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Il reportage di Francesco Erbani sull’agricoltura della piana campana, pubblicato su Repubblica.it

Il link:   inchieste.repubblica.it

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Antonio di Gennaro, 17 gennaio 2014

Alla fine, con l’ultima versione del decreto “Terra dei fuochi”, siamo passati dal blitzkrieg, dalla guerra lampo, a quella di posizione: rispetto alla stesura iniziale, i meccanismi di attuazione, se possibile, si complicano ancor di più, mentre si moltiplicano gli studi propedeutici, c’è n’è per molti istituti nazionali, tutti operosamente alla ricerca di lavoro. Come c’è il notevole investimento (3 milioni) sul telerilevamento, l’occhio di Ismaele che dovrebbe scovare dall’alto i siti contaminati. Peccato che queste informazioni già abbondino per la piana campana e, come magistralmente illustrato su queste pagine da Benedetto De Vivo, nel nostro caso servano a poco.

Tutto questo mentre gli amici epidemiologi mi spiegano avviliti come lo screening della popolazione, che costerà alcune decine di milioni, così come proposto dal decreto, potrà tranquillizzare qualcuno, ma non porterà a nulla. Perché i test di massa hanno senso quando consentono una diagnosi rapida, sicura e precoce di una patologia specifica ed efficacemente trattabile, come per il tumore alla mammella, al collo dell’utero, al colon. In questo caso, invece, non è chiaro cosa si vada a cercare, e cosa si dirà poi alle persone.

Quanto all’impiego dell’esercito, cosa dire, male non fa, anche se resta da capire quanto queste esibizioni muscolari temporanee dello stato contribuiscano a supplire, in progresso di tempo, all’incapacità di amministrazioni e comunità locali di tenere in ordine i propri territori.

Infine, non manca nemmeno la relazione semestrale al parlamento, ed è questo il segno certo che la crisi è stata oramai metabolizzata dall’apparato burocratico, e si presta ad essere trattata alla stregua di tutte le altre ordinarie tragedie di questo paese, in un tran tran che potrà durare anni, del quale è importante cogliere tutte le opportunità spicciole, poco importa se nel frattempo un’intera regione rimane sospesa, in attesa di giudizio.

Eppure le priorità di intervento, le aree da mettere in sicurezza le conosciamo da quasi un decennio, senza bisogno del satellite o di raffinate esercitazioni accademiche, sono tutte ben individuate nel Piano regionale di bonifica, al di là dei diversivi contenuti nel decreto, e la situazione allora è simile a quella di un poveretto che giunga ad un pronto soccorso con evidenti ferite da proiettile, e venga curato con un collirio o un’aspirina.

Mentre scrivo, mi telefona un amico per darmi in anteprima la notizia del dissequestro delle produzioni agricole di Caivano: dopo tanto clamore, le analisi ufficiali dicono che quegli ortaggi sono a posto, l’agricoltura c’entra ben poco, ma il danno oramai è fatto, la quota di mercato della nostra orticoltura di qualità è fortemente a rischio, le aziende agricole stanno chiudendo.

La cosa curiosa è che tutto questo ambaradan è pagato con i soldi della Campania. Almeno prima con i commissariamenti (e quello introdotto dal decreto di fatto lo è) arrivavano anche le risorse: al di là dei risultati, che non interessavano nessuno, c’era almeno da scialare. Ora, invece, c’è solo un’attestazione di minorità e inaffidabilità a tempo indeterminato, forse ce la siamo meritata, ma non serve a niente.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 18 gennaio 201. Illustrazione di Attilio Mussino (da http://principieprincipi.blogspot.it)

Un decreto per scoprire quel che già sappiamo  (2)

Antonio di Gennaro, 6 gennaio 2013

Ha perfettamente ragione Raffaele Cantone nella sua intervista a Conchita Sannino, quando afferma che “c’è bisogno che le istituzioni riprendano in mano il pallino delle decisioni”. Il fatto è che per agire bisogna disporre della conoscenza, della credibilità e del potere necessario, e tra questi ingredienti non è certo il primo a difettare. Innanzitutto, disponiamo di adeguate conoscenze su quello che è l’epicentro della crisi, gli ottocento ettari di terre di desolata pertinenza delle grandi discariche della piana campana, che il Piano regionale di bonifica ha diligentemente perimetrato sin dal 2005. Ottocento ettari abbiamo detto, una superficie paragonabile a quella di un grande impianto industriale, non quindi la generalità del territorio. Nei giorni scorsi i ricercatori della Federico II hanno pubblicato in rete (l’indirizzo del sito è www.ecoremed.it) cartografie estremamente dettagliate dello stato di salute dei suoli agricoli dell’intera piana campana, frutto di più di 3.000 campionamenti. Si tratta per inciso di conoscenze non disponibili, con dettaglio comparabile, per nessun’altra area geografica, a scala nazionale e continentale. Il profilo ambientale della piana campana che ne esce è del tutto simile a quello delle altre pianure italiane ed europee ad elevata antropizzazione. Non dimentichiamo che sui suoli vulcanici fertili della fascia costiera abitano quattro milioni e messo di persone, all’interno un’area metropolitana tra le più scombinate del mondo. Ed è questo il punto. Il sacrosanto furore civile dei comitati, che per la prima volta hanno assegnato un  ruolo politico all’hinterland, nel passato sempre subordinato alle vicende di un capoluogo incapace di visione e di leadership, deriva da quello che Fabrizio Barca definirebbe come un drammatico deficit di cittadinanza. Stiamo parlando di una parte d’Italia dove tutti gli indicatori di prestazione sanitaria, educativa, ambientale, economica e civile sono clamorosamente carenti. Da questo punto di vista, con l’infelice slogan “terra di fuochi” si connota più o meno consapevolmente una patologia complessiva che affligge uno dei sistemi urbani più sofferenti del cosiddetto mondo civilizzato. Se questo è il problema, se queste sono le conoscenze disponibili, le difficoltà come ha sottolineato Cantone sono tutte di carattere decisionale. Oggi si tengono in Senato le audizioni pubbliche per recepire le proposte di modifica al decreto governativo, avanzate da associazioni e comitati. Speriamo siamo utili a comprendere che il problema non è il deficit di conoscenza ma l’inconsistenza delle politiche pubbliche per il Mezzogiorno, insieme alla fragilità dei poteri locali, che dovrebbero essere sostenuti, forzati magari ad esercitare le proprie prerogative, evitando le forme sterili di commissariamento che il gracile dispositivo attualmente propone.

Articolo pubblicato su Repubblica Napoli del 7 gennaio 2014 con il titolo “Terra dei fuochi, la crisi in un’area di 800 ettari”.

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