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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli  22 luglio 2016

C’è arrivata in ritardo l’Italia rispetto alle altre democrazie europee, ma ora anche da noi qualcosa finalmente si muove, il tema del “consumo di suolo” è entrato nel dibattito pubblico e, con maggiore lentezza, nell’agenda politica. Il fatto è che uno stato moderno è obbligato a tenere una contabilità della risorsa suolo, del modo con il quale viene impiegato, e a renderne conto ai cittadini. Ogni anno, ad esempio, il governo inglese pubblica in rete un bollettino nel quale è illustrato, con l’aiuto di tabelle semplici e chiare, come è cambiato l’uso di ogni ettaro di territorio nel regno, e quanto è cresciuta la città a detrimento dei boschi e delle campagne. Questo perché in quelle democrazie si crede ancora che il suolo, il territorio e il paesaggio siano la prima risorsa di un paese, e che dal modo come vengono impiegati e gestiti dipenda grandemente il benessere, la sicurezza nazionale la sostenibilità stessa dei percorsi di sviluppo.

Dicevamo che anche da noi qualcosa si muove. Da due anni l’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la sicurezza ambientale, pubblica un rapporto sul consumo di suolo in Italia, quello relativo al 2016 è stato presentato nei giorni scorsi a Roma, ed è reperibile in rete. Diciamo subito che la chiarezza e la facilità di lettura sono per ora assai distanti dai limpidi bollettini anglosassoni, ma c’è sempre modo di migliorare. Per il resto, il rapporto propone alcuni punti di interesse. In primo luogo, a causa della crisi economica, il consumo di suolo per urbanizzazione si è sostanzialmente dimezzato nell’ultimo biennio, rispetto ai valori degli anni 2000, passando da 8 a 4 metri quadrati al secondo. Questo significa che ogni anno, secondo il rapporto, il nostro paese mette sotto asfalto o cemento dodicimilacinquecento ettari di campagna, prima erano venticinquemila. Nonostante il rallentamento, è come se ogni anno in Italia ci fossero un paio di città in più, grandi più o meno come Napoli.

La novità del rapporto, è il calcolo del costo economico che questa perdita di suolo comporta, in termini di diminuzione dei servizi ecologici essenziali (produzione di cibo, acqua, depurazione, biodiversità ecc.). Ebbene, si tratta di ottocento milioni l’anno, una sorta di finanziaria occulta, che comporta una crescita del debito pubblico territoriale (le spese che dobbiamo affrontare per supplire alla diminuzione dei servizi della natura) che è probabilmente superiore al debito finanziario.

In assenza di una politica pubblica nazionale di contenimento dei consumi, è quindi la crisi economica a proteggere i nostri suoli, e questa cosa non deve rassicurarci, perché è evidente che qualora, come è auspicabile, le cose dovessero riprendere a camminare, anche il consumo di suolo risalirà, a meno che non si riesca a “disaccoppiare” la crescita economica dallo spreco di capitale naturale, e a ripensare l’edilizia in termini di recupero, anziché di ulteriore distruzione di spazio rurale.

C’è poi il fatto che il suolo non si perde solo per urbanizzazione, ma anche per inquinamento, e noi in Campania ne sappiamo qualcosa. La crisi ambientale, sociale e mediatica degli ultimi anni ci ha costretto ad una mappatura dettagliata dei suoli agricoli contaminati, ora sappiamo che sono solo alcune decine di ettari, ma il problema del degrado e dello sciupio del nostro territorio agricolo rimane.

Su questi due argomenti – il consumo di suolo, e il recupero dei suoli inquinati con tecnologie “verdi” – l’Università Federico II con il supporto dell’Assessorato regionale all’Agricoltura, ha condotto negli ultimi anni due importanti progetti – Soil Monitor ed Ecoremed – che hanno impegnato un centinaio di studiosi e il cui contribuito alla definizione delle politiche e delle azioni a scala nazionale è stato rilevante.

I risultati di questi due progetti, sullo sfondo del rapporto nazionale 2016 dell’ISPRA, sono l’argomento del dibattito che si terrà venerdì 22 luglio, presso la sala Pessina in Corso Umberto I n. 40, alla presenza dei curatori del rapporto, e del gruppo di ricercatori che stanno lavorando ai due progetti, con la partecipazione di politici e amministratori. L’intenzione è quella di affrontare gli aspetti scientifici del problema, insieme a quelli sociali, politici e amministrativi, perché anche una buona conoscenza alla fine servirà a poco, se non si tradurrà rapidamente in buone politiche, per la nostra Campania e per l’Italia.

 

 

dentro-istanbul

Social batte tank nella notte tragica

Lucio Caracciolo, la Repubblica 17 luglio 2016

C’era una volta l’esercito turco, campione mondiale di golpe. Venerdì sera gli epigoni di quella tradizione si sono cimentati in un farsesco remake che, non fosse per la scia di sangue e per le imprevedibili conseguenze geopolitiche, parrebbe una riuscita imitazione di Vogliamo i colonnelli, il non troppo fantapolitico film diretto nel 1973 da Mario Monicelli. Nelle scuole di intelligence, dove i colpi di Stato veri si studiano e si preparano, questi ufficiali turchi sarebbero finiti dietro la lavagna. Probabilmente serviranno da caso di studio: il contromodello perfetto, l’esempio di come non si deve azzardare un golpe.

Gli aspiranti tirannicidi di Ankara hanno sbagliato secolo. Sono rimasti alla belle époque del secondo Novecento, quando per “riportare l’ordine” bastava prendere possesso dei pochi, visibili gangli vitali del regime vigente, arrestarne i capi e spaventarne i sostenitori, se necessario (ma non sempre) sparando. Oggi, pensare di prendere il potere schierando qualche carro armato in alcuni crocevia strategici di Istanbul, bombardando il parlamento e costringendo una terrea speaker della tv di Stato a leggere un vago proclama, significa votarsi alla più disonorevole delle sconfitte.

Il catalogo degli errori (quello degli orrori è appena abbozzato, in attesa della vendetta di Erdogan, che si annuncia sanguinosa) è il seguente.

Primo: in un paese moderno, vivace e interconnesso o riesci a mobilitare subito il popolo, oppure il tuo golpe è abortito. Valga il caso egiziano del generale al-Sisi, il quale prima di rovesciare il legittimo presidente Morsi si era assicurato il supporto di una vasta e assai mediatizzata piazza. Nell’era delle tv private e dei social network, un’annunciatrice che parla dal canale pubblico suona come l’arpa in una banda di ottoni. Il parziale blocco di Facebook, Twitter e YouTube è durato appena un paio d’ore. Per tutta la notte le tv private hanno trasmesso in diretta i video postati sui social network dai cittadini che filmavano le violenze e i bombardamenti dei golpisti.

Secondo: il capo nemico va subito preso e neutralizzato. Il pensiero corre ancora al 1973, quando gli uomini di Pinochet puntarono sulla Moneda e liquidarono (o spinsero al suicidio) il presidente Allende. Evidentemente i pianificatori della sollevazione turca non erano bene informati sul rifugio di Erdogan. O non hanno avuto la forza di prenderlo. Sicché il presidente ha potuto rivolgersi al paese in videochiamata FaceTime, banalissima app collegata a Internet. È bastato l’appello del leader per mobilitare masse di manifestanti, specie nella sua roccaforte di Ankara. Il fatto che tutti i partiti, anche i più ostili al sultano, si siano più o meno sinceramente schierati contro i golpisti ha contribuito a isolarli.

Terzo: un capo si sostituisce con un altro capo. Non pare che i molti colonnelli e i pochi generali disponessero di un leader, forse nemmeno di un improvvisato direttore d’orchestra. Oppure costui era talmente impresentabile da non osare mostrarsi. Errore già commesso dai golpisti tardobolscevichi dell’agosto 1991, quando vollero imporre il triste, sconosciuto Janaev sulla sedia di Gorbaciov. In ogni caso, un colpo di Stato turco senza nemmeno una testa di turco è pretendere troppo.

Quarto: se fai un golpe militare devi poter contare sui militari. Almeno su alcuni reparti decisivi. La parte sostanziale delle Forze Armate non ha partecipato alla ribellione, restando in attesa degli eventi o schierandosi con il presidente. All’interno delle diverse armi sono emerse linee di frattura ed esitazioni. Di qui l’umiliazione di militari superarmati e addestrati che si fanno disarmare e arrestare dalla polizia. Quinto: sembra che i golpisti turchi si siano fidati della malcelata simpatia dei colleghi occidentali, alleati Nato. I quali si sono guardati dal mettere un dito nell’ingranaggio, ma certo non hanno scoraggiato gli insorti. È difficile immaginare che gli americani non abbiano visto muoversi le colonne corazzate turche qualche ora prima del golpe. Nessun alleato si è sognato di avvertire Erdogan del pericolo. Le prime reazioni delle capitali atlantiche, Roma compresa, ad “iniziativa militare” in corso, sono state tiepide se non gelide nei confronti del presidente turco. Senza curarsi di troppo mascherare la speranza di sbarazzarsi dell’inaffidabile sultano, fresco dell’ennesima “svolta” che lo ha riavvicinato a Putin. Torna ancora alla mente il golpe contro Gorbaciov, con i leader di mezzo Occidente a tifare privatamente per i «salvatori dell’Unione Sovietica ». Sommando questi e altri errori — di norma i golpe riescono meglio all’alba, non all’ora del dessert, quando la gente è sveglia e i media crepitano — i dietrologi sentenziano che non fu vero colpo di Stato, ma finto autogolpe. Erdogan si è inventato tutto per eliminare i suoi nemici? Se così fosse meriterebbe di correre per l’Oscar, vista la sua espressione mentre si affannava a mobilitare via iPhone masse di adoratori. Meglio stare ai fatti palesi, che svelano la disperata incompetenza di un pugno di militari. Come avrebbe fatto dire Monicelli a un aspirante golpista del venerdì sera: «Anche i colonnelli turchi ogni tanto arronzano ».

 

Il dolore di Elif Shafak “Dopo il golpe meno diritti ora l’Europa è più lontana”

Marco Ansaldo, la Repubblica 19 luglio 2016

«Ogni colpo di Stato ha frantumato la democrazia e creato enormi violazioni dei diritti umani. E questo orribile, sanguinoso golpe, con la reazione successiva del governo, pone la Turchia non in Europa, ma in Medio Oriente ».

Elif Shafak, la scrittrice più venduta nel Paese, appare davvero abbattuta: «Sono tempi molto, molto turbolenti per la mia patria», dice in questa intervista a Repubblica.

«Ma voglio essere chiara — aggiunge — sono totalmente contro a questo golpe, ha solo peggiorato tutto».

C’è però chi ha molti dubbi proprio sulla sua dinamica: in tanti si chiedono se sia stato per caso un golpe autoprodotto. Possibile?

«No, non penso che il governo lo abbia organizzato. E non dobbiamo cercare di vedere gli eventi attraverso teorie cospirative. Il golpe è stato reale e, secondo me, una cosa terribile: in una sola notte sono morte centinaia di persone, il Parlamento bombardato. Ma il Parlamento è il cuore della democrazia di un Paese, come può essere bombardato? Questo è inaccettabile ».

Per le strade ora si vedono i lealisti islamici sventolare la bandiera nazionale con la mezzaluna e la stella. Quella stessa che, per decenni, è sempre stato il simbolo brandito da laici e nazionalisti. La bandiera appartiene a tutti, d’accordo. Ma non è significativo questo passaggio di mano?

«Ora tutti reagiscono in modo emotivo. Il tentativo di golpe è stato uno shock. E la gente è scossa nel profondo. Da una parte è ammirevole che i cittadini si siano riversati nelle strade per fermare i carri armati. Dall’altra, a me preoccupa la cosiddetta ‘psicologia delle masse’».

Che cosa intende?

«Che vedo una crescita di nazionalismo, mascolinità, religiosità, intolleranza… E la “psicologia delle masse” può essere un effetto molto pericoloso ».

Ma allora i laici qui dove devono guardare, a chi devono credere?

«Come cittadini democratici la nostra posizione qui è la più solitaria, la più triste. Tutti quelli che credono nei valori della democrazia hanno criticato il tentato colpo di Stato. Nessuno lo ha sostenuto. Siamo contrari sia ai golpe militari sia all’autoritarismo. E sono molto preoccupata che il governo del partito al potere possa ora diventare ancora più dominante. Tutto sarà peggio. L’unica alternativa è tornare alla democrazia: sostenere il pluralismo, la libertà di parola. E i diritti umani, appunto».

Ma non pensa che l’esperienza della rivolta di Gezi Park, nel 2013, poi repressa nel sangue, possa tornare in qualche modo?

«In queste circostanze non mi aspetto una ribellione simile. I democratici e i liberali sono troppo soli, sono troppo pochi. Siamo la minoranza più triste, in questo Paese».

A lei che è molto attenta agli aspetti della comunicazione, non le è parso interessante vedere come il Presidente che odia e si oppone ai social media, abbia poi usato Facetime per lanciare l’appello alla resistenza popolare, e salvarsi mentre pareva spacciato?

«È molto ironico. Il governo del Partito della Giustizia e dello Sviluppo e il Capo dello Stato hanno colpito, controllato e soppresso i social media così tante volte in passato. Hanno portato in tribunale la gente per commenti fatti su Facebook o Twitter. Hanno monitorato i social media, lasciando davvero poco spazio alla libertà di parola. Però, nella notte del tentato golpe, lo stesso governo ha dovuto usare i social media. Ripeto, lo trovo davvero molto ironico».

Perché?

«Perché è stata una lezione di democrazia liberale. Persino i politici autoritari in Turchia, e nel mondo, possono un giorno avere bisogno delle libertà fondamentali che sistematicamente soffocano. Dopo tutto, ognuno ha bisogno delle libertà democratiche. Ma temo che la Turchia non abbia imparato questa lezione ».

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 12 luglio 2016

E’ possibile, anzi augurabile che ci stiano già lavorando, perché è chiaro che una soluzione al duello istituzionale su Bagnoli non può essere ulteriormente rinviata, ne va della credibilità residua delle istituzioni, e di chi in questo momento le rappresenta. E’ necessario partire da una constatazione: quello che non ha funzionato a Bagnoli è l’intreccio tra la bonifica e la trasformazione urbana. Queste due attività nel nostro ordinamento fanno capo a due diversi livelli di responsabilità, con lo Stato che ha competenza in materia di bonifica (tanto più a Bagnoli, che è un sito di interesse nazionale), e i comuni e le regioni cui competono le scelte urbanistiche. Non si scappa, è la costituzione che lo dice.

A ripercorrere la storia di quest’ultimo ventennio, è evidente che i ritardi di Bagnoli sono in stati in larga misura causati dalla dilatazione spropositata, anche in termini di costi, delle operazioni di bonifica, sotto la regia del Ministero dell’Ambiente. L’urbanistica in realtà non è mai partita, ha finito per svolgere un ruolo subordinato. E’ come se si fossero ribaltati i ruoli: la bonifica ha smesso di essere un’attività strumentale, propedeutica alla trasformazione urbana, ed è diventata una grande opera pubblica autoreferenziale, fine a se stessa.

Dall’altro lato però, si è pure assistito a un affievolimento della capacità locale di governare efficacemente il procedimento urbanistico. Dopo il lungo lavoro per redigere e approvare il piano regolatore, durato quasi un decennio, il comune non si è mai dotato di una strategia e di una macchina amministrativa all’altezza, come se il piano si attuasse per forza propria, manco fossero le tavole di Mosè. In questo modo un altro decennio è trascorso. Nel frattempo la società di trasformazione urbana è fallita, nonostante le operazioni scaramantiche, come gli inutili conferimenti di beni in articulo mortis, o le ripetute inaugurazioni della Porta del parco.

Nella vicenda di Bagnoli nessuna delle due parti ha di che gloriarsi, mentre c’è molto da imparare, e la cosa sensata sarebbe che ciascuno facesse quello che la costituzione e le leggi gli richiedono di fare. Il compito del commissario governativo dovrebbe essere quello di mettere finalmente ordine in questa storia complicata della bonifica, indicando un termine certo e ragionevole di completamento. E cercando magari di applicarla veramente la legge quadro sull’ambiente, la 152, non limitandosi all’applicazione notarile di tabelle, ma conducendo una seria analisi di rischio, in considerazione dei valori di fondo particolari che caratterizzano l’area. Questo è il lavoro che è chiamato a fare lo Stato.

Per gli aspetti urbanistici, la cosa sensata, per non arenarsi nelle secche dell’incostituzionalità, è quella di riconoscere al sindaco della città poteri commissariali, tanto più che anche il presidente del consiglio ha recentemente ribadito l’intenzione di muoversi all’interno delle previsioni del piano regolatore. Per l’amministrazione appena confermata sarebbe il momento della verità, dopo il primo inconcludente quinquennio, con l’impegno innanzitutto a ricostituire una robusta capacità amministrativa, per governare le trasformazioni epocali che abbiamo in mente per Bagnoli.

Messe così, le cose potrebbero funzionare. A condizione, naturalmente, che governo, regione e comune facciano finalmente gioco di squadra. Perché se è vero che la Costituzione dice che sono le istituzioni urbane a pianificare il proprio territorio, Bagnoli rimane pur sempre una questione di interesse nazionale, per il cui esito le politiche e le sinergie governative e regionali hanno un ruolo assolutamente decisivo.

Non sono d’accordo con la Urbinati, ma l’articolo pone domande fondamentali. AdG

brexit

Nadia Urbinati, La Repubblica 3 luglio 2016

BREXIT ci ha catapultato indietro di svariati decenni, quando scrittori e uomini di cultura teorizzavano il dispregio per la “democrazia”, a tutti gli effetti ancora il nome di un pessimo governo perché governo degli ignoranti, di chi non sapeva capire il “vero” interesse del paese perché non aveva beni da difendere o carriere da coltivare. Così pensava per esempio François Guizot, un ministro liberale francese di metà Ottocento, che ebbe il nostro Mazzini come oppositore e con lui tutti i fautori del suffragio universale. Dopo il referendum britannico per l’uscita dall’Unione europea, sembra di assistere a un refrain di simili posizioni.

Nei blog e negli articoli su riviste online inglesi e americani che circolano numerosi in questi giorni si verifica uno straordinario fenomeno di reazione degli acculturati contro gli “ignoranti”. La questione interessante non è, ovviamente, quella della veridicità o meno di questa affermazione — quanta ignoranza serve a fare un ignorante e quanta informazione a fare un competente in preferenze elettorali è una di quelle domande alle quali nessun politologo può dare risposta certa. Quel che è interessante è che ritorni a farsi strada nell’opinione del mondo l’idea che il suffragio universale equivalga a governo degli ignoranti, che i molti (generalmente poveri e non acculturati) blocchino le possibilità a chi potrebbe espandere le proprie capacità. La società della meritocrazia si rivolta contro la società dell’eguaglianza e prova a far circolare l’idea che la competenza, non l’appartenenza alla stessa nazione, debba consentire l’accesso alla decisione politica.

Le avvisaglie della rivolta delle élite nel nome della competenza e dell’interesse si manifestano del resto anche nel campo della ricerca: tra le teorie della democrazia che oggi attraggono molto l’attenzione degli studiosi vi è quella che prende il nome di “teoria epistemica”, l’idea cioè che la democrazia sia buona non perché ci rende liberi di partecipare alle decisioni e di cambiarle, ma perché le sue procedure — se opportunamente usate — producono decisione buone o giuste. Per esempio, restare in Europa sarebbe stata la decisione giusta se a usare la procedura del voto ci fossero stati cittadini informati. Il fatto che abbia vinto Brexit significa non che le procedure siano sbagliate ma che per ben funzionare dovrebbero essere usate da chi meglio può usarle.

Certo, ammettono i teorici della “democrazia competente”, tutti sono potenzialmente capaci di ragionare e in questo senso l’inclusione universale nella cittadinanza non è messa in discussione. Il problema è che non tutti hanno, per le più svariate ragioni, potuto coltivare le loro qualità intellettuali, non solo perché hanno deciso di interrompere la loro educazione ma perché hanno scelto di non informarsi bene. Per il momento, il ragionamento sulla democrazia competente si interrompe qui. Senonché, come si evince dai commenti di questi giorni, qualcuno potrebbe completarlo così: ci sono alcune decisioni, quelle che richiedono una dose di conoscenza e riflessione maggiore, che non possono essere prese da tutti, e soprattutto da coloro che per loro scelta si sono resi incompetenti. Questo argomento antidemocratico trova oggi uno spazio preoccupante.

La rivolta delle élite contro la democrazia è una realtà che conferma la brillante e solitaria diagnosi fatta da Christopher Lasch in The Revolt of the Elite del 1995. Attento studioso dei mutamenti politici e di costume nell’America di Carter e Reagan, Lasch documentò la crescita di quella che egli stesso definì “la società del narcisismo” e della conseguente disaffezione nei confronti della richiesta popolare di eguaglianza. Le classi privilegiate, scriveva, sono fortemente attaccate alla nozione della mobilità sociale e dell’apertura delle frontiere; quelle svantaggiate sono al contrario timorose di entrambe. I nuovi benestanti alimentano un’idea che è in forte tensione con la democrazia medesima: quella della “democrazia della competenza” contro la “democrazia dell’eguaglianza”, quella di una cittadinanza basata sull’eguale accesso alla competizione economica invece che sull’eguale potere nella partecipazione alla vita collettiva e politica. Divelta la centralità del lavoro, sembra che lo scopo della democrazia sia diventato quello di emancipazione dalla condizione di lavoro manuale, invece che dell’eguale distribuzione del potere di decidere sulle regole del lavoro e di chi lavora.

Emanciparsi dal lavoro e lasciare il lavoro agli ignoranti: «È elitario dire questo ad alta voce?”, si chiede un blogger inglese. Ci si deve «vergognare» ad ammettere che non tutti abbiamo gli stessi interessi da difendere? «Ci si deve reprimere dal pensare che è per il bene di tutti che le ragioni della conoscenza e della competenza dovrebbero avere più attenzione?». Sono gli ignoranti che hanno paura degli altri, che si innamorano del nazionalismo, che sono angosciati dalla globalizzazione. Allora, perché lasciare che essi partecipino a decisioni che mettono in discussione il nazionalismo e che vogliono tenere aperte le frontiere con l’Europa? È Michael Pascoe sulla rivista “Business Day” che propone queste osservazioni radicali appellandosi, appunto, ad una «democrazia della competenza» e chiedendosi se è davvero «reazionario» denunciare «l’idiozia delle masse». Ancora una volta, dopo Brexit, in nome della democrazia si dice in sostanza che la democrazia è un pessimo governo.

paesaggio cilento

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 26 giugno 2016

Se vuoi davvero sapere com’è andata, devi osservare le fotografie aeree fatte negli anni ’50 per i controlli del Piano Marshall: il Cilento appare spoglio d’alberi e boschi, una teoria di colline rasate di grano e pascoli, ogni metro di terra è utilizzato, e c’era ancora la gente. Poi il paesaggio s’è svuotato d’uomini, partiti per Milano, Torino, la Germania, in cerca di futuro, e il bosco è tornato sulle terre abbandonate, gli oliveti sono diventati a poco a poco isole, in mezzo a un mare di macchia mediterranea e cespi flessuosi di ampelodesma. “Il problema” mi spiega Peppino Cilento “è che se parte un incendio sulla costa, si propaga in un attimo fino alla montagna, così possono bruciare centinaia di ettari di macchia in una volta sola”.

Lo incontro a San Mauro, nella sede della cooperativa “Nuovo Cilento”, che lui ha fondato nel 1976. L’idea gli venne in Veneto, a Treviso, dove era giovane professore di lettere: la mattina era a scuola, la sera con il sindacato lavorava ai corsi delle centocinquanta ore per i lavoratori. A Conegliano conosce i viticoltori, riuniti da decenni in cooperative, si convince che può essere quella la strada per far ripartire l’agricoltura in Cilento, per contrastare l’esodo e tenere viva la terra.

Lo scorso febbraio c’è stata la festa per i primi quarant’anni di attività: oggi la “Nuovo Cilento” è il più grande frantoio della Campania, lavora ventiseimila quintali d’olive l’anno; con 360 soci e millecinquecento ettari di oliveto, è il principale produttore italiano di olio extravergine biologico. L’inizio non fu facile, Peppino mi racconta che ci vollero tre anni per acquistare il primo trattore, allora si arava ancora coi buoi, in quel “medioevo lungo” teorizzato dall’archeologo Riccardo Francovich, che nelle campagne del meridione può arrivare fino al ‘900.

L’agricoltura montana del Cilento per sopravvivere ha bisogno di meccanizzarsi, ma Peppino si rende conto che le macchine sul mercato non sono adatte ai paesaggi cilentani, perché obbligano a lavorare a “rittochino”, lungo la linea di massima pendenza, altrimenti ti ribalti, ma così il suolo si erode in fretta. Non si perde d’animo, va alla fiera di Bologna, ne parla col presidente dei costruttori di macchine agricole, che gli dà conferma: effettivamente i modelli sono pensati per la pianura e per il mercato estero, la collina e la montagna, che fanno l’80% del territorio nazionale, non sono prese in considerazione. Alla fine Peppino la spunta, e convince un’industria di Vicenza a progettare una trattrice radiocomandata, di forma, dimensioni e potenza adatte ai versanti collinari del Cilento.

La cura del suolo è la base di tutti i ragionamenti di Peppino. Qui in collina, per evitare che l’erosione disperda il capitale di fertilità, è necessario che il suolo rimanga quanto più possibile protetto, e sia adeguatamente nutrito di humus. Così, ha chiamato dalla Colombia, in quello che lui definisce sorridendo “un programma di aiuti dell’America latina alla vecchia Europa”, Jairo Restrepo Rivera, grande esperto di agricoltura organica, che ha insegnato agli agricoltori della cooperativa a trasformare le sanse – i residui della spremitura delle olive – in un compost profumato come terra di bosco, con una ricetta a base di letame, frasche triturate,  carbone vegetale, lieviti particolari. Il terriccio viene somministrato agli olivi, al posto dei concimi minerali, e gli effetti sono strabilianti, le piante affaticate ritrovano vigore ed equilibrio, la concentrazione di antiossidanti nell’olio – i polifenoli e i tocoferoli, che sono i fattori di protezione buoni, il vero tesoro della dieta mediterranea –  schizza alle stelle.

Chiedo a Peppino cosa pensi della proposta dello storico Piero Bevilacqua, di profittare dell’immigrazione per rivitalizzare i borghi delle aree rurali in spopolamento, lui mi risponde che da loro è già così, l’agricoltura a San Mauro è stata salvata da una colonia di pakistani del Punjab, e mi presenta Shengara, un giovane dal sorriso candido, che ora è una delle colonne del frantoio, non sta fermo un attimo, nelle pause del lavoro si dedica all’ingegneria naturalistica, realizza sentieri e graticciate.

Questa chiusura isterica al Sud del mondo Peppino non riesce proprio a comprenderla: “Le associazioni italiane hanno sbraitato quando la Commissione ha autorizzato l’importazione di trentacinquemila tonnellate di olio extravergine dalla Tunisia, quando l’Italia ne importa quindici volte tanto dalla Spagna. E’ un protezionismo che rischia di colorarsi di razzismo, è come se la Fiat dicesse che vende poco per colpa della Toyota. Per stare bene sul mercato non devi lamentarti ma aumentare la qualità, vedi l’esempio del vino, che ha saputo raccogliere la sfida, affidandosi al giudizio di consumatori sempre più competenti”.

Giuseppe Cilento è stato a lungo presidente della cooperativa, ed anche sindaco di S. Mauro:  nella lunga storia di leader di comunità ha raccolto, com’è nelle cose umane, affermazioni importanti, assieme a insuccessi e amarezze. Il cruccio è che, nonostante la “Nuovo Cilento” sia oramai una realtà importante, il declino demografico continua, il territorio del Parco Nazionale dei Cilento ha perso ancora tremila abitanti negli ultimi cinque anni, mentre un turismo frettoloso continua a spremere il paesaggio come un limone, le aree urbanizzate sono decuplicate nell’ultimo cinquantennio, l’attività amministrativa del Parco e dei comuni è assorbita dall’edilizia, piuttosto che dal governo del territorio e dal rilancio delle economie locali.

Peppino, all’opposto, ha scelto di mettere al centro della sua strategia le ragioni dell’ecosistema e della comunità. In un’agricoltura nella quale sono le macchine a dettare la forma dei paesaggi, lui è riuscito, all’opposto, a farsi dare le macchine adatte a mantenere il paesaggio così come lo vede lui. Nel suo racconto cita più volte la “Laudato si”, l’enciclica sull’ambiente di papa Francesco; ricorda i momenti di lavoro con Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica assassinato, che a un certo punto è come fosse seduto a tavola con noi.

Passeggiamo in oliveto, nel pomeriggio, su un tappeto profumato di sulla e di veccia, le leguminose buone che danno l’azoto al suolo; intorno a noi è tutto un volo di rondini, libellule, farfalle colore dello zolfo. L’ecosistema è vivo, il sorriso di Geppino ha una piega amara: “Ci vuole tempo perché la gente accetti le innovazioni, occorre pazienza, bisogna contare sulla capacità persuasiva dei risultati”. Lo ascolto e penso che la forza è possente in questo professore-contadino dai capelli candidi, che si ostina a immaginare un riscatto possibile per questo suo Cilento, docile e resistente insieme, come la pietra calda d’arenaria alla quale adesso mi afferro con la mano.

paolo leon

Aldo Garzia, Il Manifesto, 14.6.2016

Bettino Craxi, con procedura e tempistica insolite, nel 1981 espulse dal Psi un gruppo di intellettuali tradizionalmente collocati nella sinistra del partito, quella che faceva capo a Riccardo Lombardi. Tra loro: Enzo Enriques Agnoletti, Tristano Codignola, Elio Veltri, Franco Bassanini e Paolo Leon. Avevano firmato un documento di dissociazione dai metodi di gestione del Psi e di denuncia dei casi di corruzione che già allora si erano insinuati nel partito.

Gli espulsi erano tutti esponenti della cultura di origine «azionista», collaboratori della rivista «l Ponte», che mal tolleravano il dirigismo autoritario craxiano e lo spostamento moderato della politica socialista.

Questo gruppo iniziò poi a collaborare con il Centro studi fondato da Claudio Napoleoni e Lucio Magri che in quella fase si proponeva di non accettare come inevitabile la rottura dei rapporti a sinistra. Quello stesso Centro pubblicò in seguito la rivista mensile «Pace e guerra» dove riversava i contenuti della propria ricerca politica e teorica.

Tra i più attivi e propositivi, c’era proprio Leon. A lui è sempre piaciuta una sinistra libera e libertaria, non gli sembrava vero – dopo aver lasciato il Psi – poter essere indisciplinato fino in fondo.

Da quel periodo in poi, Leon ha intensificato la sua attività di saggista senza mai abbandonare quella di accademico all’università. Lo aiutava in quello sforzo la direzione di alcuni centri studi (Arpes, Crel, Cles) che nel corso degli anni hanno formato decine di economisti.

A lui piaceva dialogare con le nuove generazioni trasmettendo l’idea che la lezione di lord John Maynard Keynes era restata attuale e fertile, malgrado il liberismo imperante dagli anni 80. Il keynesismo, come ha continuato a scrivere, gli appariva come la migliore soluzione nell’eterna lotta/mediazione tra Stato e mercato, capace pure di ridisegnare le conquiste del welfare. Da convinto socialista, Leon non puntava al superamento del mercato: bensì all’estensione della democrazia economica come leva della trasformazione sociale.

Riviste, quotidiani (ovviamente anche «il manifesto»), convegni, hanno avuto il suo instancabile contributo sotto forma di articoli, saggi, interventi, interviste.

Uno dei luoghi privilegiati d’azione di Leon è sempre restato però il sindacato, la Cgil: soggetto per lui unitario di qualsiasi politica di sinistra. Amico e collaboratore di Fausto Vigevani (storico leader socialista della Cgil), negli ultimi anni ha presieduto il Comitato scientifico della Fondazione Luoghi comuni, funzione pubblica Cgil.

Con la morte di Paolo Leon perdiamo una intelligenza critica e vivace, un appassionato interlocutore del dibattito economico, un maestro e un divulgatore. Ma ci mancherà altrettanto la sua personalità così particolare: sempre spiritoso, ironico, brillante, disponibile, con la battuta pronta.

E sempre ottimista, anche quando a noi più giovani sembrava non ci fossero ragioni per esserlo.

 

Paolo Leon, idee e ironia di un neokeynesiano

Roberto Romano, Il Manifesto, 13.6.2016

Sabato sera ci ha lasciato Paolo Leon. Un economista ironico e legato al riformismo rivoluzionario di Lombardi. Il manifesto e Leon sono «amici» di lungo corso e gli articoli di Paolo hanno fatto crescere il giornale con dibattiti e interventi negli anni Settanta e Ottanta e poi anche più recentemente. Equilibrio e squilibrio sono la cartina interpretativa delle idee di Paolo fin dai primi lavori: Ipotesi sullo sviluppo dell’economia capitalistica (1965, Boringhieri), Structural change and growth in capitalism (1967, Johns Hopkins Press), L’economia della domanda effettiva, (1981, Feltrinelli). Gli anni seguenti consolidano la ricerca sul ruolo dell’economia pubblica: Stato, mercato e collettività (2003, G. Giappichelli), Il Capitalismo e lo Stato (2014, ed. Castelvecchi), assieme al saggio Banche e Stato, in Riforma del capitalismo e democrazia economia (L. Pennacchi e R. Sanna, 2015, Ediesse).

Leon è il primo a legare consumo e investimento aggregato alla legge di Engel (si consumano beni diversi in rapporto alla crescita del reddito), per cui occorre un investimento particolare, quello che produce beni e servizi direttamente legati alla crescita del reddito. La dinamica di struttura e la «tecnica superiore di produzione» evidenziando come la persistenza di un problema di domanda effettiva sia intimamente legato alla natura della produzione: il mercato cambia se stesso e modifica la tipologia dei beni prodotti, con delle conseguenze nei rapporti economici tra gli agenti all’interno dello stesso paese, del mercato del lavoro e del mercato monetario. Non era in discussione la distribuzione del reddito in senso stretto, che modifica qualitativamente la domanda, quanto il sistema economico nel suo complesso: all’inizio la domanda soddisfa bisogni primari, successivamente i beni primari lasciano il posto ai beni secondari, andando più avanti la domanda si manifesta nei beni terziari. Sostanzialmente il reddito aggiuntivo e la conseguente domanda alimentano nuovi bisogni che inizialmente non erano concepibili, e tale domanda deve trovare una corrispondente offerta.

L’insegnamento di Leon è dirimente per i nostri giorni: «Nessuno può negare che esista una relazione tra fattori della produzione e prodotto al livello dell’economia; ma che forma questa funzione, in che modo agiscano su di essa le variazioni dei salari e dei profitti ed il progresso tecnico, è impossibile stabilire a priori con il modello marginalista»(P. Leon, 1965). Altro che crescita equi-proporzionale dei diversi settori. Infatti, Paolo prefigura uno Stato grande nelle idee: «Le scelte, in termini di investimenti, delle imprese pubbliche e, in quanto controllabili, di quelle private, non possono essere condotte sulla base di un saggio generale del profitto (o dell’interesse, o sulla base di un determinato costo-opportunità del capitale) stabilito a priori senza la giustificazione di un completo modello disaggregato di lungo periodo»(P. Leon, 1965).

Lo scopo «è di far risaltare la necessità della domanda effettiva come determinate dell’offerta…. Così chi crede che l’investimento sia l’elemento autonomo per eccellenza, è poi spinto a cercare i fattori che lo determinano… ritrovando per altra via la legge di Say» (P. Leon, 1981).

L’esistenza stessa di «leggi macroeconomiche, non riconducibili alla decisione dei singoli, è un segnale che lo Stato è autonomo rispetto al mercato». In altri termini, «una legge macroeconomica generale, come quella del moltiplicatore, non può rientrare nell’ambito della conoscenza individuale: solo lo Stato è in grado di servirsene»(P. Leon, 2003).

Un tratto ben presente nella sua penultima fatica (P. Leon, 2014), quando si domanda: è l’inizio della fine di un paradigma, più precisamente del paradigma reaganiano-thatcheriano che ha costruito un particolare equilibrio tra stato e capitale? Leon discute le nuove istituzioni del capitale, consapevole che qualcosa di quello caduto in disgrazia rimarrà per sempre. Tutto ciò ci riporta al ruolo dello Stato nel capitalismo post-liberista e del modello di governo in una economia globale. Un rapporto capitale-Stato da ricostruire. Infatti, «il capitalismo… è un modo di essere delle società che non si distrugge nelle crisi, ma evidentemente si trasforma e, una volta trasformato, dà luogo a una nuova cultura capitalistica e a nuovi rapporti tra i capitalisti e lo Stato e tra gli stessi capitalisti».

Poco prima di lasciarci Leon ha offerto un altro contributo: I poteri ignoranti, 2016, ed. Castelvecchi. Accumulazione e sviluppo sembrano essere entrati in conflitto aperto. Da un lato, le scorciatoie che conducono a una chiusura mercantilistica sono vicoli ciechi; dall’altro, la radicale ignoranza dei poteri pubblici sulle questioni economiche che impedisce di percorrere vie d’uscita alternative, legate al nuovo ruolo dello Stato e alle politiche economiche differenti.

Nel mezzo uno iato: lo spazio per una scienza economica che non rinuncia a voler cambiare le cose. Anche alla fine del suo lavoro ha suggerito un inedito terreno di riflessione.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 11 giugno 2016

L’altro giorno in piena ora di punta, nel ganglio nevralgico di piazza Mazzini, il semaforo era fuori uso, il giallo lampeggiava, non si vedeva un vigile, eppure niente code, il traffico scorreva una bellezza, e il fatto mi pareva in fondo l’immagine di come funziona in questo momento la città. Perché ha ragione Luciano Brancaccio, De Magistris si afferma con politiche simboliche, in grado di mobilitare un segmento minoritario ma determinante dell’elettorato, visto che la metà preferisce rimanere a casa, ma c’è un altro aspetto, del quale pure bisogna ragionare, ed è quello del “grado zero” del governo urbano, dal sindaco assunto a modello, che a Napoli stiamo in questo momento sperimentando.

Pensiamo al lungomare liberato, dove alla chiusura al traffico veicolare non è seguito alcun dispositivo o codice d’uso, come accade negli spazi pubblici delle normali città europee: semplicemente è uno spazio libero, assolutamente non attrezzato, nel quale ciascuno fa quello che vuole, stendere una sdraio o mettere una bancarella, e tutto è lasciato alla spontanea interazione tra i singoli. Oppure, provate a visitare il parco dei Camaldoli, cento strepitosi ettari di verde nel cuore della città: ci troverete una selva millenaria che in assenza di manutenzione sta morendo, le ceppaie smottano giù l’una dopo l’altra, come nella giungla, ma lo spettacolo del disfacimento vegetazionale resta comunque grandioso, e il mio cane Argo si diverte molto.

Coi beni comuni poi, il grado zero di governo ha addirittura trovato una sua formalizzazione amministrativa, con la controversa delibera per l’Asilo Filangieri, che autorizza l’occupazione abusiva di uno spazio urbano, introducendo così un doppio regime di legalità, quello normale dove se infrango vengo sanzionato, e l’altro, dove questo non necessariamente avviene, perché è in gioco la libera espressione delle forze popolari, resta il problema di chi debba stabilire questo confine, questo curioso “stato di eccezione”.

Nella vita di tutti i giorni, l’arretramento deliberato dell’amministrazione dalla vita della città ha un suo prezzo, provate a prendere un autobus, o ad aver bisogno di un qualunque servizio comunale, mentre i parcheggiatori abusivi non sono mai stati così presenti e sicuri di sé. Anche la macchina amministrativa è al grado zero, l’urbanistica semplicemente non esiste più, con un manipolo smarrito di funzionari superstiti, asserragliato in stanze vuote, come nel Deserto dei Tartari, che dovrebbe gestire cose epocali come il piano regolatore, le trasformazioni urbane a est e a ovest, il centro storico, le periferie, il parco delle colline.

Sull’acqua pubblica, uno dei fiori all’occhiello dell’amministrazione uscente, le cronache raccontano in realtà lo smantellamento di un’azienda che era un piccolo gioiello, con l’allontanamento dei dirigenti troppo autonomi, che si ostinano a pensare alla qualità del servizio, anziché al mantra fumoso dei beni comuni, con il solo risultato per ora di rinunciare ad ogni necessario ammodernamento della rete, e alla chiusura del ciclo idrico (acqua potabile e fognature) con i necessari investimenti e manutenzioni.

Al contrario, continua a prosperare, anzi si allarga, l’esercito delle partecipate, una sorta di amministrazione parallela, frutto di un trentennio di clientele, con ottomila dipendenti che non si sa cosa facciano e cosa producono, ma assorbono metà del disastrato bilancio comunale, in quello che è diventato probabilmente il vero fulcro del sistema di potere demagistrisiano.

Sui rifiuti poi il grado zero di governo vuol dire rimandare ogni impegnativa scelta strutturale, con la raccolta differenziata ferma al palo, affidando a caro prezzo la monnezza agli impianti degli altri, che ci fanno soldi ed energia, lasciando noi vulnerabili, a pattinare ancora sul ghiaccio di un sistema estremaente oneroso, ma che non offre sicurezza né autonomia.

Per il momento tutte queste cose si tengono ancora, in precario equilibrio, nella città che offre il grado zero di servizi, al costo più alto per famiglie e aziende, in termini di tasse imposte e tributi. Ma è anche vero, in fondo, che il sindaco non ha inventato niente, perfezionando semplicemente il “grado zero” già sperimentato dalle giunte Iervolino, poi premiato da quella straripante vittoria con l’ottanta per cento dei voti, una decina di anni fa.

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Gomorra fa bene o fa male? Su Repubblica la Boccassini sostiene la prima tesi, Cantone la seconda. Oggi, sempre su Repubblica, interviene anche De Cataldo (“Gomorra non è un inno al male”). Ne ho visto spezzoni, mi è venuto in mente il Padrino (la descrizione, tutta dall’interno, del funzionamento di una tribù-mondo), ma anche i Guerrieri della notte e Jena Plissken. I quartieri di edilizia pubblica delle periferie di Napoli sono filmati come la Los Angeles 2019 di Blade Runner, un pianeta diverso; le abitazioni dei camorristi sono come gli interni di quel film, pesanti, poco illuminati, grondanti post-moderno barocco. Il ruolo della colonna sonora, scarna, possente, è simile. I protagonisti, come in Macbeth, crudelmente vivono e muoiono in un mondo che viene molto prima della legge, o molto dopo. Immagini di grande suggestione, coerenza di racconto e di stile. Capisco possa e debba esserci discussione sugli effetti sul costume, gli atteggiamenti, i giudizi di valore, ma non è facile, forse inutile.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 28 maggio 2016

Anche la Campania ha il suo West – i suoi spazi sconfinati, gli altopiani d’erba che non vedi una casa fino all’orizzonte – solo che è a oriente: devi uscire dalla conca ordinata di Benevento, ed entrare nel Fortore, il mondo del flysch e delle argille: il Mezzogiorno nudo, del latifondo contadino, come lo chiamava Rossi- Doria, contrapposto alle terre arborate della prima cerchia collinare, ricamate di viti, olivi e piante da frutto.

Il Fortore è una successione strepitosa di altopiani a perdita d’occhio, incisi da torrenti vorticosi, coi centri medioevali arroccati sui cucuzzoli di calcare e arenaria, gli unici punti in questi paesaggi epici che stiano fermi, che non si muovano verso valle. Certo, l’olivo c’è ancora, ma è solo una corona intorno all’abitato, poi è un mare di grano e di erba, con i boschi scuri di quercia – ciò che resta dell’immensa foresta cinquecentesca – a protezione dei versanti troppo ripidi per fare agricoltura.

Sono venuto a San Giorgio la Molara, il centro geografico del Fortore, in una giornata di pioggia e nuvole basse, non importa che siamo a metà maggio, per raccontare ancora una storia di fatiche e affermazioni, in queste terre difficili, che il ministero dello Sviluppo economico identifica come “aree interne”, sarebbe a dire quei pezzi di Paese troppo distanti dalla città, dove la dotazione dei servizi essenziali è più labile, il declino e lo spopolamento più difficili da arrestare. In barba alla classificazione del ministero, San Giorgio la Molara è invece uno dei centri più importanti in Italia per l’allevamento della Marchigiana, una delle tre razze bovine storiche, con la Chianina e la Romagnola, comprese nel marchio di qualità del “Vitellone bianco dell’Appennino centrale”, sarebbe a dire l’esclusivo club della bistecca più buona d’Italia.

Mi accompagna nel viaggio Nicola De Leonardis, direttore tecnico della cooperativa di allevatori “S. Giorgio”, con cento aziende associate, seimila capi allevati, che mi racconta a voce bassa, col fare pacato degli zootecnici di razza, come tutto il paesaggio che ci circonda lavori per l’alimentazione dei prestigiosi animali: un mosaico verde di erbai polifiti, campi di orzo, grano duro, avena, e sulla dai fiori scarlatti, perché la marchigiana di San Giorgio non mangia insilato di mais, che renderebbe acquose le carni, ed è esclusivamente alimentata con fieni profumati e foraggi locali. La fase di finissaggio poi, quella più importante per la marezzatura e la tenerezza della carne, è tutta basata su una dieta ricca di granella di cereali e luguminose.

Ma non sono solo le virtù di un allevamento e un’alimentazione naturale: alla base del successo degli allevatori di San Giorgio c’è la ricerca, un lavoro instancabile di miglioramento della razza che in queste terre è iniziato quindici secoli fa, a partire dal Bos Primigenius, il grande bovino dalle corna lunghe che gli Unni portarono con sé dalle fredde steppe d’Ucraina. L’opera di selezione ed incroci mirati è ripresa su basi moderne a partire dalla metà del ‘900, per merito di allevatori come Giovanni Belperio, che ci accompagna orgoglioso in stalla a visitare i suoi campioni, i tori mastodontici e le fattrici, tutti esemplari dalla morfologia armoniosa, elegante, come le pitture rupestri di Altamira e Lauscaux. I vitelli sono accanto alle madri, che non si agitano al nostro arrivo, e Giovanni mi spiega orgoglioso come anche il carattere mansueto, determinante per la qualità delle carni, sia il risultato del lavoro pignolo di selezione. Giovanni ha modi semplici, garbati, è un allevatore, ma nella zootecnia italiana è un’autorità, i ricercatori accademici lo ascoltano, vengono qui in azienda per apprendere e studiare il suo modo di lavorare.

Gli allevatori di San Giorgio andrebbero studiati anche per un’altra ragione, perché l’affermazione di questo sistema zootecnico di eccellenza, intorno al quale ruota adesso un intero paesaggio, è il frutto di una coraggiosa riconversione produttiva, dal tabacco che per decenni è stata la ricchezza di queste aree – grazie anche ad un fin troppo generoso sistema di aiuti comunitari – alla zootecnia.

Gli agricoltori di San Giorgio hanno compreso per tempo che questa situazione andava ad esaurirsi, e anticipando i tempi, hanno investito i proventi del tabacco nella costruzione delle stalle, puntando sulla zootecnia di qualità. Insomma, un dinamismo, una capacità di reazione di tutto un territorio, che con l’etichetta triste di “aree interne” sembrerebbe avere poco a che fare. Non per nulla, l’età media dei soci della cooperativa è di 44 anni, più di una decina in meno della media regionale, che è poco sotto la sessantina, con tutta la propensione all’investimento e all’innovazione che la giovane età comporta.

Nel pomeriggio torna l’azzurro, si fa più intenso il verde dei pianori, e più bianche le torri eoliche, che gli spazi aperti di questi paesaggi indifesi hanno finito per conquistare. Ora traversiamo il Regio tratturo, la grande autostrada d’erba della transumanza, che i Sanniti tracciarono duemilacinquecento anni fa, e qui a San Giorgio è ancora chiaramente distinguibile. La storia che Nicola continua a raccontarmi, è poco nota agli abitanti della grande città costiera, troppo distante da queste terre di mezzo, sospese tra il Tirreno e l’Adriatico. Come accade per altre importanti produzioni regionali, le bistecche e le carni pregiate della marchigiana del Fortore prendono altre vie, sono indirizzate in prevalenza ai mercati del centro- nord, più che ai consumatori campani, ed è proprio il mercato interno regionale, la nuova frontiera che gli allevatori di San Giorgio vorrebbero ora conquistare.

Torniamo agli uffici della cooperativa, nella piazzetta in cima al paese, sotto i bastioni di ciò che rimane dell’antica rocca, c’è il belvedere che domina tutta la valle, ed è una processione continua di allevatori, uomini e donne, che vengono per il disbrigo delle pratiche, i problemi tecnici dell’allevamento, i controlli di qualità, chiedono di Nicola, lui ha una parola e un consiglio per tutti, veramente la zootecnia è l’infrastruttura che tiene unità questa comunità. Delle circa quattrocento aziende iscritte in Campania al consorzio di tutela del Vitellone bianco, 350 sono in provincia di Benevento, 121 nel solo comune di San Giorgio la Molara: qui dietro ogni stalla c’è una famiglia, ed è il Vitellone l’industria diffusa che assicura reddito e lavoro.

Il paese è lindo, ordinato, come il paesaggio che la comunità continua a curare, nonostante le frane e i cedimenti. La città è lontana, internet va a singhiozzo, la carovana del Giro d’Italia è passata, ma è stato un attimo, ora è solo il rumore del vento. Il ministero e Bruxelles dicono che queste sono aree in ritardo di sviluppo, ma il marchio della cooperativa è la bandiera italiana, questa comunità non si è fermata, continua a sentirsi parte di una storia, che varrebbe la pena di conoscere meglio.

La Campania delle città ha bisogno del suo West, degli spazi sconfinati, di questa capacità ostinata di costruire lavoro e conoscenza, in mezzo all’Appennino verde e difficile, che è certamente parte del nostro passato ma anche, a pensarci bene, uno spiraglio importante di futuro.

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Ieri sera la casa piena di figli, di amici dei figli, c’era pure Thomas, l’ospite francese, in trepidante attesa dell’episodio della nuova serie di Gomorra, con grande carbonara per tutti. Li osservavo. Ormai Gomorra è un mondo, un universo culturale complesso, una galassia che ruota intorno al suo autore, che va dal giornalismo alla fiction al teatro, dalla politica fino alla terra dei fuochi.

In tutto questo, si celebra in questi giorni il decennale dell’uscita del libro con i quale iniziò la saga. Formarsi un giudizio non è semplice, ed è utile distinguere le diverse cose. Gomorra è stato innanzitutto lo svelamento nel dibattito pubblico nazionale e globale, dell’organizzazione dei Casalesi, della sua rete di attività criminali, del suo controllo di una parte rilevante del territorio campano. E’ stata una cosa molto importante,  nel decennio nel quale lo Stato ha reagito, e il gruppo dirigente dei Casalesi lo ha sgominato, tolto di mezzo, mandato tutto in galera.

Poi c’è il filone ambientale, quello della terra dei fuochi, il mio giudizio su queste cose l’ho espresso più volte, è inutile tornarci su. La lettura ecologico-territoriale che è stata data è infondata, e soprattutto non ha aiutato a produrre idee e progetti di governo del territorio per riscattare i paesaggi mortificati, ci ha allontanati e non avvicinati ad una soluzione.

Poi c’è la parte politica, Gomorra e il suo autore sono diventati la pietra di paragone per discriminare la buona dalla cattiva politica. Anche su questa cosa, il mio giudizio, per quello che naturalmente vale,  è di desolata preoccupazione.

Poi c’è la parte artistica, la cultura popolare, e qui non so che dire, ho osservato per un po’ gli ospiti assiepati sul divani, rapiti dal racconto epico del male, realizzato con maestria. Alla fine me ne sono tornato in camera a leggere, mi annoio un po’, se ho voglia di hard boiled e di storie di territori senza speranza preferisco Hammett e il suo “Raccolto rosso”.

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Il 6 maggio sono usciti due articoli, due riflessioni sulla città, che ho trovato molto stimolanti. Il primo, di Luciano Stella, su Repubblica Napoli, è titolato “Energia vitale e dannazione”. Il secondo di Eduardo Cicelyn, sul Corriere del Mezzogiorno, ha un titolo alla Wertmuller (“L’appello a Saviano, una mossa propagandistica che per Valeria si è trasformata in autogol. E con un Lettieri fumoso, il sindaco del «non governo» diventa il più rassicurante”).  Da leggere.

 

Energia vitale e dannazione

Luciano Stella, Repubblica  Napoli 6 maggio 2016

CHE sta succedendo a Napoli? Come tutti noi mi interrogo. Guardo, discuto con gli amici, vivo la nostra città. Passeggio sul lungomare e nei vicoli del centro storico. Vado al lavoro camminando per via Toledo. Scopro nuovi posti che si aprono e offrono cibo e situazioni nuove e propositive. I turisti si “toccano” con mano. Tantissimi, tantissimi. Devo andar indietro di anni oramai davvero lontanissimi per ricordare una situazione simile. I musei nostri meravigliosi e unici annunciano novità e praticano un rinnovato attivismo.

Che sta succedendo? Le notizie di cronaca sociale e criminale sono “da brivido”. Degrado umano, materiale e sociale che produce orrori inenarrabili. Morti sul selciato di quartieri storici nella faida tra le nuove feroci leve camorristiche senza pietà e senza legge.

E poi ancora un fiorire di intelligenza creativa e comunicativa che si inventa pasticcini “neotipici” e buonissimi e li lancia con una sapienza di marketing e di uso dei social che è da manuale anglosassone. Un fiorire di numerosissimi set di produzioni cinematografiche che sbarcano qui senza alcun contributo regionale e fanno sembrare la nostra città un distretto organizzato come il Piemonte, la Puglia e l’Alto Adige.

Che sta succedendo? Ci sono le buche incredibili, c’è la Villa Comunale ancora largamente “inagibile”, c’è traffico, l’imbuto soffocante della Galleria della Vittoria, lavori in corso di lunghissima durata ancora non conclusi, trasporti caotici. E ci sono anche le solite insopportabili beghe di notabili ancor più vecchi di me che pur son vecchio, che si crogiolano in polemiche, in capacità di veto, in poterini da poltrone pubbliche con stipendio. E praticano il “No” come forma di profitto e potere.

Che sta succedendo? C’è jazz in una chiesa sconsacrata in un vicolo di Foria, c’è teatro nel sottosuolo fascinoso ed unico della città, ci sono manifestazioni intelligenti e coinvolgenti organizzate senza soldi pubblici, presentazione di libri, anteprime, circoli che discutono, teatro nelle case, bed and breakfast accoglienti e di charme. Ci sono tour nella più bella metropolitana del mondo. Addirittura ho notizia di una signora che ha chiamato a raccolta tutti i suoi amici romani ed italiani ed ha festeggiato il suo compleanno con un tour di circa 100 persone nella metropolitana dell’arte, stazione per stazione. Con i commenti entusiastici dei partecipanti che potete immaginare.

E poi c’è una polemica infinita e di basso profilo nei partiti che dovrebbero governare la città, c’è corruzione evidente nei ranghi della politica, ci sono “campagne di comunicazione” di alcuni candidati sindaci che sono(involontariamente immagino) al confine della goliardia liceale (che pur è eccelsa cosa ovviamente, ma forse non utile in ambito elettorale).

Che sta succedendo? Ci sono giovani aziende d’eccellenza fatte da giovani imprenditori che crescono e danno lavoro come Optima e Fan Page?e che “danno lezione” a chiunque sul territorio nazionale e non solo. Aziende contemporanee, innovative e piene anche di energia creativa. C’è l’Unione industriali che – dimostrando una modernità assai superiore alla politica che ci governa – oltre ai suoi fondamentali e sempreverdi convegni ha organizzato più di un incontro sull’audiovisivo, sull’industria culturale, sul cinema, sulla rivoluzione di Netflix e sui nuovi panorami dell’editoria e della televisione.

Tutte occasioni fondamentali di impresa e di lavoro. Tutti settori “nuovi”ed in espansione, dove Napoli può giocare un ruolo fondamentale perché la periferia è centro in questi comparti “immateriali”. Ci sono Festival di portata internazionale che ce la fanno grazie ad una grinta incredibile dei loro leader,?che creano simpatie e rete con pochissimi mezzi e fondi, ben sapendo che il “brand Napoli” ha una evocazione ed un fascino potentissimo. Che sta succedendo? Dobbiamo essere lucidi e leggeri. Seri e capaci d’azione.

Sì, perché questo fiorire generale che si miscela con il volto nero e criminale della nostra città e delle nostre vite, questo fiorire culturale e turistico che si mischia con la crisi economica e con la storica mancanza di lavoro,?questoflusso di simpatia internazionale verso Napoli e le sue bellezze e le sue contraddizioni, questo ribollire positivo che può trasformarsi in economia ed industria culturale diffusa che oscilla tra turismo e produzione di narrazioni audiovisive: ebbene, tutto questo rappresenta una occasione storica per la città e per la nostra comunità e soprattutto per le leve giovani di Napoli.

C’è in ballo molto. Bisogna saperlo leggere. Bisogna avere consapevolezza del campo e delle sue contraddizioni forti. Bisogna sapere che Napoli è davvero unica nel suo genere, per Dna storico. E quest’unicità è forza e dannazione. Ma è su questa unicità che bisogna lavorare, attivarsi, coordinare, facilitare, impegnarsi. La città è viva e vivace nonostante gli orrori criminali che albergano dentro di lei. È “di nuovo”un momento unico e fecondo. Dobbiamo saperlo vedere e la politica deve saperlo “curare” e rafforzare. Sono gli anticorpi spontanei che reagiscono, mischiati a virus virulenti e terribili. Come sempre nella vita.

 

L’appello a Saviano, una mossa propagandistica che per Valeria si è trasformata in autogol. E con un Lettieri fumoso, il sindaco del «non governo» diventa il più rassicurante

Eduardo Cicelyn, Corriere del Mezzogiorno 6 maggio 2016

Chi e dove sono i candidati perbene? Non chiedetelo a Valeria Valente, aspirante sindaco del centrosinistra con l’ala destra che s’incrocia con quella sinistra, un po’ come succedeva a Insigne e Mertens quando Benitez non ci capiva più niente. Lei si è rivolta a Saviano, noto esperto di gente permale. Saviano si è visto costretto a svicolare dato che nelle Procure con cui è impegnato da molti anni in un assiduo passaparola fanno fatica a intercettare qualcosa che non sia in odore di malaffare. Quelli del Pd durante le primarie hanno raschiato il fondo del barile, smuovendo tutta la melma che vi si era accumulata da decenni di politica professionale: e ora vedono scorie dappertutto, come se la cosa riguardasse altri, un’altra storia, mica la loro.

La verità mediatica è che il Partito democratico è il luogo geometrico in cui si dimostra il teorema savianeo della politica in quanto continuazione del male con altri mezzi. Per questo la mossa propagandistica della Valente, come certi dribbling di Albiol o di Koulibaly sulla trequarti azzurra, è stata così avventata da risultare stupida. Com’era prevedibile, Saviano ha risposto picche, auspicando che siano i politici ad assumersi la responsabilità delle scelte una volta per tutte e ironizzando sul campo elettorale del centrosinistra in salsa renziana, troppo largo perché arbitri e guardalinee possano vedere i falli e fischiare e sbandierare.

L’appello al guardiano di Gomorra serviva a conquistarsi titoli di stampa e qualche consenso nei salotti cittadini, ma com’è destino per questi politici giovani e rampanti, furbetti del partitino, le loro trovatine non dicono nulla alle persone in carne ed ossa, cioè al popolo che tra un mese sarà chiamato alle urne. Medesimo problema dall’altra parte della barricata. Sul fronte del centrodestra fantasmatico, il discorso di Lettieri ammicca all’anima popolare della città con un repertorio di slogan al limite tra un dialetto maltrattato e il puro nonsense. Insomma, al netto delle afasie pentastellate, sembra che centrosinistra e centrodestra abbiano smarrito ogni connessione culturale, antropologica e linguistica con la città, cercando improbabili sponde di significato in un’intellettualità astratta, anzi metafisica, o in napoletanismi di maniera nella speranza di suscitare acquiescenza e simpatia. Mentre — e questo è ciò che non si dice — la banda de Magistris una relazione autentica, sentimentale e ideologica con Napoli e i napoletani se l’è saputa costruire: e non perché abbia realizzato cose nuove o utili, ma proprio perché (dopo gli iniziali scivoloni) ha sostituito alla retorica del buon governo e dei grandi progetti la pratica tenace ed effettuale del non governo, del lasciar fare, dell’autogestione e delle regole a targhe alterne.

Noi napoletani sappiamo che se la polizia municipale presidia un crocevia, quello sarà il luogo del caos e del malanimo. Se non c’è nessuna divisa in agguato, qualcuno rispetta i semafori e altri no, ma il traffico scorre. Ebbene, de Magistris è stato inaspettatamente quel vigile che non si fa vedere o che guarda altrove. Giggino è diventato un sindaco popolare perché nel suo delirio autoreferenziale, zapatista, pseudo-antagonista, ha separato il Municipio dal resto della città, dai suoi modi di fare più tenaci, dai suoi traffici quotidiani e dai retroscena più oscuri.

Nel bene e nel male, de Magistris incarna oggi un potere aleatorio che non vuole e non può governare la realtà vera della città, che non vede e non comprende. In compenso, la sua figura baldanzosa si erge sulla scena nazionale come una specie di bastione immaginario dell’anti-renzismo e di una sinistra meteoritica. Il contro-discorso degli imprenditori e dei suoi competitori elettorali, ragionevole e ben giustificato, non coglie e neanche sfiora l’essenza della questione. Se de Magistris abita da cinque anni Palazzo San Giacomo con grandi probabilità di raddoppiare è perché Napoli non ne può più di una nuova classe dirigente che non sa dirigere un bel niente ma promette investimenti che mai arrivano, illustrando megaprogetti chissà se mai realizzabili. Perciò la città, almeno per il momento, si accontenta e gode del turismo riscoperto, dei suoi beni culturali sgangherati ma pieni di fascino, del suo disordine ordinato. Paradossalmente il sindaco del rinnovamento arancione ha prodotto una nuova rassicurante cartolina partenopea. L’antipolitica diventata impolitica, come volevasi dimostrare, è solo spettacolo e qui, come spesso succede, folklore.

Ma una cosa è certa. La politica non tornerà con le liste benedette da Saviano, con i vezzi da scugnizzo di Lettieri o con i software taroccati dei grillini. Men che mai con le invettive degli industriali. Ci sarà politica solo quando una nuova classe dirigente saprà confrontarsi in modo anche duro, per poi allearsi, con l’anima popolare della città, fondando un discorso moderno e finalmente condiviso sul futuro. Non si governa con i fantamilioni di Renzi. Né con l’appoggio di Saviano o con l’abbraccio di Peppe Lanzetta, fan di Lettieri e scrittore più originale dell’autore di Gomorra. Si governa sollecitando la passione, l’intelligenza e la speranza del cambiamento di molte persone, di tantissime persone, della maggioranza delle persone. È un modo antico? Finora non se n’è visto un altro in democrazia.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 5 maggio 2016

Per parlare di altre agricolture e altri paesaggi devo lasciare la pianura, troppo gonfia di uomini e città, e varcare la cortina dei Tifatini, sotto le arcate traforate dell’acquedotto Carolino, sino al vasto mare ondulato delle colline del Sannio, che è tutto verde ora, sembrano le highlands scozzesi, in questa primavera matta di pioggia, nuvole e sole. Nel racconto di Manlio Rossi-Doria era questo “l’osso” del Mezzogiorno, contrapposto alla “polpa” delle pianure fertili costiere: le terre difficili dell’esodo, dove la triade millenaria del grano, della vite e dell’olivo non riusciva a garantire altro che sussistenza. Poi le cose sono cambiate, ed è di questo, della “rivincita dell’osso”, che vorrei ragionare, qui a Guardia Sanframondi, con Titina Pigna, che del Professore è stata allieva, ed è ora la prima vicepresidente donna della Guardiense, la cooperativa viticola diventata una storia di successo.

Titina mi racconta di quando giovane studentessa accompagnò Rossi-Doria a Melfi, dove il Professore aveva trascorso gli anni del confino: volevano conferirgli la cittadinanza onoraria, e lui accettò, a patto che venissero i ragazzi del Centro di specializzazione di Portici, ed allora li caricarono tutti sui gipponi della forestale, e dormirono nelle aziende sperimentali della Regione Basilicata. Poi, nel 1983 al Formez, Titina organizzò una delle ultime memorabili lezioni del Professore sulle politiche per il Mezzogiorno, andò a prenderlo a Piazzetta Nilo, lui aveva passato la notte a scrivere appunti su un quadernetto, era una celebrità, aveva fatto la politica agraria del paese, ma si emozionava ancora a insegnare, temeva di non essere all’altezza, nell’intervallo telefonò al figlio Marco per dirgli che stava andando bene.

Dal castello medioevale di Guardia tutta la valle ai piedi del Taburno ci è davanti: ora il sole illumina l’onda delle colline, che sfuma progressivamente nel cinerino, tutta ricamata di vigneti, siepi, oliveti, piccoli boschi: luoghi che quanto a suggestione poco hanno da invidiare ai più celebrati paesaggi umbri o toscani, anche qui il mosaico dei campi è quello dei dipinti rinascimentali, con tutta la nobiltà di una storia di lunga durata. E anche qui, dietro la bellezza si cela la fatica, la lotta infinita con la precarietà. Il problema è che la terra è spezzettata, le aziende sono piccole, troppo piccole, un ettaro o meno. Negli anni ’50 si faticava davvero per campare, l’uva la compravano i commercianti che venivano dalla città, aspettavano che rimanesse sui cortili per giorni, e iniziasse a inacidire, per pagarla meno. Allora, nel 1960, la decisione di trentatré viticoltori di mettersi insieme, tirar su la cantina, e nacque la Guardiense. C’era da rischiare, la società era a responsabilità illimitata, si garantiva col poco che si aveva. Il papà di Titina, Rodolfo, era un uomo di 35 anni, benestante, con dieci ettari di terra: quando la ragazza gli chiese perché lo facesse, le rispose che il benessere non si difende ma si diffonde. Titina questa cosa non l’ha dimenticata, tutta la vita l’ha dedicata al Mezzogiorno, a un’idea di riscatto di queste terre al margine.

Oggi la Guardiense è una realtà importante della vinicoltura italiana, con circa mille soci, mille e cinquecento ettari di vigneto, tre milioni e mezzo di bottiglie l’anno, impianti tecnologici all’avanguardia e una passione per la sostenibilità: l’energia che serve per far funzionare la cantina viene dai pannelli solari; l’acqua è depurata, torna pulita al fiume, ed è tutto un modo di produrre stando leggeri sulla terra e sull’ecosistema.

I vini, poi, sono eccezionali. La falanghina “Janare” ha ricevuto nel 2015 i tre bicchieri del Gambero Rosso, per una bottiglia che porti a casa con quattro euro e mezzo, ed allora anche il valutatore ha dovuto dismettere ogni algido distacco, finendo per scrivere nella scheda del vino che il rapporto qualità/prezzo è “commovente”. Perché la Guardiense è una cantina sociale nel senso vero del termine, e la sfida di Riccardo Cotarella, l’enologo celebre che la segue da anni (è stato presidente del comitato scientifico del padiglione del vino ad EXPO 2015), è quello di consentire ad ogni famiglia di mettere in tavola con una spesa modica un grande vino, che come dice Gianni Mura, faccia sentire gli angeli cantare. Oltre alla falanghina c’è l’aglianico, il piedirosso, gli spumanti e i passiti, e il metodo è quello di un controllo completo del processo, il conoscere ad uno ad uno i mille vigneti della cooperativa, con la loro particolare combinazione di suolo, esposizione, microclima; di curare ogni grappolo nella maniera giusta, dal campo alla cantina. La vinificazione poi, avviene a basse temperature, così si tiene al minimo il bisolfito, mentre esplode la sinfonia degli aromi.

Il successo della Guardiense è stato quello di fare del mosaico spezzettato di piccoli vigneti, una macchina formidabile che produce qualità, ora apprezzata a scala mondiale. Nel far questo, il paesaggio rinascimentale della valle rinasce, anche se non mancano i problemi, perché pure qui, in questa che è la green belt della grande area metropolitana, l’urbanizzazione arriva, dopo aver consumato la pianura, con ritmi aggressivi, e nel vigneto è un fiorire di seconde case, ogni sindaco vuole il suo insediamento produttivo, il suo campo da golf. Una follia, perché sono i vigneti verdi l’industria e il motore di queste aree, e appare francamente inutile inseguire sogni già falliti altrove. E perché, alla fine, la collina è un sistema fragile, come ha ricordato l’alluvione terribile dello scorso ottobre, che ha spazzato come una furia il fondovalle e i primi versanti, sommergendo di fango vigneti, case e cantine. In questi paesaggi delicati, tutta la nostra energia dovrebbe essere rivolta alla manutenzione del territorio, alla cura dei suoli e delle acque, della fragile rete infrastrutturale, piuttosto che all’aumento dell’impermeabilizzazione, ma è una cosa dura da capire.

Ce la farà “l’osso” a conservare i suoi paesaggi storici, diventati nel frattempo macchine produttive formidabili? E’ difficile dirlo: i viticoltori della Guardiense indicano una strada differente, che è quella di riammagliare e restituire senso al mosaico delle terre, utilizzando le tecnologie più avanzate, e in questo modo creare conoscenza e lavoro, nella valle dei grandi vini, dove il sogno riformatore del Professore vive ancora.

Le Tore masseria piccola

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 17 aprile 2016

Te ne accorgi dal paesaggio che cambia, che sei arrivato al finis terrae della Penisola, come l’ha raccontato di recente l’antropologo Giovanni Gugg: non sei più nel mosaico delle “terre murate” del pianoro di Sorrento; e non ancora sui terrazzamenti eroici della Costiera amalfitana, a precipizio sull’azzurro. Massa Lubrense è al passaggio tra questi due mondi, è fatta di colline di pietra arenaria e marna: una distesa dolce di oliveti, punteggiata di casali, una trentina, come nelle stampe di inizio Settecento, con le torri di avvistamento angioine e vicereali.

“Le Tore” – il toponimo antico che sta proprio per “colline” – è il nome dell’azienda di agricoltura e turismo di Vittoria Brancaccio, nel mezzo di questo favoloso paesaggio. Ci arrivo da Sant’Agata sui Due Golfi, prendendo la stradina che sale verso Pontone; Tex il labrador e Sofia, tenerissima terranova nera, vengono a salutarmi appena scendo dalla macchina. La masseria è antica, della metà del ‘700, Vittoria l’ha ristrutturata proprio com’era, facendo un mutuo e investendoci di suo, e la gestisce da vent’anni. Lei è minuta, colta, appassionata, i capelli di ragazza hanno fili d’argento; lavorava in una grande organizzazione agricola nazionale, poi ha mollato tutto d’improvviso, ed è venuta qua.

L’azienda è di otto ettari, per la maggior parte a oliveto, ma c’è anche un vigneto secolare, il meleto, l’orto biologico, lembi di pascolo e l’ombra scura delle querce. Produce un olio DOP di qualità superiore: Raffaele Sacchi, insigne maestro di extravergine della Federico II, ha scoperto coi suoi studi che la “minucciola”, la varietà tradizionale di olivo che qui si coltiva, sviluppa in questi suoli un particolare bouquet, con un terpene – il limonene –  che conferisce all’olio una fragranza di agrumi.

Trascorri una giornata con Vittoria, e capisci una volta per tutte che il paesaggio – che qui è il motore di tutto – non è una cartolina, ma un’immane fatica quotidiana. Conosce i suoi duemila olivi uno a uno, ce ne sono di giovani e di secolari, col tronco meravigliosamente contorto e scolpito, me li mostra come opere d’arte, ma lungi da lei l’idea di una conservazione tout court. Perché questi paesaggi continuino a vivere, c’è bisogno di innovazione intelligente, ed allora lei studia nuovi sistemi di allevamento e potatura che facilitino la raccolta delle olive, preservando la bellezza dei luoghi. Per il resto, è un lavoro senza fine, per curare l’orto, il frutteto, il bosco, e poi le pergole, i muri in pietra, le strade e i sentieri: in una parola, tutti gli ingranaggi minuti che compongono la grande macchina del paesaggio.

Poi c’è l’altra parte di lavoro, non meno impegnativa, che è l’accoglienza degli ospiti, nelle stanze fresche e ornate della casa: circa duemila presenze l’anno, da Pasqua a inizio novembre, per il 90% stranieri, inglesi, francesi scandinavi, che prenotano tutto via web. A colazione incontriamo una famiglia olandese, in tenuta da escursione, coi due figli ragazzini. La maggior parte arriva a piedi, vengono per camminare i sentieri della Penisola e della Costiera, ma anche per visitare le aree archeologiche, pochi sono qui solo per il mare. Cercano da noi il Mediterraneo, il nostro Mediterraneo, fatto di giardini millenari, di spazi aperti, di montagne terrazzate e colline che emergono improvvisamente dal mare. Determinante in tutte queste cose è stata la sinergia con Genius loci, l’agenzia per il turismo sostenibile fondata da Peter Hoogstaden, un visionario pianificatore olandese che si è innamorato delle nostre terre, e riesce con uno straordinario lavoro a condurci escursionisti da tutte le parti del mondo.

Dicevamo che il paesaggio è fatica, e Vittoria mi racconta quanto sia difficile reperire manodopera qualificata, ingaggiare maestranze che sappiano potare, che conoscano le tecniche tradizionali per ricostruire una pergola o un muro a secco. Giovani che siano magari disposti ad apprendere, a costruirsi su queste cose una professionalità e un futuro. Per lanciare un segnale, con Giulia e Antonella De Angelis del FAI, Vittoria ha organizzato per maggio prossimo un laboratorio pratico, una vera e propria “scuola di paesaggio”, per insegnare le tecniche tradizionali, che si terrà qui a Le Tore, e alla stupenda Baia di Ieranto.

Per il resto il problema, come accade in molti paesaggi storici della Campania, è che le aziende agricole della Penisola sono piccole e frammentate, tanto piccole che l’ISTAT rileva meno di un terzo di quelle esistenti; il resto è gestito da agricoltori invisibili, che sfuggono alle statistiche ufficiali, e che incontrano difficoltà insormontabili nell’accesso agli aiuti comunitari.

In queste condizioni, mantenere vivo il paesaggio è una missione impossibile, i costi sono troppo alti, le aziende si spengono una a una: secondo Vittoria, l’unica strada è quella di promuovere forme di gestione associata delle operazioni di manutenzione e potatura, unendo le forze anche per cose come l’assistenza tecnica, la trasformazione e la commercializzazione dei prodotti, la gestione dei flussi turistici. In questo modo diventerebbe anche più facile curare i poderi in abbandono, rimasti orfani di agricoltori. Insomma, bisognerebbe considerare la Penisola come un unico paesaggio-azienda, ma siamo molto lontani, le politiche pubbliche latitano, mentre l’urbanizzazione e i parcheggi interrati continuano a mangiarsi suoli e terrazzamenti, ed il bosco avanza sulle aree agricole abbandonate.

Nel racconto combattivo di Vittoria, alla fine, cogli come un senso di solitudine. Se è il paesaggio il nostro vero petrolio, è venuto il momento di passare da questi faticosi successi individuali a un gioco di squadra, ricordando che stiamo parlando di una nuova economia in grado di crescere e affermarsi nel mercato globale; ma anche di una grande opera d’arte collettiva, costruita nei secoli, che i turisti di tutto il mondo accorrono ancora ad ammirare; dell’espressione migliore, in definitiva, del vivere coordinato di una società.

 

Coop Sole2 piccola

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 16 aprile 2014

Ci sono alberi che cadono, nella piana campana, ma anche foreste che crescono, e il problema, come al solito, è che non fanno rumore. In mezzo al disordine della grande pianura, ci sono cose che funzionano, ed anche molto bene. Un esempio è a Parete, il piccolo comune con il quale termina a sud la provincia di Caserta. Ci arrivo una mattina fredda di inizio primavera, scendo dal viadotto dell’asse mediano, seguo a destra la provinciale che corre tra i campi, fino allo stabilimento della Cooperativa Sole. E’ un piccolo grande gioiello: 100 agricoltori associati, 200 addetti stagionali, per un fatturato che supera i 26 milioni. Grazie a questi numeri, e soprattutto a un volume di ottantamila quintali l’anno, la Cooperativa Sole è diventata azienda leader in Italia nella produzione della fragola.

La struttura è moderna, ordinata, potresti stare a Forlì o a Bolzano. Passo per il magazzino, vengo investito dal profumo buono della frutta, soprattutto devo stare attento a scansare il traffico dei muletti che movimentano le pedane con le prime fragole. Pietro Ciardiello è il direttore, mi riceve sulla porta dell’ufficio, gli ho chiesto per una volta di raccontarmi la storia dall’inizio. Pietro è agronomo, è nato a Parete, è in tutto figlio di questa terra, con un tratto normanno negli occhi chiari, e nel rigore assoluto che mette nel lavoro.

L’atto costitutivo della cooperativa è del novembre 1962, reca in calce le firme dei ventisei soci fondatori: un gruppo di agricoltori visionari, che già all’inizio della grande trasformazione, aveva compreso che le micro-aziende della piana campana, da sole non ce la potevano proprio fare: che stare insieme era il solo modo per affrontare la modernità e il cambiamento, per dotarsi di macchinari e mezzi tecnici avanzati; soprattutto, per stare sul mercato a schiena dritta, senza sottostare alle opacità e agli arbitrii dell’intermediazione.

Di lì è partita la storia, che nel racconto di Pietro si sviluppa come un missile a più stadi. Nei primi vent’anni la cooperativa lavora pomodori e percoche. Tutt’intorno, il paesaggio millenario della centuriazione cambia rapidamente: al posto dei cereali e dei filari alti di vita maritata, dove non arrivano la città e le infrastrutture, c’è adesso la maglia precisa delle ortive e dei frutteti industriali, la rete dell’irrigazione. All’inizio degli anni ’90 poi, il grande cambiamento, la scommessa di puntare su un prodotto nuovo, la fragola, ed allora il paesaggio cambia ancora, accanto ai frutteti compaiono i tunnel e le serre. Associata a questa, la scelta coraggiosa di sganciarsi una volta per tutte dal mercato locale, e di collegarsi stabilmente alla rete della grande distribuzione, con il risultato che i prodotti di Parete finiscono in prevalenza sulle mense esigenti del centro-nord e di mezz’Europa, più che su quelle nostrane

Ma la decisione cruciale, è quella di puntare tutto sulla qualità e il controllo dei processi produttivi. Da un ventennio la cooperativa è all’avanguardia nella lotta a malattie e parassiti con metodi biologici, spende ogni anno duecentocinquantamila euro per l’acquisto degli insetti utili, la chimica di fatto è abolita. C’è una squadra di agronomi che segue passo passo, in tutte le aziende associate, l’intero ciclo di coltivazione, con la tracciatura di ogni singola vaschetta di fragole, dal campo al banco del supermercato.

Ma Ciardiello non vuole parlare di queste cose. Si limita a dire che l’obiettivo della cooperativa è fare un prodotto sicuro, semplicemente buono. Perché secondo lui, alla fine, la qualità della fragola di Parete è merito del suolo, della terra vulcanica che il Padreterno ci ha regalato, piovuta quindicimila anni fa dai vulcani flegrei, che è poi realmente la più fertile dell’universo conosciuto.

In questo modo si torna, al di là delle complicazioni della tecnica, a una cosa semplice, che è il legame con la terra. Lo stesso legame che spinse quei ventisei agricoltori a mettersi insieme per coltivarla, migliorarla, custodirla, per costruirsi una prospettiva di vita.  Da questo punto di vista, i quattrocentocinquanta ettari che la cooperativa Sole coltiva attualmente, sono un presidio sicuro di economia, di sapienza tecnica e spirito civile. Come lo sono certamente anche gli altri centoquarantamila ettari di pianura agricola che ancora rimangono, che però vivrebbero assai meglio, più prosperi e sicuri, se quel modello venisse emulato e replicato.

Perché l’agricoltura della Campania rimane per molti aspetti un paradosso. A scala nazionale siamo nel gruppo delle regioni di testa per valore della produzione, pur avendo solo la metà della superficie agricola. Questo significa che le nostre terre, come quelle vulcaniche di Parete, hanno una produttività doppia rispetto al resto d’Italia. Campania felix è tutta qui, e immaginiamo allora cosa riusciremmo a fare, se solo ci organizzassimo meglio. Se cogliessimo pienamente il messaggio di quei ventisei agricoltori, che mezzo secolo fa, rischiando tutto, indicarono la strada, ancora tremendamente moderna, che è quella di lavorare insieme, di fare rete, sistema: di abitare questa terra come una foresta, anziché come alberi isolati.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 16 aprile 2016 con il titolo “Il paradiso delle fragole delizia le mense di mezza Europa

 

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Antonio di Gennaro

Il suolo è la base della vita, è quella cosa che regge tutto l’ecosistema e anche, in definitiva, l’intera comunità umana. Dal suolo traiamo il cibo, le fibre, il legno; ma è anche il grande filtro naturale che depura l’acqua buona che beviamo. Insomma, i suoli lavorano per noi, in tanti modi diversi. I suoli della piana Campania, in particolare, per la loro natura vulcanica e il clima favorevole, sono tra i più fertili dell’universo conosciuto. Per fabbricare tutta questa fertilità, la natura ci impiega del tempo, e i differenti strati del suolo sono come le pagine di un libro, nel quale possiamo leggere quindicimila anni di storia naturale: un racconto spettacolare di eruzioni, inondazioni, cambiamenti climatici, colonizzazioni agricole.

Insomma, il suolo è la risorsa dal quale dipende il nostro futuro, è fragile, non si rinnova facilmente, ed è maledettamente importante proteggerlo. Per tutti questi motivi, appare davvero sconcertante e paradossale il recente provvedimento con il quale il comune di Caivano ha ordinato ad una ventina di agricoltori, nientemeno che di smaltire in discarica lo strato superficiale dei suoli, proprio quello più fertile. Con un simile provvedimento, quello che è il nostro tesoro durevole di fertilità, viene trasformato in un rifiuto come un altro.

Quali siano gli inghippi burocratici che hanno condotto a una simile, assurda decisione, è presto detto. L’analisi di quei suoli ha evidenziato un contenuto in alcuni microelementi, in particolare il berillio e lo stagno, superiori ai limiti della legge nazionale, la 152. Peccato che nei suoli di Caivano quei contenuti particolari di microelementi siano legati  ai “valori di fondo”, cioè ai valori che contraddistinguono naturalmente quel determinato tipo di suolo. Insomma, quei microelementi non provengono da contaminazione, ma ce li ha messi il Padreterno. Per dirla tutta, la peculiare composizione dei nostri suoli è un aspetto peculiare della loro fertilità, è il vero segreto di Campania felix.

Nel caso dell’ordinanza di Caivano, l’ignoranza di tutte queste cose, assieme ad un goffo e incomprensibile eccesso di zelo, ha generato un mostro burocratico, trasformando inopinatamente la nostra risorsa più importante in un pericoloso rifiuto. E imponendo in prospettiva, una rimozione totale dei suoli, tenuto conto che quei microelementi sono presenti anche negli strati profondi. Insomma, dopo aver rimosso lo strato superficiale, dovremmo procedere sbaraccando per intero le nostre pianure, o cessare del tutto le attività agricole, che rimangono pur sempre uno dei pilastri economici e sociali di questa nostra scombinata regione.

E evidente che questo clamoroso errore deve essere rapidamente sanato, evitando a quelle venti aziende, agli imprenditori agricoli e alle loro famiglie, un danno ingiusto, una mortificazione imperdonabile, e all’intera agricoltura regionale una condizione di funesta precarietà. Un passaggio cruciale, è l’ufficializzazione da parte della Regione dei valori di fondo che contraddistinguono i nostri suoli, seguendo la strada di altre regioni, che hanno dovuto affrontare problemi simili, prevenendo alla base la possibilità che simili provvedimenti possano verificarsi ancora. Bisogna agire subito, ci stiamo coprendo di ridicolo.

Per una storia di suoli fertili maltrattati, per fortuna ce n’è una buona di suoli recuperati. In questi giorni il Commissario per le discariche di Giugliano, Mario De Biase, e i ricercatori della Federico II coordinati dal docente di agronomia Massimo Fagnano, hanno completato l’allestimento del campo pilota di S. Giuseppiello: si tratta di un rigoglioso frutteto di sei ettari, di proprietà della famiglia Vassallo, nel quale Gaetano, pentito di giustizia, ha confessato lo sversamento di fanghi industriali ricchi di cromo. Su quei suoli, ora sequestrati, è stato ora impiantato un bosco di ventimila pioppi, che lavoreranno, assieme a compost e batteri, per ripulire l’ecosistema. Si tratta di una metodologia efficace e a basso costo (venti volte meno delle tecniche tradizionali) per recuperare i suoli, con il vantaggio di mantenerli alla destinazione agricola; un approccio che potrà essere applicato agli altri suoli della piana con problemi analoghi. Il lavoro di questa grande macchina verde sarà accuratamente monitorato nel tempo, seguendo attentamente l’andamento di tutti i parametri fisico-chimici e biologici.

Ricordiamoci di questo nuovo bosco, andiamo a visitarlo. A S. Giuseppiello non è solo la fertilità che stiamo ricostruendo, ma la credibilità della Repubblica: il paesaggio verde che rinasce al posto del degrado e dello squallore, è un presidio di legalità e civiltà, il segnale visibile che le cose possono cambiare.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 13 aprile 2016

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