paolo leon

Aldo Garzia, Il Manifesto, 14.6.2016

Bettino Craxi, con procedura e tempistica insolite, nel 1981 espulse dal Psi un gruppo di intellettuali tradizionalmente collocati nella sinistra del partito, quella che faceva capo a Riccardo Lombardi. Tra loro: Enzo Enriques Agnoletti, Tristano Codignola, Elio Veltri, Franco Bassanini e Paolo Leon. Avevano firmato un documento di dissociazione dai metodi di gestione del Psi e di denuncia dei casi di corruzione che già allora si erano insinuati nel partito.

Gli espulsi erano tutti esponenti della cultura di origine «azionista», collaboratori della rivista «l Ponte», che mal tolleravano il dirigismo autoritario craxiano e lo spostamento moderato della politica socialista.

Questo gruppo iniziò poi a collaborare con il Centro studi fondato da Claudio Napoleoni e Lucio Magri che in quella fase si proponeva di non accettare come inevitabile la rottura dei rapporti a sinistra. Quello stesso Centro pubblicò in seguito la rivista mensile «Pace e guerra» dove riversava i contenuti della propria ricerca politica e teorica.

Tra i più attivi e propositivi, c’era proprio Leon. A lui è sempre piaciuta una sinistra libera e libertaria, non gli sembrava vero – dopo aver lasciato il Psi – poter essere indisciplinato fino in fondo.

Da quel periodo in poi, Leon ha intensificato la sua attività di saggista senza mai abbandonare quella di accademico all’università. Lo aiutava in quello sforzo la direzione di alcuni centri studi (Arpes, Crel, Cles) che nel corso degli anni hanno formato decine di economisti.

A lui piaceva dialogare con le nuove generazioni trasmettendo l’idea che la lezione di lord John Maynard Keynes era restata attuale e fertile, malgrado il liberismo imperante dagli anni 80. Il keynesismo, come ha continuato a scrivere, gli appariva come la migliore soluzione nell’eterna lotta/mediazione tra Stato e mercato, capace pure di ridisegnare le conquiste del welfare. Da convinto socialista, Leon non puntava al superamento del mercato: bensì all’estensione della democrazia economica come leva della trasformazione sociale.

Riviste, quotidiani (ovviamente anche «il manifesto»), convegni, hanno avuto il suo instancabile contributo sotto forma di articoli, saggi, interventi, interviste.

Uno dei luoghi privilegiati d’azione di Leon è sempre restato però il sindacato, la Cgil: soggetto per lui unitario di qualsiasi politica di sinistra. Amico e collaboratore di Fausto Vigevani (storico leader socialista della Cgil), negli ultimi anni ha presieduto il Comitato scientifico della Fondazione Luoghi comuni, funzione pubblica Cgil.

Con la morte di Paolo Leon perdiamo una intelligenza critica e vivace, un appassionato interlocutore del dibattito economico, un maestro e un divulgatore. Ma ci mancherà altrettanto la sua personalità così particolare: sempre spiritoso, ironico, brillante, disponibile, con la battuta pronta.

E sempre ottimista, anche quando a noi più giovani sembrava non ci fossero ragioni per esserlo.

 

Paolo Leon, idee e ironia di un neokeynesiano

Roberto Romano, Il Manifesto, 13.6.2016

Sabato sera ci ha lasciato Paolo Leon. Un economista ironico e legato al riformismo rivoluzionario di Lombardi. Il manifesto e Leon sono «amici» di lungo corso e gli articoli di Paolo hanno fatto crescere il giornale con dibattiti e interventi negli anni Settanta e Ottanta e poi anche più recentemente. Equilibrio e squilibrio sono la cartina interpretativa delle idee di Paolo fin dai primi lavori: Ipotesi sullo sviluppo dell’economia capitalistica (1965, Boringhieri), Structural change and growth in capitalism (1967, Johns Hopkins Press), L’economia della domanda effettiva, (1981, Feltrinelli). Gli anni seguenti consolidano la ricerca sul ruolo dell’economia pubblica: Stato, mercato e collettività (2003, G. Giappichelli), Il Capitalismo e lo Stato (2014, ed. Castelvecchi), assieme al saggio Banche e Stato, in Riforma del capitalismo e democrazia economia (L. Pennacchi e R. Sanna, 2015, Ediesse).

Leon è il primo a legare consumo e investimento aggregato alla legge di Engel (si consumano beni diversi in rapporto alla crescita del reddito), per cui occorre un investimento particolare, quello che produce beni e servizi direttamente legati alla crescita del reddito. La dinamica di struttura e la «tecnica superiore di produzione» evidenziando come la persistenza di un problema di domanda effettiva sia intimamente legato alla natura della produzione: il mercato cambia se stesso e modifica la tipologia dei beni prodotti, con delle conseguenze nei rapporti economici tra gli agenti all’interno dello stesso paese, del mercato del lavoro e del mercato monetario. Non era in discussione la distribuzione del reddito in senso stretto, che modifica qualitativamente la domanda, quanto il sistema economico nel suo complesso: all’inizio la domanda soddisfa bisogni primari, successivamente i beni primari lasciano il posto ai beni secondari, andando più avanti la domanda si manifesta nei beni terziari. Sostanzialmente il reddito aggiuntivo e la conseguente domanda alimentano nuovi bisogni che inizialmente non erano concepibili, e tale domanda deve trovare una corrispondente offerta.

L’insegnamento di Leon è dirimente per i nostri giorni: «Nessuno può negare che esista una relazione tra fattori della produzione e prodotto al livello dell’economia; ma che forma questa funzione, in che modo agiscano su di essa le variazioni dei salari e dei profitti ed il progresso tecnico, è impossibile stabilire a priori con il modello marginalista»(P. Leon, 1965). Altro che crescita equi-proporzionale dei diversi settori. Infatti, Paolo prefigura uno Stato grande nelle idee: «Le scelte, in termini di investimenti, delle imprese pubbliche e, in quanto controllabili, di quelle private, non possono essere condotte sulla base di un saggio generale del profitto (o dell’interesse, o sulla base di un determinato costo-opportunità del capitale) stabilito a priori senza la giustificazione di un completo modello disaggregato di lungo periodo»(P. Leon, 1965).

Lo scopo «è di far risaltare la necessità della domanda effettiva come determinate dell’offerta…. Così chi crede che l’investimento sia l’elemento autonomo per eccellenza, è poi spinto a cercare i fattori che lo determinano… ritrovando per altra via la legge di Say» (P. Leon, 1981).

L’esistenza stessa di «leggi macroeconomiche, non riconducibili alla decisione dei singoli, è un segnale che lo Stato è autonomo rispetto al mercato». In altri termini, «una legge macroeconomica generale, come quella del moltiplicatore, non può rientrare nell’ambito della conoscenza individuale: solo lo Stato è in grado di servirsene»(P. Leon, 2003).

Un tratto ben presente nella sua penultima fatica (P. Leon, 2014), quando si domanda: è l’inizio della fine di un paradigma, più precisamente del paradigma reaganiano-thatcheriano che ha costruito un particolare equilibrio tra stato e capitale? Leon discute le nuove istituzioni del capitale, consapevole che qualcosa di quello caduto in disgrazia rimarrà per sempre. Tutto ciò ci riporta al ruolo dello Stato nel capitalismo post-liberista e del modello di governo in una economia globale. Un rapporto capitale-Stato da ricostruire. Infatti, «il capitalismo… è un modo di essere delle società che non si distrugge nelle crisi, ma evidentemente si trasforma e, una volta trasformato, dà luogo a una nuova cultura capitalistica e a nuovi rapporti tra i capitalisti e lo Stato e tra gli stessi capitalisti».

Poco prima di lasciarci Leon ha offerto un altro contributo: I poteri ignoranti, 2016, ed. Castelvecchi. Accumulazione e sviluppo sembrano essere entrati in conflitto aperto. Da un lato, le scorciatoie che conducono a una chiusura mercantilistica sono vicoli ciechi; dall’altro, la radicale ignoranza dei poteri pubblici sulle questioni economiche che impedisce di percorrere vie d’uscita alternative, legate al nuovo ruolo dello Stato e alle politiche economiche differenti.

Nel mezzo uno iato: lo spazio per una scienza economica che non rinuncia a voler cambiare le cose. Anche alla fine del suo lavoro ha suggerito un inedito terreno di riflessione.