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Ora per i giornali sono diventati “alberi killer”. Gianni Rodari nel suo “La grammatica della fantasia” lo chiama “binomio fantastico”: il mettere insieme due parole che poco hanno in rapporto, per generare significati originali e inattesi. La semiotica ha i suoi meccanismi ferrei: l’associazione tra “albero” e “killer” fa interagire i campi di significato, e così il pino centenario di via Aniello Falcone si antropomorfizza, acquista una sua capacità inaspettata di aggressione ed offesa. La stessa cosa capita al fulmine o al Vesuvio, ma qui la cosa è diversa.

Chiunque allevi un pesce rosso, un canarino, un cane, un piccolo geranio o un albero di limone sa quanto impegno è necessario per curare quotidianamente la vita in un ambiente artificiale. Mantenere un albero centenario nel cemento della città richiede un’attenzione e una cura straordinaria. Se non si è capaci di questo, di  badare a questi elementi notevoli di qualità del paesaggio urbano,meglio rinunciare, perché l’annosa pianta, abbandonata a sé stessa, si trasforma effettivamente in un rischio.  Con esiti tragici, come successo per la giovane madre schiacciata nella sua auto nella strada più panoramica del Vomero.

Lo spiega bene Marco Demarco sul suo blog “Vedi Napoli”:  “…  a spezzarsi non è stato solo un albero, ma un pezzo di quel meccanismo complesso che garantisce il governo della città… Non ci sono più procedure certe, prassi consolidate. Non c’è più chi certifica e chi controlla. Nella consapevolezza che tutto sia ormai lasciato al caso … “.

E’ chiaro che non si tratta di fatalità ma di incuria, lasciamo da parte i giochetti semantici, il povero albero non c’entra proprio niente.

(vedi anche il post di Marco Demarco, “Noi e la città, cosa ci dice quel pino crollato in via Aniello Falcone , Corriere del Mezzogiorno on line, 12 giugno 2013).

“Imbarazzante” è il termine che Il segretario del Pd Epifani ha impiegato per commentare l’attività dell’ultimo de Magistris, più impegnato a fare e disfare la tela della sua giunta che a governare la città. Prima era stata la magistratura, con l’inchiesta per molti versi irrituale sulla manutenzione delle strade, a porre interrogativi sulla capacità dell’amministrazione di affrontare problemi ed emergenze, e di utilizzare i pochi fondi disponibili, sulla base di un ordinamento plausibile delle priorità.

La verità è che manca a tutt’oggi un indirizzo strategico, un’idea per la città. I primi due anni sono stati consumati in una sorta di inconcludente spot, in vista di un’avventura nazionale malinconicamente naufragata. Ora il risveglio è amaro, il declino procede inesorabile, le ruvide questioni strutturali che Realfonzo aveva messo sul tavolo sono tutte lì, irrisolte, e davvero non si comprende come  i nuovi innesti, a cominciare dal volenteroso Daniele, possano imprimere nuovo impulso e direzione.

Avremo probabilmente un assessorato alle buche stradali, evidentemente l’enforcement giudiziario è servito a qualcosa,  ma per queste cose bastava far funzionare i servizi tecnici comunali, che  invece sono in dismissione. Mentre avremmo avuto bisogno di un assessorato per la città metropolitana, con il compito di seguire (e orientare) il delicato processo che ridisegnerà i poteri per l’area napoletana, ora che la provincia cesserà la sua attività. E magari di un assessore alla programmazione comunitaria, per scrivere un po’ meglio i progetti 2014-2020 per Napoli, con l’obiettivo di  utilizzare pienamente i fondi strutturali, gli unici soldi veri dei quali disporremo per gli investimenti.

Ad ogni modo, quello che c’è di veramente imbarazzante in tutta la vicenda, è il fatto che giudizi di merito sull’attività amministrativa debbano giungere da soggetti esterni al processo decisionale (il segretario nazionale di un partito, la magistratura), mentre in consiglio comunale i provvedimenti della giunta continuano ad essere approvati, compresi quelli più gracili e sconnessi sotto il profilo di legittimità e opportunità, con il sostanziale appoggio delle forze esterne alla maggioranza, a cominciare proprio dal partito di Epifani. Con l’eccezione dei ragazzi di Ricostruzione Democratica, tre giovani giuristi fuoriusciti dalla lista civica che aveva appoggiato il sindaco, che hanno capito che con l’aria che tira è meglio leggerle le carte, e votare di conseguenza.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 24 maggio 2013.

Quegliassessorati

Eddy Salzano dal Ruanda, dove si trova con Ilaria, che lì insegna all’università, mi ha sollecitato un commento per Eddyburg sulla situazione napoletana. Ho cucinato insieme alcuni post di Horatio. Il risultato all’indirizzo http://www.eddyburg.it/2013/04/declino-napoletano.html

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Poi naturalmente c’è la questione di Bagnoli, le indagini, il sequestro delle aree, la brutta storia di una bonifica truffaldina che addirittura avrebbe peggiorato le cose.

Cosa dire? Quando arriva la magistratura il danno è già fatto, la distruzione dolorosa di tempo, risorse, fiducia e prospettiva è oramai irreversibile.

L’errore è quello di considerare le grandi bonifiche come operazioni meramente tecniche, di competenza di specialisti, esperti di cose troppo complicate da spiegare ai cittadini comuni.

Nei paesi civili, invece, le grandi bonifiche industriali sono operazioni all’insegna del pragmatismo, della sobrietà, con un forte controllo politico e partecipazione sociale. Gli obiettivi, le tecniche e i tempi sono chiaramente definiti, le risorse sono quelle strettamente necessarie, i controlli periodici estremamente efficienti.

Qui per più di due lustri abbiamo delegato la gestione esclusiva delle operazioni ad un ente strumentale – la società di trasformazione urbana –  che ha operato in solitudine, senza rapportare periodicamente alla città e ai suoi amministratori, senza spiegare niente, spendendo per di più una barca di soldi. Come se la bonifica non fosse parte del progetto urbanistico complessivo, ma un affare a sé stante.

Ad ogni modo, io penso che la responsabilità politica prevalga su quella dei tecnici infedeli.

In questioni come queste, lo si voglia o no, sono il sindaco, la giunta, il consiglio a dover sovrintendere alle operazioni, esercitando il diritto/dovere di controllo, ma anche di impulso, mettendo in gioco tutto il capitale politico e istituzionale disponibile, nei confronti dei livelli di governo superiori: regione, stato, commissione europea.

Non ci sono scorciatoie. Anche oggi, quando siamo al punto più basso, resta questa la strada da intraprendere, aprendo un dialogo trasparente con la città, definendo rapidamente un nuovo programma, un modo di procedere.

Con la speranza che la lezione sia stata appresa per sempre, che i margini residui di credibilità siano ancora sufficienti.

Alta infedeltà

L’istituzione a Chiaia della zona a traffico limitato, che ha scatenato proteste che non si vedevano da più di trent’anni in città, non funziona per molteplici ragioni, di contesto ma anche di merito.

I provvedimenti si calano infatti in una città già in agonia a causa di una triplice crisi.

Crisi economica innanzitutto, con le attività commerciali in ginocchio e i negozi di quartiere che chiudono.

Crisi del trasporto pubblico, con le società partecipate in dissesto, che non riescono più a garantire un decente livello di servizio.

Crisi del sistema di manutenzione della città, con il corpo fisico dell’urbs che cade a pezzi: le buche stradali e i palazzi che crollano sulla riviera sono aspetti differenti di uno stesso problema.

Poi ci sono gli aspetti di merito. Le pedonalizzazioni erano già previste dal Piano della rete stradale primaria, approvato dal comune tredici anni fa, ma lì erano inserite in una strategia generale. Che prevedeva di qualificare la rete stradale primaria, la rete di strade a maggiore capacità in grado di connettere le diverse parti della città, garantendo una mobilità quanto più possibile non veloce, ma fluida. E di pedonalizzare gradualmente la viabilità di quartiere di rango inferiore, nelle insule delimitate dalla viabilità primaria. Si assicurava così nel contempo lo spazio di vita per la gente, e un sistema circolatorio efficiente.

Le pedonalizzazioni di de Magistris occludono come emboli l’organismo della città, con gli effetti che i napoletani sperimentano in questi mesi difficili.

Brutta bestia il nuovismo, l’incapacità di sceverare, di apprezzare quanto di buono c’è nel lavoro di chi ci ha preceduto, magari migliorandolo, facendolo progredire, forti di una maggiore esperienza.

Siamo una comunità fragile, che riparte sempre da zero, senza storia e memoria, è un brutto guaio.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 13 aprile 2013 col titolo “Le pedonalizzazioni sbagliate”.

Fuoriperuncaffe

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Piazzetta Salazar

Minuscolo angolo aggraziato.

C'è vita in città

Il giorno dopo la pioggia

Le storie di ieri

Dietro la collina

Il declino della città che ha contraddistinto il lungo decennio jervoliniano continua inarrestabile in questo primo inconcludente biennio della giunta de Magistris. Due anni, un tempo prezioso, sono stati consumati in un evanescente spot, con la mente rivolta non ai problemi della città ma ad una affermazione nazionale, considerata a portata di mano. Le cose sono andate diversamente, altri sono stati beneficiati dai frutti di questo inverno dello scontento. Nel frattempo la crisi della città si aggrava, ed è crisi strutturale.

C’è il dissesto economico, che andava affrontato subito, con decisioni coraggiose, e non ora, sotto dettatura del governo. Il costosissimo colosso delle partecipate, è sempre lì, grande fabbrica di consenso malato, con una gestione opaca della quale non sono chiari gli obiettivi e i benefici reali per la città. Il corpo fisico della città, in mancanza di manutenzione quotidiana, si sta sfarinando. L’urbanistica e la macchina amministrativa sono in stand by: manca assolutamente un’agenda, una strategia per le dieci municipalità, che sono dieci città nella città, mentre il dibattito, anziché allargarsi alla scala metropolitana, si attorciglia inconcludentemente sempre su pochissime, chissà quanto reali, priorità. L’impiantistica per i rifiuti non c’è ancora, continuiamo tutti a pattinare su un ghiaccio estremamente sottile.

C’è poi la crisi principale, che è crisi di classe dirigente, affatto superata dal decisionismo del ristrettissimo cerchio magico di palazzo S. Giacomo, che parla di beni comuni e partecipazione, ma continua a far votare al consiglio provvedimenti preconfezionati, con profili di praticabilità e legittimità sempre pericolosamente incerti.

Eppure questa città dispone di una molteplicità di risorse, culture, esperienze, capacità inutilizzate, dalla precedente come da questa amministrazione. Sarebbe questo il momento di aggregarle, in un’assunzione generale di responsabilità, consapevoli che non ci sono traiettorie e carriere personali da lanciare. Tenere in vita la città è un lavoro duro, ingrato, alla fine nessuno ringrazierà.

6 marzo. Scirocco.

scirocco

4 marzo. A passeggio con Argo, cucciolo meticcio zampe grosse, in un’alba di fine inverno, ai confini della città.

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