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Sto curando un ciclo di otto seminari sull’area metropolitana di Napoli, nell’ambito del corso di laurea UPTA (Urbanistica Paesaggio Ambiente Territorio).

Il titolo è complicato: “Dinamiche ecologiche e di consumo del suolo nella città metropolitana“, accidenti!

I seminari si tengono tutti i venerdì, fino al 18 dicembre, alle 14.00, presso la sede del corso di laurea in via Forno Vecchio, aula S.1.2.

Al ciclo di seminari è associato un blog e una pagina facebook, tutti e due hanno titolo “Ecosistema metropolitano.

Nel corso dell’incontro di venerdì scorso (il secondo della serie) abbiamo anche parlato della crisi ambientale e sociale del Dust Bowl, l’erosione eolica dei suoli delle grandi pianure, negli anni della Grande Depressione, e  ed allora l’immagine in alto è la copertina di Furore di John Steinbeck, il romanzo (stupendo) che racconta tutte queste cose.

Antonio di Gennaro, 24 ottobre 2015

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Ce l’hanno fatta vedere solo dall’alto in questi vent’anni l’area industriale, dalla curva di Posillipo, liberarsi progressivamente degli impianti, i sedimi ormai vuoti rinverdirsi d’erba e di cespugli, trasformati in campi aperti verso chissà quale futuro. Solo dall’alto l’abbiamo abitata, come una terra espropriata, cinta tutt’intorno da un muro invalicabile. Se dovessi indicare un’immagine che riassume per intero la vicenda di Bagnoli, sceglierei proprio quel muro che la racchiude ancora, coi murales che scolorano, ed è l’unica cosa che non cambia.

Prima il muro serviva a proteggere il lavoro, a separare la città dalla fabbrica, le case degli uomini dalla fucina tremenda dell’acciaio. Poi quel muro divenne il guardiano della bonifica, attività misteriosa e complessa, che doveva liberare terre e acque dai veleni dell’industria, preparandole ad una nuova vita. Alla fine, quello stesso muro, si è trasformato in custode giudiziario dell’area, nel frattempo sequestrata dalla magistratura, che in quella bonifica vuole vederci chiaro. Per la città il risultato non cambia, c’è sempre un muro tra noi e Bagnoli, è impossibile vedere, impossibile sapere, è una faccenda che non ci riguarda.

Negli altri posti del mondo dove queste cose sono state fatte con successo, a partire dall’abusato esempio della Ruhr, il recupero delle aree minerarie e industriali è sempre stato una grande attività sociale, dove la conoscenza, la trasparenza, il coinvolgimento delle persone non erano perdite di tempo, ma garanzia di risultato. Per Bagnoli, invece, un rapporto periodico alla città sul recupero dell’area non è mai stato fatto, ed allora il muro che impedisce l’accesso simboleggia anche questo, l’impossibilità per i cittadini di conoscere, di essere informati sui lavori in corso, sull’avanzamento delle operazioni.

Quello che si è capito mettendo insieme le informazioni che pure trapelano, è che l’area della fabbrica non è quel crogiuolo di veleni che ci hanno raccontato. Anche la costosa barriera idraulica che è stata realizzata, serve alla fine per l’inutile depurazione di una falda tendenzialmente pulita, che rientra già nei limiti di legge, se si considera che Bagnoli è un’area termale, che qui le tabelle del decreto 152 valgono fino a un certo punto, e bisogna invece guardare ai valori di fondo naturali. In un gioco a perdere, invece, l’acqua già pulita viene inutilmente depurata, finendo poi nel circuito fognario, anziché a mare, con il risultato di affaticare ancor di più la rete e il mal messo impianto di Cuma.

E’ questo solo un aspetto di un’attività di bonifica, a ferrea regia ministeriale, che è poco definire opaca e farraginosa. Un’attività costata all’erario alcune centinaia di milioni, tutta basata su astratte tabelle, anziché su serie analisi di rischio, e il cui completamento è ancora posto come precondizione per il recupero urbanistico, che la città sfiduciata aspetta, e che in realtà non è mai iniziato, mentre continuano le indagini, le analisi, gli approfondimenti, e il muro scrostato rimane a presidio dell’oscurità e del mistero.

Vallo allora a raccontare che una parte consistente delle nuove cubature previste dal piano, circa la metà, è su suoli di proprietà pubblica, che non hanno bisogno di bonifica, e si potrebbe finalmente passare alla trasformazione, accompagnando le previsioni urbanistiche astratte con quella strategia di attuazione che non c’è stata mai, magari articolando in segmenti più maneggevoli il grande progetto di recupero, definendo per ciascuno di essi tempi e priorità.

Prima di questo, però, è venuto il momento di abbatterlo una volta per tutte quel benedetto muro, di riconoscere finalmente alla città diritto di accesso ai luoghi, alle conoscenze, alle scelte. Altri muri simbolo del ‘900, ben più famosi, sono caduti, sarebbe ora che questo succedesse anche a Bagnoli. Dobbiamo poter calpestare quelle terre, respirarne l’aria, un’esperienza che già cosi è da mozzare il fiato, ti arricchisce di idee, di fiducia, ti da il senso che quella terra è tua, e che possiamo farcela.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 1 novembre 2015

Antonio di Gennaro, 15 ottobre 2015

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Li trovi tutti scorrendo sulla carta la linea azzurra del fiume i comuni sconvolti dall’acqua e dal fango la scorsa notte, dalla collina interna del Sannio giù fino al litorale domizio: Reino, Pesco Sannita, S. Giorgio La Molara, Pago Veiano, lungo il Tammaro; poi Benevento e Vitulano sulle sponde del Calore, fino a Guardia Sanframondi e Solopaca in quel giardino di viti e olivi che è la Valle Telesina. Dopo la confluenza col Volturno c’è Dugenta, e poi ancora le città della piana: S, Maria Capua Vetere, S. Maria a Vico, S, Felice a Cancello, Casal di Principe, Gricignano; infine a Castelvolturno l’onda distruttiva è giunta esausta alla foce. E’ un bollettino di guerra, in una tragica nottata mezza regione è andata sott’acqua e Benevento è la città più colpita.

Il capoluogo sannita sorge in posizione delicata: la città è al centro di una ragnatela di corsi d’acqua che innerva tutto il Sannio, scorrendo giù dai monti Picentini, dall’Alta Irpinia e dal Fortore, raccogliendosi infine nel Calore, il fiume antico che cinge Benevento come in un abbraccio, e che raccoglie tutta l’acqua di questo sconfinato paesaggio. Con i 160 millimetri piovuti nella notte in poche ore (una quantità di pioggia che supera di gran lunga quella che dovrebbe cadere in un mese) l’intero bacino del Calore e dei suoi affluenti – l’Ufita, il Tammaro, il Sabato – è andato irrimediabilmente in crisi: il livello del corso d’acqua principale è salito in breve tempo di due metri; i fondovalle, le golene, le aree di pertinenza del fiume sono state inondate, e con esse interi quartieri, con le case, le fabbriche, le infrastrutture che queste aree hanno incautamente occupato. Insomma, il fiume si è ripreso in un attimo lo spazio che la città gli aveva sottratto, ma sott’acqua sono finite anche estensioni rilevanti di territorio agricolo, con le stalle, i vigneti, le colture di pregio. I danni sono immani, c’è anche purtroppo un tributo di vite umane, e la memoria storica deve tornare all’alluvione dimenticata dell’ottobre  1949, che causò a Benevento una ventina di morti e l’inondazione di quasi mezza città.

Occorrono notti tragiche come quella del 14 ottobre per ricordarci quanto sia fragile la Campania, e quanto sia a rischio il suo sistema insediativo: quasi 20.000 ettari di aree urbanizzate, sarebbe a dire due volte la città di Napoli, si trovano in aree a rischio idrogeologico elevato o molto elevato, per non parlare di quello vulcanico. Dal 1949, l’anno dell’alluvione di Benevento, la superficie urbanizzata regionale è aumentata di sei volte, da 20.000 a 120.000 ettari, e i tre quarti di questa nuova urbanizzazione sono in pianura e intorno ai vulcani attivi, sarebbe a dire le aree più fertili e quelle più pericolose. Inutile dire che questa deflagrazione urbana, che continua al ritmo di 2.000 ettari l’anno, è avvenuta in assenza di programmazione, il territorio è stato occupato prescindendo da ogni corretta analisi di vulnerabilità, e questo ha comportato un aumento del livello di rischio, con costi ricorrenti altissimi per la nostra sicurezza e per l’economia. Certo il problema è di scala nazionale, il costo dei disastri naturali in Italia (ma qui di naturale c’è veramente ben poco) è stato stimato dai ricercatori del CLES in 1200 milioni di euro l’anno a scala nazionale, una sorta di ipoteca ambientale permanente che grava sulle spalle del paese, ma i fatti dell’altra notte confermano quanto la Campania debba certamente considerarsi tra le regioni più esposte.

Ad aggravare ulteriormente il rischio c’è il cambiamento climatico: la frequenza degli eventi meteorici eccezionali, come quelli del 14 notte, è aumentata, i tempi di ritorno si sono drammaticamente accorciati, mentre la nostra capacità di prevedere per tempo con esattezza in quale punto del bacino si schianterà la bomba d’acqua appare ancora limitata. Tutte queste cose dovrebbero condurre verso un’unica direzione, che è quella di un’attenzione vigile e costante per il territorio, in termini di previsione, manutenzione, cura, prevenzione, capacità di gestire le emergenze, ma siamo evidentemente ancora lontani da ciò, se oggi in Campania, secondo i dati ufficiali della Protezione civile, meno di del 40% dei comuni della regione è in possesso di un piano di emergenza, contro una media nazionale del 77%.

Questi dati preoccupanti dicono che, tra le priorità della nuova amministrazione regionale, deve trovare posto, in posizione di vertice, quella di costruire una volta per tutte in Campania le condizioni per un governo responsabile del territorio. La precedente amministrazione aveva finito con l’espungere completamente questo tema dall’agenda politica e amministrativa, quasi che la cura della casa comune rappresentasse un vezzo o una vanità. Occorre ora una drastica correzione di rotta, un’assunzione piena di responsabilità. Il governo del territorio è un tema centrale per la sopravvivenza della Campania, che necessita di una delega politica e amministrativa piena, dedicata, non compatibile con altri gravosi impegni. I fatti tragici della notte scorsa ci ricordano che non abbiamo molto tempo davanti, bisogna agire subito.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 16 ottobre con il titolo “Il territorio saccheggiato”

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E’ in uscita per le edizioni Clean “La terra ferita”, il libricino nel quale ho raccolto tutte le cose scritte in questi due anni sull’agricoltura e il territorio della Piana campana, cucendole insieme, e inserendole in una riflessione generale su quanto è accaduto. Un modo di mettere ordine nei pensieri, nelle cose che faticosamente abbiamo appreso, lavorando sul campo. La recensione di Francesco Erbani di “La terra ferita” è comparsa sulle pagine nazionali di Repubblica il 4 ottobre scorso ed è consultabile qui.

 

Antonio di Gennaro, 29 settembre 2015

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Certo Francesco è stato il primo pontefice giunto a Washington provenendo da Cuba, ma è stato anche il primo a celebrare in piazza del Plebiscito passando prima da Scampia, e a distanza di tempo quella visita a Napoli assume un valore programmatico, perché rileggendo i testi degli interventi, è chiaro che in quel pellegrinaggio Francesco ha anticipato molti dei temi poi sviluppati nell’enciclica Laudato sì, pubblicata solo pochi mesi dopo.

Insomma, agli occhi di Francesco, la crisi e le contraddizioni dell’area napoletana sono proprio il prodotto dei meccanismi analizzati nell’enciclica, il prevalere della cultura dello scarto, dove ad essere scartati sono tanto i beni che consumiamo, trasformati frettolosamente in rifiuto, quanto le persone, marginalizzate a vivere in porzioni di territorio che degradano irreversibilmente, in carenza di lavoro, servizi, sicurezza, progetti decenti di vita.

Nella Laudato sì non si fa differenza tra crisi ecologica e crisi sociale, sono le due facce della stessa medaglia, e nessuna strategia di recupero dell’ecosistema è possibile senza affrontare le cause sociali e i fattori di ingiustizia che sono le cause prime del disastro. Il richiamo è a un’ecologia integrale, a una cultura della cura, da contrapporre a quella dello scarto: cura quotidiana del territorio, inteso come “casa comune”, come luogo della nostra vita da riempire nuovamente di senso, leggibilità, qualità ecologica ed estetica, nei quartieri popolari come in quelli borghesi, nelle fasce rurali da proteggere, come in quelle congestionate dall’urbanizzazione selvaggia.

Per fare questo, dice l’enciclica, occorrono istituzioni che funzionino, cultura di legalità, lotta alla corruzione che “spuzza” e rovina tutto, ma soprattutto possibilità di lavoro e prospettive decenti di vita, insieme a un’opera indefettibile di educazione e investimento sulle persone, affinché siano per prime in grado di generare gesti e comportamenti quotidiani di cura e rispetto per il comune ambiente di vita.

Nell’enciclica Bergoglio ricorda come il nome scelto per il suo pontificato – Francesco –racchiuda un programma ed una missione, ed allora la prima cosa che il poverello d’Assisi fece fu quella di restaurare la piccola chiesa diroccata di S. Damiano. Di fronte al degrado e alla sofferenza dell’area metropolitana, dice l’enciclica, il nostro compito è simile, ed è quello di restituire, pietra su pietra, valore e armonia ai contesti ecologici e sociali, avendo ben presente che la dignità degli abitanti, anche nelle situazioni più difficili, non è mai intaccata, al di là degli stereotipi e pregiudizi miseri, ed è la risorsa autentica da cui partire: come ha ricordato il presidente Mattarella nella sua visita alla scuola di Ponticelli, nel DNA delle persone c’è la possibilità di riscatto, piuttosto che un immodificabile destino.

In un momento nel quale le istituzioni repubblicane, dallo Stato in giù, mostrano evidenti difficoltà a proporre percorsi concreti di riscatto per Napoli e il Mezzogiorno d’Italia, l’enciclica di Francesco diventa uno strumento importante di comprensione, ma anche una scatola piena di attrezzi, per iniziare a costruirla, qui ed ora, quella cultura della cura dalla quale dipende la nostra sopravvivenza.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 30 settembre 2015 con il titolo “L’enciclica del papa e la visita a Scampia”

Martedì 22 Settembre ore 18:00 – la Feltrinelli, via Santa Caterina a Chiaia 23

Presentazione del libro

“Pompei, Italia”

di Francesco Erbani

Intervengono con l’Autore: Antonio Di Gennaro, Fabrizio Pesando, Ottavio Ragone

Pompei Erbani

“Pompei crolla”, “Pompei inaccessibile e transennata”, “Pompei ingovernabile”. Titoli di cronaca, ogni giorno che passa sempre meno sorprendenti. Dietro questi titoli c’è una storia millenaria di arte, distruzione e archeologia. Ci sono secoli di scoperte, visite, fascino e leggende. Ci sono decenni di convivenza con un territorio sempre più urbano e sempre più degradato, con una popolazione di cui sono cresciuti sia i numeri sia i problemi, con uno Stato che ne ha fatte un po’ di tutti i colori.
Raccontare Pompei, come fa Francesco Erbani in questo libro, è meritorio di per sé, perché illumina un luogo in cui si giocano alcuni temi fondamentali del passato, del presente e del futuro dell’Italia: la gestione dei beni culturali tra emergenza e manutenzione, l’uso e l’abuso del territorio in un paese che ha la più alta densità di bellezza del mondo, l’importanza del turismo come volano economico e il rischio che lo stesso turismo distrugga invece di costruire. E così via.
Ma raccontare Pompei, oggi, significa anche farsi rapire dalla forza delle metafore e delle allegorie, perché la città distrutta e sepolta dal Vesuvio diventa ben presto in questo libro di Erbani l’Italia intera: i problemi e le soluzioni tentate, i disastri accidentali e quelli colpevoli, il folto cast di personaggi che popola la scena (commissari e camorristi, archeologi e vescovi, artigiani e disoccupati) rimandano a un microcosmo che rispecchia perfettamente il macrocosmo italiano.
Anche per questo, raccontare Pompei è necessario.

Pompei è una metafora della condizione generale del nostro patrimonio storico, di un atteggiamento politico, culturale e finanche antropologico fondato sulle emergenze; dei rapporti fra l’Italia e il resto del mondo e in particolare con l’Europa; della dialettica fra la Grande Opera e la manutenzione puntuale, fra intervento pubblico e privato, fra conservazione e fruizione. Pompei è una metafora dello stato del nostro paese. (dal sito della Feltrinelli Editore)

Antonio di Gennaro, 12 settembre 2015

 

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Per favore, visitatelo una volta il Parco dei Camaldoli, una mattina o un pomeriggio, e portateci i bambini. E’ il parco più strabiliante che abbiamo in città, il meno conosciuto. Lasci la macchina all’ingresso dei Camaldolilli e ti inoltri, in pochi minuti un miracolo avviene, la città scompare, ti avvolge il verde e l’odore silenzioso del bosco. Improvvisamente è come trovarsi in Appennino, in quel grande castagneto che si estende per un centinaio di ettari – poco meno di Capodimonte – dalla sommità della collina, giù per i versanti e i valloni freschi, densi d’ombra e mistero.

Il Parco dei Camaldoli è la natura in città, ma anche la storia, perché il bosco ceduo di castagno è allevato così da un paio di millenni, e ha fornito fino alla metà del Novecento e all’affermazione del cemento armato, i pali per l’edilizia e le protezioni agricole. Questi boschi erano floridi e curati come un salotto, venivano ceduati ogni decennio, sulla base di una meticolosa rotazione. In questo modo il bosco si teneva leggero sul versante, esercitando al meglio la sua funzione protettiva, contro erosioni e frane. Un sistema di gestione estremamente razionale, iniziato coi Romani o forse prima, e dobbiamo allora pensare a questi ecosistemi come a un centro storico verde, fatto di rami e foglie anziché di mattoni.

La storia del Parco è singolare, perché è stato realizzato negli anni ’80, con uno scampolo di fondi per il disinquinamento del Golfo di Napoli: fu un valoroso funzionario comunale, Giovanni Dispoto – uno degli urbanisti poi frettolosamente e anzitempo congedati – a suggerire all’Amministrazione (l’assessore era Giulio Di Donato) di usare i soldi rimasti per acquisire al patrimonio pubblico quel pezzo intatto di castagneto, salvandolo dalla speculazione, e facendone un parco pubblico.

Certo, non vi aspettate l’ordine dei giardini reali del ‘700. Qui c’è la selva, con la sua architettura ariostesca,  l’intrico dei fusti, le antiche ceppaie che sembrano sculture, il ricamo verde del brachipodio e del pungitopo, le fioriture stagionali di pervinche, ginestre, ciclamini e rare orchidee.

Per tutte queste cose, allora, visitatelo una volta il Parco dei Camaldoli, perché l’antico bosco millenario sta morendo. In assenza di gestione, le ceppaie si affollano e deperiscono, l’una dopo l’altra. I fusti non ceduati muoiono e cadono, avvinti dall’edera, l’erosione inizia il suo lavoro, e l’atmosfera è quella suggestiva e tremenda di un bosco tropicale, con la vita che nasce dalla morte e dalla dissoluzione.

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disegno di cyop&kaf, da http://www.napolimonitor.it

Lo spettacolo è grandioso, perché qui nulla finisce ma tutto si trasforma, ed allora questo bosco ci parla del resto della città, che in  fondo, anche nella sua parte costruita, quella che abitiamo tutti i giorni, è lasciata, in mancanza di cura, alla mercé delle stesse dinamiche dissolutive. Quello che questo bosco racconta, è che comunque la natura non sta ferma, nel centro storico di pietra come in quello vegetale; che la nostra inazione non comporta immobilità, ma comunque dinamica ed evoluzione, che lo vogliamo oppure no. In assenza di governo e manutenzione, Napoli diventa un grande esperimento ecologico e sociale, del quale noi abbiamo scelto di subire, inerti, le inesorabili risultanze.

Per questo, alla fine, quello che questo bosco ci dice – visitatelo per favore – è che prima di piantare alberi e realizzare nuove aree verdi, sarebbe bene ricordarsi di curare quelle che già ci sono (più di tremila ettari tra campagne, selve ed aree ricreative, come meticolosamente contabilizzato nel Piano regolatore del 2004). Partendo magari dal Parco dei Camaldoli, che in silenzio vive il suo struggente declino, e che continua, nonostante tutto, a raccontare alcune cose importanti su di noi.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 23 settembre 2015 con il titolo “Per favore visitate il parco dei Camaldoli”

 

Antonio di Gennaro, 28 agosto 2015

A ben vedere, il punto non è se di Napoli si debba parlare bene o male: ciascuno è abilitato, sulla base del proprio segmento di esperienza e comprensione della realtà, a sviluppare un personale racconto, a fornire la propria versione dei fatti. Il problema è quando si pretende che questo punto di vista sia esclusivo, una sorta di schema totalizzante, e si rischia allora di produrre non opinioni ma luoghi comuni, stereotipi, cliché. E’ quanto è successo con la Terra dei fuochi, dove sulla base di un giudizio sommario, privo di riscontri, stavamo buttando a mare l’intera agricoltura regionale, una delle poche cose che alla fine funziona, in questa nostra povera terra scombinata.

Senza Chandler, è difficile comprendere alcune atmosfere urbane degli States, ma se quella realtà fosse davvero riconducibile solo all’hard boiled sarebbe un inferno, una caricatura paradossale, ed è per questo che c’è anche bisogno dell’umanesimo di John Ford, e perfino di Frank Capra. Il valore della serie televisiva “Gomorra” non si discute, è diventata un pezzo importante della cultura popolare. La cosa importante poi, è che spenta la tivù, terminata la fiction, non prevalga l’assuefazione, e si lavori attivamente per migliorare le condizioni di vita di quelle periferie.

Oltre che di racconti, abbiamo soprattutto bisogno di progetti credibili, ed è su questi che sarebbe utile confrontarsi, se non si vuole che tutto si riduca all’inutile scontro di opposti schematismi, se non di sterili personalismi. Alla domanda su cosa volesse scritto sulla sua tomba Brecht rispose: “Fece delle proposte”, ed è questa anche la nostra priorità assoluta. Per il resto, tutti i racconti possono essere utili, quelli scuri come quelli chiari, se ci aiutano a decifrare in modo adulto la realtà complessa nella quale ci troviamo a vivere,  a elaborare soluzioni e percorsi operativi. Rifuggendo le letture unidimensionali, come ci invita a fare Tolstoj, che al termine delle oltre 1800 pagine di “Guerra e pace”, si guarda bene dal dirci chi secondo lui, tra Pierre e il Principe Andrej, avesse alla fine ragione, lasciando giustamente aperta la questione.

Antonio di Gennaro, 31 luglio 2015

E’ davvero il catastrofismo l’ultima risorsa, il linguaggio obbligato per chi intenda portare all’attenzione del dibattito pubblico e dell’agenda di governo nazionale la difficile condizione del Mezzogiorno e della Campania? Per molti versi, la strategia narrativa adottata dall’ultimo rapporto Svimez, con l’immagine forte di un meridione a rischio di sottosviluppo permanente, e una situazione socio-economica addirittura peggiore di quella greca, appare simmetrica a quella che si è affermata in campo ambientale con la Terra dei fuochi, che è il racconto di un ecosistema irrimediabilmente compromesso. Le tinte sono altrettanto fosche, e sono quelle di una catastrofe oramai senza scampo.

Nel caso della Terra dei fuochi abbiamo poi capito che non era veramente così, il territorio è  ferito, ma il grosso dell’organismo è sano, e c’è una concreta possibilità di recupero. Il problema è che il racconto martellante della catastrofe è come se avesse alla fine estenuato ogni capacità di reazione, perché di fronte alla prospettiva del male totale non c’è riformismo o programma incrementale che tenga, ogni azione appare inutile, le motivazioni vengono meno, e non si sa nemmeno da che parte iniziare. Il catastrofismo invoca improbabili palingenesi, mutamenti radicali di sistema, soluzioni definitive che non verranno mai, più che la capacità quotidiana di affrontare i problemi, di costruire soluzioni a partire dalle cose che è possibile fare, oggi.

Certo, l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di placebo tranquillizzanti, o di un Pangloss che ci dica che le cose non stanno poi così male. Le difficoltà sono drammatiche, e sono sotto gli occhi di tutti. Resta il fatto che il racconto della catastrofe, sia essa in versione economica o ecologica, al di là della robustezza dei dati e delle analisi – che nel caso di Svimez non è assolutamente in discussione – non è servito sino ad oggi a generare efficaci azioni di governo, a scala locale e nazionale, o a selezionare classi dirigenti più capaci, e rischia anzi di funzionare come alibi, di provocare assuefazione. Abbiamo probabilmente bisogno di una narrazione diversa, che non sminuisca i problemi, ma restituisca senso ed urgenza a un lavoro quotidiano indefettibile, misurabile, prospetticamente orientato. Come gli inglesi, che a detta di Churchill non s’accorsero di aver perso, continuarono cocciutamente a combattere, e finirono per vincerla, la guerra.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 5 agosto 2015 con il titolo “Se il catastrofismo diventa un alibi”

 

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L’ultimo patriarca (qui il link) il reportage di Carlo Franco pubblicato da Repubblica Napoli il 28 giugno, su Mario Angrisani, il frutticultore che sui ciglionamenti storici del Monte Somma, prosegue la coltivazione eroica della pellecchiella, l’albicocca più buona che esista al mondo. Grandi prodotti, grandi paesaggi, grandi persone.

Antonio di Gennaro, 25 giugno 2015

In un celebre articolo del 1945 Gaetano Salvemini, ragionando già allora sul riassetto della macchina amministrativa dello Stato, osservava come i confini delle regioni italiane siano una creazione del tutto artificiale, pensata a tavolino, che prescinde dalle strutture geografiche e dalle traiettorie storiche dei singoli territori. Al contrario delle province, il cui disegno, tutto sommato, meglio corrisponde ad una tradizione istituzionale e amministrativa consolidata. Questo carattere di “artificialità” delle regioni torna alla ribalta in un momento come quello attuale, di disaffezione dei cittadini-elettori, che hanno disertato alla grande l’ultima consultazione, quasi a sottolineare l’ininfluenza dell’istituzione, nel mare magno della crisi,  per il raddrizzamento dei destini personali e collettivi.

Se guardiamo alla Campania com’è oggi, le valutazioni di Salvemini appaiono tanto più calzanti, se i diversi territori dei quali si compone la regione appaiono tragicamente isolati: in assenza di una strategia comune, prevalgono le rivendicazioni e i conflitti, e l’idea che ciascun territorio abbia maggiori possibilità di superare la crisi facendo da solo, separando il più possibile il proprio destino da quello dell’intera regione.

Un caso emblematico è quello della “Terra dei fuochi”, che gli analisti più avvertiti oramai interpretano, al di là degli slogan e delle parole d’ordine, come una secessione dell’hinterland, che si riconosce oramai più popoloso e influente, da un capoluogo in declino, incapace di esercitare una qualsivoglia leadership, e di coalizzare il proprio retroterra all’insegna di politiche e visioni complessive di riscatto e riqualificazione territoriale.

In questa situazione, risulta evidente come, in assenza di un nuovo progetto politico e istituzionale, in grado di proporre ai territori una traiettoria comune, la Campania semplicemente non esista, e il ragionamento di Salvemini andrebbe allora inteso in senso propositivo, seguendo questa volta le orme di Francesco Compagna, riconoscendo come la regione, alla fine, costituisca il prodotto esclusivo di una visione e di una capacità di programmazione. Al di fuori di questa missione, l’ente regionale non ha ragione d’essere, e dovremmo ammettere, con il depotenziamento delle province, di aver scelto il bersaglio sbagliato.

Eppure i territori della Campania continuano ad essere uno straordinario serbatoio di risorse, materiali e immateriali. Riflettiamo sulla forza planetaria del brand “Vesuvio”, capace di suggestionare l’adolescenza di un ragazzo americano, che poi da grande diventa Ben Stiller, che in questi giorni ha raccontato con stupore ed entusiasmo il coronamento di un sogno di conoscenza a lungo inseguito. Il territorio regionale è zeppo di simili ricchezze, propulsori culturali e comunicativi che potrebbero dare nuova linfa, nella competizione globale, alle filiere del turismo, della manifattura, dei prodotti di qualità, della tecnologia e della conoscenza.

Per fare questo, occorre una nuova alleanza tra i territori, a partire da quella indifferibile tra la grande conurbazione regionale Caserta-Napoli-Salerno, che ospita i tre quarti dei cittadini campani, disagevolmente stipati, con enormi problemi ambientali irrisolti, sul 15% del territorio, e il resto della regione, la grande cintura verde appenninica, dal Matese fino al Cervati, che quei cittadini rifornisce di servizi essenziali come l’acqua, l’aria e la qualità ecologica, ma i cui borghi sono fase di desertificazione demografica e sociale. Le città e le terre della Campania devono raccontarsi e progettarsi insieme, a Roma come a Bruxelles. Tenere insieme tutte queste cose, riconoscere le sinergie al di là dei conflitti, è l’unica strada per la Campania-istituzione e per la Campania-territorio per recuperare un senso, per ridefinire sé stesse.

Pubblicato su Repubblica Napoli dell’1 luglio 2015 con il titolo “La Campania non è un’astrazione”

Antonio di Gennaro, 10 giugno 2015

Il presidente De Luca ha dichiarato che la crisi della Terra dei fuochi è la priorità numero uno nell’agenda di lavoro del nuovo governo regionale. Si tratta di un impegno tremendamente arduo, se davvero intendiamo superare l’impasse degli ultimi due anni, nei quali l’annuncio e la comunicazione emozionale hanno prevalso sull’azione concreta, e le conoscenze acquisite non si sono trasformate in un progetto credibile di riscatto. C’è bisogno di riordinare le idee, ed affrontare freddamente il problema per quello che è, nei suoi differenti aspetti, riconoscendo che quella che continuiamo a chiamare “Terra dei fuochi” è un groviglio di questioni irrisolte: un’area metropolitana, con i suoi quattro milioni di abitanti, ancora incapace di chiudere il ciclo dei rifiuti; un paesaggio scombinato, nel quale le funzioni urbane e le attività agricole, che pure conservano un loro pregio ed una rilevanza economica e sociale, confliggono anarchicamente, invece di integrarsi.

Era stata proprio l’agricoltura metropolitana a finire per prima sul banco degli accusati, ma le indagini capillari a tutti i livelli hanno confermato l’elevata qualità e sicurezza dei prodotti della piana campana, attualmente la più controllata d’Italia. Ma questo non basta, perché non sono purtroppo sufficienti le migliaia di certificati di laboratorio che abbiamo prodotto per ristabilire la reputazione di un’area, se il paesaggio  e il territorio nel loro insieme non sono credibili, se il disordine, il degrado, lo smarrimento dell’identità dei luoghi continuano a rappresentare la cifra e l’atmosfera dominante.

La cosa da fare è intraprendere una cura sistematica delle ferite inferte all’ecosistema e al paesaggio, tutte criticità che in questi ultimi due anni sono state meticolosamente identificate e cartografate, a partire dalle discariche, le “aree vaste” della piana tra Napoli e Caserta, che per un trentennio hanno recepito l’immane flusso di rifiuti urbani e industriali, nostrani e d’importazione, ecoballe comprese. Si tratta di poche centinaia di ettari sui 140mila complessivi della piana, e per queste aree il modello non può essere quello inconcludente di Bagnoli, di una bonifica spendacciona ed opaca, a tempo indeterminato; ma piuttosto, quello sobrio di messa in sicurezza, che è poi l’approccio pragmatico con il quale, nelle nazioni avanzate, queste cose sono state rapidamente affrontate e risolte, anche con l’aiuto di tecniche biologiche a basso costo,  basate sull’impiego di piante e microrganismi per pulire i suoli, con il vantaggio di restituirli poi all’agricoltura, recuperando quanto possiamo del paesaggio e del perduto senso dei luoghi.

Ventiquattro mesi sono un orizzonte temporale verosimile per affrontare e risolvere definitivamente la questione, se solo si recupera il deficit che ci ha paralizzati sino ad oggi, che è un deficit di direzione politica e amministrativa. Al posto dello sterile pseudo-coordinamento governativo, occorre che Regione Campania prenda sulle proprie spalle la responsabilità per intero, assuma il controllo dell’intera filiera operativa, e riammagli finalmente, con risorse ed energie proprie, l’azione scollegata dei diversi settori amministrativi – in campo ambientale, sanitario e agricolo – sino ad oggi in grado di dare risposte parziali, esclusivamente burocratiche ai problemi. In questa prospettiva, è evidente, non esiste più Terra dei fuochi, ma un territorio da rimettere in sesto, la terza area metropolitana del paese, con i suoi abitanti, i suoi agricoltori, un paesaggio straordinario, con tremila anni di storia e civiltà.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 16 giugno 2015, con il titolo: “Ecco come cancellare la Terra dei fuochi”

tiro a volo 21-5-15

foto di Maria Messina

Antonio di Gennaro, 23 maggio 2015

 

Servirà la nuova legge sugli “ecoreati” ad affrontare con più energia ed efficacia i problemi della Terra dei fuochi? I dubbi sono molti, e a ragione. La nuova formulazione dell’articolo 452 bis del Codice penale che ridefinisce il reato di inquinamento ambientale sembra fatta apposta per alimentare un contenzioso infinito, perché il reato sarà perseguibile solo nel caso di un deterioramento “significativo e misurabile” dello stato preesistente “delle acque o dell’aria, o di porzioni estese e significative del suolo e del sottosuolo”.  Non ci siamo proprio: come si farà a decidere fino a che punto un deterioramento deve essere ritenuto significativo? E quanto deve essere estesa la superficie di suolo vulnerata perché si configuri il reato? Il lavoro per gli avvocati e i periti di parte è assicurato per i decenni a venire.

Insomma, la formulazione del testo di legge non convince per nulla, e viene da pensare a questo punto, con tutte e due le camere ancora nel pieno delle funzioni, che forse il mono o bi-cameralismo devono entrarci poco con la qualità dei provvedimenti legislativi, se si continua a produrli – era già successo con il decreto “Terra dei fuochi” – con l’obiettivo di rassicurare l’opinione pubblica e di veicolare annunci, piuttosto che di risolvere i problemi.

Un modo differente, più diretto ed  efficace per affrontare le cose c’era, e consisteva nel separare il comportamento illecito dalle conseguenze provocate sull’ecosistema. Mi spiego. Smaltire rifiuti in un suolo agricolo dovrebbe essere considerato un reato in sé, una cosa eticamente, socialmente, economicamente e giuridicamente inaccettabile, a prescindere dall’eventuale contaminazione, che dovrebbe costituire eventualmente un’ aggravante. Il suolo è una cosa seria, la natura impiega migliaia di anni per fabbricarlo, è una risorsa non rinnovabile da trasmettere ai nostri eredi,  che deve essere rispettata ed impiegata per gli usi agricoli e forestali sostenibili. Punto. Se interro rifiuti devo essere sanzionato a prescindere dalle conseguenze ambientali, più o meno misurabili, significative, estese. E anche a prescindere dalla capacità dei sistemi ecologici ed agrari di difendersi dagli oltraggi, attraverso meccanismi attivi di immobilizzazione, degradazione, assorbimento selettivo dei potenziali contaminanti, che per fortuna esistono, e costituiscono entro certi limiti il “salvavita” dell’ecosistema. La capacità della natura di difendersi non può essere considerata un alibi per i criminali.

Nei precedenti interventi su questo giornale ho più volte stigmatizzato la paranoia mediatica che si è scatenata sui prodotti agricoli della nostra povera pianura, rivelatasi del tutto infondata, se alla fine il 100% dei controlli è risultato sano. Ma prendere le difese del settore agricolo della piana campana non significa minimizzare la portata dei comportamenti illeciti. Al contrario. L’agricoltura della piana campana non può sopportare l’oltraggio dei rifiuti, né piccolo né grande, non ci sono soglie pseudo-scientifiche di significatività che tengano, quanto piuttosto soglie robuste di civilità, responsabilità, controllo sociale, ragionevolezza.

Pubblicato su Repubblica Napoli del  29 maggio 2015.

Francesco Semmola mi ha donato il catalogo della sua mostra fotografica “Linee scadenti”, che si è tenuta a Napoli lo scorso mese di dicembre. Le immagini create da Francesco mi hanno profondamente colpito. Nelle sue fotografie le linee della città storica sono proiettate contro il cielo, costruiscono geometrie perfette e sorprendenti, nelle quali gli elementi rettilinei si inscrivono e combinano con ellissi e coniche barocche, in un risultato che è fuori del tempo, al limite della storia dell’uomo, come il monolite e le astronavi di Kubrik. Il lavoro d’autore di Francesco è importante, e andrà seguito, perché ci arricchisce di uno sguardo potente e completamente nuovo sulla città. La mostra, che ha riscosso notevole successo, sarà ora riproposta in altre città italiane.

Qui la galleria fotografica sulla mostra, pubblicata sull’edizione on line di Repubblica Napoli.

semmola 2

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