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Noi ci definivamo un piccolo esercito sgangherato… ora siamo solo un mezzo esercito, e tanto sgangherato… Tutti i progetti di vita che avevo fatto sono di nuovo saltati. Pazienza. Si ricomincia. Si rifà un altro piano, un altro progetto, altre speranze, altri obiettivi.”

Martina Giangrande, conferenza stampa del 29 aprile.

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“… Se ne deve dedurre un fallimento epocale. Quello di una classe dirigente logorata dalla tattica e e sfibrata dalle rivalità interne: e di un modello di partito così poco permeabile alla società che, evidentemente, non ha potuto selezionare i propri uomini e le proprie donne nel vivo dei conflitti, e si è illuso di potere coltivare in vitro, nel chiuso dei propri ruoli di competenza, una élite che invecchiava, perdeva mordente, perdeva sguardo su una società che guardava a sua volta altrove.

… quanti potenziali leader, quanti quadri politici appassionati, quante nuove idee, quanta innovazione, quanta energia è stata perduta dalla sinistra italiana a causa, soprattutto, della sua incapacità di fare interagire le sue strutture politiche e il suo popolo, i dirigenti e i cittadini?”

 Michele Serra, Repubblica del 30 aprile 2013

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“… il Pd non è mai riuscito ad affermare una propria, specifica, identità. È un partito né-né. Né socialdemocratico né popolare. Semmai post. Dove coabitano, senza amore, postcomunisti e postdemocristiani (di sinistra). Un partito im-personale. Che utilizza le primarie per selezionare leader poco carismatici e lasciar fuori quelli più pop (olari). Un “partito ipotetico”, ha scritto Eddy Berselli nel 2008. Rassegnato a perdere, anche quando vince – o quasi. Perché coltiva il mito della sconfitta –  e dell’opposizione. In fondo, anche Berlusconi, per il Pd e la Sinistra, è un mito. Negativo, ma non importa. Perché i miti, si sa, non muoiono. Per non morire berlusconiani, dunque, non c’è alternativa. Occorre costruire un’alternativa: “senza” Berlusconi. “Oltre” Berlusconi. Solo a questa condizione è possibile sopravvivere a Berlusconi. Il Pd, per questo, deve cambiare in fretta. Individuare e comunicare una propria, specifica identità. Con poche parole e una leadership forte. Prima delle prossime elezioni. Non gli resta molto tempo.”

 Ilvo Diamanti, Mappe, Repubblica.it, 29 aprile 2013

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“… richiamerei il partito alla terribile responsabilità assunta da chi ha affossato Prodi. Ed è incredibile che, a distanza di giorni, non uno dei 101 franchi tiratori sia venuto allo scoperto.”

Fabrizio Barca, intervistato da Aldo Cazzullo, Corriere della sera 20 aprile 2013

Suona più o meno così il titolo dell’ultimo libro di Enrico Letta, un ragazzo serio, che ha lavorato sodo, si è sempre messo in gioco in prima persona, viene dalla scuola di Beniamino Andreatta. Dopo i giorni amarissimi per la sinistra, eviterei scomuniche preventive: questo governo, se avrà la fiducia, andrà giudicato dalle politiche, i provvedimenti che riuscirà a mettere in campo. Ci lasciamo alle spalle il flop dei bocconiani, persone che hanno dimostrato di non aver la più pallida idea di cosa sia diventato il paese, quali siano le condizioni di vita delle famiglie italiane in questi anni difficili, dei piccoli, gli anziani, i deboli, i giovani che stanno costruendo la propria vita.  Basta. Ora c’è un governo politico, una squadra giovane, a forte presenza femminile, con individualità di spicco, a cominciare dalla Bonino. Certo ci sono anche Alfano, e il sagace Lupi alle infrastrutture, ma tant’è. Mentre scrivo sta giurando Cecile Kyenge, attimi di vera commozione, poi il bel volto di Josefa Idem, la piccola Emma sicura e sorridente, vestita di rosso.

Trovo rifugio nei modi di dire anglosassoni, wait and see, il budino si giudica assaggiandolo. Nel frattempo ci rimbocchiamo le maniche e ripartiamo ancora una volta: la costruzione di una politica riformatrice per il paese, l’attuazione del programma di democrazia politica, sociale ed economica scritto nella Costituzione del 1948, è un lavoro che non avrà mai fine.

Mentre scrivo il post, in contemporanea alla cerimonia del Quirinale, le notizie e le immagini dell’attentato ai due carabinieri davanti palazzo Chigi, le sirene delle ambulanze. Per il nuovo governo un avvio drammatico. Speriamo sia un gesto isolato. L’Italia ha già pagato un prezzo spropositato al terrore e alla brutalità.

costruire cattedrali2

“Andatelo a dire
ai caduti di ieri
che il loro morire

fu come le nevi…”
“No, i fuochi di un tempo
non trovano pace…”

“La cenere al vento
riscopre la brace…”
“Una cosa il giudizio…”

“Un’altra la pietà…”
“Lottare per la morte…”
“O per la libertà …”

“L’unica dignità
della nostra storia
è la memoria

della verità …”
“Alla vecchia e alla nuova
Resistenza italiana…”

“Contro l’odio che odia…”
“Per l’amore che ama…”
“Andatelo a dire

ai caduti di ieri
che il loro morire
fu come le nevi…”

Gianni D’Elia, Trovatori, Einaudi, 2007.

Prosegue con l’ultimo libro di Vezio De Lucia “Nella città dolente”, uscito per le edizioni Castelvecchi, il racconto del paese e dell’Italia repubblicana iniziato con Se questa e una città. La storia si arricchisce di nuovi capitoli e spunti di riflessione, e trova ora una sua compiutezza, non foss’altro per il fatto che l’eclissi del governo del territorio in Italia ha conosciuto nel 2008, con il “Piano casa”  e lo scempio de l’Aquila, il suo esito per così dire ultimativo. Questo rende possibile un bilancio di un’intera fase storica – il trentennio lungo del liberismo e della deregulation – ed obbliga anche l’autore, con Brecht (“sulla mia tomba vorrei fosse scritto: “Fece delle proposte”), ad avanzare le sue idee per il rilancio su nuove basi della pianificazione pubblica della città e dei paesaggi di questo martoriato paese.

Il libro inizia onorando la memoria di uno strano “democristiano giacobino”, Fiorentino Sullo,  ministro ai lavori pubblici nei primi anni ’60, e del suo tentativo fallito di dare al paese una legge sul regime giuridico dei suoli, che allineasse l’Italia alle migliori esperienze europee, recidendo il nesso perverso tra trasformazione urbana e rendita fondiaria. L’insurrezione dei conservatori, dai fascisti ai liberali, che strumentalmente accusarono Sullo di “voler abolire la proprietà edilizia privata e togliere la casa agli italiani”, costrinse la DC a disconoscere il disegno di legge, con il politico irpino che scontò una spietata damnatio memoriae, mentre il generale De Lorenzo addirittura architettava il suo tentativo di colpo di stato.

Da allora, il libro racconta la lunga rincorsa a quella riforma mancata, che i governi successivi affrontarono mai più in chiave complessiva, strategica. Il paese rimase privo di una legislazione organica di attuazione dei principi costituzionali di regolazione della proprietà fondiaria, per assicurarne la funzione sociale, come avviene nelle democrazie liberali europee, nei paesi normali insomma. Nel frattempo, l’assegnazione progressiva ai poteri locali della materia urbanistica, generava a scala nazionale un mosaico differenziato di esperienze ed esiti, con il Mezzogiorno a fare da desolata retroguardia, tra abusivismo e usi criminali del territorio.

De Lucia racconta tutte queste cose, in un libro che si legge come un romanzo, e che deve l’acqua della vita alle competenze e al rigore dell’autore, ma anche al suo ruolo di testimone, spesso di protagonista dei fatti raccontati, in una narrazione sospesa tra storia civile, cronaca e vita vissuta. Non sottraendosi nemmeno ad un giudizio sugli avvenimenti più recenti, quali ad esempio i nuovi governi comunali di Milano e Napoli, che per De Lucia rischiano di rappresentare un’occasione persa, per l’incapacità (o la mancata volontà) di porre l’urbanistica al centro dell’azione riformatrice, ripiegando invece su atteggiamenti inerziali, tattici.

Il finale del volume è dedicato alle proposte. Se vogliamo salvare quel che rimane della straordinaria eredità del paesaggio italiano, è urgente per De Lucia mettere mano a una legislazione sul consumo dei suoli. Nel far west attuale, infatti, l’Italia continua a consumare 35.000 ettari di suolo fertile ogni anno – l’equivalente di quattro nuove città come Napoli – per i tre quarti concentrati nelle poche pianure pregiate del paese. La soluzione sta nell’assegnare al territorio rurale residuo la stessa importanza che in Italia, a partire dagli anni ’60, è stata attribuita  ai centri storici, riservando le nuove edificazioni alle aree già urbanizzate, degradate, dismesse, legando così indissolubilmente rinnovamento urbano e riqualificazione. E’ una strada praticabile, come dimostra il piano territoriale della provincia di Caserta, approvato nel 2012, del quale De Lucia è stato coordinatore.

E’ una questione di sopravvivenza, perché la democrazia italiana resterà perennemente  incompiuta, senza un territorio in ordine. “Nella città dolente” è un contributo avvincente ed autorevole, un gesto concreto per restituire al paese una capacità di governo, per una nuova urbanistica, che per De Lucia continua ad essere la prosecuzione della politica con altri mezzi.

L’articolo è stato pubblicato da Repubblica Napoli del 24 aprile 2013, con il titolo:” De Lucia, la salvezza è nell’uso del suolo”.

Botticelli

Un disegno di Botticelli per l’edizione della Divina Commedia del 1481.

Sarà difficile spiegare quello che è accaduto. Come, un parlamento con una maggioranza numerica in teoria orientata al cambiamento, si sia consegnato impotente nelle mani del presidente.

Come nel castello di Atlante, i nostri paladini hanno inseguito ognuno un proprio sogno, combattendosi anche tra loro. Senza accorgersi che questa volta Atlante aveva solo il 25%. Non capiterà più.

nelcastello

Cinquant’anni fa la Pacem in terris. In un mondo dilaniato dalla guerra fredda, l’esortazione : “Non si dovrà però mai confondere l’errore con l’errante…”.

L’errante è colui che sbaglia, ma anche colui che ricerca, il viaggiatore…

Prima c’era stata l’esortazione di Roncalli: ”Se incontri un viandante non chiedergli da dove viene: domanda dove sta andando”.

A rileggere l’enciclica, colpisce l’assonanza profonda con i principi di democrazia sociale, economica e politica  che sono alla base della costituzione repubblicana.

Penso che anche in giorni amari come questi, il senso del nostro lavoro, il contributo infinitesimo all’avanzamento dell’interesse generale, del bene comune, rimanga quello di costruire ponti, alleanze tra diversi.

La vita è breve, non credo convenga mai azzerare tutto: occorre il coraggio e l’immaginazione per risolvere i problemi utilizzando in modo nuovo i mattoni dei quali già disponiamo: l’intelligenza, l’umiltà di riconoscere e valorizzare il lavoro di chi ci ha preceduto.

Vestizionedeltiglio

Vestizionedeltiglio2

Alla fine Bersani si è accordato con B. sul nome di Franco Marini.  Nella cruenta assemblea notturna la proposta ha raccolto 222 voti, i grandi elettori del centrosinistra sono 495. Un disastro politico. Il carisma e il prestigio internazionale del candidato sono indiscutibili, da presidente di bocciofila emerito, ma l’aria paesana non inganni: il Lupo della Marsica (sic! Questo il soprannome del nostro) con Baffino e il vacuo Bertinotti è stato protagonista della caduta del primo governo Prodi, e questo il centrodestra non lo ha dimenticato. Al cospetto il sognante Rodotà appare ora un gigante. Che Dio ce la mandi buona.

La nave dei folli

Eddy Salzano dal Ruanda, dove si trova con Ilaria, che lì insegna all’università, mi ha sollecitato un commento per Eddyburg sulla situazione napoletana. Ho cucinato insieme alcuni post di Horatio. Il risultato all’indirizzo http://www.eddyburg.it/2013/04/declino-napoletano.html

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Borago

Piccole stelle di blu elettrico a bordo strada, la borragine (Borago officinalis).

Coquelicot

In un vecchio pruneto, il primo rosolaccio (Papaver rhoeas). In Francia è il coquelicot, come il verso del gallo dalla cresta rossa.

Poi naturalmente c’è la questione di Bagnoli, le indagini, il sequestro delle aree, la brutta storia di una bonifica truffaldina che addirittura avrebbe peggiorato le cose.

Cosa dire? Quando arriva la magistratura il danno è già fatto, la distruzione dolorosa di tempo, risorse, fiducia e prospettiva è oramai irreversibile.

L’errore è quello di considerare le grandi bonifiche come operazioni meramente tecniche, di competenza di specialisti, esperti di cose troppo complicate da spiegare ai cittadini comuni.

Nei paesi civili, invece, le grandi bonifiche industriali sono operazioni all’insegna del pragmatismo, della sobrietà, con un forte controllo politico e partecipazione sociale. Gli obiettivi, le tecniche e i tempi sono chiaramente definiti, le risorse sono quelle strettamente necessarie, i controlli periodici estremamente efficienti.

Qui per più di due lustri abbiamo delegato la gestione esclusiva delle operazioni ad un ente strumentale – la società di trasformazione urbana –  che ha operato in solitudine, senza rapportare periodicamente alla città e ai suoi amministratori, senza spiegare niente, spendendo per di più una barca di soldi. Come se la bonifica non fosse parte del progetto urbanistico complessivo, ma un affare a sé stante.

Ad ogni modo, io penso che la responsabilità politica prevalga su quella dei tecnici infedeli.

In questioni come queste, lo si voglia o no, sono il sindaco, la giunta, il consiglio a dover sovrintendere alle operazioni, esercitando il diritto/dovere di controllo, ma anche di impulso, mettendo in gioco tutto il capitale politico e istituzionale disponibile, nei confronti dei livelli di governo superiori: regione, stato, commissione europea.

Non ci sono scorciatoie. Anche oggi, quando siamo al punto più basso, resta questa la strada da intraprendere, aprendo un dialogo trasparente con la città, definendo rapidamente un nuovo programma, un modo di procedere.

Con la speranza che la lezione sia stata appresa per sempre, che i margini residui di credibilità siano ancora sufficienti.

Alta infedeltà

L’istituzione a Chiaia della zona a traffico limitato, che ha scatenato proteste che non si vedevano da più di trent’anni in città, non funziona per molteplici ragioni, di contesto ma anche di merito.

I provvedimenti si calano infatti in una città già in agonia a causa di una triplice crisi.

Crisi economica innanzitutto, con le attività commerciali in ginocchio e i negozi di quartiere che chiudono.

Crisi del trasporto pubblico, con le società partecipate in dissesto, che non riescono più a garantire un decente livello di servizio.

Crisi del sistema di manutenzione della città, con il corpo fisico dell’urbs che cade a pezzi: le buche stradali e i palazzi che crollano sulla riviera sono aspetti differenti di uno stesso problema.

Poi ci sono gli aspetti di merito. Le pedonalizzazioni erano già previste dal Piano della rete stradale primaria, approvato dal comune tredici anni fa, ma lì erano inserite in una strategia generale. Che prevedeva di qualificare la rete stradale primaria, la rete di strade a maggiore capacità in grado di connettere le diverse parti della città, garantendo una mobilità quanto più possibile non veloce, ma fluida. E di pedonalizzare gradualmente la viabilità di quartiere di rango inferiore, nelle insule delimitate dalla viabilità primaria. Si assicurava così nel contempo lo spazio di vita per la gente, e un sistema circolatorio efficiente.

Le pedonalizzazioni di de Magistris occludono come emboli l’organismo della città, con gli effetti che i napoletani sperimentano in questi mesi difficili.

Brutta bestia il nuovismo, l’incapacità di sceverare, di apprezzare quanto di buono c’è nel lavoro di chi ci ha preceduto, magari migliorandolo, facendolo progredire, forti di una maggiore esperienza.

Siamo una comunità fragile, che riparte sempre da zero, senza storia e memoria, è un brutto guaio.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 13 aprile 2013 col titolo “Le pedonalizzazioni sbagliate”.

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