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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 16 luglio 2018

Visto da qui il tratturo è una striscia verde d’erba che si srotola tra i campi, sembrerebbe il segno più tenue nel paesaggio, e invece è il più tenace, c’era già duemilacinquecento anni fa, prima che iniziasse la costruzione dell’Appia antica. Davanti compare Zungoli, nel vento della sua collina, tutt’intorno si stende il mare di argille ondulate, dall’Alta Irpinia all’Ufita al Fortore, le terre estreme della Campania, quelle più povere d’uomini. In queste aree la densità demografica tocca i minimi – 53 persone per chilometro quadrato, la media regionale è 426, nella fascia costiera sono più di 2.600 – che è come se gli abitanti di Chiaia–Posillipo si distribuissero, da soli, in un’area grande una volta e mezzo la provincia di Napoli. La demografia è un bollettino di guerra, nell’ultimo cinquantennio l’Alta Irpinia ha perso il 43% degli abitanti, l’Ufita addirittura il 46, il Fortore il 34; alla fine, 66.000 persone sono andate via, ed è una tendenza inarrestabile, che non conosce pause.

Proprio accanto al regio tratturo, a Zungoli, è la sede della cooperativa La Molara, l’ha fondata Genesio De Feo nel 1971, lo incontro col figlio Enzo nel piccolo ufficio ordinato dove c’è l’amministrazione. Dall’inizio Genesio ha creduto che in queste terre belle e difficili l’unica strategia è tessere reti solidali d’uomini. Così ha riunito i piccoli allevatori – 20 vacche e dieci ettari di terra ciascuno – e ha riscoperto e valorizzato il caciocavallo di podolica, che è tra i formaggi più buoni al mondo. In tutto questo tempo, pure in un mercato del latte spietato con i piccoli, il prezzo ai soci è stato garantito, e ogni litro è stato pagato. La cooperativa affina e stagiona i caciocavalli nelle grotte di tufo, e c’è pure un caseificio, che lavora solo il latte delle podoliche al pascolo, 15-20 quintali di latte al giorno, non di più, perché il ritmo di questo ecosistema antico non lo devi stravolgere né superare.

Ma il vento continua a soffiare, ora parla Enzo: “Avevamo quattrocento soci, ora sono 250, ce la mettiamo tutta ma comunque ci sono stalle che chiudono. La normativa di produzione è uguale per tutti, i grandi allevamenti di pianura e quelli piccoli di montagna, come noi, che lavoriamo in condizioni estreme. Quando la cooperativa partecipa a un bando di finanziamento deve concorrere con gruppi agro-industriali che hanno altra forza, fatturato, capacità tecnica e finanziaria. Non capiscono che vivere e produrre qui è una prova continua di resistenza. Dovrebbero proteggerci. Puntare sulle aziende agricole anche per la manutenzione del territorio, che non c’è più: la multifunzionalità è anche questo, un lavoro di presidio, estate e inverno, nell’interesse dell’intera collettività, per tenere queste terre vive”.

Chiedo a Enzo come mai, nonostante lo spopolamento drammatico, l’abbandono agricolo sia ancora limitato: il paesaggio davanti a noi è un salotto, un mosaico continuo di prati, grano e olivo, e ogni metro è coltivato, non c’è insomma come in Cilento il bosco nuovo che avanza, nel medioevo ancora poco compreso della post-modernità. “C’è un legame profondo con la terra, l’impegno preso con i padri che l’hanno trasmessa, al di là delle convenienze e dell’economia. Ogni altra scelta suonerebbe come diserzione, tradimento”.

Da Zungoli risaliamo a nord, verso il Fortore. A Buonalbergo la piazza è aggraziata col tiglio verde e la pavimentazione di pietra calcarea, bianca e pulita, il bar, la piccola chiesa è spalancata; la ragazza che mi indica la strada, poi la signora con la spesa che incrocio sulle scale, salutano per prime, con garbo. In piazza trovo Giuseppe Leone, che qui è nato, ha insegnato a Napoli all’Accademia di Belle Arti, ora è tornato, e a Buonalbergo, nel palazzo Angelini affacciato sulla vallata, con lavoro titanico ha allestito, senza un euro di finanziamento, il Palazzetto delle Arti, con il Madre il più bel museo d’arte contemporanea della Campania, visitatelo per credere.

Percorriamo le stanze sobrie ed eleganti, le prime opere d’arte sono le finestre, con scorci mozzafiato sul paesaggio immenso che spazia fino ai Lattari, ma tutti i pezzi esposti sono di grande bellezza, parlano al cuore e al cervello, è un luogo di scoperta e ricerca, dove ti senti vivo. C’è una serie di opere dal titolo “Guardando ad Occidente”, sono di giovani artisti asiatici che si confrontano e dialogano coi capisaldi della nostra cultura, reinterpretando ad esempio Modigliani, come Van Gogh aveva fatto con le stampe giapponesi.  “Il Fortore ha bisogno della cultura per affermarsi, qui l’arte può aiutare a creare lavoro e sviluppo”. Ora Giuseppe sta organizzando un albergo diffuso per ospitare artisti dall’Italia e dall’estero, vuole fare del palazzetto un laboratorio permanente di scambi internazionali, c’è già una convenzione con l’Accademia di Belle Arti.

Su un grande muro bianco del centro storico, su un terrapieno panoramico che lo vedi da tutta la valle, Leone ha chiesto al suo allievo ora celebre, Jorit, l’artista dei murales di Maradona San Gennaro e Hamsik a Napoli, di realizzare qui una sua opera con i volti enormi di Alberada di Buonalbergo, la moglie ripudiata di Roberto il Guiscardo, e di suo figlio Boemondo, cavaliere alla prima crociata. I modelli sono ragazzi del paese, Jorit ha lavorato qui quindici giorni, col viso avvolto nel fazzoletto, il risultato è bellissimo, di grande suggestione: “Jorit è l’artista delle periferie del mondo, abbiamo pensato che il Fortore è periferia della periferia, luogo di scarto rispetto alle aree forti del paese. Invece è da posti come questo che può venire il riscatto”.

Nel frattempo mi ha raggiunto Nicola De Leonardis, è il direttore della cooperativa di allevatori di marchigiana di San Giorgio La Molara, un’altra delle straordinarie infrastrutture economiche e sociali, nate da sole, dal basso, che cercano di tenere vivo il Fortore. Del grande lavoro della cooperativa abbiamo già parlato in un articolo precedente: gli agricoltori di San Giorgio hanno riconvertito gli utili del tabacco per avviare una filiera zootecnica di alta qualità, con aziende sane, che hanno terra per produrre i loro foraggi, la bistecca ha lo stesso marchio di qualità della chianina, e sai davvero cosa mangi.

“La cosa che abbiamo dimenticato” mi dice Nicola “è che vivere in montagna costa di più, fare arrivare in ciascuno di questi borghi i prodotti di consumo e i combustibili, per queste strade maledette che salgono e scendono, una curva dietro l’altra, il fondo infido, deformato dai movimenti continui del versante, che nessuno più aggiusta, il riscaldamento delle case, l’ADSL che non funziona, insomma qui la vita costa un terzo in più. Prima c’erano le leggi sulla montagna, un regime permanente di agevolazioni per compensare questi svantaggi strutturali. Ora niente. Certo, posso prendere la Fortorina e andare per la spesa nei supermarket di Benevento, così poi i negozi e i servizi di paese chiudono uno a uno, e i borghi si spengono.”

Con Nicola arriviamo a San Marco dei Cavoti, ci aspetta il sindaco, Gianni Rossi, è medico, ha fatto ambulatorio tutta la mattina, andiamo insieme a mangiare qualcosa. Gli dico che San Marco in fondo è uno dei comuni che resiste meglio, il calo demografico à “solo” del 24%, lui scuote la testa: “Nel 2017 i numeri sono questi: 65 decessi, 16 nascite, una trentina di giovani cambieranno residenza perché hanno trovato lavoro fuori.” Gli chiedo cosa può fare un sindaco come lui per contrastare il declino. “Che vuole che le dica. Nel 2012, per salvare i conti pubblici, il trasferimento dallo Stato centrale si è dimezzato, da un milione e due a seicentomila euro, e quelli sono rimasti. Posso a stento fare le cose essenziali, ma i soldi per la manutenzione delle strade, ad esempio, non ci sono proprio più. Bisogna integrare, e ci sarebbe l’eolico, qui il vento non manca, ma il comune la convenzione l’ha fatta più di vent’anni fa, non c’era consapevolezza, al territorio restano le briciole, una settantina di migliaia di euro l’anno, i comuni che sono arrivati dopo prendono dieci volte di più. Almeno potessi installare una pala nell’area industriale e poter dire alle aziende che l’energia gliela pago io, ma non si può fare”. Già, l’area PIP, una sventagliata di milioni per realizzare aree industriali in ogni comune, naturalmente sono mezze vuote, quando ce ne voleva magari una sola, intercomunale, ben agganciata alla Fortorina.

“Certo c’è il distretto dolciario, è un’eccellenza di San Marco, fino a quindici anni fa c’era anche il tessile, una quindicina di aziende che lavorava per le grandi case del lusso, ora è tutto delocalizzato fuori d’Italia”. Il suo cruccio ora sono le scuole, a San Marco ci sono due istituti superiori di buona tradizione, il classico e ragioneria, prima ogni anno si formavano due nuove classi di una trentina di ragazzi da tutti i paesi vicini, ora le iscrizioni si sono quasi dimezzate, e anche il bonus per i trasporti della Regione paradossalmente non ha aiutato perché, mi spiega il sindaco “è più facile beneficiarne impiegando le linee maggiori che portano a Benevento, le famiglie così risparmiano anche mille euro l’anno a ragazzo, l’abbiamo fatto presente, contiamo che a questa distorsione si trovi rimedio.”

La discussione continua sul corso bello di San Marco, le facciate colorate, i portali e le cornici in pietra, tutto curato, tutto pulito, fino al negozio storico di Borrillo, qui il tempo si è proprio fermato, insegna vetrine arredi sono quelli originali fin de siècle del 1891, come li realizzò il Cavalier Innocenzo, classe 1871. “Da ragazzo il nonno aveva lavorato a Napoli da Caflish in Via Toledo. Era innamorato della città, una volta impegnò l’orologio per una prima del San Carlo. Si fece le ossa, poi  tornò a San Marco per aprire il primo laboratorio artigianale, e s’inventò i piccoli torroni baci ricoperti di cioccolato.” Col nipote Innocenzo sediamo ai tavolinetti, nel frattempo arriva una cassatina profumata, la glassa di mandorle siciliane, ma la ricotta finissima è quella del Fortore. Gli chiedo cosa significa per loro, che ora vendono in tutto il mondo, rimanere qui tra le colline, lui sorride come a dire: è la nostra identità, non potremmo lavorare altrove; però poi gira le fiere internazionali per tenere il passo con l’innovazione, i ragazzi fanno l’università a Napoli, il torroncino sta costruendo il suo futuro e l’intuizione di nonno Innocenzo comunque è germogliata, ora sono nove le aziende dolciarie di San Marco, un minuscolo distretto di altissima qualità.

Seduto qui, al centro del Fortore, penso che Rossi-Doria nella sua relazione sul terremoto dell’’80 aveva proprio ragione, queste sono terre di altissima civiltà. Nel titolo c’era scritto “situazione, problemi e prospettive”, parole di un tempo – ma stava già finendo – in cui si ragionava ancora come se ci fosse comunque un orizzonte per migliorare le condizioni del vivere comune.

Se solo per un attimo silenziamo i cinguettii dei social, possiamo ancora ascoltare le richieste ragionevoli, basiche di questi territori: lavoro, scuole, mobilità. Qui non si tratta di Cilento o Fortore, è l’80% dell’Italia che lo chiede, le parti dello stivale che nella fotografia notturna della NASA appaiono più in ombra, mentre le aree metropolitane sfavillano. Agganciate alle supply chain internazionali loro in qualche modo ce la faranno. Ma è qui, in queste colline piene di vento che lo Stato è chiamato a fare il suo mestiere, a ritrovare una ragione d’essere, altro che le favole sul sovranismo: nell’Italia di oggi, come ieri nella Tebe di Edipo “a niente vale una torre né una nave – né un paesaggio, è il caso di dire –  vuoti di uomini che in essi vivano insieme.”

I link agli articoli sul sito web di Repubblica

L’articolo sul Cilento

L’articolo su Alta Irpinia e Fortore

 

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 9 luglio 2018 

Un viaggio nella Campania che non vuole spegnere le luci, i trecento piccoli comuni della cintura appenninica che lottano per sopravvivere, in questo inverno della demografia che l’ISTAT prevede per il Mezzogiorno nel prossimo quarantennio, con la perdita di tre milioni e mezzo di abitanti, il 25% in meno, e la popolazione del Sud Italia che passerebbe così dal 34 al 29% di quella nazionale. Un declino legato al crollo delle nascite – in questa che pure era la terra più giovane d’Italia – e all’emigrazione economica, come la chiamano ora, che è ripresa con forza: 700.000 persone nell’ultimo quindicennio hanno lasciato il Sud, per tre quarti sono giovani tra i 15 e i 34 anni, spesso i più preparati e motivati.

E’ evidente che il “depauperamento del capitale umano”, come lo chiama ISTAT, non colpisce allo stesso modo le due Campanie: la metropoli costiera da Capua a Battipaglia, dove vive assiepato, sul 15% appena del territorio, il 75% della popolazione regionale, e nella quale comunque si produce un quarto del PIL dell’intero Mezzogiorno. E la Campania fragile dell’Appennino, l’orizzonte rarefatto di colline, altopiani e montagne, dal Matese al Cervati, la “regione di antica e solida civiltà”, come ricordava Manlio Rossi-Doria, punteggiata di piccoli centri, per i quali lo spopolamento non è una minaccia futura, ma una condizione esistenziale già a lungo sperimentata.

Per capire qualcosa di questa Spoon River appenninica la prima tappa è in Cilento, dove i tre quarti del territorio, 75 comuni su 98, sono in fase di spopolamento. Dal 1961 il calo medio è del 30%: cinquantasettemila persone sono andate via da questi paesi, 51 dei quali hanno ora meno di duemila abitanti. Una legge spietata dice che il calo demografico è più alto proprio nei comuni più piccoli, in una spirale che si autoalimenta. In minuscole realtà con meno di 500 abitanti, come Valle dell’Angelo, Sacco, Sant’Angelo a Fasanella, il crollo è del 70-80%.

Di queste cose parlo con l’urbanista-contadino Fabrizio Mangoni. Fabrizio è da poco in pensione, è stato docente di urbanistica alla Federico II, qui in Cilento a San Mauro ha restaurato un casale, circondato da oliveti e alberi da frutto; assieme alla sua Caterina ha faticosamente rimesso le terre a coltura, tagliando a mano rovi e cespugli, col trattore si sarebbero distrutti i preziosi muretti storici di pietra arenaria.

Ora Fabrizio produce olio, ma non ha smesso con l’urbanistica, si è gettato anzi in una nuova impresa, il piano urbanistico di Pollica, che nascerà coordinato con quelli dei comuni vicini di S. Mauro e Serramezzana. “Molte delle riunioni di lavoro, e gli incontri con i cittadini, li facciamo ai tavolini del bar. La prima cosa che ho imparato lavorando qui è l’importanza del senso di comunità, di appartenenza, far circolare proposte e idee nella vita quotidiana del paese, ascoltare le persone, ragionare con loro, altrimenti è tutto inutile. La seconda cosa è che non ci sono scorciatoie, il turismo balneare da solo, concentrato in una quarantina di giorni, non è una risposta allo spopolamento e alla mancanza di lavoro, anzi aumenta gli squilibri. Tanto più che in questi luoghi incantati il capitale territoriale ha limiti fisici precisi, pensa solo alla capacità della stretta fascia di litorale di contenere bagnanti e automobili. Questi limiti non vanno superati, se non vogliamo creare, invece del turismo sostenibile, solo congestione e degrado”.

Poi c’è il calo demografico e l’invecchiamento, che colpiscono duro anche qui: la popolazione dei tre comuni si è dimezzata rispetto al 1961, ora gli abitanti sono 2.600 in tutto, ma c’è un intera fascia che manca, quella in età riproduttiva. Diradati gli uomini, l’agricoltura ha abbandonato gli antichi spazi, velocemente coperti da macchia mediterranea e boscaglia. “Alla fine” mi dice Fabrizio “è anche attraverso il recupero del paesaggio agrario storico che è un riequilibrio è possibile. Dispersi nel territorio, ci sono un centinaio di  magazzeni  – gli annessi rustici per la conservazione e la lavorazione dei prodotti – oramai in abbandono. L’idea è, anziché costruire villette inutili, di recuperare questo patrimonio tradizionale, legandone il riuso all’impegno di riprendere la coltivazione dei suoli. Ai nuovi abitanti chiediamo di aiutarci a curare lo spazio agricolo inselvatichito, di diventare i nuovi agricoltori multifunzionali, seguendo le indicazioni del nuovo piano urbanistico”.

Tutte queste cose Fabrizio le ha raccontate lo scorso mese di maggio nel suo intervento al Festival sullo spopolamento, che si è svolto a Ceraso, a una trentina di chilometri da Pollica, verso sud. L’idea del festival è dell’editrice Maria Liguori, con l’associazione “Festinalente”, il nome riprende l’ossimoro di Augusto e Cosimo de’ Medici: “affrettati lentamente”; insomma, sii risoluto, ma con cautela, un’indicazione buona anche per le politiche per il Mezzogiorno.

Ceraso è un comune di 2.400 abitanti, cinquant’anni fa erano mille in più. Quando dopo la crisi dei migranti dell’estate 2017 il ministro dell’interno Minniti chiese aiuto ai comuni, il sindaco Gennaro Maione fu tra i primi ad aderire allo SPRAR, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Così il paese ha accolto 4 famiglie cristiane siriane, 20 persone, subito inserite in un percorso integrato di accoglienza, dalla scuola, allo sport, fino all’avviamento al lavoro, nel corso di un triennio. “Domenica scorsa” racconta Maione “il parrocco ha battezzato due bambini siriani, c’è stata una festa, con la partecipazione di tutte e cinque le frazioni del paese”.

Lo sforzo della piccola comunità non può essere sottovalutato: in proporzione è come se Napoli avesse accolto 8.000 profughi in un colpo solo. “Certo” continua il sindaco “occorre misura, tener conto della reale capacità di accoglimento. Non è solo così che possiamo contrastare il declino demografico, ma è comunque un passo per la rivitalizzazione dei nostri paesi”. La scelta di Ceraso non è isolata, il Cilento sta funzionando come laboratorio di integrazione, se a San Mauro la coltivazione dell’olivo è salva grazie agli immigrati indiani del Punjab.

Il viaggio prosegue, ancora 50 chilometri a sud, fino a Morigerati, minuscolo borgo di 600 abitanti, erano il doppio cinquant’anni fa, tra i querceti scuri sulle gole del Bussento, dove c’è l’Oasi WWF, coi fiotti di acqua gelida tra le rocce che accarezzano il mulino secolare. Qui con i ragazzi del paese il sindaco Cono D’Elia ha organizzato un efficiente servizio di promozione, con il paese che è diventato un unico albergo diffuso, puoi prenotare on line un appartamento in centro storico, un casale nel verde o un agriturismo in un paesaggio mozzafiato da Medioevo. Attorno al borgo, tutta una rete di produzioni agricole di qualità, con Bruno de Conciliis che su 8 ettari di incolti, dati in concessione dal comune, produce ora un gran fiano che si chiama Invitta; e i 50 ettari che la cooperativa di agricoltura sociale “Terra di resilienza” coltiva a grani antichi, le sementi recuperate dopo lunghe ricerche, con la filiera che si chiude al ristorante, dove le trafile puoi gustarle sapientemente cucinate. “Tutte queste esperienze” mi dice D’Elia con orgoglio “le abbiamo raccontate a New York lo scorso mese di maggio, con l’Università di Fisciano, al Forum delle Nazioni Unite sullo sviluppo locale”.

Il viaggio sta per concludersi. Gli ultimi quindici chilometri, verso il Golfo azzurro di Policastro, sulle colline di Santa Marina, dove c’è uno degli ultimi istituti comprensivi della Campania, su un territorio sconfinato, gli 8 plessi sono distanti anche 40 chilometri, per andare dall’uno all’altro occorrono tre quarti d’ora per strade montane tutte curve. La dirigente Maria De Biase è sconfortata: la scuola elementare su in montagna, nella frazione “Fortino” di Casaletto Spartano, al confine con la Basilicata, il prossimo anno chiuderà, solo quattro bambini iscritti, fino a pochi anni fa erano una decina.

“E’ triste doverlo dire, ma per noi che lavoriamo in frontiera, qui in Appennino, le soglie dimensionali sono le stesse che per una scuola di città. Ora abbiamo 500 studenti, ma siamo pericolosamente vicini alla soglia dei 400, alla quale scatta l’obbligo di ulteriore accorpamento. L’offerta didattica che proponiamo ai bambini e ai loro genitori è tutta incentrata sull’ambiente, l’alimentazione e la civiltà locale, la conoscenza di questa terra può essere uno stimolo a rimanere, ma il personale è risicato, se l’unico bidello della sede di montagna si ammala la scuola non apre.”

“A realtà diverse politiche diverse”, non si stancava di ripetere Rossi-Doria, ma il Paese in questo momento proprio non comprende. Per mantenere una presenza dello Stato e dei servizi essenziali qui dove ce n’è più bisogno ed è più difficile vivere, occorre uno recupero di equità, intelligenza, lungimiranza. Sennò le buone pratiche che abbiamo raccontato, in questo laboratorio vivo di natura e cultura che è il Cilento, rischiano di non farcela, ed anche le politiche per le aree interne si rivelano per quello che sono: risarcimenti simbolici per deprivazioni territoriali che noi stessi contribuiamo a creare, inseguendo un’efficienza di facciata, mentre l’inverno dello spopolamento avanza.