La vecchia magnolia si abbevera ai raggi dell’alba.
“E’ l’ultimo atto ufficiale che compio, sono felice che sia qui” ha detto Napolitano commentando a caldo la commemorazione assieme al presidente tedesco Gauk delle vittime della strage nazista di S. Anna di Stazzema. Alla fine i due anziani leader si sino abbracciati a lungo, in modo irrituale, rimanendo avvinghiati l’un l’altro, ed è in quell’abbraccio il testamento politico di Giorgio Napolitano.
Difficile non provare rispetto, nonostante tutte le perplessità, per il vecchio presidente. E’ lui il grande sconfitto delle ultime elezioni, il suo disegno è andato in frantumi. Il governo tecnico ha certamente evitato il baratro, ma ha fornito a un Berlusconi spacciato l’occasione di riciclarsi ancora una volta, a Grillo materiali robusti per la sua affermazione, a un Pd frastornato ulteriori motivi di logorio e sfibramento.
Nel corso di quest’anno abbiamo definitivamente compreso, ove ce ne fosse stato mai bisogno, che Monti non è Ciampi, né Prodi, e neanche Padoa-Schioppa. Mentre la Merkel non è Kohl.
La cancelliera farebbe bene a leggere il libricino profetico che rese celebre il giovane Keynes, “Le conseguenze economiche della pace”, nel quale si scongiuravano i vincitori del primo conflitto mondiale di non vessare la nazione tedesca con condizioni impossibili, perché la sofferenza economica avrebbe comportato lo sfacelo della democrazia. S’è visto poi quanto avesse ragione.
L’esito del progetto del vecchio presidente, il suo dramma personale, sta nel fatto che le elezioni che dovevano tenerci in Europa hanno consegnato il 60% del parlamento italiano a una desolante congerie di populismi anti-europeisti.
In quell’abbraccio tra i vecchi presidenti c’è la consapevolezza tragica della gravità del momento, un’indicazione fragile per il futuro.
In questi giorni incerti di avventure arrischiate, velleità, ostinazioni, furbizie, improvvisazioni, se mi chiedessero di riavvolgere il film, di indicare l’inizio della storia che ci ha condotti sin qui, non avrei alcun dubbio nel tornare al ’98, alla caduta del primo governo Prodi.
Ci dissero che si andava verso equilibri più avanzati, invece avemmo l’osceno crepuscolo del centrodestra, sino alla regressione adolescenziale del grillismo. Fisiologica quest’ultima, magari necessaria, per carità.
Penso sia stato allora che l’ala s’è spezzata. Quel governo magari affrontava il riequilibrio dei conti e le riforme lungo traiettorie socialmente sostenibili. C’era il tempo, la sensibilità, la qualità. Evitandoci lo sprofondo, la macelleria che abbiamo dovuto acriticamente trangugiare.
Certo, continuo a mettermi in fila ogni volta per le primarie. Ma, onestamente, è più un tornare a quella possibilità negata, che l’adesione a un progetto che non c’è.
“Chiamò la sera tardi Daniela, per chiedermi se l’indomani passavo al cantiere di via Diaz. Nello scavo della metropolitana gli archeologi avevano trovato qualcosa. Il fatto è che faccio un lavoro strano: studio i suoli, le terre. Osservando in sezione i diversi strati, analizzandone le caratteristiche minute, cerco di immaginare il paesaggio nel quale il suolo si è formato, il tipo di vegetazione che vi cresceva, come è stato coltivato, la sua storia insomma.
La mattina andai presto al cantiere. Era nella parte alta di via Diaz, all’incrocio con via Toledo: una fossa misteriosa, protetta da una recinzione in lamiera e rete metallica, in mezzo ai palazzi d’affari e alle strade trafficate della city.
Trovai Daniela all’ingresso ad aspettarmi.
La mattina era luminosa. Percorremmo il cantiere sino al fondo dello scavo, ma un’occhiata dall’alto bastò a capire. Alla base del cratere i trowel, le spatole precise e delicate delle archeologhe, avevano ripulito una superficie bruna, piana, segnata da una scacchiera regolare di piccole assolcature.
Nel cuore del centro storico della città, tra i palazzi dello sventramento laurino, i lavori del Metrò avevano riportato in luce il suolo sul quale gli antenati di 4.000 anni fa sperimentarono per la prima volta l’agricoltura. Davanti a noi si presentava in originale l’atto costitutivo di Campania felix.
Io quel suolo l’avevo visto altre volte. A nord, nell’Agro aversano, verso i Regi Lagni, affiora ancora in superficie, non sepolto da eruzioni successive, sedimentazioni, riporti. Su di esso, nei ritagli superstiti dell’urbanizzazione, crescono maestosi i filari di vite maritata al pioppo. Questa terra nera si è formata dalle ceneri dei vulcani flegrei, all’ombra di una foresta che copriva a perdita d’occhio l’intera piana campana.
I nostri antenati neolitici l’abitavano, un po’ come oggi gli Indios la giungla amazzonica: diboscavano piccole superfici, dove costruivano villaggi di capanne e, oltre a raccogliere e cacciare, imparavano a coltivare. è proprio l’humus di quel bosco preistorico a dare al suolo la sua tinta scura, insieme alla fertilità che ancora oggi alimenta i filari rigogliosi di asprinio.
Quella mattina, se chiudevo gli occhi nel cantiere di via Diaz, immaginavo l’antico suolo, testimone silenzioso delle origini, elemento fondativo di una civiltà, stendersi in continuità sotto i palazzi la città le strade le automobili le persone affaccendate, per riemergere a respirare molti chilometri a nord, all’ombra di festoni di tralci che tremano nel vento.”
(da “La terra lasciata”, di Antonio di Gennaro, Clean edizioni)
I solchi venuti alla luce sull’antico suolo neolitico, nel cantiere della metropolitana di via Diaz, primordi agricoli di 4.000 anni fa.
Secondo il Censis i redditi nel Mezzogiorno d’Italia sarebbero scivolati al di sotto di quelli greci. In generale, sarebbe meglio smetterla di usare la Grecia come unità di misura nella scala del dissesto economico, è uno stato membro dell’Unione, ha insegnato a tutti noi cosa significa esser uomini, merita più rispetto.
Ciò detto, il problema esiste. Abbiamo capito che è un ventennio che al Sud i fondi comunitari hanno sostituito i trasferimenti statali anziché integrarli, e il gap tra le parti del paese è aumentato anziché diminuire. Abbiamo capito che queste risorse sono state trattenute da una borghesia alla ricerca di rendite anziché di profitti, in un patto collusivo con una politica di pura clientela, e con una criminalità organizzata estremamente sagace, senza produrre alcun beneficio al territorio, anzi spesso provocando ulteriori sconquassi. Le menti finissime della Corte dei conti europea non sono riuscite ancora a capire quali positivi effetti abbiano mai avuto le decine di miliardi spesi nella scorsa programmazione in Campania.
A causa del patto di stabilità, che blocca il cofinanziamento, da due anni a questa parte la giunta Caldoro ha sospeso il metadone, e questo naturalmente ha comportato indicibile sofferenza.
Dobbiamo imparare dal passato. Ed allora dovrebbe apparire chiaro che il prossimo ciclo di programmazione (l’ultimo?) dovrebbe porsi pochi obiettivi, affinché il lavoro inizi a formarsi, a riprodursi. Primo, assicurare al sistema delle imprese un’infrastruttura amministrativa, territoriale, ambientale in ordine, che funzioni in regime di legalità. Non è compito della politica decidere se produrre succhi di pomodoro o carlinghe d’aeroplano, ma di favorire le condizioni perché un’ampia gamma di attività possa serenamente svilupparsi. Secondo, contribuire a un clima sociale meno problematico, aiutando le famiglie nella cura dell’infanzia, degli anziani, dei giovani uomini e donne che stanno costruendo la propria vita. Terzo, stabilire uno stile nuovo di moralità e di rispetto degli impegni, con un sistema trasparente di rendicontazione e valutazione dei risultati.
E poi, lasciamo in pace la Grecia, il problema siamo noi.
L’articolo è uscito anche su Repubblica Napoli del 22 aprile con il titolo “Lasciamo in pace la Grecia e mettiamoci al lavoro”, ed è reperibile all’indirizzo
20 marzo. E’ una flora minima quella di Horatio post, le pianticine comuni che crescono spontanee nelle aiuole a bordo strada, fotografate in questi giorni col telefonino, nelle passeggiate con Argo il meticcione. Specie banali, senza quarti di nobiltà, che però ci accompagnano una vita, scandendo i mesi e le stagioni, regalando piccoli stupori, tra Pascoli e Marcovaldo. Questa è l’Oxalis pes-caprae, l’acetosella gialla, che da ragazzo si succhiava lo stelo, sudati dopo un pomeriggio di pallone, che dissetava col suo succo acido.
E’ il titolo del sito e di un libro di Valerio Quatrano, che racconta “come vincere le elezioni con internet”, ma lo slogan imperversa sul web, ed è diventato una sorta di generale implorazione/imprecazione rivolta dal suo popolo al frastornato centrosinistra nostrano e al suo manipolo di generali stanchi e satolli.
La lezione, per ora, l’ha applicata alla perfezione Beppe Grillo, ma il paragone si ferma qui, perché il fenomeno Obama è fatto si di comunicazione, ma anche di sostanza.
I due ultimi discorsi del presidente, quello del secondo insediamento e quello sullo stato dell’Unione, sono molto importanti, e indicano una strada nuova per i progressisti di tutto il mondo.
In un paese spaccato a metà come una mela, Barack propone un programma per il lavoro, i diritti personali, i beni pubblici, l’ambiente, incardinandolo saldamente nella Costituzione del 1789, considerata un progetto ancora pienamente valido, dotato di “forza duratura”, la fedeltà al quale è la vera idea unificante della nazione, e la cui piena attuazione è “un viaggio senza fine”.
E’ su queste basi che Obama propone il suo New Deal, un grande programma federale di investimenti pubblici per l’istruzione, la ricerca, l’ambiente, e per la manutenzione dei beni pubblici, a partire dai 70.000 ponti dai quali dipendono le comunicazioni interne del paese.
“Il pareggio di bilancio non è una politica” ripete il presidente, mentre la precarietà sta corrodendo minacciosamente la vita delle persone e le fondamenta stesse della coesione sociale.
E’ per questo, tornando alle cose di casa nostra, che non possiamo condividere quanto scrive sul Corriere Galli della Loggia, secondo il quale l’elezione di Laura Boldrini e Pietro Grasso costituirebbe la prova della definitiva perdita di identità della sinistra italiana, che pure aveva espresso per tali cariche figure come la Iotti, Ingrao, Napolitano, Violante. E’ vero il contrario, perché i neopresidenti hanno fatto due discorsi che più obamiani non si potrebbe, nel solco della nuova sinistra mondiale che si va formando, che è democratica, costituzionale, repubblicana.
E agli amici che mi ripetono che, Obama o non Obama, l’America è sempre la stessa, rispondo che io Dick Cheney me lo ricordo bene, e una differenza la vedo.
Ps. Ho ragionato di queste cose anche nell’ultimo articolo pubblicato da Repubblica Napoli reperibile all’indirizzo web http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/02/27/beni-pubblici-beni-comuni-istruzioni-per-luso.html?ref=search
All’inizio del quattordicesimo secolo la Napoli angioina consuma febbrilmente gli scampoli di pianura tra i rilievi e il mare: gli agricoltori devono trovare nuovo spazio in collina, dove tagliano i boschi e costruiscono estesi sistemi di ciglionamenti (terrazze strette senza il muretto in pietra, tenute su da una scarpata inerbita), come quelli che miracolosamente si conservano sul versante dello Scudillo, a ridosso del centro storico, e che si possono ammirare entrando in città con la tangenziale, dopo la galleria di Capodimonte, guardando sulla destra. Su queste fitte sistemazioni collinari gli agricoltori diffondono i sistemi tradizionali di agricoltura promiscua, gli orti arborati e vitati, una variante del giardino mediterraneo di Emilio Sereni, il paesaggio agrario che ha le sue radici nella colonizzazione greca di duemila anni prima.
Sempre nella prima metà del ‘300, sul decumano è in costruzione la basilica gotica di S. Chiara, e c’è un legame strettissimo tra i monumenti di tufo, la città di pietra, ed i monumenti viventi di clorofilla, il centro storico verde della città.
Il merito principale del nuovo piano regolatore è la tutela a tempo indeterminato di questo straordinario ecosistema rurale incastonato nella città. Un reticolo di aree verdi, una green belt che sorprendentemente interessa più di un quarto del territorio urbano, e che oggi con legge regionale è diventata area protetta: il Parco delle colline di Napoli.
Il problema è che i monumenti viventi, come quello dello Scudillo, necessitano, ancor di più di quelli di pietra, di manutenzione, cura, investimenti, per preservare e sostenere il delicato miracolo quotidiano che è l’agricoltura urbana, il tessuto di aziende agroforestali ancora presenti in città: una fabbrica silenziosa di biodiversità, prodotti tipici, manutenzione idrogeologica, depurazione, condizionamento climatico, memoria, bellezza, tempo libero.
Sul Parco delle colline è ora calata una cortina di oblio: la grande infrastruttura verde non rientra tra le priorità della nuova amministrazione, che preferisce seguire una irresistibile vocazione marinara, con i pochi fondi ed energie destinati alle regate ultratecnologiche in mondovisione, mentre le masserie ad una ad una si spengono.
Messo alle strette il centrosinistra ha tirato fuori dal cilindro due presidenti delle camere di elevato profilo, di assoluta qualità. Mettendo insieme i loro due discorsi di insediamento viene fuori quel racconto credibile di rinascita sociale ed istituzionale che non si è riusciti a fare in campagna elettorale. Con questi volti e queste parole probabilmente l’esito delle elezioni sarebbe stato differente. I due nuovi presidenti hanno tracciato un programma di governo che non si comprende perché non debba e possa essere sottoscritto dalle forze che nel nuovo parlamento premono per un cambiamento, a cominciare dal Movimento 5 stelle, che ieri ha perso un’occasione.
Se ci mettiamo anche il discorso storico di Francesco, con quelle parole sulla povertà della Chiesa, mai udite da un pontefice, ieri è stata una giornata importante, stavo per scrivere storica. Resta da capire se siamo ancora in tempo.
Quando sfoglio Napoli Monitor provo le stesse sensazioni di quando ero ragazzino con il Linus di Oreste del Buono: una miscela densa di parole, disegni, intelligenza, impressi su carta buona e pesante.
Napoli Monitor è un giornale “di inchieste, cronache, reportage e disegni che una volta al mese racconta i fatti di Napoli e delle altre città italiane, e le storie dal mondo. Dopo due numeri zero nel 2006, esce con regolarità in edizione cartacea dal gennaio 2007. In occasione del numero 50 la rivista è diventata bimestrale. Il sito di informazione www.napolimonitor.it è aggiornato quotidianamente dal settembre 2010. La redazione è nei Quartieri Spagnoli a Napoli, in via Concordia 72. È un giornale indipendente, le sue fonti di finanziamento sono le vendite, gli abbonamenti, la pubblicità e i contributi dei sostenitori. “
Traina l’impresa Luca Rossomando, giornalista di razza, col suo stile apparentemente distaccato, che copre volontà, passione e concretezza ferree. Luca ha pensato il giornale anche come scuola, come laboratorio per imparare il mestiere di reporter, fotografo, illustratore. Intorno a lui sta crescendo tutto un gruppo di giovani professionisti dell’informazione critica.
Il loro modo di lavorare lo raccontano così: “Per chi dispone di pochi mezzi, il modo migliore per raccontare una storia è quello di fidarsi dei propri sensi: andare a vedere con i propri occhi, ascoltare con le proprie orecchie, toccare con mano. Non ci interessa stabilire una definizione di reportage. Per noi è quella cosa a metà tra giornalismo e letteratura che ci consente di descrivere la realtà con sufficiente libertà e ci chiede in cambio senso di responsabilità, precisione e profondità.”
Con Napoli Monitor, Napoli è una città un po’ migliore.
P.s. Ho visto sul sito che è possibile acquistare la collezione completa del giornale al costo di 50 euro. Devo averla subito.
Disegno dall’archivio di Napoli Monitor











Commenti recenti