Alessandro Dal Piaz, Repubblica Napoli del 6 gennaio 2019

L’intervista al commissario Francesco Floro Flores e l’intervento di Antonio Di Gennaro sulle pagine di Repubblica hanno riacceso finalmente i riflettori sull’area dismessa di Bagnoli-Coroglio. Quel che viene in evidenza non è confortante.

Il commissario giudica il Programma di risanamento ambientale e di rigenerazione urbana (Praru) elaborato da Invitalia un «preziosissimo strumento di programmazione» dal quale ripartire. Giustamente Di Gennaro ne ha argomentato invece la carenza tecnica (manca l’analisi di rischio!) e la conseguente scarsa credibilità. E ha ricordato che nel processo di valutazione ambientale strategica in corso, il Wwf, il Fai e la Cgil metropolitana hanno presentato al ministero dell’ambiente, all’inizio dell’agosto scorso, articolate osservazioni che documentano sotto diversi profili l’inconsistenza del Praru. Nei mesi successivi, va aggiunto, i tre soggetti sociali hanno deciso di intraprendere un’azione comune (cui hanno aderito anche la Cisl e l’Uil napoletane) per stimolare il confronto pubblico con le istituzioni allo scopo di conferire concretezza e operatività al recupero di quella parte di città.

Il Praru è l’elaborazione tecnica conseguente all’accordo interistituzionale governo-Regione-Comune, risalente al luglio 2017, che ha chiuso la fase delle contrapposizioni pregiudiziali. La sua impostazione, però, in tutto coerente con la schematica logica emergenziale dello SbloccaItalia, continua a ignorare la complessità dell’operazione concependo la bonifica ed il riuso urbano del Sito di interesse nazionale (Sin) ex industriale come il progetto di un grande manufatto unitario a bilancio in pareggio, nel quale nuove redditizie destinazioni immobiliari servano soprattutto a riequilibrare i costi del risanamento e dell’infrastrutturazione.

Una impostazione astratta, anzi fittizia, che stima la spesa nel modo infondato che Di Gennaro denuncia e fideisticamente stabilisce la relativa copertura con i ricavi attribuiti fin d’ora alle riutilizzazioni, ad esempio commerciali o ricreative, ipotizzate per un futuro prossimo, che invece deve ritenersi ben più lontano – e incerto – anche a causa dell’attuale carenza di finanziamenti e delle persistenti difficoltà gestionali ed attuative (a cominciare dal sequestro giudiziario di gran parte dei suoli).

Un’impostazione per un verso autoconclusa (rifiuta di considerare gravi criticità al contorno quale, ad esempio, quella che la ferrovia Cumana in superficie determina per l’abitato di Bagnoli) e per un altro verso trasbordante (localizza il porto turistico a Nisida, isola plurivincolata esterna al perimetro del Sin su cui hanno competenza commissario e Invitalia). In entrambi i casi è legittimo sospettare che ciò avvenga soprattutto a causa della logica artificiale del “grande progetto in blocco” con bilancio in pareggio (sulla carta).

Qual è l’alternativa da riproporre? Antonio Di Gennaro, e il documento delle associazioni ambientaliste e dei sindacati, lo dicono con chiarezza. I lineamenti generali, il “piano strutturale” per usare una terminologia aggiornata, sono ormai definiti e irrinunciabili: il grande parco verde, la spiaggia pubblica, il riuso culturale dei manufatti di archeologia industriale, il pontile. Sono invece tutte ancora da ridiscutere le quantità commerciali (specie quelle enormi ipotizzate nell’acciaieria), il porto turistico (perché non ubicarlo davanti all’abitato di Bagnoli, che può fornire tutti i servizi opportuni?), le soluzioni per mobilità e trasporti. Ma occorre in primo luogo completare al più presto le analisi di rischio. Sarà così possibile individuare gli ambiti nei quali non sono necessarie attività di bonifica e sui quali possono partire immediatamente interventi di riuso urbano. E si potrà elaborare sul resto del Sito una vera programmazione attuativa degli interventi, secondo fasi pluriennali in ciascuna delle quali – in ragione delle risorse finanziarie effettivamente disponibili e delle attendibili esplorazioni delle convenienze imprenditive concretamente praticabili nel breve termine – realizzare in modo integrato, su parti gestibili del Sito, le quote di bonifica necessarie lle gli interventi fattibili di riassetto e riqualificazione urbana.

Non è secondario sottolineare che, in questa nuova impostazione, ridimensionando l’artificiosità tecnocratica del mandato aziendale a Invitalia, potrà essere preminente il ruolo delle istituzioni elettive e potrà conseguirsi una vera partecipazione democratica che coinvolga i cittadini e tutti i soggetti sociali nel processo di valutazione e decisione.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 5 gennaio 2019

Il 2019 doveva essere l’anno della svolta, speriamo sia almeno quello della ripartenza, il processo per restituire finalmente l’area ex Italsider di Bagnoli alla città aveva subito una battuta d’arresto nell’ultimo anno e mezzo, e non è solo una questione di soldi. Certo colpisce il fatto che, a fronte della richiesta di Invitalia di quasi 400 milioni per rifare la bonifica sull’intera area, con un fabbisogno stimato di circa 150 milioni l’anno, nella legge di bilancio 2019 non si rinvenga traccia esplicita di uno stanziamento corrispondente e così si debba fare affidamento, come ci dice il commissario Floro Flores nell’intervista di ieri, sul residuo dei fondi 2018 (71 milioni) e su uno stanziamento promesso del Ministero dell’ambiente di altri 50 milioni.

Invitalia, giova ripeterlo, è il soggetto attuatore individuato dal decreto Sblocca Italia per condurre finalmente in porto il risanamento ambientale e la rigenerazione urbana dell’area di Bagnoli. A fronte delle critiche, quel decreto del settembre 2014 aveva indubbi aspetti positivi: l’aver messo in sicurezza la proprietà pubblica dei suoli, dopo il fallimento di Bagnolifutura; e aver mobilitato su Bagnoli una filiera istituzionale completa, dal governo nazionale al comune, passando per la regione, costringendo quindi alla cooperazione e al dialogo i diversi livelli di governo, e restituendo alla fine a Bagnoli il profilo di grande questione nazionale.

A distanza di più di quattro anni dal decreto quel meccanismo sembra essersi inceppato di nuovo, e c’è da capire perché sia rimasto ancora senza gambe il faticoso accordo raggiunto in cabina di regia nel luglio 2017 tra governo regione e comune, che pure aveva il merito di non sconfessare le scelte del Piano regolatore del 2004, per certi aspetti anzi migliorandole.

Una risposta è anche nel documento ufficiale nel quale Invitalia ha sintetizzato la sua strategia. Si chiama PRARU (Programma di Risanamento Ambientale e di Rigenerazione Urbana), è scaricabile dal sito istituzionale, ed è stato predisposto in vista della consultazione pubblica per la valutazione ambientale strategica (VAS) del programma, una procedura obbligatoria prevista dalla legislazione comunitaria e nazionale, che è tuttora in corso.

La lettura del documento evidenzia alcuni aspetti singolari, a partire da quelli relativi al completamento della bonifica. Per capire qual è lo stato di contaminazione dei suoli e delle acque, Invitalia ha condotto una capillare campagna di caratterizzazione delle matrici ambientali, i cui risultati sono anche scaricabili dal sito della società. Sin qui tutto bene, i problemi sorgono dopo, perché a partire dai dati analitici di base Invitalia giunge tout court, senza aver effettuato alcuna analisi di rischio sito-specifica – che pure è il passaggio decisivo che la legge prevede – alla conclusione francamente immotivata che la bonifica debba essere ripetuta per l’intera area, con un costo stimato per l’appunto in 388 milioni di euro.

Per intenderci, l’analisi di rischio è la fase nella quale si valuta, attraverso l’uso di idonei modelli, in che misura il contenuto di potenziali contaminanti presenti nei suoli e nelle acque (metalli pesanti, idrocarburi policlici aromatici, ecc.) sia realmente in grado, attraverso i diversi meccanismi di esposizione (inalazione, contatto, ingestione) di costituire un pericolo concreto per le persone che utilizzano l’area per fini residenziali, produttivi, ricreativi. E’ solo con questo tipo di analisi che è possibile per ogni contaminante determinare la soglia di rischio al di sopra della quale diventa necessaria la bonifica.

Senza questo passaggio, sulla base dei soli dati di caratterizzazione, semplicemente non è possibile elaborare un progetto di bonifica, definire cioè la portata, i costi, i tempi dell’insieme di interventi che è necessario attuare. Soprattutto, non è praticabile la scomposizione dell’area complessiva di intervento in porzioni caratterizzate da una diversa intensità dei problemi, fino all’identificazione di sotto-aree nelle quelli l’eventuale contaminazione è al di sotto delle soglie di rischio, che non necessitano pertanto di bonifica, e potrebbero da subito essere riavviate alla trasformazione e alla fruizione pubblica.

Questo passaggio, assolutamente decisivo, nel documento di Invitalia semplicemente manca. Al momento della stesura del PRARU l’analisi di rischio non è stata ancora effettuata, e non si capisce allora da cosa scaturisca la previsione di ripetere la bonifica sull’intera area, con una spesa paragonabile a quella sostenuta nel quindicennio precedente, portando così il costo complessivo della bonifica di Bagnoli a sfiorare i mille milioni, quanto Milano ha speso per l’Expo, solo che lì un contributo decisivo al rilancio della città almeno c’è stato.

Dicevamo che la procedura di valutazione ambientale è in corso, e una novità è la pluralità di organizzazioni, dal WWF Italia al FAI Campania, alle rappresentanze napoletane dei sindacati confederali CGIL CISL UIL, che hanno osservato come la strategia proposta da Invitalia manchi ancora della necessaria concretezza, proprio sulla base di considerazioni del tipo di quelle esposte in precedenza.

E’ una critica niente affatto ideologica, ma pragmatica e costruttiva, dove il timore non è che le cose si facciano, ma all’opposto che si continui a perdere tempo, rincorrendo inutilmente una bonifica senza fine, con il risultato di sacrificare aspetti essenziali. A cominciare dalla rete pubblica dei trasporti, necessaria per  collegare Bagnoli alla città metropolitana, che resta il suo bacino naturale di riferimento, e qui il PRARU punta tutto sulla gomma, con un nuovo svincolo della tangenziale (sforacchiando un altro versante collinare), un parcheggio da 5.000 auto (una roba da 10 ettari, manco fosse un centro commerciale), ed il trasporto su ferro che si limita al prolungamento della linea 6 (tenuto conto delle esigenze, poco più che la navetta di un parco a tema).

In definitiva, mancano per ora i soldi, ma ancor di più manca una strategia attuativa credibile. C’è ancora tempo per recuperare. Il documento che WWF Italia, FAI Campania, CGIL, CISL e UIL di Napoli hanno sottoscritto insieme può essere un contributo serio, e se il tono delle osservazioni è questo, ben venga la partecipazione, come confronto e arricchimento, e ben venga un nuovo protagonismo del commissario e dei livelli di governo locali: le tecnostrutture restano strumenti utili per superare le emergenze, poi è bene che parlino le istituzioni.

 

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 29 dicembre 2018

Resta ancora Barra da raccontare in questo viaggio nella Napoli orientale, anzi ‘A Barra, come la chiamano qui, con l’articolo, e in quella particella c’è tutta la rivendicazione di una storia e del prestigio perduti:  l’idea che non di un quartiere si tratti – completamente invisibile e fuori dai giochi – ma della prima città vesuviana, la porta del Miglio d’Oro. “Il dieci per cento delle ville vesuviane si trova a Barra, ce ne sono addirittura undici” mi dice Pompeo Centanni, lo storico che mi accompagna nel tour, l’appuntamento è a piazza De Franchis, con i lecci e il monumento ai caduti della Grande Guerra. C’è la lapide coi 160 nomi dei cittadini barresi morti nel conflitto, l’ultimo libro Pompeo l’ha presentato venerdì scorso alla biblioteca comunale, scavando con ostinazione negli archivi ha restituito un volto e una storia a ciascuno di essi, in una struggente Spoon River all’ombra del Vesuvio. Intanto, non sai se aprire o chiudere l’ombrello, è il lunedì della grande tempesta di vento, il vulcano è un gigante nero tra le nuvole, sulla città color sabbia s’illumina ogni tanto una cupola, o una scaglia di luce in mezzo al mare.

Da piazza De Franchis, in parallelo, si dipartono i due corsi, la struttura di Barra è particolarissima, ha una doppia anima, c’è il tracciato settecentesco, popolare, di Corso Sirena, con gli antichi edifici a corte; e quello novecentesco, borghese, di corso Bruno Buozzi; le due strade corrono fianco a fianco, parallele. Anche a Barra, come a San Giovanni e Ponticelli, è merito della pianificazione pubblica, dal Piano delle periferie al PRG, aver salvato questi che sono luoghi chiave della memoria, riconoscendo loro la dignità di centro storico.

Subito, su corso Buozzi, troviamo la sede della Società Operaia di Mutuo Soccorso, sulla facciata c’è un bassorilievo con due mani che si stringono, perché qui il welfare era già nato nel 1899, prima che ci pensasse lo Stato, come rete spontanea di solidarietà, con la Società che finanziava agli agricoltori l’acquisto degli attrezzi, indennizzava i giorni di malattia o infortunio, soccorreva i familiari in caso di morte improvvisa del lavoratore. “E’ espressione del movimento cattolico, dopo la Rerum Novarum” mi spiega Pompeo “con le organizzazioni della sinistra c’era un’intesa, una specie di divisione dei compiti, la Società di Mutuo Soccorso pensava all’assistenza, queste ultime alla difesa dei diritti e all’attività nelle fabbriche.” Nella sede troviamo una decina di soci, attraverso le tempeste del Novecento e le crisi di inizio millennio, la Società è ancora attiva: del resto, la disoccupazione nel quartiere è al 40%, la protezione sociale è tornata ad essere un tema caldo, anche se le chiome dei soci sono tutte d’argento, e la difficoltà è piuttosto quella di coinvolgere i trentenni e i quarantenni, con la credibilità di un nuovo progetto.

“I fili che attraversano la storia di Barra” mi dice ancora Pompeo “che è rimasta comune autonomo sino al ’25, sono gli stessi delle altre due città orientali di San Giovanni e Ponticelli: l’agricoltura e la fabbrica. Erano i luoghi della produzione materiale, gli abitanti erano coltivatori e operai, ma la parabola della crisi è stata diversa per i tre centri, e a Barra probabilmente più dura, perché qui non c’è mai stata la densità industriale di San Giovanni, mentre l’agricoltura, che era assai fiorente di produzioni frutticole, ortive e viti, è stata completamente distrutta dall’urbanizzazione degli anni ’60 e ’70, con le lottizzazioni che non hanno risparmiato proprio niente, nemmeno i giardini storici delle ville vesuviane, trasformati in agglomerati edilizi senza qualità. E’ finita l’industria, ed è finita anche l’agricoltura, un quartiere di quarantamila abitanti si è trovato senza più alcuna base produttiva”.

L’altra faccia della desertificazione urbana la raccontano gli esponenti del “Comitato di cittadinanza attiva per la Barra”, con loro ripariamo dal vento e la pioggia in un negozio su corso Sirena. “Barra è il quartiere invisibile” esordisce Rino Amato, presidente del comitato. “Schiacciato tra Ponticelli e San Giovanni, è rimasto come separato dal resto della città. Le autostrade e superstrade per collegare Napoli ci hanno chiuso da ogni parte, siamo diventati un’enclave: il trasporto pubblico non esiste più, l’unica linea di autobus che serviva le diverse parti del quartiere, che ha un territorio assai vasto, è stata abolita; non è rimasta una banca, un cinema, un teatro. Trentasettemila abitanti sopravvivono così, senza servizi, e non c’è nemmeno un motivo per venire qui: a San Giovanni ora hanno il campus di Ingegneria, a Ponticelli l’Ospedale del Mare; a Barra invece non c’è nessuna funzione di ordine superiore, prima almeno c’era la Pretura, magistrati importanti hanno iniziato qui la loro carriera, s’era creato un indotto, ora niente.”

“Poi c’è la crisi di rappresentanza” interviene Luigi Valentino, altro membro del comitato civico. “Il quartiere non ha più voce. Nella Municipalità 6, che comprende anche Ponticelli e San Giovanni, Barra, che pure ha un terzo degli abitanti, ha eletto solo 3 consiglieri su 30, in consiglio comunale il quartiere può contare su 1 consigliere su 40. Per un’area come questa, dove la partecipazione alla vita politica è sempre stata una cosa importante, è il segno della resa.”

Eppure, ci sono reti sociali che resistono. Percorriamo i basoli scuri di pioggia di corso Sirena fino alla chiesa madre di S. Anna, ci aspetta il vicario, don Fulvio Stanco, è un ragazzo di trent’anni, ha un fisico da rugbista e lo sguardo sicuro, è lunedì mattina ma l’antica navata, con gli affreschi di Solimena, è piena, ci sono molte donne del quartiere, dopo la funzione è tutto un via vai, c’è un atmosfera attiva, ognuno ha un ruolo, un compito da portare a termine. “In un territorio così particolare, stiamo sperimentando una nuova organizzazione per la parrocchia, un modello diffuso. Gli incontri li facciamo a turno nei rioni di edilizia pubblica, nelle corti del centro storico. In ognuno di questi luoghi c’è un responsabile, un gruppo che tiene le fila, per molte attività ci appoggiamo alle scuole. In questo modo cerchiamo di costruire una riflessione comunitaria, un percorso per migliorare, anche attraverso piccole cose, le condizioni di vita del quartiere. La difficoltà più grande” continua don Fulvio “è la desertificazione: di fronte al vuoto di prospettive i giovani vanno via: delle trenta coppie del corso prematrimoniale, solo due o tre rimarranno a vivere qui. Se non invertiamo questa emorragia il quartiere non ha futuro, ogni sforzo è inutile.”

In effetti, la demografia indica un declino inarrestabile: dopo la crescita nei decenni di edilizia pubblica, il quartiere perde ora regolarmente 2-300 abitanti l’anno, la popolazione che nell’80 aveva toccato i 45mila abitanti, è adesso intorno ai 36mila, siamo tornati ai livelli del 1955.

Lasciamo corso Sirena e risaliamo via Giambattista Vela, c’è un cancello serrato, e dietro un parco rigoglioso, palme e lecci che crescono da soli, è il bosco di Villa Salvetti, una delle undici ville vesuviane sei-settecentesche di Barra, è proprietà comunale, come le altre è prigioniera di una storia infinita di restauri sciatti mai completati, desolanti abbandoni, nuove distruzioni. Il risultato è che nemmeno una delle ville, coi loro parchi, è attualmente visitabile, aperta al pubblico, ed è questa la principale battaglia del comitato civico: fare di questo straordinario patrimonio l’attrattore turistico-culturale che manca. Poco oltre, troviamo sbarrato anche il cancello del grande parco di Villa Letizia, nella luce gialla dello scirocco le palme oscillano, sembra un bosco tropicale in disfacimento, l’autunno del patriarca, e fa veramente male osservare da fuori questi quattro ettari di verde recluso, in abbandono, in un quartiere che ha bisogno proprio di tutto.

L’avanzata del nulla stava a un certo punto cancellando un altro pezzo di storia, il centro Ester, che è proprio di fronte, nella stessa strada, con le palestre e i campi sportivi nel verde, un movimento sportivo capace di portare la squadra femminile di un quartiere operaio a giocare la seria A di pallavolo, la bacheca scintillante di trofei è la prima cosa che ti accoglie entrando nella bella palazzina centrale. Negli ultimi anni, una gestione malaccorta aveva condotto al dissesto finanziario e alla chiusura, e la buona notizia, che pure Repubblica ha dato, è stata la riapertura del centro lo scorso settembre, grazie all’intervento di un giovane imprenditore di Barra. Si chiama Pasquale Corvino, ha quarantadue anni, dopo essersi fatto le ossa fuori è tornato qui, ha trasformato il negozio di famiglia nella più importante piattaforma e-commerce al mondo di di abbigliamento per l’infanzia, utilizzata da 16.000 aziende in 25 diverse nazioni del mondo, fino all’Arabia Saudita e al Katar. Nella BabyDream, l’azienda che Pasquale ha fondato, lavorano 35 persone, sono ragazzi e ragazze come lui, molti sono compagni di scuola e di quartiere, che ha portato con sé nell’avventura. “Quando ho iniziato a pensare alla possibilità di fare qualcosa per il centro Ester, m’è preso un sentimento fatto per tre quarti di entusiasmo, per un quarto di paura. Tutti, a partire dalla famiglia, mi scoraggiavano, mi dicevano che non era il caso di correre rischi inutili, e io mi chiedevo il rischio dove fosse, allora ho chiesto a un’importante società di consulenza di preparare un business plan, alla fine il mio progetto ha vinto, in quaranta giorni abbiamo restaurato e rimesso in funzione tutto, ora ci lavorano 45 persone, che seguono l’attività sportiva di 1.100 ragazzi. Un’altra cosa che il centro Ester sta facendo” prosegue Pasquale “è aiutare le scuole pubbliche del quartiere a riattivare e attrezzare le palestre, vorremmo che i giovani di Barra possano studiare qui, a casa loro, in strutture di qualità. Poi stiamo cercando di dare la possibilità a ragazzini disagiati di fare sport da noi, iniziamo con un gruppo di 50 bambini della scuola media Rodino'”.

Già, la Rodinò: è la scuola di frontiera di Barra, ci lavora un manipolo di docenti di valore, sulla facciata ci sono gli striscioni delle onlus – Save the Children, Il tappeto di Iqbal -,  la platea dell’istituto comprende le aree più disagiate del quartiere, il rione delle Case Gialle, poco più in là, oltre la boscaglia e i binari, c’è il campo nomadi. Il modello con il quale il centro Ester si è salvato ricorda molto quello vincente della periferia “interna” della Sanità, con il capitale territoriale che viene riportato in vita dai ragazzi, le onlus, uomini di Chiesa e imprenditori illuminati, in attesa che politiche pubbliche decenti si rimettano in moto.

“Mi raccomando” dice Pompeo mentre ci salutiamo, con il tifone che incalza “ditelo che questa non è solo la terra delle stese, il triangolo della morte, che c’è gente che cerca di resistere, pare che i media siano in grado di raccontare solo questo.” Torna l’immagine del quartiere invisibile, ma il guaio vero è l’isolamento. Barra non è più città, ma non è mai entrata nella vita del capoluogo, per questi luoghi Napoli non è riuscita ancora, a distanza di un secolo, a costruire un destino comune, un progetto amministrativo decente, e la verità è che non esiste solo un muro tra il centro e l’area orientale, ma tanti muri, che separano le tre città dell’est, chiuse nel risentimento di una storia che non c’è più, nell’assenza di un futuro insieme, che nessuno ha pensato mai di costruire.

Un progetto green dell’Università Federico II bonifica i terreni agricoli in cui la camorra scaricava liquindi inquinanti e rifiuti. I nuovi alberi piantati assorbono o metali nocivi. L’ideatore: “Insegniamo ai giovani a interrompere la catena dell’illegalità”

Filippo Femia, La Stampa, 21 dicembre 2018

Migliaia di pioppi corrono paralleli, in file ordinate. Il sole illumina i tronchi, ancora esili. Guardando questo bosco di Giugliano (Napoli) sembra impossibile che la camorra sversasse qui liquidi inquinanti delle concerie: le analisi hanno rilevato la presenza di cromo, zinco e cadmio, un metallo pesante altamente tossico per l’uomo, anche in concentrazioni minime. La zona sfregiata per decenni dai clan, nel cuore della Terra dei fuochi, è tornata a vivere grazie a un progetto di ricerca rivoluzionario dell’Università Federico II di Napoli. Si chiama Ecoremed, è made in Campania e finanziato dalla commissione europea. E’ nato nel 2012 come risposta a un vuoto legislativo. Il decreto 152 del 2006, che norma la gestione dei rifiuti e la bonifica dei siti inquinati, escludeva i terreni agricoli, per i quali si rimandava a un successivo regolamento (arrivato a fine 2017 e mai entrato in vigore).

La mente del progetto è Massimo Fagnano, professore di Agraria della Federico II. Era alla ricerca di tecniche di risanamento eco-compatibili dei terreni inquinati, come le discariche abusive della piana campana. In pochi mesi la suq équipe di cento ricercatori medici, geologi, ingegneri, biologi e chimici – ha messo a punto una nuova bonifica con la tecnica del fitorisanamento. Vengono piantati alberi, principalmente pioppi ed eucalipti, che neutralizzano i metalli pesanti. Li assorbono, fissandoli nel legno del tronco e le radici impediscono agli agenti contaminanti di raggiungere la falda acquifera. Una tecnica, senza sostanze chimiche, che innesca anche un’economia circolare. Il legno può essere poi usato come biomassa per produrre energia.

La scelta sostenibile

In passato venivano usate due tecniche per le bonifiche. Veniva rimosso il suolo, per lo spessore interessato dalla contaminazione, e portato in discarica come rifiuto speciale. I costi? Elevatissimi. L’altra opzioni era la messa in sicurezza del luogo, con una sorta di gabbia di cemento che fermasse il passaggio degli agenti inquinanti nel terreno, per poi costruire sopra. Anche in questo caso la spesa era di diversi milioni ogni ettaro. “La soluzione di Ecoeremed fornisce un’alternativa sostenibile, low cost e green, senza distruggere il suolo. E mette a disposizione delle popolazioni nuovi ecosistemi”, spiega il professor Fagnano.

Tecnica low cost

I costi vengono abbattuti: sono dieci volte inferiori rispetto alle tecniche tradizionali, con risparmi di diversi milioni su larga scala. “Ma qui il profitto non c’entra – dice Antonio di Gennaro, agronomo coinvolto nel progetto – Il manuale di applicazione del protocollo è gratis e scaricabile dal sito. Speriamo che venga applicato anche dal altri”.

Il nuovo approccio, poi, riguarda la diagnosi. Analizzando i risultati dei diversi campionamenti, è emerso che i suoli agricoli non erano contaminati come si credeva. Su 50.000 ettari della Terra dei fuochi, infatti, ne sono stati interdetti solo 33, una percentuale prossima allo zero.

All’inizio molti guardavano con scetticismo alla squadra di Massimo Fagnano. Poi Ecoremed è diventato un esempio virtuoso nella regione. Un laboratorio verde che ha una missione anche sociale e culturale. Molte scolaresche, infatti, vanno in gita a visitare i siti bonificati, Doce c’era degrado e un ecosistema ferito, ora c’è un presidio di legalità. “Dimostriamo loro che la popolazione può riappropriarsi di territori saccheggiati dalla camorra, interrompendo la catena di illegalità su terreni agricoli dimenticati”, spiega Fagnano.

Il riscatto di una regione

Altri progetti legati a Ecoremed hanno trasformato alcune discariche abusive in parchi o campi da calcio, , spazi verdi troppo spesso cancellati dall’abusivismo edilizio. Un messaggio di speranza per le generazioni future. “Le ferite che il nostro territorio ha subito nel tempo non sono maledizioni senza rimedio – dice Di Gennaro -. Si possono curare con competenza, cultura e civiltà. Per non permettere più che queste cose si ripetano. E’ questa la lezione per i nostri ragazzi”.

Ecoremed ha coinvolto anche l’assessorato all’agricoltura della regione Campania, Arpac, e Risorsa, una piccola società di ricerca. Poi, nello scorso maggio, è arrivato un premio della commissione europea: è stati inserito tra i nove migliori progetti (su quasi 500) del biennio. Ora si sta definendo un protocollo d’intesa con il commissariato campanoalle bonifiche per estendere il modello all’intera regione.

Antonio di Gennaro – Ultime notizie dalla terra – Ediesse edizioni (29 novembre 2018)

Dal risvolto di copertina:
“Il libro è il racconto di ecosistemi e di paesaggi agrari della Campania del terzo millennio: da quelli universalmente noti, come la Penisola, i Campi Flegrei e il Vesuvio, a quelli meno conosciuti, come il Cilento interno e il Fortore. Un racconto di luoghi, ma soprattutto di persone: gli agricoltori che in questi paesaggi vivono e operano ogni giorno. Si tratta di cittadini assai particolari, invisibili ai più: nel sostanziale disinteresse della politica e dell’opinione pubblica, le loro imprese continuano a produrre qualità e innovazione, insieme al servizio pubblico forse più importante, cioè la cura e il presidio del paesaggio, la manutenzione dei suoli del paese, in quel novanta per cento del territorio campano e italiano che non è fatto di città, ma di coltivazioni, pascoli e boschi.
Le esperienze narrate nel libro evidenziano come gli interrogativi e i problemi posti dalla Terra dei fuochi riguardino l’intero paese nel suo rapporto con l’agricoltura e lo spazio rurale. Continua infatti a mancare un progetto collettivo del territorio che regoli e risolva i rapporti tra un sistema urbano sempre più fuori controllo e il mosaico fragile degli ancora straordinari e bellissimi paesaggi rurali d’Italia.”

Il libro nelle librerie Feltrinelli, su Amazon, su IBS.it

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 24 novembre 2018

Ci sono molte buone ragioni per leggere l’ultimo libro che Francesco Erbani ha dedicato a Venezia (Non è triste Venezia. Pietre, acqua, persone. Reportage narrativo da una città che deve ricominciare, Manni Editori, 230 pp.), alcune delle quali ci riguardano piuttosto da vicino. Intanto, il libro di Erbani è il racconto di cosa succede quando una città –  e quale città – smette di essere tale, il luogo della vita vissuta, dei mille lavori, mestieri, relazioni, per diventare qualcos’altro, un luogo il cui significato prescinde ormai dal destino dei suoi abitanti.

Oggi infatti nei millesettecento ettari di città lagunare vivono poco più di cinquantamila residenti, erano centosettantamila nel 1951, il crollo è stato del 70%, così Venezia s’è drammaticamente spopolata, come un borgo appenninico, con le morti che ora superano le nascite nel rapporto di 3 a 1, e il ricambio che non c’è, perché le case che si liberano finiscono inesorabilmente nel giro più lucroso dei fitti turistici a breve termine, gestito da piattaforme globali tipo Airbnb. Resta una città di superstiti, sempre più anziani, in quartieri dove la diversità dei commerci, dei mestieri e dei servizi si spegne, cede il posto alla monocoltura dei souvenir e del cibo veloce per i turisti.

Eppure, osserva Erbani, la trasformazione di Venezia da città storica a parco a tema per il turismo globale, un processo che nessuna politica pubblica si è preoccupata di governare, né tantomeno mitigare,  riguarda quella che, secondo Le Corbusier, era la città ideale, l’ecosistema urbano più sostenibile, proprio perché conscio dei suoi limiti, dei delicati equilibri di terra e acqua che sono alla base della sua esistenza; una città dove il pedone è padrone assoluto degli spazi – i campi, i ponti, le calli;  che dispone addirittura, nei canali, di una rete specializzata per i trasporti, con l’energia del remo che, fino non molti decenni fa, come ricorda Eddy Salzano, il grande urbanista al quale è dedicato l’ultimo capitolo del libro, scandiva ancora con efficienza tempi e ritmi delle attività umane.

Ad ogni modo la grande mutazione è un fenomeno complesso, a più dimensioni; i pezzi di conoscenza necessari a comprendere sono ancora frammentari, sfuggenti, ed è per questo che il libro è soprattutto una grande inchiesta, un’indagine sul campo, con Erbani – la figura imponente chiusa nel paltò – che come Maigret percorre ostinatamente la città, incontra e interroga luoghi,  testimoni e protagonisti: chi l’ecosistema Venezia l’ha studiato e chi l’ha amministrato; chi ancora ci vive e ci lavora; chi asseconda il vento, e chi invece resiste, nell’idea che le ragioni del vivere e dell’abitare possano ancora guidare le scelte d’uso e la destinazione degli spazi, al di là dei diktat sbrigativi dell’industria turistica e dei grandi investitori ed eventi internazionali.

In tutto questo, il fascino del libro sta anche nel fatto che l’autore, mentre costruisce il dossier più esauriente sullo stato e i possibili destini della città lagunare, ricco di dati, fatti e preziose ricostruzioni, ci regala anche il racconto intenso del suo viaggio, un diario di momenti, immagini, situazioni che alla fine sono parte viva ed essenziale di questo percorso personale di conoscenza.

Sui temi del libro, è intanto nata sulle pagine nazionali di Repubblica una discussione accesa, con gli interventi dell’urbanista Pier Luigi Cervellati e dell’economista della cultura Alessandro Leon a sostenere le ragioni di una strategia pubblica in grado di imporsi alla monocultura turistica; e dell’ex sindaco Cacciari che invita invece a non demonizzare questi processi, visti come un’evoluzione ineluttabile, forse necessaria.

E’ un dibattito cruciale, che non risparmia la nostra città, che negli ultimi anni sta vivendo, per ora in limitate parti del suo centro storico, che complessivamente è esteso proprio quanto Venezia, dinamiche assolutamente spontanee assai simili a quelle raccontate nel libro di Erbani, seppur allo stato embrionale, e la domanda è quanto la vitalità e gli equilibri di queste aree siano in prospettiva minacciati dallo svuotamento progressivo di abitanti, la loro sostituzione con city users di diverso tipo, l’omologazione turistica dei commerci e dei servizi.

Insomma, il libro di Erbani riguarda anche Napoli, oltre che l’Italia, perché quella di Venezia e dei centri storici è questione nazionale, decisiva per il destino del Bel Paese, e il viaggio che  Francesco sta  compiendo per noi –  nel quale questa di Venezia è solo l’ultima tappa dopo Roma, l’Aquila, Pompei, i reportage de l’Italia maltrattata – sta producendo la riflessione più seria e avvertita della quale disponiamo.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 15 ottobre 2018

Di quante città diverse è fatta Napoli, la domanda alla fine rimane quella, ci penso ora che la collina finisce, e dal viadotto della 162 appaiono le torri bianche e azzurre di Ponticelli, che svettano sulla piana, nella foschia luminosa di una mattina d’ottobre. Il quartiere è proprio grande, Ponticelli è uno dei cinque quartieri di Napoli con più di cinquantamila abitanti: se per ipotesi tornasse comune autonomo, com’era un secolo fa, sarebbe tra le prime quindici città della Campania, non il margine estremo di un capoluogo straniato, che di queste terre e di questa gente sembra non sapere cosa farsene.

Ho chiesto a Luigi Verolino, il massimo storico di Ponticelli, di accompagnarmi, lo incontro nella piccola sede fasciata di libri dell’associazione culturale del quartiere, una fucina di indagini e ricerche, più di cinquanta pubblicazioni prodotte nell’ultimo ventennio, e il giro inizia qui, dal centro storico, che è un piccolo gioiello, monumento di una civiltà rurale millenaria, restaurato con il programma straordinario dopo il terremoto dell’80.

In via Cozzolino, la piccola arteria che attraversa il centro, il traffico pedonale è intenso, quattro nonni giocano a carte fuori il bar, il commercio delle piccole botteghe è vivo, dietro gli archi dei portoni si aprono le corti, con le cantine, le stalle, un dedalo inaspettato di logge, scale e finestrelle; questi cortili interni erano il fulcro operativo dell’attività agricola fiorentissima che si sviluppava sui novecento ettari della piana, dove ogni metro era diligentemente coltivato a cereali, ortaggi, canapa, foraggi.

Proseguiamo fino a piazza Vincenzo Aprea – l’ultimo grande sindaco di Ponticelli prima dell’accorpamento con Napoli nel 1925 – dov’è la bella basilica di Santa Maria della Neve, l’impianto è del ‘500 su un precedente nucleo angioino, il complesso è tenuto impeccabilmente, con un corredo notevole di opere d’arte e arredi; sul lato opposto della piazza, anch’essa in perfetto stato, la facciata umbertina della grande scuola elementare del 1913.

“Quella di Ponticelli è una storia municipale importante” mi dice Luigi “sempre nel segno dell’autonomia. Il nucleo più antico dell’insediamento è una necropoli sannita, l’origine è quindi diversa da quella greca del capoluogo, e il piccolo centro non era tanto legato a Napoli, quanto alle altre città sannite della piana, Capua, Atella, Nola.” Da allora, prosegue Verolino, lo spirito d’indipendenza è rimasto una costante. Tra la metà del ‘500 e quella del ‘600, ad esempio, quando la Corona, per risanare i bilanci, a più riprese vendette i casali alla nobiltà, per tre volte l’assemblea dell’Università di Ponticelli – l’organo rappresentativo del casale – decise di riscattarsi, versando in proprio il prezzo stabilito, pur di non cadere sotto il controllo dei feudatari.

“Anche per questo motivo” mi spiega Luigi “a Ponticelli non troviamo ville vesuviane, come nel resto del Miglio d’Oro. Insomma, la libertà qui è un’idea fissa, Ponticelli è stato il primo quartiere europeo a insorgere contro il nazifascismo, la mattina del 23 settembre 1943, ci fu uno scontro, i partigiani uccisero due militari tedeschi, innescando una rappresaglia feroce in via Ottaviano, con trenta civili trucidati.”

Il casale è cresciuto nei secoli, sostenuto dall’economia agricola delle masserie, degli orti e dei mulini: alla fine del ’700 gli abitanti sono quattromila, diventano diecimila ai primi del ‘900, e ventunomila nel 1950, ma intanto la fisionomia è cambiata, la nuova popolazione è operaia, Ponticelli offre residenza ai lavoratori delle fabbriche di San Giovanni, Barra, Poggioreale, Bagnoli. Agricoltura e industria convivono qui in una particolare cultura del lavoro, che spiega poi l’impegno sindacale e politico, il radicamento storico nel quartiere dei partiti e delle associazioni della sinistra operaia.

E’ dalla metà degli anni ’50 che la storia mette l’acceleratore e l’equilibrio si rompe, da allora la popolazione di Ponticelli è quasi triplicata, oggi gli abitanti sono 55mila, ma l’impennata demografica è completamente sganciata dalle vicende dell’economia e del lavoro, è piuttosto il risultato della edificazione, sui suoli fertili della piana, di tutto un arcipelago di rioni di edilizia pubblica residenziale – De Gasperi, Incis, Conocal, Parco Merola, Lotto Zero – lungo tutto il quarantennio che va dalla ricostruzione post-bellica a quella post-terremoto.

“Quella di Ponticelli è una vicenda territoriale complicata, ma è necessario distinguere” mi dice Giovanni Squame, che nel quartiere è nato, ha svolto attività sociale e politica, era lui a presidere nei primi anni 2000 il consiglio comunale che ha approvato il nuovo piano regolatore di Napoli. “La ricostruzione dopo il terremoto dell’80 non è stata un cumulo di errori, ha salvato il centro storico, dato al quartiere i parchi pubblici e le attrezzature sportive, le scuole e le strade, insomma ciò che mancava per diventare veramente città. Certo poi, l’edilizia popolare è una pagina scura: il potere pubblico ha costruito le case, dimostrandosi poi totalmente incapace di gestire il patrimonio, dall’assegnazione degli alloggi, alla carenza drammatica di cura e manutenzione.”

Ad accrescere i problemi, c’è il fatto che a un certo punto il grande progetto urbano si è improvvisamente interrotto, come un ponte proteso sul vuoto. Percorriamo con Verolino i viali intorno al grande parco De Filippo – via Malibran, Virginia Wolf, Cupa Lettieri, via Matteotti – ed è un viaggio nella terra di nessuno: oltre cento ettari di orti fertili, espropriati quarant’anni fa per realizzare i servizi di quartiere, giacciono in abbandono, una landa desolata di sterpaglie grande quanto il bosco di Capodimonte, e ti rendi conto che il disagio non riguarda solo le isole recintate dei rioni, ma il vuoto che è rimasto intorno, la mancanza di un tessuto connettivo che dia senso al tutto, che restituisca al quartiere un paesaggio decente di vita.

Poi a volte basta poco, ed è anche vero che esistono differenze, come al rione Incis, dove le cose funzionano un po’ meglio, hanno aperto piccoli locali, la sera è diventato luogo di ritrovo dei ragazzi, e capisci allora che i giudizi sbrigativi servono a poco, nel disagio generale ogni luogo ha la sua storia, potenzialità e problemi, che bisognerebbe con umiltà studiare, comprendere, affrontare.

Risaliamo a nord, lungo via Galeone, tra la Circumvesuviana e il viadotto della 162 c’è un’isola di agricoltura che si è salvata – erano novecento ettari a Ponticelli, ne sono rimasti scarsi un centinaio. E’ un mosaico fitto di campi recintati, casette, serre, capannoni, ma nel disordine resta comunque un decoro, a terra non trovi una carta. Sono colture intensive di fiori, rose, ortaggi, il suolo è così produttivo che un solo moggio – poco più di tremila metri quadri – basta a un agricoltore per sostenere la famiglia, laureare i figli, maritare le ragazze. E’ un’agricoltura fatta di aziende microscopiche che l’Unione europea proprio non capisce, né siamo stati in grado di spiegargliela, difenderla, finanziarla; era la nostra forza e l’abbiamo distrutta, proprio ora che tutto il mondo riscopre le virtù sociali ed ecologiche dell’agricoltura urbana.

Nel mentre ci viene incontro un floricoltore, ha lavorato una vita, ma ci dice che le serre non le aggiusterà più, i figli lavorano fuori, è una tradizione secolare che si spegne. Mentre parliamo avverti un mormorio, c’è un piccolo canale di bonifica, l’acqua chiara ci passa accanto, lambisce un rustico in rovina, l’antico Mulino di Casoria, uno dei tanti dei quali è disseminata la piana umida del Sebeto; lungo la sponda, macchie verdi di pioppi, nespoli, fichi, sembra lo scorcio di un paesaggio fiammingo.

Riprendiamo la superstrada urbana di via Argine, con gli stabilimenti dell’Ansaldo, la Whirlpool e Auchan rimane l’asse industriale e commerciale più forte, è completamente spoglia d’alberi e di verde, anche qui basterebbe poco per ingentilirla, il progetto c’era per farne un boulevard per le persone, oltre che per le auto, chissà dov’è finito.

Riaccompagno Luigi alla sede dell’associazione e penso che questa piccola stanza tappezzata di libri è un segmento della straordinaria rete sociale e culturale che, nella completa assenza di politiche pubbliche, tiene in piedi il quartiere. Una trama che comprende le scuole, la chiesa, il terzo settore, il volontariato. Dalle materne agli istituti superiori, la filiera della scuola pubblica a Ponticelli ha punti di eccellenza a scala cittadina: nonostante il contesto difficile il patto formativo con i ragazzi e le famiglie tiene ancora. Anche le parrocchie svolgono da sempre un lavoro straordinario, nel quartiere l’associazionismo e il cattolicesimo di base hanno sempre avuto radici assai profonde; così come resiste l’impegno laico, la Casa del popolo in corso Ponticelli resta comunque aperta, un luogo importante di discussione ed elaborazione, al di là della crisi dei partiti.

“Qui a Ponticelli la capacità di cooperazione e lo spirito di sopravvivenza sono più forti che in altri quartieri della zona orientale, sarà una questione di radici” mi dice Anna Ascione del Centro diurno Lilliput dell’Unità operativa Dipendenze dell’Asl 1: al suo progetto di orti sociali, con il quale è riuscita a strappare al degrado parte del grande parco pubblico De Filippo, hanno aderito scuole, parrocchie, una trentina di associazioni, e 130 famiglie. La sede del Centro Lilliput per la cura delle dipendenze da sostanze e dal gioco è all’interno del Lotto 0, di fronte alla cattedrale sfarzosa dell’Ospedale del mare. “Quando dico dove siamo, la gente si spaventa anche solo di entrare. Superata la paura e il pregiudizio, trovano invece un ambiente accogliente, colorato, con operatori preparati, ci sono anche i ragazzi delle superiori che ci aiutano con l’alternanza scuola lavoro. Io credo che Ponticelli e l’area orientale continuino a dare a Napoli più di quanto ricevano, il futuro della città comunque passa di qui.”

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 26 settembre 2018

Lo svincolo dell’autostrada atterra nel quartiere tra pinnacoli di containers rossi e blu, l’appuntamento con Valerio è sul corso brulicante di gente e d’automobili, vuole parlarmi della ricerca che sta facendo per la tesi di laurea, l’ha intitolata “La palude”, è la storia di una generazione, la sua, quella degli uomini e le donne che hanno 20 e 30 anni oggi, nel vuoto di futuro di San Giovanni a Teduccio.

Per capirci qualcosa bisogna partire dai luoghi, ci fa da guida Enzo Morreale, è la memoria storica del quartiere, una vita di lavoro come fotoincisore, poi il lungo impegno come sindacalista, politico, attivista sociale. Neanche il tempo per le presentazioni, Enzo è un fiume in piena, mi dice che le palazzine davanti le quali ho parcheggiato sono quelle dello Sperone Vecchio, un’isola di edilizia storica perfettamente conservata, già presente nella mappa del Duca di Noja di fine ‘700. Allora la città e le fabbriche non c’erano, a San Giovanni semplicemente c’era l’incontro di due straordinari paesaggi di Campania felix: quello dei mulini e degli orti della pianura intrisa d’acqua, e quello degli arboreti da frutto asciutti, delle pendici basse del Vesuvio.

Certo Napoli già allora tendeva a respingere qui, oltre il Ponte dei Granili, tutte le attività insalubri, le concerie, i macelli, ma il destino di San Giovanni non era quello di una ruralità degradata e delle osterie di passo, ma la modernità delle fabbriche e dell’energia: l’Officina ferroviaria di Pietrarsa viene fondata nel 1840, la Corradini nel 1882, nel 1900 arriva la Cirio, mentre inizia nel 1930 a Vigliena la costruzione, ad opera della Società Meridionale di Elettricità (S.M.E.), della prima centrale elettrica “Capuano”. Insomma, quando nel 1925 San Giovanni perde lo status di comune autonomo ed è annessa a Napoli, è una cittadina industriale, uno dei cuori pulsanti dell’economia del Mezzogiorno e del Paese.

Proprio dietro lo Sperone Vecchio, in via Signorini, Enzo ci mostra la prima sede della Cirio, è la parte dello stabilimento ancora non recuperata, il resto ospita ora il dipartimento di ingegneria, una delle poche operazioni di rigenerazione felicemente portate a termine. Il campus è molto bello, le lezioni non sono ancora riprese, i giardini sono deserti, tra le aiuole c’è un grande crocifisso ligneo, è quello che accoglieva i 6.000 operai dello stabilimento Cirio. Il vecchio caporeparto Durante lo aveva messo in salvo in un deposito di Vigliena, con Enzo erano stati avversari, ma lui gli telefonò, ed insieme organizzarono la riconsegna all’università con una processione popolare, fu un momento toccante: per tutti, credenti e non credenti, quel crocifisso era il simbolo di un’epoca di dignità e di lavoro.

Prendiamo via Ottaviano, c’è un edificio imponente in mattoni di tufo, sembra quasi una dimora patrizia, e invece anche questa era fabbrica. Da una bottega di fronte esce un signore imbiancato, si chiama Vincenzo, s’intrattiene con noi per raccontarci la storia. Nell’800 qui c’era il Mulino Elena, la targa d’ottone dice 1828, poi a inizio ‘900 arriva la Cirio, e dopo ancora la Comanducci, un’azienda che lavorava la banda stagnata per produrre barattoli per i pelati. Quindi l’abbandono, ora il fabbricato è perso nel tempo, porta ancora gli infissi in legno originali, sembra di stare in un libro di Dickens, infatti tempo fa è stato usato per una fiction.

Valerio ne approfitta per segnalarmi alcuni aspetti della struttura urbana di San Giovanni: innanzitutto, rispetto alla monocultura siderurgica di Bagnoli, la gamma sterminata di attività industriali che c’è stata qui, con la meccanica, i mulini, l’agroalimentare, la cantieristica, l’energia, la chimica, i petroli, le vetrerie, le arti grafiche… E ancora, la mancata separazione tra fabbrica e abitazione, a San Giovanni non c’è una zona industriale distinta dai rioni operai, le fabbriche sono in mezzo alle case, fanno parte dell’abitato.

Il terzo aspetto lo aggiungo io, è quello della memoria, dell’attaccamento ai luoghi: i cittadini di San Giovanni che sto incontrando custodiscono gelosamente vicende e storie lontane di ogni sito, stabilimento, procedimento produttivo. E ci sono giovani come Valerio che queste storie sentono il bisogno di ascoltare, per scoprire chi sono, o forse per provare a elaborare per questi luoghi una prospettiva autonoma, che vada oltre il rimpianto per il secolo d’oro dell’industria.

Ora scendiamo al mare di Vigliena. L’antico forte di pietra corrosa è un luogo sacro, l’ultima roccaforte della Repubblica Partenopea del 1799, giace tristemente sepolto da reticolati ed erbacce, come un rudere da smantellare. Il mare lo lambiva un tempo, prima di essere ricacciato indietro dalle colmate, ora davanti c’è la centrale elettrica dismessa, costruita col piano Marshall negli anni ’50, e lo stabilimento Cirio progettato nel 1928 da Aldo Trevisan, sembra un maniero post-moderno, produceva 600.000 barattoli al giorno, quando nella piana c’erano 10.000 ettari coltivati a pomodoro San Marzano, ora la campagna è diventata periferia, gli ettari sono meno di 150, di quel modello di agroindustria, che pure ha fatto epoca, non è rimasto niente.

Arriviamo alla nuova centrale turbogas, costruita negli anni 2000 dalla Tirreno Power. Lungo i muri scrostati della stradina che la fiancheggia verso il mare, i cartelli segnalano pericolo mortale: come Cariddi l’impianto risucchia l’acqua del mare per il raffreddamento, poi la risputa, il rischio dei vortici è segnalato da un sibilo minaccioso che riempie l’aria, ma dopo un po’ ti abitui, come s’è abituata la piccola comunità che continua a frequentare in semi-clandestinità la piccola baia.

C’è un pescatore che ripara la lancia in secca; un altro va a caccia di granchi sugli scogli di lava nera, si avvicina con un secchio di plastica azzurra, Morreale ne tira fuori un granchio fellone, tenendolo per il carapace, la bestiola è aggressiva, taglia minacciosa l’aria con le chele, è il segno che l’ecosistema marino non è del tutto scassato, e si va a suo modo riprendendo. Poi incontriamo Pitbull, un marinaio dal fisico perfettamente corrispondente al nomignolo, s’è inventato una piccola attività, per un modesto compenso traghetta i pescatori con la canna fino alla diga foranea.

Ad ogni modo, in questa piccola baia doveva sorgere Porto Fiorito, un complesso turistico da 800 posti barca, a distanza di un decennio il progetto è naufragato sugli scogli della bonifica, che anche qui come a Bagnoli, nella completa opacità di procedure e obiettivi, ha finito per fagocitare tempi, soldi e speranze di riconversione.

Nel retrospiaggia il gioiello della Corradini, la fabbrica di fine ‘800 per la lavorazione del rame. Acquisito dal Comune di Napoli, il complesso doveva essere recuperato per attività culturali e l’accoglienza giovanile, ci sono la delibera e gli stanziamenti, ma anche in questo caso tutto si è inspiegabilmente bloccato.

Nel vuoto d’iniziativa del Comune, è ora l’Autorità portuale a farsi avanti, con la previsione di occupare la baia di Vigliena e l’area Corradini con la darsena e il nodo ferroviario per i container, sottraendo così a San Giovanni il prezioso tratto di litorale. “E’ la solita storia” mi dice sconsolato Valerio “San Giovanni continua a rappresentare per Napoli non un quartiere ma un’area di risulta, dove scaricare le attività sgradite: petroli, impianti energetici, depuratori, container, ed anche le autostrade per entrare in città, con gli svincoli che passano sulle nostre teste e le case, nell’idea che la città inizi veramente solo a Piazza Garibaldi”.

In attesa di sviluppi, una vegetazione rigogliosamente selvaggia sta ricoprendo i capannoni in rovina della Corradini, sullo sfondo del Somma-Vesuvio, e la scena è quella di una Pompei industriale, dove il vento della storia ha spazzato via lavoro e attività produttive, lasciando in piedi, con destini tragicamente separati, i muri delle fabbriche e le vite degli uomini.

Al culmine del ciclo industriale di San Giovanni, le industrie davano da vivere a più di 100.000 persone, oggi la disoccupazione supera il 40%. “Eravamo un quartiere di produttori, ora non ci resta che consumare, le famiglie si indebitano, le sale gioco proliferano, l’acqua marcia dell’illegalità tende ad occupare interstizi e spazi liberi” mi dice Valerio, che vuole misurare questi processi, comprendere come la deindustrializzazione ha cambiato la vita delle persone, dalla crisi degli anni ’70, all’agonia degli anni ’80; fino alla prospettiva, con l’urbanistica riformatrice degli anni ’90, di un nuovo destino post-industriale, basato su rigenerazione, sostenibilità, vivibilità. “In molte delle proposte del nuovo piano regolatore noi avevamo creduto, quella che è assolutamente mancata è la capacità amministrativa, una classe dirigente, assieme e una strategia credibile per attuarle” conclude Enzo Morreale.

Alla fine comunque, la lunga crisi ha finito per intaccare fedi e appartenenze storicamente consolidate: alle politiche del ’76 a San Giovanni a Teduccio il PCI da solo conquistò il 63% delle preferenze, con più di 13.000 voti; dopo un quarantennio, alle elezioni del marzo 2018, è stato il Movimento 5 stelle a toccare una percentuale simile (61%), con la differenza che questa volta sono bastati 5.500 voti, perché metà degli elettori ha preferito starsene a casa, e la materia di riflessione, per chi ne avesse voglia, evidentemente non manca.

Il tour lungo la costa prosegue verso sud: stretta tra la colmata del depuratore, i binari e lo splendido museo delle locomotive, la baia di Pietrarsa è stata recuperata, ci sono ombrelloni e ragazze che prendono il sole dolce di settembre, e ha ragione Luca Rossomando che ha scritto di questi luoghi, l’atmosfera è quella sobria di una spiaggia italiana negli anni ’50.

Così come è in buono stato l’ecosistema verde del Parco Troisi – secondo Enzo Morreale, il miglior risultato della Ricostruzione dopo il terremoto dell’80 – tre fratellini di colore giocano sul prato, ci sorridono, solo il grande lago è in secca, s’è bloccato da tempo il sistema di pompe che emungono l’acqua dalla falda e la tengono in circolo, nessuno provvede ed è un peccato, il lago era diventato un simbolo del quartiere, ci viveva anche il raro rospo smeraldino, ma lasciato così, per dirla con Valerio, è solo un’altra immagine della palude.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 16 luglio 2018

Visto da qui il tratturo è una striscia verde d’erba che si srotola tra i campi, sembrerebbe il segno più tenue nel paesaggio, e invece è il più tenace, c’era già duemilacinquecento anni fa, prima che iniziasse la costruzione dell’Appia antica. Davanti compare Zungoli, nel vento della sua collina, tutt’intorno si stende il mare di argille ondulate, dall’Alta Irpinia all’Ufita al Fortore, le terre estreme della Campania, quelle più povere d’uomini. In queste aree la densità demografica tocca i minimi – 53 persone per chilometro quadrato, la media regionale è 426, nella fascia costiera sono più di 2.600 – che è come se gli abitanti di Chiaia–Posillipo si distribuissero, da soli, in un’area grande una volta e mezzo la provincia di Napoli. La demografia è un bollettino di guerra, nell’ultimo cinquantennio l’Alta Irpinia ha perso il 43% degli abitanti, l’Ufita addirittura il 46, il Fortore il 34; alla fine, 66.000 persone sono andate via, ed è una tendenza inarrestabile, che non conosce pause.

Proprio accanto al regio tratturo, a Zungoli, è la sede della cooperativa La Molara, l’ha fondata Genesio De Feo nel 1971, lo incontro col figlio Enzo nel piccolo ufficio ordinato dove c’è l’amministrazione. Dall’inizio Genesio ha creduto che in queste terre belle e difficili l’unica strategia è tessere reti solidali d’uomini. Così ha riunito i piccoli allevatori – 20 vacche e dieci ettari di terra ciascuno – e ha riscoperto e valorizzato il caciocavallo di podolica, che è tra i formaggi più buoni al mondo. In tutto questo tempo, pure in un mercato del latte spietato con i piccoli, il prezzo ai soci è stato garantito, e ogni litro è stato pagato. La cooperativa affina e stagiona i caciocavalli nelle grotte di tufo, e c’è pure un caseificio, che lavora solo il latte delle podoliche al pascolo, 15-20 quintali di latte al giorno, non di più, perché il ritmo di questo ecosistema antico non lo devi stravolgere né superare.

Ma il vento continua a soffiare, ora parla Enzo: “Avevamo quattrocento soci, ora sono 250, ce la mettiamo tutta ma comunque ci sono stalle che chiudono. La normativa di produzione è uguale per tutti, i grandi allevamenti di pianura e quelli piccoli di montagna, come noi, che lavoriamo in condizioni estreme. Quando la cooperativa partecipa a un bando di finanziamento deve concorrere con gruppi agro-industriali che hanno altra forza, fatturato, capacità tecnica e finanziaria. Non capiscono che vivere e produrre qui è una prova continua di resistenza. Dovrebbero proteggerci. Puntare sulle aziende agricole anche per la manutenzione del territorio, che non c’è più: la multifunzionalità è anche questo, un lavoro di presidio, estate e inverno, nell’interesse dell’intera collettività, per tenere queste terre vive”.

Chiedo a Enzo come mai, nonostante lo spopolamento drammatico, l’abbandono agricolo sia ancora limitato: il paesaggio davanti a noi è un salotto, un mosaico continuo di prati, grano e olivo, e ogni metro è coltivato, non c’è insomma come in Cilento il bosco nuovo che avanza, nel medioevo ancora poco compreso della post-modernità. “C’è un legame profondo con la terra, l’impegno preso con i padri che l’hanno trasmessa, al di là delle convenienze e dell’economia. Ogni altra scelta suonerebbe come diserzione, tradimento”.

Da Zungoli risaliamo a nord, verso il Fortore. A Buonalbergo la piazza è aggraziata col tiglio verde e la pavimentazione di pietra calcarea, bianca e pulita, il bar, la piccola chiesa è spalancata; la ragazza che mi indica la strada, poi la signora con la spesa che incrocio sulle scale, salutano per prime, con garbo. In piazza trovo Giuseppe Leone, che qui è nato, ha insegnato a Napoli all’Accademia di Belle Arti, ora è tornato, e a Buonalbergo, nel palazzo Angelini affacciato sulla vallata, con lavoro titanico ha allestito, senza un euro di finanziamento, il Palazzetto delle Arti, con il Madre il più bel museo d’arte contemporanea della Campania, visitatelo per credere.

Percorriamo le stanze sobrie ed eleganti, le prime opere d’arte sono le finestre, con scorci mozzafiato sul paesaggio immenso che spazia fino ai Lattari, ma tutti i pezzi esposti sono di grande bellezza, parlano al cuore e al cervello, è un luogo di scoperta e ricerca, dove ti senti vivo. C’è una serie di opere dal titolo “Guardando ad Occidente”, sono di giovani artisti asiatici che si confrontano e dialogano coi capisaldi della nostra cultura, reinterpretando ad esempio Modigliani, come Van Gogh aveva fatto con le stampe giapponesi.  “Il Fortore ha bisogno della cultura per affermarsi, qui l’arte può aiutare a creare lavoro e sviluppo”. Ora Giuseppe sta organizzando un albergo diffuso per ospitare artisti dall’Italia e dall’estero, vuole fare del palazzetto un laboratorio permanente di scambi internazionali, c’è già una convenzione con l’Accademia di Belle Arti.

Su un grande muro bianco del centro storico, su un terrapieno panoramico che lo vedi da tutta la valle, Leone ha chiesto al suo allievo ora celebre, Jorit, l’artista dei murales di Maradona San Gennaro e Hamsik a Napoli, di realizzare qui una sua opera con i volti enormi di Alberada di Buonalbergo, la moglie ripudiata di Roberto il Guiscardo, e di suo figlio Boemondo, cavaliere alla prima crociata. I modelli sono ragazzi del paese, Jorit ha lavorato qui quindici giorni, col viso avvolto nel fazzoletto, il risultato è bellissimo, di grande suggestione: “Jorit è l’artista delle periferie del mondo, abbiamo pensato che il Fortore è periferia della periferia, luogo di scarto rispetto alle aree forti del paese. Invece è da posti come questo che può venire il riscatto”.

Nel frattempo mi ha raggiunto Nicola De Leonardis, è il direttore della cooperativa di allevatori di marchigiana di San Giorgio La Molara, un’altra delle straordinarie infrastrutture economiche e sociali, nate da sole, dal basso, che cercano di tenere vivo il Fortore. Del grande lavoro della cooperativa abbiamo già parlato in un articolo precedente: gli agricoltori di San Giorgio hanno riconvertito gli utili del tabacco per avviare una filiera zootecnica di alta qualità, con aziende sane, che hanno terra per produrre i loro foraggi, la bistecca ha lo stesso marchio di qualità della chianina, e sai davvero cosa mangi.

“La cosa che abbiamo dimenticato” mi dice Nicola “è che vivere in montagna costa di più, fare arrivare in ciascuno di questi borghi i prodotti di consumo e i combustibili, per queste strade maledette che salgono e scendono, una curva dietro l’altra, il fondo infido, deformato dai movimenti continui del versante, che nessuno più aggiusta, il riscaldamento delle case, l’ADSL che non funziona, insomma qui la vita costa un terzo in più. Prima c’erano le leggi sulla montagna, un regime permanente di agevolazioni per compensare questi svantaggi strutturali. Ora niente. Certo, posso prendere la Fortorina e andare per la spesa nei supermarket di Benevento, così poi i negozi e i servizi di paese chiudono uno a uno, e i borghi si spengono.”

Con Nicola arriviamo a San Marco dei Cavoti, ci aspetta il sindaco, Gianni Rossi, è medico, ha fatto ambulatorio tutta la mattina, andiamo insieme a mangiare qualcosa. Gli dico che San Marco in fondo è uno dei comuni che resiste meglio, il calo demografico à “solo” del 24%, lui scuote la testa: “Nel 2017 i numeri sono questi: 65 decessi, 16 nascite, una trentina di giovani cambieranno residenza perché hanno trovato lavoro fuori.” Gli chiedo cosa può fare un sindaco come lui per contrastare il declino. “Che vuole che le dica. Nel 2012, per salvare i conti pubblici, il trasferimento dallo Stato centrale si è dimezzato, da un milione e due a seicentomila euro, e quelli sono rimasti. Posso a stento fare le cose essenziali, ma i soldi per la manutenzione delle strade, ad esempio, non ci sono proprio più. Bisogna integrare, e ci sarebbe l’eolico, qui il vento non manca, ma il comune la convenzione l’ha fatta più di vent’anni fa, non c’era consapevolezza, al territorio restano le briciole, una settantina di migliaia di euro l’anno, i comuni che sono arrivati dopo prendono dieci volte di più. Almeno potessi installare una pala nell’area industriale e poter dire alle aziende che l’energia gliela pago io, ma non si può fare”. Già, l’area PIP, una sventagliata di milioni per realizzare aree industriali in ogni comune, naturalmente sono mezze vuote, quando ce ne voleva magari una sola, intercomunale, ben agganciata alla Fortorina.

“Certo c’è il distretto dolciario, è un’eccellenza di San Marco, fino a quindici anni fa c’era anche il tessile, una quindicina di aziende che lavorava per le grandi case del lusso, ora è tutto delocalizzato fuori d’Italia”. Il suo cruccio ora sono le scuole, a San Marco ci sono due istituti superiori di buona tradizione, il classico e ragioneria, prima ogni anno si formavano due nuove classi di una trentina di ragazzi da tutti i paesi vicini, ora le iscrizioni si sono quasi dimezzate, e anche il bonus per i trasporti della Regione paradossalmente non ha aiutato perché, mi spiega il sindaco “è più facile beneficiarne impiegando le linee maggiori che portano a Benevento, le famiglie così risparmiano anche mille euro l’anno a ragazzo, l’abbiamo fatto presente, contiamo che a questa distorsione si trovi rimedio.”

La discussione continua sul corso bello di San Marco, le facciate colorate, i portali e le cornici in pietra, tutto curato, tutto pulito, fino al negozio storico di Borrillo, qui il tempo si è proprio fermato, insegna vetrine arredi sono quelli originali fin de siècle del 1891, come li realizzò il Cavalier Innocenzo, classe 1871. “Da ragazzo il nonno aveva lavorato a Napoli da Caflish in Via Toledo. Era innamorato della città, una volta impegnò l’orologio per una prima del San Carlo. Si fece le ossa, poi  tornò a San Marco per aprire il primo laboratorio artigianale, e s’inventò i piccoli torroni baci ricoperti di cioccolato.” Col nipote Innocenzo sediamo ai tavolinetti, nel frattempo arriva una cassatina profumata, la glassa di mandorle siciliane, ma la ricotta finissima è quella del Fortore. Gli chiedo cosa significa per loro, che ora vendono in tutto il mondo, rimanere qui tra le colline, lui sorride come a dire: è la nostra identità, non potremmo lavorare altrove; però poi gira le fiere internazionali per tenere il passo con l’innovazione, i ragazzi fanno l’università a Napoli, il torroncino sta costruendo il suo futuro e l’intuizione di nonno Innocenzo comunque è germogliata, ora sono nove le aziende dolciarie di San Marco, un minuscolo distretto di altissima qualità.

Seduto qui, al centro del Fortore, penso che Rossi-Doria nella sua relazione sul terremoto dell’’80 aveva proprio ragione, queste sono terre di altissima civiltà. Nel titolo c’era scritto “situazione, problemi e prospettive”, parole di un tempo – ma stava già finendo – in cui si ragionava ancora come se ci fosse comunque un orizzonte per migliorare le condizioni del vivere comune.

Se solo per un attimo silenziamo i cinguettii dei social, possiamo ancora ascoltare le richieste ragionevoli, basiche di questi territori: lavoro, scuole, mobilità. Qui non si tratta di Cilento o Fortore, è l’80% dell’Italia che lo chiede, le parti dello stivale che nella fotografia notturna della NASA appaiono più in ombra, mentre le aree metropolitane sfavillano. Agganciate alle supply chain internazionali loro in qualche modo ce la faranno. Ma è qui, in queste colline piene di vento che lo Stato è chiamato a fare il suo mestiere, a ritrovare una ragione d’essere, altro che le favole sul sovranismo: nell’Italia di oggi, come ieri nella Tebe di Edipo “a niente vale una torre né una nave – né un paesaggio, è il caso di dire –  vuoti di uomini che in essi vivano insieme.”

I link agli articoli sul sito web di Repubblica

L’articolo sul Cilento

L’articolo su Alta Irpinia e Fortore

 

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 9 luglio 2018 

Un viaggio nella Campania che non vuole spegnere le luci, i trecento piccoli comuni della cintura appenninica che lottano per sopravvivere, in questo inverno della demografia che l’ISTAT prevede per il Mezzogiorno nel prossimo quarantennio, con la perdita di tre milioni e mezzo di abitanti, il 25% in meno, e la popolazione del Sud Italia che passerebbe così dal 34 al 29% di quella nazionale. Un declino legato al crollo delle nascite – in questa che pure era la terra più giovane d’Italia – e all’emigrazione economica, come la chiamano ora, che è ripresa con forza: 700.000 persone nell’ultimo quindicennio hanno lasciato il Sud, per tre quarti sono giovani tra i 15 e i 34 anni, spesso i più preparati e motivati.

E’ evidente che il “depauperamento del capitale umano”, come lo chiama ISTAT, non colpisce allo stesso modo le due Campanie: la metropoli costiera da Capua a Battipaglia, dove vive assiepato, sul 15% appena del territorio, il 75% della popolazione regionale, e nella quale comunque si produce un quarto del PIL dell’intero Mezzogiorno. E la Campania fragile dell’Appennino, l’orizzonte rarefatto di colline, altopiani e montagne, dal Matese al Cervati, la “regione di antica e solida civiltà”, come ricordava Manlio Rossi-Doria, punteggiata di piccoli centri, per i quali lo spopolamento non è una minaccia futura, ma una condizione esistenziale già a lungo sperimentata.

Per capire qualcosa di questa Spoon River appenninica la prima tappa è in Cilento, dove i tre quarti del territorio, 75 comuni su 98, sono in fase di spopolamento. Dal 1961 il calo medio è del 30%: cinquantasettemila persone sono andate via da questi paesi, 51 dei quali hanno ora meno di duemila abitanti. Una legge spietata dice che il calo demografico è più alto proprio nei comuni più piccoli, in una spirale che si autoalimenta. In minuscole realtà con meno di 500 abitanti, come Valle dell’Angelo, Sacco, Sant’Angelo a Fasanella, il crollo è del 70-80%.

Di queste cose parlo con l’urbanista-contadino Fabrizio Mangoni. Fabrizio è da poco in pensione, è stato docente di urbanistica alla Federico II, qui in Cilento a San Mauro ha restaurato un casale, circondato da oliveti e alberi da frutto; assieme alla sua Caterina ha faticosamente rimesso le terre a coltura, tagliando a mano rovi e cespugli, col trattore si sarebbero distrutti i preziosi muretti storici di pietra arenaria.

Ora Fabrizio produce olio, ma non ha smesso con l’urbanistica, si è gettato anzi in una nuova impresa, il piano urbanistico di Pollica, che nascerà coordinato con quelli dei comuni vicini di S. Mauro e Serramezzana. “Molte delle riunioni di lavoro, e gli incontri con i cittadini, li facciamo ai tavolini del bar. La prima cosa che ho imparato lavorando qui è l’importanza del senso di comunità, di appartenenza, far circolare proposte e idee nella vita quotidiana del paese, ascoltare le persone, ragionare con loro, altrimenti è tutto inutile. La seconda cosa è che non ci sono scorciatoie, il turismo balneare da solo, concentrato in una quarantina di giorni, non è una risposta allo spopolamento e alla mancanza di lavoro, anzi aumenta gli squilibri. Tanto più che in questi luoghi incantati il capitale territoriale ha limiti fisici precisi, pensa solo alla capacità della stretta fascia di litorale di contenere bagnanti e automobili. Questi limiti non vanno superati, se non vogliamo creare, invece del turismo sostenibile, solo congestione e degrado”.

Poi c’è il calo demografico e l’invecchiamento, che colpiscono duro anche qui: la popolazione dei tre comuni si è dimezzata rispetto al 1961, ora gli abitanti sono 2.600 in tutto, ma c’è un intera fascia che manca, quella in età riproduttiva. Diradati gli uomini, l’agricoltura ha abbandonato gli antichi spazi, velocemente coperti da macchia mediterranea e boscaglia. “Alla fine” mi dice Fabrizio “è anche attraverso il recupero del paesaggio agrario storico che è un riequilibrio è possibile. Dispersi nel territorio, ci sono un centinaio di  magazzeni  – gli annessi rustici per la conservazione e la lavorazione dei prodotti – oramai in abbandono. L’idea è, anziché costruire villette inutili, di recuperare questo patrimonio tradizionale, legandone il riuso all’impegno di riprendere la coltivazione dei suoli. Ai nuovi abitanti chiediamo di aiutarci a curare lo spazio agricolo inselvatichito, di diventare i nuovi agricoltori multifunzionali, seguendo le indicazioni del nuovo piano urbanistico”.

Tutte queste cose Fabrizio le ha raccontate lo scorso mese di maggio nel suo intervento al Festival sullo spopolamento, che si è svolto a Ceraso, a una trentina di chilometri da Pollica, verso sud. L’idea del festival è dell’editrice Maria Liguori, con l’associazione “Festinalente”, il nome riprende l’ossimoro di Augusto e Cosimo de’ Medici: “affrettati lentamente”; insomma, sii risoluto, ma con cautela, un’indicazione buona anche per le politiche per il Mezzogiorno.

Ceraso è un comune di 2.400 abitanti, cinquant’anni fa erano mille in più. Quando dopo la crisi dei migranti dell’estate 2017 il ministro dell’interno Minniti chiese aiuto ai comuni, il sindaco Gennaro Maione fu tra i primi ad aderire allo SPRAR, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Così il paese ha accolto 4 famiglie cristiane siriane, 20 persone, subito inserite in un percorso integrato di accoglienza, dalla scuola, allo sport, fino all’avviamento al lavoro, nel corso di un triennio. “Domenica scorsa” racconta Maione “il parrocco ha battezzato due bambini siriani, c’è stata una festa, con la partecipazione di tutte e cinque le frazioni del paese”.

Lo sforzo della piccola comunità non può essere sottovalutato: in proporzione è come se Napoli avesse accolto 8.000 profughi in un colpo solo. “Certo” continua il sindaco “occorre misura, tener conto della reale capacità di accoglimento. Non è solo così che possiamo contrastare il declino demografico, ma è comunque un passo per la rivitalizzazione dei nostri paesi”. La scelta di Ceraso non è isolata, il Cilento sta funzionando come laboratorio di integrazione, se a San Mauro la coltivazione dell’olivo è salva grazie agli immigrati indiani del Punjab.

Il viaggio prosegue, ancora 50 chilometri a sud, fino a Morigerati, minuscolo borgo di 600 abitanti, erano il doppio cinquant’anni fa, tra i querceti scuri sulle gole del Bussento, dove c’è l’Oasi WWF, coi fiotti di acqua gelida tra le rocce che accarezzano il mulino secolare. Qui con i ragazzi del paese il sindaco Cono D’Elia ha organizzato un efficiente servizio di promozione, con il paese che è diventato un unico albergo diffuso, puoi prenotare on line un appartamento in centro storico, un casale nel verde o un agriturismo in un paesaggio mozzafiato da Medioevo. Attorno al borgo, tutta una rete di produzioni agricole di qualità, con Bruno de Conciliis che su 8 ettari di incolti, dati in concessione dal comune, produce ora un gran fiano che si chiama Invitta; e i 50 ettari che la cooperativa di agricoltura sociale “Terra di resilienza” coltiva a grani antichi, le sementi recuperate dopo lunghe ricerche, con la filiera che si chiude al ristorante, dove le trafile puoi gustarle sapientemente cucinate. “Tutte queste esperienze” mi dice D’Elia con orgoglio “le abbiamo raccontate a New York lo scorso mese di maggio, con l’Università di Fisciano, al Forum delle Nazioni Unite sullo sviluppo locale”.

Il viaggio sta per concludersi. Gli ultimi quindici chilometri, verso il Golfo azzurro di Policastro, sulle colline di Santa Marina, dove c’è uno degli ultimi istituti comprensivi della Campania, su un territorio sconfinato, gli 8 plessi sono distanti anche 40 chilometri, per andare dall’uno all’altro occorrono tre quarti d’ora per strade montane tutte curve. La dirigente Maria De Biase è sconfortata: la scuola elementare su in montagna, nella frazione “Fortino” di Casaletto Spartano, al confine con la Basilicata, il prossimo anno chiuderà, solo quattro bambini iscritti, fino a pochi anni fa erano una decina.

“E’ triste doverlo dire, ma per noi che lavoriamo in frontiera, qui in Appennino, le soglie dimensionali sono le stesse che per una scuola di città. Ora abbiamo 500 studenti, ma siamo pericolosamente vicini alla soglia dei 400, alla quale scatta l’obbligo di ulteriore accorpamento. L’offerta didattica che proponiamo ai bambini e ai loro genitori è tutta incentrata sull’ambiente, l’alimentazione e la civiltà locale, la conoscenza di questa terra può essere uno stimolo a rimanere, ma il personale è risicato, se l’unico bidello della sede di montagna si ammala la scuola non apre.”

“A realtà diverse politiche diverse”, non si stancava di ripetere Rossi-Doria, ma il Paese in questo momento proprio non comprende. Per mantenere una presenza dello Stato e dei servizi essenziali qui dove ce n’è più bisogno ed è più difficile vivere, occorre uno recupero di equità, intelligenza, lungimiranza. Sennò le buone pratiche che abbiamo raccontato, in questo laboratorio vivo di natura e cultura che è il Cilento, rischiano di non farcela, ed anche le politiche per le aree interne si rivelano per quello che sono: risarcimenti simbolici per deprivazioni territoriali che noi stessi contribuiamo a creare, inseguendo un’efficienza di facciata, mentre l’inverno dello spopolamento avanza.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 26 giugno 2018

La prima cosa da dire su “Napoli, promemoria”, il libro di Vezio De Lucia con prefazione di Tomaso Montanari, che si presenta al PAN martedì 26 giugno alle 17.00, è che è assai bello, il racconto avvincente dell’avventura politica e amministrativa di una città, attraverso un cinquantennio che ha cambiato in profondità, con passaggi spesso drammatici, la vita del Paese. Un aspetto importante del piccolo volume è infatti quello di raccontare le vicende urbanistiche di Napoli sullo sfondo di una storia d’Italia – dal centro-sinistra al compromesso storico,  dagli anni di piombo fino a Tangentopoli e al berlusconismo, passando in mezzo a epidemie e terremoti – che viene tratteggiata con pennellate rapide e precise, come può farlo chi molti di quegli eventi ha vissuto in prima persona, come alto dirigente dello Stato.

Evidentemente, il libro è anche un bilancio di una battaglia culturale e politica intorno a un’idea di governo pubblico del territorio, il cui campo d’azione è l’Italia prima che Napoli: l’Italia giardino d’Europa certamente, ma anche democrazia incompiuta, tutt’ora incapace di darsi strategie e regole d’uso dei suoli adeguate ai tempi, la legge nazionale è ancora quella del 1942, modificata da uno stop and go destabilizzante di riforme parziali e passi indietro, fino al tremendo Piano casa del 2008.

Sottotraccia, in questo cinquantennio difficile, De Lucia individua comunque una continuità, un filo rosso che lega le vicende napoletane, dal piano regolatore del 1972, l’ultimo redatto dal Ministero dei lavori pubblici, con il quale si chiude in qualche modo il ventennio di anomia urbana iniziato con Lauro; al Piano per le periferie e alla ricostruzione dopo il sisma del 1980; sino al nuovo piano regolatore, progettato nel ’93, e definitivamente approvato nel 2004. Secondo De Lucia, la continuità giunge fino ad oggi, al piano per Bagnoli concordato in cabina di regia, che conferma le scelte fondamentali del PRG, migliorandole anzi in alcuni punti.

Alla fine di questo percorso – è la tesi di De Lucia – Napoli è l’unica grande città italiana che è riuscita a dotarsi, in un quadro nazionale e locale complicato, grazie a un formidabile lavoro di squadra, di uno strumento organico in grado di proteggere l’eredità della natura e della storia, puntando sul riuso e la riqualificazione del patrimonio esistente piuttosto che l’urbanizzazione di aree verdi; e di impostare le grandi trasformazioni nelle aree industriali di Nitti, a est e ovest della città, mettendole al sicuro dalla speculazione.

Certo il mondo non si ferma, ma la lettura della città sulla quale si basa il piano regolatore del 2004 ha una sua forza intrinseca, e rimarrà. Non dimentichiamolo: prima del piano, i tremila ettari di verde scampati al sacco delle colline, erano ancora disseminati di progetti di lottizzazione in ordine sparso. Ora il formidabile arco verde da Agnano a Ponticelli è tutelato a tempo indeterminato, è il vero grande parco della città, una riserva di futuro. Al posto delle case, agricoltori urbani producono ora piedirossi e falanghine pluridecorati, la differenza non è da poco. Allo stesso modo, la designazione del centro storico come bene monumentale unitario è un’idea che si è affermata a livello globale, evidentemente condivisa dall’Unesco e dai turisti internazionali innamorati della città, nonostante noi, che arrivano a frotte per viverlo e goderlo.

La necessità a questo punto è quella di andare avanti, ma le difficoltà sono enormi, perché l’urbanistica consiste certamente nel redigere ed approvare buoni piani, ma è anche amministrazione quotidiana, attuazione rapida delle scelte, e il comune la sua macchina amministrativa l’ha semplicemente dismessa.

Prima dell’approvazione del PRG nel 2004 venne in visita a Napoli l’urbanista capo di Amsterdam, città di 850.000 abitanti: dirigeva un ufficio di piano con 200 tecnici, in grado di sfornare un piano ogni dieci anni, in un processo continuo di valutazione dei risultati e aggiornamento delle scelte. A Napoli invece il servizio urbanistico si è più che dimezzato nell’ultimo decennio, i dirigenti sono passati da 8 a 2; la città, col suo milione scarso di abitanti, deve gestire trasformazioni epocali con un organico che ha semplicemente uno zero in meno rispetto alla più piccola città olandese.

Anche la città metropolitana, che rappresenta il livello istituzionale cruciale per la risoluzione dei problemi immani di sostenibilità e sviluppo, è nata già morta, una camera di compensazione, con tutte l’autoreferenzialità degli egli enti di secondo grado, non chiamati a rispondere direttamente ai cittadini. E’ una questione decisiva, perché l’area metropolitana di Napoli è una priorità di scala nazionale ed europea, ed è qui che si gioca il destino del Mezzogiorno e del Paese.

Ad ogni modo, come sottolinea Tomaso Montanari nella prefazione, il messaggio di “Napoli promemoria” è di non fermarsi, andare avanti. E’ il racconto onesto e appassionato di un grande lavoro collettivo, svolto avendo come bussola costante l’interesse pubblico, assieme a un amore sconfinato per la città. Alla fine del libro De Lucia riprende l’idea di abbattere il muro di Bagnoli, mettere termine a una bonifica autoreferenziale che ha tolto di mezzo l’urbanistica, riprendere il dialogo coi cittadini, ma l’invito più generale è di rimettersi in cammino, di restituire alla città una capacità effettiva di amministrazione e governo, senza la quale non c’è buona vita, né vera democrazia.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 7 giugno 2018

Lo scorso 23 maggio. la Commissione europea ha premiato a Bruxelles nell’ambito del “LIFE Award”, i 9 migliori progetti di ricerca europei per il periodo 2016-2017.

La buona notizia è che tra i premiati c’è il progetto ECOREMED dell’Università Federico II, per il recupero con tecnologie “verdi” dei suoli agricoli contaminati della piana campana. ECOREMED è stato il più importante progetto di ricerca condotto nell’ultimo quinquennio per studiare le aree agricole della terra dei fuochi e per mettere a punto le strategie di recupero. Ci hanno lavorato un’ottantina di ricercatori delle più diverse discipline, dall’agronomia alla chimica alla medicina, in collaborazione con l’Assessorato regionale all’agricoltura, l’Arpac e la società di ricerca RISORSA. Il premio è stato consegnato dal commissario all’ambiente, il maltese Karmenu Vella, al coordinatore del progetto, il professor Massimo Fagnano del Dipartimento di Agraria, che ha ideato e coordinato il progetto.

Le motivazioni del premio sono rilevanti. In particolare la commissione ha sottolineato tre aspetti: il contributo che il progetto ha fornito al governo italiano per l’identificazione delle aree ferite, e la messa a punto di tecniche di recupero ecocompatibili, basate sull’impiego di piante, microrganismi e compost, che rappresentano un’alternativa concreta a quelle ingegneristiche. In questo modo, con un costo che è un ventesimo delle bonifiche tradizionali, è possibile salvare il suolo, evitandone l’asportazione o la sigillatura, con l’impianto invece di una vegetazione forestale che aiuta anche a ricostruire il paesaggio.

Un altro aspetto considerato nelle motivazioni è l’applicazione pilota di queste tecniche, già nel corso del progetto,  a due aree problematiche della piana campana: il podere di San Giuseppiello a Giugliano, un frutteto meraviglioso di sei ettari dove la famiglia Vassallo ha sversato per anni i fanghi delle concerie toscane; e un’area interna dello stabilimento ECOBAT, a Marcianise, fortemente inquinata da piombo. In queste due aree, due boschi inerbiti, con trentamila pioppi, come instancabili fabbriche verdi, lavorano ora per estrarre i contaminanti e tenere in sicurezza i suoli e l’ambiente di lavoro.

Il terzo aspetto che è stato sottolineato dalla Commissione è il lavoro di divulgazione svolto nel corso del progetto, con il coinvolgimento di migliaia di studenti, professori, amministratori, agricoltori: una poderosa opera di informazione, per chiarire i reali aspetti della crisi della terra dei fuochi, e le vie di uscita possibili. In particolare il podere di San Giuseppiello si è trasformato in un laboratorio, un’aula all’aperto dove gli studenti delle scuole pubbliche della Campania, con i loro docenti, vengono ad imparare come si cura e si recupera un paesaggio malato.

Perché alla fine l’aspetto rilevante è proprio questo: la costruzione, rispetto ai problemi gravi della nostra terra, di una competenza, una conoscenza operativa che consenta di progettare e costruire vie di uscita e di recupero, per far tornare la bellezza e la sicurezza di vita, al posto del racconto immutabile di un’apocalisse senza scampo.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 3 maggio 2018

Se un museo è una macchina del tempo, anche questi corridoi lo sono, dov’è la Direzione dell’Archeologico, qui l’orologio si è proprio fermato, le pareti chiare, le stampe e le cornici austere e lucidate in legno, è un pezzo d’Italia d’inizio ‘900, potrebbe essere un ministero o un liceo, c’è aria di Risorgimento, Cuore e “questa è una carezza del re”; l’aria di uno Stato che sembrava ancora forte, e invece stava per incrinarsi, sotto i colpi della Grande Guerra. Paolo Giulierini arriva che sono passate le sei del pomeriggio, la fatica della giornata sul volto, ha appena chiuso un consiglio di amministrazione del Parco archeologico dei Campi Flegrei, la sua nuova avventura, in contemporanea con la direzione del MANN, il Museo Archeologico Nazionale, che già gli sta dando importanti soddisfazioni.

Gli chiedo subito cosa cambia con l’istituzione del nuovo Parco archeologico dei Campi Flegrei, e lui si rianima, s’accende, la stanchezza scompare di colpo: “L’intuizione dei Ministero di affidare ad un’unica soprintendenza speciale, per intero, l’immenso patrimonio archeologico flegreo è un cambiamento di rotta epocale. Prima questi beni erano figli di un dio minore: nella programmazione dei fondi e degli interventi finivano sempre per prevalere le Soprintendenze forti, come Pompei e Ercolano. Con l’istituzione del Parco archeologico dei Campi Flegrei abbiamo finalmente, per la prima volta, la possibilità di immaginare una strategia unitaria di tutela e valorizzazione di un patrimonio che comprende venticinque siti di straordinaria importanza, a cominciare dai parchi archeologici di Cuma, Baia, Liternum; e poi la serie strabiliante di anfiteatri, necropoli, grotte, ipogei, templi, cisterne monumentali, vestigia di città e ville imperiali sommerse… “.

Il fatto è che tutta questa magnificenza si trova in qualche modo dispersa nel caos rur-urbano di quattro comuni, un territorio di 15mila ettari, del quale fanno parte realtà tumultuose come Giugliano, ormai terza città della Campania, e Pozzuoli, che è quinta, oltre ai comuni più piccoli di Baia e Monte di Procida. In quest’area, alla metà del ‘900, la città occupava solo il quattro per cento dello spazio complessivo, ora è il quaranta. Ciò significa che il paesaggio imperiale di vulcani verdi, selve, solfatare, vigneti, masserie, laghi e litorali fantastici si trova adesso sbrindellato in mezzo a una colata urbana senza regole né forma.

In questo quadro territoriale complicato, l’idea di Giulierini è chiara: “I Campi Flegrei esprimono ancora, nonostante tutto, una natura e un paesaggio strepitosi. Geologia, flora, vegetazione, fauna, presentano aspetti unici al mondo, e tutto è interconnesso: senza il vulcanismo non ci sarebbero state terme e ville imperiali. Le attività di tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico non possono prescindere da questo, e devono essere pensate su base interdisciplinare. Nell’ultimo consiglio di amministrazione del Parco abbiamo approvato un programma di alleanze e collaborazioni con la comunità scientifica. Assieme a loro vogliamo progettare una rete di itinerari mozzafiato nella natura e nella storia, per ri-connettere e rendere leggibile al visitatore questa rete fantastica di monumenti, ecosistemi e aree verdi”.

Del resto, l’aveva annotato Goethe nel suo diario di viaggio, lui che era geografo e botanico insigne, prima che poeta, quando il primo marzo 1787 visita l’area flegrea, “la regione più meravigliosa del mondo”,  con le sue rovine “di un’opulenza appena credibile”, e la vegetazione lussureggiante, “che s’insinua da per tutto dove appena è possibile, che si solleva sopra tutte le cose morte in riva ai laghi e ai ruscelli e arriva fino a conquistare la più superba selva di querce sulle pareti di un cratere spento. Così, siamo continuamente palleggiati fra le vicende della natura e della storia”.

“Un’altra decisione importante del CdA” mi dice ancora Giulierini “è il piano strategico, che sarà pronto entro l’autunno. C’è chi ironizza su queste cose, ma è una novità fondamentale introdotta dalla riforma. Prima, il cittadino non poteva conoscere le intenzioni e gli indirizzi della soprintendenza. Con il piano strategico, vengono invece dichiarati in modo trasparente le linee di gestione, gli obiettivi, le risorse, i tempi. Vengono definiti i servizi che lo Stato si impegna a fornire alla collettività, ad ogni singolo cittadino.”

Gli chiedo quanto pesano i limiti di organico, l’età avanzata dei dipendenti, le scarse competenze informatiche. Su questi aspetti Giulierini non si mostra eccessivamente preoccupato: “Guardi, con le nuove regole il Museo Egizio di Torino riesce a gestire un milione di visitatori (il doppio di quanti ne fa oggi il MANN, che pure sta raddoppiando ogni anno) con un organico 35 persone. Non è solo una questione di numero. Del resto, i beni culturali non possono continuare ad essere come in passato un ammortizzatore sociale, pretesto per la creazione di occupazione pubblica poco qualificata. Con il nuovo concorso nazionale arriveranno 4-5 nuove risorse, altamente preparate. Alla fine, con un organico di 80 persone (50 custodi e 30 tra amministrativi, architetti e archeologi) penso di poter gestire il nuovo Parco. Certo, quelle che mancano sono le competenze specialistiche, come gli esperti di marketing e fundrising. Per gestire le donazioni liberali con le agevolazioni fiscali previste dall’Art Bonus abbiamo dovuto stipulare una convenzione con l’Ordine dei commercialisti”.

Mentre lo ascolto, penso che il lavoro di Giulierini in questi anni si è progressivamente esteso,  con onde concentriche che hanno coinvolto a partire dal MANN ambiti territoriali via via più vasti. E’ successo con l’ExtraMANN, la rete convenzionata di 16 musei, siti archeologici e storici della città, ai quali si può accedere col 25% di sconto acquistando il biglietto dell’Archeologico. Con la direzione del nuovo Parco dei Campi Flegrei il progetto di Giulierini si propaga ulteriormente, tanto più che dal punto di vista geologico i Campi Flegrei finiscono nella città di Napoli, con l’ultima collina di tufo giallo di Poggioreale, prima che inizi la valle del Sebeto. “La mia idea è che il MANN debba essere l’epicentro, il portale del nuovo Parco archeologico. Già nel museo ospitiamo importanti reperti che provengono dall’area flegrea, come il Giove di Cuma, e nel 2019 abbiamo in programma una mostra sui rinvenimenti subacquei. Tra il MANN e i Campi Flegrei dovrà esserci una fitta rete di scambi, iniziative, sinergie.”

“Certo” conclude Giulierini “ci sono tante cose da fare. Perché possa vivere, la rete di itinerari che innerverà il Parco deve essere supportata da un trasporto pubblico e una segnaletica all’altezza. In questi luoghi bisogna poter muoversi e arrivare in modo meno precario e avventuroso di quanto accada oggi. Lo Stato, attraverso la Soprintendenza, può aiutare le comunità locali in questa riorganizzazione dei servizi, superando localismi ed egoismi, in un’ottica di interesse generale. La creazione nei Campi Flegrei di questa rete unitaria, vivente di storia e di natura, è probabilmente il solo modo per arginare la frammentazione, il degrado, l’abbandono; per rispondere alla richiesta disperata di un territorio che abbia senso per le persone, che funzioni meglio, nel quale sia più bello e facile vivere”.

????????????????????????????????????

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 4 giugno 2018

Non sappiamo quali fossero i progenitori, nel sottobosco ombroso di qualche foresta cinese o birmana, ma dopo una quindicina di secoli di incroci e selezioni il limone è veramente la pianta delle meraviglie, l’albero della vita, perennemente verde e rifiorente, coi fiori, i frutti acerbi e quelli maturi contemporaneamente presenti sulla stessa pianta. Da noi è arrivato con gli Arabi nell’undicesimo secolo, in Penisola la coltivazione moderna l’hanno iniziata i Gesuiti alla metà del ‘600, proprio al podere del Gesù a Massalubrense, che è ancora lì, se nel frattempo non ci costruiscono un parcheggio.

Insomma, dopo i versi celeberrimi di Goethe (“Conosci il paese dove fioriscono i limoni?”), è questa la pianta che da sola definisce il giardino mediterraneo, cioè quanto di più vicino all’Eden ci sia dato immaginare, e il mistero è ancora vivo, se la comitiva di tedeschi che mi precede, spontaneamente zittisce e sgrana gli occhi entrando nell’ombra verde del Giardino di Vigliano, a Massa Lubrense, il limoneto storico tra i più belli della Penisola: una cattedrale di foglie e costellazioni di frutti luminosi, sotto il pergolato connesso di pali di castagno, le pagliarelle e i frangivento, in una costruzione lignea perfetta, da villaggio medioevale.

E’ Peppino Nunziata l’agricoltore autore e custode di tanta bellezza, da quarant’anni ha cura del limoneto affacciato sul mare, è un’eredità di famiglia, prima c’erano i coloni; al tramonto del secolo d’oro degli agrumi, dalla metà dell’800 all’ultimo dopoguerra, stava andando in rovina, lui l’ha restaurato, ha ricostruito le pergole, alte come una casa di due piani, con i pali tenuti insieme da legature sapienti, i chiodi spaccherebbero tutto; ha ripreso e curato le antiche piante ad una ad una. “Il limone è una pianta straordinaria, risponde alle attenzioni come un bambino. Coltivarla in Penisola è una follia, un azzardo, l’inverno è troppo freddo, basta un’ora di tramontana per distruggere all’istante fiori e germogli. Di qui la necessità delle protezioni, che sono il frutto di una sperimentazione lunga quattro secoli, a partire dal lavoro pionieristico dei Gesuiti.”

“Un’opera che si conclude all’inizio del ‘900” mi dice Tonino De Angelis, massimo esperto di paesaggio e cultura materiale della Penisola. “E’ negli anni della Grande guerra che il pergolato tradizionale assume finalmente la forma che conosciamo. Allora l’economia del limone e dell’arancio, con l’esportazione via mare verso l’America e il Nord Europa, era fonte di benessere e ricchezza diffusa, gli agricoltori divennero benestanti, riuscirono a comprare la terra, i grandi commercianti diventavano sindaci e armatori. Poi negli anni ’60 l’inizio della crisi, coi proventi agricoli che cominciarono a finanziare l’edilizia piuttosto che il rifacimento delle pergole e dei terrazzi, l’associazionismo agricolo che non decolla, il turismo di massa che esplode, ora sono i proprietari d’albergo ad esprimere la leadership e dirigere la comunità.”

Nel frattempo, la civiltà degli agrumi aveva costruito in Penisola il paesaggio straordinario dei terrazzi, che è un miracolo, perché frutto di singoli investimenti familiari, mirabilmente coordinati, come in un progetto collettivo non scritto, perfetto come un orologio, col sistema di strade e drenaggi, la casa rurale e l’arboreto che sono un tutt’uno, e l’agrumeto che è allo stesso tempo macchina produttiva e giardino di piacere, ornato di rose, ortensie e camelie. “Un paesaggio nato senza bisogno di architetti” mi dice Tonino con un fondo d’ironia “dove la bellezza è il prodotto secondario di un’economia e una cultura”.

E’ a partire da questa bellezza che quarant’anni fa Peppino Nunziata decide di far nascere la sua azienda. “Fu una visione a guidarmi, l’idea di tenere insieme l’agricoltura storica della Penisola, con le tecniche tradizionali del pergolato e del terrazzo, che non potevano essere tradite; la coltivazione biologica del limoneto; l’accoglienza dei turisti in azienda, pensata come un museo vivente, per raccontare una storia lunga cinque secoli.” L’idea ha funzionato: il Giardino di Vigliano è stabilmente inserito negli itinerari dei più importanti tour operator tedeschi, coi turisti che arrivano apposta, come si visita un monumento celebre. Una missione che ha finito per conquistare i due figli di Peppino e Ida, Luigi e Valentina, che sono ora il motore dell’azienda.

Ci sediamo in giardino, nell’ombra chiazzata di luce, Peppino è un uomo piccolo e vigoroso, il profilo affilato e lo sguardo battagliero. “Una cosa importante” mi spiega “è stato il riconoscimento comunitario del limone di Sorrento, un marchio di qualità che valorizza il limone, insieme ai prodotti trasformati, a partire dal Limoncello, che assorbe oggi più del 60% della produzione. E’ stata la nostra salvezza, perché sul mercato del fresco siamo in difficoltà, con le produzioni argentine e spagnole ad alta meccanizzazione che si commerciano a 30-40 centesimi il chilo, quando il nostro costo di produzione è perlomeno doppio, c’è da coprire il lavoro, interamente manuale, per la cura delle piante, i terrazzi, le pergole e il paesaggio.”

Nel frattempo i turisti siedono ai tavoli, nell’aia del casale medioevale, sotto la torre cinquecentesca che svetta tra gli arboreti, sull’azzurro del golfo. Parlano a bassa voce, stanno gustando un piatto semplice e raffinato di ricotta freschissima, spolverata con scorzetta di limone, è la sintesi perfetta di un paesaggio, dai pascoli dei Lattari agli arboreti sul mare, un’esplosione indimenticabile di aromi e sapori.

“La strada immaginata da Peppino” mi dice Grazia Stanzione, agronomo dell’Assessorato regionale all’agricoltura, “è l’unica per mantenere in vita l’agricoltura eroica della Penisola: le aziende devono aprirsi al mondo; essere in grado di incorporare nelle produzioni il valore di questo paesaggio unico, delle esperienze e suggestioni che è in grado di suscitare. Le potenzialità restano enormi, ora che anche l’associazionismo è finalmente partito, con la cooperativa Solagri che raccoglie e valorizza il prodotto  di 300 agrumicoltori piccoli e grandi della Penisola. Certo è un lavoro impegnativo, non tutti ce la fanno, sono molti i poderi abbandonati, ed è un problema, il paesaggio storico si trasforma in boscaglia, senza manutenzione i terrazzi franano. Dobbiamo imparare dalle Cinque Terre, lì gli incolti sono recuperati grazie al Parco e affidati a giovani agricoltori.”

Torniamo all’idea del grande progetto collettivo, ma da queste parti l’agricoltura tradizionale, che pure è all’origine della grande bellezza, non è ancora la priorità, minacciata su fronti opposti, dall’abbandono e dall’urbanizzazione. “E’ triste dirlo” mi spiega Giuseppe Guida, urbanista, che in questa terra ci è nato “ma le tutele di fatto sono saltate. Prima con la legge sui box interrati, poi con il Piano casa, si è di fatto introdotto un regime di deroga permanente alla pianificazione ordinaria. Il consumo di suolo in Penisola è inarrestabile, con una serie incessante di grandi e piccole trasformazioni, che finiscono per erodere irreversibilmente il capitale storico di arboreti, terrazzamenti, masserie. Sono troppi i recuperi di annessi rustici finanziati coi fondi comunitari, che si trasformano poi in casa-vacanze, bisognerebbe controllare. Insomma, occorrono nuove regole e strategie, altrimenti non c’è partita: l’edilizia batte l’agricoltura, anche quella multifunzionale di Peppino Nunziata, di due ordini di grandezza. L’industria del turismo deve capire che così non c’è futuro, che è il paesaggio il motore di tutto, se solo riusciamo a rispettarlo, curarlo e farlo vivere.”

 

Francesco Erbani, Repubblica Napoli 8 maggio 2018

Per i bambini napoletani la Mostra d’Oltremare era un insieme di oggetti bianchi, geometrici e misteriosi osservati da uno scivolo di Edenlandia. Poi era il luogo in cui all’inizio dell’estate si allestiva una fiera della casa e la mattina, ormai chiuse le scuole, mentre in altre regioni la tv trasmetteva servizi su quella fiera, a Napoli programmavano un film. In seguito, alcuni, forse molti, di quei bambini diventati più grandi andarono nel grande piazzale della Mostra a sentire Enrico Berlinguer che chiudeva il Festival dell’Unità. Era il settembre del 1975. Da qualche mese Napoli aveva un sindaco comunista, Maurizio Valenzi, e sentiva nell’aria mite di quel pomeriggio che era finita con le mani sulla città, con il colera e con i Gava.

Più tardi ancora, chi di quei bambini, ormai adulti, si sarebbe appassionato di storia del Novecento, di architettura del Novecento, di arte del Novecento, e chiunque altro avesse avuto curiosità di sapere qualcosa di quei misteriosi e geometrici oggetti bianchi, avrebbe letto che lì, alla Mostra d’Oltremare, si era fatto esercizio di razionalismo, ci si era messi in linea con esperienze europee. E mentre a Roma, all’Eur e, in parte, nella Città universitaria, erano prevalse la magniloquenza fascista, la retorica imperiale e monumentale di Marcello Piacentini e Arnaldo Foschini, qui, negli edifici avvolti nel verde di un parco, negli spazi teatrali e nelle fontane, si era messa in pratica un certo “orgoglio della modestia”, sia nelle parti costruite sia nel tracciato urbanistico (artefici, fra gli altri, Marcello Canino, Carlo Cocchia, Giulio De Luca, Luigi Piccinato).

Poi nelle rappresentazioni dei napoletani e di quei bambini divenuti maturi, la Mostra ha iniziato a declinare. Uno slittamento simbolico verso il basso. Il terremoto del 1980, la sciagurata decisione di allestirvi un villaggio d’accoglienza, il deperimento avevano collocato quei 70 e più ettari di verde e di fantasiose ma lineari architetture fra i luoghi dell’abbandono. A nulla valeva la memoria che persino dopo la guerra e i distruttivi bombardamenti si era innescato un sussulto rigenerativo e molti degli stessi architetti che avevano visto in pezzi i loro edifici si erano dedicati a rimetterli in sesto. L’abbandono nutriva in sé il senso dell’irrimediabile, nonostante quel grande spazio non fosse popolato di ruderi e non appartenesse a un epoca remota, ma a una stagione che molti napoletani, i genitori e i nonni di quei bambini, sentivano come propria. E di cui raccontavano i tratti, mescolando quei bianchi edifici con la vaga, giovanile, illusoria impressione di una Napoli benedetta dalla fortuna prima del grande saccheggio che avrebbe investito le sue forme. È stato quindi necessario attendere la fine del Novecento per vedere risistemata la Mostra d’Oltremare nello spazio simbolico che le spettava.

Rinasceva un contenitore fieristico e con esso un parco urbano che si metteva a disposizione di una città la quale di parchi urbani non era dotata a sufficienza (con consueta cura Antonio Di Gennaro ne ha tracciato su queste pagine il profilo). Veniva restituito un paesaggio culturale, un bene culturale i cui elementi naturali e i cui manufatti erano espressione di tanti saperi, e si ridava vita a un “parco d’autore”, come l’ha definito Pasquale Belfiore, che tornava a caricarsi di valori incorporati nei linguaggi architettonici, nello svago e nelle relazioni con la città. Un “parco d’autore” novecentesco che meritava la stessa accorta tutela di un “parco d’autore” settecentesco, appartenente a un Novecento diverso da quello che aveva violentato la città. Arte, architettura, patrimonio vegetale, memorie novecentesche, senso della comunità: questo insieme di aspetti rischia di essere appiattito se la Mostra d’Oltremare viene ridotta a una neutra piattaforma destinata a supportare le casette per gli atleti delle Universiadi, conficcate o meno che siano, se si snatura il suo statuto adattandola a risolvere in condizioni d’emergenza un problema che in tanti mesi non si è stati in grado di affrontare. Un rischio crescente al solo pensiero che dopo le Universiadi anche altri decideranno di usare la Mostra d’Oltremare come se fosse un non-luogo.

Commenti recenti

Antonio Pisanti su Il “Vesuvio universale” di Mar…
Silvestro Gallipoli su La lezione appresa
Antonello Pisanti su La lezione appresa
paola gargiulo su Grande Maurizio
Antonello Pisanti su Emergenza verde