Per comprendere “Campagna flegrea”, l’opera di Barbara Yulak Roos, bisogna far ricorso a un termine anglosassone – land, magica parolina – che non ha un suo preciso corrispondente nella lingua italiana, e che serve a designare una certa porzione della superficie terrestre con tutti i suoi attributi fisici ed ecologici: morfologia, suolo, idrologia, clima, vegetazione.
Barbara esprime il legame con il land della sua vita, le terre struggenti e martoriate dell’area napoletana, rappresentandole con il suo sguardo, che è profondamente artistico e profondamente scientifico allo stesso tempo, cogliendone l’identità e l’essenza ecologica, al di là del doloroso caos che le trasformazioni dell’ultimo cinquantennio hanno creato.
Se il nostro agire scomposto ha comportato frammentazione, disgregazione del paesaggio, perdita di identità e di senso, il recupero di un giudizio di valore sui luoghi della nostra vita richiede secondo Barbara l’adozione di un punto di osservazione lontano nel tempo e nello spazio, che si ricongiunga alla lunga durata, al flusso della storia naturale, e che ci aiuti a cogliere la continuità, l’unitarietà, l’integrazione dei paesaggi e degli ecosistemi, il pulsare dell’acqua, della terra e della vita, anche sotto la sottile crosta, negli interstizi dei disordinati habitat urbani che costituiscono l’ambiente della nostra povera quotidianità.
Barbara Yulak Roos espone le sue opere, tra le quali “Campagna flegrea”, presso la Fonoteca in via Morghen, al Vomero.
Beppe Grillo ora cita Noam Chomsky e il suo “La democrazia è una luccicante scatola vuota”. Prima c’era stato l’attacco all’articolo 67 della Costituzione che prevede, come tutte la altre costituzioni democratiche nel mondo, il sacrosanto divieto di mandato imperativo per i parlamentari, che devono poter fare liberamente le loro scelte, senza la pistola puntata dello streaming.
Quello che si percepisce è un’insofferenza per le regole, la convinzione che tutti questi formalismi (pazienza se si tratta della Costituzione e delle leggi della Repubblica), non possano limitare, ostacolare, procrastinare l’azione salvifica degli interpreti autentici ed esclusivi del cambiamento, la cui eticità nessuno può mettere in discussione.
Sembrano cose che non stanno in piedi, ma l’aria che tira è questa, ed è un’aria pericolosa. Poi a me le scatole piacciono, sono oggetti utili, a cominciare da quella più grande, che è la nostra Costituzione.
Certo, sono contenitori da riempire, come ricordava Piero Calamandrei nel ’55 agli studenti milanesi: “La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica.” Il disprezzo, aggiungerei.
Diresti che è inverno, e invece sono fioriti i mandorli sul colle della Madonna delle Grazie, tutt’intorno la chiesa medievale ferita, a Coppito, dove i fiumi de l’Aquila si incontrano, il Raio e l’Aterno.
Che mistero il mandorlo. E’ la pianta che offre di più, chiedendo meno. Cresce senz’acqua, quasi senza terra, sui calcari denudati per l’uso secolare. Albero di sobrietà assoluta, figlia di necessità. Eppure c’è un momento, pochi giorni, al termine della stagione morta, che tocca a lui, lui solo, di esprimere quanta bellezza ed eleganza c’è ancora in giro, gratuitamente, nel cosmo.
Venerdì scorso in giro per la piana de l’Aquila, in questa primavera di nuvole grigie e acqua, con Antonio Perrotti, per preparare il convegno del 5 aprile per il quarto anniversario del terremoto. Antonio è uno di quegli strani italiani, come direbbe Erbani, che con la loro testardaggine civile tengono viva la Repubblica, nonostante tutto.
Il centro storico è sempre lì, i soldi sono stati dissipati nelle smanie paternalistiche del progetto C.A.S.E. Nel mentre, gli edifici della città fantasma restano ingabbiati con travi e tiranti, o avvolti nei costosissimi ponteggi della Marcegaglia. Intorno, nel gioiello agricolo della piana, tra le cime innevate, impazza la città fai-da-te, di villette finto provvisorie, in una straniata Casoria di montagna, ugualmente eterna come l’originale.
Quanto visto venerdì a l’Aquila è metafora del Paese. Allo stesso modo a Roma, in carenza di fiducia, leadership e progetto, Napolitano tenta di mettere in sicurezza il quadro istituzionale, concedendo un altro giro a Monti – sempre più armatura vuota, come il cavaliere inesistente di Calvino -, con il puntello dei Violante, Bubbico e Giorgetti, al posto di tiranti e impalcature.
Così inferrettata la città della politica tenta di star su, di prender tempo, sempre più svuotata, disertata,in attesa, mentre la vita pulsa altrove.

E’ uno degli hot spot di biodiversità più importanti della Campania: un’area umida estesa più di cento ettari, nelle terre basse di Villa Literno, miracolosamente incastrata tra la città abusiva del litorale domizio e il retroterra disordinato dell’agro aversano e giuglianese. Un paesaggio misterioso, con un reticolo capillare di canali e specchi d’acqua che lambiscono campi erbosi di argilla e torba nera, a ridosso della duna massacrata dall’abusivismo. Terra e acqua, e silenzio. Bidognetti ne aveva fatto un’area protetta: l’aveva requisita ai proprietari, interdetta, attrezzata con bunker in cemento, al riparo dei quali i suoi scagnozzi si dilettavano a sparare ai migratori di passo, rari Cavalieri d’Italia, Pernici di mare e Gallinelle d’acqua, che a questi stagni si posavano affranti dal lungo viaggio d’Africa.
Su queste paludi, la cui bonifica millenaria è stata completata nella prima metà del ‘900, era in antico la tremenda Silva gallinaria, che da Cuma si prolungava lungo costa sino al Circeo, bosco mortifero di febbri e predoni. A Liternum, ai bordi della selva, era la masseria di Publio Cornelio Scipione, vincitore di Annibale, che scelse queste terre difficili per il suo ritiro sdegnoso, giurando che la Repubblica non avrebbe avuto nemmeno le sue ossa.
Dopo le indagini della magistratura e il sequestro Soglitelle è stata espropriata, diventerà una riserva naturale regionale, c’è già un finanziamento ministeriale e un progetto. Speriamo.
Se nel ventennio berlusconiano il paese non ha avuto prima una sua deriva peronista è stato grazie ai tre presidenti. Che non erano tutti di sinistra: cattolico democratico il primo, laico-azionista il secondo, post-comunista il terzo, seppur da sempre su posizioni moderate. Quello che il satrapo col cerone non riesce proprio a digerire è un tratto che ha accomunato le tre figure: la fedeltà alla Costituzione del ’48 vissuta come progetto indefettibile, come religione civile.
E’ facile vedere allora come l’elezione di un presidente alle vongole, post-costituzionale, alla Pera o Letta, per tacer di Schifani, priverebbe il paese di un bilanciamento essenziale. Perché il peso elettorale delle forze riconducibili all’arco costituzionale vale oramai solo un terzo del totale, e la tendenza è verso un ulteriore raggrinzimento. Il resto è una congerie di populismi assortiti, che nella primordiale assenza di responsabilità e senso istituzionale, gioiosamente trovano motivi di vitalità, inafferrabilità, forza.
Anche chi come il sottoscritto non conosce bene il fenomeno, sta rapidamente apprendendo che il tono della comunicazione grillina rimane costantemente sintonizzato sul Vaffa-day, tra l’irrisione, l’insulto, la minaccia. La scelta non è nuova, abbiamo già ascoltato in passato personaggi come Craxi e Bossi , ma anche rodomonti di scala minore, come Renato Brunetta e Luigi de Magistris.
Una certa umiltà o prudenza, quando governi, ti vengono dalla durezza dei fatti, ed in effetti i toni del povero neosindaco 5 Stelle di Parma sembrano ora molto più dialoganti e pacati.
Ad ogni modo, la burbanza grillina è certamente corroborata dal buon vento elettorale, ma in democrazia il numero dei voti serve a stabilire chi decide, non chi ha ragione. Per quest’ultima cosa rimane necessario il dibattito pubblico, che presuppone un minimo di urbanità, di capacità di argomentazione, immedesimazione, ascolto.
E di pazienza, anche e soprattutto con i troll.













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