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Giampaolo Visetti, Repubblica 11 febbraio 2017

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Prima delle città, c’erano i prati. Le case, le strade e infine le fabbriche hanno spinto lontano il vuoto del mondo. Aveva un valore: è stato acquistato e cancellato. Il suo bisogno però è rimasto. Così il prato, fatto di erba spontanea e di fiori casuali, sta tornando al suo posto: al centro della città che l’aveva allontanato. Le metropoli straniere hanno ripreso a considerare essenziali le distese verdi tra i grattacieli e le tangenziali. Se non ci sono, la gente non riesce a vivere. In Italia, il ritorno dei prati tra di noi è il caso urbanistico del momento. La crisi dell’economia innesca drammi, ma anche qualche prodigio. Il prato collettivo non è un giardino pubblico. Se ne occupa la natura, che grazie all’erba comincia discretamente a rifarsi vedere fuori dalla finestra. Nei nuovi prati di città le persone giorno e notte possono fare ciò che vogliono: anche sentirsi un’altra volta libere.

A Città del Messico hanno richiamato in servizio il primo prato metropolitano per una necessità di ordine sociale. Gli scrivani, inghiottiti dallo smog, non stendevano più le lettere d’amore che gli immigrati ogni settimana spedivano a casa assieme ai soldi. A rubare loro il lavoro non erano skype e cellulare. I sociologi hanno scoperto che, senza un prato vicino, gli abitanti della città più popolata del pianeta non s’innamoravano più. Erano depressi e anche la loro resa economica soffriva. È bastato un grande prato incolto a rimettere le cose a posto: le rapine sono calate, assieme a scioperi e proteste. Anche in Italia e nel resto dell’Europa i prati si riprendono il cuore delle città per ragioni cruciali. La prima è che nascono sempre meno bambini. Non ci sono luoghi dove le persone possono stare gratis, avvistarsi e parlare con calma. Nei vecchi parchi pubblici ancora si intima di «non calpestare le aiole». Nei nuovi prati collettivi si chiede «per piacere, camminate nell’erba». I giardini ereditati dall’Ottocento servivano per ammirare il potere. I prati del Duemila tornano per riconciliare.

«Siamo stati soli abbastanza — dice Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton di Treviso — e abbiamo compreso che nemmeno spendere guarisce. Una società per restare insieme ha bisogno prima di tutto di conoscersi. I prati tornano in mezzo a noi perché sono la vita che avevamo dimenticato ». Dove già crescono, sono l’epicentro della comunità. Le persone ci vanno per giocare, camminare, dormire, parlare, mangiare. Si può leggere e pensare, darsi un appuntamento e fare sport, guardarsi attorno soli ma tra gli altri, senza imbarazzo. Si organizzano fiere, feste, mostre, mercati contadini, laboratori artigiani, concerti e flash-mob. I bambini, i giovani, gli adulti e i vecchi si mescolano senza vergogna.

Ad Amsterdam e Parigi, Barcellona e Berlino, Londra e Copenaghen, i nuovi prati di città rendono bene. Stanno riconquistando le aree industriali abbandonate, i vecchi aeroporti, i dismessi quartieri operai, le centrali a carbone spente, i porti chiusi dal mare senza pesce. Le case, spiegano gli immobiliaristi, si restringono. Si vive soli e fuori. Se però l’erba ti arriva fino allo zerbino, anche in pieno centro, il monolocale ha un mercato. Nell’ultimo mezzo secolo contavano i servizi: i negozi, i mezzi pubblici, i parcheggi e i cassonetti per le cose buttate. Fuggiti dalla campagna non volevamo più polvere, disordine, odore. Adesso è il tempo delle opportunità: uscire in bici, prendere il sole, lasciare libero il cane, raccogliere fiori spontanei per la tavola, lavarsi alla fontana e lavorare a distanza. «Nessuna nostalgia — dice Tamaro — l’epoca dei fori boari, delle parate militari e del mercato delle vacche è conclusa. I nuovi prati urbani offrono il wi-fi e hanno funzioni contemporanee. Costano poco, sono veloci, se ne occupano i residenti. Sono una risposta anche all’accoglienza: chi fugge da guerra e povertà ha solo una sim che lo collega con le radici tagliate».

Nel 2016 per la prima volta nelle città italiane sono stati inaugurati più prati collettivi che centri commerciali. I più grandi sono a Torino, Milano, Bergamo, Firenze, Roma, Mestre, L’Aquila, Vicenza, Pisa. Decine sono in costruzione, o in discussione. «Lo spazio vuoto e non strutturato — dice l’architetto del paesaggio Luigi Latini, docente a Venezia — fa bene, ma incute paura. Rende liberi, ma impone la responsabilità della partecipazione, mette in crisi l’egoismo. È una pausa: se pensiamo a ciò che sono diventati la democrazia e il capitalismo, ci vuole coraggio per affrontarli ».

A Treviso urbanisti, architetti, sociologi, economisti, storici e agronomi di tutto il mondo si confronteranno sui «nuovi prati urbani comuni» il 16 e il 17 febbraio. La città sta pensando di consegnare all’erba l’antico Prato della Fiera, abbandonato alle automobili. La prospettiva, nella società post-industriale, si rovescia: asfalto, cemento e vetrine valgono finanziariamente meno di erba, fiori e farfalle, o non possono farne a meno. «Il prato dentro la città — dice Simonetta Zanon, botanica e paesaggista — non è più un’estetica questione ecologista. Ha un impatto sociale, politico ed economico. I Comuni non devono più stabilire quanti centimetri debba essere alta l’erba di un green artificiale, stile golf, subìto per coprire le speculazioni edilizie. La verità è che se le città non si lasciano riconquistare dai prati naturali e dalla terra, vengono abbandonate dalla gente».

Entro il 2030, il 70% dell’umanità vivrà in città e metropoli. L’urbanizzazione globale è l’ultimo grande affare che può sostenere la crescita. Per evitare che chi fugge la marginalità si consegni alla solitudine, torneranno i prati. «Non ci sono alternative — sostiene Elisa Tomat, antesignana delle praterie di città e progettista a Udine — per sopravvivere dobbiamo riportare sotto casa la complessità della tessitura erbosa». Nel Novecento, Ermanno Olmi ce lo insegna, i prati hanno coperto i caduti delle guerre, più resistenti dell’odio. Adesso spetta ancora a loro riparare le ferite dei conflitti successivi, aperte nelle vittime dei bond. Tocca ancora a un prato essere una speranza. Ci si va per giocare, camminare, dormire, parlare, mangiare “Così questi luoghi ci restituiscono la vita che avevamo dimenticato”

Pantano-blues

Il reportage di Riccardo Rosa e Luca Rossomando, a Benevento, venti giorni dopo.

Da Napolimonitor.it, disegno di Giovanni Colaneri

Antonio di Gennaro, 27 marzo 2015

Il nome, Xylella, suona come quello di una fanciulla esotica, invece è quello del batterio killer che sta sterminando gli olivi in Terra d’Otranto, lo sperone d’Italia, mettendo a serio rischio la coltura millenaria dell’albero, in Italia e nel bacino del Mediterraneo. Il batterio si insinua nei vasi che trasmettono la linfa grezza dalle radici alle foglie, li ingromma e li ostruisce col suo catarro, le piante secolari intristiscono, e velocemente disseccano e muoiono. Il temibile focolaio pugliese interessa le province di Lecce e Brindisi, l’umile Italia di Virgilio, in un’area grande suppergiù centomila ettari, poco meno della provincia di Napoli. L’emergenza è di scala continentale, c’è già un commissario straordinario nominato dal governo, mentre l’Unione europea ha prodotto un allarmato rapporto con le misure straordinarie per bloccare l’infezione.

Il fatto è che è impossibile attaccare direttamente il batterio, protetto com’è all’interno dei tessuti della pianta, ed allora è necessario combattere il suo vettore, l’insetto che lo trasporta, un’inerme cicalina grande pochi millimetri, che vive nell’erba, e si protegge all’interno di una nuvola di schiuma che lei stessa produce, che sembra un grumo di bava, da cui il nome volgare di “sputacchina”. L’insettino si nutre della linfa delle piante, succhiandola direttamente col suo stiletto dai tubicini microscopici che la trasportano. Quando l’erba secca, la cicalina passa ad attaccare i germogli d’olivo. Così facendo, il batterio è trasportato da un albero all’altro, e l’infezione si propaga.

La soluzione proposta dall’Unione europa è ora quella di creare con urgenza una fascia sanitaria di eradicazione, intorno al focolaio di infezione, larga almeno quindici chilometri, una cosa epocale, mai vista, nella quale le piante malate devono essere rapidamente distrutte, la cicalina combattuta coi pesticidi, le erbe che la ospitano disseccate coi diserbanti, e interrate con fresature continue. L’esito di queste misure rimane incerto, perchè il minuscolo insetto può essere inconsapevolmente trasportato da uomini, animali, autoveicoli.

Dove passa la Xylella, l’olivo scompare, non può più essere coltivato, ed allora proviamo ad immaginare le nostre campagne senza olivi. Non è possibile, perchè il paesaggio mediterraneo è stato costruito intorno all’olivo, che con la vite e il grano compone la “triade mediterranea”, la base della sussistenza umana da tre millenni a questa parte, nonchè il nucleo essenziale della dieta mediterranea, oggi celebrata dall’Unesco come “patrimonio immateriale dell’umanità”.

Del resto, l’olivo stesso è un’invenzione, un prodotto della tecnica, dell’intelligenza, nel senso che il suo progenitore naturale è un cespuglio impervio della macchia mediterranea, ed è stato l’agricoltore mediterraneo tremila anni fa a volerlo pensare come albero, allevandolo con appropriate metodologie, che il mito vuole siano state trasmesse agli uomini da Pallade Atena in persona, la dea della pace e del buon governo.

Insomma, c’è preoccupazione. Già l’annata 2014 era andata male, causa l’andamento metereologico sfavorevole, e l’olio extravergine nazionale è sufficiente a soddisfare i consumi interni non oltre il mese di giugno. Poco olio, ed ora rischiamo addirittura di perdere gli olivi. Una cosa inimmaginabile. Dobbiamo augurarci che il programma straordinario di intervento abbia successo. Iniziando a riflettere sul fatto che i magnifici oliveti della Penisola, del Cilento, della collina interna, del Roccamonfina, non sono alla fine una presenza scontata, non ci sono dati per sempre, una ragione in più per amarli e proteggerli.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 1 aprile 2015 con il titolo “Quella “sputacchina” rischia di cambiare il paesaggio mediterraneo”