vesuvio

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 16 ottobre 2017

Ancora in volo sul gigante ferito, la partenza è dall’Aeroporto militare, in una mattina grigia di nuvole, l’elicottero dei Carabinieri si solleva, resta sospeso in aria, il giovane pilota è Tom Cruise spiccicato, aspetta l’attimo giusto, poi taglia veloce le piste di Capodichino, attraversa la zona orientale, l’area dei petroli, in un niente siamo sul vulcano. Sono con il colonnello Angelo Marciano dei Carabinieri Forestale, con Stefano Mazzoleni, ecologo della Federico II, e con Riccardo Siano, tutto imbracato, toccherà a lui poverino sporgersi dal portellone aperto, e catturare le immagini del vulcano bruciato.

Giriamo subito dietro il vulcano, il drappo verde dei castagneti, sui valloni del Somma, è striato di bruno, come in un innaturale autunno precoce: Stefano mi spiega che sono le chiome degli alberi scottate dal fuoco, che si è propagato veloce nel sottobosco, poi è divampato verso l’alto, formando sulla cresta cupi ventagli neri, di foresta completamente arsa.

Dall’alto, il manto vegetale del grande vulcano appare lacero, consumato dopo l’estate di fuoco. Sul versante di Terzigno, la grande pineta è ridotta ad un alone di cenere, con un arcipelago di chiazze verdi superstiti, cerchiate di bruno; si vedono già alcuni segni d’erosione, lunghe colate di suolo e detriti, grazie a Dio sono ferite localizzate, da curare in fretta; come in fretta, tra i carboni, c’è già il verde dei germogli di lecci e robinie, i segnali dell’ecosistema che riparte.

Alla fine, in una contabilità drammatica, che non ha precedenti, sono andati distrutti o danneggiati dagli incendi sul Vesuvio poco meno di duemila ettari: settecento di pineta (il 40% dei boschi di conifere piantati cinquant’anni fa), trecento ettari di boschi di latifoglie, i restanti mille ettari sono un mosaico di ginestreti, praterie, vegetazione pioniera, con il fuoco che non ha risparmiato nemmeno le distese lanuginose di licheni sulla colata del ’44 che ora, nella Valle del Gigante, è un fiume nero di antracite.

L’elicottero si libra sulla cima, sorvoliamo il cratere di rocce rosse e grigie, è uno spettacolo strepitoso, che emoziona, ti ricorda che il vulcano, per quanto imprigionato in mezzo alla città, rimane un dio potente, un monumento naturale tra i più famosi e amati del mondo.

Siamo tornati sul Vesuvio per riordinare le idee, lunedì 16 ottobre a Napoli, a Palazzo Reale è in programma un importante convegno nazionale, organizzato dal Comando Generale dei Carabinieri: non una passerella rituale, ma il primo dibattito pubblico, approfondito, sulla lezione di questa estate difficile, a partire proprio dal caso studio del Vesuvio, per ragionare concretamente su come “Tutelare i boschi dagli incendi: proposte e azioni per la salvaguardia e il recupero del territorio”.  Ci saranno i massimi vertici dell’Arma, e quelli politici e amministrativi dei Ministeri dell’Ambiente e dell’Agricoltura, della Regione, del Parco nazionale, assieme a ricercatori italiani e stranieri, e rappresentanti delle associazioni ambientaliste.

La domanda urgente, cui dare risposta, è come gestire quel 30% del territorio italiano, quasi nove milioni di ettari che, stando ai dati dell’Inventario forestale nazionale, è costituito da boschi: aree verdi multifunzionali, assolutamente preziose per la salute dell’ecosistema, la riproduzione dell’acqua, dell’aria e del suolo e che, come nel caso del Vesuvio, dopo la sovra-urbanizzazione del paese dell’ultimo mezzo secolo, non costituiscono più una dimensione remota, ma qualcosa che è ormai prossimo alle nostre case e alle città, che può rivelarsi quindi risorsa benigna, portatrice di svago, biodiversità e paesaggio; ma anche insidiosa sorgente di rischio, quando prende fuoco o, come a Sarno, ci frana improvvisamente addosso.

Certo, la lezione dell’estate 2017 dobbiamo comprenderla e studiarla bene, i dati del satellite Copernicus dicono che è stato l’anno nero degli incendi in Europa, con il Portogallo che è risultata la nazione più colpita in termini di superficie boschiva interessata, e proprio dal Portogallo interverrà al convegno Francisco Rego dell’Università di Lisbona, probabilmente il massimo esperto europeo di incendi forestali, per ragionare su quale strategia l’Unione dovrà mettere in campo per proteggere i suoi boschi, in uno scenario di cambiamento climatico che ha mutato radicalmente le condizioni di rischio.

Poi viene l’Italia, che è in testa per numero di incendi, e che ha pagato probabilmente un prezzo al recente riordino delle competenze, con la scelta di affidare ai soli vigili del fuoco il compito dello spegnimento, e ai carabinieri forestali quello della prevenzione. Sul Vesuvio, quest’estate, i vigili del fuoco hanno fatto un lavoro eccezionale per difendere le abitazioni e le vite umane, evitando una tragedia dai contorni maggiori, ma è risultato evidente come l’attuale strategia di intervento non comprenda ancora la protezione del bosco, oltre che quella nostra e delle nostre case.

In Campania, ulteriori difficoltà sono venute dalla riorganizzazione che c’è stata, proprio quest’anno, dell’anti-incendio boschivo, passato dall’assessorato agricoltura e foreste, alla Protezione civile. A questo s’è aggiunto il fatto che, negli anni passati, le squadre di intervento erano dirette da personale del corpo forestale, che ha perso questa competenza, ed ora bisognerà formare in fretta 200 direttori operativi di spegnimento, un compito delicato, che richiede autorevolezza e sagacia, una profonda conoscenza dei luoghi e del comportamento del fuoco, oltre che, naturalmente, la capacità di coordinare l’intervento aereo, assieme al lavoro delle squadre.

Poi c’è la prevenzione, che rimane compito del corpo dei Carabinieri Forestale, ed è un concetto anche questo che va probabilmente ripensato, nello scenario di cambiamento climatico che abbiamo davanti. Una missione che comprende certamente l’attività di repressione e controllo dei reati contro il patrimonio forestale, e qui probabilmente, come mi spiega Angelo, è anche necessaria una manutenzione della legge quadro del 2000 in materia di incendi boschivi, che individua una serie di comportamenti illeciti, per i quali manca poi una sanzione adeguata, rendendo vano il loro perseguimento.

Ma tenere in ordine nove milioni di boschi in Italia – una superficie in costante aumento a causa dell’abbandono agricolo – non è solo un problema di repressione, perché molto dipende dalla gestione, dalla cura costante e quotidiana delle foreste, per renderle più resistenti al fuoco, e più resilienti, cioè maggiormente capaci di recupero dopo l’incendio. In un’intervista a Radio Rai dello scorso giugno Davide Ascoli, docente del dipartimento di Agraria, che pure insieme a Stefano interverrà al convegno, ricordava l’indicazione dei maestri: “Gli incendi si combattono venti anni prima”.

Il senso del convegno è proprio questo: riannodare i fili, coordinare un’azione di lungo respiro dei diversi livelli istituzionali, costruire in questi tempi difficili di cambiamento una comunità di scopo, dallo stato centrale alle regioni al volontariato al mondo della ricerca, organicamente impegnata nell’obiettivo ultimo, che è quello di proteggere l’ecosistema Italia, del quale il grande vulcano che stiamo sorvolando, ferito e acciaccato, ma vivo, costituisce un simbolo, un pezzo importante.

Geppino Cilento, 1 ottobre 2017

Nel mentre inizio a scrivere queste note ancora non compare l’alba, ma non potevo dormire, nonostante queste giornate di intenso lavoro.
Mi si affollavano nella mente le immagini del trattore radiocomandato, che ieri nelle prime prove si è mosso leggero, potente e sicuro nei nostri uliveti con il carico disinvolto dello scuotitore, che si allunga ben equilibrato sulle altezze delle nostre piante.
Il nostro entusiasmo pensoso e soddisfatto.
Ma mi tornavano anche nella mente le ricerche affannose di una serata triste in cui Pietro, un nostro operaio, con il suo trattore non si trovava e non avrebbe fatto mai più ritorno a casa. Il suo ritratto ha campeggiato al centro del nostro frantoio gelosamente conservato dai suoi colleghi di lavoro, che quando finiscono di molire si dedicano alle coltivazioni.
Oggi voltiamo pagina rispetto a queste storie dell’asprezza della collina e della montagna, il 76% del territorio italiano, per i cui problemi si possono costruire tante soluzioni.
Che vivessimo in un sistema in cui problemi e soluzioni non si incontrano ce ne eravamo resi conto molte volte conto con Angelo Napoliello. Di qui la nostra decisione di non visitare più in maniera frettolosa le fiere della meccanizzazione agricola, per orientare qualcuno verso le problematiche a lungo irrisolte della collina e della montagna.
C’era e c’è nel nostro paese un grande bisogno di far incontrare
problemi e soluzioni, il Nord e il Sud, di mettere a lavorare insieme le forze sane. Giorni intensi a Bologna di lavoro a far incontrare i produttori dei trattori radiocomandati con quelli degli attrezzi agricoli ci portano al risultato delle prove di stamattina. E poi altre fiere e altri incontri, altre discussioni, altre prove e altre speranze.
Sottolineo questo aspetto, perché ritengo che ci sia un enorme bisogno di proseguire e intensificare questo impegno, che in questo caso sta sulle spalle di due pensionati, quali siamo io e Angelo Napoliello.
La collaborazione di due imprese, HYMACH e SPEDO, ha prodotto una bella macchina, che associa i requisiti della leggerezza e della potenza, della sicurezza e della efficacia, che affronta pendii pazzeschi senza scomporsi e cammina sulle reti di raccolta senza danneggiarle, che vibra le piante con buoni risultati e che non compatta i terreni per la sua leggerezza.
Ora abbiamo posto l’esigenza di associare alla macchina altri attrezzi agricoli, di proseguire la sperimentazione con attrezzi leggeri e rispettosi della vita della terra. Le macchine hanno bisogno sempre di essere migliorate.
Oggi mostriamo la macchina su terreni difficili, per cui chiediamo la collaborazione di quanti verranno, per non creare problemi di traffico.
Nel pomeriggio continua la discussione sui radiocomandati, ci occupiamo seriamente di concentrare la valutazione degli oli sugli antiossidanti benefici, che dovranno essere misurati nel frantoio, e di valorizzare gli scarti di produzione con impianti, semplici e non costosi di compostaggio.
Nel frattempo l’alba si è affacciata al mio balcone e la giornata ricomincia.
Mi auguro che tante persone di buona volontà si associno con umiltà e senso di collaborazione al nostro impegno per migliorare qualcosa.

La natura rifiorisce sul Vesuvio

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 15 settembre 2017

LA pioggia è tornata, l’estate crudele del fuoco grazie a Dio è finita, ma i pensieri rimangono, come qualcosa che s’è rotto per sempre. Ci sono innanzitutto gli aspetti quantitativi, le cartografie del satellite europeo Copernicus dicono che nel 2017, con quasi 400 roghi, siamo il primo paese in Europa per numero di incendi boschivi, con 72mila ettari andati in fumo, il 60% in più rispetto al 2016.

Tre incendi, più di altri, hanno occupato la nostra mente e le pagine dei giornali, quelli del Vesuvio, di Castel Fusano, e quello del Morrone, la montagna sacra di Celestino V. Sarebbe a dire il vulcano attivo più famoso del mondo, assediato da una caotica città anulare con 800mila abitanti; il bel litorale sabbioso a sud di Roma, così simile a quello nostro domizio, come lui avvilito dagli abusi e dalla marginalità; i rilievi poveri e severi della Majella, nel cuore dell’Appennino abruzzese, i luoghi delle mie estati, delle passeggiate in montagna con Argo. Tre paesaggi diversi, tre pezzi importanti d’Italia, con quell’intreccio lungo di storia naturale, umana e di problemi, che è poi la cifra della nostra identità.

Un aspetto importante lega questi paesaggi feriti, un filo rosso che più di altri può forse aiutarci a comprendere la nostra condizione attuale, a cercare una strada d’uscita, se tutte le evidenze dicono che l’estate che ci lasciamo alle spalle non può essere considerata un’eccezione, quanto piuttosto uno scenario nuovo, di lunga durata, dentro il quale pure dovremo imparare a muoverci. L’aspetto che accomuna i tre incendi è che non hanno colpito formazioni naturali, ma boschi che abbiamo piantato noi. La pineta di Castel Fusano l’hanno impiantata all’inizio del diciottesimo secolo i Sacchetti, che ne furono proprietari, sulle dune costiere spoglie, al margine dell’antica palude dove ora è il caos urbanistico del quartiere dell’Infernetto: il capostipite della ricca famiglia era banchiere nella Firenze del ‘200, Dante lo cita nel XVI canto del Paradiso, mentre il povero Celestino, a causa del gran rifiuto, è relegato in eterno tra gli ignavi. Anche le pinete andate in fumo sul Monte Morrone in Abruzzo, proprio attorno all’eremo di Celestino, e quelle alla base del Gran Cono del Vesuvio, le abbiamo piantate noi, ma queste sono pagine di storia importanti dello Stato unitario, i grandi miglioramenti fondiari, frutto delle politiche pubbliche che vanno dalla legge sulla montagna del 1923, alla legge Serpieri sulla bonifica integrale del ‘33; fino alla nascita della Cassa per il Mezzogiorno, nell’agosto 1950.

Insomma, queste pinete sono la testimonianza vivente di un impegno pubblico di scala nazionale, a beneficio delle aree più arretrate del paese, in quello che nel bene e nel male è stato il nostro New Deal: il tentativo collettivo di costruire un territorio e un paesaggio più produttivo e sicuro, anche piantando nuovi boschi, sul Vesuvio come in Appennino, o in riva al mare, sulle dune di Castelvolturno e di Eboli, in funzione anticiclica, creando lavoro ed occupazione nei momenti difficili, come dopo la crisi del ‘29, o nell’immediato dopoguerra. Quest’azione lo Stato l’ha condotta grosso modo fino agli anni ‘70, poi è cessata di botto, con il tramonto delle grandi politiche territoriali, l’ingarbuglio delle competenze, il passaggio a un regionalismo inconcludente. Certo non sono mancati gli errori. Sul Vesuvio, ad esempio, furono impiegate assieme alle conifere anche la robinia e la ginestra dell’Etna, che si sono poi comportate come infestanti invadenti. Ad ogni modo, con l’esaurirsi di quel ciclo storico, i rimboschimenti del ‘900 sono rimasti soli, senza manutenzione, senza gli sfolli, i diradamenti, la pulizia del sottobosco, tutti gli interventi necessari a mitigare il rischio del fuoco, e a facilitare il compito che alle conifere era specificatamente richiesto: quello di far da pioniere, di preparare il terreno, l’humus e il microclima per il ritorno a seconda dei casi di querce, lecci, frassini, faggi. Con la fine delle grandi politiche novecentesche di cura attiva del territorio, i rimboschimenti storici sono diventati come un’opera incompiuta, un paesaggio cristallizzato e sospeso.

Ho chiesto ad Antonello Migliozzi del Laboratorio di ecologia applicata della Federico II che sensazione ha provato nei sopralluoghi alle pinete carbonizzate sul Vesuvio, il 40% di quelle presenti sul vulcano, con le ceneri ancora fumanti e i tronchi neri, spettrali, spogliati e pur rimasti in piedi. In molti punti le ceneri erano bianche, segno che la combustione ha toccato i mille gradi, un’energia elevatissima, invincibile con qualsiasi mezzo. La sua risposta mi ha colpito: “È un disastro della nostra mente, prima che ecologico”, ricordandomi lo stupore atterrito di Orazio nell’Amleto, all’apparizione dello spettro (“È come un pruno nell’occhio della mente”).

Penso che Antonello si riferisse, oltre che alla pena per la foresta pietrificata, proprio a questa nostra incapacità di comprendere il patrimonio ricevuto in eredità, di percepirne il significato, la storia, di proteggerlo nell’unica maniera giusta, la cura e la prevenzione, che poi significa tenere il bosco pulito, aperto, evitando l’accumulo di una necromassa legnosa che, in tempi di cambiamento climatico, rende la foresta un’immensa polveriera. Se non si dice questo, tutto si trasforma in una storia criminale di piromani contro canadair, che è un racconto parziale, perché in mezzo manca proprio il territorio, e il nostro lavoro quotidiano su di esso. Pochi giorni dopo il grande incendio, continua Antonello, le querce e le ginestre hanno ripreso a ricacciare, piccole mani verdi si distendono nuovamente nello spazio senza vita, l’ecosistema vulcanico ha già ripreso il suo corso. In che direzione, lo vedremo. Abbiamo ora il privilegio, dopo il dolore e la paura, di assistere a un grande esperimento a cielo aperto, non è detto che si debba subito ripiantare qualcosa, la natura un suo piano di lavoro ce l’ha, siamo noi che dobbiamo metter mano al nostro, e starle responsabilmente accanto.

Pubblicato con i titolo “La natura rifiorisce sul Vesuvio”

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 30 agosto 2017

Negli altri paesi europei l’abusivismo edilizio semplicemente non esiste, e non ci sono neanche le parole per dirlo. In Inghilterra l’ufficio del Primo ministro dirama ogni anno un bollettino con una contabilità dettagliata, ettaro per ettaro, dell’uso dei suoli e delle nuove urbanizzazioni. Il fatto è che lì si ostinano a pensare che il suolo sia la base fisica della democrazia, che il territorio lo abitiamo socialmente, che non sia un tavolo da gioco dove vince chi è più lesto o ha meno scrupoli, scaricando sulla collettività i costi delle sue scelte private.

Qui da noi, nell’area metropolitana di Napoli, le cose sono andate diversamente. Dal secondo dopoguerra le aree urbanizzate si sono moltiplicate per quattro, in due ondate successive: la prima che va dalla metà degli anni ’50 alla fine degli anni ’70; la seconda, non meno rilevante della prima, dal terremoto del 1980 ad oggi. Nel frattempo la popolazione è aumentata solo del 20%, ed ora la demografia sarebbe piatta, se non fosse per gli immigrati.

Tutto questo è avvenuto senza regole: ancora nel 1990, in provincia di Napoli, solo 18 comuni su 100 disponevano di uno strumento urbanistico ai sensi di legge. Il risultato è stato il caos, la fusione di fatto di 140 comuni, da Capua e Caserta, giù fino a Eboli, in una disordinata città continua, che occupa solo il 15% del territorio regionale, nella quale vive come può il 72% dei cittadini campani.

In questo sistema congestionato, per le ragioni che dicevamo, il 40% delle aree edificate non ha alle spalle una decisione pubblica, una previsione, un atto di pianificazione. E’ in questo contesto che, come ha raccontato Raffaele Cantone nel suo intervento su Repubblica, il comune Giugliano, senza che nessuno l’avesse deciso, è cresciuto nell’ultimo quarto di secolo da quarantaquattromila a centodiecimila abitanti, diventando così a sorpresa la terza città della regione, una delle prime cinquanta d’Italia, la più giovane in assoluto, come ha evidenziato Save the Children nel suo rapporto sull’infanzia a rischio.

A Casal di Principe invece, stando al desolato racconto del sindaco Natale, un edificio su tre è abusivo, per un totale di millecinquecento abitazioni, dove vivono seimila persone, sui ventunomila abitanti del comune. Ma l’assenza di piani urbanistici non spiega tutto, perché c’è anche l’abusivismo di ultima generazione, quello a norma di legge, come nel caso di Orta di Atella, passata in un decennio appena (2001-2011) da tredicimila a ventiquattromila abitanti. In quel comune, come accertato dalla magistratura, l’amministrazione ha autorizzato la costruzione di vasti rioni pasoliniani, in barba alle destinazioni d’uso, in posti dove questo non poteva e doveva avvenire, coi palazzi di sette piani sorti in mezzo alle terre, senza le adeguate urbanizzazioni, infrastrutture e servizi.

Insomma, l’abusivismo nell’area metropolitana di Napoli è un fenomeno di scala territoriale. Affrontare questa situazione richiederebbe, proprio come avvenuto a Bagnoli, vista la dimensione e la portata dei problemi, uno sforzo coordinato delle istituzioni – il governo, la regione, la città metropolitana – in un patto comune per superare la babele di competenze, anche figlia della cattiva riforma costituzionale del 2001. E’ solo da un patto inter-istituzionale che può venire un programma complessivo, assolutamente necessario per mettere finalmente in ordine, sicurezza e legalità la terza area metropolitana del paese.

Dovremmo completare in tempi brevi – le professionalità, le tecnologie e i satelliti non ci mancano – una radiografia dettagliata dell’intera area metropolitana, con una contabilità definitiva degli abusi. In parallelo, si dovrebbe attivare una task force di supporto all’amministrazione, reclutando un esercito di giovani tecnici, con l’aiuto magari degli Ordini e dell’Università, con il compito di istruire in tempi rapidi, sei-otto mesi, le centocinquantamila mila richieste di condono pendenti, discriminando i casi, perché una veranda è evidentemente cosa diversa da una villetta sulla duna, o da un condominio di sette piani, e accertando una volta per tutte cosa può essere condonato e cosa no.

Poi, è necessario ripartire con il governo del territorio. Non è possibile che per l’approvazione di un piano occorrano anni, a volte anche dieci, che è il tempo nel quale uno strumento urbanistico dovrebbe produrre i suoi effetti, e se ne fa un altro. Ma fare i piani non è tutto. La cosa determinante è il lavoro amministrativo che c’è dopo, giorno per giorno, di cura e controllo del territorio, per fare in modo che le cose poi succedano davvero, nel modo giusto, secondo legge, dando per tempo le risposte, e non pensando ancora di poter delegare alla magistratura il ruolo di cerbero.

Perché tutto questo accada occorrono nuove politiche, una rinforzata capacità amministrativa, una buona cooperazione tra i diversi livelli di governo. Se la filiera istituzionale della Repubblica si mette in gioco per intero, dando al recupero della conurbazione campana il valore di questione nazionale, una strada giusta per voltare definitivamente pagina, alla fine potrà essere trovata.

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Gennaro Matino, Repubblica Napoli del 23 luglio 2017

Morire di rumore si può, a Napoli di più: cronaca di un’ordinaria notte afosa di mezza estate. Ricordate quando le “signorine buonasera” suggerivano all’inizio dei programmi televisivi serali di tenere il volume dei televisori moderatamente silenziosi per non disturbare la quiete dei vicini, considerato che il caldo imponeva le finestre aperte? Altro tempo, altra civiltà. Le proteste dei residenti di Chiaia per i baretti e quelle di Aniello Falcone di questi giorni nient’altro sono che esasperazione di cittadini, voce particolare di diffuso malessere che riguarda la città nel suo insieme e che consente a quelli che “pure anna campa’” di “sotterrare” quelli che vorrebbero campare civilmente. Vomero, settimo piano, ed è quanto dire fa caldo come mai, le finestre aperte per non fare la fine delle “zoccole”, e la strada, i locali, le voci diventano il palcoscenico indesiderato che ti costringe alla veglia. Inizia il clochard neo melodico, sono le dieci di sera, canta alla luna e lo fa a squarciagola. Non ci sono applausi. Vabbè fa colore, un sorriso ci può stare. Alle undici l’appuntamento “strategico” dei portatori di cani, lo scontro per il territorio è rituale. Si abbaia a “voce alta” tra padroni e cani, si litiga, si spiega, si raccontano le virtù di Fido e tu al settimo piano “giustamente” ne devi essere informato. A mezzanotte il primo turno dei “rinfreschi” prima delle danze e siccome è bene arrivare in forma, volume e musica a palla e prova di passi sotto le stelle. All’una monnezza indifferenziata e indifferenziato clacson a chiedere il passo, casomai la vecchina del piano di sotto avesse dimenticato l’apparecchio acustico potrà anche lei godersi lo spettacolo. Dalle due alle tre è tempo di panini, granite, gelati e cocktail ovviamente innaffiate dal rombo di moto sfreccianti e da doverose storie da raccontarsi che è giusto non tenere riservate e che siano a conoscenza dell’intero quartiere. Alle quattro è il turno della differenziata, pesante di valore e di rumore, applauso indecente al sonno rubato. Alle cinque è il turno del cicchetto a danze ormai spente altrove, non sotto il balcone ed ora è tempo di nostalgia e di rimpianti. I racconti si fanno crepuscolari e al settimo piano arrivano i pianti degli abbandonati, il grido dei traditi, il lamento dei delusi. Alle sei potresti finalmente dormire un’ora ma c’è chi ancora celebra il rito della staffa e il buonanotte del vampiro coincide con il mio buongiorno e il rumore assordante del primo aereo in fase di atterraggio. Forse la cronaca di una notte insonne potrebbe perfino trasformarsi in una gag da teatro che il mio amico Gino Rivieccio reciterebbe alla grande e si sa che a Napoli il modo più efficace di raccontare la politica parolaia è la sua comicità anche se c’è da piangere più che ridere considerato che l’inquinamento acustico è capace di provocare danni irreparabili e può causare nel tempo problemi psicologici, di pressione e di stress alle persone che ne sono continuamente sottoposte. C’è una legge, ce ne è sempre una, che dovrebbe ricordare all’amministratore le sue responsabilità, che fornisce la definizione di inquinamento acustico: “L’introduzione di rumore nell’ambiente abitativo o nell’ambiente esterno tale da provocare fastidio o disturbo al riposo e alle attività umane, pericolo per la salute umana, deterioramento degli ecosistemi, dei beni materiali, dei monumenti, dell’ambiente abitativo o dell’ambiente esterno o tale da interferire con le normali funzioni degli ambienti stessi”. Pericolo per la salute umana, già. E allora la domanda: vivere in città significa necessariamente essere costretti a vivere sotto un macigno di decibel insopportabili? Quando è stata l’ultima volta che a Napoli qualcuno è stato multato o censurato “veramente” per inquinamento acustico? Capisco il tempo dello svago ma il tempo del riposo non resta un diritto insopprimibile? L’economia deve muoversi ma non a discapito della salute dei cittadini che sono la maggioranza dei vessati, sacrificati sull’altare del bordello quotidiano. Una politica visionaria di una città che si dice di pace, di accoglienza, di amore forse dovrebbe ripensare se stessa partendo dalla sua vivibilità e ridefinirne l’uso, attribuire spazi e funzioni in ragione di un benessere nel rispetto della libertà e della decenza e di quelli che oggi sappiamo essere condizioni essenziali di vita. La politica è cura della città nel suo insieme, è garanzia della libertà che mai può essere venduta per una manciata di consensi elettorali. Napoli è città della movida e nessuno vuole privarla di tale primato ma il limite della volgarità è stato superato di gran lunga. Se è su queste basi che si vuole lanciare da Napoli una sfida democratica per il Paese è bene che si sappia che le premesse sono sbagliate.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 13 luglio 2017

Martedì abbiamo vissuto una giornata storica, l’11 luglio rimarrà probabilmente negli annali come la data nella quale la Campania ha acquisito consapevolezza di cosa veramente significhi il cambiamento climatico, assieme alla certezza di esservi dentro fino al collo. Dalle campagne di Giugliano dove mi trovavo, a più di trenta chilometri di distanza, la colonna di fumo e cenere che saliva dal vulcano era immensa nel cielo, come una grande eruzione, poi è collassata sulla pianura, la guardavamo in silenzio, convinti di assistere a qualcosa di mai visto prima.

Ho chiamato gli amici in sala radio, erano alle prese con una situazione drammatica, oltre al Vesuvio gli incendi bruciavano tutti insieme in un’ampia fascia tra le province di Napoli, Avellino e Salerno, nella valle dell’Irno, sui Lattari, e giù fino al Vallo di Diano. Se in quello che è successo evidentemente c’è dolo, ci sono i comportamenti criminali – il fronte degli inneschi sul Vesuvio seguiva per chilometri un arco troppo continuo, assolutamente predeterminato e perfetto – nella nuova situazione climatica le conseguenze di questi gesti sono straordinariamente più rilevanti che in passato, ed è un andamento di scala europea, i dati sugli incendi boschivi dicono che tutto il continente è entrato in una fase completamente nuova.

Anche per questo tipo di faccende, come in quelle sociali, la criminalità è brava a cogliere le occasioni, profittando degli squilibri, non a determinarle, e qui non piove sul serio da sei mesi, le temperature elevate non lasciano tregua, negli incolti abbandonati e nei boschi ai bordi della città, privi di manutenzione, si è accumulata una quantità elevatissima di combustile vegetale ad altissima infiammabilità. In queste condizioni lo stesso innesco che gli anni scorsi avrebbe bruciato 10, oggi brucia 100 o 1000. In un paesaggio curato e ben gestito, gli stessi abominevoli gesti avrebbero conseguenze limitate, sopportabili.

In una bella intervista a Radio Rai sugli incendi in Portogallo dello scorso giugno Davide Ascoli, ricercatore in scienze forestali della Federico II e grande esperto di incendi boschivi ha detto una cosa sacrosanta: gli incendi si combattono venti anni prima, con una corretta gestione forestale, aiutando i nostri boschi a diventare più resistenti, e soprattutto più resilienti, maggiormente in grado cioè di adattarsi alle nuove condizioni climatiche, e di recuperare dopo il fuoco.

Quando in una campagna inerme per l’incuria e l’arsura si scatenano eventi ad elevatissima energia, come quelli di martedì, anche la tecnologia può poco, poco possono i 15 Canadair dello Stato e i 7 elicotteri regionali, considerato che in quella drammatica giornata tutto il meridione bruciava, e la flotta aerea nazionale ha dovuto dividersi tra Campania, Sicilia, Puglia, dovendo per di più operare scelte dolorose di priorità, in base al numero delle vite a rischio. In situazioni simili poi, aerei ed elicotteri possono davvero poco, senza un massiccio lavoro di controfuoco delle squadre a terra, e costano molto, tredicimila euro l’ora per un Canadair, duemila per un elicottero.

Se gli incendi si combattono vent’anni prima, è veramente stupido considerarli ancora un’emergenza, che ci coglie ogni volta impreparati, e induce immancabilmente a scelte dettate dall’emozione, che non sono mai quelle più giuste  e appropriate. Se il clima e l’ecosistema stanno cambiando, è necessario cambiare la nostra cultura e i nostri comportamenti. Occorrono politiche nuove, la prevenzione e la cura del territorio devono diventare la nostra occupazione più importante. Come nei fatti sociali, il controllo e la repressione dei comportamenti criminali sono assolutamente necessari, ma non bastano, occorre curare ed educare gli uomini, assieme agli alberi.

La Campania si è dotata da poco, prima ed unica al momento tra le regioni italiane, di una legge sul fuoco prescritto. Ci hanno lavorato i tecnici regionali, assistiti da Davide Ascoli e Stefano Mazzoleni della Federico II. A tarda sera raggiungo Stefano al telefono, è in Slovacchia, gli racconto della giornata orribile, mi spiega che è una tecnica preventiva molto efficace, che prevede incendi controllati d’inverno, della lettiera e delle parti infiammabili di sottobosco, per ridurre il combustibile vegetale che può bruciare d’estate, mitigando così la pericolosità e il rischio. Insomma, il fuoco usato tecnologicamente, a fin di bene. Dopo la giornata drammatica di ieri, è venuto il momento di impiegare sul campo diffusamente anche questo tipo di strumenti. L’amnesia territoriale del paese è durata un paio di generazioni, dobbiamo tornare a curare i nostri boschi, c’è un clima diverso, maledettamente difficile, e non abbiamo più tempo.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 11 luglio 2017

“Padroni in casa nostra” è stato lo slogan guida degli ultimi trent’anni, e questo vale dal livello condominiale, fino ad arrivare alle conclusioni politiche dell’ultimo G20 ad Amburgo. In un sistema mondiale che crolla da tutti i lati, l’unico conforto che ci rimane, in quanto piccoli uomini smarriti, è la promessa di un controllo individuale, totale ed esclusivo, almeno del nostro spazio privato di vita, quale esso sia: la casa, il rione, la città, la nazione. Soprattutto all’interno dei nostri poveri sistemi metropolitani – privi oramai di ogni leggibilità, dismessa da tempo ogni velleità di governo e controllo – l’unica sovranità e sicurezza che ci vengono concesse sono quelle delimitate dalle mura domestiche.

Si tratta evidentemente – le otto vittime di Torre Annunziata sono lì a gridarlo – di una promessa fasulla, di una semplificazione malsana, perché il destino e la qualità delle nostre vite e delle nostre abitazioni rimane purtroppo legato a una dimensione collettiva, il mondo lo abitiamo e lo modifichiamo insieme agli altri, le nostre azioni (ed errori) individuali hanno conseguenze pubbliche, e un governo del territorio, sia che parliamo del fabbricato che abitiamo, sia del paesaggio e del bacino idrografico intero che accoglie le nostre esistenze, è ancora indispensabile, al di là della propaganda, per garantire alle nostre vite un minimo di ordine, umanità, sicurezza.

L’area metropolitana che abitiamo, da Capua a Battipaglia, è raddoppiata due volte nell’ultimo sessantennio. La prima ondata edificatoria è quella che va dal dopoguerra al 1980; la seconda, spesso sottovalutata dagli storici, è quella legata alla ricostruzione, e va dal terremoto ad oggi. Il passaggio dal sistema settecentesco che vedeva Napoli, con  suoi cento casali, immersi nella campagna, a quello attuale, di mosaico illeggibile fatto di pezzi di città in mezzo a spazi rurali sbriciolati, è avvenuto in larga misura al di fuori delle leggi repubblicane che regolano le modificazioni del territorio. Metà della città metropolitana non ha alle spalle nessun piano, nessuna previsione. E’ una città nata spontaneamente, sotto la spinta disordinata di visioni e convenienze strettamente individuali. Ma il fatto è che il mondo non lo abitiamo da soli, e prima o poi paghiamo il conto.

Soprattutto la qualità ingegneristica ed edilizia di molti dei manufatti urbani della prima ondata edificatoria, quella fino agli anni ’70, è modesta, da terzo mondo, insicura. E’ un fatto che Aldo Loris Rossi denuncia inascoltato da più di vent’anni. Per di più, questi fabbricati scadenti sono stati a più riprese sopraelevati e modificati in libertà, ancora una volta sotto la spinta di insindacabili pulsioni individuali, neanche più verificabili da amministrazioni comunali in dissesto, costrette progressivamente a dismettere uffici, servizi tecnici e competenze deputate alla sorveglianza e al controllo della città.

Lo stesso disinteresse riguarda le campagne rimaste intrappolate nel reticolo urbano, si tratti del Vesuvio, delle Colline flegree, della Penisola o dei poveri lembi di pianura fertile, o anche i gioielli delle isole del Golfo. Ho provato queste cose a raccontarle all’ultimo convengo INU che si è svolto il 7 luglio in ACEN, sulla città metropolitana. Questi ecosistemi verdi sono ormai parte della città, dobbiamo prendercene cura se vogliamo che le nostre case siano sicure, altrimenti la natura si incendia, esonda, frana, erutta, ci casca addosso. All’interno del caos metropolitano che abbiamo creato, è necessario manutenere il vulcano e il versante boscato come fossero il fabbricato nel quale abitiamo. Il fatto è che non facciamo nessuna delle due cose. L’ideologia individualista che ci acceca ha cancellato la terra come base comune della nostra vita.

Anche le buone leggi che abbiamo scritto alla fine del ‘900 sulla difesa del suolo, le aree protette, le acque e il paesaggio, si sono trasformate in burocrazia, in un caleidoscopio di competenze impotenti, che non si sono mai integrate in un moderno sistema di governo del territorio, che non può che essere unitario, come accade nelle più mature democrazie europee.

Al termine del convegno INU parlavamo sconsolati di queste cose con Marco Grassi, direttore dell’unità di missione della Presidenza del consiglio “Italia sicura”. “Sono stato criticato per aver stanziato quattrocento milioni per salvare Genova, si tratta di interventi per mettere in sicurezza le montagne alle spalle della città. Chi protesta perché vorrebbe che quei soldi fossero spesi in altro modo, non capisce che quelle montagne ormai, per come è fatto il paese, si identificano con la città stessa, sono il suo quartiere più importante”. Le montagne, il fabbricato e la città in cui viviamo, il vulcano e la pianura, il suolo minacciato dai veleni, hanno bisogno di manutenzione e di governo. L’alternativa folle è tutti padroni in casa nostra. Benissimo, il fatto è che poi moriamo.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 9 luglio 2017

Questa storia si svolge sulla Collina Miradois, ai Miracoli, nel centro storico di Napoli, ma ha inizio sulle coste del Congo-Brazzaville, su una piattaforma offshore dell’ENI, al largo di Pointe-Noire, dove Mirko lavora come topografo, il suo compito è guidare col computer i sub e i macchinari sul fondo del mare per le trivellazioni petrolifere: la notte è stata serena, sta svanendo, lui è rimasto sul ponte a respirare il vento di terra, a guardare le costellazioni esplodere nel cielo nero, gli spruzzi delle megattere che tornano coi loro cuccioli dal Polo; ora la terra è una striscia grigia all’orizzonte, dai villaggi arrivano le prime barche, vengono a pescare nel brulicare di vita attorno ai piloni metallici. Questa notte è l’ultima, domani Mirko torna a Napoli, cambia vita e lavoro, si laurea in scienze forestali.

Anche sulle piattaforme dei mari d’Africa Mirko non ha smesso di inseguire la particolarissima passione che l’ha preso,  aveva iniziato con le Scienze ambientali, poi s’è messo in testa di trasferire le sue competenze di cartografo dai fondali oceanici, alle foreste urbane della sua città. Ha preso casa con moglie e figlioletta sulla Collina Miradois, e qui è rimasto affascinato dal sistema segreto di aree verdi che da Capodimonte s’incunea fin nel cuore del centro storico, lingue verdi spettacolari, residuo dello straordinario paesaggio cinquecentesco delle campagne fuori le mura, e ha deciso di studiarne e raccontarne la storia.

L’appuntamento con Mirko Petitto è di mattina presto, in una domenica azzurra di maggio, di fronte al Duomo, al Palazzo Miradois, gioiello cinquecentesco, dimora del Reggente della Vicaria, alto magistrato del viceré spagnolo. Dobbiamo risalire insieme a piedi la collina verso Capodimonte, fino alla “Riccia”, la villa di campagna che il signore di Miradois aveva edificato a monte, che costituirà un primordio del sistema di ville patrizie che presidierà la collina di Capodimonte, un secolo e mezzo dopo, tutt’attorno la Reggia e il Bosco di caccia di Carlo III.

Passiamo Piazza Miracoli, lo slargo è in lieve pendenza, coi giardini centrali recuperati grazie a un intervento una volta tanto sobrio e appropriato, e scopri una volta di più che è la piazza più aggraziata di Napoli, forse la più bella, con un’atmosfera tutta particolare, che sembra di stare a Montmartre, o in un angolo di Lisbona. Risaliamo i vicoli a monte della piazza, la salita Miradois fino al muro di cinta dell’Osservatorio Astronomico, ripieghiamo per salita Moiariello, poi i tornanti di via Morisani, e all’improvviso ci appare il bosco verde che ha stregato Mirko, un luogo imprevisto, per dirla come Roberto Pane, che brilla nel sole del mattino come un gioiello incastonato nella città storica. Se ti volti, scopri di trovarti in uno dei punti più panoramici del golfo, con lo sguardo che corre dal Vesuvio alla Penisola Sorrentina al Capo di Posillipo, Capri ti è davanti, puoi toccarla con la mano. Capisci allora perché questa collina, ora ai margini, fosse diventata già nel ‘500, in buon anticipo quindi su Posillipo, la prima passeggiata nobiliare fuori le mura, il primo paesaggio rurale “aristocratico” della città.

Con Mirko accediamo all’area verde da un piccolo cancello, e scopri che il bosco urbano è in realtà un antico frutteto abbandonato: sui terrazzamenti, nascosti dalla vegetazione selvatica di olmi, robinie e ailanti, incontri olivi annosi, e mandarini, nespoli, piante di alloro, melograni, e fichi dai rami contorti. Attraverso le antiche vedute e cartografie, Mirko ha ricostruito la storia di questi poderi fino al ‘600, quando sulle colline la città non c’era, e Miradois era tutto un vigneto. Poi la conversione a frutteto, ma c’erano anche i gelsi per l’allevamento del baco da seta, e ai piedi della collina le stalle coi bovini.

La novità del lavoro di Mirko, col suo prof Gaetano di Pasquale, botanico della Federico II, è stata quella di studiare l’ecosistema verde come fosse un reperto archeologico, rilevando e cartografando in dettaglio, ad uno ad uno, i terrazzi e gli alberi, raccogliendo i resti degli antichi attrezzi e manufatti agricoli; analizzando gli atti giudiziari e i registri parrocchiali, per studiare frazionamenti e passaggi di proprietà; registrando le testimonianze degli ultimi testimoni viventi, i discendenti dei coloni storici, e dal loro racconto scopri che la fine dell’agricoltura a Miradois non è poi così remota, la filiera corta di agricoltura urbana era ancora viva nel 1970, poi l’abbandono definitivo, con gli antichi frutteti che prendono rapidamente sembianza di bosco.

Ora siamo in casa di Mirko sul fianco della collina, mi mostra le riprese aeree fatte col drone, che sono mozzafiato: capisci come questi frammenti dell’antico paesaggio rurale sono una parte importante, cospicua del centro storico, che non è fatta di pietra, ma di terrazzi verdi e vestigia di antiche colture: dall’alto poi (ma basta anche Google earth), appare evidente come queste aree libere formino un reticolo vegetale nel tessuto urbano, una rete ecologica residuale e imprevista, che si dirama dalla grande foresta borbonica della Reggia giù per le colline. Una rete verde, mi dice Danilo Russo, zoologo della Federico II, che è in grado di sostenere, se adeguatamente curata e gestita, una biodiversità inaspettata, giusto nel cuore della città,  fatta di pipistrelli e rapaci, piccoli mammiferi, rettili, volpi, un’infinità di specie di uccelli.

Per di più, questa trama verde, oltre che elemento di bellezza, è l’unico grande “condizionatore naturale” del quale la città dispone, la sola parte del sistema urbano dove l’acqua e l’anidride carbonica si assorbono, le polveri si depositano, l’aria si depura e si raffresca, i cicli naturali ancora si compiono: le sole poste attive, insomma, di un bilancio ambientale altrimenti assai deficitario.

Dell’importanza del lavoro di Mirko ragiono alla fine con Massimo Visone, docente di storia dell’architettura e del paesaggio, che l’evoluzione di questi luoghi ha raccontato nel suo ” Napoli un gran teatro di natura”. Alla fine, un dieci per cento del territorio comunale di Napoli – l’equivalente quindi di un grande quartiere dimenticato – è fatto di aree come Miradois, ecosistemi imprevisti che nonostante tutto continuano a sopravvivere nella città distratta, vicino alle nostre case, dei quali ci accorgiamo solo quando franano, o d’estate magari prendono fuoco.

Aree verdi la cui storia, come Massimo mostra nel suo libro, non è meno complessa e affascinante di quella di un monumento romanico o gotico, ma che vengono trattate alla stregua di spazi vuoti, privi di qualità, per i quali non si impone una responsabilità, un progetto, un’idea di manutenzione, se non quella di farne parcheggi interrati. Il piano regolatore del 2004 aveva previsto di proteggere gran parte di questo mosaico verde (ben duemiladuecento ettari comprendendo, oltre le aree in abbandono colturale, le aree agricole attive e i boschi) all’interno del Parco delle colline di Napoli, poi effettivamente istituito con legge regionale, ma che è al momento un ente in disarmo, residuale come le aree che dovrebbe governare e difendere.

In attesa che le istituzioni diano segni di vita, Mirko ha costituito, insieme a un gruppo di abitanti, un’associazione civica che porta il nome della collina, la presiede Antonello Pisanti, pediatra generoso e visionario, uno dei primi a riscoprire questi luoghi, e che è venuto a viverci. Oltre a corsi di fotografia, recitazione e letteratura per i bambini dei Miracoli, l’associazione Miradois gestisce un campetto di calcio, e intende ora intraprendere un progetto, a partire dal lavoro di Mirko, per recuperare le aree verdi dimenticate, e riattivare l’agricoltura urbana. E’ una cosa complicata, perché si tratta di suoli la cui proprietà è comunque privata, per di più estremamente frammentata. Nel frattempo, un’attività di cura e di conoscenza è già iniziata, a favore dei viventi più fragili e promettenti del quartiere: i bambini innanzitutto, quindi gli alberi, l’ecosistema e il paesaggio, sarebbe a dire i pezzi più importanti di futuro, ed è un lavoro che Mirko deve fare qui, il Congo per ora può attendere.

Bosco Camaldoli

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 24 giugno 2017

Due grandi foreste ha la città, a oriente e occidente, ecosistemi e mondi completamente diversi, dove puoi veramente ancora perderti nel verde, e ognuna ha una storia, e un futuro possibile da raccontare. Se Capodimonte è il bosco del Re, restituito ora alla città nella sua magnificenza, il Parco urbano dei Camaldoli è il bosco repubblicano, un lembo di selve appenniniche che miracolosamente si incunea tra i vulcani, figlio di storie e conflitti più recenti.

Il Parco dei Camaldoli è esteso quasi quanto Capodimonte, circa cento ettari, ma pochi napoletani ancora lo conoscono, e infatti non incontriamo nessuno, in questo sabato di primavera, camminando i sentieri tra le grandi ceppaie di castagno con Riccardo Motti, il direttore del Real Orto Botanico di Portici, solo pochi cani ansimanti e felici, a spasso coi padroni. Riccardo è alto, pacato nella voce e nei gesti, ha la figura di un moschettiere del Re, accarezza con gli occhi il groviglio vegetale, si china su un’Ajuga, una pianticina elegante del sottobosco, dai fiori blu, sta crescendo all’ombra di un cespo giallo di ginestre, tra gli steli verdi e freschi di festuca. “E’ la bordura perfetta di un giardino, solo che il progettista è la natura, hanno iniziato gli inglesi a imitare nei loro giardini queste combinazioni spontanee, assolutamente perfette. A queste specie e a queste composizioni mi sono ispirato ora per realizzare i giardini del Museo di Pietrarsa”.

Il bosco dei Camaldoli è questo, una miniera di continue, piccole sorprese di biodiversità, negli anni Riccardo le ha censite e studiate proprio tutte, ed è qui che devi venire allora, se davvero vuoi capire il senso delle primavere e degli autunni sulle colline di Napoli, coi gruppi di violette e ciclamini, e il tappeto color cielo della pervinca, le orchidee spontanee maculate di sanguigno, e la chioma del bosco che vira con la stagione dal verde tenero al giallo oro all’arancio. Nel silenzio del bosco, davanti a noi s’alza all’improvviso in volo una poiana, da vicino appare enorme, mi sembra un segno miracoloso, come in una poesia di Montale, e tutto questo accade a meno di dieci minuti dal frastuono e dal caos brulicante del sabato di città.

Si, il Parco dei Camaldoli è un miracolo, ma è anche il frutto delle battaglie di un ventennio, dalla metà degli anni ’70, di un pugno testardo e coraggioso di cittadini e associazioni, che vedeva questo tesoro erodersi giorno dopo giorno per le lottizzazioni abusive, le frane, le antenne selvagge, le discariche, le cave, gli incendi, e lottò per l’acquisizione pubblica, per conservare alla collettività ciò che restava, dopo le mani sulla città, delle millenarie  e gloriose selve flegree.

Ed allora sono venuto al Vomero, nella bella casa di Pio Russo Krauss, pediatra, il nostro maggiore esperto di medicina pubblica, gli ho chiesto di raccontarmi ancora una volta come andarono le cose, e lui pazientemente ha recuperato i dossier, le denunce, insieme a fasci di vecchie, bellissime foto. Tutta la vicenda è riassunta in un dattiloscritto ingiallito (“Camaldoli: una collina indifesa”), la prefazione è di Ugo Leone, le foto oramai sono macchie sbadite, ma è una delle testimonianze più importanti dell’ambientalismo napoletano, leggo i nomi degli autori, con Pio c’erano Giovanni Lubrano Di Ricco, Hermes Ferraro, Nicola Gaglione, Corrado Garbi, Gigliola Golia, Roberto Langella, Enzo Miano, Casimiro Monti, Roberto Radice, il grande Francesco Luccio.

Sull’onda della pressione pubblica il parco viene istituito nel 1981, è Giovanni Dispoto, giovane urbanista del Comune, a suggerire al vicesindaco Di Donato di impiegare un residuo di fondi della Cassa del Mezzogiorno per espropriare i suoli e realizzare recinzioni e attrezzature, ma ci vorranno comunque più di quindici anni per il faticoso completamento dei lavori.

Ad ogni modo ora il parco c’è, ma non sappiamo che farne, ed è proprio in quell’opuscolo ingiallito del 1986 che è lucidamente descritta la principale difficoltà, che è poi quella ” …della gestione dell’area, col rischio quanto mai probabile che, una volta ultimati i lavori, il parco resti chiuso a degradarsi, poiché non si sa chi e come deve gestirlo”. Si tratta di parole che a distanza di trent’anni suonano profetiche perché, da allora, un sistema di gestione dell’antico bosco non è mai stato definito, il ceduo non è stato curato e tagliato, ed ora sta morendo, con le ceppaie che si spengono ad una ad una, in un intrico selvaggio di pali avvinti dall’edera, che franano e smottano giù tristemente, assieme a lingue di terra, in uno sfacelo grandioso, da giungla tropicale.

“In realtà gli ecosistemi non si fermano mai” mi dice Stefano Mazzoleni, ecologo vegetale della Federico II, che allo studio di queste dinamiche lavora da un trentennio. “Se la cura del ceduo, dopo duemila anni si interrompe, il bosco abbandonato troverà un suo nuovo equilibrio, il castagno muore e arriva la roverella, o magari specie aliene come l’ailanto, ma la fase di transizione dura decenni, nel frattempo anche la geomorfologia e i suoli si mettono in moto, con le frane e le erosioni, prima che un nuovo equilibrio si instauri”. E’ evidente che una cosa simile può andar bene forse per l’Appennino rimasto senz’uomini, non nel cuore della terza città d’Italia, visto poi che il dissesto della collina, col fuoco, le acque selvagge e le frane, minaccia la sicurezza dei nostri quartieri più popolosi, Pianura e Soccavo, assieme agli agglomerati di Marano e Quarto, malamente cresciuti senza regole, giusto al piede dei versanti.

Come poi spesso accade in Italia, a complicare le cose ci si mette anche la selva delle leggi, più intricata di quella vegetale, perché i castagneti dei Camaldoli, essendo un parco pubblico, non rientrano nella definizione giuridica di “bosco” secondo le leggi forestali, “e questo crea un equivoco colossale”, mi spiega Fabrizio Cembalo Sambiase, agronomo paesaggista, “perché ci si illude di poter gestire l’area come fosse un giardino pubblico qualsiasi, dimenticando che si tratta pur sempre di un bosco, che come tale va trattato e curato.”

Fabrizio di queste cose ha lunga esperienza, gestisce i vasti castagneti di famiglia, sui versanti del Monte Stella, in Cilento. Per il Comune di Napoli ha redatto nel 2005 un piano di gestione del Parco dei Camaldoli, mi mostra le cartografie dettagliate, l’idea era quella di fare del bosco una grande azienda forestale multifunzionale, per la produzione di pali e assortimenti legnosi, assai richiesti per l’ingegneria naturalistica e i pergolati agricoli tradizionali, e di energia rinnovabile, con gli scarti forestali che diventano prezioso combustibile, in grado di riscaldare un polo ospedaliero, o un grande plesso scolastico. Si creerebbe così lavoro per una cooperativa giovanile, sul modello della “Paranza”, alla Sanità, con il risultato di tenere in ordine, perfettamente fruibile il bosco, accompagnare i visitatori, governare le acque, fare la manutenzione dei versanti e dei suoli, prevenire gli incendi, proteggere la fauna e la biodiversità.

Il piano di Fabrizio è finito in un cassetto, e invece sarebbe il caso di recuperarlo in fretta, perché proprio mentre sto scrivendo, il Comune ha provveduto a interdire a tempo indeterminato il grande Parco al pubblico, i cancelli di Camaldolilli, Ignazio di Loyola e dell’Eremo li trovi mestamente chiusi, con la motivazione del rischio di schianto degli alberi e della mancanza di personale, che poi è il gatto che si morde la coda, perché è evidente  che senza manutenzione la città ti si ritorce contro, nelle sue parti in pietra come in quelle verdi: diventa impraticabile, ostile, e la soluzione non può essere ogni volta quella di dismettere progressivamente i luoghi dei quali non riusciamo più ad aver cura, abdicando sistematicamente all’incapacità e all’impotenza.

Così, le due grandi foreste urbane continuano a parlarci della città e di come siamo, e dei futuri possibili, con il bosco di Capodimonte a mostrarci che c’è ancora forse occasione di riscatto, di migliorare la vita delle persone, offrendo loro nuove opportunità e servizi, e diritti concreti di cittadinanza; ed il Parco dei Camaldoli che è invece la pagina scura, quella del declino della città pubblica e del suo governo; di un’amministrazione che chiude uno alla volta ai cittadini i paesaggi e gli ecosistemi più fragili e belli, che è poi, al netto di chiacchiere e slogan, la forma più desolante e intollerabile di povertà.

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Da Eddyburg, la piccola grande storia del PRG di Napoli, scritta da Vezio De Lucia.

Il link all’articolo.

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Antonella Di Nocera, Repubblica Napoli 15 giugno 2017

Martedì 13 giugno. Roghi al Parco De Filippo. Come ieri a via Esopo e a via Bartolo Longo. Ancora una volta, roghi e fumi che entrano nelle nostre case, nelle nostre vite, nelle nostre teste di periferia est. Ci sono passata in macchina poco dopo le 20, i pompieri stavano con fatica terminando di placare le fiamme. L’aria acida, irrespirabile, cattiva, mentre un tramonto rosso invadeva il cielo ad ovest, inducendo a immaginare giorni migliori. Quanto tutto questo interessi poco alla città e a chi la sta governando è cosa ormai acclarata, così normale che nessuno ci fa più caso. E nessuno neanche più pretende il sacrosanto diritto che le cose vadano diversamente. Un paradosso, enorme, che mi fa zittire, proprio come quello messo in scena stasera, dagli sportivi che, nonostante il fumo e l’aria irrespirabile, facevano jogging intorno al Parco. Provo una ammirazione sincera verso chi si riesce ad adeguarsi. Corrono intorno al “cadavere” del Parco Fratelli De Filippo, uno dei tanti aperti negli anni ‘90, poi più volte “inaugurato”, ma da oltre un decennio, come gli altri parchi della zona orientale, chiuso al pubblico. Ora, il fatto che un parco verde comunale vada a fuoco, che in pochi giorni il territorio di Ponticelli sia stato colpito da vari incendi dolosi è grave, ma che tutto questo non riesca neppure a essere portato all’attenzione dell’opinione pubblica è assai più grave. Direi di più: è l’orrore, il segno di una disperata assuefazione al peggio.

Tornando a casa, poco dopo, ho scoperto che era martedì e che alla stessa ora degli incendi il sindaco di Napoli era in diretta Facebook nella redazione di Repubblica. Il fatto che il sindaco non venisse a sapere in diretta che in quel momento stava andando a fuoco uno dei principali parchi urbani della città confermava il mio sentimento. Per curiosità ho ascoltato tutto l’intervento per vedere se in qualche momento ci fosse un riferimento non dico all’episodio, ma almeno allo stato di abbandono del territorio di cui la sequela di roghi di questi giorni rappresenta la classica pistola fumante.

E allora, mi sono detta: basta. Da quando sono ridiventata una libera cittadina, all’incirca quattro anni, non ho preso quasi mai la parola nel dibattito pubblico sulla città. Ho aspettato ancora un anno, dopo l’inizio della nuova consiliatura, consacrata, nelle promesse elettorali, a un impegno per le “nuove centralità”, in attesa di ascoltare qualcosa di sensato che riguardasse le periferie, una idea minima, uno straccio di strategia, o almeno una parola di umiltà, che potrebbe dire molto più di tanti discorsi e trionfi millantati: qualcosa insomma che somigliasse a un discorso di verità. Insomma, accanto ai forum andati, alla cultura delle kermesse, ai famosi turisti, alle feste (degli altri) nei vicoli e sulle spiagge, un poco di quella sensazionale “realtà” che riguarda i cittadini comuni, qualcosa che possa farli sentire meno esclusi e distanti, come se quella città in vetrina non gli appartenesse più. Qualcosa che dovrebbe suonare un po’ così, e che a recitarla, tipo mantra, farebbe bene pure a te, caro sindaco: “Mi dispiace, cara periferia, non ce la facciamo”.

Non ce la facciamo a raccogliere i rifiuti a Ponticelli come facciamo in altri quartieri, così via Mastellone, via Esopo, via Pietri resteranno magnifici sversatoi a cielo aperto sullo sfondo della bellissima sagoma del Vesuvio.

Non ce la facciamo a mandarvi un vigile urbano nella Municipalità più vasta della città. Non se ne vede uno da almeno dieci anni per le strade di Ponticelli, Barra e San Giovanni, e ormai si fa a gara a chi è più incivile ed irrispettoso di qualsiasi regola. Perché i blitz in cui si fiondano decine di autovetture di polizia e carabinieri non hanno alcun effetto sull’ordinario vivere di una comunità. È il poliziotto municipale, a piedi, a contatto con le persone che ha un senso in questi nostri quartieri. Non ci vuole molto a capirlo. Perché alle sparatorie si può rimediare con qualche mese di tregua, ma per costruire umanità si lavora tutti i giorni, con costanza, con cura.

Non ce la facciamo a tenere aperte le strutture sportive come il Palavesuvio. Quest’anno perfino le palestre scolastiche sono state negate alle storiche società che si occupano di sport per i giovanissimi, perché la politica ha lasciato vincere l’inerzia e l’inettitudine dei burocrati sul valore sociale ed il benessere dell’attività fisica che deve riempire le giornate dei ragazzi.

Non ce la facciamo a tenere aperte le biblioteche e i parchi, a riaprire il cinema Maestoso di Barra o il Supercinema di San Giovanni, a pulire le aiuole e a non far morire gli alberi di quella che era la terra più fertile della città.

Non ce la facciamo a ridare vita alle aree destinate ai progetti di riqualificazione urbana falliti, diventate qualche volta oggetto di speculazione, ma più spesso di degrado e incuria.

Non ce la facciamo a farvi vivere come cittadini normali perché a voi è negata quella “democrazia della mobilità” che da sola renderebbe la nostra città più giusta e rispettosa dei diritti: per un anziano di andare al cimitero, o all’Asl, per uno studente di recarsi a scuola nel quartiere limitrofo con i mezzi pubblici.

Non ce la facciamo, neanche se possedete un’automobile, a garantirvi la normalità di poter raggiungere il centro per lavorare o per andare sul lungomare. Da due anni, con modalità a dir poco umilianti, i lavori di via Marina vengono interrotti, e quando sono in corso, con quattro sparuti anziani operai, non sai se farti prendere dal riso o dal pianto amaro. Mentre via Marina è un budello infernale di macchine, si è riusciti a chiudere al traffico verso Est anche via Ferraris, unica alternativa esistente.

E quando poi si aggiunge il famigerato ingorgo della rotatoria di Corso Lucci (perché siamo l’unico posto al mondo dove i mega- bus alunga percorrenza si immettono nella strettoia del traffico verso la stazione) allora puoi anche dire addio alle tue prossime due ore di vita.

Non ce la facciamo sarebbe il pensiero umile e consapevole con cui il sindaco potrebbe presentarsi e orientare le sue scelte per il futuro della città, perché a volte l’ottimismo non basta.

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La lezione di Tabarez “Il risultato è un mistero non sempre si spiega”

Francesco S. Intorcia, Repubblica del 7 giugno 2017

“Sostiene El Maestro che il tecnico sia per forza uomo di sinistra, «inseguiamo un’utopia, il progetto da realizzare in campo, ma che il calcio invece rappresenti “qualcosa di destra”, lega i nostri destini al risultato.” Prendo tutti i libri di politica e li butto via, mi basta questo.

Il Maestro cammina armato di coraggio e di una gruccia su cui scaricare il dolore. Provato nel fisico, non nell’animo. Le rughe scavate dispensano l’antica saggezza dell’insegnante. «Ho sempre pensato che sono le grandi sfide a mantenere vive le persone. Io farò l’impossibile per coprire la distanza fino alla meta: il mio contratto scade con il Mondiale e voglio portarci l’Uruguay». Da quasi due anni Oscar Washington Tabarez convive con un serio problema neurologico che ne limita le capacità motorie. Sulla panchina della Celeste dal 2006, è il ct più longevo insieme al tedesco Joachim Löw e il primo per numero di partite, 170: a marzo ha staccato Sepp Herberger. «Nella mia vita sono più vicino alla fine che all’inizio, ho 70 anni, non ho mai pensato di essere migliore degli altri e di schivare i problemi che arrivano alla mia età. Vedremo cosa mi domanderà il futuro, stavo peggio alla fine del 2015, ora sono migliorato, mi sento bene, sapete?». Nell’ultima Coppa America utilizzava una carrozzina a motore, sui giornali è circolata un’ipotesi del suo male che lui ha smentito con fermezza. «Alcuni giocatori sono con me da 11 anni, mi sento appoggiato e rispettato. Sono intelligenti, sanno che adesso quando alleno non faccio più certe cose, non come prima. Ma i miei collaboratori lavorano per me». Due assistenti, un paio di preparatori fisici. «Di sicuro non parlo della mia salute a colazione con la squadra e non penso di aver perduto nulla nella conduzione e nella leadership. Il momento difficile della nostra nazionale, quattro sconfitte di fila, non ha nulla a che fare con i miei problemi di salute, che restano privati».

Nel girone sudamericano, l’Uruguay è terzo assieme al Cile, con un punto di vantaggio sull’Argentina che, oggi, andrebbe allo spareggio. Mancano quattro partite e il 31 agosto ci sarà la sfida a Messi. «Contro l’Italia mancano Cavani, Suarez, Godin, Rodriguez: dobbiamo essere preparati al peggio. Però con l’Argentina li riavrò tutti e sono fiducioso. Il calcio vive di momenti: l’Uruguay non può sorprendere il mondo ma neppure è quello visto di recente. Abbiamo un bacino demografico ridotto e molti ruoli scoperti, a partire dai terzini. E poi io credo che nel costruire i campioni contino ancora più la mamma e il papà che l’allenatore ».

Sostiene El Maestro che il tecnico sia per forza uomo di sinistra, «inseguiamo un’utopia, il progetto da realizzare in campo, ma che il calcio invece rappresenti “qualcosa di destra”, lega i nostri destini al risultato. Ma il risultato spesso è un mistero: non puoi spiegarlo. Io non sono uno di quelli che parlano tanto prima. La bocca non ti fa vincere le partite. Bisognerebbe rimandare i commenti al “dopo”. Solo che, appunto, il risultato non sempre lo puoi spiegare ». In Italia ha allenato Cagliari, due volte, e Milan: quando tornò sull’isola, estate ’99, rilevò proprio Ventura. «Non lo conosco personalmente ma so come lavora, ha ottenuto grandi risultati con squadre sempre di medio livello. L’Italia è una delle nazionali più difficili da affrontare, ha grandi individualità in attacco, giocatori veloci, un ottimo centrocampo e un profilo tattico definito. È una referente nel calcio mondiale, non ha perduto i suoi punti di riferimenti storici». C’è un velo di malinconia, quando parla dei nuovi padroni del pallone: «Oggi i soldi arrivano da alcune parti del mondo, neanche il Milan si è salvato da questo fenomeno globale. È un calcio in cui si spende tanto, se non arrivano i risultati è un dramma. Fortuna che poi, in campo, resistono ancora leggi tradizionali».

flegrei

Ugo Leone, Repubblica Napoli 26 maggio 2017

Attenzione agli “stronzilli” di polvere. Innanzitutto: che sono? Ce lo spiega Ferdinando Galiani in un volumetto dal titolo “Spaventosissima descrizione dello spaventoso spavento che ci spaventò tutti coll’eruzione del Vesuvio la sera delli otto d’agosto del corrente anno (1779). Ma (per grazia di Dio) durò poco”. In questo librettino l’abate descriveva l’eruzione del 1779 e concludeva: “Per non restare con scrupolo alla coscienza devo nel concludere confessare il mio peccato e colle lagrime agli occhi cercarne perdono alli miei cari benefattori e lettori. Io ho messo nel titolo dell’opera che questa eruzione fu spaventosissima, e non è vero niente affatto… Ma io l’ho fatto per dar concetto al mio libro, movere la curiosità, e così venderne più; e non sono stato solo a far così, perché gli altri pure hanno detto mirabilia di questa eruzione, ma in coscienza da sacerdote indegno che sono, per la verità l’eruzione fu poca cosa, e chi si ricorda quella del 1737 dirà che c’è la differenza, che c’è tra una cannonata e uno stronzillo di polvere sparato incoppa a un astrico.”

Non è la prima volta che di questi “stronzilli” si fa uso con riguardo al Vesuvio e ai Campi Flegrei e al rischio di un’eruzione nell’uno e negli altri col catastrofico pericolo per la popolazione che vi risiede. L’ultima riguarda un articolo su “Nature communications” dal titolo “Progressive approach to eruption at Campi Flegrei caldera in southern Italy” i cui contenuti, o quelli che si riteneva fossero i suoi contenuti, hanno alimentato dibattito e allarme. In sostanza si tratta della notizia di un modello, elaborato da ricercatori dell’Osservatorio vesuviano dell’Istituto nazionale di Geofisica e vulcanologia e dell’University college di Londra, che consentirebbe di ritenere non lontana un’eruzione.

Sappiamo bene che negli ultimi cinquant’anni il bradisismo flegreo ha registrato due picchi nel 1970-72 (con l’evacuazione del Rione Terra) e nell’1983-84 (con la costruzione di Monteruscello). E sappiamo che il bradisismo, lo dice la parola stessa, è un lento movimento del suolo e che i Campi Flegrei sono sede di un vulcanesimo attivo (secondario, si definisce) del quale abbiamo due manifestazioni esplosive: quella che circa 4000 anni fa diede origine al Monte Spina ad Agnano e quella che nel 1538 diede origine al Monte Nuovo nella zona di Lucrino.

Secondo il nuovo modello al quale si fa ora riferimento i più recenti sollevamenti del suolo flegreo sono il risultato di un “accumulo di sforzi in profondità” in seguito al quale si potrebbero verificare le condizioni per un’eruzione.

Come, quando, perché? La risposta di Christopher Kilbum, firmatario dell’articolo insieme con Giuseppe De Natale è che “non sappiamo se o quando questo periodo di deformazione a lungo termine porterà a un’eruzione, ma intanto il nostro modello spiega bene quel che accadde in un’area molto simile ai Campi Flegrei, quella di Rabaul in Papua Nuova Guinea, che eruttò nel 1994 dopo un modesto episodio deformativo (una decina di centimetri), in un’area che aveva però già accumulato, nei decenni precedenti, alcuni metri di sollevamento”. Personalmente non sono un vulcanologo, ma un umanista legato alla importanza della correttezza dell’informazione. Quindi non mi permetto di entrare nel merito di questa affermazione pur permettendomi qualche perplessità sull’accostamento di Rabaul in Papua Nuova Guinea ai Campi Flegrei.

Mi sento, perciò più “rassicurato” da quanto ha scritto l’altro firmatario De Natale. Cioè che “quanto l’attuale condizione dei Campi Flegrei sia vicina al punto critico dipende molto dallo stato fisico attuale del sottosuolo flegreo. Calcolare, quindi, con precisione il reale stato fisico delle rocce profonde ai Campi Flegrei è una priorità per la ricerca futura”.

Insomma “questo nuovo modello interpretativo rappresenta un’importante evoluzione rispetto ai metodi di previsione delle eruzioni, essenzialmente empirici, utilizzati finora”. Significa che si è fatto un passo avanti importante sulla prevedibilità dei terremoti? È bene che sia così. E bene ha fatto De Natale a chiarire la cosa e a farlo a Pozzuoli che è la città la cui popolazione (81.000 residenti) è quella maggiormente esposta. È qui, infatti che, in un affollato incontro col sindaco e con i cittadini, De Natale ha detto che “non è vero che un’eruzione sia imminente, mai detto che il magma sia risalito”. L’allarme è derivato dal fatto che si è parlato di allarme vulcano a causa di “un titolo infelice e inappropriato del comunicato diramato a Londra” dagli autori dell’articolo. Stronzilli di polvere, appunto.

 

San Salvatore 5 p

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 31maggio 2017

Dalla vetrata del living, al piano alto della cantina “San Salvatore 1988”, i rilievi del Soprano e del Vesole ti appaiono davvero come i più bei monti della Campania, le “piccole Dolomiti”, in faccia al mare, con le rocce bianche, il verde cupo della macchia, quello ceruleo degli oliveti al piede dei versanti. Mentre ammiro il paesaggio, sul divano comodo color lampone, anche lo strepitoso jazz del Brubeck Quartet, filtrato da valvole incandescenti, mi arriva avvolgente come non mai.

I monti che ho davanti sono ecosistemi particolari: qui il clima appenninico, più fresco, e quello mediterraneo si incontrano, e sul Vesole, a mille metri di quota, puoi trovare la faggeta e la lecceta, le foreste tipiche delle due fasce climatiche, fronteggiarsi ai lati opposti della stessa strada. Ma non è solo questione di vegetazione, naturalmente. Sono venuto a Capaccio per conoscere la storia di una delle nostre aziende vitivinicole più innovative, nata solo da un decennio, ma già premiata dal presidente Mattarella con la medaglia CanGrande, il riconoscimento che dal 1973 si assegna ai grandi interpreti del vino in Italia.

Di queste cose ragiono con Peppino Pagano, che l’azienda San Salvatore ha fondato nel 2005. Peppino è di figura imponente, ha una comunicativa appassionata, e una storia imprenditoriale importante nel settore turistico, a Paestum ha creato realtà alberghiere di punta, ma la cosa che ci tiene subito a precisare è che tutto, comunque, ha avuto inizio tra le vigne, all’ombra del Vesuvio.

Suo papà produceva vino a Boscoreale, un’attività di famiglia che durava dall’800, allora le pendici del vulcano erano tutto un ricamo di uva catalanesca, poi si trasferisce a Capaccio, paese d’origine della moglie, dove nel 1964 costruisce la cantina, che funzionerà fino a quando un malanno di cuore lo costringe a lasciare. Così dall’età di nove anni, fino ai diciannove, Peppino aiuta il padre: ogni giorno, la mattina prima di scuola, e la sera dopo cena, passa in cantina a rigirare il mosto nei grandi tini, in quella che, ricorda, “è stata la mia palestra”.

Chiusa la cantina, la famiglia Pagano decide di investire nell’attività più promettente in prospettiva, il turismo, nel ’78 rileva l’antica pensione Schumann, sulle dune di Paestum dove cresce il giglio di mare, una trentina di camere in tutto, gestita e frequentata da tedeschi, che qui soggiornavano da aprile a tutt’ottobre. E’ un passaggio importante della storia, perché con la clientela d’oltralpe Peppino ingaggia una sfida: vuole dimostrare, giorno dopo giorno, che anche col passaggio alla proprietà italiana la qualità del servizio non sarebbe calata, in precisione, affidabilità, onestà (“Di etica d’impresa non si parlava ancora”, osserva).

Ai suoi ospiti tedeschi Peppino ruberà un modo di dire, che diventerà la sua filosofia: “Tante piccole, sottili differenze fanno la differenza”. Quello che Peppino ha compreso, in anticipo sulla Toyota, è che in un processo produttivo, se tu riesci a controllare ognuno dei mille passaggi, e a inserire un pur minimo miglioramento in ciascuno di essi, alla fine quello che ottieni è un progresso qualitativo rilevante, decisivo. E’ con questa filosofia che, dopo la Schumann, Peppino fa a nascere a Paestum i nuovi resort, il Savoy Beach e l’Esplanade.

Poi, nel 2003, la svolta, un viaggio di lavoro in Toscana a comprar vino per i suoi ristoranti, Peppino visita le tenute e i vigneti della Ruffino, nei paesaggi mozzafiato delle colline fiorentine e del Chianti, e lì accade qualcosa, una specie di sindrome di Stendhal, la bellezza dei luoghi e la suggestione della storia gli procurano quasi un mancamento, c’e senza dubbio anche il passato che irrompe, e quel ragazzo che gira il mosto prima di andare a scuola, lo smarrimento dura una mezza giornata, al ritorno a Capaccio la vertigine si è già trasformata in progetto.

Nasce l’idea della San Salvatore, e qui ritornano le “tante piccole e sottili differenze”, il controllo sull’intera catena produttiva, perché Peppino intende iniziare dalla vigna: nelle sue visite ai vigneti storici di Toscana ha misurato a passi la distanza tra i ceppi, vuole riprodurne qui, in Cilento, la bellezza e la razionalità, cominciando da zero, dalla terra nuda, ma il mercato fondiario è spezzettato, trovare le estensioni necessarie non è facile, lui ci riesce, a Capaccio e Giungano, sui suoli fertili ai piedi del Monte Sottano; e su quelli difficili, estremi del Cilento interno, a Stio,  che è quasi montagna, tra i cinque e i settecento metri di quota.

Alla fine sono circa 110 ettari, ed inizia l’impianto dei vigneti, ma prima è necessario spietrare e sistemare i terreni. Per colmare l’attesa, fino all’entrata in produzione delle vigne, Peppino mette su un allevamento bufalino, con 450 capi. In questo modo con gli introiti del latte può finanziare gli investimenti nel vigneto, e con il letame maturo dei bufali creare fertilità, rifornire di humus prezioso i suoli delle nuove vigne, che lui intende condurre con metodo rigorosamente biologico.

A questo punto c’è bisogno dell’enologo, e lui convince Riccardo Cotarella, tra i massimi esperti italiani, a seguirlo nell’avventura, la gamma dei vitigni che l’azienda alleverà è quella della prestigiosa tradizione campana: l’aglianico, la falanghina, il fiano, il greco, ed in questo Peppino prosegue il lavoro iniziato vent’anni prima da pionieri come De Conciliis e Maffini, l’idea rivelatasi vincente che gli ecosistemi strepitosi del Cilento, tra la montagna e il mare, sono per questi vitigni millenari un mondo tutto nuovo, nel quale possono esprimersi con modalità sorprendenti, ancora tutte da scoprire.

Poi c’è la cantina, realizzata nell’area industriale di Capaccio, negli interni ha la modernità e l’eleganza dei luoghi di lavoro olivettiani, non c’è compiacimento, tutto è sobrio, funzionale, pulito, profondamente umano. Con l’Università della Tuscia, San Salvatore ha messo a punto tecnologie di vinificazione in atmosfera controllata, per tenere a bada l’ossigeno, così i componenti preziosi del vino non si ossidano, ed è possibile ridurre al minimo i solfiti, fino a ridurli del tutto.

Nel 2011 la prima vendemmia e l’imbottigliamento, il resto è storia nota, di successi, premi riconoscimenti, le piccole sottili differenze alla fine hanno funzionato. L’aglianico di punta dell’azienda, Peppino l’ha intitolato ad un suo grande amico, un ragazzo di centosette anni che si chiama Gillo Dorfles, lo studioso più acuto ed onesto che l’Italia abbia avuto della sua irrisolta contemporaneità, e Gillo ha ripreso pennelli e colori, ha ideato le etichette, con quei disegni d’arte concreta, che continuano ad essere esercizio libero d’autenticità e intelligenza.

Peppino sorride, si sorprende ora di come, nonostante le cose importanti fatte nel turismo, solo con il vino sia giunto il pieno riconoscimento; quel vino che lui ritiene essere il più importante ambasciatore delle nostre terre che, mi dice, “sono avare solo con chi non le ascolta.”

Per queste terre dobbiamo continuare a lavorare. “Alla fine della nostra esperienza torniamo al luogo dove siamo partiti, ed è triste trovarlo impoverito di attività, imprese, energie. L’imprenditore deve migliorare il proprio territorio, e i proventi non servono a comprare barche ma a far crescere le aziende; non possiamo – le famiglie, lo Stato –  continuare a sacrificarci per formare i nostri ragazzi, e poi consegnarli alle multinazionali, che stanno desertificando d’intelligenza il sud dell’Italia, e questo nostro Cilento.”

In etichetta, il logo dell’azienda è un bufalo stilizzato, assieme a un motto singolare: “Ho visto un bufalo tra le vigne ed ho bevuto vino. Ho visto un bufalo tra le vigne e lui ha visto me”. Gli chiedo di spiegarmelo, è una specie di mito di fondazione, di intonazione zen: “Quando ancora stavamo impiantando i vigneti della San Salvatore, successe che un bufalo maschio scappò dalla stalla, rifugiandosi tra i filari, il fattore lo raggiunse, si guardarono negli occhi, alla fine l’immenso animale non attaccò, si fece pacificamente riprendere.”

Insomma, se ho capito il senso, noi guardiamo e coltiviamo il mondo, ma il mondo non smette di guardarci e di lavorare su di noi, ed è vero che alla fine non possediamo proprio niente, resta il tesoro di relazioni, passioni, tutte le cose che lungo il cammino abbiamo faticosamente appreso.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 24 maggio 2017

La pubblicizzazione martedì scorso dei dati del Registro Tumori Infantili della Campania per il quinquennio 2008-2012 rappresenta un momento importante, decisivo nella vicenda della cosiddetta terra dei fuochi. Al di là del merito delle conclusioni cui è giunta l’equipe guidata da Mario Fusco e Francesco Vetrano, per la prima volta disponiamo di una base di dati ufficiali, elaborati e validati secondo le procedure definite dall’Organizzazione mondiale della Sanità, dall’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro, e dalle principali reti ed associazioni europee ed italiane dei registri tumori.

L’elaborazione, con procedure sottoposte a severi controlli di qualità, e debitamente certificate, di circa tre milioni di dati, tra schede ospedaliere, referti di anatomia patologica, certificati di decesso ed altre fonti accessorie, evidenzia che in Campania, nel periodo 2008-2012, l’incidenza dei tumori maligni nei bambini e negli adolescenti è in linea con quella osservata in Italia, e che non emergono differenze significative, rispetto alla media regionale, tra le cinque province, sia nella fascia di età 0-14 che in quella 15-19 anni.

Ancora, la mortalità per tumore maligno, nei bambini e negli adolescenti in Campania è di poco inferiore, di fatto sovrapponibile, a quella registrata in Italia. In ultimo, nei 90 comuni della cosiddetta Terra dei fuochi, dove vive il 60% dei bambini e dei ragazzi campani, l’incidenza e la mortalità per l’insieme dei tumori infantili maligni è in linea con quella osservata in Italia e in Campania, sia nei bambini che negli adolescenti.

Una delle difficoltà che i medici e i tecnici del Registro Tumori Infantili ha dovuto affrontare è legata alla bassa numerosità dei casi: i tumori dell’infanzia e dell’adolescenza sono un evento raro e rappresentano circa il 2% di tutti i tumori maligni che insorgono nell’arco della vita di un uomo. Questo significa che i numeri assoluti su cui si lavora sono piccoli, e questo richiede l’impiego di strumenti analitici rafforzati, sofisticati, mirati.

Ad ogni modo, i dati resi noti martedì dicono che non è possibile sostenere l’esistenza di picchi di incidenza e di mortalità per i tumori infantili, in Campania rispetto al resto d’Italia, e tantomeno nei comuni della Terra dei fuochi rispetto al resto della Campania. E’ questo un secondo importante elemento di verità, in tutta questa dolorosa vicenda, dopo i monitoraggi e le analisi che hanno completamente scagionato la filiera agro-alimentare della piana campana. Uno alla volta quindi, gli elementi dello schema ferreo che ci è stato raccontato in questi anni, fatto di suoli e acque contaminati, di prodotti agricoli insani, di salute pubblica minacciata, vengono progressivamente smontati, non sulla base di suggestioni letterarie, ma di un flusso imponente di dati scientifici.

Questo significa che è arrivato il momento di smetterla. Le centinaia di ricercatori che hanno contribuito a questa immane opera di studio ed analisi, non sono più sbrigativamente qualificabili come una banda di negazionisti, ma piuttosto come cittadini che hanno responsabilmente messo a disposizione le proprie competenze per fornire alla comunità intera e ai suoi amministratori elementi di comprensione e strade di uscita, piuttosto che scenari  indeterminati e inconcludenti di apocalisse, di compromissione definitiva dei paesaggi e degli ecosistemi di Campania felix.

Per il resto, c’è poco da rallegrarsi. L’area metropolitana di Napoli, la seconda del paese dopo quella milanese, resta a scala europea ed italiana una grande area di sofferenza economica, sociale, territoriale. Nei centoventi comuni che si sono saldati, da Caserta alla piana del Sarno, si vive male, con i due terzi della popolazione regionale stipata sul 12% scarso del territorio, tra vulcani che incombono e versanti che franano, con la metà delle famiglie a rischio di povertà relativa, in una conurbazione desertificata di lavoro, servizi e manutenzione, dove la spesa pubblica pro-capite è comunque inferiore di un terzo a quella media nazionale.

I dati che i tecnici valorosi del Registro tumori ci hanno fornito servono anche a questo, a mettere da parte le narrazioni mitologiche, a guardare alla nostra terra e ai suoi veri problemi con occhi asciutti, a darci gli obiettivi giusti, a non perderci per strada, lavorando tutti insieme ad una politica, a un progetto realistico di riscatto.