Antonio di Gennaro, 17 gennaio 2014

Alla fine, con l’ultima versione del decreto “Terra dei fuochi”, siamo passati dal blitzkrieg, dalla guerra lampo, a quella di posizione: rispetto alla stesura iniziale, i meccanismi di attuazione, se possibile, si complicano ancor di più, mentre si moltiplicano gli studi propedeutici, c’è n’è per molti istituti nazionali, tutti operosamente alla ricerca di lavoro. Come c’è il notevole investimento (3 milioni) sul telerilevamento, l’occhio di Ismaele che dovrebbe scovare dall’alto i siti contaminati. Peccato che queste informazioni già abbondino per la piana campana e, come magistralmente illustrato su queste pagine da Benedetto De Vivo, nel nostro caso servano a poco.

Tutto questo mentre gli amici epidemiologi mi spiegano avviliti come lo screening della popolazione, che costerà alcune decine di milioni, così come proposto dal decreto, potrà tranquillizzare qualcuno, ma non porterà a nulla. Perché i test di massa hanno senso quando consentono una diagnosi rapida, sicura e precoce di una patologia specifica ed efficacemente trattabile, come per il tumore alla mammella, al collo dell’utero, al colon. In questo caso, invece, non è chiaro cosa si vada a cercare, e cosa si dirà poi alle persone.

Quanto all’impiego dell’esercito, cosa dire, male non fa, anche se resta da capire quanto queste esibizioni muscolari temporanee dello stato contribuiscano a supplire, in progresso di tempo, all’incapacità di amministrazioni e comunità locali di tenere in ordine i propri territori.

Infine, non manca nemmeno la relazione semestrale al parlamento, ed è questo il segno certo che la crisi è stata oramai metabolizzata dall’apparato burocratico, e si presta ad essere trattata alla stregua di tutte le altre ordinarie tragedie di questo paese, in un tran tran che potrà durare anni, del quale è importante cogliere tutte le opportunità spicciole, poco importa se nel frattempo un’intera regione rimane sospesa, in attesa di giudizio.

Eppure le priorità di intervento, le aree da mettere in sicurezza le conosciamo da quasi un decennio, senza bisogno del satellite o di raffinate esercitazioni accademiche, sono tutte ben individuate nel Piano regionale di bonifica, al di là dei diversivi contenuti nel decreto, e la situazione allora è simile a quella di un poveretto che giunga ad un pronto soccorso con evidenti ferite da proiettile, e venga curato con un collirio o un’aspirina.

Mentre scrivo, mi telefona un amico per darmi in anteprima la notizia del dissequestro delle produzioni agricole di Caivano: dopo tanto clamore, le analisi ufficiali dicono che quegli ortaggi sono a posto, l’agricoltura c’entra ben poco, ma il danno oramai è fatto, la quota di mercato della nostra orticoltura di qualità è fortemente a rischio, le aziende agricole stanno chiudendo.

La cosa curiosa è che tutto questo ambaradan è pagato con i soldi della Campania. Almeno prima con i commissariamenti (e quello introdotto dal decreto di fatto lo è) arrivavano anche le risorse: al di là dei risultati, che non interessavano nessuno, c’era almeno da scialare. Ora, invece, c’è solo un’attestazione di minorità e inaffidabilità a tempo indeterminato, forse ce la siamo meritata, ma non serve a niente.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 18 gennaio 201. Illustrazione di Attilio Mussino (da http://principieprincipi.blogspot.it)

Un decreto per scoprire quel che già sappiamo  (2)

Antonio di Gennaro, 6 gennaio 2013

Ha perfettamente ragione Raffaele Cantone nella sua intervista a Conchita Sannino, quando afferma che “c’è bisogno che le istituzioni riprendano in mano il pallino delle decisioni”. Il fatto è che per agire bisogna disporre della conoscenza, della credibilità e del potere necessario, e tra questi ingredienti non è certo il primo a difettare. Innanzitutto, disponiamo di adeguate conoscenze su quello che è l’epicentro della crisi, gli ottocento ettari di terre di desolata pertinenza delle grandi discariche della piana campana, che il Piano regionale di bonifica ha diligentemente perimetrato sin dal 2005. Ottocento ettari abbiamo detto, una superficie paragonabile a quella di un grande impianto industriale, non quindi la generalità del territorio. Nei giorni scorsi i ricercatori della Federico II hanno pubblicato in rete (l’indirizzo del sito è www.ecoremed.it) cartografie estremamente dettagliate dello stato di salute dei suoli agricoli dell’intera piana campana, frutto di più di 3.000 campionamenti. Si tratta per inciso di conoscenze non disponibili, con dettaglio comparabile, per nessun’altra area geografica, a scala nazionale e continentale. Il profilo ambientale della piana campana che ne esce è del tutto simile a quello delle altre pianure italiane ed europee ad elevata antropizzazione. Non dimentichiamo che sui suoli vulcanici fertili della fascia costiera abitano quattro milioni e messo di persone, all’interno un’area metropolitana tra le più scombinate del mondo. Ed è questo il punto. Il sacrosanto furore civile dei comitati, che per la prima volta hanno assegnato un  ruolo politico all’hinterland, nel passato sempre subordinato alle vicende di un capoluogo incapace di visione e di leadership, deriva da quello che Fabrizio Barca definirebbe come un drammatico deficit di cittadinanza. Stiamo parlando di una parte d’Italia dove tutti gli indicatori di prestazione sanitaria, educativa, ambientale, economica e civile sono clamorosamente carenti. Da questo punto di vista, con l’infelice slogan “terra di fuochi” si connota più o meno consapevolmente una patologia complessiva che affligge uno dei sistemi urbani più sofferenti del cosiddetto mondo civilizzato. Se questo è il problema, se queste sono le conoscenze disponibili, le difficoltà come ha sottolineato Cantone sono tutte di carattere decisionale. Oggi si tengono in Senato le audizioni pubbliche per recepire le proposte di modifica al decreto governativo, avanzate da associazioni e comitati. Speriamo siamo utili a comprendere che il problema non è il deficit di conoscenza ma l’inconsistenza delle politiche pubbliche per il Mezzogiorno, insieme alla fragilità dei poteri locali, che dovrebbero essere sostenuti, forzati magari ad esercitare le proprie prerogative, evitando le forme sterili di commissariamento che il gracile dispositivo attualmente propone.

Articolo pubblicato su Repubblica Napoli del 7 gennaio 2014 con il titolo “Terra dei fuochi, la crisi in un’area di 800 ettari”.

per decidere

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Nera come un pozzo da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per la mia anima invincibile.

Nella feroce morsa della circostanza
Non ho arretrato né gridato.
Sotto le randellate della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma non chino.

Oltre questo luogo d’ira e lacrime
Incombe il solo Orrore delle ombre,
E ancora la minaccia degli anni
Mi trova e mi troverà senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino;
Io sono il capitano della mia anima.

William Ernest Henley (18491903).

Ha ragione il Professore, è meglio andare.

Antonio di Gennaro, 4 dicembre 2013

S’è completamente dimenticato del “Rasoio di Occam” l’estensore del decreto del 2 dicembre sull’emergenza rifiuti nella piana campana: il principio secondo il quale è sempre meglio evitare, nella risoluzione dei problemi, la moltiplicazione non necessaria degli enti. Il provvedimento è infatti basato su un’architettura barocca fatta di comitati e commissioni inter-ministeriali, con il supporto di una nutrita schiera di enti nazionali di ricerca e dell’Arpac, chiamati a produrre un intreccio aggrovigliato di indirizzi, decreti, studi, relazioni, programmi straordinari di intervento, in un meccanismo a cascata, in apparenza serrato, che rischia, per come funzionano poi queste cose nella realtà, di durare anni.

Anche l’obiettivo finale, in apparenza chiaro, di identificare con decreto del governo nazionale “i terreni della regione Campania che non possono essere destinati alla produzione agroalimentare”, in quanto “interessati dagli effetti contaminanti di sversamenti e smaltimenti abusivi, anche mediante combustione”, appare mal formulato. La realtà è diversa, e necessita di una strategia di intervento ben più lineare. Certo, c’è sempre da studiare e approfondire, ma il cuore del problema è già correttamente identificato nel Piano regionale di bonifica dei siti inquinati, nelle due versioni del 2005 e del 2013, ed è costituito dalle “aree vaste”: i grappoli micidiali di discariche della piana tra Napoli e Caserta, che hanno inghiottito per un trentennio rifiuti urbani e industriali, fungendo da principale recapito dei traffici leciti e illeciti. Stiamo parlando di 800-900 ettari da mettere urgentemente in sicurezza, una superficie paragonabile a quella dell’Ilva di Piombino, senza perder altro tempo, sviluppando ulteriormente l’approccio già messo a punto dal Commissario di governo per le discariche di Giugliano, ed applicato nei lavori , in corso di affidamento, di messa in sicurezza della discarica ex-Resit. Si tratta di isolare e impermeabilizzare queste aree, piantandoci alla fine sopra dei boschi di protezione ecologica, che riqualificano anche il paesaggio, e tutt’intorno delle fasce verdi no food per l’ulteriore assorbimento dei potenziali inquinanti.

Questa parte del lavoro va fatta subito, non ci sono ragioni per procrastinare, né l’esigenza di attendere l’esito di studi e accertamenti in corso: bisogna attuare celermente il piano che la Regione si è già data, e dovrebbe essere questo il vero obiettivo del decreto, piuttosto che l’ideazione di un imponente marchingegno burocratico, come se fossimo all’anno zero, e la situazione ci fosse completamente sconosciuta.

Così com’è scritto il decreto si presenta come un commissariamento tout court, da parte del governo di Roma, dei poteri locali, però utilizzando i loro fondi, e la cosa potrebbe anche essere giustificata dall’inazione che ha caratterizzato l’ultimo quindicennio, nel corso del quale la filiera Regione-Province-Comuni si è dimostrata incapace di governare e contrastare questi fenomeni, seppur noti nelle loro linee fondamentali, anche se il giudizio va necessariamente esteso a importanti pezzi dell’apparato investigativo e repressivo dello Stato centrale. Eppure, questa strada di deresponsabilizzazione non convince, perché alla fine sono le capacità locali di governo e controllo del territorio che vanno potenziate, al di là dell’introduzione delle nuove fattispecie di reato, degli inasprimenti delle pene, di tutte quelle cose insomma che, da sole, troppo somigliano a vane grida manzoniane.

Pubblicato su Repubblica Napoli, venerdì 6 Dicembre.

Antonio di Gennaro, 20 novembre 2013

Manca una quarantina di giorni appena alla nascita della città metropolitana se, come sembra, l’iniziativa legislativa del governo Letta dovesse produrre i suoi effetti, ma il comune capoluogo e la provincia in scadenza hanno scelto di occupare questa così piccola vigilia in sterili battibecchi, che evidenziano solo l’incapacità dei due enti di svolgere un qualche ruolo dirigente nel processo in corso. La retrocessione del gonfalone di Napoli dalla testa del corteo che sabato scorso ha attraversato le strade del centro storico esprime plasticamente tutto questo. Appare evidente come la domanda indifferibile di riqualificazione territoriale, di ricostruzione nell’hinterland devastato di condizioni decenti di vita, che quella manifestazione ha posto drammaticamente all’attenzione pubblica, non può trovare la sua risposta nell’azione disordinata di 90 e più comuni: un governo di scala metropolitana è indispensabile, ma l’attuale rappresentanza politica e istituzionale appare totalmente inadeguata a cogliere questa sfida storica.

E’ bene dirlo con chiarezza: il nuovo ente metropolitano, così come immaginato nel disegno di legge governativo, che prevede un meccanismo di secondo grado, con il sindaco metropolitano non eletto direttamente, ma piuttosto designato dai sindaci delle città o delle unioni di comuni con più di diecimila abitanti, nasce male. In Italia gli enti di secondo grado (comunità montane, comunità dei parchi ecc.) hanno sempre dato pessima prova di sè, configurandosi come il trionfo della politica inconcludente e autoreferenziale, proprio quella cui la spending review vorrebbe limare le unghie. Nelle attuali condizioni, la città metropolitana rischia effettivamente di proporsi come l’inutile camera di compensazione di tutte le fumisterie.

Tutto questo mentre il territorio ribolle, si è messo in movimento, reclamando azioni concrete per il miglioramento delle condizioni di vita del popolo di quattro milioni e mezzo che abita la grande conurbazione. Nel suo articolo di martedì scorso su Repubblica Domenico Pizzuti sottolineava gli accenti  anti-istituzionali degli slogan dei manifestanti, che assegnano uguale responsabilità nel saccheggio dell’hinterland alla criminalità come alle istituzioni repubblicane. C’è però il fatto che nel documento dei comitati, con le 10 proposte per uscire dalla crisi sociale, economica e ambientale della grande pianura, sorprendentemente prevalgono gli aspetti costruttivi, con una domanda di riassetto e cura del territorio, e una richiesta di partecipazione, che solo istituzioni governanti sono in grado di cogliere. Certo, accanto a questo c’è il no a ogni tipo di impiantistica sui rifiuti, ma la piattaforma dei comitati è articolata, e si presta a costituire la base per un percorso difficile e nuovo di dialogo e collaborazione.

Articolo pubblicato su Repubblica Napoli del 22 novembre 2013.

copertinaPorpora

Tempofertile è il blog di Alessandro Visalli, che così condivide in rete la sua biblioteca di scienze sociali e i suoi appunti di lettura. Buon cibo per la mente, per “aprire il proprio pensiero al mondo…”.

http://tempofertile.blogspot.it

BoscoInfinito

(Immagine tratta da bioenergyitalyblog.it)

Antonio di Gennaro, 12 novembre 2013

La notizia del sequestro di 43 ettari di coltivazioni agricole e di 13 pozzi per irrigazione nel cuore della piana campana, a Caivano, è dolorosa in sé, ma lo è ancor di più in prospettiva, per le possibili conseguenze che essa potrebbe avere per l’agricoltura regionale e nazionale.
Per capire cosa è successo è utile ricapitolare alcuni aspetti della vicenda. Il primo dato è che la magistratura napoletana ha disposto il sequestro delle aree agricole sulla base di analisi di acque irrigue provenienti da pozzi legalmente autorizzati, effettuate volontariamente dagli agricoltori, nell’ambito di un monitoraggio promosso dall’amministrazione comunale di Caivano. A fronte di un comportamento all’insegna della responsabilità, per gli agricoltori è paradossalmente scattata una denuncia penale per inquinamento della falda idrica.
Molti dei pozzi sono stati sequestrati per elevati contenuti di fluoruri, manganese, arsenico. Si tratta di composti naturalmente presenti nella falda di una pianura vulcanica. Questo significa che si tratta di “valori di fondo” dell’ecosistema, che quelle sostanze nell’acqua ce le ha messe la natura, non l’uomo, proprio come nel caso del viterbese.
In alcuni pozzi è stata rilevata la presenza di triclorometano, un composto organico volatile che si disperde in atmosfera con un semplice gorgogliamento delle acque. In ogni caso, come dimostrato dall’Istituto Superiore di Sanità per l’area ex-Resit di Giugliano, questi inquinanti organici non si rinvengono nei prodotti agricoli irrigati con acque che pure ne contengono. La conclusione è che non esiste nessun rischio per la salute umana. D’altro canto la legge prevede che eventuali provvedimenti interdettivi delle attività agricole si basino su una rigorosa analisi del rischio, proprio quello che non si è fatto a Caivano, dove si è proceduto al sequestro delle coltivazioni senza effettuare analisi della sanità dei prodotti. Se passasse il ragionamento della Procura di Napoli dovremmo dismettere mezza agricoltura regionale, proseguendo a stretto a giro con le altre pianure italiane, che da questo punto di vista hanno problemi a volte ben superiori ai nostri.
C’è poi il fatto, in questo scombinato paese, che una normativa specifica per i suoli e le acque ad uso agricolo ancora non esiste: nel vuoto legislativo si procede quindi per analogie, per inferenze che, come nel caso di Caivano, non stanno proprio in piedi. Anche perché il Piano di tutela delle acque dell’Autorità di Bacino Nord-Occidentale dimostra come la situazione riscontrata a Caivano, sia per i valori di fondo che per i contaminanti antropici, caratterizzi ad ampio raggio l’intera falda della piana campana, e non si capisce quindi quali sarebbero le responsabilità penali del singolo agricoltore.
Il faro che la magistratura ha acceso sulla piana campana è doveroso, ma la caccia alle streghe non serve a nessuno. Dovremmo con calma comprendere come le attività agricole in Terra di lavoro non costituiscono una fonte di rischio, più di altre attività umane con le quali pacificamente conviviamo, ma piuttosto una forma di presidio economico, culturale, civile del quale abbiamo bisogno ora e in futuro.
Nell’ultimo quarantennio il territorio della piana campana è stato maltrattato, ora ha bisogno di un grande intervento di cura, messa in ordine, ripristino di civili condizioni di vita. In questa immane opera gli agricoltori sono i nostri principali alleati, non il capro espiatorio da gettare in pasto a un’opinione pubblica suggestionata.

Articolo pubblicato su Repubblica Napoli del 13 novembre 2013.

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Antonio di Gennaro, 11 novembre 2013

Ho sempre votato alle primarie, sempre, per le elezioni locali, la segreteria nazionale, il premier. Per tutti questi anno ho continuato a pensare che, pure in mezzo a tante delusioni, contraddizioni, inadeguatezze, le idee che hanno animato l’Ulivo fossero un buon progetto per l’Italia. Di quella spinta rimane assai poco, mentre i 101 restano nell’ombra. Ed allora può bastare così, l’8 dicembre non sarò in fila.

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Antonio di Gennaro, 9 novembre 2013

La tempesta mediatica che ha scosso l’agricoltura in Terra di Lavoro e in Campania si sta rivelando un importante momento di riflessione e apprendimento collettivo, producendo effetti inattesi e positivi. La novità è che, dopo aver accusato il colpo, il settore agricolo regionale si è finalmente attivato, alla ricerca di risposte concrete alle preoccupazioni di un’opinione pubblica sconcertata, proprio come auspicato da Ugo Leone nel suo articolo su Repubblica del 7 novembre scorso.

Il fatto, senza precedenti in Campania e in Italia, è che tutte le Organizzazioni dei produttori agricoli (OCM, organizzazioni comuni di mercato) della regione hanno adottato il protocollo di controllo dei prodotti agricoli messo a punto a tempo di record dal Dipartimento di Agraria, in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico e l’Arpac. Le organizzazioni hanno siglato una convenzione con l’Università, i cui tecnici effettueranno i campionamenti in azienda, e analizzeranno i prodotti agricoli nei laboratori del Dipartimento di Chimica della Federico II.

I controlli analitici, che partono immediatamente ed avranno massima pubblicità, andranno ben oltre quelli previsti dalle disposizioni comunitarie e nazionali, con la ricerca di tutta la gamma di sostanze organiche e inorganiche che potrebbero contaminare i prodotti in caso di presenza di rifiuti. L’approccio è quello di considerare il prodotto agricolo come bio-indicatore della qualità dell’ecosistema agricolo dal quale esso proviene, proprio come suggerito dall’Istituto Superiore di Sanità.

Non era mai successo che i produttori campani si stringessero insieme in questo modo. Le difficoltà che il settore si trova a fronteggiare costringono a riscoprire le virtù di un associazionismo da noi storicamente gracile. L’auspicio è che l’unità operativa e di intenti  ritrovata, resista anche dopo, mettendo fine ad una condizione di disgregazione che ha condannato alla subalternità un settore strategico per l’economia regionale, la coesione territoriale, la qualità dei suoi paesaggi.

Questa sinergia tra il settore privato e le strutture pubbliche di ricerca e controllo appare come la risposta più seria alla crisi in corso e alle aspettative dei cittadini-consumatori, più delle paventate misure interdittive, che hanno tanto l’aspetto di grida manzoniane, o di leggi speciali che, nell’indeterminatezza di strumenti e obiettivi, finirebbero per bollare a tempo indeterminato questo pezzo d’Italia, aprendo uno stato di eccezione al quale Dio solo sa come si riuscirebbe a porre termine.

Articolo pubblicato su Repubblica Napoli del 10 novembre

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Antonio di Gennaro, 1 novembre 2013

E’ possibile che si debba guardare alla manifestazione del 26 ottobre scorso a Napoli come a una data in qualche modo storica: quella nella quale l’hinterland di Napoli si è per la prima volta proposto  come soggetto politico autonomo. La pianura vulcanica fertile attorno al capoluogo troppo a lungo ha funzionato come riserva silente, urbanistica ed elettorale. La tragedia collettiva della terra dei fuochi, l’improvvisa, dolorosa consapevolezza del saccheggio territoriale, dei crimini che sono stati commessi contro l’ecosistema e il paesaggio, la non tollerabile incertezza circa gli effetti sulla salute delle persone; tutto questo ha finito per funzionare come crogiuolo di nuove esperienza sociali e politiche.

“Grumo Nevano non deve morire” si leggeva sui cartelli, con lo slogan declinato per le decine di toponimi di comuni e città disseminate per la piana: i casali che ancora 60 anni fa conservavano loro fisionomia urbanistica, sociale e culturale, le loro agricolture, manifatture, opifici; tutti risucchiati nella selvaggia espansione urbanistica dell’ultimo quarantennio, che li ha fusi insieme in una disordinata, sterminata periferia con quattro milioni e mezzo di abitanti, della quale ciascuno di essi rappresenta ormai solo un indistinto, congestionato, povero segmento. Anche se, come nel caso di Giugliano, si tratta della terza città della Campania, entrata oramai nella lista delle prime 50 città d’Italia.

Eppure la manifestazione del 26 ottobre ha dimostrato come le identità locali non siano estinte, anzi. I comuni dell’hinterland reclamano ciascuno e collettivamente un proprio diritto al futuro, e tutti guardano con preoccupazione alla costituzione prossima della città metropolitana, vista come momento di definitiva dissoluzione, di subordinazione ad un capoluogo che li ha sino a questo momento disconosciuti e traditi.

Naturalmente tutto questo è anche frutto della drammatica incapacità di Napoli di costruire una leadership credibile, un proprio ruolo di rappresentanza e servizio, di lavorare ad un progetto di scala territoriale, in nome e per conto anche dei partner minori dell’alleanza: quei comuni e casali che hanno sfilato il 26 ottobre, per le strade gonfie di storia del capoluogo, contro il capoluogo. Un’incapacità, un atteggiamento angusto delle classi dirigenti napoletane, esercitato nei riguardi dell’hinterland, ma in fondo anche in casa propria, se la città vive ancora, come nel racconto di Leopardi, sulla convivenza di quartieri e municipalità che disperatamente vivono di vita propria, privi di un progetto e di un destino comuni.

Le modalità con le quali il nuovo soggetto territoriale e politico nasce non sono naturalmente quelle del passato, più comodamente gestibili dalle forze politiche tradizionali, ma piuttosto quelle poliformi e liquide del web, delle reti di comitati, con un ruolo importante svolto dall’infrastruttura capillare delle parrocchie e delle diocesi. Tutti i giochi risultano così scompaginati. Se sino a pochi mesi fa lo schema era quello di un centrosinistra egemone nel capoluogo e un centrodestra più competitivo nell’hinterland, tutto questo potrebbe all’improvviso non valere più, con il riproporsi a scala metropolitana di un nuovo campo di forze, simile piuttosto a quello assai più imprevedibile dell’attuale parlamento nazionale.

Quello che è certo è che in questa complicata situazione non è possibile salvarsi da soli. Quell’integrazione, quell’immagine unitaria che i territori campani non riescono autonomamente a costruire sul terreno dei progetti e dei valori territoriali, paesaggistici e culturali specifici, è l’opinione pubblica globale ad affibbiarcele rudemente, questa volta all’insegna dei veleni e di un insensato terrore.

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Sembra che il dibattito pubblico abbia individuato in una legge speciale lo strumento per la bonifica delle aree inquinate della piana campana. Di questo avviso è anche il presidente Caldoro, che ha sollecitato parlamento e governo ad accelerare. Di fronte a simili iniziative le perplessità non mancano, e il timore che soluzioni inappropriate possano complicare la soluzione dei problemi. Nella piana campana l’ obiettivo è ristabilire la sovranità dello Stato sul territorio. Resta da capire quanto possa risultare utile allo scopo una legge speciale, con il suo immancabile corollario di poteri straordinari, deroghe alle normative vigenti, procedure accelerate, per la gestione di risorse anch’ esse straordinarie, alle quali, in questi tempi di vacche magrissime, molti, troppi vorranno poter accedere, in contesti da questo punto di vista assai sensibili. C’è poi la preoccupazione che i meccanismi straordinari finiscano per divenire ulteriori alibi all’inazione, con il risultato di depotenziare ancor di più le già gracili capacità decisionali, di controllo e contrasto degli enti di governo locali, a partire dai Comuni: sarebbe a dire proprio quelle funzioni che dovremmo piuttosto irrobustire e rigenerare, per affermare una volta per tutte sulle nostre terre l’ effettività dei poteri dello Stato democratico. La piana campana non ha bisogno di un indistinto e generico intervento straordinario di bonifica, ma piuttosto della messa in sicurezza delle ferite che, come ha tenuto a ricordare lo stesso presidente Caldoro, sono localizzate, e corrispondono innanzitutto ai 900 ettari circa delle “aree vaste” già individuate nel piano regionale di bonifica, ai quali vanno aggiunti i siti dei seppellimenti criminali, che le indagini della magistratura vanno via via identificando. Stiamo parlando di una frazione di territorio che vale l’ 1% della piana campana (che è grande 150.000 ettari), e lo 0,1% del territorio regionale. Il resto della grande pianura vulcanica, per più di tre quarti, sono ancora terre agricole, nelle quali si produce il 40% del valore delle produzioni campane. La difesa dell’ agricoltura in questi contesti costituisce la prima vera bonifica e messa in sicurezza del territorio, atteso che le analisi dell’ Istituto superiore di sanità, come anche quelle delle catene di grande distribuzione, che non possono assolutamente consentirsi errori, testimoniano della qualità e sicurezza delle produzioni agricole in queste aree. Per curare le ferite basterebbero, se ben gestite, le risorse reperibili dai fondi comunitari, della presente programmazione e di quella prossima, e qui l’impegno del governo, ha ragione Caldoro, dovrebbe essere quello di mettere in campo ogni strumento di cooperazione,e di non lesinare la quota di cofinanziamento, con la scusa del patto di stabilità, reperendo anzi risorse nazionali aggiuntive.

Antonio di Gennaro

Articolo pubblicato su Repubblica Napoli del 27 ottobre 2013

 

Legge-speciale

Non era successo nemmeno nei giorni più bui della crisi del 2008, quando i giornali di mezzo mondo rimandavano le immagini della città e del suo hinterland sommersi dai rifiuti. Non era mai avvenuto che si scatenasse su così ampia scala una vera e propria psicosi contro i prodotti agricoli della Campania, che sta mettendo in ginocchio il comparto agricolo regionale. Una diffidenza del tutto immotivata, perché i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, come quelli in possesso delle principali catene di grande distribuzione, non evidenziano alcun particolare problema di sicurezza per i prodotti della piana campana.

Ma tant’è. Una martellante campagna mediatica ha già decretato, al di là di ogni evidenza tecnica e scientifica, una relazione implacabile tra crisi dei rifiuti e sanità delle nostre produzioni, che i consumatori italiani in questo momento rifiutano, finendo per altro per estendere quest’aura negativa a un’intera regione.

Il fatto è che nella pianura ai confini della città, in ciò che rimane dopo il sacco edilizio che ha moltiplicato per sei nel corso di un cinquantennio le aree urbanizzate, da 20.000 a 112.000 ettari, a spese dei suoli più fertili del globo terraqueo, operano nonostante tutto 30.000 aziende, che producono il 40% del valore delle produzioni agricole della Campania. Si tratta di un pezzo assolutamente vitale dell’economia regionale, un’industria verde, diffusa, silenziosa, nella quale lavorano,  in assenza di ogni riconoscimento sociale, politico, istituzionale, quei cittadini invisibili che sono gli agricoltori, custodi temporanei di un suolo e di una memoria già persi, ineluttabilmente destinati alla trasformazione edilizia.

In tutto il mondo si riscopre l’importanza della “filiera corta”, del valore strategico delle attività agricole prossime alla città, e noi che questa cintura agricola l’abbiamo veramente, ritagli preziosi di ecosistemi e paesaggi agricoli con tremila anni di storia, al di là delle brutture, delle infrastrutture invadenti di tangentopoli, del disordine urbanistico, stiamo inesorabilmente decretandone la fine, l’inutilità, anzi la pericolosità.

Tutto questo perché non riusciamo a operare una distinzione, necessaria e impellente, tra il territorio ferito, un migliaio di ettari scempiati dalle discariche, che è necessario immediatamente sottrarre alla produzione alimentare, e il restante 99%, che non sarà più il giardino descritto da Aldo Sestini mezzo secolo fa nel suo volume sui paesaggi italiani, ma è una campagna periurbana che soffre tutto sommato gli stessi acciacchi della pianura veneta o di quella padana, in una nazione che ha purtroppo scelto di localizzare i tre quarti del suo sistema urbano e industriale nell’angusto venti per cento di territorio pianeggiante, su quei suoli fertili che si doveva conservare come riserva alimentare strategica del paese. Così come era ad esempio previsto nel piano territoriale regionale Travaglini della fine degli anni ’60, rimasto purtroppo lettera morta assieme a tanti altri atti di programmazione, nel quale Manlio Rossi-Doria pensava alla piana campana come a una estesa  green belt, sul modello della Grande Londra, da preservare per le future generazioni.

Così non è andata, la Repubblica non ha dato buona prova di sé, ma è questo il momento della consapevolezza e di una ragionevole reazione. Non è possibile che l’economia e la società di un’intera regione muoiano per effetto di una notte comunicativa nella quale tutte le vacche sono nere. E’ urgente avviare una campagna di corretta informazione, insieme ad una strategia credibile di riordino di questi importanti territori nei quali, il vecchio Rossi Doria ha ancora ragione, le attività agricole non sono il problema ma la soluzione.

Antonio di Gennaro

Pubblicato su Repubblica Napoli del 13 ottobre 2013.

diffidenza_agricoltura

Roberto è giovane, e si reinventato la vita. Lui, ragazzo di città, con la compagna Daniela ha riattivato l’azienda agricola di famiglia, sul litorale flegreo, e sbarca egregiamente il lunario vendendo direttamente i prodotti che coltiva ai Mercatini della terra, nelle piazze della città. Consegna i suoi ortaggi anche a domicilio, puoi ordinarli su internet, mia moglie è sua fedele cliente. Roberto è un esempio di quanto silenziosamente è successo in Campania in questi ultimi anni. Proprio mentre la crisi mordeva, l’agricoltura ha riconquistato spazi e importanza, ed è l’unico settore che ha creato nuova occupazione, giovanile ed anche femminile.

Questa rinascita del settore agricolo incontra un grande ostacolo, non legato all’economia ma alla comunicazione, ed è l’immagine della Campania come terra maledetta, infetta, che emerge dal racconto pubblico sui rifiuti. E’ un argomento carico di sofferenza e dolore, rispetto al quale corre l’obbligo di avvicinarsi con responsabilità, prudenza, rispetto.

A prescindere da tutto, è evidente come intorno alla crisi campana i media abbiano elaborato alcuni schemi convenzionali di narrazione. E’ avvenuto pure nel recente, drammatico reportage di SkyTG24, costruito intorno all’intervista a Carmine Schiavone, l’amministratore del clan del Casalesi, che si è pentito all’inizio degli anni ’90, e sulle cui rivelazioni si è basato il processo Spartacus. Il terribile racconto di Schiavone è stato reso se possibile più agghiacciante dalla sequenza di immagini di sfondo: un fiotto di percolato, colture in abbandono, una pecora moribonda, una nuvola di fumo nero, un’interminabile teoria di monnezza abbandonata al bordo delle strade di nessuno.

Il problema nasce quando lo schema convenzionale sostituisce il ragionamento. L’ha spiegato bene Antonio Pascale nel suo intervento su “Il Mattino” del 9 settembre, quando ha rimarcato la necessità di basare le decisioni pubbliche su fatti misurabili piuttosto che su opinioni. Ed allora, la Piana campana si estende per quasi centocinquantamila ettari, mentre i suoli interessati da forme gravi di inquinamento – le ferite inferte dall’importazione criminale di rifiuti – assommano probabilmente a un migliaio di ettari, meno dell’1% del totale. Il messaggio che passa è pero quello di una pianura, di una regione (grande un milione e trecentocinquantamila ettari) complessivamente compromessa.

Ci sono indubbiamente le statistiche sanitarie drammatiche, le probabilità di ammalarsi di patologie gravi sono più elevate nella piana tra Napoli e Caserta, con un’incidenza che risulterebbe maggiore nelle aree rurali rispetto a quelle urbanizzate. Molto poco sappiamo ancora circa i fattori causali, ed è di questi giorni la notizia dell’indagine conoscitiva che sarà svolta dalla Commissione Sanità del Senato. Eppure il colpevole dei malanni sembra già essere stato individuato proprio nel settore agricolo, anche se i risultati delle indagini effettuate dall’Istituto Superiore di Sanità sembrerebbero scagionare la catena alimentare,  indirizzando l’attenzione verso altri fattori di esposizione.

In ordine alla possibile prognosi, finalmente anche le Autorità iniziano ad abbozzare strategie operative. L’Assessorato regionale all’Agricoltura e la Facoltà di Agraria, con il Commissariato alle bonifiche, hanno messo a punto le tecniche di riconversione a colture non alimentari delle aree inquinate, con l’impianto intorno ai siti problematici di fasce di bosco con funzione di filtro ecologico, e la depurazione o sostituzione delle acque di irrigazione non idonee. L’obiettivo è quello di curare e suturare le ferite, per tenere in sicurezza il resto dell’organismo, che è larga parte del tutto.

Al punto in cui siamo, recuperare credibilità e fiducia è un’impresa ai limiti del possibile, e richiede l’attivazione di un qualcosa paragonabile solo al percorso “Verità e Riconciliazione” (nel nostro caso con la legalità e il territorio) intrapreso in Sud Africa per uscire dell’apartheid.

E’ urgente che le Autorità competenti identifichino con precisione i siti inquinati e intraprendano senza indugi gli interventi di bonifica, monitoraggio e messa in sicurezza. I fattori di rischio ed esposizione devono essere identificati, con le relative misure di prevenzione a tutela della salute. E’ necessario un impegno di sorveglianza delle forze dell’ordine e delle comunità locali affinché i comportamenti criminali non si riproducano. Gli approcci di riconversione no-food messi a punto dalla regione e dall’Università vanno rapidamente applicati a tutte le aree problematiche.

Nelle aree non inquinate è di fondamentale importanza che gli operatori agricoli possano continuare ad operare con serenità, per il benessere del paesaggio e dell’economia della Campania, recuperando su basi motivate la fiducia dei consumatori. Altrimenti, al posto della piana sarà un grande deserto economico e sociale, che qualcuno si preoccuperà prima o poi di riempire.

Infine, è necessario un maggiore sforzo da parte dei media affinché il fenomeno campano venga raccontato nella sua complessità, senza infingimenti, ma anche senza schematismi e semplificazioni.

Il ministro dell’Istruzione Carrozza si accinge provvidamente ad inaugurare il nuovo anno scolastico a Casal di Principe. Dobbiamo poter dire a quei ragazzi – e anche a Roberto magari, con la sua giovane azienda -, se la loro terra è perduta, o se piuttosto abitano un pezzo d’Italia che soffre di problemi che la Repubblica è finalmente in grado di affrontare.

Antonio di Gennaro

Pubblicato su Repubblica Napoli dell’11 settembre 2013

campania_acqua

Si compie all’insegna della serendipità l’avventura politica di de Magistris, il cercare una cosa per trovarne un’altra, come Colombo con le Americhe. Si era partiti con l’idea di tenere le regate sulla colmata di Bagnoli, per ritrovarsi poi, a furia di aggiustamenti e ripieghi, con la sagra paesana sul lungomare, liberato soprattutto dalle regole. Nel frattempo la squadra di governo è completamente cambiata, con la differenza che, se dai nomi iniziali potevi pure immaginarti un proposito di riforma della macchina comunale, con i Moxedano e i Fucito si torna al piccolo cabotaggio, alla gestione dell’esistente, di un presente reso difficile dall’assenza di risorse e dalle macerie del lungo decennio jervoliniano.

Anche l’orizzonte strategico è mutato: se i primi due anni di amministrazione sono stati deliberatamente sacrificati ad un progetto politico di scala nazionale, poi malamente naufragato, si riscoprono ora improvvisamente fascino e vantaggi dell’esperienza locale, avviando abboccamenti e sondaggi in vista di una eventuale riconferma. Tutto lecito naturalmente, meglio sarebbe però farlo presentando alla città un bilancio di metà mandato, con un confronto ragionato tra gli obiettivi a suo tempo dichiarati ed i risultati conseguiti. Occasioni come il conclave di giunta nell’hotel di Fuorigrotta dovrebbero servire a questo, ma è meglio non contarci troppo. Più probabile che si parta con nuovi annunci, finendo col trasformare l’intera consiliatura  in un  lungo spot elettorale, mentre la città muore.

Una simile congiuntura dovrebbe risultare propizia per delle opposizioni che volessero riorganizzarsi, accreditarsi come alternativa, esercitando nel vuoto amministrativo e programmatico che si è creato un proprio ruolo di proposta e controllo, e invece è tutto un correre in soccorso al sindaco vacillante, nel terrore quasi di un suo eventuale fallimento. Da questo punto di vista, l’esperimento napoletano, con un consiglio comunale post-partitico, oramai totalmente destrutturato, ed una maggioranza costruita di fatto su una molteplicità di accordi individuali, dei quali non sono mai noti finalità e portata,  finisce con l’evidenziare gli inconvenienti dell’attuale modalità di elezione diretta dei sindaci allorquando, nel deserto della politica, un’impostazione personale, demagogica e familistica finisca col prevalere.

Il rammarico sta nel fatto che non sarebbe poi così difficile comporre un’agenda e una strategia per Napoli, partendo da poche priorità basilari, evidenti alle persone di ordinaria ragionevolezza, che pure in questa città sono costrette tutti i giorni a vivere. Ma non sono questi aspetti rilevanti per un discorso politico che privilegia la rimozione della condizione presente, il rimando a prospettive diverse e luminose, sempre tralasciando di indicare un percorso più o meno faticoso, realistico e misurabile di avvicinamento.

Antonio di Gennaro, 31 agosto 2013.

I vantaggi della serendipità

 

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