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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli dell’11 novembre 2016

Con un decreto dello scorso due novembre la magistratura ha disposto in via definitiva il dissequestro dei suoli agricoli di Caivano. I motivi del provvedimento sono proprio quelli descritti nell’articolo con il quale questo giornale commentò, giusto tre anni fa, la notizia del sequestro (“Ma i rischi sono dubbi”): gli elementi chimici presenti nei suoli agricoli e nelle acque dei pozzi irrigui sono parte del “fondo naturale”, sono tipici degli ambienti vulcanici della piana campana, ed anzi rappresentano un aspetto della particolare fertilità di questi ecosistemi agricoli. Non bisognava essere Sherlock Holmes per dire queste cose, bastavano le cognizioni di base di scienza del suolo e di agronomia. Eppure, i tecnici che ragionavano in questo modo furono tacciati di negazionismo, e sono stati necessari tre anni, e l’iniziativa di pochi agricoltori coraggiosi, perché una verità ovvia acquisisse finalmente rilievo giudiziario.

Ma erano i giorni della caccia alle streghe, c’era uno schema preciso e convincente, ripreso incessantemente dai media, che non poteva essere messo in discussione: i rifiuti hanno inquinato i suoli, i suoli hanno contaminato le colture alimentari, il consumo di quei prodotti ha fatto ammalare le persone. In questa catena gli agricoltori erano dalla parte del nemico, l’agricoltura un’attività gravida di rischi. Così, i pomodori finirono sull’altare, come simbolo della disfatta di una terra.

Il provvedimento della magistratura del 2 novembre dice ora che quell’interpretazione era priva di fondamento, mentre anche i monitoraggi rigorosi, con migliaia di analisi sui prodotti, hanno confermato che gli ortaggi e la frutta della piana campana continuano ad avere qualità eccellente, e ad essere assolutamente sicuri.

L’impatto economico della crisi mediatico-giudiziaria è stato destabilizzante, non solo per gli agricoltori interessati dai sequestri, ma per l’intero settore agricolo. Uno studio condotto dall’Istituto Nazionale di Economia Agraria per conto del governo ha evidenziato come il danno economico sia ricaduto, nell’area di crisi, soprattutto sulle piccole aziende, non in grado di autocertificare i propri prodotti, con un calo dei prezzi di vendita dal 25 fino al 75%. Per i piccoli agricoltori della piana campana questo svilimento assolutamente immotivato del loro lavoro ha rappresentato l’umiliazione estrema, nonché una minaccia per la loro stessa esistenza.

Il dissequestro dei suoli di Caivano rappresenta uno spartiacque in questa dolorosa vicenda. E’ venuto il momento di riconsiderare le attività agricole delle pianure campane per quello che sono veramente: gli unici presidi di cura e gestione della terra e delle acque, nonché di buona economia, in uno sconquasso urbanistico e territoriale senza fine. Di questo disordine gli agricoltori sono vittime piuttosto che soggetti attivi.

Ricordando sempre una cosa: nella grande area metropolitana il sessanta per cento del territorio è spazio rurale, è cioè fatto non da strade e palazzi, ma da coltivi, boschi e aree naturali. E’ la maglia capillare di ventottomila aziende agricole che ancora resistono a prendersi cura di questa immensa cintura verde, che noi ci ostiniamo a non considerare. L’umiliazione degli agricoltori, la chiusura delle aziende agricole, è la strada più breve e sicura per lo sconquasso finale del nostro ecosistema e della nostra economia.