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San Salvatore 5 p

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 31maggio 2017

Dalla vetrata del living, al piano alto della cantina “San Salvatore 1988”, i rilievi del Soprano e del Vesole ti appaiono davvero come i più bei monti della Campania, le “piccole Dolomiti”, in faccia al mare, con le rocce bianche, il verde cupo della macchia, quello ceruleo degli oliveti al piede dei versanti. Mentre ammiro il paesaggio, sul divano comodo color lampone, anche lo strepitoso jazz del Brubeck Quartet, filtrato da valvole incandescenti, mi arriva avvolgente come non mai.

I monti che ho davanti sono ecosistemi particolari: qui il clima appenninico, più fresco, e quello mediterraneo si incontrano, e sul Vesole, a mille metri di quota, puoi trovare la faggeta e la lecceta, le foreste tipiche delle due fasce climatiche, fronteggiarsi ai lati opposti della stessa strada. Ma non è solo questione di vegetazione, naturalmente. Sono venuto a Capaccio per conoscere la storia di una delle nostre aziende vitivinicole più innovative, nata solo da un decennio, ma già premiata dal presidente Mattarella con la medaglia CanGrande, il riconoscimento che dal 1973 si assegna ai grandi interpreti del vino in Italia.

Di queste cose ragiono con Peppino Pagano, che l’azienda San Salvatore ha fondato nel 2005. Peppino è di figura imponente, ha una comunicativa appassionata, e una storia imprenditoriale importante nel settore turistico, a Paestum ha creato realtà alberghiere di punta, ma la cosa che ci tiene subito a precisare è che tutto, comunque, ha avuto inizio tra le vigne, all’ombra del Vesuvio.

Suo papà produceva vino a Boscoreale, un’attività di famiglia che durava dall’800, allora le pendici del vulcano erano tutto un ricamo di uva catalanesca, poi si trasferisce a Capaccio, paese d’origine della moglie, dove nel 1964 costruisce la cantina, che funzionerà fino a quando un malanno di cuore lo costringe a lasciare. Così dall’età di nove anni, fino ai diciannove, Peppino aiuta il padre: ogni giorno, la mattina prima di scuola, e la sera dopo cena, passa in cantina a rigirare il mosto nei grandi tini, in quella che, ricorda, “è stata la mia palestra”.

Chiusa la cantina, la famiglia Pagano decide di investire nell’attività più promettente in prospettiva, il turismo, nel ’78 rileva l’antica pensione Schumann, sulle dune di Paestum dove cresce il giglio di mare, una trentina di camere in tutto, gestita e frequentata da tedeschi, che qui soggiornavano da aprile a tutt’ottobre. E’ un passaggio importante della storia, perché con la clientela d’oltralpe Peppino ingaggia una sfida: vuole dimostrare, giorno dopo giorno, che anche col passaggio alla proprietà italiana la qualità del servizio non sarebbe calata, in precisione, affidabilità, onestà (“Di etica d’impresa non si parlava ancora”, osserva).

Ai suoi ospiti tedeschi Peppino ruberà un modo di dire, che diventerà la sua filosofia: “Tante piccole, sottili differenze fanno la differenza”. Quello che Peppino ha compreso, in anticipo sulla Toyota, è che in un processo produttivo, se tu riesci a controllare ognuno dei mille passaggi, e a inserire un pur minimo miglioramento in ciascuno di essi, alla fine quello che ottieni è un progresso qualitativo rilevante, decisivo. E’ con questa filosofia che, dopo la Schumann, Peppino fa a nascere a Paestum i nuovi resort, il Savoy Beach e l’Esplanade.

Poi, nel 2003, la svolta, un viaggio di lavoro in Toscana a comprar vino per i suoi ristoranti, Peppino visita le tenute e i vigneti della Ruffino, nei paesaggi mozzafiato delle colline fiorentine e del Chianti, e lì accade qualcosa, una specie di sindrome di Stendhal, la bellezza dei luoghi e la suggestione della storia gli procurano quasi un mancamento, c’e senza dubbio anche il passato che irrompe, e quel ragazzo che gira il mosto prima di andare a scuola, lo smarrimento dura una mezza giornata, al ritorno a Capaccio la vertigine si è già trasformata in progetto.

Nasce l’idea della San Salvatore, e qui ritornano le “tante piccole e sottili differenze”, il controllo sull’intera catena produttiva, perché Peppino intende iniziare dalla vigna: nelle sue visite ai vigneti storici di Toscana ha misurato a passi la distanza tra i ceppi, vuole riprodurne qui, in Cilento, la bellezza e la razionalità, cominciando da zero, dalla terra nuda, ma il mercato fondiario è spezzettato, trovare le estensioni necessarie non è facile, lui ci riesce, a Capaccio e Giungano, sui suoli fertili ai piedi del Monte Sottano; e su quelli difficili, estremi del Cilento interno, a Stio,  che è quasi montagna, tra i cinque e i settecento metri di quota.

Alla fine sono circa 110 ettari, ed inizia l’impianto dei vigneti, ma prima è necessario spietrare e sistemare i terreni. Per colmare l’attesa, fino all’entrata in produzione delle vigne, Peppino mette su un allevamento bufalino, con 450 capi. In questo modo con gli introiti del latte può finanziare gli investimenti nel vigneto, e con il letame maturo dei bufali creare fertilità, rifornire di humus prezioso i suoli delle nuove vigne, che lui intende condurre con metodo rigorosamente biologico.

A questo punto c’è bisogno dell’enologo, e lui convince Riccardo Cotarella, tra i massimi esperti italiani, a seguirlo nell’avventura, la gamma dei vitigni che l’azienda alleverà è quella della prestigiosa tradizione campana: l’aglianico, la falanghina, il fiano, il greco, ed in questo Peppino prosegue il lavoro iniziato vent’anni prima da pionieri come De Conciliis e Maffini, l’idea rivelatasi vincente che gli ecosistemi strepitosi del Cilento, tra la montagna e il mare, sono per questi vitigni millenari un mondo tutto nuovo, nel quale possono esprimersi con modalità sorprendenti, ancora tutte da scoprire.

Poi c’è la cantina, realizzata nell’area industriale di Capaccio, negli interni ha la modernità e l’eleganza dei luoghi di lavoro olivettiani, non c’è compiacimento, tutto è sobrio, funzionale, pulito, profondamente umano. Con l’Università della Tuscia, San Salvatore ha messo a punto tecnologie di vinificazione in atmosfera controllata, per tenere a bada l’ossigeno, così i componenti preziosi del vino non si ossidano, ed è possibile ridurre al minimo i solfiti, fino a ridurli del tutto.

Nel 2011 la prima vendemmia e l’imbottigliamento, il resto è storia nota, di successi, premi riconoscimenti, le piccole sottili differenze alla fine hanno funzionato. L’aglianico di punta dell’azienda, Peppino l’ha intitolato ad un suo grande amico, un ragazzo di centosette anni che si chiama Gillo Dorfles, lo studioso più acuto ed onesto che l’Italia abbia avuto della sua irrisolta contemporaneità, e Gillo ha ripreso pennelli e colori, ha ideato le etichette, con quei disegni d’arte concreta, che continuano ad essere esercizio libero d’autenticità e intelligenza.

Peppino sorride, si sorprende ora di come, nonostante le cose importanti fatte nel turismo, solo con il vino sia giunto il pieno riconoscimento; quel vino che lui ritiene essere il più importante ambasciatore delle nostre terre che, mi dice, “sono avare solo con chi non le ascolta.”

Per queste terre dobbiamo continuare a lavorare. “Alla fine della nostra esperienza torniamo al luogo dove siamo partiti, ed è triste trovarlo impoverito di attività, imprese, energie. L’imprenditore deve migliorare il proprio territorio, e i proventi non servono a comprare barche ma a far crescere le aziende; non possiamo – le famiglie, lo Stato –  continuare a sacrificarci per formare i nostri ragazzi, e poi consegnarli alle multinazionali, che stanno desertificando d’intelligenza il sud dell’Italia, e questo nostro Cilento.”

In etichetta, il logo dell’azienda è un bufalo stilizzato, assieme a un motto singolare: “Ho visto un bufalo tra le vigne ed ho bevuto vino. Ho visto un bufalo tra le vigne e lui ha visto me”. Gli chiedo di spiegarmelo, è una specie di mito di fondazione, di intonazione zen: “Quando ancora stavamo impiantando i vigneti della San Salvatore, successe che un bufalo maschio scappò dalla stalla, rifugiandosi tra i filari, il fattore lo raggiunse, si guardarono negli occhi, alla fine l’immenso animale non attaccò, si fece pacificamente riprendere.”

Insomma, se ho capito il senso, noi guardiamo e coltiviamo il mondo, ma il mondo non smette di guardarci e di lavorare su di noi, ed è vero che alla fine non possediamo proprio niente, resta il tesoro di relazioni, passioni, tutte le cose che lungo il cammino abbiamo faticosamente appreso.

Giampaolo Visetti, Repubblica 11 febbraio 2017

capodimonte3

Prima delle città, c’erano i prati. Le case, le strade e infine le fabbriche hanno spinto lontano il vuoto del mondo. Aveva un valore: è stato acquistato e cancellato. Il suo bisogno però è rimasto. Così il prato, fatto di erba spontanea e di fiori casuali, sta tornando al suo posto: al centro della città che l’aveva allontanato. Le metropoli straniere hanno ripreso a considerare essenziali le distese verdi tra i grattacieli e le tangenziali. Se non ci sono, la gente non riesce a vivere. In Italia, il ritorno dei prati tra di noi è il caso urbanistico del momento. La crisi dell’economia innesca drammi, ma anche qualche prodigio. Il prato collettivo non è un giardino pubblico. Se ne occupa la natura, che grazie all’erba comincia discretamente a rifarsi vedere fuori dalla finestra. Nei nuovi prati di città le persone giorno e notte possono fare ciò che vogliono: anche sentirsi un’altra volta libere.

A Città del Messico hanno richiamato in servizio il primo prato metropolitano per una necessità di ordine sociale. Gli scrivani, inghiottiti dallo smog, non stendevano più le lettere d’amore che gli immigrati ogni settimana spedivano a casa assieme ai soldi. A rubare loro il lavoro non erano skype e cellulare. I sociologi hanno scoperto che, senza un prato vicino, gli abitanti della città più popolata del pianeta non s’innamoravano più. Erano depressi e anche la loro resa economica soffriva. È bastato un grande prato incolto a rimettere le cose a posto: le rapine sono calate, assieme a scioperi e proteste. Anche in Italia e nel resto dell’Europa i prati si riprendono il cuore delle città per ragioni cruciali. La prima è che nascono sempre meno bambini. Non ci sono luoghi dove le persone possono stare gratis, avvistarsi e parlare con calma. Nei vecchi parchi pubblici ancora si intima di «non calpestare le aiole». Nei nuovi prati collettivi si chiede «per piacere, camminate nell’erba». I giardini ereditati dall’Ottocento servivano per ammirare il potere. I prati del Duemila tornano per riconciliare.

«Siamo stati soli abbastanza — dice Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton di Treviso — e abbiamo compreso che nemmeno spendere guarisce. Una società per restare insieme ha bisogno prima di tutto di conoscersi. I prati tornano in mezzo a noi perché sono la vita che avevamo dimenticato ». Dove già crescono, sono l’epicentro della comunità. Le persone ci vanno per giocare, camminare, dormire, parlare, mangiare. Si può leggere e pensare, darsi un appuntamento e fare sport, guardarsi attorno soli ma tra gli altri, senza imbarazzo. Si organizzano fiere, feste, mostre, mercati contadini, laboratori artigiani, concerti e flash-mob. I bambini, i giovani, gli adulti e i vecchi si mescolano senza vergogna.

Ad Amsterdam e Parigi, Barcellona e Berlino, Londra e Copenaghen, i nuovi prati di città rendono bene. Stanno riconquistando le aree industriali abbandonate, i vecchi aeroporti, i dismessi quartieri operai, le centrali a carbone spente, i porti chiusi dal mare senza pesce. Le case, spiegano gli immobiliaristi, si restringono. Si vive soli e fuori. Se però l’erba ti arriva fino allo zerbino, anche in pieno centro, il monolocale ha un mercato. Nell’ultimo mezzo secolo contavano i servizi: i negozi, i mezzi pubblici, i parcheggi e i cassonetti per le cose buttate. Fuggiti dalla campagna non volevamo più polvere, disordine, odore. Adesso è il tempo delle opportunità: uscire in bici, prendere il sole, lasciare libero il cane, raccogliere fiori spontanei per la tavola, lavarsi alla fontana e lavorare a distanza. «Nessuna nostalgia — dice Tamaro — l’epoca dei fori boari, delle parate militari e del mercato delle vacche è conclusa. I nuovi prati urbani offrono il wi-fi e hanno funzioni contemporanee. Costano poco, sono veloci, se ne occupano i residenti. Sono una risposta anche all’accoglienza: chi fugge da guerra e povertà ha solo una sim che lo collega con le radici tagliate».

Nel 2016 per la prima volta nelle città italiane sono stati inaugurati più prati collettivi che centri commerciali. I più grandi sono a Torino, Milano, Bergamo, Firenze, Roma, Mestre, L’Aquila, Vicenza, Pisa. Decine sono in costruzione, o in discussione. «Lo spazio vuoto e non strutturato — dice l’architetto del paesaggio Luigi Latini, docente a Venezia — fa bene, ma incute paura. Rende liberi, ma impone la responsabilità della partecipazione, mette in crisi l’egoismo. È una pausa: se pensiamo a ciò che sono diventati la democrazia e il capitalismo, ci vuole coraggio per affrontarli ».

A Treviso urbanisti, architetti, sociologi, economisti, storici e agronomi di tutto il mondo si confronteranno sui «nuovi prati urbani comuni» il 16 e il 17 febbraio. La città sta pensando di consegnare all’erba l’antico Prato della Fiera, abbandonato alle automobili. La prospettiva, nella società post-industriale, si rovescia: asfalto, cemento e vetrine valgono finanziariamente meno di erba, fiori e farfalle, o non possono farne a meno. «Il prato dentro la città — dice Simonetta Zanon, botanica e paesaggista — non è più un’estetica questione ecologista. Ha un impatto sociale, politico ed economico. I Comuni non devono più stabilire quanti centimetri debba essere alta l’erba di un green artificiale, stile golf, subìto per coprire le speculazioni edilizie. La verità è che se le città non si lasciano riconquistare dai prati naturali e dalla terra, vengono abbandonate dalla gente».

Entro il 2030, il 70% dell’umanità vivrà in città e metropoli. L’urbanizzazione globale è l’ultimo grande affare che può sostenere la crescita. Per evitare che chi fugge la marginalità si consegni alla solitudine, torneranno i prati. «Non ci sono alternative — sostiene Elisa Tomat, antesignana delle praterie di città e progettista a Udine — per sopravvivere dobbiamo riportare sotto casa la complessità della tessitura erbosa». Nel Novecento, Ermanno Olmi ce lo insegna, i prati hanno coperto i caduti delle guerre, più resistenti dell’odio. Adesso spetta ancora a loro riparare le ferite dei conflitti successivi, aperte nelle vittime dei bond. Tocca ancora a un prato essere una speranza. Ci si va per giocare, camminare, dormire, parlare, mangiare “Così questi luoghi ci restituiscono la vita che avevamo dimenticato”

Pantano-blues

Il reportage di Riccardo Rosa e Luca Rossomando, a Benevento, venti giorni dopo.

Da Napolimonitor.it, disegno di Giovanni Colaneri

Antonio di Gennaro, 27 marzo 2015

Il nome, Xylella, suona come quello di una fanciulla esotica, invece è quello del batterio killer che sta sterminando gli olivi in Terra d’Otranto, lo sperone d’Italia, mettendo a serio rischio la coltura millenaria dell’albero, in Italia e nel bacino del Mediterraneo. Il batterio si insinua nei vasi che trasmettono la linfa grezza dalle radici alle foglie, li ingromma e li ostruisce col suo catarro, le piante secolari intristiscono, e velocemente disseccano e muoiono. Il temibile focolaio pugliese interessa le province di Lecce e Brindisi, l’umile Italia di Virgilio, in un’area grande suppergiù centomila ettari, poco meno della provincia di Napoli. L’emergenza è di scala continentale, c’è già un commissario straordinario nominato dal governo, mentre l’Unione europea ha prodotto un allarmato rapporto con le misure straordinarie per bloccare l’infezione.

Il fatto è che è impossibile attaccare direttamente il batterio, protetto com’è all’interno dei tessuti della pianta, ed allora è necessario combattere il suo vettore, l’insetto che lo trasporta, un’inerme cicalina grande pochi millimetri, che vive nell’erba, e si protegge all’interno di una nuvola di schiuma che lei stessa produce, che sembra un grumo di bava, da cui il nome volgare di “sputacchina”. L’insettino si nutre della linfa delle piante, succhiandola direttamente col suo stiletto dai tubicini microscopici che la trasportano. Quando l’erba secca, la cicalina passa ad attaccare i germogli d’olivo. Così facendo, il batterio è trasportato da un albero all’altro, e l’infezione si propaga.

La soluzione proposta dall’Unione europa è ora quella di creare con urgenza una fascia sanitaria di eradicazione, intorno al focolaio di infezione, larga almeno quindici chilometri, una cosa epocale, mai vista, nella quale le piante malate devono essere rapidamente distrutte, la cicalina combattuta coi pesticidi, le erbe che la ospitano disseccate coi diserbanti, e interrate con fresature continue. L’esito di queste misure rimane incerto, perchè il minuscolo insetto può essere inconsapevolmente trasportato da uomini, animali, autoveicoli.

Dove passa la Xylella, l’olivo scompare, non può più essere coltivato, ed allora proviamo ad immaginare le nostre campagne senza olivi. Non è possibile, perchè il paesaggio mediterraneo è stato costruito intorno all’olivo, che con la vite e il grano compone la “triade mediterranea”, la base della sussistenza umana da tre millenni a questa parte, nonchè il nucleo essenziale della dieta mediterranea, oggi celebrata dall’Unesco come “patrimonio immateriale dell’umanità”.

Del resto, l’olivo stesso è un’invenzione, un prodotto della tecnica, dell’intelligenza, nel senso che il suo progenitore naturale è un cespuglio impervio della macchia mediterranea, ed è stato l’agricoltore mediterraneo tremila anni fa a volerlo pensare come albero, allevandolo con appropriate metodologie, che il mito vuole siano state trasmesse agli uomini da Pallade Atena in persona, la dea della pace e del buon governo.

Insomma, c’è preoccupazione. Già l’annata 2014 era andata male, causa l’andamento metereologico sfavorevole, e l’olio extravergine nazionale è sufficiente a soddisfare i consumi interni non oltre il mese di giugno. Poco olio, ed ora rischiamo addirittura di perdere gli olivi. Una cosa inimmaginabile. Dobbiamo augurarci che il programma straordinario di intervento abbia successo. Iniziando a riflettere sul fatto che i magnifici oliveti della Penisola, del Cilento, della collina interna, del Roccamonfina, non sono alla fine una presenza scontata, non ci sono dati per sempre, una ragione in più per amarli e proteggerli.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 1 aprile 2015 con il titolo “Quella “sputacchina” rischia di cambiare il paesaggio mediterraneo”