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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 5 aprile 2019

Torna da Milano a Napoli e nell’area vesuviana Maria Pace Ottieri, per ragionare e discutere ancora del suo libro “Il Vesuvio universale”, pubblicato da Einaudi nella collana “Frontiere”, che è semplicemente il più importante reportage sull’area metropolitana realizzato in questi anni, scegliendo come baricentro il vulcano più famoso al mondo.

Il libro è un reportage impeccabile, di grande scrittura, ma è anche un romanzo che ti prende, anzi, un agglomerato incredibile di storie che crescono e germogliano l’una sull’altra, perché Maria Pace ha letto e studiato tutto, e d’ogni cosa ti racconta con precisione e leggerezza genesi ed evoluzione, si tratti di Maiuri e degli Scavi di Ercolano, del baccalà di Somma Vesuviana, o dell’ascesa e declino industriale di Torre Annunziata. La Ottieri cammina, viaggia in metro e Circumvesuviana, incontra persone e le interroga, ne registra i racconti, si immerge nelle atmosfere. Il suo metodo è simile alla “osservazione partecipante” degli antropologi, e ciò che vien fuori, ha ragione Giovanni Gugg, è anche un raffinato saggio di etnografia.

Quello che colpisce, e convince, è il fatto che lo stesso metodo Maria Pace lo applichi con ammirato stupore agli aspetti irriducibili di bellezza dei contesti storici e naturali, per quanto affaticati e sciupati dal tempo; come a quelli desolati dell’abbandono e dell’anomia, si tratti del disordine della crescita edilizia sgovernata, che è poi la madre di tutti i rischi; delle cave nel Parco del Vesuvio trasformate in discariche, dei tessuti urbani che marciscono, o delle povere aree agricole mortificate dal caos. Pure in queste situazioni, la Ottieri rifugge i giudizi sommari, studia, si documenta, continua a discutere, a farsi spiegare e raccontare, si sforza di capire la vita dei luoghi e delle persone, anche quando si vede che non ne avrebbe forse la voglia.

Certo il protagonista rimane lui, il Vesuvio, e il libro è una miniera di informazioni sulla storia e l’attività del vulcano misterioso, del quale pensiamo di saper tutto, ma la cui natura profonda ancora ci sfugge, come il suo profilo, che si rinnova e muta appena cambi punto d’osservazione. C’è una vulcanologia minuziosa che fa da sfondo a tutta la narrazione, oltre a costituire la motivazione genetica della precarietà che da duemila anni segna la vita delle persone e delle città. “Il vulcano” scrive la Ottieri “allena i suoi abitanti a vivere in una vacillante realtà sempre sull’orlo della dissolvenza, della metamorfosi, a riempire il vuoto al centro, il cratere della vita di ognuno, con l’immaginazione, trovando nell’invisibile il senso più vero dell’essere al mondo.”

E’ venuta una scrittrice da Milano a metterci davanti agli occhi con acutezza e sincerità la sostanza del nostro intricato vivere metropolitano, per quello che è, senza infingimenti, cogliendone le dimensioni e stratificazioni nascoste, ma una spiegazione forse c’è. All’inizio del libro Maria Pace racconta come il Vesuvio e l’idea di scriverlo le siano apparsi “… una mattina all’alba nel dormiveglia, quello stato anfibio in cui i pensieri sommersi si affacciano alla coscienza”. E’ un ricordo affiorante d’infanzia del 1955, lei era nata da poco e il papà, lo scrittore Ottiero Ottieri, lavorò per un anno nello stabilimento appena inaugurato dell’Olivetti a Pozzuoli, all’altra estremità del Golfo. Nell’universo complesso e profondo di Maria Pace evidentemente una traccia è rimasta dell’umanesimo riformatore di quell’esperienza all’inizio della vita, il guardare al mondo come alla casa degli uomini, un posto da comprendere, mai maledire, se possibile migliorare.

Le presentazioni de “Il Vesuvio universale” con Maria Pace Ottieri si terranno il 5 aprile a Castellammare di Stabia al Salone Viviani (Cappella sant’Anna, Vico Sant’Anna); il  6 aprile a Napoli, presso Eccellenze Campane; l’8 aprile ancora a Napoli, alla libreria del Teatro Bellini; il 9 e il 10 aprile a Ercolano, presso le Scuderie della Villa Favorita; l’11 aprile a Vico Equense, Libreria Ubik.

 

Antonio di Gennaro, 13 marzo 2019

Prefazione al libro di Luigi d’Aquino e Francesco Paolo Innamorato:

I sistemi agricoli dell’Agro Nocerino. Ascesa e declino di un paesaggio culturale – YOUCANPRINT, 2019

Il libro che vi apprestate a leggere è un piccolo gioiello. Attorno al nucleo originario, costituito dall’analisi del territorio agroforestale di Nocera Inferiore effettuata per la redazione del nuovo piano urbanistico comunale, Luigi d’Aquino e Francesco Innamorato hanno costruito un racconto complesso degli ecosistemi e dei paesaggi dell’Agro Nocerino Sarnese, che affascina e sorprende come un romanzo. Dico sorprende perché il lavoro che i due autori svolgono autorevolmente da decenni è eminentemente scientifico, Luigi nel campo della ricerca e sperimentazione in agricoltura; Francesco in quello dell’analisi dei sistemi territoriali. Quello che ti aspetteresti allora è una rigorosa pubblicazione specialistica sugli aspetti agricoli e agronomici di un territorio assolutamente unico, quello dell’Agro, per il quale, nonostante il ruolo determinante avuto nella storia della Campania, ancora mancano studi d’insieme specifici.

Tutto questo indubbiamente nel libro c’è, ma è solo l’inizio del racconto. La descrizione delle terre, degli ecosistemi e dei paesaggi dell’Agro, mirabilmente compiuta dai due autori, diventa infatti lo scenario per la narrazione del divenire storico, nell’arco di due millenni, di una comunità locale, della sua economia e cultura, degli equilibri sociali. Se la storia raccontata nel libro è quella di un mutamento drammatico – lo sconvolgimento nell’arco di un paio di generazioni della porzione più pregiata di Campania felix, trasformata nella latitanza dei pubblici poteri in una conurbazione disordinata, segmento disperso di un sistema metropolitano fuori controllo – lo sforzo degli autori è quello di evidenziare il complesso di forze e processi che, nel contesto ecologico dato, questo mutamento hanno prodotto.

Se il libro si legge come un romanzo c’è pure un altro motivo, ed è il legame profondo che lega i due autori alla terra e al paesaggio oggetto della loro analisi e del loro racconto, che è tutt’altro che asettico, e vibra invece in ogni frase di un amore e di uno sdegno che essi non sono proprio in grado di celare. Oltre alle competenze specifiche, c’è un’energia che anima tutta la storia, che deriva dal fatto che Luigi d’Aquino e Francesco Innamorato vivono la loro professione, ne siano consapevoli oppure no, come una forma di impegno civile, quella che Manlio Rossi-Doria chiamava “la politica del mestiere”.

Allora è bello abbandonarsi al racconto che Luigi e Francesco ci propongono, in un esplorazione scientifica e culturale che comprende le rocce, il clima, il suolo, ma anche l’architettura rurale e la storia dell’insediamento, i progressi tecnici, i conflitti sociali, fino al racconto dell’ascesa e caduta della filiera agroindustriale gloriosa del pomodoro, un’eccellenza di scala mondiale che non abbiamo saputo proteggere, e che finisce col diventare l’emblema di una dinamica di declino territoriale che pare inarrestabile.

E’ una conoscenza complessa quella che gli autori ci propongono, che deriva dalla sintesi di saperi diversi, agronomici, storici, sociali, economici. Pure, è grazie a letture come questa, anche nei risvolti più amari, nel rimpianto per un futuro possibile che non è riuscito a imporsi, che una nuova consapevolezza può essere recuperata. Delle terre, ecosistemi e paesaggi che sono i protagonisti del libro molto rimane ancora da proteggere. Nonostante gli errori, non tutto è perduto, una porzione rilevante del patrimonio millenario ancora permane, ed è merito di questo libro quello di indicare ancora una strada.

Ugo Leone, Repubblica Napoli del 23 febbraio 2019

Chi ha avuto la fortuna di leggere già nelle pagine napoletane della “Repubblica” i reportage  di Antonio di Gennaro, leggendone la raccolta in volume (“Ultime notizie dalla terra” Ediesse edizioni) può solo raddoppiare il piacere. Anche perché in questo nuovo libro oltre gli articoli usciti in quelle pagine tra aprile 2016 e luglio 2018, vi sono anche due inediti: «Il paesaggio perduto dell’Asprinio» e «Sotto il vulcano».

Quest’ultimo chiude il volume e mi piace cominciare proprio dalla fine le riflessioni che la lettura mi ha suggerito. Quando ho letto “il vulcano” ho pensato immediatamente al Vesuvio. E invece no. È il Roccamonfina, il “gigante addormentato” dove faticosamente lavora Zeb Macahan su sei ettari di mele annurche.

Comincio dalla fine perché queste “ultime notizie” sono anche un avvertimento: stiamo attenti perché da questa regione, dalla Campania, come dal resto del Mezzogiorno, non se sta andando solo la gente, ma corre seri rischi anche l’abbandono dell’agricoltura.

È un rischio serio e preoccupante, come nota anche Ottavio Ragone nella sua prefazione. Perché, specialmente nelle aree interne della regione, lo spopolamento di interi paesi provoca anche l’abbandono del lavoro nei campi e la conseguente espansione delle terre incolte. Sono i giovani, naturalmente, ad andarsene alla ricerca di migliori, meno faticose e più remunerative occasioni di lavoro.

Questa è la tendenza e il rischio che diventi la regola. A meno che…  L’ ”a meno che” è la speranza che consente di nutrire la lettura di questo libro. Perché di Gennaro che è un agronomo e un acuto conoscitore della cartografia dei suoli, scrive cose e racconta fatti che aprono il cuore alla speranza. E speranza prima è che la loro lettura apra anche le menti di chi ha il potere e il dovere di trasformare in fatti concreti quella speranza.

Per cominciare Antonio di Gennaro riporta nella giusta dimensione geografica e quantitativa l’annoso “subdolo” problema noto come “terra dei fuochi”. Arrivando, dopo anni di lavoro con una équipe di un centinaio di studiosi, a monitorare lo stato di salute dei suolo della pianura campana mettendo insieme una base di migliaia di dati analitici “come non esiste in nessun’altra area agricola d’Europa” e tali da scagionare l’agricoltura della grande pianura vulcanica.

Una conclusione tale da far crollare “lo schema ferreo raccontato dai media”. Ma, commenta amaramente, “le ferite rimangono”. E rimangono perché non è il cane che morde l’uomo che fa notizia, ma l’uomo che morde il cane. Ed è secondo questa logica di una parte dell’informazione e degli informatori che quanto accaduto e accade nella terra dei fuochi è stato mediato fino a far coincidere la ristretta area tra le province di Napoli e Caserta, con l’intera regione. Tanto da scoraggiare gli acquirenti di frutta e verdura dall’acquistare prodotti campani. Quando mi è capitato di scriverne ho ricordato più volte una importante trasmissione radiofonica (“tutta la città ne parla”) dedicata alla terra dei fuochi nella quale un ascoltatore padovano telefonò per dire: “sono un vegetariano e quando vado dal fruttivendolo mi assicuro che frutta e verdura non vengano dalla Campania”.

Ma, come di Gennaro aveva già scritto qualche anno fa, “La Campania non è una terra maledetta”. E lo dimostra, con una forma che dà particolare evidenza e rilievo alla sostanza, nella serie di reportage contenuti in questo libro. Tante storie, dai grani antichi dell’Alta Irpinia ai coltivatori delle fragole e del pomodoro San Marzano; dai coltivatori vesuviani del Pomodorino del piennolo, agli allevatori della Marchigiana e delle bufale; dagli olivocoltori delle colline del Cilento, a quelli della Penisola sorrentina “che coltivano i terrazzi antichi a precipizio sull’azzurro”; dai viticoltori dei grandi vini del Sannio a quelli del recuperato Asprinio a quelli “solitari che curano vigneti centenari in piena città di Napoli”. Storie che, come di Gennaro ama notare, si imperniano tutte su una triade: il paesaggio, l’imprenditore agricolo, il prodotto.

Ne risulta un eccezionale mosaico di biodiversità e paesaggi rurali, degli ecosistemi insomma, che sono l’identità campana. Un mosaico che dovrebbe essere sufficiente a promuovere il rilancio dei prodotti agricoli della regione. E a diffondere il messaggio che anche in Campania l’agricoltura può costituire una risorsa economica capace di produrre anche lavoro e di trattenere la fuga dalla campagna.

Ma, invece, non basta.  Perché –questa un’altra importante riflessione dell’autore – occorre che le persone dispongano “di conoscenze corrette sui processi di produzione agricola, sul funzionamento dei paesaggi e degli ecosistemi nei quali tali attività si compiono; nozioni che dovrebbero far parte del bagaglio di base di ogni cittadino, senza le quali è oggettivamente difficile farsi un’idea fondata sulla sicurezza e la qualità dei prodotti che arrivano ogni giorno sulla mensa.”.

E “le persone” dovrebbero essere innanzitutto i responsabili delle sorti della cosa pubblica. I quali se se lo leggessero questo libro troverebbero non poco giovamento nell’inquadrare nella giusta direzione le politiche agricole del Paese Italia e della regione Campania.

Il libro verrà presentato sabato 23 febbraio 2019 alle ore 18.00 alla Libreria Imagine’s Book, in C.so Garibaldi 142 Salerno; martedì 26 febbraio 2019 ore 17.30, all’Enoteca provinciale, in Via Cesare Battisti 48, Caserta; venerdì 8 marzo 2019, ore 17.30 presso la sede di Futuridea – Associazione per l’innovazione utile e sostenibile, Contrada Piano Cappelle, Benevento; mercoledì 10 aprile 2019, ore 16.00, preso l’ Istituto di studi sulle società del Mediterraneo, in Via Guglielmo Sanfelice 8, Napoli; venerdì 12 aprile 2019, ore 19.00, alla Libreria Verso, in corso di Porta Ticinese 40 , Milano.

Si inizia sabato 23 febbraio a Salerno, poi martedì 26 a Caserta, e poi ancora Benevento, Napoli, Milano…

Ecco l’elenco delle presentazioni programmate sinora:

– sabato 23 febbraio 2019 alle ore 18.00 alla Libreria Imagine’s
Book, in C.so Garibaldi 142 Salerno;
– martedì 26 febbraio 2019 ore 17.30, Enoteca provinciale, Via
Cesare Battisti 48, Caserta;
– venerdì 8 marzo 2019, ore 17.30, Futuridea – Associazione per
l’innovazione utile e sostenibile, Contrada Piano Cappelle,
Benevento;
– mercoledì 10 aprile 2019, ore 16.00, ISSM – Istituto di studi
sulle società del Mediterraneo, Via Guglielmo Sanfelice 8
Napoli;
– venerdì 12 aprile 2019, ore 19.00, Libreria Verso, corso di
Porta Ticinese 40 , Milano.

Francesco Erbani, La Repubblica 13 gennaio 2019

Sul numero di “Robinson” di oggi la recensione di Francesco Erbani di “Ultime notizie dalla terra”

Il volume raccoglie articoli usciti in buona parte sull’edizione napoletana di Repubblica (e la prefazione è di Ottavio Ragone, caporedattore di quelle pagine). Ma ciò non toglie che esso abbia una profonda sistematicità: esistono in Campania paesaggi, competenze, uomini e donne in grado di ribaltare l’immagine indebolita, ma non fiaccata, di un’agricoltura infettata dalla Terra dei fuochi. Di Gennaro è agronomo, conosce e percorre le terre di cui racconta con lo stile misurato della migliore letteratura meridionalista. E i suoi interventi possiedono la forza che hanno gli argomenti a dispetto delle semplificazioni sbrigative. Che trattino delle fragole di Parete o delle bufale con il microchip.

ULTIME NOTIZIE DALLA TERRA
ANTONIO DI GENNARO
EDIESSE EDIZIONI
PREZZO: 13 EURO
PAGINE: 168
Il libro presso le librerie Feltrinelli, Amazon, IBS

Antonio di Gennaro – Ultime notizie dalla terra – Ediesse edizioni (29 novembre 2018)

Dal risvolto di copertina:
“Il libro è il racconto di ecosistemi e di paesaggi agrari della Campania del terzo millennio: da quelli universalmente noti, come la Penisola, i Campi Flegrei e il Vesuvio, a quelli meno conosciuti, come il Cilento interno e il Fortore. Un racconto di luoghi, ma soprattutto di persone: gli agricoltori che in questi paesaggi vivono e operano ogni giorno. Si tratta di cittadini assai particolari, invisibili ai più: nel sostanziale disinteresse della politica e dell’opinione pubblica, le loro imprese continuano a produrre qualità e innovazione, insieme al servizio pubblico forse più importante, cioè la cura e il presidio del paesaggio, la manutenzione dei suoli del paese, in quel novanta per cento del territorio campano e italiano che non è fatto di città, ma di coltivazioni, pascoli e boschi.
Le esperienze narrate nel libro evidenziano come gli interrogativi e i problemi posti dalla Terra dei fuochi riguardino l’intero paese nel suo rapporto con l’agricoltura e lo spazio rurale. Continua infatti a mancare un progetto collettivo del territorio che regoli e risolva i rapporti tra un sistema urbano sempre più fuori controllo e il mosaico fragile degli ancora straordinari e bellissimi paesaggi rurali d’Italia.”

Il libro nelle librerie Feltrinelli, su Amazon, su IBS.it

clan di camorra

Aurelio Musi, Repubblica Napoli del 31 marzo 2017

La lieta sorpresa di uno storico nel leggere questo libro di un sociologo, Luciano Brancaccio, “I clan di camorra, genesi e storia (Donzelli editore), è assai insolita.

Qui finalmente ci si libera di formule, di schemi precostituiti, modellati a immagine e somiglianza delle procedure giudiziarie. Brancaccio sa molto bene che quelle fonti sono parziali, sono utili al giudice per investigare su reati, classificare singoli comportamenti criminali, comminare pene in relazione ai codici. Se vogliamo costruire quadri di conoscenza più ampi, se vogliamo cogliere la genesi e le dinamiche storiche, dobbiamo tornare all’idea classica delle fonti come tracce, seguirle nei loro percorsi più complicati, nei meandri più tortuosi.

Il libro si snoda lungo una logica stringente tendente a ricostruire tutti i significati che possiamo attribuire al concetto-rappresentazione “clan di camorra”. Esso rivela non poche, sorprendenti analogie con i comportamenti dinastici e aristocratici di antico regime, come nota lo stesso autore. La formazione del clan di camorra ha a che fare con processi risalenti nel tempo. Si avvale di parentele estese e un sapiente uso dei rapporti di vicinato. Si arricchisce tra anni Sessanta e Settanta del secolo scorso di due nuovi elementi caratterizzanti: la capacità imprenditoriale, la diversificazione dei compiti capace di controllare l’intera “filiera industriale”.

Tutto questo è egregiamente ricostruito attraverso il caso del clan Zaza-Mazzarella: la convergenza dei due rami familiari, la progressiva specializzazione, il controllo dei quartieri, l’estensione dinastica (le genealogie si distribuiscono lungo quattro generazioni), la numerosità dei figli. Un mondo chiuso, settario? La rappresentazione che ci restituisce Brancaccio va in direzione opposta. Certo famiglie e gruppi sono due sfere di appartenenza. Possono coincidere, ma spesso anche confliggere. Non ci sono regole rigide di successione, la famiglia resta il principale veicolo di riproduzione di codici e regolamentazione di comportamenti. Ma, come ci dimostrano le cronache quotidiane, la tensione tra individuo e gruppo è continua. La leadership criminale ha il suo fondamento in ultima istanza nella forza che può anche prescindere dall’appartenenza familiare o di gruppo.

I gruppi poi non sono organizzazioni clandestine sul modello delle associazioni segrete. È anche assai sfumata la distinzione tra affiliati e non affiliati. Gli equilibri mutano rapidamente, l’appartenenza è ambigua e instabile, scissioni, scioglimenti, passaggi sono all’ordine del giorno. “L’individualismo – scrive Brancaccio – è uno dei tratti più evidenti di questo mondo: soggetti di un certo rango, affiliati o meno, possono fare affari e promuovere traffici con gruppi diversi, anche non alleati fra loro”. In questo il clan di camorra si rivela assai anomalo, per la verità, rispetto ad altre forme di organizzazione di affari che ha conosciuto la storia.

La prospettiva storicistica, se così si può dire, di questo sociologo aiuta a capire innanzitutto la genesi dei clan all’interno dei mercati, in particolare in quei settori che sono caratterizzati da una molteplicità di ruoli di intermediazione e tendono a sviluppare forme di regolazione violenta.

Il pregevole saggio di Brancaccio si conclude con una provocazione che certamente farà discutere: la camorra sarebbe una “élite borghese” o una “aristocrazia criminale”. Le due espressioni non sono equivalenti, come pensa l’autore. Con la prima si allude ad un’autonoma componente sociale; con la seconda si fa riferimento al livello più elevato dell’élite criminale. Con la prima si pensa che il fenomeno camorristico sia parte integrante della dinamica delle élite borghesi, con i conseguenti mutamenti nei valori e nei comportamenti che vi si potranno determinare. Con la seconda si vuole comunque mantenere la specificità criminale del fenomeno e, quindi, la possibilità di contrastarlo e combatterlo.

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Ieri sera la casa piena di figli, di amici dei figli, c’era pure Thomas, l’ospite francese, in trepidante attesa dell’episodio della nuova serie di Gomorra, con grande carbonara per tutti. Li osservavo. Ormai Gomorra è un mondo, un universo culturale complesso, una galassia che ruota intorno al suo autore, che va dal giornalismo alla fiction al teatro, dalla politica fino alla terra dei fuochi.

In tutto questo, si celebra in questi giorni il decennale dell’uscita del libro con i quale iniziò la saga. Formarsi un giudizio non è semplice, ed è utile distinguere le diverse cose. Gomorra è stato innanzitutto lo svelamento nel dibattito pubblico nazionale e globale, dell’organizzazione dei Casalesi, della sua rete di attività criminali, del suo controllo di una parte rilevante del territorio campano. E’ stata una cosa molto importante,  nel decennio nel quale lo Stato ha reagito, e il gruppo dirigente dei Casalesi lo ha sgominato, tolto di mezzo, mandato tutto in galera.

Poi c’è il filone ambientale, quello della terra dei fuochi, il mio giudizio su queste cose l’ho espresso più volte, è inutile tornarci su. La lettura ecologico-territoriale che è stata data è infondata, e soprattutto non ha aiutato a produrre idee e progetti di governo del territorio per riscattare i paesaggi mortificati, ci ha allontanati e non avvicinati ad una soluzione.

Poi c’è la parte politica, Gomorra e il suo autore sono diventati la pietra di paragone per discriminare la buona dalla cattiva politica. Anche su questa cosa, il mio giudizio, per quello che naturalmente vale,  è di desolata preoccupazione.

Poi c’è la parte artistica, la cultura popolare, e qui non so che dire, ho osservato per un po’ gli ospiti assiepati sul divani, rapiti dal racconto epico del male, realizzato con maestria. Alla fine me ne sono tornato in camera a leggere, mi annoio un po’, se ho voglia di hard boiled e di storie di territori senza speranza preferisco Hammett e il suo “Raccolto rosso”.

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Lunedì 1 febbraio si presenta il mio libro sulla Terra dei fuochi, “La terra ferita”, Clean Edizioni. L’appuntamento è alle 18.00 al Vomero, alla libreria IOCISTO, a via Cimarosa, ai piedi delle scale che da Piazza Fuga portano a via Morghen. Presentano il libro due cari amici Francesca Santagata, ingegnere chimico, e Ottavio Ragone, direttore della redazione napoletana di Repubblica. Se non avete di meglio da fare…

REPUBBLICA.IT – Ecco le cronistorie dalla Terra dei fuochi.

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