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San Salvatore 5 p

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 31maggio 2017

Dalla vetrata del living, al piano alto della cantina “San Salvatore 1988”, i rilievi del Soprano e del Vesole ti appaiono davvero come i più bei monti della Campania, le “piccole Dolomiti”, in faccia al mare, con le rocce bianche, il verde cupo della macchia, quello ceruleo degli oliveti al piede dei versanti. Mentre ammiro il paesaggio, sul divano comodo color lampone, anche lo strepitoso jazz del Brubeck Quartet, filtrato da valvole incandescenti, mi arriva avvolgente come non mai.

I monti che ho davanti sono ecosistemi particolari: qui il clima appenninico, più fresco, e quello mediterraneo si incontrano, e sul Vesole, a mille metri di quota, puoi trovare la faggeta e la lecceta, le foreste tipiche delle due fasce climatiche, fronteggiarsi ai lati opposti della stessa strada. Ma non è solo questione di vegetazione, naturalmente. Sono venuto a Capaccio per conoscere la storia di una delle nostre aziende vitivinicole più innovative, nata solo da un decennio, ma già premiata dal presidente Mattarella con la medaglia CanGrande, il riconoscimento che dal 1973 si assegna ai grandi interpreti del vino in Italia.

Di queste cose ragiono con Peppino Pagano, che l’azienda San Salvatore ha fondato nel 2005. Peppino è di figura imponente, ha una comunicativa appassionata, e una storia imprenditoriale importante nel settore turistico, a Paestum ha creato realtà alberghiere di punta, ma la cosa che ci tiene subito a precisare è che tutto, comunque, ha avuto inizio tra le vigne, all’ombra del Vesuvio.

Suo papà produceva vino a Boscoreale, un’attività di famiglia che durava dall’800, allora le pendici del vulcano erano tutto un ricamo di uva catalanesca, poi si trasferisce a Capaccio, paese d’origine della moglie, dove nel 1964 costruisce la cantina, che funzionerà fino a quando un malanno di cuore lo costringe a lasciare. Così dall’età di nove anni, fino ai diciannove, Peppino aiuta il padre: ogni giorno, la mattina prima di scuola, e la sera dopo cena, passa in cantina a rigirare il mosto nei grandi tini, in quella che, ricorda, “è stata la mia palestra”.

Chiusa la cantina, la famiglia Pagano decide di investire nell’attività più promettente in prospettiva, il turismo, nel ’78 rileva l’antica pensione Schumann, sulle dune di Paestum dove cresce il giglio di mare, una trentina di camere in tutto, gestita e frequentata da tedeschi, che qui soggiornavano da aprile a tutt’ottobre. E’ un passaggio importante della storia, perché con la clientela d’oltralpe Peppino ingaggia una sfida: vuole dimostrare, giorno dopo giorno, che anche col passaggio alla proprietà italiana la qualità del servizio non sarebbe calata, in precisione, affidabilità, onestà (“Di etica d’impresa non si parlava ancora”, osserva).

Ai suoi ospiti tedeschi Peppino ruberà un modo di dire, che diventerà la sua filosofia: “Tante piccole, sottili differenze fanno la differenza”. Quello che Peppino ha compreso, in anticipo sulla Toyota, è che in un processo produttivo, se tu riesci a controllare ognuno dei mille passaggi, e a inserire un pur minimo miglioramento in ciascuno di essi, alla fine quello che ottieni è un progresso qualitativo rilevante, decisivo. E’ con questa filosofia che, dopo la Schumann, Peppino fa a nascere a Paestum i nuovi resort, il Savoy Beach e l’Esplanade.

Poi, nel 2003, la svolta, un viaggio di lavoro in Toscana a comprar vino per i suoi ristoranti, Peppino visita le tenute e i vigneti della Ruffino, nei paesaggi mozzafiato delle colline fiorentine e del Chianti, e lì accade qualcosa, una specie di sindrome di Stendhal, la bellezza dei luoghi e la suggestione della storia gli procurano quasi un mancamento, c’e senza dubbio anche il passato che irrompe, e quel ragazzo che gira il mosto prima di andare a scuola, lo smarrimento dura una mezza giornata, al ritorno a Capaccio la vertigine si è già trasformata in progetto.

Nasce l’idea della San Salvatore, e qui ritornano le “tante piccole e sottili differenze”, il controllo sull’intera catena produttiva, perché Peppino intende iniziare dalla vigna: nelle sue visite ai vigneti storici di Toscana ha misurato a passi la distanza tra i ceppi, vuole riprodurne qui, in Cilento, la bellezza e la razionalità, cominciando da zero, dalla terra nuda, ma il mercato fondiario è spezzettato, trovare le estensioni necessarie non è facile, lui ci riesce, a Capaccio e Giungano, sui suoli fertili ai piedi del Monte Sottano; e su quelli difficili, estremi del Cilento interno, a Stio,  che è quasi montagna, tra i cinque e i settecento metri di quota.

Alla fine sono circa 110 ettari, ed inizia l’impianto dei vigneti, ma prima è necessario spietrare e sistemare i terreni. Per colmare l’attesa, fino all’entrata in produzione delle vigne, Peppino mette su un allevamento bufalino, con 450 capi. In questo modo con gli introiti del latte può finanziare gli investimenti nel vigneto, e con il letame maturo dei bufali creare fertilità, rifornire di humus prezioso i suoli delle nuove vigne, che lui intende condurre con metodo rigorosamente biologico.

A questo punto c’è bisogno dell’enologo, e lui convince Riccardo Cotarella, tra i massimi esperti italiani, a seguirlo nell’avventura, la gamma dei vitigni che l’azienda alleverà è quella della prestigiosa tradizione campana: l’aglianico, la falanghina, il fiano, il greco, ed in questo Peppino prosegue il lavoro iniziato vent’anni prima da pionieri come De Conciliis e Maffini, l’idea rivelatasi vincente che gli ecosistemi strepitosi del Cilento, tra la montagna e il mare, sono per questi vitigni millenari un mondo tutto nuovo, nel quale possono esprimersi con modalità sorprendenti, ancora tutte da scoprire.

Poi c’è la cantina, realizzata nell’area industriale di Capaccio, negli interni ha la modernità e l’eleganza dei luoghi di lavoro olivettiani, non c’è compiacimento, tutto è sobrio, funzionale, pulito, profondamente umano. Con l’Università della Tuscia, San Salvatore ha messo a punto tecnologie di vinificazione in atmosfera controllata, per tenere a bada l’ossigeno, così i componenti preziosi del vino non si ossidano, ed è possibile ridurre al minimo i solfiti, fino a ridurli del tutto.

Nel 2011 la prima vendemmia e l’imbottigliamento, il resto è storia nota, di successi, premi riconoscimenti, le piccole sottili differenze alla fine hanno funzionato. L’aglianico di punta dell’azienda, Peppino l’ha intitolato ad un suo grande amico, un ragazzo di centosette anni che si chiama Gillo Dorfles, lo studioso più acuto ed onesto che l’Italia abbia avuto della sua irrisolta contemporaneità, e Gillo ha ripreso pennelli e colori, ha ideato le etichette, con quei disegni d’arte concreta, che continuano ad essere esercizio libero d’autenticità e intelligenza.

Peppino sorride, si sorprende ora di come, nonostante le cose importanti fatte nel turismo, solo con il vino sia giunto il pieno riconoscimento; quel vino che lui ritiene essere il più importante ambasciatore delle nostre terre che, mi dice, “sono avare solo con chi non le ascolta.”

Per queste terre dobbiamo continuare a lavorare. “Alla fine della nostra esperienza torniamo al luogo dove siamo partiti, ed è triste trovarlo impoverito di attività, imprese, energie. L’imprenditore deve migliorare il proprio territorio, e i proventi non servono a comprare barche ma a far crescere le aziende; non possiamo – le famiglie, lo Stato –  continuare a sacrificarci per formare i nostri ragazzi, e poi consegnarli alle multinazionali, che stanno desertificando d’intelligenza il sud dell’Italia, e questo nostro Cilento.”

In etichetta, il logo dell’azienda è un bufalo stilizzato, assieme a un motto singolare: “Ho visto un bufalo tra le vigne ed ho bevuto vino. Ho visto un bufalo tra le vigne e lui ha visto me”. Gli chiedo di spiegarmelo, è una specie di mito di fondazione, di intonazione zen: “Quando ancora stavamo impiantando i vigneti della San Salvatore, successe che un bufalo maschio scappò dalla stalla, rifugiandosi tra i filari, il fattore lo raggiunse, si guardarono negli occhi, alla fine l’immenso animale non attaccò, si fece pacificamente riprendere.”

Insomma, se ho capito il senso, noi guardiamo e coltiviamo il mondo, ma il mondo non smette di guardarci e di lavorare su di noi, ed è vero che alla fine non possediamo proprio niente, resta il tesoro di relazioni, passioni, tutte le cose che lungo il cammino abbiamo faticosamente appreso.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 24 maggio 2017

La pubblicizzazione martedì scorso dei dati del Registro Tumori Infantili della Campania per il quinquennio 2008-2012 rappresenta un momento importante, decisivo nella vicenda della cosiddetta terra dei fuochi. Al di là del merito delle conclusioni cui è giunta l’equipe guidata da Mario Fusco e Francesco Vetrano, per la prima volta disponiamo di una base di dati ufficiali, elaborati e validati secondo le procedure definite dall’Organizzazione mondiale della Sanità, dall’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro, e dalle principali reti ed associazioni europee ed italiane dei registri tumori.

L’elaborazione, con procedure sottoposte a severi controlli di qualità, e debitamente certificate, di circa tre milioni di dati, tra schede ospedaliere, referti di anatomia patologica, certificati di decesso ed altre fonti accessorie, evidenzia che in Campania, nel periodo 2008-2012, l’incidenza dei tumori maligni nei bambini e negli adolescenti è in linea con quella osservata in Italia, e che non emergono differenze significative, rispetto alla media regionale, tra le cinque province, sia nella fascia di età 0-14 che in quella 15-19 anni.

Ancora, la mortalità per tumore maligno, nei bambini e negli adolescenti in Campania è di poco inferiore, di fatto sovrapponibile, a quella registrata in Italia. In ultimo, nei 90 comuni della cosiddetta Terra dei fuochi, dove vive il 60% dei bambini e dei ragazzi campani, l’incidenza e la mortalità per l’insieme dei tumori infantili maligni è in linea con quella osservata in Italia e in Campania, sia nei bambini che negli adolescenti.

Una delle difficoltà che i medici e i tecnici del Registro Tumori Infantili ha dovuto affrontare è legata alla bassa numerosità dei casi: i tumori dell’infanzia e dell’adolescenza sono un evento raro e rappresentano circa il 2% di tutti i tumori maligni che insorgono nell’arco della vita di un uomo. Questo significa che i numeri assoluti su cui si lavora sono piccoli, e questo richiede l’impiego di strumenti analitici rafforzati, sofisticati, mirati.

Ad ogni modo, i dati resi noti martedì dicono che non è possibile sostenere l’esistenza di picchi di incidenza e di mortalità per i tumori infantili, in Campania rispetto al resto d’Italia, e tantomeno nei comuni della Terra dei fuochi rispetto al resto della Campania. E’ questo un secondo importante elemento di verità, in tutta questa dolorosa vicenda, dopo i monitoraggi e le analisi che hanno completamente scagionato la filiera agro-alimentare della piana campana. Uno alla volta quindi, gli elementi dello schema ferreo che ci è stato raccontato in questi anni, fatto di suoli e acque contaminati, di prodotti agricoli insani, di salute pubblica minacciata, vengono progressivamente smontati, non sulla base di suggestioni letterarie, ma di un flusso imponente di dati scientifici.

Questo significa che è arrivato il momento di smetterla. Le centinaia di ricercatori che hanno contribuito a questa immane opera di studio ed analisi, non sono più sbrigativamente qualificabili come una banda di negazionisti, ma piuttosto come cittadini che hanno responsabilmente messo a disposizione le proprie competenze per fornire alla comunità intera e ai suoi amministratori elementi di comprensione e strade di uscita, piuttosto che scenari  indeterminati e inconcludenti di apocalisse, di compromissione definitiva dei paesaggi e degli ecosistemi di Campania felix.

Per il resto, c’è poco da rallegrarsi. L’area metropolitana di Napoli, la seconda del paese dopo quella milanese, resta a scala europea ed italiana una grande area di sofferenza economica, sociale, territoriale. Nei centoventi comuni che si sono saldati, da Caserta alla piana del Sarno, si vive male, con i due terzi della popolazione regionale stipata sul 12% scarso del territorio, tra vulcani che incombono e versanti che franano, con la metà delle famiglie a rischio di povertà relativa, in una conurbazione desertificata di lavoro, servizi e manutenzione, dove la spesa pubblica pro-capite è comunque inferiore di un terzo a quella media nazionale.

I dati che i tecnici valorosi del Registro tumori ci hanno fornito servono anche a questo, a mettere da parte le narrazioni mitologiche, a guardare alla nostra terra e ai suoi veri problemi con occhi asciutti, a darci gli obiettivi giusti, a non perderci per strada, lavorando tutti insieme ad una politica, a un progetto realistico di riscatto.

Real Bosco di Capodimonte, prateria presso la Fabbrica di porcellana - Foto di Alessio Cuccaro (1)

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 18 maggio 201

Capodimonte è per Napoli tante cose insieme, è il bosco più esteso della città (134 ettari); il giardino storico tra i più importanti al mondo; secondo gli ecologi del Dipartimento di Agraria che hanno lavorato al piano regolatore, è anche l’ecosistema urbano con i più alti livelli di naturalità, anche se la lecceta non è spontanea ma l’hanno piantata gli agronomi del Re nella prima metà del ‘700, che poi è una bella lezione, significa che l’uomo quando vuole può ricostruire la natura, oltre che distruggerla.

Capodimonte è indubbiamente il luogo di Napoli che meglio esprime la magnificenza e la regalità, cose che i napoletani hanno raramente potuto condividere, da sudditi come da cittadini, cogliendone solo clandestinamente i riflessi, come quando da ragazzi salivamo al bosco in autobus dall’Arenella, già in tenuta, ed entravamo di nascosto col pallone da una breccia nel muro di cinta, per conquistare il diritto a correre su un prato polveroso attorno la Fabbrica delle Porcellane.

Il cinque di maggio il Museo ha compiuto sessant’anni, ed è l’occasione per parlarne col direttore Sylvain Bellenger, una lunga esperienza di direzione di musei e istituzioni culturali in Francia e negli Stati Uniti, il ministro Franceschini l’ha chiamato quattordici mesi fa dall’Art Institute of Chicago. Bellenger mi riceve nel suo studio nel Palazzotto, subito accanto a Porta Grande, dove ha concentrato tutti gli uffici. “In questo modo è più facile lavorare, il parco ha 202 dipendenti, l’età media è di sessant’anni, come il Museo. Quando sono arrivato non c’era una sala riunioni, i computer roba da modernariato, con pochi dipendenti in grado di usarli. Il Museo non aveva un logo, una carta intestata, un biglietto da visita. La scelta decisiva fatta dal ministro è stata senza dubbio quella di riunificare finalmente il Museo e il Bosco sotto un’unica direzione generale, prima il Museo dipendeva dai beni artistici, il Bosco da quelli ambientali, era impossibile immaginare un progetto unico di gestione, nell’incomunicabilità degli uffici tutto si impantanava in un tran tran burocratico senza futuro.”

In effetti, che l’aria è cambiata te ne accorgi da subito, all’ingresso di Porta Piccola c’è ora un’enorme striscione a disegni colorati che indica ai ragazzi la localizzazione dei campi di calcio, Bellenger ne ha realizzati due, proprio accanto alla Fabbrica di Porcellane. “Il parco ha tante funzioni, ma una delle più importanti è di migliorare la vita delle persone del quartiere. A Parigi ci sono 34 piscine pubbliche, il costo è di un euro al giorno. Al Centro Pompidou sono disponibili cinquecento computer per l’uso libero dei giovani e dei visitatori, dalla mattina alle dieci e trenta di sera. Il nostro compito è anche quello di offrire agli abitanti di questa città i servizi essenziali dei quali hanno bisogno, a partire dai giovani, che in Italia sono troppo spesso sacrificati e maltrattati. Quando ho accompagnato il primo gruppo di ragazzi ai nuovi campi erano stupiti, prima mi hanno domandato se dovevano pagare, quando gli ho risposto che era gratis mi hanno chiesto perché lo facevo.”

Naturalmente, destinato al calcio un suo spazio legittimo, i prati nel bosco hanno ripreso colore e bellezza, c’è finalmente un senso complessivo di cura e di manutenzione. “La Pinacoteca di Capodimonte – mi dice ancora Bellenger – è probabilmente la più completa d’Italia, nel senso che è l’unica che consente un viaggio significativo nelle diverse epoche e scuole, italiane ed europee, fino all’arte contemporanea. Sono particolarmente orgoglioso del fatto che sia custodito proprio qui a Capodimonte uno dei quadri universalmente celebri, a cui sono più legato, la “Parabola dei ciechi” di Bruegel, ogni ragazzo francese lo conosce, perché è immancabilmente riprodotto sui libri di scuola, accanto alla poesia “Les Aveugles”, I ciechi, di Baudelaire.”

Oltre ai prati, anche il Museo rinasce e si rianima: a Pasqua 2017, rispetto all’anno precedente, i visitatori sono aumentati del 120%, gli incassi raddoppiati, e a molto sono servite le mostre visitatissime dei capolavori ritrovati di Van Gogh, la “Donna col liuto” di Vermeer, fino all’ultima “Picasso Parade”, visitabile fino al 10 luglio, oltre naturalmente al sito web (più di un milione di visite da quando è online), la presenza sui social, la convenzione con la navetta turistica che conduce qui in collina i turisti dal centro della città.

Ma Bellenger insiste sul legame tra la Reggia e il Bosco, che per lui è un museo vivente a cielo aperto, con la presenza di 400 diverse specie vegetali, e la collezione di alberi esotici provenienti, a gloria del sovrano, dalle diverse terre dell’Impero dove non tramontava il sole: il cipresso calvo di Montezuma, alla cui ombra si materializzavano le tremende divinità atzeche, o gli splendidi Cinnamomum, l’albero della canfora, ce n’è uno gigantesco che ha tre secoli, “E’ uno dei monumenti più importanti che abbiamo” si compiace Bellenger, secondo il quale “l’insieme del Museo e del Bosco configura uno dei siti storici e naturalistici più importanti d’Europa e del mondo, dove è possibile godere e comprendere insieme le bellezze dell’arte, della terra, della natura.”

Una collaboratrice giunge con una copia del masterplan preparato per il ministro, contiene mappe, cartine, progetti, disegni, la visione proiettata nel prossimo ventennio, che Bellenger e il suo gruppo di lavoro hanno immaginato per il sito di Capodimonte. C’è il recupero dei diciassette fabbricati storici presenti nel parco, con una funzione precisa per ciascuno: oltre a spazi per mostre e concerti, il masterplan prevede la creazione di una scuola internazionale di giardinaggio; una fondazione presieduta da Riccardo Muti per la musica classica napoletana, in collaborazione con il Conservatorio di San Pietro a Maiella; un’altra fondazione, affidata a Mimmo Iodice, per l’archivio storico della fotografia a Napoli e in Campania; un centro di studi internazionali sull’identità delle città portuali. Ancora, al Giardino Torre, il ripristino di un arboreto con le varietà antiche di piante da frutto, assieme a un sito di degustazione e ristorazione, proprio dove c’è il forno originale del 1800, in cui fu cotta la pizza per la regina Margherita di Savoia.

Quindi gli infopoint, l’illuminazione e il wifi nei viali, la videosorveglianza; gli spogliatoi e le docce per chi viene a fare footing, spazi dedicati ai cani, e anche aree per gli sport minori, le bocce ed il cricket. “Vorrei che Capodimonte si affermi, oltre che come museo di rilievo mondiale, quale è già, come il bosco civico della città, un luogo di vita e di cultura, il Central Park di Napoli. Per il Museo, poi, immagino una integrazione profonda con le altre istituzioni culturali, il MAN, il MADRE, il Conservatorio. Dobbiamo riunire le energie, per raccontare al mondo questo posto straordinario che sono Napoli e la Campania, uno dei pochi al mondo dove il viaggio dall’antichità greco-romana, al medioevo, al moderno, alla contemporaneità sia ancora concretamente possibile, con una continuità ininterrotta che non esiste altrove”. Nel frattempo, il direttore mi racconta di come con il nuovo flusso di turisti che salgono al museo e al bosco, l’intero quartiere si stia rivitalizzando, se vuoi mangiare nelle osterie intorno al parco ora devi prenotare, altrimenti non trovi posto.

Alla fine del viaggio, il bosco civico di Bellenger può diventare in prospettiva il luogo della città dove la storia, l’arte e la natura si raccontano insieme; e dove la magnificenza e la regalità si ricongiungono finalmente, con un’idea moderna di cittadinanza. Ortega y Gasset sosteneva che lo Stato è innanzitutto un progetto condiviso di futuro, e qui un promettente progetto pubblico, al servizio di cittadini e abitanti, c’è e si vede. In questi giorni il direttore non ha fatto mistero di aver votato alle presidenziali francesi per Emmanuel Macron, e ha già invitato pubblicamente il nuovo presidente a visitare il museo e il parco: potrà sembrare una cosa fuori luogo, ma in questa storia nuova di Capodimonte, alla fine, anche la politica, quella seria, c’entra, eccome.

Pubblicato col titolo “Capodimonte, il bosco ritrovato: “Ecco il nostro Central Park”

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/05/18/news/capodimonte_il_bosco_ritrovato_ecco_il_nostro_central_park_-165696411/

 

pianura

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 16 maggio 2017

Si svolge stamattina, a partire dalle 9.00 presso il complesso dei SS. Marcellino e Festo, la conferenza conclusiva di ECOREMED, il progetto di ricerca europeo LIFE sull’agricoltura nella piana campana, che ha coinvolto una sessantina di ricercatori della Federico II, un gruppo interdisciplinare di agronomi, biologi, chimici, geologi, medici, urbanisti, ingegneri, economisti. Per cinque anni lo stato di salute dei nostri ecosistemi agricoli è stato studiato a fondo, con un check-up approfondito dei suoli, delle acque, della biodiversità vegetale e animale, del paesaggio, ma anche dell’economia, per capire le ferite che la tempesta mediatica della terra dei fuochi ha lasciato sulla pelle delle aziende e degli agricoltori.

La storia del progetto e’ singolare, perché per una volta la ricerca scientifica è riuscita ad operare “in tempo reale”, nel pieno della crisi, con i risultati delle attività di studio che sono stati tempestivamente trasmessi ai ministeri competenti via via che venivano prodotti e validati, ed impiegati nella redazione dei due rapporti governativi sulla terra dei fuochi, quello sulla mappatura dei suoli agricoli, e quello sugli aspetti socio-economici della crisi. Un’altra notazione positiva riguarda la cooperazione istituzionale, perché in tutta questa vicenda i ricercatori hanno lavorato in stretto contatto con le istituzioni, a partire dall’Assessorato regionale all’Agricoltura, che ha affiancato l’università come partner del progetto europeo.

I risultati di cinque anni di lavoro consentono di raccontare una storia molto diversa da quella mainstream di un’agricoltura inaffidabile e senza futuro, produttrice di rischio e malattia. Se c’è una cosa che funziona nella nostra pianura scombinata, spezzettata da un cinquantennio di crescita urbana senza regole, sono propri gli spazi agricoli residui, che non sono pochi, rappresentando ancora il 65% del territorio complessivo. In queste aree, dei circa quattromila campioni di prodotti ortofrutticoli esaminati, quelli difformi dalla normativa si contano davvero sulle dita di una mano, per colpa soprattutto del piombo, che non viene dai rifiuti, ma è quello tetraetile delle benzine super di quindici anni fa, che si è depositato, come accaduto in mezz’Europa, nelle fasce agricole più prossime agli assi stradali.

Anche i suoli agricoli “sporchi” alla fine sono solo una trentina di ettari, sui centoquarantamila della grande pianura, e per questi ECOREMED ha messo a punto tecniche a basso costo per pulirli e metterli in sicurezza utilizzando le piante, prati e boschi di pioppo. Questi boschi verdi di fitorisanamento funzionano come sentinelle, consentendoci di monitorare nel tempo la concentrazione degli inquinanti, ma sono soprattutto presidi di civiltà, il segno che lo Stato è ritornato, e che il paesaggio rinasce. Il bosco più grande, sei ettari, è stato realizzato a San Giuseppiello, a Giugliano, vicino la discarica Resit, in collaborazione con l’ex Commissariato di governo. Qui, al posto della terra di nessuno, nascerà un grande parco pubblico con ventimila alberi.

In questo modo, è possibile curare i suoli agricoli senza distruggerli, senza cioè fare come è avvenuto per l’Expo, dove cento ettari di suolo contaminato sono stati sepolti sotto una piattaforma di cemento, sulla quale è stata poi allestita l’area espositiva; oppure  evitando di rimuovere il suolo, trattandolo come un rifiuto speciale da smaltire in discarica.

I metodi messi a punto da ECOREMED serviranno ora per controllare nel tempo, con accuratezza, lo stato di salute delle nostre aree agricole metropolitane. Le cose che abbiamo capito saranno anche utili per integrare la legislazione nazionale in materia di bonifica, che indica i criteri per l’idoneità delle aree all’uso residenziale, produttivo, ricreativo, ma non per quello agricolo. Insomma, la crisi che abbiamo attraversato, e che ha intaccato in modo drammatico la credibilità della nostra agricoltura, un aspetto positivo almeno lo ha avuto: quello di renderci finalmente consapevoli del valore del nostro spazio agricolo; dell’assoluta necessità, oggi più di ieri, di conoscerlo, apprezzarlo, difenderlo.

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Ottavio Ragone, Repubblica Napoli del 13 maggio 2017

C’è una Napoli che resta fuori alla porta, come il bus dei campioni dello scudetto 1987 fermo davanti ai cancelli sbarrati dello stadio San Paolo, mentre capitan Bruscolotti si arrabbia digrignando la celebre mascella che metteva paura agli avversari. E c’è una Napoli che agisce in silenzio e strappa risultati impensabili, come quelli della “Paranza”, la cooperativa messa in piedi da un gruppo di giovani del quartiere guidati da padre Antonio Loffredo e da un manager illuminato, Ernesto Albanese. Due città una accanto all’altra, una dentro l’altra, eppure diverse nelle azioni, nella mentalità, nello spirito. Il Napoli dello scudetto fabbricava sogni e si è scontrato con la realtà. Qui, ora, si fanno pochi gol e molti sgambetti. Nessuno esulta per gli altri, non c’è desiderio di vittoria oltre ogni legittima divisione. Tanti solisti in giro e nessun vero regista. Il momento cruciale non arriva mai, la palla non va in rete. Chi prende iniziative viene guardato con sospetto e ostacolato. Le istituzioni non si parlano, il sindaco e il presidente della Regione nemmeno si salutano. Il Comune e il presidente del Calcio Napoli se ne dicono di tutti i colori e non c’è interesse collettivo che tenga, non esiste un obiettivo che metta finalmente d’accordo la città. Nemmeno il ricordo dello scudetto, che certo è venato di nostalgia e la nostalgia non sempre è una buona compagna. Induce a contemplare il passato e può dar vita, come l’altro giorno, a una mesta passerella cittadina guidata da un vecchio capo ultrà,

Palummella. Due titoli italiani in trent’anni sono pochi e certo sarebbe meglio celebrarne altri, guardando avanti con fattivo entusiasmo. E avanti cercava di andare l’autobus dei vecchi campioni, nel surreale viaggio verso lo stadio chiuso. Racconta, quel pullman, una storia amara, beffarda, a tratti malinconica. Dispiega, nel faticoso avanzare, la metafora di una città che davanti alla meta agognata, sul più bello, proprio quando deve percorrere la pista nel giro trionfale, resta esclusa, ai margini, muta. La corsa si interrompe prima di iniziare. All’improvviso non c’è più nulla da festeggiare, non si può esultare, sparisce perfino il pubblico. Lo spettacolo non comincia, le luci sono spente. Alla Sanità invece i riflettori sono forti e ben puntati sui basoli dove sfrecciano i motorini della camorra. I riflettori dell’opinione pubblica, s’intende, perché le telecamere di sicurezza non funzionano ancora. Giorno dopo giorno, mattone su mattone, Loffredo, padre Alex Zanotelli, il regista di teatro Mario Gelardi, la fondazione L’Altra Napoli di Albanese e la gente di buona volontà del quartiere provano a sottrarre spazio ai criminali con l’impegno, la fatica, il lavoro, la cultura.

Quel patrimonio che il recente festival di Sky Arte ha premiato e valorizzato, facendo del Rione Sanità il cuore di una kermesse con migliaia di visitatori.

Bisognava vederlo, in quei giorni, padre Loffredo. Camminava nei vicoli tra la folla. Stringeva mani amiche. Ogni tanto si fermava a parlare con i cosiddetti “ragazzi difficili”, ladri, spacciatori, piccoli delinquenti tentati da criminali incalliti. Un buffetto sulla guancia, un ammonimento, “Guagliò fai il bravo”, un parola sincera, un consiglio affettuoso a chi affetto non ha. Camminava, padre Loffredo, mentre nelle catacombe di San Gennaro le giovani guide della “Paranza” spiegavano ai turisti quale tesoro d’arte e storia è custodito nelle viscere della terra. Si pagano lo stipendio da soli, quei ragazzi, attingendo all’oro della Sanità. Il quartiere è oggi un laboratorio, lo spazio di una Napoli possibile. Qui prende forma la religione civile della strada, dei contatti semplici e diretti con il popolo, della Chiesa che sta tra la gente perché i partiti non ci sono più. E, voce sola nel deserto, spinge a rimboccarsi le maniche, prova a indicare una prospettiva ai giovani facendo leva su talento e laboriosità. Maradona è una specie di santo anche qui, alla Sanità, ma dentro un sentimento diverso che si sta facendo largo tra plurisecolari arcaismi.