Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 24 novembre 2018

Ci sono molte buone ragioni per leggere l’ultimo libro che Francesco Erbani ha dedicato a Venezia (Non è triste Venezia. Pietre, acqua, persone. Reportage narrativo da una città che deve ricominciare, Manni Editori, 230 pp.), alcune delle quali ci riguardano piuttosto da vicino. Intanto, il libro di Erbani è il racconto di cosa succede quando una città –  e quale città – smette di essere tale, il luogo della vita vissuta, dei mille lavori, mestieri, relazioni, per diventare qualcos’altro, un luogo il cui significato prescinde ormai dal destino dei suoi abitanti.

Oggi infatti nei millesettecento ettari di città lagunare vivono poco più di cinquantamila residenti, erano centosettantamila nel 1951, il crollo è stato del 70%, così Venezia s’è drammaticamente spopolata, come un borgo appenninico, con le morti che ora superano le nascite nel rapporto di 3 a 1, e il ricambio che non c’è, perché le case che si liberano finiscono inesorabilmente nel giro più lucroso dei fitti turistici a breve termine, gestito da piattaforme globali tipo Airbnb. Resta una città di superstiti, sempre più anziani, in quartieri dove la diversità dei commerci, dei mestieri e dei servizi si spegne, cede il posto alla monocoltura dei souvenir e del cibo veloce per i turisti.

Eppure, osserva Erbani, la trasformazione di Venezia da città storica a parco a tema per il turismo globale, un processo che nessuna politica pubblica si è preoccupata di governare, né tantomeno mitigare,  riguarda quella che, secondo Le Corbusier, era la città ideale, l’ecosistema urbano più sostenibile, proprio perché conscio dei suoi limiti, dei delicati equilibri di terra e acqua che sono alla base della sua esistenza; una città dove il pedone è padrone assoluto degli spazi – i campi, i ponti, le calli;  che dispone addirittura, nei canali, di una rete specializzata per i trasporti, con l’energia del remo che, fino non molti decenni fa, come ricorda Eddy Salzano, il grande urbanista al quale è dedicato l’ultimo capitolo del libro, scandiva ancora con efficienza tempi e ritmi delle attività umane.

Ad ogni modo la grande mutazione è un fenomeno complesso, a più dimensioni; i pezzi di conoscenza necessari a comprendere sono ancora frammentari, sfuggenti, ed è per questo che il libro è soprattutto una grande inchiesta, un’indagine sul campo, con Erbani – la figura imponente chiusa nel paltò – che come Maigret percorre ostinatamente la città, incontra e interroga luoghi,  testimoni e protagonisti: chi l’ecosistema Venezia l’ha studiato e chi l’ha amministrato; chi ancora ci vive e ci lavora; chi asseconda il vento, e chi invece resiste, nell’idea che le ragioni del vivere e dell’abitare possano ancora guidare le scelte d’uso e la destinazione degli spazi, al di là dei diktat sbrigativi dell’industria turistica e dei grandi investitori ed eventi internazionali.

In tutto questo, il fascino del libro sta anche nel fatto che l’autore, mentre costruisce il dossier più esauriente sullo stato e i possibili destini della città lagunare, ricco di dati, fatti e preziose ricostruzioni, ci regala anche il racconto intenso del suo viaggio, un diario di momenti, immagini, situazioni che alla fine sono parte viva ed essenziale di questo percorso personale di conoscenza.

Sui temi del libro, è intanto nata sulle pagine nazionali di Repubblica una discussione accesa, con gli interventi dell’urbanista Pier Luigi Cervellati e dell’economista della cultura Alessandro Leon a sostenere le ragioni di una strategia pubblica in grado di imporsi alla monocultura turistica; e dell’ex sindaco Cacciari che invita invece a non demonizzare questi processi, visti come un’evoluzione ineluttabile, forse necessaria.

E’ un dibattito cruciale, che non risparmia la nostra città, che negli ultimi anni sta vivendo, per ora in limitate parti del suo centro storico, che complessivamente è esteso proprio quanto Venezia, dinamiche assolutamente spontanee assai simili a quelle raccontate nel libro di Erbani, seppur allo stato embrionale, e la domanda è quanto la vitalità e gli equilibri di queste aree siano in prospettiva minacciati dallo svuotamento progressivo di abitanti, la loro sostituzione con city users di diverso tipo, l’omologazione turistica dei commerci e dei servizi.

Insomma, il libro di Erbani riguarda anche Napoli, oltre che l’Italia, perché quella di Venezia e dei centri storici è questione nazionale, decisiva per il destino del Bel Paese, e il viaggio che  Francesco sta  compiendo per noi –  nel quale questa di Venezia è solo l’ultima tappa dopo Roma, l’Aquila, Pompei, i reportage de l’Italia maltrattata – sta producendo la riflessione più seria e avvertita della quale disponiamo.