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Giampaolo Visetti, La Repubblica 28 gennaio 2017

Corinne Santaniello ha 19 anni e non ha aspettato. Appena esce dalla scuola sale in bici e va dalle sue rose. Pianta, taglia, pulisce, bagna e quando è il momento raccoglie i petali carnosi. Le servono per macerare aceto e caramellare zucchero profumato. Non possiede terra: gliela prestano gli amici, in cambio della bellezza di un giardino fiorito. Ha cominciato quindicenne e tra pochi mesi, dopo la maturità agraria, vuole mettersi in proprio. Avere presto un’idea fa la differenza. «Punto sulle rose in cucina — dice — ma anche come cosmetico. La natura mi offre la possibilità di esprimere una personalità ». Il problema è che i due terreni riservati ai fiori sono ai capi opposti della periferia di Padova, dove vive. Uno verso Vicenza, l’altro in direzione di Rovigo. I compiti li finisce di notte. «Un giovane — dice — non ha i soldi per acquistare una campagna comoda. O trova qualcuno che gliela presta, oppure non può fare il contadino e dare una mano in casa ». Per questo, assieme a migliaia di coetanei, la sua speranza oggi si chiama “Banca della terra”. Alcune regioni stanno avviando i primi esperimenti, ma il Veneto ha appena approvato le regole attuative ed entro la primavera inaugurerà la rivoluzione italiana dei “giovani senza terra”. Le superfici non coltivate saranno affittate a chi è disposto a recuperarle alle colture. Per la prima volta, oltre agli enti pubblici, anche i privati saranno invitati a mettere a disposizione i terreni abbandonati. Nei bandi d’assegnazione i ragazzi avranno la precedenza. «L’obbiettivo — dice l’assessore veneto all’agricoltura Giuseppe Pan — è offrire un’opportunità ai giovani che vogliono tornare in campagna, sottrarre all’abbandono e al degrado aree che rovinano il paesaggio». La crisi economica, per una volta, aiuta. La generosità dell’agricoltura si rivela più forte dei limiti di globalizzazione e robotica: i conti tornano, i figli succedono ai padri. In Italia sono 50mila le aziende agricole under 35, quelle condotte da un contadino sotto i quarant’anni sono oltre 1,1 milione. Il nostro Paese è leader Ue: una nuova impresa su dieci, guidata da un giovane, produce cibo. Nel 2016 le start-up agricole avviate da under 30 sono state 7.569. Per chi non eredita la terra resta però lo scoglio del capitale necessario per acquistarla, o della liquidità per avviamento e affitto. «Sapere che ci sono meravigliose idee contadine che muoiono assieme a terreni inselvatichiti — dice Marcello Gottardi — fa male. La terra non coltivata è come un’auto ferma in garage: dopo un po’ non riparte più».

Anche lui, laureato in Agraria, ha anticipato la “Banca della terra”. A San Michele, vicino a Bassano del Grappa, recupera alle vigne le colline invase del bosco e dai sassi. Un po’ di terra l’avevano comprata i genitori, quella che manca per «stare in piedi» l’affitta lui. «Una famiglia nobile — dice — non la lavorava più. Piuttosto che vederla diventare sterile, dopo secoli, me l’hanno ceduta in cambio di cura». Ha 26 anni e il suo vino si chiama “Musso”, asino in dialetto. Possiede realmente tre bestie, Serafino, Pomea e Burrito, incaricate di rasare l’erba sotto gli erti piantati di olivi. Sono i prodigi biologici dell’appetito animale. «Pubblici e privati che lasciano i terreni in abbandono — dice — promuovono una speculazione al contrario che danneggia la collettività. Lo fanno in attesa di un cambio di destinazione d’uso, o dopo che la crisi ha sottratto redditività a edilizia e industria. A perderci sono la fertilità, la sicurezza idrogeologica, la protezione dagli incendi, la produzione alimentare e la bellezza del paesaggio: oltre ai giovani che vogliono tornare alla terra per dare un senso alla vita».

Nel Veneto che candida la culla del prosecco a diventare patrimonio dell’umanità tutelato dall’Unesco, il 2% della superficie coltivabile è abbandonata. Oltre 810mila ettari non vengono curati da oltre dieci anni. Secondo la Coldiretti regionale almeno 15mila ettari possono essere «versati» subito nella nuova “Banca della terra”, offrendo una chance di lavoro a 3mila giovani. I primi 40 ettari, tra cui alcuni sequestrati alla criminalità, sono già pronti per essere assegnati per i prossimi quindici anni. Chi vincerà le aste dovrà coltivare direttamente i terreni «in prestito». «Resta il problema dei tempi — dice Marcello Gottardi — nel caso di una vigna i primi sette anni occorrono per preparare fondo e piante. Un giovane deve avere un orizzonte più lungo: per farcela devi vendere prima di produrre ed essere completo, dall’analisi chimica al marketing». La pazienza occorre per tutti gli alberi da frutto.

A Silea, nel Trevigiano, il trentenne Simone Serafin ricava olio dalle nocciole. Un solo ettaro, ma il successo è tale che per soddisfare i clienti ne servirebbero molti di più. Se Regione, Comuni e privati confinanti con lui riusciranno a sottrarre un po’ di terra al cemento o alle ortiche, o alla speculazione dei colossi di credito e assicurazioni, gli serve la garanzia che il noccioleto possa crescere secondo il ritmo della natura. «Una lunga battaglia — dice Alex Vantini, 25 anni, coltivatore di kiwi nel Veronese e leader regionale dei giovani di Coldiretti — rischia di essere persa a causa della burocrazia. I Comuni devono accelerare il censimento dei terreni incolti, ma pure porre condizioni d’affitto realmente sostenibili». Nessuno lo dice, ma come nel resto d’Italia la “banca verde” che vuole «fare credito» ai neo ragazzi “senza terra”, anche qui lotta contro nemici invisibili. Tutti entusiasti, a parole. Poi le pratiche, spinte dai silenzi politici, finiscono nella tomba dei cassetti dei burocrati. La legge che in Veneto ha dato il via libera, dopo che i giovani erano scesi in piazza per reclamare la terra che nessuno cura, è dell’estate 2014. Solo a fine dicembre però il consiglio regionale ha approvato le norme attuative. «Grazie alla spinta dal basso — dice Luca Motta, nominato nella commissione che stabilisce gli affitti dei terreni in palio — si avvera un sogno sociale antico. Affidare la terra a chi la ama per ricavarne cibo in modo giusto. Finalmente tocca ai giovani e saranno loro a proteggere gratuitamente un Paese che avidità ed egoismo hanno reso ancora più fragile». Corinne però non può aspettare. Alle sue rose serve spazio, la “Banca della terra” è necessaria subito per aiutarla a fare da sola. «Non posso pretendere — dice — che tutti i compagni di scuola bevano sempre gli stessi succhi di frutta per regalarmi le bottigliette di vetro in cui vendere l’aceto profumato ».

È quasi sera. Lei non smette di spostare il velo di ghiaccio e di piantare i fiori della prossima estate. Crescono ancora dietro una fila di pannelli solari, lungo l’autostrada paralizzata dai camion,

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Conchita Sannino, Repubblica Napoli 27 gennaio 2017

Gli alberi in lontananza, silenzio, e l’umido che assale insieme alla mestizia. Oggi qui fuori, non c’è la città che lo onorerà oggi e domani. Ma il suo mondo. Sono gli orfani di Pizzofalcone. La segretaria o lo storico braccio destro di una vita, l’ex ricercatore e il giovane docente che ha imparato tanto da lui. Arrivano l’assessore Nino Daniele, il sindaco de Magistris che abbraccia Massimiliano, le figlie Barbara e Valeria. «Gerardo era uno storico, un maestro di immensa cultura. Un faro, un punto di riferimento per tutte le generazioni. Rivoluzionario fino alla fine, sempre dalla parte della libertà e della giustizia – ha scritto il primo cittadino nella notte – In prima linea nella lotta per i diritti». A Gerardo, racconta poi, «mi legavano sentimenti di enorme ammirazione ma anche di affetto, lo seguivo da quando ero magistrato, l’ho sentito sempre vicino, per tanti di noi, quelli della mia generazione è stato un simbolo, una mente illuminata e anche un volto della Napoli più internazionale e prestigiosa». Le figlie intanto sono già andate via, qualcuno si è incaricato di far assorbire loro, nella notte, l’atroce notizia che «a nessuno di noi sembrava possibile, nonostante l’età», spiega ancora Massimiliano. Lo conferma Giuseppe, il fisioterapista che fino a poche ore prima della fine lo spingeva tra una battuta, un’occhiataccia e un lieve rimprovero a continuare gli esercizi e ora scende giù in camice a salutare i parenti. «Mi aveva chiesto la disponibilità di un angolino della palestra: doveva parlare con sua nipote, una docente, e preparare alcuni discorsi – si commuove Giuseppe – Ovviamente gli ho detto che eravamo onorati e ne abbiamo sorriso, e lui è rimasto lì alcune ore, con i suoi libri e i suoi appunti, a studiare e a parlare».

Il cordoglio diventa internazionale. Prima il presidenete Mattarella, che ne ricorda «la passione meridionalista e l’impegno generoso per la diffusione del sapere e la preservazione del patrimonio culturale del Paese». Poi è la volta del presidente emerito Giorgio Napolitano: «straordinario per passione e vigore», lo definisce. E poi non ha timore di mettere il dito nella piaga dei fondi che erano finiti. «La sua generosità, scontratasi con sordità e ristrettezze che hanno caratterizzato nel tempo le risposte ai suoi appelli – sottolinea Napolitano – ha toccato profondamente anche la sua vita famigliare, oltre a indurlo a delusioni e proteste incessanti ». Il governatore De Luca lo ricorda come «uomo di grande tenacia e ostinazione, grande umanista che si è scontrato con tante difficoltà, tanti elementi di resistenza burocratica e problemi oggettivi di finanziamento per il mantenimento della biblioteca che costituisce un patrimonio immenso ». Ritorna la forza intellettuale e la tenacia caratteriale nascosta dietro l’apparente gracilità. L’immancabile borsalino sembra ancora lì, sopra quegli abiti messi su a strati e a cui non faceva troppo caso. L'”avvocato” è ormai un piccolo corpo sotto un velo, è un viso antico e disteso in quella camera mortuaria semplice e piccola proprio come lui, mentre di ora in ora si fanno più forti, vitali e presenti le parole di Gerardo Marotta. Morto com’era vissuto.

«Abbiamo parlato tanto, avevamo messo in cantiere la riunione del Consiglio direttivo del 21. Quando dovevo andare dal sindaco per organizzare le celebrazioni di aprile per i suoi 90anni mi diceva: chiedi le borse di studio per i ragazzi, se i giovani studiano, il paese è salvo», continua ancora Massimiliano, stesso fisico sottile, stessa impronta di napoletano silenzioso, stessa ironia che come nel padre sbuca fuori sottile e amara. Dentro, una donna sulla cinquantina lo fissa salla panca della camera, come se gli parlasse. È Silvana Aprile, impiegata amministrativa dell’Istituto, «solo una delle tante che ha imparato tante cose grazie a lui, che è cresciuta con lui, sapeva essere più di un padre». Ma forse ciò che ricorre di più nel racconto di chi gli è stato vicino non è solo il valore del pensiero, il suo genio culturale, ma un’attitudine spinta fino agli eccessi: la generosità. Silvana te lo restituisce in un frammento: «Mi aiutava quando prendeva la pensione». E te lo ricorda anche Francesco Blasi, psichiatra del Forum Sergio Piro, guidato da Antonio Mancini: «Non solo Gerardo ha sostenuto tutte le battaglie civili di Piro per la civiltà della salute mentale, ma ha accolto materialmente tra le mura dell’Istituto i nostri gruppi terapeutici e i malati psichiatrici quando non avevamo più dove andare». Arriva in lacrime anche l’ex assessore comunale Antonella Di Nocera: «Ricordo la sua enorme passione culturale e civile, lo ricorderemo all’Astra (oggi, ndr), con le sue stesse parole estratte dal film “La seconda natura” di Marcello Sannino ». Arriva un altro vecchio amico, il docente Antonio Di Gennaro: «Provo una tristezza immensa. Senza l’avvocato la città è più povera e più fragile. Lui l’ha difesa e arricchita di prestigio, donandole tutte le sue energie, la sua passione, la sua autorevolezza, e i suoi averi. Questo piccolo uomo è stato un gigante. Stamattina mi ha colpito il suo volto sereno, pieno di pace, aveva dato tutto, aveva fatto tutto quello che poteva. Ora dobbiamo essere vicini a Massimiliano a, Sergio a i familiari e gli amici dell’Istituto, il lavoro deve essere continuato, l’eredità di Gerardo è una risorsa immensa per la città, una riserva di speranza».

Foto di Augusto De Lucahttp://www.flickr.com/photos/57005853@N07/9124143012/sizes/o/in/photostream/

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Francesco Erbani, Repubblica del 27 gennaio 2017

L’ultima battaglia racconta molto di Gerardo Marotta. L’avvocato Marotta, che si è spento a Napoli alla vigilia dei novant’anni, l’ha condotta senza stancarsi, contro il trascorrere del tempo che rendeva ordinaria, trascurabile, una storia che restava pazzesca: la dispersione dei suoi trecentomila volumi raccolti con pazienza e ardore, rincorsi negli anfratti

dell’ultimo rigattiere e che un groviglio burocratico lasciava marcire. Trecentomila volumi: non sono tante le cose culturalmente più rilevanti. E dire che Marotta, il cappello a larghe tese indossato anche in casa, calcato sui capelli candidi, ne ha sostenute di battaglie per una cultura che rompesse i diaframmi elitari, diventando lievito civile.

«Dobbiamo chiedergli perdono », diceva ieri l’assessore alla Cultura del Comune di Napoli, Nino Daniele. Mentre Massimiliano, figlio di Gerardo, ricordava «i libri sparpagliati in diversi depositi, da Arzano a Casoria, che attendono la ristrutturazione dei locali che dovrebbero ospitarli, acquistati dalla Regione nel 2008, ma per i quali manca il progetto esecutivo». I ritardi, accumulati durante la precedente amministrazione, impediscono l’uso della biblioteca. Più il tempo passava, più i capelli dell’avvocato si appoggiavano sulle spalle e il viso smagriva al pensiero che con i libri si disperdesse il patrimonio che aveva condiviso non solo con la sua città. Nel 1975 Marotta diede vita all’Istituto italiano per gli studi filosofici. Fondamentale era il “per”. Gli studi filosofici come obiettivo, un complemento di scopo o di vantaggio e non un genitivo. Per tanto tempo l’Istituto ha avuto sede a casa Marotta, all’estremità di Monte di Dio. Nel salotto affacciato su Capri ci si ammassava per ascoltare Hans Georg Gadamer, Paul Ricoeur, Norberto Bobbio, Paul Oskar Kristeller, Paul Dibon, Eugenio Garin e il meglio del pensiero filosofico europeo.

Marotta era un principe del diritto amministrativo, il suo studio discuteva cause miliardarie. Ma lui lo lasciò, vendette proprietà. I soldi servivano per l’Istituto e per i libri. All’inizio degli anni Ottanta gli fu assegnata la seicentesca Biblioteca dei Girolamini. Ma prima del trasloco, subito dopo il sisma del 1980, quelle stanze furono aperte ai terremotati. Nel bel film La seconda natura di Marcello Sannino si vede Marotta che racconta ai senzatetto il divario che a Napoli ha separato l’alta cultura e il popolo e aggiunge che una casa andava loro assicurata, ma non la sala con i volumi appartenuti a Giambattista Vico. Al che un uomo gli si avvicina: «Te do ‘nu vaso ‘nfronte» (ti do un bacio in fronte).

Nel salotto-istituto si respirava il lascito crociano, degli hegeliani napoletani e del meridionalismo liberale (Giustino Fortunato più che Gaetano Salvemini). Su tutto aleggiava la Repubblica giacobina del 1799 e quando parlava dei giovani impiccati dal re Borbone, Marotta era colto da commozione vera. Avvicinandosi Tangentopoli, Marotta istituì le Assise di Palazzo Marigliano, laboratorio sulla storia e la società meridionale. Per i duecento anni dalla Repubblica del 1799, sindaco Bassolino, Marotta fece aprire il portone principale del Palazzo Serra di Cassano, dove si era trasferito l’Istituto, chiuso da due secoli. Si affacciava su Palazzo Reale e i Serra di Cassano lo avevano sbarrato per disprezzo verso i Borbone che avevano ucciso il figlio Gennaro, fra i protagonisti della rivoluzione giacobina. Il portone era il simbolo della separatezza fra un potere nutrito di umori plebei e una cultura mortificata. Fu riaperto, poi di nuovo chiuso. Napoli sembrava la capitale di una rinata Repubblica delle Lettere, dell’Istituto scrivevano riviste internazionali.

Gli ultimi anni sono più tristi: i libri dispersi, i finanziamenti risicati che non consentivano più le borse di studio né i convegni internazionali. Un crepuscolo ha avvolto la spettacolare scalinata di Ferdinando Sanfelice e tutto Palazzo Serra di Cassano, dove Marotta sempre più piccolo, si aggirava intabarrato in un cappotto nero. Mai domo, però. «Martedì mattina sembrava riprendersi », racconta Massimiliano, «per i suoi novant’anni voleva una lezione su Bertrando Spaventa e su Luigi Einaudi».

Foto da internazionale.it

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Ernesto Albanese. Repubblica Napoli del 3 gennaio 2017

Mai come nei giorni di festa le strade napoletane della movida si riempiono di gioventù. Il tradizionale affollamento è rafforzato dai tanti coetanei che in questo periodo tornano a casa dalle città in cui studiano o lavorano. Piazza Bellini è uno di questi luoghi di aggregazione. La sera si trasforma in un suk chiassoso, sporco, riempito all’inverosimile da migliaia di giovani che bevono birra e fumano, spesso stupefacenti. Tra di loro non mancano purtroppo “paranzini” e spacciatori nordafricani.

La vigilia di Natale è stata l’occasione per anticipare alla mattina questo appuntamento collettivo, con musica assordante che rendeva irresistibile un richiamo di massa, che ha completamente paralizzato il traffico. Mentre passeggiavo tra turisti stralunati da tanta confusione, mi sono soffermato ad osservare questa gioventù, i loro volti, l’abbigliamento, gli atteggiamenti. In realtà, dietro l’apparente euforia delle festività, mi era difficile intuire cosa pensassero, quali sensazioni avessero per il presente e quali prospettive per il futuro.

A dispetto delle statistiche che inchiodano i giovani di Napoli che non studiano né lavorano al doppio della media nazionale (40% contro 22%), mi piace immaginare che essi abbiano ancora dei sogni, sappiano dove stanno andando e cosa vorrebbero fare nei prossimi anni per dare un futuro dignitoso a se stessi ed ai propri figli. Ma è davvero così? In realtà, temo che gran parte di quei ragazzi, come tanti coetanei di altre città del mezzogiorno, si trascini in un’esistenza sfiduciata e piena di incertezze sul proprio futuro. Nell’epoca del populismo alla massima potenza, la politica ha avuto gioco facile nel raccogliere ampi consensi in questa generazione confusa, come dimostrato dallo schiacciante successo del No al recente referendum.

Chi votava No, esprimeva la volontà di non cambiare. Mi domando: ma non sono i giovani di Napoli i primi ad aver bisogno che il Paese cambi? Sono contenti così? Quanti di loro hanno votato consapevolmente sui contenuti delle riforme e non sull’onda di un rifiuto di tutto e contro tutto? Trovo inaccettabile che la politica approfitti di questo atteggiamento distruttivo, coinvolgendo i giovani in una fantasiosa lotta di religione contro un governo tiranno che priverebbe Napoli delle risorse a cui ha diritto.

In questo modo si finisce solo per alimentare il tradizionale convincimento che il proprio futuro dipende sempre dagli altri e non dalle proprie capacità e dal proprio impegno.Allo stesso modo, c’è chi di frequente critica la descrizione troppo negativa che Roberto Saviano fa della realtà di Napoli. È senza dubbio vero che Napoli non è per fortuna solo Gomorra, ma è altrettanto miope aggrapparsi al momento magico del turismo – dovuto in buona parte alle disgrazie di destinazioni vicine come Egitto e Tunisia – come prova del rilancio della città.

Siamo tutti felici che molti ragazzi lavorino oggi nei B&B e nei ristoranti che stanno nascendo nel centro storico, ma è ancora troppo poco per ritenersi fuori dalla zona retrocessione. Il turismo non basta per sfamare tutti. La città ha bisogno disperato di infrastrutture e servizi essenziali, per consolidare ciò che è nato spontaneamente in questi ultimi mesi ma soprattutto per creare i presupposti per attrarre investimenti e far crescere nuove imprese nel commercio, nei servizi, nelle nuove tecnologie.
Napoli ha bisogno di una riqualificazione urbana che renda vivi molti dei luoghi oggi abbandonati e con elevato potenziale economico. Ma la città ha innanzitutto bisogno di istituzioni che mandino ai giovani messaggi di incoraggiamento a darsi da fare per indirizzare il proprio talento verso la creazione di lavoro e di ricchezza.

Solo allora quelli che spesso vengono considerati elementi distintivi positivi della gioventù napoletana potranno diventare fattore di sviluppo e non solo di autoreferenziale e fatua autostima, come quella di chi autografa orgoglioso i murales che imbrattano tutti i palazzi del centro storico. Altrimenti, i nostri ragazzi continueranno a ritrovarsi in strada per condividere l’euforia delle festività, che però assomiglia molto ad un’euforia dell’incoscienza, in attesa della prima occasione per fuggire altrove.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 28 dicembre 2016

E’ tutto un complesso di cose che mi ha portato stamattina a Ponticelli, prima Federica e Giovanni mi hanno raccontato degli orti urbani fioriti proprio al centro del grande parco pubblico, poi è stato Luca a portarmi una copia del librino “Vita di Aniello Borrelli narrata da lui medesimo”, pubblicato da Napoli Monitor, che è il racconto, lungo tutto il ‘900, di un figlio di contadini di queste terre che diventa operaio, poi dirigente di spicco della sinistra, mentre nasce la Repubblica, e Ponticelli si trasforma in pochi decenni da borgo agricolo a cittadina a periferia.

Atterro a via Argine dalla 162, strada pazzesca, un viadotto ininterrotto che viene giù dai pinnacoli del Centro direzionale, come se la città non esistesse, quasi fosse un inconveniente da scavalcare in fretta, e mi trovo nella Napoli orizzontale, senza il mare e le colline, la pianura di terra e acqua dov’erano i lagni, le masserie, i mulini, i pioppi alti e le fabbriche, e dove il vulcano non sono i Flegrei, ma il profilo imponente del Somma-Vesuvio.

Nel vialone attorno al parco “De Filippo” c’è gente che fa jogging, porta a spasso il cane, all’angolo c’è la camionetta dell’esercito con tre ragazzi in tuta mimetica. Il parco è enorme, nove ettari, come la Floridiana, è una delle opere della Ricostruzione, realizzato negli anni ’80 restò chiuso un decennio, una specie di giardino proibito, e finalmente inaugurato all’inizio degli anni ’90. In realtà, la parte curata del Parco si ferma grosso modo al primo ettaro, con il grande piazzale contornato da una specie di pergolato, una cosa tra Gilgamesh e l’Alhambra. Per il resto, la vegetazione di pini palme oleandri e magnolie è lasciata a sé stessa, e va evolvendosi in boscaglia, i viali e gli arredi finiscono in malora, ed è proprio in questa terra di nessuno che Anna Ascione ha deciso di far nascere il suo laboratorio sociale.

Trovo Anna ad accogliermi all’ingresso del parco, il vento che spazza il cielo in questa mattinata azzurra di dicembre le scarmiglia i capelli biondi sul giaccone rosso, ha gli occhi verdi e un sorriso aperto, contagioso. Anna lavora nel servizio dipendenze dell’Asl Napoli 1, dirige “Lilliput”, il centro diurno semi-residenziale che segue una ventina di giovani, nato nel solco del lavoro di Mario Petrella,  il grande psichiatra che a queste cose ha dedicato tutta la vita, e se n’è andato anzitempo, ai primi di dicembre.

L’accesso agli orti è indicato da una insegna a mosaico, l’hanno realizzata i ragazzi, all’inizio del porticato che si inoltra nel parco, ai lati sono le terrazze coltivate, dove prima era solo sterpaglia. La riconquista faticosa dell’area l’ha raccontata Cristina Zagaria su questo giornale, in un bell’articolo dell’ottobre 2015, quando ci fu l’inaugurazione pubblica, ed è una storia di furti incendi sabotaggi, il lavoro di Anna e dei ragazzi fu contrastato in ogni modo, perché qui la “terra di nessuno” non esiste, Bauman aveva ragione, ai bordi delle città gli spazi vuoti sono alla fine quelli più presidiati e contesi.

Alcune delle terrazze sono coltivate direttamente dai ragazzi, le altre sono date in adozione, ciascuna ad un’associazione, un gruppo, un’istituzione ed è così che intorno agli orti è nata una rete territoriale che, mi dice Anna, “è la vera infrastruttura terapeutica”. Ci sono le scuole pubbliche, con le materne e le elementari del 48° Circolo didattico; gli istituti superiori Calamandrei, Archimede, Marie Curie, Tognazzi-De Cillis; le parrocchie, le associazioni (Arteteca, Pax Cultura, ReMida, Arcobaleno, Strada Facendo, Ardea); e poi Libera, Emergency, l’Associazione Maestri di strada, ed altre ancora. “Intorno agli orti è cresciuta tutta una comunità, ci riuniamo una volta al mese per programmare il lavoro e le iniziative da intraprendere, c’è dentro la gente più diversa, proveniente da tutti i ceti, i lavori, le professioni”.

Gli orti sono davvero uno spettacolo, è un ricamo perfetto di colture contro la terra nera, ora è un trionfo invernale di insalate, cavoli, broccoli, finocchi, cipolle. Antonio, uno dei neo-agricoltori della rete, mi mostra orgoglioso un filare di “lengua ‘e cane”, una varietà di friarielli a foglia stretta, dal sapore particolarmente amarostico. Sotto il portico Carmelo sta dipingendo a colori vivaci un serbatoio metallico arrugginito: nella rete c’è un gruppo di artisti, e mi sembra che nel moggio faticosamente riconquistato, veramente si realizzi una sorta di piccola kalokagathia, l’ideale greco nel quale il bello e il buono coincidono, in questo giardino di umanità ritrovata, sullo sfondo delle torri verticali di edilizia popolare.

“Qui c’è tanta gente diversa, ed è stata l’agricoltura, il lavoro sulla terra a fornire un interesse e un linguaggio comune”. La conversazione con Anna prosegue nel baretto all’ingresso del parco, il luogo è accogliente, ai tavolini un gruppo di ragazze fa colazione, ci sono anziani che leggono il giornale, il barista è gioviale, mi invita ad assaggiare la sfogliata frolla, se non è buona non la pagherò. “I ragazzi di agricoltura non sapevano nulla, ma nella rete è riemersa la cultura contadina di Ponticelli, che la modernizzazione aveva accantonato ma non distrutto, ed ora sono diventati bravi, sono in grado di tirare le porche dritte come si deve, coltivare l’orto si è rivelata innanzitutto una buona disciplina.”

Anna mi mostra una locandina, la mattina del sedici dicembre c’è stata la festa di Natale, con la gente del quartiere, si è mangiato e brindato, allietati dal coro dei bambini del 48° circolo, e dalle musiche dei ragazzi del centro Lilliput, che si sono esibiti insieme all’orchestra del liceo Calamandrei. Per l’occasione ogni associazione della rete ha decorato a suo modo uno degli alberi appena messi a dimora, dono della forestale, e c’è stata anche la lotteria, in palio le cassette con i prodotti degli orti.

Con la rete territoriale, alla fine, Anna lavora per recuperare i suoi ragazzi, ma è evidente che le onde si propagano al resto del quartiere, e tutto parte dalla cura e dal lavoro comune sugli spazi dimenticati di vita. La rete delle associazioni, coi suoi orti, ha recuperato sino ad ora quasi un moggio, poco meno di tremila metri quadri, ma qui ci sono ettari ed ettari da riconquistare, che non sono solo quelli del grande parco pubblico.

Perché il parco “De Filippo” è grande una decina di ettari, ma è a sua volta immerso in un vuoto urbano che si estende per centocinquanta ettari, più di Capodimonte. Un mosaico di incolti, lotti liberi, aree dismesse e spazi verdi, in attesa di non si sa bene cosa. Con la trasformazione edilizia e infrastrutturale rapace, il tessuto di masserie agricole, che ancora nel 1970 era quello settecentesco della mappa del Duca di Noja, è stato in gran parte distrutto, ma la terra è rimasta, ed è quel finto spazio vuoto, alla fine, che costituisce il principale generatore di illegalità, insicurezza, disagio.

In questa situazione di città precaria, perennemente incompiuta, gli orti sociali di Anna potrebbero diventare il seme di un progetto più ampio, per recuperare e ricucire gli spazi, assieme alle relazioni tra gli uomini; per restituire ad ogni metro quadro di terra senso, funzione, dignità. Un progetto nel quale ci sono le istituzioni, faticosamente costrette a lavorare insieme, e le comunità locali, in quella che appare, nel vuoto pneumatico di politiche e strategie, una modalità concreta per rigenerare il territorio, assai più che la tiritera inconcludente sui beni comuni.

Mentre ci salutiamo ci raggiungono Luciano, Corrado, Margherita, tre giovani collaboratori di Anna, lavorano nella cooperativa di educatori che fa parte della rete, le raccontano di non so quale difficoltà, lei se li stringe, li rassicura con la sua ridente nonchalance, a me sembra una forma superiore e necessaria di intelligenza, che la sequenza stupida di resistenze, inefficienze, inerzie riesce appena, per fortuna, a scalfire.

 

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 9 dicembre 2016

Il pastore, il gregge, l’agnello: poche attività umane come la pastorizia hanno fornito all’immaginario collettivo, nel corso dei millenni, immagini simboliche altrettanto potenti. La novità è che dopo anni di difficoltà la pastorizia è in ripresa in Italia, ed aumenta anche l’attenzione dei media, con reportage e libri, come quello recente (“Storie di pascolo vagante”, Laterza editore), scritto da Marzia Verona, la ragazza piemontese che dopo la laurea in scienze forestali ha scelto di dedicarsi in prima persona alla transumanza, raccontando giorno per giorno la sua esperienza in un blog assai seguito.

In Campania le cose sembrano andare differentemente: stando ai dati ISTAT, dal 1980 ad oggi il numero dei pastori è diminuito dell’ottantacinque per cento, da ventottomila a meno di cinquemila: dove prima c’erano dieci pastori, ora ne sono rimasti meno di due. La diminuzione del gregge regionale è meno drastica ma comunque significativa, con le pecore che sono diminuite del trenta per cento, le capre del quarantacinque, il che vuol dire centomila capi in meno nel corso di un trentennio.

Per capire come sta cambiando la pastorizia in Campania, niente di meglio che parlare con loro, con i pastori, ma la cosa non è facile, in diversi declinano l’invito, si coglie come una ritrosia ad esporsi. Altri invece hanno accettato di raccontare il loro lavoro, ed allora la prima tappa è a San Mauro Cilento, dove ritorno in un pomeriggio di nuvole scure, spazzate dallo scirocco.

L’appuntamento è all’osteria del frantoio, con Gerardo e Romualdo, due allevatori di capra cilentana, l’antica razza locale, il cui latte ha il profumo della macchia mediterranea e si trasforma, dopo una particolare lavorazione, in un cacioricotta sublime. In questi paesaggi aspri, la capra funziona come una macchina prodigiosa, superando in produttività sia i bovini che gli ovini.

Gerardo è un ragazzo possente, lavorava nell’edilizia, poi con la crisi del settore, assieme alla moglie Donatella ha deciso di cambiare, ha investito tutto nel gregge, con l’aiuto del programma di sviluppo rurale ha costruito l’ovile e un piccolo caseificio aziendale. Ottenere le autorizzazioni dal Parco non è stato facile, le norme paesaggistiche sono arcigne, è stato necessario rivestire interamente le strutture di pietra arenaria, i costi sono lievitati, ma Gerardo ci crede, si è indebitato, e ha deciso andare fino in fondo.

Romualdo è tra i più esperti allevatori del Monte Stella, la sua famiglia vive di pastorizia da generazioni, ha i capelli striati d’argento e parla con una voce possente che riempie il locale. Mi racconta delle difficoltà legate ai controlli sanitari, a causa di una legislazione singolare, che impone alla pastorizia gli stessi standard di un caseificio industriale, ignorando il fatto che le tecniche artigianali di lavorazione, se ben condotte, garantiscono comunque una elevata salubrità, e sono alla base della tipicità dei prodotti.

C’è poi il problema del pascolo, e qui si sfiora l’assurdo, perché la disponibilità di superfici seminaturali, nella rarefazione demografica e colturale del Cilento, è potenzialmente sconfinata, e il pascolamento costituisce la migliore forma di presidio e cura delle aree in abbandono, di pulizia del sottobosco, di prevenzione del fuoco. Ciò nonostante, prescrizioni e divieti abbondano, e fioccano le sanzioni, con il pastore costretto a percorrere una terra sostanzialmente inutilizzata come fosse uno straniero, nei ritagli esigui che gli vengono lasciati a disposizione.

Gustiamo il cacioricotta, con il vino, il pane, i fusilli con i broccoletti, si è fatto tardi, la tempesta è calata, devo rientrare a Napoli, l’indomani ho appuntamento coi pastori del Sannio. In autostrada rispuntano le stelle, cerco di vincere il sonno e penso che alla fine, nel racconto di Gerardo e Romualdo, il lavoro rimane quello delle origini, della Bibbia e dell’Odissea: il pastore è colui che cammina davanti al gregge, alla ricerca quotidiana di pascoli, punti d’acqua e di riparo; che assiste ai parti e medica gli animali feriti. Per fare questo, deve conoscere palmo a palmo il territorio e i suoi abitanti, le regole d’uso, il mosaico delle proprietà; deve essere in grado di stringere alleanze, di prevenire e gestire i conflitti.

Quella che viene fuori, insomma, è una figura tutt’altro che avulsa dalla vita della comunità, e che si aiuta adesso con le nuove tecnologie: smartphone, posizionamento satellitare, la comunicazione sui social. Ciò nonostante, il pastore resta un intruso, un cittadino invisibile alle politiche e alle amministrazioni, una mina vagante, anche se è il suo lavoro a tener vivi paesaggi collinari e montani che si vanno spegnendo, assieme alle tradizioni, le economie, le identità.

La mattina del giorno dopo c’è l’azzurro sulle colline del Fortore, arrivo a San Giorgio in tempo per uscire con Antonio Casiero e col suo gregge di pecore, raggiungiamo il pascolo percorrendo il sentiero in mezzo a un mosaico perfetto di prati, siepi e macchie di bosco. Nei paesaggi più dolci e meno aridi della collina interna, non c’è più bisogno dell’intraprendenza eroica della capra, questo è il regno della laticauda, la pecora bianca dalla coda larga, arrivata qui dal Nord Africa, e selezionata nei secoli attraverso l’incrocio con ceppi locali.  E’ un’eccellenza tipica di queste colline, un animale docile, che produce un agnello dalla carne particolarmente morbida, di gusto delicatissimo, oltre a un ottimo pecorino. Qui il pascolo non è brado, come in Cilento, ma stanziale, e viene praticato su prati polifiti di proprietà delle aziende, seminati al posto del tabacco, e recintati con cura.

Sembra un’isola felice, ma la crisi colpisce anche qui: a San Giorgio La Molara nell’ultimo trentennio il numero dei pastori è quasi dimezzato, mentre i capi, che pure erano raddoppiati dai tremila del 1982, ai quasi seimila del 2000, sono diminuiti del venti per cento nell’ultimo decennio. Antonio mi spiega come l’agnello di laticauda, di qualità superiore, incontri difficoltà sempre maggiori a competere col prodotto estero, che si acquista a tre euro il chilo di peso vivo, quando da noi ne occorrono quasi il doppio per rientrare dei costi di produzione.

Nel pomeriggio si torna in paese, siamo ospiti di Donato Vicario, il decano degli allevatori di laticauda. Visitiamo l’ovile, ci mostra con orgoglio gli arieti e le fattrici, frutto di una selezione rigorosa: la popolazione di laticauda è piccola, cinquemila capi in tutto, la missione di Donato è fare in modo che questa storia preziosa non si esaurisca. Alla fine ci ritroviamo tutti in cucina, attorno al tavolo, con le donne di famiglia, tre generazioni di allevatori, il più piccolo ha undici anni, si chiama Donato come il nonno, assaggia e valuta con competenza la caciotta appena aperta, dice la sua, mentre le signore portano bottiglie di birra fresca, col pecorino sono perfette.

Vengo via con tutte queste storie, c’erano dieci pastori trent’anni fa, ora sono due, ma quella che ho incontrato è gente appassionata del suo lavoro, competente, che si è sforzata di andare avanti. Le razze tipiche pregiate che allevano, la cilentana e la laticauda, sono eccellenze nell’enogastronomia nazionale, hanno un loro albo genealogico, sono un pezzo importante del patrimonio di biodiversità del paese.

“I pastori devono superare l’isolamento, puntare sull’associazionismo, iniziare a lavorare insieme” mi dice Antonio Limone, commissario dell’Istituto Zooprofilattico per il Mezzogiorno, l’ente deputato ai controlli veterinari e di qualità. Vado a trovarlo nella bella sede di Portici, circondata dal bosco di lecci della Reggia, per cercare di tirare le fila del discorso. “Insieme dobbiamo scrivere i disciplinari di produzione, partendo dalle pratiche tradizionali, e controllare che queste regole vengano rispettate. Solo così riusciremo a tutelare i prodotti di qualità della nostra pastorizia”.

Antonio ha ragione, e c’è un’altra considerazione da fare: in Campania i tre quarti della popolazione vive come può, stipata sul quindici per cento di superficie territoriale, nelle pianure congestionate ai piedi dei vulcani. Nella vasta cintura verde appenninica, dal Matese al Cilento, se continua così, non rimarrà nessuno. In questi paesaggi di colline e montagne che si spopolano, sono i pastori tra i pochi rimasti a prendersi cura dell’ecosistema, a tenere viva un’economia, ed è un lavoro importante, nell’interesse di tutti. Va bene quindi codificare le regole di produzione, ma occorre anche un riconoscimento sociale, un atteggiamento diverso delle istituzioni. C’erano dieci pastori, ne sono rimasti due, cerchiamo di non perdere anche loro.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 1 dicembre 2016

La classifica 2016 della qualità della vita pubblicata da “ItaliaOggi” certifica il momento assai difficile per le città del centro-sud: Napoli perde ancora tre posizioni ed ora è al terzultimo posto nella graduatoria delle centodieci città, e anche Roma è in caduta libera, perde diciannove posizioni in un solo anno, piazzandosi all’ottantottesimo posto.

Prima di giudicare se questo tipo di studi abbia senso, se i risultati coincidano con l’esperienza e la percezione di chi le città le vive ogni giorno, è importante comprendere cosa veramente la ricerca si propone di misurare, che è la qualità della vita non delle singole città, ma delle province, cioè di sistemi urbani più ampi.

Detto questo, il primo messaggio che viene dalla lettura della graduatoria 2016 è una difficoltà complessiva che riguarda tutte le grandi città metropolitane del paese, rispetto ai centri di minori dimensioni, la cosiddetta “provincia”.

Milano, Torino, Roma e Napoli si trovano tutte sulla parte destra della classifica, lontane dalle posizioni di vertice, e tutte, con l’eccezione di Torino, perdono colpi, peggiorando visibilmente rispetto all’anno prima.

Anche la Milano scintillante dell’Expo, alla quale molti guardano come la città italiana più dinamica, maggiormente in grado di rinnovarsi, di reggere la sfida con il resto d’Europa. Queste quattro città metropolitane inglobano 663 comuni, nei quali vive il 20 per cento della popolazione italiana, sul 5 per cento appena del territorio nazionale. Si tratta dunque delle aree del paese di massima densità e complessità urbana. All’opposto, per capirci, la città di Mantova, che quest’anno è in vetta alla graduatoria, ha quarantanovemila abitanti, meno del quartiere dove vivo, e tutta la sua provincia ha quattrocentomila abitanti, collocati in modo piuttosto ordinato e distribuito, su un territorio che è il doppio di quello della provincia di Napoli, che ne ospita più di tre milioni.

Insomma, questa classifica della qualità della vita somiglia a un Gran Premio dove accanto alle macchine da corsa gareggiano i caterpillar, ma sarebbe sbagliato dare un giudizio riduttivo e liquidare tutto così, perché è vero che l’Italia da troppo tempo ha smesso di fare politiche nazionali per migliorare la qualità dei suoi sistemi urbani.

Le vecchie province sono state mandate in soffitta, e le nuove Città metropolitane stentano ancora ad assumere un ruolo di guida e coordinamento. Ma la storia non finisce qui, perché c’è il lato più doloroso per noi, ed è la cesura tra il Mezzogiorno del paese, dove secondo la classifica si concentra larga parte del disagio urbano, e il resto d’Italia, dove i sistemi urbani sono comunque in grado di offrire ai cittadini un paniere di servizi ed opportunità almeno sufficiente, se non soddisfacente.

Insomma, Milano e Torino non brillano, ma rimangono pur sempre nel quadrante positivo della qualità urbana, quello dove l’offerta di lavoro, servizi, istruzione, salute, tempo libero è più vicina all’Europa. Roma e Napoli arrancano invece nel quadrante grigio, quello dove prevale la fatica quotidiana del vivere.

Ad ogni modo, il messaggio per Napoli è particolarmente amaro perché la classifica di “ItaliaOggi” è lì a ricordare che il capoluogo non si salva da solo, che il giudizio su di esso non dipende dai luna park sul lungomare, ma dalla qualità delle sue periferie, e di quell’hinterland dimenticato, che comprende il novanta per cento del territorio, e nel quale vivono come possono i due terzi degli abitanti della città metropolitana. Di fronte a questa realtà particolarmente dura Napoli ha due strade, come sempre: rinchiudersi nei suoi confini fisici ed oleografici, o stringere una nuova alleanza con il territorio, con le altre novanta città, dai Lattari al lago Patria, passando per il Vesuvio, costruendolo davvero un governo metropolitano capace di invertire la rotta.


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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 25 novembre 2016

Secondo l’Oxford Dictionary la parola dell’anno per il 2016 è “post verità” (post truth), dove “post” sta proprio per “dopo, oltre”. Secondo il prestigioso dizionario si parla di  “post verità” in tutte le “circostanze nelle quali i fatti oggettivi risultano meno influenti nel modellare la pubblica opinione rispetto all’istanza delle emozioni e delle credenze personali”.

Dietro l’affermazione del termine “post verità” ci sono evidentemente avvenimenti precisi che hanno contraddistinto l’anno che volge al termine, che sono innanzitutto le due campagne elettorali per la Brexit e le presidenziali americane, ambedue vinte, a dispetto dei pronostici, sulla base di affermazioni e slogan che per oltre il 60% dei casi non hanno poi retto il fact checking, la verifica dei fatti, ma questo importa poco, perché quello che conta è l’affermazione di uno stato d’animo diffuso, incontenibile, che come un fiume carsico riemerge e travolge tutto, infischiandosene altamente del principio di realtà e del senso critico.

Naturalmente, c’è anche chi dice che c’è poco di nuovo in quello che sta succedendo, che di post verità, se proprio si vuole proprio chiamarla così, la politica e la comunicazione pubblica si sono sempre nutrite, dai tempi del discorso di Pericle agli ateniesi, fino alla propaganda e alla pubblicità commerciale dei nostri giorni. Se proprio vogliamo cogliere elementi importanti di novità, è al potere straordinario conferito alla post verità dai social e dal web che dobbiamo allora guardare, e alla capacità che questi strumenti hanno di diffondere viralmente questa comunicazione emozionale, plasmando atteggiamenti e comportamenti in modo evidentemente non controllabile e prevedibile dai politici e sondaggisti vecchia maniera.

Sia quel che sia, i redattori dell’Oxford Dictionary sono incorsi in un errore non da poco, perché non sono stati Nigel Farage e Donald Trump i primi a cavalcare strumentalmente la post verità, ma noi poveri abitanti della Piana campana, con la nostra “Terra dei fuochi”, che pure è stata, a pensarci bene, una tempesta socio-emozionale che si è affermata globalmente grazie anche al web, in grado di mobilitare le coscienze, al di là di ogni ragionevole verifica dei fatti.

Sulla dimensione internazionale del fenomeno, discutevo proprio ieri con un giovane leader dei comitati, che mi raccontava con un certo compiacimento di come siano ormai numerosi i dipartimenti di scienze sociali europei che studiano con interesse il movimento di liberazione ambientale che è nato intorno alla terra dei fuochi, proponendolo come riferimento a scala mondiale.

Lasciando perdere i sociologi scozzesi, continuo a ritenere che la  generosità e l’impegno di questi ragazzi rappresentino un’energia positiva, un motore di cambiamento. Solo, ho provato a far osservare al mio entusiasta interlocutore come questo potenziale vada incanalato, facendo poi le domande giuste, nel senso che il governo di Roma sarà sempre ben contento di erogare qualche decina di milioni per bonifiche placebo, se questo gli consente di non impegnarsi per risolvere, con politiche serie, il  surplus di povertà, e il drammatico deficit di servizi essenziali, che rappresentano la vera emergenza dell’area metropolitana, e la causa principale, secondo tutti gli esperti in materia di salute pubblica, dei due anni e mezzo di aspettativa di vita che ci mancano rispetto alla media nazionale.

Insomma, la post verità è una nostra vecchia conoscenza, e su questa strada stiamo pure sperimentando cose nuove. A inizio novembre, infatti, la magistratura aveva dissequestrato i suoli agricoli di Caivano, riconoscendo finalmente che lo sforamento di alcuni valori era dovuto al fondo naturale, alla loro costituzione intrinseca. Ora, l’ASL2, non evidentemente appagata da tali conclusioni, ha intimato l’amministrazione comunale di interdire nuovamente quei suoli, per la presenza di alcuni inquinanti organici, appellandosi al principio di precauzione.

Ai tecnici dell’ASL bisognerebbe a questo punto ricordare che i rifiuti non c’entrano niente, si tratta di sostanze che nei suoli di un’area metropolitana possono esserci finiti per tutta una serie di motivi, e che comunque non sono assolutamente presenti nei prodotti che finiscono sulle nostre tavole. Insomma, di rischi concreti per la salute non c’è nemmeno l’ombra, ma il combinato disposto di una post verità (la frutta e la verdura avvelenate dai rifiuti), e del principio di precauzione (al quale sarebbe meglio ricorrere con un po’ più di precauzione, appunto), ci respinge nel medioevo più buio, in una dimensione dove non sono i dati, i fatti, il confronto critico ad avere la meglio, ma la forza irrefrenabile di uno slogan, di un’emozione.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 16 novembre 2016

Iniziarono gli Angioini a modellare le colline, da Poggioreale ad Agnano, perché la città cresceva, occupando tutti gli spazi di pianura, e gli agricoltori dovettero risalire i versanti, tagliare il bosco, e costruire i ciglioni e i terrazzamenti, trasferendo qui in alto gli schemi del “giardino mediterraneo”, con le viti e gli ulivi, arrivati duemila anni prima coi coloni greci. Poi il lavoro continuò nei secoli successivi, come racconta l’iconografia, dalla Tavola Strozzi di fine ‘400, ai paesaggi di Lusieri dipinti tre secoli dopo, fino alle foto di metà ‘900, quando le colline napoletane brulicavano ancora di vita e di masserie, con gli orti arborati curati come un salotto, prima che le mani si allungassero sulla città. La costruzione di questi paesaggi è stato un processo di lunga durata, e le sistemazioni collinari eroiche, che miracolosamente ancora interrompono la continuità caotica dell’edificato, sono il più grande monumento di civiltà medioevale che la città possiede, proprio come Santa Chiara.

Resta il problema di chi debba prendersi cura di questo museo vivente, all’aperto, visto che gli agricoltori urbani sono una specie in via di estinzione, e le aziende agricole nel territorio cittadino sono passate dalle circa tremila del 1980, alle poco più di cinquecento, che ancora oggi resistono.

È per incontrare uno degli eroi superstiti che sono venuto ad Agnano, con la luce che è cambiata, i colori e la foschia dorata sono quelli d’autunno. L’appuntamento è alla rotonda, Raffaele arriva cavalcando il suo quad, in T-shirt, scarponi, e i capelli neri che svolazzano dal cappellino: lascio la macchina e monto in sella anch’io, prendiamo una campestre nascosta che passa sotto i piloni della tangenziale, si inerpica in alto sul versante degli Astroni, in un attimo le automobili e i clacson non ci sono più, siamo in piena campagna, in mezzo agli antichi ciglionamenti angioini.

Qui Raffaele Moccia conduce l’azienda di famiglia, all’inizio erano quattro ettari di vigneto, con le viti secolari ereditate dal bisnonno, piante nodose bicentenarie, opere d’arte viventi, piante di piedirosso, falanghina, catalanesca, caprettone, gesummina, tutte “franche di piede”, perché questo è uno dei pochi posti al mondo dove la fillossera di metà ‘800 non arrivò, i suoli vulcanici sabbiosi e acidi sono sfavorevoli alla vita dell’afide che distrugge le radici, e perciò questi sono tra i rari vigneti non innestati su vite americana, resistente all’insetto, scampoli superstiti del vigneto europeo spazzato via dal parassita un secolo e mezzo fa.

Ho portato a Raffaele il mio libro sui suoli della Campania, ma stamattina è lui che dà lezione a me: profittando di un taglio stradale mi mostra la stratigrafia del suolo, leggendola e interpretandola come le pagine di un volume studiato con passione, con gli strati buoni, quello che lui chiama ’a rena ‘e fuoco, la sabbia di fuoco, un orizzonte profondo più scuro, di piccoli lapilli come acini di pepe, estremamente fertile, dove la pianta radica e si espande; e quelli cattivi, come il “tasso”, uno strato bianco, compatto di ceneri fini come talco, impervio all’acqua e alle radici. Su questi suoli fragili, perennemente assetati d’acqua, mi spiega Lello, ci vuole tempo per costruire la pianta, per darle equilibrio, occorrono dieci anni perché un vigneto di piedirosso entri in produzione, e ad ogni modo lo sviluppo vegetativo, come il carico di grappoli, devono essere costantemente tenuti a freno, affinché la pianta non si sfianchi in questo ambiente difficile. In questo modo, se raccogli quaranta quintali per ettaro è già tanto, anche se il disciplinare di produzione ne consentirebbe fino a cento.

Ma la passione di Raffaele sono le sue viti centenarie. Altrove questi antichi testimoni, dai fusti squamosi, involuti come arabeschi, che hanno visto la caduta dei Borboni e l’arrivo di Garibaldi, sono stati spiantati, per far posto al vigneto moderno, la cui geometrica razionalità facilita e sveltisce tutte le operazioni colturali. Al contrario, Raffaele ha incentrato il suo progetto aziendale sull’eredità degli avi, nella convinzione che proprio dal vigneto storico, potesse scaturire una qualità ancora sconosciuta.

Così ha ripreso le antiche piante che si erano schiantate, le ha tirate su, ha rifatto i sostegni, le ha potate con garbo, senza stravolgere la struttura, rispettando le forme d’allevamento e i vecchi sesti di impianto, irregolari perché rispondenti ai mutamenti minuti della topografia, coi diversi vitigni che formano un mosaico anarchico, e ciò significa che per potare e raccogliere devi conoscere il vigneto pianta a pianta, come una vecchia foto di famiglia.
Poi è passato oltre. Quando si è accorto che nei poderi vicini il vigneto storico veniva spiantato, terrazza dopo terrazza, proprio come l’allevatore bisbetico nel film Seabisquit, che salva il campione azzoppato (“Non si prende una vita e la si butta via solo perché ha qualche difettuccio… “) lui ha parlato con i conduttori, li ha convinti a desistere, spiegandogli che sradicare una vite centenaria è un delitto, convincendoli ad affidargli gli antichi filari. In questo modo Raffaele ha ampliato l’azienda, ora sono circa dieci ettari, ed è il vigneto storico più importante della città.

Intanto il quad prosegue l’arrampicata tra i terrazzi, la cosa si fa avventurosa, sui sentieri sempre più stretti, a strapiombo sull’ippodromo e le terme, resto in silenzio, fino al muro del bosco scuro degli Astroni, che cinge verso l’alto il vigneto. Si vede che l’antica recinzione in tufo è stata costruita in due fasi, il muro aragonese fu rialzato dai Borboni, per evitare che gli animali fuggissero dalla riserva di caccia: ora dalle brecce escono le volpi, di notte, assai ghiotte dei grappoli dolci in maturazione, Raffaele mi mostra i raspi nudi sulla pianta, sorride, in fondo fa parte del gioco. Dopo tre ore in giro nel vigneto, è il momento della cantina, un locale fresco e pulito coi tini in acciaio, e poi la sala di degustazione, Lello con la sua fissa per il medioevo l’ha pensata accogliente come una taverna de “I pilastri della terra”, con le panche di legno grezzo e il soffitto basso con le travi a vista, ed è qui che il figlio Gennaro, instancabile come il papà, ci fa trovare taralli e freselline, per gustare finalmente il Pér ‘e palumm di Agnanum, del quale tutta l’Italia parla.

Perché con il piedirosso dei suoi vigneti storici – un vitigno ritenuto buono per vinelli effimeri, che non lasciano traccia, da miscelare all’aglianico per tirar fuori qualcosa di buono – Raffaele è riuscito in purezza a produrre un rosso strabiliante, che ha ricevuto quest’anno i Tre bicchieri del Gambero rosso, e già in precedenza i 18/20 della Guida dell’Espresso, collocandosi oramai stabilmente nel gruppo di eccellenza dei vini campani. Con il suo lavoro visionario, Raffaele ha così arricchito di un nuovo protagonista la storia e la semantica dei rossi della Campania, accompagnando inaspettatamente all’aglianico un vino altrettanto nobile, complesso e profondo, che rimanda al Pinot nero e i grandi francesi. Il miracolo è che questa eccellenza assoluta la porti a casa con meno di quindici euro, mentre ce ne vorrebbero almeno quattro volte tanto per compensare il lavoro immane, non solo di pensiero, ma di braccia, di gamba e di spalla, che Raffaele e Gennaro profondono per la manutenzione dei terrazzi, delle sistemazioni idrauliche, per la pulizia e la prevenzione dei fuochi, la cura meticolosa del vigneto storico.

Questa manutenzione del paesaggio, questa produzione di bellezza della quale tutta la comunità cittadina si avvantaggia, è gratis, non viene compensata, e dovremmo interrogarci perché, a fronte dell’importanza di queste cose, non esista ancora in comune un assessorato all’agricoltura, uno sportello dove l’agricoltore urbano, questo cittadino invisibile alla politica e alla burocrazia, possa trovare risposta ed aiuto per le sue specifiche esigenze, un sostegno minimo al suo lavoro agronomico, sociale e culturale. Torno giùpensieroso, le richieste per Agnanum fioccano, ma la produzione rimane limitata, venticinquemila bottiglie circa l’anno, assolutamente insufficienti a fronteggiare la domanda, rimane la realtà di una piccola azienda agricola familiare che produce, qui in mezzo alla città, una qualità di livello mondiale: perché alla fine, il piccolo campione in cui nessuno credeva, ha spazzato via i difettucci, e ha vinto il Gran premio, per tutto questo grazie, Raffaele.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli dell’11 novembre 2016

Con un decreto dello scorso due novembre la magistratura ha disposto in via definitiva il dissequestro dei suoli agricoli di Caivano. I motivi del provvedimento sono proprio quelli descritti nell’articolo con il quale questo giornale commentò, giusto tre anni fa, la notizia del sequestro (“Ma i rischi sono dubbi”): gli elementi chimici presenti nei suoli agricoli e nelle acque dei pozzi irrigui sono parte del “fondo naturale”, sono tipici degli ambienti vulcanici della piana campana, ed anzi rappresentano un aspetto della particolare fertilità di questi ecosistemi agricoli. Non bisognava essere Sherlock Holmes per dire queste cose, bastavano le cognizioni di base di scienza del suolo e di agronomia. Eppure, i tecnici che ragionavano in questo modo furono tacciati di negazionismo, e sono stati necessari tre anni, e l’iniziativa di pochi agricoltori coraggiosi, perché una verità ovvia acquisisse finalmente rilievo giudiziario.

Ma erano i giorni della caccia alle streghe, c’era uno schema preciso e convincente, ripreso incessantemente dai media, che non poteva essere messo in discussione: i rifiuti hanno inquinato i suoli, i suoli hanno contaminato le colture alimentari, il consumo di quei prodotti ha fatto ammalare le persone. In questa catena gli agricoltori erano dalla parte del nemico, l’agricoltura un’attività gravida di rischi. Così, i pomodori finirono sull’altare, come simbolo della disfatta di una terra.

Il provvedimento della magistratura del 2 novembre dice ora che quell’interpretazione era priva di fondamento, mentre anche i monitoraggi rigorosi, con migliaia di analisi sui prodotti, hanno confermato che gli ortaggi e la frutta della piana campana continuano ad avere qualità eccellente, e ad essere assolutamente sicuri.

L’impatto economico della crisi mediatico-giudiziaria è stato destabilizzante, non solo per gli agricoltori interessati dai sequestri, ma per l’intero settore agricolo. Uno studio condotto dall’Istituto Nazionale di Economia Agraria per conto del governo ha evidenziato come il danno economico sia ricaduto, nell’area di crisi, soprattutto sulle piccole aziende, non in grado di autocertificare i propri prodotti, con un calo dei prezzi di vendita dal 25 fino al 75%. Per i piccoli agricoltori della piana campana questo svilimento assolutamente immotivato del loro lavoro ha rappresentato l’umiliazione estrema, nonché una minaccia per la loro stessa esistenza.

Il dissequestro dei suoli di Caivano rappresenta uno spartiacque in questa dolorosa vicenda. E’ venuto il momento di riconsiderare le attività agricole delle pianure campane per quello che sono veramente: gli unici presidi di cura e gestione della terra e delle acque, nonché di buona economia, in uno sconquasso urbanistico e territoriale senza fine. Di questo disordine gli agricoltori sono vittime piuttosto che soggetti attivi.

Ricordando sempre una cosa: nella grande area metropolitana il sessanta per cento del territorio è spazio rurale, è cioè fatto non da strade e palazzi, ma da coltivi, boschi e aree naturali. E’ la maglia capillare di ventottomila aziende agricole che ancora resistono a prendersi cura di questa immensa cintura verde, che noi ci ostiniamo a non considerare. L’umiliazione degli agricoltori, la chiusura delle aziende agricole, è la strada più breve e sicura per lo sconquasso finale del nostro ecosistema e della nostra economia.

eticaeconomia

Antonio di Gennaro, Eticaeconomia 2 novembre 2016

Sarebbe un’occasione formidabile, quella della “Terra dei fuochi”, per una riflessione sulle politiche ambientali in Italia, e sulla capacità del nostro apparato legislativo  e amministrativo di progettarle e implementarle. Ora che il clamore sembra essersi placato (in realtà abbiamo imparato che è solo un alternarsi ciclico di fasi ad alta e bassa attenzione dei media, periodicamente riattivato da nuovi ritrovamenti e denunce), dovrebbe essere finalmente possibile ragionare, a mente fredda,  sugli eventi di questi ultimi tre anni.

Perché, se di “Terra dei fuochi” si parla almeno dal 2003 – anno di pubblicazione del rapporto Legambiente sulle ecomafie, nel quale l’espressione è impiegata per la prima volta – è dall’estate del 2013 che tutto si è amplificato e accelerato, con l’intervista del pentito Carmine Schiavone al telegiornale Sky, nella quale si racconta come il clan Bidognetti si sia arricchito per un ventennio, seppellendo nei suoli fertili della piana campana rifiuti di ogni tipo, provenienti in prevalenza da industrie del nord.

L’impatto è enorme, e senza fine è la serie di servizi e reportage sul tema, la cui tesi implicita è la seguente: i clan hanno seppellito nella piana campana ingenti quantità di rifiuti speciali e pericolosi, sovente miscelati al flusso disordinato di rifiuti urbani; i suoli e le falde della piana campana – quella che una volta chiamavamo Campania felix, l’ecosistema agricolo più fertile del globo terracqueo – ne sono stati diffusamente contaminati; le produzioni ortofrutticole coltivate su quei suoli sono anch’esse irrimediabilmente avvelenate; il consumo alimentare di quei prodotti agricoli è la causa del picco di malattie tumorali che affligge le popolazioni della Piana campana.

Questo schema viene proposto come un ragionamento scontato, auto-evidente, che non ha bisogno di prove e conferme. Sin dal primo momento, quanti non appaiono immediatamente persuasi dalla ferrea concatenazione di cause ed effetti, vengono tutti identificati come “negazionisti”.

E’ comunque questo stesso schema di ragionamento a guidare il governo nella scrittura del decreto sulla Terra dei fuochi, emanato nel dicembre 2014. L’obiettivo urgente, per rassicurare opinione pubblica e consumatori, è quello di individuare e mappare le aree agricole contaminate, e interdire l’ulteriore coltivazione. Nel frattempo la diffidenza nei confronti dei prodotti agricoli provenienti non solo dall’area interessata, ma dall’intera regione, attanaglia i mercati, e si moltiplicano in giro per l’Italia i casi di esercizi commerciali che espongono avvisi del tipo “Qui non si vendono prodotti provenienti dalla Campania”.

Ad ogni modo, con il decreto viene attivato un gruppo di lavoro per il monitoraggio e la mappatura delle aree agricole contaminate. Entrano in gioco l’Istituto superiore di sanità, l’Istituto zooprofilattico per il Mezzogiorno, le Università, i servizi di prevenzione del Sistema sanitario nazionale, i servizi tecnici regionali. La piana campana diventa il territorio più monitorato d’Europa. I risultati di questa indagine capillare sono convergenti: lo stato di salute dei suoli e delle acque della piana campana è simile a quello della altre pianure agricole europee a comparabile grado di antropizzazione. Migliaia di controlli sulle produzioni agricole (allo stato siamo a circa quattromilacinquecento determinazioni) ha consentito l’individuazione di soli due campioni di ortaggi contaminati da piombo, che non deriva dai rifiuti ma dalla benzina super che impiegavamo una ventina di anni fa. Ad uguali conclusioni giungono i dati del RASFF, il sistema di allerta rapido dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare, e i controlli sistematici effettuati dalla grande distribuzione organizzata, che rimane il principale acquirente del prodotto campano, in prevalenza destinato ai mercati del centro-nord ed europei.

Nel frattempo, le indagini del gruppo di lavoro ministeriale identificano una trentina di ettari (sui cinquantamila interessati dal monitoraggio) da interdire alla coltivazione a causa della concentrazione anomala di potenziali contaminanti. Sul piano epidemiologico, la serie storica di dati dei registri tumori, a partire da quello dell’ASL Napoli 3, attivo da un ventennio, evidenzia come l’incidenza delle principali malattie tumorali (il numero di nuovi casi ogni centomila abitanti), sia in linea con il resto d’Italia, e comunque caratterizzata da un trend decrescente, mentre la mortalità per le stesse patologie (sarebbe a dire il numero delle persone affette che non supera la malattia) è significativamente più elevata nella piana campana rispetto alle altre parti del paese. Detto in altri termini, nella Terra dei fuochi ci si ammala allo stesso modo, ma si muore di più, ed allora il discorso riguarda aspetti completamente differenti, che investono le  performances del servizio sanitario nazionale, la diffusione delle pratiche di prevenzione e screening precoce, la tempestività ed efficacia delle cure.

La mole di dati dei quali disponiamo per questi territori martoriati è imponente, probabilmente senza eguali per nessun’altra regione d’Europa. Alla luce di queste conoscenze, lo schema implicito, che dai rifiuti conduce ai tumori, passando per le attività agricole, ha mostrato tutta la sua debolezza.

Sul piano operativo, l’accertamento dei fatti ecologici ed epidemiologici – basato sulle indagini di campo, piuttosto che su inferenze e narrazioni a tavolino – è importante, perché consente di definire i problemi reali che siamo chiamati ad affrontare. Se vogliamo apprendere qualcosa dalla lezione della Terra dei fuochi, è proprio dal territorio della piana campana – nella sua attuale configurazione, territoriale, demografica e sociale –  che è indispensabile ripartire.

Un territorio che durante l’ultimo trentennio ha visto i casali della piana, intorno al capoluogo, tumultuosamente raddoppiare la superficie urbanizzata, e fondersi in un’unica conurbazione che abbraccia un centinaio di comuni: una periferia indistinta nella quale si concentra il massimo del disagio abitativo, economico e sociale, della domanda inevasa di servizi essenziali, il più elevato deficit di cittadinanza, per usare l’espressione di Fabrizio Barca. Anche il rapporto tra Napoli e le città dell’hinterland, per la prima volta nella storia, si ribalta: il capoluogo adesso è minoritario, dei tre milioni di abitanti della città metropolitana, meno di uno risiede ormai all’interno di esso.

Pure, nella grande conurbazione, il sessanta per cento del territorio rimane rurale, con un tessuto di ventitremila aziende agricole che producono, su una superficie ridotta, il trentacinque per cento del valore della produzione agricola della Campania. Si tratta di produzioni intensive, pregiate, che la grande distribuzione organizzata compera ed esporta, e che rappresentano un’importante voce attiva della disastrata economia metropolitana. Il motore dell’agricoltura regionale è ancora qui, ma si tratta di una realtà semiclandestina, che il censimento ISTAT non è più nemmeno in grado di rilevare interamente, a causa degli aspetti di frammentazione e commistione con lo spazio urbano. Quello che abbiamo scoperto in questi tre anni, è che nel disordine metropolitano, la rete di aziende agricole professionali, snobbato dalla programmazione pubblica e dalle politiche comunitarie, ed anzi identificato come centro di rischio, alla fine, è l’unica cosa che funziona.

Lo spazio rurale metropolitano, che pure è dominante dal punto di vista dell’estensione territoriale, è trasparente alle politiche pubbliche, assieme ai suoi abitanti, e finisce per trasformarsi in uno “spazio vuoto”, un’area di risulta priva di valori specifici, nella quale un sistema urbano fuori controllo può vomitare tutti i suoi problemi ed esternalità, a partire dalle grandi discariche, come la famigerata RESIT di Giugliano,  che per un trentennio hanno funzionato come recapito dei rifiuti – sia autoctoni che d’importazione – e che ancora attendono i necessari interventi di messa in sicurezza e riqualificazione. Per inciso, tutte cose che sapevamo già, senza bisogno di rivelazioni di pentiti o di sofisticati monitoraggi, perché scritte da più di un decennio nel Piano regionale di bonifica dei siti inquinati.

Il dramma della Terra dei fuochi è tutto qui, in un’area metropolitana, la terza del paese, ancora priva di un sistema minimo di governo del territorio, di una strategia pubblica in grado di restituire senso e coerenza ad un mosaico scombinato di realtà urbane sofferenti e di poveri pezzi di countryside. La protesta degli abitanti della Terra dei fuochi – i due milioni di cittadini che popolano l’hinterland metropolitano di Napoli –  parte da qua, da un ambiente di vita avaro di opportunità e vissuto come incerto e ostile, nel cui disordine anche gli scampoli di ruralità finiscono per essere percepiti, anziché come risorsa, come fonte di rischio.

Se tutto questo è vero, ciò di cui ha disperatamente bisogno la cosiddetta Terra dei fuochi,  non sono le bonifiche, pure necessarie, e reclamate a gran voce dell’arcipelago di comitati, che della crisi ambientale hanno fatto un questione identitaria, quanto le politiche. A questo punto, la missione della nascente città metropolitana dovrebbe essere quella di mettere ordine in un mosaico territoriale fuori controllo; di dotare questo sistema congestionato degli standard minimi di civiltà, di ricreare un ambiente sicuro e attrattivo per i cittadini come per le aziende. In tutte queste cose, si è visto, lo spazio rurale non rappresenta il problema, quanto piuttosto la risorsa dalla quale partire per ricostruire un paesaggio di vita credibile.

Sono cose che riguardano per intero la dissestata filiera dei poteri, da quelli locali fino al governo centrale, maledettamente più impegnative degli interventi placebo messi in campo per arginare la tempesta mediatica degli ultimi tre anni. Nel frattempo, in attesa che le politiche ripartano, continuare a fronteggiarsi sul piano dei simboli e delle narrazioni fantastiche, rimane senza alcun dubbio la cosa più comoda da fare.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 2 novembre 2016

L’eliporto è a Massaquano, in località Belvedere, su una piccola spianata  ai piedi del Faito, ci arriviamo da Vico Equense, arrampicandoci per tornanti stretti, dopo la chiesa medievale del Battista, tra gli ultimi oliveti eroici a precipizio sulla Penisola. Un saluto rapido con l’equipaggio, il tempo di salire a bordo e infilare le cuffie, girano i rotori e siamo già in aria, per un volo di ricognizione sulle foreste dell’area metropolitana di Napoli. Sono in compagnia di Angelo Marciano, responsabile del Corpo Forestale di Napoli, e dei funzionari dell’Unità “Foreste” della Regione, Marcello Murino e Luca Acunzo: per tutti loro è stata un’estate difficile, ed è il momento di fare un bilancio.

Sembra un paradosso, ma nelle pause della conurbazione più congestionata  d’Europa – lo spazio breve che va Punta Campanella al lago Patria, coi suoi tre milioni di abitanti – si conservano miracolosamente, secondo i dati dell’Inventario forestale nazionale, oltre le aree agricole, quindicimila ettari di boschi e foreste, una superficie che è quasi una volta e mezza quella della città capoluogo: insomma, è come se accanto ai novantadue comuni della città metropolitana, ci fosse una vasta città verde, reticolare, ignota ai più, dove i volumi non sono quelli delle costruzioni, ma piuttosto le chiome di faggi, castagni e querce.

Dall’elicottero, queste macchie d’alberi incastrate nella conurbazione fanno impressione: le pinete e le leccete del Parco del Vesuvio sono come un mare verde che dal Gran Cono si infrange contro la città anulare, che assedia dal basso il vulcano. Passiamo l’area interessata dal grande incendio di Terzigno dello scorso agosto, quasi trecento ettari, vista dall’alto sembra la sfiammata di una saldatrice su un arazzo prezioso, con macchie che virano dal bruno al nero carbone, a seconda dell’intensità del fuoco.

Ora seguiamo il litorale: i tre castelli di Napoli e la maglia del centro storico sono uno spettacolo mozzafiato, poi subito, sulle colline dietro la città, inizia il mosaico delle foreste flegree. Dopo il bosco di Capodimonte (gli agronomi del re impiantarono la lecceta in pochi anni su aree di demolizione urbana, chissà perché mi torna in mente il deserto immobile di Bagnoli) sorvoliamo la collina dei Camaldoli: nonostante l’urbanizzazione sciatta del post-terremoto, la selva dei casali medievali si estende ancora per  cinquecento ettari, dall’Eremo giù fino a Chiaiano e a Marano, ma il versante meridionale che guarda Soccavo appare interamente denudato dall’incendio di fine agosto, che ha lambito le abitazioni, coprendo i quartieri collinari di una pioggia di cenere.

Pochi istanti e sorvoliamo l’ecosistema misterioso di Astroni, dove le fasce vegetazionali si dispongono al contrario, a causa dell’inversione termica, con il leccio in alto e il bosco di farnia al fondo del cratere, sulle sponde del laghetto dove rare specie di uccelli nidificano. Poi, in rapida successione verso ovest, incontriamo i boschi del Monte Nuovo, del Gauro maestoso,  fino alla foresta di Cuma, sulle dune sabbiose della costa, ciò che rimane dell’antica Silva Galinaria raccontata da Strabone e da Maiuri nelle sue “Passeggiate”, che continuava fino al Circeo, plaga desolata di febbri e di predoni, un gioiello che solo il depuratore di Cuma ha preservato da ulteriori speculazioni.

Insomma, la perlustrazione di stamattina mostra come la foresta rimanga ancora, in questo terzo millennio, un elemento cardine dei grandi paesaggi della città metropolitana, Napoli compresa. Il risultato è che in un territorio estremamente ristretto, proprio accanto alla città, si conserva una biodiversità incredibile, con la sequenza pressoché completa di habitat e tipi forestali, dai boschi costieri mediterranei  fino alle faggete di vetta del Faito.

Restano da comprendere le funzioni e il valore di questo patrimonio, che fino alla metà del ‘900 è stato fulcro di un’intera società e un’economia, soprattutto le selve di castagno, curate come giardini, che fornivano all’edilizia le travi per i solai, e all’agricoltura i pali per le pergole e i sostegni, garantendo ai possessori redditi elevatissimi,  e assorbendo per di più una quantità ingente di manodopera. Poi la lunga crisi, dovuta ai mutamenti delle tecniche costruttive, al declino dell’agricoltura tradizionale, al frazionamento ereditario della proprietà: la domanda di pali crollò, in questa nostra modernità improvvisata le antiche foreste conobbero l’abbandono, per capire cosa significa basta un giro nel Parco dei Camaldoli: nel ceduo non più coltivato, le ceppaie muoiono ad una ad una,  e il bosco si spegne nell’abbraccio soffocante dell’edera.

La prospettiva andrebbe completamente capovolta. Con Angelo, Marcello e Luca riflettiamo sul fatto che per una grande città europea, quindicimila ettari di foresta dovrebbero rappresentare un’opportunità e una risorsa formidabile, una grande “infrastruttura verde” – secondo lo slogan suggestivo della nuova strategia comunitaria – per il riequilibrio ecologico, il mantenimento dei paesaggi, la qualità dell’aria, la vita all’aria aperta, il turismo e l’escursionismo, e non ultimo, l’intrappolamento di CO2 e la mitigazione del cambiamento climatico.

Insomma, in queste foreste metropolitane potremmo cercare il verde e gli standard di qualità urbana che ci mancano.  Ma anche le basi di una nuova economia, perché se resta assai comodo il pellegrinaggio veloce da Ikea,  reinvestire sui nostri boschi per una nuova filiera multifunzionale del legno, su basi moderne, pensando anche alle energie verdi, non sarebbe una cattiva idea, importanti fondi internazionali lo stanno già facendo, con rendimenti realmente competitivi rispetto ad altre forme di investimento. Per di più non partiamo da zero, perché isole virtuose di gestione forestale sono ancora presenti, nonostante tutto, sui Lattari ad esempio, dove il manto continuo dei cedui ci appare dall’alto in buona forma, con un ruolo importante delle cooperative giovanili, che lavorano all’ingegneria naturalistica e alla manutenzione delle pergole  tradizionali in Penisola e in Costiera.

Siamo a fine giro, l’elicottero si posa, la signora Angela che accudisce la piccola casupola dell’eliporto in cima al mondo ha già preparato il caffè e un vassoio di dolcini, li consumiamo con i piloti, ragazzi in gamba, vengono dal Trentino, lavorano d’inverno al soccorso alpino, mentre il nostro ragionamento sulle cose viste continua.

Quello che è certo, ci diciamo, è che investire su queste foreste metropolitane è soprattutto una questione di sicurezza, perché hai voglia di sistemi antincendio per il pronto intervento e la repressione, l’unica prevenzione seria sta nella cura e nella gestione attiva del bosco, giorno dopo giorno, e magari in un rafforzamento di consapevolezza civica, altrimenti è tutto un rincorrersi sfiancante di emergenze, prima quella del fuoco, che torna a percorrere all’infinito gli stessi versanti; poi quella delle frane, gli smottamenti e le colate, che immancabilmente seguono, con le bombe d’acqua di questo nuovo impazzimento climatico, in una storia ricorrente di danni, lutti e pubblici dissesti.

Alla fine, come per altre cose che riguardano la nostra metropoli scombinata, è tutta una questione di responsabilità: per mantenere una foresta, come un centro storico, è necessario lavorare ogni giorno, gesti semplici ma necessari, come pulire una caditoia o sgombrare il sottobosco, con uno sguardo lungo sul futuro: la differenza tra benessere e precarietà, in fondo, è tutta qui.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 30 ottobre 2016

La firma del patto per Napoli è stata una specie di fusione fredda, nonostante l’importanza dei temi in gioco gli animi non si sono entusiasmati, ed è utile capire perché. Probabilmente conta il rapporto difficile tra i contraenti, se il premier ha tirato in ballo la stretta di mano tra Rabin e Arafat il problema evidentemente c’è, ma non è questo l’aspetto centrale della vicenda.

In altri tempi, il finanziamento di un piano infrastrutturale e di ammodernamento urbano sarebbe stato considerato come un fisiologico trasferimento dallo stato centrale verso la terza città d’Italia: la modalità normale con la quale il paese tiene in ordine e in sicurezza il suo sistema urbano, insomma un atto dovuto. Adesso, questa modalità ordinaria di funzionamento della Repubblica viene spettacolarizzata, si trasforma in un evento da celebrare, e questo nelle persone sensate finisce per destare preoccupazione anziché euforia, perché l’erogazione delle risorse necessarie alla vita di una metropoli diventa quasi un atto discrezionale, che risente delle contingenze, del momento politico, dei rapporti di forza, delle esigenze comunicazione, addirittura della qualità dei rapporti personali.

Poi, c’è la vertigine della lista, nel senso che per ovvie esigenze di sintesi il messaggio che passa è un elenco di progetti eterogenei, dei quali riesci certo a cogliere l’importanza, ma la cui somma non configura immediatamente una strategia, un racconto coerente di come si intenda cambiare la città. Prendiamo l’abbattimento delle Vele, un’idea non nuova, se ne parla da un quarto di secolo, ma che da sola, se non dici cosa viene dopo, evidentemente non basta a mutare le sorti di un quartiere, a favorire quella benefica miscela di ceti, funzioni, culture, opportunità che è alla base della qualità urbana.

Quindi il fattore tempo: nella lista dei progetti alcuni evidentemente esplicheranno benefici nel medio-lungo termine, vedi il completamento della metropolitana fino all’aeroporto; altri, come l’acquisto dei nuovi treni, la messa in sicurezza delle scuole, la ripresa del progetto Sirena (perché si è aspettato così tanto?), produrranno effetti in un orizzonte via via più ravvicinato, ma anche qui, non è facile per il cittadino immaginare, nel dedalo di difficoltà e malfunzionamenti che è chiamato in solitudine a fronteggiare, quale possa essere il concreto margine di miglioramento nella sua vita di ogni giorno.

Per tutti questi motivi probabilmente il patto per Napoli fatica a suscitare entusiasmi, a mutare realmente il clima che si respira, e qui comune e regione possono fare molto. Perché alla fine, a pensarci bene, i progetti presentati sono solo un segmento di un’agenda più vasta, che comprende la zona est, il centro storico, le periferie, il porto, il parco delle colline, la costruzione della città metropolitana, gli impianti per i rifiuti, oltre naturalmente a Bagnoli. Se mettiamo insieme le risorse in gioco si arriva ad una cifra da capogiro, probabilmente superiore ai tre miliardi, dieci volte quindi l’investimento del quale si è parlato in questi giorni, una cosa da far tremare le vene e i polsi. In quest’impresa, il fattore limitante non sono i soldi, ma la capacità amministrativa, la macchina per attuare – integrandole in un progetto coerente – tutte queste cose, ed è la vera infrastruttura che ci manca.

(L’articolo è stato pubblicato con il titolo:”Quello che manca al Patto per Napoli”)

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 11 ottobre 2016

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A Grazzanise l’aeroporto internazionale è ancora una distesa di granturco e campi di medica, e il tempo scorre lento, come in tutti i paesi orizzontali e radi della bonifica del Volturno, la scuola comunale di architettura fascista è intatta, ma se passi il ponte il miracolo si compie, perché la storia si è arrestata nel borgo minuscolo di Brezza, disperso tra i meandri verdi del fiume, con la chiesa, la farmacia, l’emporio agricolo, poi è solo una strada dritta tra i Tifatini e il mare. Sono qui perché ho sentito della ragazza di Casal di Principe tornata dalla Toscana, che ha messo su con i fratelli un’azienda bufalina modello, e ho pensato di parlare con lei. Antonella Schiavone è piccola e mora, il diploma di ragioneria poi la laurea in Psicologia alla Sapienza.

L’allevamento – ora i capi sono trecento – è partito nel 2000, qui a Brezza, tra le anse del fiume, investendo i risparmi di famiglia. «Era il sogno nel cassetto», dice Antonella. Il padre Cesare è un uomo grande e mite, la barba di due giorni, si siede in un angolo ad ascoltare, ha percorso un milione di chilometri facendo l’autotrasportatore in proprio, con la famiglia e i figli piccoli si era stabilito in provincia di Arezzo, in un paesino che si chiama Ambra, poi la voglia di tornare ha prevalso. Una decina di anni dopo l’apertura della stalla, siamo nel 2009, si inaugura anche il caseificio con il punto vendita, “La Stella Bianca”, in una traversa del corso, nel centro di Casale.

«Volevamo provare a mantenere in azienda tutto il valore del latte di qualità che produciamo, anziché affidarlo ad altri. Alimentiamo le bufale con fieno di medica e granella di mais, che coltiviamo sui nostri ottanta ettari, quest’anno abbiamo rimodellato le terre con il laser e il satellite, per migliorare l’irrigazione, duecentocinquanta euro a moggio, ma è una spesa che tornerà. Tutti gli utili li reinvestiamo in azienda, dobbiamo fare un passo alla volta: con le banche non è facile lavorare, quando hai solo ventotto anni, vieni da Casale, e porti il cognome che hai».

Con Antonella visitiamo il caseificio, che trasforma esclusivamente il latte prodotto in azienda, dieci quintali al giorno, gli operai stanno filando la pasta per i caciocavalli: li dirige il fratello Francesco, che è di un anno più giovane, con la stessa determinazione della sorella. La mozzarella “Stella Bianca” si può acquistare solo qui, o nei due punti di vendita di Bacoli e Monte di Procida. «Il controllo completo della filiera, dal foraggio alla vendita diretta, è il nostro modo di garantire al cliente una qualità costante, ma è difficile, la concorrenza è spietata, attualmente offriamo il prodotto al prezzo di dieci euro il chilo, ma ci stiamo dentro veramente a fatica, soprattutto se ti impegni a rispettare le regole di legalità sul lavoro, la sicurezza, i controlli continui, tutte cose che costano, e che il consumatore dovrebbe imparare a riconoscere».

Torniamo a Brezza, il fiume mormora, sul greto ancora i detriti e i tronchi dell’alluvione dello scorso ottobre, quando il Volturno ingrossò e si temette anche qui il peggio. Tutt’intorno, il paesaggio è aperto, eternamente giovane e provvisorio come in tutte le aree di bonifica, come se la piana fosse emersa dalle acque solo ieri, e il lavoro dell’uomo appena iniziato, invece è passato quasi un secolo, e il fiume scorre lì da sempre. Un paesaggio inerme, che basta un muro di cemento sciatto sul fronte strada, o lo scheletro di un capannone mai completato, a sciupare irrimediabilmente.

«È questa la differenza», si sfoga papà Cesare. «Questa terra è infinitamente più fertile di quella toscana che abbiamo lasciato, i suoi sali minerali danno un sapore alla nostra mozzarella che nessuno potrà mai imitare, ma lì il paesaggio è rispettato, è diventato un valore che tutti osservano, che nessuno si sogna di aggredire o mettere in discussione». In azienda stanno rimodernando la sala di mungitura che, mi spiega ancora Cesare, è il cuore dell’allevamento, con le nuove macchine sarà possibile controllare fin dall’origine la qualità e la sanità del latte. Parla delle bufale con affetto: «Sono più sveglie delle vacche, osservano e imparano, ciascuna in sala mungitura ha il suo posto, e rispettano da sole la gerarchia. Con i vitelli poi hanno una delicatezza unica. Sono diffidenti nei confronti di ciò che non conoscono, ma poi sono esseri docili, socievoli».

Di nuovo in caseificio, a Casale, nell’edificio tradizionale dal portale in pietra, con Antonella e Francesco inizia la parte complicata del discorso, dico loro che c’è una cosa che non mi spiego, ed è la distanza che passa tra l’apprezzamento che la mozzarella ha sul mercato globale – è il nostro prodotto in assoluto più amato e desiderato – e la scelta di molti caseifici di qualità di puntare sulla filiera corta, anzi cortissima, e sulla vendita diretta, rinunciando in questo modo a confrontarsi proprio con quella domanda potenziale che i consumatori di mezzo mondo esprimono.

È a questo punto che i ragazzi mi dicono della loro delusione per il ruolo fino ad oggi svolto dal consorzio di tutela, non sufficientemente attivo a loro dire nella promozione del prodotto, e nel sostenere esperienze giovani, come la loro. Di qui la decisione di iscrivere al consorzio l’azienda “Stella Bianca” come produttore di latte bufalino, ma non come caseificio, testimoniando quindi in proprio, individualmente, la credibilità della propria mozzarella, e facendo a meno del marchio comune di qualità. È un punto questo sul quale abbiamo idee diverse, anche se sono convinto che Antonella nel tempo rifletterà sul contributo che il suo viso giovane, e il lavoro innovativo, potrebbero dare alla crescita, assieme a “La Stella Bianca”, di tutto un sistema di aziende e territorio, se veramente vogliamo seguire l’esempio dei brand più famosi, a partire dal Parmigiano.

Non resta che saggiare la mozzarella, che è splendida, con tutta la personalità e la complessità di gusto del prodotto aversano. «Ci abbiamo messo tre anni, alla fine l’abbiamo finalmente trovato il locale adatto, nel centro di Vienna, di fonte al Teatro dell’Opera – dice Antonella – a inizio 2017 apriamo lì il nostro prossimo punto vendita». Allora, auguri Antonella, ne riparliamo: è proprio vero che se ci credi, anche la distanza tra la fattoria del piccolo borgo in riva al fiume, e il cuore elegante della vecchia mitteleuropa, non è poi così lunga.

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Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 6 ottobre 2016

Le leggi ci sono, nell’ultimo quarto del ‘900 l’Italia si è dotata di una moderna strumentazione giuridica in materia di tutela delle acque, paesaggio, aree protette, difesa del suolo. Con il terzo millennio sono pure arrivati il nuovo Codice del paesaggio e il Testo unico in materia ambientale. Si tratta degli attrezzi indispensabili per affrontare le conseguenze della modernità, di uno sviluppo urbano ed industriale che non ha confronti con nessun momento della storia precedente, e che ha cambiato per sempre, in pochi decenni, il volto del Mezzogiorno e del paese intero. Insomma, le regole le abbiamo, eppure dal ciclo dei rifiuti al rischio idrogeologico, da Bagnoli a Taranto, il governo del territorio e dell’ambiente in Italia arranca, fatica a tenere il passo, a proporre e attuare soluzioni credibili. Le regole scritte stentano a trasformarsi in politiche efficaci.

Da questo punto di vista, la crisi della piana campana – la cosiddetta Terra dei fuochi – rappresenta un caso esemplare, nel quale queste difficoltà di sistema, di governance, si sono manifestate tutte insieme, in modo parossistico.

In questi tre anni, nel sofferente territorio dell’hinterland, abbiamo sperimentato come la Repubblica abbia serie difficoltà ad agire, soprattutto perché i diversi settori dell’amministrazione, che quelle stesse regole dovrebbero applicare, lavorano separatamente. Ambiente, sanità, agricoltura, paesaggio, governo del territorio, funzionano come recinti separati, comparti stagni, che non comunicano e collaborano tra di loro.

A questa frattura “orizzontale”, che impedisce ai diversi specialismi di dialogare e fare squadra, in vista della risoluzione degli stessi identici problemi, si unisce poi la faglia “verticale”, figlia dell’infelice riforma del Titolo V, che ha completamente disarticolato la catena di governo, dallo stato centrale alle regioni ai comuni, ingarbugliando responsabilità e competenze, alimentando contenziosi, giustificando alla fine ogni tipo di irresponsabilità e debolezza d’azione.

Di fronte a queste difficoltà si rafforza la consapevolezza che sia questo il momento di una indispensabile riflessione, per restituire finalmente senso e organicità alle politiche pubbliche per l’ambiente e il territorio, che appaiono in troppi frangenti scoordinate, prive di visione e strategia.

Di tutte queste cose si discute nel convegno “Le politiche per l’ambiente in Italia” (il sottotitolo è eloquente: “Sviluppo sostenibile, rischi ambientali, adeguatezza della pubblica amministrazione”), che si svolgerà domani presso la sede storica della Camera di commercio in Piazza Bovio, a partire dalle ore 10, alla presenza del ministro all’ambiente Gianluca Galletti, del sottosegretario alla pubblica amministrazione Angelo Rughetti, del presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, del vicepresidente della giunta regionale campana, Fulvio Bonavitacola, che nel governo regionale detiene le deleghe strategiche all’ambiente e al governo del territorio.

Il convegno è stato organizzato dalla Scuola di governo del territorio e dall’istituto di studi sulle società del Mediterraneo del CNR di Napoli, nelle persone del direttore della scuola Riccardo Realfonzo, e della storica dell’ambiente Gabriella Corona.

Il programma si presenta promettente: dopo le relazioni introduttive di Maurizio Franzini e dei due organizzatori, sul quadro attuale e le prospettive delle politiche ambientali in Europa e in Italia, gli esponenti dei governi nazionale e regionale, insieme al presidente Cantone, si confronteranno in una tavola rotonda sul tema “Ambiente e pubblica amministrazione: controlli, sanzioni, difficoltà di governance”. Insomma, ci troviamo proprio al centro dei problemi dei quali abbiamo parlato, ed è lecito, considerato il profilo dei partecipanti, attendersi spunti e proposte di rilievo.

Nel pomeriggio, una nutrita serie di interventi su temi specifici, sempre con un occhio al problema dei problemi, che è la governance, la capacità dei poteri pubblici di agire in modo coordinato, con l’indispensabile partecipazione delle aziende, delle famiglie, dei privati cittadini. Si parlerà quindi di bonifiche, con Benedetto De Vivo, Antonio di Gennaro, Salvatore Capasso; del ciclo dei rifiuti con Daniele Fortini e Raphael Rossi; di attività produttive, rischio ambientale e sviluppo sostenibile, con Carlo Iannello, Leonardo Cascini, Giuseppe Marotta, Walter Palmieri, Salvatore Romeo, Salvo Adorno, Francesco Vona.

Insomma, un dibattito che ci riguarda da vicino, e che interessa la riforma più importante di tutte, che è quella del nostro modo – come singoli e come comunità – di abitare sostenibilmente questo nostro povero, meraviglioso paese.