggio di questi ragazzi è che gli scarti esistono solo nella nostra mente: le persone, i luoghi e i materiali hanno la possibilità di una nuova vita, c’è sempre tempo per ricominciare, la dignità non si cancella.

Mario De Biase è l’artefice del riscatto, guarda i ragazzi lavorare, è commosso, gli chiedo cosa succederà ora. “Non lo so, nessuno mi ha comunicato niente. Ho riconsegnato le chiavi, con le planimetrie degli uffici. La piccola squadra si scioglie, i miei quattro collaboratori torneranno agli enti di provenienza. Spero solo che ci sarà qualcuno a prendersi cura del parco, di Nike, dei murales di Jorit”. Sembra una scena di quel piccolo grande film che è “Monuments man”: l’amore per l’arte e la bellezza che salva una civiltà allo sbando.

Il fatto è che la nomina di De Biase è governativa, con un’ordinanza della Protezione civile nazionale, ma le cose si sono ingarbugliate al momento del passaggio di consegne tra Stato centrale e Regione, con uno scambio di accuse reciproche. L’assessore regionale all’Ambiente Fulvio Bonavitacola con un comunicato ha precisato di aver sollecitato a più riprese il governo a prorogare almeno sino a tutto il 2020 l’incarico a De Biase, scaduto lo scorso dicembre. La risposta del ministro all’Ambiente Sergio Costa, sempre via comunicato, ribalta sulla Regione la responsabilità della mancata presa in consegna dei siti. Il risultato è lo stallo burocratico, l’incapacità delle istituzioni di dialogare e cooperare per mettere in salvo questa esperienza, che pure è l’unica che ha dato risultati concreti, con la restituzione ai cittadini di uno dei siti più degradati della Piana campana, quella che ora tutti chiamano Terra dei fuochi.

Nel frattempo, a meno di mezzo chilometro dalla Resit, la cittadella Gesen, dov’erano gli uffici del Commissariato e gli impianti per produrre energia dal biogas, è stata a più riprese incendiata e vandalizzata dalla criminalità. Inutile stupirsi: senza un presidio, una presenza forte e chiara della Repubblica in tutte le sue articolazioni, dallo Stato ai Comuni, mettendo da parte le polemiche, ogni cosa da queste parti è tremendamente a rischio.

Nel disgraziato arcipelago di discariche ravvicinate che si chiama “area vasta di Giugliano”, completati i lavori alla Resit, sono iniziati quelli per la messa in sicurezza di Masseria del Pozzo, poi dovrebbe toccare a Novambiente, la discarica sequestrata ai Vassallo. Nel quadro di incertezza che si è creato, ci si chiede se e in che modo questi lavori proseguiranno. Per ora di certo c’è la revisione dei progetti decisa da Sogesid, la società appaltante interamente partecipata dal Ministero dell’Ambiente: la sistemazione vegetazionale è stata cancellata, scaduto De Biase si torna all’impostazione vecchia maniera, senza verde e senza alberi, solo impianti tecnologici, buoni certamente a produrre “non luoghi” senz’anima e senza futuro. E comunque la domanda è: che senso ha recuperare questi luoghi, se poi non riusciamo a curarli e custodirli nel tempo?

Insomma, il parco verde della Resit per ora non fa scuola, e invece è un piccolo gioiello, e ha pure funzionato, il flusso di gas e percolato è cessato, questo posto ha smesso di far male. E’ un nucleo di bellezza attorno al quale il territorio sofferente può ritrovarsi, a poco a poco ricomporsi. I ragazzi dell’Artistico vanno via, si chiudono i cancelli. Dietro i pioppi spogliati d’inverno, il murales di Jorit col volto di Giancarlo Siani che sorride. Difronte, sulla collina verde, il velo di Nike trema nel vento. Non le istituzioni, per ora: c’è solo la bellezza fragile a proteggere questa terra riconquistata, troppo presto smarrita.