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s. giorgio

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 28 maggio 2016

Anche la Campania ha il suo West – i suoi spazi sconfinati, gli altopiani d’erba che non vedi una casa fino all’orizzonte – solo che è a oriente: devi uscire dalla conca ordinata di Benevento, ed entrare nel Fortore, il mondo del flysch e delle argille: il Mezzogiorno nudo, del latifondo contadino, come lo chiamava Rossi- Doria, contrapposto alle terre arborate della prima cerchia collinare, ricamate di viti, olivi e piante da frutto.

Il Fortore è una successione strepitosa di altopiani a perdita d’occhio, incisi da torrenti vorticosi, coi centri medioevali arroccati sui cucuzzoli di calcare e arenaria, gli unici punti in questi paesaggi epici che stiano fermi, che non si muovano verso valle. Certo, l’olivo c’è ancora, ma è solo una corona intorno all’abitato, poi è un mare di grano e di erba, con i boschi scuri di quercia – ciò che resta dell’immensa foresta cinquecentesca – a protezione dei versanti troppo ripidi per fare agricoltura.

Sono venuto a San Giorgio la Molara, il centro geografico del Fortore, in una giornata di pioggia e nuvole basse, non importa che siamo a metà maggio, per raccontare ancora una storia di fatiche e affermazioni, in queste terre difficili, che il ministero dello Sviluppo economico identifica come “aree interne”, sarebbe a dire quei pezzi di Paese troppo distanti dalla città, dove la dotazione dei servizi essenziali è più labile, il declino e lo spopolamento più difficili da arrestare. In barba alla classificazione del ministero, San Giorgio la Molara è invece uno dei centri più importanti in Italia per l’allevamento della Marchigiana, una delle tre razze bovine storiche, con la Chianina e la Romagnola, comprese nel marchio di qualità del “Vitellone bianco dell’Appennino centrale”, sarebbe a dire l’esclusivo club della bistecca più buona d’Italia.

Mi accompagna nel viaggio Nicola De Leonardis, direttore tecnico della cooperativa di allevatori “S. Giorgio”, con cento aziende associate, seimila capi allevati, che mi racconta a voce bassa, col fare pacato degli zootecnici di razza, come tutto il paesaggio che ci circonda lavori per l’alimentazione dei prestigiosi animali: un mosaico verde di erbai polifiti, campi di orzo, grano duro, avena, e sulla dai fiori scarlatti, perché la marchigiana di San Giorgio non mangia insilato di mais, che renderebbe acquose le carni, ed è esclusivamente alimentata con fieni profumati e foraggi locali. La fase di finissaggio poi, quella più importante per la marezzatura e la tenerezza della carne, è tutta basata su una dieta ricca di granella di cereali e luguminose.

Ma non sono solo le virtù di un allevamento e un’alimentazione naturale: alla base del successo degli allevatori di San Giorgio c’è la ricerca, un lavoro instancabile di miglioramento della razza che in queste terre è iniziato quindici secoli fa, a partire dal Bos Primigenius, il grande bovino dalle corna lunghe che gli Unni portarono con sé dalle fredde steppe d’Ucraina. L’opera di selezione ed incroci mirati è ripresa su basi moderne a partire dalla metà del ‘900, per merito di allevatori come Giovanni Belperio, che ci accompagna orgoglioso in stalla a visitare i suoi campioni, i tori mastodontici e le fattrici, tutti esemplari dalla morfologia armoniosa, elegante, come le pitture rupestri di Altamira e Lauscaux. I vitelli sono accanto alle madri, che non si agitano al nostro arrivo, e Giovanni mi spiega orgoglioso come anche il carattere mansueto, determinante per la qualità delle carni, sia il risultato del lavoro pignolo di selezione. Giovanni ha modi semplici, garbati, è un allevatore, ma nella zootecnia italiana è un’autorità, i ricercatori accademici lo ascoltano, vengono qui in azienda per apprendere e studiare il suo modo di lavorare.

Gli allevatori di San Giorgio andrebbero studiati anche per un’altra ragione, perché l’affermazione di questo sistema zootecnico di eccellenza, intorno al quale ruota adesso un intero paesaggio, è il frutto di una coraggiosa riconversione produttiva, dal tabacco che per decenni è stata la ricchezza di queste aree – grazie anche ad un fin troppo generoso sistema di aiuti comunitari – alla zootecnia.

Gli agricoltori di San Giorgio hanno compreso per tempo che questa situazione andava ad esaurirsi, e anticipando i tempi, hanno investito i proventi del tabacco nella costruzione delle stalle, puntando sulla zootecnia di qualità. Insomma, un dinamismo, una capacità di reazione di tutto un territorio, che con l’etichetta triste di “aree interne” sembrerebbe avere poco a che fare. Non per nulla, l’età media dei soci della cooperativa è di 44 anni, più di una decina in meno della media regionale, che è poco sotto la sessantina, con tutta la propensione all’investimento e all’innovazione che la giovane età comporta.

Nel pomeriggio torna l’azzurro, si fa più intenso il verde dei pianori, e più bianche le torri eoliche, che gli spazi aperti di questi paesaggi indifesi hanno finito per conquistare. Ora traversiamo il Regio tratturo, la grande autostrada d’erba della transumanza, che i Sanniti tracciarono duemilacinquecento anni fa, e qui a San Giorgio è ancora chiaramente distinguibile. La storia che Nicola continua a raccontarmi, è poco nota agli abitanti della grande città costiera, troppo distante da queste terre di mezzo, sospese tra il Tirreno e l’Adriatico. Come accade per altre importanti produzioni regionali, le bistecche e le carni pregiate della marchigiana del Fortore prendono altre vie, sono indirizzate in prevalenza ai mercati del centro- nord, più che ai consumatori campani, ed è proprio il mercato interno regionale, la nuova frontiera che gli allevatori di San Giorgio vorrebbero ora conquistare.

Torniamo agli uffici della cooperativa, nella piazzetta in cima al paese, sotto i bastioni di ciò che rimane dell’antica rocca, c’è il belvedere che domina tutta la valle, ed è una processione continua di allevatori, uomini e donne, che vengono per il disbrigo delle pratiche, i problemi tecnici dell’allevamento, i controlli di qualità, chiedono di Nicola, lui ha una parola e un consiglio per tutti, veramente la zootecnia è l’infrastruttura che tiene unità questa comunità. Delle circa quattrocento aziende iscritte in Campania al consorzio di tutela del Vitellone bianco, 350 sono in provincia di Benevento, 121 nel solo comune di San Giorgio la Molara: qui dietro ogni stalla c’è una famiglia, ed è il Vitellone l’industria diffusa che assicura reddito e lavoro.

Il paese è lindo, ordinato, come il paesaggio che la comunità continua a curare, nonostante le frane e i cedimenti. La città è lontana, internet va a singhiozzo, la carovana del Giro d’Italia è passata, ma è stato un attimo, ora è solo il rumore del vento. Il ministero e Bruxelles dicono che queste sono aree in ritardo di sviluppo, ma il marchio della cooperativa è la bandiera italiana, questa comunità non si è fermata, continua a sentirsi parte di una storia, che varrebbe la pena di conoscere meglio.

La Campania delle città ha bisogno del suo West, degli spazi sconfinati, di questa capacità ostinata di costruire lavoro e conoscenza, in mezzo all’Appennino verde e difficile, che è certamente parte del nostro passato ma anche, a pensarci bene, uno spiraglio importante di futuro.

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Ieri sera la casa piena di figli, di amici dei figli, c’era pure Thomas, l’ospite francese, in trepidante attesa dell’episodio della nuova serie di Gomorra, con grande carbonara per tutti. Li osservavo. Ormai Gomorra è un mondo, un universo culturale complesso, una galassia che ruota intorno al suo autore, che va dal giornalismo alla fiction al teatro, dalla politica fino alla terra dei fuochi.

In tutto questo, si celebra in questi giorni il decennale dell’uscita del libro con i quale iniziò la saga. Formarsi un giudizio non è semplice, ed è utile distinguere le diverse cose. Gomorra è stato innanzitutto lo svelamento nel dibattito pubblico nazionale e globale, dell’organizzazione dei Casalesi, della sua rete di attività criminali, del suo controllo di una parte rilevante del territorio campano. E’ stata una cosa molto importante,  nel decennio nel quale lo Stato ha reagito, e il gruppo dirigente dei Casalesi lo ha sgominato, tolto di mezzo, mandato tutto in galera.

Poi c’è il filone ambientale, quello della terra dei fuochi, il mio giudizio su queste cose l’ho espresso più volte, è inutile tornarci su. La lettura ecologico-territoriale che è stata data è infondata, e soprattutto non ha aiutato a produrre idee e progetti di governo del territorio per riscattare i paesaggi mortificati, ci ha allontanati e non avvicinati ad una soluzione.

Poi c’è la parte politica, Gomorra e il suo autore sono diventati la pietra di paragone per discriminare la buona dalla cattiva politica. Anche su questa cosa, il mio giudizio, per quello che naturalmente vale,  è di desolata preoccupazione.

Poi c’è la parte artistica, la cultura popolare, e qui non so che dire, ho osservato per un po’ gli ospiti assiepati sul divani, rapiti dal racconto epico del male, realizzato con maestria. Alla fine me ne sono tornato in camera a leggere, mi annoio un po’, se ho voglia di hard boiled e di storie di territori senza speranza preferisco Hammett e il suo “Raccolto rosso”.

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Il 6 maggio sono usciti due articoli, due riflessioni sulla città, che ho trovato molto stimolanti. Il primo, di Luciano Stella, su Repubblica Napoli, è titolato “Energia vitale e dannazione”. Il secondo di Eduardo Cicelyn, sul Corriere del Mezzogiorno, ha un titolo alla Wertmuller (“L’appello a Saviano, una mossa propagandistica che per Valeria si è trasformata in autogol. E con un Lettieri fumoso, il sindaco del «non governo» diventa il più rassicurante”).  Da leggere.

 

Energia vitale e dannazione

Luciano Stella, Repubblica  Napoli 6 maggio 2016

CHE sta succedendo a Napoli? Come tutti noi mi interrogo. Guardo, discuto con gli amici, vivo la nostra città. Passeggio sul lungomare e nei vicoli del centro storico. Vado al lavoro camminando per via Toledo. Scopro nuovi posti che si aprono e offrono cibo e situazioni nuove e propositive. I turisti si “toccano” con mano. Tantissimi, tantissimi. Devo andar indietro di anni oramai davvero lontanissimi per ricordare una situazione simile. I musei nostri meravigliosi e unici annunciano novità e praticano un rinnovato attivismo.

Che sta succedendo? Le notizie di cronaca sociale e criminale sono “da brivido”. Degrado umano, materiale e sociale che produce orrori inenarrabili. Morti sul selciato di quartieri storici nella faida tra le nuove feroci leve camorristiche senza pietà e senza legge.

E poi ancora un fiorire di intelligenza creativa e comunicativa che si inventa pasticcini “neotipici” e buonissimi e li lancia con una sapienza di marketing e di uso dei social che è da manuale anglosassone. Un fiorire di numerosissimi set di produzioni cinematografiche che sbarcano qui senza alcun contributo regionale e fanno sembrare la nostra città un distretto organizzato come il Piemonte, la Puglia e l’Alto Adige.

Che sta succedendo? Ci sono le buche incredibili, c’è la Villa Comunale ancora largamente “inagibile”, c’è traffico, l’imbuto soffocante della Galleria della Vittoria, lavori in corso di lunghissima durata ancora non conclusi, trasporti caotici. E ci sono anche le solite insopportabili beghe di notabili ancor più vecchi di me che pur son vecchio, che si crogiolano in polemiche, in capacità di veto, in poterini da poltrone pubbliche con stipendio. E praticano il “No” come forma di profitto e potere.

Che sta succedendo? C’è jazz in una chiesa sconsacrata in un vicolo di Foria, c’è teatro nel sottosuolo fascinoso ed unico della città, ci sono manifestazioni intelligenti e coinvolgenti organizzate senza soldi pubblici, presentazione di libri, anteprime, circoli che discutono, teatro nelle case, bed and breakfast accoglienti e di charme. Ci sono tour nella più bella metropolitana del mondo. Addirittura ho notizia di una signora che ha chiamato a raccolta tutti i suoi amici romani ed italiani ed ha festeggiato il suo compleanno con un tour di circa 100 persone nella metropolitana dell’arte, stazione per stazione. Con i commenti entusiastici dei partecipanti che potete immaginare.

E poi c’è una polemica infinita e di basso profilo nei partiti che dovrebbero governare la città, c’è corruzione evidente nei ranghi della politica, ci sono “campagne di comunicazione” di alcuni candidati sindaci che sono(involontariamente immagino) al confine della goliardia liceale (che pur è eccelsa cosa ovviamente, ma forse non utile in ambito elettorale).

Che sta succedendo? Ci sono giovani aziende d’eccellenza fatte da giovani imprenditori che crescono e danno lavoro come Optima e Fan Page?e che “danno lezione” a chiunque sul territorio nazionale e non solo. Aziende contemporanee, innovative e piene anche di energia creativa. C’è l’Unione industriali che – dimostrando una modernità assai superiore alla politica che ci governa – oltre ai suoi fondamentali e sempreverdi convegni ha organizzato più di un incontro sull’audiovisivo, sull’industria culturale, sul cinema, sulla rivoluzione di Netflix e sui nuovi panorami dell’editoria e della televisione.

Tutte occasioni fondamentali di impresa e di lavoro. Tutti settori “nuovi”ed in espansione, dove Napoli può giocare un ruolo fondamentale perché la periferia è centro in questi comparti “immateriali”. Ci sono Festival di portata internazionale che ce la fanno grazie ad una grinta incredibile dei loro leader,?che creano simpatie e rete con pochissimi mezzi e fondi, ben sapendo che il “brand Napoli” ha una evocazione ed un fascino potentissimo. Che sta succedendo? Dobbiamo essere lucidi e leggeri. Seri e capaci d’azione.

Sì, perché questo fiorire generale che si miscela con il volto nero e criminale della nostra città e delle nostre vite, questo fiorire culturale e turistico che si mischia con la crisi economica e con la storica mancanza di lavoro,?questoflusso di simpatia internazionale verso Napoli e le sue bellezze e le sue contraddizioni, questo ribollire positivo che può trasformarsi in economia ed industria culturale diffusa che oscilla tra turismo e produzione di narrazioni audiovisive: ebbene, tutto questo rappresenta una occasione storica per la città e per la nostra comunità e soprattutto per le leve giovani di Napoli.

C’è in ballo molto. Bisogna saperlo leggere. Bisogna avere consapevolezza del campo e delle sue contraddizioni forti. Bisogna sapere che Napoli è davvero unica nel suo genere, per Dna storico. E quest’unicità è forza e dannazione. Ma è su questa unicità che bisogna lavorare, attivarsi, coordinare, facilitare, impegnarsi. La città è viva e vivace nonostante gli orrori criminali che albergano dentro di lei. È “di nuovo”un momento unico e fecondo. Dobbiamo saperlo vedere e la politica deve saperlo “curare” e rafforzare. Sono gli anticorpi spontanei che reagiscono, mischiati a virus virulenti e terribili. Come sempre nella vita.

 

L’appello a Saviano, una mossa propagandistica che per Valeria si è trasformata in autogol. E con un Lettieri fumoso, il sindaco del «non governo» diventa il più rassicurante

Eduardo Cicelyn, Corriere del Mezzogiorno 6 maggio 2016

Chi e dove sono i candidati perbene? Non chiedetelo a Valeria Valente, aspirante sindaco del centrosinistra con l’ala destra che s’incrocia con quella sinistra, un po’ come succedeva a Insigne e Mertens quando Benitez non ci capiva più niente. Lei si è rivolta a Saviano, noto esperto di gente permale. Saviano si è visto costretto a svicolare dato che nelle Procure con cui è impegnato da molti anni in un assiduo passaparola fanno fatica a intercettare qualcosa che non sia in odore di malaffare. Quelli del Pd durante le primarie hanno raschiato il fondo del barile, smuovendo tutta la melma che vi si era accumulata da decenni di politica professionale: e ora vedono scorie dappertutto, come se la cosa riguardasse altri, un’altra storia, mica la loro.

La verità mediatica è che il Partito democratico è il luogo geometrico in cui si dimostra il teorema savianeo della politica in quanto continuazione del male con altri mezzi. Per questo la mossa propagandistica della Valente, come certi dribbling di Albiol o di Koulibaly sulla trequarti azzurra, è stata così avventata da risultare stupida. Com’era prevedibile, Saviano ha risposto picche, auspicando che siano i politici ad assumersi la responsabilità delle scelte una volta per tutte e ironizzando sul campo elettorale del centrosinistra in salsa renziana, troppo largo perché arbitri e guardalinee possano vedere i falli e fischiare e sbandierare.

L’appello al guardiano di Gomorra serviva a conquistarsi titoli di stampa e qualche consenso nei salotti cittadini, ma com’è destino per questi politici giovani e rampanti, furbetti del partitino, le loro trovatine non dicono nulla alle persone in carne ed ossa, cioè al popolo che tra un mese sarà chiamato alle urne. Medesimo problema dall’altra parte della barricata. Sul fronte del centrodestra fantasmatico, il discorso di Lettieri ammicca all’anima popolare della città con un repertorio di slogan al limite tra un dialetto maltrattato e il puro nonsense. Insomma, al netto delle afasie pentastellate, sembra che centrosinistra e centrodestra abbiano smarrito ogni connessione culturale, antropologica e linguistica con la città, cercando improbabili sponde di significato in un’intellettualità astratta, anzi metafisica, o in napoletanismi di maniera nella speranza di suscitare acquiescenza e simpatia. Mentre — e questo è ciò che non si dice — la banda de Magistris una relazione autentica, sentimentale e ideologica con Napoli e i napoletani se l’è saputa costruire: e non perché abbia realizzato cose nuove o utili, ma proprio perché (dopo gli iniziali scivoloni) ha sostituito alla retorica del buon governo e dei grandi progetti la pratica tenace ed effettuale del non governo, del lasciar fare, dell’autogestione e delle regole a targhe alterne.

Noi napoletani sappiamo che se la polizia municipale presidia un crocevia, quello sarà il luogo del caos e del malanimo. Se non c’è nessuna divisa in agguato, qualcuno rispetta i semafori e altri no, ma il traffico scorre. Ebbene, de Magistris è stato inaspettatamente quel vigile che non si fa vedere o che guarda altrove. Giggino è diventato un sindaco popolare perché nel suo delirio autoreferenziale, zapatista, pseudo-antagonista, ha separato il Municipio dal resto della città, dai suoi modi di fare più tenaci, dai suoi traffici quotidiani e dai retroscena più oscuri.

Nel bene e nel male, de Magistris incarna oggi un potere aleatorio che non vuole e non può governare la realtà vera della città, che non vede e non comprende. In compenso, la sua figura baldanzosa si erge sulla scena nazionale come una specie di bastione immaginario dell’anti-renzismo e di una sinistra meteoritica. Il contro-discorso degli imprenditori e dei suoi competitori elettorali, ragionevole e ben giustificato, non coglie e neanche sfiora l’essenza della questione. Se de Magistris abita da cinque anni Palazzo San Giacomo con grandi probabilità di raddoppiare è perché Napoli non ne può più di una nuova classe dirigente che non sa dirigere un bel niente ma promette investimenti che mai arrivano, illustrando megaprogetti chissà se mai realizzabili. Perciò la città, almeno per il momento, si accontenta e gode del turismo riscoperto, dei suoi beni culturali sgangherati ma pieni di fascino, del suo disordine ordinato. Paradossalmente il sindaco del rinnovamento arancione ha prodotto una nuova rassicurante cartolina partenopea. L’antipolitica diventata impolitica, come volevasi dimostrare, è solo spettacolo e qui, come spesso succede, folklore.

Ma una cosa è certa. La politica non tornerà con le liste benedette da Saviano, con i vezzi da scugnizzo di Lettieri o con i software taroccati dei grillini. Men che mai con le invettive degli industriali. Ci sarà politica solo quando una nuova classe dirigente saprà confrontarsi in modo anche duro, per poi allearsi, con l’anima popolare della città, fondando un discorso moderno e finalmente condiviso sul futuro. Non si governa con i fantamilioni di Renzi. Né con l’appoggio di Saviano o con l’abbraccio di Peppe Lanzetta, fan di Lettieri e scrittore più originale dell’autore di Gomorra. Si governa sollecitando la passione, l’intelligenza e la speranza del cambiamento di molte persone, di tantissime persone, della maggioranza delle persone. È un modo antico? Finora non se n’è visto un altro in democrazia.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 5 maggio 2016

Per parlare di altre agricolture e altri paesaggi devo lasciare la pianura, troppo gonfia di uomini e città, e varcare la cortina dei Tifatini, sotto le arcate traforate dell’acquedotto Carolino, sino al vasto mare ondulato delle colline del Sannio, che è tutto verde ora, sembrano le highlands scozzesi, in questa primavera matta di pioggia, nuvole e sole. Nel racconto di Manlio Rossi-Doria era questo “l’osso” del Mezzogiorno, contrapposto alla “polpa” delle pianure fertili costiere: le terre difficili dell’esodo, dove la triade millenaria del grano, della vite e dell’olivo non riusciva a garantire altro che sussistenza. Poi le cose sono cambiate, ed è di questo, della “rivincita dell’osso”, che vorrei ragionare, qui a Guardia Sanframondi, con Titina Pigna, che del Professore è stata allieva, ed è ora la prima vicepresidente donna della Guardiense, la cooperativa viticola diventata una storia di successo.

Titina mi racconta di quando giovane studentessa accompagnò Rossi-Doria a Melfi, dove il Professore aveva trascorso gli anni del confino: volevano conferirgli la cittadinanza onoraria, e lui accettò, a patto che venissero i ragazzi del Centro di specializzazione di Portici, ed allora li caricarono tutti sui gipponi della forestale, e dormirono nelle aziende sperimentali della Regione Basilicata. Poi, nel 1983 al Formez, Titina organizzò una delle ultime memorabili lezioni del Professore sulle politiche per il Mezzogiorno, andò a prenderlo a Piazzetta Nilo, lui aveva passato la notte a scrivere appunti su un quadernetto, era una celebrità, aveva fatto la politica agraria del paese, ma si emozionava ancora a insegnare, temeva di non essere all’altezza, nell’intervallo telefonò al figlio Marco per dirgli che stava andando bene.

Dal castello medioevale di Guardia tutta la valle ai piedi del Taburno ci è davanti: ora il sole illumina l’onda delle colline, che sfuma progressivamente nel cinerino, tutta ricamata di vigneti, siepi, oliveti, piccoli boschi: luoghi che quanto a suggestione poco hanno da invidiare ai più celebrati paesaggi umbri o toscani, anche qui il mosaico dei campi è quello dei dipinti rinascimentali, con tutta la nobiltà di una storia di lunga durata. E anche qui, dietro la bellezza si cela la fatica, la lotta infinita con la precarietà. Il problema è che la terra è spezzettata, le aziende sono piccole, troppo piccole, un ettaro o meno. Negli anni ’50 si faticava davvero per campare, l’uva la compravano i commercianti che venivano dalla città, aspettavano che rimanesse sui cortili per giorni, e iniziasse a inacidire, per pagarla meno. Allora, nel 1960, la decisione di trentatré viticoltori di mettersi insieme, tirar su la cantina, e nacque la Guardiense. C’era da rischiare, la società era a responsabilità illimitata, si garantiva col poco che si aveva. Il papà di Titina, Rodolfo, era un uomo di 35 anni, benestante, con dieci ettari di terra: quando la ragazza gli chiese perché lo facesse, le rispose che il benessere non si difende ma si diffonde. Titina questa cosa non l’ha dimenticata, tutta la vita l’ha dedicata al Mezzogiorno, a un’idea di riscatto di queste terre al margine.

Oggi la Guardiense è una realtà importante della vinicoltura italiana, con circa mille soci, mille e cinquecento ettari di vigneto, tre milioni e mezzo di bottiglie l’anno, impianti tecnologici all’avanguardia e una passione per la sostenibilità: l’energia che serve per far funzionare la cantina viene dai pannelli solari; l’acqua è depurata, torna pulita al fiume, ed è tutto un modo di produrre stando leggeri sulla terra e sull’ecosistema.

I vini, poi, sono eccezionali. La falanghina “Janare” ha ricevuto nel 2015 i tre bicchieri del Gambero Rosso, per una bottiglia che porti a casa con quattro euro e mezzo, ed allora anche il valutatore ha dovuto dismettere ogni algido distacco, finendo per scrivere nella scheda del vino che il rapporto qualità/prezzo è “commovente”. Perché la Guardiense è una cantina sociale nel senso vero del termine, e la sfida di Riccardo Cotarella, l’enologo celebre che la segue da anni (è stato presidente del comitato scientifico del padiglione del vino ad EXPO 2015), è quello di consentire ad ogni famiglia di mettere in tavola con una spesa modica un grande vino, che come dice Gianni Mura, faccia sentire gli angeli cantare. Oltre alla falanghina c’è l’aglianico, il piedirosso, gli spumanti e i passiti, e il metodo è quello di un controllo completo del processo, il conoscere ad uno ad uno i mille vigneti della cooperativa, con la loro particolare combinazione di suolo, esposizione, microclima; di curare ogni grappolo nella maniera giusta, dal campo alla cantina. La vinificazione poi, avviene a basse temperature, così si tiene al minimo il bisolfito, mentre esplode la sinfonia degli aromi.

Il successo della Guardiense è stato quello di fare del mosaico spezzettato di piccoli vigneti, una macchina formidabile che produce qualità, ora apprezzata a scala mondiale. Nel far questo, il paesaggio rinascimentale della valle rinasce, anche se non mancano i problemi, perché pure qui, in questa che è la green belt della grande area metropolitana, l’urbanizzazione arriva, dopo aver consumato la pianura, con ritmi aggressivi, e nel vigneto è un fiorire di seconde case, ogni sindaco vuole il suo insediamento produttivo, il suo campo da golf. Una follia, perché sono i vigneti verdi l’industria e il motore di queste aree, e appare francamente inutile inseguire sogni già falliti altrove. E perché, alla fine, la collina è un sistema fragile, come ha ricordato l’alluvione terribile dello scorso ottobre, che ha spazzato come una furia il fondovalle e i primi versanti, sommergendo di fango vigneti, case e cantine. In questi paesaggi delicati, tutta la nostra energia dovrebbe essere rivolta alla manutenzione del territorio, alla cura dei suoli e delle acque, della fragile rete infrastrutturale, piuttosto che all’aumento dell’impermeabilizzazione, ma è una cosa dura da capire.

Ce la farà “l’osso” a conservare i suoi paesaggi storici, diventati nel frattempo macchine produttive formidabili? E’ difficile dirlo: i viticoltori della Guardiense indicano una strada differente, che è quella di riammagliare e restituire senso al mosaico delle terre, utilizzando le tecnologie più avanzate, e in questo modo creare conoscenza e lavoro, nella valle dei grandi vini, dove il sogno riformatore del Professore vive ancora.