Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 21 gennaio 2020

Vorremmo veramente poter credere che non sia stata solo una passeggiata a favore di telecamere quella di ieri, sotto un cielo grigio e incattivito che ha stretto la città in una morsa di gelo dopo tante giornate azzurre di quasi primavera. Sono passati trent’anni dalla chiusura della fabbrica, una generazione intera ha conosciuto Bagnoli come un enorme, desolante vuoto urbano. Imponenti risorse pubbliche sono andate disperse, il quartiere ha conosciuto un inesorabile declino, ed è evidente che la mortificazione di una città intera non è risarcibile con le frasi a effetto, anche lo “scusate il ritardo” del ministro funziona poco, l’ironia e l’intelligenza di Troisi non riescono a sciogliere il gelo.

Accenti di verità Provenzano li trova invece nella rappresentazione dello squallore: “Quando sono venuto a Bagnoli per la prima volta mi sembrava un carcere ambientale. Abbattiamo questo muro che ha sottratto questo luogo alla città”. Sono proprio le parole, le cose che i reportage di “Repubblica” hanno raccontato in questi anni, nel silenzio generale. “Vogliamo aprire questo luogo alla cittadinanza” ha detto ancora il ministro “apriamo oggi i recinti e proviamo a restituire alla città quello che negli anni è stato sottratto”. Anche questa istanza “Repubblica” l’aveva cocciutamente ribadita. Nel silenzio.

Vorremmo poterci credere che non era una passerella. Per la verità, anche la metafora delle ruspe, cui i diversi partecipanti fanno immancabilmente ricorso, ha poco senso, suona falsa. L’analisi di rischio, la cui sorprendente mancanza “Repubblica” aveva a più riprese segnalato, è stata approvata in conferenza dei servizi solo 4 giorni fa. Quindi era vero che non c’era quando è stato fatto il PRARU, il programma di rigenerazione approvato con decreto del presidente della Repubblica, ma è una magra soddisfazione. L’analisi di rischio è la base della progettazione esecutiva di ogni intervento di bonifica, almeno se si intende rispettare il percorso di legge. La conseguenza è che un progetto degno di tal nome non c’è, non può esserci, e la prospettiva è che quelle ruspe tra poco non sapranno che fare.

Per dare esecutività e concretezza al recupero di Bagnoli è necessario smetterla di pensarlo come un intervento monolitico, della tipologia “tutto o niente”. Come i dossier delle associazioni ambientaliste e dei sindacati hanno più volte sottolineato, sempre nel silenzio istituzionale, la sterminata area dell’ex acciaieria è fatta di tanti pezzi, a differente grado di problematicità. In molte aree un rischio significativo non c’è, si potrebbe partire subito con la ricostruzione della città. Ma l’ideologia della bonifica come palingenesi globale, la vera, grande opera pubblica da avviare con un investimento da brividi, 400 milioni (che si sommano ai 600 già spesi), prevale ancora una volta. L’urbanistica, quella vera, a Bagnoli non è ancora entrata. Di concorsi d’idee, senza alcun seguito, ne abbiamo già fatti tanti. La nuova città resta un orizzonte indefinito, cui qualcuno un giorno penserà.

La cappa di gelo non dà tregua, il vento taglia forte, mentre il ministro prefigura scenari di sviluppo, all’insegna del green new deal rilanciato in gran pompa dall’Unione europea, ma il percorso è ancora lungo. In tutte le parti del mondo il rinnovamento delle città parte dai trasporti: la sostenibilità, la qualità di vita, la competitività delle imprese inizia lì, peccato sia proprio questa la parte che nel PRARU manca. In questa giornata rabbuiata d’inverno, quello che continuiamo ad ascoltare è il racconto di una pianificazione al contrario, ma si sa, siamo il paese dell’immaginazione e della creatività.

La conclusione è dell’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri: “Finalmente possiamo dire che le nostre parole qui vengono coperte dalle ruspe che possono operare a Bagnoli”. La sensazione è che non siano solo le parole ad essere coperte dal rumore, ma i pensieri.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 11 gennaio 2020

Dove venivano le troupe di mezzo mondo a documentare l’orrore, ora volano gli aquiloni. Li hanno dipinti gli studenti del Liceo artistico di Napoli, con i loro docenti, per festeggiare il completamento dei lavori di messa in sicurezza della Resit, la madre di tutte le discariche, spersa nelle campagne di Giugliano. Il commissario Mario De Biase ha chiuso il suo mandato, deve consegnare le chiavi del parco verde di sei ettari sorto al posto della discarica, ora completamente in sicurezza, il problema è che non sa ancora a chi.

Sono venuti un sabato mattina d’azzurro i ragazzi dell’Artistico, hanno lavorato come matti, e ora montano le loro creature. Giovanna, Camilla e Alessia, pensando alle linee di Nazca del deserto del Perù, che si vedono solo dal cielo, hanno disegnato su grandi teli bianchi coloratissimi disegni di libellule, creature mitologiche e divinità egizie. Ora li dispiegano sui versanti verdi d’erba, fissandoli coi picchetti.

Sul colle difronte, un gruppo di studenti sta montando una statua di Nike alta più di due metri, simboleggia “la vittoria della terra”, è stata realizzata con materiali di riciclo, ma il risultato è di un’eleganza assoluta. Silvana, la docente che li ha seguiti, mentre acconcia il velo della dea, mi spiega che l’installazione rimarrà qui in cima, a proteggere il parco sfidando vento pioggia e meteore.

Lorella Starita insegna storia dell’arte all’Accademia, ha ideato e coordinato il progetto per ornare il parco verde della Resit con opere di land art. L’iniziativa ha un titolo suggestivo, in latino: “Res Nature Sit”, c’è dentro il nome della discarica, ma significa la natura che torna, sulle terre della desolazione; assieme lei, grazie a questi studenti, tornano in questi luoghi sfortunati l’arte, la cultura, un umanesimo gioioso. “I ragazzi si sono appassionati, hanno lavorato sodo, anche nei giorni che la scuola era in autogestione. Oggi per loro era festa, ma sono corsi qui, con i loro genitori.”

Al progetto di land art hanno collaborato i docenti delle diverse discipline: architettura (Luisa Maglio), pittura (Luigi Pagano e Michelangelo Riemma), scultura (Silvana Sferza, Fortuna Mirana, Angelo Montefusco). Il gruppo di architettura ha realizzato dei rendering molto belli, con idee per l’utilizzo futuro dell’area, sono esposti nella minuscola palazzina restaurata, in sottofondo si sente un guaito, in quello che era il deposito della legna Nana, uno dei grandi meticci che vegliano sul parco, ha partorito da poche ore il suo cucciolo.

Ora è la volta degli aquiloni, fluttuano per il parco coi loro autori, sopra c’è scritto: “La mafia uccide, il silenzio pure”, “Rinascimento”. Con le loro opere d’arte, il messaggio di questi ragazzi è che gli scarti esistono solo nella nostra mente: le persone, i luoghi e i materiali hanno la possibilità di una nuova vita, c’è sempre tempo per ricominciare, la dignità non si cancella.

Mario De Biase è l’artefice del riscatto, guarda i ragazzi lavorare, è commosso, gli chiedo cosa succederà ora. “Non lo so, nessuno mi ha comunicato niente. Ho riconsegnato le chiavi, con le planimetrie degli uffici. La piccola squadra si scioglie, i miei quattro collaboratori torneranno agli enti di provenienza. Spero solo che ci sarà qualcuno a prendersi cura del parco, di Nike, dei murales di Jorit”. Sembra una scena di quel piccolo grande film che è “Monuments man”: l’amore per l’arte e la bellezza che salva una civiltà allo sbando.

Il fatto è che la nomina di De Biase è governativa, con un’ordinanza della Protezione civile nazionale, ma le cose si sono ingarbugliate al momento del passaggio di consegne tra Stato centrale e Regione, con uno scambio di accuse reciproche. L’assessore regionale all’Ambiente Fulvio Bonavitacola con un comunicato ha precisato di aver sollecitato a più riprese il governo a prorogare almeno sino a tutto il 2020 l’incarico a De Biase, scaduto lo scorso dicembre. La risposta del ministro all’Ambiente Sergio Costa, sempre via comunicato, ribalta sulla Regione la responsabilità della mancata presa in consegna dei siti. Il risultato è lo stallo burocratico, l’incapacità delle istituzioni di dialogare e cooperare per mettere in salvo questa esperienza, che pure è l’unica che ha dato risultati concreti, con la restituzione ai cittadini di uno dei siti più degradati della Piana campana, quella che ora tutti chiamano Terra dei fuochi.

Nel frattempo, a meno di mezzo chilometro dalla Resit, la cittadella Gesen, dov’erano gli uffici del Commissariato e gli impianti per produrre energia dal biogas, è stata a più riprese incendiata e vandalizzata dalla criminalità. Inutile stupirsi: senza un presidio, una presenza forte e chiara della Repubblica in tutte le sue articolazioni, dallo Stato ai Comuni, mettendo da parte le polemiche, ogni cosa da queste parti è tremendamente a rischio.

Nel disgraziato arcipelago di discariche ravvicinate che si chiama “area vasta di Giugliano”, completati i lavori alla Resit, sono iniziati quelli per la messa in sicurezza di Masseria del Pozzo, poi dovrebbe toccare a Novambiente, la discarica sequestrata ai Vassallo. Nel quadro di incertezza che si è creato, ci si chiede se e in che modo questi lavori proseguiranno. Per ora di certo c’è la revisione dei progetti decisa da Sogesid, la società appaltante interamente partecipata dal Ministero dell’Ambiente: la sistemazione vegetazionale è stata cancellata, scaduto De Biase si torna all’impostazione vecchia maniera, senza verde e senza alberi, solo impianti tecnologici, buoni certamente a produrre “non luoghi” senz’anima e senza futuro. E comunque la domanda è: che senso ha recuperare questi luoghi, se poi non riusciamo a curarli e custodirli nel tempo?

Insomma, il parco verde della Resit per ora non fa scuola, e invece è un piccolo gioiello, e ha pure funzionato, il flusso di gas e percolato è cessato, questo posto ha smesso di far male. E’ un nucleo di bellezza attorno al quale il territorio sofferente può ritrovarsi, a poco a poco ricomporsi. I ragazzi dell’Artistico vanno via, si chiudono i cancelli. Dietro i pioppi spogliati d’inverno, il murales di Jorit col volto di Giancarlo Siani che sorride. Difronte, sulla collina verde, il velo di Nike trema nel vento. Non le istituzioni, per ora: c’è solo la bellezza fragile a proteggere questa terra riconquistata, troppo presto smarrita.


Fabrizio Cembalo Sambiase e Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 23 dicembre 2019

Un fortunale con raffiche da sud-ovest di vento oltre i 100 km/h ha spazzato il litorale tirrenico, dalla Liguria alla Sicilia, ed è ancora un bollettino di guerra di allagamenti, crolli d’alberi e di terre, vite umane perdute. Napoli paga un prezzo altissimo. Lo schianto di una branca di cipresso, trascinata come un fuscello dalla tempesta, di primo mattino spezza una vita ad Agnano; la tragedia è solo sfiorata al Vomero, in via Belvedere nella notte un cedro imponente si ribalta, schiaccia un’auto, cade sul palazzo difronte, quasi demolendo un balcone, gli inquilini hanno pensato a un terremoto. Alberi caduti in quasi tutti i quartieri della città da via Crispi a viale Traiano, alle strade attorno la Ferrovia, da Posillipo all’Arenella, fino a Napoli Nord, da via Miano alla Toscanella.
Domenica mattina presto ci trovavamo per motivi personali in via Belvedere. Il grande cedro era lì, sdraiato, le radici all’aria, a occhio una pianta di una quarantina-cinquantina d’anni. Un rapido esame, dalla chioma al tronco al sistema radicale, e un’angoscia sottile ci ha preso. Siamo agronomi, è il nostro lavoro, inutile girarci attorno. L’albero che si è schiantato non mostrava segni di consunzione, malattia, squilibrio statico, radicamento debole. Era una pianta sostanzialmente sana.
Nella scala di velocità del vento di Beaufort, che come la Mercalli per i terremoti classifica la magnitudo dell’evento in base alla rilevanza degli effetti, il vento di sabato notte è classificato tra la “tempesta” e il “fortunale”, il decimo e l’undicesimo grado della scala, dopo c’è solo l’uragano. Una delle peculiarità distintive di tempeste e fortunali è la capacità di sradicare grossi alberi.
La scala di Beaufort è stata pensata all’inizio dell’800, e tempeste e fortunali c’erano già. Quello che caratterizza il nostro tempo è il fatto che la frequenza, la probabilità che questi eventi ad alta energia si verifichino, è considerevolmente aumentata. La comunità scientifica lo va ripetendo in tutti i modi: il global change non è una cosa che verrà, ci siamo dentro fino al collo.
A rendere più difficile le condizioni di stabilità dei grandi alberi urbani, è il fatto che i venti si incanalano nei canyon tra i fabbricati con modalità imprevedibili, crescendo ulteriormente di forza e turbolenza, scaricando sovente la propria energia su suoli già imbibiti dalla pioggia, che hanno quindi perso tenacità e coesione.
La maggior parte dei grandi alberi urbani li abbiamo piantati 50, 60, 70 anni fa, quando le condizioni ambientali erano diverse. Molti di questi esemplari hanno pressoché esaurito la propria parabola di vita, che per un albero di città, costretto a vivere in condizioni difficili di suolo, spazio vitale e inquinamento, è su per giù un quarantennio.
Nel frattempo l’ecosistema globale e quello urbano sono mutati, di fronte a questi fenomeni il patrimonio vegetazionale della città va in crisi. Nella tempesta di sabato notte sono venuti giù come birilli anche alberi che risultano alla vista in buono stato di salute e con apparati radicali ben formati. Certo lo spazio non è mai adeguato. Per il cedro caduto a via Belvedere. servono almeno 100 mq di area libera e lui sopravviveva da decenni in uno spazio ben più piccolo.
La vegetazione presente nella nostra città soffre di un male che viene da lontano, la crescita veloce della città, con alberi messi a dimora in situazioni paradossali, troppo vicino alle abitazioni, in spazi residuali e piccoli, su suoli urbani non sempre idonei.
In questo contesto mutato, serve a poco puntare l’indice, alla spasmodica ricerca di un colpevole, continuando a considerare il verde un problema degli altri. Dobbiamo renderci conto che ormai la città ha bisogno di una vegetazione in continuo rinnovamento, un turn-over fisiologico, un ricambio generazionale. La convivenza con l’albero è qualcosa da ripensare, progettare, curare consapevolmente nel tempo.

Michele Serra, Repubblica del 19 dicembre 2019

«Le aziende non sono solo realtà economiche ma anche organismi sociali. Non vanno giudicate solo dai profitti, ma anche misurando effetti negativi e costi esterni. Calcolando i danni ambientali che creano o quanto promuovono inclusione e giustizia sociale». Chi parla così non è un neomarxista alla Piketty. È uno dei guru del capitalismo mondiale, l’ottantunenne Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum di Davos, intervistato da Ettore Livini.
Viene spontaneo domandarsi come mai un mondo ultra-dinamico e per giunta molto facoltoso (con fior di centri studi a disposizione) stia arrivando nel 2020 a conclusioni alla portata di molti già alla fine del secolo scorso, prima che accadesse l’irreparabile: ovvero che le gran parte delle aziende NON agissero come organismi sociali, giudicassero se stesse solo in base ai profitti, si guardassero bene dal calcolare costi esterni e ricaduta sociale delle loro azioni.
Questo lascia sospettare che tanto il signor Schwab quanto la moltitudine di manager e consulenti di quello che chiamiamo, con necessaria approssimazione, capitalismo, anche quando umanamente atteggiati al meglio, hanno avuto zero possibilità di correggere la rotta.
Il Capitale descritto da Marx come un’entità quasi sovrumana, dotato di meccanica propria, “intelligenza” propria, evidentemente esiste.
Mica rileggersi quel tremendo mattone che è Das Kapital in edizione integrale, per carità. Ma un buon gadget per gli ospiti del prossimo Forum di Davos, oltre alla bottiglia di champagne in camera, sarebbe quel prezioso bigino che è il “Compendio del Capitale” dell’anarchico pugliese Carlo Cafiero. Il libretto è del 1879, ottima annata anche per lo champagne.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 18 dicembre 2019

Questi ragazzi devi giudicarli da quello che fanno, più che da quello che dicono nelle ospitate televisive: riempire piazza San Giovanni dopo piazza Duomo e piazza Maggiore e piazza Dante a Napoli, partendo da un’improvvisata tra amici una trentina di giorni fa, non è impresa da poco. E soprattutto da quello che scrivono: se metti uno dietro l’altro i post della pagina facebook, vengono fuori tre-quattro cartelle niente male, dietro il linguaggio rapido e scanzonato, in filigrana c’è Piero Calamandrei, la cultura politica è quella giusta, il costituzionalismo democratico che ha restituito un senso all’Italia dopo l’abisso nazifascista.
Anche l’idea di riunirsi nel condominio occupato di via Santa Croce, dove è venuto l’elemosiniere del Papa a togliere i sigilli e riattaccare la luce, è un messaggio niente male. Resta da capire questo attivismo, sino ad ora baciato dalla fortuna, dove vuole andare a parare, e qui i pareri e gli ammonimenti fioccano. C’è il geografo Pancho Pardi, già leader dei girotondi, che mette in guardia dal movimentismo perenne che non si trasforma in proposta politica, un partito o qualcosa del genere: in mancanza di approdi, dice il professore, l’energia tende fisiologicamente a scemare e tutto, com’è successo ai girotondi prima o poi s’ammoscia. Luca Ricolfi va giù più duro, accusa i ragazzi di timidezza, se non vigliaccheria, per la scelta di non scendere (o salire, fate voi) nell’agone politico.
In realtà, quello che hanno in mente i ragazzi è qualcosa di più spericolato e ambizioso. Loro non pensano alla contro-democrazia di Pierre Rosanvallon, le forme di opposizione e controllo ai poteri democratici nei quali la gente non ripone più fiducia, anzi diffida: la strada che in Italia ha portato dritto al “Vaffa day”. Al contrario, le sardine vogliono preservarla questa fiducia nella politica e nei politici, l’unica cosa da fare secondo loro è prosciugare le paludi nelle quali il populismo sovranista prospera, bonificare lo spazio del dibattito pubblico dalle tossine e le paure gonfiate ad arte, attraverso l’uso cinico dei social network.
Insomma, quello che interessa loro non è probabilmente costituire o meno un nuovo partito, ma dotare permanentemente la democrazia ammaccata di una sorta di “sistema immunitario”, in grado di neutralizzare ed espellere violenza verbale, fake news e tossine . “Vaste programme” avrebbe detto il generale De Gaulle, e comunque è un’idea arrischiata, ai confini dell’utopia.
Le armi e gli strumenti dovrebbero forse essere quelli ai quali Tullio De Mauro ha dedicato la vita, la cultura degli italiani: il nostro Paese è in coda alla classifica nei rapporti Ocse sulla competenza linguistica degli adulti, la capacità di cogliere il senso di un testo di una decina di righe, e questo qualcosa pure conta, nelle scelte individuali, e nelle consultazioni pubbliche.
Ma i ragazzi vedono giusto, nel loro incontro di coordinamento nazionale hanno individuato il brodo di cultura del populismo nostrano, e quindi il principale spazio d’azione dei prossimi mesi, nei territori da troppo tempo orfani di politiche: le aree periferiche in dismissione, urbane e d’Appennino, nelle quali il lavoro e il welfare stanno morendo, i percorsi di vita non offrono nulla di buono, e la costruzione di un nemico, quale che sia, alla fine è l’unica illusione spendibile di riscatto. Territori di scarto che la sinistra rintanata nelle Ztl e nei quartieri-bene ha da troppo tempo depennato da agende e programmi di governo. Come andrà a finire questa storia nessuno lo sa, ma le idee che le sardine hanno rimesso in circolo tornano decisamente buone, soprattutto per il Mezzogiorno.

Da Huffpost di oggi, l’articolo di Gabriella Cerami sulla riunione nazionale delle sardine, a Roma il 15 dicembre.

Opzione a sinistra: “Sardine nelle periferie”

Il documento finale dei 150 arrivati a Roma da tutta Italia. Nessun partito, ma impegno sì. A cominciare dall’Emilia

Il loro manifesto politico si basa sul recupero della dimensione sociale, che è quella su cui il Partito democratico ha mostrato in questi ultimi anni molte carenze. Il “motto torniamo nelle periferie, torniamo nei territori”, che la sinistra in questi anni ha ripetuto sempre, non è mai diventato realtà. E in questo spazio disertato hanno deciso di nuotare le Sardine. Dopo il trionfo di piazza San Giovanni, quest’oggi a Roma si sono riuniti i rappresentanti di tutta Italia per stilare un documento. Non c’è una scelta partitica, ma senza dubbio vi è una scelta di campo. Lì dove adesso il sovranismo, da queste parti definito “la bestia”, sta vincendo la sua sfida, questo nuovo movimento decide di andarlo a sfidare a sua volta, riportando la sinistra, in cui le Sardine credono fermamente, nei suoi luoghi natii, ovvero le periferie.

Ma non c’è solo questo. La scelta di riunirsi nello SpinTeam, il palazzo occupato di via Santa Croce in Gerusalemme dove il 12 maggio scorso di notte entrò l’elemosiniere del Papa per togliere i sigilli ai contatori e riattivare la luce, racconta un elemento importante di questo movimento. Uno stato d’animo che lo ricollega a una sinistra che in questi anni è stata riconducibile al magistero di papa Bergoglio, il quale ai suoi interlocutori non fa che ripetere che le cose succedono nelle periferie perché la storia è lì che si muove.

Da questi presupposti partono le sardine e la scelta dello SpinTeam non è affatto casuale. Un mega striscione campeggia all’ingresso: “W le Sardine, abbasso gli sgombri”. Con una E disegnata tra le b e la r, perché si può leggere anche “sgomberi”. Il legame tra queste due realtà è forte. I centocinquanta rappresentati delle Sardine arrivano alla spicciolata dalle nove del mattino. Nel frattempo in questo palazzo occupato, dove alloggiano centocinquanta famiglie, è un via vai di persone con le buste della spesa, con il cibo che viene portato ai bisognosi per il pranzo della domenica. Al piano inferiore, in una grande sala, sono riuniti i responsabili locali delle Sardine che per la prima volta si guardano in faccia per decidere cosa fare del loro futuro e come essere più utili.

Mattia Santori, il leader di questo movimento, l’ideatore del primo falshmob insieme ad altri tre amici di Bologna, ascolta le istanze che arrivano dai vari territori. Le Sardine si riuniscono anche in piccoli gruppi regionali per parlare delle prossime piazze, dei luoghi dove è necessario andare “per portare umanità”, dicono, “per portare una narrazione che sia diversa da quella dell’odio”. Ma ogni territorio è diverso, ognuno ha le sue esigenze, ogni città vede una realtà politica e amministrativa differente. Ed è anche per questo che davanti a situazioni così eterogenee, Santori frena sull’idea di un partito, nonostante qualche rappresentante durante la giornata abbia tirato fuori l’argomento.

A mezzogiorno arriva il pranzo. È il momento del brindisi con un bicchiere di vino e della foto di gruppo con uno striscione gigantesco con disegnate le Sardine in mare aperto. Santori tira le somme con il suo gruppo ristretto di collaboratori. Il primo obiettivo è non fermarsi e tornare nelle piazze. Ovunque, soprattutto in quelle dimenticato. L’altro traguardo – come dice durante la trasmissione ‘In mezz’ora in più’ su Rai3 – è superare il 25% dei consensi fra gli italiani: “Puntiamo a trovare un dialogo con la politica, non siamo ancora pronti a trovare i punti del dialogo né interlocutore”.

C’è molta cautela ma nessuna strada è esclusa. Prima che si apra la terza fase, nel mese prossimo particolare attenzione sarà dedicata alla Calabria e all’Emilia Romagna. Non ci sarà una lista civica e nessuno è autorizzato a utilizzare il nome Sardine. Sarà però un banco di prova, soprattutto nella regione dove apertamente questo movimento ha detto di sostenere il candidato di centrosinistra Stefano Bonaccini. È qui, nelle piccole città, che le Sardine andranno a convincere le persone soprattutto chi non vuole andare a votare.

Una sardina pugliese, Grazia Desario, parla chiaro: “Non faremo un partito, non ci saranno candidature e non ci saranno liste civiche in Emilia Romagna. Appoggeremo le liste di sinistra”. Intanto le Sardine di Pisa vanno via perché la piazza le aspetta. Piena anche qui. “Negli ultimi 30 giorni – si legge nel documento – le sardine hanno scatenato una straordinaria energia, occorrerà molta pazienza per dare anche un’identità politica a questo fenomeno”. Insomma, il partito può attendere, ma il campo d’azione a sinistra è ben tracciato.

 

Roma, 15 dicembre 2019

Il nostro prossimo passo è tornare sui territori. Con iniziative che saranno realizzate in tutte le regioni d’Italia, liberando la creatività, valorizzando l’arte, favorendo l’interazione fisica fra i corpi.

Decine di iniziative a partire dal mese di gennaio, dopo che si saranno concluse le attività nelle piazze già in calendario. Sarà dedicata una particolare attenzione alle prossime elezioni in Calabria e, soprattutto, in Emilia Romagna, dove è nato il fenomeno sociale delle Sardine. Nel corso della mattinata di oggi, i referenti delle sardine italiane si sono ritrovati e confrontati per definire i prossimi passi. Due ore di discussione divisi in gruppi a seconda delle regioni di provenienza, con l’obiettivo di definire le prossime iniziative che saranno sviluppate sui territori.

Fra queste:

“Sardina amplifica sardina”, che sarà organizzato nel Lazio, per raccogliere i bisogni dei territori attraverso sardine che saranno raccolte in un’unica rete simbolica;

“Tutti sullo stresso treno”, un treno di sardine che attraverserà la Liguria fino alla Francia;

“Staffetta delle sardine”, che sarà realizzata in Sicilia per raggiungere anche le zone con situazioni critiche e complesse.

Oggi per queste nuove iniziative si sono gettate le basi, che saranno poi sviluppate nelle prossime settimane e presentate nel dettaglio.

Un denominatore comune emerso da tutte le proposte è l’attenzione alle zone periferiche, alle piccole città e alle località di provincia. Uno degli obiettivi delle Sardine fino a fine gennaio sarà raggiungere il più possibile territori che, spesso perché in difficoltà, si sono rivelati più vulnerabili ai toni populisti. Lo stesso accadrà in Emilia Romagna, con iniziative ad hoc che saranno organizzate sia nella “bassa”, sia nelle zone collinari e montane.

Nessuna discussione, invece, su temi politici specifici, che per definizione sono complessi e non possono essere affrontati in una mattinata in modo adeguato. Negli ultimi 30 giorni le sardine hanno scatenato una straordinaria energia, occorrerà molta pazienza per dare anche un’identità politica a questo fenomeno. E’ la stessa pazienza che chiediamo al mondo dei media. Capiamo l’urgenza di avere risposte ma ribadiamo che queste, invece, possono maturare solo con il tempo, e con la costruzione di un percorso condiviso che continuerà a rafforzarsi nelle prossime settimane.

Ciò che è certo è che le sardine si sono riunite per combattere tutte le forme di comunicazione politica aggressive, che strizzano l’occhio alla violenza, verbale o fisica, online o offline.

Ribadiamo i punti emersi dalla piazza di Roma e condivisi durante la giornata di oggi:

Pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi istituzionali a fare politica invece che fare campagna elettorale permanente.
Pretendiamo che chiunque ricopra la carica di ministro comunichi solamente su canali istituzionali.
Pretendiamo trasparenza nell’uso che la politica fa dei social network.
Pretendiamo che il mondo dell’informazione protegga, difenda e si avvicini il più possibile alla verità.
Pretendiamo che la violenza, in ogni sua forma, venga esclusa dai toni e dai contenuti della politica.
Chiediamo alla politica di rivedere il concetto di sicurezza, e per questo di abrogare i decreti sicurezza attualmente vigenti. C’è bisogno di leggi che non mettano al centro la paura, ma il desiderio di costruire una società inclusiva, che vedano la diversità come ricchezza e non come minaccia.

Le sardine nelle istituzioni ci credono, e si augurano che con il loro contributo di cittadini la politica possa migliorarsi. Politica è partecipazione. La giornata di oggi è stata partecipazione. La giornata di oggi è stata politica.

 

L’articolo di Gabriella Cerami sulla manifestazione di piazza S. Giovanni – Huffpost 14 dicembre 2019

Finalmente!”

La prova generale è stata superata. Sul palcoscenico più difficile d’Italia, che è Roma, e in piazza San Giovanni dove storicamente si misurano le forze dei partiti, le Sardine hanno mostrato il loro piglio e la loro voglia di futuro declinata con un linguaggio semplice, diretto e soprattutto privo di politicismi e di formule vuote. “Obiettivo raggiunto, siamo centomila”, esulta il leader Mattia Santori. Il trentunenne bolognese, con i ricci e il maglione con appiccicata una sardina di cartone, guarda soddisfatto la piazza e pensa al futuro. Se ci sarà “un vuoto di rappresentanza” e se dai territori “dovesse arrivare la richiesta di formare un partito, l’idea sarà presa in considerazione”. Ma nello stesso tempo avverte: “L’esca più pericolosa è la fretta”.

Gli oratori parlano da un palco ad altezza uomo che palco in realtà non è. È un tir parcheggiato dal quale le voci raggiungono con difficoltà il fondo di questa piazza strapiena. “Non sentiamo nulla, ma l’importante è esserci”, dicono in tanti, giovani e meno giovani: “Finalmente una ventata di aria diversa”. Il “finalmente” è la parola chiave di questa giornata e di questa piazza. Piazza che a ottobre aveva visto la manifestazione sovranista guidata da Matteo Salvini ed è per questo che Santori non ha dubbi quando dice: “Abbiamo dato vita a una narrazione diversa”. Al di là di ciò che succederà in futuro.

Il senso di marcia che questo movimento vuole darsi va ancora definito, intanto però si è reso consapevole di essere un soggetto spendibile per la nuova stagione. In cui specialmente il campo della sinistra si sta ridefinendo e le difficoltà della battaglia, come dimostra il voto in Inghilterra, aumentano. Santori parla di “una nuova luce. Abbiamo portato tanti sorrisi ed energia e questa energia la portiamo nel prossimo decennio”.

La scommessa è sul 2020, prima di tutto sulle elezioni regionali in Emilia Romagna, dove le Sardine tifano e sostengono il candidato di centrosinistra Stefano Bonaccini. Poi, il giorno dopo il voto, il 27 gennaio, inizierà la terza fase: “Ci guarderemo in faccia e penseremo che cosa fare”. Potrebbe esserci anche un incontro con il premier Giuseppe Conte, al quale la piazza rivolge già la richiesta di abrogare il decreto Sicurezza. E non solo quello. Con un linguaggio educato e garbato che caratterizza le Sardine, viene lanciato l’appello ai politici affinché facciano altrettanto: “Pretendiamo che la violenza verbale e fisica venga esclusa dai toni della politica”.

È questa la ventata di novità che arriva dalle 113 piazze in un mese e da quasi mezzo milione di persone coinvolte. Piazze diverse anche da quelle del Movimento 5 Stelle, ci tiene a precisare Santori: “Loro sono nati come l’antipolitica. Noi crediamo nella politica e vogliamo fare da corpo intermedio tra la cittadinanza e la politica”.

Che cosa faranno? Diventeranno un partito? È la domanda che molti nella piazza si pongono. “Tutti ci chiedono: ‘E quindi? Vi candidate? Farete un partito?’. Stiamo creando una nuova narrazione contro l’odio”. Sulla pedana c’è tutta la rete delle Sardine che oggi, in piazza San Giovanni, si è manifestata. Ci sono le Ong: “Sarete con noi sulla Sea Watch”. C’è “il re di Lampedusa”, così viene definito Pietro Bartolo, il medico che ha salvato vite in mare e tante altre ne ha viste morire. C’è una ragazza 22enne rappresentate dell’Arcigay per raccontare la sua storia: “Io sono Luce e sono una transessuale”. Ci sono i partigiani e una ragazza musulmana: “Io sono figlia di palestinesi”. Giocano tutti con il rap diventato virale di Giorgia Meloni, che in questa stessa piazza ha coniato il tormentone identitario e sovranista che definisce la nuova destra.

Le Sardine sono nate per contrapporsi al linguaggio di Salvini e Meloni. La portata di questo evento è enorme. È nato sottovalutando la partecipazione che ci sarebbe stata a Bologna e ora che si chiude la prima fase la vita degli organizzatori è stravolta: “Non dormo da tre settimane, ma il percorso non è ancora finito e speriamo non finisca a breve. Si chiude una fase molto complicata di coordinamento e ne inizia un’altra”, spiega il leader delle Sardine che prepara già l’incontro di domenica con i 160 rappresentanti dei territori. Incontro che serve a darsi delle linee guida per tornare sui territori e ascoltare le istanze che arrivano da lì. Le Sardine si conteranno quando ci sarà il voto in Emilia Romagna, dopo il quale sarà il momento di stilare un programma e parlare di temi da “partigiani del 2020”, come si autodefiniscono.

 

I sei punti programmatici del movimento

  1. Pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi istituzionali a lavorare.
  2. Che chiunque ricopra la carica di ministro comunichi solamente nei canali istituzionali.
  3. Pretendiamo trasparenza dell’uso che la politica fa dei social network.
  4. Pretendiamo che il mondo dell’informazione traduca tutto questo nostro sforzo in messaggi fedeli ai fatti.
  5. Che la violenza venga esclusa dai toni della politica in ogni sua forma. La violenza verbale venga equiparata a quella fisica.
  6. 6. Abrogare il decreto sicurezza.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 14 dicembre 2019

Che il piano di rigenerazione urbana di Bagnoli prodotto da Invitalia fosse un involucro vuoto, mestamente privo di contenuti, l’avevano già detto i sindacati (CGIL, CISL e UIL), assieme al WWF e al FAI in un circostanziato documento, ma si sa, quella è gente inconcludente, eternamente scontenta. Sulle pagine di Repubblica poi, l’urbanista Giuseppe Guida aveva osservato che un suo studente del secondo anno avrebbe fatto meglio, ma anche qui, la spocchia accademica non conosce fine.

Nel frattempo però la cosa era stata ribadita, nero su bianco, nel parere congiunto rilasciato dai ministeri dell’Ambiente e dei Beni culturali, secondo il quale il piano di Invitalia non era valutabile, perché puramente virtuale (sic!), ma questa volta evidentemente è il muro di gomma della burocrazia a remare contro, i lacci e lacciuoli che lo Sblocca-Italia si era prefisso di recidere e dissolvere.

Come la mettiamo ora, che a obiettare non sono più i piantagrane di varia provenienza ma, come raccontato ieri da Repubblica, la Consulta delle costruzioni, sarebbe a dire l’imprenditoria, le professioni, le centrali cooperative, l’associazione costruttori, un pezzo di classe dirigente della città, che difronte all’incapacità di Invitalia di motivare il percorso intrapreso, si vede costretta a prender carta e penna e comunicare direttamente al Ministro Provenzano le proprie perplessità?

L’occasione per il gesto clamoroso è lo sbilenco concorso di idee indetto da Invitalia per ridisegnare ancora una volta l’area dell’ex acciaieria. Un’iniziativa rispetto alla quale, come ha dichiarato ieri a Repubblica il presidente della Consulta delle Costruzioni, il professor Alessandro Castagnaro “… siamo fortemente critici. Manca un quadro di sostenibilità finanziaria, non c’è chiarezza, non è un concorso di progettazione ma di idee. E poi vengono escluse alcune categorie professionali molto importanti, come gli agronomi: quando si parla di paesaggio non si può tenere fuori questa categoria. Ci sono una serie di criticità molto forti che ci portano a essere dubbiosi».

A questa cortina fumogena la Consulta propositivamente oppone il lavoro fatto, le decisioni pubbliche già prese, fino ai progetti approvati e cantierabili, sono trentatré quelli censiti, pienamente coerenti con il quadro delle previsioni urbanistiche vigenti, che potrebbero essere avviati immediatamente, senza attendere la palingenesi di una bonifica senza fine, l’unica grande, costosa opera pubblica che sembra stare a cuore a Invitalia.

Alcuni sorprendenti dettagli della quale, sono stati illustrati dai tecnici di quella società nel convegno a Castel dell’Ovo dello scorso 11 dicembre, e qui siamo davvero dalle parti del dottor Stranamore, perché l’idea sarebbe quella di ricollocare in situ, nella stessa area, i materiali provenienti dalla rimozione della colmata (che sarebbe bene a questo punto mettere in sicurezza e lasciare lì dov’è), seppellendo così nuovamente i suoli esistenti; e di procedere alla bonifica dei fondali su uno specchio d’acqua sconfinato, di 14 chilometri quadrati. Insomma, lo sconvolgimento di un ecosistema – mare e terra – che con altri approcci, improntati alla sobrietà più che all’onnipotenza, andrebbe invece guidato, in tempi ragionevoli, verso condizioni di equilibrio e sicurezza.

La lettera della Consulta al ministro Provenzano è un appello serio alla responsabilità: davanti a percorsi così spregiudicati e incerti, è necessario che sia il territorio, con le sue istituzioni e le forze economiche e sociali, a ritrovare rapidamente un ruolo e una voce.

Una raccolta dei testi dalla pagina facebook “6000 sardine”

Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita.

Per troppo tempo avete tirato la corda dei nostri sentimenti. L’avete tesa troppo, e si è spezzata. Per anni avete rovesciato bugie e odio su noi e i nostri concittadini: avete unito verità e menzogne, rappresentando il loro mondo nel modo che più vi faceva comodo. Avete approfittato della nostra buona fede, delle nostre paure e difficoltà per rapire la nostra attenzione. Avete scelto di affogare i vostri contenuti politici sotto un oceano di comunicazione vuota. Di quei contenuti non è rimasto più nulla.

Per troppo tempo vi abbiamo lasciato fare.

Per troppo tempo avete ridicolizzato argomenti serissimi per proteggervi buttando tutto in caciara.

Per troppo tempo avete spinto i vostri più fedeli seguaci a insultare e distruggere la vita delle persone sulla rete.

Per troppo tempo vi abbiamo lasciato campo libero, perché eravamo stupiti, storditi, inorriditi da quanto in basso poteste arrivare.

Adesso ci avete risvegliato. E siete gli unici a dover avere paura. Siamo scesi in una piazza, ci siamo guardati negli occhi, ci siamo contati. E’ stata energia pura. Lo sapete cosa abbiamo capito? Che basta guardarsi attorno per scoprire che siamo tanti, e molto più forti di voi.

Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto.

Crediamo ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola. In quelli che pur sbagliando ci provano, che pensano al proprio interesse personale solo dopo aver pensato a quello di tutti gli altri. Sono rimasti in pochi, ma ci sono. E torneremo a dargli coraggio, dicendogli grazie.

Non c’è niente da cui ci dovete liberare, siamo noi che dobbiamo liberarci della vostra onnipresenza opprimente, a partire dalla rete. E lo stiamo già facendo. Perché grazie ai nostri padri e nonni avete il diritto di parola, ma non avete il diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare.

Siamo già centinaia di migliaia, e siamo pronti a dirvi basta. Lo faremo nelle nostre case, nelle nostre piazze, e sui social network. Condivideremo questo messaggio fino a farvi venire il mal di mare. Perché siamo le persone che si sacrificheranno per convincere i nostri vicini, i parenti, gli amici, i conoscenti che per troppo tempo gli avete mentito. E state certi che li convinceremo.

Vi siete spinti troppo lontani dalle vostre acque torbide e dal vostro porto sicuro. Noi siamo le sardine, e adesso ci troverete ovunque. Benvenuti in mare aperto.

“E’ chiaro che il pensiero dà fastidio, anche se chi pensa è muto come un pesce. Anzi, è un pesce. E come pesce è difficile da bloccare, perché lo protegge il mare. Com’è profondo il mare”.

 

15 novembre

Ieri in quella piazza è cambiato qualcosa. Abbiamo ripreso ciò che ci appartiene utilizzando mezzi che il populismo non conosce: la gratuità, l’arte e le relazioni umane. Per noi l’emozione è stata grande ma sappiamo che non siamo stati gli unici ad emozionarsi. I giornali e le radio ci fanno tante domande a cui non sappiamo rispondere. L’unica certezza è che siamo una grande famiglia e che faremo grandi cose insieme. Questa pagina sarà la nostra casa, invitate chi è pronto a rimboccarsi le maniche. Non mollateci sul più bello.

 

18 novembre

Tutte le forme di protesta fanno paura. Soprattutto se partono dal basso sfruttando mezzi che la retorica populista non conosce. Il silenzio delle sardine è stato assordante. Perché eravamo una marea e perché avevamo il sorriso sulle labbra mentre gli altri gridavano rabbiosi. Siamo partiti dal basso che più basso non si può. E per questo siamo vulnerabili. I nostri avversari lo sanno e hanno già attivato la macchina del fango. Ci accusano di essere assassini, figli di papà, cazzari. Ci accusano di non esistere. Vorrebbero non esistessimo. Perché se non ci fossimo, la pancia continuerebbe a prevalere sulla testa. Avevamo già detto che sarebbero stati tempi duri e che non si sarebbe tornati indietro. Ora abbiamo due possibilità. Tornare a nasconderci dietro responsabilità altrui oppure rispondere alla chiamata del vivere civile e democratico. Rispondere con i mezzi che hanno aperto un primo squarcio. Essere presenti a Modena oggi, premiando lo sforzo di due ragazzi ventenni che ci stanno dando l’anima.
Pensano che la pioggia ci fermerà, ma si sbagliano. Si illudono che l’odio in rete ci farà tremare. Non hanno capito. La risposta spetta a noi. Se vogliamo possiamo. Troviamo un ombrello, un impermeabile e trasformiamoci in Sardine di piazza. Silenziose ma inarrestabili. Un’altra piazza piena sarà semplicemente… bellissima. Cambiamo una storia durata troppo a lungo.

 

19 novembre

Le piazze fanno paura.
Perché sono piene di gente.
Perché sono libere.

Perché hanno rovinato il tappeto rosso che la Lega si era steso in Emilia Romagna. Ma questo è un bene, perché vuol dire che la società civile si è risvegliata dal torpore e che non si piega. All’inizio nessuno si era accorto delle sardine. Oggi ci sono circa 40 piazze pronte a reagire spontaneamente alla retorica del populismo con la creatività e il sorriso sulle labbra.
Ma questo ha un costo.

I 4 promotori sono diffamati ogni giorno da alcuni organi di stampa e televisioni che fanno da cornice perfetta all’avanzata della destra populista. Tutti i profili facebook degli organizzatori delle piazze sono sotto assedio. Un assessore di Pianoro (Bologna) è stata minacciata di morte dopo che Salvini l’ha messa alla gogna sulla sua bacheca degli orrori, per la sola colpa di aver partecipato alla manifestazione e di essere impegnata politicamente. Una delle due promotrici di Modena (21 anni) ha dovuto oscurare tutti i suoi account ed è assediata da giornalisti, nonostante ieri il portavoce del flash mob bolognese avesse già espresso le scuse da parte delle sardine e condannato il suo post. Su twitter e facebook si moltiplicano gli account falsi che approfittano dell’immagine delle sardine per seminare odio e sminuire il potente messaggio che le piazze stanno lanciando.

Del resto chi siamo noi? Siamo semplici sardine che da un concetto semplice hanno risvegliato un grande movimento democratico che in meno di due settimane si appresta a portare decine di migliaia di liberi cittadini nelle piazze a dire NO allo schifo che viene gettato addosso all’essenza della democrazia: la partecipazione.

Diffidate dei profili fake, questo da cui scriviamo è l’unico account ufficiale.

La mail 6000sardine@gmail.com è l’unico mezzo per contattarci.

Durante il giorno dobbiamo anche cercare di lavorare e quindi scusateci se a volte le risposte arrivano in ritardo. Grazie per i numerosi messaggi di sostegno (e le richieste di aiuto) che stanno arrivando. Stiamo cercando di organizzarci per fare in modo che tutte le manifestazioni siano coerenti con il messaggio che abbiamo voluto dare.

Per tutti gli organizzatori di flash mob “6000 sardine” già organizzati: prendete contatto con noi, state attenti a esporvi, mettete profili privati, cambiate (e rafforzate) le password di tutti gli account e-mail e social e siate cauti nel rilasciare interviste a tv e stampa.

Per tutti gli aspiranti organizzatori: siete preziosi, ma proprio perché vi vogliamo bene non abbiate fretta. Prendete contatto con noi, aspettate a lanciare nuovi flash mob perché andrete incontro a un sacco di rischi e la vostra vita privata rischia di essere compromessa.

Queste sono solo alcune delle lezioni apprese in pochi giorni di partecipazione alla vita democratica del paese.

È uno schifo, lo sappiamo, ma del resto è anche colpa nostra che ci siamo svegliati così tardi.

 

20 novembre

Per chi se lo fosse perso, ecco il discorso che abbiamo letto in Piazza Maggiore:

Bologna, 14 novembre, ore 20.45

La prima notizia è che abbiamo vinto. Magari non abbiamo vinto la guerra ma chi ben comincia è a metà dell’opera. La seconda che non è un caso che la più forte risposta al populismo e alla retorica dell’odio sia arrivata proprio da Bologna e dall’Emilia Romagna. Una terra fondata sull’inclusione, sullo studio, sul lavoro, sul volontariato. Purtroppo la nostra comunità è sotto attacco da parte di una forza che ritenere politica è un’offesa alla politica. Dopo aver strumentalizzato i migranti, i cristiani e le persone fragili ora è il nostro turno nel tritacarne mediatico di Matteo Salvini e i suoi accoliti.

Eppure ci fa bene, perché dormivamo da tanto. Alzino la mano quelli che non scendevano in piazza da anni. Alzino la mano quelli che stavano a casa a criticare e lamentarsi invece che rimboccarsi le maniche. Alzi la mano chi ha disegnato una sardina dopo anni che non disegnava niente. Ecco che allora la prima lezione è per noi. Illudersi che tutto cambi senza che noi per primi si muova un dito è un’illusione.

La terza notizia è che ci aspettano due mesi duri come la nostra generazione non ne ha mai vissuti. I nostri avversari giocano sporco, sono potenti, hanno un sacco di soldi che nessuno sa da dove vengano, hanno troll e robot che invadono i social e influenzano la vita democratica di un paese che dovrebbe aspirare al meglio.

La quarta notizia è che c’è speranza e che non siamo soli. Il nostro appello è stato raccolto da molti, tantissimi. La maggior parte dei quali è qui presente stasera. E con un’altra parte non meno importante che ci sostiene da casa e da tutta Italia guardando con fiducia alla nostra comunità. Negli ultimi giorni abbiamo scritto una nuova storia sui social network. Oggi abbiamo fatto qualcosa che tutti, compresi i nostri avversari, ritenevano impossibile. Non solo abbiamo decuplicato i numeri di Salvini su facebook, ma li abbiamo raddoppiati nella realtà, perché siamo in 100.000! (gag). A nulla sono serviti i cartelloni che ci assillano da settimane, a nulla i proclami sulla liberazione dell’Emilia Romagna, a nulla i pullman che sono arrivati dalla Lombardia, dal Veneto e dal Trentino. Oggi abbiamo stravinto. Li abbiamo disintegrati con mezzi che loro non conoscono: la gratuità, l’arte, il sorriso e le relazioni umane.

E vorremmo invitare tutti quelli che ci hanno criticati per il fatto che eravamo “contro” e non a favore di qualcosa, li vorremmo invitare a guardare questa piazza. Vi sembra una piazza contro? Vi sembra una comunità che non ha argomenti? Vi sembra un messaggio privo di contenuti?

La quinta ed ultima notizia è che se lo vogliamo questo sarà solo l’inizio. In sei giorni abbiamo dimostrato che non esiste bestia abbastanza potente da arginare il pensiero, le idee e le persone vive. Non esiste pirata abbastanza affamato di potere quando di fronte vi è una comunità libera, inclusiva, creativa e resistente.

Ed è davvero così, se lo vogliamo il populismo è già finito. Se lo vogliamo la stagione delle bugie potrà dirsi conclusa. Se lo vogliamo la testa sarà più forte della pancia. Se lo vogliamo la politica tornerà ad essere una cosa seria. E a questo proposito ci sentiamo di fare un appello. Non lasciate soli i nostri politici. Perché hanno bisogno di noi. Si fanno una vita di inferno per difendere il nostro territorio e per far vivere una vita migliore ai nostri figli, sono loro in prima linea. Ringraziamoli invece che accusarli costantemente.
In molti avete chiesto di continuare questa avventura, di vincere anche le prossime battaglie. Sicuramente ripeteremo l’invasione delle sardine anche in altre città della nostra regione ed avremo bisogno di voi. Non sarà facile ma ce la metteremo tutta per portare il messaggio di speranza lanciato da questa piazza in tutti i territori di questa regione.
Per il momento siate orgogliosi di aver preso parte ad un’azione folle, democratica e rivoluzionaria.

Da domani potrete raccontare a tutti di quella volta che una sardina ha sconfitto un pirata.

 

22 novembre

Libertà, relazioni umane, sorrisi e partecipazione, questi sono i valori che le sardine porteranno in Piazza Mercanti a Milano il 1° Dicembre alle ore 17:00
Nessuna bandiera, ci sarà spazio per tutti coloro che vorranno stringersi in un grande abbraccio!

 

23 novembre

In vista dei numerosi eventi spontanei che avranno luogo nelle piazze d’Italia, ricordiamoci di mettere al centro i valori che animano la partecipazione!

  1. I NUMERI valgono più della propaganda e delle fake news, per questo dobbiamo essere in tanti e far sapere alle persone che la pensano come noi che esiste questo gruppo;
  2. È possibile cambiare l’inerzia di una retorica populista. Come? Utilizzando arte, BELLEZZA, non violenza, creatività e ascolto;
  3. La testa viene prima della pancia, o meglio, le EMOZIONI vanno allineate al pensiero critico;
  4. Le PERSONE vengono prima degli account social. Perché? Perché sappiamo di essere persone reali, con facoltà di pensiero e azione. La piazza è parte del mondo reale ed è lì che vogliamo tornare;
  5. Protagonista è la piazza, non gli organizzatori. Crediamo nella PARTECIPAZIONE;
  6. Nessuna bandiera, nessun insulto, nessuna violenza. Siamo INCLUSIVI;
  7. Non siamo soli ma parte di RELAZIONI UMANE. Mettiamoci in rete;
  8. Siamo vulnerabili e accettiamo la commozione nello spettro delle emozioni possibili, nonché necessarie. Siamo EMPATICI;
  9. Le azioni mosse da interessi sono rispettabili, quelle fondate su gratuità e generosità degne di ammirazione. Riconoscere negli occhi degli altri, in una piazza, i propri valori, è un fatto intimo ma Rivoluzionario;
  10. Se cambio io, non per questo cambia il mondo, ma qualcosa comincia a cambiare. Occorrono SPERANZA e CORAGGIO

 

23 novembre

Marsala non si lega e scende in piazza per dimostrare che esiste un’opposizione reale, giovane, numerosa e desiderosa di riconquistare un diritto fondamentale quello di manifestare nelle piazze.

 

24 novembre

Reggio Emilia.
I nostri mari non saranno mai più vuoti.

“Frattanto i pesci
Dai quali discendiamo tutti
Assistettero curiosi
Al dramma collettivo
Di questo mondo
Che a loro indubbiamente
Doveva sembrar cattivo

E cominciarono a pensare
Nel loro grande mare
Com’è profondo il mare
Nel loro grande mare
Com’è profondo il mare”

 

26 novembre

Care sardine,
nonostante il segnale che le piazze stanno dando, c’è ancora chi si ostina nel tentativo di semplificare e dividere, di opinare senza partecipare.
Potrà essere detto di tutto, ma le sardine nuotano in acque meno superficiali.
Il mare è molto profondo e nella profondità c’è maggiore libertà.
Armiamoci di lanterna e rimaniamo vigili.
Lassù c’è molta luce, ma è anche più facile abboccare.

 

27 novembre

La politica dell’odio e dell’aggressività si è sviluppata anche attraverso alcuni salotti televisivi creati ad hoc per fornire ai propri telespettatori un dibattito sterile, parziale e demagogico. Per questo motivo scegliamo con cura le trasmissioni in cui andiamo per raccontare quanta meraviglia e complessità ci sono nelle nostre piazze.
Non facendo politica in senso stretto non partecipiamo ai dibattiti tra politici.
E ovviamente ci teniamo alla larga da quelle trasmissioni che hanno sdoganato termini come culattone, terrone o “consenziente”.
In sostanza, in certi programmi di Rete4 non ci vedrete mai.
E comunque le nostre sardine saranno ospiti a “Piazza pulita” su La7, giovedì sera. Lorenzo Donnoli e Jasmine Cristallo vi racconteranno come procede la nostra nuotata in mare aperto…

 

28 novembre

Carissime sardine,
l’onda che abbiamo generato è nella sua fase più potente.
A partire da oggi e per tutto il week-end scenderanno in piazza 21 città.
Con una sardina in mano e il sorriso sulle labbra.
Da Taranto a Firenze, dall’Isola della Maddalena alle roccaforti leghiste del nord, da Napoli a Ferrara.
Sono piazze spontanee, una bocca che aspettava di essere interpellata per poter gridare.
È un momento storico per il futuro delle nostre comunità e della nostra democrazia. Qualcosa che non era mai accaduto in questa generazione. Ed è ora che tutti facciano una scelta. Perché il tempo di stare a guardare è finito.
Quest’epoca di divisioni, di aggressività gratuite, di insulti alla persona e al pensiero complesso è durata fin troppo a lungo. Non abbiamo studiato, lavorato, contribuito a rendere le nostre comunità migliori per farci prendere in giro da chi preferisce gli interessi elettorali alla sensibilità delle persone.
Per tutti coloro che hanno subito violenze fisiche e verbali.
Per gli emarginati e per tutte quelle categorie sociali che sono state strumentalizzate per una manciata di voti in più.
Per chi si è visto sminuire semplicemente perché ha espresso un’idea di società diversa.
Per noi che abbiamo il dovere di metterci il corpo, le mani e il cervello.
Da oggi se lo vorremo non saremo più soli, non avremo più paura, torneremo ad essere protagonisti.
E a chi vi dice che durerà solo un giorno ditegli che anche a Bologna ci avevano detto lo stesso.
Fidatevi di voi stessi.
Tornate ad esserci.
La piazza vi aspetta,
e vi spetta.

 

30 novembre

stiamo ricucendo la ferita di quel tessuto sociale che qualcuno ha voluto lacerare per una manciata di voti in più.
Che la terapia abbia inizio.
E Taranto sarà un passaggio cruciale.
C’è chi taglia.
Noi cuciamo.

 

2 dicembre

Anche ieri l’Italia si è unita in un grande abbraccio.
Da Sud a Nord, con il sole e con la pioggia battente, cantando, raccontando storie, sorridendo, applaudendo, commuovendosi.

“Libertà è partecipazione”

 

2 dicembre

C’è chi critica le sardine per la loro mancanza di “contenuti”.
Le sardine ascoltano sorprese.
Ricordano piazze vuote. Ora le vedono piene.
Piene di persone in carne e ossa.
A contarle quasi non ci riesci per quante sono.
E CONTARE è anche il loro desiderio: contare nella collettività, nella fiducia l’una sull’altra.

Vogliamo darci da fare anche in un altro modo, dare voce e sostegno ai tanti progetti sociali che da tempo nuotano nella nostra stessa direzione. Ce ne occuperemo con cura, partendo da ora con questo primo progetto.

Sono state cucite delle sardine con materiali di recupero e stoffe africane. Piccoli oggetti concreti, come il lavoro necessario per realizzarli.
Lavoro di richiedenti asilo che, imparando una professione, conquistano ogni giorno la loro integrazione e ce la consegnano nelle mani.

Acquistando qui la tua sardina https://vicinidistanti.com/ :
– Contribuirete al progetto di promozione sociale portato avanti dalla sartoria Vicini d’Istanti che offre opportunità d’inserimento lavorativo ai richiedenti asilo
– Sosterrete un progetto della Caritas dedicato ai rifugiati (assistenza legale e prestito fiduciario per il sostegno dell’affitto)
– Aiuterete il gruppo 6000 sardine a coordinare le iniziative sul territorio;

L’Italia non si lega.
Si stringe attorno alla politica…
E si circonda di bellezza.

 

3 dicembre

E’ giunto il momento di alzare la testa, in maniera pacifica.
Nessun colore politico, nessuno slogan “contro”.
Solo noi, la nostra presenza e la nostra unione!

 

6 dicembre

Riconoscere i propri valori negli occhi degli altri, in una piazza, è un fatto intimo ma rivoluzionario!

 

8 dicembre

Ieri sera, in 15 città di tutta Italia, migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere una trasformazione del linguaggio politico, cantando a favore dell’integrazione, della collettività, dei diritti umani e del rispetto verso la Politica (con la P maiuscola)

 

10 dicembre

Le piazze delle sardine si sono fin da subito dichiarate antifasciste e intendono rimanerlo.
Nessuna apertura a CasaPound, né a Forza Nuova. Né ora né mai.
Dal 14 novembre scorso centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza proprio contro quei partiti che con le idee e il linguaggio dei gruppi neofascisti e neonazisti flirtano in maniera neanche troppo nascosta.
Stephen Ogongo ha commesso un’ingenuità. Ci dispiace che il concetto di apertura delle piazze sia stato travisato e strumentalizzato, ma non stupisce. In questo momento le piazze fanno gola a molti, lo avevamo già detto e lo ripetiamo. Rammarica che questo fraintendimento sia cavalcato da più parti. Ma è giusto dare una risposta netta.
Le sardine sono antifasciste.
Le sardine continueranno a riempire le piazze.
Si decida da che parte stare. Noi lo abbiamo già fatto.
Andrea, Giulia, Mattia, Roberto e tutte le sardine

 

14 dicembre

Viviamo sulla Terra come fosse un Oceano.
Vedremo vasti orizzonti, non confini.
Ascolteremo il vento, non insulti.
Sentiremo ciò che vogliamo… ma non la paura.
Non ciò che vogliono che noi sentiamo.
Benvenuti in mare aperto.

 

15 dicembre

Dialogo.
Per riassumere in una parola cosa è successo nel primo “congresso” delle Sardine basta una parola. Che passa dall’ascolto, dall’empatia, dalla non violenza, dall’accettazione delle diversità. E da un obiettivo comune: tornare sui territori subito. Continuare a presentare un’alternativa alla bestia del sovranismo e alle facili promesse del pensiero semplice. Continueremo a difendere la complessità. E lo faremo in maniera semplice, gratuita, creativa. L’obiettivo delle persone che vedete in questa foto non è decidere o comandare. Ma coinvolgere. Se lo vorrete ci rivedremo presto. Basterà accettare ancora una volta l’invito. Basterà uscire dal mondo digitale. Basterà decidere chi volete ascoltare.
Noi siamo qui.
Ci saremo sempre.
Non ci lasciate soli.
Non ci lasciamo soli.

 

Roma, 15 dicembre 2019

Il nostro prossimo passo è tornare sui territori. Con iniziative che saranno realizzate in tutte le regioni d’Italia, liberando la creatività, valorizzando l’arte, favorendo l’interazione fisica fra i corpi.

Decine di iniziative a partire dal mese di gennaio, dopo che si saranno concluse le attività nelle piazze già in calendario. Sarà dedicata una particolare attenzione alle prossime elezioni in Calabria e, soprattutto, in Emilia Romagna, dove è nato il fenomeno sociale delle Sardine. Nel corso della mattinata di oggi, i referenti delle sardine italiane si sono ritrovati e confrontati per definire i prossimi passi. Due ore di discussione divisi in gruppi a seconda delle regioni di provenienza, con l’obiettivo di definire le prossime iniziative che saranno sviluppate sui territori.

Fra queste:

“Sardina amplifica sardina”, che sarà organizzato nel Lazio, per raccogliere i bisogni dei territori attraverso sardine che saranno raccolte in un’unica rete simbolica;

“Tutti sullo stresso treno”, un treno di sardine che attraverserà la Liguria fino alla Francia;

“Staffetta delle sardine”, che sarà realizzata in Sicilia per raggiungere anche le zone con situazioni critiche e complesse.

Oggi per queste nuove iniziative si sono gettate le basi, che saranno poi sviluppate nelle prossime settimane e presentate nel dettaglio.

Un denominatore comune emerso da tutte le proposte è l’attenzione alle zone periferiche, alle piccole città e alle località di provincia. Uno degli obiettivi delle Sardine fino a fine gennaio sarà raggiungere il più possibile territori che, spesso perché in difficoltà, si sono rivelati più vulnerabili ai toni populisti. Lo stesso accadrà in Emilia Romagna, con iniziative ad hoc che saranno organizzate sia nella “bassa”, sia nelle zone collinari e montane.

Nessuna discussione, invece, su temi politici specifici, che per definizione sono complessi e non possono essere affrontati in una mattinata in modo adeguato. Negli ultimi 30 giorni le sardine hanno scatenato una straordinaria energia, occorrerà molta pazienza per dare anche un’identità politica a questo fenomeno. E’ la stessa pazienza che chiediamo al mondo dei media. Capiamo l’urgenza di avere risposte ma ribadiamo che queste, invece, possono maturare solo con il tempo, e con la costruzione di un percorso condiviso che continuerà a rafforzarsi nelle prossime settimane.

Ciò che è certo è che le sardine si sono riunite per combattere tutte le forme di comunicazione politica aggressive, che strizzano l’occhio alla violenza, verbale o fisica, online o offline.

Ribadiamo i punti emersi dalla piazza di Roma e condivisi durante la giornata di oggi:

Pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi istituzionali a fare politica invece che fare campagna elettorale permanente.
Pretendiamo che chiunque ricopra la carica di ministro comunichi solamente su canali istituzionali.
Pretendiamo trasparenza nell’uso che la politica fa dei social network.
Pretendiamo che il mondo dell’informazione protegga, difenda e si avvicini il più possibile alla verità.
Pretendiamo che la violenza, in ogni sua forma, venga esclusa dai toni e dai contenuti della politica.
Chiediamo alla politica di rivedere il concetto di sicurezza, e per questo di abrogare i decreti sicurezza attualmente vigenti. C’è bisogno di leggi che non mettano al centro la paura, ma il desiderio di costruire una società inclusiva, che vedano la diversità come ricchezza e non come minaccia.

Le sardine nelle istituzioni ci credono, e si augurano che con il loro contributo di cittadini la politica possa migliorarsi. Politica è partecipazione. La giornata di oggi è stata partecipazione. La giornata di oggi è stata politica.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 28 novembre 2017

Con la limitazione della circolazione sui viadotti insicuri, anche Genova si è trovata a vivere, certo in condizioni più estese e critiche, i disagi sperimentati a Napoli con la chiusura parziale della tangenziale. Tempi di percorrenza infiniti, cittadini e mezzi commerciali bloccati in lunghe code, e su tutto la sensazione di essere tornati indietro di cinquant’anni. Scopriamo così che il problema del deterioramento delle infrastrutture è di scala nazionale, che quel “debito pubblico territoriale” del quale dicevamo nell’articolo dello scorso 18 novembre – il costo delle manutenzioni e delle sostituzioni non fatte – rappresenta una posta passiva colossale, che si aggiunge a quella finanziaria, rendendo ancora più critico l’equilibrio di bilancio dello stato italiano. E’ evidente che in un simile quadro, aumentano gli aspetti di preoccupazione per il Mezzogiorno d’Italia, il pezzo di paese dove la crisi economica e istituzionale sta mordendo con maggiore violenza.

Il problema non è solo nostro, interessa molte economie avanzate, grandi paesi che in apparenza stanno meglio di noi. Attorno al deterioramento della rete autostradale statunitense si dibatte da almeno un quarto di secolo. Il budget pubblico per tenere in ordine le autostrade è costantemente diminuito, mentre l’Highway Trust Fund, l’ente federale che finanzia queste cose, è in bancarotta. A leggere i racconti sul New York Times, gli impatti sulle famiglie americane sono simili a quelli che stiamo vivendo noi, ed è questo il punto.

Nelle democrazie occidentali la rete dei trasporti è, in parte consistente,  eredita  del welfare state, un investimento pubblico colossale che, negli “anni d’oro” come li chiama Hobsbawm, dal secondo dopoguerra alla crisi degli ’70, ha cambiato la vita dei cittadini e delle aree geografiche, aprendo la strada alla modernizzazione, connettendo con modalità mai sperimentate prima le comunità nazionali, e rafforzando in ultima analisi le democrazie, pensiamo solo all’impatto sulla nostra società ed economia dell’Autostrada del Sole.

Ora il welfare è in crisi nera, e la risposta è stata la privatizzazione progressiva delle reti pubbliche, che pure erano state realizzate con il contributo collettivo, di lavoro e di soldi, di almeno un paio di generazioni. E’ un processo che le politiche dell’Unione europea, che ha fatto della concorrenza un idolo, più che un criterio di ragionamento, hanno fortemente promosso e incoraggiato. Con il crollo e l’ammaloramento dei viadotti prendiamo atto che si è trattato di un’operazione finanziaria, più che di un nuovo modello gestionale, visto che alla fine le manutenzioni e il turn over delle opere comunque non è stato fatto.

Il prezzo, alla fine, lo pagano i cittadini, come è assai bene descritto nel libro “Economia fondamentale. L’infrastruttura della vita quotidiana” (Einaudi), frutto del lavoro di un collettivo di economisti e sociologi europei, tra i quali il nostro Davide Minervini del Dipartimento di scienze sociali della Federico II. Il libro racconta la grande crisi, dal punto di vista delle famiglie europee, che vedono progressivamente erodersi il paniere di beni e servizi pubblici, proprio quelli legati al welfare, che vanno dai trasporti, all’energia, all’istruzione alla sanità fino alla telefonia e internet, a causa dei mancati investimenti, della liberalizzazione dei canoni, in un regime che è diventato di fatto un oligopolio privato.

In tutta questa storia il Mezzogiorno d’Italia è l’anello debole, e qui il ministro Provenzano ha pienamente ragione a mettere in discussione la posizione di Milano, l’unica città italiana veramente legata all’economia globale, tanto da poter disporre di fatto di una finanza parallela autonoma, grazie alla sua capacità di attrarre capitali internazionali. E’ singolare che in questa situazione i pochi grandi investimenti strategici nazionali, dall’Expo al Technopole, riguardino il capoluogo lombardo, come una sorta di premio aggiuntivo alle straordinarie performance di Milano, la sola delle nostre città che Paragh Kanna colloca tra le “città-stato”, i gangli forti delle supply chain globali, sempre più insofferenti, per ragioni evidenti, ai governi territoriali, regionali o statali che siano.

Non c’è alcun dubbio. Le politiche nazionali stanno andando in soccorso dei più forti e non si capisce più, in questa partita per la vita, quali asset, quali carte possa giocare il Sud, con il suo marchio di “inefficienza” che è diventato la scusa – lo spiega bene Nadia Urbinati nel suo “La mutazione antiegualitaria” (Laterza) – per un indebolimento asimmetrico del diritto di cittadinanza, della possibilità di contribuire con pari dignità alla formazione delle scelte pubbliche nazionali.

Una cosa è certa. In tutta questa discussione evitiamo almeno di spararla grossa: certo una “nuova IRI” potrebbe essere d’aiuto, se si disponesse di qualche decina di miliardi l’anno, per tutto il tempo necessario a rimettere in sesto l’armatura fisica del Paese; di una classe dirigente credibile; e possibilmente, di una strategia territoriale decentemente riequilibrata. Se non c’è questo, sono solo slogan per prender tempo, guadagnare un po’ di spazio sui giornali.

(La foto è tratta dal sito del Fatto Quotidiano)

Michele Serra, “La Repubblica” 26 novembre 2019

Quanto costa un uomo con la zappa e gli stivali di gomma?
Costa il tempo necessario a insegnargli che la zappa, che tiene pervio il fosso, pulita la canalina, sgombero il tubo di cemento, fa miracoli.
Credetemi, non è del passato contadino, non dell’improbabile arcadia di nonni sapienti che sto parlando. È del futuro.
Il governo delle acque, in un Paese per il settanta per cento montagnoso, è un insieme di grandi e piccole opere.
Le dighe enormi e gli argini possenti, le tonnellate di cemento e i viadotti che scavalcano i fiumi contano quanto il cesello paziente del territorio. Senza la cura del metro quadro, del rivo, del drenaggio che spurga la frana, nessuna grande opera basta a contenere la dissoluzione di un territorio dimenticato, tradito, omesso.
Ve la racconto io, e mi dovete ascoltare, la differenza tra l’acqua che viene giù disciplinata, lungo il reticolo anche minuto che solo l’uomo con la zappa e l’uomo con la ruspa (piccola, maneggevole) possono mantenere vivo; e l’acqua ingovernata, anarchica, lasciata alla sua cieca foga, che poco a poco svelle e trascina, cancella e distrugge. Grandi opere, ma certo, però per farne capire l’utilità e l’intelligenza, delle grandi opere, fatele parte di un sistema che riguarda tutti, proprio tutti. Date una zappa in mano a ogni studente, portatelo a vedere come funziona il monte, come funziona l’Italia. Se è una mania, pazienza, vale la pena passare per maniaco: servizio civile obbligatorio, di leva, per tutti, badile zappa piccone e stivaloni per ogni abitante di questo Paese, capi che insegnano, un esercito di soldati che impara. Cambierebbe l’Italia, cambierebbe dalle sue radici.


Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 18 novembre 2019

“Non esiste buono o cattivo tempo ma buono o cattivo equipaggiamento”. La frase di sir Robert Baden Powell, il fondatore a inizio secolo dello scautismo, vale per le persone, ma torna utile anche per le città, bisogna solo vedere in che misura e con quali modalità. Si è insistito giustamente in questi giorni sulla prevenzione. Da questo punto di vista una città equipaggiata è innanzitutto una città manutenuta, nella quale alberi, sottoservizi, terrapieni e cornicioni sono attenzionati e curati nel tempo, affinché non sprofondino a cadano in testa alla gente. Se tutto questo manca, perché non ci sono i soldi, e i servizi tecnici comunali sono a pezzi, l’ultimo rifugio per le autorità competenti è la sospensione delle attività a rischio, che significa chiudere ad ogni allerta meteo scuole, giardini, cimiteri, linee ferroviarie, spazi pubblici, in una frustrante precarietà, una vita civica impoverita, a singhiozzo.
Dopo la voragine, quando poi arrivano le troupe televisive, li vedi gli amministratori locali trasformarsi in severi e accorati avvocati del popolo, con dichiarazioni vibranti di vicinanza ai cittadini colpiti, di richiesta allo Stato di intervento e immediato ristoro, come se non c’entrassero niente, non fossero un pezzo di Repubblica pure loro, detentori di competenze o responsabilità precise, e a quel punto davvero lo straniamento è totale, non capisci più perché rimangono lì, e che li voti a fare.
La questione è seria. Città come Napoli e Roma hanno accumulato nei decenni un debito pubblico gigantesco che ha una componente finanziaria, e una componente ben più rilevante, che è quella fisica, territoriale, corrispondente al costo complessivo delle manutenzioni non fatte, e dei danni ricorrenti al patrimonio che si sgretola, a cose, persone, attività. Infine, c’è un debito strutturale, organizzativo. Le macchine comunali sono allo stremo, le competenze interne e i servizi tecnici, la cui faticosa costruzione aveva richiesto decenni, sono in avanzata fase di dismissione, la capacità amministrativa è ai minimi termini.
In questa situazione, il ricorso alla public advocacy, il sindaco difensore, imbonitore o avvocato del popolo serve a poco. Una nuova leadership dovrebbe partire da un’operazione-verità, dal riconoscimento delle carenze e dei bisogni trascurati, piuttosto che dei primati fantastici. Da un progetto misurabile e verificabile di ricostruzione della rete dei servizi, a partire dalla cura dell’ecosistema urbano, del suolo, dell’acqua, delle reti, degli alberi, degli edifici pubblici e delle scuole; quelli in definitiva ai quali è affidata la nostra sicurezza, il nostro equipaggiamento, per dirla come Baden-Powell.
Su tutte queste cose siamo fermi almeno da vent’anni. Da dove ricominciare, come riconvertire a questa missione l’intera macchina pubblica, tutte le risorse umane e finanziarie disponibili, a partire da quella scatola misteriosa/buco nero che restano le aziende partecipate, è la vera sfida, la piattaforma per una nuova alleanza di rinascita civica, e su queste cose non esiste buono o cattivo sindaco, ma solo una buona o cattiva strategia.

IFORD, Altracittà e l’associazione culturale “Laura Lombardo Radice” hanno organizzato la presentazione a Roma di “Ultime notizie”, il prossimo 29 novembre alle 20.00, presso Il Seminterrato di Via Siena, in Via Siena 2. Intervengono Francesco Erbani e Peter Hoogstaden. L’occasione per ragionare ancora insieme su una strategia per lo spazio rurale italiano.

 

 

Greta, Francesco e la democrazia

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 12 ottobre 2019

Soffia forte sulla città il vento di “Friday for future”, il movimento dei ragazzi ispirato da Greta Thunberg che si batte contro il cambiamento climatico, prima con la grande manifestazione dei cinquantamila di fine settembre, seguita dall’assemblea nazionale a Castel dell’Ovo, una due giorni cui hanno preso parte centinaia di attivisti da tutt’Italia. Sono eventi di rilievo, cui “Repubblica” ha giustamente dato ampia copertura. In sede di commento i richiami al ’68 si sprecano. Come allora, la società degli adulti è colpita da un giudizio di inadeguatezza duro come uno schiaffo. Di fronte all’emergenza climatica in atto una frattura s’è spalancata, un “noi” contrapposto a un “loro”. I vecchi modi di pensare non servono più, l’attendismo è il peggior delitto. Greta e i suoi ragazzi chiamano a un’azione immediata, una svolta netta, imperativa, che riguarda tutto: modello economico, tecnologie, stili di vita, atteggiamenti, valori. Il tempo è finito, e comunque di noi non si fidano più.

Ci sono due risposte, ugualmente inadeguate, che a questo punto è possibile dare. La prima è quella denigratoria, della destra più becera, che mette in dubbio le capacità di Greta, la sua integrità, autenticità, autonomia, insieme alla robustezza mentale e culturale dei ragazzi scesi in strada nelle città di mezzo mondo. La seconda è il plauso peloso, gattopardesco, di chi pensa di blandire a parole il movimento, aspettando che magari si sgonfi, continuando in ogni caso a fare tutto esattamente come prima.

Il modo più onesto di vivere l’ondata impetuosa di novità, che cammina con le gambe e il respiro dei nostri figli, resta quello del confronto, del ragionamento, separando se possibile le parole d’ordine, gli obiettivi, dai percorsi realisticamente praticabili per il loro conseguimento.

Qui l’esempio può venire da Papa Francesco. La narrazione che la Chiesa latino-americana ha fatto del dramma amazzonico è molto simile per pathos, linguaggio, scenari a quella di Greta. Le soluzioni, il processo operativo che è necessario attivare per scongiurare la catastrofe ecologica e sociale – che ora il Sinodo mondiale che si è aperto a Roma dovrà sviluppare – Francesco le ha comunque delineate nella sua enciclica “Laudato si’”. E’ un documento fondamentale, che colloca l’ecologia integrale al centro della dottrina sociale della Chiesa. La parte pastorale dell’enciclica si sofferma lungamente sui metodi di valutazione preventiva e confronto, che è necessario utilizzare per identificare gli impatti ecologici e sociali delle diverse opzioni per contrastare il cambiamento climatico e il degrado degli ecosistemi, mettendo sul tavolo un bilancio trasparente, da sottoporre alla discussione pubblica. Insomma per Francesco l’urgenza degli obiettivi di sostenibilità e giustizia sociale è fuori discussione, ma le strade per raggiungerli possono essere diverse, la democrazia ha gli strumenti per scegliere, e non ci sono scorciatoie.

Di fronte a queste cose, le parole di Greta suonano dure: “Per me è bianco o nero, e non esistono zone grigie quando si parla di sopravvivenza. O continuiamo a vivere come civiltà, o moriamo… Tutto deve cambiare. E bisogna cominciare oggi. Quindi dico a tutti là fuori che è arrivato il momento della disobbedienza civile, il momento di ribellarsi.” In un recente commento sul New York Times, un giornale certamente progressista, che pure ha seguito e sostenuto il lavoro di Greta, Christopher Caldwell, un tipo che di fondamentalismi se ne intende, giunge alla conclusione che “il suo approccio radicale entra in frizione con la democrazia”. Da noi, ci aveva pensato Massimo Cacciari su “La Stampa” del primo ottobre a osservare che Greta procede per semplificazioni estreme, e che pure questo è populismo.

Sono giudizi troppo severi, bisogna dare tempo a questi ragazzi.  Il loro impegno è ammirevole in una società di adulti che ha smarrito la maniera di integrarli, dare loro un lavoro, un futuro, un percorso di vita perscrutabile. Magari in questi movimenti si formerà una nuova classe dirigente utile al Paese. La direzione che indicano è quella giusta, il loro stimolo è provvidenziale. Cerchiamo di lavorare con loro, di ricordare che il metodo democratico, con tutti gli acciacchi, è l’unica cosa che abbiamo, che il tempo per costruire soluzioni deve esserci, non è detto sia sempre inerzia o cattiva coscienza.

 

Bagnoli ovvero la pianificazione alla rovescia

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 16 ottobre 2019

“Se si fa la bonifica e non ci sono le infrastrutture per raggiungere il nuovo quartiere, non si riesce a restituire Bagnoli ai cittadini e al mondo”. Le parole del ministro Provenzano suonano sacrosante, una boccata finalmente di aria buona, anche se una simile constatazione era già nel parere motivato del Ministero dell’Ambiente sul piano di risanamento di Invitalia, tanto lacunoso, secondo i tecnici di quel dicastero, da rivestire – è scritto proprio così nel decreto – “carattere virtuale”.

Lo schema infrastrutturale, il progetto indispensabile di trasporto pubblico, la rete del ferro per far vivere la nuova Bagnoli,  così come i relativi fondi, non ci sono, ma è comunque partito il concorso di idee pensato da Invitalia, che è un po’ come progettare arredi e finiture di un nuovo appartamento, in un palazzo nel quale mancano ancora l’accesso, le scale, l’ascensore, le uscite di sicurezza, e pure il tetto. Insomma, la pianificazione al contrario.

La stessa cosa era successa in verità anche per la bonifica, che si intende ostinatamente realizzare sull’intera area, il cui costo (quasi quattrocento milioni, che uniti ai seicento già spesi fanno un miliardo di euro, quanto Milano ha speso per fare l’Expo) è stato computato senza mai pubblicizzare gli esiti dell’analisi di rischio, l’attività cruciale per capire dove bonificare, e sino a che punto.

Alla domanda esplicita che pure “Repubblica” aveva posto, Invitalia ha prima replicato che l’analisi di rischio c’era, ma era segreta, dando in seguito una versione ancora diversa: l’analisi di rischio si farà una volta decise le destinazioni finali, che è un altro bel caso di pianificazione alla rovescia, perché uno Stato che volesse comportarsi come buon padre di famiglia, tenderebbe ragionevolmente a localizzare le destinazioni d’uso anche in funzione dei livelli di rischio, evitando di fare sforzi inutili, e buttare soldi e tempo.

Stando così le cose, il ministro non ha potuto che registrare la situazione di stallo, prender atto della solitudine del commissario Floro Flores che ha pure lamentato, a distanza di cinque anni dal decreto Sblocca-Italia, la mancanza di una struttura tecnica (sic!); la complessiva incertezza sulle risorse finanziarie che servono per portare a termine tutto.

Nel clima deprimente che si è creato, le parole del ministro piovono come una spruzzata rigenerante d’acqua sul viso, e fanno ben sperare, così come la volontà da lui espressa di “chiarire alcune cose col soggetto attuatore”, cioè con Invitalia. Potemmo magari smetterla con la pianificazione al contrario, dedicarci finalmente a una sobria, pragmatica messa in sicurezza delle aree, che costerebbe assai meno; liberare risorse per le infrastrutture e il trasporto pubblico, che è il modo per far nascere davvero, e sostenibilmente, la nuova città.

 

Senza Tangenziale

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 23 ottobre 2019

A causa dei controlli di stabilità al viadotto di Capodichino dureranno almeno tre settimane i disagi e gli ingorghi per la restrizione del transito a sole due corsie. I percorsi alternativi suggeriti da Tangenziale di Napoli fanno sorridere: se vieni da occidente e vuoi prendere l’autostrada esci a Fuorigrotta e percorri il lungomare. Facevano prima a dire di non prenderla proprio, ma il dato triste è l’essere improvvisamente tornati alla situazione di viabilità di quarant’anni fa, prima dell’inaugurazione nel ’72 del primo tratto dell’opera, e constatare ancora una volta quanto la città sia fragile, priva di alternative, risorse, soluzioni di scorta per superare le emergenze.

Tutto questo in un clima generale ancora impressionato dal crollo di Genova: come quel ponte anche il nostro è gestito da Atlantia, e se è del tutto fuori luogo qualunque semplicistico accostamento, resta l’incertezza sul ciclo di vita delle grandi infrastrutture in cemento, che promettevano l’eternità, ma hanno i loro acciacchi pure loro. Ad ogni modo, in attesa di notizie più precise da parte della concessionaria, la decisione di un esercizio a scartamento ridotto del viadotto si rende ora necessaria per l’effettuazione dei controlli, o la riduzione precauzionale dei carichi, o probabilmente tutt’e due le cose.

Resta il fatto che la città è inerme, priva di alternative, dinnanzi a problemi che pure sono noti almeno da un vententennio. Nel Piano della rete stradale primaria approvato dall’Amministrazione comunale nel 2000, l’insostenibilità dell’accesso unico da est alla città, costituito proprio dal viadotto che ora s’è ammalato, veniva fortemente sottolineata, con la previsione di realizzare un secondo, necessario corridoio d’ingresso da ovest (l’Occidentale), con un collegamento tra la Perimetrale di Scampia e la Tengenziale, all’altezza degli svincoli del Vomero. Un tracciato era stato individuato, ed è allegato al Piano, con uno studio di fattibilità e di inserimento paesaggistico ed ambientale estremamente avanzato. In questo modo, a chi deve rientrare in città, si proponeva una doppia alternativa, distribuendo più razionalmente i flussi, evitando le forche caudine dell’unico, congestionato ingresso orientale alla città.

Erano tempi nei quali ci permettevamo ancora il lusso di programmare il futuro, anche se poi comunque quel piano fu accantonato. Oggi viviamo precari, beneficiando la rendita di decisioni prese quaranta, trenta, venti anni fa. Viviamo di rammendi, rattoppi, verifiche di stabilità, pregando a mani giunte che il capitale infrastrutturale e fisico della città, sottoposto a disumane pressioni, in qualche modo resista.

 

Il deserto a Mezzogiorno

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 8 novembre 2019

Dopo la presentazione dell’ultimo rapporto SVIMEZ 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno, è veramente sorprendente il rimprovero di autorevoli osservatori al prestigioso istituto di ricerca, di riproporre alla fine sempre la stessa ricetta, quella di chiedere più fondi per il Sud. Si tratta proprio di cattiva ideologia, perché il rapporto dice tre cose incontrovertibili. Primo: la somma di trasferimenti e investimenti pubblici è minore nel Mezzogiorno rispetto al resto del Paese, quindi ciò che Svimez chiede è che sia ristabilita come minimo l’equità. Secondo: la crisi ha innestato, con l’emigrazione dei migliori, un impoverimento del capitale umano e sociale che costituisce l’aspetto più drammatico del problema. Terzo: il Paese non ha una strategia per fronteggiare tutto questo, se non quella cinica di sganciare, con l’autonomia differenziata, i vagoni più lenti.

Vanno via dal Sud i ragazzi che hanno studiato, ma anche le multinazionali come Whirlpool e Arcelor, e viene da chiedersi se, oltre la “trappola dello sviluppo intermedio” di Gianfranco Viesti (siamo troppo inefficienti per attrarre l’eccellenza, troppo costosi per concorrere coi paradisi della delocalizzazione), non finisca per pesare molto alla fine una sorta di populismo anti-tecnologico e anti-industriale.

Facciamo il caso dell’ArcelorMittal. Chiunque conosca gli impianti siderurgici d’Italia, da Piombino a Taranto, passando naturalmente da Bagnoli, sa che sono stati concepiti, e per tutto il Novecento hanno funzionato con una logica arcaica: l’occupazione sciatta dello spazio, centinaia di ettari, a volte migliaia, per dare la possibilità allo stabilimento di smaltire in libertà i propri residui, le loppe, gli scarti, come fossimo ancora nel mondo di Dickens, e poi i carbonili a cielo aperto, pronti a spandere al vento polveri insane. Uno stato di cose inaccettabile, ormai palesemente, contrario al quadro normativo, nazionale e europeo.

Eppure, in questa situazione è evidente che se vuoi mantenere la siderurgia assieme al più grande impianto d’Europa, una cosa che vale quindicimila posti di lavoro, quasi l’1,5% del PIL nazionale considerando l’indotto, devi necessariamente prevedere uno scudo legale, che non significa l’impunità per i colpevoli, ma la possibilità di disporre del tempo ragionevole per la messa a norma, per la conversione ecologica degli impianti. Lo scudo serve a evitare che chi oggi vuole risolvere i problemi, debba rispondere delle mancanze delle gestioni precedenti. Ma il senso vero è quello di proteggere l’ordinamento giuridico stesso, evitandogli di funzionare fuori contesto, come un meccanismo cieco, dagli esiti drammaticamente inappropriati.

Ma tant’è, l’ideologia vuota degli slogan ha vinto. Con il voto parlamentare che ha abolito lo scudo, la ricerca di un colpevole da punire ha prevalso sulla ricerca di soluzioni responsabili. Certo, è evidente che una multinazionale come Arcelor, consapevole del suo potere negoziale, abbia sparato alto, per strappare condizioni più favorevoli, complice anche l’attuale calo della domanda mondiale di acciaio. Ma dall’altro lato del tavolo, ci sono istituzioni repubblicane che appaiono allo sbando, prive di una visione e uno straccio di politica territoriale e industriale, si tratti di Whirlpool o dell’Ilva.

Ad ogni modo, ad alimentare questo clima scoraggiante per le imprese, è lo stesso modo di pensare che da noi ha trasformato la crisi della piana campana nel mito eterno, privo di soluzioni della Terra dei fuochi; che continua ad opporsi ostinatamente a qualunque civile, moderna impiantistica per i rifiuti.  Quel che è certo, è che non si governa a lungo con gli slogan. Dopo la sbornia parolaia del ventennio, a riportare il Paese a un principio di realtà ci pensò la Costituzione repubblicana, che dice che la politica è tutta un bilanciamento ragionevole e faticoso di principi: iniziativa privata e programmazione pubblica, libertà e sicurezza, sviluppo economico e qualità dell’ambiente. L’arte di fare i compromessi giusti, in vista di un superiore bene comune. Ora sembra che quella strada sia definitivamente persa.

 

 

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 26 settembre 2019

Se n’è andato lunedì Edoardo Salzano, grande protagonista dell’urbanistica e della cultura italiana del ‘900,  in una dolce mattinata di settembre a Venezia, dove viveva da quasi mezzo secolo. Eddy aveva 89 anni, era nato a Napoli nel 1930 da grande famiglia, il nonno era Armando Diaz, il generale della Grande Guerra che organizzò la controffensiva sul Piave e sul Grappa dopo la disfatta di Caporetto. Quei modi dolci e aristocratici della sua città aveva conservato, anche dopo tanti anni in giro per l’Italia, il fisico slanciato, la chioma candida, la parlata calda, scandita, le parole sempre precise, aderenti ai pensieri e alle cose.

Al di là della lunga attività accademica, Eddy è stato maestro per molti. L’arte e la scienza del governo del territorio, come l’ha raccontata nei suoi “Fondamenti di urbanistica”, non l’aveva fatto nessuno. Una sintesi ampia, razionale ed equilibrata, saldamente ancorata ai saperi fondamentali – storia, geografia, economia, scienze sociali, ecologia – in un saggio che nel suo svolgersi maestoso ha la bellezza di un romanzo.

A molti Eddy ha fornito i punti di orientamento, indicando principi, condizioni e metodi del mestiere. Il punto di partenza è forte: l’urbanistica è politica, è il lavoro di chi considera il territorio come un bene pubblico, il cui destino deve sottrarsi alle leggi cieche del mercato, da governare nell’interesse della comunità, a partire dagli ultimi. L’urbanistica è la democrazia e la Costituzione che si realizzano concretamente, pur in mezzo a mille contrasti e difficoltà, con la società che cresce e le libertà che avanzano, passo dopo passo.

Quanto alla precondizione, la sua lezione è che il governo del territorio deve compiersi negli uffici di piano delle amministrazioni, con atti alla luce del sole, è un mestiere pubblico, che non può vivere nell’ombra degli studi professionali. Il metodo poi, è necessariamente quello della multidisciplinarietà, il ricorso a tutte le scienze che spiegano il territorio e il paesaggio nei suoi funzionamenti, una cosa impegnativa, e lavorare con lui era un’avventura, il prender parte a impegnativi percorsi di squadra.

Questi processi complicati lui li governava con garbo, fermezza, ironia e autorevolezza, non si è nipoti di Armando Diaz per caso. Così l’ho conosciuto, a metà degli anni ’90, quando fu commissario ad acta del comune di Positano per il piano regolatore. I suoi lavori più importanti restano il piano del centro storico di Venezia, dove fu assessore all’urbanistica per un decennio, dal 1985 al ‘95; il piano paesaggistico della Sardegna, con Renato Soru, grazie al quale quelle coste belle e inermi hanno finalmente conosciuto una civile disciplina di tutela; il piano territoriale di coordinamento della provincia di Foggia, che ha aperto la strada al piano paesaggistico regionale della Puglia. Ancora, una grande vicinanza e attenzione alla nuova urbanistica napoletana, di molti dei “ragazzi del piano” è stato maestro e punto di riferimento.

Poi lui, che il ‘900 lo ha vissuto quasi per intero, ha assistito al disgregarsi con il terzo millennio di forme parole e contesti del secolo breve: il dissolversi dei movimenti politici, la crisi dell’amministrazione, la sofferenza delle finanze pubbliche, il vento freddo del pensiero unico liberista. E’ allora, sfoderando ancora una curiosità e una gioventù intellettuale mai doma, fino all’ultimo respiro, che Salzano si è impegnato a portare tra la gente la sua idea di urbanistica pubblica, le comunità attive sul territorio, col suo sito “Eddyburg”,  la creatura prediletta e totalizzante, che nel corso di quasi un ventennio è diventata sterminata biblioteca, la più bella e viva che il web sia in grado di offrire.

Colleghi amici e persone care hanno ricordato Eddy ieri, alle 15.00, presso la sede di Ca’ Tron dell’Università IUAV di Venezia, Santa Croce 1957. Che la terra (proprio quella tua, che hai amato e studiato) ti sia lieve.