Antonio di Gennaro, 25 giugno 2015

In un celebre articolo del 1945 Gaetano Salvemini, ragionando già allora sul riassetto della macchina amministrativa dello Stato, osservava come i confini delle regioni italiane siano una creazione del tutto artificiale, pensata a tavolino, che prescinde dalle strutture geografiche e dalle traiettorie storiche dei singoli territori. Al contrario delle province, il cui disegno, tutto sommato, meglio corrisponde ad una tradizione istituzionale e amministrativa consolidata. Questo carattere di “artificialità” delle regioni torna alla ribalta in un momento come quello attuale, di disaffezione dei cittadini-elettori, che hanno disertato alla grande l’ultima consultazione, quasi a sottolineare l’ininfluenza dell’istituzione, nel mare magno della crisi,  per il raddrizzamento dei destini personali e collettivi.

Se guardiamo alla Campania com’è oggi, le valutazioni di Salvemini appaiono tanto più calzanti, se i diversi territori dei quali si compone la regione appaiono tragicamente isolati: in assenza di una strategia comune, prevalgono le rivendicazioni e i conflitti, e l’idea che ciascun territorio abbia maggiori possibilità di superare la crisi facendo da solo, separando il più possibile il proprio destino da quello dell’intera regione.

Un caso emblematico è quello della “Terra dei fuochi”, che gli analisti più avvertiti oramai interpretano, al di là degli slogan e delle parole d’ordine, come una secessione dell’hinterland, che si riconosce oramai più popoloso e influente, da un capoluogo in declino, incapace di esercitare una qualsivoglia leadership, e di coalizzare il proprio retroterra all’insegna di politiche e visioni complessive di riscatto e riqualificazione territoriale.

In questa situazione, risulta evidente come, in assenza di un nuovo progetto politico e istituzionale, in grado di proporre ai territori una traiettoria comune, la Campania semplicemente non esista, e il ragionamento di Salvemini andrebbe allora inteso in senso propositivo, seguendo questa volta le orme di Francesco Compagna, riconoscendo come la regione, alla fine, costituisca il prodotto esclusivo di una visione e di una capacità di programmazione. Al di fuori di questa missione, l’ente regionale non ha ragione d’essere, e dovremmo ammettere, con il depotenziamento delle province, di aver scelto il bersaglio sbagliato.

Eppure i territori della Campania continuano ad essere uno straordinario serbatoio di risorse, materiali e immateriali. Riflettiamo sulla forza planetaria del brand “Vesuvio”, capace di suggestionare l’adolescenza di un ragazzo americano, che poi da grande diventa Ben Stiller, che in questi giorni ha raccontato con stupore ed entusiasmo il coronamento di un sogno di conoscenza a lungo inseguito. Il territorio regionale è zeppo di simili ricchezze, propulsori culturali e comunicativi che potrebbero dare nuova linfa, nella competizione globale, alle filiere del turismo, della manifattura, dei prodotti di qualità, della tecnologia e della conoscenza.

Per fare questo, occorre una nuova alleanza tra i territori, a partire da quella indifferibile tra la grande conurbazione regionale Caserta-Napoli-Salerno, che ospita i tre quarti dei cittadini campani, disagevolmente stipati, con enormi problemi ambientali irrisolti, sul 15% del territorio, e il resto della regione, la grande cintura verde appenninica, dal Matese fino al Cervati, che quei cittadini rifornisce di servizi essenziali come l’acqua, l’aria e la qualità ecologica, ma i cui borghi sono fase di desertificazione demografica e sociale. Le città e le terre della Campania devono raccontarsi e progettarsi insieme, a Roma come a Bruxelles. Tenere insieme tutte queste cose, riconoscere le sinergie al di là dei conflitti, è l’unica strada per la Campania-istituzione e per la Campania-territorio per recuperare un senso, per ridefinire sé stesse.

Pubblicato su Repubblica Napoli dell’1 luglio 2015 con il titolo “La Campania non è un’astrazione”