Giuseppiello

Antonio di Gennaro, 12 gennaio 2016

L’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità sulle malattie tumorali nella Terra dei fuochi ha agito a scoppio ritardato. Pubblicato in sordina lo scorso mese di settembre, il documento è finito solo da pochi giorni al centro del dibattito pubblico, per vie traverse, dopo la sua pubblicazione sul sito dell’Agenzia ambientale toscana, riattivando d’improvviso polemiche e accuse che parevano provvisoriamente sopite.

In particolare, le conclusioni cui giunge lo studio, con l’evidenziazione di eccessi di mortalità, incidenza e ospedalizzazione per malattie tumorali nei 55 comuni delle province di Napoli e Caserta interessati dal decreto Terra dei fuochi, con particolare riferimento al primo anno di vita e all’infanzia, sono stati impiegati dagli esponenti più in vista del movimento Terra dei fuochi per criticare aspramente quanti avevano a loro dire sottovalutato o negato l’entità dei problemi.

E’ opportuno a questo punto fare un po’ di ordine. Il rapporto dell’Istituto Superiore è un adempimento istituzionale, previsto della legge sulla “Terra dei fuochi”, e costituisce un aggiornamento dello studio SENTIERI, che fotografa la situazione al maggio 2014. Non si tratta dunque di dati nuovi, ma di un’ulteriore elaborazione di quanto si sapeva già, con alcune novità rappresentate dall’attenzione che lo studio rivolge alla popolazione infantile e adolescenziale, e al fatto di prevedere, tra i fattori di normalizzazione dei dati, oltre a quello dell’età, anche la deprivazione sociale.

Per il resto, la metodologia è la stessa impiegata nelle precedenti versioni dello studio SENTIERI: un approccio che, a quanto scrivono gli autori dello studio “… non consente in linea generale, la formulazione di valutazioni di nessi causali”, che non è in altri termini in grado di determinare le cause delle patologie indagate, e ciò vale tanto più, è scritto espressamente nel rapporto, per malattie come i tumori, “ad eziologia multifattoriale”, che possono cioè dipendere da cause molteplici.

Viene allora da chiedersi perché, tra le diverse sorgenti di contaminazione (traffico veicolare, industrie, ecc.) presenti in un’area a forte urbanizzazione, quale quella della Terra dei fuochi, l’attenzione debba aprioristicamente cadere sul fattore “rifiuti”, caratterizzato per di più al suo interno da enorme eterogeneità (rifiuti urbani, speciali, pericolosi…),  e da modalità molteplici di interazione con le diverse matrici ambientali (aria, acqua, suolo).

Ancora, gli eccessi di mortalità, incidenza e ospedalizzazione rilevati dallo studio SENTIERI emergono dal confronto dei dati relativi ai 55 comuni compresi nel decreto Terra dei fuochi, con quelli relativi al resto della Campania, ed è questo un punto dello studio che appare francamente debole, perché in tal modo un segmento importante dell’area metropolitana Napoli-Caserta, uno dei territori più antropizzati d’Europa, con densità abitativa superiore ai duemila abitanti per chilometro quadro, viene raffrontato con realtà rurali, che presentano densità demografiche anche venti volte inferiori.

Di qui la proposta, pure avanzata, che il confronto venisse effettuato tra i 55 comuni identificati dal decreto Terra dei fuochi, e realtà urbane adiacenti, a comparabile grado di urbanizzazione. Se il raffronto viene fatto in questi termini, le cose cambiano notevolmente, perché le tendenze evidenziate nel rapporto SENTIERI per il territorio dei 55 comuni, si riscontrano anche in comuni esterni al perimetro considerato, come evidenziato dall’epidemiologo Mario Fusco, direttore del Registro Tumori dell’ASL Napoli3, ed allora francamente non si comprende più l’utilità dello studio, se l’obiettivo era quello di dimensionare e localizzare i problemi, orientando la progettazione delle politiche e degli interventi di risanamento e recupero.

Tornando alle polemiche di questi ultimi giorni, nessuno intende negare sofferenze e criticità dell’area metropolitana Napoli-Caserta. Il disordine territoriale, il degrado dei paesaggi, la desolante qualità di vita, fedelmente registrata del resto dalle recenti classifiche nazionali, necessitano di risposte indifferibili, adeguate. La bonifica è una priorità, ma meglio sarebbe partire da una sobria e capillare messa in sicurezza, per suturare le ferite e interrompere le contaminazioni.

Come si stava facendo a Giugliano, nei luoghi simbolo del disastro, con la discarica Resit, e il podere di S. Giuseppiello, sei ettari incantati di ciliegi, peschi e pruni di proprietà dei fratelli Vassallo, intossicati dal cromo dei fanghi di conceria, che il Commissariato di governo per le discariche, con i ricercatori della Federico II, stanno recuperando con l’impianto di boschi verdi di fitodepurazione, nuovi capisaldi ecologici e di civiltà. Un progetto pilota a basso costo, applicabile in tempi brevi alle tante ferite della piana massacrata, inspiegabilmente bloccato perché il Commissariato è in attesa di proroga governativa. Un messaggio concreto di speranza, da riattivare con urgenza.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 13 gennaio 2016 con il titolo “Metodo e dati” ecco i punti neri della ricerca”