You are currently browsing the category archive for the ‘La città’ category.

Antonio di Gennaro, 20 novembre 2015

 

Expo2015

 

Il premier Renzi, al termine del Consiglio dei ministri che ha stanziato i fondi per Bagnoli, ha detto che l’obiettivo è “chiudere il pacchetto bonifiche da qui ai prossimi 24 mesi e poi lanciare un progetto strategico simile all’Expo”. L’applicazione all’area di Bagnoli del cosiddetto “modello Expo” deve essere considerato un fatto positivo, se questo significa restituire finalmente al recupero dell’ex acciaieria il rango di questione nazionale, la cui importanza travalica i confini metropolitani e regionali, e interessa il destino di un intero paese. Insomma, il riferimento all’Expo è una buona cosa, se con esso si identifica la cooperazione fattiva e responsabile, sempre mancata in questi anni, tra i diversi livelli istituzionali, dal comune allo stato centrale, passando per la regione (senza dimenticare Bruxelles).

Considerati gli aspetti positivi dell’annuncio del primo ministro, restano quelli un po’ più evanescenti, a cominciare dalla priorità che il decreto indica, che è quella del completamento della bonifica, che impegnerà l’azione del commissario e dell’ente attuatore per i prossimi due anni, assorbendo ancora una quantità significativa di risorse, dopo le centinaia di milioni spesi nel decennio precedente. Insomma, si riparte da capo, con una nuova caratterizzazione dell’area,  senza che alla città sia stato mai presentato un consuntivo decente del lavoro già fatto, con un’operazione un po’ surreale di rimozione del passato, che è la maniera migliore per fare gli stessi errori e impantanarsi di nuovo.

Per rimettere in moto Bagnoli è assolutamente necessario invertire l’ordine delle priorità, con gli obiettivi di riuso dell’area che devono prevalere su quelli di una bonifica autoreferenziale, ragionando finalmente in termini di “messa in sicurezza” e di “analisi di rischio” calibrate sulle destinazioni future, piuttosto che sugli standard ambigui delle tabelle di legge, buoni a giustificare, come si è visto in questi anni, ogni costosissima tergiversazione.

E’ questo il punto centrale della questione, perché l’orizzonte temporale del “modello Expo” invocato dal presidente del consiglio, era quello serrato del grande evento, e le difficoltà non a caso vengono ora, quando bisogna immaginare un futuro “lungo” per l’area espositiva, e le ipotesi messe in campo non sembrano pienamente convincenti. Anche l’idea del grande centro di ricerca sulla genomica non ha persuaso del tutto gli addetti ai lavori, alcuni dei quali hanno osservato come la ricerca avanzata necessiti di investimenti per il rafforzamento e la  messa a sistema delle eccellenze esistenti, piuttosto che la creazione di nuovi, sfavillanti contenitori.

La stessa difficoltà si presenta per Bagnoli, che non è un grande evento che dura alcuni mesi, come l’Expo e il Giubileo, ma il nuovo grande quartiere della terza città d’Italia, qualcosa che per definizione è destinato a durare nel tempo, un’operazione probabilmente mai affrontata prima nel nostro paese, su un’area che è grande tre volte quella dell’esposizione universale di Milano. L’augurio che dobbiamo farci allora è che da una responsabile cooperazione istituzionale nasca, superando gli errori dell’ultimo decennio, un “modello Bagnoli”, qualcosa di buono finalmente per Napoli e per l’Italia.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 21 novembre 2015 con il titolo “Ma Bagnoli non è l’EXPO”

strozzi piccola

Nell’articolo di Stefano Bartezzaghi pubblicato da Repubblica il 6 novembre scorso considerazioni niente affatto scontate sul governo delle grandi città in Italia. Condivido.

Antonio di Gennaro, 24 ottobre 2015

bagnoli2

Ce l’hanno fatta vedere solo dall’alto in questi vent’anni l’area industriale, dalla curva di Posillipo, liberarsi progressivamente degli impianti, i sedimi ormai vuoti rinverdirsi d’erba e di cespugli, trasformati in campi aperti verso chissà quale futuro. Solo dall’alto l’abbiamo abitata, come una terra espropriata, cinta tutt’intorno da un muro invalicabile. Se dovessi indicare un’immagine che riassume per intero la vicenda di Bagnoli, sceglierei proprio quel muro che la racchiude ancora, coi murales che scolorano, ed è l’unica cosa che non cambia.

Prima il muro serviva a proteggere il lavoro, a separare la città dalla fabbrica, le case degli uomini dalla fucina tremenda dell’acciaio. Poi quel muro divenne il guardiano della bonifica, attività misteriosa e complessa, che doveva liberare terre e acque dai veleni dell’industria, preparandole ad una nuova vita. Alla fine, quello stesso muro, si è trasformato in custode giudiziario dell’area, nel frattempo sequestrata dalla magistratura, che in quella bonifica vuole vederci chiaro. Per la città il risultato non cambia, c’è sempre un muro tra noi e Bagnoli, è impossibile vedere, impossibile sapere, è una faccenda che non ci riguarda.

Negli altri posti del mondo dove queste cose sono state fatte con successo, a partire dall’abusato esempio della Ruhr, il recupero delle aree minerarie e industriali è sempre stato una grande attività sociale, dove la conoscenza, la trasparenza, il coinvolgimento delle persone non erano perdite di tempo, ma garanzia di risultato. Per Bagnoli, invece, un rapporto periodico alla città sul recupero dell’area non è mai stato fatto, ed allora il muro che impedisce l’accesso simboleggia anche questo, l’impossibilità per i cittadini di conoscere, di essere informati sui lavori in corso, sull’avanzamento delle operazioni.

Quello che si è capito mettendo insieme le informazioni che pure trapelano, è che l’area della fabbrica non è quel crogiuolo di veleni che ci hanno raccontato. Anche la costosa barriera idraulica che è stata realizzata, serve alla fine per l’inutile depurazione di una falda tendenzialmente pulita, che rientra già nei limiti di legge, se si considera che Bagnoli è un’area termale, che qui le tabelle del decreto 152 valgono fino a un certo punto, e bisogna invece guardare ai valori di fondo naturali. In un gioco a perdere, invece, l’acqua già pulita viene inutilmente depurata, finendo poi nel circuito fognario, anziché a mare, con il risultato di affaticare ancor di più la rete e il mal messo impianto di Cuma.

E’ questo solo un aspetto di un’attività di bonifica, a ferrea regia ministeriale, che è poco definire opaca e farraginosa. Un’attività costata all’erario alcune centinaia di milioni, tutta basata su astratte tabelle, anziché su serie analisi di rischio, e il cui completamento è ancora posto come precondizione per il recupero urbanistico, che la città sfiduciata aspetta, e che in realtà non è mai iniziato, mentre continuano le indagini, le analisi, gli approfondimenti, e il muro scrostato rimane a presidio dell’oscurità e del mistero.

Vallo allora a raccontare che una parte consistente delle nuove cubature previste dal piano, circa la metà, è su suoli di proprietà pubblica, che non hanno bisogno di bonifica, e si potrebbe finalmente passare alla trasformazione, accompagnando le previsioni urbanistiche astratte con quella strategia di attuazione che non c’è stata mai, magari articolando in segmenti più maneggevoli il grande progetto di recupero, definendo per ciascuno di essi tempi e priorità.

Prima di questo, però, è venuto il momento di abbatterlo una volta per tutte quel benedetto muro, di riconoscere finalmente alla città diritto di accesso ai luoghi, alle conoscenze, alle scelte. Altri muri simbolo del ‘900, ben più famosi, sono caduti, sarebbe ora che questo succedesse anche a Bagnoli. Dobbiamo poter calpestare quelle terre, respirarne l’aria, un’esperienza che già cosi è da mozzare il fiato, ti arricchisce di idee, di fiducia, ti da il senso che quella terra è tua, e che possiamo farcela.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 1 novembre 2015

Antonio di Gennaro, 12 settembre 2015

 

Gepro. 13

Per favore, visitatelo una volta il Parco dei Camaldoli, una mattina o un pomeriggio, e portateci i bambini. E’ il parco più strabiliante che abbiamo in città, il meno conosciuto. Lasci la macchina all’ingresso dei Camaldolilli e ti inoltri, in pochi minuti un miracolo avviene, la città scompare, ti avvolge il verde e l’odore silenzioso del bosco. Improvvisamente è come trovarsi in Appennino, in quel grande castagneto che si estende per un centinaio di ettari – poco meno di Capodimonte – dalla sommità della collina, giù per i versanti e i valloni freschi, densi d’ombra e mistero.

Il Parco dei Camaldoli è la natura in città, ma anche la storia, perché il bosco ceduo di castagno è allevato così da un paio di millenni, e ha fornito fino alla metà del Novecento e all’affermazione del cemento armato, i pali per l’edilizia e le protezioni agricole. Questi boschi erano floridi e curati come un salotto, venivano ceduati ogni decennio, sulla base di una meticolosa rotazione. In questo modo il bosco si teneva leggero sul versante, esercitando al meglio la sua funzione protettiva, contro erosioni e frane. Un sistema di gestione estremamente razionale, iniziato coi Romani o forse prima, e dobbiamo allora pensare a questi ecosistemi come a un centro storico verde, fatto di rami e foglie anziché di mattoni.

La storia del Parco è singolare, perché è stato realizzato negli anni ’80, con uno scampolo di fondi per il disinquinamento del Golfo di Napoli: fu un valoroso funzionario comunale, Giovanni Dispoto – uno degli urbanisti poi frettolosamente e anzitempo congedati – a suggerire all’Amministrazione (l’assessore era Giulio Di Donato) di usare i soldi rimasti per acquisire al patrimonio pubblico quel pezzo intatto di castagneto, salvandolo dalla speculazione, e facendone un parco pubblico.

Certo, non vi aspettate l’ordine dei giardini reali del ‘700. Qui c’è la selva, con la sua architettura ariostesca,  l’intrico dei fusti, le antiche ceppaie che sembrano sculture, il ricamo verde del brachipodio e del pungitopo, le fioriture stagionali di pervinche, ginestre, ciclamini e rare orchidee.

Per tutte queste cose, allora, visitatelo una volta il Parco dei Camaldoli, perché l’antico bosco millenario sta morendo. In assenza di gestione, le ceppaie si affollano e deperiscono, l’una dopo l’altra. I fusti non ceduati muoiono e cadono, avvinti dall’edera, l’erosione inizia il suo lavoro, e l’atmosfera è quella suggestiva e tremenda di un bosco tropicale, con la vita che nasce dalla morte e dalla dissoluzione.

napolimonitor bosco

disegno di cyop&kaf, da http://www.napolimonitor.it

Lo spettacolo è grandioso, perché qui nulla finisce ma tutto si trasforma, ed allora questo bosco ci parla del resto della città, che in  fondo, anche nella sua parte costruita, quella che abitiamo tutti i giorni, è lasciata, in mancanza di cura, alla mercé delle stesse dinamiche dissolutive. Quello che questo bosco racconta, è che comunque la natura non sta ferma, nel centro storico di pietra come in quello vegetale; che la nostra inazione non comporta immobilità, ma comunque dinamica ed evoluzione, che lo vogliamo oppure no. In assenza di governo e manutenzione, Napoli diventa un grande esperimento ecologico e sociale, del quale noi abbiamo scelto di subire, inerti, le inesorabili risultanze.

Per questo, alla fine, quello che questo bosco ci dice – visitatelo per favore – è che prima di piantare alberi e realizzare nuove aree verdi, sarebbe bene ricordarsi di curare quelle che già ci sono (più di tremila ettari tra campagne, selve ed aree ricreative, come meticolosamente contabilizzato nel Piano regolatore del 2004). Partendo magari dal Parco dei Camaldoli, che in silenzio vive il suo struggente declino, e che continua, nonostante tutto, a raccontare alcune cose importanti su di noi.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 23 settembre 2015 con il titolo “Per favore visitate il parco dei Camaldoli”

 

Antonio di Gennaro, 28 agosto 2015

A ben vedere, il punto non è se di Napoli si debba parlare bene o male: ciascuno è abilitato, sulla base del proprio segmento di esperienza e comprensione della realtà, a sviluppare un personale racconto, a fornire la propria versione dei fatti. Il problema è quando si pretende che questo punto di vista sia esclusivo, una sorta di schema totalizzante, e si rischia allora di produrre non opinioni ma luoghi comuni, stereotipi, cliché. E’ quanto è successo con la Terra dei fuochi, dove sulla base di un giudizio sommario, privo di riscontri, stavamo buttando a mare l’intera agricoltura regionale, una delle poche cose che alla fine funziona, in questa nostra povera terra scombinata.

Senza Chandler, è difficile comprendere alcune atmosfere urbane degli States, ma se quella realtà fosse davvero riconducibile solo all’hard boiled sarebbe un inferno, una caricatura paradossale, ed è per questo che c’è anche bisogno dell’umanesimo di John Ford, e perfino di Frank Capra. Il valore della serie televisiva “Gomorra” non si discute, è diventata un pezzo importante della cultura popolare. La cosa importante poi, è che spenta la tivù, terminata la fiction, non prevalga l’assuefazione, e si lavori attivamente per migliorare le condizioni di vita di quelle periferie.

Oltre che di racconti, abbiamo soprattutto bisogno di progetti credibili, ed è su questi che sarebbe utile confrontarsi, se non si vuole che tutto si riduca all’inutile scontro di opposti schematismi, se non di sterili personalismi. Alla domanda su cosa volesse scritto sulla sua tomba Brecht rispose: “Fece delle proposte”, ed è questa anche la nostra priorità assoluta. Per il resto, tutti i racconti possono essere utili, quelli scuri come quelli chiari, se ci aiutano a decifrare in modo adulto la realtà complessa nella quale ci troviamo a vivere,  a elaborare soluzioni e percorsi operativi. Rifuggendo le letture unidimensionali, come ci invita a fare Tolstoj, che al termine delle oltre 1800 pagine di “Guerra e pace”, si guarda bene dal dirci chi secondo lui, tra Pierre e il Principe Andrej, avesse alla fine ragione, lasciando giustamente aperta la questione.

Francesco Semmola mi ha donato il catalogo della sua mostra fotografica “Linee scadenti”, che si è tenuta a Napoli lo scorso mese di dicembre. Le immagini create da Francesco mi hanno profondamente colpito. Nelle sue fotografie le linee della città storica sono proiettate contro il cielo, costruiscono geometrie perfette e sorprendenti, nelle quali gli elementi rettilinei si inscrivono e combinano con ellissi e coniche barocche, in un risultato che è fuori del tempo, al limite della storia dell’uomo, come il monolite e le astronavi di Kubrik. Il lavoro d’autore di Francesco è importante, e andrà seguito, perché ci arricchisce di uno sguardo potente e completamente nuovo sulla città. La mostra, che ha riscosso notevole successo, sarà ora riproposta in altre città italiane.

Qui la galleria fotografica sulla mostra, pubblicata sull’edizione on line di Repubblica Napoli.

semmola 2

Si compie all’insegna della serendipità l’avventura politica di de Magistris, il cercare una cosa per trovarne un’altra, come Colombo con le Americhe. Si era partiti con l’idea di tenere le regate sulla colmata di Bagnoli, per ritrovarsi poi, a furia di aggiustamenti e ripieghi, con la sagra paesana sul lungomare, liberato soprattutto dalle regole. Nel frattempo la squadra di governo è completamente cambiata, con la differenza che, se dai nomi iniziali potevi pure immaginarti un proposito di riforma della macchina comunale, con i Moxedano e i Fucito si torna al piccolo cabotaggio, alla gestione dell’esistente, di un presente reso difficile dall’assenza di risorse e dalle macerie del lungo decennio jervoliniano.

Anche l’orizzonte strategico è mutato: se i primi due anni di amministrazione sono stati deliberatamente sacrificati ad un progetto politico di scala nazionale, poi malamente naufragato, si riscoprono ora improvvisamente fascino e vantaggi dell’esperienza locale, avviando abboccamenti e sondaggi in vista di una eventuale riconferma. Tutto lecito naturalmente, meglio sarebbe però farlo presentando alla città un bilancio di metà mandato, con un confronto ragionato tra gli obiettivi a suo tempo dichiarati ed i risultati conseguiti. Occasioni come il conclave di giunta nell’hotel di Fuorigrotta dovrebbero servire a questo, ma è meglio non contarci troppo. Più probabile che si parta con nuovi annunci, finendo col trasformare l’intera consiliatura  in un  lungo spot elettorale, mentre la città muore.

Una simile congiuntura dovrebbe risultare propizia per delle opposizioni che volessero riorganizzarsi, accreditarsi come alternativa, esercitando nel vuoto amministrativo e programmatico che si è creato un proprio ruolo di proposta e controllo, e invece è tutto un correre in soccorso al sindaco vacillante, nel terrore quasi di un suo eventuale fallimento. Da questo punto di vista, l’esperimento napoletano, con un consiglio comunale post-partitico, oramai totalmente destrutturato, ed una maggioranza costruita di fatto su una molteplicità di accordi individuali, dei quali non sono mai noti finalità e portata,  finisce con l’evidenziare gli inconvenienti dell’attuale modalità di elezione diretta dei sindaci allorquando, nel deserto della politica, un’impostazione personale, demagogica e familistica finisca col prevalere.

Il rammarico sta nel fatto che non sarebbe poi così difficile comporre un’agenda e una strategia per Napoli, partendo da poche priorità basilari, evidenti alle persone di ordinaria ragionevolezza, che pure in questa città sono costrette tutti i giorni a vivere. Ma non sono questi aspetti rilevanti per un discorso politico che privilegia la rimozione della condizione presente, il rimando a prospettive diverse e luminose, sempre tralasciando di indicare un percorso più o meno faticoso, realistico e misurabile di avvicinamento.

Antonio di Gennaro, 31 agosto 2013.

I vantaggi della serendipità

 

VORREMMO veramente poter credere, per usare le parole del sindaco de Magistris, alla «resurrezione del cadavere», alla «rivoluzione politica, economica e finanziaria», che sarebbe poi la manovra di bilancio disegnata dall’assessore Palma, «un tecnico diventato politico», approvata dalla giunta nei giorni scorsi, che consentirà al Comune di uscire dal dissesto finanziario nel 2016, con sei anni di anticipo sul previsto.

Che si sia fatta un po’ pulizia nei conti comunali è naturalmente cosa buona e giusta. Le perplessità riguardano la durevolezza dei risultati conseguiti, perché tutto è stato reso possibile dalle risorse straordinarie dei fondi salva-comuni e salva-imprese, 600 milioni in due anni, che rischiano di agire come una robusta iniezione di cortisone, rimuovendo l’infiammazione senza agire sulle cause.

Come ha tenuto a ricordare il sindaco nel presentare la manovra di bilancio, i livelli occupazionali delle aziende partecipate – un esercito di ottomila dipendenti che assorbe ogni anno un terzo circa del bilancio comunale – non sono stati minimamente intaccati.

Si è proceduto invece a operazioni di ingegneria societaria e finanziaria, magari pure utili, ma non in grado da sole di assicurare che questa onerosa macchina clientelare possa finalmente funzionare in condizioni di maggiore efficienza ed efficacia, fornendo ai cittadini napoletani i servizi essenziali ai quali pure hanno diritto.

Questa sì, sarebbe una rivoluzione: agire in modo strutturale sui meccanismi di riproduzione del debito, ridefinire la missione di servizio delle aziende pubbliche, assegnare loro obiettivi inderogabili di prestazione, così da convincere noi tutti, con i risultati più che con gli annunci, della loro effettiva utilità.

Se questo manca siamo alla conservazione di apparati che costituiscono il vero costo della politica, più che gli stipendi e le prebende a consiglieri e onorevoli.

Senza parlare degli aspetti più arditi della manovra, con le aziende partecipate che si sostengono l’un l’altra, in un gioco di finanziamenti incrociati, e qui il pensiero non può non andare al Barone di Münchhausen, che era in grado di tirarsi fuori dalla palude sollevandosi da solo per il codino.

Speriamo non si tratti alla fine di questo, di un gioco di specchi per eludere nell’immediato impegni e responsabilità.

Pubblicato con il titolo “Un’iniezione di cortisone nel bilancio” su La Repubblica Napoli del 12 agosto 2013.

munchhausen5_ok

Quando si discute di politiche culturali a Napoli sembra d’obbligo prendere le mosse dal disastro annunciato del Forum delle culture. Il coro dei critici si è talmente infittito negli ultimi tempi che è diventato difficile distinguere chi rimprovera i politici perché non sono riusciti a organizzare l’evento, da chi li biasima perché si ostinano a volerlo celebrare; chi approva i grandi eventi, però fatti a regola d’arte, da chi depreca questa maniera di governare la città; chi chiede di mandare tutto a monte, da chi vorrebbe un posticino per sé nella “fiera delle culture” che prima o poi vedrà la luce. In questo modo anche i contestatori rischiano di fare confusione. Qualche giorno fa si è tenuta a Chiaia un’affollata assemblea di operatori culturali in cui l’assessore comunale alla cultura – il suo omologo regionale, più avveduto o forse più cinico, aveva declinato l’invito – è stato vivamente contestato per la sua volontà di realizzare a ogni costo il Forum delle culture. I promotori dell’assemblea gli avevano messo di fronte tre amministratori provenienti da Torino, invitati per magnificare le politiche culturali di quella città, senza avvertire però che quelle stesse politiche hanno avuto origine a loro volta da un grande evento, l’Olimpiade invernale del 2006, che ha generato un indebitamento enorme e un modello di gestione che ha mostrato in questi anni più contraddizioni e debolezze che punti di forza.

Ma proviamo a guardare le cose da un’altra angolatura. Non è poi così scontato che l’identità culturale di una grande città debba prendere forma nelle anticamere di amministratori e politici, soprattutto se questi non hanno – come in Comune – né i mezzi né le idee per operare in modo efficace, oppure avendo le risorse – come in Regione – le gestiscono secondo logiche autoreferenziali, noncuranti dell’opinione pubblica. In realtà, questa identità può essere ancora fortemente influenzata dagli artisti, dagli autori e dalle loro opere. E perché no, dai produttori e dagli organizzatori. Al di là di ogni “politica”, riuscita o non riuscita, l’identità culturale della città passa prima da qui. Per il talento e la sensibilità di chi prova a rappresentarne lo spirito, o la complessità, attraverso la musica, il teatro, il cinema o qualsiasi altra forma d’arte. Per la tenacia di chi cerca di coniugare, in tanti quartieri, l’intervento sociale con quello culturale. Per la lungimiranza di chi tiene aperta la porta alle proposte meno scontate, di chi osa sprovincializzare sfidando le correnti maggioritarie più conformiste. Si tratta di una folla, lo sappiamo. Ed  estremamente eterogenea, fatta di artisti veri e di mestieranti, di idealisti e di furbi. In tanti, in troppi nel recente passato, sono sfilati alla corte del politico di turno, quando la borsa era piena e i cordoni allentati. Ma ora i soldi sono finiti e non si può più bluffare. Servono buone idee, coraggio, inventiva.

Alcuni, alle prime avvisaglie, hanno cominciato a muoversi in autonomia. Hanno cercato un posto, anche in periferia, si sono insediati e hanno iniziato a lavorare – l’amministrazione non riesce a fare nemmeno questo, assegnare in tempi accettabili, ai gruppi che ne hanno bisogno, le decine di spazi abbandonati di sua proprietà –. Si ricomincia così dagli interlocutori più prossimi: i giovani, gli adolescenti, si cerca un rapporto con le scuole, si riscoprono i luoghi pubblici. E le risorse – per uno spettacolo, per un film, per progetti più compositi – si cercano ad ampio raggio: bandi europei, sottoscrizioni, fondazioni private, piattaforme di finanziamento on line; anche la Chiesa, che gli uomini di fede più illuminati riescono talvolta a coinvolgere in imprese innovative. Gli esempi sono molteplici, e in tanti campi. Limitarsi a un elenco sarebbe superficiale. Quel che serve è soprattutto qualcuno disposto a prendere sul serio questi germogli: critici desiderosi di confrontarsi con le opere nuove, di accompagnare e far lievitare le produzioni culturali emergenti; giornalisti interessati a raccontare da vicino pregi e difetti delle nuove realtà, evitando l’esaltazione facile, la retorica dell’“eroismo quotidiano”.

L’altro polo della cultura cittadina, quello dei teatri stabili e dei megafestival, dei grandi musei e delle istituzioni ufficiali, quello che naviga in superficie e attira più facilmente gli sguardi, e anche i pochi soldi che restano, conserverà il suo potere ma comincia a perdere fascino. Gli assessori alla cultura continueranno ad allestire il cartellone estivo e quello natalizio; i burocrati della cultura presenzieranno alle serate di gala, ai vernissage, agli allestimenti teatrali milionari; gli impresari ammanicati organizzeranno senza dubbio i concerti del prossimo Forum delle culture; e tutti insieme si baloccheranno con le ricadute turistiche del loro operato, fremendo d’orgoglio per il prossimo trafiletto di elogi sul Financial Time. Altrove, magari nelle pieghe del movimento sotterraneo che lentamente precisa le sue forme, nella crescente consapevolezza che bisogna ricominciare a fare da sé, insieme agli altri ma senza scorciatoie, opportunismi o legami ambigui, potrebbero nascere le opere, e le pratiche, che segneranno l’identità culturale della città nei prossimi anni.

Luca Rossomando, da http://www.napolimoniotr.it


Postilla. Condivido molto le riflessioni di Luca Rossomando. Penso siano valide anche al di là del settore specifico, quello delle politiche culturali. Insomma, sembra essere questo il momento di un impegno autonomo di costruzione intellettuale, economica, sociale, scientifica, che prescinda dalle istituzioni, al loro punto minimo di credibilità. Una sponsorizzazione istituzionale rischia di valere come marchio di inautenticità. A questo siamo giunti, e lo dico senza compiacimento, perché continuo a credere che le istituzioni siano la casa di tutti, l’infrastruttura necessaria per l’esercizio concreto e la difesa dei diritti, a partire da quelli dei più deboli (adg).

città_politicheculturali

(archivio disegni napolimonitor)

ViaSperanzella

In un articolo dell’11 luglio su Repubblica Napoli, Alessio Gemma ci ha informati di come la Giunta comunale stia lavorando a una modifica del piano di rientro dal dissesto, che potrà ora essere meno cruento, con minori tagli ai servizi per 130 milioni in tre anni. Il fatto che i sacrifici imposti alla città dall’adesione al decreto “salva Comuni” divengano un po’ meno pesanti, che la morsa finanziaria si allenti, è una buona notizia. Bisogna capire sino a che punto.

Questo perché i minori tagli riguardano soprattutto i trasferimenti alle società partecipate, che sono 22, con circa 8.000 dipendenti, che si aggiungono agli 11.000 impiegati comunali.  Il dissesto delle finanze comunali è il risultato in larga misura dei costi di mantenimento di questo sontuoso apparato, frutto di un trentennio di keynesismo clientelare nostrano, la cui esistenza è in teoria giustificata dalla produzione dei servizi essenziali e dei beni collettivi dai quali dipende la nostra qualità di vita: i trasporti pubblici, la cura dei piccoli e dei vecchietti, l’acqua da bere e l’immondizia, la sicurezza, la manutenzione urbana, e tante cose ancora. Sarebbe a dire proprio ciò di cui oggi a Napoli si sperimenta quotidianamente la carenza, l’inadeguatezza, tutti prigionieri di quello che l’ex ministro Barca chiama tecnicamente “deficit di cittadinanza”, che in parole povere è quel supplemento di fatica che occorre per vivere in questa città.

Ora la Giunta starebbe lavorando ad un accorpamento delle società partecipate, per controllarne meglio i costi, così come richiede l’adesione al “salva Comuni”, e a una loro parziale collocazione sul mercato, ma la sensazione è che manchi qualcosa. Perché la riforma della macchina pubblica dovrebbe partire dall’aspetto centrale, che è la  definizione degli obiettivi imprescindibili di servizio, del livello dei servizi essenziali sul quale ciascuno di noi dovrebbe poter contare, per godere di una cittadinanza piena, a fronte di una contribuzione fiscale che di converso non accenna a diminuire, anzi.

Di simili orientamenti non è facile trovar traccia nelle dichiarazioni dei nostri amministratori, costretti a barcamenarsi tra i tagli e la tutela dei livelli occupazionali, senza mai affrontare il problema dei problemi, che è l’autoreferenzialità della macchina pubblica, il suo funzionare per la conservazione e l’inerzia, più che per l’erogazione, a costi e condizioni controllate, di quei beni e servizi collettivi che sono una componente essenziale della democrazia e del buon vivere, in una città che intende ancora considerarsi europea.

Perché alla fine la vera rivoluzione sarebbe questa: riscrivere, proprio in una realtà difficile come quella napoletana, un nuovo patto civile, all’insegna del realismo ma anche di una capacità di visione, ridefinendo la missione dell’apparato pubblico, riscoprendone le funzioni di servizio, con la convinzione che anche questo sia fattore di sviluppo, più che le politiche simboliche del lungomare, o la retorica già un po’ frusta dei beni comuni.

Articolo pubblicato su Repubblica Napoli del 14 luglio con il titolo “La macchina comunale difende solo se stessa”.

cittad_debole

Melville

La domanda a questo punto è se il ministro dell’Ambiente Orlando abbia veramente intenzione di metter fine allo strano patto di non belligeranza tra Regione e Comune, che da due anni fanno melina sul caso rifiuti, rimandando a data da destinarsi la realizzazione degli impianti (quelli per il compostaggio, gli inceneritori, le discariche) previsti dal piano che l’Italia ha presentato a Bruxelles.

Nel dispositivo con il quale l’Ue deferisce nuovamente l’Italia davanti alla Corte di giustizia europea si afferma ancora una volta che l’esportazione su larga scala, fuori regione, dei rifiuti campani non è una soluzione accettabile. Tanto più che Bruxelles non è disposta a dimenticare gli ziggurat di 6 milioni di ecoballe in attesa nel mezzo della Piana Campana, tristi monumenti alla memoria del disastro commissariale, il cui smaltimento richiederà decenni. Nel frattempo, la multa che comunque dovremo pagare per la sostanziale inazione seguita alla sentenza che la Corte ha già emesso nel 2010, già ammonta a 30 milioni di euro.

Ciò che preoccupa è la constatazione di come, per motivazioni diverse, i tre livelli di governo che dovrebbero cooperare per una soluzione strutturale del problema dei rifiuti (Regione, Provincia, Comune), manifestino contemporaneamente un deficit di autorevolezza ed operatività, che appare difficilmente recuperabile, e di fatto condanna la comunità campana ad un’avvilente prospettiva di precarietà, mortificazione, declino.

Neppure le importanti innovazioni istituzionali alle porte – tra sei mesi nasce la città metropolitana di Napoli che non sarà, si badi bene, una riedizione sbiadita della vecchia provincia – sembrano suggerire ai nostri leader nuovi e più produttivi approcci ai problemi.

Di fatto, i necessari impianti di trattamento (per cortesia, lasciamo perdere le fughe oniriche verso la West Coast) che il piano regionale poneva in capo al capoluogo, devono ora essere pensati alla nuova scala metropolitana. Si apre così la possibilità di una concertazione seria e responsabile tra le diverse città, con l’obiettivo non di scaricare sugli altri i pesi indesiderati, ma piuttosto di armonizzare le politiche comunali nel quadro di una sola, coerente strategia di aria vasta. Localizzando gli impianti industriali di trattamento sulla base di una partnership fatta di garanzie, impegni, accordi trasparenti, incentivi, compensazioni, controlli.

Tutto questo, naturalmente, presuppone un capitale minimo di credibilità, una capacità di leadership della città di Napoli, di cooperazione con le altre città e con la Regione, che è cosa diversa dall’attuale accordo di reciproca copertura, all’insegna del rimando, dell’annuncio ad effetto, di una coerenza fatta solo di irresponsabilità.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 22 giugno 2013.

La melina suicida sui rifiuti

dal sito http://www.immondo.blogspot.com

E’ il titolo dell’articolo di Luca Rossomando pubblicato il 16 giugno sull’edizione napoletana di Repubblica. Racconta come, nel dedalo della periferia post-industriale, tra fabbriche dismesse e rioni di edilizia popolare, stiano fiorendo esperienze spontanee di recupero dei preziosi frammenti interclusi di terra, ciò che resta di un ecosistema e di una tradizione agronomica secolare legata ai fertilissimi orti umidi della piana del Sebeto. L’iniziativa parte da scuole pubbliche, comitati, semplici cittadini, naturalisti ed agronomi che prestano volontariamente la propria consulenza. Quella che emerge è una strategia silenziosa che, partendo dalla cura degli interstizi di terra  incastrati nel tessuto metropolitano – non più considerati come “spazio vuoto” destinato all’illegalità e al degrado –, attraverso l’impianto di aiuole, filari, orti e arboreti didattici, propone un percorso concreto di recupero della qualità urbana.

Scrive Luca in chiusura di articolo: “I tanti animatori – di tutte le età – di queste minuscole esperienze di cura dei luoghi in cui si vive, non costituiscono un’esclusiva della periferia nord della città. La loro esistenza, in questi e in altri luoghi, è una sommessa esortazione per molti: a chi di mestiere racconta la città ribadisce che ogni quartiere è un microcosmo complesso, da indagare e descrivere nei dettagli, senza fermarsi alla facile, pigra, a volte interessata dicotomia tra buoni e cattivi, tra demoni ed eroi. A chi amministra la cosa pubblica dice per l’ennesima volta che si può e si deve fare meglio del quasi nulla ce oggi si fa: che la qualità della vita negli spazi pubblici è – per estensione – anche un progetto di trasformazione della città, al momento disatteso e strumentalizzato; che l’organizzazione tra pari, il mutuo appoggio, l’attivazione dell’autostima dei più emarginati costituiscono obiettivi politici e mostrano, con chiarezza a volte commovente, che la città è in primo luogo di chi la abita, di chi lotta per migliorarla, di chi spesso in solitudine deve subirla e difendersene. Dopo, molto dopo, vengono i turisti, i grandi eventi e le chiacchiere sul “ritorno di immagine”.

Quei giardini nel cemento

Confesso tutta la mia preoccupazione per una tendenza che va sempre più affermandosi: l’impulso irrefrenabile dei sindaci di centrosinistra neoeletti, a dichiarare per prima cosa la volontà di liberare qualcosa, si tratti dei Fori Imperiali o del Granatello di Portici.

Evidentemente de Magistris e il suo “lungomare liberato” hanno fatto scuola.

Quello che non mi convince è il fatto che queste iniziative (la cosa riguarda anche Piazza Plebiscito, in stato di sempre più triste abbandono) non si portino poi dietro un progetto di gestione, un progetto di città, con tutti i suoi funzionamenti.

Così a Napoli le politiche unidimensionali di pedonalizzazione del lungomare, hanno mandato in tilt la circolazione veicolare a scala urbana. Tanto da costringere l’assessore Donati, quando a causa delle proteste di popolo ha poi dovuto fare dietrofront, a scusarsi per non aver compreso le “relazioni tra i quartieri della città” (sic!).

Più che liberare, qui è necessario proporre progetti di gestione convincenti degli spazi pubblici, con umiltà, con la consapevolezza che le città sono meccanismi complicati, che le politiche di sostenibilità urbana devono integrare tanti aspetti, se vogliono veramente essere utili, e durare.

(vedi anche il post “La strategia e la tattica”, https://horatiopost.com/2013/04/12/la-strategia-e-la-tattica/).

Liberare_progettare