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val di sangro

Antonio di Gennaro Repubblica Napoli del 27 agosto 2016

La mattina del giorno dopo devo accompagnare il figlio sull’Adriatico, a mare dagli amici, dal borgo montano d’Abruzzo dove ci troviamo. Si è dormito poco, la scossa ci ha svegliati di colpo, e la mente umana resta un gran mistero, perché al primo scricchiolio il pensiero è corso istantaneamente agli ingegneri della Cassa del Mezzogiorno, confidando che i calcoli di questo residence oramai mezzo vuoto li abbiano fatti bene. Ci mettiamo in silenzio in viaggio, il cuore è pesante, splende il sole e fa freddo, lo spettacolo dell’alta val di Sangro è meraviglioso, l’Italia povera e solenne proprio come l’ha vista Dante, col manto di boschi medievali, le chiarie scintillanti dei pascoli, i borghi in alto, con le torri arroccate, ma stamattina questo paesaggio non da’ gioia.

Arrivati al lago il navigatore ci dice di lasciare il fondovalle e di arrampicarsi sul crinale, svalicando nella valle parallela: dall’alto, Villa Santa Maria è stupenda sullo specchio d’acqua, addossata alla Penna, l’enorme lama di roccia viva d’arenaria, che sembra il muro di un ciclopico bastione. Tutta la valle è un arazzo medievale, ed è gemella delle valli appenniniche laziali, umbre e marchigiane scempiate dal terremoto. I piccoli comuni che attraversiamo sono lindi, ordinati, con la rocca, la piazza del municipio, la scuola e il monumento ai caduti della Grande guerra. Di valli come questa l’Appennino ne ha cento, ma il numero non inflaziona il valore unitario, anzi l’aumenta, perché questi luoghi fanno sistema, sono l’ossatura storica e naturale del paese, ma stamattina il cuore resta pesante, perché la bellezza che attraversiamo è inerme.

La strada tortuosa si srotola in mezzo a pascoli ordinati come un salotto, senza l’algoritmo di Google non l’avrei percorsa mai, è una provinciale ed è tutta in frana, l’amministrazione che dovrebbe manutenerla abbiamo pensato bene di abolirla, e i soldi comunque non li troveremo mai. Scendiamo finalmente a Gissi, sulle colline dietro la costa, in mezzo a un mare di ulivi, il corso l’hanno dedicato a Remo Gaspari, che per questi suoi comuni ha fatto tutto, le strade, le case, gli impieghi pubblici, e pure l’area industriale, che per decenni ha tirato, ora è in crisi pure lei e si va mestamente svuotando.

Al ritorno a Rivisondoli sono a pranzo con Alessandro Leon, da anni camminiamo queste montagne, i figli erano cuccioli, ora sono all’università; qualche volta ci raggiungeva anche il papà di Alessandro, il grande Paolo, con la sua ironia, il garbo e il sorriso, se ne andato da poco, ci manca molto. Alessandro si occupa di economia dei beni culturali, ragioniamo a tavola della lezione del passato, se ce n’è una, perché un paese geologicamente giovane come il nostro, che instancabilmente trema, presenta una sua ininterrotta, dolorosa casistica, con un paio di eventi rilevanti ogni decennio. La domanda è come curare queste ferite continue, ed allora il pensiero va alle ricostruzioni che sono riuscite bene, il Friuli, l’Umbria che costituisce una vera e propria “best practice”, e anche l’Emilia; ed a quelle che sarebbe meglio non ripetere, come l’Irpinia, o l’Aquila, con lo scandalo delle new town artificiali, costate un occhio della testa, mentre il centro storico glorioso muore e si disfa.

Ma il problema è che interveniamo sempre dopo. Nel rincorrersi convulso dei cicli elettorali gli investimenti per la manutenzione, la prevenzione e la messa in sicurezza del patrimonio non pagano, non producono consenso. Padoa Schioppa ripeteva che le politiche pubbliche devono ritrovare lo “sguardo lungo”, ma era ritenuto un rompiscatole insopportabile, e lo abbiamo cacciato via. Intanto, il “debito pubblico territoriale”, sarebbe a dire i soldi che non abbiamo, per le manutenzioni e le messe in sicurezza che non faremo mai, aggiunto al costo dei disastri che poi inevitabilmente avvengono, aumenta in modo esorbitante, e supera probabilmente quello finanziario. A questo punto, non solo l’eredità prestigiosa degli insediamenti storici, ma anche l’armatura territoriale costruita nel dopoguerra, con uno sforzo pubblico poderoso, che nel bene e nel male ha consentito al paese di uscire da un medioevo che nessuno dovrebbe poter rimpiangere, rappresentano per la nostra generazione quasi come una condanna, un’eredità che non possiamo permetterci di mantenere.

E comunque la mente umana è strana, Herbert Simon parlava di “razionalità limitata”, e nel mio caso aveva ragione, perché ora penso quasi con sollievo al dover lasciare questo Appennino instabile, che pure amo tanto, per tornare a Napoli, dimenticando che tra vulcani, bradisismi e terremoti abito l’area metropolitana più pericolosa d’Europa. Tutto il paese è fatto così, e l’unica è assumere finalmente sulle nostre spalle tutta la responsabilità di rimettere le cose a posto, ci vorrà tempo, un’altra politica, un’altra idea di territorio e di cittadinanza, con il cuore pesante per tutti i lutti, ma con il ciglio asciutto e lo sguardo lungo. Sono convinto che la telefonata di cordoglio che Obama ha fatto a Mattarella non fosse rituale: il mondo alla fine ama l’Italia, sente di aver bisogno di lei, siamo noi che non sappiamo che farne, ed ha ragione il sindaco, il paese non c’è più, ma purtroppo non è solo il suo, quello piccolo, ad essersi dissolto.

piennolo piccola

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 23 agosto 2016

Erano i giorni del fuoco quelli del mio colloquio con Mario Angrisani, il decano degli agricoltori che ancora coltivano il vulcano. L’incendio bruciava da giorni a Terzigno, e aveva colpito proprio al confine tra i due paesaggi, sulla linea che lega e separa due mondi diversi: il lato antico del vulcano, l’edificio solenne del Monte Somma, coi valloni e i boschi rigogliosi di latifoglie; e il lato giovane del Gran Cono, ripetutamente sconvolto, distrutto e rinnovato dalle eruzioni, con i versanti solari di ceneri e colate che scorrono verso il mare, le macchie, le lave, le pinete che la forestale piantò a metà del Novecento; e soprattutto la ginestra dell’Etna, l’ultima arrivata, che sta soppiantando quella leopardiana, e va rapidamente rinverdendo, forse troppo, la faccia del vulcano, come mostra il lavoro recente di un gruppo di ricercatori, coordinati dalla valente biologa del Parco, Paola Conti.
Mario Angrisani è la memoria dell’agricoltura vulcanica, e memorabile resta il reportage su di lui che per questo giornale ha realizzato Carlo Franco, che si arrampicò sugli albicoccheti fantastici del Somma, i ciglioni eroici a seicento metri sul mare, opera suprema di ingegneria, che sembra di stare a Machu Picchu.

È il paesaggio in bilico, dove Angrisani – “l’ultimo patriarca” come lo racconta Carlo Franco – coltiva le sue antiche varietà, a partire dalla mitica Pellecchiella, in un ecosistema particolarissimo, con un clima montano a un tiro di sputo dal mare, e dove in mezzo ai carpini e ai castagni trovi un boschetto relitto di betulla, rimasto lì dall’ultima glaciazione, ed è una cosa straordinaria, un po’ come incrociare un orso polare a piazza del Plebiscito.

Nei giorni crudeli del fuoco ho pensato di incontrare Mario perché se le fiamme sono figlie del sopruso, dell’abbandono sciatto delle terre, lui con la sua opera quotidiana, da sessant’anni incarna invece un modo diverso di abitare il vulcano, fatto di impegno, cura, responsabilità. Lo trovo nel suo podere lungo la circumvallazione, a raccogliere i pomodorini col pizzo, pazientemente dirige una squadra di una decina di ragazzi, sono tutti di qui, Somma Vesuviana, Sant’Anastasia, lui li cerca e gli insegna il mestiere, le operazioni colturali, dalla preparazione del suolo al trapianto, le cimature, i trattamenti.

È l’ultimo giorno di raccolta, hanno iniziato alle cinque e mezza del mattino, ci sono Carmine, Michele, e Margherita, che è aggraziata in pantaloncini e maglietta, si schernisce quando scatto una fotografia, ora sono le undici passate e il sole è diventato impossibile, Mario dice che può bastare, si riprende nel pomeriggio, dopo le cinque, quando si torna a respirare.

Se le albicocche si producono in alto, dove il Somma è sovrano e non teme nemici, se non quello subdolo dell’abbandono e del fuoco, il pomodorino del piennolo del Vesuvio si coltiva giù, nella fascia pedemontana, dove i versanti gentilmente sfumano nella pianura, e inizia l’intreccio selvaggio di infrastrutture e di città, la brutta periferia circolare che in spregio a ogni legge, autorità e ragionevole precauzione, ha imprigionato il grande vulcano, e contende ancora all’agricoltura ogni terreno, ogni suolo, ogni metro quadro di spazio.

Il prodotto è prezioso, ha un prezzo di molto superiore a quello già alto del San Marzano, si coltiva in asciutta, sulle ceneri vulcaniche, e per questo ha dolcezza, sapidità e serbevolezza uniche.

I grappoli di bacche si raccolgono uniti, col peduncolo, e si impilano con maestria a comporre i piennoli, quelli tradizionali arrivavano a sette-otto chili – quelli moderni pesano un chilo e mezzo – e si appendono, come gaie lanterne rosse, sotto le alte volte dei portoni freschi di basalto, per il vermicello e il soutè delle feste di Natale.

La novità è che adesso, con il marchio di qualità dell’Unione europea e il consorzio di tutela, il pomodorino del piennolo del Vesuvio viaggia verso il nord, in confortevoli imballaggi di cartone, dalla grafica curata.

Negli ultimi tempi poi, è anche cresciuta la domanda di pomodorini pelati, sono richiestissimi da ristoranti e pizzerie: insomma, il prodotto va, in tutte le sue forme, anche perché il gusto francamente non teme confronti con il miglior pachino o datterino che sia.

Nella pausa ci trasferiamo a casa Angrisani, tra le stradine strette, in salita, del minuscolo borgo medievale del Casamale , la “Terra murata” , tutto racchiuso tra le mura aragonesi, unico abitato a trovarsi all’interno del perimetro del Parco nazionale. L’abitazione antica di Mario ha un giardino intercluso, col pergolato di uva catalanesca, ci ristoriamo con l’acqua e col caffè, oltre i tralci svetta la facciata imponente della Collegiata, la chiesa cinquecentesca di Santa Maria Maggiore.

C’è un’atmosfera di buonumore, si avverte che è l’ultimo giorno di lavoro, guardo i ragazzi stanchi, riposarsi nel patio all’ombra della vite, si vede che formano una squadra, e penso che questo è il lavoro che l’agricoltura ha creato nel Mezzogiorno, come dice l’ultimo rapporto Svimez, distinguendosi alla fine come uno dei pochi settori che è riuscito, a sorpresa, a resistere al ciclo avverso, contribuendo per una volta a far crescere il sud una virgola in più rispetto al centro-nord.

Eppure l’opera di Angrisani resta difficile. Il consorzio, nonostante le potenzialità, stenta a raggiungere dimensioni significative, al momento ci sono una quarantina di ettari appena in coltivazione, che è veramente la soglia minima di esistenza, distribuiti in novanta aziende: la dimensione media aziendale è quindi estremamente esigua, intorno al mezzo ettaro, ma la verità è che la vita degli agricoltori vesuviani è una corsa ad ostacoli, ed è contrastata, su tutti i fronti, da forze molteplici. I rapporti con il Parco nazionale, che doveva rappresentare un volano, restano complicati, c’è difficoltà a considerare l’agricoltura come un’attività conservativa del capitale naturale, a volte sembra il contrario, con una serie di vincoli e paletti burocratici che rendono la vita già difficile dell’agricoltore, a volte decisamente impossibile.

Un mutamento culturale è necessario, da noi come nel resto del paese, bisogna comprendere una volta per tutte che l’agricoltura è la colonna portante dei paesaggi e degli ecosistemi italiani, della loro biodiversità, non un’attività nemica; che è sacrosanta la protezione di specie e habitat, ma nel trend epocale di abbandono che stiamo attraversando, con le aziende agricole che continuano a chiudere e scomparire, è ugualmente importante, proprio nei paesaggi storici come quello vesuviano, conservare e sostenere l’attività di agricoltori come Mario, che il vulcano lo abitano, lo curano e lo presidiano tutti i giorni, e che dovrebbero loro stessi esser considerati, per una volta, come il valore principale da proteggere.

Al di fuori del perimetro del Parco poi, il nemico è la città, che non conosce legge, che spezza e consuma lo spazio agricolo in frammenti senza nome, in attesa di destinazione, povere dipendenze di un disordine urbano privo di futuro, ma sono cose già dette: il governo del territorio, la difesa dello spazio rurale, la promozione dell’agricoltura di qualità dovrebbero essere i punti forti di un programma per la Città Metropolitana, che ha dentro di sé posti unici come i Campi flegrei, il Vesuvio, le isole del golfo, la Penisola, i frammenti cospicui di Campania felix: tutti luoghi che corrispondono a grandi paesaggi, ma anche a straordinarie agricolture.

In ultimo, c’è l’avversario probabilmente più ostico, che è l’incapacità di lavorare insieme. A partire dai prodotti agricoli del Vesuvio, le filiere integrate di qualità – dal campo alla tavola, passando per la trasformazione – dovrebbero superare l’attuale frammentazione, diventando i capisaldi della nostra manifattura ed industria, ma questo richiede la capacità per le mille piccole aziende superstiti di unirsi, cooperare, crescere insieme, in un ambiente sociale e culturale nel quale, mi ricorda sconsolato Mario, succede esattamente il contrario, dove anche fratelli e cugini faticano a fare squadra.

È il momento dei saluti, Mario prende una cesta, la fodera di foglie fresche e profumate di noce, delicatamente vi ripone i pomodorini, senza fretta, come avrebbe fatto Eumeo con Ulisse, anche se allora il pomodoro ancora qui non c’era, ma i gesti sono gli stessi, vengono da tre millenni di cura del giardino mediterraneo, da una cultura antica di ospitalità, un miracolo di civiltà che si rinnova, anche in mezzo a questo povero scombinato disordine metropolitano.

tenuta_vannulo

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 18 agosto 2016

Come  in una favola le bufale arrivarono dal mare, sulle navi saracene, intorno all’anno Mille in Sicilia, assieme agli alberi di limone e alla canna da zucchero; poi risalirono coi Normanni le coste del Meridione, e giunsero anche qui, nella piana del Sele, che era allora un deserto insano di grano, pascoli e paludi. Fu un gran regalo, uno dei tanti della civiltà araba, perché il bufalo è una macchina formidabile: nell’ecosistema ostile di palude, lui resiste a febbri, serpi e parassiti, riuscendo per di più a elaborare, a partire da povere erbe, il latte più ricco e nutriente che un quadrupede possa offrire alle nostre latitudini, con un contenuto in grasso e proteine che è doppio rispetto a quello di vacca. Ad ogni modo, quando Goethe incontra i bufali, percorrendo la piana «… per vie impraticabili e qua e là paludose, … attraversando canali e ruscelli», li descrive come bestie ostili «… dall’aspetto di ippopotami e dagli occhi selvaggi e iniettati di sangue».

Poi la storia è nota. Le paludi costiere furono prosciugate con la bonifica integrale degli anni ’30 del Novecento, pensata da quel grande costruttore di territori che fu Arrigo Serpieri: la piana si trasforma in una macchina produttiva perfetta, con una duplice rete idraulica, quella delle “acque alte” per l’irrigazione, e quella delle “acque basse”, che idrovore instancabili provvedono a risputare in mare, tenendo asciutti i suoli, adatti alla coltivazione. Dagli anni ’50, al posto del deserto malinconico senz’alberi descritto a fine ‘700 da Giuseppe Maria Galanti, si estende poco a poco nella piana il mosaico ordinato della nuova agricoltura industriale, coi frutteti specializzati, le colture ortive, le serre.

Le paludi e la malaria scomparvero, ma il bufalo rimase, assieme ai toponimi, che ancora conservano echi del paesaggio medievale. Come “Vannulo” – la contrada di Capaccio sui travertini, all’ombra del monte Soprano – il cui nome sta per “terre che non valgono nulla”, e invece ora c’è l’azienda bufalina più moderna al mondo, con seicento bufale, la metà in lattazione, e 200 ettari coltivati a foraggio. Ed è qui, nel suo studio, che incontro Antonio Palmieri, l’artefice del miracolo, per parlare della quarantennale avventura alla guida dell’azienda, che la sua famiglia conduce da più di due secoli. Mentre lo ascolto, guardo fuori e mi sembra di stare in un campus, gli edifici bassi, eleganti, l’erba tosata, la bella masseria di fine ‘700 color cinabro, e tutt’intorno frotte di ragazzini francesi in visita alle stalle e ai laboratori di trasformazione, dove il latte diventa mozzarella, yogurt, gelato, cioccolata, perché tutto è a vista, ogni processo si compie sotto gli occhi dei visitatori, ventimila lo scorso anno, nell’ultima annata sono già cresciuti del trenta per cento.

Qui soprattutto capisci che anche un testimone autorevole come Goethe può prendere una cantonata, perché da Vannulo le bufale non sono mostri dagli occhi di bragia, ma si muovono libere in stalla, dove riposano su materassini ad acqua, si massaggiano a spazzoloni rotanti, con sottofondo di musica barocca. «Il bufalo non ama la palude, è forte e si adatta, ma è intelligente, se gli offri comfort e pulizia lui li preferisce, senza alcun dubbio », mi dice sorridendo Palmieri, che del benessere degli animali ha fatto una religione assoluta, convinto sia la premessa necessaria per mirare alla più elevata qualità. Quando la mammella è turgida di latte, la bufala si avvia sua sponte alla mungitura, che non vien fatta da umani, ma da un robot che riconosce l’animale dal microchip, pulisce la mammella e la collega agli aspiratori, analizzando il fiotto proveniente da ogni singolo capezzolo, cosicché la qualità è monitorata, e ogni problema prontamente individuato, con gli acciacchi delle bufale che vengono curati solo con l’omeopatia.

In questo modo Antonio Palmieri ha mutato la concezione arcaica che avevamo dell’animale, ma in qualche misura anche quella del prodotto, perché la sua mozzarella è diversa: «La volevo meno salata, perché il sale copre le mille sfumature di sapore del latte di bufala, e poi il sale è collegato all’idea di conservazione, mentre il valore del prodotto sta nella sua freschezza; infine non la volevo gommosa, ma tenera ed elastica». Gli dico che la sua mozzarella sembra ispirarsi alle “Lezioni americane”, le virtù proposte da Italo Calvino per il terzo millennio – rapidità, leggerezza, esattezza – ma anche visibilità, se tutto il ciclo produttivo si compie sotto lo sguardo del consumatore.

La mozzarella di Vannulo è rigorosamente biologica, e ciò implica autosufficienza: tutto il foraggio è coltivato all’interno, non si importa alcun fattore produttivo, e si trasforma solo il latte prodotto in azienda, in una versione post-moderna dell’economia curtense, con il borgo aziendale che funziona come un’antica abazia, un centro autonomo che offre cultura, alimenti, ospitalità, servizi. Un’economia cosciente dei propri limiti, perché la produzione non eccede i quindici quintali di latte giornalieri, che è quanto le bufale sono in grado di dare. Alla fine, il prodotto puoi acquistarlo solo qui in azienda, e un senso di misura lo trovi anche nel prezzo, che rimane, vista la qualità, comunque contenuto, alla portata delle famiglie.

Alzo ancora lo sguardo, al confine delle terre si intravedono i nuovi quartieri residenziali che premono, le aree urbanizzate sono decuplicate nell’ultimo mezzo secolo, con la piana tutt’intorno che inesorabilmente perde ordine e leggibilità, si avvia a diventare città diffusa, a bassa densità. Chiedo a Palmieri cosa ne pensi, il tono pacato si vena d’amarezza, mi dice che non è tanto il declino del governo pubblico, pure evidente, a preoccuparlo, quanto l’indebolimento diffuso del sentire civico, che si avverte dietro la banalizzazione del paesaggio. In quest’ondata, il borgo aziendale, antico e moderno insieme, resiste comunque come presidio di bellezza e identità.

Per il resto, Vannulo sta alla mozzarella di bufala – che rimane il prodotto campano più amato nel mondo – come la Formula Uno o la Ferrari all’industria dell’auto. Le innovazioni prodotte in azienda, che rimane soprattutto luogo di instancabile sperimentazione, si trasmettono col tempo all’intero comparto, che finisce col beneficiarne. Antonio Palmieri ha calcolato in un decennio il tempo necessario perché l’innovazione sia accolta, ed è questa inerzia al cambiamento, mi dice, la difficoltà maggiore incontrata nel suo lavoro di imprenditore visionario, che è comunque riuscito a riscrivere la favola, reinventare un prodotto antico, vedendoci nuove cose e nuove possibilità, in un’avventura ancora tutta da raccontare.

stella

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 12 agosto 2016

Il San Marzano, la “Bibbia del pomodoro”. Non è lo slogan di un’azienda conserviera, ma il titolo di un articolo di Tim Carman uscito sul Washington Post un paio d’anni fa, che la dice lunga sulla reputazione che il nostro pomodoro mantiene a scala mondiale: si tratti di chef stellati o di semplici consumatori, resiste l’idea che il San Marzano sia una cosa, il resto dei pomodori un’altra. Certo poi, l’amore e la venerazione portano con sé dubbi e apprensioni: è noto che l’areale geografico di produzione è circoscritto alle piccole pianure fertili del Sarno, dell’Irno, dei Regi Lagni; che la coltura ha conosciuto difficoltà e crisi. Così si spiega la pubblicazione lo scorso agosto sul New York Times della storia illustrata di Nicholas Blechman “The mistery of San Marzano”, che racconta le insidie e gli inghippi dai quali il consumatore del prezioso prodotto deve guardarsi.

È proprio per capire qualcosa di questo mistero che inizio il mio viaggio nella pianura, in compagnia di Tommaso Romano, che il San Marzano lo coltiva da una vita, ed è presidente del consorzio di tutela dell’oro rosso nostrano. Partiamo dalla masseria di famiglia, non più abitata, in contrada “Aria di settembre” ad Acerra: sul portale in pietra è scolpita la data del 1790, all’ombra di un’acacia in fiore c’è l’aia con il forno, l’edicola in maiolica della Vergine; saliamo la scala esterna fino alla terrazza, la linea verde laggiù sono i Regi Lagni, la via d’acqua disegnata da Domenico Fontana all’inizio del ‘600, per mettere ordine nell’idraulica scombinata della piana. La famiglia si trasferiva in campagna a inizio estate, per la raccolta della canapa, e i Lagni erano ancora un fiume, c’erano i gamberi e le anguille; il San Marzano arrivò negli anni ‘50, e diventò subito il fulcro di tutta una vita e un’economia.

Percorriamo l’interpoderale sconnessa fino alle coltivazioni, e qui Tommaso mi spiega perché il San Marzano non è una coltura come un’altra. La pianta ha sviluppo indeterminato, cresce fino all’altezza di una persona, e per questo è necessario sostenerla con pali di castagno, e tutta un’intelaiatura di fili, e il risultato è una specie di fitto vigneto erbaceo, che dura lo spazio di una stagione. La maturazione dei diversi palchi è scalare, ed anche la raccolta, rigorosamente a mano, così che il fabbisogno di manodopera, di perizia e competenza è enorme, perché ci sono anche le cimature, le scacchiature, le irrigazioni, i trattamenti.

Una volta affrontata questa anticipazione pazzesca di capitale e di lavoro, il San Marzano ti ripaga, se non arriva la “trubbéja”, la tempesta estiva che rovina tutto, con una produttività strepitosa, fino a 800 quintali ad ettaro, che si accompagna, contrariamente al solito, ad una elevatissima qualità. La bacca, dalla silhouette inconfondibile, ha polpa di colore, tessitura, consistenza ineguagliate, che reggono bene la cottura. L’aroma e il gusto sono complessi, con un bilanciamento alto di zuccheri e di acidità. Per di più, la pelle viene via facile, e ci sono pochi semi: insomma, il pomodoro ideale, e questa fu proprio l’intuizione di Francesco Cirio, l’inventore del pelato in scatola, che portò qui a Napoli dalle colline del Monferrato, alla fine dell’800, le sue fabbriche con la nuova tecnologia, e poi anche la sede della società, a San Giovanni a Teduccio, facendo del San Marzano una star mondiale, e di Napoli la sua capitale.

Certo, dietro la qualità del San Marzano non c’è solo l’eccezionale potenziale genetico della varietà, addomesticata per due millenni dagli Incas ai piedi delle Ande, e giunta probabilmente a noi attorno al 1770, con un sacchetto di sementi, grazioso dono del Viceré del Perù; ma anche il valore unico di questa pianura e di questa terra, dove le ceneri profonde e soffici del vulcano vengono rielaborate dalle acque, si stratificano ed arricchiscono in carbonato di calcio, realizzando nel nostro clima particolare, mediterraneo e umido insieme, un equilibrio di fertilità irraggiungibile in altri angoli del pianeta.

Camminiamo tra i filari, Nicola mi racconta di quand’era ragazzo, la coltura si estendeva a perdita d’occhio nel paesaggio, ottomila ettari a San Marzano, la Campania produceva da sola un terzo del pomodoro da industria italiano. Negli anni ‘70 i primi segnali di crisi, fino al crollo degli anni ‘80, con l’azzeramento quasi delle superfici: si diede la colpa a una virosi cui il San Marzano è particolarmente sensibile, ma la realtà è più amara, perché il sistema frantumato di microaziende e di industrie scoordinate non riusciva più a reggere, nonostante il traino del brand prestigioso.
Poi, a partire dagli anni ‘90, la difficile risalita, con il riconoscimento comunitario della denominazione di origine, l’istituzione del consorzio di tutela, cui aderiscono oggi 180 aziende agricole, riunite in undici cooperative, una superficie produttiva di centoquaranta ettari, e quattordici aziende di trasformazione. La produzione 2015 è stata di 75mila quintali – prima ne producevamo 4 milioni – ma la tendenza è positiva, l’interesse per il prodotto come si è visto rimane enorme, nel 2016 superfici e produzione sono già quasi raddoppiate.

Nel frattempo, è stata la pianura agricola ad andare in frantumi, per sempre. La città è quadruplicata, smembrando l’agro in un arcipelago di isole verdi disperse nella maglia urbana, nel reticolo rigido degli svincoli e delle infrastrutture. Spaziando dalla terrazza della masseria antica è evidente che la contrada agricola non è più terra aperta, ma un’enclave assediata tra i grossi centri che premono: gli abitati di Casalnuovo, Pomigliano, Acerra, e l’enorme distesa della Fiat. In questa strana periferia, né rurale né urbana, la riconquista del territorio da parte del San Marzano è forse l’unica strategia che abbiamo, più che le formule urbanistiche, per arrestare il consumo folle dei suoli. La cosa paradossale è che, nonostante lo scempio, il 60% dello spazio metropolitano è ancora fatto di aree agricole come questa. Se solo riuscissimo a riammagliare i poderi dispersi, a considerare la campagna che resta come un valore, piuttosto che come terra di nessuno, potremmo ricostituire qualcosa dell’antico potenziale produttivo, dare senso al paesaggio, formare nuova economia e nuovo lavoro.

A queste cose sta lavorando Tommaso Romano con la sua garbata competenza e cocciutaggine: affinché dietro al brand planetario torni a concretizzarsi un’effettiva disponibilità di prodotto, è necessario recuperare almeno un migliaio di ettari, puntando al milione di quintali l’anno. È una cosa fattibile. La vera, difficoltà è quella di mettersi insieme, fare sistema, arrivando, come nelle regioni del Nord, che pure il San Marzano non ce l’hanno, ad avere un’unica organizzazione di produttori, che cooperi con un unico consorzio di trasformatori, sotto un’unica riconoscibile etichetta, che è poi ciò che il mondo con insistenza ci chiede.

Ricordando che il San Marzano è certamente la “Bibbia dei pomodori”, come ha scritto il Washington Post – il brand alimentare campano di maggior prestigio, assieme alla mozzarella di bufala – ma è innanzitutto il risultato di un paesaggio e di un ecosistema unico, non riproducibile, che è poi il nostro stesso ambiente di vita. Ed è la pervicacia con la quale continuiamo a distruggerlo questo territorio, il vero, insondabile mistero.

formicoso

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 9 agosto 2016

Devo andare in Alta Irpinia, c’è la mietitura del grano duro “Senatore Cappelli”, per una volta mi affido al navigatore Google, ha la voce di una spia sovietica e non azzecca un accento: ad Avellino mi dice di lasciare l’autostrada e proseguire per l’Appia, e va bene così, perché questo che attraversa l’appennino campano è uno dei tratti più belli della strada più bella del mondo. L’appuntamento con gli agricoltori è a Morra De Sanctis, al castello, prima c’è un incontro sullo sviluppo locale, ma non è giornata di parole, ci sono nuvole bluastre all’orizzonte, minaccia pioggia, e bisogna salite al Formicoso, c’è già la mietitrebbia che aspetta.

Incontro Peppino e Vito, sono due ragazzi di cinquant’anni, hanno fatto cento mestieri in giro per l’Europa, poi sono tornati alla terra, all’azienda di famiglia, che qui significa coltivare i cinque-sei ettari a grano e foraggi, e poi la stalla con una decina di bovini da latte, gli animali di bassa corte, le galline, i conigli, e i cani, e i figli grandi all’università, nelle città lì dietro l’orizzonte. Sono venuto qui per capire perché il vecchio grano del Senatore Cappelli sia a un certo punto diventato, per agricoltori come Vito e Peppino, quasi una bandiera di riscatto, una scelta di libertà.

“Il prezzo del grano è quello di trent’anni fa, mentre i costi per produrre e vivere sono aumentati di dieci-venti volte, i piccoli agricoltori di montagna sono anni che producono senza compenso, a debito, il loro  lavoro non conta, il rischio è tutto loro, mentre il prezzo lo decide la finanza globale e le multinazionali”. A parlare è Pietro Parisi, lo “chef contadino”, che ci accompagna. E’ giovane, ha appena vinto il premio 2016 del Gambero Rosso per i suoi “boccaccielli”, i vasetti con le specialità campane cotte sotto vuoto a vapore, che serbano tutto il sapore e la freschezza. Nei suoi ristoranti, in pianura, impiega solo semola e pasta prodotta col grano antico che stiamo andando a mietere, segue il lavoro degli agricoltori, ci tiene che i suoi piatti raccontino la storia del territorio, che anche il lavoro contadino abbia il giusto riconoscimento.

Ed è bella la storia di questo grano, che è un’invenzione di Nazareno Strampelli, grande agronomo e genetista marchigiano, il padre delle “sementi elette” che contribuirono a innalzare la produttività dell’agricoltura meridionale nella prima metà del Novecento, a uscire per sempre dal medioevo. Strampelli era un grande innovatore: mentre i suoi colleghi miglioravano i cereali lavorando all’interno dei confini delle singole varietà, lui era il profeta dell’incrocio, dell’ibridazione, non ebbe timore per costruire il Cappelli di mescolare i caratteri di un grano nord-africano con varietà messicane, o anche giapponesi, per prendere da ciascuna il carattere specifico che lo interessava. In particolare lui voleva con i suoi incroci costruire una varietà che fosse adatta agli ambienti difficili del meridione, resistente alle malattie, alla siccità e all’allettamento, e che desse un grano di alta qualità. Così nacque il grano duro “Cappelli”, intitolato al senatore del Regno che protesse sempre il suo lavoro, e gli concesse addirittura le sue terre sul Tavoliere per la sperimentazione di campo.

Questi metodi, che oggi fanno sorridere, erano effettivamente assai arditi per l’epoca, i colleghi invidiosi dicevano che Strampelli così facendo forzava la natura, e lo espulsero addirittura dalla società scientifica che lui aveva fondato, e il paradosso è che anche la Mascella che al cortile parlava, esaltando la purezza della razza, non sapeva che la guerra del grano era stata vinta proprio grazie al meticciato mediterraneo-cosmopolita di Strampelli.

Naturalmente alla fine le idee di Strampelli si affermarono, e l’agronomo americano Norman Borlaug, padre della “rivoluzione verde” degli anni ‘6o, che continuò il suo lavoro, per queste cose prese il premio Nobel, mentre Strampelli è diventato il nume tutelare dei genetisti agrari di mezzo mondo, e il suo “Senatore Cappelli” è nel pedigree di quasi tutte le varietà di grano duro che coltiviamo ancora oggi.

Mario e Vito coltivano il “Senatore Cappelli” con un disciplinare biologico rigoroso, senza concimi chimici e diserbanti, la fertilità del terreno la mantengono tenendo il grano in rotazione con gli erbai polifiti, l’avena, l’orzo, le leguminose. Così facendo raccolgono solo una quindicina di quintali per ettaro di grano duro, contro i 40-50 della coltura industriale, ma la qualità e altissima, la sanità del prodotto assoluta. Per beneficiare di questo valore e remunerare finalmente il loro lavoro, hanno deciso, assieme ad una trentina di altri agricoltori del Formicoso, di riunirsi in consorzio, così gestiscono in proprio la macinatura e la trasformazione, e mettono in vendita direttamente la pasta, che è fantastica, con un tenore in proteine spropositato, un sapore, una corda e una resistenza alla cottura irraggiungibili, per un costo che alla fine è alla portata, e non supera i sei euro il chilo.

Col “Senatore Cappelli”, insomma, Vito e Peppino sono tornati a vivere, a vedere una prospettiva, e per questo è alta la loro riconoscenza per Mario Salzarulo, il sociologo che da un trentennio segue queste terre, con il suo “gruppo di azione locale” (GAL) progetta e sostiene iniziative piccole e concrete di sviluppo, è stato lui a trovare le sementi dell’antico grano, a facilitare la nascita del consorzio, a seguirne l’avviamento. Mario conosce a memoria la “Giovinezza” e il “Viaggio elettorale” di De Sanctis, ha fondato a Morra su queste cose un Parco letterario, continuamente ricorda i passi dove il grande critico parla di queste terre, sorride e si commuove.

Per raggiungere il campo di Giuseppe, percorriamo in macchina il Formicoso, l’ampio pianoro verde tra l’appennino e il cielo: in questo paradiso nel 2008 il governo pensò di realizzare la grande discarica regionale per risolvere la crisi dei rifiuti, e vennero colonne di mezzi dell’esercito ad occupare le terre, sembrava la guerra, e qui si tenne il grande concerto-raduno di protesta, fu la nostra Woodstock, e Capossela cantò quella notte, e la discarica alla fine non si fece.

Il paesaggio, con tutte le pale eoliche, è di una bellezza assoluta, sembrano le Highlands scozzesi, una cosa che senza il lavoro di agricoltori come Vito e Peppino – che il mercato e la finanza globale si ostinano a ignorare –  semplicemente non esisterebbe, mentre i comuni gloriosi del “Viaggio” di De Sanctis si spengono, le statistiche demografiche sembrano bollettini bellici, nell’ultimo decennio Lacedonia ha perso 600 abitanti, altrettanti Bisaccia, Calitri 900, tra venticinque anni qui non ci sarà più nessuno.

Per questo la scelta di Peppino e Vito è importante, è intorno a nuove filiere come quella del “Senatore Cappelli” che il paesaggio del Formicoso può rinascere, ricostruire una sua ragion d’essere, un’economia, insieme al progetto del “Latte nobile”, un’altra bella inziativa del GAL per associare le piccole stalle, condannate alla chiusura, per la produzione di foraggi e latte di altissima qualità.

Le nuvole scure alla fine sono passate, s’è schiarito il cielo sul mare verde-oro delle colline, la mietitrebbia rossa inizia il suo lavoro, il rombo è assordante, si alza una nuvola scintillante di pula, il profumo della paglia è buono, al margine del campo, con Pietro, lo chef contadino, ci sono Amelia e Alfonso Cuomo, i ragazzi di un’antica famiglia di pastai artigianali di Gragnano, sono tornati da Londra e da Roma per riattivare l’azienda, vogliono ripartire da qui, dalla qualità del “Senatore Cappelli”, per riproporre un prodotto che abbia un’etica e una memoria. Si stringono anche loro a Vito e Peppino, c’è soddisfazione, anche quest’anno è andata, siamo solo all’inizio: chef, pastai, agricoltori, se questi ragazzi restano uniti il Formicoso può farcela.

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