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… Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece, una foglia che ingiallisse su un ramo, una piuma che si impigliasse ad una tegola, non gli sfuggivano mai: non c’era tafano sul dorso di un cavallo, pertugio di un tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse, e non facesse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti della stagione, i desideri del suo animo, e le miserie della sua esistenza.
Italo Calvino, Marcovaldo ovvero Le stagioni in città.
Perché poi, alla fine, questa nostra Repubblica è fatta di tre cose: sovranità, popolo e territorio. L’uso e l’abuso del territorio sono questioni politiche per eccellenza. Una delle novità del recente sconvolgimento elettorale, con l’affermazione del Movimento 5 stelle, è il ritorno del territorio nell’agenda politica. Non il territorio dei tecnici e degli specialisti, ma quello dei paesaggi urbani e rurali della nostra povera quotidianità, quelli che attraversiamo tutti i giorni, che determinano i nostri stati d’animo, che vorremmo migliori, più belli, salubri e sicuri. Il territorio vissuto attraverso gli occhi dei cittadini.
I partiti imbalsamati della prima e seconda repubblica se n’erano dimenticati. La questione ambientale era scomparsa dai programmi, della sinistra come della destra. Il notevole consenso raccolto da un movimento che ha messo la qualità del territorio al centro della sua azione, è un segno ulteriore dell’allontanamento (irreversibile?) della vecchia classe politica dai desideri, le aspirazioni, le reali urgenze dei cittadini. Per i quali, invece, la cura, la manutenzione, la riqualificazione delle città e dei paesaggi è l’opera pubblica fondamentale, il New Deal per risollevare il paese.
Si possono fare molte cose con il 25% dei voti. Si può partecipare a un governo di coalizione, o sostenerlo dall’esterno. Si può stare all’opposizione. Si può anche chiedere l’incarico per formare un governo di minoranza: può darsi che gli altri decidano di sostenerlo. Sono tutte posizioni legittime, dipende dagli obiettivi che ci si pone.
Diverso è dichiarare che le cose che uno vuole fare sono possibili solo disponendo della maggioranza assoluta, anzi della totalità dei consensi. L’idea non è nuova, l’ha già avuta Berlusconi. La convinzione che i propri obiettivi siano perseguibili esclusivamente “in purezza”, senza contaminarli con accordi con altre forze, lasciamola alle sette religiose e ai movimenti integralisti.
E’ nel pluralismo di posizioni che le scelte collettive si formano, si attuano, diventano realtà.
L’onorevole Gaetano Pecorella, nel presentare nei giorni scorsi i risultati del lavoro della commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti in Campania, non ha resistito alla tentazione di fare cattiva letteratura. Perché sono senz’altro condivisibili le conclusioni contenute nel rapporto, secondo il quale l’istituzione del commissariato straordinario ha acuito la crisi, anziché risolverla, coprendo illegalità e collusioni d’ogni genere. Lo diciamo e scriviamo da anni, fa piacere che ora il parlamento della repubblica dica che effettivamente è andata così.
Inaccettabile e di cattivo gusto, invece, la metafora utilizzata dall’avvocato, che ha descritto la crisi dei rifiuti in Campania come “la peste del XXI secolo”. Gli organi dello stato non sono chiamati a far sfoggio di citazioni, ma a dire con chiarezza, ai due milioni di campani che vivono nei siti di bonifica di interesse nazionale, come si intende superare la situazione di rischio esistente. Come ha invece fatto Roberto Fico, neoparlamentare 5 stelle, in occasione della sua prima uscita pubblica a Scampia, dichiarando che “la bonifica della terra dei fuochi sarà la nostra TAV”. Altra serietà, altra responsabilità istituzionale, c’è da sperare.





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