Antonio di Gennaro, 31 luglio 2015

E’ davvero il catastrofismo l’ultima risorsa, il linguaggio obbligato per chi intenda portare all’attenzione del dibattito pubblico e dell’agenda di governo nazionale la difficile condizione del Mezzogiorno e della Campania? Per molti versi, la strategia narrativa adottata dall’ultimo rapporto Svimez, con l’immagine forte di un meridione a rischio di sottosviluppo permanente, e una situazione socio-economica addirittura peggiore di quella greca, appare simmetrica a quella che si è affermata in campo ambientale con la Terra dei fuochi, che è il racconto di un ecosistema irrimediabilmente compromesso. Le tinte sono altrettanto fosche, e sono quelle di una catastrofe oramai senza scampo.

Nel caso della Terra dei fuochi abbiamo poi capito che non era veramente così, il territorio è  ferito, ma il grosso dell’organismo è sano, e c’è una concreta possibilità di recupero. Il problema è che il racconto martellante della catastrofe è come se avesse alla fine estenuato ogni capacità di reazione, perché di fronte alla prospettiva del male totale non c’è riformismo o programma incrementale che tenga, ogni azione appare inutile, le motivazioni vengono meno, e non si sa nemmeno da che parte iniziare. Il catastrofismo invoca improbabili palingenesi, mutamenti radicali di sistema, soluzioni definitive che non verranno mai, più che la capacità quotidiana di affrontare i problemi, di costruire soluzioni a partire dalle cose che è possibile fare, oggi.

Certo, l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di placebo tranquillizzanti, o di un Pangloss che ci dica che le cose non stanno poi così male. Le difficoltà sono drammatiche, e sono sotto gli occhi di tutti. Resta il fatto che il racconto della catastrofe, sia essa in versione economica o ecologica, al di là della robustezza dei dati e delle analisi – che nel caso di Svimez non è assolutamente in discussione – non è servito sino ad oggi a generare efficaci azioni di governo, a scala locale e nazionale, o a selezionare classi dirigenti più capaci, e rischia anzi di funzionare come alibi, di provocare assuefazione. Abbiamo probabilmente bisogno di una narrazione diversa, che non sminuisca i problemi, ma restituisca senso ed urgenza a un lavoro quotidiano indefettibile, misurabile, prospetticamente orientato. Come gli inglesi, che a detta di Churchill non s’accorsero di aver perso, continuarono cocciutamente a combattere, e finirono per vincerla, la guerra.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 5 agosto 2015 con il titolo “Se il catastrofismo diventa un alibi”