Antonio di Gennaro e Giuseppe Guida,
Repubblica Napoli del 2 gennaio 2020

Fioriscono sui giornali italiani e esteri i reportage sul destino dei grattaceli, da quelli della City di Londra a quelli di Manhattan, dalla Défence di Parigi, fino a quelli da poco completati di Citylife a Milano, tutti per adesso svuotati dalla pandemia, a causa dei confinamenti, ma soprattutto del lavoro a distanza.

Così George Hammond sul Finantial Time, una testata non certo facile alle suggestioni, si chiede se gli ultimi grattacieli che Londra ha da poco inaugurato rappresentino già il monumento a un modo di lavorare che non c’è più, e la stessa domanda se la pone Julia Kollewe su un giornale liberal come il Guardian, mentre sul New York Times Julie Creswell e Peter Eavis prendono atto del fatto che “anche se la pandemia di coronavirus sembra diminuire a New York, le aziende sono riluttanti a richiamare i loro lavoratori ai loro grattacieli e mostrano ancora più esitazione a impegnarsi a lungo termine per la città”. Insomma, è chiaro che la cosa non finisce qui, non si esaurirà nemmeno con la disponibilità del vaccino e l’immunizzazione di massa, ci stiamo tutti muovendo verso un altro mondo, un altro modo di lavorare e produrre.

È partendo da tutte queste cose che è nato il desiderio di capire cosa sta succedendo ai nostri grattaceli, quelli del Centro Direzionale di Napoli. Ci arriviamo ciascuno con la sua auto, la rampa che scende nel sottosuolo verso i garage ora semivuoti, è bordata da un filare di palme nane lasciate a un loro selvatico sviluppo, da una cascata anarchica di vite americana, e l’atmosfera è quella di una foresta tropicale  che va richiudendosi sul cemento sgretolato di una civiltà passata.

Dall’atmosfera cupa del livello “meno due” torniamo in superficie. La prima visita è alla fontana circolare ormai secca che doveva un tempo fastosamente accogliere il pedone che arriva in superficie dalla città vecchia, ora è un ricovero malinconico di lattine. Ai fianchi, le due gigantesche torri dell’Enel, svuotate da tempo, senza bisogno della pandemia. La sorpresa è trovarne una aperta, qualcuno ha rimosso le grosse catene che bloccavano le maniglie delle porte a vetro opacizzate dall’abbandono, come fosse un garage qualunque di periferia, c’è gente dentro, ci avventuriamo.

E’ una delegazione di funzionari e tecnici dell’azienda, devono effettuare un sopralluogo, si muovono con circospezione nell’atrio abbandonato, c’è acqua per terra, un armadio sventrato mostra all’aria fasci scomposti e impolverati di carte, e una scalinata un tempo sontuosa, con decori lignei da country club, ora più che mai incongrui, l’atmosfera è un po’ tesa, come archeologi che si inoltrino in un tempio sigillato da millenni. Comunque, quando scoprono che siamo lì solo per capire cosa sta succedendo al più grande pezzo della Napoli contemporanea, un po’ seccamente ci chiedono di andar via, per ragioni di sicurezza, s’intende.

Lunghe aiuole verdi bordano i viali, era un elemento di eccellenza del progetto, uno degli ultimi lavori di Pietro Porcinai, il più grande paesaggista italiano, si tratta quindi a tutti gli effetti di giardini d’autore. Porcinai scelse oculatamente specie sempreverdi della macchia mediterranea, ed è tutta una teoria quindi di lentischi, mirti, corbezzoli, filliree, oleandri, assieme a cugini esotici come la plumbago con le sue delicate infiorescenze celesti, viene dal Sud Africa ma s’è trovata assai bene, e infatti la trovi spudorata dappertutto, nei bordi strada, come un’infestante.

Il problema è che si tratta di un verde sofisticato, tecnologico, posto sul tetto di un oggetto di cemento che si sviluppa per due piani sotto, che deve quindi vivere e svilupparsi in un ambiente artificiale e confinato. Il mantenimento di questo ecosistema tecnico richiede la massima cura: irrigazione sapiente, controllo delle infestanti, potature accorte; come il “bosco verticale” delle due torri residenziali di Milano, sono in realtà cose fragilissime, che richiedono un dispendio energetico e idrico elevato.

Dopo un paio di decenni in cui le cose sono andate bene, il giardino di Porcinai è ora in piena crisi, ci sono aiuole a partire dall’ingresso in evidente abbandono, le infestanti ingoiano gli arbusti, mentre cespugli interi seccano e restano in piedi, stecchiti, su un sottobosco di bottiglie e cartacce. Assieme al rovinio della pavimentazione, con le mattonelle rotte o traballanti, frettolosamente sostituite da poveri rappezzi in cemento, il declino del verde è un ulteriore aspetto di quello più generale dello spazio pubblico, di quel tessuto connettivo che alla fine rendeva un minimo vivibile e presentabile questo luogo, che la città vecchia non ha mai voluto o potuto assimilare.

Perché alla fine il centro direzionale appare oggi esito di una modernizzazione fraintesa, arrivata in ritardo, quando i modelli post-industriali annunciavano, nel medio periodo, scenari diversi e legati ad innovazioni di cui già si aveva sentore: la digitalizzazione, le tecnologie informatiche e di comunicazione, il calo demografico delle grandi città, i mutamenti del mercato del lavoro.

E invece con un ritardo colpevole e dopo aver operato una finta riflessione tra piani attuativi concettualmente diversi durata quasi venti anni, con il contributo determinante dell’impostazione iniziale di Giulio De Luca – a sua volta basata sullo schema di Luigi Piccinato – alla fine, quasi per sfinimento, il disegno definitivo fu firmato dal giapponese Kenzo Tange. Decenni di gestazione non potevano che determinare un progetto urbano già obsoleto, concepito negli anni ’70 e privo di proiezioni al futuro e di analisi serie. Sarebbe bastato anche solo guardare all’altro lato dell’Atlantico, dove in genere le mutazioni urbane avvengono con decenni di anticipo.

Anche dal punto di vista ambientale, se c’è un’idea di progettazione urbana da portare a esempio di assoluta insostenibilità, è proprio quella che ha partorito questo enorme accrocco – per buona parte interrato nella palude dove ancora scorre sotterraneo il Sebeto – che fin dalla nascita è condannato a sfuggire alla sommersione grazie a un esercito di instancabili pompe sommerse, legando così la sua esistenza a un fabbisogno energetico perpetuo, come quello che occorre per refrigerare e riscaldare i suoi inospitali edifici in vetro-metallo.

A soffrire la crisi che li ha definitivamente chiusi sono alcuni degli edifici più rappresentativi. La coppia di torri cosiddette Wind, oggi Enel, all’ingresso dell’asse centrale, progettate da Giulio De Luca, Massimo Pica Ciamarra e  Renato Avolio De Martino, sono oggi vuote e in attesa di un difficile riuso. Eccessivamente sottili, secondo la sagoma del planovolumetrico, per recuperare un minimo di spazio all’interno i progettisti espulsero gli ascensori all’esterno ed eliminarono i pilastri: i solai di quelle torri sono appesi con dei tiranti alla grande trave visibile sulla sommità dell’edificio. Stesso destino per le due grandi torri marmoree dell’allora Banco di Napoli, progettate da Nicola Pagliara. L’abbandono sta causando il distacco di molte delle lastre e dei blocchi di marmo pregiato sagomate secondo i minuti dettagli esecutivi del progettista per il basamento e in facciata. Soltanto questi due complessi edilizi raggiungono una volumetria di poco inferiore ai 300mila metri cubi

Nonostante tutto, nel tempo questo tessuto urbano è riuscito comunque ad essere parte del quartiere. C’è riuscito, in particolare, sui bordi. Quello lungo il carcere di Poggioreale, ad esempio, si caratterizza per una connessione diretta e a livello con la via Otranto del quartiere Vasto, costeggia l’edificio più basso e a scala urbana (ex Olivetti) realizzato da Renzo Piano, sino all’istituto comprensivo “Gennaro Capuozzo”, una delle poche attrezzature pubbliche che il bulimico piano del Centro Direzionale è riuscito a produrre e sottrarre all’ingordigia dei privati che hanno gestito la realizzazione. A seguire, passando per il curioso Complesso Esedra, il percorso conduce alla nuova copertura lignea tutta a onde della stazione della linea 1 della metropolitana progettata dall’architetto italo-spagnola Benedetta Tagliabue.

Anche le torri residenziali, sul bordo opposto, restano alla fine una delle parti migliori, sicuramente più vitali di questo luogo. Certo i residenti hanno dovuto asserragliarsi dietro cancellate robuste, ma all’interno del recinto percepisci una cura, gli ingressi, le facciate, i balconi, e chiudi un occhio pure sulle verande che in molti hanno realizzato, in questo mare di spaesamento sono un segno di radicamento, finalmente, ai luoghi.

«Le città contemporanee dei servizi di Kenzo Tange» ci dice Francesca Castanò, professore di Storia dell’Architettura all’Università della Campania Vanvitelli «in Italia stanno andando incontro a destini diversi. Se a Bologna il Fiera District pare votato alla completa rivitalizzazione attraverso interventi che portano nuovi abitanti e nuove attività, qui a Napoli il Centro Direzionale, un autentico palinsesto architettonico con qualità assenti in analoghi progetti, lentamente muore, nel generale svuotamento di funzioni e di senso. Come pure la città satellite del Librino di Catania dove l’utopia di Tange è del tutto svanita»..

Ma la maggiore sofferenza di questo brano urbano è l’apparente assenza di prospettive, l’essere stato dimenticato dalla pianificazione urbanistica e da buona parte del discorso pubblico sulla città. In una logica rigenerativa, l’intervento non può prescindere dal fatto che le condizioni attorno alle quali è stato pensato non ci sono più, a maggior ragione alla luce della tragedia epocale che stiamo vivendo. Sarà necessario ristrutturare, smontare, integrare, reinventando la pelle e il contenuto degli edifici. Ma forse sarà necessario anche demolire e ricostruire (e forse nemmeno, in qualche caso) secondo modelli contemporanei di intervento e tecnologie adeguate.

Quello che è certo è che bisogna soprattutto restituire questo pezzo di città alla città, allontanando parte del terziario e mettendoci abitanti, migliaia di abitanti. E servizi, attrezzature pubbliche, per l’istruzione, la cultura, lo sport, le cose che servono alle persone per vivere. Una grande azione pubblico/privata, che conservi la traccia di questo luogo oramai stratificatosi nella città, mutandone però l’identità e l’abitabilità. Integrandolo finalmente con quello che c’è intorno, i quartieri vecchi del Vasto, di Poggioreale, con la vita certo piena di problemi e contraddizioni, i pensieri e i drammi indistruttibili di una città vera.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 23 dicembre 2020

I numeri più cattivi sono quelli dentro il rapporto Svimez 2020, ripresi nel documento “Check-up Mezzogiorno” che Confindustria ha presentato nei giorni scorsi: la mazzata del Covid sulle economie del Nord e del Mezzogiorno è percentualmente simile, un po’ peggio al Nord, dove il Pil perde il 9,8%, contro il 9% del Sud. A fare la differenza è la capacità di ripresa, con il tasso di crescita nel prossimo biennio che sarà quattro volte maggiore al Nord rispetto al Mezzogiorno. Un pezzo d’Italia ripartirà, un altro resterà al palo e così, per usare le parole Svimez, la ripresa sarà segnata “dal riaprirsi di un forte differenziale tra le due macro aree”.

E’ evidente che il Recovery Plan, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, dovrebbe servire a questo, a mitigare il più possibile questo disastro annunciato, ma le anticipazioni che trapelano non sono rassicuranti, mentre il senso di spaesamento aumenta.

«Nel Recovery c’è a disposizione molto cemento per le costruzioni e le pale eoliche, meno per quello che può evitare la disgregazione sociale. Piuttosto che concentrarsi sulla ripresa, quei fondi dovrebbero essere utilizzati per tenere insieme la società». Sono le parole dell’economista Tito Boeri nell’intervista a La Stampa dello scorso 21 dicembre. Secondo Boeri “La priorità sono i concorsi scolastici, l’assistenza medica sul territorio, i ristori per i commercianti. Se lo Stato si mostrasse capace di spendere bene quei soldi sì, sarebbe una buona spesa».

Le conclusioni cui giunge l’ex presidente dell’INPS sono in linea con quelle finali del Rapporto Svimez, con la priorità innanzitutto di riavviare “un percorso sostenibile di riequilibrio nell’accesso ai diritti di cittadinanza su tutto il territorio nazionale: salute, istruzione, mobilità”, seguita dalla definizione di un disegno unitario di politica industriale nel quale il Sud giochi il suo ruolo.

In tutto questo discorso, quello che la pandemia ci ha insegnato è che non è più possibile contrapporre, sulla base di una ideologia assai rozza, le spese per i servizi essenziali agli investimenti, con i primi a fare da zavorra e i secondi da volano, perché è vero il contrario, e i cittadini europei lo hanno sperimentato in questi mesi: cose come la scuola e la sanità sono al centro dell’economia degli stati e delle famiglie, quando vanno in crisi cade giù tutto, e i sistemi più resilienti sono quelli dove l’offerta di questi servizi è più alta e qualificata.

E’ per questo che non riusciamo a sentirci del tutto rassicurati dalle parole del presidente Conte ai due recenti convegni dedicati al settantennale della Cassa per il Mezzogiorno e alla presentazione del Rapporto Svimez 2020 citato in precedenza dove, come un coniglio dal cilindro, ha tirato fuori un progetto Agritech per Napoli e l’Alta velocità fino a Bari e Reggio Calabria, cose utili a titolare articoli di stampa, assai meno a colmare le differenze economiche e sociali tra i territori e tra le persone, che il Covid ha ulteriormente divaricato.

Tanto più se questa logica da “grandi progetti” è affidata a super-poteri manageriali, unità di missione e altre cose di questo genere, che Napoli ha già sperimentato in questi ultimi cinque anni con il recupero di Bagnoli, dove un commissario c’è già, e pure un soggetto attuatore (Domenico Arcuri con la sua Invitalia), ma tutto resta in altissimo mare, come la relazione della Corte dei Conti di inizio dicembre ha impietosamente certificato, fotografando le criticità, i ritardi, l’assenza ancora di un percorso attuativo e finanziario credibile.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 16 novembre 2020

Il Covid non vuole smetterla di scombinare le nostre vite, relazioni, economie, ma il grande vigneto ai piedi del Taburno stamattina sembra proprio non accorgersene, continua a coprire come un mare le colline fino all’orizzonte, in questa estate di San Martino radiosa, che sembra non finire mai. Il foliage – lo spettacolo delle colorazioni autunnali – è emozionante contro l’azzurro, ogni vitigno è un colore diverso della tavolozza, le pennellate gialle sono della falanghina, quelle rosso cinabro i pampini di aglianico, su uno sfondo verde cupo che prova ostinatamente a resistere.

Si conclude oggi nel Sannio, terra di storie lontane e gloriose, dove si concentra quasi metà del patrimonio viticolo della Campania, il viaggio nelle campagne travolte dalla pandemia. Frattanto s’è alzato un vento leggero, nel silenzio le foglie cadono una per volta, con un crepitio secco, come fossero di cristallo. La vendemmia 2020 s’è chiusa, ma il lavoro non è finito per Ildo Romano, uno dei mille viticoltori della Guardiense, stamattina sta dando il concime organico al vigneto, appena quanto basta, così che alla ripresa di inizio primavera la pianta trovi nel suolo scuro l’azoto che le serve. “Con la concimazione ci andiamo piano” mi spiega Ildo “il nostro obiettivo non è la quantità, ma la produzione giusta per fare un grande vino”.

Da tremila anni in queste terre l’agricoltura continua a essere cura della vita, il ripetersi di gesti misurati e precisi, per rinnovare annata dopo annata i cicli biologici che danno nutrimento agli uomini, un lavoro che non può essere fermato, neanche il virus c’è riuscito, anche se i pensieri non mancano, siamo di nuovo alle prese con provvedimenti difficili per contenere il contagio, mai come quest’anno aprile sembra maledettamente lontano.

Qual è il sentimento del popolo del vino in questo momento complicato lo chiedo al presidente di Assoenologi Riccardo Cotarella, uno dei più prestigiosi enologi nel panorama italiano e internazionale, nel 2019 l’Università del Sannio gli ha conferito la laurea honoris causa in Economia e Management per il suo contributo allo sviluppo della viti-vinicoltura e del territorio sannita.  “E’ innegabile che il nuovo aggravamento della situazione ci preoccupa. Nei mesi del primo lockdown abbiamo visto il vino soffrire. Il vino ha un legame fortissimo col genere umano e con le terre che abitiamo, ci accompagna nei nostri momenti di meditazione, svago, convivialità. La grande crisi della ristorazione ci ha colpiti duramente: il ristorante rimane il miglior palcoscenico dei nostri vini, un ruolo che non può essere sostituito dalla grande distribuzione organizzata, o dalle vendite on line, due canali complementari, che pure ci hanno aiutato a contenere il calo di vendite. Eppure” prosegue Coterella “nonostante queste difficoltà, a nome degli enologi italiani devo dire che non abbiamo tutto il diritto di lamentarci. Altri settori dell’economia nazionale hanno sofferto la crisi più di noi. Mentre il vino ha mostrato nonostante tutto una capacità di recupero: nei mesi di giugno luglio e agosto, con la riapertura, abbiamo in parte colmato la perdita causata dal lockdown, con vendite superiori, a parità di periodo, a quelle dei tre anni precedenti.”       

Nel racconto di Riccardo Cotarella c’è preoccupazione, ma anche la volontà di guardare avanti: “Anche se ora sappiamo di dover affrontare nuove difficoltà, dobbiamo farci trovare pronti quando questa tragedia finirà. La pandemia ci ha costretti a tornare coi piedi per terra, a pensare nuovi prodotti all’insegna dell’essenzialità. Non potremo più permetterci confezioni costose, bottiglie troppo pesanti, tappi troppo lunghi, etichette disegnate da grandi artisti e cantine progettate da archistar. Il Covid ci ha imposto una profonda riflessione etico-comportamentale, il ritorno a un sistema di vita più sobrio, razionale.”

Nel frattempo Ildo ha terminato per oggi di concimare, gli chiedo quando il calendario dei lavori gli concederà finalmente una pausa, lui gira intorno lo sguardo sull’orizzonte di vigneti, scuote sorridendo la testa, mi dice che ancora pochi giorni, il tempo che le viti si spoglino e vadano in riposo, poi inizia la stagione delle potature, che lo impegnerà per i prossimi tre mesi.

Perché il vigneto che ci circonda, benché appaia quasi come un’unica distesa di 11.000 ettari, è in realtà un mosaico di piccole e piccolissime aziende e proprietà, e in questo sta la particolarità del Sannio rispetto ad altre zone di produzione, la diffusione del modello cooperativo, che è poi un’eccezione, in una terra di individualismo come la Campania. In questo vigneto collettivo l’opera di vignaioli professionisti come Ildo è vitale, perché consente la cura e la coltivazione anche di vigneti ormai privi di un conduttore vero e proprio, proprietà di borghesi, di emigrati, o di agricoltori ormai troppo anziani, strappandoli così all’abbandono.

Ed è proprio questo modello di gestione ed economia capillare, dal basso, che ora il Covid può mettere in crisi, come mi spiega Domizio Pigna, presidente della Guardiense, la cooperativa con sede a Guardia Sanframondi, a sessant’anni dalla fondazione tiene insieme 1.000 soci, 1.500 ettari di vigneto, una produzione di uve di 200.000 quintali l’anno. A preoccupare è la giacenza in magazzino delle scorte di vini di qualità, invendute a causa del lockdown. Con la messa in commercio della nuova annata, il rischio è quello di un eccesso di offerta, con un crollo dei prezzi, e quindi dei redditi delle migliaia di piccoli viticoltori, vanificando il lavoro e le conquiste di anni.

Le soluzioni urgenti che il presidente propone sono due: “C’è bisogno di un provvedimento straordinario che consenta la distillazione di crisi delle giacenze di vini di qualità (DOP e IGP), sulla base di un giusto prezzo, favorendo un riequilibrio del mercato e un sostegno ai redditi delle famiglie coltivatrici, per le quali il vino rimane la principale voce d’entrata.”

L’altra misura suggerita da Domizio Pigna è di portata più ampia, e consiste in una strategia “dall’azienda alla tavola”: sostenere i ristoratori, insieme ai loro fornitori di prodotti campani di qualità: non solo i vini dunque, ma la mozzarella, l’olio, il vitellone bianco, la pasta, il pomodoro. Perché anche l’export in fondo inizia al tavolo del ristorante, è qui che il turista estero entra in contatto con i nostri prodotti. Per questo c’è bisogno di un’alleanza, un patto di aiuto reciproco, da promuovere nei diversi paesaggi della Campania, dal Sannio al Cilento, per tenere uniti i destini di agricoltura, ristorazione e turismo, creare filiere di prossimità, e provare a uscire insieme dalla crisi.

Da Guardia Sanframondi passo il fiume, mi sposto in riva sinistra del Calore, qui ai piedi del Taburno si concentrano le terre della Cantina di Solopaca, un altro pezzo di storia, anno di nascita 1966, la cooperativa associa 600 viticoltori e 1200 ettari di vigneto. Al presidente Carmine Coletta chiedo in che misura lo stare insieme aiuti ad affrontare le difficoltà: “Il fatto di essere una società cooperativa è un punto di forza, ci consente, con la ristorazione ancora ferma, di compensare in parte le perdite, grazie alla vendita del prodotto sfuso, e agli acquisti della grande distribuzione organizzata: se anche i margini di guadagno sono più stretti, è sempre un modo per alleggerire la cantina, movimentare il fatturato, creare liquidità.”

A fare i conti della crisi ci pensa Libero Rillo, presidente del Consorzio Sannio DOP, l’ente di tutela che associa 2000 produttori sanniti, cooperatori e non: dal suo osservatorio privilegiato la previsione, se la situazione di mercato non dovesse mutare, è di un calo del 30% nella vendita di prodotto, 7 milioni di bottiglie in meno rispetto alle annate precedenti, una perdita secca per la viticoltura sannita – vale a dire la principale industria diffusa di quest’area interna, il perno dell’economia locale – intorno ai 20 milioni di euro. “Ci sono diverse considerazioni da fare” mi dice Rillo “la prima è che il vino, purtroppo, non è un alimento essenziale, nei momenti difficili possiamo farne a meno. In secondo luogo, i mancati consumi a causa del lockdown restano una posta rigida nel bilancio, i bicchieri che non abbiamo bevuto non li recupereremo più. Poi c’è la situazione difficile delle piccole cantine, che lavorano soprattutto con la ristorazione, con prodotti di fascia medio-alta, quella maggiormente colpita dal calo dei consumi. Si tratta di aziende a carattere familiare che, a differenza delle grandi cooperative, hanno minori opportunità di compensare conferendo alla grande distribuzione.”

Alla fine, quello che ti colpisce in questa valle, incontrando il popolo del vino, parlando coi suoi leader, è il fatto che pure in mezzo alla bufera, nessuno di loro si è arreso. C’è una richiesta di aiuto, certo, per non vanificare mezzo secolo di investimenti e conquiste che hanno fatto crescere un intero territorio, ma anche la convinzione che bisogna continuare a darsi da fare, con le proprie forze, che non è possibile fermarsi proprio adesso.

“Nei miei giri porto sempre il Sannio come esempio” mi dice Riccardo Cotarella “nei dieci anni di lavoro qui ho scoperto una terra di viticoltori attenti, generosi, disponibili a un lavoro continuo, certosino di miglioramento del prodotto, senza paura di intraprendere nuove sperimentazioni. E’ una parte di Sud che in pochi decenni è riuscito a diventare una pietra miliare nella viticoltura italiana, ed è questo patrimonio di ricerche e conoscenze il tesoro vero dal quale  ripartire dopo la pandemia.” Il sole adesso cala dietro le colline, la valle è serena e subito rinfresca. “Che ti devo dire” conclude Ildo sorridendo dietro i baffi da moschettiere  “anche da questa disgrazia dobbiamo tirare fuori una grazia, siamo fatti così, ostinati, un po’ matti, ci nascono le idee e dobbiamo giocarle”.

Antonio di Gennaro, 31 ottobre 2020

Nei viaggi a Tokyo alcuni anni fa all’inizio non avevo capito niente, vedevo sui treni supertecnologici più di un viaggiatore con la mascherina, pensavo fosse una fissazione, un eccesso di difesa, poi m’hanno spiegato che è il contrario, era rispetto per gli altri, un modo di evitare, se devi prendere il mezzo pubblico e hai il catarro, di trasmetterlo per trascuratezza agli altri. Quel piccolo brandello di tessuto era un gesto di attenzione verso il prossimo, così è per noi ora, ed è davvero difficile credere come sia possibile stravolgerne il senso, facendolo passare per una violazione di libertà.

Alla fine la mascherina, coi suoi vantaggi e i suoi fastidi, ricorda un po’ la democrazia con tutte le sue trappole: la tentazione per il singolo di ritenere che il proprio comportamento, il proprio voto, perso nella massa dei grandi numeri alla fine sia ininfluente, senza pensare che se tutti si regolano così l’intero edificio della convivenza libera e regolata cade in pezzi. Così anche per la mascherina, puoi credere che se non la porti non cambia niente, mentre è vero il contrario, che se la indossiamo tutti il rischio diminuisce drasticamente, per te, per me, per tutti.

Ma le virtù di questo umile pezzo di stoffa non finiscono qui, perché ora i ricercatori pensano che esso non svolga solo un ruolo passivo, ma agisca addirittura nel tempo proprio come un vaccino, aiutando l’organismo a convivere e adattarsi ad una carica microbica attenuata, prevenendo in questo modo esiti più critici e nefasti.

Anche qui le analogie con altri aspetti della vita privata e pubblica non mancano, se l’attitudine del cittadino in democrazia è quella di non chiudersi, di accettare la sfida della vita, consapevole che quando esci di casa il rischio zero non esiste, senza però rinunciare a proteggersi, con una mascherina fatta di ragionevolezza, dubbio, perseveranza, tutte cose certamente deboli come un povero brandello di tessuto, ma che alla lunga pure generano effetti, migliorano socialmente la vita, quindi funzionano.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 30 ottobre 2020

Nel viaggio nelle campagne sotto la tempesta del Covid resta da capire cos’è successo al nostro ecosistema più singolare, la Penisola sorrentina-amalfitana: un ramo di Appennino che ha sbagliato strada e s’è messo di traverso in mezzo al mare: un paesaggio di boschi rocce e terrazze che è innanzitutto montagna e fatica, poi certo lì giù c’è anche il mare, a rendere tutto unico, irripetibile.

Su questi monti, per tenere al loro posto i suoli vulcanici fertilissimi, assai instabili sulla roccia calcarea, ed evitare che l’acqua li porti via, da duemila anni l’uomo costruisce terrazzi, un lavoro durissimo iniziato nell’antichità, proseguito nel Medioevo, e poi ripreso in epoca moderna, coi Gesuiti nel diciassettesimo secolo, poi con la produzione e l’esportazione degli agrumi su vasta scala, dall’800 sino ai primi decenni del secolo scorso.

Quest’agricoltura storica ha costi di produzione assai elevati, è difficile da mantenere, ma ha trovato nuovo respiro e possibilità di futuro in una parola difficile, che è “multifunzionalità”, una delle idee guida della politica agricola comunitaria, significa che il reddito dell’azienda agricola non viene più solo dalla produzione primaria, ma anche dall’ospitalità turistica, l’enogastronomia, la cultura, la cura della persona e la vita all’aria aperta, con il paesaggio che diventa il motore di tutto.

E’ un modello di agricoltura nel quale – mi dice Giorgio Lo Surdo, storico direttore di Agriturist, la prima associazione di agriturismo nata in Italia nel 1965, ora lavora all’Ufficio studi di Confagricoltura – l’Italia è leader in Europa, ma l’impatto dell’emergenza Covid è stato durissimo: il settore agrituristico, che avrebbe dovuto vivere nel 2020 l’anno del boom e della definitiva consacrazione, ha conosciuto invece con il lockdown un crollo del 71%, che significa un calo di fatturato di un miliardo e mezzo in confronto al 2019.

“Rispetto al turismo convenzionale, l’agriturismo si caratterizza per una percentuale più elevata di ospiti stranieri, che sono il 60% circa delle presenze totali. Quando l’Italia ha deciso il confinamento stava peggio degli altri. Poi, quando abbiamo riaperto, la situazione si era rovesciata, era l’Italia a essere circondata da Paesi tutti colorati in rosso. Il risultato è che la quota di stranieri si è quasi azzerata, un limitato recupero c’è stato, con un aumento delle presenze italiane del 10-15%, che non è comunque servito a evitare la caduta.”

Di tutte queste cose parlo con Vittoria Brancaccio, sotto le pagliarelle del giardino del suo agriturismo “Le Tore”, un rifugio per l’anima in mezzo agli ulivi e le colline dolci di Massa Lubrense, la luce è cambiata, le foglie dei grandi noci sugli antichi terrapieni attorno alla masseria settecentesca virano al giallo e all’arancio, e tutto è sospeso in un riverbero di foschia dorata.

Il volto di Vittoria è stanco, con la riapertura a giugno l’ospitalità è finalmente ripresa, ma i dati delle presenze confermano i numeri di Confagricoltura, sono meno di un terzo rispetto all’anno passato, e sono stati comunque mesi di lavoro assai duri. “Quando abbiamo capito che i nostri ospiti avrebbero avuto difficoltà a venire, abbiamo deciso di essere noi in qualche modo a raggiungerli”. In fretta e furia Vittoria con il suo gruppo di lavoro ha organizzato  una piccola Amazon della qualità, i barattoli preziosi con i pomodorini pelati, le confetture e i succhi di frutta, le bottiglie di extravergine profumato sono stati inscatolati e spediti in Italia e nel mondo, o caricati in auto verso Napoli, con un flusso regolare di consegne, dimostrando una volta di più che la Penisola resta pur sempre un quartiere verde della grande area metropolitana.

Ascolto il racconto di Vittoria, mentre i cubetti croccanti di frutta della macedonia sprizzano nel cervello ricordi e sensazioni lontane, il sapore dolce-acido elegante delle annurche che ho visto arrivando sulla paglia tra i filari, i chicchi di uva fragola sui tralci dietro il casale, e la polpa profumata di certi piccoli meloni giallo-verde, sfusati e grinzosi, che riposano appartati nell’orto.

Ora Vittoria mi racconta dell’iniziativa a cui tiene forse di più, la scuola di potatura dell’olivo che si è tenuta qui a “Le Tore” lo scorso settembre, un bell’esempio di multifunzionalità, perché è stato l’oliveto dell’azienda il laboratorio pratico dove uno dei massimi esperti in Italia, Giorgio Pannelli, è venuto dalle Marche per insegnare sul campo, a una sessantina di partecipanti, l’arte di modellare gli alberi affinché crescano equilibrati, facili da gestire, producendo olive di qualità. Tutto all’insegna della sicurezza, a ogni partecipante il suo olivo, con il sesto di impianto di due metri a garantire il distanziamento. 

“L’olivo” mi spiega Pannelli “è un antico compagno dell’uomo, è con lui da millenni, e ha pure lo stesso numero di cromosomi. Se ne abbiamo rispetto, se non lo stressiamo, riesce ad adattarsi a tutto, tranne che all’eccesso d’acqua. E’ un campione di resilienza, e noi possiamo aiutarlo, se riusciamo a comprendere la specificità degli ambienti in cui è chiamato a vivere – il clima, la morfologia, il suolo – lasciando perdere la smania di semplificare e intensivizzazione tutto, alla ricerca del massimo profitto.” Nelle parole di Pannelli la resilienza e l’adattamento alle condizioni reali delle nostre colline e montagne sono possibili a patto di comprendere e accettare la complessità, ed è una lezione non da poco, al di là degli ulivi.

Con la macedonia frattanto è arrivata dalle cucine anche la torta alla crema con le mele preparata da Anna, la cuoca, un’esperienza mistica, mentre il racconto in giardino prosegue, e Vittoria mi dice come, grazie a tutte queste attività, sia riuscita a garantire, anche in questa annata difficile, il lavoro a tutto il personale dell’azienda, e finalmente si rilassa un po’, e sorride.

“Una cosa che ho capito nei mesi di confinamento” continua Vittoria “è che Massa Lubrense dovrebbe essere studiata come modello di insediamento ideale per il dopo-Covid, i 12.000 abitanti vivono distanziati in una quindicina di frazioni sparse sui colli, il livello dei servizi e dei collegamenti è tutto sommato soddisfacente, un esempio è la scuola primaria rimasta aperta nella piccola frazione di Torca, non distante da dove ci troviamo, le giovani famiglie possono in qualche modo organizzare la loro vita, e la demografia è in crescita negli ultimi decenni.”

Questo modello tiene a patto che la campagna rimanga viva, che il paesaggio non si spenga, e qualche preoccupazione in realtà c’è. “In mezzo a questo sconquasso dell’economia qui in Penisola qualcosa sta succedendo” mi dice Vittoria, e il tono di voce si abbassa “grandi proprietà agricole potrebbero passare di mano, una specie di “land grabbing” invisibile. Qui a Massa è un po’ diverso, la proprietà terriera è più frammentata, è ancora in mano a famiglie che continuano, in mezzo a mille difficoltà, a curare le terrazze, gli orti e gli arboreti. Mi chiedo cosa farei se mi proponessero di vendere, ma questi sei ettari sono tutta la mia vita, è il mio lavoro, non posso farne a meno.”

Non c’è tempo per i pensieri, ci raggiungono per il pranzo altri amici, Massimo Ricciardi decano dei botanici napoletani, Vittoria s’è laureata con lui, e poi Riccardo Motti, curatore del magnifico Orto botanico di Portici, e Mauro Fermariello, dopo la laurea in agraria ha seguito la passione per la fotografia, e collabora da Milano con le riviste scientifiche e le testate di mezzo mondo. Lo chef è Raffaele Sacchi, che divide con Vittoria, oltre che la vita, l’avventura de “Le Tore”, è ordinario a Portici, un riferimento nella scienza delle produzioni alimentari, ma quello che conta oggi sono le sue candele ai pomodorini e basilico, spazzate via in un attimo.

Nel frattempo s’è fatto buio, al ritorno, passando da Sorrento, un ultimo sguardo a Piazza Tasso e Corso Italia, la cittadina va spopolandosi, non è l’autunno ma la chiusura uno dopo l’altro dei paesi europei, siamo di nuovo in emergenza, il senso di precarietà è forte, e la domanda è fino a che punto la città che attraverso, uno dei brand del turismo globale, sia consapevole dell’unità di destino coi paesaggi rurali che l’attorniano, della loro bellezza fragile, del lavoro lassù di persone come Vittoria che ogni giorno ci credono, come gli olivi resistono, e lavorano nonostante tutto per farcela.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 9 ottobre 2020

La partita contro il Covid diventa sempre più complicata al Sud, con aspetti dolorosi, a tratti paradossali. E’ difficile comprendere come siamo riusciti a produrre il massimo sforzo di attenzione durante il lockdown, quando il virus da noi circolava poco, per poi abbassare inspiegabilmente le difese ora, che il contagio è arrivato veramente. Certo, in mezzo c’è stata una stagione estiva vissuta da troppi segmenti di popolazione, quella giovanile innanzitutto, con un senso di  irragionevole euforia, l’idea di esserne usciti fuori, il sentirsi invulnerabili, immuni dal rischio.

Il fatto è che questa seconda ondata non trova le diverse parti d’Italia nelle stesse condizioni. Nelle regioni del Nord dove l’epidemia ha mietuto più vittime, ora sappiamo che il virus circolava dall’autunno precedente, entrando in qualche modo in contatto con una percentuale significativa della popolazione. Se anche restiamo lontani dall’immunità di gregge, il virus ha ora spazi comunque più limitati di ulteriore espansione. Da noi no, la malattia ha davanti praterie potenzialmente sterminate.

L’impatto di tutto questo sulla società meridionale lo ha descritto bene ieri Conchita Sannino nel suo editoriale sulle pagine nazionali di questo giornale (“Il virus nella terra più fragile”). Perché l’altra novità rispetto alla scorsa primavera è che se la prima ondata in qualche modo ha interessato di più i quartieri borghesi, la seconda sta dilagando in quelli popolari e nelle periferie, dove è più difficile mettere efficacemente in atto le misure di contenimento del contagio, perché la rete dei servizi e dell’assistenza è più rarefatta, la capacità economica delle famiglie più debole e precaria, con una quota rilevante dei nuclei familiari, circa la metà, al di sotto della soglia di povertà.

Si tratta di una questione nazionale, che come tale deve essere affrontata dal governo centrale, in strettissima collaborazione con regioni e i comuni. Non è pensabile che i destini che abbiamo voluto credere uniti nel momento del primo lockdown, con misure e sacrifici responsabilmente sopportati dall’intera comunità nazionale, tornino ora a essere considerati alla stregua di questioni locali. Sarebbe un’ingiustizia colossale, la vera fine dell’unità del Paese.

Certo, tornando all’articolo della Sannino, la crisi del Covid colpisce ferite aperte da troppo tempo, da troppo tempo rimosse dal dibattito pubblico. La pandemia non crea problemi nuovi, si limita a amplificare e rendere visibili quelli vecchi. La sofferenza strutturale della terza area metropolitana del Paese continua a costituire una delle principali criticità nazionali ed europee. Le risorse del Recovery fund dovrebbero essere impiegate per questo, non l’elenco della spesa ma gli investimenti necessari e indifferibili, su pochissime priorità che sono la salute pubblica, l’istruzione, la riqualificazione degli spazi quotidiani di vita, il resto viene dopo.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 6 settembre 2020

E’ la tappa del viaggio più complicata, perché riguarda le conseguenze della pandemia su aspetti del territorio rurale meno scontati, che non riguardano la produzione di alimenti, i cicli naturali e il paesaggio, ma la capacità di tutte queste cose di curare le persone, di riequilibrare le vite, offrire opportunità di riscatto.

Un esempio è nella campagna dissestata tra Napoli e Caserta, a Succivo, il Casale di Teverolaccio, dove i ragazzi di “Terra felix” hanno recuperato il complesso cinquecentesco, coi suoi orti e giardini, e usano l’agricoltura e la cura della terra come strumento per assistere l’infanzia a rischio, i soggetti deboli, le vite ferite, in credito col destino.

L’impatto del lockdown su questa delicata macchina sociale è stato pesante. “E’ il momento più difficile della vita ventennale del Casale” mi dice Paola Pascale, uno dei motori della cooperativa “All’improvviso abbiamo dovuto interrompere tutti i progetti, il lavoro con le scuole, sospendere l’attività della Tipicheria, il punto di ristoro che ci garantiva un po’ di autofinanziamento.”. Anche gli orti sociali affidati agli anziani, è stato necessario chiuderli precauzionalmente, qualche nonnetto ha pure tentato di scavalcare nella smania di accudire il proprio pezzetto di terra. Da allora” mi dice Paola sorridendo “fotografiamo ogni giorno gli orti, e inviamo la foto ai conduttori”.

Certo, la cooperativa sociale ha usufruito della cassa integrazione per i dipendenti, ma comunque s’è arrestato il lavoro dei volontari e degli obiettori di coscienza. E s’è fermato il progetto con il Ministero dei beni culturali per il recupero dei bambini fragili, utilizzando come laboratori gli orti museali creati nell’Anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere, nell’area archeologica di Pompei, nel Real Sito di Carditello.

“Abbiamo rischiato brutto” mi dice ancora Paola “ma ce l’abbiamo fatta. Ci ha aiutato la vendita dei prodotti, le conserve di pomodoro biologico coltivato sul fondo fuori le mura, e le bottiglie di asprinio dai filari di vite maritata simbolo di questa terra. Un momento emozionante è stata l’ospitalità alle classi di bambini coi loro maestri, che hanno potuto incontrarsi qui all’aperto, nei giardini del Casale, per festeggiare insieme la chiusura dell’anno scolastico”.

Alcuni progetti del Casale sono stati finanziati dalla “Fondazione Con il Sud” ed è al presidente, Carlo Borgomeo, che chiedo quanto il terzo settore si è rivelato fragile di fronte all’emergenza. “Non è il terzo settore in sé ad esser fragile” spiega Borgomeo “in molti casi si tratta di realtà ben strutturate, quello che è delicato è piuttosto l’oggetto delle attività, che sono le relazioni umane. Questa crisi” osserva il presidente “ci ha imposto un capovolgimento di paradigma. Prima pensavamo che le attività di cura alla persona, il welfare, fossero una conseguenza dello sviluppo economico. Ora sappiamo che è il contrario: è la capacità di valorizzare e proteggere le persone la precondizione di ogni percorso di sviluppo. C’è un punto sul quale le diverse scuole economiche sono d’accordo: la centralità del capitale umano. L’esperienza del Casale di Teverolaccio nella periferia difficile tra Caserta e Napoli” continua  Borgomeo “è di enorme importanza per la rinascita del territorio, assieme alle altre che la Fondazione sostiene a Messina, Cagliari, e a Napoli, dove i ragazzi della Sanità gestiscono splendidamente le Catacombe di San Gennaro. E’ con questi strumenti che possiamo arrestare lo svuotamento di quartieri e territori, spezzare i flussi centrifughi che portano via le persone.”

Il rapporto tra abitanti e territorio del quale parla Borgomeo era pure il cruccio di Manlio Rossi-Doria, ed è tema ancora caldo, se con la pandemia si ripropone la  necessità di un riequilibrio, ora che la città densa si è fatta pericolosa, intellettuali come Boeri e Arminio auspicano uno spostamento d’uomini verso i piccoli centri, che poi sarebbe un altro modo per il territorio rurale di venire in soccorso alla città, di curarne i mali.

Per seguire questa traccia, dall’Appia mi sposto a nord-est, sulla Casilina, la consolare più bella, coi filari d’alberi che la seguono ancora, come nel ‘700; in tre quarti d’ora sono a Pietramelara, dopo Riardo, nella media valle del Volturno, il distretto verde delle acque minerali. Mi aspetta Francesco Sabatino, agronomo, una lunga carriera nei servizi regionali di sviluppo agricolo, tiene un blog seguitissimo sulla storia e la cultura di questa terra (“Scribacchiando per me”), cinquecentomila contatti negli ultimi anni. Ci arrampichiamo per il borgo antico, un piccolo gioiello, fin su la torre, dall’alto si conferma la sensazione di quando arrivi: un senso d’ordine, di decoro che permea il paesaggio, nella parte abitata come in quella rurale.

“Qui le aziende agricole sono ancora vitali” mi dice Francesco “gli agricoltori hanno conservato un legame forte col territorio, ci sono allevamenti bufalini che producono in modo sostenibile, all’interno di un ciclo agronomico equilibrato”. Il versante nord del Monte Maggiore domina il paese, il manto fresco di boschi è intatto, proprio come lo vedeva un antico sannita. I boschi sono curati come un salotto, con Francesco visitiamo i ruderi di una masseria romana ai bordi della foresta, con un dedalo di locali sotterranei a volta, e tutt’attorno le mura ciclopiche.

Pietramelara è una cittadina ordinata, immersa nel verde, gli abitati a scacchiera potrebbero essere quelli di un quartiere satellite di Monaco o di Baltimora, la demografia è sana, gli abitanti sono 4.700, sono aumentati del 15% negli ultimi trent’anni, e raddoppiano quasi ogni d’estate, quando tornano gli emigranti dalla Svizzera; c’è una borghesia colta e articolata, e siamo solo a 45 minuti dal centro di Napoli. Eppure nel racconto di Francesco cogli accenti di preoccupazione.

La cittadina è cresciuta di venti volte nell’ultimo cinquantennio, ma il piccolo borgo medievale s’è svuotato. Lungo la stradina deserta una voce filtra da un uscio a pianterreno, è un’anziana professoressa di Napoli, col marito hanno preso casa qui vent’anni fa, lei accudisce una ventina di gatti, esprime delusione “Avevamo tante aspettative, poi abbiamo visto la vita sociale poco a poco affievolirsi, i negozi chiudere, il centro storico s’è svuotato, restiamo noi, con qualche famiglia di locali e di immigrati rumeni”.

Insomma in posti come questo si vive bene, la riserva di senso civico è una risorsa importante, eppure avverti la mancanza di una visione, di una strategia, senza la quale la qualità sociale si sfibra in un lento declino.

Potrebbero cittadine come Pietramelara contribuire al riequilibrio post-Covid del quale si parlava prima? Evitando gli errori del passato, agendo con misura, usando il patrimonio abitativo che c’è, senza la bulimia speculativa del piano casa, evitando di sfasciare un paesaggio di qualità che la comunità locale è riuscita a preservare? Forse si, se recuperiamo una capacità di coordinamento che s’è persa, ora che le decisioni si prendono tutte a scala municipale, dove il territorio lo vedi troppo da vicino, ti interessa solo casa tua, e il comune confinante è un avversario; o a scala regionale, dove il territorio non c’è più, si dissolve in narrazioni astratte, mentre è il livello intermedio che manca –  quello comprensoriale, che tiene insieme le città, le campagne e le reti di collegamento – liquidato in fretta con la riforma sbagliata delle province.

Sono questioni difficili, ma il viaggio deve chiudersi, ed allora riprendo la Casilina, poi la Venafrana verso il Matese, la montagna che si spegne, dal 1960 la popolazione si è dimezzata, è a Pratella che ho appuntamento con Antonio Maione, sacerdote, docente, psicoterapeuta, in largo anticipo sui tempi ha innescato un’esperienza di ripopolamento venendo a vivere qui, in un villaggio disperso ai piedi del massiccio. Antonio è una figura importante del cattolicesimo napoletano, le sue prese di posizione, le sue omelie nel segno del Concilio hanno a volte destato polemiche e contrasti, il solo torto è stato probabilmente quello di dire le stesse cose di papa Francesco, con cinquant’anni d’anticipo.

Il suo lavoro prosegue qui, ha restaurato alcuni casali abbandonati, ripreso la sistemazione e la coltivazione delle terre dove solo il bosco avanzava, e così la sua opera pastorale si svolge potando i tralci di una vigna, o mettendo a dimora un nuovo pollone d’olivo.

Un po’ alla volta una piccola comunità di cittadini lo ha seguito, ha preso casa e terra, sono docenti, ricercatori, professionisti, artisti, imprenditori. “Mettere insieme questa decina di ettari è stato difficile” mi dice Antonio mentre sediamo nella torretta sul tetto che domina a perdita d’occhio la vallata. “E’ stato necessario contattare una sessantina di micro-proprietari diversi, in un lavoro paziente di ricucitura e ricomposizione della terra”.

Gli chiedo perché la scelta di continuare il suo lavoro in un luogo ai margini, lontano dalla metropoli. “La città è un ingranaggio che troppo spesso non riconosce più alle persone la capacità di costruire in autonomia un proprio progetto, un percorso creativo di vita. Anche gli spazi sociali, pubblici, per un’interazione autentica si restringono. Un momento di lavoro sulla terra, con i suoi cicli e i suoi tempi, può aiutare le persone a riprendere contato con sé stesse.”

Perché l’idea di Antonio non è la scelta romantica, la fuga verso un countryside idealizzato. Secondo lui per ricostruire un senso di vita bisogna mettere insieme, più che contrapporre, i valori autentici dalle città e quelli dello spazio rurale, in una sintesi come la chiama lui “r-urbana”: un modo per affrontare i problemi della città e quelli della campagna, in questi tempi nuovi dopo la pandemia, dove i vecchi riferimenti non valgono più.

Ad ogni modo il progetto cresce e si diversifica, ne parlo con Costanza D’Elia, insegna storia contemporanea all’Università di Cassino, è una piccola donna normanna gentile e determinata, ha preso anche lei casa nel micro-borgo di Pratella, e qui ha fondato una casa editrice, si chiama “officinadifuturo”, che muove ora i primi passi. “Mi raccomando” dice “fai capire bene che non è il ritorno alla campagna, ma un percorso verso il nuovo, un viaggio verso la persona”.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 26 agosto 2020

L’appuntamento con Peter è a Oliveto Citra, il tragitto della superstrada verso l’Alta Valle del Sele non lo ricordavo così, una strada-paesaggio fantastica, attraverso uno scenario medioevale di colline vergini con boschi a perdita d’occhio. Quando in paese ci affacciamo dal belvedere che domina la valle, tra i Picentini e il gruppo austero dei Monti Eremita-Marzano, al confine con la Basilicata, la veduta mozzafiato ti dice che questo è uno dei pezzi di Campania più belli, che l’Italia è uno strepitoso museo sotto il cielo, proprio nei posti di margine, quelli che frequentiamo meno.

Peter Hoogstaden è un ingegnere olandese che proprio non riesce a invecchiare, ha studiato ingegneria agraria a Wageningen, da piccolo è venuto in Italia con l’idea di fare il pianificatore, strada facendo si è appassionato al turismo sostenibile, il piacere di scoprire i paesaggi rurali camminando. Vent’anni fa quest’idea è diventata impresa, ed è nata Genius Loci, un tour operator che accoglie, assiste e guida turisti da ogni parte del mondo, portandoli sui sentieri lontani dal caos, di un’Italia che molti, troppi connazionali non conoscono.

Ha lavorato duramente Peter, si deve molto al suo impegno se il Sentiero degli Dei è diventato “il sentiero più famoso d’Italia”, ma lui non si ferma, è sempre alla ricerca dell’ultimo angolo poco conosciuto che vale la pena di vivere, è un inventore di paesaggi, nel senso etimologico del termine, quello di dare nuovo significato e valore a luoghi che magari sono lì, sotto gli occhi di tutti, da qualche migliaio di anni.

Se la pandemia ha colpito pesantemente l’intero settore turistico, l’impatto è stato particolarmente duro per i segmenti che si rivolgono al pubblico straniero, che in quest’estate difficile è venuto completamente a mancare. Stagione compromessa, ma Peter non si è fermato, e l’innovazione cui sta lavorando ora è quella di proporre questo turismo diverso al pubblico italiano, un invito a riappropriarsi del Paese, rimanendo magari più vicini a casa propria, senza rinunciare a vivere comunque esperienze intense, sorprendenti, difficili da dimenticare.

E’ per vedere Peter all’opera che sono venuto, per capire come fa: stamattina a Oliveto Citra deve incontrare un gruppo un po’ speciale di persone che a diverso titolo stanno lavorando per far vivere e conoscere questa valle fuori dal tempo, ma che pure il tempo e la storia hanno profondamente segnato, l’epicentro del sisma tremendo del 1980 è su quegli altopiani calcarei, appena dietro le cime silenziose che ci circondano.

Ma la Ricostruzione qui il paesaggio non l’ha distrutto, la vista sulla valle è ancora un quadro settecentesco, un mosaico mozzafiato di coltivi, boschi, filari, tutto curato e coltivato, le case nuove sparse nella valle ci sono, ma nascoste pudicamente nel verde e quasi non le vedi.

Nella minuscola piazza-salotto del paese, con i platani potati ad arte come eleganti pensiline verdi, il monumento ai caduti,  gli anziani sulle panchine all’ombra che ci guardano, ci viene incontro Carmine Pignata, è il sindaco di Oliveto, medico, con lui parliamo della difficoltà di tener viva qui una comunità di 3.800 persone, ci parla dell’importanza dello stabilimento per la lavorazione del pomodoro che la Mutti ha acquisito da pochi anni nell’area ASI lungo il fiume, sono posti di lavoro preziosi, l’agricoltura e il turismo restano importanti, ma senza un’economia diversificata fatta di manifatture e servizi questi luoghi non reggono.

Ora il gruppo si completa, ci raggiungono Marzia Spera, geologa e docente, con lei sono Tiziana, Francesca, Rosalia, Massimo, Umberto, tutti soci di “Mefitis”, l’associazione che lei ha fondato, che porta il nome della dea tremenda e misteriosa che da tremila anni veglia sulle mofete, le fonti naturali di gas tellurici che sgorgano dalle viscere della terra. Nel territorio di Oliveto ce ne sono una decina, e su questa singolarità Marzia ha costruito un progetto di visita e conoscenza, lungo un itinerario che ti porta a esplorare buona parte della valle maestosa.

Dai margini del borgo ci inoltriamo lungo il sentiero bordato di querce, fin giù al fondovalle, tra oliveti ben curati, macchie di bosco e filari, campi dorati dalle stoppie di frumento, ruderi silenziosi di abitazioni rurali, con le pietre coperte di licheni.

In questo paesaggio-giardino, dove il presidio agricolo tenacemente tiene, i manufatti storici sono tutt’uno con la natura, come l’acquedotto con gli archi aggraziati in pietra che alimentava la cartiera; e la piccola chiesa quattrocentesca di Santa Maria delle Grazie, ai margini del borgo, con l’immagine della Vergine col Bambino, insolitamente ritratta coi seni scoperti e una corona turrita, che sono poi gli stessi attributi di un gruppo di antiche divinità (la Grande Madre Cibele, la Dea Madre dei Cretesi) della quale la stessa Mefitis potrebbe far parte.

La mofeta che ora incontriamo sperduta nel verde e il silenzio è un laghetto d’acqua gelata ribollente, il colore è lattescente, l’odore pungente di solfuro. Tutt’attorno il suolo è spoglio, incrostato di depositi minerali, solo poche piante specializzate, come il giunco, riescono a crescere, l’atmosfera è sospesa, le immagini dantesche affiorano alla memoria, e capisci perché nei millenni, gli italici prima, i romani poi, abbiano stabilito questi come luoghi di culto: e perché Mefitis (“colei che fuma”, “colei che sta in mezzo”) sia stata la dea della fertilità femminile e dei raccolti, della salute recuperata, e del passaggio tra gli stati diversi della vita, con le acque che guariscono dalle malattie, e il mantello invisibile di anidride carbonica che può invece stordirti e ucciderti.

Tutte queste cose le racconta Marzia, con competenza scientifica (come geologa ha collaborato a lungo con l’Osservatorio vesuviano nello studio e monitoraggio di queste mofete), ma anche con momenti di immedesimazione teatrale, rituale, durante i quali quasi trasfigura nella sacerdotessa dell’antico culto, e comprendo allora cosa sia il “turismo esperienziale” che lei intende proporre, dove non c’è solo lo “storytelling”, il racconto, ma anche lo “story-living”, il rivivere in questi luoghi millenari, esperienze e sensazioni che i nostri progenitori devono aver sicuramente provato.

Il viaggio prosegue, con le mofete che assumono conformazioni diverse, quasi fossero manifestazioni cangianti della dea: fredde acque pullulanti all’interno di inghiottitoi di roccia calcarea, pozze di fanghi gorgoglianti o anche – ed è la forma più impressionante – pozzi asciutti di gas, dove il flusso venefico lo avverti dal sibilo tra le rocce, l’aria che vibra, l’odore e la desolazione nuda che c’è intorno.

E’ il momento di tirare le fila, spontaneamente all’ombra di una farnia ci disponiamo in circolo, oltre a Peter, Marzia e gli amici di “Mefitis” sono con noi Alessandro Di Muro, docente di Storia medievale all’Università della Basilicata che studia questi territori da anni, e il presidente dell’Oasi Regionale “Foce Sele e Tanagro”, Antonio Brescione.

La domanda è una sola: come può un progetto come quello di Marzia e “Mefitis” crescere e svilupparsi, diventare elemento di un’offerta turistica stabile e strutturata? Nella discussione sotto gli alberi i diversi elementi di una possibile risposta iniziano a emergere con una certa chiarezza.

Alla base di tutto, l’investimento principale riguarda il capitale umano, la formazione di attori consapevoli e qualificati, ed è il lavoro che Marzia e l’associazione “Mefitis” cocciutamente conducono da anni. Per far questo, anche lo studio e la conoscenza dei luoghi, che la ricerca geologica, storica, sociale costruisce nel tempo, è un carburante che deve uscire dai libri, e alimentare il più diffusamente possibile le menti e i discorsi delle persone

Così come è importante il sostegno convinto, non episodico dei poteri pubblici. Marzia e “Mefitis” pensano alla creazione di un Parco delle mofete, e guardano anche al “Contratto di fiume” che Antonio Brescione con l’Oasi Sele-Tanagro sta promuovendo, il tentativo di cucire insieme le esperienze innovative lungo l’intero corridoio fluviale, dalla sorgente alla foce, cercando di superare in questo modo egoismi e chiusure municipali, che pure esistono.

Poi ci sono le cose che Peter Hoogstaden sostiene e pratica da anni. Il turismo – e quello che lui ha in mente è sempre un’attività rispettosa, attenta a non consumare la qualità sociale, le risorse dell’ambiente e del paesaggio – è una cosa che riguarda gli abitanti, prima che i turisti: la consapevolezza e la cultura dei luoghi di vita, prima ancora dei flussi di presenze e dei fatturati.

Insomma, un tour operator può certamente aiutare a far nascere quelle che Riccardo D’Acunto – l’economista già docente di Sociologia del turismo alla Sapienza di Roma, che accompagna Marzia e “Mefitis” nel loro percorso – chiama le “micro-reti” di servizi che servono per il trasporto, l’accoglienza, il ristoro, la guida e l’intrattenimento degli ospiti, ma l’energia, la passione e la perseveranza deve mettercele il territorio, con la sua comunità, i suoi amministratori.

Una conclusione, all’ombra della grande quercia, la trova alla fine Umberto, avvocato, e socio di “Mefitis”: c’è una parola, dice lui, che racchiude le cose che abbiamo detto e ascoltato nel viaggio di stamattina. Questa parola è “insieme”, che è poi l’unica strada per uscire dalla crisi.

Antonio di Gennaro, repubblica Napoli del 24 agosto 2020

Il taglio dei parlamentari non è una buona cosa per la democrazia, e ci vorrebbe che qualcuno lo spiegasse agli incauti promotori come è fatto veramente il Paese, al di là della lente distorcente dei social. Basterebbe una foto, l’immagine notturna dell’Italia sul sito della NASA: lo stivale tutto buio, con le sole macchie di luce delle aree metropolitane. In quel buio, che sono le colline e le montagne che formano l’80% del territorio nazionale, vive grosso modo metà degli italiani; nel 20% di territorio illuminato l’altra metà.

La riduzione del numero dei rappresentanti non colpirà in egual modo le due Italie, quella della concentrazione urbana e quella a bassa densità dei piccoli centri, ma in special modo quest’ultima, indebolendone ulteriormente la voce, e la possibilità di una partecipazione attiva alla vita del Paese.

In Campania poi, dove tutti i guai italiani si presentano in forma amplificata, l’asimmetria demografica è ancora più clamorosa, perché sul 20% del territorio – i vulcani e le pianure costiere – vivono i tre quarti della popolazione regionale, con il restante 25% che rimane a presidiare la sterminata green belt appenninica, dal Matese al Cilento, passando per il Fortore e l’Alta Irpinia, l’80% del territorio regionale in fase di drammatico spopolamento.

A causa della bassa densità e del calo demografico queste terre avranno sempre più difficoltà a eleggere propri rappresentanti nelle assemblee legislative nazionali, finiranno in una specie di serie B della democrazia. Il divario tra le due Italia conoscerà una inimmaginabile consacrazione istituzionale.

Se il popolo e il territorio sono i due pilastri dello Stato, un sistema di rappresentanza che dimentica il secondo, premiando esclusivamente la forza della demografia, non è in grado di assicurare al Paese un futuro sostenibile, perché sono le comunità a bassa densità che curano e tengono vivo l’ecosistema Italia, con il suo paesaggio e la sua identità, garantendo alle aree metropolitane il rifornimento di asset essenziali, a cominciare dall’acqua, l’aria, la difesa del suolo e la sicurezza alimentare.

E’ veramente singolare allora che proprio a questa parte dell’Italia, che già sconta una minore dotazione di servizi di base (scuola, sanità, internet ecc.), sia negato il diritto a partecipare alla formazione delle politiche, delle scelte, delle strategie.

Insomma, in caso di vittoria del “si” le perdite per la democrazia sono certe, a fronte di un risparmio dello 0.00 qualcosa sulla spesa pubblica, e alla soddisfazione vacua di aver finalmente assestato uno schiaffo alla casta, col seguito di propaganda malata sul web. Tra poco meno di un mese sapremo, il guaio è l’aver affidato la scelta a una slot machine truccata, che ha un solo risultato, quello che proprio non serve al Paese.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 23 agosto 2020

Il viaggio nelle campagne al tempo della pandemia comincia dove la storia ha avuto inizio, la piana di Quarto, l’ecosistema agricolo dentro il più grande cratere flegreo, che per tremila anni ha prodotto, instancabilmente e in silenzio, cibo e alimenti per le città antiche di Cuma e Pozzuoli, poi per quella nuova, Napoli.

Affacciandosi da S. Rocco, la frazione di Marano sul ciglio del cratere, la veduta dall’alto è ancora verde, coi boschi di castagno e querce sui versanti, tutt’intorno la grande conca, che è un mosaico intricato di case viti e coltivi. Mi accompagna Raffaele Verde, la sua cantina “IV Miglio” da più di vent’anni produce, proprio in questi vigneti superstiti, una delle migliori falanghine che sia dato gustare a queste latitudini.

“Nel 1950 nella piana di Quarto vivevano 5.200 persone, assieme a 5.000 capi bovini. Qui si produceva la carne per Napoli, il latte, e il vino naturalmente. Le famiglie contadine abitavano le piccole frazioni sparse tutt’intorno la piana, in ognuna c’era la masseria con i beni in comune, l’aia, il forno, il torchio e la cantina, le regole di convivenza erano quelle dei pagus, i villaggi di duemilacinquecento anni fa”.

Chiedo a Raffaele in che momento la modernità è arrivata davvero. “La vita di questi luoghi è cambiata con le emergenze telluriche, il bradisismo negli anni ‘70, poi il terremoto del 1980. Un uno-due micidiale, la storia ha messo il turbo, le stalle divennero case, il mondo antico s’è sbriciolato, ed è iniziato quello nuovo”.

Nel paesaggio avanti a noi la corona di piccoli villaggi persi nell’arboreto medievale non si vede più, ora c’è una città reticolare diffusa di 41.000 abitanti. I primi diecimila arrivarono col bradisismo, gli altri 25.000 dopo il sisma dell’80, in un flusso che in questi quarant’anni non s’è mai interrotto. Le aree edificate si sono moltiplicate per 30, ora sono 600 ettari, sui circa 1400 del territorio comunale. Vuoi chiamarla città, ma è un’altra cosa, un reticolo fitto di palazzine spontanee, ai bordi di strade rurali senza marciapiede, che prima o poi ti riportano alla campagna.

Da quasi tremila anni queste sono terre di passaggio, il toponimo non indica un luogo, ma solo che siamo al quarto miglio della via Campana, l’arteria vitale tra Pozzuoli e Roma, per realizzarla fu necessaria un’opera immane di ingegneria, col taglio della montagna, lo spacco buio nel Gauro, che attraversi oggi proprio come allora in silenzio, tra i muri altissimi in opus reticulatum.

Quando riesci alla luce, Via Campana sembra periferia d’America, coi negozi i bar le pompe di benzina le insegne dove prima era solo campagna, e la vita che scorre veloce, lungo la strada di attraversamento. Oltre le palazzine costruite a memoria dai capomastri, il tipo edilizio più ambìto è la villetta col tetto a doppia falda, come fossimo in montagna, cose che non c’entrano niente coi luoghi ma l’effetto, nella grazia invincibile del paesaggio flegreo, resta nonostante tutto gradevole.

Nei racconti di Raffaele Verde, Quarto è un luogo di ruralità ancestrale, che non si è mai fatta municipalità. Fino al decreto del 1948 che ne stabilì l’autonomia,  Quarto è rimasta frazione di Marano: il castello, la torre, il palazzo del principe e il municipio erano lì, in alto, qui era solo la riserva silenziosa di uomini e terre fertili, e infatti un centro storico vero e proprio non c’è, a stento riconosci nel mare della nuova edificazione ciò che resta dei minuscoli nuclei rurali, e il solo monumento identitario è la piccola chiesa duecentesca di S. Maria.

Già, i monumenti. Il patrimonio archeologico è diffuso, con Raffale visitiamo il mausoleo della Fèscina, vicino i binari ferroviari, la cuspide misteriosa sembra la traccia di un’architettura arcaica, o aliena; poi i ruderi della Villa del Torchio, i resti di una importante masseria romana, con i locali e le opere per la produzione del vino. Il sito si conserva miracolosamente, recintato e protetto da una copertura lignea, nell’interstizio tra il viadotto della superstrada, lo sterminato centro commerciale, e i grandi capannoni inutilizzati di un acetificio che ha chiuso i battenti.

Chiedo a Raffaele com’è finito, lui veterinario, a produrre vino. “Papà era pilota di guerra, il sogno era seguire le sue orme in aviazione ma fui scartato per un’anomalia cardiaca. Lui era anche un bravo allevatore, e fu questa alla fine la strada”. La carriera di medico veterinario Raffaele l’ha fatta tutta nel servizio sanitario nazionale, fino alla dirigenza, poi venne il problema di cosa farsene delle terre di famiglia, erano frutteti antichi, non specializzati, lui scelse invece di puntare tutto sulla vite.

Così ha impiantato il vigneto, che gestisce come un salotto, sperimentando nuove tecniche di allevamento, inerbimento e difesa, l’obiettivo è incrementare l’humus e la fertilità del suolo, riducendo al minimo la chimica. Tornati in azienda percorriamo i filari ordinati, Raffaele racconta, e a ogni passo si ferma a sfogliare un tralcio, per dare luce a un grappolo.

Da medico veterinario, professionista della vita, ha sempre creduto che un grande vino comincia dal benessere e l’equilibrio della vigna, la cantina deve solo rispettare ed esaltare questi valori. E i suoi ragazzi l’hanno accompagnato nell’avventura. Ciro è un enologo di prim’ordine, Alessandro invece segue la ristorazione, perché a “IV Miglio” puoi sperimentare oltre i vini anche una delle migliori cucine dell’area flegrea.

Insomma, intorno alla falanghina e alla ristorazione di qualità Raffaele ha costruito un’azienda che dà da vivere a una comunità di una ventina di persone, un’economia del territorio che nasce dal basso, partendo dal terroir, dai valori unici del suolo e della storia: una possibilità diversa per questi luoghi, che non sia il gioco a perdere dell’edilizia di rapina. In mezzo al caos dell’urbanizzazione veloce, è proprio partendo da questo centro storico verde, fatto di vigneti in mezzo alla città, che anche a Quarto un ordine potrebbe ritrovarsi, una nuova qualità dei luoghi, un senso di appartenenza, cura, responsabilità.

Resta il fatto che la pandemia, questa forza cieca che ha distribuito inegualmente dolori, costi, perdite e opportunità, ha colpito duramente proprio l’agricoltura multifunzionale, questa economia nuova del territorio e della convivialità. Come altre cantine di qualità “IV Miglio” ha sofferto nei mesi del lockdown il blocco dell’export, e il fermo completo dell’HO-RE-CA, la filiera che comprende alberghi, ristoranti e caffè.

Seduti nel giardino che guarda le vigne, ragioniamo di queste cose, mentre Ciro ci presenta in anteprima l’ultima nata, una falanghina senza solfiti, da brividi. Davanti al bicchiere fresco, Raffaele parla dei problemi gravi del momento con pacatezza, un’apprensione temperata dalla ragione, la forma mentis è quella della medicina umanistica di vecchia scuola, dove prima della malattia c’è la necessità di comprendere gli equilibri che sono alla base della buona vita.

“Siamo ripartiti con la ristorazione, la struttura dei locali e degli spazi aperti fortunatamente ci consente di applicare meticolosamente i protocolli di prevenzione e distanziamento, ma non è questo il punto. Il problema è come restituire serenità alle persone, che non c’è ancora, e io penso che proprio in questa fase la comunicazione istituzionale e dei media non ci stia aiutando. E’ una continua doccia scozzese di allarmismo e rassicurazione, messaggi contrastanti vengono dati nello stesso comunicato governativo, pagina di giornale, scaletta di telegiornale. In una situazione di oggettiva incertezza, non è questo il modo migliore per aiutare le persone ad adottare comportamenti consapevoli, a vivere responsabilmente questo momento di transizione.”

Raffaele alza il calice, osserva controluce il colore della nuova creatura. “Per il vino poi, la pandemia non ha fatto altro che evidenziare le nostre antiche debolezze, l’incapacità dei produttori di un territorio come i Campi Flegrei di fare alleanza, cooperare veramente, perché è evidente che nessuno si salva da solo. Il mercato internazionale è spietato, puoi affrontarlo solo se concentri tutte le forze, condensando davvero in un solo racconto credibile il vino, i vulcani, la natura particolare di questa terra, dove la storia dell’uomo è cominciata, insieme a un progetto, un impegno serio per farla vivere ancora.”

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 21 luglio 2020

Oreste Casalini ci ha lasciati, un tumore ai polmoni l’ha fermato la scorsa notte a Roma. Era nato a Napoli cinquantotto anni fa, era ancora un gigante di ragazzo, timido brusco e gentile, uno dei maggiori artisti italiani contemporanei. Ricordo quando arrivò a studio, sono passati più di dieci anni. Era già famoso, la figura imponente si aggirava senza parlare tra foto satellitari e cartografie, con quella curiosità di tutto che lo animava, era il suo modo di vivere e respirare.
Gli raccontai quello che stavo facendo, un libricino sulla terra, la terra dei fuochi. Ascoltò silenzioso, tornò dopo qualche giorno con una cartella zeppa di acquerelli in bianco e nero emozionanti. Aveva capito tutto. Nei disegni c’era la grumosità minerale, la stratificazione dei suoli, le viti delle alberature aversane avvolgevano corpi tremanti di donna, e madonne duecentesche silenti. In quel libro finirono le parole che avevo scritto, e i suoi disegni, ma i disegni parlavano di più.
Ha vissuto, lavorato e lasciato le sue opere nelle principali capitali del mondo. Era instancabilmente alla ricerca di tecniche e materiali nuovi, per i suoi dipinti che erano sculture, e per le sue sculture che vibravano di vita, e aveva un dono divino, perché il suo segno vinceva sempre, su tutte le tecniche e i materiali. I suoi book di disegni sono tra i romanzi più belli che ho letto.
Non so quanto c’entrasse il fatto di esser nati lo stesso anno, ma io ritrovavo nei suoi segni le forme e il volto dell’Italia come l’avevamo vista da piccoli, con gli occhi emozionati di ragazzino, dal finestrino sull’Autosole, prima che tutto cambiasse. Lui disegnava una casa, un volto di donna, un albero, un crinale, le arcate di un ponte in una valle d’Appennino o un bue in mezzo a un campo, con la modernità essenziale di un pittore del Duecento. Hanno scritto che il suo era un alfabeto di forme primordiali, archetipi; resta stupefacente la vita, l’intelligenza, l’eleganza semplice che ci metteva dentro, non era mai maniera, solo dolorosa verità.
Ha cercato di raccontarlo in uno dei suoi scritti più recenti: “Un’opera è sempre il risultato di un desiderio smisurato, la natura stessa della meraviglia si nasconde in questo segreto, il piacere semplice di fare il meglio, tendere al meglio come atto di devozione e rispetto per il lavoro, una azione rituale, tra le righe, nello spazio del non richiesto, quel che è essenziale aggiungere per non morire di sola materia.”. Il titolo della sua ultima mostra è “Per sempre”. Ti sia lieve la terra, fratello.

 

Antonio di Gennaro, 27 giugno 2020

Alla fine del suo viaggio alla ricerca vana dell’immortalità Gilgamesh torna a Uruk, la città sulle sponde dell’Eufrate che ha edificato e di cui è re, l’osserva dall’alto e descrive com’è fatta: all’interno delle mura “un terzo di tutto è città, un terzo giardino, un terzo campagna”. E’ il primo racconto scritto di un ecosistema urbano di quattromilacinquecento anni fa, un millennio e mezzo prima dei poemi omerici.

Gli habitat dell’uomo sono ancora quelli – la città, il giardino, la campagna – è da questi che dobbiamo partire per discutere della nostra vita in tempo di emergenza, perché attraverso parole d’ordine come “distanziamento” e “confinamento”, la pandemia ha cambiato prima di ogni altra cosa la metrica dei nostri spazi di vita.

La cosa urgente ora è capire come sono attrezzati gli ecosistemi nei quali viviamo – Napoli, l’area metropolitana, la Campania – per adattarci alle nuove condizioni di vita; che possibilità abbiamo di farcela, tenuto conto che l’emergenza Covid non porta problemi nuovi, ma presenta tutto insieme il conto di quelli vecchi, lasciati lì a marcire.

Un primo aspetto è che, almeno per un po’, la densità non è più una virtù. La concentrazione di relazioni, occasioni, scambi che costituiscono la forza inarrivabile dell’ecosistema urbano, si è trasformata nel suo tallone di Achille, e c’è ora chi decanta le virtù del borgo, della periferia dispersa, della vita a bassa intensità.

Per una regione come la Campania, dove il 75% degli abitanti vive stipato sul 15% del territorio regionale, nell’area metropolitana più scombinata e pericolosa d’Europa, la pandemia appare l’occasione per un affrontare il riequilibrio demografico verso la green belt appenninica, la costellazione dei  trecento piccoli comuni che ha perso in mezzo secolo più di un terzo della popolazione.

Per l’area metropolitana invece, tornando a Gilgamesh, l’emergenza rappresenta il momento buono per riscoprire il valore delle campagne urbane. Proprio come l’antica Uruk infatti, in maniera sorprendente la metropoli è fatta ancora per il 60% di spazi verdi – aree coltivate, boschi, pascoli – in un mosaico caotico con le aree urbanizzate e il reticolo di infrastrutture, che coprono il restante 40% dello spazio.

Se fino ad ora abbiamo considerato queste campagne come una specie di terra di nessuno, spazio di riserva per l’espansione edilizia, è questo il momento di riassegnare loro la funzione primaria: quella di spazi verdi multifunzionali nei quali, accanto all’agricoltura di qualità, si produce cultura, vita all’aria aperta, educazione e didattica, sport. Un bene pubblico insomma, il giardino della metropoli, al posto dell’immagine desolata della Terra dei fuochi. Ricordando che nella civiltà della Piana campana “giardino” è propriamente il frutteto, l’arboreto promiscuo tradizionale, col groviglio multiforme di piante da frutto e viti, sulle terre vulcaniche più fertili del mondo.

In altri termini, la metropoli ha al suo interno i suoi spazi pregiati di decompressione e distanziamento, quello che dobbiamo fare è rimuovere la coltre di incuria e degrado che li imprigiona, curarli un po’, viverli, vigilare, fare ordine, ricostruire una toponomastica e una leggibilità dei luoghi.

Per il capoluogo il discorso è simile, seppur a una scala diversa. Gli ecosistemi verdi in città coprono 3.500 ettari, 3.100 dei quali sono campagne, tutte protette dal Piano regolatore, e i restanti 400 ettari, che è invece la somma dei 52 parchi e giardini, dai maggiori come Capodimonte, Floridiana, il Parco dei Camaldoli e il Virgiliano, a quelli della Ricostruzione, fino ai più piccoli di quartiere e vicinato.

E qui veniamo al punto. Queste aree sono in potenza uno strumento formidabile, sono spazi sociali che la città può mettere in campo per attrezzarsi in tempi di pandemia. Sono beni pubblici, come sono beni pubblici le altre armi che abbiamo per vincere il male, il Cotugno, le terapie intensive, i centri di ricerca e i laboratori. Il problema delle aree verdi, dal Parco delle colline (in freezer da un decennio), ai parchi storici in disarmo, senza più manutenzione, è la loro accessibilità effettiva per gli abitanti, atteso che la lotta al virus non si fa con numeri, slogan e proclami, ma migliorando giorno per giorno la qualità dei nostri desolati ambienti di vita.

L’articolo è pubblicato in: COVID. Le cento giornate di Napoli. la Repubblica Novanta-Venti. Guida editori, pp. 171-173

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 20 giugno 2020

Quella che provi in questi giorni a leggere i programmi per il dopo-pandemia è la vertigine della lista, la fascinazione descritta da Umberto Eco che l’uomo da sempre prova per gli elenchi – si tratti di luoghi, città, libri, eserciti o persone – e la spiegazione è che le elencazioni sono pur sempre racconti del mondo, della sua molteplicità e completezza.

Prendi il programma preparato dalla squadra di esperti di Colao, già messo da parte: 102 idee per il rilancio 2020-2022, c’è tutto o quasi, tanto che alla fine risaltano le poche cose che mancano, a partire dal Mezzogiorno. Come se si potesse prescindere, per far ripartire l’Italia, dal fatto che ci sono pezzi di Paese nei quali l’offerta di servizi essenziali e opportunità di futuro per le persone, già depressa prima dell’emergenza, rischia seriamente di inaridirsi ancor di più dopo.

Anche l’agricoltura manca, e questo è un guaio, non tanto per la sicurezza alimentare, che pure è un obiettivo strategico della nazione, quanto perché le attività agricole e forestali sono la base in Italia della manutenzione quotidiana di quell’85% di paesaggio che non è fatto di città ma di campi coltivati, praterie e boschi. Una fabbrica multifunzionale di bellezza, che secondo il presidente Conte dovrebbe essere la risorsa base per la ripartenza del Paese.

Ma la forza dei programmi-lista sta nel fatto che sono racconti esaustivi del mondo: la promessa/illusione che l’intera realtà che ci circonda, con tutta la sua complicazione, complessità e imprevedibilità, risponda alla fine, grazie all’incantamento della lista, alla nostra capacità di controllo.

Il programma presentato dal governo agli Stati generali in corso in questi giorni a Villa Pamphili è esteso e ramificato non meno di quello di Colao, è anch’esso un programma-mondo, un’elencazione enciclopedica di obiettivi, e infatti qui l’agricoltura c’è, e pure una parte dedicata al riequilibrio territoriale, con la proposta dell’introduzione al Sud di una fiscalità di vantaggio per attrarre investimenti.

Resta il fatto che, in mezzo a questa impressionante selva di propositi, slogan, parole d’ordine, un sentiero realistico deve essere tracciato, scegliendo rapidamente con responsabilità, all’interno della sterminata mappa del programma-mondo, le pochissime parti ritenute decisive, quelle che devono essere affrontate per prime, per orientare davvero il corso delle cose: le tre-quattro priorità cui dedicare il tempo e le risorse a nostra disposizione, che restano comunque limitate. Solo così convinceremo tutti in Europa che facciamo sul serio, fermo restando che tra queste cose, la riunificazione di questo Paese troppo lungo, per usare le parole di Giorgio Ruffolo, è ancora al numero uno.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli 2 giugno 2020

Un legame lungo cinquemila anni rischiava di rompersi per sempre. I primi solchi, le tracce archeologiche dei primi esperimenti di agricoltura in Campania felix sono venute alla luce negli scavi per la stazione Toledo della nuova metropolitana, in un antico suolo sepolto della fine del Neolitico, nel ventre buio del centro storico di Napoli. Il suolo vulcanico più fertile che esiste sulla faccia della Terra. Questa fertilità straordinaria è alla base della civiltà campana, a partire dalle origini, ma il legame tra noi e i nostri suoli è stato messo a dura prova negli ultimi anni, con la crisi della cosiddetta Terra dei fuochi. Da generatori di vita e di alimenti, i suoli della pianura si sono all’improvviso trasformati in insidiosi portatori di rischio.

Questa storia per fortuna è alle nostre spalle. Anche grazie al nutrito gruppo di scienziati ed esperti che in pieno allarme pubblico, anziché strillare libri articoli e denunce, si è messo a studiare e analizzare sistematicamente, nel quadro del progetto di ricerca comunitario LIFE-ECOREMED, lo stato di salute degli ecosistemi agricoli della Piana campana: gli orti e i frutteti dispersi nella grande area metropolitana, dove 20.000 aziende agricole continuano a produrre ortaggi di qualità, richiesti dai consumatori di mezzo mondo.

Di tutte queste cose si parla in un seminario nazionale che si svolgerà in rete mercoledì 3 giugno a partire dalle 16.00, sulla piattaforma zoom dell’Ordine dei Dottori Agronomi della Provincia di Salerno (iscrizione libera sul link reperibile da questo link), che lo ha organizzato in collaborazione con il Dipartimento di Agraria della Federico II, la Società Italiana di Agronomia, la Società Italiana di Scienza del Suolo, l’Associazione Italiana Architettura del Paesaggio.

Per la prima volta il convegno web riunisce insieme molti dei ricercatori del progetto ECOREMED, che è stato premiato nel maggio 2019 a Bruxelles dalla Commissione europea per i risultati conseguiti e il contributo reso al Paese. Dalla loro voce sarà possibile ascoltare il racconto di un percorso aspro, durato sei anni,  in un clima pubblico arroventato dal fuoco incrociato di accuse, allarmi, polemiche.

Alla fine, i suoli e i prodotti agricoli sono stati scagionati, ma non è probabilmente questo il risultato più importante del lavoro. Il contributo che resterà è il protocollo messo a punto per determinare lo stato di contaminazione dei suoli agricoli, e se necessario curarli, con tecniche verdi che impiegano piante e microrganismi, assai meno costose delle bonifiche tradizionali.

E’ un tassello che mancava nel quadro legislativo nazionale: avevamo le regole per i suoli industriali, non per quelli agricoli. Ora il protocollo ECOREMED, che è assolutamente free, è diventato parte di un decreto governativo: il metodo che i ricercatori campani hanno messo a punto costituisce riferimento per il Paese intero. Per noi, l’occasione di recuperare un rapporto con i suoli e i paesaggi rurali alla base della nostra vita, anche quelli incastrati nella città, per conoscerli, rispettarli, curarli, come un pezzo importante di una lunga storia comune.

Antonio di Gennaro, Repubblica Napoli del 24 maggio 2020

Sylvain Bellenger è costretto a chiudere l’accesso al parco di Capodimonte a causa di attriti con i sindacati e subito arriva il rimprovero di Luigi de Magistris, che lo invita a riaprire per motivi di salute pubblica, lamentando una mancanza di coraggio che “sta corrodendo il Paese”. Si ripropone dunque con forza il problema degli spazi verdi in città, al quale “Repubblica” ha dedicato una approfondita serie di reportage, articoli, interviste. A questo punto una riflessione è necessaria, anche alla luce dell’ultima polemica tra sindaco e direttore del Parco.

Dall’inchiesta di “Repubblica” sul verde urbano a Napoli emerge un quadro di luci (poche) e ombre (troppe). Lo scenario d’insieme è quello di un patrimonio a pezzi, allo stremo. Dei parchi storici della città uno solo, proprio quello di Capodimonte, si propone come modello gestionale di riferimento, assicurando nonostante tutte le difficoltà (e l’ultimo incidente di percorso) uno standard di fruibilità da grande città europea. Per il resto, il racconto dei giornalisti di “Repubblica” è quello di un itinerario dolente attraverso luoghi di decadenza fisica e funzionale, dalla Floridiana alla Villa Comunale fino al Virgiliano, nel verde perduto di Posillipo.

La situazione è critica anche per i parchi contemporanei, quelli del Piano delle Periferie e della ricostruzione dopo il terremoto dell’80 – Troisi, Fratelli De Filippo, Scampia – giustamente presentati dalla Guida Rossa del Touring come le prime grandi attrezzature verdi realizzate in città dai tempi dei Borbone. I progetti di queste aree, è bene ricordarlo, sono a firma dei migliori nomi della progettazione dei giardini in Italia, da Ippolito Pizzetti a Vittoria Calzolari.

Esemplare il caso del Parco Fratelli De Filippo, a Ponticelli, un’area verde di dodici ettari al centro di un quartiere importante, che pure ha fame assoluta di socialità, dove la manutenzione da anni si arresta inspiegabilmente al primo ettaro, il solo fruibile, grazie anche agli stupendi orti urbani curati dalla rete di associazioni, comitati, scuole. Nei restanti undici, uno sterminato deserto urbano, con le strutture in completo disfacimento e una giungla vegetale impenetrabile, carica di illegalità e insidie.

Ma il monumento all’incuria e all’incapacità gestionale è il Parco dei Camaldoli, cento ettari di castagneto, un vero bosco in città, una risorsa incomparabile di biodiversità: un ecosistema prezioso che sarebbe il vanto di ogni comunità urbana in qualunque altro posto del mondo, chiuso ormai alla cittadinanza e abbandonato a un degrado fisico e vegetazionale che ha assunto aspetti di rischio assolutamente drammatici e inaccettabili.

La sofferenza è sistemica, riguarda purtroppo a vario grado l’insieme dei 52 parchi e giardini raffigurati nella cartografia ufficiale scaricabile dal sito del Comune di Napoli: 340 ettari in teoria disponibili per la cittadinanza, la cui reale fruibilità appare, come testimoniato dall’inchiesta di “Repubblica” problematica, frammentaria, incerta. Per non parlare del Parco metropolitano delle colline di Napoli, l’intuizione coraggiosa del piano regolatore per mettere in sicurezza buona parte delle aree agricole della città, 2.200 ettari di masserie vigneti e frutteti da rilanciare in chiave multifunzionale, in stand by da più di un decennio.

Insomma, il verde urbano a Napoli è all’attualità un bene nominale: c’è sulla carta ma non è fruibile con certezza dai cittadini per carenza cronica di governo e manutenzione. Come è nominale a questo punto – doloroso constatarlo – il rispetto degli standard urbanistici di legge, i metri quadri di verde pubblico che la Repubblica italiana deve garantire ai cittadini come parte del diritto costituzionale alla salute e alla qualità di vita, con buona pace delle narrazioni rituali sui beni comuni.

Siamo all’anno zero, e dice bene Francesco Erbani nella sua riflessione su queste pagine del 22 maggio  (“Ascoltiamo le parole di Bellenger”): la lezione di Capodimonte resta valida nonostante le difficoltà di questi ultimi giorni, e sta tutta nell’idea cocciuta del direttore francese che il Parco sia importante alla pari del Museo; nella responsabilità di curarlo, gestirlo e metterlo in gioco per offrire alla cittadinanza un servizio essenziale, elaborando una strategia di respiro europeo. Una strategia appunto, la città ha bisogno in primo luogo di questo.