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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 29 dicembre 2018

Resta ancora Barra da raccontare in questo viaggio nella Napoli orientale, anzi ‘A Barra, come la chiamano qui, con l’articolo, e in quella particella c’è tutta la rivendicazione di una storia e del prestigio perduti:  l’idea che non di un quartiere si tratti – completamente invisibile e fuori dai giochi – ma della prima città vesuviana, la porta del Miglio d’Oro. “Il dieci per cento delle ville vesuviane si trova a Barra, ce ne sono addirittura undici” mi dice Pompeo Centanni, lo storico che mi accompagna nel tour, l’appuntamento è a piazza De Franchis, con i lecci e il monumento ai caduti della Grande Guerra. C’è la lapide coi 160 nomi dei cittadini barresi morti nel conflitto, l’ultimo libro Pompeo l’ha presentato venerdì scorso alla biblioteca comunale, scavando con ostinazione negli archivi ha restituito un volto e una storia a ciascuno di essi, in una struggente Spoon River all’ombra del Vesuvio. Intanto, non sai se aprire o chiudere l’ombrello, è il lunedì della grande tempesta di vento, il vulcano è un gigante nero tra le nuvole, sulla città color sabbia s’illumina ogni tanto una cupola, o una scaglia di luce in mezzo al mare.

Da piazza De Franchis, in parallelo, si dipartono i due corsi, la struttura di Barra è particolarissima, ha una doppia anima, c’è il tracciato settecentesco, popolare, di Corso Sirena, con gli antichi edifici a corte; e quello novecentesco, borghese, di corso Bruno Buozzi; le due strade corrono fianco a fianco, parallele. Anche a Barra, come a San Giovanni e Ponticelli, è merito della pianificazione pubblica, dal Piano delle periferie al PRG, aver salvato questi che sono luoghi chiave della memoria, riconoscendo loro la dignità di centro storico.

Subito, su corso Buozzi, troviamo la sede della Società Operaia di Mutuo Soccorso, sulla facciata c’è un bassorilievo con due mani che si stringono, perché qui il welfare era già nato nel 1899, prima che ci pensasse lo Stato, come rete spontanea di solidarietà, con la Società che finanziava agli agricoltori l’acquisto degli attrezzi, indennizzava i giorni di malattia o infortunio, soccorreva i familiari in caso di morte improvvisa del lavoratore. “E’ espressione del movimento cattolico, dopo la Rerum Novarum” mi spiega Pompeo “con le organizzazioni della sinistra c’era un’intesa, una specie di divisione dei compiti, la Società di Mutuo Soccorso pensava all’assistenza, queste ultime alla difesa dei diritti e all’attività nelle fabbriche.” Nella sede troviamo una decina di soci, attraverso le tempeste del Novecento e le crisi di inizio millennio, la Società è ancora attiva: del resto, la disoccupazione nel quartiere è al 40%, la protezione sociale è tornata ad essere un tema caldo, anche se le chiome dei soci sono tutte d’argento, e la difficoltà è piuttosto quella di coinvolgere i trentenni e i quarantenni, con la credibilità di un nuovo progetto.

“I fili che attraversano la storia di Barra” mi dice ancora Pompeo “che è rimasta comune autonomo sino al ’25, sono gli stessi delle altre due città orientali di San Giovanni e Ponticelli: l’agricoltura e la fabbrica. Erano i luoghi della produzione materiale, gli abitanti erano coltivatori e operai, ma la parabola della crisi è stata diversa per i tre centri, e a Barra probabilmente più dura, perché qui non c’è mai stata la densità industriale di San Giovanni, mentre l’agricoltura, che era assai fiorente di produzioni frutticole, ortive e viti, è stata completamente distrutta dall’urbanizzazione degli anni ’60 e ’70, con le lottizzazioni che non hanno risparmiato proprio niente, nemmeno i giardini storici delle ville vesuviane, trasformati in agglomerati edilizi senza qualità. E’ finita l’industria, ed è finita anche l’agricoltura, un quartiere di quarantamila abitanti si è trovato senza più alcuna base produttiva”.

L’altra faccia della desertificazione urbana la raccontano gli esponenti del “Comitato di cittadinanza attiva per la Barra”, con loro ripariamo dal vento e la pioggia in un negozio su corso Sirena. “Barra è il quartiere invisibile” esordisce Rino Amato, presidente del comitato. “Schiacciato tra Ponticelli e San Giovanni, è rimasto come separato dal resto della città. Le autostrade e superstrade per collegare Napoli ci hanno chiuso da ogni parte, siamo diventati un’enclave: il trasporto pubblico non esiste più, l’unica linea di autobus che serviva le diverse parti del quartiere, che ha un territorio assai vasto, è stata abolita; non è rimasta una banca, un cinema, un teatro. Trentasettemila abitanti sopravvivono così, senza servizi, e non c’è nemmeno un motivo per venire qui: a San Giovanni ora hanno il campus di Ingegneria, a Ponticelli l’Ospedale del Mare; a Barra invece non c’è nessuna funzione di ordine superiore, prima almeno c’era la Pretura, magistrati importanti hanno iniziato qui la loro carriera, s’era creato un indotto, ora niente.”

“Poi c’è la crisi di rappresentanza” interviene Luigi Valentino, altro membro del comitato civico. “Il quartiere non ha più voce. Nella Municipalità 6, che comprende anche Ponticelli e San Giovanni, Barra, che pure ha un terzo degli abitanti, ha eletto solo 3 consiglieri su 30, in consiglio comunale il quartiere può contare su 1 consigliere su 40. Per un’area come questa, dove la partecipazione alla vita politica è sempre stata una cosa importante, è il segno della resa.”

Eppure, ci sono reti sociali che resistono. Percorriamo i basoli scuri di pioggia di corso Sirena fino alla chiesa madre di S. Anna, ci aspetta il vicario, don Fulvio Stanco, è un ragazzo di trent’anni, ha un fisico da rugbista e lo sguardo sicuro, è lunedì mattina ma l’antica navata, con gli affreschi di Solimena, è piena, ci sono molte donne del quartiere, dopo la funzione è tutto un via vai, c’è un atmosfera attiva, ognuno ha un ruolo, un compito da portare a termine. “In un territorio così particolare, stiamo sperimentando una nuova organizzazione per la parrocchia, un modello diffuso. Gli incontri li facciamo a turno nei rioni di edilizia pubblica, nelle corti del centro storico. In ognuno di questi luoghi c’è un responsabile, un gruppo che tiene le fila, per molte attività ci appoggiamo alle scuole. In questo modo cerchiamo di costruire una riflessione comunitaria, un percorso per migliorare, anche attraverso piccole cose, le condizioni di vita del quartiere. La difficoltà più grande” continua don Fulvio “è la desertificazione: di fronte al vuoto di prospettive i giovani vanno via: delle trenta coppie del corso prematrimoniale, solo due o tre rimarranno a vivere qui. Se non invertiamo questa emorragia il quartiere non ha futuro, ogni sforzo è inutile.”

In effetti, la demografia indica un declino inarrestabile: dopo la crescita nei decenni di edilizia pubblica, il quartiere perde ora regolarmente 2-300 abitanti l’anno, la popolazione che nell’80 aveva toccato i 45mila abitanti, è adesso intorno ai 36mila, siamo tornati ai livelli del 1955.

Lasciamo corso Sirena e risaliamo via Giambattista Vela, c’è un cancello serrato, e dietro un parco rigoglioso, palme e lecci che crescono da soli, è il bosco di Villa Salvetti, una delle undici ville vesuviane sei-settecentesche di Barra, è proprietà comunale, come le altre è prigioniera di una storia infinita di restauri sciatti mai completati, desolanti abbandoni, nuove distruzioni. Il risultato è che nemmeno una delle ville, coi loro parchi, è attualmente visitabile, aperta al pubblico, ed è questa la principale battaglia del comitato civico: fare di questo straordinario patrimonio l’attrattore turistico-culturale che manca. Poco oltre, troviamo sbarrato anche il cancello del grande parco di Villa Letizia, nella luce gialla dello scirocco le palme oscillano, sembra un bosco tropicale in disfacimento, l’autunno del patriarca, e fa veramente male osservare da fuori questi quattro ettari di verde recluso, in abbandono, in un quartiere che ha bisogno proprio di tutto.

L’avanzata del nulla stava a un certo punto cancellando un altro pezzo di storia, il centro Ester, che è proprio di fronte, nella stessa strada, con le palestre e i campi sportivi nel verde, un movimento sportivo capace di portare la squadra femminile di un quartiere operaio a giocare la seria A di pallavolo, la bacheca scintillante di trofei è la prima cosa che ti accoglie entrando nella bella palazzina centrale. Negli ultimi anni, una gestione malaccorta aveva condotto al dissesto finanziario e alla chiusura, e la buona notizia, che pure Repubblica ha dato, è stata la riapertura del centro lo scorso settembre, grazie all’intervento di un giovane imprenditore di Barra. Si chiama Pasquale Corvino, ha quarantadue anni, dopo essersi fatto le ossa fuori è tornato qui, ha trasformato il negozio di famiglia nella più importante piattaforma e-commerce al mondo di di abbigliamento per l’infanzia, utilizzata da 16.000 aziende in 25 diverse nazioni del mondo, fino all’Arabia Saudita e al Katar. Nella BabyDream, l’azienda che Pasquale ha fondato, lavorano 35 persone, sono ragazzi e ragazze come lui, molti sono compagni di scuola e di quartiere, che ha portato con sé nell’avventura. “Quando ho iniziato a pensare alla possibilità di fare qualcosa per il centro Ester, m’è preso un sentimento fatto per tre quarti di entusiasmo, per un quarto di paura. Tutti, a partire dalla famiglia, mi scoraggiavano, mi dicevano che non era il caso di correre rischi inutili, e io mi chiedevo il rischio dove fosse, allora ho chiesto a un’importante società di consulenza di preparare un business plan, alla fine il mio progetto ha vinto, in quaranta giorni abbiamo restaurato e rimesso in funzione tutto, ora ci lavorano 45 persone, che seguono l’attività sportiva di 1.100 ragazzi. Un’altra cosa che il centro Ester sta facendo” prosegue Pasquale “è aiutare le scuole pubbliche del quartiere a riattivare e attrezzare le palestre, vorremmo che i giovani di Barra possano studiare qui, a casa loro, in strutture di qualità. Poi stiamo cercando di dare la possibilità a ragazzini disagiati di fare sport da noi, iniziamo con un gruppo di 50 bambini della scuola media Rodino'”.

Già, la Rodinò: è la scuola di frontiera di Barra, ci lavora un manipolo di docenti di valore, sulla facciata ci sono gli striscioni delle onlus – Save the Children, Il tappeto di Iqbal -,  la platea dell’istituto comprende le aree più disagiate del quartiere, il rione delle Case Gialle, poco più in là, oltre la boscaglia e i binari, c’è il campo nomadi. Il modello con il quale il centro Ester si è salvato ricorda molto quello vincente della periferia “interna” della Sanità, con il capitale territoriale che viene riportato in vita dai ragazzi, le onlus, uomini di Chiesa e imprenditori illuminati, in attesa che politiche pubbliche decenti si rimettano in moto.

“Mi raccomando” dice Pompeo mentre ci salutiamo, con il tifone che incalza “ditelo che questa non è solo la terra delle stese, il triangolo della morte, che c’è gente che cerca di resistere, pare che i media siano in grado di raccontare solo questo.” Torna l’immagine del quartiere invisibile, ma il guaio vero è l’isolamento. Barra non è più città, ma non è mai entrata nella vita del capoluogo, per questi luoghi Napoli non è riuscita ancora, a distanza di un secolo, a costruire un destino comune, un progetto amministrativo decente, e la verità è che non esiste solo un muro tra il centro e l’area orientale, ma tanti muri, che separano le tre città dell’est, chiuse nel risentimento di una storia che non c’è più, nell’assenza di un futuro insieme, che nessuno ha pensato mai di costruire.

Un progetto green dell’Università Federico II bonifica i terreni agricoli in cui la camorra scaricava liquindi inquinanti e rifiuti. I nuovi alberi piantati assorbono o metali nocivi. L’ideatore: “Insegniamo ai giovani a interrompere la catena dell’illegalità”

Filippo Femia, La Stampa, 21 dicembre 2018

Migliaia di pioppi corrono paralleli, in file ordinate. Il sole illumina i tronchi, ancora esili. Guardando questo bosco di Giugliano (Napoli) sembra impossibile che la camorra sversasse qui liquidi inquinanti delle concerie: le analisi hanno rilevato la presenza di cromo, zinco e cadmio, un metallo pesante altamente tossico per l’uomo, anche in concentrazioni minime. La zona sfregiata per decenni dai clan, nel cuore della Terra dei fuochi, è tornata a vivere grazie a un progetto di ricerca rivoluzionario dell’Università Federico II di Napoli. Si chiama Ecoremed, è made in Campania e finanziato dalla commissione europea. E’ nato nel 2012 come risposta a un vuoto legislativo. Il decreto 152 del 2006, che norma la gestione dei rifiuti e la bonifica dei siti inquinati, escludeva i terreni agricoli, per i quali si rimandava a un successivo regolamento (arrivato a fine 2017 e mai entrato in vigore).

La mente del progetto è Massimo Fagnano, professore di Agraria della Federico II. Era alla ricerca di tecniche di risanamento eco-compatibili dei terreni inquinati, come le discariche abusive della piana campana. In pochi mesi la suq équipe di cento ricercatori medici, geologi, ingegneri, biologi e chimici – ha messo a punto una nuova bonifica con la tecnica del fitorisanamento. Vengono piantati alberi, principalmente pioppi ed eucalipti, che neutralizzano i metalli pesanti. Li assorbono, fissandoli nel legno del tronco e le radici impediscono agli agenti contaminanti di raggiungere la falda acquifera. Una tecnica, senza sostanze chimiche, che innesca anche un’economia circolare. Il legno può essere poi usato come biomassa per produrre energia.

La scelta sostenibile

In passato venivano usate due tecniche per le bonifiche. Veniva rimosso il suolo, per lo spessore interessato dalla contaminazione, e portato in discarica come rifiuto speciale. I costi? Elevatissimi. L’altra opzioni era la messa in sicurezza del luogo, con una sorta di gabbia di cemento che fermasse il passaggio degli agenti inquinanti nel terreno, per poi costruire sopra. Anche in questo caso la spesa era di diversi milioni ogni ettaro. “La soluzione di Ecoeremed fornisce un’alternativa sostenibile, low cost e green, senza distruggere il suolo. E mette a disposizione delle popolazioni nuovi ecosistemi”, spiega il professor Fagnano.

Tecnica low cost

I costi vengono abbattuti: sono dieci volte inferiori rispetto alle tecniche tradizionali, con risparmi di diversi milioni su larga scala. “Ma qui il profitto non c’entra – dice Antonio di Gennaro, agronomo coinvolto nel progetto – Il manuale di applicazione del protocollo è gratis e scaricabile dal sito. Speriamo che venga applicato anche dal altri”.

Il nuovo approccio, poi, riguarda la diagnosi. Analizzando i risultati dei diversi campionamenti, è emerso che i suoli agricoli non erano contaminati come si credeva. Su 50.000 ettari della Terra dei fuochi, infatti, ne sono stati interdetti solo 33, una percentuale prossima allo zero.

All’inizio molti guardavano con scetticismo alla squadra di Massimo Fagnano. Poi Ecoremed è diventato un esempio virtuoso nella regione. Un laboratorio verde che ha una missione anche sociale e culturale. Molte scolaresche, infatti, vanno in gita a visitare i siti bonificati, Doce c’era degrado e un ecosistema ferito, ora c’è un presidio di legalità. “Dimostriamo loro che la popolazione può riappropriarsi di territori saccheggiati dalla camorra, interrompendo la catena di illegalità su terreni agricoli dimenticati”, spiega Fagnano.

Il riscatto di una regione

Altri progetti legati a Ecoremed hanno trasformato alcune discariche abusive in parchi o campi da calcio, , spazi verdi troppo spesso cancellati dall’abusivismo edilizio. Un messaggio di speranza per le generazioni future. “Le ferite che il nostro territorio ha subito nel tempo non sono maledizioni senza rimedio – dice Di Gennaro -. Si possono curare con competenza, cultura e civiltà. Per non permettere più che queste cose si ripetano. E’ questa la lezione per i nostri ragazzi”.

Ecoremed ha coinvolto anche l’assessorato all’agricoltura della regione Campania, Arpac, e Risorsa, una piccola società di ricerca. Poi, nello scorso maggio, è arrivato un premio della commissione europea: è stati inserito tra i nove migliori progetti (su quasi 500) del biennio. Ora si sta definendo un protocollo d’intesa con il commissariato campanoalle bonifiche per estendere il modello all’intera regione.

Antonio di Gennaro – Ultime notizie dalla terra – Ediesse edizioni (29 novembre 2018)

Dal risvolto di copertina:
“Il libro è il racconto di ecosistemi e di paesaggi agrari della Campania del terzo millennio: da quelli universalmente noti, come la Penisola, i Campi Flegrei e il Vesuvio, a quelli meno conosciuti, come il Cilento interno e il Fortore. Un racconto di luoghi, ma soprattutto di persone: gli agricoltori che in questi paesaggi vivono e operano ogni giorno. Si tratta di cittadini assai particolari, invisibili ai più: nel sostanziale disinteresse della politica e dell’opinione pubblica, le loro imprese continuano a produrre qualità e innovazione, insieme al servizio pubblico forse più importante, cioè la cura e il presidio del paesaggio, la manutenzione dei suoli del paese, in quel novanta per cento del territorio campano e italiano che non è fatto di città, ma di coltivazioni, pascoli e boschi.
Le esperienze narrate nel libro evidenziano come gli interrogativi e i problemi posti dalla Terra dei fuochi riguardino l’intero paese nel suo rapporto con l’agricoltura e lo spazio rurale. Continua infatti a mancare un progetto collettivo del territorio che regoli e risolva i rapporti tra un sistema urbano sempre più fuori controllo e il mosaico fragile degli ancora straordinari e bellissimi paesaggi rurali d’Italia.”

Il libro nelle librerie Feltrinelli, su Amazon, su IBS.it

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