Antonio di Gennaro, 8 aprile 2016

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Sei ettari di frutteto, proprio vicino alla discarica ex RESIT, tristemente famosa, all’interno della cosiddetta “Area vasta” di Giugliano. In questo arboreto magnifico per anni Gaetano Vassallo, oggi collaboratore di giustizia, come accertato dalle indagini della Magistratura, ha scelleratamente interrato per anni fanghi industriali. Ed è proprio in quest’area simbolo, attualmente sottoposta a sequestro giudiziario, che il Commissariato di Governo per le bonifiche delle discariche di Giugliano e i ricercatori della Federico II stanno realizzando un importante progetto pilota, utilizzando tecniche di fitorisanamento, sarebbe a dire utilizzando le piante e i microrganismi per pulire i suoli.

Al posto delle tecniche ingegneristiche tradizionali, estremamente costose, e che per di più non consentono di proseguire con l’agricoltura, nel fondo di S. Giuseppiello si piantano alberi. Proprio oggi è stata completata l’operazione di messa a dimora di ventimila pioppi, che lavoreranno negli anni per ridurre la frazione biodisponibile dei metalli ora presenti nel suolo. La spesa: circa ottocentomila euro, al posto dei venti milioni che sarebbero serviti con le tecniche tradizionali. Con il vantaggio di conservare queste aree all’uso agricolo, di non consumare il suolo e il paesaggio rurale.

L’impianto del bosco è stato preceduto da un monitoraggio capillare, centimetro per centimetro, con tecniche innovative, delle effettive condizioni di contaminazione dei suoli. Sono state così prodotte mappe dettagliatissime, che raccontano lo stato di salute dei suoli sia in superficie che in profondità, per intervenire adeguatamente punto per punto, in funzione delle effettive condizioni di contaminazione.

Queste indagini hanno consentito di accertare una cosa importantissima: le particolari proprietà filtranti dei suoli vulcanici di S. Giuseppiello impediscono la migrazione verso il basso dei contaminanti, evitando che arrivino alle falde. Ad ogni modo, il grande bosco verde che oggi si è finito di impiantare verrà costantemente monitorato dai ricercatori della Federico II, per seguire l’evoluzione di tutti i parametri chimici e biologici.

Si tratta di un approccio estremamente interessante, perché potrà essere esteso agli altri siti della piana campana che hanno gli stessi problemi, con costi compatibili, mettendo in sicurezza e riqualificando il paesaggio. E’ questo un punto molto importante: a S. Giuseppiello non si sta solo recuperando la fertilità dei suoli. Si sta anche ricostruendo il paesaggio. Al posto di un sito degradato, c’è ora un bosco verde che testimonia l’azione concreta dei poteri pubblici per rimediare ai crimini e agli errori del passato.

L’area è un laboratorio verde all’aperto, ma diventerà presto anche un’aula, un luogo di informazione e divulgazione, per mostrare e raccontare ai ragazzi e ai cittadini cosa si può fare concretamente per curare e monitorare gli ecosistemi agricoli feriti, per ricreare condizioni di sicurezza e salubrità, per conservare le nostre terre che sono le più fertili al mondo.

Insomma, lì dove c’era il degrado e l’illegalità, c’è ora un nuovo bosco che cresce, una grande macchina verde, un laboratorio all’aperto, un presidio visibile di legalità e di impegno, un luogo di comunicazione e informazione scientifica. Una strada da seguire, un esempio di come sia possibile finalmente passare dalla denuncia ai fatti, agli interventi concreti per recuperare il nostro territorio, il nostro paesaggio.

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Antonio di Gennaro, 6 aprile 2016

E’ la torre la parte più antica del Casale fortificato di Teverolaccio, la costruirono a fine ‘400 gli Aragonesi, a presidio di questo pezzo della piana aversana, allora mezzo spopolato, ma crocevia strategico tra Napoli e le città di Capua e Acerra. Attorno alla torre nacque poi il Casale, una cosa a metà tra l’avamposto militare e la grande masseria, sede baronale e fulcro per tre secoli dell’economia e della vita del feudo. C’era il mulino, la cantina, il macello, la taverna, la chiesa; nel cortile interno, ogni mercoledì, si teneva il mercato. Poi, dalla metà dell’800, inizia la decadenza, il casale si trasforma poco a poco in rudere, alla periferia di Succivo, nel frattempo cresciuta dai duemila abitanti di inizio ‘900, agli oltre ottomila di oggi.

La rinascita del Casale di Teverolaccio inizia una decina d’anni fa, con un intervento di recupero finanziato con i fondi europei, ma è soprattutto merito di un gruppo di ragazzi visionari e cocciuti, che ne hanno fatto uno dei più belli esempi di agricoltura sociale in Campania. All’ombra del bastione aragonese, nel giardino intercluso voluto dal principe Pignatelli, ora sono gli orti, ordinati come i giardini di un’abbazia, curati con dedizione assoluta da un gruppo di pensionati di Succivo. Accanto agli orti, il “Giardino dei sensi”, realizzato in collaborazione con l’UNESCO, un museo vivente dove puoi immergerti nei tanti colori e profumi della flora mediterranea. Ci vengono la domenica i bambini, a imparare le piante, a sporcarsi con la terra e i colori, a respirare la campagna. Nei locali dell’antica stalla poi, c’è la Tipicheria, una taverna accogliente dove puoi fermarti a gustare i vini e i prodotti della piana, elaborati secondo le ricette tradizionali, nel rispetto assoluto dei cicli colturali e delle stagioni.

Tutte le attività sono promosse da una cooperativa sociale, si chiama Terra Felix, nata con lo scopo di curare la terra, insieme alle persone che la abitano. Accanto ai volontari, e ai dieci ragazzi che svolgono qui il servizio civile, ci lavorano giovani dal passato difficile, e disabili che vengono inseriti nella rete multiforme di attività. Ma la colonna portante sono i diciannove nonni che curano gli orti, tremendamente arzilli, proprio come quelli del Bar Lume nei racconti di Malvaldi. Si chiamano Angelo, Pepereniello, Pasquale, Alfonso, le loro foto sono in bacheca, insieme all’elenco dei prodotti in coltivazione: lavorano come matti, seguono i ragazzi e i bambini, insegnano, imparano, si divertono.

Le risorse finanziarie per partire le ha messe la Fondazione per il Sud, ma qui capisci che non è dai soldi, per quanto necessari, che è nata l’avventura, quanto piuttosto dalle persone, da un’idea di riscatto del territorio, nel morale prima che nella scombinata intelaiatura fisica. Così, l’ordine, il disegno degli orti e dei giardini che cogli all’interno della corte medievale, diventa quasi la mappa, il progetto di paesaggio che si vorrebbe ristabilire, irradiare al di fuori del Casale, in ciò che resta della grande pianura.

Salgo le scale della torre antica, con Paola, Francesco e Antonio Pascale che queste cose hanno immaginato e tramutato in realtà, assieme a Geophilos, il circolo di Legambiente nato quasi vent’anni fa. Tira vento, è freddo, lo sguardo spazia nell’aria tersa ed allora scopri con apprensione che il lembo di campagna strepitoso che attornia il Casale costituisce alla fine solo un tenue, fragile corridoio tra le conurbazioni ruggenti di Napoli e Aversa.

L’obiettivo del Casale di Teverolaccio è quello di proteggere quanto rimane di questi suoli preziosi, di riordinare la città sconnessa, restituire un senso ai luoghi, puntando proprio sull’agricoltura, sulla riscoperta del territorio e delle persone che lo abitano, a partire da quelle più deboli, in debito di futuro. In questo modo, l’antico casale torna sorprendentemente a svolgere funzioni simili a quelle che aveva nel Medioevo, quando era il centro delle trame economiche, sociali e culturali che tenevano insieme le comunità e i territori.

I ragazzi e i vecchietti del Casale ci credono, e rilanciano. Le richieste sono tante, ed allora vorrebbero realizzare altri 55 orti sociali. Il progetto si chiama “Succivo, orto d’Italia”, e mi chiedo, tornando a sera in città, se sia solo agricoltura, o piuttosto un’idea ostinata di cittadinanza, di nuova solidarietà, della quale avvertiamo assolutamente il bisogno.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 6 aprile 2016 con il titolo “Pensionati, disabili e ragazzi difficili: a Succivo si lavora nell’orto sociale”

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Antonio di Gennaro, pubblicato su Repubblica Napoli del 29 marzo 2016 con il titolo: “Ma anche il governo ha le sue colpe”

Il sindaco De Magistris continua a utilizzare la vicenda di Bagnoli come spot di campagna elettorale, all’insegna del suo zapatismo in salsa partenopea, ma sbaglia il governo a fornire semplificazioni di segno opposto. Se qualcosa abbiamo appreso dalla lezione di Bagnoli, è che l’intera filiera istituzionale non ha funzionato, e le responsabilità non stanno tutte da una sola parte. Le inconcludenti attività di bonifica, ad esempio, hanno sempre mantenuto una ferrea regia ministeriale. L’erogazione dei fondi, è proceduta a singhiozzo, in funzione dei cambi di governo, a Roma come a Santa Lucia. La società di trasformazione urbana, poi, è partita con il piombo nelle ali, senza l’indispensabile partecipazione dell’imprenditoria privata, ma c’era una legge regionale, la 16, che di fatto non la favoriva. A palazzo S. Giacomo poi, dopo lo sforzo per redigere il piano, qualcuno ha pensato che l’attuazione procedesse in automatico, senza un quotidiano controllo e sostegno del sindaco, della giunta, del consiglio. Il dialogo pubblico che era stato il motore del piano, si è interrotto subito dopo l’approvazione, sequestrando l’area di Bagnoli  per un decennio.

Se vogliamo essere onesti, non possiamo raccontare Bagnoli solo come un fallimento locale. Il recupero dell’area industriale è la più grande operazione di questo tipo che sia stata tentata in Italia, la valenza è di scala nazionale, come anche le responsabilità e le competenze, ed è l’intera filiera repubblicana, dallo stato centrale al governo cittadino, che si è mostrata inadeguata. Anche le leggi nazionali sulla bonifica, con la loro impostazione ideologica, nella loro concreta applicazione non hanno funzionato, puntando a una velleitaria palingenesi ecologica, anziché una sobria messa in sicurezza, come si fa in tutti gli altri paesi avanzati. La lezione, quindi, riguarda tutti, l’attrezzatura istituzionale e amministrativa del paese nel suo complesso, a nessuno conviene proporsi come attore salvifico.

Tutto sta a capire ora quando finirà la rappresentazione inconcludente che si tiene davanti ai nostri occhi. Probabilmente con l’insediamento del nuovo governo cittadino, bisognerà vedere quale. Per ora, tutti lavorano alacremente per rafforzare l’amministrazione in carica. La sensazione, è che la credibilità del Partito democratico sia stata erosa più dall’evanescente ruolo svolto in città e in consiglio in questi cinque anni, piuttosto, che dall’esito politico delle primarie. La proposta politica dei 5Stelle appare imbarazzante, mentre il centrodestra sembra anch’esso in piena fase di auto-sabotaggio.

La verità, è che dopo cinque anni di inconcludente stand-by, il Comune ha in sostanza dismesso il suo ufficio di piano. C’è dunque una capacità amministrativa locale che, al di là degli slogan, è inesistente e va completamente ricostruita. Si tratta di una cosa che non riguarda Napoli, ma il governo e il paese ne suo insieme. Le cose decise nel chiuso delle stanze romane non hanno mai funzionato, il governo ha bisogno di un interlocutore locale affidabile, operativo. Per questo, sarebbe bene, nell’interesse di tutti, che la cabina di regia si insediasse stabilmente qui, a Bagnoli, sarebbe il primo intervento concreto di recupero dell’area.

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Tempo fa Edoardo Salzano mi ha chiamato da Johannesburg, tra le altre cose mi ha chiesto una riflessione sulle vicende campane per Eddyburg.

Per chi non lo conoscesse, Eddyburg è il più importante e visitato sito italiano sulle cose urbanistiche, e non solo. Su queste materie, è anche probabilmente l’archivio più ricco disponibile in rete.

Il motto del sito è bell0, ed è tutto un programma:  “Urbs, civitas, polis”. L’urbanistica considerata nell’aspetto fisico della città (urbs), nella vita della comunità che la abita (civitas), nell’organizzazione politica che serve a governarla (polis).

Visitate Eddyburg, se vi va. Il link all’articolo è qui.

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E’ appena un momento, che il mondo è ancora tutto nero, e la luce resta solo nel cielo.

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Ottavio Ragone, Repubblica Napoli 11 marzo 2016

Le primarie di domenica 6 marzo hanno parlato e hanno detto alcune cose molto chiare. Bisogna decifrare questi segnali politici sotto il frastuono delle polemiche, oltre gli «esecrabili comportamenti» – sono parole dello stesso Partito Democratico – davanti ad alcuni seggi, ovvero il deprimente scambio di denaro soprattutto in quartieri della periferia. Il primo messaggio delle primarie è che Antonio Bassolino dopo il suo lungo calvario umano e politico ha ancora un rapporto forte con la città. Ma non tale, probabilmente, da raccogliere i consensi necessari per diventare sindaco. Quelle tredicimila schede nero su bianco consentono finalmente di capire, in primo luogo all’interessato, quale peso abbia oggi e quanto la sua figura intercetti le aspettative della città, oltre le legittime esigenze personali di riscatto e risalita dall’ingiusto baratro in cui era precipitato.

La traiettoria politica di Bassolino non è finita, anzi. Ma non sale più, se misurata con il metro del consenso popolare. L’ex sindaco può sostenere – come del resto sta facendo in queste ore – che ha perso perché i fedelissimi di Valeria Valente, lei del tutto inconsapevole, avrebbero imbrogliato in alcuni seggi decisivi. Quattrocentocinquanta voti di scarto sono pochi e si prestano alla disputa a colpi di ricorsi, come in effetti sta accadendo.

Tuttavia se il ritorno in campo di Bassolino dopo tanti anni avesse sprigionato l’energia civica che lui stesso auspicava, valicando gli angusti confini del partito, l’ex sindaco avrebbe surclassato la Valente ben oltre i seggi contesi di San Giovanni, i tradimenti veri o presunti dell’amico-nemico Antonio Borriello, le guerre fratricide e tutto il triste “epos” democratico, l’infinito scontro che ormai appassiona ben poco i cittadini. Quell’attitudine belligerante, diretta scaturigine di antiche vicende politiche, incomprensibile soprattutto ai più giovani.

L’«effetto Bassolino» non c’è stato, perlomeno non nei termini desiderati dai suoi sostenitori, né realisticamente poteva esserci in una città molto cambiata. Tornato da alcuni mesi sulla scena politica, l’ex sindaco adesso l’ha conquistata ancora di più. Ha una sua evidente forza con cui il centrosinistra dovrà fare i conti, considerato che l’uomo si è trovato contro quasi tutto l’apparato del partito e per poco non ha vinto. Però, appunto: non ha vinto. Agli occhi dei napoletani non è il Bassolino di una volta e non lo sarà più.
Quella storia è finita e ora può nascerne un’altra, ma diversa.

Spingendosi oltre questo limite come legittimamente potrebbe fare qualora si candidasse e presentasse una lista civica – Bassolino potrebbe in teoria liberare un nuovo entusiasmo civico. Oppure – ed è invece l’ipotesi più probabile – imboccherebbe una strada secondaria che non conduce a Palazzo San Giacomo, nel disastro generale del centrosinistra.

Bassolino ha ragione da vendere quando rivendica il rispetto per la sua storia. Il Pd ha commesso pesanti errori nei suoi confronti e non potrà più fare finta che lui non esiste, quasi rimuovendolo come se fosse una presenza imbarazzante. Chi ha intelligenza politica non può sentirsi giudicato da dilettanti. Ma l’ex sindaco sbaglierebbe se, per desiderio di rivalsa o per regolare annosi conti politici, sovrapponesse la sua vicenda a quella di una città che non sente più il richiamo del passato. Si respira un desiderio di aria nuova che allo stato solo i Cinque Stelle potrebbero intercettare e in parte ancora de Magistris, sebbene assai più debole del 2011. In questa possibile corrente ascendente il Pd, finora, non si è nemmeno posto. Anche la destra di Lettieri ha più chance.

Il secondo messaggio delle primarie, tuttavia, è che il centrosinistra ha ancora una sua ragion d’essere. Trentunomila votanti non sono un boom ma neanche pochi, in tempi di generale disaffezione alla politica. È perfino sorprendente questo risultato dopo cinque anni di inesistente opposizione al sindaco. Il Pd non ha tirato fuori uno straccio di idea e Matteo Renzi in prima persona sta cercando di colmare il vuoto con Bagnoli, gli investimenti della Apple, le Universiadi e altri scelte che forse verranno. Questa base di consenso, ancorché modesta per la comprensibile delusione accumulata in tanti anni da militanti e cittadini, potrebbe perfino condurre il centrosinistra al ballottaggio, ma solo a patto che il Pd sia unito e utilizzi i pochi mesi che mancano alle elezioni per aprire una grande e seria discussione con la città sul programma. Le polemiche al limite dell’insulto raccontano che l’unità è già una chimera e forse è tardi per rimettere insieme i cocci di una coalizione esplosa in primo luogo sul piano dei rapporti personali.

Se poi vincerà la ragion politica e se questo sarà sufficiente almeno per agguantare il ballottaggio, si vedrà nei prossimi giorni e mesi.

Il terzo e forse principale messaggio delle primarie è che Napoli è stanca. Non ne può più delle beghe del Partito Democratico, dell’esplosione di odii antichissimi, dell’avvilente spettacolo di primarie, i cui veleni si spargono intorno per anni, macchiando una città incolpevole.

Gli scontri di partito non si consumano sulla pelle di una città.

Servono norme chiare per le primarie e uguali per tutti in Italia, ma nel frattempo il Pd e i suoi leader tutti i leader, i vecchi e i nuovi – devono rendersi conto che Napoli chiede una proposta politica chiara per valutarla assieme alle altre in campo, e poi scegliere. La città avverte ben altre urgenze, non ha alcuna intenzione di rileggere l’inconcludente romanzo di un odio senza sbocchi.

Le primarie hanno parlato, bisogna ascoltarle.

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Raffaele Sardo, Repubblica Napoli del 6 marzo 2016

“Non c’è alcuna correlazione tra le morti per tumore e i prodotti agricoli coltivati sui terreni della Campania». Il professor Massimo Fagnano del dipartimento di Agraria della Federico II emette la sua “sentenza” presentando la ricerca effettuata per valutare la qualità e la salubrità dei suoli e dei prodotti ortofrutticoli del comune di Casal di Principe. Nella sala consiliare c’è anche il primo cittadino, Renato Natale, insieme all’assessore all’Ambiente Mirella Letizia e al consigliere Mario Schiavone. Per la ricerca sono stati prelevati 50 campioni di suolo e di prodotti vegetali in diverse aziende del comune e consegnati a tre diversi laboratori indipendenti.

«I dati che presentiamo oggi — spiega il professor Fagnano — confermano le campagne di monitoraggio fatte non solo dall’università di Napoli, ma anche da altri istituti, su tutti i terreni della Campania. Viene fuori che sinora c’è stata un’azione di depistaggio, magari in buona fede, da parte di chi ha messo sotto accusa i cavolfiori e i pomodori, mentre nessuno ha indagato sull’aria che respiriamo». Dall’analisi dei dati risulta che nessuno dei 50 campioni vegetali analizzati ha superato il limite di legge previsto dalla legislazione comunitaria. Questo risultato è confermato anche dalle analisi effettuate dall’Istituto zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno. Per quanto riguarda altri inquinanti organici, non ne sono state rilevate tracce. Dei terreni analizzati, una piccola percentuale presenta valori di berillio, tallio e vanadio più alti di quelli previsti dalle norme di legge. «Ma tali valori — spiega Fagnano — sono da attribuire alla natura geologica dei suoli». Una piccola percentuale dei campioni presenta valori superiori relativamente all’arsenico, al selenio e allo zinco. «Questi superamenti — ha spiegato ancora il professor Fagnano — potrebbero essere dovuti alla natura vulcanica dei suoli. Ma per nessuno di questi campioni è stato rilevato un accumulo nei prodotti vegetali».

Pubblicato su Repubblica Napoli del 6 marzo 2016 con il titolo: “Dossier di Agraria su frutta e verdura: Nessun legame con i tumori

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Le primarie, poverine, non c’entrano. Le avevamo pensate quando credevamo che i partiti ci fossero ancora, ora è diverso. In fondo sono uno specchio, ci restituiscono l’immagine di ciò che siamo: una comunità, eterogenea e scombinata quanto vogliamo, che si sforza ancora di scegliere insieme una linea e un leader; o una guerriglia tra consorterie, l’una contro l’altra armata, che non condividono niente. Con quest’orchestra di pensieri nella testa, mi accingo a mettermi in fila, al seggio.

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A Sorrento, un convegno organizzato dal Fondo ambiente italiano (FAI)  e dalla Associazione italiana di architettura del paesaggio (AIAP). Il taglio dell’iniziativa vuole essere concreto, incentrato sulle cose che si stanno facendo per il paesaggio in Campania. Sarà presentata la Scuola di paesaggio, un laboratorio che si svolgerà il prossimo maggio alla Baia d Ieranto, per l’apprendimento pratico delle tecniche di manutenzione dei nostri paesaggi storici: come si curano e si fanno vivere i terrazzamenti, i pergolati, gli arboreti tradizionali.

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Un incontro di riflessione sulla Laudato si, l’enciclica di Papa Francesco sulla cura della casa comune, organizzato dalla Delegazione di Napoli del Fondo Ambiente Italiano.

Interventi di Pasquale Colella, direttore della rivista Il Tetto, Antonio di Gennaro, agronomo territorialista,  Ugo Leone, presidente del Parco Nazionale del Vesuvio.

Sabato 5 marzo ore 17.00 – Casa Ascione, p.tta Matilde Serao, 19 (Galleria Umberto I)

Prenotazioni e informazioni: http://www.faiprenotazioni.it/eventi.php?delegazione=Napoli

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Il bambino afghano gioca nel campo sassoso fuori casa, nell’inverno di montagna. Indossa la maglia di Messi sopra il maglione di lana grossa, se l’è fabbricata con una busta di plastica. E’ un oggetto magico, portentoso, così lui diventa il piccolo eroe che trasforma il calcio in gesti invincibili di intelligenza e bellezza, in un’arte. In Venezuela da quarant’anni l’economista-musicista  José Antonio Abreu strappa migliaia di ragazzi alla morte violenta di strada con la musica classica, fondando orchestre giovanili. A Napoli, alla Sanità, i ragazzi si fabbricano il lavoro studiando l’arte, raccontando mirabilmente ai visitatori i tesori delle catacombe, la memoria antica nascosta nel sottosuolo del quartiere sofferente. Succede quindi che l’arte,  la cultura, la bellezza, lo sport  (quello praticato, non quello ciarlato) nelle terre difficili  del mezzogiorno del mondo, diventino l’energia positiva per innamorare per sempre i cuccioli alla vita, senza lagne, credendo ancora cocciutamente che il futuro c’è. Una cosa tremendamente seria.

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Starà sorridendo da qualche parte il maestro Rodari per il bambino che crea parole nuove e per la sua bravissima maestra. Riprendiamo allora la Grammatica della fantasia, fantastico, insuperabile librino.

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immagine da Theguardian.com

Locandina Museo del Mare 19 febbraio

Venerdì 19 febbraio, al Museo del Mare a Bagnoli, alle 17.00, si discute di due librini: “Breve storia dell’ambiente in Italia”, di Gabriella Corona, e “La terra ferita. Cronistorie dalla terra dei fuochi” del sottoscritto. L’idea è quella di cercare di tenerli insieme, i due livelli: come la questione ambientale si è sviluppata ed è stata affrontata a scala di paese; e come le crisi locali, come quella della terra dei fuochi, costituiscano un banco di prova spietato della nostra capacità reale di dare risposta, giorno per giorno, ai problemi e alle sofferenze del territorio. Soprattutto, un’occasione per incontrarsi.

 

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Mi chiedo perché sia così bello assistere ad una partita di questo Napoli. E’ evidente che non si tratta solo di calcio. Davanti ai tuoi occhi si svolge una manifestazione di intelligenza, un progetto collettivo che funziona, un gruppo di ragazzi di qualità che sta dando il meglio di sé, un leader competente, capace, di solida umanità. E’ una storia bella. Il rito emozionante del canto dei tifosi è un riconoscere e un ringraziare per tutto questo, al di là del risultato. In questo momento il gioco del Napoli è una delle manifestazioni migliori della cultura che questa città, se vuole, è in grado di esprimere.

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