La periferia di Napoli, luogo in gran parte inesplorato, è questa volta protagonista di un volume di Gianni Fiorito, di mestiere fotoreporter, intitolato “Terra Buona- Ponticelli, il paesaggio e la memoria” e accompagnato dai testi di Luca Rossomando, che narra senza stilemi e abbellimenti di una quotidianità popolare, alla ricerca di tracce che raccontino del passato agricolo di Ponticelli e l’ incedere del presente industriale. Così le fotografie si fanno a strati, ad anonimi casermoni si intervallano terriccio e distese di verde; serre e natura dividono l’ inquadratura con orizzonti fatti di case. Passato e presente non solo si allineano, ma si sovrappongono. Ecco allora che la terra si fa buona, perchè è terra dove si lavora, sbocciano peschi a ridosso di palazzi e i campi di papaveri fanno da contraltare a sgraziate residenze operaie. Terra buona che semina e produce associazionismo. Lo stesso ritratto nelle marce ambientali, nei murales che dicono della vita dei ragazzi di una periferia che stenta a trovare un propria identità, ma che conserva valori buoni, di una volta, e coscienza civile. Quella di cui parla anche Rossomando nei racconti-interviste: sette testimonianze che comunicano parallelamente con i segni visivi. I passanti, catturati con foto che sembrano rubate, emergono come presenze indistinte di un’ affamata pampa napoletana, che tutto inghiotte, tranne le ciminiere. D’ altro canto è questo il merito maggiore del volume, cercare se non la bellezza ovunque, almeno l’ interessante, perchè è proprio come osservò Pasolini, che «quello che va difeso è questo passato anonimo, questo passato senza nome, questo passato popolare»

Giuliana Calomino,  Il passato e il presente di Ponticelli ‘terra buona’ della coscienza civile,

Repubblica Napoli, 15 giugno 2013

 

Gianni Fiorito e Luca Rossomando, “Terra Buona- Ponticelli, il paesaggio e la memoria”, 44 edizioni”

Terra buona

Disegno di OTTOEFFE per Napoli Monitor

E’ il titolo dell’articolo di Luca Rossomando pubblicato il 16 giugno sull’edizione napoletana di Repubblica. Racconta come, nel dedalo della periferia post-industriale, tra fabbriche dismesse e rioni di edilizia popolare, stiano fiorendo esperienze spontanee di recupero dei preziosi frammenti interclusi di terra, ciò che resta di un ecosistema e di una tradizione agronomica secolare legata ai fertilissimi orti umidi della piana del Sebeto. L’iniziativa parte da scuole pubbliche, comitati, semplici cittadini, naturalisti ed agronomi che prestano volontariamente la propria consulenza. Quella che emerge è una strategia silenziosa che, partendo dalla cura degli interstizi di terra  incastrati nel tessuto metropolitano – non più considerati come “spazio vuoto” destinato all’illegalità e al degrado –, attraverso l’impianto di aiuole, filari, orti e arboreti didattici, propone un percorso concreto di recupero della qualità urbana.

Scrive Luca in chiusura di articolo: “I tanti animatori – di tutte le età – di queste minuscole esperienze di cura dei luoghi in cui si vive, non costituiscono un’esclusiva della periferia nord della città. La loro esistenza, in questi e in altri luoghi, è una sommessa esortazione per molti: a chi di mestiere racconta la città ribadisce che ogni quartiere è un microcosmo complesso, da indagare e descrivere nei dettagli, senza fermarsi alla facile, pigra, a volte interessata dicotomia tra buoni e cattivi, tra demoni ed eroi. A chi amministra la cosa pubblica dice per l’ennesima volta che si può e si deve fare meglio del quasi nulla ce oggi si fa: che la qualità della vita negli spazi pubblici è – per estensione – anche un progetto di trasformazione della città, al momento disatteso e strumentalizzato; che l’organizzazione tra pari, il mutuo appoggio, l’attivazione dell’autostima dei più emarginati costituiscono obiettivi politici e mostrano, con chiarezza a volte commovente, che la città è in primo luogo di chi la abita, di chi lotta per migliorarla, di chi spesso in solitudine deve subirla e difendersene. Dopo, molto dopo, vengono i turisti, i grandi eventi e le chiacchiere sul “ritorno di immagine”.

Quei giardini nel cemento

Confesso tutta la mia preoccupazione per una tendenza che va sempre più affermandosi: l’impulso irrefrenabile dei sindaci di centrosinistra neoeletti, a dichiarare per prima cosa la volontà di liberare qualcosa, si tratti dei Fori Imperiali o del Granatello di Portici.

Evidentemente de Magistris e il suo “lungomare liberato” hanno fatto scuola.

Quello che non mi convince è il fatto che queste iniziative (la cosa riguarda anche Piazza Plebiscito, in stato di sempre più triste abbandono) non si portino poi dietro un progetto di gestione, un progetto di città, con tutti i suoi funzionamenti.

Così a Napoli le politiche unidimensionali di pedonalizzazione del lungomare, hanno mandato in tilt la circolazione veicolare a scala urbana. Tanto da costringere l’assessore Donati, quando a causa delle proteste di popolo ha poi dovuto fare dietrofront, a scusarsi per non aver compreso le “relazioni tra i quartieri della città” (sic!).

Più che liberare, qui è necessario proporre progetti di gestione convincenti degli spazi pubblici, con umiltà, con la consapevolezza che le città sono meccanismi complicati, che le politiche di sostenibilità urbana devono integrare tanti aspetti, se vogliono veramente essere utili, e durare.

(vedi anche il post “La strategia e la tattica”, https://horatiopost.com/2013/04/12/la-strategia-e-la-tattica/).

Liberare_progettare

Ora per i giornali sono diventati “alberi killer”. Gianni Rodari nel suo “La grammatica della fantasia” lo chiama “binomio fantastico”: il mettere insieme due parole che poco hanno in rapporto, per generare significati originali e inattesi. La semiotica ha i suoi meccanismi ferrei: l’associazione tra “albero” e “killer” fa interagire i campi di significato, e così il pino centenario di via Aniello Falcone si antropomorfizza, acquista una sua capacità inaspettata di aggressione ed offesa. La stessa cosa capita al fulmine o al Vesuvio, ma qui la cosa è diversa.

Chiunque allevi un pesce rosso, un canarino, un cane, un piccolo geranio o un albero di limone sa quanto impegno è necessario per curare quotidianamente la vita in un ambiente artificiale. Mantenere un albero centenario nel cemento della città richiede un’attenzione e una cura straordinaria. Se non si è capaci di questo, di  badare a questi elementi notevoli di qualità del paesaggio urbano,meglio rinunciare, perché l’annosa pianta, abbandonata a sé stessa, si trasforma effettivamente in un rischio.  Con esiti tragici, come successo per la giovane madre schiacciata nella sua auto nella strada più panoramica del Vomero.

Lo spiega bene Marco Demarco sul suo blog “Vedi Napoli”:  “…  a spezzarsi non è stato solo un albero, ma un pezzo di quel meccanismo complesso che garantisce il governo della città… Non ci sono più procedure certe, prassi consolidate. Non c’è più chi certifica e chi controlla. Nella consapevolezza che tutto sia ormai lasciato al caso … “.

E’ chiaro che non si tratta di fatalità ma di incuria, lasciamo da parte i giochetti semantici, il povero albero non c’entra proprio niente.

(vedi anche il post di Marco Demarco, “Noi e la città, cosa ci dice quel pino crollato in via Aniello Falcone , Corriere del Mezzogiorno on line, 12 giugno 2013).

Di questi tempi le antenne più sensibili sono quelle dei cineasti. Moretti ha visto e raccontato in anticipo le evoluzioni del potere in Italia, quello politico e quello religioso. Ora è il momento di dare il giusto peso a “Le idi di marzo” di Clooney, che era parso un film bello ma ordinario. E che ha avuto il merito invece di suggerire una chiave di lettura di questo secondo mandato democratico, cogliendo d’anticipo  i venti gelidi, i veleni e le paranoie che evidentemente vi spirano dietro.

(P.s. Per tacere della luce poco amichevole che PRISM getta sulla patina progressista dei signori della rete e dei social network… ).

2013.06.09 Visto al cinema

E’evidente che le cose stanno prendendo una brutta piega. Ci era stato spiegato che, considerata la sua natura, il governo sarebbe stato “di servizio”, si sarebbe occupato non di “politica” ma di “politiche”. Sarebbe a dire cose concrete e urgenti come il lavoro, i servizi essenziali per le famiglie, il rilancio dell’economia. Tutto questo, preso atto del l’implosione del Pd e dell’inagibilità dei 5 Stelle, poteva anche starci. Ma qui si va inspiegabilmente oltre. Questa grande coalizione, che sembra  tenuta insieme dai ricatti incrociati, più che da obiettivi minimi condivisi, vorrebbe ora riscrivere nientemeno che le regole e le condizioni entro cui la politica si attua, metter mano alla Costituzione del ’48. Benjamin Constant ammoniva a legiferare il meno possibile, a modificare con riluttanza le regole fondamentali. Capacità della buona politica è di far fuoco con la legna che c’è, cavando il meglio dalla situazione data. Con intelligenza, generosità, aggregando attorno ad un progetto di interesse generale pezzi di società, pezzi di istituzione, pezzi di economia e di potere. E’ questa la grande coalizione che serve, non il patto inconfessato e inconfessabile  tra comitati autoreferenziali di notabili.

Unbelservizio

Virgil Finlay, The old gentlemen from Providence (da http://cthulhufiles.com/index.htm#art).

Di seguito, così com’erano, gli appunti veloci per l’intervento “Salviamo la piana”, tenuto il 5 di aprile 2013, al convegno promosso a l’Aquila dal Comitatus Aquilanus, dal titolo “Se quattro anni vi sembrano pochi”.

La cartografia di Pieter Mortier  dei primi del ‘700 mostra con evidenza come di centri storici l’Aquila ne avesse due: uno di pietra, con le chiese, le strade. le fontane e le case nobiliari dentro le mura; il secondo, tutt’intorno la città, nella piana dell’Aterno: un secondo centro storico fatto d’orti arborati: un ricamo fitto di assolcature, filari, vie campestri, linee d’acqua, con una trama non meno precisa e bella di quella che struttura e innerva il primo.

Nonostante l’impetuosa crescita post bellica, la piana dell’Aterno attorno al capoluogo conserva tutt’oggi ampi brani dell’arazzo verde raffigurato da Mortier, con il disegno fine degli appezzamenti, la rete vivida delle vie d’acqua, l’apertura della conca entro i confini maestosi delle cortine montane.

(L’Aquila, come le altre città abruzzesi, è quadruplicata nell’ultimo cinquantennio, le superfici urbane regionali sono passate da 8.000 a 30.000 ettari, invadendo prima  le conche intramontane, i fondovalle, l’ecosistema prezioso della stretta  lingua di piana costiera; poi aggredendo in forma dispersa e insidiosa il mosaico incantato della collina, quello raffigurato negli strepitosi disegni di Pericoli).

Ora, con i nuovi rioni del Piano CASE, al posto di praterie che resistevano dal tempo dei Sanniti, e le scellerate abitazioni “provvisorie” in mezzo agli orti, nei quali si coltivano ancora ortaggi e legumi d’antica tipicità, il paesaggio solenne e raccolto della conca va trasformandosi in una sguaiata Casoria di montagna.

(E’ una cosa mai vista: l’autorizzazione – basta un lotto da 3.000 mq –  di centinaia di alloggi ipocritamente definiti “temporanei”, si tratta di multiformi casupole che nessuno mai dismetterà),

Tutto questo consumando un suolo prezioso, irriproducibile, perché le terre brune della piana dell’Aterno derivano dalla re-sedimentazione dei materiali già pedogenizzati che le acque erodono dai versanti montani boscati:  suoli fertilissimi, nei quali è come se si concentrasse tutta la fertilità del più vasto ecosistema montano; terre dal regime idrologico fragilissimo, con una falda superficiale completamente indifesa.

Insomma una doppia tragedia: la storia che marcisce entro le mura e, tutt’intorno, un ecosistema ed un paesaggio storico, summa di tremila anni di civiltà appenninica, completamente devastato dai nuovi quartieri, i capannoni industriali che vuoti resteranno, le casupole provvisorie, ma qui di provvisorio ci sono solo le vite delle persone.

P.s. Il duplice sacco del l’Aquila come paradigma dei destino di un intero paese. Come Bush con l’Iraq, Berlusconi ha utilizzato scaltramente il terremoto per la definitiva soppressione del  governo pubblico del territorio. Ad aprile 2009 il dramma del sisma; nel maggio seguente, il doppio annuncio del progetto CASE e del piano CASA. Sono i due provvedimenti con i quali si chiude la storia della pianificazione pubblica in Italia.

Non che prima le cose andassero bene, ma era diverso. Gli strumenti derogatori della programmazione negoziata agivano entro uno schema che era ancora quello dettato dalla costituzione e dalla legge fondamentale del ’42: insomma, erano sbreghi dentro una tela che faticosamente ancora teneva. Dopo il maggio 2009 è tutto diverso: i brandelli di pianificazione che resistono sono per l’appunto scampoli, residui, ostinati velleitarismi, in un contesto generale nel quale la deroga, l’eccezione, il mercimonio sono diventati regola.

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Fig. 1. La cartografia di P. Mortier:  l’Aquila e la sua piana nei primi anni del ‘700.

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Fig. 2. La piana dell’Aterno, oggi
.

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Fig. 3. La piana dell’Aterno, oggi
.

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Fig. 4. I suoli della piana, un capitale di fertilità di valore assoluto.

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Fig. 5. I rioni del progetto CASE, sulle antiche praterie sannitiche
.

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Fig. 6. Gli alloggi “provvisori”, tutt’in giro per la piana.

“Imbarazzante” è il termine che Il segretario del Pd Epifani ha impiegato per commentare l’attività dell’ultimo de Magistris, più impegnato a fare e disfare la tela della sua giunta che a governare la città. Prima era stata la magistratura, con l’inchiesta per molti versi irrituale sulla manutenzione delle strade, a porre interrogativi sulla capacità dell’amministrazione di affrontare problemi ed emergenze, e di utilizzare i pochi fondi disponibili, sulla base di un ordinamento plausibile delle priorità.

La verità è che manca a tutt’oggi un indirizzo strategico, un’idea per la città. I primi due anni sono stati consumati in una sorta di inconcludente spot, in vista di un’avventura nazionale malinconicamente naufragata. Ora il risveglio è amaro, il declino procede inesorabile, le ruvide questioni strutturali che Realfonzo aveva messo sul tavolo sono tutte lì, irrisolte, e davvero non si comprende come  i nuovi innesti, a cominciare dal volenteroso Daniele, possano imprimere nuovo impulso e direzione.

Avremo probabilmente un assessorato alle buche stradali, evidentemente l’enforcement giudiziario è servito a qualcosa,  ma per queste cose bastava far funzionare i servizi tecnici comunali, che  invece sono in dismissione. Mentre avremmo avuto bisogno di un assessorato per la città metropolitana, con il compito di seguire (e orientare) il delicato processo che ridisegnerà i poteri per l’area napoletana, ora che la provincia cesserà la sua attività. E magari di un assessore alla programmazione comunitaria, per scrivere un po’ meglio i progetti 2014-2020 per Napoli, con l’obiettivo di  utilizzare pienamente i fondi strutturali, gli unici soldi veri dei quali disporremo per gli investimenti.

Ad ogni modo, quello che c’è di veramente imbarazzante in tutta la vicenda, è il fatto che giudizi di merito sull’attività amministrativa debbano giungere da soggetti esterni al processo decisionale (il segretario nazionale di un partito, la magistratura), mentre in consiglio comunale i provvedimenti della giunta continuano ad essere approvati, compresi quelli più gracili e sconnessi sotto il profilo di legittimità e opportunità, con il sostanziale appoggio delle forze esterne alla maggioranza, a cominciare proprio dal partito di Epifani. Con l’eccezione dei ragazzi di Ricostruzione Democratica, tre giovani giuristi fuoriusciti dalla lista civica che aveva appoggiato il sindaco, che hanno capito che con l’aria che tira è meglio leggerle le carte, e votare di conseguenza.

Pubblicato su Repubblica Napoli del 24 maggio 2013.

Quegliassessorati

Il giudizio non pregiudizialmente negativo sul governo Letta, espresso qualche post fa, si basava su una certa stima nel premier, sull’intravvedere comunque l’avvio di un ricambio generazionale, l’assunzione di responsabilità di un nuovo gruppo dirigente. Gli esordi sono stati sconfortanti, ed hanno messo subito in risalto invece i limiti dell’operazione, il fatto che questo governo difficilmente potrà avere un suo spazio operativo. Ci hanno pensato subito Alfano e Lupi, con la partecipazione a Brescia al comizio di B. contro i magistrati, a ricordare come il Pdl non sia un partito, ma un manipolo di dipendenti. Mentre continua sull’altro fronte la tragica afasia del Pd. In questa palude, manca uno straccio credibile di agenda, perché va anche bene la distinzione tra politica e politiche, ma queste non si generano nel vuoto, un qualche orientamento strategico è pure necessario per riconoscere  e ordinare le priorità. Per le misere cose sulle quali ci si è messi al lavoro, a cominciare dall’inutile  sospensione elettorale dell’IMU, non era necessario mettere in campo grandi intese, governi del presidente, pacificazioni nazionali, bastava Mariano Rumor.

2013.05.13 Bastava Rumor2

doganieri 1


Tu non ricordi la casa dei doganieri
Sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.


Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. E io non so chi va e chi resta.

Eugenio Montale, La casa dei doganieri, 1930.

La grande cava sotto il nuovo Policlinico; il caseggiato di Masseria Vittoria la sovrasta. Le cave di tufo furono aperte a partire dai primi anni ’60, per soddisfare la fame di pietra della città che tracimava sulle colline. Sono enormi anfiteatri, di bellezza e silenzio solenne, come bacini relitti di mari interni, ora prosciugati, con falesie, istmi, rientranze…

doganieri 2
Prima, il tufo si cavava in grotte sotterranee: la città cresceva lasciando sotto i suoi piedi un labirinto di vuoti, sui quali ora miracolosamente regge.

doganieri 3

Noi ci definivamo un piccolo esercito sgangherato… ora siamo solo un mezzo esercito, e tanto sgangherato… Tutti i progetti di vita che avevo fatto sono di nuovo saltati. Pazienza. Si ricomincia. Si rifà un altro piano, un altro progetto, altre speranze, altri obiettivi.”

Martina Giangrande, conferenza stampa del 29 aprile.

Martinaweb

“… Se ne deve dedurre un fallimento epocale. Quello di una classe dirigente logorata dalla tattica e e sfibrata dalle rivalità interne: e di un modello di partito così poco permeabile alla società che, evidentemente, non ha potuto selezionare i propri uomini e le proprie donne nel vivo dei conflitti, e si è illuso di potere coltivare in vitro, nel chiuso dei propri ruoli di competenza, una élite che invecchiava, perdeva mordente, perdeva sguardo su una società che guardava a sua volta altrove.

… quanti potenziali leader, quanti quadri politici appassionati, quante nuove idee, quanta innovazione, quanta energia è stata perduta dalla sinistra italiana a causa, soprattutto, della sua incapacità di fare interagire le sue strutture politiche e il suo popolo, i dirigenti e i cittadini?”

 Michele Serra, Repubblica del 30 aprile 2013

Crash01
“… il Pd non è mai riuscito ad affermare una propria, specifica, identità. È un partito né-né. Né socialdemocratico né popolare. Semmai post. Dove coabitano, senza amore, postcomunisti e postdemocristiani (di sinistra). Un partito im-personale. Che utilizza le primarie per selezionare leader poco carismatici e lasciar fuori quelli più pop (olari). Un “partito ipotetico”, ha scritto Eddy Berselli nel 2008. Rassegnato a perdere, anche quando vince – o quasi. Perché coltiva il mito della sconfitta –  e dell’opposizione. In fondo, anche Berlusconi, per il Pd e la Sinistra, è un mito. Negativo, ma non importa. Perché i miti, si sa, non muoiono. Per non morire berlusconiani, dunque, non c’è alternativa. Occorre costruire un’alternativa: “senza” Berlusconi. “Oltre” Berlusconi. Solo a questa condizione è possibile sopravvivere a Berlusconi. Il Pd, per questo, deve cambiare in fretta. Individuare e comunicare una propria, specifica identità. Con poche parole e una leadership forte. Prima delle prossime elezioni. Non gli resta molto tempo.”

 Ilvo Diamanti, Mappe, Repubblica.it, 29 aprile 2013

Crash02web
“… richiamerei il partito alla terribile responsabilità assunta da chi ha affossato Prodi. Ed è incredibile che, a distanza di giorni, non uno dei 101 franchi tiratori sia venuto allo scoperto.”

Fabrizio Barca, intervistato da Aldo Cazzullo, Corriere della sera 20 aprile 2013

Suona più o meno così il titolo dell’ultimo libro di Enrico Letta, un ragazzo serio, che ha lavorato sodo, si è sempre messo in gioco in prima persona, viene dalla scuola di Beniamino Andreatta. Dopo i giorni amarissimi per la sinistra, eviterei scomuniche preventive: questo governo, se avrà la fiducia, andrà giudicato dalle politiche, i provvedimenti che riuscirà a mettere in campo. Ci lasciamo alle spalle il flop dei bocconiani, persone che hanno dimostrato di non aver la più pallida idea di cosa sia diventato il paese, quali siano le condizioni di vita delle famiglie italiane in questi anni difficili, dei piccoli, gli anziani, i deboli, i giovani che stanno costruendo la propria vita.  Basta. Ora c’è un governo politico, una squadra giovane, a forte presenza femminile, con individualità di spicco, a cominciare dalla Bonino. Certo ci sono anche Alfano, e il sagace Lupi alle infrastrutture, ma tant’è. Mentre scrivo sta giurando Cecile Kyenge, attimi di vera commozione, poi il bel volto di Josefa Idem, la piccola Emma sicura e sorridente, vestita di rosso.

Trovo rifugio nei modi di dire anglosassoni, wait and see, il budino si giudica assaggiandolo. Nel frattempo ci rimbocchiamo le maniche e ripartiamo ancora una volta: la costruzione di una politica riformatrice per il paese, l’attuazione del programma di democrazia politica, sociale ed economica scritto nella Costituzione del 1948, è un lavoro che non avrà mai fine.

Mentre scrivo il post, in contemporanea alla cerimonia del Quirinale, le notizie e le immagini dell’attentato ai due carabinieri davanti palazzo Chigi, le sirene delle ambulanze. Per il nuovo governo un avvio drammatico. Speriamo sia un gesto isolato. L’Italia ha già pagato un prezzo spropositato al terrore e alla brutalità.

costruire cattedrali2

“Andatelo a dire
ai caduti di ieri
che il loro morire

fu come le nevi…”
“No, i fuochi di un tempo
non trovano pace…”

“La cenere al vento
riscopre la brace…”
“Una cosa il giudizio…”

“Un’altra la pietà…”
“Lottare per la morte…”
“O per la libertà …”

“L’unica dignità
della nostra storia
è la memoria

della verità …”
“Alla vecchia e alla nuova
Resistenza italiana…”

“Contro l’odio che odia…”
“Per l’amore che ama…”
“Andatelo a dire

ai caduti di ieri
che il loro morire
fu come le nevi…”

Gianni D’Elia, Trovatori, Einaudi, 2007.

Prosegue con l’ultimo libro di Vezio De Lucia “Nella città dolente”, uscito per le edizioni Castelvecchi, il racconto del paese e dell’Italia repubblicana iniziato con Se questa e una città. La storia si arricchisce di nuovi capitoli e spunti di riflessione, e trova ora una sua compiutezza, non foss’altro per il fatto che l’eclissi del governo del territorio in Italia ha conosciuto nel 2008, con il “Piano casa”  e lo scempio de l’Aquila, il suo esito per così dire ultimativo. Questo rende possibile un bilancio di un’intera fase storica – il trentennio lungo del liberismo e della deregulation – ed obbliga anche l’autore, con Brecht (“sulla mia tomba vorrei fosse scritto: “Fece delle proposte”), ad avanzare le sue idee per il rilancio su nuove basi della pianificazione pubblica della città e dei paesaggi di questo martoriato paese.

Il libro inizia onorando la memoria di uno strano “democristiano giacobino”, Fiorentino Sullo,  ministro ai lavori pubblici nei primi anni ’60, e del suo tentativo fallito di dare al paese una legge sul regime giuridico dei suoli, che allineasse l’Italia alle migliori esperienze europee, recidendo il nesso perverso tra trasformazione urbana e rendita fondiaria. L’insurrezione dei conservatori, dai fascisti ai liberali, che strumentalmente accusarono Sullo di “voler abolire la proprietà edilizia privata e togliere la casa agli italiani”, costrinse la DC a disconoscere il disegno di legge, con il politico irpino che scontò una spietata damnatio memoriae, mentre il generale De Lorenzo addirittura architettava il suo tentativo di colpo di stato.

Da allora, il libro racconta la lunga rincorsa a quella riforma mancata, che i governi successivi affrontarono mai più in chiave complessiva, strategica. Il paese rimase privo di una legislazione organica di attuazione dei principi costituzionali di regolazione della proprietà fondiaria, per assicurarne la funzione sociale, come avviene nelle democrazie liberali europee, nei paesi normali insomma. Nel frattempo, l’assegnazione progressiva ai poteri locali della materia urbanistica, generava a scala nazionale un mosaico differenziato di esperienze ed esiti, con il Mezzogiorno a fare da desolata retroguardia, tra abusivismo e usi criminali del territorio.

De Lucia racconta tutte queste cose, in un libro che si legge come un romanzo, e che deve l’acqua della vita alle competenze e al rigore dell’autore, ma anche al suo ruolo di testimone, spesso di protagonista dei fatti raccontati, in una narrazione sospesa tra storia civile, cronaca e vita vissuta. Non sottraendosi nemmeno ad un giudizio sugli avvenimenti più recenti, quali ad esempio i nuovi governi comunali di Milano e Napoli, che per De Lucia rischiano di rappresentare un’occasione persa, per l’incapacità (o la mancata volontà) di porre l’urbanistica al centro dell’azione riformatrice, ripiegando invece su atteggiamenti inerziali, tattici.

Il finale del volume è dedicato alle proposte. Se vogliamo salvare quel che rimane della straordinaria eredità del paesaggio italiano, è urgente per De Lucia mettere mano a una legislazione sul consumo dei suoli. Nel far west attuale, infatti, l’Italia continua a consumare 35.000 ettari di suolo fertile ogni anno – l’equivalente di quattro nuove città come Napoli – per i tre quarti concentrati nelle poche pianure pregiate del paese. La soluzione sta nell’assegnare al territorio rurale residuo la stessa importanza che in Italia, a partire dagli anni ’60, è stata attribuita  ai centri storici, riservando le nuove edificazioni alle aree già urbanizzate, degradate, dismesse, legando così indissolubilmente rinnovamento urbano e riqualificazione. E’ una strada praticabile, come dimostra il piano territoriale della provincia di Caserta, approvato nel 2012, del quale De Lucia è stato coordinatore.

E’ una questione di sopravvivenza, perché la democrazia italiana resterà perennemente  incompiuta, senza un territorio in ordine. “Nella città dolente” è un contributo avvincente ed autorevole, un gesto concreto per restituire al paese una capacità di governo, per una nuova urbanistica, che per De Lucia continua ad essere la prosecuzione della politica con altri mezzi.

L’articolo è stato pubblicato da Repubblica Napoli del 24 aprile 2013, con il titolo:” De Lucia, la salvezza è nell’uso del suolo”.

Botticelli

Un disegno di Botticelli per l’edizione della Divina Commedia del 1481.

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