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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 16 luglio 2018

Visto da qui il tratturo è una striscia verde d’erba che si srotola tra i campi, sembrerebbe il segno più tenue nel paesaggio, e invece è il più tenace, c’era già duemilacinquecento anni fa, prima che iniziasse la costruzione dell’Appia antica. Davanti compare Zungoli, nel vento della sua collina, tutt’intorno si stende il mare di argille ondulate, dall’Alta Irpinia all’Ufita al Fortore, le terre estreme della Campania, quelle più povere d’uomini. In queste aree la densità demografica tocca i minimi – 53 persone per chilometro quadrato, la media regionale è 426, nella fascia costiera sono più di 2.600 – che è come se gli abitanti di Chiaia–Posillipo si distribuissero, da soli, in un’area grande una volta e mezzo la provincia di Napoli. La demografia è un bollettino di guerra, nell’ultimo cinquantennio l’Alta Irpinia ha perso il 43% degli abitanti, l’Ufita addirittura il 46, il Fortore il 34; alla fine, 66.000 persone sono andate via, ed è una tendenza inarrestabile, che non conosce pause.

Proprio accanto al regio tratturo, a Zungoli, è la sede della cooperativa La Molara, l’ha fondata Genesio De Feo nel 1971, lo incontro col figlio Enzo nel piccolo ufficio ordinato dove c’è l’amministrazione. Dall’inizio Genesio ha creduto che in queste terre belle e difficili l’unica strategia è tessere reti solidali d’uomini. Così ha riunito i piccoli allevatori – 20 vacche e dieci ettari di terra ciascuno – e ha riscoperto e valorizzato il caciocavallo di podolica, che è tra i formaggi più buoni al mondo. In tutto questo tempo, pure in un mercato del latte spietato con i piccoli, il prezzo ai soci è stato garantito, e ogni litro è stato pagato. La cooperativa affina e stagiona i caciocavalli nelle grotte di tufo, e c’è pure un caseificio, che lavora solo il latte delle podoliche al pascolo, 15-20 quintali di latte al giorno, non di più, perché il ritmo di questo ecosistema antico non lo devi stravolgere né superare.

Ma il vento continua a soffiare, ora parla Enzo: “Avevamo quattrocento soci, ora sono 250, ce la mettiamo tutta ma comunque ci sono stalle che chiudono. La normativa di produzione è uguale per tutti, i grandi allevamenti di pianura e quelli piccoli di montagna, come noi, che lavoriamo in condizioni estreme. Quando la cooperativa partecipa a un bando di finanziamento deve concorrere con gruppi agro-industriali che hanno altra forza, fatturato, capacità tecnica e finanziaria. Non capiscono che vivere e produrre qui è una prova continua di resistenza. Dovrebbero proteggerci. Puntare sulle aziende agricole anche per la manutenzione del territorio, che non c’è più: la multifunzionalità è anche questo, un lavoro di presidio, estate e inverno, nell’interesse dell’intera collettività, per tenere queste terre vive”.

Chiedo a Enzo come mai, nonostante lo spopolamento drammatico, l’abbandono agricolo sia ancora limitato: il paesaggio davanti a noi è un salotto, un mosaico continuo di prati, grano e olivo, e ogni metro è coltivato, non c’è insomma come in Cilento il bosco nuovo che avanza, nel medioevo ancora poco compreso della post-modernità. “C’è un legame profondo con la terra, l’impegno preso con i padri che l’hanno trasmessa, al di là delle convenienze e dell’economia. Ogni altra scelta suonerebbe come diserzione, tradimento”.

Da Zungoli risaliamo a nord, verso il Fortore. A Buonalbergo la piazza è aggraziata col tiglio verde e la pavimentazione di pietra calcarea, bianca e pulita, il bar, la piccola chiesa è spalancata; la ragazza che mi indica la strada, poi la signora con la spesa che incrocio sulle scale, salutano per prime, con garbo. In piazza trovo Giuseppe Leone, che qui è nato, ha insegnato a Napoli all’Accademia di Belle Arti, ora è tornato, e a Buonalbergo, nel palazzo Angelini affacciato sulla vallata, con lavoro titanico ha allestito, senza un euro di finanziamento, il Palazzetto delle Arti, con il Madre il più bel museo d’arte contemporanea della Campania, visitatelo per credere.

Percorriamo le stanze sobrie ed eleganti, le prime opere d’arte sono le finestre, con scorci mozzafiato sul paesaggio immenso che spazia fino ai Lattari, ma tutti i pezzi esposti sono di grande bellezza, parlano al cuore e al cervello, è un luogo di scoperta e ricerca, dove ti senti vivo. C’è una serie di opere dal titolo “Guardando ad Occidente”, sono di giovani artisti asiatici che si confrontano e dialogano coi capisaldi della nostra cultura, reinterpretando ad esempio Modigliani, come Van Gogh aveva fatto con le stampe giapponesi.  “Il Fortore ha bisogno della cultura per affermarsi, qui l’arte può aiutare a creare lavoro e sviluppo”. Ora Giuseppe sta organizzando un albergo diffuso per ospitare artisti dall’Italia e dall’estero, vuole fare del palazzetto un laboratorio permanente di scambi internazionali, c’è già una convenzione con l’Accademia di Belle Arti.

Su un grande muro bianco del centro storico, su un terrapieno panoramico che lo vedi da tutta la valle, Leone ha chiesto al suo allievo ora celebre, Jorit, l’artista dei murales di Maradona San Gennaro e Hamsik a Napoli, di realizzare qui una sua opera con i volti enormi di Alberada di Buonalbergo, la moglie ripudiata di Roberto il Guiscardo, e di suo figlio Boemondo, cavaliere alla prima crociata. I modelli sono ragazzi del paese, Jorit ha lavorato qui quindici giorni, col viso avvolto nel fazzoletto, il risultato è bellissimo, di grande suggestione: “Jorit è l’artista delle periferie del mondo, abbiamo pensato che il Fortore è periferia della periferia, luogo di scarto rispetto alle aree forti del paese. Invece è da posti come questo che può venire il riscatto”.

Nel frattempo mi ha raggiunto Nicola De Leonardis, è il direttore della cooperativa di allevatori di marchigiana di San Giorgio La Molara, un’altra delle straordinarie infrastrutture economiche e sociali, nate da sole, dal basso, che cercano di tenere vivo il Fortore. Del grande lavoro della cooperativa abbiamo già parlato in un articolo precedente: gli agricoltori di San Giorgio hanno riconvertito gli utili del tabacco per avviare una filiera zootecnica di alta qualità, con aziende sane, che hanno terra per produrre i loro foraggi, la bistecca ha lo stesso marchio di qualità della chianina, e sai davvero cosa mangi.

“La cosa che abbiamo dimenticato” mi dice Nicola “è che vivere in montagna costa di più, fare arrivare in ciascuno di questi borghi i prodotti di consumo e i combustibili, per queste strade maledette che salgono e scendono, una curva dietro l’altra, il fondo infido, deformato dai movimenti continui del versante, che nessuno più aggiusta, il riscaldamento delle case, l’ADSL che non funziona, insomma qui la vita costa un terzo in più. Prima c’erano le leggi sulla montagna, un regime permanente di agevolazioni per compensare questi svantaggi strutturali. Ora niente. Certo, posso prendere la Fortorina e andare per la spesa nei supermarket di Benevento, così poi i negozi e i servizi di paese chiudono uno a uno, e i borghi si spengono.”

Con Nicola arriviamo a San Marco dei Cavoti, ci aspetta il sindaco, Gianni Rossi, è medico, ha fatto ambulatorio tutta la mattina, andiamo insieme a mangiare qualcosa. Gli dico che San Marco in fondo è uno dei comuni che resiste meglio, il calo demografico à “solo” del 24%, lui scuote la testa: “Nel 2017 i numeri sono questi: 65 decessi, 16 nascite, una trentina di giovani cambieranno residenza perché hanno trovato lavoro fuori.” Gli chiedo cosa può fare un sindaco come lui per contrastare il declino. “Che vuole che le dica. Nel 2012, per salvare i conti pubblici, il trasferimento dallo Stato centrale si è dimezzato, da un milione e due a seicentomila euro, e quelli sono rimasti. Posso a stento fare le cose essenziali, ma i soldi per la manutenzione delle strade, ad esempio, non ci sono proprio più. Bisogna integrare, e ci sarebbe l’eolico, qui il vento non manca, ma il comune la convenzione l’ha fatta più di vent’anni fa, non c’era consapevolezza, al territorio restano le briciole, una settantina di migliaia di euro l’anno, i comuni che sono arrivati dopo prendono dieci volte di più. Almeno potessi installare una pala nell’area industriale e poter dire alle aziende che l’energia gliela pago io, ma non si può fare”. Già, l’area PIP, una sventagliata di milioni per realizzare aree industriali in ogni comune, naturalmente sono mezze vuote, quando ce ne voleva magari una sola, intercomunale, ben agganciata alla Fortorina.

“Certo c’è il distretto dolciario, è un’eccellenza di San Marco, fino a quindici anni fa c’era anche il tessile, una quindicina di aziende che lavorava per le grandi case del lusso, ora è tutto delocalizzato fuori d’Italia”. Il suo cruccio ora sono le scuole, a San Marco ci sono due istituti superiori di buona tradizione, il classico e ragioneria, prima ogni anno si formavano due nuove classi di una trentina di ragazzi da tutti i paesi vicini, ora le iscrizioni si sono quasi dimezzate, e anche il bonus per i trasporti della Regione paradossalmente non ha aiutato perché, mi spiega il sindaco “è più facile beneficiarne impiegando le linee maggiori che portano a Benevento, le famiglie così risparmiano anche mille euro l’anno a ragazzo, l’abbiamo fatto presente, contiamo che a questa distorsione si trovi rimedio.”

La discussione continua sul corso bello di San Marco, le facciate colorate, i portali e le cornici in pietra, tutto curato, tutto pulito, fino al negozio storico di Borrillo, qui il tempo si è proprio fermato, insegna vetrine arredi sono quelli originali fin de siècle del 1891, come li realizzò il Cavalier Innocenzo, classe 1871. “Da ragazzo il nonno aveva lavorato a Napoli da Caflish in Via Toledo. Era innamorato della città, una volta impegnò l’orologio per una prima del San Carlo. Si fece le ossa, poi  tornò a San Marco per aprire il primo laboratorio artigianale, e s’inventò i piccoli torroni baci ricoperti di cioccolato.” Col nipote Innocenzo sediamo ai tavolinetti, nel frattempo arriva una cassatina profumata, la glassa di mandorle siciliane, ma la ricotta finissima è quella del Fortore. Gli chiedo cosa significa per loro, che ora vendono in tutto il mondo, rimanere qui tra le colline, lui sorride come a dire: è la nostra identità, non potremmo lavorare altrove; però poi gira le fiere internazionali per tenere il passo con l’innovazione, i ragazzi fanno l’università a Napoli, il torroncino sta costruendo il suo futuro e l’intuizione di nonno Innocenzo comunque è germogliata, ora sono nove le aziende dolciarie di San Marco, un minuscolo distretto di altissima qualità.

Seduto qui, al centro del Fortore, penso che Rossi-Doria nella sua relazione sul terremoto dell’’80 aveva proprio ragione, queste sono terre di altissima civiltà. Nel titolo c’era scritto “situazione, problemi e prospettive”, parole di un tempo – ma stava già finendo – in cui si ragionava ancora come se ci fosse comunque un orizzonte per migliorare le condizioni del vivere comune.

Se solo per un attimo silenziamo i cinguettii dei social, possiamo ancora ascoltare le richieste ragionevoli, basiche di questi territori: lavoro, scuole, mobilità. Qui non si tratta di Cilento o Fortore, è l’80% dell’Italia che lo chiede, le parti dello stivale che nella fotografia notturna della NASA appaiono più in ombra, mentre le aree metropolitane sfavillano. Agganciate alle supply chain internazionali loro in qualche modo ce la faranno. Ma è qui, in queste colline piene di vento che lo Stato è chiamato a fare il suo mestiere, a ritrovare una ragione d’essere, altro che le favole sul sovranismo: nell’Italia di oggi, come ieri nella Tebe di Edipo “a niente vale una torre né una nave – né un paesaggio, è il caso di dire –  vuoti di uomini che in essi vivano insieme.”

I link agli articoli sul sito web di Repubblica

L’articolo sul Cilento

L’articolo su Alta Irpinia e Fortore

 

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 9 luglio 2018 

Un viaggio nella Campania che non vuole spegnere le luci, i trecento piccoli comuni della cintura appenninica che lottano per sopravvivere, in questo inverno della demografia che l’ISTAT prevede per il Mezzogiorno nel prossimo quarantennio, con la perdita di tre milioni e mezzo di abitanti, il 25% in meno, e la popolazione del Sud Italia che passerebbe così dal 34 al 29% di quella nazionale. Un declino legato al crollo delle nascite – in questa che pure era la terra più giovane d’Italia – e all’emigrazione economica, come la chiamano ora, che è ripresa con forza: 700.000 persone nell’ultimo quindicennio hanno lasciato il Sud, per tre quarti sono giovani tra i 15 e i 34 anni, spesso i più preparati e motivati.

E’ evidente che il “depauperamento del capitale umano”, come lo chiama ISTAT, non colpisce allo stesso modo le due Campanie: la metropoli costiera da Capua a Battipaglia, dove vive assiepato, sul 15% appena del territorio, il 75% della popolazione regionale, e nella quale comunque si produce un quarto del PIL dell’intero Mezzogiorno. E la Campania fragile dell’Appennino, l’orizzonte rarefatto di colline, altopiani e montagne, dal Matese al Cervati, la “regione di antica e solida civiltà”, come ricordava Manlio Rossi-Doria, punteggiata di piccoli centri, per i quali lo spopolamento non è una minaccia futura, ma una condizione esistenziale già a lungo sperimentata.

Per capire qualcosa di questa Spoon River appenninica la prima tappa è in Cilento, dove i tre quarti del territorio, 75 comuni su 98, sono in fase di spopolamento. Dal 1961 il calo medio è del 30%: cinquantasettemila persone sono andate via da questi paesi, 51 dei quali hanno ora meno di duemila abitanti. Una legge spietata dice che il calo demografico è più alto proprio nei comuni più piccoli, in una spirale che si autoalimenta. In minuscole realtà con meno di 500 abitanti, come Valle dell’Angelo, Sacco, Sant’Angelo a Fasanella, il crollo è del 70-80%.

Di queste cose parlo con l’urbanista-contadino Fabrizio Mangoni. Fabrizio è da poco in pensione, è stato docente di urbanistica alla Federico II, qui in Cilento a San Mauro ha restaurato un casale, circondato da oliveti e alberi da frutto; assieme alla sua Caterina ha faticosamente rimesso le terre a coltura, tagliando a mano rovi e cespugli, col trattore si sarebbero distrutti i preziosi muretti storici di pietra arenaria.

Ora Fabrizio produce olio, ma non ha smesso con l’urbanistica, si è gettato anzi in una nuova impresa, il piano urbanistico di Pollica, che nascerà coordinato con quelli dei comuni vicini di S. Mauro e Serramezzana. “Molte delle riunioni di lavoro, e gli incontri con i cittadini, li facciamo ai tavolini del bar. La prima cosa che ho imparato lavorando qui è l’importanza del senso di comunità, di appartenenza, far circolare proposte e idee nella vita quotidiana del paese, ascoltare le persone, ragionare con loro, altrimenti è tutto inutile. La seconda cosa è che non ci sono scorciatoie, il turismo balneare da solo, concentrato in una quarantina di giorni, non è una risposta allo spopolamento e alla mancanza di lavoro, anzi aumenta gli squilibri. Tanto più che in questi luoghi incantati il capitale territoriale ha limiti fisici precisi, pensa solo alla capacità della stretta fascia di litorale di contenere bagnanti e automobili. Questi limiti non vanno superati, se non vogliamo creare, invece del turismo sostenibile, solo congestione e degrado”.

Poi c’è il calo demografico e l’invecchiamento, che colpiscono duro anche qui: la popolazione dei tre comuni si è dimezzata rispetto al 1961, ora gli abitanti sono 2.600 in tutto, ma c’è un intera fascia che manca, quella in età riproduttiva. Diradati gli uomini, l’agricoltura ha abbandonato gli antichi spazi, velocemente coperti da macchia mediterranea e boscaglia. “Alla fine” mi dice Fabrizio “è anche attraverso il recupero del paesaggio agrario storico che è un riequilibrio è possibile. Dispersi nel territorio, ci sono un centinaio di  magazzeni  – gli annessi rustici per la conservazione e la lavorazione dei prodotti – oramai in abbandono. L’idea è, anziché costruire villette inutili, di recuperare questo patrimonio tradizionale, legandone il riuso all’impegno di riprendere la coltivazione dei suoli. Ai nuovi abitanti chiediamo di aiutarci a curare lo spazio agricolo inselvatichito, di diventare i nuovi agricoltori multifunzionali, seguendo le indicazioni del nuovo piano urbanistico”.

Tutte queste cose Fabrizio le ha raccontate lo scorso mese di maggio nel suo intervento al Festival sullo spopolamento, che si è svolto a Ceraso, a una trentina di chilometri da Pollica, verso sud. L’idea del festival è dell’editrice Maria Liguori, con l’associazione “Festinalente”, il nome riprende l’ossimoro di Augusto e Cosimo de’ Medici: “affrettati lentamente”; insomma, sii risoluto, ma con cautela, un’indicazione buona anche per le politiche per il Mezzogiorno.

Ceraso è un comune di 2.400 abitanti, cinquant’anni fa erano mille in più. Quando dopo la crisi dei migranti dell’estate 2017 il ministro dell’interno Minniti chiese aiuto ai comuni, il sindaco Gennaro Maione fu tra i primi ad aderire allo SPRAR, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Così il paese ha accolto 4 famiglie cristiane siriane, 20 persone, subito inserite in un percorso integrato di accoglienza, dalla scuola, allo sport, fino all’avviamento al lavoro, nel corso di un triennio. “Domenica scorsa” racconta Maione “il parrocco ha battezzato due bambini siriani, c’è stata una festa, con la partecipazione di tutte e cinque le frazioni del paese”.

Lo sforzo della piccola comunità non può essere sottovalutato: in proporzione è come se Napoli avesse accolto 8.000 profughi in un colpo solo. “Certo” continua il sindaco “occorre misura, tener conto della reale capacità di accoglimento. Non è solo così che possiamo contrastare il declino demografico, ma è comunque un passo per la rivitalizzazione dei nostri paesi”. La scelta di Ceraso non è isolata, il Cilento sta funzionando come laboratorio di integrazione, se a San Mauro la coltivazione dell’olivo è salva grazie agli immigrati indiani del Punjab.

Il viaggio prosegue, ancora 50 chilometri a sud, fino a Morigerati, minuscolo borgo di 600 abitanti, erano il doppio cinquant’anni fa, tra i querceti scuri sulle gole del Bussento, dove c’è l’Oasi WWF, coi fiotti di acqua gelida tra le rocce che accarezzano il mulino secolare. Qui con i ragazzi del paese il sindaco Cono D’Elia ha organizzato un efficiente servizio di promozione, con il paese che è diventato un unico albergo diffuso, puoi prenotare on line un appartamento in centro storico, un casale nel verde o un agriturismo in un paesaggio mozzafiato da Medioevo. Attorno al borgo, tutta una rete di produzioni agricole di qualità, con Bruno de Conciliis che su 8 ettari di incolti, dati in concessione dal comune, produce ora un gran fiano che si chiama Invitta; e i 50 ettari che la cooperativa di agricoltura sociale “Terra di resilienza” coltiva a grani antichi, le sementi recuperate dopo lunghe ricerche, con la filiera che si chiude al ristorante, dove le trafile puoi gustarle sapientemente cucinate. “Tutte queste esperienze” mi dice D’Elia con orgoglio “le abbiamo raccontate a New York lo scorso mese di maggio, con l’Università di Fisciano, al Forum delle Nazioni Unite sullo sviluppo locale”.

Il viaggio sta per concludersi. Gli ultimi quindici chilometri, verso il Golfo azzurro di Policastro, sulle colline di Santa Marina, dove c’è uno degli ultimi istituti comprensivi della Campania, su un territorio sconfinato, gli 8 plessi sono distanti anche 40 chilometri, per andare dall’uno all’altro occorrono tre quarti d’ora per strade montane tutte curve. La dirigente Maria De Biase è sconfortata: la scuola elementare su in montagna, nella frazione “Fortino” di Casaletto Spartano, al confine con la Basilicata, il prossimo anno chiuderà, solo quattro bambini iscritti, fino a pochi anni fa erano una decina.

“E’ triste doverlo dire, ma per noi che lavoriamo in frontiera, qui in Appennino, le soglie dimensionali sono le stesse che per una scuola di città. Ora abbiamo 500 studenti, ma siamo pericolosamente vicini alla soglia dei 400, alla quale scatta l’obbligo di ulteriore accorpamento. L’offerta didattica che proponiamo ai bambini e ai loro genitori è tutta incentrata sull’ambiente, l’alimentazione e la civiltà locale, la conoscenza di questa terra può essere uno stimolo a rimanere, ma il personale è risicato, se l’unico bidello della sede di montagna si ammala la scuola non apre.”

“A realtà diverse politiche diverse”, non si stancava di ripetere Rossi-Doria, ma il Paese in questo momento proprio non comprende. Per mantenere una presenza dello Stato e dei servizi essenziali qui dove ce n’è più bisogno ed è più difficile vivere, occorre uno recupero di equità, intelligenza, lungimiranza. Sennò le buone pratiche che abbiamo raccontato, in questo laboratorio vivo di natura e cultura che è il Cilento, rischiano di non farcela, ed anche le politiche per le aree interne si rivelano per quello che sono: risarcimenti simbolici per deprivazioni territoriali che noi stessi contribuiamo a creare, inseguendo un’efficienza di facciata, mentre l’inverno dello spopolamento avanza.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 3 maggio 2018

Se un museo è una macchina del tempo, anche questi corridoi lo sono, dov’è la Direzione dell’Archeologico, qui l’orologio si è proprio fermato, le pareti chiare, le stampe e le cornici austere e lucidate in legno, è un pezzo d’Italia d’inizio ‘900, potrebbe essere un ministero o un liceo, c’è aria di Risorgimento, Cuore e “questa è una carezza del re”; l’aria di uno Stato che sembrava ancora forte, e invece stava per incrinarsi, sotto i colpi della Grande Guerra. Paolo Giulierini arriva che sono passate le sei del pomeriggio, la fatica della giornata sul volto, ha appena chiuso un consiglio di amministrazione del Parco archeologico dei Campi Flegrei, la sua nuova avventura, in contemporanea con la direzione del MANN, il Museo Archeologico Nazionale, che già gli sta dando importanti soddisfazioni.

Gli chiedo subito cosa cambia con l’istituzione del nuovo Parco archeologico dei Campi Flegrei, e lui si rianima, s’accende, la stanchezza scompare di colpo: “L’intuizione dei Ministero di affidare ad un’unica soprintendenza speciale, per intero, l’immenso patrimonio archeologico flegreo è un cambiamento di rotta epocale. Prima questi beni erano figli di un dio minore: nella programmazione dei fondi e degli interventi finivano sempre per prevalere le Soprintendenze forti, come Pompei e Ercolano. Con l’istituzione del Parco archeologico dei Campi Flegrei abbiamo finalmente, per la prima volta, la possibilità di immaginare una strategia unitaria di tutela e valorizzazione di un patrimonio che comprende venticinque siti di straordinaria importanza, a cominciare dai parchi archeologici di Cuma, Baia, Liternum; e poi la serie strabiliante di anfiteatri, necropoli, grotte, ipogei, templi, cisterne monumentali, vestigia di città e ville imperiali sommerse… “.

Il fatto è che tutta questa magnificenza si trova in qualche modo dispersa nel caos rur-urbano di quattro comuni, un territorio di 15mila ettari, del quale fanno parte realtà tumultuose come Giugliano, ormai terza città della Campania, e Pozzuoli, che è quinta, oltre ai comuni più piccoli di Baia e Monte di Procida. In quest’area, alla metà del ‘900, la città occupava solo il quattro per cento dello spazio complessivo, ora è il quaranta. Ciò significa che il paesaggio imperiale di vulcani verdi, selve, solfatare, vigneti, masserie, laghi e litorali fantastici si trova adesso sbrindellato in mezzo a una colata urbana senza regole né forma.

In questo quadro territoriale complicato, l’idea di Giulierini è chiara: “I Campi Flegrei esprimono ancora, nonostante tutto, una natura e un paesaggio strepitosi. Geologia, flora, vegetazione, fauna, presentano aspetti unici al mondo, e tutto è interconnesso: senza il vulcanismo non ci sarebbero state terme e ville imperiali. Le attività di tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico non possono prescindere da questo, e devono essere pensate su base interdisciplinare. Nell’ultimo consiglio di amministrazione del Parco abbiamo approvato un programma di alleanze e collaborazioni con la comunità scientifica. Assieme a loro vogliamo progettare una rete di itinerari mozzafiato nella natura e nella storia, per ri-connettere e rendere leggibile al visitatore questa rete fantastica di monumenti, ecosistemi e aree verdi”.

Del resto, l’aveva annotato Goethe nel suo diario di viaggio, lui che era geografo e botanico insigne, prima che poeta, quando il primo marzo 1787 visita l’area flegrea, “la regione più meravigliosa del mondo”,  con le sue rovine “di un’opulenza appena credibile”, e la vegetazione lussureggiante, “che s’insinua da per tutto dove appena è possibile, che si solleva sopra tutte le cose morte in riva ai laghi e ai ruscelli e arriva fino a conquistare la più superba selva di querce sulle pareti di un cratere spento. Così, siamo continuamente palleggiati fra le vicende della natura e della storia”.

“Un’altra decisione importante del CdA” mi dice ancora Giulierini “è il piano strategico, che sarà pronto entro l’autunno. C’è chi ironizza su queste cose, ma è una novità fondamentale introdotta dalla riforma. Prima, il cittadino non poteva conoscere le intenzioni e gli indirizzi della soprintendenza. Con il piano strategico, vengono invece dichiarati in modo trasparente le linee di gestione, gli obiettivi, le risorse, i tempi. Vengono definiti i servizi che lo Stato si impegna a fornire alla collettività, ad ogni singolo cittadino.”

Gli chiedo quanto pesano i limiti di organico, l’età avanzata dei dipendenti, le scarse competenze informatiche. Su questi aspetti Giulierini non si mostra eccessivamente preoccupato: “Guardi, con le nuove regole il Museo Egizio di Torino riesce a gestire un milione di visitatori (il doppio di quanti ne fa oggi il MANN, che pure sta raddoppiando ogni anno) con un organico 35 persone. Non è solo una questione di numero. Del resto, i beni culturali non possono continuare ad essere come in passato un ammortizzatore sociale, pretesto per la creazione di occupazione pubblica poco qualificata. Con il nuovo concorso nazionale arriveranno 4-5 nuove risorse, altamente preparate. Alla fine, con un organico di 80 persone (50 custodi e 30 tra amministrativi, architetti e archeologi) penso di poter gestire il nuovo Parco. Certo, quelle che mancano sono le competenze specialistiche, come gli esperti di marketing e fundrising. Per gestire le donazioni liberali con le agevolazioni fiscali previste dall’Art Bonus abbiamo dovuto stipulare una convenzione con l’Ordine dei commercialisti”.

Mentre lo ascolto, penso che il lavoro di Giulierini in questi anni si è progressivamente esteso,  con onde concentriche che hanno coinvolto a partire dal MANN ambiti territoriali via via più vasti. E’ successo con l’ExtraMANN, la rete convenzionata di 16 musei, siti archeologici e storici della città, ai quali si può accedere col 25% di sconto acquistando il biglietto dell’Archeologico. Con la direzione del nuovo Parco dei Campi Flegrei il progetto di Giulierini si propaga ulteriormente, tanto più che dal punto di vista geologico i Campi Flegrei finiscono nella città di Napoli, con l’ultima collina di tufo giallo di Poggioreale, prima che inizi la valle del Sebeto. “La mia idea è che il MANN debba essere l’epicentro, il portale del nuovo Parco archeologico. Già nel museo ospitiamo importanti reperti che provengono dall’area flegrea, come il Giove di Cuma, e nel 2019 abbiamo in programma una mostra sui rinvenimenti subacquei. Tra il MANN e i Campi Flegrei dovrà esserci una fitta rete di scambi, iniziative, sinergie.”

“Certo” conclude Giulierini “ci sono tante cose da fare. Perché possa vivere, la rete di itinerari che innerverà il Parco deve essere supportata da un trasporto pubblico e una segnaletica all’altezza. In questi luoghi bisogna poter muoversi e arrivare in modo meno precario e avventuroso di quanto accada oggi. Lo Stato, attraverso la Soprintendenza, può aiutare le comunità locali in questa riorganizzazione dei servizi, superando localismi ed egoismi, in un’ottica di interesse generale. La creazione nei Campi Flegrei di questa rete unitaria, vivente di storia e di natura, è probabilmente il solo modo per arginare la frammentazione, il degrado, l’abbandono; per rispondere alla richiesta disperata di un territorio che abbia senso per le persone, che funzioni meglio, nel quale sia più bello e facile vivere”.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 4 giugno 2018

Non sappiamo quali fossero i progenitori, nel sottobosco ombroso di qualche foresta cinese o birmana, ma dopo una quindicina di secoli di incroci e selezioni il limone è veramente la pianta delle meraviglie, l’albero della vita, perennemente verde e rifiorente, coi fiori, i frutti acerbi e quelli maturi contemporaneamente presenti sulla stessa pianta. Da noi è arrivato con gli Arabi nell’undicesimo secolo, in Penisola la coltivazione moderna l’hanno iniziata i Gesuiti alla metà del ‘600, proprio al podere del Gesù a Massalubrense, che è ancora lì, se nel frattempo non ci costruiscono un parcheggio.

Insomma, dopo i versi celeberrimi di Goethe (“Conosci il paese dove fioriscono i limoni?”), è questa la pianta che da sola definisce il giardino mediterraneo, cioè quanto di più vicino all’Eden ci sia dato immaginare, e il mistero è ancora vivo, se la comitiva di tedeschi che mi precede, spontaneamente zittisce e sgrana gli occhi entrando nell’ombra verde del Giardino di Vigliano, a Massa Lubrense, il limoneto storico tra i più belli della Penisola: una cattedrale di foglie e costellazioni di frutti luminosi, sotto il pergolato connesso di pali di castagno, le pagliarelle e i frangivento, in una costruzione lignea perfetta, da villaggio medioevale.

E’ Peppino Nunziata l’agricoltore autore e custode di tanta bellezza, da quarant’anni ha cura del limoneto affacciato sul mare, è un’eredità di famiglia, prima c’erano i coloni; al tramonto del secolo d’oro degli agrumi, dalla metà dell’800 all’ultimo dopoguerra, stava andando in rovina, lui l’ha restaurato, ha ricostruito le pergole, alte come una casa di due piani, con i pali tenuti insieme da legature sapienti, i chiodi spaccherebbero tutto; ha ripreso e curato le antiche piante ad una ad una. “Il limone è una pianta straordinaria, risponde alle attenzioni come un bambino. Coltivarla in Penisola è una follia, un azzardo, l’inverno è troppo freddo, basta un’ora di tramontana per distruggere all’istante fiori e germogli. Di qui la necessità delle protezioni, che sono il frutto di una sperimentazione lunga quattro secoli, a partire dal lavoro pionieristico dei Gesuiti.”

“Un’opera che si conclude all’inizio del ‘900” mi dice Tonino De Angelis, massimo esperto di paesaggio e cultura materiale della Penisola. “E’ negli anni della Grande guerra che il pergolato tradizionale assume finalmente la forma che conosciamo. Allora l’economia del limone e dell’arancio, con l’esportazione via mare verso l’America e il Nord Europa, era fonte di benessere e ricchezza diffusa, gli agricoltori divennero benestanti, riuscirono a comprare la terra, i grandi commercianti diventavano sindaci e armatori. Poi negli anni ’60 l’inizio della crisi, coi proventi agricoli che cominciarono a finanziare l’edilizia piuttosto che il rifacimento delle pergole e dei terrazzi, l’associazionismo agricolo che non decolla, il turismo di massa che esplode, ora sono i proprietari d’albergo ad esprimere la leadership e dirigere la comunità.”

Nel frattempo, la civiltà degli agrumi aveva costruito in Penisola il paesaggio straordinario dei terrazzi, che è un miracolo, perché frutto di singoli investimenti familiari, mirabilmente coordinati, come in un progetto collettivo non scritto, perfetto come un orologio, col sistema di strade e drenaggi, la casa rurale e l’arboreto che sono un tutt’uno, e l’agrumeto che è allo stesso tempo macchina produttiva e giardino di piacere, ornato di rose, ortensie e camelie. “Un paesaggio nato senza bisogno di architetti” mi dice Tonino con un fondo d’ironia “dove la bellezza è il prodotto secondario di un’economia e una cultura”.

E’ a partire da questa bellezza che quarant’anni fa Peppino Nunziata decide di far nascere la sua azienda. “Fu una visione a guidarmi, l’idea di tenere insieme l’agricoltura storica della Penisola, con le tecniche tradizionali del pergolato e del terrazzo, che non potevano essere tradite; la coltivazione biologica del limoneto; l’accoglienza dei turisti in azienda, pensata come un museo vivente, per raccontare una storia lunga cinque secoli.” L’idea ha funzionato: il Giardino di Vigliano è stabilmente inserito negli itinerari dei più importanti tour operator tedeschi, coi turisti che arrivano apposta, come si visita un monumento celebre. Una missione che ha finito per conquistare i due figli di Peppino e Ida, Luigi e Valentina, che sono ora il motore dell’azienda.

Ci sediamo in giardino, nell’ombra chiazzata di luce, Peppino è un uomo piccolo e vigoroso, il profilo affilato e lo sguardo battagliero. “Una cosa importante” mi spiega “è stato il riconoscimento comunitario del limone di Sorrento, un marchio di qualità che valorizza il limone, insieme ai prodotti trasformati, a partire dal Limoncello, che assorbe oggi più del 60% della produzione. E’ stata la nostra salvezza, perché sul mercato del fresco siamo in difficoltà, con le produzioni argentine e spagnole ad alta meccanizzazione che si commerciano a 30-40 centesimi il chilo, quando il nostro costo di produzione è perlomeno doppio, c’è da coprire il lavoro, interamente manuale, per la cura delle piante, i terrazzi, le pergole e il paesaggio.”

Nel frattempo i turisti siedono ai tavoli, nell’aia del casale medioevale, sotto la torre cinquecentesca che svetta tra gli arboreti, sull’azzurro del golfo. Parlano a bassa voce, stanno gustando un piatto semplice e raffinato di ricotta freschissima, spolverata con scorzetta di limone, è la sintesi perfetta di un paesaggio, dai pascoli dei Lattari agli arboreti sul mare, un’esplosione indimenticabile di aromi e sapori.

“La strada immaginata da Peppino” mi dice Grazia Stanzione, agronomo dell’Assessorato regionale all’agricoltura, “è l’unica per mantenere in vita l’agricoltura eroica della Penisola: le aziende devono aprirsi al mondo; essere in grado di incorporare nelle produzioni il valore di questo paesaggio unico, delle esperienze e suggestioni che è in grado di suscitare. Le potenzialità restano enormi, ora che anche l’associazionismo è finalmente partito, con la cooperativa Solagri che raccoglie e valorizza il prodotto  di 300 agrumicoltori piccoli e grandi della Penisola. Certo è un lavoro impegnativo, non tutti ce la fanno, sono molti i poderi abbandonati, ed è un problema, il paesaggio storico si trasforma in boscaglia, senza manutenzione i terrazzi franano. Dobbiamo imparare dalle Cinque Terre, lì gli incolti sono recuperati grazie al Parco e affidati a giovani agricoltori.”

Torniamo all’idea del grande progetto collettivo, ma da queste parti l’agricoltura tradizionale, che pure è all’origine della grande bellezza, non è ancora la priorità, minacciata su fronti opposti, dall’abbandono e dall’urbanizzazione. “E’ triste dirlo” mi spiega Giuseppe Guida, urbanista, che in questa terra ci è nato “ma le tutele di fatto sono saltate. Prima con la legge sui box interrati, poi con il Piano casa, si è di fatto introdotto un regime di deroga permanente alla pianificazione ordinaria. Il consumo di suolo in Penisola è inarrestabile, con una serie incessante di grandi e piccole trasformazioni, che finiscono per erodere irreversibilmente il capitale storico di arboreti, terrazzamenti, masserie. Sono troppi i recuperi di annessi rustici finanziati coi fondi comunitari, che si trasformano poi in casa-vacanze, bisognerebbe controllare. Insomma, occorrono nuove regole e strategie, altrimenti non c’è partita: l’edilizia batte l’agricoltura, anche quella multifunzionale di Peppino Nunziata, di due ordini di grandezza. L’industria del turismo deve capire che così non c’è futuro, che è il paesaggio il motore di tutto, se solo riusciamo a rispettarlo, curarlo e farlo vivere.”

 

Ugo Leone, Repubblica Napoli 31 gennaio 2018

Quella in atto si potrebbe chiamare la lezione del Vesuvio. Della montagna. Del vulcano che quelli un po’ più attenti alla sua presenza guardano con attenzione quando non con timore. Quello che Renato Fucini ha definito “ il grande delinquente dalle bellissime forme che tutti ammirano perché è feroce, che tutti amano perché è bello”.Giusto quattro mesi fa se ne era già accorto Antonio Di Gennaro (“ La natura rifiorisce sul Vesuvio”) osservando che cosa vi era restato dopo i disastrosi incendi dell’estate. E scriveva il 15 settembre, dopo averne parlato con Antonello Migliozzi del Laboratorio di ecologia applicata della Federico II, che “ pochi giorni dopo il grande incendio le querce e le ginestre hanno ripreso a ricacciare, piccole mani verdi si distendono nuovamente nello spazio senza vita, l’ecosistema vulcanico ha già ripreso il suo corso”.
E quel corso l’ha effettivamente ripreso come si può vedere anche da lontano. Segno che il vulcano non è un grande delinquente. Al contrario si riprende dopo aver subito ogni tipo di delinquenze. Peraltro in aggiunta a quelle che di suo è in grado di manifestare.
E mi fa pensare ad un possibile confronto, sia pure a scala e per situazioni appena un po’ confrontabili, tra gli incendi e la distruzione estiva e il paventato rischio di una sesta estinzione che incomberebbe sull’umanità a causa dei forti mutamenti climatici.
Questa nostra estinzione verrebbe dopo quella che 65 milioni di anni fa portò all’estinzione dei dinosauri.
Ma quello che è importante sapere proprio con riguardo al Vesuvio e alla sua lezione, è che dopo ogni estinzione, c’è stato quello che l’etologo Danilo Mainardi definiva un “rigoglio evolutivo” favorito dalla scomparsa della causa che le aveva prodotte. Di più, Enrico Alleva presidente della Federazione di scienze naturali e ambientali, nota che “quando gli uomini abbandonano zone coltivate, lasciano agli animali un’esplosione di risorse”.
“Le viti o gli alberi da frutto producono certo di meno senza la cura degli agricoltori, ma lasciano i loro prodotti agli animali. Uccelli e roditori se ne nutrono, favorendo così i serpenti che sfamano a loro volta i rapaci”. Insomma “quando l’uomo va via, il bosco si espande. Gli scoiattoli sotterrano le ghiande e poi le dimenticano”.
“Idem fanno le ghiandaie. Gli alberi crescono, a meno che il capriolo con i suoi denti a scalpello non li mangi da piccolo. E anche altre specie come lupi e cinghiali aumentano di numero”.
Ecco, sia pure in misura diversa e, fortunatamente, senza la proliferazione di specie come lupi e cinghiali, e senza i danni del capriolo, è quanto sta avvenendo sul Vesuvio. Dopo i roghi estivi e l’inevitabile allontanamento di esseri umani le piante hanno “ ripreso a cacciare”; i roditori sono ricomparsi e persino s’ode augelli far festa.

vesuvio

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 16 ottobre 2017

Ancora in volo sul gigante ferito, la partenza è dall’Aeroporto militare, in una mattina grigia di nuvole, l’elicottero dei Carabinieri si solleva, resta sospeso in aria, il giovane pilota è Tom Cruise spiccicato, aspetta l’attimo giusto, poi taglia veloce le piste di Capodichino, attraversa la zona orientale, l’area dei petroli, in un niente siamo sul vulcano. Sono con il colonnello Angelo Marciano dei Carabinieri Forestale, con Stefano Mazzoleni, ecologo della Federico II, e con Riccardo Siano, tutto imbracato, toccherà a lui poverino sporgersi dal portellone aperto, e catturare le immagini del vulcano bruciato.

Giriamo subito dietro il vulcano, il drappo verde dei castagneti, sui valloni del Somma, è striato di bruno, come in un innaturale autunno precoce: Stefano mi spiega che sono le chiome degli alberi scottate dal fuoco, che si è propagato veloce nel sottobosco, poi è divampato verso l’alto, formando sulla cresta cupi ventagli neri, di foresta completamente arsa.

Dall’alto, il manto vegetale del grande vulcano appare lacero, consumato dopo l’estate di fuoco. Sul versante di Terzigno, la grande pineta è ridotta ad un alone di cenere, con un arcipelago di chiazze verdi superstiti, cerchiate di bruno; si vedono già alcuni segni d’erosione, lunghe colate di suolo e detriti, grazie a Dio sono ferite localizzate, da curare in fretta; come in fretta, tra i carboni, c’è già il verde dei germogli di lecci e robinie, i segnali dell’ecosistema che riparte.

Alla fine, in una contabilità drammatica, che non ha precedenti, sono andati distrutti o danneggiati dagli incendi sul Vesuvio poco meno di duemila ettari: settecento di pineta (il 40% dei boschi di conifere piantati cinquant’anni fa), trecento ettari di boschi di latifoglie, i restanti mille ettari sono un mosaico di ginestreti, praterie, vegetazione pioniera, con il fuoco che non ha risparmiato nemmeno le distese lanuginose di licheni sulla colata del ’44 che ora, nella Valle del Gigante, è un fiume nero di antracite.

L’elicottero si libra sulla cima, sorvoliamo il cratere di rocce rosse e grigie, è uno spettacolo strepitoso, che emoziona, ti ricorda che il vulcano, per quanto imprigionato in mezzo alla città, rimane un dio potente, un monumento naturale tra i più famosi e amati del mondo.

Siamo tornati sul Vesuvio per riordinare le idee, lunedì 16 ottobre a Napoli, a Palazzo Reale è in programma un importante convegno nazionale, organizzato dal Comando Generale dei Carabinieri: non una passerella rituale, ma il primo dibattito pubblico, approfondito, sulla lezione di questa estate difficile, a partire proprio dal caso studio del Vesuvio, per ragionare concretamente su come “Tutelare i boschi dagli incendi: proposte e azioni per la salvaguardia e il recupero del territorio”.  Ci saranno i massimi vertici dell’Arma, e quelli politici e amministrativi dei Ministeri dell’Ambiente e dell’Agricoltura, della Regione, del Parco nazionale, assieme a ricercatori italiani e stranieri, e rappresentanti delle associazioni ambientaliste.

La domanda urgente, cui dare risposta, è come gestire quel 30% del territorio italiano, quasi nove milioni di ettari che, stando ai dati dell’Inventario forestale nazionale, è costituito da boschi: aree verdi multifunzionali, assolutamente preziose per la salute dell’ecosistema, la riproduzione dell’acqua, dell’aria e del suolo e che, come nel caso del Vesuvio, dopo la sovra-urbanizzazione del paese dell’ultimo mezzo secolo, non costituiscono più una dimensione remota, ma qualcosa che è ormai prossimo alle nostre case e alle città, che può rivelarsi quindi risorsa benigna, portatrice di svago, biodiversità e paesaggio; ma anche insidiosa sorgente di rischio, quando prende fuoco o, come a Sarno, ci frana improvvisamente addosso.

Certo, la lezione dell’estate 2017 dobbiamo comprenderla e studiarla bene, i dati del satellite Copernicus dicono che è stato l’anno nero degli incendi in Europa, con il Portogallo che è risultata la nazione più colpita in termini di superficie boschiva interessata, e proprio dal Portogallo interverrà al convegno Francisco Rego dell’Università di Lisbona, probabilmente il massimo esperto europeo di incendi forestali, per ragionare su quale strategia l’Unione dovrà mettere in campo per proteggere i suoi boschi, in uno scenario di cambiamento climatico che ha mutato radicalmente le condizioni di rischio.

Poi viene l’Italia, che è in testa per numero di incendi, e che ha pagato probabilmente un prezzo al recente riordino delle competenze, con la scelta di affidare ai soli vigili del fuoco il compito dello spegnimento, e ai carabinieri forestali quello della prevenzione. Sul Vesuvio, quest’estate, i vigili del fuoco hanno fatto un lavoro eccezionale per difendere le abitazioni e le vite umane, evitando una tragedia dai contorni maggiori, ma è risultato evidente come l’attuale strategia di intervento non comprenda ancora la protezione del bosco, oltre che quella nostra e delle nostre case.

In Campania, ulteriori difficoltà sono venute dalla riorganizzazione che c’è stata, proprio quest’anno, dell’anti-incendio boschivo, passato dall’assessorato agricoltura e foreste, alla Protezione civile. A questo s’è aggiunto il fatto che, negli anni passati, le squadre di intervento erano dirette da personale del corpo forestale, che ha perso questa competenza, ed ora bisognerà formare in fretta 200 direttori operativi di spegnimento, un compito delicato, che richiede autorevolezza e sagacia, una profonda conoscenza dei luoghi e del comportamento del fuoco, oltre che, naturalmente, la capacità di coordinare l’intervento aereo, assieme al lavoro delle squadre.

Poi c’è la prevenzione, che rimane compito del corpo dei Carabinieri Forestale, ed è un concetto anche questo che va probabilmente ripensato, nello scenario di cambiamento climatico che abbiamo davanti. Una missione che comprende certamente l’attività di repressione e controllo dei reati contro il patrimonio forestale, e qui probabilmente, come mi spiega Angelo, è anche necessaria una manutenzione della legge quadro del 2000 in materia di incendi boschivi, che individua una serie di comportamenti illeciti, per i quali manca poi una sanzione adeguata, rendendo vano il loro perseguimento.

Ma tenere in ordine nove milioni di boschi in Italia – una superficie in costante aumento a causa dell’abbandono agricolo – non è solo un problema di repressione, perché molto dipende dalla gestione, dalla cura costante e quotidiana delle foreste, per renderle più resistenti al fuoco, e più resilienti, cioè maggiormente capaci di recupero dopo l’incendio. In un’intervista a Radio Rai dello scorso giugno Davide Ascoli, docente del dipartimento di Agraria, che pure insieme a Stefano interverrà al convegno, ricordava l’indicazione dei maestri: “Gli incendi si combattono venti anni prima”.

Il senso del convegno è proprio questo: riannodare i fili, coordinare un’azione di lungo respiro dei diversi livelli istituzionali, costruire in questi tempi difficili di cambiamento una comunità di scopo, dallo stato centrale alle regioni al volontariato al mondo della ricerca, organicamente impegnata nell’obiettivo ultimo, che è quello di proteggere l’ecosistema Italia, del quale il grande vulcano che stiamo sorvolando, ferito e acciaccato, ma vivo, costituisce un simbolo, un pezzo importante.

Geppino Cilento, 1 ottobre 2017

Nel mentre inizio a scrivere queste note ancora non compare l’alba, ma non potevo dormire, nonostante queste giornate di intenso lavoro.
Mi si affollavano nella mente le immagini del trattore radiocomandato, che ieri nelle prime prove si è mosso leggero, potente e sicuro nei nostri uliveti con il carico disinvolto dello scuotitore, che si allunga ben equilibrato sulle altezze delle nostre piante.
Il nostro entusiasmo pensoso e soddisfatto.
Ma mi tornavano anche nella mente le ricerche affannose di una serata triste in cui Pietro, un nostro operaio, con il suo trattore non si trovava e non avrebbe fatto mai più ritorno a casa. Il suo ritratto ha campeggiato al centro del nostro frantoio gelosamente conservato dai suoi colleghi di lavoro, che quando finiscono di molire si dedicano alle coltivazioni.
Oggi voltiamo pagina rispetto a queste storie dell’asprezza della collina e della montagna, il 76% del territorio italiano, per i cui problemi si possono costruire tante soluzioni.
Che vivessimo in un sistema in cui problemi e soluzioni non si incontrano ce ne eravamo resi conto molte volte conto con Angelo Napoliello. Di qui la nostra decisione di non visitare più in maniera frettolosa le fiere della meccanizzazione agricola, per orientare qualcuno verso le problematiche a lungo irrisolte della collina e della montagna.
C’era e c’è nel nostro paese un grande bisogno di far incontrare
problemi e soluzioni, il Nord e il Sud, di mettere a lavorare insieme le forze sane. Giorni intensi a Bologna di lavoro a far incontrare i produttori dei trattori radiocomandati con quelli degli attrezzi agricoli ci portano al risultato delle prove di stamattina. E poi altre fiere e altri incontri, altre discussioni, altre prove e altre speranze.
Sottolineo questo aspetto, perché ritengo che ci sia un enorme bisogno di proseguire e intensificare questo impegno, che in questo caso sta sulle spalle di due pensionati, quali siamo io e Angelo Napoliello.
La collaborazione di due imprese, HYMACH e SPEDO, ha prodotto una bella macchina, che associa i requisiti della leggerezza e della potenza, della sicurezza e della efficacia, che affronta pendii pazzeschi senza scomporsi e cammina sulle reti di raccolta senza danneggiarle, che vibra le piante con buoni risultati e che non compatta i terreni per la sua leggerezza.
Ora abbiamo posto l’esigenza di associare alla macchina altri attrezzi agricoli, di proseguire la sperimentazione con attrezzi leggeri e rispettosi della vita della terra. Le macchine hanno bisogno sempre di essere migliorate.
Oggi mostriamo la macchina su terreni difficili, per cui chiediamo la collaborazione di quanti verranno, per non creare problemi di traffico.
Nel pomeriggio continua la discussione sui radiocomandati, ci occupiamo seriamente di concentrare la valutazione degli oli sugli antiossidanti benefici, che dovranno essere misurati nel frantoio, e di valorizzare gli scarti di produzione con impianti, semplici e non costosi di compostaggio.
Nel frattempo l’alba si è affacciata al mio balcone e la giornata ricomincia.
Mi auguro che tante persone di buona volontà si associno con umiltà e senso di collaborazione al nostro impegno per migliorare qualcosa.

La natura rifiorisce sul Vesuvio

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 15 settembre 2017

LA pioggia è tornata, l’estate crudele del fuoco grazie a Dio è finita, ma i pensieri rimangono, come qualcosa che s’è rotto per sempre. Ci sono innanzitutto gli aspetti quantitativi, le cartografie del satellite europeo Copernicus dicono che nel 2017, con quasi 400 roghi, siamo il primo paese in Europa per numero di incendi boschivi, con 72mila ettari andati in fumo, il 60% in più rispetto al 2016.

Tre incendi, più di altri, hanno occupato la nostra mente e le pagine dei giornali, quelli del Vesuvio, di Castel Fusano, e quello del Morrone, la montagna sacra di Celestino V. Sarebbe a dire il vulcano attivo più famoso del mondo, assediato da una caotica città anulare con 800mila abitanti; il bel litorale sabbioso a sud di Roma, così simile a quello nostro domizio, come lui avvilito dagli abusi e dalla marginalità; i rilievi poveri e severi della Majella, nel cuore dell’Appennino abruzzese, i luoghi delle mie estati, delle passeggiate in montagna con Argo. Tre paesaggi diversi, tre pezzi importanti d’Italia, con quell’intreccio lungo di storia naturale, umana e di problemi, che è poi la cifra della nostra identità.

Un aspetto importante lega questi paesaggi feriti, un filo rosso che più di altri può forse aiutarci a comprendere la nostra condizione attuale, a cercare una strada d’uscita, se tutte le evidenze dicono che l’estate che ci lasciamo alle spalle non può essere considerata un’eccezione, quanto piuttosto uno scenario nuovo, di lunga durata, dentro il quale pure dovremo imparare a muoverci. L’aspetto che accomuna i tre incendi è che non hanno colpito formazioni naturali, ma boschi che abbiamo piantato noi. La pineta di Castel Fusano l’hanno impiantata all’inizio del diciottesimo secolo i Sacchetti, che ne furono proprietari, sulle dune costiere spoglie, al margine dell’antica palude dove ora è il caos urbanistico del quartiere dell’Infernetto: il capostipite della ricca famiglia era banchiere nella Firenze del ‘200, Dante lo cita nel XVI canto del Paradiso, mentre il povero Celestino, a causa del gran rifiuto, è relegato in eterno tra gli ignavi. Anche le pinete andate in fumo sul Monte Morrone in Abruzzo, proprio attorno all’eremo di Celestino, e quelle alla base del Gran Cono del Vesuvio, le abbiamo piantate noi, ma queste sono pagine di storia importanti dello Stato unitario, i grandi miglioramenti fondiari, frutto delle politiche pubbliche che vanno dalla legge sulla montagna del 1923, alla legge Serpieri sulla bonifica integrale del ‘33; fino alla nascita della Cassa per il Mezzogiorno, nell’agosto 1950.

Insomma, queste pinete sono la testimonianza vivente di un impegno pubblico di scala nazionale, a beneficio delle aree più arretrate del paese, in quello che nel bene e nel male è stato il nostro New Deal: il tentativo collettivo di costruire un territorio e un paesaggio più produttivo e sicuro, anche piantando nuovi boschi, sul Vesuvio come in Appennino, o in riva al mare, sulle dune di Castelvolturno e di Eboli, in funzione anticiclica, creando lavoro ed occupazione nei momenti difficili, come dopo la crisi del ‘29, o nell’immediato dopoguerra. Quest’azione lo Stato l’ha condotta grosso modo fino agli anni ‘70, poi è cessata di botto, con il tramonto delle grandi politiche territoriali, l’ingarbuglio delle competenze, il passaggio a un regionalismo inconcludente. Certo non sono mancati gli errori. Sul Vesuvio, ad esempio, furono impiegate assieme alle conifere anche la robinia e la ginestra dell’Etna, che si sono poi comportate come infestanti invadenti. Ad ogni modo, con l’esaurirsi di quel ciclo storico, i rimboschimenti del ‘900 sono rimasti soli, senza manutenzione, senza gli sfolli, i diradamenti, la pulizia del sottobosco, tutti gli interventi necessari a mitigare il rischio del fuoco, e a facilitare il compito che alle conifere era specificatamente richiesto: quello di far da pioniere, di preparare il terreno, l’humus e il microclima per il ritorno a seconda dei casi di querce, lecci, frassini, faggi. Con la fine delle grandi politiche novecentesche di cura attiva del territorio, i rimboschimenti storici sono diventati come un’opera incompiuta, un paesaggio cristallizzato e sospeso.

Ho chiesto ad Antonello Migliozzi del Laboratorio di ecologia applicata della Federico II che sensazione ha provato nei sopralluoghi alle pinete carbonizzate sul Vesuvio, il 40% di quelle presenti sul vulcano, con le ceneri ancora fumanti e i tronchi neri, spettrali, spogliati e pur rimasti in piedi. In molti punti le ceneri erano bianche, segno che la combustione ha toccato i mille gradi, un’energia elevatissima, invincibile con qualsiasi mezzo. La sua risposta mi ha colpito: “È un disastro della nostra mente, prima che ecologico”, ricordandomi lo stupore atterrito di Orazio nell’Amleto, all’apparizione dello spettro (“È come un pruno nell’occhio della mente”).

Penso che Antonello si riferisse, oltre che alla pena per la foresta pietrificata, proprio a questa nostra incapacità di comprendere il patrimonio ricevuto in eredità, di percepirne il significato, la storia, di proteggerlo nell’unica maniera giusta, la cura e la prevenzione, che poi significa tenere il bosco pulito, aperto, evitando l’accumulo di una necromassa legnosa che, in tempi di cambiamento climatico, rende la foresta un’immensa polveriera. Se non si dice questo, tutto si trasforma in una storia criminale di piromani contro canadair, che è un racconto parziale, perché in mezzo manca proprio il territorio, e il nostro lavoro quotidiano su di esso. Pochi giorni dopo il grande incendio, continua Antonello, le querce e le ginestre hanno ripreso a ricacciare, piccole mani verdi si distendono nuovamente nello spazio senza vita, l’ecosistema vulcanico ha già ripreso il suo corso. In che direzione, lo vedremo. Abbiamo ora il privilegio, dopo il dolore e la paura, di assistere a un grande esperimento a cielo aperto, non è detto che si debba subito ripiantare qualcosa, la natura un suo piano di lavoro ce l’ha, siamo noi che dobbiamo metter mano al nostro, e starle responsabilmente accanto.

Pubblicato con i titolo “La natura rifiorisce sul Vesuvio”

San Salvatore 5 p

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 31maggio 2017

Dalla vetrata del living, al piano alto della cantina “San Salvatore 1988”, i rilievi del Soprano e del Vesole ti appaiono davvero come i più bei monti della Campania, le “piccole Dolomiti”, in faccia al mare, con le rocce bianche, il verde cupo della macchia, quello ceruleo degli oliveti al piede dei versanti. Mentre ammiro il paesaggio, sul divano comodo color lampone, anche lo strepitoso jazz del Brubeck Quartet, filtrato da valvole incandescenti, mi arriva avvolgente come non mai.

I monti che ho davanti sono ecosistemi particolari: qui il clima appenninico, più fresco, e quello mediterraneo si incontrano, e sul Vesole, a mille metri di quota, puoi trovare la faggeta e la lecceta, le foreste tipiche delle due fasce climatiche, fronteggiarsi ai lati opposti della stessa strada. Ma non è solo questione di vegetazione, naturalmente. Sono venuto a Capaccio per conoscere la storia di una delle nostre aziende vitivinicole più innovative, nata solo da un decennio, ma già premiata dal presidente Mattarella con la medaglia CanGrande, il riconoscimento che dal 1973 si assegna ai grandi interpreti del vino in Italia.

Di queste cose ragiono con Peppino Pagano, che l’azienda San Salvatore ha fondato nel 2005. Peppino è di figura imponente, ha una comunicativa appassionata, e una storia imprenditoriale importante nel settore turistico, a Paestum ha creato realtà alberghiere di punta, ma la cosa che ci tiene subito a precisare è che tutto, comunque, ha avuto inizio tra le vigne, all’ombra del Vesuvio.

Suo papà produceva vino a Boscoreale, un’attività di famiglia che durava dall’800, allora le pendici del vulcano erano tutto un ricamo di uva catalanesca, poi si trasferisce a Capaccio, paese d’origine della moglie, dove nel 1964 costruisce la cantina, che funzionerà fino a quando un malanno di cuore lo costringe a lasciare. Così dall’età di nove anni, fino ai diciannove, Peppino aiuta il padre: ogni giorno, la mattina prima di scuola, e la sera dopo cena, passa in cantina a rigirare il mosto nei grandi tini, in quella che, ricorda, “è stata la mia palestra”.

Chiusa la cantina, la famiglia Pagano decide di investire nell’attività più promettente in prospettiva, il turismo, nel ’78 rileva l’antica pensione Schumann, sulle dune di Paestum dove cresce il giglio di mare, una trentina di camere in tutto, gestita e frequentata da tedeschi, che qui soggiornavano da aprile a tutt’ottobre. E’ un passaggio importante della storia, perché con la clientela d’oltralpe Peppino ingaggia una sfida: vuole dimostrare, giorno dopo giorno, che anche col passaggio alla proprietà italiana la qualità del servizio non sarebbe calata, in precisione, affidabilità, onestà (“Di etica d’impresa non si parlava ancora”, osserva).

Ai suoi ospiti tedeschi Peppino ruberà un modo di dire, che diventerà la sua filosofia: “Tante piccole, sottili differenze fanno la differenza”. Quello che Peppino ha compreso, in anticipo sulla Toyota, è che in un processo produttivo, se tu riesci a controllare ognuno dei mille passaggi, e a inserire un pur minimo miglioramento in ciascuno di essi, alla fine quello che ottieni è un progresso qualitativo rilevante, decisivo. E’ con questa filosofia che, dopo la Schumann, Peppino fa a nascere a Paestum i nuovi resort, il Savoy Beach e l’Esplanade.

Poi, nel 2003, la svolta, un viaggio di lavoro in Toscana a comprar vino per i suoi ristoranti, Peppino visita le tenute e i vigneti della Ruffino, nei paesaggi mozzafiato delle colline fiorentine e del Chianti, e lì accade qualcosa, una specie di sindrome di Stendhal, la bellezza dei luoghi e la suggestione della storia gli procurano quasi un mancamento, c’e senza dubbio anche il passato che irrompe, e quel ragazzo che gira il mosto prima di andare a scuola, lo smarrimento dura una mezza giornata, al ritorno a Capaccio la vertigine si è già trasformata in progetto.

Nasce l’idea della San Salvatore, e qui ritornano le “tante piccole e sottili differenze”, il controllo sull’intera catena produttiva, perché Peppino intende iniziare dalla vigna: nelle sue visite ai vigneti storici di Toscana ha misurato a passi la distanza tra i ceppi, vuole riprodurne qui, in Cilento, la bellezza e la razionalità, cominciando da zero, dalla terra nuda, ma il mercato fondiario è spezzettato, trovare le estensioni necessarie non è facile, lui ci riesce, a Capaccio e Giungano, sui suoli fertili ai piedi del Monte Sottano; e su quelli difficili, estremi del Cilento interno, a Stio,  che è quasi montagna, tra i cinque e i settecento metri di quota.

Alla fine sono circa 110 ettari, ed inizia l’impianto dei vigneti, ma prima è necessario spietrare e sistemare i terreni. Per colmare l’attesa, fino all’entrata in produzione delle vigne, Peppino mette su un allevamento bufalino, con 450 capi. In questo modo con gli introiti del latte può finanziare gli investimenti nel vigneto, e con il letame maturo dei bufali creare fertilità, rifornire di humus prezioso i suoli delle nuove vigne, che lui intende condurre con metodo rigorosamente biologico.

A questo punto c’è bisogno dell’enologo, e lui convince Riccardo Cotarella, tra i massimi esperti italiani, a seguirlo nell’avventura, la gamma dei vitigni che l’azienda alleverà è quella della prestigiosa tradizione campana: l’aglianico, la falanghina, il fiano, il greco, ed in questo Peppino prosegue il lavoro iniziato vent’anni prima da pionieri come De Conciliis e Maffini, l’idea rivelatasi vincente che gli ecosistemi strepitosi del Cilento, tra la montagna e il mare, sono per questi vitigni millenari un mondo tutto nuovo, nel quale possono esprimersi con modalità sorprendenti, ancora tutte da scoprire.

Poi c’è la cantina, realizzata nell’area industriale di Capaccio, negli interni ha la modernità e l’eleganza dei luoghi di lavoro olivettiani, non c’è compiacimento, tutto è sobrio, funzionale, pulito, profondamente umano. Con l’Università della Tuscia, San Salvatore ha messo a punto tecnologie di vinificazione in atmosfera controllata, per tenere a bada l’ossigeno, così i componenti preziosi del vino non si ossidano, ed è possibile ridurre al minimo i solfiti, fino a ridurli del tutto.

Nel 2011 la prima vendemmia e l’imbottigliamento, il resto è storia nota, di successi, premi riconoscimenti, le piccole sottili differenze alla fine hanno funzionato. L’aglianico di punta dell’azienda, Peppino l’ha intitolato ad un suo grande amico, un ragazzo di centosette anni che si chiama Gillo Dorfles, lo studioso più acuto ed onesto che l’Italia abbia avuto della sua irrisolta contemporaneità, e Gillo ha ripreso pennelli e colori, ha ideato le etichette, con quei disegni d’arte concreta, che continuano ad essere esercizio libero d’autenticità e intelligenza.

Peppino sorride, si sorprende ora di come, nonostante le cose importanti fatte nel turismo, solo con il vino sia giunto il pieno riconoscimento; quel vino che lui ritiene essere il più importante ambasciatore delle nostre terre che, mi dice, “sono avare solo con chi non le ascolta.”

Per queste terre dobbiamo continuare a lavorare. “Alla fine della nostra esperienza torniamo al luogo dove siamo partiti, ed è triste trovarlo impoverito di attività, imprese, energie. L’imprenditore deve migliorare il proprio territorio, e i proventi non servono a comprare barche ma a far crescere le aziende; non possiamo – le famiglie, lo Stato –  continuare a sacrificarci per formare i nostri ragazzi, e poi consegnarli alle multinazionali, che stanno desertificando d’intelligenza il sud dell’Italia, e questo nostro Cilento.”

In etichetta, il logo dell’azienda è un bufalo stilizzato, assieme a un motto singolare: “Ho visto un bufalo tra le vigne ed ho bevuto vino. Ho visto un bufalo tra le vigne e lui ha visto me”. Gli chiedo di spiegarmelo, è una specie di mito di fondazione, di intonazione zen: “Quando ancora stavamo impiantando i vigneti della San Salvatore, successe che un bufalo maschio scappò dalla stalla, rifugiandosi tra i filari, il fattore lo raggiunse, si guardarono negli occhi, alla fine l’immenso animale non attaccò, si fece pacificamente riprendere.”

Insomma, se ho capito il senso, noi guardiamo e coltiviamo il mondo, ma il mondo non smette di guardarci e di lavorare su di noi, ed è vero che alla fine non possediamo proprio niente, resta il tesoro di relazioni, passioni, tutte le cose che lungo il cammino abbiamo faticosamente appreso.

Giampaolo Visetti, Repubblica 11 febbraio 2017

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Prima delle città, c’erano i prati. Le case, le strade e infine le fabbriche hanno spinto lontano il vuoto del mondo. Aveva un valore: è stato acquistato e cancellato. Il suo bisogno però è rimasto. Così il prato, fatto di erba spontanea e di fiori casuali, sta tornando al suo posto: al centro della città che l’aveva allontanato. Le metropoli straniere hanno ripreso a considerare essenziali le distese verdi tra i grattacieli e le tangenziali. Se non ci sono, la gente non riesce a vivere. In Italia, il ritorno dei prati tra di noi è il caso urbanistico del momento. La crisi dell’economia innesca drammi, ma anche qualche prodigio. Il prato collettivo non è un giardino pubblico. Se ne occupa la natura, che grazie all’erba comincia discretamente a rifarsi vedere fuori dalla finestra. Nei nuovi prati di città le persone giorno e notte possono fare ciò che vogliono: anche sentirsi un’altra volta libere.

A Città del Messico hanno richiamato in servizio il primo prato metropolitano per una necessità di ordine sociale. Gli scrivani, inghiottiti dallo smog, non stendevano più le lettere d’amore che gli immigrati ogni settimana spedivano a casa assieme ai soldi. A rubare loro il lavoro non erano skype e cellulare. I sociologi hanno scoperto che, senza un prato vicino, gli abitanti della città più popolata del pianeta non s’innamoravano più. Erano depressi e anche la loro resa economica soffriva. È bastato un grande prato incolto a rimettere le cose a posto: le rapine sono calate, assieme a scioperi e proteste. Anche in Italia e nel resto dell’Europa i prati si riprendono il cuore delle città per ragioni cruciali. La prima è che nascono sempre meno bambini. Non ci sono luoghi dove le persone possono stare gratis, avvistarsi e parlare con calma. Nei vecchi parchi pubblici ancora si intima di «non calpestare le aiole». Nei nuovi prati collettivi si chiede «per piacere, camminate nell’erba». I giardini ereditati dall’Ottocento servivano per ammirare il potere. I prati del Duemila tornano per riconciliare.

«Siamo stati soli abbastanza — dice Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton di Treviso — e abbiamo compreso che nemmeno spendere guarisce. Una società per restare insieme ha bisogno prima di tutto di conoscersi. I prati tornano in mezzo a noi perché sono la vita che avevamo dimenticato ». Dove già crescono, sono l’epicentro della comunità. Le persone ci vanno per giocare, camminare, dormire, parlare, mangiare. Si può leggere e pensare, darsi un appuntamento e fare sport, guardarsi attorno soli ma tra gli altri, senza imbarazzo. Si organizzano fiere, feste, mostre, mercati contadini, laboratori artigiani, concerti e flash-mob. I bambini, i giovani, gli adulti e i vecchi si mescolano senza vergogna.

Ad Amsterdam e Parigi, Barcellona e Berlino, Londra e Copenaghen, i nuovi prati di città rendono bene. Stanno riconquistando le aree industriali abbandonate, i vecchi aeroporti, i dismessi quartieri operai, le centrali a carbone spente, i porti chiusi dal mare senza pesce. Le case, spiegano gli immobiliaristi, si restringono. Si vive soli e fuori. Se però l’erba ti arriva fino allo zerbino, anche in pieno centro, il monolocale ha un mercato. Nell’ultimo mezzo secolo contavano i servizi: i negozi, i mezzi pubblici, i parcheggi e i cassonetti per le cose buttate. Fuggiti dalla campagna non volevamo più polvere, disordine, odore. Adesso è il tempo delle opportunità: uscire in bici, prendere il sole, lasciare libero il cane, raccogliere fiori spontanei per la tavola, lavarsi alla fontana e lavorare a distanza. «Nessuna nostalgia — dice Tamaro — l’epoca dei fori boari, delle parate militari e del mercato delle vacche è conclusa. I nuovi prati urbani offrono il wi-fi e hanno funzioni contemporanee. Costano poco, sono veloci, se ne occupano i residenti. Sono una risposta anche all’accoglienza: chi fugge da guerra e povertà ha solo una sim che lo collega con le radici tagliate».

Nel 2016 per la prima volta nelle città italiane sono stati inaugurati più prati collettivi che centri commerciali. I più grandi sono a Torino, Milano, Bergamo, Firenze, Roma, Mestre, L’Aquila, Vicenza, Pisa. Decine sono in costruzione, o in discussione. «Lo spazio vuoto e non strutturato — dice l’architetto del paesaggio Luigi Latini, docente a Venezia — fa bene, ma incute paura. Rende liberi, ma impone la responsabilità della partecipazione, mette in crisi l’egoismo. È una pausa: se pensiamo a ciò che sono diventati la democrazia e il capitalismo, ci vuole coraggio per affrontarli ».

A Treviso urbanisti, architetti, sociologi, economisti, storici e agronomi di tutto il mondo si confronteranno sui «nuovi prati urbani comuni» il 16 e il 17 febbraio. La città sta pensando di consegnare all’erba l’antico Prato della Fiera, abbandonato alle automobili. La prospettiva, nella società post-industriale, si rovescia: asfalto, cemento e vetrine valgono finanziariamente meno di erba, fiori e farfalle, o non possono farne a meno. «Il prato dentro la città — dice Simonetta Zanon, botanica e paesaggista — non è più un’estetica questione ecologista. Ha un impatto sociale, politico ed economico. I Comuni non devono più stabilire quanti centimetri debba essere alta l’erba di un green artificiale, stile golf, subìto per coprire le speculazioni edilizie. La verità è che se le città non si lasciano riconquistare dai prati naturali e dalla terra, vengono abbandonate dalla gente».

Entro il 2030, il 70% dell’umanità vivrà in città e metropoli. L’urbanizzazione globale è l’ultimo grande affare che può sostenere la crescita. Per evitare che chi fugge la marginalità si consegni alla solitudine, torneranno i prati. «Non ci sono alternative — sostiene Elisa Tomat, antesignana delle praterie di città e progettista a Udine — per sopravvivere dobbiamo riportare sotto casa la complessità della tessitura erbosa». Nel Novecento, Ermanno Olmi ce lo insegna, i prati hanno coperto i caduti delle guerre, più resistenti dell’odio. Adesso spetta ancora a loro riparare le ferite dei conflitti successivi, aperte nelle vittime dei bond. Tocca ancora a un prato essere una speranza. Ci si va per giocare, camminare, dormire, parlare, mangiare “Così questi luoghi ci restituiscono la vita che avevamo dimenticato”

Pantano-blues

Il reportage di Riccardo Rosa e Luca Rossomando, a Benevento, venti giorni dopo.

Da Napolimonitor.it, disegno di Giovanni Colaneri

Antonio di Gennaro, 27 marzo 2015

Il nome, Xylella, suona come quello di una fanciulla esotica, invece è quello del batterio killer che sta sterminando gli olivi in Terra d’Otranto, lo sperone d’Italia, mettendo a serio rischio la coltura millenaria dell’albero, in Italia e nel bacino del Mediterraneo. Il batterio si insinua nei vasi che trasmettono la linfa grezza dalle radici alle foglie, li ingromma e li ostruisce col suo catarro, le piante secolari intristiscono, e velocemente disseccano e muoiono. Il temibile focolaio pugliese interessa le province di Lecce e Brindisi, l’umile Italia di Virgilio, in un’area grande suppergiù centomila ettari, poco meno della provincia di Napoli. L’emergenza è di scala continentale, c’è già un commissario straordinario nominato dal governo, mentre l’Unione europea ha prodotto un allarmato rapporto con le misure straordinarie per bloccare l’infezione.

Il fatto è che è impossibile attaccare direttamente il batterio, protetto com’è all’interno dei tessuti della pianta, ed allora è necessario combattere il suo vettore, l’insetto che lo trasporta, un’inerme cicalina grande pochi millimetri, che vive nell’erba, e si protegge all’interno di una nuvola di schiuma che lei stessa produce, che sembra un grumo di bava, da cui il nome volgare di “sputacchina”. L’insettino si nutre della linfa delle piante, succhiandola direttamente col suo stiletto dai tubicini microscopici che la trasportano. Quando l’erba secca, la cicalina passa ad attaccare i germogli d’olivo. Così facendo, il batterio è trasportato da un albero all’altro, e l’infezione si propaga.

La soluzione proposta dall’Unione europa è ora quella di creare con urgenza una fascia sanitaria di eradicazione, intorno al focolaio di infezione, larga almeno quindici chilometri, una cosa epocale, mai vista, nella quale le piante malate devono essere rapidamente distrutte, la cicalina combattuta coi pesticidi, le erbe che la ospitano disseccate coi diserbanti, e interrate con fresature continue. L’esito di queste misure rimane incerto, perchè il minuscolo insetto può essere inconsapevolmente trasportato da uomini, animali, autoveicoli.

Dove passa la Xylella, l’olivo scompare, non può più essere coltivato, ed allora proviamo ad immaginare le nostre campagne senza olivi. Non è possibile, perchè il paesaggio mediterraneo è stato costruito intorno all’olivo, che con la vite e il grano compone la “triade mediterranea”, la base della sussistenza umana da tre millenni a questa parte, nonchè il nucleo essenziale della dieta mediterranea, oggi celebrata dall’Unesco come “patrimonio immateriale dell’umanità”.

Del resto, l’olivo stesso è un’invenzione, un prodotto della tecnica, dell’intelligenza, nel senso che il suo progenitore naturale è un cespuglio impervio della macchia mediterranea, ed è stato l’agricoltore mediterraneo tremila anni fa a volerlo pensare come albero, allevandolo con appropriate metodologie, che il mito vuole siano state trasmesse agli uomini da Pallade Atena in persona, la dea della pace e del buon governo.

Insomma, c’è preoccupazione. Già l’annata 2014 era andata male, causa l’andamento metereologico sfavorevole, e l’olio extravergine nazionale è sufficiente a soddisfare i consumi interni non oltre il mese di giugno. Poco olio, ed ora rischiamo addirittura di perdere gli olivi. Una cosa inimmaginabile. Dobbiamo augurarci che il programma straordinario di intervento abbia successo. Iniziando a riflettere sul fatto che i magnifici oliveti della Penisola, del Cilento, della collina interna, del Roccamonfina, non sono alla fine una presenza scontata, non ci sono dati per sempre, una ragione in più per amarli e proteggerli.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 1 aprile 2015 con il titolo “Quella “sputacchina” rischia di cambiare il paesaggio mediterraneo”